Irena Sendler: Eroina della Resistenza ai nazisti in Europa
Irena Sendler, nata nel 1910 e morta nel 2008, è stata una delle più grandi eroine della Resistenza ai nazisti in Europa. Donna libera, socialista, ha salvato più di 2.500 bambini ebrei durante l’occupazione tedesca della Polonia.
“La ragazza dei fiori di vetro” è la sua biografia di Tilar J. Mazzeo (Piemme) che racconta la sua straordinaria vita. Il libro è ricco di dettagli anche sulla Polonia in quegli anni. Sendler è il cognome assunto col matrimonio. Lei si chiamava Krzyzanowska, nata a Otwock , cittadina polacca abitata da moltissimi ebrei. Suo padre, medico, morì di tifo, e le locali comunità ebraiche che consideravano il dottore un loro benefattore, le offrirono le spese dell’Università.
Irena nel periodo tra le due guerre mondiali combattè l’antisemitismo che regnava nelle università polacche. Si innamorò di due uomini: il primo Mieczyslaw Sendler che sposò, il secondo Adam Celniker che amò, sposò successivamente e che venne rinchiuso nel ghetto di Varsavia perché ebreo.
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Come assistente sociale riuscì a lavorare nel ghetto relazionando ai tedeschi che temevano l’epidemia di tifo e le insurrezioni. Quando diventò palese che nel 1942 i nazisti volevano deportare l’intera popolazione del ghetto nel campo di sterminio di Treblinka, Irena decise di far uscire dal campo almeno i bambini nascondendoli in sacchi di iuta, nelle cassette di attrezzi… Non era sola in questa operazione. Oltre all’organizzazione Zegota, guidata dal socialista Jan Grobelny, personaggi di destra, cattolici, persone che con “scopo salvifico” pensavano di salvare i bambini, battezzarli, e sottrarli al “perfido giudaismo”. Fu grazie a Sendler, che annotò scrupolosamente i nomi dei piccoli che alla fine della guerra vennero restituiti alla loro identità.
Dopo la guerra divorziò dal marito e sposò Adam tornato dalla prigionia. Morto Adam nel 1961, risposò il suo primo marito Mieczyslaw. Il che è anche una risposta a chi si chiede se è possibile amare due uomini contemporaneamente e durante il corso della propria vita se si riesca a tenerli legati a sé.
Nel 1965 le fu conferita dagli israeliani la medaglia di Giusta tra le nazioni.
Irena Sendler nel 2005Irena_Sendlerowa_2005.Warschau, Bettelnde KinderIrena Sendler Scultura nella scuola di Amburgo-Germania
Eugenia Huici Arguedas de Errázuriz mecenate cilena e leader del modernismo a Parigi-
Eugenia Huici Arguedas de Errázuriz (15 settembre 1860 – 1951)a Parigi è stata una mecenate cilena del modernismo e un leader dello stile di Parigi dal 1880 al XX secolo, che ha aperto la strada all’estetica minimalista modernista che sarebbe stata ripresa di moda da Coco Chanel . La sua cerchia di amici e protetti comprendeva Pablo Picasso, Igor Stravinsky, Jean Cocteau e il poeta Blaise Cendrars. Era di origine basca.
Eugenia era famosa fin dalla tenera età per la sua bellezza; Le suore francesi hanno supervisionato l’educazione della ragazza. La giovane donna accrebbe la sua eredità nella miniera d’argento sposando José Tomás Errázuriz; un giovane e facoltoso paesaggista di una nota famiglia di produttori di vino.
La coppia si stabilì a Parigi, dove Eugenia attirò un seguito di alto profilo. Nell’autunno di quell’anno, incontrarono John Singer Sargent mentre erano in visita a Venezia, forse in luna di miele, e vedevano il fratello di José che aveva preso uno studio con Sargent a Palazzo Rezzonico. Descritta come una bellezza straordinaria, con un naso sottile e capelli corvini, è stata dipinta da Sargent che divenne molto affezionato a Madame Errázuriz e l’avrebbe dipinta diverse volte. Oltre a Sargent, è stata dipinta anche da Jacques-Emile Blanche (pittore francese 1861-1942), Giovanni Boldini, Paul Helleu, Augustus John, Ambrose McEvoy e Pablo Picasso.
Dopo che gli Errázuriz si stabilirono a Parigi, divennero amici di molti nella stessa cerchia dei Subercaseaux (Juan Subercaseaux Errázuriz, Pietro Suber, Tora Suber, Luis Subercaseaux, “Esuberanza”.) : l’ereditiera americana Winnareta Singer; il compositore francese Gabriel Fauré; I pittori francesi Joseph Roger-Jourdain, Ernest Duez e Paul Helleu; e l’artista italiano Giovanni Boldini.
Eugenia da Picasso 1918
Eugenia era un’appassionata sostenitrice delle arti e cercò artisti, sostenendo sia Stravinsky che Diaghilev a un certo punto, e stabilendo amicizie con scrittori e musicisti famosi come W. R. Sickert, Baron de Meyer, Jean Cocteau e Cecil Beaton.
La sua villa, La Mimoseraie, era il laboratorio di design in cui elevava la semplicità a forma d’arte. Nel 1910, scriveva Richardson, “si distingueva già per la scarsità non convenzionale delle sue stanze, per il suo disprezzo per i pouf e le palme in vaso e per la troppa passamaneria …. Apprezzava le cose molto belle e semplici, soprattutto i tessuti di lino cotone, arredi in abete o pietra, la cui qualità migliorava con il lavaggio o lo sbiadimento, lo strofinamento o la lucidatura. Ha curato il più piccolo dettaglio nella sua casa “. Per lei Elegance significa eliminazione. Errazuriz ha appeso tende di lino sfoderato e ha imbiancato le pareti come una casa di contadini – un approccio di decorazione scioccante nel 1914. Amo la mia casa perché sembra molto pulita e umile! lei si vantava di questo.
Cecil Beaton notò i pavimenti di piastrelle rosse che erano privi di moquette ma perfettamente puliti. Ha anche scritto di lei in The Glass of Fashion: Il suo effetto sul gusto degli ultimi cinquant’anni è stato così enorme che l’intera estetica della moderna decorazione d’interni, e molti dei concetti di semplicità … generalmente riconosciuti oggi, possono essere a fronte della sua straordinaria sobria eleganza. Il suo tavolo da tè offriva piatti semplici (niente torte “volgari”), secondo Beaton, che notò che il suo toast “era un’opera d’arte”. Sua nipote era entusiasta, tutto in casa di zia Eugenia aveva un odore così buono. È stato riferito che gli asciugamani odoravano di lavanda e che si è lavata i capelli con l’acqua piovana. Errazuriz detestava i set di mobili, soprammobili e cimeli abbinati. Spietata in materia di disordine, anche nei cassetti dell’ufficio, ha ordinato: gettando via e continuando. Questa era un’estensione della sua convinzione nella necessità di un cambiamento costante: una casa che non cambia, amava dire, è una casa morta. Errazuriz ha proiettato il suo stile purista in ogni angolo della sua vita. Se la cucina non è ben tenuta come il salone. . . non puoi avere una bella casa, ha dichiarato.
Eugenia Huici Arguedas de Errázuriz
Il designer Jean-Michel Frank è diventato il suo discepolo più dotato. Jean Cocteau le presentò Blaise Cendrars, che si dimostrò un mecenate solidale, anche se a volte possessivo. Intorno al 1918 visitò la sua casa e fu così preso dalla semplicità degli arredi, fu ispirato a scrivere la sequenza di poesie D’Oultremer à Indigo (From Ultramarine to Indigo). Alloggia con Eugenia nella sua casa di Biarritz, in una stanza decorata con murales di Pablo Picasso.
Una delle amicizie più importanti e durature di Eugenia è stata con il pittore americano espatriato John Singer Sargent a un passaggio nelle memorie del pianista Arthur Rubinstein che ha ricordato l’alta lode di Sargent per Eugenia:
“Non ho mai conosciuto nessuno con il gusto immancabile e misterioso di questa donna. Che si tratti di arte, musica, letteratura o decorazione d’interni, vede, sente, odora, il vero valore, la vera bellezza.”
Eugenia Huici Arguedas de Errázuriz
In tarda età, Eugenia Errázuriz divenne una francescana terziaria (una suora laica), vestita con un semplice abito nero disegnato da un altro minimalista, Coco Chanel. Un ambiente adatto per questo guardaroba non è mai stato costruito. Sebbene Le Corbusier sia stato incaricato di progettare la sua casa sulla spiaggia in Cile, lasciò scadere il progetto prima di morire a Santiago nel 1951, investita da un’auto mentre attraversava una strada all’età di 91 anni. Villa Eugenia, fu infine costruita in Giappone.
(Web & M.F.)
*Eugenia da Picasso 1918
*William Orpen – En rouge Mme Errázuriz
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Poesie di Maria Luisa Spaziani, Voce-Editore Mondadori-
Maria Luisa Spaziani, Poetessa italiana (Torino 1924 – Roma 2014). Presidente del “Centro Internazionale Eugenio Montale” e del premio Montale, ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Le acque del sabato (1954), Il gong (1962), Utilità della memoria (1966), L’occhio del ciclone (1970), Transito con catene (1977), Geometria del disordine (1981, premio Viareggio), La stella del libero arbitrio (1986), I fasti dell’ortica (1996). Autrice del poema-romanzo Giovanna D’Arco (1990), di Donne in poesia (1992), di racconti (La freccia, 2000), lavori teatrali (La vedova Goldoni, La Ninfa e il suo re) e di critica letteraria. Ha tradotto da vari autori, fra i quali Ronsard, Racine, Goethe, Shakespeare, Marceline Desbordes-Valmore, Gombrich, Yourcenar, Tournier.
Maria Luisa Spaziani
Voce
Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.
Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.
La cometa
Quel mio amore per lui aveva ali di cera
lunghe le ali sembravano eterne
battevano il cielo sicure, sfioravano picchi,
puntavano al sole con nervature nervine.
Fuse le ali ormai mi ricrescono dentro,
soltanto ora perdute mi diventano vere,
e ai cuori incauti grido: la passione è un fantasma
troppo importante, uomini, per potersi incarnare.
Chiomate vaganti comete di Halley, presagi
disastri prodigi che infiammano e gelano il sangue,
nessuno osi fissarvi, si arrischi a sfiorare
coaguli di pura lontananza – morgane.
Realtà e metafora
Tu, realtà e metafora, luminoso
corpo dal doppio segno. Tu moneta
d’inscindibile faccia, bianco cigno
che ingloba il suo riflesso.
Penso all’abbraccio, e all’improvviso scende
in acque buie il mio vascello ebbro. Confluiscono oceani. L’energia,
duraturo arabesco di fulmine.
L’indifferenza
L’indifferenza è inferno senza fiamme,
ricordalo scegliendo fra mille tinte
il tuo fatale grigio.
Se il mondo è senza senso
tua solo è la colpa:
aspetta la tua impronta
questa palla di cera.
E lui mi aspetterà nell’ipertempo
E lui mi aspetterà nell’ipertempo,
sorridente e puntuale, con saluti
e storie che alle poverette orecchie
dell’arrivata parranno incredibili.
Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico?
In poche note o versi qui raccolgo
i messaggi essenziali. Un altro raggio,
aria diversa glieli tradurrà.
Sono venuta a Parigi per dimenticarti
Sono venuta a Parigi per dimenticarti
ma tu ostinato me ne intridi ogni spazio.
Sei la chimera orrida delle gronde di Notre-Dame,
sei l’angelo che invincibile sorride.
Veniamo a patti (il contadino e il diavolo):
lasciami il giorno per guardare, leggere,
sprecare il tempo, divertirmi, escluderti.
Notti e sogni, d’accordo, sono tuoi.
Quant’è difficile la giovinezza
Nei miei vent’anni non ero felice
e non vorrei che il tempo s’invertisse.
Un salice d’argento mi consolava a volte,
a volte ci riusciva con presagi e promesse.
Nessuno dice mai quant’è difficile
la giovinezza. Giunti in cima al cammino
teneramente la guardiamo. In due,
forse la prima volta.
Una rosa che sboccia
Ibernati, incoscienti, inesistenti,
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.
Ma qui ora c’è l’oasi, catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.
Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.
Luna d’inverno
Luna d’inverno che dal melograno
per i vetri di casa filtri lenta
sui miei sonni veloci di ladro
sempre inseguito e sempre per partire.
Come un velo di lacrime t’appanna
e presto l’ora suonerà…
Lontano
oltre le nostre sponde, oltre le magre
stagioni che con moto di marea
mortalmente stancandoci ci esaltano
e ci umiliano, poi splenderai lieta
tu, insegna d’oro all’ultima locanda
lampada sopra il desco incorruttibile
al cui chiarore ad uno ad uno
i visi in cerchio rivedrò che un turbine
vuoto e crudele mi cancella.
Maria Luisa Spaziani
–Biografia di Maria Luisa Spaziani– Poetessa italiana (Torino 1924 – Roma 2014). Nacque a Torino, in via Saluzzo 30, il 7 dicembre 1922, figlia di un facoltoso imprenditore, Ubaldo Spaziani, titolare di un’attività nel settore dolciario. La madre Adalgisa era originaria di Mongardino d’Asti.
Torino fu per lei la città degli studi e delle prime amicizie letterarie, mentre trascorreva le sue vacanze estive a Carcare, in Liguria, nel paese della nonna paterna. Il 7 marzo 1931 nacque sua sorella Bianca Maria e, l’anno successivo, il padre venne nominato direttore presso la Venchi Unica. Furono questi gli anni in cui lesse Carlo Collodi, Charles Dickens, il Don Chisciotte, le Confessioni di un italiano e più avanti la poesia: Giovanni Pascoli, Amalia Guglielminetti, Guido Gozzano, Ada Negri. A metà degli anni Trenta, il padre passò a lavorare ai Pastifici Triestini, costretto dunque a dividersi tra Torino e Trieste. Frequentò, per scelta paterna, il Circolo filologico di corso Valdocco. In questi anni, scrisse il suo primo articolo sul giornale di cronaca Pietro Micca, anche se il vero esordio avvenne sulle pagine della Gazzetta del Popolo. All’Istituto Bertola, dove recuperò un anno, conobbe Vincenzo Ciaffi che la avvicinò ai poeti latini – iniziò a tradurre Catullo – e alla poesia italiana contemporanea: Eugenio Montale, Sandro Penna, Mario Luzi, Leonardo Sinisgalli, Libero De Libero. Dopo diversi trasferimenti, la famiglia si stabilì nella villa di via Pesaro 26, la ‘casa dei ciliegi’ immortalata dai versi montaliani.
Il 7 luglio 1942, fondò insieme a un gruppo di intellettuali torinesi la rivista di poesia Quaderni del girasole che divenne poi, in omaggio a Mallarmé, Il dado. Quaderni di poesia letteratura filosofia, a cui collaborò un gruppo nutrito di intellettuali di spicco come Luzi, Umberto Saba, Penna, Vasco Pratolini e altri. Sul Dado uscì, inoltre, il primo capitolo di The waves di Virginia Woolf, ancora inedito in Italia. Conobbe, in questi anni, Leonardo Sinisgalli ed Ezra Pound che incontrò a Rapallo, altro luogo per lei importante insieme a Roma e Parigi.
Nel frattempo, si iscrisse alla facoltà di lingue presso l’Università di Torino, conseguendo la laurea con una tesi sulla Recherche proustiana, relatore Ferdinando Neri. La poesia e la cultura francese – Alexandre Dumas padre, Gustave Flaubert, Émile Zola, Voltaire, Victor Hugo – furono sempre un punto di riferimento costante per la poetessa, la quale visse per alcuni brevi periodi a Parigi. Nel dopoguerra, conobbe Elémire Zolla, con il quale iniziò un’intensa e tormentata storia sentimentale e intellettuale. Nel 1947 diede vita con molti dei compagni del Dado al premio Torino. Essenziale fu per lei l’incontro con Montale, avvenuto in occasione di una conferenza al teatro Carignano di Torino, il 14 gennaio 1949. Iniziò così una delle relazioni intellettuali e spirituali più intense della letteratura italiana, raccontata nelle lettere oggi conservate presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia.
A ottobre uscì la mondadoriana antologia Poeti scelti, curata da Giuseppe Ungaretti e Davide Lajolo, dove compaiono alcune sue poesie. Nel 1950 la poetessa trovò lavoro presso l’ufficio stampa di una ditta anglo-cinese a Milano, dove frequentò assiduamente Montale. Nello stesso periodo, iniziò a scrivere pezzi giornalistici per numerose testate, tra le quali Milano Sera, Il Tempo, La Stampa, Corriere della sera; collaborò poi anche a numerose riviste tra cui Lo smeraldo, Epoca, Tempo illustrato, Cenobio, L’Illustrazione italiana, Radiocorriere TV, Botteghe oscure e Nuovi argomenti. Nel 1953 vinse una borsa di studio alla Sorbona e, l’anno successivo, venne pubblicata presso Mondadori, nella prestigiosa collana Lo Specchio, la raccolta d’esordio Le acque del sabato – che recuperava al suo interno anche la plaquette apparsa nello stesso anno, Primavera a Parigi – in cui dominano il tema del tempo e molteplici risonanze di ascendenza francese.
Al 1955 risale il viaggio americano – durante il quale conobbe anche Ingeborg Bachmann – a Harvard, in occasione dei seminari estivi tenuti dal giovane Henry Kissinger. Il 1956 fu l’anno de La bufera di Montale che le dedicò, come è noto, un’intera sezione, Madrigali privati, dove è evocata con il nome di Volpe. Nello stesso anno, l’attività paterna ebbe una forte flessione economica e la giovane fu costretta a trovarsi un impiego stabile, che ottenne, presso il collegio Facchetti di Treviglio, come insegnante di francese. Le opere successive, dal titolo Luna lombarda (1959) – «piccolo romanzo che […] mi ricorda una violenta felicità» (M.L. Spaziani, Prefazione, in Ead., Poesie 1954-1996, Milano 2000, p. 8) – e Utilità della memoria (1966) – «diagramma di una seria crisi» (ibid.) – rispecchiano questo momento trascorso a contatto con gli studenti.
Nell’ottobre del 1957 si trasferì a Roma, una città per lei ricca di fascino, in via del Babuino 68. Nel 1958, sposò in Campidoglio Zolla – testimone di nozze fu l’amico e poeta Alfonso Gatto – ma il rapporto tra i coniugi si logorò velocemente e il matrimonio venne sciolto già nel 1960. Al 1961 risale la morte del padre, in seguito alla quale la madre e la sorella si trasferirono a Roma. Nel 1962 pubblicò Il gong e, nello stesso anno, tradusse per Feltrinelli due romanzi di Marguerite Yourcenar, Il colpo di grazia e Alexis. Il 25 giugno 1964 nacque la figlia Oriana Lorena. Nell’autunno del 1964 iniziò la carriera universitaria alla facoltà di magistero dell’Università di Messina come docente di lingua e letteratura tedesca, per poi passare all’insegnamento di lingua e letteratura francese ed essere chiamata successivamente, nel 1969, all’Università di Palermo.
Nell’aprile del 1966, uscì da Mondadori Utilità della memoria, dove si riduce la componente postermetica in nome di una «lucida passione esplorativa» (Lagazzi, 2012, p. XIX). Nel 1970 uscì da Mondadori L’occhio del ciclone, libro legato al periodo messinese e al mare della Sicilia, definito dalla poetessa «parzialmente monotematico». Nell’aprile del 1971 morì la madre. L’anno successivo pubblicò per la ERI il volume Ronsard fra gli astri della Pléiade, per poi tornare alla lingua tedesca, nel 1973, con la traduzione di un testo teatrale di Johann Wolfgang von Goethe, il Goetz von Berlichingen. Continuò a tradurre autori amati tra cui si ricordano Jean Racine, Michel Tournier, André Gide, ma anche Gustave Flaubert, Marceline Desbordes-Valmore, Francis Jammes. Intraprese, poi, in questi anni, numerosi viaggi: in Unione Sovietica, Cina, Giappone, Marocco, Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia. Negli anni Settanta pubblicò i saggi Il teatro francese del Settecento, cui seguirono Il teatro francese dell’Ottocento e Il teatro francese del Novecento.
Alla fine degli anni Settanta era ormai un’autrice affermata: la casa editrice Mondadori pubblicò così nel 1979 un’ampia antologia della sua attività poetica, curata da Luigi Baldacci. L’anno prima, nel 1978, aveva dato vita a Roma, insieme a Giorgio Caproni, Danilo Dolci, Mario Luzi, Giovanni Raboni e Giacinto Spagnoletti, al Movimento-Poesia, con l’obiettivo di diffondere la poesia tramite varie iniziative. Nel 1979 entrò a far parte della giuria del premio Mondello e, nel 1981, dopo la morte di Montale, per onorarne la memoria, trasformò il precedente Movimento-Poesia nel Centro internazionale Eugenio Montale, istituendo poi anche il premio Montale. Dopo Transito con catene (1977), «un libro impuro, ricco di suggestioni diverse e lontane» (M.L. Spaziani, Prefazione, in Ead., Poesie 1954-1996, Milano 2000, p. 8) in cui sono raccolti anche i versi della precedente Ultrasuoni, pubblicò Geometria del disordine (1981), con cui vinse il premio Viareggio. Riprese poi a tradurre Marguerite Yourcenar di cui uscirono le Novelle orientali (1983) e Fuochi (1984). Seguirono i versi de La stella del libero arbitrio (1986), I fasti dell’ortica (1996) – qui sono raccolti anche i versi di Torri di vedetta –, La radice del mare (1999), cui si aggiungono, oltre ai numerosi articoli apparsi su riviste e quotidiani, le interviste immaginarie di Donne in poesia (1992), una raccolta di racconti, La freccia (2000) e alcuni testi teatrali, tra cui, dopo Il dottore di vetro (musicato da Roman Vlad nel 1959), si ricordano La ninfa e il suo re (1986) e La vedova Goldoni (1997). Fra i riconoscimenti da lei ottenuti ci furono ben tre candidature al premio Nobel per la letteratura nel 1990, 1992 e 1997. Sempre per Mondadori uscì nel 2002 La traversata dell’oasi, moderno canzoniere dove si celebra «una storia d’amore niente affatto ideale, ma fiorita per quel miracolo che non ha età, come un inatteso dono di grazia, un albero fuori stagione» (Lagazzi, 2012, p. XLIV).
A coronare la sua attività poetica, l’opera dedicata all’eroina centrale negli anni della formazione: Giovanna d’Arco (1990), «una narrazione epico-romanzesca in versi» (p. XXXIX), da cui poi venne tratto lo spettacolo teatrale L’angelo e il fuoco, con la regia di Luca De Fusco. Nel 2000 si trasferì in una nuova casa nel quartiere Prati, in via Cola di Rienzo 44. Il 30 maggio 2002 morì Zolla e, nello stesso anno, venne presentato il volume Poesie dalla mano sinistra. Nel 2003 fu costretta a lasciare la presidenza del Centro Montale per dissensi interni. In quello stesso anno, venne insignita dell’alta onorificenza di cavaliere di Gran Croce della Repubblica. Nel 2006 pubblicò La luna è già alta e nel 2009 per San Marco dei Giustiniani L’incrocio delle mediane con l’introduzione di Stefano Verdino. Montale e la Volpe (2011) è il titolo del volume di scritti autobiografici, in cui la poetessa racconta il suo rapporto con Montale.
Morì a Roma il 30 giugno 2014.
Fonti e Bibl.: Il Fondo Maria Luisa Spaziani si trova presso il Centro Manoscritti dell’Università di Pavia. Un nuovo Fondo a lei dedicato, a cura di Anna Buoninsegni, si trova nella Biblioteca Sperelliana del 1600, a Gubbio. Si vedano inoltre: Fondo manoscritto di autori contemporaneai. Catalogo, a cura di G. Ferretti – M.A. Grignani – M.P. Musatti, Torino 1982; N. Trotta, Notiziario, in Autografo, 1997, n. 35, pp. 185-192; Catalogo delle lettere di Eugenio Montale a M.L. S. 1949-1964, a cura di G. Polimeni, Pavia 1999. Le sue opere poetiche sono raccolte in M.L. Spaziani, Tutte le poesie, a cura di P. Lagazzi – G. Pontiggia, Milano 2012. Si segnala che una parte dei suoi aforismi è contenuta nell’antologia Scrittori italiani di aforismi, a cura di G. Ruozzi, Milano 1994. Per la bibliografia critica si vedano: L. Baldacci, Introduzione a M.L. Spaziani, Poesie, Milano 1979; V. Paladino, La poesia di M.L. S.: il certo normativo della metafora, in Critica letteraria, XIV (1986), 52, pp. 501-509; G. Bufalino, Per M.L. S., in Pagine disperse, Caltanissetta-Roma 1991; C. Gualandi, Il corpo del canto. Appunti sulla poetica della veggenza nell’opera di M.L. S., Milano 1994; M. Forti, Unità e molteplicità poetica in M.L. S., in Nuova Antologia, 1997, n. 2201, pp. 199-212; A. Bertoni, Su cinque estravaganti di M.L. S., in YIP, 2003, n. 7; L. D’Ambrosio, Il fuoco sacro della poesia: Conversazioni con M.L. S., Roma 2004; P. Lagazzi, “Venere o Cerere, Marta o Maria”: i volti e le maschere di M.L. S., introduzione a M.L. Spaziani, Tutte le poesie, cit., pp. XI-LXVII; S. Raffo, La divina differenza: la musa lirica di M.L. S., Faloppio 2015. -Fonte- Istituto della Enciclopedia Italiana
Nadia Maria Filippini- “Mai più sole” contro la violenza sessuale
– Viella Libreria Editrice-
Sinossi del libro di Nadia Maria Filippini- Il libro ricostruisce una vicenda che ha segnato uno snodo cruciale nella lotta contro la violenza sulle donne. È la prima manifestazione femminista in un processo per stupro, a Verona nel 1976, che vede il movimento, d’intesa con la parte civile, chiedere il dibattimento a porte aperte e trasformare il processo in un’azione di denuncia contro la parzialità dei giudici, la vittimizzazione secondaria e la cultura solidale con lo stupro.
Nadia Maria Filippini-In copertina: Manifestazione femminista nell’aula del Tribunale di Verona, 1976. Archivio Lucas Uliano.
Il valore emblematico e l’impatto mediatico della vicenda, seguita per la prima volta in diretta anche dalla Rai, portano il tema della violenza di genere al centro del dibattito pubblico e inaugurano una stagione di mobilitazioni e iniziative delle donne, con l’apertura di centri antiviolenza e la modifica del codice Rocco, che ancora derubricava lo stupro come reato contro la morale.
La ricca documentazione, per la maggior parte inedita, di cui si è avvalsa la ricerca, ha consentito di mettere in luce le figure delle protagoniste, i contenuti e le sfaccettature di questa battaglia, le sue ripercussioni sociali e politiche, collocandola nel contesto della storia delle donne degli anni Settanta.
2. La violenza carnale nei codici e nella tradizione giuridica
3. Il femminismo italiano alla metà degli anni Settanta
4. Il contesto veronese
5. Lo spartiacque del delitto del Circeo
2. «Ogni processo per violenza carnale è un processo politico»
1. L’incontro con il movimento femminista
2. Rompere il silenzio!
3. L’antecedente del processo per aborto di Padova
4. La mobilitazione delle donne
5. La strategia processuale: l’istruttoria di parte civile
6. Per un processo a porte aperte!
3. La contestazione in Tribunale
1. La scelta di Tina Lagostena Bassi e Maria Magnani Noya
2. La ricusazione della Corte
3. La conclusione del processo
4. La risonanza mediatica
5. L’impossibile rientro nel paese
4. «Non è che l’inizio!»: la lotta contro la violenza sulle donne nella seconda metà degli anni Settanta
1. Il proliferare delle manifestazioni
2. Nascita dei centri antiviolenza autogestiti
3. Verso una nuova legge sulla violenza contro le donne
Appendice
Indice dei nomi
L’Autrice-Nadia Maria Filippini ha insegnato Storia delle donne presso l’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Ha fatto parte del direttivo della Società italiana delle storiche, di cui è fra le socie fondatrici, e della redazione della rivista «Genesis». Per i nostri tipi ha già pubblicato: Corpi e storia. Donne e uomini dal mondo antico all’età contemporanea (2002), Donne dentro la guerra. Il primo conflitto mondiale in area veneta (2017) e Generare, partorire, nascere. Dal mondo antico alla provetta (2017; trad. ingl. Pregnancy, Delivery, Childbirth. A Gender and Cultural History from Antiquity to Test Tube, Routledge, 2020).
In copertina: Manifestazione femminista nell’aula del Tribunale di Verona, 1976. Archivio Lucas Uliano.
Viella Libreria Editrice-
Via delle Alpi 32 – 00198 Roma
Tel. 06.8417758 – Fax 06.85353960
Sinossi del libro di Bibbiana Cau – La Levatrice-Non è una di loro, Mallena. Un giorno di sedici anni prima è arrivata a Norolani insieme con Jubanne, cui è bastato un attimo per innamorarsi e che l’ha sposata per proteggerla da un destino che gravava su di lei come una condanna. Eppure, per gli abitanti di quel paese dove il maestrale porta il respiro del mare, ormai è diventata un punto di riferimento. Perché Mallena è una llevadora che, mettendo in pratica il sapere antico tramandatole dalla madre, assiste tutte le partorienti, anche quelle delle famiglie più umili, senza mai pretendere nulla in cambio. Ma tutto precipita nel settembre 1917, quando Jubanne torna dal fronte ferito nel corpo e nell’anima. Per pagargli le cure necessarie, Mallena chiede a gran voce al consiglio comunale di essere remunerata per il suo lavoro e, ancora una volta, quel sussidio le viene negato. Come se non bastasse, in conformità a un decreto regio, viene assunta un’ostetrica diplomata, destinata a sostituirla.
Bibbiana Cau-La levatrice
Arriva dal continente, Angelica Ferrari: nonostante la giovane età, per essere lì ha combattuto a lungo, sfidando le convenzioni sociali e la disapprovazione del padre, che voleva relegarla tra le mura domestiche, sposata con un buon partito. E adesso deve lottare contro la diffidenza delle donne del paese, che la vedono come un’estranea e rifiutano le sue cure. Dovrebbero essere rivali, Mallena e Angelica, invece sono le due facce della stessa medaglia, entrambe spinte dal desiderio di libertà e indipendenza, entrambe tradite dalle persone che avrebbero dovuto proteggerle e vittime della quotidiana ingiustizia che il mondo sa riservare soprattutto alle donne. Tuttavia, quando la situazione si farà insostenibile e i fantasmi del passato torneranno a bussare alla porta di Mallena, sarà proprio l’intera comunità di Norolani a pretendere che, per una volta, si faccia davvero giustizia.
Una grande storia al femminile che, attraverso la lingua, i profumi, la poesia e la ruvidezza della vita quotidiana nella Sardegna d’inizio Novecento, narra di gente umile e schiva, ma unita da un profondo senso di comunità. E di una protagonista che, grazie a una saggezza ancestrale e alla solidarietà delle altre donne, matura in sé una nuova e luminosa consapevolezza.
ISBN: 8842936421
Casa Editrice: Nord
Pagine: 384
Data di uscita: 27-05-2025
Biografia
Bibbiana Cau-La levatrice
Bibbiana Cau è nata e vive in Sardegna. Dopo gli studi di Ostetricia all’Università di Cagliari, nel corso di una lunga carriera lavorativa ha avuto il privilegio di accompagnare alla nascita tantissime nuove vite. Lettrice da sempre, ha scoperto l’interesse per la scrittura durante la stesura della tesi in Storia sociale e, dopo essersi laureata in Educazione degli adulti e in Formazione continua all’Università di Roma Tre, ha frequentato i corsi della Scuola Holden di Torino, di Medicina narrativa presso le Aziende Sanitarie Locali sarde e di Londra Scrive con Marco Mancassola. La levatrice è il suo esordio letterario.
LEVATRICE (fr. sage-femme; sp. comadre; ted. Hebamme; ingl. midwife) -Istituto della Enciclopedia Italiana
È la donna, debitamente diplomata, che assiste la gravida, la partoriente, la puerpera e il neonato. Da qualche anno si nota l’aspirazione a usare il nome di “ostetrica” e un primo riconoscimento ufficiale si ebbe nei sindacati, che sono detti appunto “delle ostetriche”.
In Italia, la quasi totalità dei parti è assistita dalle levatrici; solo in pochi centri e nelle classi agiate si vuole anche la presenza del medico ostetrico, e solo nei centri ad assistenza sanitaria più evoluta è largo il ricovero alle maternità e alle cliniche per il parto anche fisiologico. Data l’abitudine della generalità della popolazione, è dunque grande l’importanza sanitaria e sociale delle levatrici; da qui le opportune misure per migliorarne sempre più l’efficienza; donde la maggiore severità nell’ammissione alle scuole ostetriche (si richiede il titolo di studio equivalente alla terza tecnica o ginnasiale); la maggiore durata dei corsi (portata a tre anni); la larga parte data al tirocinio pratico durante l’insegnamento; l’istituzione di corsi di perfezionamento, favoriti anche di recente dall’Opera nazionale per la protezione della maternità e infanzia; infine la precisa regolamentazione di tutto quanto compete alla levatrice nel suo esercizio professionale.
Sarah Josepha Hale – la Poetessa della Festa del Ringraziamento –
Sarah Josepha Hale
Poet, Sarah Josepha Hale is best known for creating the nursery rhyme “Mary Had a Little Lamb.” However, her work extends far beyond her writing. Her influence can be seen in historic sites and a famous national holiday still widely celebrated today.
Sarah Josepha Hale was born on October 24th, 1788 in Newport, New Hampshire. Her parents were strong advocates for education of both sexes. Therefore, Hale was taught well beyond the normal age for a woman. Later, she married a lawyer David Hale, who supported her in all scholarly endeavors. Sadly, her husband died after only nine years of marriage, leaving Hale a widow with five children. She turned to poetry as a form of income. Her most famous book, titled Poems for Our Children included a beloved story from her childhood. “Mary Had a Little Lamb” was instantly a popular nursey rhyme.
In 1837, she became the editor of the Godey’s Lady’s Book. Her work with the magazine made her one of the most influential voices in the 19th century. Her columns covered everything from women’s education to child rearing. Hale also used her platform to support other causes, including abolishing slavery and, later, colonization (freeing African Americans and sending them to Africa). While working as editor, she raised money for various historic sites. Hale helped to preserve George Washington’s home and financially supported the construction of the Bunker Hill Monument. Her work in historic preservation has stood the test of time, as both sites are still open to public.
Sarah Josepha Hale
Hale has been criticized heavily for her support of gender roles. As an editor, she encouraged women to focus their efforts in the domestic realm. A proper woman, to Hale not only managed the home but she also imparted religion to her children. Godey’s Lady’s Book was widely known for its conservative views for much of the 19th century. Additionally, Hale did not support the women’s suffrage movement because she believed that women’s participation in politics would limit their influence in the home. However, Hale did use the magazine to advocate for the education of women and the rights of women as property owners.
Hale used her persuasive writings to support the creation of Thanksgiving as a national holiday. Beginning in 1846, she charged the president and other leading politicians to push for the national celebration of Thanksgiving, which was then only celebrated in the Northeast. Her requests for recognition were largely ignored by politicians until 1863. While the nation was in the middle of the Civil War, President Lincoln signed into action “A National Day of Thanksgiving and Praise.” Hale’s letter to Lincoln is often cited as the main factor in his decision. Hale retired as editor in 1877 and died two years later at the age of 92.
On a breezy morning in August 1926, nineteen-year-old Gertrude Ederle jumped into the cold waters of the English Channel. With her muscles relaxed from some rest after months of grueling training and her body coated head to toe in a mixture of lanolin, petroleum jelly, and grease for insulation against the chill and protection against the swarms of jellyfish, she felt determined and excited to attempt what no woman and only five men had ever done: swim across the Channel.
Gertrude Caroline Ederle was born to German immigrant parents in New York City on October 23, 1905. The third of six children, she grew up in a lively household in Manhattan’s Upper West Side, where during summer months, Gertrude’s family would take outings to the New Jersey shore. It was on these sunny childhood days that a passion for swimming blossomed.
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Soon, she turned the joy into a pursuit of competitive swimming, where success came quickly. Gertrude set her first world record at the age of 12. Between the ages of 15 and 19, she set 29 national and world records. In 1924, she represented the United States at the Paris Olympics, earning one gold medal in the 4×100-meter freestyle relay and two bronze medals in individual freestyle events.
Yet, she wanted to challenge herself more, to push her physical limits. And she also wanted to challenge the societal expectations placed on women. Which were many at the time.
Gertrude set her sights on swimming across the English Channel. Often referred to as the “Mount Everest of swimming” for its cold, rough waters teeming with jellyfish, the twenty-one-mile span was considered the ultimate test of endurance. Many believed that women were not physically capable of such a feat. Gertrude became determined to prove them wrong.
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Her first attempt in 1925 ended in disappointment. Thinking she was in distress, her trainer touched Gertrude as he attempted to pull her from the water, disqualifying the swim. Though upset, Gertrude thought of her motto, if at first you don’t succeed, try, try again. “I am going to attempt to swim the English Channel again next July,” she said to herself.
For her second attempt, she hired a new coach and developed a rigorous training regimen, swimming four hours a day. She also designed a pair of goggles to better protect her eyes and a more aerodynamic swimsuit that minimized drag in the water.
On August 6, 1926, she started the swim at Gris-Nez, France with a tugboat carrying her coach and supporters trailing, offering encouragement and supplies of broth and sugar cubes for energy. She gave her team of supporters strict instructions about taking her out of the water: “until I get there or I can’t move.”
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
The swim was a battle from the start. Just a few minutes in, rough swells made her consider quitting. “But I thought I had to make a showing so I just kept on and on and on. When I got a few miles out I was confident I could make it and kept on,” Gertrude later said.
Pushing through while singing her favorite song, Let Me Call You Sweetheart, she swam and swam. Even when her coach encouraged her to stop, Gertrude continued. “It’s today or never, Pop,” she shouted to her father and supporters on the tugboat. He replied, “Kiddie finish it.”
After 14 hours and 39 minutes, Gertrude emerged from the water onto the shores of Kingsdown, England. Her time was over two hours faster than the fastest man to have swum the Channel. Exhausted but triumphant, Gertrude became an international sensation. Newspapers worldwide hailed her achievement, and she was welcomed home to a ticker-tape parade in New York City attended by an estimated two million people. President Calvin Coolidge called her “America’s Best Girl,” a title she cherished throughout her life.
Gertrude soon retired and largely retreated from the public eye. She spent her later years teaching swimming to deaf children, a cause close to her heart as she herself became partially deaf after a childhood accident. On November 30, 2003, she passed away at the age of 98.
Sources:
Hasday, Judy L.. Extraordinary Women Athletes. United States, Children’s Press, 2000.
Lillian Cannon, of Baltimore, Md., offering her best wishes to Gertrude Ederle, as she starts out from Cape Griz Nez, France, on her successful attempt to swim the English Channel. Photograph. Retrieved from the Library of Congress, <loc.gov/item/95503395/>.
Parade for Gertrude Ederle coming up Broadway, New York City, with large crowd watching / photo by staff photographer. Photograph. Retrieved from the Library of Congress, <loc.gov/item/98510485/>.
Vittoria AganoorPompilj -Poesie complete-Edited by Luigi Grilli Firenze: F. Le Monnier, 1912
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
ROMA-La notte dal 7 all’ 8 di maggio del 1910 si spegneva a Roma, in una casa di salute, Vittoria Aganoor Pompilj . La inattesa e immatura sua fine e il tragico suicidio del marito, [1] avvenuto poche ore dopo,
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levarono unanime compianto nella Capitale e fuori; onde, per più giorni, il caso pietoso occupò le menti e i cuori di tutti. Niuno che l’avesse anche per poco avvicinata, poteva sottrarsi al fascino irresistibile che emanava da quella sua piccola persona tutta grazia e leggiadria; da que’ suoi grandi occhi neri e profondi, lampeggianti passione, velati di malinconia; dalla sua schietta e signorile affabilità. Chi poi ebbe la fortuna di essere con lei in familiare consuetudine, non ignora quale tesoro di bontà s’ accogliesse nell’ anima sua, pronta così a inebriarsi di luce e a correr dietro ai fantasmi della mente come a infervorarsi in ogni opera di carità e di giustizia, di pubblico e di privato interesse. Signora della poesia e della gentilezza insieme, non amò che il bello, non seppe che il bene. Tal che non vi fu, io credo, chi, conoscendola, non l’amasse, e chi, sentendone parlare, non desiderasse di conoscerla:
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Tal fu, che a molti il ricordarla è pianto;
Tal fu, che a tutti nel suo canto vive. [1]
E vivrà, s’ io non m’ inganno, nell’ ammirazione dei contemporanei e dei posteri come la più perfetta e genuina incarnazione di quella femminilità poetica che altre snaturano in isteriche convulsioni di pensiero e di forma.
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«Il dì che si spense Vittoria Aganoor», ha scritto Arturo Graf, «tacque all’orecchio degl’ Italiani una voce di schietta, pensosa, nobil poesia; voce che scaturiva dal profondo di un’anima eletta e dell’anima cercava il profondo». [1]
E chi sa quali altri canti di alta e delicata ispirazione avrebbe quella sua voce saputo modulare, se la vita ch’ ella amava intensamente, e più soave, più vera, più sua, le rigerminava nell’intimo
in segrete battaglie, in ambasce
segrete, siccome dentro arida chiostra
di ruderi un fiore; se la vita, dico, non le fosse venuta a mancare proprio quando maggiormente dintorno le sorridevano le lusinghe dell’arte, della gloria, dell’amore.
Ahimè! io l’ ho presente ancora quale la vidi l’ ultima volta sul bianco letticciuolo non suo, composta nella pace suprema, affollato l’esanime corpo di fiori; fiore ella stessa di singolare candore. Le sue fattezze, quasi trasumanate, erano quelle di giovinetta dormente. Reggeva tra le dita ceree il crocifisso; e, abbassate le palpebre, sembrava rapita nella visione paradisiaca delle più belle immagini che da lei, viva, ebbero riso e splendore. Intanto da le finestre, prospicenti sul piccolo giardino, una voce pareva cantare:
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
…. O genti dolorose,
io vengo, io vengo! Aprite alle speranze
il core, aprite le rinchiuse stanze
alla giungente carica di rose.
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Io vengo, io vengo! Ogni deserto ed ogni
rupe fiorisce, levate la testa
e sorridete, io vengo per la festa
meravigliosa, carica di sogni. [1]
La Primavera cantava le speranze e la vita: ella era morta!
II.
Armena di stirpe, e nobilissima, la famiglia degli Aganoor. Trapiantata nel 1605 da Sciahapass I, il Grande, dalla provincia di Nakhicevan in Persia, passò poi nelle Indie, donde, due secoli più tardi, cioè nel 1835, un discendente, Abramo, uomo ricchissimo e molto amante delle lettere, [2] emigrò in Europa con tre figli, stabilendosi successivamente a Parigi, Venezia e Padova. Quivi il 26 di maggio del 1855 da uno di essi, Edoardo, [3] e da Giuseppina Pacini nacque Vittoria nella casa detta anche oggi degli Armeni, in Via del Prato della Valle, attualmente Piazza Vittorio Emanuele.[4]
[p. VII]
Ad essa allude l’ Aganoor in una delle sue liriche più belle che s’ intitola appunto: Casa natale:[1]
Vecchia casa lontana,
aperta su quel prato
che il fiumicel chiudea come monile
tremulo, rispecchiante
statue brune dal muscoso plinto;
e di là dal recinto,
di pennuti cantor reggia felice,
le folte, antiche piante,
verdi asili romiti,
per me già sognatrice,
di pensieri, di fascini, d’ inviti….
Di puro sangue armeno dunque Vittoria, non Indiana o Persiana come altri la disse. E alla sua origine ella teneva moltissimo; Sì che, scrivendo in proposito a un dotto Padre Mechitarista dell’ Isola di S. Lazzaro, [2] si rammaricava con lui d’ ignorare la lingua della sua nazione: «Quanto mi dolgo anch’ io di non sapere l’ armeno! Non me lo dica, che davvero ne piangerei, pensando che sarebbe costato così poco al mio papà caro d’ insegnarmelo da bambina!».
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
In quella casa di Padova la poetessa trascorse la
[p. VIII]
sua infanzia prima, «fiorita quasi in un sogno orientale, com’ella ebbe a scrivere, [1] ascoltando per ore, muta, coi grandi occhi intenti, le descrizioni nostalgiche del padre, venuto dall’Asia fanciullo, e che ben ricordava la sua fulgida villa di Rayapatà (villa del Re), dai colonnati di tempio, dal parco sconfinato e superbo, dove le palme si levano eccelse sul topazio dei vesperi e gli aquilotti roteavano alto nella trasparenza dei cieli. E dell’ aria cristallina e purissima, delle selve intatte da secoli, dell’urlo e della selvaggia bellezza dell’Oceano Indiano, diceva con ardore, accendendosi, esaltandosi a mano a mano nella maravigliosa visione. Tutto mi sembra oscuro ed angusto qui, ripeteva spesso….».
Rievocazione assai dolce all’anima di Vittoria, che trova riscontro nei versi nobilissimi di lei, intitolati appunto al padre, e che su tutti gli altri le furono cari:
…. cercare ti rivedo, inchino
sul cembalo, dei dolci anni tuoi primi
le semplici canzoni, udite all’ ombra
delle palme e nei bei vesperi d’ oro;
or le feste, le preci, il luminoso
sogno non mai dimenticato, io t’ odo
dell’ infanzia narrar, fiorita al sole
dell’ Asia, là, tra i bianchi intercolonni
della superba tua dimora, al vento
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del tuo selvaggio mar, dentro le intatte
selve, o t’ ascolto con solenni accenti
parlar di Dio…. [1]
Perchè il conte Edoardo, dalla bianca testa di pofeta, era uomo molto religioso, mistico quasi, e aborrente, come anche la figliuola, da ogni ostentazione di fasto e dalla vita ipocrita così detta di società. Fra le mura di quella vecchia casa quanto albergò fulgor di primavere!
I primi studi, il primo amore, il primo
schianto e il tesoro opimo
delle speranze…. [2]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
I primi studi, il primo amore! Due cose che pare assai per tempo occupassero l’animo di Vittoria, la quale, sebbene la famiglia si fosse trasferita a Venezia, passava nondimeno buona parte dell’anno a Padova, presso i nonni. Al sano odor dell’erbe e dei fiori, mentre con la sorella Maria assisteva nella cappella di famiglia al rito domenicale, ella sentiva tutta l’anima fremere, anelante al sole e al turchino del cielo. Tu, dice a lei,
molto amavi i fiori,
Maria: le ciocche oscure dei fraganti
sicomori, e la glicine, che aveva
per te parole e canti, e una segreta
parentela co’ tuoi sogni e le mute
estasi de’ tuoi dolci occhi pensosi.
Quanto sognammo e quanto abbiamo pianto!
Ti ricordi l’ odor del caprifoglio
[p. X]
là nel giardino, delle sere estive
sotto le stelle che pioveano raggi
e promesse e sospiri? e i plenilunii
che ci videro unite, allegre e belle
giovinette, laggiù, dentro la lenta
gondola, via per la Laguna; e i canti
e del vecchio poeta [1] (a cui diletta
eri fra tutte noi) la voce e il verso
sonante, che alle pronte anime nostre
scendea svegliando visïoni e accesi
palpiti? Ti ricordi i primi studi,
e i sereni trionfi, e la gioconda
luce, e le mani a noi protese, a noi
che andavamo, la fronte erta e precinta
della regale giovinezza, incontro
all’ avvenire? [2]
Primo maestro di Vittoria fu Giacomo Zanella, il quale dal 63 al 66, non ancora in fama di poeta nuovo, dai sentimenti moderni e dalla classica forma, che le sue rime furono pubblicate dal Barbèra nel 1868, era a Padova direttore del Ginnasio liceale; e poi, ricongiunto il Veneto all’ Italia, professore di letteratura nazionale in quell’ Università.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Di lui, che conobbe la famiglia Aganoor per mezzo di Andrea Maffei, della sua prima educazione letteraria e de’ suoi tentativi ella stessa così parla: «Lo Zanella molto e a lungo leggeva a me ed alle mie sorelle [3] i classici italiani, latini e greci.
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Rammento che, non concedendo egli a noi nessun lavoruccio manuale durante quelle letture, che per lo più ci faceva la sera, io spesso venivo presa da uno di quegl’ invincibili assopimenti, propri della prima età, che mi costringevano allo sforzo torturatore di tenere schiuse le palpebre (non la mente) e fingere l’attenzione, mentre gli eroi d’Omero o le anime purganti Dantesche mi danzavano mostruosi balli davanti, empiendomi gli orecchi di un ronzio strano e molestissimo. Ed ecco, dunque, una confessione che mi fa ben poco onore e depone male sulla mia «disposizione poetica».
Eschilo aveva la potenza di tenermi desta «sempre»; e m’andavo, poi, ripetendo brani interi delle sue tragedie, con una fiamma d’ entusiasmo vivissimo….
Ricordo anche come lo Zanella, pur sempre largo d’ incoraggiamento, non era punto contento del mio modo di trattare l’endecasillabo e nel suo buon dialetto vicentino, che assai di rado abbandonava, [1] mi ripeteva:
–Vittoria, la me ‘scolta mi; la lassa star i versi sciolti; no la xe ancora fatta per quell’ osso duro. La se tegna alle quartine; la rima tien su; la me ‘scolta mi.–
Naturalmente, il mio carattere un po’ribelle, mi spronava, di rimando, a provarmi e riprovarmi anzi e sempre più negli sciolti. Eran prove « segrete »,
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che non presentavo al maestro; ma picchiavo e ripicchiavo testardamente l’endecasillabo, finchè mi parve di averci preso una certa pratica disinvolta; e quando avendomi egli dato per tèma: La grotta di Camoens,[1] gli presentai la mia composizioncella appunto nel metro «proibito», il mio viso era di bragia, un po’ per la paura del rimbrotto, un po’ per la tumultuosa speranza del successo, ed il mio piccolo cuore palpitava come si dice che palpiti nell’ attesa d’ un primo convegno d’amore.
Lo Zanella lesse in silenzio; poi levò gli occhi e mi guardò. Depose il foglio, vi scrisse in margine alcune parole in gran fretta; poi mi diede la mano dicendomi solo:–Brava!–e andò via.
Quello che scrisse sul foglio me lo scrisse poi, due dì dopo, avendomi ridomandato il manoscritto per rileggerlo e, rimandandomelo tutto ricopiato di sua mano, con a capo questa lettera:
«Ottima e carissima Vittoria, Padova, 18 aprile 1872.
«Quando io lessi la prima volta questi suoi versi, scrissi in margine del suo foglio queste parole: Oara Vittoria, mi faccia la carità di continuare nello studio; lo dico per lei, per la sua famiglia,
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per me, per l’ Italia. Ora che li ho riletti, non solo confermo quel mio giudicio; ma la prego di lasciarmi il manoscritto, che io terrò come dolce e prezioso ricordo de’ nostri studi.
Primo, non primissimo, soggiungiamo noi. Perchè la piccola Vittoria si era già fatta conoscere e ammirare, dirò così, in famiglia, per certe strofette: Alla Luna, musicate subito dal Bazzini. Dicevano:
Luna, i bei tempi andati
sempre mi stanno in cor
quando al tuo dolce albor
gli occhi volgea.
Laghi, montagne e prati
diffusi di seren
nel candido tuo sen
scorger credea.
Scorger credea la danza
d’ alati abitator.
Oh come sogna il cor
quando è contento!
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Triste, deserta stanza,
cupo cinereo mar
ora quel tuo m’ appar
disco d’ argento.
Ed or coi rai bagnati
di memore dolor,
Luna, il tuo mesto albor
seguo pel cielo. [1]
Quando codeste strofe furono scritte? L’Aganoor stessa non sapeva dirlo con precisione. «Rammento solo, ebbe a dichiarare, [2] che fu quando mi dissero che la Luna era una terra spenta, simile alla nostra, ma senza abitatori, senza mari e fiumi, senza alberi, senza vita. Fu un grande dolore per me e scrissi questi versi che fecero impressione (perchè i miei primi) alla mamma e al papà e ai maestri, e anche ridere, perchè io parlavo di tempi andati, quasi fossi una persona grande; ma per i giovanetti e i fanciulli anche l’ anno finito è il tempo andato; e per me i tempi andati erano quelli nei quali credevo ancora la Luna una specie di paradiso argenteo popolato d’augelli».
Se non che più largo campo alla meditazione e allo studio s’aprì alla giovine poetessa a Napoli dove la troviamo intorno al 76. La famiglia vi si era trasferita da Venezia e abitava, nota il Ciàmpoli, [1]
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che ve la conobbe verso il 1881, «al palazzo Caputo, nel Corso Vittorio Emanuele. Da’ veroni scorgevasi tutto l’ incantevole golfo partenopeo, dalla punta di Posilippo al promontorio di Sorrento, da Nisida a Capri».
Vittoria aveva allora intorno ai venticinque anni, negli occhi pensosa, pallida e sana. «Rideva volentieri, a scatti, disinvolta, ma con il pensiero a qualcosa di lontano. Parlava poco e diceva cose originali; ma di sè, de’ suoi versi non una sillaba. Era come un campo chiuso. Ma a poco a poco le confidenze vennero». Oltre ad aver letto i nostri lirici maggiori e aver gustato (non senza qualche sbadiglio, diceva lei) quelli dei primi secoli, non aveva trascurato lo studio dei poeti stranieri: de Musset, Platen, Leconte de Lisle, Goethe, Baudelaire, Hamerling, e, s’ intende, Shakespeare, Shelley, Klopstock, l’ Hugo, e via dicendo. Al quale studio è da credere fosse ella iniziata più particolarmente da Enrico Nencioni che si onorò di avere a guida preziosa dopo il poeta di Chiampo e che fu da lei definito con grande acutezza: «mago della parola e del sentimento, prodigioso rivelatore d’immensità che ebbe tutte le comprensioni, le intuizioni,
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le divinazioni del bello. [1] Dei nostri moderni amava il Carducci, il De Sanctis, il Fogazzaro, e si recava volentieri a udire le conferenze del Bonghi, del Persico», del De Zerbi, del D’Ovidio. «In quello stesso tempo, sono parole del Ciàmpoli, «Si faceva da Sè una educazione estetica…, cercava idee, forme novelle: soleva dire che quasi tutta la letteratura, chi ben guardi, aggiravasi su due o tre situazioni, su due o tre sentimenti; e pero talora trovava più interessante l’autore che il dramma, più il poeta che la poesia. Nella lotta di quel che lei chiamava l’infinito del sentimento che si rinnovella sempre e il finito della forma stabile che cinge quell’ infinito senza limitarlo, vedeva qualcosa d’ ignoto, d’ inafferrabile, di tormentoso che non le dava requie».
Ma il tormento dell’ anima sua non doveva certo consistere soltanto in questo: la giovinezza destava in lei sentimenti e passioni che avevano bisogno di erompere, di espandersi. Ella amava e soffriva. E tracce di codesto suo stato d’animo si
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hanno in tutte le poesie di quel tempo, specie in una Ribellione,[1] piena di vigoria:
Orgoglio mio, dunque a sopir non vali
Questo che il cor tormenta
Pensier, cui serva io torno?
Dunque non sai più vincere?
Dunqe ogni possa è spenta?
E tanto forte io t’ ho creduto un giorno!…
Un superbo mortal, che te non cura
Nè sa quanto m’ ha offeso;
Ecco a chi ceder sai!
E soffri ch’ei mi soffochi
Sotto l’ ingiusto peso
D’una pietà che non gli ho chiesta mai?
Nè minore strazio è nell’altra bellissima lirica, una senza dubbio delle più sentite dell’ Aganoor, sebbene anch’essa degli anni giovanili: Quando me porteranno…; [2] la quale, osserva con ragione lo stesso Ciàmpoli, è «una terribile pagina di vita vissuta, quando la giovinezza sente la dolcezza angosciosa dell’amore, l’acerbo e malinconico desiderio di morire».
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Ma chi amò Vittoria Aganoor con tanta veemenza di affetto? Raffaello Barbiera, in un suo studio su Leggenda Eterna,[3] vagamente accenna a un «idolo antico» che «per ischerno del destino
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scendeva avvolto nella notte di una spaventevole sventura». Ed ella stessa allude a un caro scomparso in alcune pagine di quel suo Diario[1] che è tutto un fervore di passione dolorosa:
Piove. Certo laggiù, povero morto,
è freddo e buio, ma più freddo e buio
è qui, qui sulla terra….
…. È quassù l’algore, in quest’ immenso
deserto, dove sola una smarrita
anima va, senza più mèta, incontro
a un’ infinita tenebra….:
e più specialmente là dove con disperata concitazione interroga:
…. Potrà mai la terra
fendersi e scoperchiarsi un’ inchiodata
bara, e di nuovo accendersi due spenti
occhi e una bocca suggellata ancora
aprirsi alle parole? Quelle rigide
mani, potranno mai come una volta
le mie stringere ancora?….
A noi non giova spingere oltre l’ indagine.
Per intendere tutta la magica potenza del suo amore e del suo dolore, bastano le sue liriche.
Io la conobbi di persona nel 1897. La famiglia si era di nuovo e da tempo stabilita a Venezia, e la poetessa aveva levata già bella fama di sè.
Il grato ricordo di quella visita non mi si partì più dall’ anima, ed è in me ancora sì fresco ch’io ho presente e rivivo il dolce mattino d’ estate in cui
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m’ incamminai col cuore in tumulto verso Ponte dei Greci, al palazzo degli Aganoor. E riveggo la sala, magnifica di mobili e quadri, dove m’ intrattenne con tanta affabilità conversando, la nobile poetessa: riveggo lei, bruna, il volto incorniciato di folta e nera capigliatura, con due occhi che nella vaga penombra riscintillavano come diamanti. Di tante cose si parlò e anche, rammento, d’un quadro molto suggestivo, da lei acquistato alla Biennale, del norvegese Müller: Luna nascente, ch’io avevo ammirato il giorno innanzi nella sala della Esposizione. E quel quadro dovevo poi rivedere tante volte nel suo studio a Perugia!
Il padre era morto e posava,
di pompe schivo, lunge dall’ urbano
fasto, in campestre cimitero; [1]
la madre, malferma in salute, s’inoltrava a grandi passi verso l’ ultima vecchiaia. Vittoria l’adorava, e tutta a lei, con nobile slancio d’ amor filiale, si era consacrata.
Alla sua porta giunse un cavaliero
e disse: Le tue guance hanno il colore
dei ceri; hai l’occhio spento;
e fra le attorte ciocche del tuo nero
crine lampeggia qualche fil d’ argento.
Che attendi ormai? Senti che scoccan l’ ore?…
Scendi, fuggi con me che son l’Amore.
Tutta la gioia e tutta la bellezza
del mondo finalmente
conoscerai….
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Ella rispose:–Io son qui sola, o Amore,
con la mia vecchia madre. Il Paradiso
nè spero, nè l’ Inferno
temo, ma di lasciarla io non ho core,
io, caldo raggio del suo freddo inverno,
io, cui prima nel mondo ella ha sorriso…. [1]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Nè infatti la lasciò finchè visse, occupando il suo tempo a comporre versi che più largamente dava alle migliori Riviste, e interessandosi a l’arte e a quanto valesse a saziare il suo spirito assetato del bello; ricercata, ammirata, festeggiata dovunque.
Non andò molto, peraltro, che la notte scese sull’anima di lei: le morì anche la madre, ed ella ne fu inconsolabile. [2] E la rievoca, e la rivede aggirarsi nelle note stanze, e le grida passionatamente:
O mamma,
mamma mia: non mi vedi? non mi vedi?
son io, volgiti, parlami, pronuncia
il mio nome! oh il mio nome ancora io l’ oda
dalla tua voce!
Ma l’ombra vien tosto ad avvolgere il fantasma diletto; è già sparito; e invano, invano grida per trattenerlo la figlia desolata:
–O mamma, ancora
non ripartire! ascolta! ascolta!
Invano! [3]
E come, a rileggerle, sono strazianti le sue lettere di quel tempo!
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Se non che, assai spesso dal dolore rigermoglia la speranza; e l’ anima, oppressa dalla solitudine, bisognosa di teneri sensi, si riscote, risorge, e, fidente s’ avvia per nuovo cammino:
Così dalla cener sopita
dei giorni sepolti, talora,
un lume improvviso d’ aurora
raccende il fervor della vita. [1]
E Vittoria Aganoor, fatta forza alla propria ambascia, cedette alle nuove lusinghe d’ amore; e, fidanzatasi all’ onorevole Guido Pompilj, divenne sua sposa il 28 di novembre del 1901. Letterati ed artisti bene auspicarono alle nozze della poetessa; primo il Carducci, che le indirizzò soavissime parole: «Vola l’augurio mio fidente dalla piena anima su lei, sull’ avvenire; affronti ormai le lotte della vita appoggiata sur un nobile e forte braccio; ben lo meritava; le Muse serbano pur qualche premio. Ave et salve, anima dulcissima!».
E venne a Perugia, dove conquistò d’un tratto le simpatie e l’ammirazione di tutti.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Viveva ancora, in quei giorni, sebbene già irremissibilmente colpita da paralisi, Maria Alinda Brunamonti, che alla gloriosa allieva del suo abate Zanella non mancò di fare le più liete ed oneste accoglienze. E l’ Aganoor ripagò sempre di riverente affetto la sua maggiore sorella. La nobile capitale dell’ Umbria accoglieva così entro le sue mura le due più grandi poetesse d’ Italia; e giustamente andò poi orgogliosa della nuova cittadina, quando
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la Brunamonti dopo non molto tempo venne a mancare. Nella quale dolorosa circostanza scrisse l’Aganoor poche strofe, ma veramente ispirate:
Vedi? è il trionfo. I sonori
inni odi tu? Pel sepolto
tuo corpo stanco hanno còlto
tutte le rose e gli allori… [1]
Sollecitata, tuttavia, a tesserne l’ elogio nella magnifica sala dei Notari, la qual cosa avrebbe potuto fare meglio d’ ogni altro, non vi si indusse per la solita invincibile sua ripugnanza di parlare in pubblico, com’ ebbe poi a dichiarare qualche anno appresso, quando accolse l’invito, insistentemente rivoltole, di leggere le sue nuove liriche al Collegio Romano: «Io, disse allora, preludendo in prosa, ho ed ebbi un vivo e grande terrore del pubblico, onde fin qui risposi invariabilmente con un irremovibile rifiuto ogni qualvolta venni invitata a tenere discorsi o letture in pubbliche adunanze…». [2]
A quel modo che Perugia a lei, così ella si affezionò alla sua patria di adozione, com’ era solita
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chiamarla, e alla incantevole regione umbra. E io rammento con quanto calore me ne parlava, allorchè ne contemplavamo insieme lembi stupendi dalla finestra del suo studiolo, alta sul versante orientale della taciturna città, «dove non mancano mai aliti refrigeranti e gioia di rondini e di augusta quiete»; [1] aperta alla vista ampia e maravigliosa di Assisi, Spello, Foligno, Montefalco…; e dei monti Subasio, Sibillini, Maggiore…; e dei fiumi Tevere, Topino, Chiascio…: rammento con quale slancio magnificava le sue gite ai Murelli (una villa deliziosa dei conti Faina poco discosta dall’abitato), o rievocava le nostre passeggiate serotine per qualche strada solitaria suburbana infervorati a parlar d’arte e di letteratura. Che dire poi dell’amore di lei pel selvaggio Trasimeno, «specchio d’acqua solilario», dai «tramonti augusti, tutti a grandi e fastosi padiglioni di porpora riflessi dal lago», a cui Guido Pompilj aveva dato tanto della sua giovanile energia, risanandolo? E del suo nido di fate, Monte del Lago, dove soleva trascorrere qualche mese in tranquilla e beata solitudine? «Quanto mi tratterrò in campagna? Credo più di quel che pensassi, scrive ella. Non vedrei difficile che mi fosse necessario di starmene qui anche a Natale…. A me, Io confesso, non dispiacerebbe mica fuggire così le visite ufficiali, le noiose raccomandazioni, gl’ importuni e tutta la processione delle noie cittadine a fin d’anno. Qui andrei alla messa di Natale
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Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
nella piccola chiesa, ufficiata da un buon pretino di 88 anni, magro, e ancora vivo di mente come a 20!, e in questa pace agreste ritroverei le visioni di lontani Natali, dolcissimi nella memoria!…» [1]
E a una sua amica illustre di codesto nido dava ragguaglio come di un luogo di delizie; «La nostra casa è dinanzi al Trasimeno, tutta circondata da colline folte, e sul lago tre isolette di sogno, verdi verdi, sdraiate come in abbandono d’estasi sul loro lago. Facciamo lunghe passeggiate nella freschezza della sera, sotto la prima luna bianca, e torniamo a casa in barca, tacendo, tenuti dall’incanto della bellezza attorniante e dell’ora. Ieri visitammo un podere di mio marito, che io amo molto per un grande fantasma di vecchio maniero che vi è incluso. Più che un maniero è un vero castello murato che doveva essere immenso un tempo. Quasi tutte le muraglie di cinta sono ancora in piedi, con forti merli, tutti coperti di scura e folta e tenace edera, e così i torrioni ruinosi e tragici nella loro maestà di giganti debellati dal tempo… Sotto la luna, le ombre facendosi più misteriose tra gli aggrovigliamenti del verde e i solchi delle muraglie, tutto assunse un aspetto di così alta bellezza da legare là gli occhi e lo spirito come in un incanto d’immobilità». [2]
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Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
La vita di lei a Perugia fu vita nuova di affetti e di cure: il marito l’ occupava tutta; e, quand’ egli cadde due volte malato, non si sa dire a quali prove di sacrificio e di abnegazione ella si sottoponesse: non volle allontanarsi un momento dal suo capezzale, nè per parecchie notti si coricò. Un giorno fu tutta lieta di mostrarmi una grande cornice entro cui il marito aveva per lei, pel suo dì natale, con pensiero delicatissimo, raccolti e ordinati i propri ritratti a cominciare da quelli della prima infanzia fino all’ ultimo di uomo di governo. [1] Se poi il Pompilj era assente, il che accadeva assai spesso e per lunghi periodi di tempo, ella tosto si tramutava, come per incanto, nella più savia ed operosa massaia; e a tutto pensava, provvedeva a tutto, sacrificando l’ arte alle cure domestiche che non le consentivano un minuto di requie. Dalle quali non sapeva disgiungere le altre che si riferivano al maggior decoro cittadino: e
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tutti sanno a Perugia quanto zelo ella ponesse nel curare il buon andamento e il fiorire degl’ istituti femminili di educazione e della rinata Ars Umbra il cui scopo è quello della riproduzione degli antichi tessuti bianchi ad occhio di pernice con bordo azzurro. [1]
A tal riguardo è caratteristico l’ aneddoto seguente.
Quando la regina Margherita si recò a visitare l’esposizione di Antica Arte Umbra, l’Aganoor, deputata con altra dama ad accompagnare l’augusta Donna, indossò una blouse tutta adorna dei caratteristici tessuti. Appena la regina la vide, notò l’originale indumento e se ne congratulò. Al che pronta ella rispose: «Maestà, è l’insegna della nostra Ars Umbra»! [2]
Ricca, senza fasto; nobile, senza boria; cólta, senza ostentazione, si può dire che ella fu a tutti larga di aiuto e di consiglio. Onde bene a ragione fu notato che «molte lacrime seppe rasciugare con un sorriso e molta forza infondere con una parola.
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Tutti ricorrevano a lei; tutti i deboli, tutti gli sventurati, tutti i timidi, tutti gli afflitti, tutti quelli che abbisognavano d’incoraggiamento e di sprone…: nessuna voce implorante si rivolse a lei indarno; solo contro una cosa ella fu inesorabile: contro l’ inganno. La frode, sotto qualsiasi veste si nascondesse, moveva a sdegno l’animo suo nobilissimo; nè accadde mai che l’occhio suo indagatore non la discoprisse, che non ne rimanesse lungamente e profondamente turbato il suo spirito». [1]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
E felice ella sembrava nel suo nuovo stato. Se non che, in qualche momento di sconforto a cui niuno nella vita può sottrarsi, e che tanto è più intenso quanto maggiore è la sensibilità di chi n’ è preso, parve di nuovo ridestarsi nell’animo di lei la tempesta di una volta. Onde la vediamo anelare alla pace:
Mare, l’ ultimo canto
è per te; dico a te l’ ultima mia
parola disperata senza pianto,
mare, infinito come il mio dolore.
Questo mio folle amore,
e l’ impeto, e la sete,
furono vani. È questa, è questa, è questa
la verità… [3]
[p. XXVIII]
E, rievocando nell’ accesa fantasia la bella bimba dai capelli neri che là sul prato e parla e gioca al sole; la fanciulla bruna, gli occhi sognanti al ciel notturno fisi, ella si sente stanca e la man preme sulle ciglia nere,[1] in affanno per le primavere che ha veduto sfiorire, non certo presaga della trista, immatura fine che l’attendeva.
III.
Vittoria Aganoor sia per naturale modestia o per soverchia incontentabilità rispetto all’ opera propria, sia per repugnanza antica, invincibile a mandare in giro il suo cuore, chè il pubblico, come soleva dire, le faceva ribrezzo, tardi si decise a raccogliere i versi scritti nel pieno rigoglio della sua giovinezza fatta di palpiti, circonfusa di sogni: aveva quarantacinque anni! Ma di essi non pochi erano apparsi nelle nostre migliori riviste; e lo Zanella, fin dal 1876, ne aveva data una primizia nella Nuova Antologia;[2] altri erano noti ai più intimi,
[p. XXIX]
tra cui il Maffei e il Nencioni; tutti, communque, avuti in gran pregio. Onde un’assidua e dolce violenza all’animo della poetessa da parte di amici e di ammiratori, e, caso raro, anche di editori, perchè non indugiasse più lungamente a dar fuori in volume il meglio della sua produzione poetica, attesa con tanta impazienza. Primo, e pubblicamente, lo Zanella, il quale, raccogliendo di nuovo nel 1885 quelle tra le sue liriche che avevano levato più grido e dedicando il libro alla sua alunna, già venuta in così bella fama di poeta, le scriveva: «… Vorrei che questo le fosse non solamente un ricordo; ma un invito a raccogliere e pubblicare i suoi lavori poetici di cui l’ Italia ha già veduti tanti bei saggi». [1] Intutile: Vittoria non si decise nè per questo nè per altri autorevoli inviti; e forse non avrebbe presa mai una risoluzione, se la madre, dama di alto sentire e di nobile intelletto, non l’avesse pregata ella stessa con tre parole, che per la figliola valevano più di un comando: Fallo per me![2]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
E Leggenda Eterna apparve, quando, per altro,
[p. XXX]
nessuno dei vecchi e cari sollecitatori poteva vederla: scomparsi da tempo il Maffei e lo Zanella, da poco il Nencioni, di recente la madre, la quale portò con sè nel sepolcro un desiderio così ardentemente nutrito.
Rammento come nella febbre che le cagionava allora la pubblicazione imminente trovasse cómpito malagevole perfino la correzione delle bozze di stampa, e come, certo più del ragionevole, si preoccupasse del bagliore che già andava spandendo intorno a sè, prima ancor di apparire, per lo strombettìo servile dei gazzettieri, il Fuoco di Gabriele D’Annunzio. «Penso anche, mi scriveva, che il mio libretto esce in un cattivo momento. Chi potrà avvedersi di lui mentre divampa magnifico all’orizzonte il Fuoco trionfante del D’Annunzio e occupa e attira e affascina le turbe ammirate? Povera me! Sarà un naufragio, temo». [1]
Fu invece un trionfo; e un trionfo genuino: in pochissimo tempo si esaurì la prima edizione. [2] Non giornale o periodico o rivista che non parlasse con grande lode della poetessa e della sua Leggenda Eterna, che era tanta parte dell’anima di lei, anzi l’ anima sua stessa, cui due prepotenti e gigantesche passioni alimentavano: l’amore e il dolore. Ciò che Enrico Nencioni, giudicando da par suo alcuni anni avanti, prima che si raccogliesse in volume, la poesia dell’Aganoor, aveva rilevato scrivendo:
[p. XXXI]
«In alcune sue liriche, la nota della passione vibra sì acuta, dolorosa e intensa che subito vi riconosciamo la donna». Sebbene, pare a me, non tutta la poesia di donne va nutrita, oggi in special modo, di sentimento così profondo; derivando essa, in gran parte, più da sentimentalismo che da sentimento, più da riflessione che da intimo impulso; essendo, in altri termini, più il risultato della volontà che della commozione, e, per questo appunto, manchevole di quel profumo di sana e schietta e propria femminilità che è invece la caratteristica della lirica di Vittoria Aganoor. D’accordo in ciò Benedetto Croce che nel suo recente pregevolissimo saggio a lei dedicato nella Critica[1] così si esprime: «Il suo breve Canzoniere d’amore è certamente il più bello che sia stato mai composto da donna italiana. Non ha situazioni complicate e romanzesche, sentimenti straordinarii o morbosamente raffinati. È l’amore senz’altro, l’amore normale, la «leggenda eterna», come la chiama l’autrice. Ma è l’amore; cosa assai più rara che non si creda, non solo in poesia ma anche nella realtà; perchè, come in quella è soffocato dalla letteratura dell’ amore, così in questa dal precoce viziamento dei sensi e dell’ immaginazione, o dal prevalere dell’analisi mentale». Onde più innanzi è tratto ad esclamare: «Ah, quella nobile anima amò davvero! Amò nel modo stesso che qualsiasi essere umano e non potè nè sorridere, nè ragionare sulla sua passione, come non si sorride nè si ragiona sulla malattia che ci accende o ci abbatte e che perciò
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stesso è cosa seria, attaccando le radici di ogni attività, dominando ogni nostra attività». [1] Di qui il dolore, che insieme con l’amore pervade tutta, vivificandola, la fervida poesia di Leggenda Eterna: un accorato rimpianto delle ore che invitarono indarno alla letizia e al gaudio, onde più acerbo e scuro volge alla poetessa il suo giorno fatto d’angoscia; una rassegnazione pacata cui lo sconforto alimenta e niuna speranza illumina:
È tardi, è tardi! rassegnata muori,
nè pensar che ti salvi ira o lamento;
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è la tua sorte la sorte dei fiori
nati di foglie sotto avaro velo,
di fior cresciuti in triste isolamento…; [1] una impassibile fierezza che comprime lo spasimo e rompe in una sfida:
Io colle mani strette,
senza pianto e parole,
tranquillissima in volto,
nel cor ferita, che piegar non vuole,
l’ imperversar della tua voce ascolto.
E una superbia viva
io provo, io che più forte
di te mi sento, o amore
dei martiri, o fratello della morte.
o divino carnefice, o dolore! [2]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Io vedo, scrive il Ciàmpoli, uno tra quelli che con maggior competenza e acume si occuparono di Leggenda Eterna, io vedo nel buio due grandi occhi dolorosi, che sorridono tristamente; due piccole labbra pallide che tremano; occhi che penetrano l’anima umana nella più remota lontananza di tempo, negli stati anteriori alla nascita terrena, nei presenti, negli avvenire; labbra che paiono dire arcani, parole di folle che ragiona; tenerezze segrete, che pochi comprendono, che nessuno sa rivelare, che tutti sentono vaghe e misteriose, come voci d’ un’ altra esistenza. Il suo amore è come
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una divina malattia che strugge e purifica, ma vibra solo in esseri privilegiati: lei ce ne scopre le più sottili evanescenze, gli spasimi più disperati, le ebrezze e le agonie più accorate, dandoci la deliziosa sorpresa di farci ritrovar nel verso quel che proviamo nel palpito… Onde di poesia che in un’ora fan rivivere una vita intera. E fan vivere la nostra vita moderna, intensa, complessa, nervosa, tormentata e tormentatrice, fan vivere nel passato, nel presente e nell’avvenire, sempre come fiamma al vento, senza riposo «mai!».
Così la Leggenda Eterna è, ben dice Raffaello Barbiera, «leggenda che le anime, i fiori, le stelle, gli atomi scrivono da millennii e che mai è finita, e sembra donata quaggiù per consolarci del dolore, laddove è sovente un dolore essa stessa. Vittoria Aganoor vi coglie le voci misteriose delle notti e le interpreta con uno spirito la cui sensibilità arriva al grado più sopraffino. Nella Leggenda Eterna freme ardore di anime, passa un fuoco». [1]
Ardore e fuoco che con la medesima veemenza non pare, s’io ben veggo, si sprigionino dalle Nuove Liriche.[2] Le quali, appunto perchè
[p. XXXV]
scritte la maggior parte (alcune rimontano a tempi anteriori) nell’ Umbria dov’ella, come si è detto, quietato finalmente lo spirito bisognoso di amore, aveva raccolto il volo e costrutto il suo nido tranquillo, rivelano, in generale, nella rinnovata materia, anche una maniera nuova, una nuova fisonomia.
L’ Umbria, senza dubbio, è una plaga che, come giustamente osserva Giulio Urbini, [1] «ha virtù di elevare lo spirito alle più alte contemplazioni poetiche». E, in vero, così ricca com’è di tradizioni e di memorie, così bella e fascinante nel molle ondeggiare dei colli vestiti quasi perennemente d’ un verde fresco e vellutato dalle tonalità più delicate,
nel roseo lume placidi sorgenti; così varia a ogni passo di viste incantevoli, di prospetti maravigliosi che ti rapiscono, allargandosi e sfumando
entro vapori di vïola e d’oro;
[p. XXXVI]
l’ Umbria, dico, ben può avere «accresciuta la tendenza in Vittoria Aganoor alla meditazione e alla contemplazione dei grandi spettacoli della natura…»; la poesia di lei ben può essersi «volta di preferenza verso più alti ideali sociali ed umani e il suo verso risonare di accenti più liberi e, nella loro dolcezza, più fieri»; [1] ma io non oserei del pari affermare che il suo temperamento poetico non ne sia uscito snervato e snaturato. [2] Venuta meno in lei la ragione prima e più vitale del canto, l’amore come passione, la quale non può certo trovar esca nel possesso incontrastato e nel desiderio soddisfatto, la lirica dell’ Aganoor fu più che altro volitiva e riflessa. Non che, a tratti, qua e là non sprizzino scintille, non guizzino lampi che illuminano ed abbagliano; ma sono scintille e lampi che non hanno la virtù d’ un tempo di suscitare fiamme, di propagare incendi. È in quelle scintille e in quei lampi la vecchia anima fremente che tenta, direi così, di sopraffare la nuova, ma non vi riesce per manco d’energia. Quello che su per giù può affermarsi di Ada
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
[p. XXXVII]
Negri, La quale, se più composta e nitida nel pensiero e nelle immagini, oltre che nella forma, ha tuttavia, dopo il nuovo suo stato e le mutate abitudini e gli affetti e i sentimenti diversi, troppo perduto del primitivo calore e colore, di quell’impeto quasi selvaggio, onde, libera plebea, sorgeva dalle angustie della vita e dello spirito, vendicatrice
dei miseri, vissuti
oscuramente col destino in guerra.
Ed era lei, tutta lei, l’Ada Negri, in quei versi concitati, ruggenti sdegno e squillanti battaglia.
Quanto ho detto circa l’Aganoor delle Nuove Liriche, trova rispondenza in ciò che il Croce stesso notava nel saggio dianzi citato: [1] «I versi ch’ella compose di soggetto storico, patriottico, filosofico, umanitario (i più notabili delle Nuove Liriche) sono sempre opera di una mente cólta e di uno spirito delicato; ma non hanno il vigore degli altri nei quali mette tutta se stessa. Vengono più dalla testa che dal cuore; si sente che ella (come si dice) «si è fatta una ragione», e vuole inculcare a se stessa e agli altri la gioia, la pace, l’amore reciproco… Ma la sua vera poesia nasce quando non sa farsi nessuna ragione, quando è tutta presa dalla sua irragionevolezza e batte nervosamente i piedi a terra e contrae il volto e rompe in lacrime»
Se non che, in ultimo, parrebbe ch’ Ella si fosse fatta una ragione anche del dolore, intorno al quale si lasciava andare a considerazioni filosofiche
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di questa specie: «Noi passiamo subito e subito passeranno i nostri dolori. Perchè stimarli insopportabili e immensi? Noi passiamo subito. Perchè farcene un paludamento di sovranità e un piedistallo d’irrisoria potenza? Siamo miseri e piccoli, e miseri e piccoli son essi; siamo caduchi e chimerici ed essi anche sono chimerici e caduchi…». [1]
Ma, comunque, questo parmi si possa, in conclusione, con ragionevolezza affermare: che la poesia di Vittoria Aganoor, sebbene non possa propriamente dirsi delle grandi cose, è pur nondimeno grande ed eloquente; come quando, a cagion d’esempio, assurge a dignità epica nei Cavalli di San Marco, (tèma trattato con minore ampiezza e, direi, con minor nerbo anche dallo Zanella); [2] allorchè si lancia ardita nei regni fantastici della notte a cogliere le voci profonde e misteriose del Silenzio,[3] in quella lirica di fattura squisita che giustamente fu detta tra le più ispirate e belle dei tempi nostri. E in tanto più grande ed eloquente a me pare la poesia di lei in quanto ha radice nella sincerità e mira in alto; nella sincerità di cui ella vivamente si compiaceva e che rinveniva nel suo «piccolo mondo interiore così in opposizione con quello esteriore», e dov’era felice di rifugiarsi nel «libero raccoglimento di certi sicuri silenzi». Là ritroviamo, sono sue parole, vero e integro lo spirito nostro, che, spesso imprigionato
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
[p. XXXIX]
e nascosto, talora a un tratto, per súbite ribellioni, per contingenze fatali, spezza audacemente i legami ed esce all’ aria e al sole con una parola che fa impallidire i legittimisti delle tradizioni, con una nota che rompe i ritmi classificati dei retori. Vi balenano le sembianze di chi libero canta il suo dolore o il suo giubilo, la disfatta o il trionfo, disgusti o sogni, ardimenti e paure, di chi, vinte e scrollate le piccole cure quotidiane, i piccoli consueti doveri, si leva su solitario e selvaggio a foggiarsi visioni di bellezza tra i ricordi e le idee, si leva sul tedio e la polvere di vie frequenti e sonore, sulle tiranniche imposizioni della comunanza mondana e non sa che la gioia del volo suo libero e l’ ebbrezza del canto e la voce sua vera. E ancora voi sentite nel verso un fremito che non è d’ artificio; un palpito che veramente viene da un fervido sangue pulsante in festa di libertà; una parola che l’anima dice con voluttà di coraggio, sfidando ogni divieto e ogni monito, ogni piccola menzogna…».
«Che importa», prosegue la poetessa, «se il mondo suol giudicare goffo e grottesco l’estasiarsi dinanzi a una notte stellata o lunare? Fortunatamente la luna e le stelle non sanno d’uomini e superuomini: il poeta ha pur bisogno dell’ineffabile godimento e delle contemplazioni giudicate inutili da le così dette menti pratiche e posate. Io farò ridere, ma debbo pur confessare che, stesa in una lunga poltrona nel perfetto riposo, e quasi oblio delle membra, dalla stanza buia e tranquilla me ne sto, per ore, dinanzi alla finestra spalancata sulla notte estiva, gustando il più profondo e pieno
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godimento che gustato abbia mai nel comunicare con la loro anima di eternità e di mistero…:
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
e vinto d’ ogni cura
corroditrice il tarlo,
io con le stelle parlo,
parlano a me le stelle. [1]
Solo lassù è la vera grandezza, il vero incommensurabile, lassù è veramente l’ augusta maestà della vita…». [2]
Parole queste in cui è, senza dubbio, il più degno commento all’ opera di lei che rifugge da tutto ciò che sa di artificioso, d’ astruso, di contorto, non soltanto nel pensiero, ma sì anche nella forma che oggi mi pare, per usare una espressione della stessa Aganoor, rappresenti in modo trionfale l’ ideale anarchico. A proposito della quale, dirò come a me sembri ch’ ella abbia dal suo maestro ereditata quella finitezza e trasparenza, quella plasticità ed eleganza che fanno dell’autore della Conchiglia, anche per questo, uno dei poeti più simpatici del secolo scorso.
Nè si creda, come taluno ha pensato, che l’Aganoor sia stata compiutamente digiuna di lingue classiche: non certo in lei la padronanza che potè vantarne la Brunamonti; ma di latino seppe quanto basta alla intelligenza di un testo: di greco ebbe qualche non trascurabile nozione. In compenso, molta dimestichezza potè vantare con le lingue moderne,
[p. XLI]
e ampia conoscenza possedeva delle letterature straniere, onde le derivarono spesso felicissimi atteggiamenti di pensiero e non comune efficacia rappresentativa.
D’ ingegno versatilissimo, di pronta e vivace immaginazione, di potente e acuto intuito, ella avrebbe, certo, potuto lasciare durevoli impronte anche nel teatro e nella prosa narrativa se dell’uno e dell’altra avesse preso ad allargare e a perfezionare i tentativi che ci sono dati da una novella sceneggiata, Prova,[1] e da due bozzetti: La Madonna e Dal Vero,[2] l’una e gli altri di eccellente fattura.
Al teatro, anzi, aveva fermo il proposito di dedicarsi; e con calore me ne parlava pochi mesi prima del suo triste fato: dalla prosa narrativa la distolse forse l’avversione che sempre dimostrò allo scrivere sciolta da ritmo. E pure quanta grazia e snellezza e disinvoltura in quelle poche pagine che ci ha lasciato! Non parlo delle sue lettere, disseminate a profusione in ogni angolo d’ Italia, dovunque aveva amici e ammiratori, le quali sono di una semplicità e disinvoltura singolari. [3]
Non tacerò, da ultimo, che molte delle poesie dell’ Aganoor ebbero l’ onore d’ essere tradotte
[p. XLII]
in inglese, francese e spagnuolo, [1] alcune anche in greco e latino; e che di Leggenda Eterna si hanno due versioni integre, una in armeno, dovuta all’infaticabile Padre Arsenio Gazikian che ha pur tradotte di recente le Nuove Liriche;[2] l’altra in tedesco, condotta con molta accuratezza, secondo che mi assicurano gl’intelligenti, da Otto Haendler. [3]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
IV.
E ora poche parole intorno ai criteri che mi guidarono nel preparare la presente ristampa.
Allorchè la Casa Le Monnier me ne affidò il gradito incarico, stetti in forse, anche per consiglio d’ amici, se ripubblicare intera l’ opera dell’Aganoor, o non piuttosto divenire a una scelta, sia pur larga, delle migliori cose di lei, di quelle cioè più originali e sentite. È risaputo che uno scittore non varca alla posterità con tutto il suo bagaglio più o meno pasante; e, se ben si consideri, poche sono le poesie onde oggi restano in fama anche gli autori più celebrati: il rimanente ha vita riflessa, direi parassitaria, quale di edera abbarbicata al tronco. Ma, oltre che ciò sarebbe stata una multilazione poco reverente alla memoria della
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insigne poetessa e avrebbe scontentati i più, come presumere di aver mano felice e sicura nella scelta? Si sa: quel che piace a uno, non sempre contenta l’altro, e i gusti sono difficili e diversi. E poi, come salvarsi dalla inevitabile obiezione: Perchè questo e non quello? Mi parve quindi miglior partito il dare intera nel nuovo volume la produzione poetica dell’Aganoor; anche perchè, in tal modo, la figura di lei, come donna e come artista, ne sarebbe uscita più compiuta e caratteristica. D’altra parte, quando trattasi specialmente di poesia, qual’è questa, tutta intessuta di sentimento e vibrante di passione, una strofa, un emistichio bastano, a volte, per rivelarci nuovi e ignorati sensi, nuovi e singolari atteggiamenti dell’anima del poeta.
È vero che negli ultimi anni Vittoria Aganoor fu troppo incline ad assecondare le richieste di versi che, quasi giornalmente, le piovevano da ogni parte d’Italia; tutti i nuovi periodici e i numeri unici e gli albums, non ultima afflizione del genere umano, volendosi far belli del nome di lei: ma è vero altresì ch’ ella non annetteva grande importanza a quei parti quasi improvvisi, a quegli scampoli, chiamiamoli così, della sua Musa. Nè ve l’annetterò io, che, a titolo più che altro di curiosità, in un libro di Rime sparse, ho raccolto un saggio di quei lavori, insieme con liriche della prima gioventù, o ignorate o rare, piene però sempre di calore e di vita, che la famiglia custodisce e un amico cortesemente mi offre, [1] e altre
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poche composte dopo la pubblicazione delle Nuove Liriche.
Pel rimanente, non mi è parso di dover modificare nè i titoli delle raccolte, nè la disposizione delle poesie in esse contenute, ben sapendo quanto l’ Aganoor fosse in ciò scrupolosa ed assoluta; e come, vivente, mi darebbe ora sulla voce se ardissi manomettere l’opera sua. E nessuno saprebbe, in sostanza, darle torto. Rammento, a questo proposito, che una volta mi richiese di un titolo per una lirica cui non riusciva a trovarne uno appropriato: accondiscesi; ma non oserei affermare che ella ne rimanesse interamente soddisfatta.
Così non ho creduto di modificare la punteggiatura, che è tanta parte del pensiero d’ uno scrittore e del suo modo di sentire e di significare, se non là dove m’ è sembrato o che il concetto non ne uscisse chiaro abbastanza, o che si trattasse evidentemente di una svista. [1] Ho soppresso qualche puntino di reticenza…; ma quei puntini, che sono un debole nella più parte delle donne scrittrici, non piacevano più tanto neppure a lei, poi che il Fogazzaro vi ebbe un po’ celiato sopra con una frase saporitissima.
Dopo ciò, sarei ben lieto se la mia modesta fatica non soltanto riuscisse a meritare il favore di quanti amano il buono e il bello nella lirica
[p. XLV]
nostra; ma più ancora l’ assentimento benevolo dello spirito grande di Lei a cui l’anima mia è pur sempre legata col doppio vincolo, e indissolubile, della devozione e della gratitudine.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Roma, ottobre 1911.
LUIGI GRILLI.
Notes
Note from page [III]: 1 Guido Pompilj, mente eletta di statista e amatore delle buone lettere. Deputato di Perugia per varie legislature, fu due volte sottosegretario alle Finanze e agli Esteri e rappresentante dell’ Italia nel congresso internazionale per la pace, all’Aja. Il suo nome è particolarmente legato alla grande opera di risanamento del Trasimeno; opera che vittoria Aganoor nobilmente esalta nei versi bellissimi che le ispirò la prima visita fatta al lago in compagnia del Pompilj medesimo–il forte soldato del bene–pochi giorni prima di fidanzarsi con lui, nel novembre del 1901. Era nato nel 1856. Oltre a molti discorsi politici (Città di Castello, Lapi edit., 1911; voll. 2) ne lasciò vari d’indole storica e letteraria, come: L’ Italia nella repubblica e nel regno napoleonico; Leone Tolstoi, ecc.
Note from page IV: 1 GUIDO MAZZONI: Tal fu…, in La Favilla di Perugia, fasc. ill. in onore di V. A., luglio-agosto 1910.
Note from page V: 1 In La Favilla, fasc. cit.
Note from page VI: 1 Canto d’aprile, pag. 57 di questo volume.
Note from page VI: 2 La Congregazione dei Mechitaristi dell’Isola di S. Lazzaro ha parecchie opere stampate per conto di Abramo.
Note from page VI: 3 Edoardo nato a Madras, quando venne in Europa aveva 12 anni e si sposò alla Pacini il 1847.
Note from page VI: 4 L’atto di nascita procurato a La Favilla di Perugia (fasc. cit.) da Ciro Trabalza dice così: «A dì 3 giugno pred.#0 (cioè 1855)–Vittoria, Antonia, Maria Aganoor di Odoardo e di Giuseppa Pacini coniugati in questa Parrocchia, fu oggi battezzata dal m. r. don Giuseppe Putter p. P. co. Madrina fu la sig. Maria Teresa Moorat, vedova del fu Abramo Aganoor. Nacque il 26 p. p. maggio, alle ore 8 1/2 ant.».
Note from page VII: 1 Pag. 311 del presente volume.
Note from page VII: 2 Arsenio Gazikian, molto affezionato all’ Aganoor, e al quale io devo, oltre che la gradita amicizia, non poche notizie intorno alla poetessa. Egli è noto quale traduttore in lingua armena di Dante, Leopardi, Virgilio e Omero.
Note from page VIII: 1 In un cenno autobiografico che si fece precedere alla lettura dei versi dell’A., fatta dal conte G. L. Passerini a Firenze alla Leonardo il 10 aprile 1905, presente l’autrice.
Note from page IX: 1 Pag. 130 di questo volume.
Note from page IX: 2 Casa natale, già citata.
Note from page X: 1 Andrea Maffei, che fu pure guida preziosissima all’Aganoor ne’ suoi studi.
Note from page X: 2 Pag. 315 di questo volume.
Note from page X: 3 Angelica, Virginia, ora duchessa Mirelli, Maria ed Elena.
Note from page XI: 1 Strano: mi diceva l’Aganoor che lo Zanella, così corretto e fluido quando scriveva versi, non sapeva poi, parlando, esprimersi neppure con esattezza sintattica; onde usava sempre, o quasi sempre, il dialetto.
Note from page XII: 1 La grotta famosa di Patane dove il grande poeta portoghese compose i Lusiadi.–V. questo componimento inedito, e finora perfettamente sconosciuto, a pag. 333 del presente volume.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Note from page XIII: 1 Da una lettera autobiografica, in data 12 genn. 1905, indirizzata da Perugia a Onorato Roux e inserita da questo nel vol. I, p. II dell’Opera: Infanzia e Giovinezza di illustri italiani contemporanei. Firenze, Bemporad e figlio, 1909, pp. 233–36.
Ho restituita la lettera dello Zanella alla dizione originale, confrontandola con l’autografo.
Note from page XIV: 1 L’originale è posseduto dal Padre Gazikian, che me lo ha gentilmente comunicato.
Note from page XIV: 2 In una lettera allo stesso p. Gazikian.
Note from page XIV: 1 In uno studio assai bello e affettuoso: L’Aganoor giovinetta (Roma Lett., giugno 1910), dal quale, col permesso dell’A., spigolo qualche notizia. Il Ciàmpoli fu allora, per alcun tempo, quasi il confidente preferito dell’ Aganoor di cui conserva memorie numerose e interessanti, oltre che lettere e poesie inedite in quantità, alcune delle quali mi consente di riprodurre in questo volume, ond’ io ringrazio di tutto pubblicamente l’amico earissimo.
Note from page XVI: 1 Angiolo Orvieto nel Marzocco del 20 maggio del 1900, parlando del pellegrinaggio pietoso al nuovo tumulo di Enrico Nencioni, nota che «una donna di squisita eleganza, di nobile e leggiadra persona, dai neri occhi profondi, ardenti e soavi, religiosamente assorti nella contemplazione di tutto quel verde e di tutti quei fiori, disposti come ghirlanda di vita dintorno al rinnovellato sepolcro del grande animatore» era venuta apposta da lontano «per ritrovarsi, una volta ancora, vicino a quell’ indimenticabile amico che, con il gesto sicuro della mano fraterna aveva a lei additata la via della bellezza e del bene». Quella dama era Vittoria Aganoor.
Note from page XVII: 1 Pag. 350 di questo volume.
Note from page XVII: 2 Pag. 352 di questo volume.
Note from page XVII: 3 Cfr.: Grandi e piccole memorie. Firenze, Le Monnier, 1910.
Note from page XVIII: 1 Pag. 36 di questo volume.
Note from page XIX: 1 A mio padre, pag. 130 di questo volume.
Note from page XX: 1 Rinuncia, pag. 83 di questo volume.
Note from page XX: 2 La contessa Giuseppina Aganoor morì nel 1899.
Note from page XX: 3 Allucinazione?, pag. 298 di questo volume.
Note from page XXI: 1 Trasimeno, pag. 200 di questo volume.
Note from page XXII: 1 Pag. 222 di questo volume
Note from page XXII: 2 Ms. comunicatomi, insieme con altri, dalla nobile signorina Ada Palmucci, sorella uterina dell’on. Guido Pompilj e sua erede universale, alla quale rendo qui grazie vivissime per tutti gli aiuti fornitimi a meglio condurre il presente lavoro.–V. anche «Il Giornale d’ Italia», che riprodusse in parte la conferenza, a. VI, n. 61, 2 marzo 1906, e parlò del trionfo ottenuto dalla poetessa, con cui la Regina fu di una amabilità singolare.
Note from page XXIII: 1 Da una lettera a una sua cara amica, la prof. Anna Manis, del 7 febb. 1905, alla quale devo essere pur grato di alcuni versi inediti dell’A. che volle favorirmi.
Note from page XXIV: 1 Lettera alla Manis predetta.
Note from page XXIV: 2 Allude a Castel di Zocco ch’ella fece poi rivivere con tanta ala di fantasia nei versi che sotto quel titolo si leggono a pag. 219 di questo volume. La lettera è pubblicata sul più volte citato fasc. della Favilla di Perugia, a pag. 349, dalla M.sa Maria Plattis (Iolanda), la fine scrittrice di Cento.
Note from page XXV: 1 La dedica appostavi dice: Sono stato contento di poter raccogliere da varie parti questi ritratti, già dispersi e dimenticati, per offrirli a te, mia Vittoria teneramente amata, in ricordo della faticosa, spinosa, solitaria giornata di tuo marito. Il quale è ora così fortunato e felice d’avere in te acquistato un’ impareggiabile compagna piena di tutte le più alte, delicate e rare virtù dell’intelletto e dell’anima. Gli auguri che in questo giorno ricordevole della tua nascita, e quindi per me sovra tutti caro, a te volano ardenti d’affetto dal mio cuore, sono auguri che faccio a me stesso, essendo oramai la nostra vita, nel senso più schietto e squisito, comune. Il Cielo ti cuopra d’ogni bene e ti salvi da ogni male per te e per il tuo Guido.–Perugia, 25 maggio 903.
Note from page XXVI: 1 Intorno a questa industria, di antichissima origine Perugina (risale al 1300 circa), che aveva sede al Borgo Sant’Angelo, è interessante leggere la pregevole monografia inserita a pag. 165 del volume: Le Industrie femminili Italiane, edito a Milano da Pilade Rocco e Comp.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Note from page XXVI: 2 È raccontato dalla march. Alessandrina Torelli Faina, distinta signora di Perugia, in una sua bella e affettuosa commemorazione della diletta amica, tenuta alle alunne del R. Educatorio di Sant’Anna di cui la poetessa era ispettrice. V.: In memoria di Vittoria Aganoor Pompilj. Perugia, Stab. tip. Donnini, 1910, pag. 8.
Note from page XXVII: 1 Nella commemorazione sopra citata, pag. 9.
Note from page XXVII: 2 Momenti, pag. 307 di questo volume.
Note from page XXVII: 3 L’ Ultimo canto di Saffo, pag. 411 di questo volume.
Note from page XXVIII: 1 La bella bimba dai capelli neri, pag. 314 di questo volume.
Note from page XXVIII: 2 Insieme con alcuni versi: Melanconia della sorella Elena, ricca di poetica vena anch’essa, non so perchè, lasciata inaridire. Si hanno di questa, a stampa: Una lampada in Poesie di autori contemporanei, raccolte da G. L. Patuzzi, Drucker, 1882, pag. 388, e inoltre una collana di sonetti su Venezia, illustrati dal pittore Mainella. La poesia di Vittoria s’ intitola: A una bolla di sapone (pag. 340 di questo volume), e, dice il Ciàmpoli, era spesso sulle labbra dello Zanella che la prediligeva. Ai versi delle due sorelle precede il Sermone dello Zanella: Ad Elena e Vittoria Aganoor (Poesie di G. Z. con pref. di Arturo Graf; nuova edizione, vol. II, pag. 19), V. Nuora Antologia, fasc. di agosto, a. XI, s. 2a, vol. II, pag. 850.
Note from page XXIX: 1 Firenze, Suce. Le Monnier, 1889, sesta impressione; e nuova edizione in due voll., con prefazione di Arturo Graf, 1910, pag. LXXV.
Note from page XXIX: 2 Lettera dedicatoria. premessa a Leggenda Eterna. V. pag. 3 di questo volume.
Note from page XXX: 1 Lettera del 17 marzo 1900, da Venezia.
Note from page XXX: 2 Leggenda Eterna. Milano, Treves, 1900: 2a ediz., Torino, Casa edit. Naz. Roux e Viarengo, 1903.
Note from page XXXI: 1 A. IX, fasc. I, 20 genn. 1911, pp. 10 e 13.
Note from page XXXII: 1 E che cosa fosse in realtà l’amore per Vittoria Aganoor ci è dato rilevare da una bella lettera ch’ ella indirizzava alla sua giovine amica e sorella nelle muse Maria Stella. «È giunta, cara, la primavera d’amore? Ne hai diritto e tu hai anima di gustarne tutte le sublimi estasi. Sempre va unita a fremiti, a folate, a baleni d’ uragano, però; ma non importa; quando torna il sereno e l’ anima si placa, nessuna dolcezza eguaglia quella dolcezza. Oh rammenta bene! e rammenta che quando l’amore ha preso tutto il tirannico dominio di noi, ci domandiamo:–Come mai potevo prima vivere senza di lui! Come poteva avere la vita per me significato e bellezza? Come possono vivere quelli che non conoscono l’amore o ne sono privi o l’hanno perduto?… Io ti auguro che venga prestissimo e sia terribilmente autocrate e ti prenda tutta e ti dia la magnifica ebrezza che dà ai poeti, e nessuna tua idea piú, vada scompagnata da lui e nessuna tua speranza o proposito o progetto o lavoro sorga nel tuo spirito, isolato dal suo pensiero e tutti i tuoi sogni, tutti, tutti, tutti, siano pieni di lui, di lui, di lui, per la vita e piú in la. Ecco, la memoria mi ha fatto rivedere il passato…–V. La Donna, A. VI, fasc. 130, 20 maggio 1910.
Note from page XXXIII: 1 Nel bosco, pag. 153 di questo volume.
Note from page XXXIII: 2 Trionfo, pag. 152 di questo volume.
Note from page XXXIV: 1 Cfr. R. BARBIERA, op. cit.
Note from page XXXIV: 2 Roma, Nuova Antologia, 1908. Del resto, ch’ella stessa fosse in certo modo di ciò convinta, appare chiaro da una lettera scritta, subito dopo pubblicate le Nuove Liriche, alla Manis, in cui, tra l’altro, si legge: «Hai anche ragione quando dici che più «giovane» era Leggenda Eterna». Infatti vi erano raccolti i canti della giovinezza mia esuberante ed appassionata. Qui forse la forma si è ingagliardita e qualche più profondo atteggiamento di pensiero vi è; ma certo la passione dei venti anni e dei trenta, l’ impeto di quei tumulti lontani, non si ritrovano più. Sera estiva e Pace, e La bella bimba dicono molte cose, sincere e appassionate a loro modo, ma di una passione malinconica di tramonto, anzi di sera. Una delle liriche che a me paiono fra le migliori di questo volume è Primavera, quella che comincia: «E ancora l’aspettata, ecco discende». Ma nessun critico, ch’io mi sappia, vi si è soffermato. (Leggesi a pag. 204 di questo volume).
Note from page XXXV: 1 In Nuova Antologia: VITTORIA AGANOOR POMPILJ; 10 ottobre 1908.
Note from page XXXVI: 1 Anche in Leggenda Eterna non mancano, del resto poesie d’ intonazione sociale e umanitaria.
Note from page XXXVI: 2 Sebbene ella ben altro si ripromettesse. «Vedrai, scriveva alla Manis, col procedere nella vita che magnifici risvegli, talora, che maraviglioso rispalancarsi di certi cancelli, che parevano arrugginiti per sempre! Un soffio caldo e vivo di speranze, lieve come la brezza, portante fragranze di non so quali fiori, compie talora il miracolo, e cadono le forti sbarre, e improvvisa si schiude novellamente la meraviglia del sogno». (Lett. del 15 agosto 1905).
Note from page XXXVII: 1 Critica, fasc. cit., pag. 13.
Note from page XXXVIII: 1 Ms. citato.
Note from page XXXVIII: 2 Pag. 116 di questo volume. Pel carme dello Zanella, v. le Poesie, già citate, vol. II, pag. 30.
Note from page XXXVIII: 3 Pag. 184 di questo volume.
Note from page XL: 1 Leggende e fantasie norvegesi, pag. 261 di questo volume.
Note from page XL: 2 Ms. cit.: passim.
Note from page XLI: 1 Pag. 373 di questo volume.
Note from page XLI: 2 Cfr. il mio articolo: V. A. novellatrice, in: La Favilla; fasc. cit., pag. 397, segg.–«Alla prosa», scriveva alla Manis, «ho pensato tante volte, e anche a scrivere una commedia. Ma il tempo?!»
Note from page XLI: 3 Se ne potesse mettere insieme una raccolta! Sarebbe un epistolario veramente prezioso: e io ne formo l’augurio.
Note from page XLII: 1 Ne tradussero i miei ottimi amici F. Diaz Plaza e Juan Luis Estelrich, il più popolare, questo, dei poeti che oggi vanti la Spagna.
Note from page XLII: 2 Venezia, S. Lazzaro, 1905 e 1910.
Note from page XLII: 3 Dresda, Carlo Reissner, 1910.
Note from page XLIII: 1 Il Ciàmpoli che ho sopra nominato.
Note from page XLIV: 1 L’Aganoor segue, a volte, criteri tutti suoi particolari nella interpunzione, e non sempre uguali in casi identici: lo stesso dicasi della dieresi che ora segna ora no.
Di antica famiglia armena, nacque a Padova nel 1855. Nella città veneta conobbe Giacomo Zanella, che seguì i suoi primi passi di poetessa. Successivamente ebbe contatti con Enrico Nencioni a Napoli e un intenso rapporto amichevole, come attesta il suo epistolario, con Domenico Gnoli. Il suo primo libro, nonostante la precocità della sua vena poetica, apparve solo nel 1900, col titolo “Leggenda Eterna”. L’anno seguente si sposò con un nobile perugino deputato, che ne aveva ammirato i versi. Nel 1908 uscì il suo secondo volume “Nuove liriche” e nel 1910 morì a Roma. Poco dopo il marito si tolse la vita. Le “Poesie complete” vennero pubblicate, postume, nel 1912. Poetessa assai colta, lettrice dell’opera di autori stranieri e italiani, si caratterizzò per un certo eclettismo e per una fisionomia costantemente in bilico tra classicismo e sensibilità decadente, nella quale prevalse, sulla confessione e sul diario sentimentale, un senso, a volte astratto, di incomunicabilità e ambiguità.
“Finalmente”
Dunque domani! Il bosco esulta al mite
sole. Ho da dirvi tante cose, tante
cose! Vi condurrò sotto le piante
alte, con me; solo con me! Venite!
Forse… – chi sa? – non vi potrò parlare
subito. Forse, finalmente sola
con voi, cercherò invano una parola.
Ebbene! Noi staremo ad ascoltare.
Staremo ad ascoltare i mormoranti
rami, nello spavento dell’ebbrezza;
senza uno sguardo, senza una carezza,
pallidi in volto come agonizzanti.
“Pioggia”
Piovea; per le finestre spalancate
a quella tregua d’ostinati ardori
salìano dal giardin fresche folate
d’erbe risorte e di risorti fiori.
S’acchetava il tumulto dei colori
sotto il vel delle gocciole implorate;
e intorno ai pioppi, ai frassini, agli allori
beveano ingorde le zolle assetate.
“Esser pianta, esser foglia, essere stelo
e nell’angoscia dell’ardor (pensavo)
così largo ristoro avere dal cielo!”
Sul davanzal protesa io gli arboscelli,
i fiori, l’erbe, guardavo, guardavo…
e mi battea la pioggia sui capelli.
“Pagina di diario”
Giorno limpido e triste! Ho dentro l’anima
un’insolita voce che si lagna
d’un male ignoto. Come una sonnambula
io guardo il cielo, guardo la campagna
e il decrepito sole e la decrepita
terra, e qui noto e fermo questa mia
ora di vita: aggiorna; i campi ridono,
ma d’un sorriso di melanconia.
La famiglia dell’erbe e delle piccole
piante, dal gelo mattutin ferita,
china, in atteggiamenti melanconici
par che alle zolle mormori: “è finita!”
e una foglia, sospesa a un’invisibile
fibra, tentenna senza vento, e dire
sembra al suo triste ramo, con monotono
ritmo: “io non voglio, io non voglio morire!”
Molto quest’autunnale ora somiglia
la stanca anima mia, dove se splende
qualche raggio di gioia, è il melanconico
addio d’un vecchio sole che s’arrende
vinto, all’inverno. Ma sospesa al tenue
filo d’un sogno, un’ultima, appassita
speranza, come quella foglia palpita
e protesta se anchio penso: “è finita.”
“Magie Lunari” (*)
Fosche rupi, dal tempo incise e rotte
tragicamente, intorno ad una fanghiglia
d’acque morte, sogguardan nella notte
sorger la luminosa meraviglia
che ascenderà tra poco alta sui gioghi.
Guardan, sentendo attingerle il portento
che muterà le vette orride in roghi
sacri, e gli stagni in puri occhi d’argento.
“O Morti!…”
I passanti s’indugiano ai cancelli
spiando delle verdi ombre i segreti;
ma son l’ombre deserte, e i muschi e l’erbe
parassite che allignan sugli avelli (1)
veston la villa (2) immersa tra gli abeti.
Io, qui seduta sotto il porticato
dove sovente al vespero veniva
il padre mio, guardo, e mi credo un’ombra,
l’ombra di un lontanissimo passato
che solo ha forma di persona viva.
S’affaccia della luna il bianco viso
tra pianta e pianta, ma la vaga scorta
dei sogni più non è con lei; somiglia
un teschio adesso e con beffardo riso
sembra dirmi: “Non vedi? anchio son morta!”
Ecco l’Ave, la squilla ch’egli (3) udìa,
lo stesso suono… e tornano dell’ore
lontane le memorie: i giorni lieti,
le dolci sere; un’intima agonia
evocatrice che dilania il core.
O morti, dite una parola, dite
una parola!… Con l’orecchio io tendo
tutta l’anima mia… Passa una nube
e l’erba trema… oh certo voi m’udite,
mi parlate… e son io che non v’intendo.
(1) I sepolcri
(2) La villa paterna, dove l’autrice ritorno dopo la morte dei suoi cari
(3) Il padre, Edoardo Aganoor.
“Dialogo”
Noi parliamo, ma so io
quel che pensate
veramente? E voi sapete
quello ch’io penso?
Van le parole e un sottile
velo di riso
spesso ne maschera il senso.
Noi parliamo… Ma d’un’altra
voce voi di certo
udite il suono; d’un altro
accento io pure
credo ascoltare la strana
eco… Ad entrambi
parlano due sepolture.
Noi ridiamo anche, ridiamo
forte, e la gioia
brilla negli occhi al baleno
vivo d’un motto
fine. In che abisso del core
chi dunque intanto
scoppia in un pianto dirotto?
A lui ridiceva quell’ultimo
sguardo: “Perché non credi?
Perché mentirei? Tutta l’anima
in questi occhi non vedi?
Rimani! non far ch’io difendermi
debba alle stolte accuse!”
Così le pupille pregavano,
ma il labbro non si schiuse.
“Dopo la pioggia”
Le nubi ripiegano l’ale
al fresco alitar di Levante;
sottili tra l’erbe e le piante
oscillano ponti d’opale.
Laggiù non più livido e fosco
color di melmose maremme
ma fra le radure del bosco
il lago (1) sfavilla di gemme.
Risorgi, o mio spirito; imìta
il fior delle roride (2) aiuole
già prono dal nembo. La vita
è bella; v’è ancora del sole!
(1) Il Trasimeno
(2) Rugiadose
(*) Nota di Lunaria: in questa poesia è molto evidente il riferimento al Romanticismo Cimeteriale inglese alla Gray/Parnell, ma anche, al sonetto cinquecentesco di Luigi Tansillo.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Lo riporto qui
Strane rupi, aspri monti, alte tremanti
ruine, e sassi al ciel nudi e scoperti (1),
ove a gran pena pòn (2) salir tant’erti
nuvoli in questo fosco aere fumanti;
superbo orror, tacite selve, e tanti
negri antri erbosi in rotte pietre aperti (3);
abbandonati a sterili deserti,
ov’han paura andar le belve erranti;
a guisa d’uom, che per soverchia pena
il cor triste ange (4) fuor di senno uscito,
sen va piangendo, ove il furor lo mena (5),
vo piangendo io tra voi; e se partito (6)
non cangia il ciel, con voce assai più piena
sarò di là tra le meste ombre udito (7)
(1) Senza vegetazione
(2) Possono
(3) Scavati
(4) Angoscia
(5) Lo porta
(6) E se non muta la sua decisione
(7) Defunti
Copia anastatica dell’Articolo scritto da MARIA BELLONCI
per la Rivista PAN diretta da Ugo Ojetti- n°3 del 1935
MARIA BELLONCI-Scrittrice
Biografia di Maria BELLONCI-Nacque a Roma il 30 novembre 1902, primogenita di Gerolamo Vittorio Villavecchia, discendente da una famiglia aristocratica piemontese, e di Felicita Bellucci, di origine umbra. Il padre, professore di chimica, fondatore della chimica merceologica in Italia, dal 1896 al 1934 tenne la direzione del Laboratorio chimico centrale delle gabelle.
MARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro BemboMARIA BELLONCI- Lucrezia Borgia e Pietro Bembo
Breve biografia di Lucrezia Borgianasce a Subiaco il 18 aprile 1480, figlia di Vannozza Cattanei (la donna che rimase al fianco di Alessandro VI per un quindicennio, devota come una moglie morganatica e madre di quattro dei suoi figli: Juan, Cesare, Jofrè e Lucrezia) e di Rodrigo Borgia, poi papa con il nome di Alessandro VI. Si sposa a 13 anni con Giovanni Sforza di Pesaro (il suo abito nuziale vale ben 15.000 ducati) e successivamente a 18 anni, dopo il decreto di annullamento del primo matrimonio, con Alfonso d’Aragona, duca di Bisceglie, fatto uccidere due anni dopo dal fratello di lei, Cesare Borgia, il celebre Valentino. Fra i due matrimoni intesse inoltre una relazione con Pedro Calderon, uomo di fiducia del padre. Anche questo rapporto viene troncato drammaticamente dalla famiglia: prima ferito di spada, Pedro viene poi ritrovato cadavere nel Tevere, mani e piedi legati. In seguito ai nuovi progetti matrimoniali della famiglia Borgia, Lucrezia si sposa con Alfonso d’Este, primogenito del duca Ercole I. Accompagnata da un grande corteo, il 2 febbraio 1502 entra a Ferrara, portando con sé la terribile fama di essere al tempo stesso “figlia, moglie e nuora” del papa Alessandro VI.
Biografia di Maria BELLONCI
di Luisa Avellini – Dizionario Biografico degli Italiani
MARIA BELLONCI
Biografia di Maria BELLONCI-Nacque a Roma il 30 novembre 1902, primogenita di Gerolamo Vittorio Villavecchia, discendente da una famiglia aristocratica piemontese, e di Felicita Bellucci, di origine umbra. Il padre, professore di chimica, fondatore della chimica merceologica in Italia, dal 1896 al 1934 tenne la direzione del Laboratorio chimico centrale delle gabelle.
Gli studi e il matrimonio, 1909-1928
Iscritta nel 1909 alla scuola delle monache del Sacro Cuore, presso Trinità dei Monti – un collegio che le sarebbe rimasto nel cuore come una seconda casa piena di affabili, profonde liturgie – fra il 1913 e il 1921 frequentò il ginnasio-liceo Umberto I. Di questi anni intellettualmente attivi e illuminati dai primi amori adolescenziali rievocò, in una pagina giornalistica datata 3 gennaio 1959, «il senso di vita traboccante dei miei sedici anni per il quale mi pareva d’essere chiusa in una mandorla d’immortalità» (Pubblici segreti, Milano 1965, pp. 110 s.1). Ma una formazione interiore importante è attribuita nei suoi ricordi anche ad alcune frequentazioni ambientali, come S. Maria Maggiore: la basilica a pochi passi dall’abitazione familiare, in via Farini, le offriva «il linguaggio narrativo dei mosaici» e la contemplazione di «cadenze espressive» che suggerivano un «neorealismo storico» (ibid., 30 agosto 1959, p. 173).
Nel corso degli anni Venti si presentarono due eventi biograficamente decisivi: la stesura di una prima prova narrativa – il romanzo Clio o le amazzoni (1922) – e l’occasione di sottoporre quella prova d’apprendistato al giudizio di Goffredo Bellonci, illustre critico militante d’origine bolognese, nonché in quegli anni redattore del Giornale d’Italia. Il lavoro, giudicato promettente ma acerbo, non vide mai la luce; ma la relazione allieva-maestro che s’instaurò con Bellonci, più anziano di vent’anni, generoso di consigli di lettura e di presentazioni ai letterati romani, sfociò nel fidanzamento (1925-27) e quindi nel matrimonio, celebrato l’11 agosto 1928. «Quando ci sposammo, lui mi fece lezione sui classici per anni […]. Sono stata cresciuta da lui per scrivere», confessò anni dopo (intervista a Giorgio Torelli, in Epoca, 4 marzo 1973).
La biografia di Lucrezia Borgia, 1929-1939
Il 7 luglio 1929 uscì, sulle colonne del Popolo di Roma, l’articolo Letture di fanciulle: primo di una serie di interventi pubblicati due volte al mese nella rubrica «L’altra metà», dedicati al tema della donna nella vita sociale e nella storia, un dato della biografia intellettuale che situò precocemente la questione critica dello specifico e personale femminismo di Maria. Qualche mese dopo (marzo 1930) l’illustre filologo e accademico d’Italia Giulio Bertoni, imbattutosi in un elenco di gioielli di Lucrezia Borgia, affidò alla già appassionata indagatrice di fonti il compito di studiare il documento per darne conto all’associazione di Studi romani. La descrizione delle gioie borgiane – in particolare quella dell’armilla recante inciso un distico di Pietro Bembo – aprì all’aspirante scrittrice nuovi orizzonti: i tempi inquieti e il profilo chiaroscurale della figlia di papa Alessandro VI, tramite il medium degli oggetti che la ornarono, si imposero come esigenza di studio storico approfondito e di racconto biografico, in un percorso di letture e di ricerche archivistiche svolte fra Roma, Mantova e Modena, che si protrasse dall’inverno del 1930 fino al 1937.
Nel frattempo Goffredo Bellonci aveva informato Arnoldo Mondadori dell’attività in corso e si avviò così la trattativa per la pubblicazione del lavoro. Alla curiosità dell’editore, fece riscontro la lettera di Maria: «Si tratta di un’opera alla quale lavoro da due anni assiduamente: ho voluto seguire la vita veramente straordinaria di questa donna sui documenti del tempo, numerosissimi, sparsi in tutti gli archivi di’Italia. Ho avuto la fortuna di trovare molte cose inedite che mi permettono di ricostruire questa vita con una novità di prospettiva che, credo, stupirà tanto quelli che sono avvezzi a vedere nella Borgia il simbolico fiore del male, quanto quelli che addirittura vorrebbero fare di lei un innocente fiorellino sbattuto dalla tempesta» (Milano, Fondazione Mondadori, Arch. storico Arnoldo Mondadori editore, Carteggio Maria Bellonci 1932-1968: 5 novembre 1932).
Nel marzo 1933 l’autrice firmò il contratto per la pubblicazione e nel 1935 si apprestava alla consegna, ma una serie di difficoltà editoriali rinviò la programmazione fino alla primavera del 1938 quando finalmente, dopo aver accettato a malincuore la richiesta di alcuni tagli, congedò il suo lavoro per la stampa.
Nel Piccolo libro delle consolazioni segrete (Fondazione Bellonci), un diario tenuto fra 1936 e 1937, si trova conferma di un dato importante, documentato dagli studi di Ilaria Calisti (2008, Appendice) e di Luisa Avellini (2011): la nascita di un’amicizia profonda, corroborata dall’interesse comune per i destini femminili, e in particolare per il diritto delle donne all’affermazione intellettuale, e sfociata in un insistito scambio intellettuale, con Anna Banti (Lucia Lopresti, moglie di Roberto Longhi). Dalle lettere di quest’ultima (della corrispondenza fra le due scrittrici restano solo le sue lettere, poiché Banti distrusse quelle di Bellonci con molti altri documenti verso la fine della vita), come anche dal Diario breve 1938-1943 (conservato anch’esso presso la Fondazione Bellonci) si evince che, ricevute dall’editore le bozze della biografia borgiana nel luglio 1938, lo scrittoio di Bellonci vide spesso la vicinanza informata e partecipe dell’amica.
Lucrezia Borgia e il suo tempo uscì nella primavera del 1939, con successo di pubblico e traduzioni in tedesco, ungherese e spagnolo. In luglio vinse il premio Viareggio ex aequo con Arnaldo Frateili (per Clara fra i lupi, Bompiani) e Orio Vergani (per Basso profondo, Garzanti). Il cammino dell’opera prima continuò sul binario delle ristampe e delle nuove edizioni con revisione dell’autrice, come quella del 1960, rivista e arricchita di numerose illustrazioni, ma soprattutto quella del 1974 nella collana «Scrittori italiani e stranieri» (SIS) sotto gli auspici di Vittorio Sereni, che avendo già accolto nella stessa collana una seconda edizione de I Segreti dei Gonzaga, sollecitava l’autrice a sottrarre anche il primo libro dal genere storiografico per sottolinearne la valenza narrativa.
Il secondo romanzo storico, 1941-1947
La rinnovata spinta creatrice che portò all’uscita nell’immediato dopoguerra de I Segreti dei Gonzaga (Milano 1947 e 1971) si muoveva in parallelo con le revisioni di Lucrezia. In questa fase, nello sguardo di Bellonci ormai sistematico sul Rinascimento e via via più solido e acuto, il profilo di Isabella d’Este – già vivido e plasticamente antagonista della Lucrezia Borgia del 1939 – ascese, nella sezione dei Segreti a lei riservata (Isabella fra i Gonzaga), al ruolo di comprimaria, per assurgere a quello di ‘fantasma’ di primo piano nel successivo impegno narrativo.
Anche per il trittico sui Gonzaga, come era accaduto con i gioielli di Lucrezia, lo spunto narrativo nacque da situazioni visuali, in particolare nella sezione Ritratto di famiglia condotta sulla contemplazione degli affreschi della Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, ma anche per Isabella fra i Gonzaga con le visite pressoché medianiche all’appartamento della marchesa nel castello di Mantova. Si trattava di interrogare oggetti, profili pittorici, ambienti per trarne quasi il calco che l’intelligenza, la sensibilità, il più intimo carattere di una figura del passato vi avevano impresso.
Nella corrispondenza con Mondadori del 1941 Bellonci, segnalando l’uscita del Ritratto di famiglia nel numero di febbraio de La Lettura, dava notizia di una proposta di Bompiani, per aderire alla quale chiedeva l’autorizzazione al suo editore. Bompiani si diceva disposto a raccogliere il Ritratto in un volumetto illustrato, aggiungendovi anche lo scritto in corso di stesura dedicato all’appartamento di Isabella d’Este nel castello di Mantova, proposta forse sostitutiva dell’epistolario di Isabella che Bellonci avrebbe dovuto curare e che veniva rinviato per la chiusura dell’Archivio Gonzaga. Lo studio dell’appartamento e la lettura già avviata delle lettere della marchesa portavano dunque in primo piano negli interessi dell’autrice l’antagonista di Lucrezia, tanto che l’anno successivo trattò con Mondadori la stampa del libro organico cresciuto intorno al Ritratto con la gran parte delle tre sezioni (la terza era Il duca nel labirinto dedicata a Vincenzo Gonzaga) già pronte.
Tramite la preziosa documentazione epistolare dell’Archivio mondadoriano emerge, pur nel difficile passaggio della guerra e del primo dopoguerra vissuto dai Bellonci a Roma e nelle oscillazioni di umore di Maria connesse a una depressione strisciante, l’affollarsi di progetti nella mente della scrittrice, come il più volte preannunciato lavoro sulla Fine degli Este studiato per anni e poi abbandonato o come il progetto di un libro su Vespasiano Gonzaga di Sabbioneta accarezzato fino alla morte e mai realizzato.
Nel frattempo però un’altra brillante idea le aprì un nuovo fronte di attività e di notorietà: le riunioni di letterati che dal giugno 1944 erano divenute un’abitudine domenicale (gli ‘Amici della domenica’) di casa Bellonci si trasformarono nel 1946, con la partecipazione economica di Guido Alberti produttore del liquore Strega, nella struttura del premio letterario italiano più celebrato, dotato di un inusuale sistema di valutazione affidato a una votazione pubblica a due turni spettante all’intero gruppo di ‘Amici’.
La prima sessione del premio Strega, nell’estate del 1947, cui Bellonci per correttezza non presentò I segreti dei Gonzaga, vide vincitore Tempo di uccidere di Ennio Flaiano su una rosa di partecipanti di altissimo livello, fra i quali Alberto Moravia con La romana, Vasco Pratolini con Cronache di poveri amanti, Cesare Pavese con Il compagno, Anna Banti con Artemisia. Nella stessa estate, con i Segreti, Bellonci sfiorò la seconda affermazione al premio Viareggio, andato infine alle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci.
Narratrice senza limitazione di genere, 1951-1972
Nella seconda metà degli anni Quaranta le condizioni economiche precarie indussero Bellonci, come molti intellettuali del tempo, a impegnarsi in traduzioni di romanzi stranieri e in attività giornalistiche, proseguite peraltro per tutta la vita (da menzionare, per qualità e successo, le versioni dal francese dei Racconti di Stendhal, 1961; della Signora delle camelie di Dumas figlio, 1970; dei Tre moschettieri di Dumas padre, 1978; del Viaggio al centro della terra di Verne, 1983). Ma dal 1951, con la rubrica radiofonica Scrittori al microfono, iniziò anche una proficua collaborazione con la Rai, che dalla radio approdò poi nei decenni successivi alla televisione, passando per l’impegno nel Terzo Programma con l’appuntamento mensile delle ore 21 La donna e il secolo nel 1952, il ciclo di trasmissioni, sempre del Terzo Programma, intitolato Milano viscontea (1953) di cui pubblicò per la ERI i testi nel 1954, il programma Racconti di viaggio del 1955-57, fino alla rubrica «Taccuino» consistente nella lettura di un testo nell’intervallo di un concerto, che proseguì continuativamente sul Terzo Programma dal 1959 al 1974. Senza dimenticare la partecipazione, con l’Intervista impossibile a Lucrezia Borgia interpretata da Anna Maria Guarnieri, alla serie radiofonica delle «Interviste immaginarie» del 1974.
A fronte di un successo professionale costante, gli anni Cinquanta riservarono a Bellonci inquietudini private. Nel 1952 il marito venne licenziato dal Giornale d’Italia: la solidarietà del mondo della cultura e l’intervento di Alcide De Gasperi, cui Bellonci si era rivolta, procurarono all’anziano critico bolognese un nuovo impiego sulle pagine del Messaggero, ma la sua salute risentì del trauma con il primo manifestarsi dei disturbi cardiaci che lo avrebbero condotto alla morte nell’agosto 1964.
Al principio degli anni Sessanta, l’aspirazione a essere riconosciuta come narratrice senza limitazione di genere letterario aveva incontrato la chiaroveggenza critica di Giacomo Debenedetti, allora docente incaricato di letteratura moderna e contemporanea all’Università di Messina. In un intervento tenuto in un convegno a Positano nel 1961 Debenedetti – che frequentava con la moglie Renata il salotto degli Amici della domenica dal 1946 – si assunse l’impegno di parlare dell’opera di Bellonci mentre era in gestazione il terzo libro: un nuovo trittico di racconti, che sarebbe stato edito nel 1972 sotto il titolo di Tu, vipera gentile.
Secondo l’attitudine di intuizione prospettica propria delle letture critiche di Debenedetti fin dal 1961, il dato emergente fu che, in controtendenza rispetto a quanto il pubblico continuava ad attendersi da lei, «Maria Bellonci è intenta a un lavoro segreto» (cfr. Debenedetti, [1961], p. 9). Sembrava che la grande «trasparenza pubblica» dell’autrice, che in questa fase si confessava a diari e taccuini e diffondeva opinioni, interviste e polemiche, fosse un modo per «difendere il segreto dell’altro lavoro». «Ci si domanda» – concludeva Debenedetti – «se Maria Bellonci […] non abbia ora, nella sua più intensa maturità di scrittrice, il dubbio di avere solo giocato alla libertà». Ha ricevuto finora ordini dalla storia, e la tentazione ora può essere quella di «lavorare senz’ordini […] d’essere lei insomma a crearsi la trama delle sue storie con la stessa disponibilità con cui finora ne ha foggiato la forma vitale». Forse è giunto il momento per lei di sostituire ai romanzi ottenuti resuscitando la storia altri romanzi che «raccontino il possibile anziché riavverare il già accaduto» (ibid., pp. 10 s.). Debenedetti, scomparso prematuramente nel 1967, non ebbe la possibilità di verificare che il segreto del «romanzo romanzo» avrebbe dato il suo frutto migliore nell’ultimo lavoro di Bellonci: il racconto di se stessa narrato in prima persona da Isabella d’Este.
Lo ‘schianto’ della morte di Goffredo, vittima di un infarto fulminante il 31 agosto 1964, mentre era ospite nella villa dei Mondadori in occasione del premio Viareggio, costituì uno spartiacque nella vita e nella scrittura.
Il trauma venne lentamente riassorbito. Bellonci prese a occuparsi dell’Istituto internazionale per la storia del teatro fondato da Goffredo a Venezia nel 1963, accettò di condurre per Il Messaggero la rubrica «Pubblici segreti» che mantenne fino al 1970 (tali interventi sono apparsi postumi col titolo Pubblici segreti 2, Milano 1989, per cura di Anna Maria Rimoaldi, che aveva curato anche Segni sul muro: racconti, articoli ed elzeviri 1944-70, ibid. 1988), dette alle stampe sotto il titolo di Pubblici segreti alcuni scritti usciti su Il Punto fra 1958 e 1964 (ibid. 1965), e costituì infine nel 1966 l’Associazione Goffredo Bellonci. Nella citata intervista a Giorgio Torelli per Epoca del 1973, a quasi dieci anni dalla scomparsa del marito, del superamento della crisi diede lei stessa la valutazione più consona: «Ho portato con me questa privazione di Goffredo in quello che faccio. E credo si avverta, nei miei scritti, tanta disperazione umana».
La frequentazione assidua della Rai e l’attenzione per le possibilità dello strumento televisivo furono in questo periodo all’origine di un incontro che si rivelò determinante per il futuro della vita e dell’opera della scrittrice: la conoscenza nel 1965 – in occasione della proiezione dello sceneggiato televisivo di tre racconti di Grazia Deledda, George Sand e George Eliot – con Anna Maria Rimoaldi che ne aveva curato la regia. Di formazione scientifica – era laureata in matematica e statistica – la nuova amica, appassionata di teatro ed esperta dell’ambiente della produzione televisiva, divenne collaboratrice di fiducia di Bellonci che la nominò poi anche sua erede ed esecutrice testamentaria.
Nello stesso tempo, sembra fra il 1969 e il 1970, s’interrompeva il lungo e duraturo sodalizio con Anna Banti: probabilmente per dissensi innescati da valutazioni opposte su lavori letterari, per reciproche delusioni o, complessivamente, per il logorarsi inevitabile di un legame intenso e prolungato proveniente però da stagioni tramontate.
Dalla Rai giunse intanto (1969) la proposta di una sceneggiatura televisiva dedicata a Isabella d’Este: un lavoro che, con la collaborazione costante della Rimoaldi, occupò quasi sette anni e migliaia di pagine, senza mai pervenire alla messa in onda. Nel frattempo Bellonci pubblicò sempre con Mondadori Come un racconto gli anni del Premio Strega (Milano 1971: già apparso nel 1968 nella collana del Club degli editori dedicata alle opere vincitrici del premio e diretta da lei stessa) e, poco dopo, Tu, vipera gentile.
Gli archivi mondadoriani permettono una precisa ricostruzione della vicenda ideativa del nuovo trittico nel quale emerge, a fianco del racconto eponimo che rielaborava Milano viscontea uscito nel 1954 presso la ERI e di Soccorso a Dorotea aggiunto nel 1971, il taglio innovativo di Delitto di Stato, la cui stesura era stata avviata nel 1955, ma protratta per problemi esterni (come la sospensione da parte di Mondadori di un assegno mensile concordato in precedenza) e interni: di carattere esistenziale (i tentativi di curare una depressione ricorrente; la mancanza dell’incoraggiamento di Goffredo a proseguire il lavoro), ma anche legati alle esigenze narrative (secondo la testimonianza postuma di Rimoaldi, soprattutto la difficoltà di «proseguire il racconto con il linguaggio cancellieresco dello Striggi […] quasi raffreddato dal calcolo politico»: cfr. E. Ferrero, Note ai testi, in Opere, II, 1997, p. 1513).
Nel febbraio 1962 Delitto di Stato era uscito in una prima stesura sulla rivista Pirelli diretta da Vittorio Sereni. Circa dieci anni dopo, durante l’inaugurazione a Mantova del Teatro scientifico del Bibbiena, un incontro occasionale con un lettore appassionato alla vicenda riaccese la facoltà creativa di Bellonci, decisa alla fine a superare ogni difficoltà stilistica facendo narrare la storia dal giovane Paride. Tu, vipera gentile giunse in libreria nell’ottobre 1972, nella collana mondadoriana SIS.
La soddisfazione per il successo fu oscurata fra 1973 e 1974 dalla grave malattia e poi dalla morte della madre, cui nel decennio successivo si aggiunsero i lutti per il fratello Leo, deceduto nel marzo 1979, e per la sorella Gianna, morta dopo una prolungata malattia nel marzo 1983.
Il romanzo capolavoro, 1976-1986
Mentre, nel corso del 1976, si palesava il fallimento per problemi economici del monumentale sceneggiato su Isabella d’Este – un’amarezza cocente per la scrittrice – giunse però dalla Rai la proposta di sceneggiare in due puntate Delitto di Stato, per la regia di Gianfranco De Bosio. Con l’appoggio di Anna Maria Rimoaldi e in un’amichevole sintonia con il regista, Bellonci consegnò nella primavera del 1977 il copione, partecipò con grande interesse alle riprese svolte a Mantova nell’estate del 1980, con un cast eccellente (Sergio Fantoni, Remo Girone, Eleonora Brigliadori); non mancò infine nel gennaio 1982 alla presentazione a Londra del film televisivo in occasione della mostra sui Gonzaga allestita al Victoria and Albert Museum.
Già da due anni era peraltro immersa in un arduo lavoro commissionato dalla ERI per la ricostruzione del testo originale del Milione di Marco Polo da codici antichi francesi, italiani e latini. L’impresa doveva fiancheggiare l’uscita dello sceneggiato diretto da Giuliano Montaldo prevista per il novembre 1982: il testo vide infatti la luce in giugno. Si era aggiunta poi nel 1981 l’ulteriore richiesta della Rai di trarre un video novel dalla sceneggiatura di Montaldo, ritrascrivere cioè in forma romanzata un film televisivo secondo un’abitudine angloamericana inusuale in Italia. Non occorre sottolineare come tutte queste attività di scrittura di fatto sperimentali, del resto praticate in prospettiva drammaturgica anche nella sceneggiatura abbandonata del film televisivo progettato per Isabella d’Este, offrissero a Maria motivi tecnico-stilistici di riflessione, l’aprirsi di nuove ‘zone poetiche’ che sollecitavano risposte nuove, pur nel quadro costante della sua raffinata attenzione per lo strumento linguistico del narratore, quella lingua italiana la cui «fluidità senza bastioni di regole fisse rende possibili tutti gli ardimenti, tutti gli scorci, tutti i moti» (Pubblici segreti, 1965, p. 136). Cosicché, quando Montaldo (1983) la invitò a rileggere i sette copioni della sceneggiatura isabelliana, riprese vigore l’ipotesi, già presente nelle sue agende del 1976, di far confluire il lungo e inutilizzato lavoro in un romanzo, che tuttavia sembrò in competizione, nella progettazione creativa di Bellonci ormai ultraottantenne, con il fantasma di Vespasiano Gonzaga, anch’esso presente a intermittenza nella ricerca documentaria e nelle prove di scrittura dell’autrice.
Fu Isabella d’Este ad avere la meglio, e nell’accanito lavoro del 1984-85 prese forma il capolavoro di Bellonci, Rinascimento privato (Milano 1985), il racconto di Isabella che, in prima persona, mette in scena se stessa e la propria vita con il controcanto delle dodici lettere (senza risposta ma mai distrutte e spesso rilette) di Robert de la Pole.
L’invenzione dell’ecclesiastico inglese, ammiratore segreto della marchesa, fu un’intuizione del febbraio 1981, a seguito di una lettera del giovane prete canadese André Desjardins studioso del Rinascimento, ammiratore e corrispondente di Bellonci: dalla missiva, in cui il giovane si scusava per aver tenuto nascosto senza una precisa ragione il sacerdozio nell’incontro romano di anni prima, la scrittrice prelevò direttamente l’inizio della prima lettera di Robert a Isabella.
Il romanzo apparve sulla metà di aprile 1985. Un coro di amici l’anno dopo convinse Maria a presentare finalmente un ‘suo’ romanzo al ‘suo’ premio Strega. Ma era destino che, il 4 luglio, la sua Isabella dovesse vincere sola.
Maria Bellonci, cedendo a un male incurabile, era morta infatti a Roma, poche settimane prima, il 13 maggio 1986.
I suoi scritti sono stati riuniti nei due «Meridiani» Mondadori delle Opere, I-II, a cura di E. Ferrero, Milano 1994-97.
Fonti e Bibliografia
Milano, Fondazione Mondadori, Arch. storico Arnoldo Mondadori editore, Carteggio M. B. 1932-1968; Roma, Fondazione Bellonci: M. Bellonci, Piccolo libro delle consolazioni segrete 1936; Diario breve 1938-1943.
Debenedetti, M. B., presentazione di M. Forti, Milano s.d. [ma 1961]; A. Banti, I pubblici segreti. Appunti, in Paragone, XVI (1965), ottobre, pp. 137-139; M. Grillandi, Invito alla lettura di M. B., Milano 1983; V. Branca, B., M., in Diz. critico della letteratura italiana (UTET), a cura di V. Branca, Torino 1986, ad vocem; E. Ferrero, Introduzione, in M. Bellonci, Opere, I, cit., pp. XI-XXXVI; G. Leto, Cronologia, ibid., pp. XXXIX-LXXII; L. Serianni, La prosa di M. B., ovvero la ricerca dell’acronia, in Studi linguistici italiani, XXII (1996), pp. 50-64; M. Onofri, Introduzione, in M. Bellonci, Opere, II, cit., pp. XI-XLIV; V. Della Valle, L’italiano «d’autrice» di M. B., ibid., pp. XLVII-LXXII; M. Simonetta, M. B., Manzoni e l’eredità impossibile del romanzo storico, in Lettere italiane, L (1998), pp. 248-263; S. Roush, Isabella inventrix. History and creativity in M. B.’s «Rinascimento privato», in Italica, LXXIX (2002), pp. 189-203; G. Antonelli, La voce dei documenti nella scrittura di M. B., in Narrare la storia: dal documento al racconto, a cura di T. De Mauro – N. Fusini, Milano 2006, pp. 95-112; I. Calisti, Per il romanzo storico di mano femminile nel Novecento: lo sguardo sul Rinascimento di Anna Banti e M. B., tesi di dottorato, Università degli studi di Bologna, 2008; Id., «La maestosa armonia di un tempo senza tramonti»: la ‘plenitudo temporis’ romana in «Rinascimento privato» di M. B., in Fra Olimpo e Parnaso. Società gerarchica e artificio letterario, a cura di F. Pezzarossa, Bologna 2008, pp. 193-224; L. Avellini, Gli orologi di Isabella. Il Rinascimento di M. B., Bologna 2011
Fonte Enciclopedia TRECCANI online. di Luisa Avellini – Dizionario Biografico degli Italiani
La sarda NINETTA BARTOLI fu la prima sindaca d’Italia
Il costume è quello del giorno della festa. Il corpetto bianco con le maniche a sbuffo, la lunga gonna a pieghe ricamata di fiori e il velo, a incorniciare un viso fiero.La sarda Ninetta Bartoli, prima sindaca d’Italia, si fa ritrarre così, nell’abito della tradizione, da solenne investitura.Una mano appoggiata sul fianco e occhi che guardano lontano, a quella scelta che nessuna prima di lei aveva fatto: governare il suo piccolo paese. Alle elezioni dell’Aprile 1946, si presenta come candidata sindaco. Con l’89% delle preferenze, conquistando 332 voti su 371, sbaraglia gli uomini avversari e viene eletta. È votata a furor di popolo, un vero e proprio plebiscito: diventa la prima sindaca della storia dell’Italia repubblicana.
NINETTA BARTOLI- La prima sindaca d’Italia
È mater familias che sulla sua carrozza gira tra Borutta e Sassari per conoscere sempre meglio il territorio che amministra e capire come intervenire per migliorare le cose. Fa costruire l’acquedotto, il sistema fognario e porta l’energia elettrica in paese: una rivoluzione che cambia per sempre Borutta, trasformandola da un povero paese fossilizzato nel passato a un moderno centro civilizzato. Grazie a lei si edificarono case popolari e la scuola. Anche i ruderi della chiesa e del Monastero di San Pietro di Sorres ritornarono all’antico splendore. E se le casse comunali non consentivano di coprire le spese, lei stessa non esitava ad attingere al suo patrimonio pur di realizzare le opere che aveva in mente.Governò Borutta per 12 anni fino al 1958.
NINETTA BARTOLI-La prima sindaca d’Italia
Biografia–Antonia Bartoli detta Ninetta (Borutta, 24 settembre1896 – Borutta, 1978) è stata una politicaitaliana, prima donna ad essere stata eletta sindaca in Italia– Nata da una famiglia nobile, Ninetta Bartoli (alcune fonti sostengono che avesse come secondo nome “Bartola”)[3] ebbe la possibilità di studiare presso l’istituto “Figlie di Maria” di Sassari, la scuola più esclusiva della città.
Avendo deciso di non volersi sposare e di rimanere nel suo paese, si avvicina all’ambiente culturale ecclesiastico locale dopo aver conosciuto il missionario Giovanni Battista Manzella.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, divenne segretaria della sezione locale della Democrazia Cristiana. L’anno successivo, quando decise di candidarsi alla carica di sindaco, venne sostenuta dai membri più importanti della DC provinciale, principalmente dalla famiglia Segni.
Vinse le elezioni del 1946 con l’89% dei consensi, 332 voti su 371.[3] A partire da quel momento, restò in carica per 12 anni, fino al 1958, quando il suo partito smise di sostenerla.[7]
Il giorno del suo insediamento scelse di farsi fotografare con indosso il costume tradizionale di Borutta, quello utilizzato nelle occasioni importanti.[8]
Nel corso del suo mandato fece costruire le prime case popolari, le scuole elementari, l’asilo, il cimitero, il Municipio, l’acquedotto e l’impianto fognario. Istituì una cooperativa per la raccolta del latte e per la produzione del formaggio, una casa di riposo, una cooperativa agraria e avviò tutta una serie di iniziative per offrire posti di lavoro qualificati alle donne. Si occupò anche del patrimonio artistico; il restauro del complesso monastico di San Pietro di Sorres avvenne per opera sua, con l’investimento di soldi appartenenti a lei e alla sua famiglia. A partire dal 1955, venne fatta arrivare in quello stesso monastero una comunità di monaci benedettini, l’unica in Sardegna dopo molti secoli.[1][3]
Morì nel 1978 nel suo paese, a Borutta, dopo aver continuato a lavorare per la comunità anche in seguito alla fine del proprio mandato e ruolo istituzionale. Il comune di Borutta le ha intitolato un premio, dedicato a tutte le donne che si sono contraddistinte in ambito sociale, politico, economico o che hanno partecipato al lavoro in generale.[5]
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