Sinossi del libro di Bibbiana Cau – La Levatrice-Non è una di loro, Mallena. Un giorno di sedici anni prima è arrivata a Norolani insieme con Jubanne, cui è bastato un attimo per innamorarsi e che l’ha sposata per proteggerla da un destino che gravava su di lei come una condanna. Eppure, per gli abitanti di quel paese dove il maestrale porta il respiro del mare, ormai è diventata un punto di riferimento. Perché Mallena è una llevadora che, mettendo in pratica il sapere antico tramandatole dalla madre, assiste tutte le partorienti, anche quelle delle famiglie più umili, senza mai pretendere nulla in cambio. Ma tutto precipita nel settembre 1917, quando Jubanne torna dal fronte ferito nel corpo e nell’anima. Per pagargli le cure necessarie, Mallena chiede a gran voce al consiglio comunale di essere remunerata per il suo lavoro e, ancora una volta, quel sussidio le viene negato. Come se non bastasse, in conformità a un decreto regio, viene assunta un’ostetrica diplomata, destinata a sostituirla.
Bibbiana Cau-La levatrice
Arriva dal continente, Angelica Ferrari: nonostante la giovane età, per essere lì ha combattuto a lungo, sfidando le convenzioni sociali e la disapprovazione del padre, che voleva relegarla tra le mura domestiche, sposata con un buon partito. E adesso deve lottare contro la diffidenza delle donne del paese, che la vedono come un’estranea e rifiutano le sue cure. Dovrebbero essere rivali, Mallena e Angelica, invece sono le due facce della stessa medaglia, entrambe spinte dal desiderio di libertà e indipendenza, entrambe tradite dalle persone che avrebbero dovuto proteggerle e vittime della quotidiana ingiustizia che il mondo sa riservare soprattutto alle donne. Tuttavia, quando la situazione si farà insostenibile e i fantasmi del passato torneranno a bussare alla porta di Mallena, sarà proprio l’intera comunità di Norolani a pretendere che, per una volta, si faccia davvero giustizia.
Una grande storia al femminile che, attraverso la lingua, i profumi, la poesia e la ruvidezza della vita quotidiana nella Sardegna d’inizio Novecento, narra di gente umile e schiva, ma unita da un profondo senso di comunità. E di una protagonista che, grazie a una saggezza ancestrale e alla solidarietà delle altre donne, matura in sé una nuova e luminosa consapevolezza.
ISBN: 8842936421
Casa Editrice: Nord
Pagine: 384
Data di uscita: 27-05-2025
Biografia
Bibbiana Cau-La levatrice
Bibbiana Cau è nata e vive in Sardegna. Dopo gli studi di Ostetricia all’Università di Cagliari, nel corso di una lunga carriera lavorativa ha avuto il privilegio di accompagnare alla nascita tantissime nuove vite. Lettrice da sempre, ha scoperto l’interesse per la scrittura durante la stesura della tesi in Storia sociale e, dopo essersi laureata in Educazione degli adulti e in Formazione continua all’Università di Roma Tre, ha frequentato i corsi della Scuola Holden di Torino, di Medicina narrativa presso le Aziende Sanitarie Locali sarde e di Londra Scrive con Marco Mancassola. La levatrice è il suo esordio letterario.
LEVATRICE (fr. sage-femme; sp. comadre; ted. Hebamme; ingl. midwife) -Istituto della Enciclopedia Italiana
È la donna, debitamente diplomata, che assiste la gravida, la partoriente, la puerpera e il neonato. Da qualche anno si nota l’aspirazione a usare il nome di “ostetrica” e un primo riconoscimento ufficiale si ebbe nei sindacati, che sono detti appunto “delle ostetriche”.
In Italia, la quasi totalità dei parti è assistita dalle levatrici; solo in pochi centri e nelle classi agiate si vuole anche la presenza del medico ostetrico, e solo nei centri ad assistenza sanitaria più evoluta è largo il ricovero alle maternità e alle cliniche per il parto anche fisiologico. Data l’abitudine della generalità della popolazione, è dunque grande l’importanza sanitaria e sociale delle levatrici; da qui le opportune misure per migliorarne sempre più l’efficienza; donde la maggiore severità nell’ammissione alle scuole ostetriche (si richiede il titolo di studio equivalente alla terza tecnica o ginnasiale); la maggiore durata dei corsi (portata a tre anni); la larga parte data al tirocinio pratico durante l’insegnamento; l’istituzione di corsi di perfezionamento, favoriti anche di recente dall’Opera nazionale per la protezione della maternità e infanzia; infine la precisa regolamentazione di tutto quanto compete alla levatrice nel suo esercizio professionale.
La Città Futura-Dialettico e ingenuo nel tardo Brecht – Articolo di Renato Caputo-
Dialettico e ingenuo nel tardo Brecht – Articolo di Renato Caputo-
Sia sul piano strutturale dell’opera sia su quello gnoseologico della teoria, l’elemento del naïf e quello dialettico sembrano entrambi indicare nell’ultimo Brecht la direzione di un produttivo scetticismo verso ogni soluzione unilaterale del contrasto tra la componente classica e romantica dell’opera.
Bertolt Brecht
Articolo di Renato Caputo-Per comprendere più in profondità che cosa leghi l’elemento ingenuo a quello dialettico, centrali nella riflessione estetica dell’ultimo Bertolt Brecht, bisogna considerarli dal punto di vista della teoria della conoscenza. A questo scopo sarebbe necessario poter risalire alle fonti di cui Brecht si è servito per mettere a fuoco degli elementi così importanti per la sua opera. Anche se forse non è possibile allo stadio attuale della ricerca individuare con certezza le fonti utilizzate da Brecht, una breve analisi storica del concetto di naïf può fornirci degli elementi utili per azzardare quantomeno un’ipotesi plausibile su di esse.
Charles Batteux è stato il primo pensatore a distinguere nettamente il concetto estetico di naïf da quello psicologico, individuandovi la componente essenziale di uno stile bello. Egli lo impiegava, infatti, per indicare, in polemica con il barocco, la semplicità dei classici, che utilizzavano nell’opera solo le parti necessarie allo sviluppo del pensiero, eliminando del tutto il superfluo. Questo termine è stato ripreso dall’illuminismo tedesco che se ne è servito per indicare una semplicità (Einfalt) strettamente connessa con la nobiltà (edel) dello stile. Esso era, quindi, considerato una componente essenziale per giudicare un’opera come pienamente compiuta dal punto di vista artistico. Come ha osservato Detlev Schöttker [1] la storia seguente della categoria del naïf è stata segnata dalla perdita progressiva del significato strutturale a favore di quello concettuale. Questa tendenza ha il suo compimento nell’utilizzo del concetto nell’opera di Friedrich Schiller Sulla poesia ingenua [naive] e sentimentale. Che l’importanza assegnata da Brecht al concetto di naïf potesse venire intesa come un implicito riferimento all’opera di Schiller è risultato evidente a tutti gli studiosi che si sono occupati di questa parte della sua produzione. Tuttavia diversi critici, preoccupati di mantenere ben evidenti le differenze tra Brecht critico del classicismo e i due “dioscuri” di Weimar, hanno mirato a evidenziare le differenze tra il concetto di naïf utilizzato da Brecht e quello di cui si è servito Schiller. Così, ad esempio, Hans Mayer in Brecht e la tradizione si è sforzato di dimostrare che il concetto di cui Brecht si era servito era incommensurabile con quello utilizzato da Schiller per indicare uno “stadio presentimentale”. Schiller, infatti, aveva contraddistinto la poesia moderna con il concetto di sentimentale per differenziarla dall’immediatezza implicita nel concetto di ingenuità che utilizzava per contraddistinguere la poesia degli antichi. Per Schiller, questa concezione ingenua della poesia sarebbe da ritenere oggi del tutto inadeguata a caratterizzare una società come la nostra, segnata da un’intima scissione.
È difficile dubitare che il concetto utilizzato da Brecht abbia un significato ben diverso da quest’ultimo. Tuttavia, benché Mayer non sembri accorgersene, il termine naïf era utilizzato da Schiller anche in un’altra accezione. Con quest’ultima Schiller intendeva caratterizzare la produzione di Johann Wolfgang von Goethe, di un autore cioè che, all’interno del mondo moderno, aveva cercato di riconquistare l’ingenuità caratteristica dell’arte antica. A tal fine non era stato possibile nemmeno per Goethe cancellare la scissione del mondo contemporaneo e della sua espressione artistica, ma era stato piuttosto necessario prendere l’avvio proprio da questa. Goethe, secondo la definizione che ne dà Schiller, sarebbe, dunque, uno spirito greco condannato a vivere in un mondo nordico, che può riconquistare la sua patria originaria solo attraverso “rationalen Wege”. Solo così egli poteva appropriarsi dell’ingenuità degli antichi, ingenuità che, tuttavia, aveva perduto per sempre il carattere di immediatezza che la aveva contrassegnata. Si trattava, infatti, di una Naivität di secondo grado, che doveva portare necessariamente in sé il momento della riflessione. È, quindi, con questa seconda accezione del termine che può essere paragonato il concetto usato da Brecht. Questi come Goethe utilizzerebbe, allora, la categoria di naïf nel senso originario di Batteux, cioè come recupero della semplicità classica. Si tratta, però, di una semplicità artificialmente riconquistata, che deve essere considerata di natura dialettica.
Quindi, sia sul piano strutturale dell’opera sia su quello gnoseologico della teoria, l’elemento del naïf e quello dialettico sembrano entrambi indicare la direzione di un produttivo scetticismo verso ogni soluzione unilaterale del contrasto tra la componente classica e romantica dell’opera [2].
La tendenza inequivocabile del tardo Brecht a una classica essenzialità e immediatezza non significa, in nessun caso, una fuga di fronte alle contraddizioni laceranti della sua epoca in un’unitaria, ma astorica sfera dell’estetico, capace di ricucire la spaccatura tra essere e dover essere [3]. L’imperfezione e l’intima contraddittorietà della realtà devono costituire, al contrario, la premessa indispensabile per l’opera d’arte, la condizione di possibilità del suo carattere necessariamente riflessivo. Non solo perché l’opera non può più sottrarsi al compito di dar conto della crescente complessità del “reale”, ma soprattutto perché la frammentarietà dell’extra estetico e della sua indagine deve avere un riscontro puntuale al livello della struttura formale. A mutare negli ultimi anni, rispetto al precedente periodo avanguardistico, è l’atteggiamento di fronte alla frammentarietà del mondo e di ogni sua possibile analisi. Tensione al classicismo significa essenzialmente per Brecht virile negazione di ogni rassicurante arrendevolezza all’ineluttabilità della frammentarietà, alla metafisica del nichilismo. Il carattere di continuità e infondatezza della ricerca di una possibile e provvisoria soluzione deve restare, infatti, l’imprescindibile correlato etico di ogni esperienza estetica.
L’aspetto mimetico dell’opera, l’unico in grado di preservarne il carattere veritativo, non potendo più ingenuamente giustificarsi come copia – dato che tutti i “prototipi sono sprofondati” – deve conservare la tensione a un’organizzazione totalizzante del suo materiale, che non tema più di manifestare il suo carattere di autonomia e “sentimentalità” [4].
Bertolt Brecht
Note:
[1] Cfr. Detlev Schöttker, Bertolt Brechts Ästhetik des Naiven, J.B. Metzler Verlagsbuchhandlung, Stuttgart 1989, p. 15.
[2] La nostra ipotesi interpretativa della concezione brechtiana dell’arte mira a mettere in evidenza quelli che ci sembrano essere i due aspetti fondamentali che la hanno da sempre caratterizzata: il lato espressionistico, demoniaco, “romantico”, e quello lineare, “scientifico”, “classico”. Questa commistione di “apollineo” e “dionisiaco” ci sembra, infatti, il tratto maggiormente in grado di caratterizzare l’intera opera di questo autore, e non solo, come troppo spesso si è scritto, la sua fase più matura. Una tale interpretazione dovrebbe consentirci di azzardare un’ipotesi di soluzione all’annosa questione della tradizione culturale a cui dovrebbe essere ricondotta l’opera brechtiana. Il “Wiesengrund” della sua produzione artistica potrebbe, infatti, venire indicato nella “viva” dialettica in essa presente, tra la tradizione dei classici e una tradizione anticlassica, ironico-popolaresca, che fa proprio della stilizzazione satiricheggiante della tradizione classica il suo elemento di forza. Il nostro compito consiste, allora, nell’illustrare la complessità e la disomogeneità della riflessione brechtiana sull’arte moderna, considerandola come luogo d’incontro di una tradizione legata a una concezione classica dell’arte avente i suoi referenti principali in Aristotele, Hegel e Goethe e una concezione che ha le sue origini nel romanticismo di Friedrich Schlegel e di Hölderlin e che giunge a Brecht attraverso Nietzsche, il giovane Lukács e Benjamin. Una concezione, cioè, che considera la possibilità stessa di un’opera d’arte moderna indissociabile dal momento della differenza, della rottura, dell’ironia.
Bertolt Brecht
[3] Nel teatro “borghese” moderno la progressiva perdita della funzione sociale del dramma – ben definita non solo nel teatro antico, ma anche nel medievale – aveva aperto la possibilità, gravida di nuovi sviluppi, ma allo stesso tempo estremamente pericolosa, di fare della rappresentazione scenica uno scopo in sé. Il teatro, rompendo del tutto i ponti con le sue origini rituali e perdendo i solidi legami con un’universale visione del mondo, rischiava di veder drasticamente ridotte le sue funzioni. In primo luogo, era messa a repentaglio la sua valenza pedagogica, la sua capacità di mediare elementi conoscitivi ed etici. In secondo luogo, si era venuta a creare una crescente spaccatura tra la scena ed il suo pubblico, che tendeva ad assumere un atteggiamento sempre più passivo di fronte a una rappresentazione che aveva perso progressivamente ogni contatto con la vita activa. In terzo luogo, si era sviluppata una profonda opposizione tra testo drammatico e azione scenica, tanto che un rafforzamento del primo sembrava mettere a repentaglio necessariamente la seconda.
[4] Lo scrittore realista, per rendere comprensibile la realtà al suo pubblico, non può limitarsi a trasmettergli delle impressioni sensoriali. Il suo ruolo, infatti, deve essere attivo per poter essere attivizzante. Egli deve intervenire sulla realtà, deve prestargli le sue forme e, con l’aiuto di tutte le tecniche letterarie e conoscitive a sua disposizione, deve rappresentare, per quanto è possibile, il suo conformarsi a leggi. Solo così si può trasmettere esemplarmente al proprio pubblico quell’atteggiamento critico che permette di intervenire sulla vita stessa, di trasformarla conoscendola. Proprio per questo motivo la drammaturgia non-aristotelica non si limita a presentare al proprio pubblico un’azione scenica, ma gli comunica un atteggiamento. In altri termini, la dialettica su cui si fonda l’opera è data proprio dalla tensione a rappresentare la realtà così com’è, ma solo per suggerire al pubblico che potrebbe essere diversamente, che è necessario interrogarsi sul come dovrebbe essere. E’ possibile rappresentare la realtà, infatti, unicamente nella sua infinita molteplicità, nella sua irriducibile distinzione di livelli, nel suo perpetuo movimento trasformativo, nella sua insopprimibile contraddittorietà. Presupposto indispensabile della rappresentazione è, allora, la lotta perpetua contro ogni forma di ideologia, di schematismo, di determinismo e di pregiudizio.
Il “Berlinguer rivoluzionario” che vogliamo ricordare
-articolo di Alba Vastano-Enrico Berlinguer-La storia del segretario del Pci e i temi cardine della politica berlingueriana nel libro di Guido Liguori. L’uomo e il politico che ha contribuito alla costruzione del Partito Comunista Italiano negli anni Settanta e Ottanta. Da funzionario togliattiano alla segreteria di Luigi Longo.
Enrico Berlinguer
La storia del segretario del Pci Enrico Berlinguer e i temi cardine della politica berlingueriana nel libro di Guido Liguori. L’uomo e il politico che ha contribuito alla costruzione del Partito Comunista Italiano negli anni Settanta e Ottanta. Da funzionario togliattiano alla segreteria di Luigi Longo. Il compromesso storico e la questione morale. La politica internazionale. L’invito rivolto ai giovani, ma soprattutto la svolta finale a Sinistra.
Come non ricordarlo nel trentennale della sua scomparsa. Come non ricordarlo sempre. Come non ripercorrere oggi con la memoria quegli anni della nostra gioventù in cui c’era lui. Ripercorrerli per avere delle risposte a quel che é stato l’uomo e il politico, a quel che è stato il Partito Comunista Italiano. E il feedback della sua storia, della storia del partito di quel periodo è sicuramente positivo e vincente.“Un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente”, lo ricordò così Indro Montanelli, in occasione dei suoi funerali nel 1984. Gli anni Settanta del Novecento sono stati per la storia del comunismo italiano gli anni di Berlinguer, anni che hanno segnato la storia della nostra “bella gioventù”. Berlinguer ci faceva sognare un’Italia migliore “..un’Italia che non era famosa solo per il cibo e per il vino, ma anche per la ricerca di un’originale coniugazione di democrazia e socialismo che suscitava interesse e rispetto in tutto il mondo”.
Così descrive quel periodo felice, Guido Liguori nella premessa del suo ultimo saggio “Berlinguer rivoluzionario”, edito da Carocci. E ci voleva questo saggio. Ci voleva per pensare, per ricordare e per riflettere sul senso che davamo alla politica, su cosa significava un tempo essere comunisti. L’appartenenza a un partito in cui non c’erano altre forze che quella dell’unità e della lotta di classe, soprattutto non c’erano tante sinistre, né divisioni in correnti. Non c’era altro che la lotta di classe per contrastare il capitalismo e per conquistare l’egemonia in un paese già allora dilaniato dalla corruzione. Di quel comunismo, di quel modo di fare le nostre lotte, Berlinguer ne era il protagonista. Un politico in “totus”. Soprattutto un uomo di grande integrità morale e intellettuale che ha saputo coinvolgere le masse popolari. Vi era un tempo quindi, il tempo di Berlinguer, in cui la politica era una cosa seria e priva di interessi personali, un tempo in cui le idee erano gli ideali, i nostri ideali da sventolare con orgoglio e con convinzione. E, riferendosi alla possibilità reale di fare una buona politica, scrive Liguori “ ..chi si sacrifica per essa e a essa dedica la vita, è un uomo da rispettare, come fu rispettato universalmente, quel comunista forte e timido insieme che fu Enrico Berlinguer”.
Già dalla copertina del libro curiosità e attrazione per i contenuti sono inevitabili. Perché l’uomo del compromesso storico e del sostegno ai governi di solidarietà nazionale viene definito un rivoluzionario? In realtà l’autore, nel suo libro avanza molte riserve sul compromesso storico, pur riconoscendo le motivazioni che spinsero tutto il Pci a proporlo alla Dc. È soprattutto nel secondo Berlinguer, quello dei primi anni Ottanta che riconosciamo il politico “rivoluzionario”, citato così dall’autore. Non solo l’uomo della ‘questione morale”, ma il fautore dei grandi movimenti dell’epoca, come sono stati il movimento femminista e quello pacifista, ma anche quello ecologista, oltre a quello operaio. Questa è stata la migliore politica di sinistra di Berlinguer, quella più viva e vivace, quella che più è rimasta nel cuore del Pci.
Fra una presentazione e l’altra della sua ultima opera letteraria su Berlinguer, Guido Liguori, docente universitario dell’Universita’ della Calabria, scrittore e saggista di molti testi gramsciani, si è fermato a parlarne, il 15 novembre, anche alla “BiblioGramsci”, la biblioteca popolare del circolo Prc di Valmelaina-Tufello, “nata” il quattro ottobre scorso. Intervistato da Valerio Strinati, presidente dell’Università popolare “Antonio Gramsci”, ha risposto con un’accurata analisi sui punti cardine della politica berlingueriana. «Partire dalle questioni internazionali per delineare la figura di Berlinguer è giusto e necessario. Berlinguer ha sempre avuto una vocazione per la politica internazionale, perché negli anni Cinquanta il giovane segretario faceva parte della Fgci e per un paio d’anni fu il principale esponente del movimento che comprendeva tutti i giovani comunisti a livello mondiale. Tant’è che fa la spola tra Budapest (sede dell’organizzazione) e l’Italia. Ha modo quindi di conoscere, fin da giovane, il mondo sovietico e il mondo del comunismo internazionale e di avere rapporti con i compagni dell’Unione sovietica». Liguori poi prosegue sulla scelta di Longo di affidare la direzione del partito a Berlinguer: «All’indomani dei fatti di Praga, Berlinguer scavalca il candidato numero uno, Giorgio Napolitano, e viene scelto come futuro segretario del Pci, proprio per la sua esperienza internazionale. Napolitano non aveva, né la frequentazione, né la capacità che aveva Berlinguer di dialogare con i sovietici e di non cedere alle loro pressioni». «Ovviamente questo è un processo contradditorio», continua l’autore. «Il fatto di rivendicare l’autonomia dei comunisti italiani e poi sempre più negli anni di marcare l’importanza della visione del partito comunista italiano, fa sì che la divisione con l’Unione Sovietica cominci ad essere una divisione di fondo sull’idea di socialismo da costruire nella democrazia». Liguori ricorda al proposito il famoso “Memoriale di Yalta” che Togliatti scrive pochi giorni prima di morire, da consegnare ai sovietici, in cui ribadiva la possibilità di raggiungere il socialismo attraverso vie diverse dal modello dell’Urss.
Il saggio di Liguori è davvero un tuffo in quel ventennio di storia vissuta con passione, una storia che non va dimenticata. Si potrà riattualizzare il pensiero del segretario del Partito Comunista Italiano in questa “povera” Italia e in una possibile (?) altra Europa? E nella ricorrenza del trentennale della sua morte, strumentalizzata da alcune correnti politiche che hanno paragonato il compromesso storico alle larghe intese, come ricordare onestamente Berlinguer? «Non è detto che bisogna fermarsi a Berlinguer e alle sue idee, ma sicuramente esse non vanno rimosse o mal interpretate. Bisognerebbe rileggere tutto ciò che lui ha scritto per renderci conto che le sue sono idee ancora importanti e valide che hanno ancor oggi molto da insegnarci», pensa l’autore.
E un invito ai giovani dall’autore (nella premessa del libro). “Mi piacerebbe che anche i più giovani, le ragazze e i ragazzi di oggi, imparassero a capire chi è stato e che cosa ha pensato Berlinguer. Vorrei che innanzitutto loro fossero i destinatari di questo libro”.
Autore dell’Articolo Alba Vastano “La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re. Non si rende conto che in realtà è il re che è il Re, perché essi sono sudditi” (Karl Marx)-
Robert Capa e Gerda Taro:la fotografia, l’amore, la guerra
in mostra fino al 2 giugno 2024 a CAMERA-
– Centro Italiano per la Fotografia di Torino –
Robert Capa e Gerda Taro
TORINO-A CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino continua la mostra Robert Capa e Gerda Taro: la fotografia, l’amore, la guerra, con 120 immagini che raccontano una delle stagioni più intense della storia della fotografia del XX secolo: il rapporto professionale e affettivo fra Robert Capa e Gerda Taro. Dai cafè della Parigi degli anni Trenta ai campi di battaglia della Guerra civile spagnola, il percorso espositivo segue le vicende di Endre – poi francesizzato André – Friedmann e Gerta Pohorylle (questi i loro veri nomi). Fuggita dalla Germania nazista lei, emigrato dall’Ungheria lui, si incontrano nella capitale francese nel 1934. In un momento in cui trovare committenze è sempre più difficile, i due inventano il personaggio di Robert Capa, un famoso fotografo americano arrivato da poco nel continente, alter ego con il quale André si identificherà per il resto della sua vita. Anche Gerta cambia nome e assume quello di Gerda Taro.
La svolta decisiva però arriva nel 1936, con l’inizio del conflitto civile spagnolo. Proprio nello scenario della prima guerra ‘fotografica’ della storia, Capa e Taro realizzano i loro scatti più noti – immagini realizzate seguendo da vicino le battaglie ma anche i momenti di vita quotidiana dei miliziani – trovando in questo impiego terreno fertile per esprimere le proprie idee antifasciste. Un impegno che costerà la vita di Gerda nel luglio del 1937, nel mezzo di una ritirata a Brunete, rendendola la prima reporter a morire sul campo. La mostra è curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi, attraverso le fotografie e la riproduzione di alcuni provini della celebre “valigia messicana”, scomparsa dal 1939 e ritrovata a fine anni Novanta, contenente 4.500 negativi scattati in Spagna dai due fotoreporter e dal loro amico David Seymour, detto “Chim”.
Informazioni 14 febbraio – 2 giugno 2024 camera.to
Orari di apertura (Ultimo ingresso, 30 minuti prima della chiusura)
Lunedì 11.00 – 19.00
Martedì 11.00 – 19.00
Mercoledì 11.00 – 19.00
Giovedì 11.00 – 21.00
Venerdì 11.00 – 19.00
Sabato 11.00 – 19.00
Domenica 11.00 – 19.00
Sede espositiva
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, via delle Rosine 18, Torino
Fred Stein, Gerda Taro e Robert Capa, Cafe de Dome, Parigi, 1936
Estate Fred Stein. Courtesy International Center of Photography
Robert Capa, Morte di un miliziano lealista, nei pressi di Espejo Fronte di Cordoba, Spagna, inizio settembre, 1936
The Robert Capa and Cornell Capa Archive, Gift of Cornell and Edith Capa, 2010. Courtesy International Center of Photography
Gerda Taro, Miliziana repubblicana si addestra in spiaggia. Fuori Barcellona, 1936
Gift of Cornell and Edith Capa, 1986. Courtesy International Center of Photography
Nota per i suoi reportage di guerra, è anche conosciuta per essere stata la compagna di Robert Capa[1] e per aver stabilito con il fotoreporterungherese un forte sodalizio professionale. È considerata insieme a Capa una dei più importanti fotografi di guerra. La sua morte violenta a 26 anni (fu travolta da un carro armato durante la Guerra civile spagnola [2]) contribuì a mitizzarla come donna rivoluzionaria e coraggiosa caduta per le proprie idee e per il suo lavoro[3].
Biografia di Gerda Taro
Gerda Taro gettyimages-
Gerda Taro, il cui vero nome era Gerta Pohorylle, nasce da una famiglia di ebrei polacchi. È portata per lo studio, è una buona giocatrice di tennis, ama vestirsi bene e fin da bambina dimostra di avere un carattere forte. Nonostante le sue origini borghesi, giovanissima entra a far parte di movimenti socialisti e di lavoratori. Per questo motivo e per la sua origine ebraica, l’avvento del nazismo in Germania le crea molti problemi. Finisce in carcere in quanto attiva nel Partito Comunista Tedesco, interrogata non parla e, grazie al suo passaporto polacco, viene liberata. Con un amico lascia la Germania alla volta di Parigi, mentre i suoi genitori decidono di rifugiarsi in Palestina ed i fratelli in Inghilterra[4].
Gerda Taro i funerali
Nel 1935 a Parigi grazie alla sua intelligenza e adattabilità, la poliglotta Gerta trova lavori come dattilografa e segretaria. Tramite l’amica e coinquilina Ruth conosce l’ungherese Endre Friedman. Come lei è ebreo, comunista, antifascista e ha conosciuto il carcere e sbarca il lunario facendo il fotografo. Endre e Gerta si fidanzano e sarà proprio lui ad iniziarla alla fotografia. Insieme, un po’ per sfida, un po’ per opportunità, inventano il personaggio “Robert Capa”, un fantomatico celebre fotografo americano giunto a Parigi per lavorare in Europa. Grazie a questo curioso espediente la coppia moltiplica le proprie commesse e guadagna parecchi soldi.
Nel 1936 entrambi decidono di seguire sul campo gli sviluppi della guerra civile spagnola, guerra che inciderà parecchio sulla vita dei due. Giunti in Spagna diventano immediatamente importanti testimoni della guerra, realizzando molti reportage pubblicati in periodici come “Regards” o “Vu.”
Nota fra le milizie antifasciste per la sua freschezza, coraggio ed eccezionale bellezza, rischiò sempre la vita per realizzare i propri servizi fotografici. All’inizio il marchio “Capa-Taro” fu usato indistintamente da entrambi i fotografi. Successivamente, i due divisero la ‘ragione sociale’ – CAPA – e Endre Friedman adottò definitivamente lo pseudonimo Robert Capa per sé[6].
Gerda realizzò, in un periodo in cui Capa era per alcuni giorni a Parigi per rapporti con le agenzie, il suo più importante reportage durante la battaglia di Brunete. All’inizio parve una grande vittoria repubblicana. Il contrattacco franchista ribaltò presto la situazione e Gerda fu allora testimone dei selvaggi bombardamenti dell’aviazione nazionalista, scattando numerose fotografie sempre con estremo rischio per la propria vita.
Testimoni raccontano che spesso incitava lei stessa i combattenti “all’attacco”; la sua fede rivoluzionaria e antifascista era puro slancio. L’articolo che venne pubblicato sulla rivista Regards, diede un grande lustro alla reporter tedesca.
Gerda-Taro-prima-fotogiornalista-guerra-di Spagna
La morte
Al ritorno dal fronte di Brunete, Gerda Taro perse la vita a causa di un terribile incidente. Gerda viaggiava aggrappata al predellino esterno della vettura del generale polacco “Walter” (Karol Świerczewsky), colma di feriti; Walter era un noto comandante delle Brigate Internazionali. Quando aeroplani tedeschi volarono a bassa quota sul convoglio repubblicano mitragliandolo, nel trambusto generale un carro armato urtò l’auto alla quale era aggrappata Gerda, che cadde sotto i cingoli del carro armato restando schiacciata dallo stomaco in giù.
Gerda Taro
Gerda non perse conoscenza e durante il penoso trasferimento, che durò ore, all’ospedale di Madrid ‘El Goloso’ (zona dell’Escorial) si mantenne le viscere in sede con la pressione delle proprie mani; i testimoni ricordano un’incredibile freddezza e coraggio nella ragazza. Alcuni tra i migliori medici delle Brigate Internazionali le trasfusero plasma e tentarono di operarla senza anestetici e senza antibiotici (di cui non vi era disponibilità), di suturare la devastante ferita ma si resero subito conto che ogni tentativo non l’avrebbe mai salvata; il suo organismo non poteva più svolgere alcuna funzione vitale che si protraesse oltre le poche ore.
Gerda Taro_Photo Robert Capa
All’infermiera che dovette vegliarla fu indicato di somministrarle tutta la morfina possibile per non farla soffrire, in quanto il decesso era inevitabile. La ragazza si preoccupava comunque delle proprie macchine fotografiche chiedendo “se si erano rotte”. Restò in vita e vigile sino all’alba del 26 luglio 1937; morì intorno alle ore 5 semplicemente “chiudendo gli occhi”. Gerda aveva 26 anni.
Gerda Taro
Il suo corpo fu traslato a Parigi e, accompagnato da 200.000 persone, fu tumulato al Père-Lachaise con tutti gli onori dovuti ad un’eroina repubblicana. Allo scultore Alberto Giacometti venne chiesto di realizzare il monumento funebre. Pablo Neruda e Louis Aragon lessero un elogio ‘in memoriam’. Il suo compagno Capa non si riprese mai più dalla morte della dolce e vivacissima Gerda, prima donna reporter a morire sul lavoro. Da allora anch’egli rischierà sempre la morte sul lavoro, incontrandola poi nel 1954 nella guerra d’Indocina.
Gerda Taro
Un anno dopo la morte di Gerda, nel 1938, Robert Capa pubblicherà in sua memoria Death in the Making, riunendo molte foto scattate insieme. La sua tomba a Parigi giace dimenticata nella zona del Père-Lachaise dedicata ai rivoluzionari e alla Resistenza, vicino al noto “Mur des Federés”.
Nel 1942 il regime collaborazionista fascista francese censurò l’epitaffio inciso sulla tomba di Gerda, epitaffio mai più restaurato. La tomba, dopo le modifiche occorse nel 1953, è accessibile da un viottolo posteriore, quindi posta “alla rovescia” rispetto a quando fu costruita. La tomba di Gerda Taro fu l’unica ad essere violata dalla mano nazi-fascista, forse per l’influenza che la giovane rivoluzionaria, caduta nella guerra contro il fascismo, ancora esercitava sulla crescente Resistenza francese.
Rimasta a lungo nell’ombra del più noto fidanzato Robert Capa e relegata al ruolo di sua compagna (e in qualche cronaca anche di moglie), dalla metà degli anni 1990 Gerda Taro è oggetto di interesse storico per il suo ruolo di giovanissima donna contro-corrente, rivoluzionaria militante sino al sacrificio massimo e protagonista della storia della fotografia e della resistenza al fascismo[6][7][8].
Robert Capa- Nasce in Ungheria da una famiglia ebrea proprietaria di una avviata casa di moda. Capa è un bambino vitale e rissoso che in famiglia viene soprannominato “Cápa”, squalo in ungherese. Ha appena diciassette anni quando viene arrestato per le sue simpatie comuniste; appena liberato abbandona la terra natale alla volta di Berlino. Là s’iscrive all’università alla facoltà di scienze politiche, sognando di diventare giornalista. Per mantenersi trova un impiego presso uno studio fotografico, cosa che lo avvicina al mondo della fotografia. Inizia a collaborare con l’agenzia fotogiornalistica Dephot sotto l’influenza di Simon Guttmann[3]. Autodidatta, nel 1932 è a Copenaghen, dove Lev Trockij tiene una conferenza. Nonostante il divieto di fare fotografie, elude la sorveglianza e realizza alcuni scatti. È il suo primo servizio pubblicato[4].
A causa dell’avvento del nazismo, Capa nel 1933 lascia Berlino per Vienna, per poi, l’anno successivo, partire alla volta di Parigi. Ma in Francia incontra difficoltà nel trovare lavoro come fotografo freelance. Al caffè A Capoulade, nel Quartiere Latino, nel settembre 1934 fa la conoscenza di Gerda Taro, una studentessa tedesca di origine galiziana, anch’essa fotografa autodidatta. Robert e Gerda stabiliscono un solido rapporto sentimentale e professionale[4].
A Parigi Capa conosce anche David Seymour (nato Szymin), che a sua volta lo presenterà ad Henri Cartier-Bresson, tutti giovani fotografi di origini sociali e geografiche diverse, ma legati dal linguaggio dell’immagine. Il suo primo servizio importante è quello del maggio 1936 che documenta le manifestazioni per l’ascesa al potere del Fronte Popolare; una sua foto diventa la copertina della rivista «Vu» (“Visto” in italiano).
Nell’agosto del 1936 Gerda Taro riesce a procurargli un accredito stampa per documentare la guerra civile spagnola ed assieme prendono un aereo per Barcellona.[5] Qui, un po’ per sfida, un po’ per opportunità, i due inventano il personaggio di “Robert Capa”, un fantomatico fotografo americano giunto a Parigi per lavorare in Europa. Lo pseudonimo Robert Capa viene scelto per il suono più familiare all’estero e per l’assonanza con il nome del popolare regista italo-statunitense Frank Capra. Grazie a questo curioso espediente, la coppia moltiplica le proprie commesse e guadagna parecchi soldi. All’inizio, in effetti, il marchio “Capa-Taro” fu usato indistintamente da entrambi i fotografi. Successivamente i due divisero la “ragione sociale” CAPA e Endre Friedmann adottò definitivamente lo pseudonimo Robert Capa per sé.
Foto Robert Capa. SPAGNA -Vallecas en 1938
Il 26 luglio 1937 Gerda muore tragicamente a Brunete, nei pressi di Madrid (rimane schiacciata durante un errore di manovra di un carro armato “amico”). L’anno dopo Robert pubblica un libro in omaggio alla sua amata, Death in making, che contiene anche le fotografie, scattate da entrambi, della guerra in Spagna.
Pomezia (Roma)-il Museo Civico Archeologico Lavinium festeggia 21 anni di attività.
Pomezia- Un importante traguardo per il Museo Civico Archeologico Lavinium, che martedì 31 marzo celebra
il ventunesimo anniversario dalla sua apertura, confermandosi come uno dei principali presidi culturali del territorio e punto di riferimento per la valorizzazione della storia e dell’archeologia dell’antica Lavinium.
Per l’occasione, alle ore 17:00, si terrà un evento istituzionale che vedrà la partecipazione delle autorità locali e dei rappresentanti della Soprintendenza, in un momento di condivisione e riflessione sul ruolo del museo nella tutela e promozione del patrimonio culturale.
Museo Civico Archeologico Lavinium
Ad aprire l’incontro saranno i saluti istituzionali del Sindaco del Comune di Pomezia, Veronica Felici, il Vicesindaco e Assessore alla Cultura Marco Marrone dell’Arch. Lisa Lambusier, Soprintendente della SABAP Area Metropolitana di Roma e Provincia di Rieti, e di Francesca Licordari, Funzionario Archeologo della medesima Soprintendenza.
Gli interventi offriranno l’occasione per ripercorrere i risultati raggiunti in questi anni e per delineare
le prospettive future del museo e del territorio.
Pomezia-Pratica di Mare (Roma)-Il Museo Civico Archeologico Lavinium
Nel corso dell’evento è previsto un momento particolarmente significativo: il saluto della Direttrice uscente,
la Dott.ssa Federica Colaiacomo, alla quale sarà rivolto un sentito ringraziamento per l’impegno, la professionalità e la dedizione dimostrati durante il suo incarico. Sotto la sua direzione, il museo ha consolidato il proprio ruolo scientifico e divulgativo, ampliando l’offerta culturale e rafforzando il legame con la comunità. La Direttrice lascia l’incarico per assumere la guida del Parco Archeologico di Ercolano prestigiosa istituzione di rilevanza internazionale.
La giornata sarà inoltre arricchita da una serie di iniziative speciali pensate per il pubblico: l’ingresso al museo sarà gratuito per l’intera giornata (ore 9:00-13:00/15:00-20:00), saranno organizzate visite guidate gratuite per accompagnare i visitatori alla scoperta delle sale del museo.
Per l’occasione il museo sarà straordinariamente aperto dalle ore 18:00 alle ore 20:00.
Un’occasione aperta alla cittadinanza e ai visitatori per celebrare insieme un anniversario significativo, riscoprire il patrimonio archeologico del territorio e rinnovare il legame tra istituzioni culturali e comunità.
Pomezia-Pratica di Mare (Roma)-Il Museo Civico Archeologico Lavinium
Redazione DEA SABINA
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“Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto” di Luciano Canfora (Laterza)-
Recensione di Enrico Maria Massucci–Fonte-Ass. La Città Futura–Il precipitare della situazione internazionale, con il proditorio attacco congiunto di Israele e Stati Uniti allo stato iraniano del 28 febbraio di quest’anno, rappresenta l’ennesima ma non imprevedibile manifestazione di sciagurata tracotanza imperial-coloniale, che si esercita su uno sfondo geo-strategico da sempre altamente infiammabile e come tale suscettibile di travolgere irrevocabilmente qualsiasi possibilità di raffreddare la temperatura delle relazioni internazionali. Al di là della confusione degli obiettivi (almeno per quanto riguarda l’irrequieta potenza d’oltreoceano, Israele dal suo canto perseguendo la linea di una pacificazione destinale e «tacitiana» della vasta area rivendicata more divino) e dei rischi connessi a un’operazione militare a forte carica d’annientamento, appare tuttavia chiaro che essa terremota ulteriormente, oltre la tradizionale e autoprodotta immagine oleografica del «mondo libero», il terreno delle relazioni interne a quel campo di forza occidentale, che anche prima della presidenza Trump mostrava segni inequivoci di una fibrillazione entropica e di divaricazione strategica (ben oltre le ricorrenti e rituali attestazioni di fedeltà canina o coappartenenza al medesimo ordine simbolico da parte della sgraziata e cacofonica compagine presieduta da Ursula von der Leyen). Ma già gli sviluppi dell’avventura ucraina deponevano, dopo l’amministrazione Biden che l’aveva attivamente promossa coinvolgendo con disinvoltura i fatui alleati europei, per una direttrice di disimpegno statunitense su quel teatro e per la soluzione del classico cerino in mano alle supponenti e velleitarie classi dirigenti del Vecchio continente.
Professore Luciano Canfora-Storico del mondo antico e filologo italiano
Eppure, un irriflesso sentire comune dei piani alti della «casa comune», una certa indolente e stereotipata cultura politica diffusa hanno continuato a postulare, millantare o scimmiottare una sorta di comunità di destino di un «Occidente», inteso come asse indistinto e soggettività orgogliosamente irriducibile, «campione indomito della libertà e della dignità dell’individuo» [1], vocato a guidare il pianeta verso più vasti orizzonti e secondo comuni linee evolutive di civiltà ed ethos. Alla fine, una sempre più scolorita ipostasi, un’edificante ma logora postura ideologica risalente alla «parentela» gregaria dell’Europa con la ex-potenza unipolare, oggi palesemente arroccata nella difesa hobbesiana e ringhiosa del proprio particulare e da tempo nell’affanno estremo di una progrediente, fatale e scomposta decomposizione interna. La stessa, che l’ha rabbiosamente accompagnata dalla storica, più o meno suadente e indolore, «egemonia condivisa» a una vera e propria «egemonia tirannica» [2], rivelativa del piano inclinato che gli Usa hanno intrapreso a partire proprio dal momento in cui sembrava potessero comodamente installarsi sulla cuspide della società planetaria, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e le «fortunate» guerre d’esportazione della democrazia. La bulimia neo-imperiale del gigante solitario al comando, ha alla fine prodotto la sua consunzione autofagica, della quale le intemperanze e i teatrali isterismi unilateralisti di Trump, residuanti un sempre meno credibile diritto del più forte, costituiscono il sintomo convulsivo terminale (anche se questo, lungi dal semplificare le cose, le rende tendenzialmente catastrofiche).
Dal suo canto, il vecchio partner europeo non gode patentemente di miglior salute e la piega presa dagli avvenimenti internazionali paiono decretarne una sorte anche peggiore, lo stallo necrotico che ne sancisce il confinamento a res nullius nello scenario mondiale che si è andato configurando. Il profilo irresponsabile tenuto nei riguardi del conflitto russo-ucraino sigilla l’irreversibilità suicida del fragile bastione economicistico che solennemente si è definito Unione Europea e che aspirava a un ruolo da protagonista mondiale. E reticenze e imbarazzi ipocriti palesati sulla vicenda di Gaza e sulla guerra iraniana, raccontano di un imbarazzato e irresoluto farfugliamento, che non può venire corretto da una semplice ed estemporanea rettifica «di linea». L’antica «fondazione americana» [3], troppo a lungo e purchessia a rimorchio del Grande Fratello d’oltreoceano e dei suoi stilemi ideologici, orfana balbettante del padre-padrone, precipita nell’afasia e nella paralisi politica. In nome di un’opzione di modello e di «civiltà», essa ha del tutto obliato l’arsenale concettuale che avrebbe consentito di scartare verso orizzonti, che pure attingerebbero a una memoria preziosa, se si volessero esplorare e attualizzare «zone» della sua vicenda culturale e politica, che hanno concepito e lasciato intravedere possibilità altre, rispetto al miserabile esito, che si dipana sotto i nostri occhi.
Di quello che lo stesso Luciano Canfora a suo tempo ha efficacemente definito «gigante incatenato» [4], insomma, oggi più di sempre stride quanto meno un’ambivalenza che sprofonda in una vera e propria schizofrenia, labilmente fluttuante tra gli estremi della declamazione accademica di valori, cui pure vanno riconosciuti grandi meriti emancipatori tendenziali, e una concomitante, consolidata pratica politica, di altrettanto lunga lena, che ne ha seccamente e cinicamente confutato gli assunti di fondo, che ne illuminavano l’ispirazione, i «punti alti» [5]. Si tratta di una contraddizione vistosa e macroscopica, che giunge oggi a un redde rationem doloroso, e che viene radicalizzata nella sua insolubilità dalla presenza attiva sulla scena di una classe dirigente, da noi come negli USA, dunque nell’intero blocco antropologico «bianco», largamente al di sotto delle esigenze del momento e dello stato generale del pianeta. Alla quale fa da moltiplicatore il contributo barbarico, ma coerente, del «commando» sionista, votato biblicamente a un «muoia Sansone» e a un cupiodissolvi dal profilo oscuramente nichilista [6] dall’altissimo valore simbolico e dal profilo apocalittico. Viene così a precipitazione tutto un universo di sedimentata arroganza, «borie mitologiche» (p. 75), risentite nostalgie suprematiste, stagnazione morale, ma anche di degrado cognitivo, di insufficienza di strumenti di governo analitico della realtà, che sono venuti covando dentro il quadro scintillante della globalizzazione a trazione statunitense, mentre questa costruiva intorno a sé nell’apparente vuoto pneumatico l’«ambiente» ideale per la naturalizzazione del suo dominio.
Ed è in questo contesto che matura l’ispida ma efficace metafora marziale, l’«elegante formula» (p. 10) del porcospino d’acciaio, col quale la figura più iconica della futile protervia politica europea, Ursula von der Leyen, dall’autorevole scranno di Bruxelles riproponeva l’esigenza e l’impegno ad attrezzare adeguatamente l’Unione stessa nella prospettiva di una vera e propria Confrontation militare con il nuovo nemico russo [7]. Un sovreccitato e isterico trasalimento agonico, la cui velleitarietà ben si situa in un quadro complessivo di emersione finale di riflessi nostalgici, automatismi e coazioni a ripetere, che mentre puntano a mascherare rumorosamente l’asfissia strategica del nostro emisfero nella sua globalità identitaria, si sforzano di occultarne il pregresso criminale e il retropensiero esclusivista, quell’ormai esangue «superiorismo» [8] che la crisi odierna denuda irrevocabilmente agli occhi della comunità internazionale. Ma che affonda le radici solidissime nel patente processo di «ricolonizzazione» (Canfora, passim), che dopo gli esiti della Seconda guerra mondiale e i connessi processi di emancipazione dei popoli «altri», trova dagli anni Ottanta un imponente rilancio, potenziato dagli esiti della Guerra fredda.
Professore Luciano Canfora-Storico del mondo antico e filologo italiano
Cosicché, se ancor oggi «una tendenza mai sopita rivendica la giustezza del rapporto dominante che l’Occidente ha avuto per tanto tempo col resto del pianeta» (p. 19), osserva Canfora, sono nel frattempo venute meno le condizioni perché i tre quarti del pianeta continuino a soggiacere alle suggestioni dell’«occidentalismo», la pretesa persistente, allo stesso tempo superficiale e densa di retropensieri, di individuare un compatto e univoco asse valoriale che connoterebbe in positivo l’intera esperienza storica di questa parte del pianeta. E non solo per l’emersione prepotente di prestanti soggettività «altre», rispetto alle tradizionali auto-centrature certificate della storia «universale»; ma anche perché viene a chiarezza cristallina che, letta in trasparenza, è la storia stessa di occidente, a mostrare linee di frattura radicali, che descrivono una sorda, talora incandescente lotta intestina tra irriducibili alterità interne e soggettività, visioni del mondo tra loro divaricate e antagoniste, opposte e sanguinosamente confliggenti, portatrici di concezioni della vita radicalmente incomponibili. «Platone diceva che in tutte le città ci sono due città che combattono tra di loro», ricorda l’antichista Canfora, mentre evoca la dimensione valoriale e di contenuto di quella divisione, ricordandone le concrete vicissitudini e stilizzandone le corpose tracce storiche. Vale a dire «l’Occidente dilaniato tra progresso e reazione» (p. 7), ma anche sottilmente consonante nel condividere, nel profondo, un orgoglioso senso di superiorità, rispetto al resto del pianeta, cui si offrivano, al massimo, paternalistici e longanimi riconoscimenti o promesse, che non intaccavano la sostanza di un dominio, capace di iperboliche efferatezze, e variamente motivato e ripulito [9].
Lo «sguardo» che si rivolge alla questione coloniale è, per Canfora, uno dei sintomi (ma anche una preziosa chiave di lettura e cartina al tornasole) degli irrisolti interni di una compagine storico-ideale, la nostra, che manipola abilmente e da sempre il piano proprio dei valori, per governarne selettivamente la gestione, all’interno delle compagini nazionali o «d’area», come nel rapporto con le «periferie» del pianeta. Significativo il caso della nozione di uguaglianza, orgoglioso vanto culturale sul piano astratto dei principi, che viene sussiegosamente esibita come elemento di quella solitaria esclusività, ma che conosce chirurgici e «pragmatici» adattamenti, quando si tratta di offrirne la declinazione operativa, da noi come altrove. La categoria di «occidentalismo», alla cui «pervasività» per Canfora non si sottraggono a loro modo neanche i «dioscuri Marx ed Engels» [10], continua qui a lavorare in modo massiccio, a partire dal richiamo a un mondo classico (incipit, l’«autostima» greca, p. 46) che fonda genealogicamente quelle contraddizioni e le sublima e trascina come eredità nobile sagomata in base alle esigenze del dominio moderno dei «bianchi». Una imponente auto-rappresentazione e una sofisticata invenzione con la quale il nostro emisfero, i leniniani «vecchi banditi» (p. 8), trasfigurano la brutalità aporetica del loro produrre storia a propria misura, «il fenomeno centrale della storia moderna, l’assalto occidentale al mondo» (p. 56). E alla quale il «risveglio asiatico» a partire dal passaggio otto/novecentesco, sia pure, com’è ovvio, mediato dalle specificità etno-culturali, oppone le inquietudini di un nuovo, reattivo nazionalismo, estraneo agli aromi dello sciovinismo a sfondo razzistico a noi così lugubremente familiare. Quell’umanissimo scatto di dignità dei popoli coloniali, cui non a caso, e assai precocemente, si volge la riflessione del marxista eccentrico Lenin, in sostanziale solitudine rispetto al suo stesso gruppo dirigente, e anche prima del fallimento della «rivoluzione in occidente», come risorsa per una revisione globale dei quadri della convivenza, nella quale un ruolo non ancillare ma progressivo svolge la «bandiera dell’Islam», fermento originale di una potente insorgenza anti-colonialista. Quel «pensatore originale» (p. 61) dunque, che, dopo la Rivoluzione, in Meglio meno ma meglio (1923), ben individua «il terreno sterminato» (p. 62), che si spalanca all’azione rivoluzionaria internazionale, dopo il rifluire delle speranze europee, nei territori planetari soggetti alla restaurata signoria e all’astuta pressione coercitiva delle potenze vincitrici della Grande guerra, meschinamente impegnate a riprodurre se stesse e i propri, narcisistici automatismi imperialistici. Le medesime che, dopo la Seconda guerra mondiale, negli stridori «atomici» della Guerra Fredda, si impegneranno a rinnovare il «falso mito dell’Occidente» (pp. 19-38), opposto alla «barbarie asiatica», ora rappresentata da un Oriente, in grado di polarizzare in chiave conflittuale tutto il rimosso dei secoli di oppressione coloniale e a cristallizzare forme oppositive davvero insidiose, per gli assetti statuiti pro domo sua da una compiaciuta «società aperta».
L’implosione dell’Unione Sovietica e il crollo del Muro di Berlino, sono poi sembrate aver vanificato qualsivoglia velleità di scardinamento dell’ordine capitalistico e, con la «fine della storia», aver certificato il tramonto di ogni prospettiva di contenimento efficace delle sue pulsioni distruttive e la fuoriuscita dai suoi guasti strutturali. Così non è stato, e l’oggi racconta di una riconfigurazione inedita dei rapporti, grazie al pullulare di soggettività insospettate, politiche, statuali ed esistenziali, eversive degli assetti dati e difficili da contenere, nella loro portata qualitativa e quantitativa, da parte della stremata cittadellaassediata occidentale. Ad esempio, rileva con forza Canfora, la possente ondata migratoria, attraverso la quale «l’Occidente armato e post-democratico, al di là dei tanti conflitti locali, scopre uno stabile punto di attrito diretto e violento contro “il resto del mondo”» (p. 65). Si tratta di una «lotta feroce, e perdente, che coalizza l’Occidente armato contro i tre quarti dell’umanità», e ci pone di fronte a «una nuova fase (…) della partita della decolonizzazione». Quell’irresistibile ondata, è «la risposta – imprevista – del mondo più esposto agli effetti devastanti della ricolonizzazione» (p. 66) e del suo carico di nefandezze, il sussulto di vitalità che spalanca scenari inediti nei rapporti tra le aree del pianeta e riapre imprevedibilmente giochi, che sembravano paralizzati nell’incantamento di un magnificato eterno presente. E che regala, finalmente, più di un motivo e di una speranza per riscoprire l’efficacia visionaria della fulminante locuzione attribuita a Trotzkij: « Non vogliamo fare il broncio alla storia, perché cammina per vie traverse».
Fonte-Ass. La Città Futura | Via dei Lucani 11, Roma. Direttore responsabile Fabio Sebastiani |
[2] Cfr: « Trappola iraniana: il conflitto visto dalla Cina», Canale Youtube, @Kina_588.
[3] Lucio Caracciolo, « Libero», intervista del 17 febbraio 2025 di Salvatore Cannavò.
[4] Bari, Dedalo, 2020. Nel quale tra l’altro l’Autore, dopo aver preconizzato un attacco militare degli USA all’Iran, « nell’illusione (…) di poter instaurare anche lì un governo fantoccio», attribuisce (documentando dettagliatamente) ai governi americani la detenzione del « democratometro», il dispositivo analitico « in forza del quale decide quali governi – di altri Paesi – siano democratici e quali no» (p. 57).
[5] Cfr. Domenico Losurdo, p. 90. V. anche Pino Arlacchi (La Cina spiegata all’Occidente, Roma, Fazi, 2020, che parla di « lato illuminato» della nostra storia).
[6] In « Israele in vena apocalittica», Lucio Caracciolo, « Corsa alla bomba», Limes, n° 6, 2025, pag. 9. Ma si veda anche Losurdo, cit., pagg. 114-179.
[7] Cfr. « Corsa al riarmo, il tour di von der Leyen sul fronte est», di Andrea Valdambrini, in il manifesto, sabato 30 agosto 2025, che così esordisce: « È un tour da “comandante in capo in visita al fronte”, quello di von der Leyen sulla linea di confine est dell’Europa». Ma v. anche Il Corriere della Sera , 29 marzo 2025, intervista di Francesca Basso alla Presidente della Commissione.
[8] Il neologismo è tratto da Luigi Zoja (Il nostro tempo. Narrare un’Europa, Torino, Bollati Boringhieri, 2025, passim).
[9] « Concorde salvo eccezioni sul presupposto del primato occidentale e del proprio legittimo predominio sugli altri continenti», pag. 7. Si veda, al riguardo, e solo a titolo d’esempio, l’insostituibile Le vene aperte dell’America Latina, di Edoardo Galeano (Milano, Sperling&Kupfer, 1997.
[10] Cfr. le pagg. 59-61.
Fonte-Ass. La Città Futura | Via dei Lucani 11, Roma. Direttore responsabile Fabio Sebastiani |
Professore Luciano Canfora-
Breve Biografia di Luciano Canfora
Luciano Canfora-Storico del mondo antico e filologo italiano (n. Bari 1942). è professore emerito di filologia greca e latina presso l’Università di Bari, profondo conoscitore della cultura classica e autore di importanti studi sulla storia antica e su quella contemporanea. Membro dell’Institute for the classical tradition di Boston, della Fondazione Istituto Gramsci di Roma, e del comitato scientifico dell’Istituto della Enciclopedia Treccani, dirige la rivista Quaderni di storia e la collana La città antica. I suoi numerosissimi studi, tradotti in varie lingue, sono caratterizzati da un approccio multidisciplinare e un ampio ambito di ricerca.
Vita e opere
Dal 1975 prof. di filologia greca e latina presso l’Univ. di Bari, ha insegnato anche papirologia, letteratura latina, storia greca e romana. Membro dell’Institute for the classical tradition di Boston e della Fondazione Istituto Gramsci di Roma, C. dirige la rivista Quaderni di storia e la collana La città antica. I suoi numerosissimi studi, tradotti in varie lingue, innovativi e a volte provocatori, spaziano in molteplici ambiti: letteratura greca e latina (Storia della letteratura greca, 1986; Vita di Lucrezio, 1993; Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci, 2000), filologia (Filologia e libertà, 2008), problemi di storia e di storiografia (Tucidide continuato, 1970; Totalità e selezione nella storiografia classica, 1972; Storici della rivoluzione romana, 1974; Manifesto della libertà, 1994; La storiografia greca, 1999; Giulio Cesare. Il dittatore democratico, 1999; La democrazia. Storia di un’ideologia, 2004; Tucidide tra Atene e Roma, 2005; Il papiro di Dongo, 2005; Il mondo di Atene, 2011; La guerra civile ateniese, 2013; Intervista sul potere, a cura di A. Carioti, 2013; La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone, 2014; La maschera democratica dell’oligarchia, con G. Zagrebelsky, 2014; Augusto figlio di Dio, 2015; Gli occhi di Cesare. La biblioteca latina di Dante, 2015; Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio, 2016), modi di conservazione e trasmissione del sapere (La biblioteca scomparsa, 1986; Il destino dei testi, 1995; La biblioteca del patriarca, 1998; Il papiro di Artemidoro, 2008; Il viaggio di Artemidoro. Vita e avventure di un grande esploratore dell’antichità, 2010; La meravigliosa storia del falso Artemidoro, 2011), sopravvivenza dell’antico, cultura e storia contemporanee (Cultura classica e crisi tedesca, 1976; Togliatti e i dilemmi della politica, 1989; Le vie del classicismo, 2 voll., 1989-97; Idee d’Europa, 1997; Noi e gli antichi, 2002; 1956. L’anno spartiacque, 2008; La storia falsa, 2008; La natura del potere, 2009; Gramsci in carcere e il fascismo, 2012; “È l’Europa che ce lo chiede!”. Falso!, 2012; Intervista sul potere, a cura di A. Carioti, 2013; La maschera democratica dell’oligarchia, con G. Zagrebelsky, 2014; Gli antichi ci riguardano, 2014; La schiavitù del capitale, 2017; Cleofonte deve morire, 2017; La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia, 2018; nel 2019, Fermare l’odio e Il sovversivo: Concetto Marchesi e il comunismo italiano; Europa gigante incatenato, 2020; nel 2021, La metamorfosi, La conversione. Come Giuseppe Flavio fu cristianizzato e Il tesoro degli Ebrei. Roma e Gerusalemme; La democrazia dei signori (2022); nel 2023, Catilina. Una rivoluzione mancata e Dante e la libertà; nel 2024, Il fascismo non è mai morto,Dizionario politico minimo (a cura di A. Di Siena) e La guerra del Peloponneso; Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto (2025).Fonte Enciclopedia Traccani
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Ingeborg Bachmann (Klagenfurt 1926 – Roma 1973), nota anche come Ruth Keller, ottiene il Premio del Gruppo 47 per le poesie riunite ne Il tempo dilazionato (1953), in cui i motivi ideologici della sua formazione intellettuale (Heidegger, Wittgenstein) s’incontrano con il tema della generazione venuta dopo gli orrori della guerra nella dimensione d’un linguaggio spesso tormentato e astruso, ma sempre autentico.
Quel ch’è vero
Quel ch’è vero non sparge sabbia nei tuoi occhi,
per quel ch’è vero morte e sonno con te si scuseranno,
come incarnato, saggio per ogni dolore,
quel ch’è vero smuove la pietra dal tuo sepolcro.
Quel ch’è vero, caduto ormai, slavato
seme o già foglia, nel letto malsano della lingua,
un anno e un anno ancora ed ogni anno –
quel ch’è vero non crea tempo, lo salva.
Quel ch’è vero discrimina la terra,
pettinando sogno serto e coltura,
alza la cresta e colmo di frutti strappati
ti folgora, prosciugando ogni cosa.
Quel ch’è vero non spera la scorreria
quando per te forse è in gioco tutto.
Sei la sua preda, se le tue ferite sgorgano;
nulla ti assale, che non ti tradisca.
Giunge la luna, con brocche avvelenate.
Bevi il tuo calice. L’amara notte cala.
La feccia schiuma su penne di colombe,
se un ramo non è portato in salvo.
Schiavo del mondo, sei gravato di catene,
ma quel ch’è vero nel muro apre le crepe.
Vegli e nel buio vai scrutando intorno,
a ignota via d’uscita tu sei volto.
INGEBORG BACHMANN
Il gioco è finito
Mio caro fratello, quando costruiremo una zattera
per scendere lungo il cielo?
Mio caro fratello, presto sarà il carico immenso
e noi affonderemo.
Mio caro fratello, tracciamo sul foglio
molti paesi e binari.
Sta attento a linee nere,
lì salti in aria con le mine.
Mio caro fratello, voglio gridare
legata stretta al palo.
Ma già cavalchi dalla valle dei morti
e insieme fuggiamo.
Svegli nel campo di zingari e svegli in tenda nel deserto,
scorre sabbia dai nostri capelli,
la tua, la mia età e l’età della terra
non si misura con gli anni.
Non lasciarti ingannare dall’astuzia dei corvi,
da una zampa vischiosa di ragno, dalla penna nel rovo,
nel paese di cuccagna non mangiare e non bere,
schiuma apparenza da padelle e bicchieri.
Solo chi al ponte d’oro, per la fata rubino
la parola sa ancora, ha vinto.
Devo dirti che con l’ultima neve
si è sciolta nel giardino.
Hanno piaghe i nostri piedi, per molte e molte pietre.
Uno è sano. Con lui salteremo,
finché il re dei fanciulli, con in bocca la chiave del regno,
non ci prenda con sé e noi canteremo:
È una bella stagione, quando il dattero è in fiore!
Chi cade ha le ali.
Un rosso ditale orla il sudario dei poveri,
e il tuo cuore cade sul mio sigillo.
Si va a dormire, caro, il gioco è finito.
In punta di piedi. Si gonfiano le camicie bianche,
Papà e mamma dicono che ci sono i fantasmi
quando scambiamo il respiro.
Invocazione all’Orsa Maggiore
Scendi, Orsa Maggiore, notte arruffata,
fiera dal manto di nubi, dagli antichi occhi,
stelle occhi,
nel folto si aprono, scintillanti,
le tue zampe con gli artigli,
stelle artigli,
vigili pascoliamo gli armenti,
pur da te ammaliati, e diffidiamo
dei tuoi fianchi sfiniti, degli aguzzi
denti dischiusi,
vecchia orsa.
Un cono di pigna: il vostro mondo.
Voi: le sue squame.
Dagli abeti del principio
agli abeti della fine
lo rivolto, lo sbalzo,
l’annuso, ne saggio il sapore
e l’abbranco.
Temete e non temete!
Gettate l’obolo nella borsa,
all’uomo cieco una buona parola,
perché tenga l’orsa al guinzaglio.
E condite gli agnelli di spezie.
Potrebbe quest’orsa
liberarsi, non più minacciando,
incalzando ogni pigna, dagli abeti
caduta, maestosi abeti alati,
precipitati dal paradiso.
INGEBORG BACHMANN
Mio uccello
Qualunque cosa accada: il mondo devastato
ricade indietro nel crepuscolo,
un elisir gli offrono i boschi perché dorma,
e dalla torre che la vedetta lasciò vuota
gli occhi della civetta calmi e fermi scrutano.
Qualunque cosa accada: tu sai il momento,
tu prendi il velo, mio uccello,
e giugni a me per la nebbia.
Vagano i nostri occhi nell’orbita abitata dalla feccia,
tu segui il mio cenno, portandoti fuori
in un vortice di piume e calugine –
Grigio compagno della mia spalla, mia arma,
adorno di quella penna, mia unica arma!
Mio unico fregio: il tuo velo e la tua penna.
Quand’anche nella danza degli aghi sotto l’albero
la pelle mi bruci,
e il cespuglio che giunge all’anca
mi tenti con foglie speziate,
quando le mie chiome guizzano
ondeggiando e bramano madore,
detriti di stelle rovinano
proprio sui miei capelli.
Quando sotto un elmo di fumo
nuovamente so cosa accade,
o mio uccello, o soccorso mio della notte,
quando nella notte divampo,
crepita nella macchia scura
e la scintilla da me stessa estraggo.
Quando infuocata come sono rimango,
e amata dal fuoco,
finché resina stilla dai tronchi
goccia a goccia sulle ferite, e calda
di sé intesse la terra,
(e quand’anche il mio cuore tu predassi di notte,
mio uccello in fede e mio uccello per sempre!)
nella luce si mostra la vedetta
che tu, placato,
in splendida calma volando raggiungi –
qualunque cosa accada.
Réclame
Ma dove andare
spensierato sii spensierato
quand’è buio e fa freddo
spensierato
e cosa fare
con musica
dunque
allegro con musica
e pensare
allegro
al cospetto di una fine
con musica
e dove portare
meglio
le nostre domande e l’orrore di tutti gli anni
nella lavanderia dei sogni spensierato sii spensierato
cosa accade dunque
meglio
quando quiete mortale
si fa
Discorso e diceria
Dalle labbra nostre non uscire,
parola che semini il drago.
È vero, l’aria è afosa,
schiuma la luce di acidi e fermenti,
e grava sulla palude nero il velo di zanzare.
Volentieri la cicuta si abbevera.
Una pelle di gatto è in mostra,
la serpe sopra vi soffia,
lo scorpione compare.
Al nostro orecchio non giungere,
notizia d’altrui colpa.
Parola, muori nella palude,
da cui sgorga la pozzanghera.
Parola, sii con noi,
pazientemente tenera
e impaziente. Deve il seminare
avere fine!
Non domerà l’animale, chi ne imita il verso.
Chi rivela i suoi segreti d’alcova, si priverà d’amore.
Bastarda la parola si fa lazzo e sacrifica uno stolto.
Chi ti chiede sullo straniero una sentenza?
E se la pronunci non richiesta, va’ tu, di notte in notte,
con le sue piaghe ai piedi, va’! non ritornare.
Parola, sii tra noi,
libera, chiara e bella.
Certo deve aver fine,
il diffidare.
(Il gambero indietreggia,
la talpa dorme troppo,
l’acqua morbida scioglie,
il calcare che ha tessuto pietre.)
Vieni, grazia di suono e di fiato,
fortifica questa bocca,
quando la sua debolezza
ci atterrisce e frena.
Vieni e non ti negare,
poiché noi siamo in lotta con tanto male.
Prima che sangue di drago protegga il nemico
cadrà questa mano nel fuoco.
Mia parola, salvami!
Ombre rose ombre
Sotto un cielo straniero
ombre rose
ombre
su una terra straniera
tra rose e ombre
in un’acqua straniera
la mia ombra
INGEBORG BACHMANN
Breve biografia di Ingeborg Bachmann (Klagenfurt 1926 – Roma 1973), nota anche come Ruth Keller, ottiene il Premio del Gruppo 47 per le poesie riunite ne Il tempo dilazionato (1953), in cui i motivi ideologici della sua formazione intellettuale (Heidegger, Wittgenstein) s’incontrano con il tema della generazione venuta dopo gli orrori della guerra nella dimensione d’un linguaggio spesso tormentato e astruso, ma sempre autentico. Nella successiva raccolta, Invocazione all’Orsa Maggiore (1956), i nodi espressivi tendono a sciogliersi in un dettato più lucido (vi compare spesso, al posto del metro libero, la strofa rimata), pur senza perdere di profondità. Di singolare interesse (a parte alcuni testi minori, fra i quali i radiodrammi Le cicale, 1955, e Il Buon Dio di Manhattan, 1958, in forma di ballata) sono altresì i volumi di racconti Il trentesimo anno (1961) e Simultan (1972) e il romanzo Malina (1971): pagine narrative caratterizzate da una intensa vibrazione poetica, anche se quasi sempre lontane dai moduli della prosa lirica.
Testi selezionati da Invocazione all’Orsa Maggiore (trad. di L. Reitani, Mondadori, 1999)
Fonte- AVAMPOSTO-Rivista di Poesia
«Avamposto» è uno spazio di ricerca, articolato in rubriche di approfondimento, che si propone di realizzare un dialogo vivo rivolto allo studio della poesia attraverso un approccio multidisciplinare, nella consapevolezza che una pluralità di prospettive sia maggiormente capace di restituirne la valenza, senza mai sfociare in atteggiamenti statici e gerarchizzanti. Ma «Avamposto» è anche un luogo di riflessione sulla crisi del linguaggio. L’obiettivo è interrogarne le ragioni, opponendo alla tirannia dell’immediatezza – e alla sciatteria con la quale viene spesso liquidata l’esperienza del verso – un’etica dello scavo e dello sforzo (nella parola, per la parola). Tramite l’esaltazione della lentezza e del diritto alla diversità, la rivista intende suggerire un’alternativa al ritmo fagocitante e all’omologazione culturale (e linguistica) del presente, promuovendo la scoperta di autori dimenticati o ritenuti, forse a torto, marginali, provando a rileggere poeti noti (talvolta prigionieri di luoghi comuni) e a vedere cosa si muove al di là della frontiera del già detto, per accogliere voci nuove con la curiosità e l’amore che questo tempo non riesce più a esprimere.
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“Scriveva poesie. Ciò stupì un poco gli amici. La sua mente raziocinante l’aveva fatta apparire più incline alla saggistica. Inoltre quegli anni erano particolarmente antieroici, antipoetici. Predominava il discorso, trionfava la frase più scarna possibile. Eppure Ingeborg covava una liricità che nulla aveva a che fare col ragionamento. Cantava, trasformando il pensiero in immagini che solcavano la pagina, a grappoli, con parole di fuoco. Tutte le più strane combinazioni potevano avvenire in mezzo ai versi: irruzione di sgomento e colpa, ammonizioni, verdetti, tragiche consapevolezze, estasi nei confronti della parola.”
Grazia Livi, Le lettere del mio nome, La Tartaruga
*
Così parlò
e la luce
si spense,
scrisse, e
un uomo cadde a pezzi
come un vestito vecchio. La tortura
*
Dalla terrazza più alta
volevo saltare,
sono salita a piedi
lungo la scala di servizio, per
i domestici, e ho origliato
alla porta le risate
nelle mie stanze, mi hanno scoraggiata. Un cadavere,
subito dopo colazione, lo avresti
preso male Sulla terrazza più alta
*
Andai dunque nel deserto. La luce si rovesciò su di me, l’eruzione del cielo, il suo odore nitido, ardente, mi è divenuto familiare. Sono fuggita, anzi mi sono ribellata, allontanata dalla clinica, mentendo ho fatto sparire le mie tracce, mi sono procurata il siero con dei pretesti, ho simulato che la vista si annebbiasse e di poter stare a galla, senza dover annaspare con le braccia, ho falsificato i referti. Non c’è più bisogno di menzogne qui, tutti guardano fisso dinanzi a sé, tutti hanno uno sguardo che non promette più nulla.
da Il libro Franza, Adelphi
*
Ma non vogliamo parlare dei limiti,
e limiti attraversano ogni parola:
spinti dalla nostalgia li oltrepasseremo
e poi saremo in armonia in ogni luogo. Von einem Land, einem Fluss und den Seen
Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nascondere le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui anzi il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità. Quando siamo in questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l’arte dovrebbe portare a questo. Far sì che, in tal senso, ci si aprano gli occhi. Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar
Alla poetessa austriaca, nata a Klagenfurt nel 1926, gli occhi si sono aperti in Italia, a Roma.
Ho visto che dicendo Roma si evoca ancora il mondo e che la chiave della forza sono quattro lettere S.P.Q.R. […] Qui a Roma il Tevere è bello, ma trascurato. L’isola Tiberina è un’isola di malati e di morti. Al Ghetto non bisogna lodare il giorno prima che faccia sera. […] Giordano Bruno continua ad essere bruciato ogni sabato, quando si smantella il mercato. A Roma ho visto che tutto ha un nome e ho capito che bisogna conoscere i nomi. Quel che ho visto e udito a Roma
Arrivata a Roma, quasi per caso, nell’autunno del 1953 e senza poter spiegarne il vero motivo Ingeborg Bachmann ci rimase fino alla sua morte precoce nel 1973. A differenza della maggior parte degli scrittori tedeschi o austriaci che arrivano in Italia sulle tracce di Goethe e con lo sguardo nordico di chi ammira i monumenti e la storia, per la Bachmann vivere in Italia fu una cosa naturale e non sentì il bisogno di tematizzare e di citare Roma nelle sue opere. Anzi, diceva di avere una “doppia vita” abitando nel cuore di Roma e scrivendo opere ambientate a Vienna. Per lei Roma fu una “città aperta con un carattere utopico”, una “città a strati” dove riuscì semplicemente a trovare una “sensazione di patria intellettuale”. In questa Roma dal carattere utopico lavorò ininterrottamente al ciclo Todesarten (Modi di morire), una serie di romanzi che dovevano avere come tema la morte dovuta alla società. Summa della sua opera è Malina dove afferma la necessità della sofferenza tramite le parole: “La lingua è castigo. Tutte le cose devono entrare in essa e devono poi scomparire secondo la colpa e secondo la misura della loro colpa.”
Nikola Harsch
*
Roma e Vienna, la doppia vita della Bachmann
“Ho visto che dicendo Roma si evoca ancora il mondo e che la chiave della forza sono quattro lettere S.P.Q.R.” (Ingeborg Bachmann, Quel che ho visto e udito a Roma). Ingeborg Bachmann, poetessa e scrittrice austriaca, visse per molti anni a Roma dove morì a causa di un terribile incidente il 17 ottobre 1973.
Nacque a Klagenfurt (Carinzia) nel 1926 e passò la sua infanzia lì, vicino al confine con l’Italia. Nel 1945 lasciò la casa dei genitori e dopo un anno di studi a Innsbruck e a Graz si trasferì a Vienna dove rimase fino alla laurea in filosofia e dove cominciò anche a scrivere poesie e radiodrammi. Nel 1952 fu invitata da Hans Werner Richter, insieme a Paul Celan e Inge Aichinger, al decimo congresso del Gruppo 47 che nel 1953 le assegnò un premio per la raccolta di poesie Il tempo dilazionato. Nello stesso anno accettò un invito a Ischia da parte del compositore Hans Werner Henze. Partì per l’Italia lasciandosi alle spalle l’Austria dove non sarebbe più ritornata tranne che per brevi visite. A Ischia scrisse le poesie della raccolta L’Invocazione dell’Orsa Maggiore e furono in molti a dire che il suo stile si fosse trasformato positivamente con il trasloco.
Nell’autunno del 1953 la Bachmann venne a Roma per la prima volta. La decisione di trasferirsi nella capitale fu dettata dal bisogno di guadagnare: per un anno scrisse come corrispondente per vari giornali tedeschi. La sua idea fu quella di restare a Roma soltanto per qualche mese ma ci rimase molto di più benché non poté mai spiegare il vero motivo della sua decisione. Si stabilì nella capitale e presto entrò a far parte della scena letteraria romana.
Collaborò alla rivista letteraria Botteghe Oscure e tradusse le poesie di Giuseppe Ungaretti, si interessò di Morante e Manganelli, scrisse un saggio sulla relazione tra la letteratura italiana e quella tedesca e conobbe gli scrittori tedeschi che vivevano a Roma, tra cui Marie Luise Kaschnitz e la figlia Iris, Hermann Kesten e quelli che frequentarono come loro l’Istituto di Studi Germanici a Villa Sciarra. Spesso le venne chiesto perché avesse scelto di vivere proprio a Roma. Lei descrisse Roma come “una città aperta” con “un carattere utopico” dove si riesce ad avere “una sensazione di patria intellettuale”. In uno dei suoi pochissimi testi su Roma, Quel che ho visto e udito a Roma del 1954, descrisse proprio questo.
Nel 1957 Ingeborg Bachmann lasciò Roma per alcuni anni. Si trasferì a Monaco di Baviera dove accettò un posto in televisione come drammaturgo. Conobbe lo scrittore svizzero Max Frisch con il quale fu legata in una relazione molto movimentata fino al 1962. Con lui visse tra Roma e Zurigo, ma fu soltanto dopo la fine del loro rapporto che nel 1966 decise di ritornare definitivamente a Roma. Abitò in Via Bocca di Leone 60 (oggi una lapide ricorda gli anni dal 1966 al 1971) e dopo si trasferì in Via Giulia 66 dove visse fino alla morte. Soffrì di gravi problemi di salute dovuti alla sua farmacodipendenza ma nonostante tutto lavorò ininterrottamente al ciclo “Modi di morire”, una serie di romanzi che dovevano avere come tema la morte dovuta alla società. Summa della sua opera narrativa è Malina (1971), primo romanzo del ciclo; il secondo romanzo del ciclo, Il caso Franza, rimase incompiuto.
Quando la Bachmann parlò della sua vita a Roma alla fine degli anni Sessanta, la chiamò Doppelleben, doppia vita. I suoi racconti della raccolta Il trentesimo anno e anche i romanzi furono, infatti, ambientati esclusivamente in Austria mentre lei viveva nel cuore di Roma. “Sto meglio a Vienna perché sono a Roma; senza questa distanza non potrei immaginarla per il mio lavoro.”
Ingeborg Bachmann non fu la tipica poetessa venuta dal Nord, piena di ammirazione per l’Italia con la sua storia e i suoi monumenti, non sentì il bisogno di descrivere continuamente la città eterna come lo fecero molti dei suoi colleghi tedeschi. Sottolineò spesso che per lei vivere in Italia fosse qualcosa di normale visto che era cresciuta vicino al confine. Fu a Roma che trovò la libertà e la forza per concentrarsi sul suo lavoro di scrittrice e dove seguì un impegno ben preciso: “Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nascondere le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità. Quando siamo in questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l’arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, ci si aprano gli occhi” (Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar).
Il dolore di cui la Bachmann parlò come via verso la percezione di una realtà diversa è quello della guerra, il “dolore troppo precoce” che aveva provato quando le truppe di Hitler invasero Klagenfurt, l’amara scoperta della volontà di distruzione, del desiderio di supremazia che si cela nelle relazioni umane, delle “ombre cupe” che accompagnano la vita di tutti i giorni.
Nikola Harsch, l’Unità, 17 ottobre 2003
*
È buio fitto davanti alla finestra, non posso aprirla e premo il viso contro il vetro, non si riesce a vedere quasi niente. Lentamente ho l’impressione che il fosco specchio d’acqua potrebbe essere un lago e sento gli uomini ubriachi cantare sul ghiaccio un corale. So che dietro a me è entrato mio padre, ha giurato di uccidermi, e mi metto svelta tra la lunga tenda pesante e la finestra, in modo che non mi sorprenda a guardare fuori, ma so già quello che non debbo sapere: in riva al lago c’è il cimitero delle figlie uccise.
da Malina, Adelphi
*
Era proprio uno strano meccanismo il suo, viveva senza un solo pensiero in testa, immersa nelle frasi degli altri che immediatamente doveva ripetere come una sonnambula, ma con suoni diversi: di “machen” sapeva fare to make, faire, fare, hacer e delat’, era capace di girare ogni parola come su un rullo per ben sei volte, soltanto non doveva pensare che machen significava veramente machen, faire fare, fare fare, delat’ delat’, questo avrebbe reso la sua testa inservibile e lei doveva stare molto attenta a non venire un giorno travolta da quella valanga di parole.
da “Simultaneo”, Tre sentieri per il lago, Adelphi
*
il rogo è eretto sul Kurfürstendamm, angolo Joachimsthalerstraße. C’è il black-out dei giornali. Nessuno dei giornali con cui si può accendere il fuoco è uscito. L’edicola è vuota, non c’è neanche la giornalaia. La gente esita, poi ciascuno si fa coraggio e prende un ciocco. Alcuni si portano subito a casa il ciotto sotto il soprabito, altri cominciano lì sul posto a incidere nel legno col temperino quel che gli salta in mente: segni solari, segni di vita. Un aio di persone fanno osservazioni volgari e dicono che la legna è umida. Un uomo decrepito alza il suo ciocco e grida: sabotaggio! Li lasciamo cadere in mano agli altri! E davvero i ciocchi corrono già in cerchio, ognuno passa all’altro un ciocco, ma nessuno scherza col fuoco, tutti sono molto ragionevoli. Ben presto la legna è finita e il traffico riprende. Tutt’a un tratto i giornali escono, prima i giornali piccolissimi, con lettere in grassetto nero, con sottolineature cotennose, con grasso freddo in eccedenza che sgronda ai margini. Poi i giornali grandissimi, quelli magri, stracotti, ricoperti di brodo pallido, che si prendono in mano coi guanti.
Franco Leggeri brani dal libro “Murales Castelnuovesi” :IL GIORNO DELLA MEMORIA-Tra Storia e Contro-storia-
Franco Leggeri brani dal libro “Murales Castelnuovesi” –Castelnuovo di Farfa-Il mattino a Castelnuovo, al risveglio, certe volte, mi piace prendere tempo per poi decidere se scriverò qualcosa. Ogni risveglio lo devo immaginare come il ritorno a Castelnuovo per la prima volta, cercando di pensarlo circondato da una terra sconosciuta :la Valle del Farfa. Poi prende il sopravvento il profumo del caffè e così inizio un nuovo giorno con il foglio bianco e una carovana di pensieri da trascrivere. Una collezione di immagini che pian piano si andranno, possibilmente, a sistemarsi nello spazio delle pagine non scritte. Poi uscire dalla staticità e, al terzo caffè, iniziare un viaggio negli scaffali dei libri che forse non leggerò .Muovo i libri come pedine nella scacchiera della mente , quasi sempre,poi, il desiderio di scrivere mi riporta alla scrivania. Sì, così esco dalla notte ,dai pensieri e dai disegni bui . Segni poggiati nel nulla e nel nero ma poi , pian piano, la planimetria e il progetto della pagina diventa chiaro e ben definito. E’ questo un Gennaio diverso, freddo ma con un silenzio che ricorda il momento triste della pandemia. Oggi è il GIORNO DELLA MEMORIA, e allora ecco di cosa scrivere su questo foglio bianco. Il 27 gennaio, qui a Castelnuovo, sono tutti eruditi e acculturati “storici “ .Peccato che i cosiddetti “storici” alla “castelnuovese” non ricordino perché e come iniziò l’orribile olocausto. Ma voi che vi riempite la bocca di “MEMORIA”, sì dico a voi che, con le vostre bocche piene delle parole “cultura e memoria”, gridate e vi stracciate le vostre giacchette “firmate” e continuate tutte le volte a dire e a scrivere :”Affinché non accada mai più! “. E anche oggi continuate a dirlo!E allora vi chiedo se veramente ricordate com’è iniziato l’orribile olocausto.Non certo con i campi di sterminio, non certo con i lager, non certo con le deportazioni di massa.Iniziò con l’eliminazione del dissenso, con il controllo e la paura. Iniziò con l’eugenetica. Iniziò con la divisione del popolo in categorie. Iniziò con il sospetto e la sfiducia del vicino. Voi che riempite le vostre bocche della parola “MEMORIA”, poi isolate le persone solo perché di intralcio alla vostra narrazione tesa a coprire le vostre politiche. Voi che predicate la Democrazia, siete stati i creatori del “LISTONE UNICO” , di triste memoria, oggi al “potere”. Voi isolate e cancellate la VERA STORIA CASTELNUOVESE, manovrandola e incanalandola nella direzione , a beneficio, del vostro “potere” . Credo che “la clessidra” e “il vostro tempo” si stia esaurendo, ma continuerete a cercare ogni scappatoia per galleggiare ancora per un po’. Credo che ognuno di voi avrà presto una casella che si è costruita nei “Gironi” del Nostro Castelnuovo. Concludo questa mia nota con i versi del Sommo Poeta:” E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno XXXIV, 139)”.
Castelnuovo di Farfa-Disegno di Tatiana Concas
Castelnuovo di Farfa :” La SMEMORIZZAZIONE” dei Giovani castelnuovesi e gli avvinazzati “AMARCOD da CANTINA” .
Castelnuovo di Farfa-A Castelnuovo è in atto una operazione di “SMEMORIZZAZIONE” . Operazione di pura barbarie porta avanti da individui “APPECORONATI” e “ACCAPEZZATI” che conducono, da sempre, una vita da servi e ascari dei vari capibastone. Questi personaggi, ahimè, sono addetti alla demolizione di Castelnuovo. Questi barbari ne distruggono la storia , le tradizioni ed esiliano, culturalmente, i nativi non graditi ai capibastone. Evidentemente questi ascari ,ed i vari sotto panza, non comprendendo che senza memoria storica le società , in particolare le piccole comunità, sono candidate all’autodistruzione se non a quella fisica: certamente a quella morale e culturale. Gli appecoronati castelnuovesi non comprendono che la storia serve certamente a conoscere il passato: ma in funzione del presente e nella prospettiva del futuro. E’ questo, a mio avviso, che sta avvenendo a Castelnuovo. La maggior parte dei giovani castelnuovesi è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale è mancato ogni tipo di rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono e non hanno radici che si nutrono dell’Orgoglio Castelnuovese. E dunque, se non è una scempiaggine, è per lo meno un’ingenuità ritenere che il passato sia passato del tutto o stia sepolto o fermo nella “teca del tempo”. Al passato, anche il più gravoso, – certo se ne abbiamo la forza e la capacità –, può essere restituita energia, fino a farne sprizzare fuori qualcosa di utile non solo per il presente ma anche per il futuro. Se tutto questo discorso vale per la storia in generale credo che sia ancor più valido per la storia locale. Voglio ricordare ai giovani castelnuovesi che la prima identità si forma nei luoghi dove nasciamo. L’identità è ,in gran parte, un abito dismesso da chi ci ha preceduto, noi lo ritroviamo, lo rattoppiamo e se il rammendo sarà eseguito bene allora l’abito diventa anche più bello di quello che abbiamo trovato. Ma se di quell’abito dismesso,-memoria-, ci vergogniamo e lo buttiamo allora indossiamo altri abiti e questo, ahimè, nel tentativo di travestirci da quello che non siamo e , quindi, noi crediamo di esistere solo se rassomigliamo a qualcuno visto in qualche altra parte ma sicuramente non a Castelnuovo allora , sicuramente, non saremo mai veri castelnuovesi.
La FONTANELLA della PIAZZETTA-Disegno di Tatiana CONCAS
CASTELNUOVO DI FARFA La FONTANELLA della PIAZZETTA
Castelnuovo di Farfa (Rieti)
nei disegni di Francesca Vanoncini-
La Fontanella della Piazzetta
Franco Leggeri –Castelnuovese
Franco Leggeri-POESIA Castelnuovo noi che siamo andati via-Biblioteca DEA SABINA
dall’introduzione Murales Castelnuvesi :“-………..E’ innegabile che la maggior parte dei morti tace. Non dice più niente. Ha – letteralmente – già detto tutto. Ho cercato di raccogliere, scrivere, un flusso tempestoso o calmo di pensieri: Emozioni che ho cercato di trasformare in poesia. Ho cercato di attraversare il confine verso la prateria della poesia, dove riposano i Castelnuovesi………..”.
Castelnuovo noi che siamo andati via.
Noi castelnuovesi che abbiamo viaggiato dietro la polvere
alzata dagli zoccoli dei cavalli del padrone.
Noi che abbiamo bevuto l’acqua del nostro fiume Farfa
e mangiato il pesce pescato in quelle Gole
maestre del nostro nuoto .
Castelnuovo , siamo andati via
seguendo la luna del mattino
tra gli sguardi nascosti dietro le finestre.
Siamo andati via cercando il sole,
il suo nascondiglio dietro Fara.
Siamo andati via , non ricordo, o non voglio ricordare la stagione
dei silenzi, madre dei nostri mille perché.
Siamo andati via noi che conoscevamo
il suono della cedra solo dal racconto dei vecchi castelnuovesi
guerrieri reduci di assurde e folli guerre in terre lontane.
Siamo andati via , noi poveri tra i poveri,
accolti da Pasolini e da Mamma Roma.
Siamo stati neorealismo e protagonisti
di pellicole in bianco e nero.
Castelnuovo, noi torniamo con le nostre cicatrici e i nostri racconti.
Noi castelnuovesi abbiamo nostalgia
dei vecchi sorrisi , di volti amici,
siamo tornati con lo zaino ancora pieno di perché.
Siamo tornati alla ricerca dei suoni e voci antiche,
quelle conservate in angoli chiusi e bui.
Siamo tornati per rileggere lapidi a noi care.
Castelnuovo, siamo tornati ora
tra sguardi estranei alle nostre cicatrici.
Eppure, Castelnuovo
noi non siamo mai andati via
perché abbiamo nelle nostre vene il tuo sangue.
Torniamo a prenderci e testimoniare quel che nessuno
potrà mai riscrivere o certificare: la nostra Storia.
La Storia quella che abbiamo lasciato
chiusa dietro le nostre vecchie porte.
Castelnuovo, si quelle porte dove aspettavamo
di uscire dietro i passi certi da seguire.
Castelnuovo, siamo tornati forti con il coraggio di terminare
l’inverno e l’amara stagione dei rancori e dell’odio.
Piero Ignazi, Marco Pannella. La passione della politica.
Viella Libreria Editrice-
Sinossi-Marco Pannella ha percorso a lunghe falcate la politica italiana per un sessantennio.
Marco Pannella,Politico
Pur avendo fatto politica da sempre, è entrato in Parlamento solo nel 1976, a 46 anni. In seguito ha occupato scranni parlamentari, sia a Roma sia a Strasburgo, per più di trent’anni, ma non ha mai avuto ruoli di governo. E alle aule parlamentari ha alternato il marciapiede, come amava dire, cioè l’attività politica diretta, con azioni dimostrative e pratiche nonviolente.
Attraverso strumenti come i referendum, gli scioperi della fame e la disubbidienza civile, ha introdotto metodi di azione politica alternativi, spesso in contrasto con lo stile politico dei partiti tradizionali. La sua figura, caratterizzata da una forte personalità e da una visione riformista, ha segnato momenti cruciali della storia italiana.
Questo libro analizza il percorso di Pannella, le sue battaglie e il suo impatto, offrendo una riflessione critica sulla sua eredità politica e sul suo ruolo nella trasformazione del paese.
Indice
Prefazione di Piero Ignazi
Andrea Pugiotto, Introduzione. Un modo radicale di calpestare nuove aiuole
Simona Colarizi, La stagione dei diritti civili
Piero Ignazi, Una sfida al sistema
Angelo Panebianco, Leadership
Claudio M. Radaelli, Samuele Dossi, Quattro sfide di un cavaliere nonviolento
Edoardo Novelli, La comunicazione e il corpo
Gaetano Quagliariello, L’infanzia di un leader. La stagione dell’Ugi e degli organismi rappresentativi
Lorenzo Strik Lievers, Gli scopi dell’agire: affermare la nobiltà della politica, trasformare la politica
Lucia Bonfreschi, Marco Labbate, La nonviolenza e l’antimilitarismo
Lucia Bonfreschi, Il percorso europeista
Maurizio Griffo, Il terzaforzismo pannelliano
Testimonianza
Massimo Teodori, Virtù e vizi di Marco Pannella, leader e sciamano
Marco Pannella,Politico
Autori
Lucia Bonfreschi
Lucia Bonfreschi è professoressa associata di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi Roma Tre. I suoi interessi riguardano la storia intellettuale e politica della Francia e dell’Italia nel Novecento. Tra le sue pubblicazioni recenti: curatela (con A. Andry e F. Georgi) di Changing Political Cultures: Italy and France from 1968 to the mid-1990s / Cultures politiques en mutation: Italie et France, 1968-milieu des années 1990 (Peter Lang, 2025; Un’idea di libertà. Il Partito radicale nella storia d’Italia, 1962-1989 (Marsilio, 2021).
Simona Colarizi
Simona Colarizi è professore emerito di storia contemporanea presso Sapienza Università di Roma. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Il Novecento d’Europa, (Laterza, 2015); Un paese in movimento. L’Italia negli anni Sessanta e Settanta (Laterza 2019); Passatopresente. Alle origini dell’oggi 1989-1994 (Laterza, 2022), Il caso Moro. Dialogo tra politica e storia, in collaborazione con Claudio Signorile (Baldini Castoldi, 2024).
Samuele Dossi
Samuele Dossi è funzionario presso la Commissione Europea dove si occupa di valutazione e analisi di impatto in tema di politica fiscale e Unione doganale e in precedenza in ambito di politica regionale e urbana. È stato funzionario del Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo e research fellow alla University of Exeter, dove ha ottenuto un dottorato di ricerca in studi europei.
Maurizio Griffo
Maurizio Griffo insegna Storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Università di Napoli Federico II. Fra le sue ultime pubblicazioni il volume Sui Margini di Tocqueville (Rubbettino, 2025).
Piero Ignazi
Piero Ignazi, politologo, è professore Alma Mater dell’Università di Bologna e chercheur affilié presso il Cevipof, Sciences Po, Parigi. Tra i suoi ultimi libri, Partito e democrazia (il Mulino, 2019), Elezioni e partiti nell’Italia repubblicana (il Mulino, 2022), Il Polo Escluso. Da Almirante a Meloni: la fiamma che non si spegne (il Mulino, 2023), Il populista in doppiopetto. Berlusconi nella politica italiana (il Mulino, 2024). Ha diretto la rivista «il Mulino» dal 2009 al 2012. Ha collaborato con «Il Sole-24Ore», «L’Espresso», «La Repubblica». È editorialista del «Domani».
Marco Labbate
Marco Labbate è dottore di ricerca in Storia dei partiti e dei movimenti politici e assegnista di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università di Urbino. È inoltre vicedirettore scientifico dell’Istituto di storia contemporanea di Pesaro-Urbino. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Non un uomo né un soldo. Obiezione di coscienza e servizio civile a Torino (Ega, 2022); con Andrea Girometti, Fonderia Montecatini. Storia di una fabbrica pesarese (Ediesse, 2021) e Là sotto, nell’inferno. Da Pesaro a Marcinelle (Ediesse, 2016).
Edoardo Novelli
Edoardo Novelli è professore ordinario all’Università degli Studi Roma Tre, dove insegna Comunicazione politica, Sociologia dei media e Sistemi dell’informazione e giornalismo. Tra le sue ultime pubblicazioni: Divorzio. Storia e immagini del referendum che cambiò l’Italia (Carocci, 2024); The 2019 European Electoral Campaign in time of populism and social media (Palgrave Macmillan, 2022); I Manifesti Politici. Storie e immagini dell’Italia repubblicana (Carocci 2022).
Gaetano Quagliariello
Gaetano Quagliariello è dean della Luiss School of Government e professore ordinario di Storia contemporanea presso la Luiss Guido Carli di Roma. Storico di formazione internazionale, parallelamente alla carriera accademica ha ricoperto incarichi istituzionali di primo piano ed è stato senatore della Repubblica per quattro legislature. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Storia d’Italia in dodici romanzi (Rubbettino, 2024) e La società calda (Rubbettino, 2022).
Angelo Panebianco
Angelo Panebianco è professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna. I suoi libri più recenti sono Persone e mondi (il Mulino, 2018), Principati e repubbliche (il Mulino, 2024), Identità e istituzioni (il Mulino, 2025). Tiene corsi di Teoria politica e di Relazioni internazionali nelle università San Raffaele e Iulm. È editorialista del «Corriere della Sera».
Andrea Pugiotto
Andrea Pugiotto è professore ordinario di Diritto costituzionale a Ferrara e codirettore di «Quaderni Costituzionali». Studia il volto costituzionale del diritto punitivo nei suoi aspetti più estremi (pena di morte, tortura, ergastolo, carceri). Sollecitato da Marco Pannella, ha partecipato a battaglie radicali su grazia, amnistia e indulto, illegalità carceraria, Corte costituzionale, pene capitali, sino all’impegno per una legge sul fine vita.
Claudio M. Radaelli
Claudio M. Radaelli è professore ordinario di analisi comparata delle politiche pubbliche all’Istituto Universitario Europeo, Florence School of Transnational Governance. È stato professore ordinario a University College London, University of Exeter, e Bradford University. Ha pubblicato ricerche sull’apprendimento nelle politiche pubbliche, il ruolo dell’Unione Europea nelle politiche pubbliche nazionali, le riforme delle politiche regolative, e la politica in Italia.
Lorenzo Strik Lievers
Lorenzo Strik Lievers, militante radicale a Milano e membro degli organi dirigenti del partito dai primi anni Sessanta, già docente di storia e didattica della storia all’Università di Milano Bicocca, è stato senatore e deputato radicale.
Massimo Teodori
Massimo Teodori, ordinario di Storia americana, è stato parlamentare radicale tra il 1979 e il 1992. Tra le sue pubblicazioni Storia degli Stati Uniti e sistema politico americano (Newton & Compton, 2008), Storia dei laici nell’Italia clericale e comunista (Marsilio 2008), Pannunzio. Dal ‘Mondo’ al Partito radicale: vita di un intellettuale del Novecento (Mondadori, 2010), Ossessioni americane (Marsilio, 2017) e Antitotalitari d’Italia (Rubbettino, 2023).
Viella Libreria Editrice Via delle Alpi 32 – 00198 Roma Tel. 06.8417758
Redazione DEA SABINA
Per la Pubblicazione GRATIS delle vostre Opere ecco tutti i dettagli su come inviare il vostro materiale:
Inediti: Poesie minimo Tre testi con un massimo di 10 (dieci)
Libro Edito: Formato elettronico (Pdf).
Opere di Pittura e Scultura almeno tre foto-Breve biografia dell’Artista
Fotoreportage – Almeno dieci foto con didascalia e un articolo di presentazione Marca Fotocamera-Obiettivo utilizzato
Concorsi-Bandi completi
Gallerie d’Arte mostre -Inviare Comunicato Stampa e Locandina
A questi fare seguire sempre:
Breve presentazione / Sinossi dell’opera.
Biografia autore (in terza persona).
Fotografia autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
Immagine copertina per libro edito (Rinonimata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
Il Curato d’Ars: il parroco che conquistava le anime
-Articolo del Prof.Giovanni Fighera-
Il santo Curato d’Ars -Una vita donata a Dio e alle anime-All’inizio dell’Ottocento, in una Francia ancora segnata dalle ferite della Rivoluzione, prende forma la storia di una delle figure spirituali più influenti del clero cattolico: Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, destinato a diventare il patrono di tutti i parroci del mondo. È l’8 maggio 1786.
Il santo Curato d’Ars
A Dardilly, nei pressi di Lione, in una famiglia di contadini, Vianney cresce tra il lavoro nei campi e una fede semplice ma profonda, respirata soprattutto nell’ambiente domestico grazie agli insegnamenti della madre.
La sua giovinezza non è facile. Arriva all’adolescenza con una preparazione scolastica molto limitata e vive in un periodo in cui la pratica religiosa è spesso ostacolata dal clima politico della Rivoluzione francese. Nonostante le difficoltà, proprio in quegli anni matura in lui il desiderio di diventare sacerdote. I primi passi della sua vita cristiana avvengono quasi di nascosto: la confessione e la Prima Comunione sono celebrate in luoghi improvvisati, durante messe clandestine celebrate da sacerdoti rimasti fedeli alla Chiesa.
Sostenuto da alcuni sacerdoti e in particolare dall’abbé Charles Balley, riesce a superare i limiti negli studi e a proseguire il cammino verso il sacerdozio. Ordinato nel 1815, pochi anni dopo viene inviato ad Ars-sur-Formans, un piccolo villaggio di appena 230 abitanti.
Il vescovo lo avverte che in quella parrocchia non c’è molto amore: sarà lui a doverlo portare. Con uno stile austero, una carità instancabile e una straordinaria dedizione al sacramento della confessione, Vianney trasforma quel minuscolo paese in una meta di pellegrinaggio per fedeli provenienti da tutta la Francia.
Il santo Curato d’Ars
Offre tutta la sua vita, disposto a sopportare ogni genere di sofferenza, per la conversione delle anime affidate alle sue cure. Il suo tempo è interamente dedicato alla celebrazione dell’Eucaristia e alla confessione, alla quale arriva a consacrare fino a diciassette ore al giorno. La sua presenza suscita il pentimento nei cuori: molti vedono nel suo volto, segnato dalla penitenza, insieme il dolore per il peccato e la misericordia di Dio. Muore il 4 agosto 1859, dopo aver consumato la propria vita per Dio e per le anime.
Umile parroco di campagna, ma guida spirituale capace di parlare al cuore delle persone, il Curato d’Ars diventa così il simbolo di un sacerdozio vissuto come dono totale a Dio e agli uomini: una testimonianza che ancora oggi continua a indicare un modello luminoso per la vita dei sacerdoti.
Nel 1925, anno della sua canonizzazione, viene proclamato patrono dei parroci di tutto il mondo. Papa Benedetto XVI ne ha ribadito l’esempio per tutti i preti, ricordando che «Dio è la sola ricchezza che gli uomini desiderano trovare in un sacerdote».
«Alla base dell’impegno pastorale – affermò ancora Benedetto XVI il 5 agosto 2009 – il sacerdote deve porre un’intima unione personale con Cristo, da coltivare e accrescere giorno dopo giorno. Solo se innamorato di Cristo potrà insegnare a tutti questa unione, questa amicizia intima con il divino Maestro».
Il santo Curato d’Ars
Le sue parole sulla confessione e sull’Eucaristia
Il Curato d’Ars è profondamente consapevole della grandezza del sacerdozio e vive la propria vocazione con immensa gratitudine. Nei suoi insegnamenti torna spesso sul significato e sulla responsabilità di essere sacerdote, sottolineando il ruolo straordinario che il prete esercita nella vita della Chiesa.
«È un Sacramento che sembra non riguardare alcuno tra voi e che riguarda invece tutti», afferma parlando del sacerdozio. «Questo Sacramento eleva l’uomo sino a Dio. Che cos’è un prete? Un uomo che tiene il posto di Dio ed è rivestito di tutti i suoi poteri». Per questo, spiega, quando il sacerdote rimette i peccati non dice semplicemente: «Dio ti perdona», ma pronuncia le parole: «Io ti assolvo».
Ai suoi fedeli ricorda anche che attraverso il ministero sacerdotale passano le grazie che Dio dona al suo popolo: «Tutte le benedizioni, tutte le grazie, tutti i doni celesti ci giungono attraverso il sacerdote». E aggiunge con stupore e gratitudine: «Un sacerdote, per quanto semplice sia, può far discendere il Divin Figlio nella Santa Ostia e dirvi: “Va’ in pace, ti perdono”».
Da qui nasce la sua grande venerazione per il sacerdozio: «Che cosa grande è un sacerdote! Il prete non lo capiremo bene che in cielo. Se lo capissimo sulla terra, moriremmo non di spavento ma di amore».
Il santo Curato d’Ars nutre una devozione profonda anche per il mistero dell’Eucaristia. Parlando della consacrazione eucaristica, dice con stupore: «Se ci dicessero: “Alla tal ora si deve resuscitare un morto”, correremmo tutti per vedere. Ma la consacrazione che trasforma il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue di Dio non è forse un miracolo ancora più grande?».
Tutta la sua vita ruota attorno a Gesù presente nell’Eucaristia. Egli pensa costantemente al Signore e parla di Lui come della realtà più viva della sua esistenza.
Il santo Curato d’Ars
Per esprimere l’amore che prova per Cristo cita talvolta le parole di santa Caterina da Siena: «O mio caro Signore, se io fossi stata la pietra e la terra dove era piantata la tua croce, quale grazia e quale gioia avrei avuto nel ricevere il Sangue che colava dalle tue ferite!».
È convinto che chiunque incontri davvero Gesù non potrà fare a meno di amarlo: non esistono, dice, cuori così duri da restare indifferenti quando si scopre quanto si è amati da Dio.
Nella prossima puntata scopriremo come la dedizione del Curato d’Ars ha ispirato scrittori come Chesterton, Guareschi e Bernanos.
Prof.GIOVANNI FIGHERA
FORMAZIONE E INSEGNAMENTO
Prof.Giovanni Fighera
Nato nel 1971, sposato, con due figlie, si è laureato in Lettere moderne (110 e Lode) e ha conseguito una specializzazione e tre perfezionamenti nell’ambito della letteratura e della linguistica. Insegnante di italiano e latino nei licei, collabora con il dipartimento di Filologia moderna dell’Università degli Studi di Milano.
GIORNALISMO
È giornalista e collabora con alcune riviste (tra cui “Studi danteschi”, “Il timone”, “Fogli”) e con quotidiani on line (tra cui “La nuova bussola quotidiana”, “Il sussidiario.net”, “Tempi.it” per cui cura il blog Il sugo della storia).
RADIO
Numerose sono le sue collaborazioni radiofoniche con Rai Radio Uno, Radio 5.9, Radio In Blu, Radio Vaticana, Radio Maria.
Su Radio Maria conduce la trasmissione IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE il quarto giovedì del mese dalle 10:30 alle 11:15.
Su Radio 5.9 conduce trasmissioni da lui ideate sabato alle ore 10:00. Tra queste ricordiamo: IO CERCO LA FELICITÀ (2018-2019), TRA I BANCHI DI SCUOLA (2019), L’IO, LA CRISI, LA SPERANZA (2019-2020).
LIBRI
Con le edizioni Ares ha pubblicato:
– Che cos’è, dunque, la felicità, mio caro amico? (2008), letto integralmente su Radio Vaticana per tre anni (ottobre 2008, ottobre 2009, febbraio 2012);
– La Bellezza salverà il mondo (2009), anch’esso letto integralmente su Radio Vaticana nel mese di luglio 2010;
– «Amor che move il sole e l’altre stelle». L’amore, l’uomo, l’Infinito (2010), letto integralmente su Radio Vaticana nell’ottobre 2010 e nell’agosto 2015;
– Che cos’è mai l’uomo perché di lui ti ricordi? L’io, la crisi, la speranza (2012), letto integralmente su Radio Vaticana nell’ottobre 2012;
– Tra i banchi di scuola (2014), letto integralmente su Radio Vaticana nel settembre 2014;
– Tre giorni all’Inferno. In viaggio con Dante (2016), oggetto di trasmissione su radio Maria dal 2016 al 2017;
-Il Purgatorio: ritorno all’Eden perduto. In viaggio con Dante (2017), oggetto di trasmissione su Radio Maria dal 2017 al 2018;
-Il Paradiso. Andata e ritorno. In viaggio con Dante (2018) oggetto di trasmissione su Radio Maria dal 2018.
– Pirandello in cerca d’autore. Una rilettura (2019).
Con Itaca edizioni ha pubblicato:
– Il matrimonio di Renzo e Lucia. Invito alla lettura dei Promessi sposi (2015).
Con le edizioni Sugarco ha pubblicato:
-Paradiso. In viaggio con Dante verso le stelle (2019)
Ha collaborato, inoltre:
–a Il romanzo italiano del Novecento (1900-1945), edito nel 2012 (Raffaelli editore);
–al volume La forza delle parole (2012) con la stesura del capitolo «Poesia, bellezza e verità» (Fara editore);
–alla raccolta di poesie Nuovi salmi («I Quaderni di Cntn, 2012);
-alla raccolta di poesie I poeti e la crisi (Edizioni della Libri Thule, 2015);
–al Censimento dei commenti danteschi (Salerno Ed., 2014);
-al Dizionario del liberalismo italiano (Rubbettino ed., 2015)
-ai QUADERNI 10 «PERSONAGGI E DESTINO» (casa editrice Stilgraf, 2013).
PUBBLICAZIONI LIBRI PER LA SCUOLA
Con le edizioni Principato ha scritto:
Divina Commedia (a cura di G. Fighera e di B. Panebianco), 2020.
POESIE
Sue poesie compaiono
–nella raccolta Nuovi salmi («I Quaderni di Cntn, 2012);
-nella raccolta I poeti e la crisi (Edizioni della Libri Thule, 2015).
INCONTRI
In questi anni ha tenuto centinaia di incontri e corsi sull’educazione, sulla letteratura italiana, sulla Divina commedia, su I promessi sposi, sui temi sollecitati dai libri (felicità, bellezza, amore,…), cineforum per adulti e per ragazzi in centri culturali, nei teatri, nelle scuole e nelle parrocchie.
CONVEGNI INTERNAZIONALI
Nel 2015 ha partecipato al Primo Convegno Internazionale della Letteratura dalmata (dove ha presentato Antonio Lubin dantista) e al Convegno Internazionale di Varsavia Il Dante dei moderni. Nel 2017 ha partecipato al Congresso Dantesco Internazionale di Ravenna (24-27 maggio 2017) con la relazione “Foscolo alter Dante: i versi dell’esilio e della patria perduta dagli esperimenti giovanili ai Sepolcri”.
BLOG
Ha due siti blog personali, uno intitolato La ragione del cuore e l’altro Il sugo della storia (pubblicato presso Tempi.it).
PREMI
Ha vinto il Premio Capri San Michele 2013 sezione giovani con l’opera Che cos’è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi? L’io, la crisi, la speranza. È stato finalista al Premio Beato Contardo Ferrini 2011 con l’opera «Amor che move il sole e l’altre stelle». L’amore, l’uomo, l’Infinito.
Redazione DEA SABINA
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