Luciana Frezza è nata a Roma. I suoi libri di poesia sono: Cefalù ed altre poesie (Sciascia, 1958), La farfalla e la rosa (Feltrinelli, 1962), Cara Milano (Neri Pozza, 1967), Tempo di speranza (Neri Pozza, 1971), La tartaruga magica (Florida, 1984), Ventiquattro pezzi facili (Cominiana, 1988), Parabola sub (Empiria, 1990), Agenda (All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller, 1994, postuma), Comunione col Fuoco. Tutte le poesie (Editori Internazionali Riuniti, 2013, postuma). Figura nell’antologia Donne in poesia (a cura di B.M. Frabotta, Savelli, 1976). Ha tradotto le poesie di Mallarmé, Laforgue, Nouveau, Verlaine, Baudelaire, Apollinaire, Proust.
Luciana Frezza, Poetessa romana
POESIE da AGENDA
Nostalgia Chissà in quale
canneto di carta o verde
fantasma errante coorte
falciata alla radice
al di là di quali porte
nell’andito scuro di botteghe
in disuso dietro quale
muro di eluso rione
giace il piccolo corpo
di Amore dopo l’ordita
esecuzione.
Anni venti Frantumata la coppia di levrieri
in amore le teste congiunte
come mani in preghiera o l’una
sull’altra affannosa
babele di carezze
guizzo unico il fianco
nell’irrimediabile
stretta del bianco
friabile bisquit.
Che ne farò Che ne farò di Alma
ritta in shorts
statuaria cotta di soli
serica senza una scalfitura
della vita riguardosa
di lei ritta con due foglie
di alloro due sole tra le dita
della folta spalliera
farfalle vive per il pesce
che farò di lei ferma
che dà la Buonasera
tarocco entrato nel gioco? (Vittoria apuana, Agosto 1991)
Alziamo i calici Non crederli gigli appassiti
mi conforta anzi scintillanti
ancora i tuoi bicchieri alzati
voglia di gioia negata
impuntatura librata
per forza propria ape e fiore nell’aria
dove ancora salgono e il brutto
muso di lutto pret a porter che detestavi cade
come buccia dal frutto.
Spezzatura d’inverno -Come invogliano
i fiori-
la vecchia signora con vista
annebbiata trascina
dolcemente il carrello
vogliosa della
nostalgia di quella
voglia più che dei fiori
che non fatica
hanno voluto me.
Bisenso Il rogo ardente di Mosè era quasi
certamente un pozzo di petrolio
il petrolio è il prelievo
dai buchi dell’anima per farne poesia
il petrolio è pericolo
il petrolio è vicinissimo a Dio
da un capo della storia
ora dall’altro.
Felicità raggiunta si cammina a Marisa Di Jorio
Qui il sogno lustra il pelo
uscito di clandestinità
muovendosi fa accadere pensieri
che si siedono ingombrando
il lungomare è ancora
un feudo sterminato che aspetta il suo signore
l’investitura cucita
alle spalle fluttuando
ombra in lungo di tulle
senza bagaglio sorpassa
verso il fondo apparizione. (Vittoria Apuana, Agosto 1991)
Svendita Arroccata pettinessa a filettature dorate
la specchiera a ciocche trafitte dall’alto spillone
a conchiglia comò di ragazza il primo cassetto
celò lettere e voglie gli altri matassine di seta
ravvolte in velina d’ore vuote e matasse
di lana o sogno trasmesso come un gene nell’impianto
di quel comò giustamente perché pieno di cose vane
nulla avesti, madre, o quasi, o altro.
La perfezione a Vittorio Sereni
Nei party sull’erba
seminata di lustrini
pioggia recente o ventagli d’irrigazione
si possono comporre versi
nel padiglione di un orecchio
da sciogliere in riso
tintinnante col ghiaccio dei bicchieri
Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso
eppur muovendosi occhio
qua e là in perlustrazione
socchiuso affilato
sulla trama del tappeto sfumato
di sera dove l’errore
raccomandato
se è vera e quale
l’immunità promessa
da quel nonnulla di sbagliato se vale
anche per una qualche eternità.
Luciana Frezza, Poetessa romana
Negativi I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici
li prenderesti volentieri a sberle
con sicumera apprendono festoni di frasi
ti addobbano di assurdità un locale estraneo
dove tempo dopo allo specchio dell’uscita
scoprì che hai fatto l’alba a ballare
circolano in borghese non esercitano
perché esercitano continuamente
hanno i loro guai non sono apostoli
gl’interessati li seguono come gatti di strada
rimuginando Non sa quello che dice il maledetto
e intanto imparano a memoria le frasi
le vecchie leggi di fisica scritte in corsivo
e il gabinetto degli esperimenti sempre in disuso
e in quel turbinio di palle da giocoliere
intercettano a volo la biglia che li riguarda
se piovono pugni sanno che è per farli rinvenire
mentre ignoravano di essere svenuti
se vengono afferrati e fatti passeggiare tutta la notte
con tazze di caffè e discorsi ripetitivi e insensati
è perché hanno voluto morire e possono riprovarci
ma prima di tradurre quel gergo bisogna obbedirgli.
Self-service Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle
il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore
e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima
la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia
eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce
anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance
Vecchi distici a Rosa “Bien loin d’ici”
Il mio nome inciso tra spini
su una pala di ficodindia stilla nel sole
la campanula turchina mostra il cuore
dagli occhi umidi delle ragazze fugate
la gaggia spogliata di tutti i suoi zecchini
vive la lunga bugia degli anni luce
la polla è un occhio verde che aspetta di nuovo
una mano che smuova l’argilla del suo fondo
i cori a bocca chiusa degli uliveti
incagliati in secche di silenzio
i sismografi della pace sono guasti
la capra bianca ha sradicato il paletto
la Morte lancia coccole dal cipresso
senza colpire il canto della fontana
la mano del bambino è di marmo
la nutrice è più piccola del suo fazzoletto
“Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso” (da La perfezione)
Luciana Frezza, Poetessa romana
Quando ti laurei in letteratura, ad appena vent’anni, in un ateneo prestigioso come La Sapienza di Roma, discutendo una tesi su Eugenio Montale alla presenza di Giuseppe Ungaretti che ti fa da relatore, in qualche modo hai il destino “segnato”. È così che Luciana Frezza è diventata una poetessa, ma non solo: lo è diventata anche a furia di interpretare, per tradurli, gli splendidi versi dei poeti francesi della corrente simbolista dell’Ottocento; lo è diventata perché ce lo aveva dentro, il sacro fuoco della composizione e della scrittura.
Diverso è, poi, incastrare i pezzi del puzzle della propria vita: districarsi tra la vocazione poetica, la professione di traduttrice e il ruolo di moglie e madre. Se poi si aggiunge la malattia – una cecità incombente e la depressione – tutto è ancora più difficile.
Del suo duplice impegno di poetessa e traduttrice diceva: “È una sfida che mobilita la creatività e altre virtù come la pazienza e la vigilanza… Il pericolo cui bisogna prestare una costante attenzione è costituito dalle possibili intrusioni dell’Io: occorre tenerlo fuori ma non eliminarlo del tutto, perché il suo contributo d’esperienza vissuta può talvolta giovare, come giovano la fortuna e il caso, elementi da mettere in conto”.
Una “presenza discreta nella poesia italiana del Novecento”
Così la critica definiva Luciana Frezza quando sbocciò come poetessa. Era il 1958 ed esordiva con Cefalù e altre poesie, ripreso poi in La farfalla e la rosa del 1962, ma scriveva versi già durante gli anni dell’università: un periodo particolarmente felice e fecondo per lei, che intraprende anche collaborazioni con riviste letterarie quali Botteghe Oscure, Paragone, Carte segrete, L’immaginazione o L’Almanacco dello specchio.
Parallelamente “si accompagnava” ad amici del calibro di Laforgue, Baudelaire, Verlaine, Proust e Apollinaire, per citarne solo alcuni.
Tra i vari premi prestigiosi che otterrà per la sua attività poetica, ricordiamo nel 1984 il Premio Florida grazie al libro La tartaruga magica.
Dopo la sua tragica morte avvenuta nel 1992, esce postuma l’opera omnia delle sue poesie edite e inedite sotto il titolo di Comunione col fuoco (2013) che comprende la raccolta di poesie, anch’essa postuma, Agenda del 1994 e quella di prose Il disegno del 1996.
Dal quotidiano all’onirico: una poetica particolare
L’ars poetica di Luciana Frezza muove i suoi primi passi con le radici ben ancorate nella poesia italiana di ’800 e ’900, ma presto le sue ali spiccano il volo verso il surrealismo e il simbolismo francese da cui viene fortemente influenzata. “I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici/ li prenderesti volentieri a sberle…” (da Negativi).
Comunque la sua matrice resta legata a temi intimi come quelli dell’infanzia, alle figure della famiglia, ai luoghi dell’anima come Roma, Milano o la Sicilia delle sue origini: attraverso la riflessione, spesso dolorosa quando personale, sulle relazioni interpersonali riesce anche a recuperare i miti archetipici ai quali far risalire indietro la ragione di ogni sofferenza. Sì, perché il dolore non può non essere un ingrediente fondamentale della poesia, come non manca mai nella vita: a questo arriva attraverso un profondo processo di ricerca della propria interiorità, senza aver paura di indagare le proprie ribellioni e le proprie paure.
Da questa riflessione sgorga l’amara consapevolezza che i rapporti interpersonali sono spesso e volentieri deludenti, nostro malgrado: “E io che così sola ho spostato/i massi più pesanti. Tutto succedeva perché ero donna/ma questo l’ho sempre saputo…”. E anche: “Raramente si coglie la seconda occasione/ anzi è lariconferma che non si poté non si volle/ il bene era lampante ma c’era nell’inerzia/ di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore…” (da Self-service).
Nel suo linguaggio sempre misurato, mai violento, invece spesso allusivo e sempre eversivo, il fil rouge della poesia di Luciana Frezza è certamente la ricerca del significato della vita, che in definitiva è la ricerca del senso della poesia nelle esistenze come la sua in cui, queste due, coincidono e vivono l’una per l’altra.
Natalia Ginzburg -Vita immaginaria –Nuova edizione a cura di Domenico Scarpa
Tutto ciò che Natalia Ginzburg evoca e descrive succede in noi come per la prima volta: Vita immaginaria è un libro di sveglia e di veglia, una prima volta che dura per sempre.
Il libro-Il meno conosciuto fra i libri di Natalia Ginzburg – la sua terza raccolta di scritti non narrativi, apparsa nel 1974 e mai piú ristampata finora – è anche il piú multiforme di tutti, e il piú pervicacemente battagliero. A dargli il titolo è un memorabile esercizio di autobiografia, collocato in chiusura; ma quel titolo cosí assorto e sfumante, Vita immaginaria, è anche un titolo da interpretare a rovescio: perché, di fatto, in ciascuno dei trenta testi qui radunati Natalia Ginzburg interviene, con la esitante perentorietà che rende unica la sua voce, sulla vita reale dell’oggi, di un oggi che porta date di mezzo secolo fa ma sul quale ascolteremo cose che valgono per il nostro qui-e-ora, cosí diversamente complesso ma cosí simile nelle opzioni estetiche, nelle scelte morali, nei tragici dilemmi politici che impone a ciascuno di noi.
Natalia Ginzburg
La condizione delle donne negli anni del femminismo, e quella degli ebrei e dello Stato di Israele; la bellezza e l’orrore di Roma, e la fragilità di una democrazia (la nostra) sempre sotto minaccia; alcuni scrittori da amare (Goffredo Parise, Antonio Delfini, Biagio Marin, Tonino Guerra, Italo Calvino, Lalla Romano, Elizabeth Smart, ed Elsa Morante della Storia sopra tutti); alcuni film (Sussurri e grida, Amarcord, Domenica maledetta domenica) visti con l’occhio di scrittrice; le biografie di alcuni amici (Cesare Pavese, Felice Balbo); e poi, ancora, la nostra incertezza e la nostra necessità di scegliere; la memoria dell’infanzia, da decifrare, e la vita dei figli adulti, che suscita meraviglia e insicurezza. Infine, sempre presenti, quel senso di soddisfazione che ci può addormentare, le varie specie di linguaggio falso che vanno sempre piú proliferando, la libertà che si può perdere da un momento all’altro e gli orrori della storia contemporanea ai quali ci si abitua a poco a poco, senza rendersene conto, ed è su questo vertice negativo che culmina il tutto. Non per niente, infatti, Natalia Ginzburg aveva pensato, mentre andava costruendo Vita immaginaria, di scegliere un titolo completamente diverso: Il disumano.
Natalia Levi nacque il 14 luglio del 1916 a Palermo, figlia di Giuseppe Levi, illustre scienziato triestinoebreo, e di Lidia Tanzi, milanesecattolica, sorella di Drusilla Tanzi. Il padre era professore universitario antifascista e insieme ai tre fratelli di lei sarà imprigionato e processato con l’accusa di antifascismo. I genitori diedero a Natalia e ai fratelli un’educazione atea.
Formazione e attività letteraria
Natalia trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Torino. Della sua prima giovinezza raccontò lei stessa in alcuni testi autobiografici pubblicati soprattutto in età avanzata, fra cui I baffi bianchi (in Mai devi domandarmi, 1970). Compì gli studi elementari privatamente, trascorrendo quindi in solitudine la sua infanzia; sin dalla tenera età si dedicò alla scrittura di poesie. Si iscrisse poi al Liceo – Ginnasio Vittorio Alfieri,[2] vivendo come un trauma il passaggio alla scuola pubblica. Già nel periodo liceale si dedicò alla stesura di racconti e testi brevi, primo fra tutti Un’assenza (la sua «prima cosa seria»), poi pubblicato sulla rivista Letteratura negli anni Trenta. Abbandonò invece la poesia; a tredici anni aveva fra l’altro spedito alcuni suoi componimenti a Benedetto Croce, che espresse un giudizio negativo su di essi.[3]
Esordì nel 1933 con il suo primo racconto, I bambini, pubblicato dalla rivista “Solaria“, e nel 1938 sposò Leone Ginzburg, col cui cognome firmerà in seguito tutte le proprie opere. Dalla loro unione nacquero due figli e una figlia: Carlo (Torino, 15 aprile 1939), che diverrà un noto storico e saggista, Andrea (Torino, 9 aprile 1940 – Bologna, 4 marzo 2018) e Alessandra (Pizzoli, 20 marzo 1943). In quegli anni strinse legami con i maggiori rappresentanti dell’antifascismo torinese e in particolare con gli intellettuali della casa editrice Einaudi della quale il marito, docente universitario di letteratura russa, era collaboratore dal 1933.
Nel 1940 seguì il marito, inviato al confino per motivi politici e razziali, a Pizzoli in Abruzzo, dove rimase fino al 1943.
Nel 1942 scrisse e pubblicò, con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, il primo romanzo, dal titolo La strada che va in città, che verrà ristampato nel 1945 con il nome dell’autrice.
In seguito alla morte del marito, torturato e ucciso nel febbraio del 1944 nel carcere romano di Regina Coeli, nell’ottobre dello stesso anno Natalia giunse a Roma, da poco liberata, e si impiegò presso la sede capitolina della casa editrice Einaudi. Nell’autunno del 1945 ritornò a Torino, dove rientrarono anche i suoi genitori e i tre figli, che durante i mesi dell’occupazione tedesca si erano rifugiati in Toscana.
Nel 1947 esce il suo secondo romanzo È stato così che vince il premio letterario “Tempo”.
In quello stesso periodo, come ha rivelato Primo Levi a Ferdinando Camon in una lunga conversazione diventata un libro nel 1987 e poi lo stesso Giulio Einaudi in una intervista televisiva, diede parere negativo alla pubblicazione di Se questo è un uomo di Primo Levi. Il libro uscirà per una piccola casa editrice, la De Silva di Franco Antonicelli, in 2500 copie, e solo nel 1958 verrà riproposto da Einaudi diventando il grande classico che conosciamo.
Nel 1950 sposò l’anglista Gabriele Baldini, docente di letteratura inglese e direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Londra, con il quale concepirà la figlia Susanna (4 settembre 1954 – 15 luglio 2002) e il figlio Antonio (6 gennaio 1959 – 3 marzo 1960), entrambi portatori di handicap. Iniziò per Natalia un periodo ricco in termini di produzione letteraria, che si rivelò prevalentemente orientata sui temi della memoria e dell’indagine psicologica. Nel 1952 pubblicò Tutti i nostri ieri; nel 1957 il volume di racconti lunghi, Valentino, che vinse il premio Viareggio,[4] e il romanzo Sagittario; nel 1961Le voci della sera che, insieme al romanzo d’esordio, verrà successivamente raccolto nel 1964 nel volume Cinque romanzi brevi.
Nel decennio successivo seguirono, nella narrativa, i volumi Mai devi domandarmi del 1970 e Vita immaginaria del 1974. In questo periodo Natalia Ginzburg fu anche collaboratrice assidua del Corriere della Sera, che pubblicò numerosi suoi elzeviri su argomenti di critica letteraria, cultura, teatro e spettacolo. Tra questi, una sua lettura critica, con uno sguardo al femminile, del film Sussurri e grida[6] ottenne un forte riscontro nel panorama letterario e culturale nazionale, divenendo un punto di riferimento per la critica bergmaniana.[7]
Nella successiva produzione la scrittrice, che si era rivelata anche fine traduttrice con La strada di Swann di Proust, ripropose in modo più approfondito i temi del microcosmo familiare con il romanzo Caro Michele del 1973, il racconto Famiglia del 1977, il romanzo epistolare La città e la casa del 1984, oltre al volume del 1983 La famiglia Manzoni, visto in una prospettiva saggistica.
È l’anno 1969 a costituire un punto di svolta nella vita della scrittrice: il secondo marito morì e, mentre cominciava in Italia, con la strage di piazza Fontana, il periodo cosiddetto della strategia della tensione, la Ginzburg intensificò il proprio impegno dedicandosi sempre più attivamente alla vita politica e culturale del Paese,[8] in sintonia con la maggioranza degli intellettuali italiani militanti orientati verso posizioni di sinistra.
Nel 1971 sottoscrisse, assieme a numerosi intellettuali, autori, artisti e registi,[9] la lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli,[10] documento attraverso cui si denunciano, riguardo alla morte di Giuseppe Pinelli, le presunte responsabilità dei funzionari di polizia della questura di Milano (con particolare riferimento al commissario Luigi Calabresi). Tale adesione verrà più volte ricordata dalla stampa in seguito al matrimonio della nipote della Ginzburg, Caterina, con Mario Calabresi, figlio del commissario nel frattempo assassinato. Nello stesso anno si unì ai firmatari di un’autodenuncia di solidarietà verso alcuni giornalisti di Lotta Continua accusati di istigazione alla violenza.[11]
Nel 1976 partecipò alla campagna innocentista in favore di Fabrizio Panzieri e Alvaro Lojacono,[12] i due militanti di Potere Operaio che saranno poi condannati per i reati a loro imputati (tra cui l’omicidio dello studente nazionalista greco Mikis Mantakas).
Il 25 marzo 1988 scrisse per L’Unità un articolo divenuto famoso, dal titolo: Quella croce rappresenta tutti,[13] difendendo la presenza del simbolo religioso nelle scuole e opponendosi alle contestazioni di quegli anni.
Morte
Morì a Roma nelle prime ore dell’8 ottobre 1991. È sepolta al cimitero del Verano di Roma.
Opere
Raccolte
Cinque romanzi brevi, Collana Supercoralli, Torino, Einaudi, 1964 (contiene: La strada che va in città; È stato così; Valentino; Sagittario; Le voci della sera); col titolo Cinque romanzi brevi e altri racconti, Introduzione di Cesare Garboli, Collana ET, Einaudi, 1993; Collana ET Scrittori, Einaudi, 2005.
Opere, vol. I, Prefazione di C. Garboli, Collana I Meridiani, Mondadori, Milano, 1986, ISBN 978-88-042-5910-7. [contiene: La strada che va in città, È stato così, Racconti brevi, Valentino, Tutti i nostri ieri, Sagittario, Le voci della sera, Le piccole virtù, Lessico Famigliare, Commedie]
Opere, vol. II, Collana I Meridiani, Mondadori, Milano, 1987, ISBN 978-88-042-5910-7. [contiene: Mai devi domandarmi, Paese di mare, Caro Michele, Vita immaginaria, La famiglia Manzoni, Scritti sparsi, La città e la casa, Famiglia]
Marcel Proust, poeta della memoria, in Giansiro Ferrata e Natalia Ginzburg, Romanzi del ‘900, vol. I, Torino, Edizioni Radio Italiana, 1956.
Le piccole virtù, Torino, Einaudi, 1962; nuova ed., a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, 2005.
Mai devi domandarmi, Garzanti, Milano, 1970; poi Einaudi, Torino, 1989; dal 2002 con introduzione di Cesare Garboli [raccoglie articoli pubblicati su La Stampa e Corriere della Sera negli anni 1968-1970, con alcuni scritti inediti]
Vita immaginaria, Collana Scrittori italiani e stranieri, Milano, Mondadori, 1974; nuova ed., a cura di Domenico Scarpa, Collana Super ET, Torino, Einaudi, 2021, ISBN 978-88-062-0546-1. [raccoglie articoli pubblicati su La Stampa e Corriere della sera negli anni 1969-1974, con un inedito]
Serena Cruz o la vera giustizia, Einaudi, Torino, 1990.
È difficile parlare di sé. Conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi, a cura di Cesare Garboli e Lisa Ginzburg, Einaudi, Torino 1999. [contiene un’intervista autobiografica andata in onda a Radio 3 nella primavera del 1991]
Non possiamo saperlo. Saggi 1973-1990, a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, Torino, 2001. [raccoglie scritti di letteratura e di cinema, ricordi di amici scomparsi, pronunciamenti su questioni morali, interventi politici e una Autobiografia in terza persona]
Un’assenza. Racconti, memorie, cronache 1933-1988, a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, Torino 2016. [contiene, tra le altre cose, alcuni reportage giornalistici, la poesia Memoria e il Discorso sulle donne]
Teatro
Ti ho sposato per allegria, Torino, Einaudi, 1966.
Ti ho sposato per allegria e altre commedie, Torino, Einaudi, 1968 [contiene: Ti ho sposato per allegria; L’inserzione; Fragola e panna; La segretaria]
Paese di mare e altre commedie, Milano, Garzanti, 1971 [contiene: Dialogo; Paese di mare; La porta sbagliata; La parrucca]
Teatro, Nota di Natalia Ginzburg, Torino, Einaudi, 1990 [contiene i testi della raccolta Paese di mare e altre commedie preceduti da L’intervista e La poltrona]
Tutto il teatro, a cura di Domenico Scarpa, Nota di N. Ginzburg, Torino, Einaudi, 2005. [contiene i testi delle raccolte Ti ho sposato per allegria e altre commedie e Teatro, seguiti da Il cormorano]
Torino, Bologna e Castel Maggiore (BO), Pizzoli (AQ) le hanno intitolato una biblioteca.
Nel 2014, in occasione del XXIII anniversario della sua morte, la città di Torino ha posto sulla sua abitazione, al numero 11 di via Morgari, una lapide commemorativa, intitolandole, nel contempo, l’aiuola antistante, tra via Morgari e via Belfiore.
Nel 2016, per il centenario della sua nascita, la città di Palermo ha collocato una targa sulla sua casa natale, in via Libertà 101.
Natalia GinzburgLeone e Natalia GinzburgNatalia GinzburgNatalia Ginzburg
Poesie di Aldo Fabrizi- attore italiano, regista, produttore, scrittore, sceneggiatore
Aldo Fabrizi è un attore italiano, regista, produttore, scrittore, sceneggiatore, è nato il 1 novembre 1905 a Roma (Italia) ed è morto il 2 aprile 1990 all’età di 84 anni a Roma (Italia). Nel 1988 ha ricevuto il premio speciale alla carriera al David di Donatello. Dal 1947 al 1988 Aldo Fabrizi ha vinto 4 premi: David di Donatello (1988), Festival di Venezia (1947), Nastri d’Argento (1951, 1975).
La Romanella
I Mì nonna, benedetta indó riposa,
se comportava come ‘na formica
e puro si avanzava ‘na mollica
l’utilizzava per un’antra cosa.
Perciò er dovere primo d’ogni sposa,
pure che costa un’oncia de fatica,
è d’esse sempre, a la maniera antica,
risparmiatrice, pratica e ingegnosa.
Si avanza un po’ de pasta, mai buttalla:
se sarta co’ un po’ d’acqua solamente,
pe’ falla abbruscolì senz’abbrucialla.
E la riuscita de ‘sta Romanella
che fa faville e che nun costa gnente
dipenne da ‘na semplice padella.
II Mò l’urtima invenzione è ‘na padella,
che quello che se còce poi se stacca,
mastice, colla, pece e ceralacca,
se rivorteno come ‘na frittella.
‘Sta novità sarà ‘na cosa bella,
ma dato che la Pasta nun attacca
in pratica sarebbe ‘na patacca
perché dev’esse mezz’abbruscatella.
Vedete, er gusto nun dipenne mica
dar fatto che diventa più odorosa,
ma dar sapore de padella antica.
E detto questo, porca la miseria,
fò a meno de la chiusa spiritosa,
perché ‘sto piatto qui è ‘na cosa seria!
Aldo Fabrizi
Pasta alla capricciosella
Provate a fa’ ‘sto sugo, ch’è un poema:
piselli freschi, oppure surgelati,
calamaretti, funghi “cortivati”,
così magnate senz’avé patema.
Pe’ fa’ li calamari c’è un sistema:
se metteno a pezzetti martajati
nell’ajo e l’ojo e bene rosolati,
so’ teneri che pareno ‘na crema.
Appresso svaporate un po’ de vino;
poi pommidoro, funghi e pisellini
insaporiti cor peperoncino.
Formaggio gnente, a la maniera antica,
fatece bavettine o spaghettini…
Bòn appetito e Dio ve benedica!.
Chi sarà stato?
Ho letto cento libri de cucina.
de storia, d’arte, e nun ce nè uno solo
che citi co’ la Pasta er Pastarolo
che unì pe’ primo l’acqua e la farina.
Credevo fosse una creazione latina,
invece poi, m’ha detto l’orzarolo,
che l’ha portata a Roma Marco Polo
un giorno che tornava dalla Cina.
Pe’ me st’affare de la Cina è strano,
chissà se fu inventata da un cinese
o la venneva là un napoletano.
Sapessimo chi è, sia pure tardi,
bisognerebbe faje… a ‘gni paese
più monumenti a lui che a Garibardi.
Aldo Fabrizi
La cottura
I Nun è ‘na cosa tanto compricata,
però bisogna sempre fà attenzione
perché ce vò ‘na certa proporzione
tra tipo e quantità che va lessata.
Me spiego: quella fina e delicata
va bene tutt’ar più pe’ du’ persone,
ma si presempio se ne fa un pilone
basta un seconno in più che viè incollata.
Insomma, c’è ‘na regola importante:
fino a tre etti se pò fà leggera
poi più s’aumenta e più ce vò pesante.
Er sale è mejo poco, l’acqua assai,
un litro a etto, l’unica maniera,
perché la Pasta nun s’incolli mai.
II Un’antra cosa: mai bollilla stretta,
e quanno l’acqua è in piena bollitura,
se butta giù e la pila se riattura
pe’ fà riarzà er bollore in fretta in fretta.
Poi dopo un po’ s’assaggia: n’anticchietta;
appena è cotta, ancora bella dura,
se leva e je se ferma la cottura
coll’acqua fresca sotto la bocchetta.
Doppo girata un attimo, scolate:
quanno l’urtima gocciola viè fòri
conditela de prescia e scodellate.
Si c’è quarcuno attenti a controllavve:
« mangiate calmi, piano, da signori » ,
si state soli… attenti a nun strozzavve.
La Creazione
Dio disse: « Mò che ho fatto Cielo e Tera,
domani attacco Luce e Firmamento,
mercoledì fò er mare, doppo invento
farfalle e fiori pe’ la Primavera.
Pe’ giovedì fò er Sole, verso sera
fò li Pianeti, er Fòco, l’Acqua, er Vento,
così se venerdì nun vado lento,
faccio sabbato ingrese e bònasera! »
Finì defatti er sabbato abbonora.
« Mò » disse « vojo vede chi protesta
dicenno che er “Signore” nun lavora…
Ho sfacchinato quarant’ore… basta!
Domani ch’è domenica fò festa…
e prima de fa’ Adamo fò la Pasta! »
Aldo Fabrizi
La dieta
Doppo che ho rinnegato Pasta e pane,
so’ dieci giorni che nun calo, eppure
resisto, soffro e seguito le cure…
me pare un anno e so’ du’ settimane.
Nemmanco dormo più, le notti sane,
pe’ damme er conciabbocca a le torture,
le passo a immaginà le svojature
co’ la lingua de fòra come un cane.
Ma vale poi la pena de soffrì
lontano da ‘na tavola e ‘na sedia
pensanno che se deve da morì?
Nun è pe’ fà er fanatico romano;
però de fronte a ‘sto campà d’inedia,
mejo morì co’ la forchetta in mano!
Aldo Fabrizi
La panzanella
E che ce vo’
pe’ fa’ la Panzanella?
Nun è ch’er condimento sia un segreto,
oppure è stabbilito da un decreto,
però la qualità dev’esse quella.
In primise: acqua fresca de cannella,
in secondise: ojo d’uliveto,
e come terzo: quer di-vino aceto
che fa’ venì la febbre magnarella.
Pagnotta paesana un po’ intostata,
cotta all’antica,co’ la crosta scura,
bagnata fino a che nun s’è ammollata.
In più, per un boccone da signori,
abbasta rifinì la svojatura
co’ basilico, pepe e pommidori.
Aldo Fabrizi
Biografia di Aldo Fabrizi rappresenta l’anima di Roma, la cosiddetta Città Eterna,che l’ha sempre considerato il suo figlio prediletto. Del popolo romano l’attore ha canzonato in oltre cinquant’anni di carriera vizi e debolezze, con quel suo umorismo tanto cinico e disincantato, quanto dissacrante e tagliente, così caratterizzante del suo fare flemmatico e arguto. Sapeva scherzare su tutto, ma prima di tutto su se stesso, ed in particolar modo sul suo fisico corpulento, palese dimostrazione della sua smisurata passione per il cibo, e soprattutto per i piatti tipici della cucina romana, che egli stesso si deliziava nel preparare. Era la voce del “popolino”, dal quale egli proveniva e che ha sempre portato nel cuore. Attraverso i suoi tipici personaggi – con i quali ha conquistato le platee dell’Italia intera a partire dai suoi esordi teatrali nei primi anni Trenta, e che ha fortunatamente riproposto in televisione negli anni Settanta – come il vetturino il cui cavallo lo batte in fatto di stanchezza, il tranviere contro cui tutti i passeggeri si accaniscono, o il cameriere dai piedi stanchi, Fabrizi esprimeva il suo spirito caustico, e conduceva una sferzante satira sulla romanità, ma ancor più in generale sull’uomo qualunque del suo tempo. In cinema debuttò nel 1942, ma si sarebbe dovuto aspettare il 1945 perché egli avesse potuto dar prova di una profonda sensibilità artistica in un ruolo diverso dai soliti, stavolta drammatico, quello di un prete eroico che si fa fucilare dai tedeschi pur di non rivelare i nomi di alcuni partigiani, nel capolavoro di Rossellini, Roma città aperta. Il film – che lo vede per la terza volta al fianco dell’amica-nemica Anna Magnani, che in quanto a schiettezza e sfacciataggine riusciva a tenergli testa – gli offrì l’opportunità di fornire una struggente e sofferta interpretazione, densa di emotività, e carica di una coinvolgente naturalezza, dimostrando così di essere un attore a tutto tondo. La sua filmografia è sterminata: lo ricordiamo spesse volte al fianco dell’amico Totò, soprattutto nel film caustico-amaro Guardie e ladri (1951) di Steno e Mario Monicelli; e poi in una serie di svariati, e talvolta grotteschi personaggi, come il contadino furbo e bonario di Vivere in pace (1947) di Luigi Zampa, il padre egoista e protervo di Prima comunione (1950) di Alessandro Blasetti, lo sfortunato e bizzarro capofamiglia nella serie de “La famiglia Passaguai” (tre film dal 1951 al ’52), di cui egli stesso fu il regista, e il ricco e rozzo palazzinaro di C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola, deluso e disincantato ritratto della pseudo-impegnata generazione di sinistra del periodo post-secondo conflitto mondiale. Dopo tanti impegni come attore cinematografico, il teatro lo rivide incontrastato mattatore nella celeberrima commedia musicale di Garinei e Giovannini, Rugantino, portata per la prima volta in scena nel 1962, ripetuta diverse volte negli anni successivi, e portata addirittura a New York. Accanto ad interpreti del calibro di Nino Manfredi e Bice Valori, Fabrizi impersonò il tragicomico personaggio di Mastro Titta, un boia della Roma papalina, che dietro il suo aspetto burbero e rude, si dimostrava sensibile e bonario. Da ricordare infine le sua spassosissime apparizioni televisive, e le sue deliziose raccolte di ricette e poesie, spiritosamente intitolate La pastasciutta (1971), Nonna minestra (1974) e Nonno pane (1980). La Roma paciosa e scanzonata che lo vide nascere, se lo portò via, in una triste mattinata primaverile del 1990, quando “er sor Aldo” aveva da qualche mese compiuto ottantaquattro anni.
Massimiliano De Luca- Una Repubblica all’italiana-Casa Editrice Tra le righe Libri-
In questo libro di Massimiliano De Luca si parla di un intero popolo che non è riuscito a raccogliersi attorno a valori condivisi, cercando di ricostruirne cause e responsabilità e offrendo uno strumento di analisi a tutti coloro che sentono il dovere di contribuire a portare a termine quel processo di crescita interrotto che conferisce ad uno Stato la dignità etica di nazione, e a coloro che lo abitano, la percezione di essere parte di un tutto, realizzando quell’idea di cittadinanza che comprende e mette in relazione i diritti con i doveri.
Massimiliano De Luca- Una Repubblica all’italiana
Un lungo viaggio che inizia dalle speranze suscitate dalla lotta di Liberazione, e prosegue attraverso l’imposizione di un modello di sviluppo che ha stravolto la vita di milioni di persone, la promozione di insostenibili stili di vita e consumo, la contestazione studentesca e l’autunno caldo degli operai culminati nei sanguinosi attentati che hanno paralizzato ogni ipotesi riformistica, quindi la mancata risposta sul piano politico alle esigenze di rinnovamento che ha aperto la strada agli Anni di piombo, sino alla pacificazione forzata degli anni Ottanta.
Tra le righe Libri è una casa editrice indipendente nata nel 2013 (il primo libro è uscito nel febbraio 2014) a Lucca con il preciso scopo di riannodare e intrecciare i fili con il passato. E’ dunque una casa editrice che pubblica libri di memorie, diari, saggi e documenti per mantenere inalterata e viva la ricerca storica e l’interesse per le radici della nostra società. Un continuo esercizio e lavoro di scandaglio alla ricerca di storie e mille rivoli che formano la tela del nostro paese. Tralerighe – e si legge nel nome – corre tra le pagine, incessantemente, in un lungo e paziente lavoro di proposta. Il compito dunque non è solamente quello di stimolare la lettura, ma di difendere e rinnovare le fondamenta della pietra d’angolo sulla quale ci siamo formati.
Tralerighe è curata dal suo direttore Andrea Giannasi, laureato in Storia contemporanea all’Università di Pisa.
FONTE- Toscanalibri.it, attivo dal 2008, è il primo portale interamente dedicato all’editoria e alla cultura toscana. Qui trovate tutto su libri, notizie, appuntamenti culturali, incontri con gli autori.
toscanalibri.it è il più grande catalogo on line di libri, e-book, cd musicali, dvd, editi e prodotti in Toscana o che parlano della nostra regione, che potete facilmente comprare e ricevere a casa. In rete le novità editoriali, i libri usati, le rarità della pubblicistica toscana. Ogni mese, poi, le offerte esclusive dal catalogo, con sconti e promozioni. Il personale garantisce serietà e professionalità nella vendita, spedizione e assistenza ai clienti.
Ma toscanalibri.it è anche un giornale online che si avvale delle news di sienalibri.it, testata giornalistica registrata, il cui direttore è Luigi Oliveto (Registrazione numero 8 del 8/04/2008 presso il Tribunale di Siena). Ogni giorno pubblichiamo i principali appuntamenti e incontri con gli autori, ma diamo anche notizia di eventi culturali di sicuro interesse.
Il portale è un’iniziativa editoriale di Primamedia, società di comunicazione, con sede a Siena, composta da un gruppo affiatato di giornalisti e professionisti ma anche di organizzatori di eventi e responsabili di progetto. In questi anni abbiamo ideato e realizzato prodotti culturali come “I colori del libro”, rassegna di incontri con gli autori, “I colori del libro-Mostra mercato”, rassegna di incontri ed esposizione e vendita di libri usati e rarità, “Passeggiate d’autore”, itinerari nelle città con gli scrittori sui luoghi della storia, e “Treno letterario”, tappe realizzate su temi e autori specifici.
Non vi resta, allora, che seguirci e buona navigazione.
Toscanalibri.it
Primamedia Srls
Via Dario Neri, 6
53100 Siena – Italy
Tel. +39 0577 39 22 56
Romana Bogliaccino-Scuola negata-Le leggi razziali 1938-Come e perché nel 1938 anche nel migliore liceo della Capitale 58 studenti e un’insegnante furono espulsi solo perché ebreiIl caso del liceo “Ennio Quirino Visconti” di Roma assume caratteristiche paradigmatiche nel quadro generale dell’impatto delle “leggi razziali” sulla scuola italiana. Frequentato fin dalla sua fondazione nel 1870 da molti ebrei della comunità romana, finalmente emancipati, il liceo registrò nel 1938 un numero molto elevato di studenti espulsi, ben 58, oltre a una docente. Il libro ricostruisce tutto ciò, attraverso uno studio approfondito di numerosi archivi, per primo quello del liceo “Visconti”, intrecciato con le testimonianze delle famiglie, con le storie degli espulsi, e permette di capire, nel vero senso della parola, cosa sia stato il fascismo e cosa sia stata la persecuzione degli ebrei a Roma dal 1938 al 1944. Perché al di là dei numeri, delle statistiche, dei meri dati, sono le vite delle persone che raccontano la storia, la vera storia del fascismo e delle sue vittime.
Romana Bogliaccino ha insegnato Storia e Filosofia presso il Liceo Classico Statale “Ennio Quirino Visconti” di Roma per più di vent’anni. Impegnata in studi e iniziative didattiche sulla memoria della Shoah, ha ideato e diretto dal 2013 il progetto L’Archivio del Visconti e la Storia, nell’ambito del quale ha promosso la Rete Scuola e Memoria – Gli Archivi scolastici italiani. Ha conseguito il Master Internazionale in Didattica della Shoah presso l’Università Roma Tre ed è tra i soci fondatori dell’associazione ETNHOS (European Teachers Network on Holocaust Studies).
Sergio Solmi-Opere, I – Poesie, meditazioni e ricordi
Tomo I: Poesie e versioni poetiche- A cura di Giovanni Pacchiano-
ADELPHI EDIZIONI
Risvolto del libro di Sergio Solmi “Opere , Poesie e meditazioni”-Con questo volume diamo inizio alla pubblicazione delle Opere di Sergio Solmi, impresa che si propone non solo di presentare sotto un’unica veste scritti che hanno molto sofferto per la dispersione dei luoghi in cui apparivano, ma vuole soprattutto rivendicare l’opera di Solmi come una delle più alte e durature di tutta la nostra letteratura del Novecento. Questo primo volume raccoglie l’intera opera poetica, includendo una importante zona di liriche sparse o inedite e tutte le traduzioni in versi (anch’esse in parte inedite). Come scrisse Solmi stesso in un testo di autopresentazione, «la poesia di Solmi ha avuto il destino di una situazione appartata e solitaria, spesso fraintesa dalla critica per la sua difficoltà a essere classificata, di volta in volta, fra le correnti del tempo». Natura di rêveur nella più limpida accezione romantica del termine, Solmi sembra aver scelto fin dall’inizio un paradossale classicismo in equilibrio sul vuoto – essendo ormai sprofondati i grandi canoni che lo reggevano – sotto la tutela della «cara ombra» di Leopardi e insieme di alcuni grandi maestri del moderno, quali Rimbaud, Mallarmé, Valéry. E grazie a questa scelta, la cui singolarità restò forzatamente mimetizzata durante il periodo ‘rondista’, egli è riuscito col tempo ad assorbire in ugual modo, nella misura del suo verso, i mondi del fantastico (di cui è emblema, nella splendida Levania, una fantomatica reincarnazione lunare del poeta) e della quotidianità più dura (si pensi alle esperienze di carcere del «Quaderno di Mario Rossetti»). Seguendo le più ambigue linee di confine fra le apparenze, abbandonandosi senza contrarsi al «vento improvviso» che muove, talvolta, la vita, ascoltando i desideri «anonimi e diffusi come foglie», questa poesia ha trovato un timbro, una malinconica lucidità, una fluidezza del disegno, dinanzi a una persistente angoscia. Ha scoperto infine un parlare sommesso per dire cose essenziali, che emergono dalla «buca d’ombra» e sostano un attimo alla luce in parole diafane. Le novità presentate in questa edizione, sia nelle poesie giovanili sia in quelle tarde, non faranno che confermare la sconcertante coerenza di quest’opera, così discreta ma così ferma nelle sue inclinazioni e nei suoi rifiuti. «Esule disperato della vita» dicono le prime parole della prima lirica raccolta, che risale al remoto 1917, e danno subito il segno di una poesia che ha sempre un piede in qualche altro mondo. Fra quei mondi molteplici appariranno alla fine, nelle poesie inedite degli ultimi anni, la terra immaginale di Hûrqalyâ, svelata dalla mistica iranica, o i giardini di Babilonia, ma anche la pianura platonica dove l’anima sceglie quel «difficile viluppo» che sarà il suo destino. In questa visione sembra concludersi il lungo itinerario del flâneur cosmico, che si inchina alla necessità mentre contempla, attonito, «la mano che mi scrive».
Sergio Solmi
Breve Biografia di Sergio Solmi– Critico e poeta italiano (Rieti 1899 – Milano 1981); fondatore, con G. Debenedetti e altri, della rivista torinese Primo tempo (1922–23); socio corrispondente dei Lincei (1968). La sua notevole produzione saggistica ha spaziato dalla letteratura francese (Il pensiero di Alain, 1930; La salute di Montaigne e altri scritti di letteratura francese, 1942; Saggio su Rimbaud, 1974) alla paraletteratura (Della favola, del viaggio e di altre cose. Saggio sul fantastico, 1971), da Leopardi (Studi e nuovi studi leopardiani, 1975) alla letteratura contemporanea, che ha penetrato con fine intelligenza (Scrittori negli anni, 1963). È stato poeta tanto originale quanto radicato nella tradizione italiana (Fine di stagione, 1933; Poesie, 1950; Levania e altre poesie, 1956; Dal balcone, 1968; Poesie complete, 1974), nonché felice traduttore (Versioni poetiche da contemporanei, 1963; Quaderno di traduzioni, 1969; Quaderno di traduzioni II, 1977); da ricordare anche la raccolta di prose poetiche Meditazioni sullo scorpione (1972). L’edizione completa delle Opere di S. S. è stata avviata nel 1983 (il 5°vol. è uscito nel 2000).
ADELPHI EDIZIONI S.p.A
Via S. Giovanni sul Muro, 14 20121 – Milano Tel. +39 02.725731 (r.a.) Fax +39 02.89010337
Lucianna Argentino è nata na Roma dove vive ed opera. La poesia come percorso umano, spirituale e linguistico ha improntato la sua attività di lavoro e di promozione culturale. Collabora a riviste letterarie. Ha già pubblicato vari libri di versi.Ci sono poeti che si affacciano al vento e ne vengono scolpiti. Durante la lunghissima modellatura, il loro corpo impara la sottile pratica dell’ascolto, la sonorità dell’aria, la sua invisibilità e la sua sostanza.
Lucianna Argentino ,Poetessa di Roma
Un giorno una fanciulla camminò scalza tra colline, attraversò il viale dei ciliegi in fiore, conobbe la ghiaia argentina ed entrò nella capanna della vecchia maestra. La trovò accanto al fuoco che tesseva. Alla sua domanda, la vecchia rispose: “Figliola cara, impara la lezione dell’asola. Esiste un vuoto profondo e utile. È lo stesso che abita la tua bocca, la tua poesia, la tua parola. Se taci, sentirai il suo canto cosmico dentro cui accade la creazione. Che è continua e impermanente”. La bimba tornò a casa al tramonto. Abbottonava e sbottonava la sua giacchetta, chiedendosi cosa mai poteva insegnarle la vita di un bottone d’osso legato a un filo, dentro il vuoto dell’asola. Il poema di Lucianna Argentino ha questa andatura interiore. Ha incontrato la sapienza della vecchia. Dalla presentazione di Anna Maria Farabbi
Lucianna Argentino ,Poetessa di Roma
POESIE da GLI ARGINI DEL TEMPO
Come disincanti Improvvisi disincanti all’equivoco
del vocabolo che fu
rassegnano il presente
come il volo del moscone
dal vetro della finestra
allo specchio che lo riflette.
L’azzurro è lo stesso che giaceva
alle spalle delle panchine del lungo mare
dove le parole masturbavano
la vanagloria annoiata dell’io
e prolungavano lo sciabordio delle onde
contro la chiglia trattenuta
dal pescatore che non vide
la curva sinuosa del monte
insidiare la verginità del cielo.
Avevo sparso fogli perché il suo silenzio
vi lasciasse segni a interrompere
il pendolare andare delle parole.
Ora, in un quadrilatero di respiro, stanno
accartocciati, ingialliti scricchiolano
sotto i miei passi indifesi.
Tento invano d’aprirli, lisciarli,
si graffia la mano indifesa e la penna
s’inceppa su pagine di carta vetrata.
Aritmia Accanto a te s’adagia
la nostalgia della parola
oltre l’aspirazione a dire
sentimenti convergenti
sui quali accordarci
per questo tratto di strada.
Eppure a situazioni estreme
non sempre s’accordano
estreme soluzioni,
sintesi di reciproca latitanza
su questo teatro un po’ stantio.
L’aritmia del cammino
mantiene i nostri fianchi sconosciuti
e l’addio sarà il sopraggiungere
d’improvvisa stagione
lungo cui non ingannerò il destino
nel seppellire i reconditi antefatti
di quando non so più dove guardare
e confondo l’orizzonte con la mia mano.
Preludio L’attimo serale
fiammeggiò l’attesa
e il desiderio si mostrò penombra
di parole in bilico
su sguardi clandestini
scambiati in un preludio
di quadro incompiuto
dove, approssimati per difetto,
siamo bianco su bianco.
da BIOGRAFIA A MARGINE
Mi attraversi e riluci
sei profumo di calicanto che vince
l’aria fredda dell’inverno
ma il tuo canto non scioglie
l’ordito intrecciato d’amaro assenzio.
Altro sapore trangugio
nella risacca dei giorni
aspettando che questo dolore
sia amore.
Solo il lume la sera
nello spazio tra la matita
e la sua ombra
rincuora l’intimità della parola.
Mi rotolano incontro foglie secche e cicche
parole riciclate stabilizzano il monologo
nell’illanguidire del tempo…
ma sulla panchina una donna
– all’oscuro di tutto –
ne sostiene il ritmo con il suo sciocco canto.
Si è scollato un lembo
della carta da parati
– quella fiorata un po’ ingiallita –
e ora lascia che si veda il muro
di un bianco insospettabile.
Ma vedrai basterà una mano di colla
perché tutto torni come prima.
Non so tacere il male – forse lieve
e innocente – di sassolini lanciati
contro una finestra (altro non sento
nelle tue parole) o ignorare
l’illusione riflessa di un cielo
in frantumi: stancato da originarie
stirpi d’ali ci richiama a consunte memorie.
Mi turba – di contrasto – il quieto
andare del cuore come cosa non mia.
Complicato questo frammento
di lapislazzuli e diaspro
(pietre inasprite dal tempo,
levigate dall’opaco stupore
di essere viva). Già te ne parlai,
ti confidai il disagio,
ma la femminile pronuncia
suonò estranea al tuo orecchio maschio:
come dire “il silenzio è la profondità
del vuoto e sorriderne
per non averne inteso il senso.
E io lo che il senso che ti manca è il mio
per questo la mia voce in te fa risacca
e si estingue come un’onda sulla spiaggia.
Mi domandi se la rosa un po’ appassita
nel vaso azzurro ha memoria del roseto,
se l’acqua del fiume ingrigita in città
ricorda la purezza della sorgente…
ma noi, noi quando smetteremo
di conservare i calchi di antiche orme,
di altri passi impressi nella mota dell’anima?
Sul giorno getta la sua ombra
la folta capigliatura della notte,
ma non è di questo buio corrivo che vivo
è della luce adusta del passo scellerato del mio tempo
che si richiude su un vuoto già colmato.
Se ci fossimo conservati
l’uno all’altra
uno spazio di consuetudini
per poterle poi rinnegare altrove
– preferendo vivere in un tempo apocrifo –
forse non avremmo appreso di noi
ciò che ora sappiamo
e che, inevitabilmente, ci divide.
In pochi abbiamo creduto
e a noi soli, che pure ignoriamo
su quali acque ora aleggi lo Spirito,
è stato concesso sentire
la montagna spostarsi e la speranza
– paralizzata dal disorientamento –
alzarsi e procedere a un nostro muto pensiero
verso un punto più chiaro.
Lucianna Argentino ,Poetessa di Roma
da MUTAMENTO
Il già fatto e smarrito
dunque disfatto, un poco vinto
è nella radice raffermo
e induce alla parola di saliva e terra
non più corriva con quanto in noi è infermo
né parola che guarisca i mali ereditati
di tentazioni cui non cedemmo
ma ci ridia l’onestà della vista.
Provami l’utilità del Bene
tu che mi hai voluta qui
senza chiedermi dove sono,
dov’è che sono veramente.
Dimmi chi è che può salvare
e chi essere salvato,
ma considera pure l’incapacità mia
di sentire altro che non sia
questa inadeguata sapienza.
Sappi che non so circuire la vita
perché drappelli di parole
ostinate alla distanza mi assediano,
ma so che tra passione e coscienza
l’abisso è colmabile
se Dio riprendesse la sua onnipotenza
dalle nostre mani.
Dileguami sulla pelle
che sono donna e già da molte vite
ne porto il senso di paura smerigliata
e senza nome come l’odore
di quanto resiste alla verità
perché sia meno vera e più dedita al caso.
Sentimi peso lieve, ricamo inutile,
tara nella misura di giorni
trovati all’allegria se una tua carezza
li svezza a nuovo canto, a nuova liturgia.
Abbiamo trattenuto a lungo gesti e parole
in giorni in cui il silenzio dilaga
incupito dal riflesso d’ombra
di cose inasprite nell’immobilità del presente.
Abbiamo tentato invano di indovinare il sole
dalla scolatura di luce sul muro al mattino.
Trema un orizzonte sotto le ciglia,
un pensiero lievita e preme come pane di cardo
a dire di noi l’esito ignoto.
Dovevi chiarirmi la tua ritrosia
prima che il tempo fosse bonificato di noi
e non imitare la mia assenza a me
che già deglutii la sua e ne fiutai l’odore
incattivito nel chiuso del rimpianto.
Ora che sul foglio ti decanto
divengo un emistichio ardito
se tento Dio dicendogli che vado
dove Lucifero rinasce
alla sua originaria bellezza.
Tu, madre, occasione violata
mancata fatalità d’essere simili
perché diverso è il senso e imprevista
è la stagione lievitata in un’imprendibile
vicinanza dove non ci accorgiamo
della differenza resa sorella d’affinità.
Ed è per attitudine all’assenso
che escludo tutto ciò che non afferma
eppure nego il fondamento, rinnego il nome
cui non so adeguarmi e dileguo.
Spezzato il ramo m’innesto
dove la voce si trattiene genuflessa
inarcata in un silenzio che – acerbo acerbo –
a lei s’arrende.
Piace al mio canto il cammino sbadato
del tuo ritornarmi attraverso
notti nate nei tuoi occhi
puntati sulla via di Cana
su nozze cui non siamo invitati
noi ormai liberi dallo sguardo paterno –
e dunque esiliati in un destino incredulo
meno incredula io ora
che bevo un’acqua mutata in vino.
Sicuri della pace
ogni sera ci promettiamo il mattino,
noi mai temprati al martirio,
consolidati da maliziose paure
adeguate a sedare la vita. Domati
ma non ammansiti, portatori di talenti
inagrestiti ai margini dell’adempimento
siamo come ombra sotto le vigne,
come agrumeti a picco sulle sponde,
ma trasumanare è il fine, è domanda
che risponde, è approdare dove la voce di Dio
incagliata nel grido, si fa mare.
Abituata ad altro
questo che tu dici non lo intendo
né questo che tu sei:
io vivo dissipando la mia forza,
come Maria* mi scelgo la parte migliore
e detto da una donna vedi
somiglia alla luce quietata dall’ombra,
al giorno confinato in fondo alla notte,
ma ancora olio ho nella lampada
e posso vegliare sul foglio, sull’avida
pagina di friabile grana, su una lingua profana
cui testimonio il mio amore
perché anche lei possa amarmi
e di sé mi renda parte.
* da Luca 10,38 Dall’essere coscienziosamente lontani
dalla sollecitudine per via di una nascita prematura,
ne viene l’inclinazione all’astinenza
piuttosto che un cedimento all’atto di fede.
Privi di primogenitura, di beni da moltiplicare,
cosa dare in cambio per quanto ancora da dire
e per il molto di là da venire? Cosa avanzerà di noi?
E dunque cosa raccoglieremo perché nulla vada perduto?
Lucianna Argentino ,Poetessa di Roma
da VERSO PENUEL
Avrei dovuto imparare
dall’umile ritrarsi dell’ombra
al passo della luce,
prendere esempio dall’ombra lieta
dell’acqua, da quella mobile trasparenza
il vivere aderito all’obbedienza.
Ma somiglio a quell’istante in cui
anche un orologio fermo
segna l’ora esatta.
Per questo restano acerbi i peccati,
inagrestisce la coscienza nell’ovvietà
ma la necessità rincasa a dettarmi
d’un mondo sommerso
– pazienza su cui s’affila il verso.
Manco di un dolore profondo
di quelli che disincarnano l’anima
e la fanno sublime.
Fin qui gli anni sono stati un abbraccio forte
dato al buio, come di chi non sa parlare
e alle braccia cede quel potere.
Anni trascorsi con la scure alla radice,
anni di verità fallite, di gioie laciniate.
E’ dunque mio un dolore tutto intero,
già maturo, già presente nel pianto
insolente della nascita. Ne sento
il mormorio di mare, il moto di risacca
nelle viscere – salmastro respiro di lama
dentro m’incide l’evento che consola.
Baciata dall’attimo e da quel bacio all’attimo
consegnata sminuzzo la realtà per meglio amarla,
nell’ora in cui le rondini tornano
ad abitare le fessure di pietra e gli angoli
della stanza placano la loro aguzza forma.
Vorrei tornare a questa vita col privilegio
di chi non si è mai guardato in uno specchio
per darmi un’esitante certezza ora che esito soltanto.
Gli chiederei d’affidarmi la sua paura
se io stessa non temessi, avendone cura,
di renderla coraggio. Più giusto è
che rimanga sua e sia tregua alle certezze
sia disarmata volontà, imprevisto dubbio.
Placet per chi nell’incerto sta saldo
e mente al suo dolore e improvvisa aurore
perché germogli ardire nel cuore inzaccherato.
Il talento Persefone Conservami il luogo in cui mi hai attesa
dammi l’odore della mia assenza
il sapore della tua impazienza.
Offrimi la misura della distanza e poi
colmala di diuturna presenza.
Cheta la fede indietreggiata
al tuo sguardo di chiesa sconsacrata
fanne scandalo alla mia cieca virtù.
Assolvimi da questa biografia infedele,
disincarnami da questo dolore, ridammi l’attitudine
alla costanza soffiata via come polvere dalle mani.
Non ho rigori e riposo dove l’ombra
morde la luce ovvia della verità
affinché tu, esercito e confine, lasci
che io ti conduca dal tuo mondo nel mio regno.
Serviti della mia obbedienza,
dàlle un volto nuovo,
convincimi che non c’è altro
che è tutto qui ciò cui abbiamo rinunciato.
Confondi le linee della mia mano
rimuovi ogni traccia di destino
ma non correggermi se sbaglio
perché nessuna verità potrà smentire
il mio errore.
Assicurami il talento di Persefone
tu, mia ragione scoscesa a picco
sull’ubiquità di cui mi fai capace.
Muta in furtiva voce la vertigine
di essere riva al tuo destino
perché non si sconsacri il cuore
nel presagio della carestia
e sia divino questo nostro umano
tentare l’invisibile.
Comunicati in me
che io ti sia particola di grazia
e poi amami come un dubbio
e come un dubbio arrivami
attraverso distanze ribelli
alla mia pazienza fede. Sii per me stanza
convalescenza e quell’eterno
che diserto seguendo te.
***
Andare dove la luce dura l’infanzia
e il passo svelto di quanto in me riposa
in altra quiete e invecchia alla distanza
del fiato corto delle cose.
E’ tempo anche per me d’invecchiare
ma piano ancora come chi fa le cose a peso
confuso dallo sciabordio dell’eternità
contro la chiglia di ogni attimo.
E quella luce cui vado in trasparenza
in dismisura di te che al canto sfrondi il mio penare
è cronaca d’ombra, veste del mio nuziale esistere.
da DIARIO INVERSO
Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi per questo gli chiedeva “abbassa la voce” pensava che se le parole si fossero fatte simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata più lieve come un bisbigliare oltre una porta chiusa o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto. “Cambia tono” diceva a lei lui che non capiva, e confuso rallentava il passo, cercava un riparo da quell’estate improvvisa, dall’assalto dell’inatteso. Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire che le cose a volte implodono, senza implorare altro, e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Compiuto è l’anno, invertita la rotta
ed è risacca che spagina il tempo
è cura di un dolore contento
è linimento tardivo di un ritroso navigare
è scoramento dell’onda che torna in alto mare.
Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
– oscurata la luce, sospesa la grazia –
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.
a Damiano Ecco lo splendore del primo giorno
dopo il buio serrato nel grido
di tutta la mia vita radunata là per accoglierti.
Ecco l’attimo del “sia la luce”
nell’aprirsi dei tuoi occhi
nel dilatarsi dei polmoni al passaggio
dall’acqua all’aria e il pianto inconsolabile dello strappo
– dopo milioni di anni impreparati ancora al nascere
così come al morire.
Sotto la lingua di muschio della notte
l’intimità del mattino è un abbraccio
senza il calore delle braccia
eppure tintinna e porta un tempo nuovo
a ciò che manda avanti il mondo
e al nonostante che ci fa belli.
Si somigliano il silenzio e il tempo
la domenica mattina quando i gerani stanno
pazienti contro il luccichio dei vetri
dove il senso dell’umano ristagna
e il concistoro di suoni e rumori
diviene un’unica voce.
Non molto di più mi è dato di vedere
e udire da questo esiguo spazio da cui, tuttavia,
una verità senza orme circoscrive l’immenso.
Lucianna Argentino ,Poetessa di Roma
da L’OSPITE INDOCILE
Dice che non c’è addio nelle asole
e asola allora sia:
poca materia intorno e vuoto.
Sia passaggio e allaccio
sia lo spazio dell’abbraccio
sia pertugio e rifugio
sia il chiuso esposto alla parola.
***
Sommale le storie, fanne cifre aguzze
come gli anni di quelli vissuti
sulla capocchia di uno spillo;
prendimi il fiato, la rincorsa;
trattienimi dentro silenzi
in ascolto delle radici,
del crescermi dell’anima
mentre scrivo per sapere cosa è natura
e cosa è sostanza e come fa a essere buono
un frutto o un uomo.
***
Prossimi al mio dire
quelli battezzati con la terra,
rivestiti della grazia delle zolle,
braccati nelle selve cittadine,
entro radure di pestilenze umane,
di ossa rotte, di fracassate speranze.
Prossimi al mio dire
quelli senza peso, senza giusta misura
predestinati all’indeterminazione,
cause efficienti della frazione del pane.
***
Arrivarono le campane
a siglare l’inizio di maggio
a scapicollare il nevischio
e le rondini appena giunte
e poi di nuovo la buona stagione
a sciorinare pistilli e spore
nei parchi allevati dall’infanzia
a ciuffi d’erba e pinoli
a sassolini e terra nelle scarpe
e formiche e luce tra i capelli.
***
Curva sul lavello stava la madre
le clavicole serrate, custodi di un pensiero
che dentro le faceva eco
ma come da un’altra voce.
E una pena da lei mi arrivava
simile a chi vuole limitare il male
rendendo sinottici il dolore e il gaudio.
***
Non risposero all’appello
ma la loro assenza
non provocò domande
semplicemente si stette
ad ascoltarne l’eco del nome
come davanti la lettura
di un testamento.
***
a Sergio Pistolesi Le voci, chiede, avranno
un paradiso tutto loro?
un luogo dove, riposti gli strumenti,
tutte si raccolgono?
Le voci, dice, sai non le parole
che non sarà muto quell’altrove
ricamato di speranza
con fili logori e terreni.
Ma la voce, sai, quel suono
che non ce n’è uno uguale a un altro
dov’è che va?
***
La guerra finì
e loro che c’erano nati dentro
ne uscirono con vaghi ricordi
di allarmi e vermi nella minestra.
E nonna, quella di cui porto metà del nome,
presa nella continuità spazio temporale, è malamente è malamente, ripensava
e quando le offrivano del vino na cria diceva, una goccia, una lacrima.
No cry nonna no cry
passati ormai a un’altra storia
a un’altra guerra di tutto il lascito
ce ne resta na cria.
***
C’è qui – mentre le voci dei bambini
impollinano il tempo – come una nostalgia
simile a quella che del corpo hanno i morti.
Acqua acqua fuoco fuoco – giocano
a chi trova ciò che è nascosto
un gioco che durerà ancora,
a lungo.
***
Scrivo di nascosto da Dio
che nella bocca voglio parole mie
e niente niente
nel passaggio dalla fronte alla spalla
dal gomito alle dita alla punta della penna
al suo muoversi sul foglio
per mio sentire altro
per meditato silenzio e pulsare di tempie
per il mio stare accovacciata
presso lo scavo con l’angelo geometra
e la sua corda a misurare
quanta benedizione c’è sulla terra.
da LE STANZE INQUIETE
Sto qui senza vocazione, ma ogni giorno rispondo,
ogni giorno, pellegrina dell’umano, vado di volto in volto,
piegata al sì dagli occhi e quando l’anima stanca
cede al disamore li faccio tornare bambini,
li riconsegno all’infanzia o a Dio,
così mi stanno dentro per amore e non per dovere.
Mi buttava via le bambole, mi racconta Pamela di suo padre
con uno smottamento che le fa più neri gli occhi. Ma ora che non può più farlo ne ho la stanza piena! Amara la rivalsa nel rullio del suo cuore
– nave scossa dalle onde – ma tese e gonfie le vele,
le guance paffute e lei, bambina, piange senza capire
e si sente buttata via con le sue bambole.
Faccio la mia parte non solo di respiro e mandibole,
raccolgo quanto gli altri perdono,
scambio messaggi con gli occhi,
le mani e il fiato. Il lampo umido di uno sguardo
così come il ronzio di un insetto,
mi svelano preziose teorie sul mondo.
Qui, un poco discosta, sotto l’ombra ardente della penna
che brucia tra le dita ma mi traccia la coerenza
e prova a dire no all’indifferenza.
Rosina era una delle tante
confusa e sfocata tra le tante,
diversa appena per quell’accento calabrese
custodito in bocca come una zolla della sua terra,
ma improvvisamente unica e nitida,
quando indicandomi due ragazzi neri
in fila alla cassa accanto, signorì, mi ha sorpreso,
lei magra e piccolina, hai visto quanto sono alti!
Chissà quanta strada hanno fatto poveri figli!
Pina un metro e cinquanta di acciacchi mi dà monete dal calore buono
e un po’ rassegnato come il suo sguardo
velato di pianto nel raccontarmi che il marito,
malato da tempo, l’ha svegliata in piena notte
e le ha detto Pina, Alberto se ne va… E se ne è andato, come ce ne andiamo tutti,
già distanti gli uni dagli altri
per certi invalicabili silenzi.
Sei piani e cinquecento sessanta passi
tra me e questo armadietto di grigio metallo
dove il camice attende il mio corpo
per farsi anima e generare foglietti
in gestazione di parole, nate per fame e per sazietà. Negli occhi degli uomini il pane delle stelle
mi è parso buio e raffermo, i versi di Char
puntellano questa giornata che mi sta davanti
tutta intera, tutta in luce. Ma ecco
ora è questo l’ombra, questo stare nell’affanno del fiato,
nella me stessa di cui si spartiscono le vesti
cose adiacenti al nulla.
Franca mi confida che il figlio ha dei problemi. E’ timido, chiarisce e candidamente aggiunge ma mica c’è nato sai, c’è diventato, a voler dire che lei l’ha fatto sano
e poi chissà cosa l’ha guastato.
Ma forse è il nascere a guastarci,
quel giungere – da dove? – quell’essere in fieri,
che fa di noi dei diventati.
Perché è nato così? chiede la bambina alla nonna
vedendo un giovane mendicante storpio
accovacciato vicino all’uscita.
Già, perché sono nata così mi chiedo io
che da tempo tento di rispondere a cosa sia la vita,
a cosa significhi amarla,
che provo a farne un grazie stordito ma vivo,
a farmi sponda accogliente
per sfidare occhi anchilosati,
per lastricare fisionomie impervie.
Le due si allontanano, attraversano il parcheggio
tenendosi per mano, portando via la risposta
che non ho sentito. Come ognuno porta con sé
il vagito della nascita senza sapere quale parola
in esso si nasconda o ne sia l’eco.
O se sia il sì alla chiamata della vita,
quel sollecito al difficile compito
di morire migliori di come si è nati.
Lucianna Argentino ,Poetessa di Roma
da “IN CANTO A TE”
Nell’assenza compresi quanta vita ci vuole
per capire il come e il cosa dell’amore,
ma quanti i battiti perduti, quanto il calore disperso.
L’imparai sottraendomi alla verità.
Riemerse poi. Lui lontano –
un nome reticente sulla punta della lingua.
Io nello spavento, nella teoria
fui giuda di me stessa
allora che non sapevo come può stare
nel nome di un’ombra tutta la luce che lui ora
riporta alla mia riva.
***
Metto la mano sinistra sul suo petto
giuro che sarà sempre verità l’amore
cresciuto nell’attesa, dall’attesa redento.
E sento gentile il gesto del nostro amarci
se per noi più dolce è il tempo
privo dell’affanno del fare:
tempo ordinario, senza freccia,
così commutano in noi vita e passione
e il raggio verde di questa luce mite
è soltanto l’aurora.
***
Sulle spalle il peso degli anni
perché siano libere le mani
di slacciare le scarpe al tempo
di costruire un riparo alle stanchezze
nei giorni in cui la pioggia torna in cielo
dal corpo idrico sotterraneo dell’amore
– pozzo a cui attingiamo acqua
per il nostro pane quotidiano.
***
Non hanno lettere le parole
che le sue mani tracciano sul mio corpo.
Sono fuoco aria acqua terra
elementi primi di ciò che nasce e si separa
– quadruplice radice di ogni pensiero
che in noi si fa carne incorruttibile
e gioca con la sana imperfezione del tempo
– noi sfera dell’universo in espansione
nella materia oscura del nostro domani.
***
Non mi pento e non mi dolgo
del puro peccato commesso
tra le sue gambe di maschio
capace di farmi tenera e audace
– mai docile sotto l’aspersorio
con cui benedice e lacera
la passione che di lui avvince me
che dal suo corpo torno
come il grano dopo la trebbiatura.
*** (Le previsioni furono imprecise sul tempo e sul luogo
ma indovinarono l’intensità di ciò che accadde). Ne vidi i segni nel suo sguardo di lupo
tra bagliori di muschi e di licheni
e la luce dei tramonti nella steppa.
Ora sento lui fiutare il mio desiderio, inseguirlo
catturarlo, tenerlo in bocca
in un nido di fiato e di saliva.
Mi abbandono a lui quando spinge e spinge,
oltre e più oltre il piacere
e liberiamo il corpo dall’anima
del corpo facciamo una perla di purissima lucentezza
un tempio di perfettissima innocenza.
Inediti tradotti in inglese da Rocío Bolaños
Sorridiamo a volte
come se in bocca avessimo
la stessa fioritura improvvisa dei papaveri
o l’inatteso apparire del mare dietro una curva.
Ed è un piccolo big bang di coraggio
è l’indicibile riempirsi dei graffi
a muovere i dodici muscoli del viso
e compiere il miracolo – tutto umano –
del sorriso.
At times we smile
as if we had in our mouths
the very sudden flowering of poppies
or the unexpected emerging of the sea behind a curve.
And it’s a little big bang of courage
it is the unspeakable covering of scratches
when moving the twelve muscles of the face
to accomplish the miracle – so human-
of a smile.
Le cose stanno in una loro
disincantata infanzia
accerchiate dall’indomabile volontà del pensiero
di coglierne l’innocenza
e custodirla nella penombra
dove dimora la verità
di ciò che non sfugge e non si sottrae
al soffio d’aria della menzogna.
Così conquistiamo il più che della vita avanza
e si fa avanti nel lutto che è
veglia dei morti sui vivi.
Things are on their own
disenchanted childhood
surrounded by the unruly will of thinking
of grasping its innocence
and keep it in the darkness
where the truth
of what does not escape and nor avoids dwells
to the breath of lies.
Thus we conquer the most that of life scraps
and comes forward in the mourning
holding a vigil of the dead over the living.
Non pensare sia un caso il male
ma guarda la grazia innata
– la matrice geometrica del mondo –
e il bene che ogni giorno attende
le nostre mani per farsi carne di gioia.
Senti la gratitudine adimensionale del vivere
nell’impasto di male e di bene
del nostro circostanziale esistere.
Do not think evil is a coincidence
but look at the natural grace
– the geometric matrix of the world –
and the good awaiting daily
our hands becoming flesh of joy.
Feel the dimensionless gratitude of living
in the jumble of evil and good
of our circumstantial existence.
Se è distanza uguale
a quella tra la rosa e il suo profumo
non temo lo stare nel silenzio
dove l’attesa non è speranza
ma certezza del bello che viene
e del bene già qui nella materia
del nostro risveglio.
Così mi dice il mattino
imbastito di voli e del mio quotidiano
prestargli il cuore per un canto spezzato
dall’abbaiare di cani senza pietà
e ricomposto nell’attimo preciso
del traboccare delle ore
da un tempo che più non le contiene.
If it is same distance
to the one between the rose and its scent
I am not afraid of being silent
where waiting is not hope
but the certainty of the beauty that comes
and the good already here in the matter
of our awakening.
So the morning tells me
tacked with flights and my everyday
grant your heart for a broken song
of the merciless barking of dogs
and reassembled in the precise moment
of the overflow of hours
for a time that no longer contains them.
Ha il peso di un’abitudine
il nostro guardarci
senza mai allentare la presa
o come un verso scritto al buio
davanti al quale sgrana gli occhi
la luce
e s’annida sotto la verde pisside dei pini
perché le sia di ristoro l’ombra
e a noi sia più facile
lo scrutinio dei non che chi muore ci pianta in bocca.
It has the weight of a habit
our looking at each other
without ever loosening the grip
or like a verse written in the dark
fore which the light
widens its eyes
and nestles under the green pyx of pines
so shade may be of relief
and it gets easier for us
the scrutinizing of the non
that whoever dies hammers in our mouth.
Una palla e dei bambini
sul prato incompiuto del mattino
tirano giù il cielo innalzano la terra
ne mettono alla prova la pazienza
con le loro grida sparpagliano la flotta delle nuvole
prosciugate dall’incredulità.
E non importa se non è tutto qui
perché qui è tutto
perché come un granello di polvere
è d’inciampo alla luce
è in simili granelli di luce
che il male inciampa
e cade.
A ball and some children
on the unfinished morning meadow
pull down the sky raise the earth
test its patience
with their shouts they scatter the fleet of clouds
drained with disbelief.
And it doesn’t matter if that isn’t all
because here is all
because like a crumb of dust
is faltering to the light
it is in such crumbs of light
that evil stumbles
and falls.
Le ore – agili sorelle- scardinate dagli istanti
smarrite nel clamore degli eventi
oscillano agitate dal vento dell’imprevedibile.
Confuse non sanno a quale limite aggrapparsi
e stanno come pane avanzato
che in sé mantiene il lievito e la spezzatura.
The hours – nimble sisters – unhinged by the moments
lost in the ruckus of events
sway agitated by the wind of the unpredictable.
Confused they don’t know what limit grasp on to
and are like leftover bread
holding its yeast and sundering.
Cosa chiedere alla vita,
a queste ore scandagliate
con mani confuse, con cuore scardinato?
Adesso che si sceglie
tra chi lasciare andare e chi trattenere qui.
Adesso che l’attesa pioggia è arrivata
ma non ristora l’asciutto della terra.
Non chiedere, dunque rispondere
con quanto in ogni silenzio è respiro
– una preghiera o un canto
che di pietà sorride.
What can be urged from life,
from these fathomed hours
with puzzled hands, with a scattered heart?
Now that there’s a choice
between who to let go and who to keep here.
Now that the awaited rain arrived
but doesn’t freshen up the dryness of the ground.
Don’t ask, answer
with as much breath there is in every silence
– a prayer or a song
that compassionately smiles.
E’ tornato maggio coi suoi deserti asili
e gli impensati vuoti
abbracciati al silenzio dei cortili
quando non c’è altra musica
che lo sfrecciare alto delle rondini
il loro garrito che rammenda l’aria
lacerata dalla paura di chi tra quattro mura
sente che la vita è vita condensata
e come gli atomi perdendo energia
emette luce. E luce allora sia
e illumini ciò che ci fa umani
mostri che non è radice il male
ma lo recide l’essere amati e amare
– l’impegno quotidiano
di chi con le parole dalle cose
estrae splendore.
May is back with its deserted kindergartens
and the unexpected holes
clutched onto the silence of courtyards
when there is no other music
rather than the swifts’ hurtling
their chirp mending the air
ripped by the fear of whom within four walls
feels that life is condensed
and like atoms losing energy
emanates light. Let there be light then
and englighten what makes us human
prove that evil isn’t the origin
however severs loving and being loved
– daily commitment
of whom with words from things
educes glory.
Lucianna Argentino ,Poetessa di Roma
Lucianna Argentino è nata a Roma.Dai primi anni novanta il suo amore per la poesia l’ha portata a occuparsene attivamente come organizzatrice di rassegne, di letture pubbliche, di presentazioni di libri e con collaborazioni a diverse riviste del settore. Sue poesie sono presenti in diverse antologie tra le quali “Poesia’ 90″ (Il Ventaglio), “Incontro di poesia” (Rebellato, 1992), “Poesia degli anni novanta” (Poiesis), “Poeti senza cielo, vol. 2°” (Il Melograno), “Il segreto delle fragole” (2009) e in riviste quali “Poiesis”, “Origini”, “Gradiva”, “La Mosca”, “Italian Poetry Review”, “Il Monte Analogo”, “The world poets quarterly” (tradotte in inglese e cinese), “L’ustione della poesia” (ed. Lietocolle 2010), “La Clessidra”, “NoiDonne”, “Capoverso”, “Il Fiacre n.9”, “Arenaria”. E’ presente in diversi blog di poesia, come “lapoesiaelospirito”, “Imperfetta Ellisse”, “liberinversi”, “Isola Nera”, “Furioso Bene”, “blanc de ta nuque” “Amigos de la urraka”, “La dimora del tempo sospeso” (Rebstein), “Nazione Indiana”, “Le vie “poetiche”. Fa parte della redazione del blog letterario collettivo “viadellebelledonne”. E’ coautrice con Vincenzo Morra del libro “Alessio Niceforo, il poeta della bontà” (Viemme, 1990). Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991), “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci; “Mutamento” ((Fermenti Editrice,1999) con la prefazione di Mariella Bettarini; “Verso Penuel “ (Edizioni dell’Oleandro, 2003), con la prefazione di Dante Maffia; “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi; “L’ospite indocile” (Passigli, 2012) con una nota di Anna Maria Farabbi; “Le stanze inquiete” (Edizioni La Vita Felice, 2016). Con Pagina-Zero ha realizzato nel 2008 un e-book tratto dalla raccolta inedita “Le stanze inquiete” e nel 2011 un nuovo e-book dal titolo “Nomi” con il blog “Le vie poetiche”.
Loris Maria Marchetti (Villafranca Piemonte, 1945) è poeta, narratore, critico letterario e musicale. Già responsabile della redazione del Grande Dizionario della Lingua Italiana, curatore di diverse collane di poesia. Oltre che opere in prosa e di saggistica letteraria (ultime: Muse a Torino. Figure della cultura dell’Otto e Novecento, Achille e La Tartaruga, 2013 e Scrittori e musica, BastogiLibri, Roma 2023) ha pubblicato numerosi volumi e plaquettes di versi, esordendo con Il prisma e la fenice (1977). Le ire inferme (1989) e i più recenti Suite delle tenebre e del mare (2016) e Le incognite dell’anima (puntoacapo, 2020) sono alcuni degli altri titoli. Del 2019, edita da puntoacapo, è la raccolta antologica, con appendice critica, Latitudini fluttuanti. Poesie 1977-2017
Loris Maria Marchetti- Poeta
Poesie da Loris Maria Marchetti, Suite delle tenebre e del mare, puntoacapo, 2016
dalla Sezione II: Andante misterioso. Adagio lugubre. Con mestizia -a cura di Alfredo Rienzi
Tantris
Invidiò sempre chi si levava all’alba
e avvertiva col sole
ridestarsi la vita.
Ma sua scelta tetragona fu optare
per la notte votandosi alla veglia
nel mistero del buio e del silenzio.
Coerente fino in fondo, si andrà ora
aggirando nei regni inconcepibili
della luce o dell’ombra sempiterna.
(p. 16)
L’impressione
L’impressione
è di un vivere postumo
in un orrido sogno
(forse un incubo)
con la coscienza verminosa
(dentro al sogno,
forse all’incubo)
che la realtà
della resurrezione
si rivelerà
più spaventosa
ancora.
(p. 24)
La notte, ancora
Non è certo per amore
che vezzeggiamo la notte
con i suoi fantasmi e col suo buio,
ne coltiviamo culti e riti
e intensamente la viviamo…
È invece la paura
di sorprese e demonî che ci induce
a non chiudere gli occhi
ad attendere l’alba
quando protetti dalla luce
cederemo al riposo.
(p. 26)
Loris Maria Marchetti- Poeta
POESIE
da LA VIA DELLE ORTENSIE
Arles è lontana oggi… Arles è lontana oggi,
il cielo di Van Gogh non ci conforta.
Nostra è una notte astuta e puntigliosa
che gioca a gatto e topo con le nebbie.
La luce non ci fa paura
anche se può accecare –
la luce non ci può atterrire
reduci da Nibelheim.
Un sogno di castelli mi perseguita
– buono ma utopico.
Eppure là vorrei condurti, amica,
nei regni assurdamente veritieri.
Ma tu hai qualcosa in mano,
una clessidra o l’eco di parole
mie senza una svolta
se non le stringi per l’eternità.
E puoi contare fino a mille e oltre,
quando il velluto di un glicine spuntato
dalla terra ti avvolgerà le mani
che avranno consacrato le mie inerzie.
Senza più voce rotolano i fiumi
sconvolti da vittorie rarefatte,
ancipiti barriere che il destino
corona di elemosine autunnali.
Il peso della pioggia squarcia il manto
di foglie poste sopra arche sfaldate:
attesa, evento, tutto è ormai alle spalle,
la bussola mentisce disinvolta.
da CREATURA DI VETRO
Un giardino roccioso Che sia un giardino roccioso –
modesto in dimensioni, toni, esuberanza –
a nascondere sotto qualche anfratto
il fiore azzurro di Heinrich
celato in mezzo a una pattuglia
di confratelli quasi simili
(ma un po’ sbiaditi, pallidi, dimessi)
o addirittura tra fratelli separati
con diverse livree, magari inconciliabili
(e perfino più vive):
che sia un giardino roccioso –
verde quel tanto che basta, vissuto
da piante e da fiori splendenti
quel poco che basta –
dal sole di maggio e settembre
riscattato a onori inattesi
come un’ultima mèta (porto, silenzio)
irradiata di luce a foderare
il fiore azzurro,
forse invisibile in eterno
ma dai muschi in tripudio
notificato del suo esistere.
da MERCANTE INGENUO
Il mare d’inverno Il mare d’inverno
è un filmato di Santa Margherita
con le onde in burrasca che si frangono
nell’odore di nafta del porto
nei metalli aggressivi dei battelli
e lo swing di Ray Conniff a contrappunto
dei primi esaltanti peccati di tabacco
e le efelidi allegre di Lidy
che la pioggia fa lucide…
Il mare d’inverno
è un cortometraggio di schiuma
che il silenzio del tempo
impietoso consuma.
da CONCERTO DOMESTICO
Concerto domestico … ma non sono aerei
qui non passano aerei
eppure il rombo, questo rombo…
qui non passano aerei
sopra l’altra casa passavano
sopra l’altra casa (un po’ di lato) passava l’aereo di Roma
– ma questo rombo, questo rombo ostinato –
passavano anche prima sopra l’altra casa
(che era un’altra casa)
negli anni della più nera oscurità demente
sul mondo e dentro i vetri
(non ero ancora stato concepito)
passavano lasciando ricordi incancellabili
e il rombo s’udiva appressarsi da lontano
(mi dissero le zie)
e dopo il suo passaggio fragoroso e i sibili
altri boati esplodevano e grida disumane e sangue e morte
– questo rombo, questo rombo ostinato –
forse sono i Dodge dei Liberatori going home
costeggiando la riva di un Po trasecolato là in corso Casale
– questo rombo suona più confidenziale
anche se è inverosimile riudirlo questa sera
negli interstizi di un salotto inerme
che si abbandona a un sonno fuori tempo,
senza tempo…
da STAZIONI DI POSTA
In attesa di un crescendo Da te
sarebbe splendido ricevere
dei segnali più forti,
ma è già di qualche pregio
la melodia smagliante dei tuoi occhi
che sorridono ai miei.
Quelli Le cose che vorrei dire,
dire! –
riferire narrare confrontare
discutere
nel nostro gergo iniziatico
con la nostra complicità rodata
dopo l’ascolto di una musica
la visita a una mostra
la lettura di un libro
o commentando la politica
o un evento qualsiasi
e un incontro una persona
(ma sì, qualche malignità, qualche
affettuoso pettegolezzo,
qualche ammicco innocente, e pure
una storiella salace…) –
le cose che vorrei dire
e che non dico e non dirò
perché quelli a cui vorrei dirle
o dovrei
non sono più qui ad ascoltarle.
da REGESTI DEL COSMO
D’ora innanzi «He cometido el peor de los pecados que un hombre puede cometer. No he sido feliz»: così si confessava il sommo Borges
(o forse un suo eteronimo…) cedendo
a crudi attacchi di remordimiento.
Tornando casualmente in una piazza
dove giocavo da bambino – sì,
piazza Gozzano, proprio quella! –
mi venne a un tratto da pensare
che anch’io – senza essere Borges
e neppure Guido – sono stato
infelice e l’ho saputo, ma talvolta
sono stato felice e l’ho ignorato.
Forte di tanto senno,
riuscirò d’ora innanzi a non confondermi?
Foto a sorpresa Saliva le scale lentamente
per ritornare in camera
e il suo costume rosso era stracciato.
———————–(mi vien proprio da piangere ———————–domani ripartiamo ———————–e neanche un bagno ho fatto)
Di nuvolaglia greve illividiva
il cielo, ma la spiaggia era gremita.
da SUITE DELLE TENEBRE E DEL MARE
Auspicio Spero nelle nuvole,
che alla fine riescano a coprire
questo sole accecante ed incendiario,
che ne velino la violenza
ma senza offuscarlo del tutto
lasciando che a tratti trapelino
ancora raggi e calore ma privi
di arroganza brutale e indecente misura.
Spero nelle nuvole,
nella vittoriosa affermazione
del loro naturale sacrificio.
Loris Maria Marchetti- Poeta
Loris Maria Marchetti, nato a Villafranca Sabauda nel 1945, vive a Torino. Di poesia ha pubblicato: Il prisma e la fenice (1977, Premio Torino), La cripta di Superga (1980), La via delle ortensie (1981, Premio Bergamo), Album di un amore (1989), Le ire inferme (1989, Premio Città di Moncalieri), Creatura di vetro (1990), Spreco d’amore (1990), Mercante ingenuo (1994), Il Paradiso in Terra (1998), Concerto domestico (2002), Stazioni di posta (2007), Regesti del Cosmo (2011), Il laccio, il nodo, lo strale (2012), Suite delle tenebre e del mare (2016), Latitudini fluttuanti Poesie 1977-2017 (puntoacapo, 2020). In prosa ha pubblicato: Il piacere della fedeltà (racconti, 1985, Premio Mario Pannunzio), Pagine da un falso diario (prose narrative, 1994), Dopo la chiusura (racconti, 2001), Copie dal vero (prose narrative, 2005), Trentacinque centesimi di resto (pensieri e aforismi, 2005), Le imperfette quadriglie d’agosto (romanzo, 2015). Per la narrativa, nel 2008 ha conseguito il Premio Goffredo Parise. Attivo come critico letterario e musicale, e particolarmente interessato alle relazioni degli scrittori con la musica, ha tra l’altro pubblicato: Pascoli (1976), Un Santo e una Dea e altre cronache di iniziazione (1994), Carducci e Wagner. Un incontro europeo (2009), Espressione senza immagine. La musica nel pensiero e nell’opera di Alfredo Oriani (2011), Muse a Torino. Figure della cultura dell’Otto e Novecento (2013). Dal 2007 è condirettore degli “Annali” del Centro di Studi e Ricerche Mario Pannunzio di Torino. È componente del Comitato Scientifico della Fondazione “Bottari Lattes” di Monforte d’Alba fin dalla sua creazione.
Redazione DEA SABINA
Per la Pubblicazione GRATIS delle vostre Opere ecco tutti i dettagli su come inviare il vostro materiale: Sito-www.abcvox.info
Inediti: Poesie minimo Tre testi con un massimo di 10 (dieci)
Libro Edito: Foto Copertina ( formato Jpg) e Breve Sinossi-
Opere di Pittura e Scultura almeno tre foto-Breve biografia dell’Artista
Fotoreportage – Almeno dieci foto con didascalia e un articolo di presentazione Marca Fotocamera-Obiettivo utilizzato
Concorsi-Bandi completi
Gallerie d’Arte mostre -Inviare Comunicato Stampa e Locandina
A questi fare seguire sempre:
Breve presentazione / Sinossi dell’opera.
Biografia dell’Autore (in terza persona).
Fotografia dell’Autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
Immagine copertina per libro edito (Rinominata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
Anjet Daanje-Il canto della cicogna e del dromedario-
Traduzione di Laura Pignatti-Neri Pozza Editore
Il romanzo di Anjet Daanje è ispirato dalla vita di Emily Brontë e dal suo capolavoro Cime tempestose, Anjet Daanje ha costruito un romanzo immenso, febbrile, che ne contiene tanti altri, in un gioco di specchi che canta l’amore, la perdita, la sorellanza, il potere eterno della letteratura.
Anjet Daanje-Il canto della cicogna e del dromedario-Neri Pozza Editore-
Il canto della cicogna e del dromedario: il primo capitolo del romanzo di Anjet Daanje
Susan Knowles-Chester (1788-1851)
Il 12 dicembre 1847 segna la vita di Susan Knowles, che allora ha già quasi sessant’anni, e quattro anni dopo muore. Nel corso della sua vita sono molti i giorni verso i quali nutre aspettative che nell’attesa, e poi quando si presentano, si riempiono di significato, mentre a posteriori non sembrano aver mantenuto le promesse. Quando arriva quel 12 dicembre, nell’anno del Signore 1847, sembra un giorno d’inverno come tanti altri, iniziati nell’oscurità e finiti nell’oscurità e nel freddo, soffia un vento da nord con neve polverosa che imbianca le strade intirizzite di Bridge Fowling al crepuscolo. Solo per poco le impronte di Susan tradiscono la direzione dei suoi passi, a destra in Church Street, su per il ripido pendio del cimitero, ma quando gira in silenzio dietro la piazzetta della canonica, nessuno distingue più dalle sue impronte verso quale anima sventurata l’emissaria della Morte si sia diretta. La gente del paese aborre il suo lavoro, dove lei va, il dolore la segue come pezzi di legno alla deriva dopo un naufragio, eppure quando quel momento arriva molti chiedono il suo aiuto, è un segreto di pubblico dominio. Proprio come tutti sanno che gran parte di loro, perfino i più credenti, non se ne va senza paura o umiliazioni fisiche, e si riempiono la bocca di come il defunto abbia accettato in pace il volere di Dio, come sia stato sereno e consolante, così in paese tutti sanno che molte donne, dopo avere accudito per settimane, a volte per anni, un familiare, non sono in grado di assumersi quell’ultimo onere, per dolore, o perché non ne hanno il coraggio, non vogliono, o non sanno cosa fare. Susan insegna loro i rispettosi rituali, i gesti pratici, e tuttavia, anche dopo avere appreso le usanze quella prima volta, preferiscono lasciare che sia lei a occuparsi di metterle in pratica. Arriva in segreto, e in segreto se ne va, sulla porta di servizio i benestanti le mettono in mano qualche scellino, i poveri un paio di penny, nessuno deve sapere, a volte neanche la famiglia, o il marito. Gliel’aveva insegnato sua madre, alla morte della sua cara, piccola Susey, che aveva appena quattro anni quando la scarlattina se l’era portata via. La parte più orribile del rituale per Susan erano i batuffoli di ovatta bagnati che aveva dovuto mettere sugli occhi della sua bambina, perché, ore dopo che Susey aveva chiuso gli occhi per l’ultima volta, Susan aveva avuto l’impressione che volesse riaprirli per cercare la sua mamma con il suo sguardo inerme castano chiaro. E anche la fascia con cui Susan aveva dovuto legarle la mascella per prevenire il rigor mortis era terribile, quasi volesse tapparle la bocca una volta per tutte. Ma la madre aveva spiegato a Susan che dovevano preparare Susey alla vita eterna nel miglior modo possibile per amore e rispetto. Le preghiere che recitavano, le abluzioni, la camicia pulita, l’acconciatura dei capelli annodati, le mani giunte, tutto doveva essere perfetto per chi voleva vederla un’ultima volta, e anche per Susey stessa, soprattutto per lei, che presto si sarebbe presentata degnamente al cospetto del suo Creatore per essere ammessa in cielo come un piccolo angelo. È come un matrimonio, così aveva detto la madre di Susan, anche per quello ti lavi le orecchie e tra le gambe, ti metti i vestiti migliori, pronunci parole solenni, e poi cominci una nuova vita. Questo Susan non se l’era mai dimenticato, un matrimonio, cercava di vederlo così, mentre altri vedevano la Morte.
Anjet Daanje-Scrittrice
Biografia di Anjet Daanje è nata a Wijster, nei Paesi Bassi, nel 1965.Con un dottorato in matematica, si è dedicata alla scrittura fin dall’età di ventun anni. È autrice di sceneggiature, racconti, romanzi. Con Il canto della cicogna e del dromedario, Daanje si è aggiudicata il Boekenbon Literatuurprijs, il Libris Literatuur Prijs (i due più importanti riconoscimenti letterari dei Paesi Bassi mai prima d’ora assegnati allo stesso libro), il Constantijn Huygensprijs, premio alla carriera, e l’Inktap, premio attribuito dagli studenti dei licei nederlandesi. Il canto della cicogna e del dromedario è in corso di traduzione in dodici lingue.
CHIETI – Il 2025 vedrà il lancio del prestigioso progetto “Casanova 300”, ideato per celebrare il tricentenario della nascita di Giacomo Casanova, una delle figure più affascinanti e poliedriche del XVIII secolo.
Il Direttore Scientifico del progetto culturale é il Prof. Pierfranco Bruni, curatrice delle pubblicazioni Franca De Santis, presidente di “Terra dei Padri”. Invece, il logo ufficiale è stato ideato da Anna Montella.
Il progetto “Casanova 300” mira a esplorare e valorizzare l’eredità culturale di Giacomo Casanova attraverso una serie di iniziative che spaziano dalla ricerca accademica alla divulgazione culturale, passando per eventi artistici e mostre. Saranno organizzati convegni, tavole rotonde, esposizioni e pubblicazioni dedicate alla vita e alle opere di Casanova, con l’obiettivo di offrire una visione innovativa e approfondita del celebre avventuriero, scrittore e diplomatico.
Un punto di forza del progetto sarà l’assegnazione del prestigioso Premio Terra dei Padri, edizione 2025, che si inserisce all’interno delle celebrazioni di “Casanova 300”. Il premio sarà conferito a personalità, istituzioni e studenti che si sono distinte nel campo della cultura, della letteratura e delle arti, in linea con lo spirito e l’eredità di Casanova.
Il progetto “Casanova 300” si distingue per il coinvolgimento di esperti di altissimo livello. Sotto la direzione scientifica del Prof. Pierfranco Bruni, rinomato studioso di letteratura e storia, la curatela di Franca De Santis, e il design innovativo di Anna Montella, l’iniziativa promette di offrire un’esperienza culturale e intellettuale di un certo spessore.
Il progetto è supportato dalla Casa Editrice Solfanelli e dal Gruppo Tabula Fati, che garantiranno la pubblicazione e la diffusione delle opere legate al progetto
Per ulteriori informazioni e aggiornamenti sul progetto “Casanova 300” e sul Premio Terra dei Padri edizione 2025, si prega di contattare l’indirizzo e-mail casanova300@blu.it.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza. Chiudendo questo banner o comunque proseguendo la navigazione nel sito acconsenti all'uso dei cookie. Accetto/AcceptCookie Policy
This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish.Accetto/AcceptCookie Policy
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.