Descrizione del libro Mille e una Callas-Voci e studi-A cura di Luca Aversano e Jacopo Pellegrini-Quodlibet S.r.l.-Tutti hanno sentito il suo nome, molti hanno udito la sua voce.La parabola spettacolare di un’artista che conobbe un’ascesa scabrosa benché non avara di riconoscimenti, fino a un culmine breve come tutti i culmini, e una prolungata, malinconica discesa verso una brusca morte misteriosa, ha ispirato romanzi, poesie, testi teatrali e musicali, spettacoli di danza, film, programmi radiofonici e televisivi. Crisalide mutatasi in icona di eleganza femminile, la greco-americana si fece italiana, anzi veneta (di Verona) e poi milanese, per finire francese o quasi: l’essenza internazionale del melodramma italiano non poteva essere sancita in forma più apodittica. Il suo canto, ora osannato ora censurato, il suo stile interpretativo paragonato alle grandi voci dell’Ottocento, le sue riconosciute facoltà di attrice hanno riportato prepotentemente l’opera lirica al centro del dibattito intellettuale, hanno aperto nuovi sentieri nel repertorio, hanno contribuito a rafforzare in Italia il ruolo della regìa operistica. Maria Callas (1923-1977) è tutto questo. Per la prima volta, filosofi, storici della letteratura, dell’arte, del teatro, del cinema, della danza, della moda, sociologi della comunicazione indagano gli effetti della sua presenza umana e artistica nella sfera dello spettacolo e del costume sociale. Lo studio del lascito artistico è affidato ai musicologi, impegnati anche a delineare possibili metodologie per un terreno di ricerca ancora poco dissodato – almeno in Italia – quale è l’interpretazione musicale. Dei ricordi parlano testimoni diretti e amici del grande soprano.
Rinoceronte Editora | Avenida de Lugo, 15, 36940 Cangas do Morrazo (Pontevedra)
Lume branco escolma os poemas dos últimos anos de vida de Antonia Pozzi, escritos entre os anos 1935 e 1938. Unha poesía que dá conta da súa intelixencia, a súa sensibilidade e a súa bagaxe intelectual. Uns poemas poboados de natureza e montaña, de soidade e morte, nos que tamén destaca a súa fonda preocupación pola crise social e política que vivían Italia e mais o resto de Europa no período de entreguerras.
Antonia POZZI
Antonia Pozzi
Biografia di Antonia Pozzi (Milán, 1912-1938)é unha das poetas italianas máis fascinantes do século xx, aínda que, tras a súa morte, a súa obra tardou décadas en ser debidamente recoñecida e estudada. De clase acomodada, Pozzi formou parte dos círculos intelectuais do Milán do momento, coñeceu en profundidade a cultura europea e amosou unha gran preocupación pola crise social e política que ameazaba o continente na década de 1930. Suicídase con só 26 anos, deixando tras de si unha obra poética asombrosa que se verte agora por primeira vez ao galego.
Figlia di Roberto Pozzi, importante avvocato originario di Laveno e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi,[1] Antonia scrive le prime poesie ancora adolescente. Studia nel Regio Liceo – Ginnasio Alessandro Manzoni di Milano, dove intreccia una relazione con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, la quale verrà interrotta nel 1933 a causa delle forti ingerenze da parte dei suoi genitori.
Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi molteplici interessi culturali, coltiva la fotografia, ama le lunghe escursioni in bicicletta, progetta un romanzo storico sulla Lombardia, studia tedesco, francese e inglese. Viaggia, seppur brevemente, oltre che in Italia, in Francia, Austria, Germania e Inghilterra, ma il suo luogo prediletto è la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, ai piedi delle Grigne, nella provincia di Lecco, dove si trova la sua biblioteca e dove studia, scrive a contatto con la natura solitaria e severa della montagna. Di questi luoghi si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie; mai invece descrizioni degli eleganti ambienti milanesi, che pure conosceva bene.
La grande italianista Maria Corti, che la conobbe all’università, disse che «il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili».
Avvertiva certamente il cupo clima politico italiano ed europeo: le leggi razziali del 1938 colpirono alcuni dei suoi amici più cari: «forse l’età delle parole è finita per sempre», scrisse quell’anno a Sereni.
A soli ventisei anni si tolse la vita[3] mediante ingestione di barbiturici in una sera nevosa di dicembre del 1938, nel prato antistante all’abbazia di Chiaravalle, dopo esservisi recata in bicicletta: nel suo biglietto di addio ai genitori parlò di «disperazione mortale»; la famiglia negò la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite. Il testamento della Pozzi fu distrutto dal padre, che manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite.
È sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo: il monumento funebre, un Cristo in bronzo, è opera dello scultore Giannino Castiglioni. Il comune di Milano le ha intitolato una via.
Antonia Pozzi
Antonia Pozzi nella cultura di massa
Antonia Pozzi è stata raccontata nel cine-documentario della regista milanese Marina Spada, Poesia che mi guardi, presentato fuori concorso alla 66ª Mostra del Cinema di Venezia, tenutasi nel 2009.[5] In occasione del centenario della nascita della poetessa, i registi lecchesi Sabrina Bonaiti e Marco Ongania hanno realizzato un film documentario prodotto da Emofilm intitolato “Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa “, presentato in anteprima a Lecco e Pasturo nel marzo 2014.[6][7][8]
È citata in Chiamami col tuo nome, uscito nel 2017, dal personaggio di Marzia (Esther Garrel) che riceve un libro di sue poesie dal protagonista, Elio (Timothée Chalamet). Nel film, ambientato nell’estate del 1983, Elio dona a Marzia una copia dell’edizione Garzanti di Parole curata da Alessandra Cenni e Onorina Dino per la collana Poesia. Questa edizione nella realtà è comparsa per la prima volta nel 1989.
Antonia Pozzi- Poesia “VIAGGIO AL NORD” Berlino, febbraio – marzo 1937Antonia Pozzi: la Poetessa dell’AnimaANTONIA POZZI-Copia del manoscritto PREGHIERA ALLA POESIAANTONIA POZZI-PoetessaANTONIA POZZI-PoetessaAntonia PozziAntonia Pozzi: la Poetessa dell’AnimaAntonia Pozzi: la Poetessa dell’AnimaAntonia Pozzi: la Poetessa dell’AnimaAntonia Pozzi: la Poetessa dell’Anima
On a breezy morning in August 1926, nineteen-year-old Gertrude Ederle jumped into the cold waters of the English Channel. With her muscles relaxed from some rest after months of grueling training and her body coated head to toe in a mixture of lanolin, petroleum jelly, and grease for insulation against the chill and protection against the swarms of jellyfish, she felt determined and excited to attempt what no woman and only five men had ever done: swim across the Channel.
Gertrude Caroline Ederle was born to German immigrant parents in New York City on October 23, 1905. The third of six children, she grew up in a lively household in Manhattan’s Upper West Side, where during summer months, Gertrude’s family would take outings to the New Jersey shore. It was on these sunny childhood days that a passion for swimming blossomed.
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Soon, she turned the joy into a pursuit of competitive swimming, where success came quickly. Gertrude set her first world record at the age of 12. Between the ages of 15 and 19, she set 29 national and world records. In 1924, she represented the United States at the Paris Olympics, earning one gold medal in the 4×100-meter freestyle relay and two bronze medals in individual freestyle events.
Yet, she wanted to challenge herself more, to push her physical limits. And she also wanted to challenge the societal expectations placed on women. Which were many at the time.
Gertrude set her sights on swimming across the English Channel. Often referred to as the “Mount Everest of swimming” for its cold, rough waters teeming with jellyfish, the twenty-one-mile span was considered the ultimate test of endurance. Many believed that women were not physically capable of such a feat. Gertrude became determined to prove them wrong.
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Her first attempt in 1925 ended in disappointment. Thinking she was in distress, her trainer touched Gertrude as he attempted to pull her from the water, disqualifying the swim. Though upset, Gertrude thought of her motto, if at first you don’t succeed, try, try again. “I am going to attempt to swim the English Channel again next July,” she said to herself.
For her second attempt, she hired a new coach and developed a rigorous training regimen, swimming four hours a day. She also designed a pair of goggles to better protect her eyes and a more aerodynamic swimsuit that minimized drag in the water.
On August 6, 1926, she started the swim at Gris-Nez, France with a tugboat carrying her coach and supporters trailing, offering encouragement and supplies of broth and sugar cubes for energy. She gave her team of supporters strict instructions about taking her out of the water: “until I get there or I can’t move.”
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
The swim was a battle from the start. Just a few minutes in, rough swells made her consider quitting. “But I thought I had to make a showing so I just kept on and on and on. When I got a few miles out I was confident I could make it and kept on,” Gertrude later said.
Pushing through while singing her favorite song, Let Me Call You Sweetheart, she swam and swam. Even when her coach encouraged her to stop, Gertrude continued. “It’s today or never, Pop,” she shouted to her father and supporters on the tugboat. He replied, “Kiddie finish it.”
After 14 hours and 39 minutes, Gertrude emerged from the water onto the shores of Kingsdown, England. Her time was over two hours faster than the fastest man to have swum the Channel. Exhausted but triumphant, Gertrude became an international sensation. Newspapers worldwide hailed her achievement, and she was welcomed home to a ticker-tape parade in New York City attended by an estimated two million people. President Calvin Coolidge called her “America’s Best Girl,” a title she cherished throughout her life.
Gertrude soon retired and largely retreated from the public eye. She spent her later years teaching swimming to deaf children, a cause close to her heart as she herself became partially deaf after a childhood accident. On November 30, 2003, she passed away at the age of 98.
Sources:
Hasday, Judy L.. Extraordinary Women Athletes. United States, Children’s Press, 2000.
Lillian Cannon, of Baltimore, Md., offering her best wishes to Gertrude Ederle, as she starts out from Cape Griz Nez, France, on her successful attempt to swim the English Channel. Photograph. Retrieved from the Library of Congress, <loc.gov/item/95503395/>.
Parade for Gertrude Ederle coming up Broadway, New York City, with large crowd watching / photo by staff photographer. Photograph. Retrieved from the Library of Congress, <loc.gov/item/98510485/>.
Gianmauro Maria Barchiesi-Evoluzione della meccanizzazione agricola dalla Roma Antica all’Agro Romano e Bonifiche-
L’Autore – Gianmauro Maria Barchiesi–Laureato in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Milano,ho ricoperto ruoli di responsabilità nel mondo delle case automobilistiche tedesche (Volkswagen, Audi, Mercedes Benz, Porsche).Per alcuni anni sono stato anche responsabile tecnico delle macchine agricole New Holland, e delle attrezzature agricole Maschio Gaspardo per le provincie di Milano, Pavia, Lodi e Piacenza. Nel ricoprire questo ruolo, ho maturato la passione di approfondire l’evoluzione delle attrezzature di lavorazione della terra in Italia nel corso dei secoli.Trasferitomi da pochi anni da Cremona, dove sono nato, a Roma, sono rimasto incantato dalla bellezza della Campagna Romana.
La produttività del suolo è in rapporto strettissimo con la quantità e la qualità delle arature.
Dall’epoca Romana e fino all’anno Mille, nell’agro romano venivano utilizzati tre tipi di aratro:
l’aratro semplice (Aratrum)
l’aratro semplice (Aratrum) con il vomere in legno temperato a forma di uncino e parte terminale a punta di freccia, che si limitava a scalfire superficialmente la terra, non rovesciava le zolle e richiedeva quindi due passate ortogonali ed una successiva lavorazione manuale con la vanga. Questa tecnica portò ad avere una forma del terreno coltivato generalmente quadrangolare.
l’aratro con vomerein ferro (Aratrumversorium), introdotto verso il I° secolo A.C., che aggiungeva al vomere un coltro (coltello) metallico per penetrare più in profondità nel terreno
l’aratro con ruote (Aratrum Plaumoratum): che appunto aggiungeva le ruote al versorium per una migliore manovrabilità
l’aratro con ruote (Aratrum Plaumoratum)
A partire dall’anno Mille, l’aumento della produzione agricola portò ad una crescita demografica che favorì la nascita di nuovi borghi.
I maggiori raccolti non furono soltanto favoriti da un miglioramento del clima che si verificò in quel periodo, ponendo termine alla cosiddetta “piccola era glaciale” che aveva afflitto i secoli precedenti, ma anche dall’introduzione di alcune innovazioni.
L’aratro pesante fu una delle innovazioni più significative del Medioevo: introdotto tra l’ XI° e il XII° secolo, rivoluzionò l’agricoltura europea.
Dotato di un vomere asimmetrico ed un versoio in ferro, permetteva di tagliare e ribaltare completamente le zolle, a differenza dell’aratro precedente, che smuoveva solo superficialmente il terreno. Includeva un coltro verticale per scavare solchi profondi e un avantreno mobile che migliorava la stabilità e la manovrabilità. Realizzato con parti in ferro, era più resistente ed adatto ai terreni argillosi e compatti, tipici dell’Europa settentrionale.
Nacque infatti nel nord della Francia, diffondendosi rapidamente e diventando il simbolo del progresso agricolo del basso medioevo.
Rivestì un ruolo importante nello sviluppo della civiltà europea:
Contribuì alla crescita demografica dell’XI°-XIII° secolo, grazie alla maggiore disponibilità di cibo.
Accentuò le differenze sociali: solo gli agricoltori più abbienti potevano permettersi il costo elevato dell’aratro e degli animali da traino: i meno ricchi dovettero adattarsi a diventarne cooperatori.
L’Aratro Pesante
Questo scenario rimase pressochè immutato fino alla fine del ‘700.
La vera svolta della meccanizzazione della Campagna Romana rappresentò un processo storico fondamentale, strettamente legato alle trasformazioni economiche, sociali e politiche dell’Italia tra Ottocento e Novecento.
Ai primi dell’800, la campagna romana era dominata da vasti latifondi, proprietà di nobili famiglie (Barberini, Borghese, Torlonia) o della Chiesa. L’agricoltura era estremamente arretrata: basata su pascolo brado, cereali a rotazione lunghissima (con maggese) e poche colture intensive. Il lavoro manuale e l’uso di animali (buoi) erano la norma.
Le Paludi malariche (Agro Pontino, ma anche zone vicine a Roma), la mancanza di manodopera stabile (bracciantato stagionale), l’assenza di infrastrutture e la bassissima produttività erano problemi strutturali
Solo dopo l’Unità d’Italia (1870) Lo Stato Italiano avviò i primi studi per la bonifica e si cominciò a parlare di modernizzazione.
Sotto questo impulso, alcuni grandi proprietari illuminati iniziarono a sperimentare le prime macchine:
Arature Profonde: Introduzione di aratri pesanti trainati da buoi per rompere la crosta superficiale (“sod breaking”).
Nel 1800, l’aratro pesante subì significativi miglioramenti grazie alla rivoluzione industriale.
Si adottò l’acciaio per vomeri e versoi, aumentandone la durata e l’efficienza. In Inghilterra, Robert Ransome nel 1789 avviò la produzione industriale di aratri completamente metallici, seguita da altri produttori, come Finlayson, Howard e Garrett .
ARATRO FINLAYSON
L’introduzione del versoio elicoidale (es. aratro di Ridolfi in Toscana) permise di rivoltare meglio le zolle, definendo la struttura moderna con bure, coltro, vomere e versoio .
Sebbene ancora trainati da buoi o cavalli, gli aratri pesanti iniziarono a essere adattati alle prime macchine a vapore verso fine secolo .
Aratro Ridolfi
Le principali innovazioni introdotte furono:
– Avantreno a ruote: Presente già dal Medioevo, ma perfezionato per stabilizzare la profondità di lavoro .
– Vomere asimmetrico in metallo: Consentiva di lavorare terreni compatti e argillosi con meno sforzo .
– Richiedeva 2-4 buoi o cavalli e due operatori: uno per guidare gli animali, l’altro per regolare l’aratro .
– Rendimento giornaliero: circa ⅓ di ettaro, quasi raddoppiato rispetto ai secoli precedenti .
L’aratro pesante facilitò la coltivazione di cereali su larga scala, riducendo la necessità di maggese e aumentando le rese .
In Europa, modelli come l’”aratro svizzero” o “brabantino” (ruotabile su due lati) divennero popolari, mentre in Italia l’adozione fu più lenta per via dei costi .
La trazione degli aratri era inizialmente esclusivamente animale (buoi o cavalli) ma verso la fine del XIX° secolo comparvero nella campagna romana i primi trattori a vapore.
Il trattore a Vapore
Il trattore a vapore è un veicolo agricolo storico, alimentato da un motore a vapore, utilizzato nell’agro romano principalmente tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo anche per trainare attrezzi agricoli (come aratri, mietitrici o trebbiatrici) o per fornire potenza meccanica tramite cinghie di trasmissione.
Trattore a vapore Advance Rumely
Era mosso da un motore a vapore, alimentato a carbone, legna o paglia ed includeva una caldaia per generare vapore ad alta pressione, che azionava i cilindri motore.
Richiedeva un operatore specializzato (“motorista”) per gestire pressione, combustibile e acqua.
Era molto pesante (fino a 15-20 tonnellate) e ingombrante, spesso su ruote in acciaio.
Per la sua autotrazione limitata, spesso veniva trainato da cavalli per spostarsi tra i campi
Veniva usato per lavori pesanti: aratura profonda, trebbiatura o azionamento di macchine tramite pulegge.
A fronte di una maggiore potenza rispetto ai cavalli (fino a 150 HP per l’americano Case 150 del 1910), che lo rendeva ideale per grandi aziende agricole e terreni estesi, presentava alcuni importanti svantaggi, come la lentezza nell’avviamento (1-2 ore per riscaldare la caldaia), gli elevati costi di manutenzione e gestione, il bisogno di grandi quantità di acqua e combustibile ed infine i rischi di esplosione se mal gestito. Negli anni 1920, fu rapidamente rimpiazzato dal trattore a combustione interna (più economico, compatto e sicuro).
Mietitrici meccaniche a trazione animale (tipo McCormick) compaiono nelle grandi tenute cerealicole (es. Tenuta del Cavaliere, Maccarese) negli anni 1870-80..
Mietitrice McCormick a trazione animale
La mietitrice McCormick a trazione animale, sviluppata da Cyrus McCormick a partire dal 1831 e brevettata nel 1834, rappresentò una rivoluzione nella meccanizzazione agricola del XIX secolo.
La macchina utilizzava lame da taglio che si muovevano avanti e indietro, combinate con un dispositivo rotante per spingere il grano tagliato sul retro della macchina. Era trainata da cavalli e migliorava significativamente l’efficienza rispetto alla mietitura manuale con falci .
La mietitrice automatizzava il taglio e l’ordinamento del grano in andane, riducendo la manodopera necessaria. Tuttavia, richiedeva ancora un operatore a piedi per legare manualmente i covoni, fino all’introduzione successiva dei legatori automatici .
La trazione equina rimase dominante fino all’avvento dei trattori negli anni ’30 del ‘900. Le prime mietitrebbiatrici complete, combinate con motori, emersero solo nel XX secolo .
Il design di McCormick influenzò lo sviluppo delle moderne mietitrebbiatrici, come quelle prodotte da Laverda in Italia dal 1956 .
La Svolta: BONIFICA INTEGRALE E FASCISMO (Anni ’20-’30)
Con la Legge Serpieri (1928), il regime fascista fece della bonifica e della meccanizzazione della Campagna Romana (e dell’Agro Pontino) un progetto simbolo.
L’obiettivo era triplice: combattere la malaria, aumentare la produzione cerealicola (“Battaglia del Grano”), creare piccola proprietà contadina.
L’introduzione su larga scala di trattori a cingoli (Caterpillar, Landini, Fiat) fu rivoluzionaria. Consentirono arature profonde e rapide su terreni pesanti, preparazione dei letti di semina e lavori di bonifica (scavo canali, movimenti terra).
L’Opera Nazionale Combattenti (ONC) ed il Consorzio Agrario di Roma, costituito il 25 ottobre 1896 su ispirazione di Guido Baccelli, medico e Ministro dell’Agricoltura profondamente legato alla realtà agricola romana, furono fondamentali nell’acquistare e gestire le macchine per conto dei nuovi coloni e delle grandi aziende.
Nacquero nuove città (Littoria/Latina, Sabaudia, Pontinia) e aziende agricole razionali, basate su una meccanizzazione intensiva delle principali operazioni (aratura, semina, mietitura, trebbiatura).
Negli anni ’20, pur essendo l’Italia ancora fortemente legata alla trazione animale (buoi, cavalli), iniziarono a diffondersi i primi trattori a motore, soprattutto di importazione americana (Fordson, International Harvester).
L’ Agro Romano, tradizionalmente caratterizzato da latifondi e lavoro bracciantile, vide alcune sperimentazioni con trattori, spesso promosse dal regime fascista per modernizzare l’agricoltura.
La meccanizzazione fu comunque lenta, a causa dei costi e della resistenza dei latifondisti a investire.
I Trattori a Vapore (ormai in declino), venivano ancora usati nelle grandi tenute per l’aratura profonda, pur essendo pesanti e poco pratici
I Trattori a Benzina o Kerosene, come il Landini Testa Calda, iniziarono a diffondersi.
L’ Agro Romano potrebbe aver visto anche l’uso di trattori Fordson F, economici e robusti, anche se non ne è rimasta traccia.
Nel 1918 La FIAT lanciò il “702” (1918-1920), uno dei primi trattori italiani, usato anche in bonifiche.
Trattore FIAT MOD 702
Il Fiat 702 fu uno dei primi trattori agricoli prodotti dalla Fiat nel suo appena costituito settore Trattori.
Introdotto nel 1919, è considerato uno dei trattori più importanti nella storia dell’agricoltura italiana e mondiale, in quanto ha contribuito alla meccanizzazione del lavoro nei campi.
Fu infatti il primo trattore progettato specificamente per l’agricoltura in Europa, sostituendosi ai vecchi motori a vapore e animali da tiro.
Ebbe larghissima diffusione e venne utilizzato anche come base per autocarri e veicoli industriali.
La sua robustezza e semplicità lo resero molto popolare presso gli agricoltori della campagna romana.
Le caratteristiche principali del Fiat 702, avanzatissime per l’epoca, erano:
Motore: 4 cilindri a benzina o kerosene, raffreddato ad acqua.
Potenza: Circa 20-25 CV (a seconda della versione).
Trasmissione: A ruote dentate con cambio a 3 marce avanti e 1 retromarcia.
Peso: Intorno alle 4 tonnellate.
Velocità massima: Circa 5-7 km/h**.
Trazione: Posteriore (2WD), ma esistevano anche versioni cingolate per terreni difficili (mod. 40 C detto “Boghetto”.
Il successo del Fiat 702 aprì la strada a modelli più avanzati come il Fiat 703 e la lunga serie di trattori Fiat che seguirono. Oggi è un pezzo da collezione molto ricercato.
Trattore FIAT-Mod. Borghetto 40c-derivato dal Mod.702
La meccanizzazione della Campagna Romana attuata nei secoli XIX° e XX° non fu un semplice cambiamento tecnico. Fu un processo complesso e politicamente guidato, strettamente legato alla bonifica idraulica, alle politiche agrarie dello Stato (prima liberale, poi fascista, poi repubblicano) e alla trasformazione socio-economica dell’Italia da paese rurale a industriale. Passò dalle timide sperimentazioni ottocentesche dei latifondisti alla meccanizzazione totale e di massa realizzata dal fascismo e che verrà consolidata successivamente nel boom economico, cambiando per sempre il volto e l’economia della campagna attorno a Roma.
Fonte-Quaderni della Campagna Romana – Direttore Editoriale Franco Leggeri
Giuseppe Lazzati: spiritualità e politica del venerabile milanese nella testimonianza dell’amico Dossetti-
Una conversazione con don Giuseppe Dossetti conservata “in un cassetto da circa quarant’anni”: è la base di un volume fresco di stampa, che porta la firma dello stesso Giuseppe Dossetti, intitolato “Giuseppe Lazzati. Tra spiritualità e politica”, curato da Franco Monaco e Luciano Pazzaglia, pubblicato con marchio Scholé (Editrice Morcelliana).
Giuseppe Lazzati
Si tratta di una lunga e fitta intervista che occupa la maggior parte del libro (144 pagine), arricchito in appendice dalla “deposizione inedita di Dossetti sull’amico nel processo di canonizzazione precocemente aperto dal cardinale Carlo Maria Martini e che ha già condotto a decretare Giuseppe Lazzati venerabile”, come spiegano i curatori.
La conversazione fu raccolta, precisano ancora i due curatori, “il 20 dicembre 1986 a Crespellano, ove alloggiava provvisoriamente il carismatico monaco-politico in attesa che fosse costruito il monastero sede della sua comunità religiosa – la Piccola Famiglia dell’Annunziata – a Monteveglio, dove è morto nel 1996”. Tale intervista, “allora registrata su supporti artigianali, riascoltata mostrava tutta la sua freschezza e intensità. L’oggetto era ed è l’affettuoso ricordo di un fraterno amico, Giuseppe Lazzati, che, con Dossetti, aveva condiviso cruciali esperienze spirituali e politiche”.
“Quel personale ricordo si intreccia con passaggi di rilievo storico per la vita religiosa e politica del nostro Paese e non solo di esso”, affermano Monaco e Pazzaglia. “Dall’Assemblea costituente al Concilio Vaticano II. Basti rammentare che Dossetti fu leader della sinistra Dc in un rapporto di collaborazione dialettica con De Gasperi; fu tra i più attivi e influenti costituenti di parte cattolica nella stesura della nostra Carta fondamentale e, una volta lasciata la politica attiva, attore protagonista al Concilio al fianco del cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna. A sua volta Lazzati fu maestro di più generazioni del laicato cattolico. Tenente degli alpini, all’indomani dell’8 settembre del ’43, essendosi rifiutato di aderire alle formazioni fasciste, fu deportato nei lager tedeschi e, rientrato in Italia dopo circa due anni di prigionia, fu anch’egli membro dell’Assemblea costituente e, più avanti, rettore dell’Università Cattolica”.
Proclamato “venerabile” dalla Chiesa cattolica, Giuseppe Lazzati (1909-1986) “fu una figura importante del movimento cattolico italiano nel Novecento. Dopo l’8 settembre 1943 rifiutò di aderire al fascismo e per questo fu deportato nei lager nazisti. Tornato in Italia – osserva una nota dell’editrice – partecipò all’Assemblea Costituente e fu parlamentare fino al 1953. Accademico di rilievo, divenne rettore dell’Università Cattolica di Milano. La sua esperienza umana, politica e religiosa viene ripercorsa – in una conversazione con i curatori – dall’amico e compagno di impegno Giuseppe Dossetti, anch’egli costituente e leader della sinistra democristiana, che li vedeva, a fianco di Giorgio La Pira e Amintore Fanfani, animati da forti ideali etici e spirituali. Dopo la sconfitta nel confronto con la linea degasperiana, Lazzati e Dossetti abbandonarono la politica attiva, ma continuarono a lavorare, nei rispettivi ambiti, per la riforma della Chiesa e per la promozione della cultura e del laicato cattolico, restando sempre coerenti con i valori che li avevano guidati”.
Giuseppe Lazzati: spiritualità e politica
Proclamato “venerabile” dalla Chiesa cattolica, Giuseppe Lazzati (1909-1986) fu una figura importante del movimento cattolico italiano nel Novecento. Dopo l’8 settembre 1943 rifiutò di aderire al fascismo e per questo fu deportato nei lager nazisti. Tornato in Italia, partecipò all’Assemblea Costituente e fu parlamentare fino al 1953. Accademico di rilievo, divenne rettore dell’Università Cattolica di Milano. La sua esperienza umana, politica e religiosa viene ripercorsa – in una conversazione con i curatori – dall’amico e compagno di impegno Giuseppe Dossetti, anch’egli costituente e leader della sinistra democristiana, che li vedeva, a fianco di Giorgio La Pira e Amintore Fanfani, animati da forti ideali etici e spirituali. Dopo la sconfitta nel confronto con la linea degasperiana, Lazzati e Dossetti abbandonarono la politica attiva, ma continuarono a lavorare, nei rispettivi ambiti, per la riforma della Chiesa e per la promozione della cultura e del laicato cattolico, restando sempre coerenti con i valori che li avevano guida.
Iside: la “scandalosa e la magnifica” abita nel cuore di Adriano e della sua Villa a Tivoli-Articolo di Maria Luisa Nava-
Articolo di Maria Luisa Nava-I recenti scavi compiuti nella c.d. Palestra di Villa Adriana a Tivoli hanno comportato una serie di rinvenimenti che, posti a confronto con le risultanze delle indagini del passato, hanno consentito di riconoscere inequivocabilmente la presenza di un tempio dedicato a Iside, la più importante divinità egizia, che non poteva non essere stata presa in considerazione dall’Imperatore per la sua rilevanza nella religiosità e nelle credenze filosofiche ed escatologiche dei culti orientali.
L’ESPANSIONE DEL CULTO DI ISIDE DALL’EGITTO ALL’ITALIA
Il culto di Iside, la “Grande Madre” dell’Egitto, ha avuto nei tempi antichi, soprattutto nell’EgittoTolemaico, una grande diffusione e si è esteso progressivamente anche in ambito mediterraneo ed è giunto in Italia già nel periodo della repubblica romana. Portato con tutta probabilità dai mercanti damasceni che avevano posto il loro più importante emporion in Campania, a Puteoli (l’antica Pozzuoli), il culto misterico di questa dea, la cui magnificenza è celebrata da numerosi inni a lei dedicati e le cui vicissitudini sono ampiamente descritte nella mitologia egizia, si diffonde rapidamente in tutte le più importanti città romane, a partire da Roma, dove, già dal II secolo a.C.,sono edificati templi e santuari a lei dedicati.
Iside, infatti, incarna la divinizzazione dell’essenza femminile, nei suoi molteplici e multiformi aspetti di grande forza, tenacia e determinazione e al contempo di fragilità e vulnerabilità, in una commistione che si compenetra e dà luogo ad una figura in cui la “pietas”, cioè il sentimento di devozione, rispetto e comprensione, non sono sintomo di debolezza, ma piuttosto espressioni di una forza e di un coraggio che, dinanzi all’ingiustizia, possono sfociare anche nella ferocia. Iside è tutto questo, perché è innanzi tutto una figlia e una sorella, ma anche una madre e una sposa e come tutte le donne è disposta a sacrificarsi per la sua famiglia, subendo le più grandi atrocità, ma riuscendo sempre a vincere le avversità e a trionfare sui suoi nemici. Per questo Iside è la dea più grande dell’Egitto, la “scandalosa e la magnifica” a cui tutte le creature, dei, fiere e uomini si inchinano e che concede a coloro che si pentono sinceramente il proprio perdono. E’ dunque una divinità poliedrica e attrattiva e non stupisce che il mondo antico ne sia stato soggiogato, tanto da tributarle una devotio che si estende presso tutti i popoli mediterranei.
Gli Isei a lei dedicati in Italia sono molteplici: a partire da Roma, dove ne sono documentati diversi e dove le fonti collocano il più importante a Campo Marzio, a Palestrina e a Ostia; a Pompei, a Cuma e a Pozzuoli, in Campania; ma anche nell’Italia Centrale a Pisa, Firenze, Fiesole, Bologna, Sentino, Treia e Sarsina. Sono attestati inoltre nel Settentrione a Industria, Verona e Aquileia.
DOMIZIANO E L’ISEO DI BENEVENTO
In Campania, poi, si colloca a Benevento una delle testimonianze più importanti del culto isiaco:infatti, proprio alla volontà di Domiziano si deve la costruzione di un grande santuario dedicato a Iside che l’imperatore volle dedicarle al suo ritorno dal viaggio compiuto in Egitto, nell’89 d.C., e che venne adornato con statue e rilievi egizi oltre che da una statua raffigurante l’imperatore in veste di faraone.
Fig. 1 . La statua di Domiziano in veste di faraone dall’Iseo di Benevento
E se Domiziano – che non amava particolarmente l’Egitto, in cui si era recato principalmente per affermare e rafforzare il suo potere in quell’importante provincia dell’impero – si sentì in dovere di dedicare un luogo di culto alla Grande Madre, come possiamo non pensare che Adriano, che –
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proprio per la sua formazione culturale e le sue speculazioni filosofiche all’Egitto era tanto legato non abbia voluto completare la costruzione della sua maestosa villa, ispirata all’Oriente, con l’edificazione di un tempio per celebrare la più grande divinità egizia?
A questo interrogativo, che da tempo si ponevano gli studiosi, hanno trovato piena e definitiva risposta le scoperte effettuate recentemente da un archeologo che ben conosce sia la Villa che tutto il territorio tiburtino in cui opera, con una competenza ed una tenacia che gli hanno consentito di ottenere i migliori risultati, da oltre 40 anni.
LA C.D. “PALESTRA” DI VILLA ADRIANA: UNA STRAORDINARIA SCOPERTA. E’ UN ISEO!
Le recenti ricerche condotte da Zaccaria Mari in quella che dal ‘500 era conosciuta come “Palestra”, infatti, hanno ampiamente e inconfutabilmente dimostrato che si tratta in realtà di una struttura santuariale identificabile come Iseo.
La “Palestra” nel contesto di Villa Adriana
Fig. 3. Villa Adriana (Tivoli). Le planimetrie storiche della c.d. Palestra
Infatti, non solo il Mari ha ritrovato nei suoi scavi elementi architettonici e scultorei che riportano chiaramente al culto di Iside (persino una statua di Horus, il figlio primogenito di Iside e Osiride, in forma di falco), ma il suo acuto intuito e la sua profonda conoscenza dei ritrovamenti che sono avvenuti in passato nella Villa, gli hanno permesso di riconoscere altri importanti reperti, ancorchè dispersi nel corso dei secoli in altri musei e interpretati in maniera del tutto difforme.Così il Mari identifica nei busti in porfido rosso dei Musei Capitolini, del Museo Archeologico di Venezia e del Louvre di Parigi altrettante rappresentazioni di Sacerdoti di Iside, mentre inequivocabilmente attribuisce all’Iseum adrianeo anche la sfinge in marmo preconnesio (lo stessoimpiegato per la statua di Horus) rinvenuta alla base della scalinata del podio su cui si erge la cella.
Fig. 4. Villa Adriana (Tivoli). Il ritrovamento della sfinge ai piedi della scalinata del podio.
Fig. 5. Villa Adriana (Tivoli). La statua di Horus in forma di falco.
La sua disamina prosegue attraverso una lucida e approfondita analisi anche di altri elementi rinvenuti nei suoi scavi, che lo portano a riconoscere anche nei piccoli (e apparentemente poco significativi) frammenti di marmo bianco e di ardesia rinvenuti parte delle teste, dei becchi (in bianco) e delle code nere degli ibis, uccelli sacri alla dea, che sono altresì raffigurati nell’affresco da Ercolano, conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, in cui è rappresentata la cerimonia misterica delle feste dette “Isia”, che si svolgevano dal 28 ottobre al 3 novembre.
Fig. 6. L’affresco da Ercolano con le Isia e i ritrovamenti di Villa Adriana
In sostanza, un lavoro accuratissimo, svolto con grande competenza e “certosina” pazienza che apre, una volta tanto realisticamente e senza alcun forzato sensazionalismo, una nuova e inedita prospettiva di ricerca e di speculazioni sulla Villa e ci prospetta come ancora ci siano ampi spazi per il prosieguo degli studi su questo straordinario complesso, del quale ad oggi conosciamo solo una parte, nonostante la copiosa produzione scientifica e la grande fama che l’accompagna da secoli (dal Grand Tour in poi, soprattutto) sino ai nostri giorni.
E ben conclude il suo lavoro il Mari, con considerazioni ineccepibili che piace qui riportare testualmente (MARI 2019, p. 48): “In conclusione riteniamo – come sopra anticipato – che nella Palestra si debba riconoscere un Iseum, ove, al culto di Iside si associavano anche i culti di altre divinità del pantheon egizio-romano, tra cui quello del fanciullo divinizzato come Osirantinoo venerato nell’Antinoeion. È anche possibile avanzare l’ipotesi che le statue di sacerdoti isiaci con il busto nudo, in varie pose gestuali e impugnanti vari strumenti, la statua di sacerdote vestito, sfingi e ibis componessero la rappresentazione in marmo di una cerimonia isiaca come quella raffigurata nella pittura ercolanese. L’aula basilicale e le “sale nobili”, che hanno ingressi rivolti in direzioni diverse, potrebbero essere stati veri e propri templi ospitanti immagini di culto. In quest’area del complesso, che è a quota leggermente superiore, si trovava forse il pilastro con il busto colossale di Iside-Demetra, che fu rinvenuto, secondo il Ligorio, “in luogo alto”. Rafforza l’interpretazione come Iseo anche quello che doveva essere l’aspetto originario del luogo, cioè l’ambientazione nella valle di Tempe trasformata in una sorta di oasi-giardino esterna al corpo principale della villa.”
Autore articolo-Maria Luisa Nava –Già Soprintendente Archeologo MIC, attualmente docente di Comunicazione e Valorizzazione dei Beni Culturali presso la Scuola di Specializzazione in Archeologia, Università Suor Orsola Benincasa e Luigi Vanvitelli, Napoli
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Bibliografia
MARI 2019: Z. Mari, Il complesso della c.d. Palestra a Villa Adriana alla luce dei recenti scavi, in Atti del Convegno Dodicesimo Incontro di Studi sul Lazio e la Sabina, Roma, 8-9 giugno 2015, Roma 2019, pp.39-49.
Riferimenti fotografici
Le immagini riprodotte sono state gentilmente concesse da Zaccaria Mari
Fig. 1 . La statua di Domiziano in veste di faraone dall’Iseo di Benevento La pla Palestra La “Palestra” nel contesto di Villa Adriana
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Fig. 2 . Villa Adriana (Tivoli). Nel cerchio giallo la c.d. “Palestra”
Fig. 3. Villa Adriana (Tivoli). Le planimetrie storiche della c.d. Palestra
Fig. 4. Villa Adriana (Tivoli). Il ritrovamento della sfinge ai piedi della scalinata del podio.
Ligorio – metà sec. XVI
Contini, pianta 1668
Piranesi, pianta 1781
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Fig. 5. Villa Adriana (Tivoli). La statua di Horus in forma di falco.
Le Meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum
Roma Capitale-Dal 6 marzo al 5 luglio 2026, in un dialogo culturale tra Vienna e Roma, Palazzo Cipolla ospita uno straordinario progetto espositivo nato dalla collaborazione con il Kunsthistorisches Museum, una delle più autorevoli istituzioni museali europee.
Da Vienna a Roma. Le Meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum
Curato dalla storica dell’arte del KHM, Cäcilia Bischoff, la mostra presenta, per la prima volta in Italia, un raffinato nucleo di oltre cinquanta capolavori, provenienti dal prestigioso museo viennese, che ripercorrono quattro secoli di pittura europea, dal Rinascimento al Barocco.
Da Vienna a Roma. Le Meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum
Esposte opere di straordinario valore, frutto di committenze e acquisizioni promosse tra il XVI e il XIX secolo da eminenti esponenti della casa imperiale austriaca e realizzate dai più grandi maestri della storia dell’arte europea, quali Peter Paul Rubens, Diego Velázquez, Jan Brueghel il Vecchio, Anthony van Dyck e Lucas Cranach, e dai massimi interpreti del genio creativo italiano, da Tiziano a Tintoretto, da Veronese ad Arcimboldo e a Orazio Gentileschi.
Da Vienna a Roma. Le Meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum
Il percorso espositivo restituisce con chiarezza l’identità storica e culturale del Kunsthistorisches Museum, progettato da Gottfried Semper e Carl Hasenauer, la cui architettura è protagonista di una sezione speciale. La mostra è arricchita da un dialogo parallelo tra Semper e Antonio Cipolla, architetto di Palazzo Cipolla e da una splendida selezione dalla Kunstkammer, una delle più suggestive camere delle meraviglie d’Europa, che, tra splendore, fascinazione e curiosità, combina l’incanto della natura e le creazioni dell’ingegno umano.
Da Vienna a Roma. Le Meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum
Da Vienna a Roma. Le Meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum è promossa e prodotta dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum (KHM), con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Ambasciata d’Austria a Roma.
traduzione di Alessandro Ceni- Feltrinelli Editore -Milano
Nota introduttiva di Alessandro Ceni-James Joyce-Ulisse- Dublino, 16 giugno 1904. È la data scelta da James Joyce per immortalare in poco meno di ventiquattr’ore la vita di Leopold Bloom, di sua moglie Molly e di Stephen Dedalus, realizzando un’opera destinata a rivoluzionare il romanzo. È l’odissea quotidiana dell’uomo moderno, protagonista non di peregrinazioni mitiche e straordinarie, ma di una vita normale che però riserva – se osservata da vicino – non minori emozioni, colpi di scena, imprevisti e avventure del decennale viaggio dell’eroe omerico. “Leggere l’Ulisse,” scrive Alessandro Ceni nella sua Nota introduttiva (qui pubblicata integralmente), “è come guardare da troppo vicino la trama di un tessuto” dove le parole, che sono i nodi della trama, rivoluzionano. Trascinata da una scrittura mutevole e mimetica, da un uso delle parole che è esso stesso narrazione, la complessa partitura del romanzo procede con un impeto che scuote e disorienta. Perché “un testo così concepito esige un lettore pronto a traslocarvisi armi e bagagli, ad abitarlo, a starci dentro abbandonando ogni incertezza”.
Una sfida insomma che, con il procedere della lettura, si trasforma in un vero e proprio godimento. Lo stesso di Joyce che, parlando del suo capolavoro, disse: “Vi ho messo così tanti enigmi e rompicapi che terranno i professori occupati per secoli a chiedersi cosa ho voluto significare; e questo è l’unico modo per assicurarsi l’immortalità”.
Ancora oggi il realista guarda solo verso
la realtà esteriore senza rendersi conto di
esserne lo specchio. Ancora oggi l’ideali-
sta guarda solo nello specchio voltando le
spalle alla realtà esteriore. L’atteggiamen-
to conoscitivo di ambedue impedisce loro
di vedere che lo specchio ha un rovescio,
una faccia non riflettente, che lo pone
sullo stesso piano degli elementi reali
che esso riflette.
Konrad Lorenz, L’altra faccia dello specchio –
La storia, disse Stephen, è un incubo dal
quale sto cercando di svegliarmi.
James Joyce, Ulisse
James Joyce
Abracadabra
Leggere l’Ulisse è come guardare da troppo vicino la trama di un tessuto. Spesso a rovescio. Per poi allontanarlo. E quindi riavvicinarlo. In un continuo movimento, anche muscolare, di avanti e indietro, o meglio, di indietro in avanti. Movimento durante il quale si ha coscienza e si dà contezza dello spazio e del tempo in cui esso avviene e dei sensi in atto. Questo processo diciamo ottico-cognitivo, incantatorio com’è proprio della sua qualità cinetica, incessantemente mettendo a fuoco e mandando fuori fuoco (offrendoci di volta in volta primi piani della fibra stessa del tessuto e campi lunghi dell’insieme dell’intreccio) ci conduce alla tutt’altro che stabilizzante condizione di trovarsi dentro e fuori dal testo contemporaneamente. L’Ulisse è la trama di una tela vista in simultanea nel recto, nel verso, alla luce ultra- violetta, a luce radente, e così via; tela che ha per telaio, che possiede per impianto portante, le due assi verticale-orizzontale delle due parole di apertura, “Stately” e “plump” (in questa traduzione “Sontuoso” e “polputo”), vale a dire l’alto/ basso, il drammatico/comico, l’eroico/farsesco del sopra/ sotto umano. Il dramma (nel senso stretto di rappresentazione seria di un avvenimento) e il comico (il suo contrario, la commedia dell’arte italiana) che vanno sobbollendo nel medesimo calderone danno origine per metamorfosi o trasformazione a una pozione che è la condizione del tragico quotidiano, quella condizione da tutti esperita dove l’antica matrice greca della ineluttabilità del destino e il moderno senso di illusorietà dell’esserci si fondono. I fili della trama del tessuto della tela sono i tanti e vari registri e colori (stilistici, linguistici) che animano questa stoffa fino a farcela balenare davanti per quello che potrebbe essere, per l’unicum che è: tutt’altro che “a misfire” (“un colpo mancato”, “una cilecca”), com’ebbe a definirlo Virginia Woolf, bensì uno straordinario e irripetibile colpito-e-affondato della scrittura. Un impensabile, fino ad allora (la data di pubblicazione è il 1922), tappeto magico.
Abracadabra
Nel leggere l’Ulisse ci si accorge che le parole, che sono i nodi della trama, rivoluzionano: com’è specifico della poesia, accade che le parole (anche una sola parola) illuminino violentemente rivoltandole le pagine, accendano orbitando di significato il tutto, incendino sul proprio asse l’immagine. Grande è la frequenza qui con cui la parola ci induce a percepire, grazie a una capacità sinestesica precipua della scrittura poetica, e in un modo a tal punto insistito che si potrebbe considerare l’intero testo alla stregua di un’unica poesia (niente a che vedere col poema), un’unica poesia dilatata, iperbolica, strutturata nelle 3 parti (I, II, III) ovvero macro-strofe del racconto divise in 18 episodi (3, 12, 3) ovvero scene ovvero macro-versi, dove ogni episodio è in realtà un lunghissimo, pantagruelico solo verso, ricchissimo di rime interne, assonanze, metafore ecc. che vanno materilizzandosi (cioè, vengono narrativamente rese) in persone, personaggi, casi, situazioni, frasi, espressioni ecc. L’impressione è che Joyce, superata nel 1916 la prova sperimentale del suo A Portrait of the Artist as Young Man, abbia voluto trasportare e ricomporre in prosa per il tramite tecnico della poesia una sua musica interiore, dove il geniale monstrum, il prodigioso ordito prodotto dall’unione di uno spartito sinfonico con un pezzo di chamber music ma dodecafonico – e Chamber Music è, come si sa, anche il titolo del primo libro di Joyce, una raccolta di poesie uscita nel 1907 –, miscela il recitar cantando (Il ritorno di Ulisse in patria di Monteverdi) al melodramma pucciniano, le malìe di Ravel all’astrazione di Schönberg e alle fiamme di Stravinskij. È per questo che le sue parole nella pagina rivoluzionano: l’uso totale della lingua, declinata nei suoi multiformi linguaggi, fa della lin- gua in sé il racconto, il narrato (si presenta, diciamo, al pari di una Odissea della lingua, il cui canto è come se fosse per sortilegio in perenne esecuzione). E ancora: pittoricamente parlando, sembra quasi di assistere alla, per dir così, messa in scena di una pala d’altare giottesca, con la sua predella e le sue formelle (il cui ordine però è stravolto), dipinta da un cubista, di modo che lo stesso oggetto è osservato contemporaneamente da più punti di vista per ottenere una scomposizione che compone: un cubista con solidissime fondamenta figurative classiche (la mente va al Picasso di Les demoiselles d’Avignon).
James Joyce
Abracadabra
Dal leggere l’Ulisse – dai suoi nodi-parole della trama del tessuto del tappeto, dal suo inesorabile decontestualizzare e ricontestualizzare con la sua feroce conseguenza di spostamento di significati fino al rovesciamento e alla parodia (all’acuminato vertice della parodia della parodia), e oltre, fino alla purezza del travestimento e dell’imitazione (mai qui della dissimulazione o della falsificazione, perché qui tutto è onestamente e crudamente “reale” e “vero”), cioè a una sorta di sincronico incamminarsi sul filo senza bilanciere e farsi sparare dal cannone –, dal leggere l’Ulisse se ne può facilmente sortire con le ossa rotte e con la inquietante sensazione di non averci capito niente ovvero con la irritante sensazione di non possedere adeguate facoltà intellettuali, se non addirittura intellettive, oltre che con la ragionevole tentazione di liquidare il tutto come il coltissimo delirio di un letterato irlandese ebbro. In realtà, superato l’iniziale e, mi si passi, iniziatico sforzo di approccio, ponendosi in piena libertà e disponibilità nei confronti della sensibilità del testo, ci si può impadronire (e farsi irretire, esattamente farsi “prendere nella rete”) della profonda grandezza e bellezza di questo punto di non ritorno della letteratura mondiale di tutti i tempi. Da una parte il lettore tenga sempre ben presente che il modernismo joyciano, sodale della linea guida che andava allora tracciando il poeta Pound, ha salde basi evidenti e dichiarate oppure misteriosamente alluse proprio nella tradizione che va scardinando (avvelenando l’impianto stilistico dei grandi narratori dell’Ottocento europeo), secondo un procedimento comune a ogni opera d’arte autentica, e che qui, com’è ormai arcinoto, è costituita da uno zoccolo ovvero piattaforma (tettonica) o pangea formato dal Vecchio e Nuovo Testamento amalgamato alla totalità dell’opera shakespeariana (sulla quale Joyce abilmente riesce a innestare una speciale commistione ottenuta con le accese tinte di una novella chauceriana e le fosche di un truce dramma elisabettiano), passando per il mondo classico greco-latino, la mitologia gaelica e Dante e innervato da scrittori come Defoe, Sterne, Dickens, Rabelais, Cervantes, Balzac, tanto per rammentarne quasi a caso qualcuno; quindi il metodico lavoro di distruzione e di ricostruzione (di rinnovato utilizzo delle pietre del castello letterario) che caratterizza questo inedito omerico bardo del disastro dell’esistere poco o nulla ha a che spartire con l’inane macello di un avanguardista. Dall’altra parte un testo così concepito esige un lettore pronto a traslocarvisi armi e bagagli, ad abitarlo, a starci dentro abbandonando ogni incertezza, a imbarcarvisi provando dunque quel particolarissimo stato d’animo che si ha nel navigare, di identificazione di sé con la nave (io sono la nave/la nave sono io, la nave mi ha/io ho la nave): sono portato dal mezzo e ne divengo il mezzo. Al lettore è richiesto, insomma – an- che se è possibile che ne riemergerà come sfiorato dalla baudelaireiana “ala del vento dell’imbecillità” e stordito, claudicante, balbuziente – di calarsi nel buio della parola, nell’abisso della lingua, di scendere nell’agone di quelle pagine come un antico atleta di Olimpia: nudo. Si esige qui il cedere e l’affidarsi alla consapevole scelta del precipitare (in quel “Sì” con cui si chiude il viaggio?), evitando di controllare gli strumenti, le bussole e i portolani o i radar sollecitamente forniti dallo sterminato contributo critico e dall’apparato di commenti, glosse, note (utili, senza dubbio, ma giustificabili quasi del tutto da, legittimi, criteri editoriali), eludendo se possibile il sotteso, e presunto, schema compositivo che ricalcherebbe episodi dell’Odissea (e che a me pare invece presentarsi come un ulteriore depistaggio, a posteriori, joyciano, una ulissica trappola nella trappola, tanto ammiccante quanto grottesca, e proprio per le sue caratteristiche di erranza ed enigmaticità), e persino la figura medesima di Ulisse, che andrei casomai a rintracciare, anziché nell’eroe omerico, nell’arcaica figura mitica di un dio solare, cioè della nascita e della morte, antecedente alla colonizzazione greca dell’Egeo, pertanto da far risalire a prima dell’epica che lo riguarda. Il lettore infine cessi di continuare a guarda- re del prestigiatore il cilindro con la puerile speranza di capire come e perché ne esca il coniglio.
Dell’eretico (delle patrie lettere di lingua inglese) e del- lo scismatico (della cultura e patria irlandese) Joyce con gratitudine una irrefutabile certezza va conservata, una certezza che travalica la difficoltà e anche l’incomprensibilità della pagina, ed è quella che l’Ulisse è tanti Ulisse: lo è Stephen, lo è Bloom, lo è Molly, lo sono le persone e i personaggi che sostanziano quel breve arco temporale dublinese in cui agiscono e sono agiti, lo è il lettore, lo è il traduttore, siamo noi. L’Ulisse è tanti Ulisse ma l’Ulisse assoluto è il testo. A questo punto però Joyce (l’esule, il gran fuggiasco) è ormai decisamente in rotta verso quel “riverrun” posto in esergo a Finnegans Wake, verso il michelangiolesco osare, il “folle volo”, linguistico dell’“Apriti Sesamo” definitivo.
James Joyce
Nota a margine
Al termine di questi non pochi anni di lavoro desidero ringraziare la casa editrice per la fiducia accordatami nell’affidarmi la traduzione, in particolare i direttori di collana succedutisi nel tempo fino all’attuale perché hanno saputo sagacemente attendere e la redazione perché ha saputo assai professionalmente sopportare.
Questi anni e questo lavoro sono dedicati a mia madre Bernardina (1918-2014) e a mio fratello Massimo (1949-2019).
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[Titolo dell’opera originale ULYSSES – Traduzione dall’inglese di ALESSANDRO CENI
Prima edizione nell’“Universale Economica” – I CLASSICI ottobre 2021]
James Joyce
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L’AUTORE
James Joyce (Dublino, 1882 – Zurigo, 1941) è stato uno dei più grandi scrittori del Novecento. Scrittore sin dalla giovane età, tentati gli studi in medicina e una carriera da tenore, nel 1905 si trasferì a Trieste divenendo insegnante, e conobbe tra gli altri Italo Svevo ed Ezra Pound. Allo scoppio della Prima guerra mondiale si trasferì a Zurigo, e poi a Parigi, dove pubblicò Ulisse (1922), considerato il suo capolavoro. Nei diciassette anni successivi si dedicò alla stesura di Finnegans Wake, che uscì nel 1939. Nei “Classici” Feltrinelli sono disponibili anche Gente di Dublino (2013) e Un ritratto dell’artista da giovane (2016).
IL TRADUTTORE
Alessandro Ceni (Firenze, 1957), poeta e pittore, ha tradotto fra gli altri Milton, Poe, Durrell, Keats, Byron, Emerson, Ste- venson, Carroll, Wharton, Scott Fitzgerald. Per “I Classici” Feltrinelli ha tradotto e curato La ballata del vecchio marinaio – Kubla Khan (1994) di Samuel Taylor Coleridge, Il critico come artista. L’anima dell’uomo sotto il socialismo (1995) di Oscar Wilde, Lord Jim (2002) di Joseph Conrad, Moby Dick (2007) e Billy Budd (2008) di Herman Melville, Foglie d’erba (2012) di Walt Whitman e Il Circolo Pickwick (2016) di Charles Dickens.
Vittoria AganoorPompilj -Poesie complete-Edited by Luigi Grilli Firenze: F. Le Monnier, 1912
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
ROMA-La notte dal 7 all’ 8 di maggio del 1910 si spegneva a Roma, in una casa di salute, Vittoria Aganoor Pompilj . La inattesa e immatura sua fine e il tragico suicidio del marito, [1] avvenuto poche ore dopo,
[p. IV]
levarono unanime compianto nella Capitale e fuori; onde, per più giorni, il caso pietoso occupò le menti e i cuori di tutti. Niuno che l’avesse anche per poco avvicinata, poteva sottrarsi al fascino irresistibile che emanava da quella sua piccola persona tutta grazia e leggiadria; da que’ suoi grandi occhi neri e profondi, lampeggianti passione, velati di malinconia; dalla sua schietta e signorile affabilità. Chi poi ebbe la fortuna di essere con lei in familiare consuetudine, non ignora quale tesoro di bontà s’ accogliesse nell’ anima sua, pronta così a inebriarsi di luce e a correr dietro ai fantasmi della mente come a infervorarsi in ogni opera di carità e di giustizia, di pubblico e di privato interesse. Signora della poesia e della gentilezza insieme, non amò che il bello, non seppe che il bene. Tal che non vi fu, io credo, chi, conoscendola, non l’amasse, e chi, sentendone parlare, non desiderasse di conoscerla:
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Tal fu, che a molti il ricordarla è pianto;
Tal fu, che a tutti nel suo canto vive. [1]
E vivrà, s’ io non m’ inganno, nell’ ammirazione dei contemporanei e dei posteri come la più perfetta e genuina incarnazione di quella femminilità poetica che altre snaturano in isteriche convulsioni di pensiero e di forma.
[p. V]
«Il dì che si spense Vittoria Aganoor», ha scritto Arturo Graf, «tacque all’orecchio degl’ Italiani una voce di schietta, pensosa, nobil poesia; voce che scaturiva dal profondo di un’anima eletta e dell’anima cercava il profondo». [1]
E chi sa quali altri canti di alta e delicata ispirazione avrebbe quella sua voce saputo modulare, se la vita ch’ ella amava intensamente, e più soave, più vera, più sua, le rigerminava nell’intimo
in segrete battaglie, in ambasce
segrete, siccome dentro arida chiostra
di ruderi un fiore; se la vita, dico, non le fosse venuta a mancare proprio quando maggiormente dintorno le sorridevano le lusinghe dell’arte, della gloria, dell’amore.
Ahimè! io l’ ho presente ancora quale la vidi l’ ultima volta sul bianco letticciuolo non suo, composta nella pace suprema, affollato l’esanime corpo di fiori; fiore ella stessa di singolare candore. Le sue fattezze, quasi trasumanate, erano quelle di giovinetta dormente. Reggeva tra le dita ceree il crocifisso; e, abbassate le palpebre, sembrava rapita nella visione paradisiaca delle più belle immagini che da lei, viva, ebbero riso e splendore. Intanto da le finestre, prospicenti sul piccolo giardino, una voce pareva cantare:
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
…. O genti dolorose,
io vengo, io vengo! Aprite alle speranze
il core, aprite le rinchiuse stanze
alla giungente carica di rose.
[p. VI]
Io vengo, io vengo! Ogni deserto ed ogni
rupe fiorisce, levate la testa
e sorridete, io vengo per la festa
meravigliosa, carica di sogni. [1]
La Primavera cantava le speranze e la vita: ella era morta!
II.
Armena di stirpe, e nobilissima, la famiglia degli Aganoor. Trapiantata nel 1605 da Sciahapass I, il Grande, dalla provincia di Nakhicevan in Persia, passò poi nelle Indie, donde, due secoli più tardi, cioè nel 1835, un discendente, Abramo, uomo ricchissimo e molto amante delle lettere, [2] emigrò in Europa con tre figli, stabilendosi successivamente a Parigi, Venezia e Padova. Quivi il 26 di maggio del 1855 da uno di essi, Edoardo, [3] e da Giuseppina Pacini nacque Vittoria nella casa detta anche oggi degli Armeni, in Via del Prato della Valle, attualmente Piazza Vittorio Emanuele.[4]
[p. VII]
Ad essa allude l’ Aganoor in una delle sue liriche più belle che s’ intitola appunto: Casa natale:[1]
Vecchia casa lontana,
aperta su quel prato
che il fiumicel chiudea come monile
tremulo, rispecchiante
statue brune dal muscoso plinto;
e di là dal recinto,
di pennuti cantor reggia felice,
le folte, antiche piante,
verdi asili romiti,
per me già sognatrice,
di pensieri, di fascini, d’ inviti….
Di puro sangue armeno dunque Vittoria, non Indiana o Persiana come altri la disse. E alla sua origine ella teneva moltissimo; Sì che, scrivendo in proposito a un dotto Padre Mechitarista dell’ Isola di S. Lazzaro, [2] si rammaricava con lui d’ ignorare la lingua della sua nazione: «Quanto mi dolgo anch’ io di non sapere l’ armeno! Non me lo dica, che davvero ne piangerei, pensando che sarebbe costato così poco al mio papà caro d’ insegnarmelo da bambina!».
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
In quella casa di Padova la poetessa trascorse la
[p. VIII]
sua infanzia prima, «fiorita quasi in un sogno orientale, com’ella ebbe a scrivere, [1] ascoltando per ore, muta, coi grandi occhi intenti, le descrizioni nostalgiche del padre, venuto dall’Asia fanciullo, e che ben ricordava la sua fulgida villa di Rayapatà (villa del Re), dai colonnati di tempio, dal parco sconfinato e superbo, dove le palme si levano eccelse sul topazio dei vesperi e gli aquilotti roteavano alto nella trasparenza dei cieli. E dell’ aria cristallina e purissima, delle selve intatte da secoli, dell’urlo e della selvaggia bellezza dell’Oceano Indiano, diceva con ardore, accendendosi, esaltandosi a mano a mano nella maravigliosa visione. Tutto mi sembra oscuro ed angusto qui, ripeteva spesso….».
Rievocazione assai dolce all’anima di Vittoria, che trova riscontro nei versi nobilissimi di lei, intitolati appunto al padre, e che su tutti gli altri le furono cari:
…. cercare ti rivedo, inchino
sul cembalo, dei dolci anni tuoi primi
le semplici canzoni, udite all’ ombra
delle palme e nei bei vesperi d’ oro;
or le feste, le preci, il luminoso
sogno non mai dimenticato, io t’ odo
dell’ infanzia narrar, fiorita al sole
dell’ Asia, là, tra i bianchi intercolonni
della superba tua dimora, al vento
[p. IX]
del tuo selvaggio mar, dentro le intatte
selve, o t’ ascolto con solenni accenti
parlar di Dio…. [1]
Perchè il conte Edoardo, dalla bianca testa di pofeta, era uomo molto religioso, mistico quasi, e aborrente, come anche la figliuola, da ogni ostentazione di fasto e dalla vita ipocrita così detta di società. Fra le mura di quella vecchia casa quanto albergò fulgor di primavere!
I primi studi, il primo amore, il primo
schianto e il tesoro opimo
delle speranze…. [2]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
I primi studi, il primo amore! Due cose che pare assai per tempo occupassero l’animo di Vittoria, la quale, sebbene la famiglia si fosse trasferita a Venezia, passava nondimeno buona parte dell’anno a Padova, presso i nonni. Al sano odor dell’erbe e dei fiori, mentre con la sorella Maria assisteva nella cappella di famiglia al rito domenicale, ella sentiva tutta l’anima fremere, anelante al sole e al turchino del cielo. Tu, dice a lei,
molto amavi i fiori,
Maria: le ciocche oscure dei fraganti
sicomori, e la glicine, che aveva
per te parole e canti, e una segreta
parentela co’ tuoi sogni e le mute
estasi de’ tuoi dolci occhi pensosi.
Quanto sognammo e quanto abbiamo pianto!
Ti ricordi l’ odor del caprifoglio
[p. X]
là nel giardino, delle sere estive
sotto le stelle che pioveano raggi
e promesse e sospiri? e i plenilunii
che ci videro unite, allegre e belle
giovinette, laggiù, dentro la lenta
gondola, via per la Laguna; e i canti
e del vecchio poeta [1] (a cui diletta
eri fra tutte noi) la voce e il verso
sonante, che alle pronte anime nostre
scendea svegliando visïoni e accesi
palpiti? Ti ricordi i primi studi,
e i sereni trionfi, e la gioconda
luce, e le mani a noi protese, a noi
che andavamo, la fronte erta e precinta
della regale giovinezza, incontro
all’ avvenire? [2]
Primo maestro di Vittoria fu Giacomo Zanella, il quale dal 63 al 66, non ancora in fama di poeta nuovo, dai sentimenti moderni e dalla classica forma, che le sue rime furono pubblicate dal Barbèra nel 1868, era a Padova direttore del Ginnasio liceale; e poi, ricongiunto il Veneto all’ Italia, professore di letteratura nazionale in quell’ Università.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Di lui, che conobbe la famiglia Aganoor per mezzo di Andrea Maffei, della sua prima educazione letteraria e de’ suoi tentativi ella stessa così parla: «Lo Zanella molto e a lungo leggeva a me ed alle mie sorelle [3] i classici italiani, latini e greci.
[p. XI]
Rammento che, non concedendo egli a noi nessun lavoruccio manuale durante quelle letture, che per lo più ci faceva la sera, io spesso venivo presa da uno di quegl’ invincibili assopimenti, propri della prima età, che mi costringevano allo sforzo torturatore di tenere schiuse le palpebre (non la mente) e fingere l’attenzione, mentre gli eroi d’Omero o le anime purganti Dantesche mi danzavano mostruosi balli davanti, empiendomi gli orecchi di un ronzio strano e molestissimo. Ed ecco, dunque, una confessione che mi fa ben poco onore e depone male sulla mia «disposizione poetica».
Eschilo aveva la potenza di tenermi desta «sempre»; e m’andavo, poi, ripetendo brani interi delle sue tragedie, con una fiamma d’ entusiasmo vivissimo….
Ricordo anche come lo Zanella, pur sempre largo d’ incoraggiamento, non era punto contento del mio modo di trattare l’endecasillabo e nel suo buon dialetto vicentino, che assai di rado abbandonava, [1] mi ripeteva:
–Vittoria, la me ‘scolta mi; la lassa star i versi sciolti; no la xe ancora fatta per quell’ osso duro. La se tegna alle quartine; la rima tien su; la me ‘scolta mi.–
Naturalmente, il mio carattere un po’ribelle, mi spronava, di rimando, a provarmi e riprovarmi anzi e sempre più negli sciolti. Eran prove « segrete »,
[p. XII]
che non presentavo al maestro; ma picchiavo e ripicchiavo testardamente l’endecasillabo, finchè mi parve di averci preso una certa pratica disinvolta; e quando avendomi egli dato per tèma: La grotta di Camoens,[1] gli presentai la mia composizioncella appunto nel metro «proibito», il mio viso era di bragia, un po’ per la paura del rimbrotto, un po’ per la tumultuosa speranza del successo, ed il mio piccolo cuore palpitava come si dice che palpiti nell’ attesa d’ un primo convegno d’amore.
Lo Zanella lesse in silenzio; poi levò gli occhi e mi guardò. Depose il foglio, vi scrisse in margine alcune parole in gran fretta; poi mi diede la mano dicendomi solo:–Brava!–e andò via.
Quello che scrisse sul foglio me lo scrisse poi, due dì dopo, avendomi ridomandato il manoscritto per rileggerlo e, rimandandomelo tutto ricopiato di sua mano, con a capo questa lettera:
«Ottima e carissima Vittoria, Padova, 18 aprile 1872.
«Quando io lessi la prima volta questi suoi versi, scrissi in margine del suo foglio queste parole: Oara Vittoria, mi faccia la carità di continuare nello studio; lo dico per lei, per la sua famiglia,
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per me, per l’ Italia. Ora che li ho riletti, non solo confermo quel mio giudicio; ma la prego di lasciarmi il manoscritto, che io terrò come dolce e prezioso ricordo de’ nostri studi.
Primo, non primissimo, soggiungiamo noi. Perchè la piccola Vittoria si era già fatta conoscere e ammirare, dirò così, in famiglia, per certe strofette: Alla Luna, musicate subito dal Bazzini. Dicevano:
Luna, i bei tempi andati
sempre mi stanno in cor
quando al tuo dolce albor
gli occhi volgea.
Laghi, montagne e prati
diffusi di seren
nel candido tuo sen
scorger credea.
Scorger credea la danza
d’ alati abitator.
Oh come sogna il cor
quando è contento!
[p. XIV]
Triste, deserta stanza,
cupo cinereo mar
ora quel tuo m’ appar
disco d’ argento.
Ed or coi rai bagnati
di memore dolor,
Luna, il tuo mesto albor
seguo pel cielo. [1]
Quando codeste strofe furono scritte? L’Aganoor stessa non sapeva dirlo con precisione. «Rammento solo, ebbe a dichiarare, [2] che fu quando mi dissero che la Luna era una terra spenta, simile alla nostra, ma senza abitatori, senza mari e fiumi, senza alberi, senza vita. Fu un grande dolore per me e scrissi questi versi che fecero impressione (perchè i miei primi) alla mamma e al papà e ai maestri, e anche ridere, perchè io parlavo di tempi andati, quasi fossi una persona grande; ma per i giovanetti e i fanciulli anche l’ anno finito è il tempo andato; e per me i tempi andati erano quelli nei quali credevo ancora la Luna una specie di paradiso argenteo popolato d’augelli».
Se non che più largo campo alla meditazione e allo studio s’aprì alla giovine poetessa a Napoli dove la troviamo intorno al 76. La famiglia vi si era trasferita da Venezia e abitava, nota il Ciàmpoli, [1]
[p. XV]
che ve la conobbe verso il 1881, «al palazzo Caputo, nel Corso Vittorio Emanuele. Da’ veroni scorgevasi tutto l’ incantevole golfo partenopeo, dalla punta di Posilippo al promontorio di Sorrento, da Nisida a Capri».
Vittoria aveva allora intorno ai venticinque anni, negli occhi pensosa, pallida e sana. «Rideva volentieri, a scatti, disinvolta, ma con il pensiero a qualcosa di lontano. Parlava poco e diceva cose originali; ma di sè, de’ suoi versi non una sillaba. Era come un campo chiuso. Ma a poco a poco le confidenze vennero». Oltre ad aver letto i nostri lirici maggiori e aver gustato (non senza qualche sbadiglio, diceva lei) quelli dei primi secoli, non aveva trascurato lo studio dei poeti stranieri: de Musset, Platen, Leconte de Lisle, Goethe, Baudelaire, Hamerling, e, s’ intende, Shakespeare, Shelley, Klopstock, l’ Hugo, e via dicendo. Al quale studio è da credere fosse ella iniziata più particolarmente da Enrico Nencioni che si onorò di avere a guida preziosa dopo il poeta di Chiampo e che fu da lei definito con grande acutezza: «mago della parola e del sentimento, prodigioso rivelatore d’immensità che ebbe tutte le comprensioni, le intuizioni,
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le divinazioni del bello. [1] Dei nostri moderni amava il Carducci, il De Sanctis, il Fogazzaro, e si recava volentieri a udire le conferenze del Bonghi, del Persico», del De Zerbi, del D’Ovidio. «In quello stesso tempo, sono parole del Ciàmpoli, «Si faceva da Sè una educazione estetica…, cercava idee, forme novelle: soleva dire che quasi tutta la letteratura, chi ben guardi, aggiravasi su due o tre situazioni, su due o tre sentimenti; e pero talora trovava più interessante l’autore che il dramma, più il poeta che la poesia. Nella lotta di quel che lei chiamava l’infinito del sentimento che si rinnovella sempre e il finito della forma stabile che cinge quell’ infinito senza limitarlo, vedeva qualcosa d’ ignoto, d’ inafferrabile, di tormentoso che non le dava requie».
Ma il tormento dell’ anima sua non doveva certo consistere soltanto in questo: la giovinezza destava in lei sentimenti e passioni che avevano bisogno di erompere, di espandersi. Ella amava e soffriva. E tracce di codesto suo stato d’animo si
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hanno in tutte le poesie di quel tempo, specie in una Ribellione,[1] piena di vigoria:
Orgoglio mio, dunque a sopir non vali
Questo che il cor tormenta
Pensier, cui serva io torno?
Dunque non sai più vincere?
Dunqe ogni possa è spenta?
E tanto forte io t’ ho creduto un giorno!…
Un superbo mortal, che te non cura
Nè sa quanto m’ ha offeso;
Ecco a chi ceder sai!
E soffri ch’ei mi soffochi
Sotto l’ ingiusto peso
D’una pietà che non gli ho chiesta mai?
Nè minore strazio è nell’altra bellissima lirica, una senza dubbio delle più sentite dell’ Aganoor, sebbene anch’essa degli anni giovanili: Quando me porteranno…; [2] la quale, osserva con ragione lo stesso Ciàmpoli, è «una terribile pagina di vita vissuta, quando la giovinezza sente la dolcezza angosciosa dell’amore, l’acerbo e malinconico desiderio di morire».
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Ma chi amò Vittoria Aganoor con tanta veemenza di affetto? Raffaello Barbiera, in un suo studio su Leggenda Eterna,[3] vagamente accenna a un «idolo antico» che «per ischerno del destino
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scendeva avvolto nella notte di una spaventevole sventura». Ed ella stessa allude a un caro scomparso in alcune pagine di quel suo Diario[1] che è tutto un fervore di passione dolorosa:
Piove. Certo laggiù, povero morto,
è freddo e buio, ma più freddo e buio
è qui, qui sulla terra….
…. È quassù l’algore, in quest’ immenso
deserto, dove sola una smarrita
anima va, senza più mèta, incontro
a un’ infinita tenebra….:
e più specialmente là dove con disperata concitazione interroga:
…. Potrà mai la terra
fendersi e scoperchiarsi un’ inchiodata
bara, e di nuovo accendersi due spenti
occhi e una bocca suggellata ancora
aprirsi alle parole? Quelle rigide
mani, potranno mai come una volta
le mie stringere ancora?….
A noi non giova spingere oltre l’ indagine.
Per intendere tutta la magica potenza del suo amore e del suo dolore, bastano le sue liriche.
Io la conobbi di persona nel 1897. La famiglia si era di nuovo e da tempo stabilita a Venezia, e la poetessa aveva levata già bella fama di sè.
Il grato ricordo di quella visita non mi si partì più dall’ anima, ed è in me ancora sì fresco ch’io ho presente e rivivo il dolce mattino d’ estate in cui
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m’ incamminai col cuore in tumulto verso Ponte dei Greci, al palazzo degli Aganoor. E riveggo la sala, magnifica di mobili e quadri, dove m’ intrattenne con tanta affabilità conversando, la nobile poetessa: riveggo lei, bruna, il volto incorniciato di folta e nera capigliatura, con due occhi che nella vaga penombra riscintillavano come diamanti. Di tante cose si parlò e anche, rammento, d’un quadro molto suggestivo, da lei acquistato alla Biennale, del norvegese Müller: Luna nascente, ch’io avevo ammirato il giorno innanzi nella sala della Esposizione. E quel quadro dovevo poi rivedere tante volte nel suo studio a Perugia!
Il padre era morto e posava,
di pompe schivo, lunge dall’ urbano
fasto, in campestre cimitero; [1]
la madre, malferma in salute, s’inoltrava a grandi passi verso l’ ultima vecchiaia. Vittoria l’adorava, e tutta a lei, con nobile slancio d’ amor filiale, si era consacrata.
Alla sua porta giunse un cavaliero
e disse: Le tue guance hanno il colore
dei ceri; hai l’occhio spento;
e fra le attorte ciocche del tuo nero
crine lampeggia qualche fil d’ argento.
Che attendi ormai? Senti che scoccan l’ ore?…
Scendi, fuggi con me che son l’Amore.
Tutta la gioia e tutta la bellezza
del mondo finalmente
conoscerai….
[p. XX]
Ella rispose:–Io son qui sola, o Amore,
con la mia vecchia madre. Il Paradiso
nè spero, nè l’ Inferno
temo, ma di lasciarla io non ho core,
io, caldo raggio del suo freddo inverno,
io, cui prima nel mondo ella ha sorriso…. [1]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Nè infatti la lasciò finchè visse, occupando il suo tempo a comporre versi che più largamente dava alle migliori Riviste, e interessandosi a l’arte e a quanto valesse a saziare il suo spirito assetato del bello; ricercata, ammirata, festeggiata dovunque.
Non andò molto, peraltro, che la notte scese sull’anima di lei: le morì anche la madre, ed ella ne fu inconsolabile. [2] E la rievoca, e la rivede aggirarsi nelle note stanze, e le grida passionatamente:
O mamma,
mamma mia: non mi vedi? non mi vedi?
son io, volgiti, parlami, pronuncia
il mio nome! oh il mio nome ancora io l’ oda
dalla tua voce!
Ma l’ombra vien tosto ad avvolgere il fantasma diletto; è già sparito; e invano, invano grida per trattenerlo la figlia desolata:
–O mamma, ancora
non ripartire! ascolta! ascolta!
Invano! [3]
E come, a rileggerle, sono strazianti le sue lettere di quel tempo!
[p. XXI]
Se non che, assai spesso dal dolore rigermoglia la speranza; e l’ anima, oppressa dalla solitudine, bisognosa di teneri sensi, si riscote, risorge, e, fidente s’ avvia per nuovo cammino:
Così dalla cener sopita
dei giorni sepolti, talora,
un lume improvviso d’ aurora
raccende il fervor della vita. [1]
E Vittoria Aganoor, fatta forza alla propria ambascia, cedette alle nuove lusinghe d’ amore; e, fidanzatasi all’ onorevole Guido Pompilj, divenne sua sposa il 28 di novembre del 1901. Letterati ed artisti bene auspicarono alle nozze della poetessa; primo il Carducci, che le indirizzò soavissime parole: «Vola l’augurio mio fidente dalla piena anima su lei, sull’ avvenire; affronti ormai le lotte della vita appoggiata sur un nobile e forte braccio; ben lo meritava; le Muse serbano pur qualche premio. Ave et salve, anima dulcissima!».
E venne a Perugia, dove conquistò d’un tratto le simpatie e l’ammirazione di tutti.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Viveva ancora, in quei giorni, sebbene già irremissibilmente colpita da paralisi, Maria Alinda Brunamonti, che alla gloriosa allieva del suo abate Zanella non mancò di fare le più liete ed oneste accoglienze. E l’ Aganoor ripagò sempre di riverente affetto la sua maggiore sorella. La nobile capitale dell’ Umbria accoglieva così entro le sue mura le due più grandi poetesse d’ Italia; e giustamente andò poi orgogliosa della nuova cittadina, quando
[p. XXII]
la Brunamonti dopo non molto tempo venne a mancare. Nella quale dolorosa circostanza scrisse l’Aganoor poche strofe, ma veramente ispirate:
Vedi? è il trionfo. I sonori
inni odi tu? Pel sepolto
tuo corpo stanco hanno còlto
tutte le rose e gli allori… [1]
Sollecitata, tuttavia, a tesserne l’ elogio nella magnifica sala dei Notari, la qual cosa avrebbe potuto fare meglio d’ ogni altro, non vi si indusse per la solita invincibile sua ripugnanza di parlare in pubblico, com’ ebbe poi a dichiarare qualche anno appresso, quando accolse l’invito, insistentemente rivoltole, di leggere le sue nuove liriche al Collegio Romano: «Io, disse allora, preludendo in prosa, ho ed ebbi un vivo e grande terrore del pubblico, onde fin qui risposi invariabilmente con un irremovibile rifiuto ogni qualvolta venni invitata a tenere discorsi o letture in pubbliche adunanze…». [2]
A quel modo che Perugia a lei, così ella si affezionò alla sua patria di adozione, com’ era solita
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chiamarla, e alla incantevole regione umbra. E io rammento con quanto calore me ne parlava, allorchè ne contemplavamo insieme lembi stupendi dalla finestra del suo studiolo, alta sul versante orientale della taciturna città, «dove non mancano mai aliti refrigeranti e gioia di rondini e di augusta quiete»; [1] aperta alla vista ampia e maravigliosa di Assisi, Spello, Foligno, Montefalco…; e dei monti Subasio, Sibillini, Maggiore…; e dei fiumi Tevere, Topino, Chiascio…: rammento con quale slancio magnificava le sue gite ai Murelli (una villa deliziosa dei conti Faina poco discosta dall’abitato), o rievocava le nostre passeggiate serotine per qualche strada solitaria suburbana infervorati a parlar d’arte e di letteratura. Che dire poi dell’amore di lei pel selvaggio Trasimeno, «specchio d’acqua solilario», dai «tramonti augusti, tutti a grandi e fastosi padiglioni di porpora riflessi dal lago», a cui Guido Pompilj aveva dato tanto della sua giovanile energia, risanandolo? E del suo nido di fate, Monte del Lago, dove soleva trascorrere qualche mese in tranquilla e beata solitudine? «Quanto mi tratterrò in campagna? Credo più di quel che pensassi, scrive ella. Non vedrei difficile che mi fosse necessario di starmene qui anche a Natale…. A me, Io confesso, non dispiacerebbe mica fuggire così le visite ufficiali, le noiose raccomandazioni, gl’ importuni e tutta la processione delle noie cittadine a fin d’anno. Qui andrei alla messa di Natale
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Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
nella piccola chiesa, ufficiata da un buon pretino di 88 anni, magro, e ancora vivo di mente come a 20!, e in questa pace agreste ritroverei le visioni di lontani Natali, dolcissimi nella memoria!…» [1]
E a una sua amica illustre di codesto nido dava ragguaglio come di un luogo di delizie; «La nostra casa è dinanzi al Trasimeno, tutta circondata da colline folte, e sul lago tre isolette di sogno, verdi verdi, sdraiate come in abbandono d’estasi sul loro lago. Facciamo lunghe passeggiate nella freschezza della sera, sotto la prima luna bianca, e torniamo a casa in barca, tacendo, tenuti dall’incanto della bellezza attorniante e dell’ora. Ieri visitammo un podere di mio marito, che io amo molto per un grande fantasma di vecchio maniero che vi è incluso. Più che un maniero è un vero castello murato che doveva essere immenso un tempo. Quasi tutte le muraglie di cinta sono ancora in piedi, con forti merli, tutti coperti di scura e folta e tenace edera, e così i torrioni ruinosi e tragici nella loro maestà di giganti debellati dal tempo… Sotto la luna, le ombre facendosi più misteriose tra gli aggrovigliamenti del verde e i solchi delle muraglie, tutto assunse un aspetto di così alta bellezza da legare là gli occhi e lo spirito come in un incanto d’immobilità». [2]
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Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
La vita di lei a Perugia fu vita nuova di affetti e di cure: il marito l’ occupava tutta; e, quand’ egli cadde due volte malato, non si sa dire a quali prove di sacrificio e di abnegazione ella si sottoponesse: non volle allontanarsi un momento dal suo capezzale, nè per parecchie notti si coricò. Un giorno fu tutta lieta di mostrarmi una grande cornice entro cui il marito aveva per lei, pel suo dì natale, con pensiero delicatissimo, raccolti e ordinati i propri ritratti a cominciare da quelli della prima infanzia fino all’ ultimo di uomo di governo. [1] Se poi il Pompilj era assente, il che accadeva assai spesso e per lunghi periodi di tempo, ella tosto si tramutava, come per incanto, nella più savia ed operosa massaia; e a tutto pensava, provvedeva a tutto, sacrificando l’ arte alle cure domestiche che non le consentivano un minuto di requie. Dalle quali non sapeva disgiungere le altre che si riferivano al maggior decoro cittadino: e
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tutti sanno a Perugia quanto zelo ella ponesse nel curare il buon andamento e il fiorire degl’ istituti femminili di educazione e della rinata Ars Umbra il cui scopo è quello della riproduzione degli antichi tessuti bianchi ad occhio di pernice con bordo azzurro. [1]
A tal riguardo è caratteristico l’ aneddoto seguente.
Quando la regina Margherita si recò a visitare l’esposizione di Antica Arte Umbra, l’Aganoor, deputata con altra dama ad accompagnare l’augusta Donna, indossò una blouse tutta adorna dei caratteristici tessuti. Appena la regina la vide, notò l’originale indumento e se ne congratulò. Al che pronta ella rispose: «Maestà, è l’insegna della nostra Ars Umbra»! [2]
Ricca, senza fasto; nobile, senza boria; cólta, senza ostentazione, si può dire che ella fu a tutti larga di aiuto e di consiglio. Onde bene a ragione fu notato che «molte lacrime seppe rasciugare con un sorriso e molta forza infondere con una parola.
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Tutti ricorrevano a lei; tutti i deboli, tutti gli sventurati, tutti i timidi, tutti gli afflitti, tutti quelli che abbisognavano d’incoraggiamento e di sprone…: nessuna voce implorante si rivolse a lei indarno; solo contro una cosa ella fu inesorabile: contro l’ inganno. La frode, sotto qualsiasi veste si nascondesse, moveva a sdegno l’animo suo nobilissimo; nè accadde mai che l’occhio suo indagatore non la discoprisse, che non ne rimanesse lungamente e profondamente turbato il suo spirito». [1]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
E felice ella sembrava nel suo nuovo stato. Se non che, in qualche momento di sconforto a cui niuno nella vita può sottrarsi, e che tanto è più intenso quanto maggiore è la sensibilità di chi n’ è preso, parve di nuovo ridestarsi nell’animo di lei la tempesta di una volta. Onde la vediamo anelare alla pace:
Mare, l’ ultimo canto
è per te; dico a te l’ ultima mia
parola disperata senza pianto,
mare, infinito come il mio dolore.
Questo mio folle amore,
e l’ impeto, e la sete,
furono vani. È questa, è questa, è questa
la verità… [3]
[p. XXVIII]
E, rievocando nell’ accesa fantasia la bella bimba dai capelli neri che là sul prato e parla e gioca al sole; la fanciulla bruna, gli occhi sognanti al ciel notturno fisi, ella si sente stanca e la man preme sulle ciglia nere,[1] in affanno per le primavere che ha veduto sfiorire, non certo presaga della trista, immatura fine che l’attendeva.
III.
Vittoria Aganoor sia per naturale modestia o per soverchia incontentabilità rispetto all’ opera propria, sia per repugnanza antica, invincibile a mandare in giro il suo cuore, chè il pubblico, come soleva dire, le faceva ribrezzo, tardi si decise a raccogliere i versi scritti nel pieno rigoglio della sua giovinezza fatta di palpiti, circonfusa di sogni: aveva quarantacinque anni! Ma di essi non pochi erano apparsi nelle nostre migliori riviste; e lo Zanella, fin dal 1876, ne aveva data una primizia nella Nuova Antologia;[2] altri erano noti ai più intimi,
[p. XXIX]
tra cui il Maffei e il Nencioni; tutti, communque, avuti in gran pregio. Onde un’assidua e dolce violenza all’animo della poetessa da parte di amici e di ammiratori, e, caso raro, anche di editori, perchè non indugiasse più lungamente a dar fuori in volume il meglio della sua produzione poetica, attesa con tanta impazienza. Primo, e pubblicamente, lo Zanella, il quale, raccogliendo di nuovo nel 1885 quelle tra le sue liriche che avevano levato più grido e dedicando il libro alla sua alunna, già venuta in così bella fama di poeta, le scriveva: «… Vorrei che questo le fosse non solamente un ricordo; ma un invito a raccogliere e pubblicare i suoi lavori poetici di cui l’ Italia ha già veduti tanti bei saggi». [1] Intutile: Vittoria non si decise nè per questo nè per altri autorevoli inviti; e forse non avrebbe presa mai una risoluzione, se la madre, dama di alto sentire e di nobile intelletto, non l’avesse pregata ella stessa con tre parole, che per la figliola valevano più di un comando: Fallo per me![2]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
E Leggenda Eterna apparve, quando, per altro,
[p. XXX]
nessuno dei vecchi e cari sollecitatori poteva vederla: scomparsi da tempo il Maffei e lo Zanella, da poco il Nencioni, di recente la madre, la quale portò con sè nel sepolcro un desiderio così ardentemente nutrito.
Rammento come nella febbre che le cagionava allora la pubblicazione imminente trovasse cómpito malagevole perfino la correzione delle bozze di stampa, e come, certo più del ragionevole, si preoccupasse del bagliore che già andava spandendo intorno a sè, prima ancor di apparire, per lo strombettìo servile dei gazzettieri, il Fuoco di Gabriele D’Annunzio. «Penso anche, mi scriveva, che il mio libretto esce in un cattivo momento. Chi potrà avvedersi di lui mentre divampa magnifico all’orizzonte il Fuoco trionfante del D’Annunzio e occupa e attira e affascina le turbe ammirate? Povera me! Sarà un naufragio, temo». [1]
Fu invece un trionfo; e un trionfo genuino: in pochissimo tempo si esaurì la prima edizione. [2] Non giornale o periodico o rivista che non parlasse con grande lode della poetessa e della sua Leggenda Eterna, che era tanta parte dell’anima di lei, anzi l’ anima sua stessa, cui due prepotenti e gigantesche passioni alimentavano: l’amore e il dolore. Ciò che Enrico Nencioni, giudicando da par suo alcuni anni avanti, prima che si raccogliesse in volume, la poesia dell’Aganoor, aveva rilevato scrivendo:
[p. XXXI]
«In alcune sue liriche, la nota della passione vibra sì acuta, dolorosa e intensa che subito vi riconosciamo la donna». Sebbene, pare a me, non tutta la poesia di donne va nutrita, oggi in special modo, di sentimento così profondo; derivando essa, in gran parte, più da sentimentalismo che da sentimento, più da riflessione che da intimo impulso; essendo, in altri termini, più il risultato della volontà che della commozione, e, per questo appunto, manchevole di quel profumo di sana e schietta e propria femminilità che è invece la caratteristica della lirica di Vittoria Aganoor. D’accordo in ciò Benedetto Croce che nel suo recente pregevolissimo saggio a lei dedicato nella Critica[1] così si esprime: «Il suo breve Canzoniere d’amore è certamente il più bello che sia stato mai composto da donna italiana. Non ha situazioni complicate e romanzesche, sentimenti straordinarii o morbosamente raffinati. È l’amore senz’altro, l’amore normale, la «leggenda eterna», come la chiama l’autrice. Ma è l’amore; cosa assai più rara che non si creda, non solo in poesia ma anche nella realtà; perchè, come in quella è soffocato dalla letteratura dell’ amore, così in questa dal precoce viziamento dei sensi e dell’ immaginazione, o dal prevalere dell’analisi mentale». Onde più innanzi è tratto ad esclamare: «Ah, quella nobile anima amò davvero! Amò nel modo stesso che qualsiasi essere umano e non potè nè sorridere, nè ragionare sulla sua passione, come non si sorride nè si ragiona sulla malattia che ci accende o ci abbatte e che perciò
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stesso è cosa seria, attaccando le radici di ogni attività, dominando ogni nostra attività». [1] Di qui il dolore, che insieme con l’amore pervade tutta, vivificandola, la fervida poesia di Leggenda Eterna: un accorato rimpianto delle ore che invitarono indarno alla letizia e al gaudio, onde più acerbo e scuro volge alla poetessa il suo giorno fatto d’angoscia; una rassegnazione pacata cui lo sconforto alimenta e niuna speranza illumina:
È tardi, è tardi! rassegnata muori,
nè pensar che ti salvi ira o lamento;
[p. XXXIII]
è la tua sorte la sorte dei fiori
nati di foglie sotto avaro velo,
di fior cresciuti in triste isolamento…; [1] una impassibile fierezza che comprime lo spasimo e rompe in una sfida:
Io colle mani strette,
senza pianto e parole,
tranquillissima in volto,
nel cor ferita, che piegar non vuole,
l’ imperversar della tua voce ascolto.
E una superbia viva
io provo, io che più forte
di te mi sento, o amore
dei martiri, o fratello della morte.
o divino carnefice, o dolore! [2]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Io vedo, scrive il Ciàmpoli, uno tra quelli che con maggior competenza e acume si occuparono di Leggenda Eterna, io vedo nel buio due grandi occhi dolorosi, che sorridono tristamente; due piccole labbra pallide che tremano; occhi che penetrano l’anima umana nella più remota lontananza di tempo, negli stati anteriori alla nascita terrena, nei presenti, negli avvenire; labbra che paiono dire arcani, parole di folle che ragiona; tenerezze segrete, che pochi comprendono, che nessuno sa rivelare, che tutti sentono vaghe e misteriose, come voci d’ un’ altra esistenza. Il suo amore è come
[p. XXXIV]
una divina malattia che strugge e purifica, ma vibra solo in esseri privilegiati: lei ce ne scopre le più sottili evanescenze, gli spasimi più disperati, le ebrezze e le agonie più accorate, dandoci la deliziosa sorpresa di farci ritrovar nel verso quel che proviamo nel palpito… Onde di poesia che in un’ora fan rivivere una vita intera. E fan vivere la nostra vita moderna, intensa, complessa, nervosa, tormentata e tormentatrice, fan vivere nel passato, nel presente e nell’avvenire, sempre come fiamma al vento, senza riposo «mai!».
Così la Leggenda Eterna è, ben dice Raffaello Barbiera, «leggenda che le anime, i fiori, le stelle, gli atomi scrivono da millennii e che mai è finita, e sembra donata quaggiù per consolarci del dolore, laddove è sovente un dolore essa stessa. Vittoria Aganoor vi coglie le voci misteriose delle notti e le interpreta con uno spirito la cui sensibilità arriva al grado più sopraffino. Nella Leggenda Eterna freme ardore di anime, passa un fuoco». [1]
Ardore e fuoco che con la medesima veemenza non pare, s’io ben veggo, si sprigionino dalle Nuove Liriche.[2] Le quali, appunto perchè
[p. XXXV]
scritte la maggior parte (alcune rimontano a tempi anteriori) nell’ Umbria dov’ella, come si è detto, quietato finalmente lo spirito bisognoso di amore, aveva raccolto il volo e costrutto il suo nido tranquillo, rivelano, in generale, nella rinnovata materia, anche una maniera nuova, una nuova fisonomia.
L’ Umbria, senza dubbio, è una plaga che, come giustamente osserva Giulio Urbini, [1] «ha virtù di elevare lo spirito alle più alte contemplazioni poetiche». E, in vero, così ricca com’è di tradizioni e di memorie, così bella e fascinante nel molle ondeggiare dei colli vestiti quasi perennemente d’ un verde fresco e vellutato dalle tonalità più delicate,
nel roseo lume placidi sorgenti; così varia a ogni passo di viste incantevoli, di prospetti maravigliosi che ti rapiscono, allargandosi e sfumando
entro vapori di vïola e d’oro;
[p. XXXVI]
l’ Umbria, dico, ben può avere «accresciuta la tendenza in Vittoria Aganoor alla meditazione e alla contemplazione dei grandi spettacoli della natura…»; la poesia di lei ben può essersi «volta di preferenza verso più alti ideali sociali ed umani e il suo verso risonare di accenti più liberi e, nella loro dolcezza, più fieri»; [1] ma io non oserei del pari affermare che il suo temperamento poetico non ne sia uscito snervato e snaturato. [2] Venuta meno in lei la ragione prima e più vitale del canto, l’amore come passione, la quale non può certo trovar esca nel possesso incontrastato e nel desiderio soddisfatto, la lirica dell’ Aganoor fu più che altro volitiva e riflessa. Non che, a tratti, qua e là non sprizzino scintille, non guizzino lampi che illuminano ed abbagliano; ma sono scintille e lampi che non hanno la virtù d’ un tempo di suscitare fiamme, di propagare incendi. È in quelle scintille e in quei lampi la vecchia anima fremente che tenta, direi così, di sopraffare la nuova, ma non vi riesce per manco d’energia. Quello che su per giù può affermarsi di Ada
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
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Negri, La quale, se più composta e nitida nel pensiero e nelle immagini, oltre che nella forma, ha tuttavia, dopo il nuovo suo stato e le mutate abitudini e gli affetti e i sentimenti diversi, troppo perduto del primitivo calore e colore, di quell’impeto quasi selvaggio, onde, libera plebea, sorgeva dalle angustie della vita e dello spirito, vendicatrice
dei miseri, vissuti
oscuramente col destino in guerra.
Ed era lei, tutta lei, l’Ada Negri, in quei versi concitati, ruggenti sdegno e squillanti battaglia.
Quanto ho detto circa l’Aganoor delle Nuove Liriche, trova rispondenza in ciò che il Croce stesso notava nel saggio dianzi citato: [1] «I versi ch’ella compose di soggetto storico, patriottico, filosofico, umanitario (i più notabili delle Nuove Liriche) sono sempre opera di una mente cólta e di uno spirito delicato; ma non hanno il vigore degli altri nei quali mette tutta se stessa. Vengono più dalla testa che dal cuore; si sente che ella (come si dice) «si è fatta una ragione», e vuole inculcare a se stessa e agli altri la gioia, la pace, l’amore reciproco… Ma la sua vera poesia nasce quando non sa farsi nessuna ragione, quando è tutta presa dalla sua irragionevolezza e batte nervosamente i piedi a terra e contrae il volto e rompe in lacrime»
Se non che, in ultimo, parrebbe ch’ Ella si fosse fatta una ragione anche del dolore, intorno al quale si lasciava andare a considerazioni filosofiche
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di questa specie: «Noi passiamo subito e subito passeranno i nostri dolori. Perchè stimarli insopportabili e immensi? Noi passiamo subito. Perchè farcene un paludamento di sovranità e un piedistallo d’irrisoria potenza? Siamo miseri e piccoli, e miseri e piccoli son essi; siamo caduchi e chimerici ed essi anche sono chimerici e caduchi…». [1]
Ma, comunque, questo parmi si possa, in conclusione, con ragionevolezza affermare: che la poesia di Vittoria Aganoor, sebbene non possa propriamente dirsi delle grandi cose, è pur nondimeno grande ed eloquente; come quando, a cagion d’esempio, assurge a dignità epica nei Cavalli di San Marco, (tèma trattato con minore ampiezza e, direi, con minor nerbo anche dallo Zanella); [2] allorchè si lancia ardita nei regni fantastici della notte a cogliere le voci profonde e misteriose del Silenzio,[3] in quella lirica di fattura squisita che giustamente fu detta tra le più ispirate e belle dei tempi nostri. E in tanto più grande ed eloquente a me pare la poesia di lei in quanto ha radice nella sincerità e mira in alto; nella sincerità di cui ella vivamente si compiaceva e che rinveniva nel suo «piccolo mondo interiore così in opposizione con quello esteriore», e dov’era felice di rifugiarsi nel «libero raccoglimento di certi sicuri silenzi». Là ritroviamo, sono sue parole, vero e integro lo spirito nostro, che, spesso imprigionato
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
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e nascosto, talora a un tratto, per súbite ribellioni, per contingenze fatali, spezza audacemente i legami ed esce all’ aria e al sole con una parola che fa impallidire i legittimisti delle tradizioni, con una nota che rompe i ritmi classificati dei retori. Vi balenano le sembianze di chi libero canta il suo dolore o il suo giubilo, la disfatta o il trionfo, disgusti o sogni, ardimenti e paure, di chi, vinte e scrollate le piccole cure quotidiane, i piccoli consueti doveri, si leva su solitario e selvaggio a foggiarsi visioni di bellezza tra i ricordi e le idee, si leva sul tedio e la polvere di vie frequenti e sonore, sulle tiranniche imposizioni della comunanza mondana e non sa che la gioia del volo suo libero e l’ ebbrezza del canto e la voce sua vera. E ancora voi sentite nel verso un fremito che non è d’ artificio; un palpito che veramente viene da un fervido sangue pulsante in festa di libertà; una parola che l’anima dice con voluttà di coraggio, sfidando ogni divieto e ogni monito, ogni piccola menzogna…».
«Che importa», prosegue la poetessa, «se il mondo suol giudicare goffo e grottesco l’estasiarsi dinanzi a una notte stellata o lunare? Fortunatamente la luna e le stelle non sanno d’uomini e superuomini: il poeta ha pur bisogno dell’ineffabile godimento e delle contemplazioni giudicate inutili da le così dette menti pratiche e posate. Io farò ridere, ma debbo pur confessare che, stesa in una lunga poltrona nel perfetto riposo, e quasi oblio delle membra, dalla stanza buia e tranquilla me ne sto, per ore, dinanzi alla finestra spalancata sulla notte estiva, gustando il più profondo e pieno
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godimento che gustato abbia mai nel comunicare con la loro anima di eternità e di mistero…:
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
e vinto d’ ogni cura
corroditrice il tarlo,
io con le stelle parlo,
parlano a me le stelle. [1]
Solo lassù è la vera grandezza, il vero incommensurabile, lassù è veramente l’ augusta maestà della vita…». [2]
Parole queste in cui è, senza dubbio, il più degno commento all’ opera di lei che rifugge da tutto ciò che sa di artificioso, d’ astruso, di contorto, non soltanto nel pensiero, ma sì anche nella forma che oggi mi pare, per usare una espressione della stessa Aganoor, rappresenti in modo trionfale l’ ideale anarchico. A proposito della quale, dirò come a me sembri ch’ ella abbia dal suo maestro ereditata quella finitezza e trasparenza, quella plasticità ed eleganza che fanno dell’autore della Conchiglia, anche per questo, uno dei poeti più simpatici del secolo scorso.
Nè si creda, come taluno ha pensato, che l’Aganoor sia stata compiutamente digiuna di lingue classiche: non certo in lei la padronanza che potè vantarne la Brunamonti; ma di latino seppe quanto basta alla intelligenza di un testo: di greco ebbe qualche non trascurabile nozione. In compenso, molta dimestichezza potè vantare con le lingue moderne,
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e ampia conoscenza possedeva delle letterature straniere, onde le derivarono spesso felicissimi atteggiamenti di pensiero e non comune efficacia rappresentativa.
D’ ingegno versatilissimo, di pronta e vivace immaginazione, di potente e acuto intuito, ella avrebbe, certo, potuto lasciare durevoli impronte anche nel teatro e nella prosa narrativa se dell’uno e dell’altra avesse preso ad allargare e a perfezionare i tentativi che ci sono dati da una novella sceneggiata, Prova,[1] e da due bozzetti: La Madonna e Dal Vero,[2] l’una e gli altri di eccellente fattura.
Al teatro, anzi, aveva fermo il proposito di dedicarsi; e con calore me ne parlava pochi mesi prima del suo triste fato: dalla prosa narrativa la distolse forse l’avversione che sempre dimostrò allo scrivere sciolta da ritmo. E pure quanta grazia e snellezza e disinvoltura in quelle poche pagine che ci ha lasciato! Non parlo delle sue lettere, disseminate a profusione in ogni angolo d’ Italia, dovunque aveva amici e ammiratori, le quali sono di una semplicità e disinvoltura singolari. [3]
Non tacerò, da ultimo, che molte delle poesie dell’ Aganoor ebbero l’ onore d’ essere tradotte
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in inglese, francese e spagnuolo, [1] alcune anche in greco e latino; e che di Leggenda Eterna si hanno due versioni integre, una in armeno, dovuta all’infaticabile Padre Arsenio Gazikian che ha pur tradotte di recente le Nuove Liriche;[2] l’altra in tedesco, condotta con molta accuratezza, secondo che mi assicurano gl’intelligenti, da Otto Haendler. [3]
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
IV.
E ora poche parole intorno ai criteri che mi guidarono nel preparare la presente ristampa.
Allorchè la Casa Le Monnier me ne affidò il gradito incarico, stetti in forse, anche per consiglio d’ amici, se ripubblicare intera l’ opera dell’Aganoor, o non piuttosto divenire a una scelta, sia pur larga, delle migliori cose di lei, di quelle cioè più originali e sentite. È risaputo che uno scittore non varca alla posterità con tutto il suo bagaglio più o meno pasante; e, se ben si consideri, poche sono le poesie onde oggi restano in fama anche gli autori più celebrati: il rimanente ha vita riflessa, direi parassitaria, quale di edera abbarbicata al tronco. Ma, oltre che ciò sarebbe stata una multilazione poco reverente alla memoria della
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insigne poetessa e avrebbe scontentati i più, come presumere di aver mano felice e sicura nella scelta? Si sa: quel che piace a uno, non sempre contenta l’altro, e i gusti sono difficili e diversi. E poi, come salvarsi dalla inevitabile obiezione: Perchè questo e non quello? Mi parve quindi miglior partito il dare intera nel nuovo volume la produzione poetica dell’Aganoor; anche perchè, in tal modo, la figura di lei, come donna e come artista, ne sarebbe uscita più compiuta e caratteristica. D’altra parte, quando trattasi specialmente di poesia, qual’è questa, tutta intessuta di sentimento e vibrante di passione, una strofa, un emistichio bastano, a volte, per rivelarci nuovi e ignorati sensi, nuovi e singolari atteggiamenti dell’anima del poeta.
È vero che negli ultimi anni Vittoria Aganoor fu troppo incline ad assecondare le richieste di versi che, quasi giornalmente, le piovevano da ogni parte d’Italia; tutti i nuovi periodici e i numeri unici e gli albums, non ultima afflizione del genere umano, volendosi far belli del nome di lei: ma è vero altresì ch’ ella non annetteva grande importanza a quei parti quasi improvvisi, a quegli scampoli, chiamiamoli così, della sua Musa. Nè ve l’annetterò io, che, a titolo più che altro di curiosità, in un libro di Rime sparse, ho raccolto un saggio di quei lavori, insieme con liriche della prima gioventù, o ignorate o rare, piene però sempre di calore e di vita, che la famiglia custodisce e un amico cortesemente mi offre, [1] e altre
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poche composte dopo la pubblicazione delle Nuove Liriche.
Pel rimanente, non mi è parso di dover modificare nè i titoli delle raccolte, nè la disposizione delle poesie in esse contenute, ben sapendo quanto l’ Aganoor fosse in ciò scrupolosa ed assoluta; e come, vivente, mi darebbe ora sulla voce se ardissi manomettere l’opera sua. E nessuno saprebbe, in sostanza, darle torto. Rammento, a questo proposito, che una volta mi richiese di un titolo per una lirica cui non riusciva a trovarne uno appropriato: accondiscesi; ma non oserei affermare che ella ne rimanesse interamente soddisfatta.
Così non ho creduto di modificare la punteggiatura, che è tanta parte del pensiero d’ uno scrittore e del suo modo di sentire e di significare, se non là dove m’ è sembrato o che il concetto non ne uscisse chiaro abbastanza, o che si trattasse evidentemente di una svista. [1] Ho soppresso qualche puntino di reticenza…; ma quei puntini, che sono un debole nella più parte delle donne scrittrici, non piacevano più tanto neppure a lei, poi che il Fogazzaro vi ebbe un po’ celiato sopra con una frase saporitissima.
Dopo ciò, sarei ben lieto se la mia modesta fatica non soltanto riuscisse a meritare il favore di quanti amano il buono e il bello nella lirica
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nostra; ma più ancora l’ assentimento benevolo dello spirito grande di Lei a cui l’anima mia è pur sempre legata col doppio vincolo, e indissolubile, della devozione e della gratitudine.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Roma, ottobre 1911.
LUIGI GRILLI.
Notes
Note from page [III]: 1 Guido Pompilj, mente eletta di statista e amatore delle buone lettere. Deputato di Perugia per varie legislature, fu due volte sottosegretario alle Finanze e agli Esteri e rappresentante dell’ Italia nel congresso internazionale per la pace, all’Aja. Il suo nome è particolarmente legato alla grande opera di risanamento del Trasimeno; opera che vittoria Aganoor nobilmente esalta nei versi bellissimi che le ispirò la prima visita fatta al lago in compagnia del Pompilj medesimo–il forte soldato del bene–pochi giorni prima di fidanzarsi con lui, nel novembre del 1901. Era nato nel 1856. Oltre a molti discorsi politici (Città di Castello, Lapi edit., 1911; voll. 2) ne lasciò vari d’indole storica e letteraria, come: L’ Italia nella repubblica e nel regno napoleonico; Leone Tolstoi, ecc.
Note from page IV: 1 GUIDO MAZZONI: Tal fu…, in La Favilla di Perugia, fasc. ill. in onore di V. A., luglio-agosto 1910.
Note from page V: 1 In La Favilla, fasc. cit.
Note from page VI: 1 Canto d’aprile, pag. 57 di questo volume.
Note from page VI: 2 La Congregazione dei Mechitaristi dell’Isola di S. Lazzaro ha parecchie opere stampate per conto di Abramo.
Note from page VI: 3 Edoardo nato a Madras, quando venne in Europa aveva 12 anni e si sposò alla Pacini il 1847.
Note from page VI: 4 L’atto di nascita procurato a La Favilla di Perugia (fasc. cit.) da Ciro Trabalza dice così: «A dì 3 giugno pred.#0 (cioè 1855)–Vittoria, Antonia, Maria Aganoor di Odoardo e di Giuseppa Pacini coniugati in questa Parrocchia, fu oggi battezzata dal m. r. don Giuseppe Putter p. P. co. Madrina fu la sig. Maria Teresa Moorat, vedova del fu Abramo Aganoor. Nacque il 26 p. p. maggio, alle ore 8 1/2 ant.».
Note from page VII: 1 Pag. 311 del presente volume.
Note from page VII: 2 Arsenio Gazikian, molto affezionato all’ Aganoor, e al quale io devo, oltre che la gradita amicizia, non poche notizie intorno alla poetessa. Egli è noto quale traduttore in lingua armena di Dante, Leopardi, Virgilio e Omero.
Note from page VIII: 1 In un cenno autobiografico che si fece precedere alla lettura dei versi dell’A., fatta dal conte G. L. Passerini a Firenze alla Leonardo il 10 aprile 1905, presente l’autrice.
Note from page IX: 1 Pag. 130 di questo volume.
Note from page IX: 2 Casa natale, già citata.
Note from page X: 1 Andrea Maffei, che fu pure guida preziosissima all’Aganoor ne’ suoi studi.
Note from page X: 2 Pag. 315 di questo volume.
Note from page X: 3 Angelica, Virginia, ora duchessa Mirelli, Maria ed Elena.
Note from page XI: 1 Strano: mi diceva l’Aganoor che lo Zanella, così corretto e fluido quando scriveva versi, non sapeva poi, parlando, esprimersi neppure con esattezza sintattica; onde usava sempre, o quasi sempre, il dialetto.
Note from page XII: 1 La grotta famosa di Patane dove il grande poeta portoghese compose i Lusiadi.–V. questo componimento inedito, e finora perfettamente sconosciuto, a pag. 333 del presente volume.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Note from page XIII: 1 Da una lettera autobiografica, in data 12 genn. 1905, indirizzata da Perugia a Onorato Roux e inserita da questo nel vol. I, p. II dell’Opera: Infanzia e Giovinezza di illustri italiani contemporanei. Firenze, Bemporad e figlio, 1909, pp. 233–36.
Ho restituita la lettera dello Zanella alla dizione originale, confrontandola con l’autografo.
Note from page XIV: 1 L’originale è posseduto dal Padre Gazikian, che me lo ha gentilmente comunicato.
Note from page XIV: 2 In una lettera allo stesso p. Gazikian.
Note from page XIV: 1 In uno studio assai bello e affettuoso: L’Aganoor giovinetta (Roma Lett., giugno 1910), dal quale, col permesso dell’A., spigolo qualche notizia. Il Ciàmpoli fu allora, per alcun tempo, quasi il confidente preferito dell’ Aganoor di cui conserva memorie numerose e interessanti, oltre che lettere e poesie inedite in quantità, alcune delle quali mi consente di riprodurre in questo volume, ond’ io ringrazio di tutto pubblicamente l’amico earissimo.
Note from page XVI: 1 Angiolo Orvieto nel Marzocco del 20 maggio del 1900, parlando del pellegrinaggio pietoso al nuovo tumulo di Enrico Nencioni, nota che «una donna di squisita eleganza, di nobile e leggiadra persona, dai neri occhi profondi, ardenti e soavi, religiosamente assorti nella contemplazione di tutto quel verde e di tutti quei fiori, disposti come ghirlanda di vita dintorno al rinnovellato sepolcro del grande animatore» era venuta apposta da lontano «per ritrovarsi, una volta ancora, vicino a quell’ indimenticabile amico che, con il gesto sicuro della mano fraterna aveva a lei additata la via della bellezza e del bene». Quella dama era Vittoria Aganoor.
Note from page XVII: 1 Pag. 350 di questo volume.
Note from page XVII: 2 Pag. 352 di questo volume.
Note from page XVII: 3 Cfr.: Grandi e piccole memorie. Firenze, Le Monnier, 1910.
Note from page XVIII: 1 Pag. 36 di questo volume.
Note from page XIX: 1 A mio padre, pag. 130 di questo volume.
Note from page XX: 1 Rinuncia, pag. 83 di questo volume.
Note from page XX: 2 La contessa Giuseppina Aganoor morì nel 1899.
Note from page XX: 3 Allucinazione?, pag. 298 di questo volume.
Note from page XXI: 1 Trasimeno, pag. 200 di questo volume.
Note from page XXII: 1 Pag. 222 di questo volume
Note from page XXII: 2 Ms. comunicatomi, insieme con altri, dalla nobile signorina Ada Palmucci, sorella uterina dell’on. Guido Pompilj e sua erede universale, alla quale rendo qui grazie vivissime per tutti gli aiuti fornitimi a meglio condurre il presente lavoro.–V. anche «Il Giornale d’ Italia», che riprodusse in parte la conferenza, a. VI, n. 61, 2 marzo 1906, e parlò del trionfo ottenuto dalla poetessa, con cui la Regina fu di una amabilità singolare.
Note from page XXIII: 1 Da una lettera a una sua cara amica, la prof. Anna Manis, del 7 febb. 1905, alla quale devo essere pur grato di alcuni versi inediti dell’A. che volle favorirmi.
Note from page XXIV: 1 Lettera alla Manis predetta.
Note from page XXIV: 2 Allude a Castel di Zocco ch’ella fece poi rivivere con tanta ala di fantasia nei versi che sotto quel titolo si leggono a pag. 219 di questo volume. La lettera è pubblicata sul più volte citato fasc. della Favilla di Perugia, a pag. 349, dalla M.sa Maria Plattis (Iolanda), la fine scrittrice di Cento.
Note from page XXV: 1 La dedica appostavi dice: Sono stato contento di poter raccogliere da varie parti questi ritratti, già dispersi e dimenticati, per offrirli a te, mia Vittoria teneramente amata, in ricordo della faticosa, spinosa, solitaria giornata di tuo marito. Il quale è ora così fortunato e felice d’avere in te acquistato un’ impareggiabile compagna piena di tutte le più alte, delicate e rare virtù dell’intelletto e dell’anima. Gli auguri che in questo giorno ricordevole della tua nascita, e quindi per me sovra tutti caro, a te volano ardenti d’affetto dal mio cuore, sono auguri che faccio a me stesso, essendo oramai la nostra vita, nel senso più schietto e squisito, comune. Il Cielo ti cuopra d’ogni bene e ti salvi da ogni male per te e per il tuo Guido.–Perugia, 25 maggio 903.
Note from page XXVI: 1 Intorno a questa industria, di antichissima origine Perugina (risale al 1300 circa), che aveva sede al Borgo Sant’Angelo, è interessante leggere la pregevole monografia inserita a pag. 165 del volume: Le Industrie femminili Italiane, edito a Milano da Pilade Rocco e Comp.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Note from page XXVI: 2 È raccontato dalla march. Alessandrina Torelli Faina, distinta signora di Perugia, in una sua bella e affettuosa commemorazione della diletta amica, tenuta alle alunne del R. Educatorio di Sant’Anna di cui la poetessa era ispettrice. V.: In memoria di Vittoria Aganoor Pompilj. Perugia, Stab. tip. Donnini, 1910, pag. 8.
Note from page XXVII: 1 Nella commemorazione sopra citata, pag. 9.
Note from page XXVII: 2 Momenti, pag. 307 di questo volume.
Note from page XXVII: 3 L’ Ultimo canto di Saffo, pag. 411 di questo volume.
Note from page XXVIII: 1 La bella bimba dai capelli neri, pag. 314 di questo volume.
Note from page XXVIII: 2 Insieme con alcuni versi: Melanconia della sorella Elena, ricca di poetica vena anch’essa, non so perchè, lasciata inaridire. Si hanno di questa, a stampa: Una lampada in Poesie di autori contemporanei, raccolte da G. L. Patuzzi, Drucker, 1882, pag. 388, e inoltre una collana di sonetti su Venezia, illustrati dal pittore Mainella. La poesia di Vittoria s’ intitola: A una bolla di sapone (pag. 340 di questo volume), e, dice il Ciàmpoli, era spesso sulle labbra dello Zanella che la prediligeva. Ai versi delle due sorelle precede il Sermone dello Zanella: Ad Elena e Vittoria Aganoor (Poesie di G. Z. con pref. di Arturo Graf; nuova edizione, vol. II, pag. 19), V. Nuora Antologia, fasc. di agosto, a. XI, s. 2a, vol. II, pag. 850.
Note from page XXIX: 1 Firenze, Suce. Le Monnier, 1889, sesta impressione; e nuova edizione in due voll., con prefazione di Arturo Graf, 1910, pag. LXXV.
Note from page XXIX: 2 Lettera dedicatoria. premessa a Leggenda Eterna. V. pag. 3 di questo volume.
Note from page XXX: 1 Lettera del 17 marzo 1900, da Venezia.
Note from page XXX: 2 Leggenda Eterna. Milano, Treves, 1900: 2a ediz., Torino, Casa edit. Naz. Roux e Viarengo, 1903.
Note from page XXXI: 1 A. IX, fasc. I, 20 genn. 1911, pp. 10 e 13.
Note from page XXXII: 1 E che cosa fosse in realtà l’amore per Vittoria Aganoor ci è dato rilevare da una bella lettera ch’ ella indirizzava alla sua giovine amica e sorella nelle muse Maria Stella. «È giunta, cara, la primavera d’amore? Ne hai diritto e tu hai anima di gustarne tutte le sublimi estasi. Sempre va unita a fremiti, a folate, a baleni d’ uragano, però; ma non importa; quando torna il sereno e l’ anima si placa, nessuna dolcezza eguaglia quella dolcezza. Oh rammenta bene! e rammenta che quando l’amore ha preso tutto il tirannico dominio di noi, ci domandiamo:–Come mai potevo prima vivere senza di lui! Come poteva avere la vita per me significato e bellezza? Come possono vivere quelli che non conoscono l’amore o ne sono privi o l’hanno perduto?… Io ti auguro che venga prestissimo e sia terribilmente autocrate e ti prenda tutta e ti dia la magnifica ebrezza che dà ai poeti, e nessuna tua idea piú, vada scompagnata da lui e nessuna tua speranza o proposito o progetto o lavoro sorga nel tuo spirito, isolato dal suo pensiero e tutti i tuoi sogni, tutti, tutti, tutti, siano pieni di lui, di lui, di lui, per la vita e piú in la. Ecco, la memoria mi ha fatto rivedere il passato…–V. La Donna, A. VI, fasc. 130, 20 maggio 1910.
Note from page XXXIII: 1 Nel bosco, pag. 153 di questo volume.
Note from page XXXIII: 2 Trionfo, pag. 152 di questo volume.
Note from page XXXIV: 1 Cfr. R. BARBIERA, op. cit.
Note from page XXXIV: 2 Roma, Nuova Antologia, 1908. Del resto, ch’ella stessa fosse in certo modo di ciò convinta, appare chiaro da una lettera scritta, subito dopo pubblicate le Nuove Liriche, alla Manis, in cui, tra l’altro, si legge: «Hai anche ragione quando dici che più «giovane» era Leggenda Eterna». Infatti vi erano raccolti i canti della giovinezza mia esuberante ed appassionata. Qui forse la forma si è ingagliardita e qualche più profondo atteggiamento di pensiero vi è; ma certo la passione dei venti anni e dei trenta, l’ impeto di quei tumulti lontani, non si ritrovano più. Sera estiva e Pace, e La bella bimba dicono molte cose, sincere e appassionate a loro modo, ma di una passione malinconica di tramonto, anzi di sera. Una delle liriche che a me paiono fra le migliori di questo volume è Primavera, quella che comincia: «E ancora l’aspettata, ecco discende». Ma nessun critico, ch’io mi sappia, vi si è soffermato. (Leggesi a pag. 204 di questo volume).
Note from page XXXV: 1 In Nuova Antologia: VITTORIA AGANOOR POMPILJ; 10 ottobre 1908.
Note from page XXXVI: 1 Anche in Leggenda Eterna non mancano, del resto poesie d’ intonazione sociale e umanitaria.
Note from page XXXVI: 2 Sebbene ella ben altro si ripromettesse. «Vedrai, scriveva alla Manis, col procedere nella vita che magnifici risvegli, talora, che maraviglioso rispalancarsi di certi cancelli, che parevano arrugginiti per sempre! Un soffio caldo e vivo di speranze, lieve come la brezza, portante fragranze di non so quali fiori, compie talora il miracolo, e cadono le forti sbarre, e improvvisa si schiude novellamente la meraviglia del sogno». (Lett. del 15 agosto 1905).
Note from page XXXVII: 1 Critica, fasc. cit., pag. 13.
Note from page XXXVIII: 1 Ms. citato.
Note from page XXXVIII: 2 Pag. 116 di questo volume. Pel carme dello Zanella, v. le Poesie, già citate, vol. II, pag. 30.
Note from page XXXVIII: 3 Pag. 184 di questo volume.
Note from page XL: 1 Leggende e fantasie norvegesi, pag. 261 di questo volume.
Note from page XL: 2 Ms. cit.: passim.
Note from page XLI: 1 Pag. 373 di questo volume.
Note from page XLI: 2 Cfr. il mio articolo: V. A. novellatrice, in: La Favilla; fasc. cit., pag. 397, segg.–«Alla prosa», scriveva alla Manis, «ho pensato tante volte, e anche a scrivere una commedia. Ma il tempo?!»
Note from page XLI: 3 Se ne potesse mettere insieme una raccolta! Sarebbe un epistolario veramente prezioso: e io ne formo l’augurio.
Note from page XLII: 1 Ne tradussero i miei ottimi amici F. Diaz Plaza e Juan Luis Estelrich, il più popolare, questo, dei poeti che oggi vanti la Spagna.
Note from page XLII: 2 Venezia, S. Lazzaro, 1905 e 1910.
Note from page XLII: 3 Dresda, Carlo Reissner, 1910.
Note from page XLIII: 1 Il Ciàmpoli che ho sopra nominato.
Note from page XLIV: 1 L’Aganoor segue, a volte, criteri tutti suoi particolari nella interpunzione, e non sempre uguali in casi identici: lo stesso dicasi della dieresi che ora segna ora no.
Di antica famiglia armena, nacque a Padova nel 1855. Nella città veneta conobbe Giacomo Zanella, che seguì i suoi primi passi di poetessa. Successivamente ebbe contatti con Enrico Nencioni a Napoli e un intenso rapporto amichevole, come attesta il suo epistolario, con Domenico Gnoli. Il suo primo libro, nonostante la precocità della sua vena poetica, apparve solo nel 1900, col titolo “Leggenda Eterna”. L’anno seguente si sposò con un nobile perugino deputato, che ne aveva ammirato i versi. Nel 1908 uscì il suo secondo volume “Nuove liriche” e nel 1910 morì a Roma. Poco dopo il marito si tolse la vita. Le “Poesie complete” vennero pubblicate, postume, nel 1912. Poetessa assai colta, lettrice dell’opera di autori stranieri e italiani, si caratterizzò per un certo eclettismo e per una fisionomia costantemente in bilico tra classicismo e sensibilità decadente, nella quale prevalse, sulla confessione e sul diario sentimentale, un senso, a volte astratto, di incomunicabilità e ambiguità.
“Finalmente”
Dunque domani! Il bosco esulta al mite
sole. Ho da dirvi tante cose, tante
cose! Vi condurrò sotto le piante
alte, con me; solo con me! Venite!
Forse… – chi sa? – non vi potrò parlare
subito. Forse, finalmente sola
con voi, cercherò invano una parola.
Ebbene! Noi staremo ad ascoltare.
Staremo ad ascoltare i mormoranti
rami, nello spavento dell’ebbrezza;
senza uno sguardo, senza una carezza,
pallidi in volto come agonizzanti.
“Pioggia”
Piovea; per le finestre spalancate
a quella tregua d’ostinati ardori
salìano dal giardin fresche folate
d’erbe risorte e di risorti fiori.
S’acchetava il tumulto dei colori
sotto il vel delle gocciole implorate;
e intorno ai pioppi, ai frassini, agli allori
beveano ingorde le zolle assetate.
“Esser pianta, esser foglia, essere stelo
e nell’angoscia dell’ardor (pensavo)
così largo ristoro avere dal cielo!”
Sul davanzal protesa io gli arboscelli,
i fiori, l’erbe, guardavo, guardavo…
e mi battea la pioggia sui capelli.
“Pagina di diario”
Giorno limpido e triste! Ho dentro l’anima
un’insolita voce che si lagna
d’un male ignoto. Come una sonnambula
io guardo il cielo, guardo la campagna
e il decrepito sole e la decrepita
terra, e qui noto e fermo questa mia
ora di vita: aggiorna; i campi ridono,
ma d’un sorriso di melanconia.
La famiglia dell’erbe e delle piccole
piante, dal gelo mattutin ferita,
china, in atteggiamenti melanconici
par che alle zolle mormori: “è finita!”
e una foglia, sospesa a un’invisibile
fibra, tentenna senza vento, e dire
sembra al suo triste ramo, con monotono
ritmo: “io non voglio, io non voglio morire!”
Molto quest’autunnale ora somiglia
la stanca anima mia, dove se splende
qualche raggio di gioia, è il melanconico
addio d’un vecchio sole che s’arrende
vinto, all’inverno. Ma sospesa al tenue
filo d’un sogno, un’ultima, appassita
speranza, come quella foglia palpita
e protesta se anchio penso: “è finita.”
“Magie Lunari” (*)
Fosche rupi, dal tempo incise e rotte
tragicamente, intorno ad una fanghiglia
d’acque morte, sogguardan nella notte
sorger la luminosa meraviglia
che ascenderà tra poco alta sui gioghi.
Guardan, sentendo attingerle il portento
che muterà le vette orride in roghi
sacri, e gli stagni in puri occhi d’argento.
“O Morti!…”
I passanti s’indugiano ai cancelli
spiando delle verdi ombre i segreti;
ma son l’ombre deserte, e i muschi e l’erbe
parassite che allignan sugli avelli (1)
veston la villa (2) immersa tra gli abeti.
Io, qui seduta sotto il porticato
dove sovente al vespero veniva
il padre mio, guardo, e mi credo un’ombra,
l’ombra di un lontanissimo passato
che solo ha forma di persona viva.
S’affaccia della luna il bianco viso
tra pianta e pianta, ma la vaga scorta
dei sogni più non è con lei; somiglia
un teschio adesso e con beffardo riso
sembra dirmi: “Non vedi? anchio son morta!”
Ecco l’Ave, la squilla ch’egli (3) udìa,
lo stesso suono… e tornano dell’ore
lontane le memorie: i giorni lieti,
le dolci sere; un’intima agonia
evocatrice che dilania il core.
O morti, dite una parola, dite
una parola!… Con l’orecchio io tendo
tutta l’anima mia… Passa una nube
e l’erba trema… oh certo voi m’udite,
mi parlate… e son io che non v’intendo.
(1) I sepolcri
(2) La villa paterna, dove l’autrice ritorno dopo la morte dei suoi cari
(3) Il padre, Edoardo Aganoor.
“Dialogo”
Noi parliamo, ma so io
quel che pensate
veramente? E voi sapete
quello ch’io penso?
Van le parole e un sottile
velo di riso
spesso ne maschera il senso.
Noi parliamo… Ma d’un’altra
voce voi di certo
udite il suono; d’un altro
accento io pure
credo ascoltare la strana
eco… Ad entrambi
parlano due sepolture.
Noi ridiamo anche, ridiamo
forte, e la gioia
brilla negli occhi al baleno
vivo d’un motto
fine. In che abisso del core
chi dunque intanto
scoppia in un pianto dirotto?
A lui ridiceva quell’ultimo
sguardo: “Perché non credi?
Perché mentirei? Tutta l’anima
in questi occhi non vedi?
Rimani! non far ch’io difendermi
debba alle stolte accuse!”
Così le pupille pregavano,
ma il labbro non si schiuse.
“Dopo la pioggia”
Le nubi ripiegano l’ale
al fresco alitar di Levante;
sottili tra l’erbe e le piante
oscillano ponti d’opale.
Laggiù non più livido e fosco
color di melmose maremme
ma fra le radure del bosco
il lago (1) sfavilla di gemme.
Risorgi, o mio spirito; imìta
il fior delle roride (2) aiuole
già prono dal nembo. La vita
è bella; v’è ancora del sole!
(1) Il Trasimeno
(2) Rugiadose
(*) Nota di Lunaria: in questa poesia è molto evidente il riferimento al Romanticismo Cimeteriale inglese alla Gray/Parnell, ma anche, al sonetto cinquecentesco di Luigi Tansillo.
Vittoria Aganoor Pompilj-Poeta
Lo riporto qui
Strane rupi, aspri monti, alte tremanti
ruine, e sassi al ciel nudi e scoperti (1),
ove a gran pena pòn (2) salir tant’erti
nuvoli in questo fosco aere fumanti;
superbo orror, tacite selve, e tanti
negri antri erbosi in rotte pietre aperti (3);
abbandonati a sterili deserti,
ov’han paura andar le belve erranti;
a guisa d’uom, che per soverchia pena
il cor triste ange (4) fuor di senno uscito,
sen va piangendo, ove il furor lo mena (5),
vo piangendo io tra voi; e se partito (6)
non cangia il ciel, con voce assai più piena
sarò di là tra le meste ombre udito (7)
(1) Senza vegetazione
(2) Possono
(3) Scavati
(4) Angoscia
(5) Lo porta
(6) E se non muta la sua decisione
(7) Defunti
Roma-Di fondazione cinquecentesca e oggi sede della Fondazione Roma, Palazzo Sciarra Colonna fu condotto all’aspetto attuale nel XVII secolo dagli architetti Flaminio Ponzio e Orazio Torriani. Per il cardinale Prospero Colonna di Sciarra, tra il 1743 e il 1750, Luigi Vanvitelli progettò la decorazione in elegante rococò dell’appartamento al secondo piano (Biblioteca del Cardinale, Gabinetto degli Specchi) alla quale partecipò il pittore romano Stefano Pozzi. Alla fine dell’Ottocento il piano nobile, oggi parte integrante del percorso espositivo del Museo del Corso – Polo museale, è stato restaurato per volontà di Maffeo Barberini Colonna di Sciarra dall’architetto Francesco Settimi.
Roma-Palazzo Sciarra Colonna
Museo del Corso – Polo museale
Il Museo del Corso – Polo museale nasce dalla volontà della Fondazione Roma di donare alla Città un’istituzione museale a tutto tondo, in grado di mettere al centro il visitatore in accordo con i principi d’inclusione, d’impegno per il territorio e di promozione culturale che da sempre guidano l’azione della Fondazione nella comunità.
Partendo dal 1999, anno in cui si apre una prima sede espositiva dedicata a mostre di grande rilievo, il Museo del Corso si riconfigura oggi come vero e proprio Polo museale che unisce idealmente lo storico Palazzo Sciarra Colonna – unico nel suo genere per la presenza delle sale espositive ed archivistiche, nonché per la ricchezza degli ambienti settecenteschi progettati da Luigi Vanvitelli – con gli spazi espositivi di Palazzo Cipolla.
Roma-Palazzo Sciarra Colonna
Palazzo Sciarra Colonna – Collezione permanente
Palazzo Sciarra Colonna, antico palazzo nobiliare, è oggi la sede della Fondazione Roma e rappresenta il cuore del Museo del Corso – Polo museale.
Nelle sue sale viene custodita una preziosa Collezione permanente, costituita da una raccolta di opere che testimonia il rapporto tra l’arte e la Capitale attraverso i secoli.
Il Palazzo ospita anche un ricco e prestigioso medagliere di oltre 2.500 pezzi, alcuni dei quali unici o estremamente rari, la cui parte più consistente è rappresentata dalla serie di medaglie papali, che vanno dal XV secolo ad oggi.
Nel palazzo sono custoditi ambienti unici come l’Appartamento del Cardinale Prospero Colonna con il Gabinetto degli Specchi e la sua Biblioteca, progettati nel ‘700 da Luigi Vanvitelli e che rappresentano un esempio magistrale di stile rococò e rocaille.
Il palazzo è visitabile dal mercoledì alla domenica.
Archivio storico
Palazzo Sciarra Colonna custodisce al proprio interno anche un importante Archivio storico, il quale conserva i fondi archivistici prodotti da due istituti di credito romani: il Sacro Monte della Pietà e la Cassa di Risparmio di Roma di cui la Fondazione rappresenta oggi la continuazione storico-giuridica.
I due nuclei archivistici, strettamente connessi, hanno seguito le vicende della Cassa di Risparmio il cui percorso, attraverso trasformazioni e aggregazioni, è confluito infine nel gruppo Unicredit. Nel 2010 la Fondazione Roma ha ottenuto da Unicredit i due fondi in comodato, predisponendone la conservazione e la valorizzazione.
Roma-Palazzo Sciarra Colonna
Contatti
PRENOTAZIONI Si ricorda che è possibile prenotare le visite direttamente dalle pagine descrittive dei percorsi di visita. Prenota una visita.
INFORMAZIONI Per chiedere informazioni, prenotare una visita o mettersi in contatto con il Museo del Corso – Polo Museale chiamare i seguenti recapiti:
Numero di telefono: 0687153157
Call center attivo dal lunedì al sabato dalle ore 9.30 alle ore 17.30. Chiuso 1° gennaio, 6 gennaio, 25 aprile, domenica e lunedì di Pasqua, 1° maggio, 2 giugno, 29 giugno, 15 agosto, 1° novembre, 8 dicembre, 25 dicembre e 26 dicembre
Per informazioni scrivere a: info@museodelcorso.com
PER LE AZIENDE Il museo offre alle aziende la possibilità di visitare in esclusiva le mostre temporanee e la Collezione d’arte permanente, anche oltre il normale orario di apertura al pubblico.
Per eventi corporate è inoltre possibile usufruire degli ambienti storici di Palazzo Sciarra Colonna e Palazzo Cipolla.
Per informazioni scrivere a: ufficiomostre@fondazioneroma.it
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