Roma-The Lens of Time una mostra sugli occhiali tra storia, Made in Italy e Cinema-
Roma-The Lens of Time una mostra sugli occhiali tra storia -Dopo il debutto a Venezia e la tappa a MIDO | Eyewear Show di Milano, The Lens of Time arriva a Roma Palazzo Piacentini, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ha concesso il proprio patrocinio, dal 14 al 30 ottobre 2026.
Roma The Lens of Time mostra a Palazzo Valentini
Il nuovo capitolo del progetto, nato nel 2025 per raccontare la storia dell’occhiale e valorizzare una delle filiere più rappresentative del Made in Italy, è promosso da ANFAO – Associazione Nazionale Fabbricanti Articoli Ottici e realizzato in collaborazione con il Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore,
Il percorso, suddiviso in cinque sezioni, racconta l’evoluzione dell’occhiale dalle origini alla contemporaneità, esplorandone la funzione nella correzione della vista, il dialogo con moda e design e lo sviluppo dell’industria dell’occhialeria italiana.
La città di Roma fa da scenario alla nuova veste del progetto, che si arricchisce di un’esclusiva sezione dedicata al cinema: l’evoluzione di uno degli oggetti più rappresentativi della moda e del design è raccontata attraverso la settima arte. Scene cult di film italiani e internazionali mostrano i volti di grandi attori e registi, con i loro occhiali divenuti nel tempo elementi distintivi di stile e di identità. Un legame che va oltre la moda e la scelta estetica: sul grande schermo l’occhiale contribuisce a definire personaggi, caratteri e narrazioni, diventando parte integrante della loro fisionomia e lasciando un segno nell’immaginario e nella memoria dello spettatore. La sezione dedicata al cinema è realizzata con la collaborazione di Steve Della Casa, conservatore della Cineteca Nazionale presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, critico cinematografico e autore.
«The Lens of Time esprime bene lo spirito con cui ANFAO porta avanti i propri progetti: valorizzare la storia e il patrimonio dell’occhialeria italiana e, allo stesso tempo, guardare al futuro, alle trasformazioni e alle nuove opportunità del settore – dichiara Lorraine Berton, Presidente di ANFAO –. Con questa mostra vogliamo raccontare un’eccellenza del Made in Italy che non è soltanto industria e manifattura, ma anche creatività, cultura e capacità di interpretare i cambiamenti della società. La nuova sezione dedicata al cinema arricchisce ulteriormente questo racconto, mostrando come l’occhiale sia diventato nel tempo un elemento capace di definire personaggi, stili e icone entrate nell’immaginario collettivo. Un percorso che abbiamo costruito insieme al Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore, custode di un patrimonio straordinario che merita di essere conosciuto e valorizzato»
The Lens of Time – Gli occhiali dalle origini al cinema è promosso da ANFAO – Associazione Nazionale Fabbricanti Articoli Ottici, in collaborazione con il Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore e con il patrocinio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. La curatela è affidata ad Alessandra Cusinato e Daniela Zambelli, mentre il progetto espositivo è di Roberto Casanova Rosolo. La mostra è realizzata con il contributo dei collezionisti Lucio Stramare e Roberto Vascellari e con la collaborazione di Steve Della Casa per la sezione dedicata al cinema e della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia, che ha concesso gratuitamente l’utilizzo di immagini fotografiche.
Dopo Roma, The Lens of Time proseguirà il suo viaggio tornando a MIDO, dal 6 all’8 febbraio a Fiera Milano Rho, dove porterà questa nuova evoluzione del progetto, concentrandosi maggiormente sul rapporto occhiali e cinema, alla community internazionale dell’eyewear.
LA MOSTRA
Il percorso espositivo costruisce una narrazione articolata e immersiva, attraverso l’incontro tra linguaggi e materiali diversi: occhiali originali, documenti e immagini d’epoca dialogano con fotografie, testi scientifici, approfondimenti, proiezioni e contenuti audiovisivi. La storia si sviluppa così non soltanto secondo un ordine cronologico, ma attraverso una pluralità di prospettive che intrecciano dimensione sociale e culturale, moda e tecnologia, industria e design, fino all’immaginario cinematografico. Un racconto stratificato, pensato per restituire la complessità del tema e accompagnare il visitatore tra epoche e trasformazioni.
Sezione 1: Dalle origini ai primi occhiali per il sole nel ‘700
La sezione ripercorre la nascita e la diffusione dell’occhiale, dalle origini degli strumenti ottici ai primi dispositivi per la correzione della vista. Attraverso l’evoluzione di forme, materiali e modalità d’uso, il percorso conduce dalle prime lenti da lettura agli occhiali medievali e rinascimentali, fino ai modelli tra Seicento e Settecento, con un focus sulla nascita delle lenti colorate e protettive. La sezione racconta la trasformazione dell’occhiale da strumento funzionale a oggetto personale, capace di assumere nel tempo anche un valore sociale e culturale.
Tra i pezzi esposti, un raro occhiale in tartaruga di Norimberga, databile alla fine del XVII secolo e caratterizzato da un elegante traforo sul ponte, e un astuccio in legno di bosso intagliato, realizzato in Italia e datato 1687, che celebra la conquista della Morea e la vittoria della Lega Santa sui Turchi.
Sezione 2: La moda dell’Ottocento e le origini del Made in Italy
Nell’Ottocento l’occhiale cambia volto: da strumento funzionale diventa un accessorio capace di esprimere moda, eleganza e identità sociale. Pince-nez, fassamani, lorgnette e nuove soluzioni per le montature raccontano il progressivo intreccio tra funzione ed estetica, gusto personale e appartenenza sociale. Ne sono esempi un raffinato fassamano francese in avorio, con manico-custodia decorato a bassorilievo con delicati motivi floreali, e un raro occhiale in tartaruga che combina il sistema pince-nez con le stanghette, migliorandone la stabilità sul volto, databile tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. L’800 è anche il secolo in cui prendono forma le prime manifatture e si pongono le basi della produzione industriale italiana, fino alla progressiva affermazione del distretto dell’occhialeria tra XIX e XX secolo. È databile proprio nel 1878 la nascita della prima fabbrica italiana di occhiali, fondata a Calalzo di Cadore, nella provincia di Belluno, su progetto di Angelo Frescura, con la
collaborazione di Giovanni Lozza e Leone Frescura.
Sezione 3: Dagli anni ‘50 al contemporaneo
Il percorso attraversa il Novecento a partire dagli anni Cinquanta, periodo di profonde trasformazioni tecnologiche, industriali e stilistiche. Nuovi materiali, forme sperimentali e il crescente dialogo con moda e design trasformano l’occhiale in un oggetto capace di esprimere stile, identità e cultura. Ne sono esempi gli iconici modelli cat-eye degli anni Sessanta e Settanta, la cui forma si arricchisce di nuovi elementi decorativi: piccoli strass applicati alla montatura e lenti dalle tonalità ambrate e sfumate ne accentuano il carattere elegante e scenografico. Il racconto si apre poi alla contemporaneità e al futuro, tra ricerca sui materiali, sostenibilità, innovazione tecnologica e dispositivi intelligenti, in un dialogo continuo tra tradizione, creatività e nuove frontiere dell’occhialeria.
Sezione 4: L’occhiale nel cinema
La sezione esplora il rapporto tra occhiale e cinema, che ha contribuito a trasformarlo in un vero e proprio elemento iconico. Indossato da attori, registi e personaggi celebri, l’occhiale diventa parte integrante della loro identità, contribuendo a definirne carattere, ruolo e personalità.
Pezzi originali, immagini di scena e contenuti fotografici e audiovisivi raccontano modelli e interpreti diventati simboli di epoche e stili diversi: dai Ray-Ban Olympian indossati da Peter Fonda in Easy Rider (1969), ai Cazal Targa Design portati da Brad Pitt in The Counselor (2013). Dagli occhiali Persol della italiana Ratti indossati da Marcello Mastroianni ne La dolce vita (1960) agli occhiali Zilo di Lozza, scelti da Brigitte Bardot negli anni Settanta, fino agli iconici Persol 649, modello indossato ancora da Mastroianni in Divorzio all’italiana (1961). Il percorso include anche gli occhiali indossati da Federico Fellini nel 1978, testimonianza del legame tra eyewear e grandi protagonisti della storia del cinema. Tra gli esempi più recenti figurano anche gli occhiali L.G.R indossati da Tom Cruise in Mission: Impossible – Rogue Nation (2015), a testimonianza di come l’eyewear continui a contribuire alla costruzione dello stile e dell’identità dei protagonisti del grande schermo.
Il ruolo dell’occhiale nella costruzione dell’identità di un personaggio trova una particolare evidenza anche nelle serie televisive, dove la montatura può diventare un vero e proprio strumento di caratterizzazione psicologica e narrativa. È il caso, per esempio, del Professore de La casa di carta, capace di organizzare l’azione criminale di tante persone, ma restio a rinunciare ai suoi occhiali anni ’30. Un altro esempio è Walter White di Breaking Bad: nel passaggio da insegnante di chimica a protagonista della sua vita criminale, anche gli occhiali accompagnano e rendono visibile la trasformazione del personaggio, modificandone progressivamente l’aspetto e contribuendo a segnare il cambiamento di identità. In Emily in Paris, invece, gli occhiali diventano soprattutto espressione di stile e personalità: i modelli contribuiscono a definire l’immagine dei personaggi, confermando il ruolo dell’eyewear come elemento distintivo anche nella narrazione televisiva contemporanea.
La selezione attraversa decenni, generi cinematografici e immaginari differenti, raccontando come lo schermo abbia contribuito a fare dell’occhiale un segno narrativo distintivo, capace di entrare nella storia e nella memoria collettiva e di trasformarsi in un autentico elemento di stile e di identità.
Sezione 5: Identità, memoria e sintesi artistica
La quinta sezione rappresenta l’epilogo visivo e concettuale del percorso. Al centro di essa, un’opera d’arte contemporanea in resina incorpora occhiali originali, trasformandoli in tracce della memoria e testimonianze di epoche, funzioni e stili differenti.
INFO UTILI:
• Palazzo Piacentini – Via Veneto 33 – Roma
• 14-30 ottobre 2026
• Ingresso gratuito
• Lunedì–venerdì 17.00–20.00; sabato e domenica 10.00–18.00
ANFAO – Associazione Nazionale Fabbricanti Articoli Ottici
Fondata nel 1954, ANFAO rappresenta oltre 130 aziende italiane attive nel settore dell’occhialeria. L’ associazione aderente a Confindustria, opera con obiettivi mirati, primo fra tutti quello di creare una sinergia solida e proficua tra le aziende associate del settore dell’occhialeria. In un clima di piena collaborazione, ANFAO si impegna a rappresentarne gli interessi del comparto presso le Istituzioni, sia a livello nazionale che internazionale, contribuendo in modo attivo a rafforzarne la competitività e a promuovere nel mondo il valore del Made in Italy, da sempre emblema di qualità, innovazione e stile. L’ associazione promuove lo sviluppo dell’industria ottica italiana sostenendo l’innovazione, la sostenibilità e l’internazionalizzazione. ANFAO è inoltre promotrice di MIDO, la più importante fiera internazionale del settore eyewear.
Roma- Le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi a Palazzo Poli-
Roma-Vivi la potenza evocativa ed emozionante delle “Quattro Stagioni” di Antonio Vivaldi nella magnifica Sala Dante, sala dall’esclusivo affaccio sulla Fontana di Trevi. L’opera più celebre e rivoluzionaria di Vivaldi, l’esempio più alto di musica barocca italiana, eseguita dall’ensemble di Opera e Lirica, con quintetto d’archi e clavicembalo.
Primo violino: Elvin Dhimitri.
Inizio concerto ore 20:30. Fine ore 22:00.
Indirizzo: Sala Dante di Palazzo Poli – Via Poli, 54 – Roma.
Come arrivare: Linee Pullman: 150F, 492, 51, 71, 80.
Immergiti nella magia della musica barocca e intraprendi un viaggio sensoriale attraverso le stagioni. Vivaldi, con la sua maestria, dipinge con note i colori vivaci della primavera, la furia dei temporali estivi, la malinconia dell’autunno e la quiete dell’inverno. Un capolavoro assoluto che ha ispirato generazioni di musicisti e continua a emozionare il pubblico di tutto il mondo. Lasciati trasportare dalle sue indimenticabili melodie eseguite dal talentuoso ensemble di Opera e Lirica, guidato dal primo violino Elvin Dhimitri, dalla maturata esperienza in campo nazionale ed internazionale, in una location unica ed esclusiva: la splendida Sala Dante di Palazzo Poli, nota per le sue dimensioni e per il suo imperdibile affaccio sulla Fontana di Trevi. Essa inoltre ha ospitato nel corso dei secoli importanti eventi musicali, diventando un punto di riferimento per la cultura musicale romana, e per questo frequentata da personalità di spicco quali Gabriele D’Annunzio, Pietro Mascagni e Giacomo Puccini.
Antonio VIVALDI
Antonio VIVALDI
Antonio VIVALDI
Il primo violino, Elvin Dhimitri, porterà la sua nota passionale nell’interpretazione nella magnifica atmosfera del Palazzo Poli, risultato di un’intensa edilizia che si è protratta per secoli. Le sue origini risalgono infatti al XVI secolo. Solo nel 1732, sulla facciata posteriore del palazzo venne eretta la celebre Fontana di Trevi, opera del maestro Nicola Salvi. Nel corso dell’Ottocento, Palazzo Poli divenne un importante centro culturale, ospitando illustri personaggi del mondo dell’arte e della letteratura. Oggi, l’edificio è sede dell’Istituto Centrale per la Grafica e continua a essere un luogo di grande fascino e interesse storico.
ARTISTI
Primo violino: Elvin Dhimitri
Quartetto d’archi Opera e Lirica
Clavicembalo
Roma- Le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi
Elvin Dhimitri, primo violino di Opera e Lirica, è stato riconosciuto come artista che riesce a fondere un’energia appassionata e un’intensa capacità comunicativa. Nel 1992 ha ricevuto l’incarico di primo violino della Bilkent Youth International Symphony Orchestra. Si è esibito all’interno dell’Orchestra Sinfonica dell’Ente Luglio Musicale Trapanese, la Nuova Orchestra Sinfonica Scarlatti di Napoli e la Filarmonica Toscanini di Parma, tra le altre. Nel 1997 è stato nominato primo violino dell’Orchestra Filarmonica di Roma e, a partire dallo stesso anno, è un membro dell’Orchestra Sinfonica di Roma e del Lazio.
PROGRAMMA
Concerto F XI No.4 in A Major
Allegro non molto / Largo / Allegro
1: Concerto N.1 in Mi Maggiore, RV 269, “PRIMAVERA”
Allegro / Largo / Allegro
2: Concerto N.2 in Sol Minore, RV 315, “ESTATE”
Allegro non molto – Allegro / Adagio – Presto – Adagio / Presto
3: Concerto N.3 in Fa Maggiore, RV 293, “AUTUNNO”
Allegro / Adagio molto / Allegro
4: Concerto N.4 in Fa Minore, RV 297, “INVERNO”
Allegro non molto / Largo / Allegro
Roma Municipio XIII-Castel di Guido e l’improbabile soggiorno di Franz Kafka-
Franz Kafka
Roma Municipio XIII-Castel di Guido. Va in scena la Compagnia del “Teatro Pretesto” con lo spettacolo : “Il Castello, il Processo e la Metamorfosi” tratto dai tre capolavori di Franz Kafka. Qui, a Castel di Guido, nella periferia di una Mamma Roma pasoliniana, un cittadino potrebbe essere catapultato nel mezzo del romanzo “ Il Processo” ed essere imputato e poi condannato da un “Ente Assurdo”, senza una colpa “chiara”, e ritrovarsi in un labirinto pieno di punti interrogativi. Forse Albert Camus con il suo “Mito di Sisifo” ci potrebbe suggerire la ricerca di un senso al perché dell’esistenza di questo “Assurdo Ente”. All’apertura del sipario sono subito entrati in scena gli attori , stelle della supercazzola, della Compagnia di giro.
Gli attori dell’Opera tragicomica , dopo l’overture con l’ assolo per trombone, suonato da un famoso “Tirabusciò” che sembra un personaggio” evaso” da un fumetto in vendita nell’edicola del ridicolo ,hanno iniziato la loro performance.
Entra in scena “er sola”che avanza verso il pubblico con il viso in penombra, aiutato da un cappello calato sulla fronte. Il guitto, detto“er sola”, si è esibito nel famoso “raglio del somaro”. Bravissimo! sette più. Si è fatto notare il sempre presente e oramai famoso Gregor, lo scarafaggio della “Metamorfosi”.
Poi c‘è stato un fuori contesto, o fuori di testa, del “sor cocime l’ova” il quale ha introdotto Verdi e il suo Rigoletto cantando l’aria :”Cortigiani vil razza dannata “ ma , per fortuna, subito zittito dal controcanto dell’angolo opposto all’ipotenusa che ha intonato il coro “da curva” il famosissimo brano “nun ce rompe er caxxo!” un testo le cui parole sono mutuate, se volete estrapolate e “rivisitate”, dal noto “inciso” di Monsignor della Casa e più volte citato e ripreso da Baldassarre Castiglione nel “Cortigiano”, non nell’edizione della famosa “cinquecentina” ma in quella, meno famosa, del 1700, questa nota per chiarire e per la precisone.
L’abborracciato e l’ascaro servente sono due attori “per caso” che ,in attesa di entrare in scena,mangiavano pane e formaggio, innaffiando il pasto con il classico “bicchier di vino” che poi si è scoperto essere solo latte.
Nel conciliabolo di varie comparse, noti “Sandaloni” di Cinecittà, il tema in discussione era il perché di questa complessa sceneggiatura :”Così male argomentata e poi quel fil di fumo ancora presente ” . Nell’angolo del palco , in fondo e in penombra ,con la testa tra le mani, c’era il tipico attore dal fare “intellettualoide” che voleva recitare la celebre poesia di Gregory Corso “…..Mamma … il leone …”ma non trovava la tonalità , il famoso “LA”, per immergersi nell’atmosfera da Beat Generation. Debbo umilmente chiedere scusa a Kafka per aver utilizzato i suoi capolavori ma, forse, non in maniera che possa definirsi impropria.
Franz Kafka
Come incontrai Kafka a Castel di Guido?
L’incontro con Franz Kafka è di pura fantasia. Se cammini per la Campagna Romana potresti avere il piacere di incontrare i più vari personaggi, alcuni sono famosi , altri meno e altri, ahimè, soltanto , come dire , fastidiosi . Non molto tempo addietro, mentre camminavo per la strada alberata che attraversa l’Azienda Agricola Comunale sì quella asfaltata, sul ciglio lato Roma ho intravisto , appoggiato ad un eucaliptus , un signore vestito di tutto punto ho notato subito che indossava una bella cravatta ed un cappello a bombetta , sicuramente fuori moda, le scarpe nere erano ricoperte da un velo di polvere, questo particolare lo notai quando mi avvicinai a lui. Riconobbi subito il grande scrittore Kafka il quale rispose al mio saluto con voce sicura e con un italiano perfetto , ma con una sottile cadenza straniera. Iniziammo a parlare e ,dopo uno scambio di convenevoli di rito, Kafka mi disse che si trovava nell’Azienda Agricola Comunale e lo scopo della sua presenza era per chiarire dei suoi dubbi nati dopo aver visto una serie televisiva dal titolo “Tutti pazzi per amore”, prodotta da Rai Fiction e trasmessa in Italia nel 2008 . Protagonisti della serie erano due agrimensori e molte scene furono girate a Castel di Guido . La domanda che si poneva Kafka era se gli agrimensori, protagonisti maschili della fiction, fossero simili al protagonista del suo romanzo “Il Castello”, risposta che non ero in grado di dare anche se avevo assistito da spettatore e fotografato alcune scene durante le riprese della fiction .Un particolare che ricordo e ho notato fu che gli attori protagonisti non avevano dimestichezza con gli strumenti topografici i quali sono essenziali per un agrimensore professionista .Con l’occasione dell’incontro ho voluto anche chiarire ed informare Kafka chi era la persona che scopri e fotografo per primo la sua tomba a Praga. Raccontai a Kafka che a scattare la foto fu il mio amico , famosissimo fotoreporter, Antonio Sansone mentre era al lavoro per produrre un fotoreportage sulla “Primavera di Praga” nel 1968. La foto della tomba di Kafka, credo di ricordare, fu poi pubblicata dal Corriere della Sera. Parlammo di Ottla Kafka, sorella di Franz Kafka, la quale nel 1942 fu deportata nel ghetto di Theresienstadt. Lì Ottla non si arrese. Lavorò, aiutò e sostenne gli altri, in particolare i bambini. Poi, l’atto finale. Si offrì volontaria per accompagnare un gruppo di bambini sul treno verso Auschwitz. Condivise la loro paura, la loro tenerezza e il loro ultimo viaggio. Morì nella camera a gas il 7 ottobre 1943. Parlammo anche del Campo di Lavoro di Castel di Guido istituito dal fascismo. Comunque questa è un’altra storia che avrò modo di pubblicare con ,a corredo, alcuni documenti d’archivio. Ma, si domanderà il lettore attento, il Processo e la sua Metamorfosi, andati in scena a Castel di Guido, com’è stato il finale? Bene, l’arlecchinata istaurata dall’ipotetica e rabberciata “Compagnia di Giro” è terminata nel nulla e, quindi, la Ragione e Concretezza sono in essere e pronte a difendere, con strumenti democratici, la Campagna Romana e i suoi abitanti.
Franz Kafka
N.B. -L’articolo è una sintesi, con molti tagli , di un mio racconto lungo tratto da Murales & Fotoreportage dalla Campagna Romana.
Franco Leggeri- Direttore Editoriale dei Quaderni della Campagna Romana
Carlos Chávez,compositore e direttore d’orchestra messicano
Carlos Chávez, (nome completo Carlos Antonio de Padua Chávez y Ramírez) (Città del Messico, 13 giugno 1899 – Coyoacán, 2 agosto 1978), è stato un compositore e direttore d’orchestra messicano, teorico della musica, educatore, giornalista e fondatore e direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale. Fu influenzato da culture messicane indigene. Delle sue sei sinfonie, la seconda, o Sinfonía india, che utilizza strumenti a percussione Yaqui nativi, è probabilmente la più popolare.
Carlos Chávez-è stato un compositore e direttore d’orchestra messicano, teorico della musica, educatore, giornalista e fondatore e direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale.
Settimo figlio di una famiglia creola, Chávez nacque a Tacuba Avenue, Città del Messico, vicino al sobborgo di Popotla. Il nonno paterno, José María Chávez Alonso, fu governatore dello stato di Aguascalientes e fu giustiziato per ordine dell’imperatore Massimiliano nel 1864. Il padre, Augustín Chávez, aveva inventato un aratro che fu prodotto e utilizzato negli Stati Uniti, e morì quando Carlos aveva appena tre anni.
Prese le sue prime lezioni di pianoforte dal fratello Manuel che tuttavia lo affidò come allievo di Asunción Parra, Manuel Ponce e Pedro Luis Ozagón per il pianoforte, mentre più tardi Juan Fuentes fu il suo maestro per l’armonia, ma si considerò sempre autodidatta. La sua famiglia si recava spesso in vacanza a Tlaxcala, Michoacán, Guanajuato, Oaxaca e in altri luoghi in cui l’influenza culturale dei popoli indigeni messicani era ancora molto forte.
Nel 1916, Chávez e amici fondarono una rivista culturale, Gladios, e questo portò Chávez a unirsi allo staff del giornale di Città del Messico. El Universal nel 1924. Nei successivi 36 anni scrisse più di 500 articoli di questo giornale.
Dopo la rivoluzione messicana e l’insediamento del presidente Álvaro Obregón, Chávez diventò uno dei primi esponenti della musica nazionalista messicana con balletti su temi aztechi.
Nel mese di settembre 1922, Chávez sposò Otilia Ortiz e andarono in luna di miele in Europa, da ottobre 1922 ad aprile 1923, trascorsero due settimane a Vienna, cinque mesi a Berlino, e otto o dieci giorni a Parigi. Durante l’ultima visita conobbe Paul Dukas. Alcuni mesi dopo, nel dicembre 1923, Chávez visitò gli Stati Uniti per la prima volta, ritornando a marzo 1924. Chávez di nuovo andò a New York nel settembre 1926 e vi rimase fino al giugno del 1928. Al suo ritorno in Messico, Chávez divenne direttore dell’Orquesta Sinfónica Mexicana (Orchestra Sinfonica Messicana), in seguito ribattezzata Orquesta Sinfónica de México (Orchestra Sinfonica del Messico), prima orchestra stabile del paese, avviata dal sindacato dei musicisti. Chávez fu determinante nel portare l’orchestra in tour attraverso le aree rurali del Messico.
Nel 1928, Chávez fu nominato direttore del Conservatorio di Musica Nazionale del Messico, una posizione che tenne per sei anni. In tale veste, Chávez guidò i progetti per la raccolta della musica folk aborigena.
Nel 1937 Chávez pubblicò un libro, Verso una nuova musica, che è uno dei primi libri in cui un compositore parla di musica elettronica. Nel 1938 diresse una serie di concerti con la NBC Symphony Orchestra, durante l’assenza del direttore titolare dell’orchestra, Arturo Toscanini. Nel 1940 realizzò i concerti al Museum of Modern Art di New York e nel 1945 Chávez era arrivato ad essere considerato come il più importante compositore e direttore d’orchestra messicano.
Dal gennaio 1947 fino al 1952, Chávez fu direttore generale dell’Istituto Nazionale di Belle Arti. Nel suo primo anno, fonò l’Orchestra Sinfonica Nazionale, che soppiantò la vecchia OSM come orchestra primaria del Messico e portò allo scioglimento del complesso più vecchio. Per tutto questo tempo, Chávez mantenne un programma di tour internazionali molto impegnato.
Nel maggio 1953 fu incaricato da Lincoln Kirstein, direttore del centro di New York City di Musica e Dramma, di scrivere un’opera in tre atti su libretto di Chester Kallman basato su un racconto di Boccaccio, da intitolare The Tuscan Players. Destinato ad essere finito nel mese di agosto 1954 fu rinviato all’aprile 1955, ma fu finalmente completato solo nel 1956, quando il titolo era stato cambiato già due volte, prima in Pánfilo e Lauretta, poi in El amor propiciado. Il City Center rinunciò ai suoi diritti alla prima rappresentazione, che fu data con il titolo di Panfilo e Lauretta nel Brander Matthews Theatre alla Columbia University di New York il 9 maggio 1957, sotto la direzione di Howard Shanet. La regia era di Bill Butler, la scenografia di Herbert Senn e Helen Stagno, e i costumi di Sylvia Wintle. I principali cantanti erano Sylvia Stahlman, Frank Porretta, Craig Timberlake, Mary McMurray, Michael Kermoyan e Thomas Stewart. L’opera sarebbe stata modificata due volte ancora ed il titolo cambiato di nuovo in Los Visitantes (I visitatori), per le produzioni nel 1968 e nel 1973, rispettivamente a Città del Messico e Aptos, in California. Dal 1958 al 1959 fu il professor Charles Eliot Norton presso la Harvard University, e le conferenze pubbliche che diede furono pubblicate in un libro, Pensiero musicale.
Dal 1970 al 1973 Carlos Chávez fu direttore musicale del Festival di Musica Contemporanea Cabrillo. La sua composizione orchestrale Discovery (1969) era stata precedentemente commissionata dal Festival e fu eseguita lì per la prima volta.
La salute cagionevole e problemi di carattere economico costrinsero Chávez a vendere la sua casa nel quartiere Lomas de Chapultepec di Città del Messico e andare a vivere con la figlia Anita a Coyoacán, nelle frange della capitale messicana, dove morì tranquillamente il 2 agosto 1978.
I manoscritti e i documenti di Carlos Chávez si trovano nella Divisione Musica del New York Public Library for the Performing Arts e presso l’Archivio Nazionale del Messico, a Città del Messico.
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Boito decise di adattare il soggetto con estrema libertà, introducendo la figura di Barnaba e dando nuova fisionomia a tutti gli altri personaggi. Nel novembre 1874 i primi due atti del libretto erano pronti e Ponchielli si apprestò ad iniziare il lavoro di composizione, pur tra mille dubbi, che lo accompagneranno fino al debutto dell’opera. Nonostante l’ammirazione incondizionata per Boito, Ponchielli riteneva infatti che l’elemento drammatico soverchiasse quello lirico e temeva, di conseguenza, una reazione negativa del pubblico. Egli capiva inoltre che l’audacia drammaturgica e formale di Boito l’avrebbe costretto a modificare il suo stile. Da una lettera del 3 giugno 1875 all’amico musicista Achille Formis:
«Io sto occupandomi per questa Gioconda, ma t’assicuro che più di cento volte al giorno, sono tentato di desistere; le cause sono molte. La prima è che non ho fiducia nel libretto, troppo difficile, e forse non confacente alla mia maniera di scrivere. Siccome poi io sono per natura incontentabile, qui lo sono doppiamente, atteso la frequente e troppa elevatezza dei concetti, del verso, e difficoltà di forme, non trovando quelle idee che io vorrei. È una cosa inconcepibile ma trovo in me più scorrevolezza quando il verso è comune = Vi sono dei momenti che mi pare di non essere più capace di accozzare un’idea, e di non aver più Fantasia. È un fatto però che presentemente io dovevo attenermi ad altro libretto od altro poeta, che scrivesse non per suo conto ma per il Maestro[1]»
Le continue richieste di modifiche al libretto erano evase malvolentieri da Boito, già impegnato a portare in scena la nuova versione del suo Mefistofele (Bologna, Comunale, 8 ottobre 1875), tanto che il compositore cremonese cercò, per ottenerle, il tramite dell’editore Ricordi. Il 19 giugno 1875 il primo atto era comunque terminato, sebbene senza orchestrazione, ma Ponchielli – forse per fuggire le proprie paure – si era nel frattempo impegnato a comporre una cantata in onore di Gaetano Donizetti, che fu eseguita a Bergamo il 13 settembre 1875, e ad iniziare la revisione della giovanile Savoiarda che porterà alla Lina.
Ponchielli rimise dunque mano alla Gioconda, ma più la prima si avvicinava, più il panico cresceva. Così scriveva il 31 dicembre a Giulio Ricordi:
«Ho ricevuto il di Lei telegramma al quale vorrei far seguire una risposta lusinghiera e che appagasse i voti di entrambi rapporto al S. martire Gioconda, che martirizza anche un tale gettandolo in un ginepraio d’incertezze, di sì e no, di pezzi fatti e poi stracciati, di pentimenti, di pause, di spaventi, di terrori, al punto da alterarsi il fisico, il morale, porre il malumore in casa, far piangere la moglie… la serva![2]»
Alla conclusione del lavoro mancano solo quattro pezzi: il finale del terzo atto, la Danza delle Ore, il duetto finale del quarto atto e la sinfonia. Il 12 gennaio 1876 l’abbozzo è terminato tranne i ballabili e il preludio. Lo stesso giorno Ponchielli inizia la strumentazione. Ma i dubbi sul già fatto continuano a tormentarlo: il 24 gennaio informa l’editore di voler rivoluzionare il duetto tra Enzo e Barnaba dell’atto primo e che ben difficilmente potrà consegnare l’opera in tempo per eseguirla durante la stagione di carnevale. La Danza delle Ore fu composta a Milano quando le prove di canto erano già iniziate e, secondo una testimonianza, furono accolti alcuni suggerimenti di Luigi Manzotti, coreografo del Ballo Excelsior, musicato da Romualdo Marenco.[3]
Ponchielli, durante le prove, si dichiarò soddisfatto della compagnia, in particolare del basso Maini e del tenore spagnolo Julián Gayarré (noto in Italia come Giuliano Gayarre), prevedendo il successo di quest’ultimo nella romanza del secondo atto Cielo e mar!. Previsione che si avverò, dato che la sera della prima fu questo uno dei due pezzi bissati, insieme al preludio.
L’opera ottenne un vivo successo ma lo spettacolo fu giudicato troppo lungo (l’ultimo atto fu eseguito intorno all’una di notte): il pubblico, infatti, applaudì i primi due atti più degli ultimi due, destinati nel tempo a diventare quelli di maggior successo. Le chiamate degli artisti al proscenio furono 27.Amilcare Ponchielli seduto tra gli interpreti della prima rappresentazione de La Gioconda (Teatro alla Scala, 1876).
L’opera, che a causa del ritardo nella consegna della partitura chiuse la stagione lirica della Scala, fu rappresentata solo per quattro serate; a maggio Ponchielli era di nuovo al lavoro per modificare le parti che meno l’avevano convinto e per ridurne la durata complessiva. Egli mise mano ai finali del primo e del terzo atto, sostituì il coro d’introduzione e l’aria di Alvise all’inizio del terzo atto (dopo aver pensato di eliminarla), abbinandola ad una nuova romanza di Laura (l’adagio Vita, conflitto – di duolo e d’onta!).
In questa seconda versione andò in scena con successo al Teatro Rossini di Venezia, il 18 ottobre diretta da Faccio.
Nel gennaio 1877 Ponchielli si trasferì a Roma, dove La Gioconda sarebbe dovuta andare in scena al Teatro Apollo (24 gennaio). Durante le prove, il compositore si fece convincere dalla compagnia e dal direttore Luigi Mancinelli ad eliminare la stretta del finale III, chiudendolo con poche battute d’orchestra dopo il cantabile concertato. Con queste modifiche (nuovo cambio del finale del primo atto, rifacimento della prima parte del duetto tra Enzo e Laura e del finalino nel secondo atto, nuova sostituzione dell’aria di Alvise, eliminazione della romanza di Laura e sua sostituzione con un duetto tra marito e moglie all’inizio del terzo atto), l’opera debuttò al Politeama Genovese il 27 novembre 1879, revisionato da Angelo Zanardini e tornò alla Scala quattro anni dopo il debutto, il 12 febbraio 1880, raccogliendo un autentico trionfo con la quinta e definitiva versione con la Mariani Masi, Elvira Demi come cieca, Elisabeth Leawington come Laura, Francesco Tamagno come Enzo, Francesco Marconi come Isèpo, Gustavo Moriani come Barnaba e Giovanni Ordinas come Alvise e Zuàne/cantore/pilota/barnabotto. Poco per volta Ponchielli era riuscito a trovare la giusta misura e adattare il raffinato ma cerebrale libretto di Boito, alla propria vena musicale più autentica, calda e fluente, rimpiazzando, tagliando e aggiungendo interi episodi.
Con la sua drammaturgia sontuosa, spettacolare, ricca di danze (tra cui la celebre Danza delle ore), effetti e di colpi di scena, La Gioconda è considerata il prodotto più tipico e rappresentativo del genere della grande opera, che il melodramma italiano aveva importato dalla Francia sul modello del grand opéra.
Il libretto di Boito le conferì tuttavia tratti non convenzionali, sia nella versificazione che nel taglio drammaturgico, e un’impronta del tutto originale. Il merito del successo va dunque diviso tra il compositore e il poeta, nonostante la non facile collaborazione da cui l’opera aveva preso vita.
Sottratto alla sua dimensione storica, il dramma di Hugo fu riletto da Boito in chiave simbolica alla luce dell’estetica della scapigliatura. Le inverosimiglianze della vicenda, pertanto, non solo non furono occultate ma vennero inserite in una visione drammaturgica straniata e moderna, ricca di momenti metateatrali: la frenetica forlana bruscamente interrotta da un altro rito, quello sacro della preghiera accompagnata dall’organo; la barcarola intonando la quale Barnaba fa amicizia con i pescatori; la serenata da dietro le quinte la cui popolaresca semplicità fa da sfondo ironico alla scena dell’avvelenamento di Laura; e naturalmente la Danza delle Ore con la quale Alvise intrattiene i suoi ospiti nell’attesa di shoccarli con l’immagine – non meno spettacolare – del presunto cadavere della moglie Laura. E persino la morte diventa esplicita finzione nel momento in cui Gioconda sostituisce l’ampolla col veleno, affinché Laura beva una pozione che la faccia addormentare simulando una morte apparente.
Il lessico dei personaggi sembra prescindere dalla loro estrazione culturale ed è quello, insieme ricercato e asciutto, tipico della poesia di Boito.
La trama è a sua volta condotta da tre autentiche figure di drammaturghi in scena: Barnaba, Alvise e Gioconda, dove quest’ultima s’incarica di disfare i piani degli altri due, nel secondo atto avvisando gli amanti – Laura ed Enzo – dell’agguato predisposto da Barnaba, nel terzo sostituendo l’ampolla, nel quarto preparando la fuga degli innamorati e, infine, negando a Barnaba il suo corpo pugnalandosi a morte.
La figura di Barnaba, il malvagio delatore che Ponchielli descrisse come «una parte odiosa, antipatica, ma originale», anticipa nelle sue trame lo Jago dell’Otello di Verdi, su libretto dello stesso Boito, sia nella funzione drammaturgica che nella sostituzione della canonica aria con un monologo drammatico di forma aperta: O monumento, così affine al celebre Credo di Jago, il cui ultimo verso – La morte è il nulla e vecchia fola il ciel – si incontra tale e quale nell’aria di Alvise composta per versione veneziana, e in seguito rimpiazzata.
Dal canto suo, Ponchielli fu spronato ad ampliare il proprio vocabolario musicale, e ad abbandonare la sua prudenza, proprio dalle trovate di Boito. Il Tableau vivant dell’inizio del secondo atto, ad esempio, con il canto dei marinai sulla tolda e dei mozzi arrampicati sulle sartie, gli ispirò una pagina in cui il fitto gioco di contrasti ritmici e timbrici non si limita alle voci ma inizia già dal dialogo tra gli strumenti dell’orchestra, disposti a varie altezze come le varie parti che compongono il veliero e coloro che lo abitano.
La sola pagina retrospettiva, il canto di Gioconda a Barnaba Vo’ farmi più gaia, coi suoi passaggi di coloratura, si giustifica in base all’ironia con cui la cantatrice si rivolge all’uomo che s’illude di possederla, prima di infliggersi la pugnalata mortale.
Dove Ponchielli dovette faticare ad adattare il libretto alla sua estetica fu invece nelle sezioni liriche, molte delle quali furono ricavate a dispetto dei versi, in alcune zone d’ombra del libretto, dando fondo ad una vena melodica capace di trasferirsi dalle voci all’orchestra. È il caso, in particolare delle due grandi melodie che costituiscono altrettanti motivi ricorrenti (un terzo, legato al personaggio di Barnaba, consiste in un grottesco inciso, affidato per lo più ai legni gravi): il motivo del rosario e quello del sacrificio di Gioconda. Il primo, su cui si basano le sezioni cantabili del preludio, è intonato dalla madre di Gioconda – la Cieca – nel donare il suo rosario a Laura e segna il destino di Gioconda, costretta da quel momento ad aiutare la rivale. È ripreso più volte, in forma estesa poco dopo dall’orchestra, accompagnando suggestivamente l’uscita di scena dei personaggi, e più brevemente negli atti successivi. Il secondo, che appare la prima volta nel finale del primo atto, in corrispondenza dei quattro settenari di Gioconda O cuor, dono funesto! / Retaggio di dolore, / Il mio destino è questo: / O morte o amor!, presenta una condotta affatto nuova per l’opera italiana del tempo, sciolta dalla consueta simmetria tra le frasi e caratterizzata da vertiginose escursioni di registro. Sarà ripreso dai violini come perorazione finale dell’atto, negli atti terzo e quarto in corrispondenza di due estesi e drammatici ariosi di Gioconda (O madre mia, nell’isola fatale e E in cor / Mi si ridesta / La mia tempesta) e, affidato al clarinetto nel preludio notturno all’ultimo atto.
Oltre alla Danza delle Ore, i pezzi più famosi dell’opera sono probabilmente le due romanze, Cielo e mar! (atto II) e Suicidio! (atto IV). Nella prima la melodia del tenore, morbida e insieme inquieta, secondo lo stile tipico di Ponchielli, e articolata in due strofe, è resa ancora più suggestiva in teatro dall’ambientazione notturna. Più libera è la forma della romanza di Gioconda, basata su martellanti versi quinari e articolata in una libera successione di idee tematiche intercalate da una sorta di tragico ritornello orchestrale, già ascoltato durante il preludio del quarto atto. Una forma dettata ancora una volta dai versi di Boito:
«Mi pare di non aver fatto vaccate, e di aver interpretato specialmente nella romanza del Suicidio le tue idee acido-prussiche!!»
(Lettera di Ponchielli a Boito del 5 gennaio 1876[4])
Cortile del Palazzo Ducale di Venezia. Presso il portico della Carta, un portone conduce all’interno della Basilica di San Marco. Su un lato del cortile una bocca di leone riporta incisa sul marmo la scritta: «Denontie secrete per via d’inquisizione contra cada una persona con l’impunita secreteza et benefitii giusto alle leggi». Nelle vicinanze si trova lo scrittoio di uno scrivano.
Mentre il popolo festante, che affolla il cortile, si dirige alla regata («Feste! Pane!»), Barnaba – informatore del Consiglio dei Dieci che si finge cantastorie – spia, nascosto dietro ad una colonna, Gioconda che conduce in chiesa la madre (la Cieca) non vedente («Figlia, che reggi il tremulo piè»). L’uomo è innamorato di Gioconda, ma, dopo l’ennesimo rifiuto di lei («Al diavol vanne con la tua chitarra!»), medita di vendicarsi sulla Cieca.
Il popolo ritorna dalla regata («Gloria a chi vince il palio verde»): il regatante Zuàne è il perdente. Barnaba gli si avvicina e gli insinua il dubbio: che sia stata una stregoneria a farlo perdere? Barnaba allora accusa la Cieca («La vidi staman gittar sul tuo legno un segno maliardo, un magico segno […] la tua barca sarà la tua bara!»). La calunnia si diffonde tra il popolo, che si scaglia contro la donna. Né Gioconda, né l’uomo di cui è innamorata, Enzo[5], riescono a sottrarla alla folla («Assassini, quel crin venerando rispettate!»), quando sopraggiungono Laura Adorno (di cui Enzo è innamorato) e suo marito Alvise Badoero, nobile veneziano e inquisitore di stato. La nobildonna intercede presso il marito, che riesce a salvare la Cieca, la quale, riconoscente, dona a Laura un rosario («A te questo rosario, che le preghier aduna… ti porterà fortuna»). La folla si disperde.
Barnaba si avvicina ad Enzo, lo chiama col suo vero nome, lo rassicura che terrà il segreto per sé e gli rivela che quella notte Laura fuggirà con lui. Barnaba rivela ad Enzo la sua vera identità («Sono il possente demone del Consiglio dei Dieci») e gli confida di aver fatto tutto ciò per poter essere amato da Gioconda. Enzo fugge, inorridito.
Rimasto solo, Barnaba detta allo scrivano Isépo una denuncia che accusa entrambi gli amanti e la inserisce nella bocca del leone («O monumento!»), mentre Gioconda, nascosta dietro ad una colonna con la madre, ode le accuse e osserva l’atto della delazione.
Uscito di scena Barnaba, un popolo festante entra nel cortile («Carneval! Baccanal!») improvvisando una forlana[6], ma i festeggiamenti vengono interrotti dai cori dei fedeli che giungono dalla basilica. Un barnabotto esorta il popolo a inginocchiarsi e pregare seguendo i vespri («Tramonta il sol… udite il canto del vespro santo, prostrati al suol»). Mentre si ode l’inno, Gioconda, disperata («Tradita! Ohimè, io soccombo!»), lamenta il suo destino («O cor, dono funesto»). La madre cerca di consolarla, ma Gioconda è decisa: quella stessa notte, anche lei salirà sulla nave di Enzo.
Atto II – Il rosario
È piena notte e un brigantino, col nome «Hècate» dipinto sulla fiancata, attende alla fonda presso la bocca della laguna di Venezia detta della Fusina. Nelle immediate vicinanze un’isola deserta.
I marinai dell’Hècate attendono ai loro compiti cantando una marinaresca. Intanto Barnaba, fingendosi un pescatore («Pescator, affonda l’esca!»), spia la nave di Enzo dopo aver inviato Isépo ad avvertire il naviglio veneziano. Entra in scena il principe Enzo e manda sotto coperta i marinai perché resterà lui a vegliare durante la notte. Rimasto solo, attende trepidante l’arrivo di Laura («Cielo e Mar»). È Barnaba a condurre da lui l’amante, accostandone la barca al brigantino. Laura sale a bordo, ma appare allarmata per il sinistro augurio del falso pescatore. Eppure – ribatte Enzo – quello «è l’uomo che ci aperse il paradiso!». I due amanti si scambiano dolci parole, fino a che non tramonta completamente la luna, al che Enzo si allontana sotto coperta per cercare qualcuno che conduca la donna di nuovo a casa.
Rimasta sola nella notte, Laura confida alla Madonna il suo turbamento e la sua paura («Stella del marinar»). Sulle ultime parole della preghiera («su me scenda la tua benedizion…»), Gioconda esce dall’oscurità («E un anatema!») e aggredisce la rivale, minacciandola di ucciderla se non fuggirà. Ma Laura reagisce rivendicando la forza del suo amore («L’amo come il fulgor del creato!»). Gioconda allora minaccia di consegnarla al marito, che sta giungendo su una barca («Là è il tuo consorte!»). Ma quando Laura, spaventata, alza il rosario, Gioconda la riconosce come la donna che ha salvato sua madre, e la aiuta a fuggire. Laura, confusa, domanda il nome della salvatrice («Ma mi dirai chi sei?»), «Son la Gioconda» risponde l’altra.
Barnaba per un attimo ricompare in scena («Maledizion! Ha preso il vol!»), consigliando ad Alvise di seguire la barca sulla quale fugge Laura. Tornato Enzo, Gioconda gli dice che Laura è fuggita per paura («Vedi là, nel canal morto? Un navil che forza il corso? Essa fugge… il suo rimorso fu più forte dell’amor!»). Enzo, sdegnato («Non mi dir d’avermi amato… odio sol tu porti in core!»), corre verso la riva per seguire la donna amata («Là è la vita»), ma Gioconda lo ferma e lo avverte del pericolo delle galee veneziane («La è la morte!»). Il genovese, pur di non farsi prendere, dà fuoco alla nave (»Incendio! Guerra! Morte! Strage!»).
Atto III – Il narcotico o la Ca’ d’Oro
Scena I: Una camera nella Ca’ d’Oro. Sera; lampada accesa – da un lato un’armatura antica.
Alvise, scoperto il tradimento di Laura, giura di vendicarsi («Si, morir ella de’!»). Sarà una vendetta terribile, degna di un Badoéro: che le danze della festa gioiscano pure, lì il marito tradito deve vendicare il proprio onore. Decide però di non sporcarsi le mani, sarà lei stessa a darsi la morte con un veleno. Quindi fa convocare Laura e la lusinga nascondendo a malapena la sua ira: egli accenna ironicamente appena al suo tradimento («Bella così madonna, io non v’ho mai veduta»), e Laura, insospettita, gli chiede il motivo di tale comportamento («Dal vostro accento insolito cruda ironia traspira»). Alvise, al massimo dell’ira, la costringe a dire la verità, e poi le urla che morirà subito.
Mentre Laura lamenta il suo destino («Morir, morir è troppo orribile»), Alvise le mostra la sua bara. Da fuori risuona una canzone intonata dai gondolieri («La gaia canzone fa l’eco languir e l’ilare suono si muta in sospir»). Alvise la obbliga a bere un veleno prima che il canto giunga alla sua ultima nota, ma di nascosto Gioconda sopraggiunge e convince Laura a bere da un’altra boccetta, che contiene un potente narcotico che «della morte finge il letargo».
Dopo averlo bevuto, Laura entra nella camera mortuaria e si distende sul catafalco. Entra Alvise e, osservando la boccetta vuota, si convince che la donna è morta. Gioconda invoca la madre, e riflette sconvolta su quello che ha appena fatto: salvare la rivale per amore di Enzo («Io la salvo per lui, per lui che l’ama!»).
Scena II: Sontuosissima sala attigua alla cella funeraria, splendidamente parata a festa. Ampio portone nel fondo a sinistra, un consimile a destra, ma questo chiuso da una drapperia. Una terza porta nella parete a sinistra.
Nel palazzo si svolge un ricevimento durante il quale gli invitati inneggiano alla Ca’ d’Oro («S’inneggi alla Ca’ d’Oro!»). Alvise ha fatto allestire per loro lo spettacolo della Danza delle ore.
Sopraggiunge Barnaba, che di nuovo accusa la Cieca di stregoneria. Per le strade riecheggia il suono funesto della campana dei moribondi, e Barnaba confida ad Enzo che Laura è morta («Un’agonia? Per chi?… Per Laura!»). Quando Enzo, sconvolto, si smaschera davanti a tutti, Alvise ordina di arrestarlo e gli preannuncia una agonia dolorosa nel carcere. Infine, mostra a tutti il corpo, apparentemente senza vita, di Laura. Enzo fa per aggredirlo («Carnefice!»), ma viene fermato dalle guardie e arrestato.Gioconda sussurra a Barnaba “Se lo salvi e adduci al lido, Laggiù presso al Redentor, Il mio corpo t’abbandono, O terribile cantor.”
Atto IV – Il canal orfano
L’atrio di un palazzo diroccato nell’isola della Giudecca. Nell’angolo di destra un paravento disteso, dietro il quale si trova un letto. Un gran portone di riva nel fondo, da cui si vedrà la laguna e la piazzetta di San Marco, illuminata a festa. Un’immagine della Madonna e una croce appesa al muro. Un tavolo, un canapè, sul tavolo una lucerna e una lanterna accese, un’ampolla di veleno, un pugnale. Sul canapè, vari adornamenti scenici di Gioconda. A destra della scena, una lunga e buia calle.
L’isola della Giudecca. Un dolce e malinconico preludio apre l’ultimo atto. Gioconda, sola, attende l’arrivo di qualcuno. Giungono gli amici cantori, che le portano il corpo di Laura, trafugato dalla cripta. Gioconda supplica i cantori di cercare la Cieca. Rimasta sola, la donna medita il suicidio («Suicidio! In questi / Fieri momenti»).
D’improvviso la cantatrice ha l’impulso di liberarsi della rivale («Se spenta fosse!!! Siam sole… è notte… profonda è la laguna…»), ma viene interrotta da due voci dal canale lì vicino che segnalano la presenza di un cadavere nella laguna («Eh! dalla gondola, che nuove porti? – Nel Canal Orfano ci son dei morti!»). Gioconda inorridita si blocca e invoca la pietà dell’amato per ciò che stava per fare.
Proprio in quel momento sopraggiunge Enzo, liberato da Barnaba grazie all’intercessione di Gioconda. Enzo è disperato, vuole raggiungere il sepolcro di Laura e uccidersi, ma Gioconda gli dice di averla rapita. Enzo, furibondo, cerca di farsi dire dove l’ha nascosta («O furibonda iena che frughi il cimitero!»). Alla resistenza di Gioconda, sta per ucciderla («Oh, gioia, m’uccide!»), quando, proprio in quel momento, si risveglia Laura, che lo chiama per nome.
Gioconda, sopraffatta dalla vergogna, si nasconde, ma Laura rivela all’amato che è stata proprio lei a salvarle la vita. Enzo la benedice, mentre compare la barca dei cantori che intonano una Serenata, la stessa durante la quale Laura ha bevuto la pozione. Gioconda rammenta la canzone e il rosario donato a Laura dalla madre: rinnova la benedizione su Laura, e la fa fuggire sulla barca con Enzo ad Aquileia. I due giovani, commossi, la benedicono mentre si allontanano.
Disperata, Gioconda prende la spada per uccidersi, quando si ricorda della madre, e anche del patto con Barnaba. Fa per fuggire, quando le si fa innanzi Barnaba. È il momento di pagare il prezzo: la cantatrice ha promesso il suo corpo a Barnaba in cambio della liberazione di Enzo. Ma dopo averlo tenuto a bada lusingandolo («Vò farmi più gaia… più fulgida ancora…»), si lascia cadere di peso sulla spada, accoltellandosi a morte («Volesti il mio corpo, demon maledetto? E il corpo ti do!»).
Barnaba, beffato, vuole vendicarsi rivelandole che le ha appena ucciso la madre («Ier tua madre m’ha offeso… io l’ho affogata!»). Ma è tardi: Gioconda è già morta («Non ode più!»). Dopo aver emesso un alto grido di rabbia, Barnaba si dilegua scappando per le calli.
Roma-Al Teatro Anfitrione va in scena “Meglio zitelle!” di Claudio Proietti, regia di Simona Gamberini
Roma- Teatro Anfitrione ospita Meglio Zitelle!,dall’8 all’11 ottobre,Lo spettacolo scritto da Claudio Proietti, con regia e adattamento di Simona Gamberini, presentato dall’Associazione Culturale Genta Rosselli insieme alla Compagnia Lunarte.
Roma-Al Teatro va in scena “Meglio zitelle!”
Al centro della vicenda ci sono Anna, Maria e Lucia, interpretate rispettivamente da Maria Carla Generali, Marica Cotognini e Marina Benetti, tre amiche che si conoscono da quando erano bambine e che, nel corso degli anni, hanno condiviso sogni, segreti e fantasie sul futuro. Crescendo, tuttavia, ciascuna ha dovuto misurarsi con una realtà più complessa di quella immaginata, con aspettative, delusioni, compromessi e scelte che non sempre hanno coinciso con i propri desideri.
Roma-Al Teatro va in scena “Meglio zitelle!”
Per uno strano intreccio di eventi, le tre donne si ritrovano in una stanza d’albergo, uno spazio sospeso nel quale, durante una notte lunga e inattesa, sono costrette a confrontarsi con la propria storia e con tutto ciò che, nel tempo, è rimasto non detto.
Riemergono gelosie, rivalità, ripicche, false speranze e crisi personali, ma anche la paura della solitudine e il peso dei compromessi accettati per timore di restare sole. Tra ironia e momenti più intimi, la notte si trasforma in una resa dei conti dolceamara: Anna, Maria e Lucia si accusano, si difendono, si feriscono e si comprendono, fino a ritrovare nel loro legame qualcosa che sembrava essersi perduto.
La stanza d’albergo diventa così metafora delle loro vite: un luogo di passaggio nel quale fermarsi, guardarsi allo specchio e riconoscere le proprie fragilità. È proprio attraverso questo percorso che emerge una consapevolezza: non esiste un unico modo giusto di essere donna, così come il fallimento non rappresenta necessariamente una fine e la fragilità non è una colpa.
Il titolo stesso, Meglio Zitelle!, introduce una provocazione che lo spettacolo racconta con ironia, mettendo in discussione quelle aspettative attraverso cui spesso si misura spesso la vita delle donne. La commedia porta in scena tre percorsi differenti e tre modi di confrontarsi con il bisogno di sentirsi adeguate, amate e riconosciute, fino alla possibilità di scegliere, finalmente, non ciò che “si dovrebbe” fare, ma ciò che si desidera davvero.
La scelta di Claudio Proietti si inserisce anche nel percorso della Compagnia Lunarte, il cui repertorio ha affrontato negli anni tematiche di forte impatto sociale. La stessa Compagnia è attualmente impegnata nella circuitazione di Foglie Morte, spettacolo dedicato alla violenza contro le donne. Con Meglio Zitelle!, Simona Gamberini sceglie di misurarsi con una commedia che, pur attraverso un registro più leggero, conserva una dimensione profondamente legata alle relazioni, all’amicizia e alla ricerca della verità.
«Ho scelto questo testo perché oltre a volerci cimentare in un’opera più leggera, è sempre però legata a qualcosa di noi. Parla di rapporti, di amicizia, di segreti, e di una ricerca alla verità, in una chiave ironica, senza però perdere la parte più vera ed emotiva. E Claudio Proietti scrive molto bene. Ho sentito il bisogno di adattarlo e mettere qualcosa di mio perché nel momento in cui si inizia a lavorare sul testo, inevitabilmente lo vivi con sensibilità, nel conoscere le donne, l’amicizia e le relazioni» – Simona Gamberini
Il lavoro di regia si sviluppa proprio a partire da questo equilibrio tra leggerezza e verità. L’ironia nasce dalle situazioni e dalla relazione tra le tre protagoniste, mentre la componente più emotiva emerge nei momenti in cui le loro difese vengono meno e ciò che è stato taciuto trova finalmente spazio.
«Ho cercato di non forzare nulla. Se non in alcuni momenti quello che ha scritto l’autore. L’ironia nasce soprattutto dalle situazioni e dai rapporti tra le tre donne, mentre le emozioni arrivano quando cadono le difese e vengono fuori le cose che hanno taciuto. Mi interessava che si potesse ridere, ma che in una parola ci fosse anche qualcosa di vero, di riconoscibile. E in questo il testo di Claudio Proietti riesce a farlo» – Simona Gamberini
Anche la stanza d’albergo assume, nella lettura di Gamberini, una dimensione diversa da quella inizialmente immaginata dall’autore. Non soltanto un ambiente nel quale si svolge la vicenda, ma uno spazio sospeso, lontano dalla quotidianità, nel quale le tre donne non possono più sottrarsi a se stesse e alle altre.
«La stanza d’albergo è un luogo sospeso, lontano dalla quotidianità. È come se, entrando, le tre protagoniste non potessero più scappare da se stesse e dalle altre. L’ho immaginata diversa da come viene descritta dall’autore, perché a volte siamo noi, in una situazione di nervosismo, a vedere le cose come non sono. In quello spazio chiuso, a un piano alto, le protagoniste possono invece ritrovare una forma inattesa di libertà e dirsi ciò che, nella vita di tutti i giorni, avrebbero tenuto nascosto» – Simona Gamberini.
Accanto alle tre protagoniste, Meglio Zitelle! si avvale delle voci fuori campo di Stefano Masciarelli, Maurizio Mattioli, Andrea Roncato e Antonio Catania, quattro interpreti che contribuiscono alla costruzione della dimensione corale dello spettacolo.
Al centro rimane, tuttavia, il rapporto tra le tre donne e la possibilità, attraverso una notte di confessioni, scontri e riconoscimenti, di mettere in discussione le definizioni con cui spesso si cerca di stabilire quale sia il modo “giusto” di vivere.
«Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dallo spettacolo con un sorriso, magari riconoscendosi per un attimo in una battuta, in una fragilità, in una gelosia, in una paura o in qualcosa che le ragazze non hanno detto. E soprattutto mi piacerebbe che restasse l’idea che non esiste un modo giusto o unico di essere donna e che, anche dopo tanti anni e tante scelte, possiamo ancora decidere che cosa vogliamo davvero» – Simona Gamberini
Roma-Al Teatro va in scena “Meglio zitelle!”
MEGLIO ZITELLE!
Teatro Anfitrione – Via San Saba 24, Roma
dall’8 all’11 ottobre 2026
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini – Trama, Libretto, Opera completa e Personaggi–
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini
La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo è un’opera lirica in due Atti di Gioachino Rossini su libretto di Jacopo Ferretti.Come suggerisce il nome, il soggetto dell’Opera è tratto dalla celebre fiaba di Charles Perrault; in realta, più ancora che alla favola, il testo del romano Jacopo Ferretti si rifà ad altri due libretti d’opera: “Cendrillon” di Charles Guillaume Etienne per Nicolò Isouard (1810) e “Agatina, o la virtù premiata” di Stefano Pavesi per Francesco Fiorini (1814).
Il riferimento principale però è quello alla favola di Charles perrault, soprattutto per ragioni morali: a differenza di alcune versioni più aspre e violente del racconto, lo scrittore francese enfatizzò nella sua favola gli elementi del perdono e della virtù. Valori molto vicini alla sensibilità del tempo e certamente graditi al vaglio Pontificio.
Sullo sfondo della vicenda, però, fa capolino una società degradata, calata a pennello nell’atmosfera romana di quegli anni, pervasa dalla corruzione, da una nobiltà decadente e scialacquante, da gravi disagi tra i ceti sociali più poveri.
Sotto le spoglie di un buonismo (obbligato dalla pesante censura pontificia), si intravede la lettura sarcastica di una fiaba amara più che zuccherosa.
La prima rappresentazione ebbe luogo il 25 gennaio 1817 al Teatro Valle di Roma. Il contralto Geltrude Righetti Giorgi (già la prima Rosina del Barbiere di Siviglia), interpretò il ruolo di Cenerentola.
Il debutto, pur non provocando uno scandalo paragonabile a quello del Barbiere di Siviglia, fu un insuccesso.
Solo dopo alcune recite, l’opera incontrò il favore del pubblico, diventando molto popolare, sia in Italia che all’estero.
Don Ramiro, principe di Salerno – tenore
Dandini, suo cameriere – baritono
Don Magnifico, barone di Montefiascone, padre di Clorinda e Tisbe – basso buffo
Clorinda, figlia di Don Magnifico – soprano
Tisbe, figlia di Don Magnifico – soprano
Angelina, sotto il nome di Cenerentola, figliastra di Don Magnifico – mezzosoprano
Alidoro, filosofo, maestro di Don Ramiro – basso
Dame che non parlano – comparse
Coro di cortigiani del Principe
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini
ATTO I In un salone del decadente castello di don Magnifico
Le due figlie di don Magnifico, Clorinda e Tisbe, si pavoneggiano alla specchio. La figliastra di don Magnifico, Angelica (Cenerentola), da par suo canta lamentando la sua situazione. Le sorellastre la zittiscono proprio mentre entra in scena Alidoro (precettore del principe don Ramiro), sotto le false spoglie di mendicante. Il suo scopo è spiare le tre fanciulle e riferire al principe i loro comportamenti, Il principe è infatti in cerca di una moglie alla sua altezza.
Il falso mendicante viene maltrattato da Clorinda e Tisbe; solo Angelica lo aiuta, dandogli di nascosto un po’ di caffè. Mentre Alidoro se ne va, alcuni cavalieri segnalano l’arrivo a castello del principe. Le fanciulle vanno prontamente a svegliare don Magnifico; egli raccomanda alle fanciulle di fare una buona impressione sul principe.
A seguire entra il principe don Ramiro, vestito da paggio; egli ha infatti scambiato le vesti con il servo Dandini, per spiare di nascosto le fanciulle.
Tra il principe in incognito e la giovane Cenerentola scocca subito l’amore.
Entra in scena Dandini, insieme ala famiglia reale, in pompa magna. Nessuno dei presenti si accorge dello scambio di persona attuato dai due. Dandini mantiene la messa in scana, lusingando le sorelle con fare civettuolo. Cenerentola chiede al padre il permesso di andare alla festa organizzata dal principe a cui tutti si stanno recando, ma egli le nega con sdegno il permesso.
Alidoro comprende l’animo gentile della giovane Cenerentola e decide di aiutarla.
Nel palazzo reale, donRamiro e Dandini (ancora con le vesti scambiate), parlano con le figlie di don Magnifico e decidono di metterle alla prova: Dandini (vestito da principe) informa che una ragazza sarà sua sposa, mentre la sorella andrà a don Ramiro. Nessuna delle due giovani accetta il corteggiamento del finto servo.
Una strana ragazza, vestita elegamentemente e con il volto celato, giunge a castello: si tratta di Cenerentola, vestita per l’occasione dal fido Alidoro.
Don Magnifico e le figlie, per un attimo, colgono una somiglianza tra la giovane misteriosa e Cenerentola; i loro dubbi vengono però subito smentiti.
Dandini intanto richiama gli invitati a tavola.
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini
ATTO II
Don Magnifico riconosce senza ombra di dubbio Cenerentola nella giovane donna con il volto celato, ma è sicuro che il principe sceglierà o Clorinda o Tisbe. L’anziano barone confida anche alle due ragazze che ha potuto farle vivere nella ricchezza, appropriandosi e sperperando il patrimonio di Angelina.
Cenerentol dal canto suo, rifiuta infastidita le proposte di Dandini, dicendogli di essere innamorata del suo “paggio”; queste parole riempiono di gioa don Ramiro, il quale riceve un braccialetto da Cenerentola, dicendogli che se veramente vuole amarla, dovrà cercarla e restituirglielo. La giovane ragazza fugge, mentre Ramiro è più che mai deciso a ritrovarla.
Dandini rivela a don Magnifico di essere in realtà il servo del principe; don Magnifico, adirato e indignato, se ne va. Nel frattempo Cenerentola, tornata a casa, ripensa alla magia di quella sera alla festa. I suoi pensieri vengono interrotti dal ritorno a casa di don Magnifico e le sorellastre, irati per la rivelazione.
Inatnto un violento temporale (e il provvidenziale aiuto di Alidoro), fanno in modo che la carrozza del principe si rompa proprio davanti il palazzo di don Magnifico.
Don Magnifico non demorde, è ancora intenzionato a far sposare al principe una delle sue figlie; chiede quindi a Cenerentola di porgere una sedia al regale ospite. Cenerentola porge una sedia a Dandini, ma il barone le svela lo scambio di abiti, rivelando la vera identità di don Ramiro. I due giovani si riconoscono immediatamente, mentre i parenti sfogano la loro ira contro Cenerentola.
Dandini e don Ramiro la difendono, reclamando vendetta verso la famiglia di lei. L’animo nobile e gentile di Cenerentola la spinge a chiedere la grazia al principe per la sua famiglia, nonostante le tante angherie subite, rendendo il perdono la sua unica vendetta.
Mentre i due promessi sposi si riuniscono, arriva anche Alidoro, tutto contento per la sorte capitata alla giovane Angelina.
Divenuta ormai principessa, Cenerentola concede il perdono ai suoi familiari, i quali sottolineano la sua nobiltà d’animo affermando che nessun trono sia veramente degno di lei.
Roma | Convegno “Tutto è documento?” all’Archivio di Stato-
L’archivio, come è noto, “archivizza” tutto quello che vi si sedimenta, conferendogli autenticità, situandolo nel tempo, rendendolo documento. E negli archivi, oltre e accanto alle carte, si trova infatti sedimentata spesso e volentieri una varietà di risorse non documentarie, fatta, oltre che di foto e materiale grafico, di risorse bibliografiche (manifesti, statuti, bandi, periodici, opuscoli, libri, letteratura grigia) e di beni mobili di ogni specie (oggetti di uso quotidiano, corpi di reato, contrassegni, campioni etc.). Non di rado, gli uni e le altre costituiscono oltre tutto pezzi rari, a volte unici, che sempre o quasi rischiano di restare nascosti in un cono d’ombra conoscitivo che li sottrae all’attenzione di ricercatori e di professionisti. Questi materiali, sempre a rischio di venire trascurati per mancanza di tempo, di fondi, di competenze specifiche o di un adeguato strumentario concettuale, pongono sfide specifiche e affascinanti alla comunità archivistica dal punto di vista della descrizione e della valorizzazione.
Il convegno vuole quindi offrire uno spazio di incontro, confronto e apprendimento su queste entità archivistiche atipiche, parte integrante e a pieno titolo del complesso archivistico, e che si trovano ad essere collegate ai documenti “classici” in modi molto variabili dal punto di vista genetico, concettuale e materiale, tanto da configurare, in qualche caso, forme inattese di vincolo. Da qui i temi affrontati negli interventi presentati: come gettare luce su oggetti culturali apparentemente anomali perché sedimentati in contesti inattesi, in cui nessuno li cercherebbe mai? Come comunicare la complessità (e quindi la ricchezza) informativa di materiali che sono, per un verso, beni dotati di valore individuale (bibliografico, storico-artistico, demoetnoantropologico, etc.) e, per altro verso, parti di complessi organici di documenti? Come affrontare le sfide della loro rappresentazione, digitalizzazione, valorizzazione? Quali i possibili spazi virtuali per queste risorse? E ancora: come gestire la sedimentazione ibrida di beni in ottica MAB, e la sua natura (occasionale? necessaria?) dal punto di vista concettuale, descrittivo, conservativo?
Nel proposito di misurarsi con questi interrogativi, il convegno riunirà docenti, ricercatori, professionisti delle scienze archivistiche e, più in generale, esperti a vario titolo di risorse MAB, con l’obiettivo di condividere esperienze, discutere criticità e questioni metodologiche, promuovere approcci interdisciplinari.
Comitato scientifico-organizzativo
Riccardo Gandolfi, Claudia Ambrosio, Maria Boccuzzi, Eleonora Lattanzi, Angelo Restaino (Archivio di Stato di Roma)
Flavia Bruni (Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane – ICCU)
Marco Lanzini (Università di Bergamo)
Maria Onori (Museo delle Civiltà)
Segreteria amministrativa
Martina Barile
Archivio di Stato di Roma – Sala Alessandrina
INFORMAZIONI PRATICHE
Sede: Archivio di Stato di Roma, Sala Alessandrina – Complesso di Sant’Ivo alla Sapienza, Corso del Rinascimento 40
Data: martedì 6 – mercoledì 7 ottobre 2026
In presenza fino ad esaurimento posti, oppure in diretta streaming
Informazioni: as-rm@cultura.gov.it
Ufficio stampa: Archivio di Stato di Roma · 06 6723 5600 · as-rm[at]cultura.gov.it
Rome | Conference titled “Is Everything a Document?” at the State Archives
The Rome State Archives, upon completion of the Re.Wi.Re. project—“Resources Within Resources: The Processing of Non-Documentary Resources Accumulated in an Archival Context”—is holding a conference titled “Is Everything a Document?” Reflections and Practices on MAB Resources in an Archival Context, which will take place on October 6 and 7, 2026, in the Sala Alessandrina.
As is well known, an archive ‘archives’ everything that accumulates within it, conferring authenticity upon it, situating it in time, and transforming it into a document. And in archives, alongside and in addition to papers, one often finds a variety of non-documentary resources, comprising not only photographs and graphic material but also bibliographic resources (posters, statutes, notices, periodicals, leaflets, books, grey literature) and movable objects of all kinds (everyday objects, evidence from criminal cases, badges, samples, etc.). Not infrequently, both types of material consist, above all, of rare, and sometimes unique, items that almost always risk remaining hidden in a shadow of ignorance that keeps them out of the sight of researchers and professionals. These materials, which are constantly at risk of being overlooked due to a lack of time, funding, specialist expertise or an adequate conceptual framework, present specific and fascinating challenges to the archival community in terms of their description and promotion.
The conference therefore aims to provide a forum for meeting, discussion and learning about these atypical archival entities, which form an integral and fully-fledged part of the archival complex and which are linked to ‘classic’ documents in ways that vary greatly from a genetic, conceptual and material perspective, to the extent that, in some cases, they give rise to unexpected forms of connection. Hence the themes addressed in the presentations: how can we shed light on cultural objects that appear anomalous because they have become embedded in unexpected contexts, where no one would ever look for them? How can we communicate the informational complexity (and therefore the richness) of materials which are, on the one hand, assets possessing individual value (bibliographic, historical-artistic, demo-ethno-anthropological, etc.) and, on the other hand, parts of organic document complexes? How can we tackle the challenges of their representation, digitisation and promotion? What are the possible virtual spaces for these resources? And furthermore: how should we manage the hybrid accumulation of assets from a MAB perspective, and its nature (accidental? necessary?) from a conceptual, descriptive and conservationist point of view?
With a view to addressing these questions, the conference will bring together lecturers, researchers, professionals in the field of archival science and, more generally, experts in various capacities on MAB resources, with the aim of sharing experiences, discussing critical issues and methodological questions, and promoting interdisciplinary approaches.
Scientific and Organising Committee
Riccardo Gandolfi, Claudia Ambrosio, Maria Boccuzzi, Eleonora Lattanzi, Angelo Restaino (Archivio di Stato di Roma)
Flavia Bruni (Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane – ICCU)
Marco Lanzini (Università di Bergamo)
Maria Onori (Museo delle Civiltà)
Administrative Secretariat
Martina Barile
Roma | Convegno “Tutto è documento?” all’Archivio di Stato-
Isma’il Pascià, Chedivè d’Egitto, commissionò un inno a Verdi per celebrare l’apertura del Canale di Suez (1868) nel 1860, offrendo un compenso di 80.000 franchi, ma Verdi rifiutò, dicendo che non scriveva musica d’occasione[1]. Invece, quando venne l’invito (Mariette mandò uno schema di libretto su un soggetto egiziano a Camille du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi che lo sottopose a Verdi, che trovò la storia valida) a comporre un’opera per l’inaugurazione del nuovo teatro de Il Cairo, Verdi accettò. Il 27 aprile 1870 Mariette scriveva a du Locle: «Ciò che il Viceré vuole è un’opera egiziana esclusivamente storica. Le scene saranno basate su descrizioni storiche, i costumi saranno disegnati avendo i bassorilievi dell’alto Egitto come modello». La prima dell’opera fu ritardata a causa della guerra franco-prussiana, dato che i costumi e le scene erano a Parigi sotto assedio. Il teatro del Cairo s’inaugurò invece con Rigoletto nel 1869. Quando finalmente la prima ebbe luogo ottenne un enorme successo e ancora oggi continua ad essere una delle opere liriche più famose. Verdi raggiunse un effetto sensazionale con l’utilizzo, nella Marcia trionfale, di lunghe trombe, del tipo delle trombe egiziane o delle buccine romane («…com’erano le Trombe nei tempi antichi»[2]), appositamente ricostruite per l’occasione, ma dotate di un unico pistoncino nascosto da un panno a forma di vessillo o gagliardetto[3].
La prima rappresentazione avvenne quindi al Teatro khediviale dell’Opera del Cairo il 24 dicembre 1871, diretta da Giovanni Bottesini. Per l’anteprima italiana sotto la sua diretta supervisione, Verdi scrisse una ouverture, che però alla fine non venne eseguita per un ripensamento, considerando il breve preludio più organico ed efficace.
Originariamente, Verdi scelse di scrivere un breve preludio orchestrale invece di una piena apertura per l’opera. Ha quindi composto un’ouverture della varietà “pot-pourri” per sostituire il preludio originale. Tuttavia, alla fine, decise di non far eseguire l’ouverture a causa della sua – parole sue – “pretenziosa insipidezza”. Questa ouverture, mai usata oggi, è stata raramente eseguita da Arturo Toscanini e dalla NBC Symphony Orchestra il 30 marzo 1940, ma non è mai stata emessa in commercio[4].
Aida ha incontrato grandi consensi quando è stata finalmente inaugurata al Cairo il 24 dicembre 1871. I costumi e gli accessori per la prima sono stati disegnati da Auguste Mariette, che ha anche curato il design e la costruzione dei set, realizzati dai pittori di scena dell’Opéra di Parigi: Auguste-Alfred Rubé e Philippe Chaperon (atti 1 e 4) e Édouard Desplechin e Jean-Baptiste Lavastre (atti 2 e 3) e spediti nella città egiziana[5]. Anche se Verdi non partecipò alla prima, era molto insoddisfatto del fatto che il pubblico fosse composto da personalità, politici e critici invitati, ma non membri del pubblico in generale[6]. Egli ha pertanto considerato la prima italiana (ed europea), tenutasi a La Scala di Milano in data 8 febbraio 1872, e una performance in cui è stato fortemente coinvolto in ogni fase, come essere la sua vera prima.
Verdi aveva anche scritto il ruolo di Aida per la voce di Teresa Stolz, che la cantò per la prima volta alla premiere di Milano. Il compositore aveva chiesto al fidanzato della cantante, Angelo Mariani, di dirigere la prima del Cairo, ma lui rifiutò, così la scelta cadde su Giovanni Bottesini. L’interprete di Amneris a Milano, Maria Waldmann, era la sua favorita per il ruolo e lo ripeté un numero di volte su sua richiesta[7].
Aida, principessa figlia del Re di Etiopia Amonasro, vive a Menfi come serva; gli Egizi l’hanno catturata durante una spedizione militare contro l’Etiopia ignorando la sua vera identità. Suo padre ha organizzato un’incursione in Egitto per liberarla dalla prigionia. Ma fin dalla sua cattura, Aida è innamorata, ricambiata, del giovane guerriero Radamès. Aida ha però una pericolosa rivale, Amneris, la figlia del Faraone d’Egitto. Giunta Aida, Amneris intuisce che la serva possa essere la fiamma di Radamès e falsamente la consola dal suo pianto. Appare il Faraone assieme agli ufficiali e Ramfis che introduce un messaggero recante le notizie dal confine. Aida è preoccupata: suo padre sta marciando contro l’Egitto. Il Faraone dichiara che Radamès è stato scelto da Iside come comandante dell’esercito che combatterà contro Amonasro. Il cuore di Aida è diviso tra l’amore per il padre e la Patria e l’amore per Radamès.Scena II:Interno del tempio di Vulcano a Menfi.
Cerimonie solenni e danza delle sacerdotesse. Investitura di Radamès come comandante in capo.
Atto II
Le Buccine della Marcia trionfale, II atto, nell’allestimento del 2011 all’Arena di Verona
Scena I:Stanza di Amneris
Danze festose e musica nelle stanze di Amneris. Amneris riceve la sua schiava Aida e ingegnosamente la spinge a dichiarare il suo amore per Radamès, mentendole dicendo che egli è morto in battaglia; la reazione di Aida alla notizia la tradisce rivelando l’amore segreto per il guerriero. Amneris, alla luce della scoperta, la minaccia: ella è la figlia del Faraone e può tutto a differenza della povera serva. Con orgoglio Aida rivela che anche lei è di nobile rango, ma se ne pente ben presto e cerca il perdono. Risuonano da fuori le trombe della vittoria. Amneris obbliga Aida a vedere con lei il trionfo dell’Egitto e la sconfitta del suo popolo. Aida è disperata…Scena II:Uno degli ingressi della città di Tebe.
Radamès torna vincitore. Marcia trionfale. Il faraone decreta che in questo giorno il trionfatore Radamès potrà avere tutto quello che desidera. I prigionieri etiopi sono condotti alla presenza del Re e Amonasro è uno di questi. Aida immediatamente accorre ad abbracciare il padre, ma le loro vere identità sono ancora sconosciute agli Egizi. Amonasro infatti dichiara che il Re etiope è stato ucciso in battaglia. Radamès per amore di Aida chiede come esaudimento del desiderio offertogli dal Re il rilascio dei prigionieri. Il Re d’Egitto, grato a Radamès, lo proclama suo successore al trono concedendogli la mano della figlia Amneris e fa inoltre rilasciare i prigionieri, ma, su consiglio di Ramfis, fa restare Aida e Amonasro come ostaggi per assicurare che gli etiopi non cerchino di vendicare la loro sconfitta.
Atto III
Scena I: Le rive del Nilo, vicino al tempio di Iside
Aida e il padre sono tenuti in ostaggio; il Re etiope, meditando una vendetta per la sconfitta subita, costringe la figlia a farsi rivelare da Radamès la posizione dell’esercito egizio. Radamès ha solo apparentemente consentito di diventare il marito di Amneris, e fidandosi di Aida, durante la conversazione in cui decidono di fuggire insieme, le rivela per incauta confidenza le informazioni richieste dal padre. Amonasro, che era rimasto nei paraggi origliando la conversazione, rivela la sua identità e, all’arrivo delle guardie, fugge con Aida; Radamès, disperato per avere involontariamente tradito il suo Faraone e la sua Patria, si consegna prigioniero al sommo sacerdote.
Atto IV
Scena I: Sala nel palazzo del Faraone; andito a destra che conduce alla prigione di Radamès
Amneris desidera salvare Radamès di cui conosce l’innocenza, supplicandolo di discolparsi, ma egli rifiuta. Il suo processo ha luogo fuori dal palcoscenico; egli tace e non si pronuncia in propria difesa, mentre Amneris, che rimane sul palco, si appella ai sacerdoti affinché gli mostrino pietà. Radamès viene condannato a morte per alto tradimento e sarà sepolto vivo. Amneris maledice i sacerdoti mentre Radamès viene portato via.Scena II:L’interno del tempio di Vulcano e la tomba di Radamès; la scena è divisa in due piani: il piano superiore rappresenta l’interno del tempio splendente d’oro e di luce, il piano inferiore un sotterraneo.
Radamès crede di essere solo, ma pochi attimi dopo si accorge che Aida si è nascosta nella cripta per morire con lui. I due amanti accettano il loro terribile destino, confermano l’amore l’un per l’altro, dicono addio al mondo e alle sue pene e aspettano l’alba, mentre Amneris piange e prega sopra la loro tomba durante le cerimonie religiose e la danza di gioia delle sacerdotesse.
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