Affreschi nascosti riemergono a Casa Leopardi: la scoperta nella Biblioteca di Recanati
Un ciclo di affreschi rimasto nascosto per secoli è riemerso dalle pareti della Biblioteca di Casa Leopardi a Recanati. Dopo due anni di restauri e consolidamenti, Palazzo Leopardi apre al pubblico la nuova Sala degli Antichi, uno spazio che restituisce alla vista un articolato apparato decorativo realizzato tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, aggiungendo un tassello inatteso alla storia della dimora che fu teatro della formazione di Giacomo Leopardi.
Un antico ciclo di affreschi riemerge a Casa Leopardi di Recanati
La scoperta è avvenuta nel corso di un intervento avviato nel 2024 in quella che dal 1898 era conosciuta come “Sala dei manoscritti”: il nome deriva dal fatto che Giacomo Leopardi, l’omonimo nipote del Poeta, l’ha ampliata, modificata e arredata con il gusto dell’epoca per celebrare la grandezza dello zio, esponendo in quello spazio copie di manoscritti leopardiani e prime edizioni. L’obiettivo iniziale era riportare alla luce una decorazione ottocentesca ma i saggi preliminari eseguiti sulle pareti hanno rivelato qualcosa di molto più antico. Sotto gli strati successivi di pittura e intonaco sono emersi colori vividi e frammenti di un ciclo decorativo che ha richiesto un lungo e complesso lavoro di scopritura.
Biblioteca di Casa Leopardi a Recanati-
«Le case antiche riservano sempre sorprese, nel bene e nel male», ha dichiarato la contessa Olimpia Leopardi. «La scoperta che oggi abbiamo il piacere di condividere con il pubblico è una di quelle che fanno venire brividi di meraviglia nel momento in cui si inizia a intravederne il potenziale e a sperare che non sia solo un’illusione. Quando, nel 2024, demmo il via ai lavori, come da prassi, iniziammo facendo dei saggi sulle pareti; che sotto la pittura più recente ci fosse un semplice decoro ottocentesco lo sapevamo già ed era nostra intenzione, in accordo con la Soprintendenza, riportarlo alla luce per restituire alla sala la dignità che aveva perso con le sovrammissioni successive. Quello che invece non potevamo immaginare era di imbatterci in nuovi colori, tanto brillanti quanto inattesi».
Recanati -Palazzo Leopardi-Piazza Sabato del Villaggio
Le indagini hanno portato alla luce due distinti livelli di decorazione. Il più antico, databile ai primi decenni del XVI secolo, presenta una raffinata imitazione di tessuti damascati dipinti. Il secondo, più esteso e meglio conservato, appartiene invece a una fase compresa tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento ed è attribuito a una équipe di pittori locali aggiornata sulle novità artistiche che circolavano nei grandi cantieri delle Marche e dell’Italia centrale.
Secondo lo storico dell’arte Stefano Papetti, curatore delle collezioni comunali di Ascoli Piceno e autore del saggio dedicato alla scoperta, il ciclo decorativo si inserisce nella cultura figurativa sviluppatasi attorno al cantiere della Basilica di Loreto, dove operarono artisti come Federico Zuccari. L’impianto rivela inoltre affinità con le decorazioni illusionistiche realizzate nei palazzi romani alla fine del XVI secolo.
Sulle pareti si sviluppa una complessa architettura dipinta fatta di specchiature marmoree, cariatidi in bronzo dorato e nicchie illusionistiche che ospitano figure allegoriche come la Carità e una probabile Sibilla. Tra le scene sopravvissute emerge una frammentaria Cacciata di Adamo dal Paradiso Terrestre, affiancata da episodi di vita rurale, scene di caccia, pellegrinaggi e paesaggi che richiamano il territorio appenninico.
Particolarmente suggestiva è la presenza di una nave accompagnata dal motto biblico «IN TE CONFIDO», sovrastata da una rappresentazione della Fortuna Marina, raffigurata secondo l’iconografia codificata da Cesare Ripa: una giovane donna in equilibrio su un delfino mentre regge una vela gonfiata dal vento.
Biblioteca di Casa Leopardi a Recanati-Dettaglio dell’affresco
Il recupero non è stato semplice. Come spiega la restauratrice Federica Camilletti, le decorazioni erano state gravemente compromesse dalle numerose picconature effettuate nei secoli per favorire l’adesione dei nuovi intonaci sovrapposti. L’intervento, realizzato secondo i principi della teoria del restauro di Cesare Brandi, ha richiesto la rimozione manuale degli strati più recenti mediante bisturi e piccoli strumenti da restauro, oltre a continui consolidamenti delle superfici dipinte.
La scoperta assume un ulteriore valore simbolico per il possibile rapporto con Giacomo Leopardi. Le fonti documentarie attestano infatti che l’ambiente fu rinnovato soltanto nel 1841, tre anni dopo la morte del poeta. È dunque plausibile che Leopardi abbia conosciuto questi affreschi e li abbia osservati durante gli anni trascorsi nella biblioteca paterna, prima che venissero occultati dalle trasformazioni ottocentesche.
La nuova Sala degli Antichi entra così a far parte del percorso di visita di Casa Leopardi, accanto alla celebre biblioteca voluta da Monaldo Leopardi, agli appartamenti storici e al Museo Leopardi. Un ambiente restituito alla sua identità originaria che arricchisce ulteriormente uno dei luoghi più emblematici della cultura italiana, riportando alla luce un capitolo rimasto nascosto per oltre quattro secoli.
Fara in Sabina-Teatro Potlach -Il FLIPT Festival entra nel vivo-
Fara in Sabina (Rieti)-Lunedì 15 e martedì 16 giugno due giornate dedicate alla ricerca artistica internazionale e ai 50 anni del Teatro Potlach
Fara in Sabina-Teatro Potlach -Il FLIPT Festival
Prosegue a Fara in Sabina il FLIPT – Festival Laboratorio Interculturale di Pratiche Teatrali del Teatro Potlach, diretto da Pino Di Buduo e in collaborazione con l’ISTA di Eugenio Barba. Il Festival è realizzato con il sostegno della Regione Lazio e della Fondazione Varrone, e ha il patrocinio della Provincia di Rieti e del Comune di Fara Sabina.
Dopo il grande successo degli appuntamenti inaugurali, il Festival entra nel vivo con due intense giornate di lavoro e spettacolo che vedranno protagonisti artisti provenienti da Iran, Ucraina e Italia.
Fara in Sabina-Teatro Potlach -Il FLIPT Festival
Lunedì 15 e martedì 16 giugno il Teatro Potlach, che nel 2026 celebra il suo cinquantesimo anniversario, continua a trasformarsi in un laboratorio internazionale di creazione, formazione e confronto tra culture.
Le mattine saranno dedicate al laboratorio “Drammaturgia interculturale dell’attore”, condotto da Arianne Wang, artista e ricercatrice cinese che accompagnerà i partecipanti in un percorso dedicato alle pratiche contemporanee della composizione scenica.
Nel pomeriggio proseguirà la Masterclass “Teatro Potlach: 50 anni”, un viaggio attraverso la storia artistica della compagnia fondata da Pino Di Buduo nel 1976. Attraverso materiali d’archivio, filmati, testimonianze e riflessioni sul lavoro dell’attore, i partecipanti avranno l’opportunità di attraversare mezzo secolo di ricerca teatrale che ha portato il Teatro Potlach in 46 paesi del mondo, con 185 tournée internazionali e quasi cento produzioni.
Parallelamente, gli artisti del FLIPT lavoreranno alla preparazione di “Città Invisibili”, il celebre progetto site-specific ideato da Pino Di Buduo e ispirato all’opera di Italo Calvino, che andrà in scena nel centro storico di Fara Sabina il 20 e 21 giugno.
Fara in Sabina-Teatro Potlach -Il FLIPT Festival
La sera di lunedì 15 giugno si aprirà alle ore 20.00 con “Body Archive”, performance dell’artista iraniana residente a Dubai Asareh Ebrahimpour, creata in occasione dei 50 anni del Teatro Potlach.
Attraverso il linguaggio della performance art, del teatro fisico e della ricerca sul corpo, l’artista esplora il concetto di memoria incarnata: il corpo come archivio vivente di esperienze, trasformazioni, ferite e possibilità di rinascita. Un lavoro poetico e intenso che nasce da anni di ricerca sulle relazioni tra corpo, mente e memoria.
Alle ore 21.00 sarà la volta di “Devil’s Wheel (or The Chronicle of the O Family)” della compagnia ucraina Teatr Netvor.
Lo spettacolo, basato su testimonianze reali, racconta la storia di una madre e una figlia che hanno vissuto quattro mesi sotto occupazione nella città di Tavriisk, nel sud dell’Ucraina, durante il 2022. Attraverso il teatro di figura, il teatro d’oggetti, la performance e la musica dal vivo, la compagnia costruisce una narrazione intensa e profondamente umana sulla guerra vista dall’interno della vita quotidiana. Una riflessione sulla perdita, sulla resistenza e sulla capacità di conservare la speranza anche nei momenti più oscuri.
Fara in Sabina-Teatro Potlach -Il FLIPT Festival
Martedì 16 giugno il programma serale sarà dedicato alla danza contemporanea e al teatro internazionale.
Alle ore 21.00 il FLIPT ospiterà “Reveals66”, progetto della Balletto di Roma Junior Company. Cinque creazioni coreografiche firmate da Valerio Longo, Martina Licciardo, Marcello Giovani e Simone Manzato offriranno al pubblico uno sguardo sulle nuove generazioni della danza italiana. Giovani interpreti provenienti da una delle realtà più prestigiose del panorama nazionale porteranno in scena un percorso che intreccia ricerca, tecnica e libertà espressiva.
Pino Di Buduo, direttore artistico del Teatro Potlach
Alle ore 21.30 il pubblico incontrerà nuovamente l’Ucraina con “Journey of a Light”, spettacolo della compagnia Maysternya 55 realizzato per il ventesimo anniversario della compagnia.
È la storia di artisti che, dopo aver studiato insieme all’Università delle Arti di Kharkiv, sono stati dispersi dalla guerra in diverse parti del mondo. Oggi si ritrovano per condividere il percorso umano e artistico che li unisce, nel segno dell’insegnamento ricevuto dal maestro Leonid Sadovskyi. Al centro dello spettacolo vi è il simbolo di una candela accesa durante gli anni di formazione e mai spenta: una luce che continua a viaggiare attraverso il tempo, la memoria e la creatività.
TEATRO POTLACH-Città Invisibili
Le giornate del 15 e 16 giugno confermano così la vocazione internazionale del FLIPT Festival, che da oltre trent’anni porta a Fara in Sabina artisti provenienti da tutto il mondo e che, nell’anno del cinquantesimo anniversario del Teatro Potlach, rinnova il proprio impegno nel creare spazi di incontro, dialogo e ricerca tra culture diverse.
Teatro Potlach
FLIPT – Festival Laboratorio Interculturale di Pratiche Teatrali
11 – 21 giugno 2026
Dal 15 al 21 giugno 2026 la città di Rieti rinnova il proprio appuntamento con la Festa Europea della Musica, giunta quest’anno alla sua 32ª edizione, aderendo a una delle più importanti manifestazioni culturali internazionali dedicate al linguaggio universale delle note.
Manifesto Festa Europea della Musica a Rieti 2026
La manifestazione, promossa da Musikologiamo APS con il sostegno della Fondazione Varrone – Cassa di Risparmio di Rieti, si svolgerà presso la suggestiva Chiesa di San Rufo – Centro d’Italia, luogo simbolo della cultura cittadina, e proporrà una settimana di appuntamenti a ingresso libero dedicati alla coralità, alla musica strumentale e alla valorizzazione dei talenti del territorio.
Il contributo della Fondazione Varrone ha consentito di sostenere un programma ricco e articolato, confermando l’attenzione dell’istituzione verso le iniziative culturali capaci di generare partecipazione, crescita sociale e valorizzazione delle eccellenze artistiche locali.
Il cartellone offrirà al pubblico un viaggio attraverso diverse espressioni musicali, dalla tradizione corale alle sonorità acustiche, passando per la musica da camera e le giovani promesse della formazione musicale reatina.
Ad aprire la manifestazione, lunedì 15 giugno alle ore 21:00, sarà il Coro CAI di Rieti, storica realtà musicale legata alla tradizione del canto di montagna. Martedì 16 giugno salirà sul palco il Gruppo Corale Rieti Canta, formazione che negli anni ha contribuito alla diffusione della cultura corale nel territorio.
Mercoledì 17 giugno spazio ai giovani con il concerto dei Giovani Flautisti, diretti dal Maestro Sandro Sacco e accompagnati al pianoforte dal Maestro Paolo Paniconi, in una serata dedicata alla crescita musicale delle nuove generazioni.
Giovedì 18 giugno concerto del Coro Orpheus di Rieti in due atti, il primo all’interno della Chiesa di San Rufo e il secondo presso la Piazza San Rufo Centro d’Italia.
Dal 19 al 20 giugno il pianista Francesco Rinaldi proporrà due concerti pomeridiani alle ore 18:30, precedendo le esibizioni serali del Coro Voci nella Valle e del concerto per Duo Chitarra e Flauto interpretato dai Maestri Paolo Paciucci e Sandro Sacco.
La giornata conclusiva di domenica 21 giugno, coincidente con la celebrazione ufficiale della Festa Europea della Musica, vedrà alle ore 18:30 il concerto del pianista Mirko Di Lorenzo, mentre alle ore 21:00 il sipario calerà con il concerto acustico del Triskell Trio, formazione apprezzata per la capacità di fondere tradizione, ricerca musicale e sonorità contemporanee.
La Festa Europea della Musica rappresenta da oltre trent’anni un’occasione straordinaria di incontro tra artisti, associazioni e pubblico, favorendo la diffusione della cultura musicale e la partecipazione attiva della comunità. Anche quest’anno Rieti conferma la propria vocazione culturale e il proprio impegno nella promozione della musica come strumento di dialogo, crescita e condivisione.
PROGRAMMA
Lunedì 15 giugno – ore 21:00
Concerto del Coro CAI di Rieti
Martedì 16 giugno – ore 21:00
Concerto del Gruppo Corale Rieti Canta
Mercoledì 17 giugno – ore 21:00
Concerto dei Giovani Flautisti diretti dal M° Sandro Sacco
Accompagnamento pianistico del M° Paolo Paniconi
Giovedì 18 giugno
Ore 21:00 – Coro Orpheus
Venerdì 19 giugno
Ore 18:30 – Francesco Rinaldi
Ore 21:00 – Coro Voci nella Valle
Sabato 20 giugno
Ore 18:30 – Francesco Rinaldi
Ore 21:00 – Duo Chitarra e Flauto
M° Paolo Paciucci e M° Sandro Sacco
Domenica 21 giugno – Festa Europea della Musica
Ore 18:30 – Mirko Di Lorenzo
Ore 21:00 – Triskell Trio
Tutti gli eventi sono a ingresso libero fino a esaurimento posti.
32ª Festa Europea della Musica 15 – 21 giugno 2026 Chiesa di San Rufo – Centro d’Italia Rieti
La manifestazione è promossa da Musikologiamo APS con il sostegno della Fondazione Varrone – Cassa di Risparmio di Rieti.
Si ringrazia il Fondo Edifici di Culto Italiano – Prefettura di Rieti e la Diocesi di Rieti per la concessione dell’utilizzo della Chiesa di San Rufo (Centro d’Italia).
Maria Rosaria De Rossi ospite della serata del 17 giugno dedicata ai Giovani Flautisti
L’organizzazione della 32ª Festa Europea della Musica di Rieti, in programma dal 15 al 21 giugno 2026 presso la Chiesa di San Rufo – Centro d’Italia, comunica un importante aggiornamento al programma della manifestazione.
Nella serata di mercoledì 17 giugno alle ore 21:00, dedicata al concerto dei Giovani Flautisti diretti dal Maestro Sandro Sacco con accompagnamento pianistico del Maestro Paolo Paniconi, sarà presente come ospite la cantante Maria Rosaria De Rossi.
La partecipazione di Maria Rosaria De Rossi arricchirà ulteriormente un appuntamento già particolarmente significativo, dedicato alla valorizzazione delle nuove generazioni di musicisti e alla promozione della formazione musicale sul territorio. La presenza dell’artista rappresenta infatti un valore aggiunto per una serata che intende favorire il dialogo tra esperienza interpretativa e crescita dei giovani talenti.
L’inserimento di Maria Rosaria De Rossi nel programma conferma la volontà degli organizzatori di offrire al pubblico momenti artistici di qualità, capaci di coniugare aspetti didattici, culturali e spettacolari all’interno di una manifestazione che da oltre trent’anni celebra la musica come patrimonio condiviso e strumento di incontro tra persone e comunità.
RIETI-Festa Europea della Musica 2026
Programma aggiornato della serata del 17 giugno
Mercoledì 17 giugno 2026 – ore 21:00
Giovani Flautisti diretti dal M° Sandro Sacco
Accompagnamento pianistico del M° Paolo Paniconi
Partecipazione della cantante Maria Rosaria De Rossi
La manifestazione è promossa da Musikologiamo APS con il sostegno della Fondazione Varrone – Cassa di Risparmio di Rieti.
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini – Trama, Libretto, Opera completa e Personaggi–
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini
La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo è un’opera lirica in due Atti di Gioachino Rossini su libretto di Jacopo Ferretti.Come suggerisce il nome, il soggetto dell’Opera è tratto dalla celebre fiaba di Charles Perrault; in realta, più ancora che alla favola, il testo del romano Jacopo Ferretti si rifà ad altri due libretti d’opera: “Cendrillon” di Charles Guillaume Etienne per Nicolò Isouard (1810) e “Agatina, o la virtù premiata” di Stefano Pavesi per Francesco Fiorini (1814).
Il riferimento principale però è quello alla favola di Charles perrault, soprattutto per ragioni morali: a differenza di alcune versioni più aspre e violente del racconto, lo scrittore francese enfatizzò nella sua favola gli elementi del perdono e della virtù. Valori molto vicini alla sensibilità del tempo e certamente graditi al vaglio Pontificio.
Sullo sfondo della vicenda, però, fa capolino una società degradata, calata a pennello nell’atmosfera romana di quegli anni, pervasa dalla corruzione, da una nobiltà decadente e scialacquante, da gravi disagi tra i ceti sociali più poveri.
Sotto le spoglie di un buonismo (obbligato dalla pesante censura pontificia), si intravede la lettura sarcastica di una fiaba amara più che zuccherosa.
La prima rappresentazione ebbe luogo il 25 gennaio 1817 al Teatro Valle di Roma. Il contralto Geltrude Righetti Giorgi (già la prima Rosina del Barbiere di Siviglia), interpretò il ruolo di Cenerentola.
Il debutto, pur non provocando uno scandalo paragonabile a quello del Barbiere di Siviglia, fu un insuccesso.
Solo dopo alcune recite, l’opera incontrò il favore del pubblico, diventando molto popolare, sia in Italia che all’estero.
Don Ramiro, principe di Salerno – tenore
Dandini, suo cameriere – baritono
Don Magnifico, barone di Montefiascone, padre di Clorinda e Tisbe – basso buffo
Clorinda, figlia di Don Magnifico – soprano
Tisbe, figlia di Don Magnifico – soprano
Angelina, sotto il nome di Cenerentola, figliastra di Don Magnifico – mezzosoprano
Alidoro, filosofo, maestro di Don Ramiro – basso
Dame che non parlano – comparse
Coro di cortigiani del Principe
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini
ATTO I In un salone del decadente castello di don Magnifico
Le due figlie di don Magnifico, Clorinda e Tisbe, si pavoneggiano alla specchio. La figliastra di don Magnifico, Angelica (Cenerentola), da par suo canta lamentando la sua situazione. Le sorellastre la zittiscono proprio mentre entra in scena Alidoro (precettore del principe don Ramiro), sotto le false spoglie di mendicante. Il suo scopo è spiare le tre fanciulle e riferire al principe i loro comportamenti, Il principe è infatti in cerca di una moglie alla sua altezza.
Il falso mendicante viene maltrattato da Clorinda e Tisbe; solo Angelica lo aiuta, dandogli di nascosto un po’ di caffè. Mentre Alidoro se ne va, alcuni cavalieri segnalano l’arrivo a castello del principe. Le fanciulle vanno prontamente a svegliare don Magnifico; egli raccomanda alle fanciulle di fare una buona impressione sul principe.
A seguire entra il principe don Ramiro, vestito da paggio; egli ha infatti scambiato le vesti con il servo Dandini, per spiare di nascosto le fanciulle.
Tra il principe in incognito e la giovane Cenerentola scocca subito l’amore.
Entra in scena Dandini, insieme ala famiglia reale, in pompa magna. Nessuno dei presenti si accorge dello scambio di persona attuato dai due. Dandini mantiene la messa in scana, lusingando le sorelle con fare civettuolo. Cenerentola chiede al padre il permesso di andare alla festa organizzata dal principe a cui tutti si stanno recando, ma egli le nega con sdegno il permesso.
Alidoro comprende l’animo gentile della giovane Cenerentola e decide di aiutarla.
Nel palazzo reale, donRamiro e Dandini (ancora con le vesti scambiate), parlano con le figlie di don Magnifico e decidono di metterle alla prova: Dandini (vestito da principe) informa che una ragazza sarà sua sposa, mentre la sorella andrà a don Ramiro. Nessuna delle due giovani accetta il corteggiamento del finto servo.
Una strana ragazza, vestita elegamentemente e con il volto celato, giunge a castello: si tratta di Cenerentola, vestita per l’occasione dal fido Alidoro.
Don Magnifico e le figlie, per un attimo, colgono una somiglianza tra la giovane misteriosa e Cenerentola; i loro dubbi vengono però subito smentiti.
Dandini intanto richiama gli invitati a tavola.
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini
ATTO II
Don Magnifico riconosce senza ombra di dubbio Cenerentola nella giovane donna con il volto celato, ma è sicuro che il principe sceglierà o Clorinda o Tisbe. L’anziano barone confida anche alle due ragazze che ha potuto farle vivere nella ricchezza, appropriandosi e sperperando il patrimonio di Angelina.
Cenerentol dal canto suo, rifiuta infastidita le proposte di Dandini, dicendogli di essere innamorata del suo “paggio”; queste parole riempiono di gioa don Ramiro, il quale riceve un braccialetto da Cenerentola, dicendogli che se veramente vuole amarla, dovrà cercarla e restituirglielo. La giovane ragazza fugge, mentre Ramiro è più che mai deciso a ritrovarla.
Dandini rivela a don Magnifico di essere in realtà il servo del principe; don Magnifico, adirato e indignato, se ne va. Nel frattempo Cenerentola, tornata a casa, ripensa alla magia di quella sera alla festa. I suoi pensieri vengono interrotti dal ritorno a casa di don Magnifico e le sorellastre, irati per la rivelazione.
Inatnto un violento temporale (e il provvidenziale aiuto di Alidoro), fanno in modo che la carrozza del principe si rompa proprio davanti il palazzo di don Magnifico.
Don Magnifico non demorde, è ancora intenzionato a far sposare al principe una delle sue figlie; chiede quindi a Cenerentola di porgere una sedia al regale ospite. Cenerentola porge una sedia a Dandini, ma il barone le svela lo scambio di abiti, rivelando la vera identità di don Ramiro. I due giovani si riconoscono immediatamente, mentre i parenti sfogano la loro ira contro Cenerentola.
Dandini e don Ramiro la difendono, reclamando vendetta verso la famiglia di lei. L’animo nobile e gentile di Cenerentola la spinge a chiedere la grazia al principe per la sua famiglia, nonostante le tante angherie subite, rendendo il perdono la sua unica vendetta.
Mentre i due promessi sposi si riuniscono, arriva anche Alidoro, tutto contento per la sorte capitata alla giovane Angelina.
Divenuta ormai principessa, Cenerentola concede il perdono ai suoi familiari, i quali sottolineano la sua nobiltà d’animo affermando che nessun trono sia veramente degno di lei.
Le nozze di Figaro è una delle più famose opere di Mozart e dell’intero teatro musicale, ed è la prima di una serie di felici collaborazioni tra Mozart e Da Ponte, che ha portato anche alla creazione del Don Giovanni e di Così fan tutte.
Fu Mozart stesso a portare una copia della commedia di Beaumarchais a Da Ponte, che la tradusse in lingua italiana (tuttora la lingua ufficiale dell’opera lirica) e che (d’accordo con Mozart) rimosse tutti gli elementi di satira politica dalla storia.
L’opera fu scritta da Mozart in gran segreto in quanto la commedia era stata vietata dall’imperatore Giuseppe II, poiché attizzava l’odio tra le varie classi. Egli impiegò sei settimane per completarla, in particolare scrisse il finale del secondo atto in una notte, un giorno e una successiva notte di lavoro continuato. Fu solo dopo aver convinto l’Imperatore della rimozione delle scene politicamente più discusse che questi diede il permesso di rappresentare l’opera.
Inoltre, la scena finale del terzo atto, che comprendeva un balletto e una pantomima, si dovette scontrare con un divieto imperiale di rappresentare balli in scena. Racconta Da Ponte, nelle sue Memorie, che lui e Mozart, non intendendo rinunciare al finale come l’avevano concepito, invitarono l’imperatore ad assistere a una prova, dove eseguirono quel pezzo muto. L’Imperatore subito ordinò che la musica fosse reinserita.
Così Le nozze di Figaro, finita di comporre il 29 aprile, fu messa in scena al Burgtheater di Vienna, il 1º maggio 1786 con Nancy Storace (Susanna), Francesco Benucci (Figaro), Dorotea Bussani (Cherubino) e Michael Kelly (Basilio e Don Curzio), diretta dal compositore nelle prime due rappresentazioni e da Joseph Weigl nelle repliche. Ottenne un successo strepitoso, al punto che l’Imperatore, dopo la terza recita, dovette emanare un decreto per limitare le richieste di bis, in modo che le repliche non durassero troppo. Ancor più grande fu il successo al Teatro Nazionale di Praga (dal 17 gennaio 1787), dove (a detta di Mozart): «Qui non si parla che del Figaro, non si suona, non si strombetta, non si canta, non si fischia che il Figaro, non si va a sentire altra opera che il Figaro. Eternamente Figaro!».
Le nozze di Figaro – di Wolfgang Amadeus Mozart
L’opera è in quattro atti e ruota attorno alle trame del Conte d’Almaviva, invaghito della cameriera della Contessa, Susanna, alla quale cerca di imporre lo ius primae noctis. La vicenda si svolge in un intreccio serrato e folle, in cui donne e uomini si contrappongono nel corso di una giornata di passione travolgente, piena sia di eventi drammatici che comici, e nella quale alla fine i “servi” si dimostrano più signori e intelligenti dei loro padroni. L’opera è per Mozart (e prima di lui per Beaumarchais) un pretesto per prendersi gioco delle classi sociali dell’epoca che da lì a poco saranno travolte dai fatti con la Rivoluzione francese. L’intera vicenda può anche essere letta come una metafora delle diverse fasi dell’amore: Cherubino e Barbarina rappresentano l’amore acerbo, Susanna e Figaro l’amore che sboccia, il Conte e la Contessa l’amore logorato e senza più alcuna passione, Marcellina e don Bartolo l’amore maturo.
Le nozze di Figaro – di Wolfgang Amadeus Mozart
La trama
Primo atto
Il mattino del giorno delle nozze, Figaro e Susanna sono nella stanza che il Conte ha assegnato loro. Figaro misura la stanza, mentre Susanna si prova il cappello che ha preparato per le nozze. Nella parte centrale dell’atto Figaro si rallegra della generosità del Conte, ma Susanna sostiene che quella generosità non è disinteressata: il Conte vuol rivendicare lo ius primae noctis che egli stesso aveva abolito. Le brame del Conte sono, peraltro, favorite da Don Basilio, maestro di musica. Figaro si arrabbia e medita vendetta. Anche la non più giovane Marcellina è intenzionata a mandare all’aria i progetti di matrimonio di Figaro e sostiene, con l’aiuto di Don Bartolo, il proprio diritto a sposare Figaro in virtù di un prestito concessogli in passato e mai restituito. Don Bartolo, del resto, gode all’idea di potersi vendicare dell’ex barbiere di Siviglia, che aveva favorito il Conte a sottrargli Rosina, l’attuale Contessa. Entra Cherubino per chiedere a Susanna di intercedere in suo favore presso la Contessa: il giorno prima il Conte, trovandolo solo con Barbarina, si era insospettito e lo aveva cacciato dal palazzo. L’arrivo improvviso del Conte lo obbliga a nascondersi e ad assistere alle proposte galanti che il Conte indirizza alla cameriera Susanna. Ma anche il Conte deve nascondersi al veder avvicinarsi Don Basilio, che svela a Susanna le attenzioni rivolte dal paggio Cherubino alla Contessa. Sopraffatto dalla gelosia, il Conte esce dal nascondiglio e, una volta scoperto che anche il paggio era lì nascosto, va su tutte le furie. Entrano i contadini con Figaro, ringraziando il Conte per aver eliminato il famigerato ius primae noctis. Il Conte, con un pretesto, rinvia il giorno delle nozze e ordina l’invio immediato di Cherubino a Siviglia, dove dovrà arruolarsi come ufficiale. Figaro si prende gioco del paggio con una delle arie più famose dell’opera, Non più andrai, farfallone amoroso.
Le nozze di Figaro – di Wolfgang Amadeus Mozart
Secondo atto
Nelle ampie camere della Contessa, Susanna decide di rivelarle le attenzioni che essa ha ricevuto dal Conte. Entra Figaro ed espone il suo piano di battaglia: ha fatto pervenire al Conte un biglietto anonimo dove si afferma che la Contessa ha dato un appuntamento ad un ammiratore per quella sera. Quindi suggerisce a Susanna di fingere di accettare un incontro col Conte: Cherubino (che non è ancora partito) andrà al posto di lei vestito da donna, così la Contessa smaschererà il marito, cogliendolo in fallo. Tuttavia, mentre il travestimento del paggio è ancora in corso, il Conte sopraggiunge e, insospettito dai rumori provenienti dalla stanza attigua (dove la Contessa ha rinchiuso Cherubino), decide di forzare la porta. Ma Cherubino riesce a fuggire saltando dalla finestra e Susanna ne prende il posto. Quando dal guardaroba esce Susanna invece di Cherubino, il Conte è costretto a chiedere perdono alla moglie. Entra Figaro, che spera di poter finalmente affrettare la cerimonia nuziale. Irrompe, però, il giardiniere Antonio che afferma di aver visto qualcuno saltare dalla finestra della camera della Contessa. Figaro cerca di parare il colpo sostenendo di essere stato lui a saltare. Ma ecco arrivare con Don Bartolo anche Marcellina che reclama i suoi diritti: possiede ormai tutti i documenti necessari per costringere Figaro a sposarla.
Le nozze di Figaro – di Wolfgang Amadeus Mozart-foto Benedetta Folena
Terzo atto
Mentre il Conte si trova nella sua stanza pensieroso, la Contessa spinge Susanna a concedere un appuntamento galante al Conte, il quale però si accorge dell’inganno e promette di vendicarsi (“Hai già vinta la causa”). Il giudice Don Curzio entra con le parti contendenti e dispone che Figaro debba restituire il suo debito o sposare Marcellina, ma da un segno che Figaro porta sul braccio si scopre ch’egli è il frutto di una vecchia relazione tra Marcellina e Don Bartolo, i quali sono quindi i suoi genitori. Marcellina è lietissima di aver ritrovato il figliolo, ma in quel mentre sopraggiunge Susanna con la somma necessaria a riscattare Figaro liberandolo dall’obbligo di sposare Marcellina: vedendoli abbracciati Susanna dapprima s’infuria, poi, compresa la felice situazione, si unisce alla gioia di Figaro e dei due più anziani amanti. Marcellina acconsente alla tardiva proposta di matrimonio dallo stesso Don Bartolo e condona il debito come regalo a Figaro per le nozze con Susanna, Don Bartolo porge un’ulteriore somma di denaro come regalo per il matrimonio; il Conte, invece, monta su tutte le furie.
La Contessa, intanto, determinata a riconquistare il marito, detta a Susanna un bigliettino, sigillato da una spilla, per l’appuntamento notturno, da far avere al Conte. Modificando il piano di Figaro, ed agendo a sua insaputa, le due donne decidono che sarà la stessa Contessa e non Cherubino ad incontrare il Conte al posto di Susanna. Mentre alcune giovani contadine recano ghirlande per la Contessa, Susanna consegna il biglietto galante al Conte, che si punge il dito con la spilla. Figaro è divertito: non ha visto, infatti, chi ha dato il bigliettino al Conte. L’atto si conclude col festeggiamento di ben due coppie di sposi: oltre a Susanna e Figaro, anche Marcellina e Don Bartolo.
Le nozze di Figaro – di Wolfgang Amadeus Mozart
Quarto atto
È ormai notte e nell’oscurità del parco del castello Barbarina sta cercando la spilla che il Conte le ha detto di restituire a Susanna e che la fanciulla ha perduto. Figaro capisce che il biglietto ricevuto dal Conte gli era stato consegnato dalla sua promessa sposa e, credendo ad una nuova trama, si nasconde con un piccolo gruppo di persone da usare come testimoni del tradimento di Susanna che, nel mentre, all’ascoltare i dubbi di Figaro sulla sua fedeltà, si sente offesa dalla sua mancanza di fiducia e decide di farlo stare sulle spine. Entra allora Cherubino e, vista Susanna (che è in realtà la Contessa travestita), decide di importunarla; nello stesso momento giunge il Conte il quale, dopo aver scacciato il paggio, inizia a corteggiare quella che crede essere la sua amante.
Fingendo di veder arrivare qualcuno, la Contessa travestita da Susanna fugge nel bosco, mentre il Conte va a vedere cosa succede; nel contempo Figaro, che stava spiando gli amanti, rimane solo e viene raggiunto da Susanna travestita da Contessa. I due si mettono a parlare, ma Susanna, durante la conversazione, dimentica di falsare la propria voce e Figaro la riconosce. Per punire la sua promessa sposa, questi non le comunica la cosa ma rende le proprie avances alla Contessa molto esplicite. In un turbinio di colpi di scena, alla fine Figaro chiede scusa a Susanna per aver dubitato della sua fedeltà, mentre il Conte, arrivato per la seconda volta, scorge Figaro corteggiare quella che crede essere sua moglie; interviene a questo punto la vera Contessa che, con Susanna, chiarisce l’inganno davanti ad un Conte profondamente allibito. Allora questi implora con sincerità il perdono della Contessa e le nozze tra Figaro e Susanna si possono finalmente celebrare; la “folle giornata” si chiude così in modo festoso con l’aria conclusiva Ah, tutti contenti.
Le sue prime composizioni erano radicate nella tradizione dell’opera italiana del tardo XIX secolo. Tuttavia, successivamente Puccini sviluppò con successo il suo lavoro in una direzione personale, includendo alcuni temi propri del Verismo musicale, un certo gusto per l’esotismo e studiando l’opera di Richard Wagner sia sotto il profilo armonico sia orchestrale e per l’uso della tecnica del leitmotiv. Ricevette la formazione musicale presso il conservatorio di Milano, sotto la guida di maestri come Antonio Bazzini e Amilcare Ponchielli. Al Conservatorio fece inoltre amicizia con Pietro Mascagni.
Le opere più famose di Puccini, considerate di repertorio per i maggiori teatri del mondo, sono La bohème (1896), Tosca (1900), Madama Butterfly (1904) e Turandot (1926). Quest’ultima non fu completata perché il compositore si spense, stroncato da un tumore alla gola (Puccini era un fumatore accanito), prima di poter terminare le ultime pagine. All’opera furono poi aggiunti finali diversi: quello di Franco Alfano (il primo, coevo alla prima assoluta ed ancor oggi più eseguito); successivamente nel XXI secolo quello a opera di Luciano Berio, abbastanza rappresentato. Non mancano altre proposte e studi di nuovi completamenti.
Nacque a Lucca il 22 dicembre 1858, sestogenito dei nove figli[1] di Michele Puccini (Lucca, 27 novembre 1813 – ivi, 23 gennaio 1864) e di Albina Magi (Lucca, 2 novembre 1830 – ivi, 17 luglio 1884).[2] Da quattro generazioni i Puccini erano maestri di cappella del Duomo di Lucca[3] e fino al 1799 i loro antenati avevano lavorato per la prestigiosa Cappella Palatina della Repubblica di Lucca. Il padre di Giacomo era, già dai tempi del Duca di Lucca Carlo Lodovico di Borbone, uno stimato professore di composizione presso l’Istituto Musicale Pacini.[4] La morte del padre, avvenuta quando Giacomo aveva cinque anni, mise in condizioni di ristrettezze la famiglia. Il giovane musicista fu mandato a studiare presso lo zio materno, Fortunato Magi, che lo considerava un allievo non particolarmente dotato e soprattutto poco disciplinato (un «falento», come giunse a definirlo, ossia un fannullone senza talento). In ogni caso, Magi introdusse Giacomo allo studio della tastiera e al canto corale.[5] Alemanno Cortopassi discepolo del celebre maestro Michele Puccini, al cui figlio Giacomo impartì le prime nozioni musicali, lo iniziò, ancora adolescente, ai primi studi, facendolo poi proseguire a Lucca e a Milano.
Giacomo inizialmente frequentò il seminario di San Michele e successivamente quello della Cattedrale dove iniziò lo studio dell’organo. I risultati scolastici non furono certo eccellenti; in particolare dimostrava una profonda insofferenza per lo studio della matematica. Del Puccini studente è stato detto: “entra in classe solo per consumare i pantaloni sulla sedia; non presta la minima attenzione a nessun argomento, e continua a tamburellare sul suo banco come fosse un pianoforte; non legge mai”.[6][7] Terminati in cinque anni, uno in più di quelli necessari, gli studi di base, si iscrisse all’Istituto Musicale di Lucca dove il padre era stato, come detto, insegnante.[5] Ottenne ottimi risultati con il professor Carlo Angeloni, già allievo di Michele Puccini, mostrando un talento concesso a pochi. A quattordici anni Giacomo poté già cominciare a contribuire all’economia familiare suonando l’organo in varie chiese di Lucca e in particolare alla parrocchia di Mutigliano. Inoltre intratteneva al pianoforte gli avventori del “Caffè Caselli”, situato in Via Fillungo, strada principale della Città.[6]
Nel 1874 prese in carico un allievo, Carlo della Nina, tuttavia non si dimostrò mai un buon insegnante. A questo periodo risale la prima composizione conosciuta attribuibile a Puccini, una lirica per mezzosoprano e pianoforte denominata “A te“. Nel 1876 assistette al Teatro Nuovo di Pisa all’allestimento di Aida di Giuseppe Verdi, un avvenimento che si dimostrò decisivo per la sua futura carriera, facendo convogliare i suoi interessi verso l’opera.[8]
A questo periodo risalgono le prime composizioni note e datate, tra cui spiccano una cantata (I figli d’Italia bella, 1877) e un mottetto (Mottetto per San Paolino, 1877). Nel 1879 scrisse un valzer, oggi perduto, per la banda cittadina. L’anno successivo, all’ottenimento del diploma presso l’Istituto Pacini, compose come saggio finale la Messa di gloria a quattro voci con orchestra, che, eseguita al Teatro Goldoni di Lucca, suscitò l’entusiasmo della critica lucchese.[9]
Guido Gatti -“GIACOMO PUCCINI dieci anni dopo la morte“Guido Gatti -“GIACOMO PUCCINI dieci anni dopo la morte”Guido Gatti -“GIACOMO PUCCINI dieci anni dopo la morte”Guido Gatti -“GIACOMO PUCCINI dieci anni dopo la morte”Guido Gatti -“GIACOMO PUCCINI dieci anni dopo la morte”Guido Gatti -“GIACOMO PUCCINI dieci anni dopo la morte”Guido Gatti -“GIACOMO PUCCINI dieci anni dopo la morte”Guido Gatti -“GIACOMO PUCCINI dieci anni dopo la morte”Biblioteca DEA SABINA-Guido M. Gatti -“GIACOMO PUCCINI dieci anni dopo la morte. Rivista PAN n°11 del 1934Biblioteca DEA SABINA-Rivista PAN n°11 del 1934
Bernardino MOLINARI in concerto al Teatro AUGUSTEO di ROMA- 9 marzo 1924
Programma di sala originale completo
Bernardino MOLINARI in concerto al Teatro AUGUSTEO di ROMA- 9 marzo 1924
Biografia di Bernardino MOLINARI– (Nacque a Roma l’11 apr. 1880 – ivi 1952)da Giovanni e Maria Stozzi.Dotato di precoce talento musicale – H. Wolf diede un giudizio lusinghiero su una fuga bachiana eseguita dal M. a soli dieci anni (Mucci, p. 17) –, entrò nel 1896 al liceo musicale di S. Cecilia, studiando armonia e organo con R. Renzi e composizione con S. Falchi. Si diplomò nel 1902, affrontando già durante gli studi i primi concerti.
Nel 1908 venne inaugurata a Roma la grande sala dell’Augusteo, destinata a diventare la sede storica dell’orchestra di S. Cecilia: quattro anni dopo, il trentaduenne M. – che si era rivelato prezioso elemento già dal 1909, preparando l’orchestra per l’attesissimo concerto che avrebbe diretto R. Strauss – ne divenne il direttore artistico e stabile. Prendeva così avvio una lunga stagione, destinata a durare fino al 1944, di fondamentale importanza per l’educazione musicale del pubblico romano: in perfetta intesa con il conte Enrico di San Martino, presidente dell’Accademia di S. Cecilia, il M. avviò un capillare lavoro di riappropriazione della cultura sinfonica, messa in disparte da un secolo di predominio operistico, da intendersi come altra grande tradizione musicale italiana, parallela a quella melodrammatica.
Grazie ai concerti da lui diretti, approdarono per la prima volta a Roma e in Italia molti nuovi capolavori di C. Debussy, I. Stravinskij, A. Honegger. Il M. si fece inoltre promotore di una nuova scuola sinfonica italiana: una fitta schiera di nomi dove spiccavano O. Respighi, R. Zandonai, G.F. Malipiero, A. Casella, il giovane G. Petrassi e, prima delle leggi razziali del 1938, M. Castelnuovo Tedesco.
Con tale repertorio non fu sempre facile conquistare il pubblico: burrascosa, per esempio, fu l’accoglienza del concerto (5 febbr. 1922) ove furono presentati i Tre canti d’amore di F. Mantica, le Impressioni pagane di V. Davico e il Concerto gregoriano di Respighi. Una correzione di rotta (dalle serate di sole novità italiane si passò ai concerti misti, ma sempre, se possibile, con una pagina di autore italiano contemporaneo) e importanti iniziative parallele all’attività concertistica (la costituzione, nel 1929, di una commissione di lettura per le partiture inedite) rinforzarono però il sogno del M. di una scuola sinfonica italiana.
D’altronde con gli anni la politica culturale di B. Mussolini tese a privilegiare il sinfonismo rispetto al vecchio mondo del melodramma, vedendo nell’orchestra sinfonica una metafora della compatta disciplina di massa; né il M. mancò di svolgere, quale membro del Direttorio del sindacato nazionale dei musicisti, un ruolo – del tutto informale – di consulente musicale del duce.
Non meno impegnato fu come rielaboratore di partiture. Tra le numerose trascrizioni sono da citare (incise anche in disco): L’isle joyeuse di Debussy (trascritta per pianoforte e orchestrata dal M.), Moto perpetuo di N. Paganini (esteso dal violino solista alla massa dei primi violini) e Le quattro stagioni di A. Vivaldi (riadattate per un’orchestra «allargata»). Il M. fu attivo anche sotto il profilo didattico: nel 1936 varò presso l’Accademia di S. Cecilia un corso di perfezionamento in direzione d’orchestra, destinato a trasformarsi tre anni dopo in cattedra ufficiale. Ne uscirono allievi come F. Molinari Pradelli, O. Ziino e G. Gavazzeni; ma già in precedenza il M. aveva dato il proprio contributo alla formazione delle nuove leve, utilizzando e valorizzando – quale suo maestro sostituto all’Augusteo – M. Rossi, destinato di lì a poco a un’importante carriera. Il M. fu un vero personaggio pubblico, noto per il suo carattere talvolta irascibile (si accaniva in un interminabile numero di prove, esasperando gli strumentisti) e animatore di riunioni – il mercoledì e la domenica, dopo i concerti all’Augusteo – che convogliavano grandi menti di ogni campo artistico.
Il 16 febbr. 1933, per il venticinquesimo anno dell’Augusteo, il M. diresse un trionfale concerto, dal programma identico a quello diretto da G. Martucci nel 1908 per l’inaugurazione.
Ma alla sala restavano solo tre anni di vita: costruita sulle rovine del mausoleo di Augusto, fu demolita – in ottemperanza alla visione urbanistica neoimperiale del regime – nel maggio 1936, per rendere più visibili le vestigia antiche e isolarle dagli edifici circostanti. Dalla stagione 1936-37, e fino al 1946, la sede sarebbe stata il teatro Adriano. Per ironia della sorte, solo nel 1937 l’orchestra di S. Cecilia fu formalizzata come «stabile»: l’unica orchestra sinfonica stabile italiana.
A fronte dei concerti romani non meno importanti furono le presenze del M. all’estero, sia con i complessi ceciliani sia con le orchestre del posto (reiterata la collaborazione con la Filarmonica Ceca a Praga). Importanti poi, nell’ambito dell’asse Roma-Berlino, i concerti in Germania nella stagione 1940-41.
All’indomani della liberazione di Roma, il M. venne duramente contestato nel corso di due serate all’Adriano. Il 9 luglio un suo concerto offrì «il destro […] di inscenare una manifestazione ostile […]. Il pubblico fischiava; alcuni ufficiali americani si fecero largo tra la folla inferocita ed andarono a stringere la mano al Maestro» (Il Tempo, 11 luglio 1944, p. 2). Peggio, però, le cose andarono nel concerto del 12 luglio: dalla galleria piovvero volantini intitolati «Fuori Molinari!», in cui si leggeva «come il fascista Molinari trattasse con rozzi metodi dittatoriali gli orchestrali» e che «si invita ogni spettatore di buon senso a manifestare energicamente il proprio dissenso». La prima parte del concerto fu portata a termine, ma la seconda – era prevista la sinfonia n. 9 di L. van Beethoven – non poté avere luogo perché il soprano solista, Liana Cortini, comunicò nell’intervallo la sua volontà di non cantare per «protesta contro il maltrattamento che il M° Molinari faceva agli interpreti» (Fiorda, p. 71). Alla fine «fischi ed urla lo costrinsero a ritirarsi» (Il Tempo, 13 luglio, p. 2). Il giorno dopo, sempre nel Tempo, apparve una lettera della Cortini, da molti ritenuta complice dei contestatori, dove il soprano ribadiva le proprie ragioni.
L’incidente all’Adriano segnò duramente il M., che si sarebbe riaffacciato su un podio romano solo con l’orchestra del teatro dell’Opera, con due edizioni di Norma di V. Bellini: prima nel gennaio 1946, poi nel luglio dello stesso anno, alle Terme di Caracalla. Furono le ultime apparizioni di una carriera ormai conclusa: incapace di farsi una ragione delle numerose epurazioni di quei mesi (che oltre al M. coinvolsero, per breve periodo, pure Enrico di San Martino), indifferente ai tentativi degli accademici di S. Cecilia di assicurargli una riabilitazione morale (venne eletto vicepresidente), sempre più chiuso in se stesso, il M. morì a Roma il 25 dic. 1952.
Se gli estimatori del M. furono molti, da Debussy (con cui ebbe un fitto scambio epistolare) a Stravinskij, non mancò chi scorse dei limiti nel concertatore: lo stesso altissimo numero di prove potrebbe essere indice di insicurezza, più che di scrupolo professionale (D’Amico). Il librettista e critico musicale E. Mucci, autore nel 1941 di una biografia del M., parlò anche di un’evoluzione del suo approccio interpretativo: più infuocato nella prima parte della carriera, più misurato poi. La documentazione discografica è comunque troppo sguarnita per una disamina della sua arte. Pesa pure, ai fini di un giudizio complessivo, la scarsa frequentazione del genere operistico: oltre a Norma, solo Aida di G. Verdi (di cui il M., sulla scia di A. Toscanini, recuperò la sinfonia disconosciuta dall’autore), Manon Lescaut di G. Puccini e, in ambito francese, Werther di J. Massenet e Romeo e Giulietta di Ch. Gounod, oltre a Oedipus rex (per il M. una logica coda delle frequentazioni con lo Stravinskij sinfonico).
Fonti e Bibl.: Necr., in M. Labroca, Ricordo di B. M., in Rassegna musicale, gennaio 1953, pp. 38 s.; E. Mucci, B. M., Lanciano 1941; Il Tempo, Roma, comunicati redazionali, 11, 13 e 14 luglio 1944, p. 2; G. Boni, B. M., in S. Cecilia, dicembre 1962, p. 5; R. Rossellini, B. M., ibid., pp. 6 s.; N. Fiorda, Arte beghe e bizze di Toscanini, Roma 1969, pp. 69-71; G. Barigazzi, La Scala racconta, Milano 1984, p. 279; F. Nicolodi, Musica e musicisti nel ventennio fascista, Fiesole 1984, pp. 94, 139, 294 s., 300 s., 348, 351, 413; H. Sachs, Musica e regime, Milano 1995, pp. 42 s., 115 s., 128, 175, 202 s., 211 s., 216, 247, 310; F. D’Amico, Un ragazzino all’Augusteo, a cura di F. Serpa, Torino 1991, pp. 235 s.; S. Biguzzi, L’orchestra del duce, Torino 2003, p. 124; Diz. encicl. univ. della musica e dei musicisti, Le biografie, V, p. 134.
Fonte -Enciclopedia TRECCANI on line-
Bernardino MOLINARI in concerto al Teatro AUGUSTEO di ROMA- 9 marzo 1924Bernardino MOLINARI in concerto al Teatro AUGUSTEO di ROMA- 9 marzo 1924Bernardino MOLINARI in concerto al Teatro AUGUSTEO di ROMA- 9 marzo 1924Bernardino MOLINARI in concerto al Teatro AUGUSTEO di ROMA- 9 marzo 1924Bernardino MOLINARI in concerto al Teatro AUGUSTEO di ROMA- 9 marzo 1924Bernardino MOLINARIGiovanni BRAHMSBernardino MOLINARI
Biografia di Bernardino MOLINARI– (Nacque a Roma l’11 apr. 1880 – ivi 1952)da Giovanni e Maria Stozzi.Dotato di precoce talento musicale – H. Wolf diede un giudizio lusinghiero su una fuga bachiana eseguita dal M. a soli dieci anni (Mucci, p. 17) –, entrò nel 1896 al liceo musicale di S. Cecilia, studiando armonia e organo con R. Renzi e composizione con S. Falchi. Si diplomò nel 1902, affrontando già durante gli studi i primi concerti.
Nel 1908 venne inaugurata a Roma la grande sala dell’Augusteo, destinata a diventare la sede storica dell’orchestra di S. Cecilia: quattro anni dopo, il trentaduenne M. – che si era rivelato prezioso elemento già dal 1909, preparando l’orchestra per l’attesissimo concerto che avrebbe diretto R. Strauss – ne divenne il direttore artistico e stabile. Prendeva così avvio una lunga stagione, destinata a durare fino al 1944, di fondamentale importanza per l’educazione musicale del pubblico romano: in perfetta intesa con il conte Enrico di San Martino, presidente dell’Accademia di S. Cecilia, il M. avviò un capillare lavoro di riappropriazione della cultura sinfonica, messa in disparte da un secolo di predominio operistico, da intendersi come altra grande tradizione musicale italiana, parallela a quella melodrammatica.
Grazie ai concerti da lui diretti, approdarono per la prima volta a Roma e in Italia molti nuovi capolavori di C. Debussy, I. Stravinskij, A. Honegger. Il M. si fece inoltre promotore di una nuova scuola sinfonica italiana: una fitta schiera di nomi dove spiccavano O. Respighi, R. Zandonai, G.F. Malipiero, A. Casella, il giovane G. Petrassi e, prima delle leggi razziali del 1938, M. Castelnuovo Tedesco.
Con tale repertorio non fu sempre facile conquistare il pubblico: burrascosa, per esempio, fu l’accoglienza del concerto (5 febbr. 1922) ove furono presentati i Tre canti d’amore di F. Mantica, le Impressioni pagane di V. Davico e il Concerto gregoriano di Respighi. Una correzione di rotta (dalle serate di sole novità italiane si passò ai concerti misti, ma sempre, se possibile, con una pagina di autore italiano contemporaneo) e importanti iniziative parallele all’attività concertistica (la costituzione, nel 1929, di una commissione di lettura per le partiture inedite) rinforzarono però il sogno del M. di una scuola sinfonica italiana.
D’altronde con gli anni la politica culturale di B. Mussolini tese a privilegiare il sinfonismo rispetto al vecchio mondo del melodramma, vedendo nell’orchestra sinfonica una metafora della compatta disciplina di massa; né il M. mancò di svolgere, quale membro del Direttorio del sindacato nazionale dei musicisti, un ruolo – del tutto informale – di consulente musicale del duce.
Non meno impegnato fu come rielaboratore di partiture. Tra le numerose trascrizioni sono da citare (incise anche in disco): L’isle joyeuse di Debussy (trascritta per pianoforte e orchestrata dal M.), Moto perpetuo di N. Paganini (esteso dal violino solista alla massa dei primi violini) e Le quattro stagioni di A. Vivaldi (riadattate per un’orchestra «allargata»). Il M. fu attivo anche sotto il profilo didattico: nel 1936 varò presso l’Accademia di S. Cecilia un corso di perfezionamento in direzione d’orchestra, destinato a trasformarsi tre anni dopo in cattedra ufficiale. Ne uscirono allievi come F. Molinari Pradelli, O. Ziino e G. Gavazzeni; ma già in precedenza il M. aveva dato il proprio contributo alla formazione delle nuove leve, utilizzando e valorizzando – quale suo maestro sostituto all’Augusteo – M. Rossi, destinato di lì a poco a un’importante carriera. Il M. fu un vero personaggio pubblico, noto per il suo carattere talvolta irascibile (si accaniva in un interminabile numero di prove, esasperando gli strumentisti) e animatore di riunioni – il mercoledì e la domenica, dopo i concerti all’Augusteo – che convogliavano grandi menti di ogni campo artistico.
Il 16 febbr. 1933, per il venticinquesimo anno dell’Augusteo, il M. diresse un trionfale concerto, dal programma identico a quello diretto da G. Martucci nel 1908 per l’inaugurazione.
Ma alla sala restavano solo tre anni di vita: costruita sulle rovine del mausoleo di Augusto, fu demolita – in ottemperanza alla visione urbanistica neoimperiale del regime – nel maggio 1936, per rendere più visibili le vestigia antiche e isolarle dagli edifici circostanti. Dalla stagione 1936-37, e fino al 1946, la sede sarebbe stata il teatro Adriano. Per ironia della sorte, solo nel 1937 l’orchestra di S. Cecilia fu formalizzata come «stabile»: l’unica orchestra sinfonica stabile italiana.
A fronte dei concerti romani non meno importanti furono le presenze del M. all’estero, sia con i complessi ceciliani sia con le orchestre del posto (reiterata la collaborazione con la Filarmonica Ceca a Praga). Importanti poi, nell’ambito dell’asse Roma-Berlino, i concerti in Germania nella stagione 1940-41.
All’indomani della liberazione di Roma, il M. venne duramente contestato nel corso di due serate all’Adriano. Il 9 luglio un suo concerto offrì «il destro […] di inscenare una manifestazione ostile […]. Il pubblico fischiava; alcuni ufficiali americani si fecero largo tra la folla inferocita ed andarono a stringere la mano al Maestro» (Il Tempo, 11 luglio 1944, p. 2). Peggio, però, le cose andarono nel concerto del 12 luglio: dalla galleria piovvero volantini intitolati «Fuori Molinari!», in cui si leggeva «come il fascista Molinari trattasse con rozzi metodi dittatoriali gli orchestrali» e che «si invita ogni spettatore di buon senso a manifestare energicamente il proprio dissenso». La prima parte del concerto fu portata a termine, ma la seconda – era prevista la sinfonia n. 9 di L. van Beethoven – non poté avere luogo perché il soprano solista, Liana Cortini, comunicò nell’intervallo la sua volontà di non cantare per «protesta contro il maltrattamento che il M° Molinari faceva agli interpreti» (Fiorda, p. 71). Alla fine «fischi ed urla lo costrinsero a ritirarsi» (Il Tempo, 13 luglio, p. 2). Il giorno dopo, sempre nel Tempo, apparve una lettera della Cortini, da molti ritenuta complice dei contestatori, dove il soprano ribadiva le proprie ragioni.
L’incidente all’Adriano segnò duramente il M., che si sarebbe riaffacciato su un podio romano solo con l’orchestra del teatro dell’Opera, con due edizioni di Norma di V. Bellini: prima nel gennaio 1946, poi nel luglio dello stesso anno, alle Terme di Caracalla. Furono le ultime apparizioni di una carriera ormai conclusa: incapace di farsi una ragione delle numerose epurazioni di quei mesi (che oltre al M. coinvolsero, per breve periodo, pure Enrico di San Martino), indifferente ai tentativi degli accademici di S. Cecilia di assicurargli una riabilitazione morale (venne eletto vicepresidente), sempre più chiuso in se stesso, il M. morì a Roma il 25 dic. 1952.
Se gli estimatori del M. furono molti, da Debussy (con cui ebbe un fitto scambio epistolare) a Stravinskij, non mancò chi scorse dei limiti nel concertatore: lo stesso altissimo numero di prove potrebbe essere indice di insicurezza, più che di scrupolo professionale (D’Amico). Il librettista e critico musicale E. Mucci, autore nel 1941 di una biografia del M., parlò anche di un’evoluzione del suo approccio interpretativo: più infuocato nella prima parte della carriera, più misurato poi. La documentazione discografica è comunque troppo sguarnita per una disamina della sua arte. Pesa pure, ai fini di un giudizio complessivo, la scarsa frequentazione del genere operistico: oltre a Norma, solo Aida di G. Verdi (di cui il M., sulla scia di A. Toscanini, recuperò la sinfonia disconosciuta dall’autore), Manon Lescaut di G. Puccini e, in ambito francese, Werther di J. Massenet e Romeo e Giulietta di Ch. Gounod, oltre a Oedipus rex (per il M. una logica coda delle frequentazioni con lo Stravinskij sinfonico).
Fonti e Bibl.: Necr., in M. Labroca, Ricordo di B. M., in Rassegna musicale, gennaio 1953, pp. 38 s.; E. Mucci, B. M., Lanciano 1941; Il Tempo, Roma, comunicati redazionali, 11, 13 e 14 luglio 1944, p. 2; G. Boni, B. M., in S. Cecilia, dicembre 1962, p. 5; R. Rossellini, B. M., ibid., pp. 6 s.; N. Fiorda, Arte beghe e bizze di Toscanini, Roma 1969, pp. 69-71; G. Barigazzi, La Scala racconta, Milano 1984, p. 279; F. Nicolodi, Musica e musicisti nel ventennio fascista, Fiesole 1984, pp. 94, 139, 294 s., 300 s., 348, 351, 413; H. Sachs, Musica e regime, Milano 1995, pp. 42 s., 115 s., 128, 175, 202 s., 211 s., 216, 247, 310; F. D’Amico, Un ragazzino all’Augusteo, a cura di F. Serpa, Torino 1991, pp. 235 s.; S. Biguzzi, L’orchestra del duce, Torino 2003, p. 124; Diz. encicl. univ. della musica e dei musicisti, Le biografie, V, p. 134.
Isma’il Pascià, Chedivè d’Egitto, commissionò un inno a Verdi per celebrare l’apertura del Canale di Suez (1868) nel 1860, offrendo un compenso di 80.000 franchi, ma Verdi rifiutò, dicendo che non scriveva musica d’occasione[1]. Invece, quando venne l’invito (Mariette mandò uno schema di libretto su un soggetto egiziano a Camille du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi che lo sottopose a Verdi, che trovò la storia valida) a comporre un’opera per l’inaugurazione del nuovo teatro de Il Cairo, Verdi accettò. Il 27 aprile 1870 Mariette scriveva a du Locle: «Ciò che il Viceré vuole è un’opera egiziana esclusivamente storica. Le scene saranno basate su descrizioni storiche, i costumi saranno disegnati avendo i bassorilievi dell’alto Egitto come modello». La prima dell’opera fu ritardata a causa della guerra franco-prussiana, dato che i costumi e le scene erano a Parigi sotto assedio. Il teatro del Cairo s’inaugurò invece con Rigoletto nel 1869. Quando finalmente la prima ebbe luogo ottenne un enorme successo e ancora oggi continua ad essere una delle opere liriche più famose. Verdi raggiunse un effetto sensazionale con l’utilizzo, nella Marcia trionfale, di lunghe trombe, del tipo delle trombe egiziane o delle buccine romane («…com’erano le Trombe nei tempi antichi»[2]), appositamente ricostruite per l’occasione, ma dotate di un unico pistoncino nascosto da un panno a forma di vessillo o gagliardetto[3].
La prima rappresentazione avvenne quindi al Teatro khediviale dell’Opera del Cairo il 24 dicembre 1871, diretta da Giovanni Bottesini. Per l’anteprima italiana sotto la sua diretta supervisione, Verdi scrisse una ouverture, che però alla fine non venne eseguita per un ripensamento, considerando il breve preludio più organico ed efficace.
Originariamente, Verdi scelse di scrivere un breve preludio orchestrale invece di una piena apertura per l’opera. Ha quindi composto un’ouverture della varietà “pot-pourri” per sostituire il preludio originale. Tuttavia, alla fine, decise di non far eseguire l’ouverture a causa della sua – parole sue – “pretenziosa insipidezza”. Questa ouverture, mai usata oggi, è stata raramente eseguita da Arturo Toscanini e dalla NBC Symphony Orchestra il 30 marzo 1940, ma non è mai stata emessa in commercio[4].
Aida ha incontrato grandi consensi quando è stata finalmente inaugurata al Cairo il 24 dicembre 1871. I costumi e gli accessori per la prima sono stati disegnati da Auguste Mariette, che ha anche curato il design e la costruzione dei set, realizzati dai pittori di scena dell’Opéra di Parigi: Auguste-Alfred Rubé e Philippe Chaperon (atti 1 e 4) e Édouard Desplechin e Jean-Baptiste Lavastre (atti 2 e 3) e spediti nella città egiziana[5]. Anche se Verdi non partecipò alla prima, era molto insoddisfatto del fatto che il pubblico fosse composto da personalità, politici e critici invitati, ma non membri del pubblico in generale[6]. Egli ha pertanto considerato la prima italiana (ed europea), tenutasi a La Scala di Milano in data 8 febbraio 1872, e una performance in cui è stato fortemente coinvolto in ogni fase, come essere la sua vera prima.
Verdi aveva anche scritto il ruolo di Aida per la voce di Teresa Stolz, che la cantò per la prima volta alla premiere di Milano. Il compositore aveva chiesto al fidanzato della cantante, Angelo Mariani, di dirigere la prima del Cairo, ma lui rifiutò, così la scelta cadde su Giovanni Bottesini. L’interprete di Amneris a Milano, Maria Waldmann, era la sua favorita per il ruolo e lo ripeté un numero di volte su sua richiesta[7].
Aida, principessa figlia del Re di Etiopia Amonasro, vive a Menfi come serva; gli Egizi l’hanno catturata durante una spedizione militare contro l’Etiopia ignorando la sua vera identità. Suo padre ha organizzato un’incursione in Egitto per liberarla dalla prigionia. Ma fin dalla sua cattura, Aida è innamorata, ricambiata, del giovane guerriero Radamès. Aida ha però una pericolosa rivale, Amneris, la figlia del Faraone d’Egitto. Giunta Aida, Amneris intuisce che la serva possa essere la fiamma di Radamès e falsamente la consola dal suo pianto. Appare il Faraone assieme agli ufficiali e Ramfis che introduce un messaggero recante le notizie dal confine. Aida è preoccupata: suo padre sta marciando contro l’Egitto. Il Faraone dichiara che Radamès è stato scelto da Iside come comandante dell’esercito che combatterà contro Amonasro. Il cuore di Aida è diviso tra l’amore per il padre e la Patria e l’amore per Radamès.Scena II:Interno del tempio di Vulcano a Menfi.
Cerimonie solenni e danza delle sacerdotesse. Investitura di Radamès come comandante in capo.
Atto II
Le Buccine della Marcia trionfale, II atto, nell’allestimento del 2011 all’Arena di Verona
Scena I:Stanza di Amneris
Danze festose e musica nelle stanze di Amneris. Amneris riceve la sua schiava Aida e ingegnosamente la spinge a dichiarare il suo amore per Radamès, mentendole dicendo che egli è morto in battaglia; la reazione di Aida alla notizia la tradisce rivelando l’amore segreto per il guerriero. Amneris, alla luce della scoperta, la minaccia: ella è la figlia del Faraone e può tutto a differenza della povera serva. Con orgoglio Aida rivela che anche lei è di nobile rango, ma se ne pente ben presto e cerca il perdono. Risuonano da fuori le trombe della vittoria. Amneris obbliga Aida a vedere con lei il trionfo dell’Egitto e la sconfitta del suo popolo. Aida è disperata…Scena II:Uno degli ingressi della città di Tebe.
Radamès torna vincitore. Marcia trionfale. Il faraone decreta che in questo giorno il trionfatore Radamès potrà avere tutto quello che desidera. I prigionieri etiopi sono condotti alla presenza del Re e Amonasro è uno di questi. Aida immediatamente accorre ad abbracciare il padre, ma le loro vere identità sono ancora sconosciute agli Egizi. Amonasro infatti dichiara che il Re etiope è stato ucciso in battaglia. Radamès per amore di Aida chiede come esaudimento del desiderio offertogli dal Re il rilascio dei prigionieri. Il Re d’Egitto, grato a Radamès, lo proclama suo successore al trono concedendogli la mano della figlia Amneris e fa inoltre rilasciare i prigionieri, ma, su consiglio di Ramfis, fa restare Aida e Amonasro come ostaggi per assicurare che gli etiopi non cerchino di vendicare la loro sconfitta.
Atto III
Scena I: Le rive del Nilo, vicino al tempio di Iside
Aida e il padre sono tenuti in ostaggio; il Re etiope, meditando una vendetta per la sconfitta subita, costringe la figlia a farsi rivelare da Radamès la posizione dell’esercito egizio. Radamès ha solo apparentemente consentito di diventare il marito di Amneris, e fidandosi di Aida, durante la conversazione in cui decidono di fuggire insieme, le rivela per incauta confidenza le informazioni richieste dal padre. Amonasro, che era rimasto nei paraggi origliando la conversazione, rivela la sua identità e, all’arrivo delle guardie, fugge con Aida; Radamès, disperato per avere involontariamente tradito il suo Faraone e la sua Patria, si consegna prigioniero al sommo sacerdote.
Atto IV
Scena I: Sala nel palazzo del Faraone; andito a destra che conduce alla prigione di Radamès
Amneris desidera salvare Radamès di cui conosce l’innocenza, supplicandolo di discolparsi, ma egli rifiuta. Il suo processo ha luogo fuori dal palcoscenico; egli tace e non si pronuncia in propria difesa, mentre Amneris, che rimane sul palco, si appella ai sacerdoti affinché gli mostrino pietà. Radamès viene condannato a morte per alto tradimento e sarà sepolto vivo. Amneris maledice i sacerdoti mentre Radamès viene portato via.Scena II:L’interno del tempio di Vulcano e la tomba di Radamès; la scena è divisa in due piani: il piano superiore rappresenta l’interno del tempio splendente d’oro e di luce, il piano inferiore un sotterraneo.
Radamès crede di essere solo, ma pochi attimi dopo si accorge che Aida si è nascosta nella cripta per morire con lui. I due amanti accettano il loro terribile destino, confermano l’amore l’un per l’altro, dicono addio al mondo e alle sue pene e aspettano l’alba, mentre Amneris piange e prega sopra la loro tomba durante le cerimonie religiose e la danza di gioia delle sacerdotesse.
Quaderni della Campagna Romana e il Museo Contadino di Castel di Guido
Roma Municipio XIII-Dialogo e riflessioni vedendo e toccando gli attrezzi esposti e custoditi nel Museo Contadino di Castel di Guido . Attrezzi semplici , ma emblematici come la falce e il martello, l’aratro e i recipienti per il latte , le forbici che servivano per la tosatura delle pecore ecc. Utensili semplici che utilizzavano i braccianti agricoli che hanno per secoli lavorato nella Campagna Romana. Se questi “ferri” potessero parlare cosa ci racconterebbero?
Braccianti Mietitori stagionali
Questo semplice attrezzo di ferro è stato il prolungamento della mano del bracciante, ha trasmesso la sua forza , l’ha tradotta in lavoro per secoli .E per secoli queste mani e queste braccia invisibili e volti inesistenti hanno riempito dispense e tavole dei ricchi che hanno sempre ignorato questi esseri umani. Se a volte un uomo impronta di sé un’epoca, l’epoca lascia sempre la sua impronta su ogni uomo. Nel Museo Contadino è possibile seguire le tracce o impronte delle persone anonime che hanno utilizzato il “metallo come prolungamento delle mani”. La falce ci può raccontare la mano e l’uomo che, sotto il sole rovente delle estati nella Campagna Romana, mieteva il grano. Il bracciante vedeva una enorme distesa di grano e lui era come immerso in un enorme cumulo di brace rossa che lentamente lo consumava. Sicuramente vedeva la luce del giorno che si frazionava ai suoi occhi in riflessi arancioni e verso la mezza iniziava a vedere all’orizzonte le immagini che ballavano, era” l’effetto ballerina”. I visitatori, i più sensibili, potrebbero immaginare i volti di questi braccianti che erano come bruciati e le rughe incanalavano il sudore verso terra. Bisognerebbe saper immaginare se la sera quelle mani ruvide avevano ancora la forza di accarezzare un figlio. Il giorno del bracciante si concludeva con una cena povera e un riposo breve verso un giorno uguale e senza storia.
Roma Municipio XIII-Azienda Agricola Comunale di Castel di Guido-ph Franco Leggeri
Roma Municipio XIII-Azienda Agricola Comunale di Castel di Guido-ph Franco Leggeri
Roma Municipio XIII-Azienda Agricola Comunale di Castel di Guido-ph Franco Leggeri
Jean-Jacques Rousseau, il grande filosofo del ‘700 così sintetizza il”Diritto di Proprietà”:Colui che inventò il Diritto di Proprietà si rese colpevole di lesa Umanità e attirò le maledizioni del genere umano”.
Roma -Campagna Romana Attrezzi agricoli conservati in una casa colonica ph Franco Leggeri
Roma Municipio XIII-il Museo Contadino di Castel di Guido
Roma -Campagna Romana Attrezzi agricoli conservati in una casa colonica ph Franco Leggeri
La visita immersiva al Museo Contadino è una overture che introduce il lavoro della Redazione di ricerca storica per i Quaderni della Campagna Romana. Ricerca relativa all’organizzazione del lavoro nella Tenuta Agricola del Santo Spirito di Castel di Guido. Questo lavoro di ricerca, la prima in collaborazione con il Museo diretto da Fabio Scaccia , è in fase di completamento, prende in esame un periodo storico che va dal 1700 sino alla fine del 1800. Il lavoro è frutto di una consultazione e verifica su testi originali custoditi in varie biblioteche private e pubbliche .
Le ricerche son state conservate e archiviate per anni. Per delle ricerche specifiche sono state necessarie “trasferte” fuori Roma per verificare le fonti originali come ad esempio i luoghi di provenienza dei braccianti stagionali che furono impiegati nella Campagna Romana.
Franco Leggeri, Direttore Editoriale dei Quaderni della Campagna Romana
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