Gaspara Stampa, una delle più grandi poetesse Rinascimentali–
‘Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto…” Gaspara Stampa, una delle più grandi poetesse Rinascimentali, dal petrarchismo femminile alla fama ”scandalosa”. Nata nel 1523 a Padova, da Bartolomeo e Cecilia Stampa – suo padre, originario di Milano, era una mercante di gioielli, e morì nel 1531. La vedova Cecilia si trasferì quindi a Venezia – sua città di provenienza – insieme a Gaspara e i suoi fratelli Cassandra e Baldassarre. Qui Gaspara, ragazza vispa e dall’intelligenza acuta, fu allieva insieme ai fratelli del letterato toscano Fortunio Spira, intimo del celebre poeta Pietro Aretino – grazie a lui, tutti i fratelli vengono formati a leggere e scrivere in latino. Gaspara inoltre apprende il liuto dal compositore e musicista fiammingo Perissone Cambio.
All’altissimo e raffinato livello d’istruzione però si avvicenda anche una vita drammatica – l’adorato fratello Baldassarre infatti muore a soli diciannove anni, nel 1544 – il lutto sconvolse l’intera famiglia e Gaspara in particolare, la quale durante un periodo di riflessione quasi si fece suora – tuttavia, passato il lungo periodo di crisi, tornò alla “dolce vita” di Venezia.
Gaspara Stampa
Nonostante questa tragedia, la casa degli Stampa divenne un raffinato circolo letterario, frequentato da molti noti scrittori, pittori e musicisti veneziani – tra cui ricordiamo Francesco Sansovino, figlio del grande architetto e scultore fiorentino Jacopo Sansovino e Girolamo Parabosco, celebre compositore e organista a San Marco.
Gaspara, affezionatamente chiamata ”Gasparina”, diventa un’icona nella vivace vita culturale veneziana – la sua bellezza, la sua cultura e la sua intelligenza le valgono moltissimi ammiratori e corteggiatori. La sua vena poetica trovò finalmente sfogo quando incontrò nel 1548 il Conte Collalto di Collaltino, giovanotto garbato, di bell’aspetto e fine letterato. La storia d’amore con il Conte, durata per tre anni, dà a Gaspara l’impulso per lavorare alle sue Rime, in cui la poetessa attraversa tutte gli stadi della passione – evitando artefici retorici – e questo modo di scrivere ”esplicito” la mise al mezzo dello scandalo. D’altronde basta leggere la LXXX delle sue Rime d’Amore, dal sapore piuttosto erotico – Prendi, Amor, de’ tuoi lacci il più possente, / che non abbia né schermo, né difesa, / onde Evadne e Penelope fu presa, / e lega il mio signor novellamente.
Questo genere di poesia come non fu apprezzato dalla ”società bene” così non fu accolto con troppo entusiasmo del Conte, che più volte e a periodi alterni si allontanò da Gaspara, fin quando la relazione non si ruppe completamente nel 1551. Nonostante Gaspara fosse una meritevolissima partecipe dell’Accademia dei Dubbiosi – con lo pseudonimo di Anaxilla – soffrì un lungo periodo di depressione, dal quale uscì proprio con la poesia. Tra il 1552 e il 1553 iniziò una relazione con un altro uomo – sempre senza mai sposarsi – che fu più presente e più attento ai suoi sentimenti rispetto al ”bel Conte”, e ciò le porto un po’ di sospirata serenità.
Purtroppo, l’idillio non durò a lungo, soffrendo di problemi di salute dal 1553, dopo un periodo di cure a Firenze spirò a soli trentun anni a Venezia, a causa di febbri e mal de mare – inteso non come il disagio avvertito durante la navigazione, ma come malattia giunta da oltremare, portata dalle navi.
La “riduzione a Ventotene” della fiamma mediatica-Articolo della filosofa Roberta De Monticelli-
La prima pagina del Manifesto di Ventotene originale
Articolo della filosofa Roberta De Monticelli-Il Manifesto di Ventotene non è solo Spinelli, Rossi e Colorni e non è solo un’istantanea di quell’epoca. È una moltitudine di persone, è un prima e un dopo. È il Progetto Spinelli, approvato nel 1984, architrave della Federazione vera degli Stati Uniti d’Europa e della sua Costituzione.
Ci sono due cose disturbanti nell’improvvisa – e tutto sommato benvenuta – accensione di fiamma parlamentare e mediatica su Ventotene e il suo Manifesto.
La prima è solo dolorosa. Vengono sempre e solo nominati in tre, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni quando si parla della fucina di idee da cui, fra pochi degli antifascisti confinati a Ventotene (che, bisogna pur dirlo, tutti gli altri prendevano per matti) nel 1941 fu scritta la prima radice di carta dell’Unione europea – gigantesco fatto, perché gli Stati hanno purtroppo di solito radici di sangue e terra, non di carta e pensiero. Ma a quella carta contribuì enormemente, e non solo come postina ma con una presenza intellettuale e morale senza la quale quelle carta non avrebbe superato gli scalcinati confini nazionali – Ursula Hirschmann, ebrea berlinese già espatriata, moglie di Colorni e madre fra l’altro di Renata Colorni, che a Roma si è rivolta a 50.000 persone, oltre che, dopo l’assassinio fascista di Ernesto a Roma a pochi giorni dalla liberazione, compagna di Spinelli per il resto della sua lunghissima avventura.
L’altra cosa è questa lunghissima avventura sia ridotta al fuoco pur battesimale di Ventotene. Questa riduzione ignora tutta l’immensa opera, teorica e pratica, di Altiero Spinelli, ormai rimasto solo con Ursula, che portò alla fine il Parlamento europeo, nel 1984, ad approvare a larga maggioranza il Progetto Spinelli, cioè il design istituzionale di una Federazione vera degli Stati Uniti d’Europa, Costituzione compresa. Opera immensa, non solo di grande consigliere dei principi – De Gasperi, Adenauer, Spaak, fino alla Comunità del Carbone e dell’Acciaio e alla Dichiarazione Schumann a Parigi il 9 maggio 1950, che ancora l’Unione celebra come suo atto fondativo. Perché fu allora, che si sfiorò – e si fallì – il primo grande passo, un’autentica cessione di sovranità verso un potere federale, con l’istituzione di una Difesa comune europea (CED)e quindi di una politica estera. Non tutti sanno che a questo progetto Spinelli lavorò intensamente con Monnet, per il quale scrisse anche un famoso discorso. Salvo ritirarsi col fallimento del progetto, per colpa dei francesi, nel 1954, e proseguire altrimenti la battaglia. Lungo la quale delineò in molti scritti ancora emozionanti la nuova frontiera post-kennediana della democrazia occidentale, la ripresa di quel costituzionalismo globale, di quella federazione universale di repubbliche, senza la quale, previde, le democrazie nazionali e imperiali erano destinate a implodere. Sono gli anni in cui sogna la “rivoluzione democratica” mondiale, insegna alla John Hopkins University, fonda l’Istituto Affari Internazionali. Anche l’indefesso lavoro di designer delle istituzioni europee non ha sosta dal 1970 che lo vede commissario, e poi membro del parlamento europeo, istituito nel 1976 e finalmente divenuto elettivo nel 1979.
Altiero Spinelli
E allora torniamo al Progetto Spinelli. Era stato dapprima sostenuto da Mitterrand, e poi affossato da francesi, britannici, tutti gli Stati-nazione che contavano. Al suo posto passò, con Delors, il pallido Atto Unico, la famosa lisca lasciata dopo che i pescecani avevano divorato il gran pesce. E tuttavia, senza il Progetto Spinelli e la vasta diffusione dei suoi contenuti nell’intelligenza europea, neppure Maastricht e poi, con il Trattato di Lisbona, il recupero almeno di un’ombra di Costituzione (La carta dei Diritti dell’Ue) sarebbero stati possibili.
Ma c’è un altro – e grandioso – pezzo della nostra storia che la “riduzione a Ventotene” cancella. Quella venuta prima. Il ventennio precedente, registrato in uno dei più bei libri del secolo scorso, l’autobiografia di Altiero Spinelli (Come ho tentato di diventare saggio), che racconta il più vasto e profondo confronto sistematico di un giovane comunista con l’ideologia alla quale aveva aderito da antifascista, per la quale stava chiuso in carcere: confronto che avviene sullo sfondo dell’intera storia del pensiero europeo e mondiale. Quasi vent’anni fra carceri e confino, la storia della liberazione di una mente dai muri delle idee illiberali, oltre che dai muri di pietra. Ne resta la più limpida e chiara critica dei presupposti erronei dello storicismo hegeliano e poi marxista (senza alcuna sconfessione dell’ideale di giustizia che aveva motivato la sua gioventù: “liberi e uguali” davvero, come ora riscopre Daniel Chandler. Incluse tutte le verità che tanto avrebbe fatto bene conoscere, anche solo così tardi, negli anni Ottanta, a tutti quelli che tentarono la transizione dal Pci al dopo. Su Togliatti, su Terracini, su Sereni su tutta la tragica generazione dei primi dirigenti del Pci.
Che nessun risentimento personale animasse Spinelli lo si vide quando accettò a viso aperto di candidarsi indipendente nella lista del PCI, quando l’eurocomunismo di Berlinguer, che certamente e finalmente lo aveva letto, gli consentì di gettare le basi di quell’unione che ora sta rischiando la sua dissoluzione. Ecco: non sarebbe il caso di dirlo, che anche dal punto di vista di questo straordinario ma fragile design istituzionale, e non certo soltanto a causa dello sciagurato Rearm Europe (l’idea opposta a quella della difesa comune), l’attuale dirigenza europea sta affossando quanto di meglio l’Europa avesse tentato di fare di se stessa e del suo futuro? Von der Leyen ormai va ovunque qualcuno l’ascolti, a Parigi a Berlino e presto a Toronto o a Camberra. Di essere la presidente della Commissione, che dovrebbe essere il solo organo propriamente federale dell’esecutivo europeo – lei sembra averlo del tutto dimenticato. “Nell’ora del pericolo”.
Pier Paolo PASOLINI-“La terra di lavoro” da:” Le Ceneri di Gramsci”-
Pier Paolo Pasolini-Tomba di Antonio GramsciPier Paolo PASOLINI
-La terra di lavoro da:. Le Ceneri di Gramsci
Questo è l’ultimo degli undici poemetti che costituiscono “Le ceneri di Gramsci” di P.P.Pasolini, considerato se non il suo capolavoro, uno dei libri più letti per la virulenza dei versi che raggiungono nei testi portanti vertiginose altezze poetiche.
Colpisce il pathos, affiora l’immagine del quadro di Daumier “Il vagone di terza classe” ma gli sguardi di quegli emarginati che si vergognano della loro povertà, vissuta come una colpa, non sono un’immagine descrittiva fine a se stessa. Non sfugge a Pasolini la dolorosa scoperta dello schiacciamento delle masse popolari da parte del potere, vittime di una società che in quei primi anni ’50 si sta delineando nelle sue forme aberranti di privilegio e di esclusione
E questi versi di denuncia non sono altro che il suo bisogno di raccontare le deformazioni della realtà sottraendosi alla logica perversa di una società corrotta e servile.
[…]
Dentro, nel treno
che corre mezzo vuoto, il gelo
autunnale vela il triste legno,
gli stracci bagnati: se fuori
è il paradiso, qui dentro è il regno
dei morti, passati da dolore
a dolore – senza averne sospetto.
Nelle panche, nei corridoi,
eccoli con il mento sul petto,
con le spalle contro lo schienale,
con la bocca sopra un pezzetto
di pane unto, masticando male,
miseri e scuri come cani
su un boccone rubato: e gli sale
se ne guardi gli occhi, le mani,
sugli zigomi un pietoso rossore,
in cui nemica gli si scopre l’anima.
Ma anche chi non mangia o le sue storie
non dice al vicino attento,
se lo guardi, ti guarda con il cuore
negli occhi, quasi, con spavento,
a dirti che non ha fatto nulla
di male, che è un innocente…
[…]
in una gioia ch’è forse conservata
– come una scheggia dell’altra storia,
non più nostra – in fondo al cuore
di questi poveri viaggiatori:
vivi, soltanto vivi, nel calore
che fa più grande della storia la vita.
Tu ti perdi nel paradiso interiore,
e anche la tua pietà gli è nemica.
Honoré Daumier – Il vagone di terza classe
Opera pittorica allegata è di Honoré Daumier – Il vagone di terza classe
-La tirannia della bellezza nella Roma dei Borgia-
Casa Editrice Bompiani
Una biografia di Giulia Farnese storica sorprendente come un romanzo: la vita piena di intrighi e colpi di scena della nobildonna che al pari di Lucrezia Borgia segnò un’epoca. Una biografia storica sorprendente come un romanzo: la vita piena di intrighi e colpi di scena della nobildonna che al pari di Lucrezia Borgia segnò un’epoca. I libri di storia riservano uno spazio residuale alle figure femminili soprattutto dell’antichità e dell’epoca moderna. Giulia Farnese, nata a Capodimonte nel 1475 e morta nel 1524 a Roma, meglio nota come Giulia la Bella, è una delle rare eccezioni. E a buon diritto: non solo la sua avvenenza catturò l’attenzione di papa Alessandro VI ma grazie allo stretto rapporto con la curia papale si spalancarono davanti alla famiglia Farnese le strade del potere. In meno di cinquant’anni con una serie di coraggiose scelte di vita, fortunati incontri e giochi di palazzo rese il nome dei Farnese un riferimento imprescindibile per i secoli successivi in una Roma dominata dai Borgia e da numerose casate in lotta per ricchezza e onore.
Casa Editrice Bompiani
La casa editrice Bompiani, fondata da Valentino Bompiani nel 1929, si è presentata fin da subito al pubblico con un forte progetto di apertura alle esperienze narrative non solo italiane.Ne è testimone l’antologia Americana curata nel 1941 da Elio Vittorini, che ha rappresentato uno spartiacque per la nostra cultura e un modello di esplorazione delle ricerche espressive d’oltreoceano. Questo progetto ha continuato a caratterizzare l’evoluzione della casa editrice nei decenni a venire. L’attenzione, a tutt’oggi, si concentra sulla narrativa e saggistica, sia italiana che straniera, in particolare con le collane: “Letteraria italiana” e “Letteraria straniera” per la narrativa; e “Saggi Bompiani”, “Bompiani Overlook”, “PasSaggi”, per la saggistica. Le collane “Classici Bompiani”, “Classici della Letteratura europea” e “Il pensiero occidentale” sono volti alla valorizzazione di autori e opere imprescindibili del nostro patrimonio letterario. I “Tascabili Bompiani” custodiscono il patrimonio letterario della casa editrice, patrimonio che viene arricchito e rinnovato continuamente. Bompiani pubblica anche la rivista letteraria Panta (il cui nome è stato scelto da Alberto Moravia) – fondata da Pier Vittorio Tondelli, Alain Elkann, Elisabetta Rasy ed Elisabetta Sgarbi – che costituisce un’officina narrativa in cui sono cresciute e crescono alcune tra le nuove voci del panorama letterario. Fra gli autori del catalogo ricordiamo, tra gli altri, Umberto Eco (che con Bompiani ha pubblicato anche il notissimo Il nome della Rosa), Paulo Coelho, John R. R. Tolkien, Susanna Tamaro, Andrea De Carlo.
GUBBIO (Pg). Festival del Medioevo– “Il tempo di Francesco”-
Gubbio-Nell’anno della celebrazione degli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi, il Festival del Medioevo avrà una nuova e significativa sede: il Complesso di San Francesco, a Gubbio. Situato in Piazza 40 Martiri, il complesso sorge nel luogo dove, secondo una tradizione ben attestata, si trovava la residenza della famiglia Spadalonga, che offrì ospitalità al giovane Francesco in un momento decisivo della sua vita: l’abbandono della casa paterna e l’inizio del suo cammino di predicazione e penitenza.
GUBBIO (Pg). Festival del Medioevo
Proprio qui – come racconta Tommaso da Celano – Giacomo Spadalonga vestì Francesco con il primo saio, gesto simbolico che segna l’avvio dell’esperienza francescana. Per questo episodio fondativo, Gubbio si è definita nei secoli con orgoglio “seconda città di San Francesco”, dopo Assisi. La scelta del complesso di San Francesco come nuova sede del Festival rafforza il legame tra il tema dell’edizione 2026, “Il Tempo di Francesco” e i luoghi che furono attraversati dall’esperienza storica e spirituale del Santo. Con questa nuova collocazione, il Festival del Medioevo conferma la propria vocazione: raccontare il Medioevo nei luoghi del Medioevo, intrecciando ricerca storica, divulgazione rigorosa e identità urbana. Sarà “Il tempo di Francesco” il titolo del Festival del Medioevo, in programma a Gubbio dal 23 al 27 settembre 2026. Un viaggio all’alba del Duecento e lungo i decenni successivi per celebrare Francesco d’Assisi (1182-1226) a ottocento anni dalla morte: un omaggio al santo più conosciuto al mondo e alla città di Gubbio, sede permanente del festival.
Fu proprio qui che nel lontano e gelido inverno del 1206 un Francesco rifiutato, lacero e infreddolito, venne accolto dopo una avventurosa marcia nella neve. Nella città di Sant’Ubaldo indossò per la prima volta il saio, la povera veste dal colore di terra, simbolo da secoli dell’Ordine francescano. Gubbio nell’immaginario collettivo è anche il teatro della storia francescana per eccellenza: quella dell’incontro tra San Francesco e un lupo famelico che sbranava uomini e animali spargendo morte e terrore in tutto il contado. Francesco parla alla belva. Comprende che la sua ferocia viene dalla fame. Trasforma la paura in fiducia, la violenza in dialogo. E si fa garante della pace fra gli eugubini e l’animale. Il lupo, ammansito, viene accolto e nutrito tra le mura cittadine. Il “nemico” diventa un “fratello” da proteggere e accudire. Come ogni anno, le lezioni di storia di taglio divulgativo del Festival del Medioevo saranno una preziosa occasione per affrontare anche i grandi temi della società contemporanea. L’esplicita indicazione arriva già dal sottotitolo del manifesto che annuncia la dodicesima edizione: Homo homini lupus, «L’uomo è lupo per l’uomo». L’aforisma di Plauto, reso celebre dal filosofo seicentesco Thomas Hobbes, ricorda che nello stato di natura gli uomini sono soggiogati in modo perenne dall’egoismo. E si combattono l’un l’altro per istinto di sopravvivenza.
Allora “Il tempo di Francesco” è anche il nostro tempo: oggi, come nel Duecento, il “secolo d’oro” dell’età medievale, segnato da innovazioni, scoperte, fratture sociali, fioriture artistiche e nuove potenze imperiali, il mondo è lacerato dai conflitti, dagli odi delle opposte fazioni, dalla paura dell’altro e dal potere crescente del denaro che rischia di apparire come la misura di tutte le cose. È “l’aiuola che ci fa tanto feroci” citata da Dante Alighieri nel XXII canto del Paradiso. Così, nell’immagine grafica del Festival del Medioevo 2026, Francesco, insieme al lupo del fioretto, sembra abbracciare anche tutto il male del mondo. E sembra dirci che anche l’eterno “tempo del lupo”, può essere attraversato senza rinunciare all’umanità e all’attenzione verso i nostri simili. La vicenda storica e umana di Francesco verrà esplorata, insieme ai grandi avvenimenti del suo tempo in tutti i suoi aspetti principali: la scelta radicale di vivere secondo il Vangelo, il matrimonio gioioso con “Madonna Povertà”, l’amore fraterno verso tutto il Creato, il complesso rapporto con la Chiesa e l’Ordine francescano, il rifiuto del potere, inteso solo come un servizio e i controversi aspetti della sua difficile eredità spirituale. Saranno un centinaio i protagonisti di quella che è ormai è diventata ormai la più importante manifestazione italiana dedicata all’Età di Mezzo: i più qualificati medievisti italiani e europei ma anche storici dell’arte, scrittori, scienziati, filosofi, architetti e giornalisti impegnati in una vera e propria sfida culturale: quella di raccontare al grande pubblico in modo “facile” e appassionante i dieci secoli di storia, dalla caduta dell’impero romano alla scoperta dell’America (476-1492).
I cinque giorni del Festival del Medioevo (23-27 settembre 2026) saranno arricchiti da mostre, mercati, spettacoli, rievocazioni, focus tematici e attività didattiche insieme ad alcuni appuntamenti: – la Fiera del libro medievale, con tutto quello che c’è da leggere sul Medioevo; – le Serate d’autore, incontri con alcuni fra i personaggi più noti della cultura e dello spettacolo; – Scriptoria, un evento dedicato all’arte della miniatura e della calligrafia con i laboratori e le dimostrazioni pratiche dei principali miniaturisti e calligrafi italiani e stranieri; – la Storia da sfogliare, dai grandi classici alle ultime novità editoriali; – Medievalismi: il Medioevo nella cultura contemporanea, dal cinema alla letteratura, dai fumetti alle canzoni, fino agli abiti, le architetture, le illustrazioni grafiche e i giochi di ruolo. Un’età immaginata, reinventata, ricostruita e a volte anche sconvolta attraverso i nuovi linguaggi della politica, del costume e delle mode; – l’Università dei rievocatori: incontro dedicato alle migliaia di rievocatori e ricostruttori impegnati in ogni regione d’Italia nel far rivivere le tradizioni culturali del loro territorio.
Il “prodigioso giovinetto” e le sue riflessioni sull’economia Articolo di Piera Egidi Bouchard-
Articolo di Piera Egidi Bouchard–Uno studio che affronta un argomento inedito, questo di Francesco Tesio, che si presta a un’ampia divulgazione in questa apertura del “Centenario gobettiano”: cent’anni dalla morte in esilio a Parigi, il 16 febbraio 1926, dove il giovane Piero, neanche venticinquenne, si era rifugiato in seguito alle numerose intimidazioni e sequestri, conclusisi anche con le botte in un’imboscata fascista, che ne avevano minato definitivamente la fragile complessione.
Francesco Tesio, “Piero Gobetti e l’economia- Edizioni di Storia e Letteratura
Gobetti si era speso fino all’estremo delle sue energie da quando, appena diciassettenne, aveva fondato la prima delle sue tre riviste “Energie nove”(1918-20) con il programma di “Fondare un periodico studentesco di cultura che si occuperà di arte, lettura, filosofia, questioni sociali, ecc. È fatto di soli giovani. Scopi: destare movimenti di idee in questa stanca Torino, promuovere la cultura, incoraggiare studi tra i giovani”. Seguì “La rivoluzione liberale” (1922-25) il suo capolavoro, e poi, dopo il divieto poliziesco, la rivista letteraria “Il Baretti” (1924- 28) (che la moglie Ada, partecipe in tutto il lavoro redazionale fin dalla prima rivista – aveva 16 anni – continuerà dopo la morte di lui, coadiuvata da Santino Caramella).
E nel frattempo Piero aveva anche fondato nel 1923 la Casa editrice, che in quei tempi difficili pubblicò opere con apertura multidirezionale, dal poeta Montale al filosofo battista Gangale.” “Quei giovani là scrivono e pensano come pochi padreterni del nostro giornalismo quotidiano – scrisse Gaetano Salvemini, non certo tenero nei suoi giudizi”. Gobetti fu in contatto e pubblicò – interventi e libri – con i maggiori intellettuali dell’epoca, che spesso saranno stupefatti di avere a che fare con un poco più che adolescente. Il suo carteggio, pubblicato da Einaudi e curato dall’infaticabile lavoro di Ersilia Alessandrone Perona, è composto da tre tomi di oltre mille pagine ciascuno, ed altrettanto intensa è la raccolta, curata dalla storica – “Nella tua breve esistenza”- **[2] delle lettere che Piero scambiò con l’allora fidanzatina Ada :un vero (reciproco) romanzo di formazione, un epistolario di quell’amore tra due adolescenti di genio, un unicum nell’epistolario novecentesco italiano.
Il saggio di Francesco Tesio, appassionato studioso di Gobetti a partire dalla tesi di laurea in Economia dedicata al tema di questo suo libro, è condotto con accuratezza e completezza, in linguaggio chiaro e scorrevole, che si presta a una lettura anche per chi si avvicina a questi argomenti per la prima volta, con un capitolo iniziale che ripercorre i capisaldi della vita di quello che Bobbio definì il “prodigioso giovinetto”.
Il maestro del giovane studente universitario Piero è Luigi Einaudi, che teneva alla Facoltà torinese di Giurisprudenza un corso di Scienza delle finanze. E già nel ‘22 Gobetti recensisce su “La rivoluzione liberale” il saggio einaudiano “Gli ideali di un economista”, mettendo significativamente in rilievo il rigorismo etico del maestro che subordina la legge economica alla legge morale, così come gli studi storici sulla formazione dell’Impero britannico, la cui grandezza consiste nel contrapporre alle meccaniche concezioni dei nostri industriali ‘protezionisti’ un pragmatismo derivante dall’utilitarismo che “assumendosi per tutti i popoli la funzione del risparmio con uno sforzo che è sacrificio ed eroismo, ha accumulato ricchezze per virtù di infinita intraprendenza e operosità”.
C’è in questa convinzione l’esempio concreto dei suoi genitori, di umili origini: “Mio padre e mia madre – scrive Gobetti stesso in uno dei pochi frammenti autobiografici pervenuti – avevano un piccolo commercio. Lavoravano diciotto ore al giorno.(…) L’impegno del loro lavoro era di arricchire, e arricchire non soltanto per trovare la vita più facile ma per tener alta la testa, permettersi e permettermi una vita dignitosa”. Il lavoro, il risparmio e lo spirito di sacrificio costituiscono perciò la stella polare della sua vita e della sua opera, e lui stesso scriverà ancora di sé, a proposito della sua attività editoriale: “Quattordici ore di lavoro al giorno tra tipografia, cartiera, corrispondenza, libreria e biblioteca non sono troppe anche per il mio editore ideale”: un “infaticabile organizzatore di cultura”, secondo la definizione di Gramsci.
Tesio sviluppa in ampi capitoli l‘esame sulla borghesia e la burocrazia, le caratteristiche del capitalismo industriale tra taylorismo e assistenzialismo protezionista, l’agricoltura tra arretratezza e tentativi di modernizzazione: una panoramica complessiva della condizione Italiana nell’analisi gobettiana.
E forse fu determinante nel suo allontanamento dal liberismo einaudiano – contrasto ampiamente affrontato da Tesio – proprio l’influsso di Gramsci, con cui collaborò ed ebbe reciproca stima e amicizia, ospitandosi l’un l’altro nelle pagine delle proprie riviste, nonché la funzione dei consigli di fabbrica, su cui Gobetti scrive che il movimento operaio torinese, essendo sorto senza una teoria, è un mirabile esempio di liberismo, cioè di lotta per la libertà, per la trasformazione della società: la classe operaia è quindi una classe rivoluzionaria, perché non intaccata da nessuna ideologia, in quanto classe nuova e non corrotta.
Particolarmente interessante è il paragrafo in cui Tesio affronta l’analisi gobettiana del socialismo, che “si può dividere in due principali filoni: quello della lotta al ‘socialismo di Stato’, inteso come intervento pubblico nell’economia, e quello relativo alla ricostruzione del fenomeno dell’occupazione delle fabbriche del 1920”. Uno dei compiti assegnati alla sua rivista è anche quello di educare gli Italiani a fare da sé – nota Tesio – senza attendere le provvidenze dello Stato, perché “per noi la democrazia è il regno dell’iniziativa, questo diritto è dunque incontestabile”. E in un suo articolo del 1922 “Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale”, Gobetti affronta l’esame del “biennio rosso”: “La sua preoccupazione principale – osserva Tesio – è quella di evidenziare le qualità libertarie del consiglio di fabbrica, contrapponendolo alla staticità difensiva del sindacato ‘organo di resistenza e non d’iniziativa’che, con spirito puramente’ riformistico di utilitarismo‘vuol dare all’operaio ‘la sua coscienza di salariato, non di produttore’ “.
“Gobetti auspica per l’Italia l’affermarsi di un vero capitalismo moderno – scrive Tesio – poiché solo questo ha in sé la capacità di liberare le forze migliori della società attraverso quella lotta e quella competizione che il fascismo avrebbe cercato di eliminare con il corporativismo(…) Il bilancio dell’esperienza dei Consigli è, così, per Gobetti, senz’altro positivo. Lo è a tal punto che non smetterà più di occuparsi di operai e di lotte sindacali.(…) È, infine, sulla spinta dell’incontro con i leader dei consigli di fabbrica che Gobetti compie, in sede di teoria politica, la rivalutazione dell’opera di Marx. (…) E nel 1924, con l’ articolo “ L’ora di Marx”, Gobetti tesse un elogio del filosofo tedesco per attaccare il sovversivismo inconcludente e l’incerto riformismo socialdemocratico che hanno spianato la strada al fascismo”.
Note
[1] Francesco Tesio, “Piero Gobetti e l’economia- Il valore della rivoluzione liberale”- presentazione di Silvia Berti, Edizioni di Storia e Letteratura, 2024
[2] Piero e Ada Gobetti,”Nella tua breve esistenza”- a cura di Ersilia Alessandrone Perona,, Giulio Einaudi Editore, 1991
Piera Egidi Bouchard-scrittrice e pubblicista, laureata in Filosofia della Religione, è stata insegnante e pastora locale battista. Oltre a romanzi, racconti e poesie, si è occupata di cultura delle donne e di Resistenza. Scrive anche per il settimanale “Riforma”, per la rivista “Confronti”, per i siti “riforma.it” e “www.la portadivetro.com”. Al marito Giorgio Bouchard ha dedicato vari volumi.
“Apokopè”: caduta della vocale finale (ed eventualmente della consonante che la precede) di una parola. Da non confondersi, secondo la consolidata, ma inevitabilmente, e forse suo malgrado, apertura a rischi o arricchimenti di contaminazione, grammatica della lingua italiana, con l’“elisione” che si ha quando la vocale finale cade solo davanti ad altra vocale.
Una questione da Liceo classico, essenzialmente, e che appartiene a quella terminologia tecnica, ignota ai più, che definisce i passaggi e i movimenti di un testo, ma anche della lingua parlata, che in effetti “spiegano”, ma sempre, significativamente, “a posteriori”, come è stato costruito un qualunque “discorso”.
Nessuno scrittore, nessun poeta scrive pensando a queste definizioni, a queste che sono infine mere classificazioni di lingue continuamente in divenire, applicate a opere che nascono (o dovrebbe nascere) sotto tutt’altre motivazioni.
In realtà lingua parlata e poesia hanno più di un elemento in comune. Senza scomodare quelle che sono ormai tesi consolidate, secondo cui tutta la poesia che noi chiamiamo “epica”, era essenzialmente orale e come tale tramandata, insieme ad una non ancora abbastanza esplorata e per ora sedicente cultura popolare, basterebbe ricordare che la musicalità in poesia è un canone mai abbandonato, nemmeno quando la poesia stessa si è espressa in versi sciolti (cioè fuori dei dogmi che hanno regolato i versi in rime, senari, settenari, etc.), perché, al pari della musica, quando si vuole uscire da schemi consolidati, non è possibile farlo se non rispettando (ancora!) certi criteri non del tutto, alla fin fine, così aperti.
Ma, senza divagare: come nessun pittore dipinge sulla tela avendo a fianco del cavalletto il manuale di prospettiva o della composizione dei colori (salvo il più che rispettabile “pittore della domenica”, cui dovrebbe essere rivolta l’ammirazione che si deve a ogni persona in cui l’onestà intellettuale domina su ogni altro atteggiamento, e che è serenamente consapevole dei propri limiti), nessuno scrittore e nessun poeta scrive pensando alle regole grammaticali, a quelle della composizione (che qualcuno pretende di insegnare a tavolino), a uno “stile” che, quando è pedissequamente quello del tempo presente, si riduce nel migliore dei casi a un semplice riecheggiare temi che fanno parte di un sempre evanescente streaming, e nel peggiore, di un adeguarsi alla moda del momento, quale che sia.
E allora perché questo titolo dell’appena pubblicato libro di Fosco Giannini?
Ma prima ancora una premessa, non del tutto scontata. Chi conosce le opere dell’Autore proposte nel corso ormai di tutta una vita, sa bene che Giannini, essenzialmente, e per scelta, scrive in quello che possiamo definire in prima battuta, e molto provvisoriamente, il dialetto anconetano, dove il poeta – a parte la nascita in piccolo paese una volta nell’alto pesarese ma oggi passato armi e bagagli alla vicina Romagna – vive, ha lavorato e che lo ha visto impegnato in politica fin dalla prima giovinezza. Come vedremo, questa annotazione non è ininfluente.
Ma, tornando al titolo di questa che è, se non mi sbaglio, la sesta raccolta di poesie, (ma lo dico con assoluto beneficio di inventario). Proviamo a formulare un paio di ipotesi, del tutto gratuite e provvisorie.
La più suggestiva, e perciò, come quasi sempre accade, la più infondata, consisterebbe nell’idea che questa “perdita” dell’ultima consonante sia una sorta di metafora di un’altra, più grave e più fondata perdita: quella cioè di un “finale” possibilmente positivo, e che si configura al contrario, come presa di coscienza di una sconfitta che, passando per le “disavventure” esistenziali dei protagonisti di queste poesie, si allarga poi ad una sorta di sconfitta non tanto generazionale, come forse ci si poteva attendere, ma espressamente di “classe”.
In queste poesie difficilmente si intravede uno spiraglio di luce. Difficilmente in questi versi vengono espressi sentimenti quali felicità, soddisfazione, o quantomeno serenità.
Qui siamo davvero lontani da quel tono un po’ mellifluo che è la cifra di un indugiare a sentimenti un po’ scontati e perfino banali che talvolta ha caratterizzato la produzione poetica di scrittori di sicuro spessore lirico, anche, e starei per dire, soprattutto in ambito dialettale, per quanto “evoluto” esso si sia voluto rappresentare. Ma qui apriremmo un capitolo molto ampio che necessiterebbe di adeguati spazi. (E la speranza, e l’auspicio, è che una cultura esplicitamente di “classe”, prenda prima o poi il coraggio di affrontare una questione che non potrà essere a lungo procrastinabile, pena la totale sparizione di una forma d’arte che ha dimostrato di avere tutte le carte per dare un contributo ad una visione di una società diversa).
Certo, siamo del resto anche lontanissimi da quella tristezza ostentata dei tanti poeti della domenica, questi sì esecrabili, con tutti i loro piagnistei e quelle angosce di facciata.
La sostanza che compone queste opere rimarca in maniera netta la differenza tra un vero poeta come è Fosco Giannini, la cui ultima raccolta è pubblicata da una coraggiosa casa editrice di Senigallia, la “Ventura”, da quella pletora di dilettanti che tali non si sentono, perché il “mercato”, la diffusione di libri di poesie, detta le sue regole in maniera iperegualitaria. Vendite nei canali ufficiali praticamente pari a zero. Diffusione, dunque, al buon cuore di amici e parenti. Uno scenario desolante, e tutto italiano.
Fosco Giannini da sempre (e non si tratta di una esagerazione,) sceglie consapevolmente di essere testimone di atteggiamenti, di modi di affrontare la realtà che appartengono, sostanzialmente, alle classi più deboli, ai diseredati, a quelli che non possono contare che sulla sopravvivenza quotidiana, in qualunque modo essa si presenti.
Siamo di fronte ad un pessimismo che definirei, in prima battuta, “ragionato”. Esso è dunque “oggettivo” e, insieme, più profondo perché più in profondità ne ricerca le cause e le dinamiche. Una scelta che non si può che definire “coraggiosa”, non fosse altro perché si pone nettamente al di fuori di un “senso comune” diventato ormai senza infingimenti, la proposizione delle tesi e dell’ideologia (questa sì ancora ben viva e vegeta) delle minoritarie ma potentissime classi dominanti.
Un’altra ipotesi, solo in apparenza poco rispettosa del dettato del poeta e che comunque rientra nei termini della cosiddetta ‘licenza poetica’, vorrebbe che il termine, il titolo, i suoni (e in poesia, bisogna ribadirlo, il suono conta molto) sia in qualche modo evocatore di culture “altre”, mediterranee in particolari. “Apokopè” evoca un termine greco. E sostanzialmente dal greco deriva, come una quantità di altri termini di cui si è persa la radice e, in qualche modo, il significato profondo.
Non diversamente “Amaladè”, un’altra raccolta di poesie di Fosco Giannini, suona come un termine evocativo di culture orientali, mentre non è altro, ma questo lo rende in qualche modo più significativo, che una semplice e diretta frase di un dialetto (quello anconetano : ‘amala adesso’) di cui è ancora difficile stabilire in che modo sia stato contaminato dalle culture, dai traffici, dalle lingue dei paesi che da secoli stanno dall’altra parte di un Adriatico che non è mai stato tanto grande da dividere, in maniera definitiva, le due sponde.
In questa raccolta di poesie il “dialetto” di Ancona, (torniamo a metterlo tra virgolette perché, come vedremo presto, si presta quantomeno a due versioni, che non sono interpretazioni di una “lingua” ben definita) elimina radicalmente tutti quegli aspetti “tipici” delle culture popolari che fanno sempre la gioia e argomento di quelli che di cultura popolare non sanno e non vogliono conoscere niente. (E, naturalmente, non vi appartengono in alcun modo),
La scelta di Fosco Giannini è chiara e non apre spazi a diverse interpretazioni.
Le espressioni popolari, quelle usate quasi sempre per ridurre e banalizzare problemi più complessi, o strumentalizzate, (rifacendosi ad una presunta e mai definita saggezza popolare), non fanno parte del bagaglio poetico dell’Autore. Queste stesse espressioni, sappiamo come spesso vengono usate per ridurre a “macchietta”, una specie di triste parodia, un pensiero che si immagina “alternativo”, ma che in realtà riproduce pedissequamente le ripetizioni e gli slogan, logori ma in qualche modo efficaci, di una cultura sostanzialmente subordinata.
Qui, in queste poesie, non c’ è traccia di questa “deriva”. Al contrario, il dialetto diventa un modo di riappropriarsi delle radici più popolari, quelle più genuine che non sanno solo “far ridere”, (come nei patetici festival dei vari vernacoli), ma che anzi, e più spesso, usano questo linguaggio che può sfuggire al dominio linguistico dominante per raccontare una realtà “altra”.
È una scelta. Una scelta del resto difficile e, forse, alla lunga, perdente.
Il problema della “lingua da usare” diventa allora il vero tema dirimente, quello su cui la discussione sembra sempre aperta e impossibile da chiudere.
Nelle poesie di Fosco Giannini la scelta è netta.
Ma è netta, e difficilmente contestabile, perché in questo caso l’Autore non si rifà ad una tradizione che usa il dialetto come momento di unificazione, di spirito di appartenenza ad una cultura locale, ma al contrario tenta (e a mio modesto parere ci riesce per la gran parte) di rendere questa “lingua”, non universale ( il che sarebbe un altro modo di appiattire ogni tematica), ma funzionale all’espressione, alla esposizione, verrebbe da dire, di una società altra che sotto traccia, scava ancora e subisce la grande distanza da quelle classi che in qualche modo si sono allineate al pensiero corrente.
Certo, poi le poesie di Fosco parlano anche di amore, di sentimenti complessi, di situazioni amorose complesse, e questo non è altro che logico dal momento che queste situazioni sono condivise e vissute da tutta l’umanità.
La lingua della poesia di Fosco Giannini, è una lingua “a parte”, nel senso che le parole, ultimo grado del discorso, non appartengono, a ben vedere, ad una lingua codificata. Ne inventa una. La libertà che l’autore si prende nell’uso di parole che possono appartenere, talvolta, ma non così raramente, anche ad altri “dialetti”, contaminandoli, è la libertà di chi si muove nel campo, per molti versi inesplorato, della tradizione popolare italiana.
In questo contributo alla lettura del libro di Fosco Giannini, come si può vedere, non ci sono citazioni, non sono presentati brani di poesie che del resto, staccati dal pur piccolo contesto della singola poesia, risulterebbero poco significativi o, che è peggio, darebbero un’immagine alla fine fuorviante. Ogni poesia è evidentemente leggibile da sola, come una frequentazione di un solo momento.
Ma credo che anche questo libro di Fosco Giannini, dal momento che ha un titolo che e raccoglie un numero importante di poesie, sia da considerare come un’opera compiuta e definita. Allo stesso modo importanti musicisti hanno voluto riunire in un’opera ben definita quelle che potevano tranquillamente presentarsi come opere in sé compiute. Penso ai Concerti Branderbughesi di Bach. Anche in questo caso, ogni capitolo può essere letto come un pezzo a sé stante. Ma per comprendere il disegno complessivo ci vuole forse un po’ di pazienza che comunque è completamente ripagata.
Il motivo per cui non ho mai citato neanche un verso delle poesie di “Apokopè” è in quest’ottica. Questo libro va letto come un’opera in cui ogni parte, ogni poesia, sostiene e si completa con l’altra, in un intreccio che crea, appunto, una trama in cui leggere, e neanche tanto in trasparenza, quello che è, nettamente, il punto di vista di Fosco Giannini.
E poi, come segnalare una poesia piuttosto che un’altra se non affidandosi ad un criterio totalmente soggettivo, privo di una logica condivisibile?
Ma siccome Fosco inserisce in questa raccolta una poesia edita in altri tempi, considerandola, in un’ottica insieme politica e musicale, come una sorta di filo rosso, allora vale la pena di citarla, e soprattutto di leggerla:
Come i poeti
Sott’al lavello
è pieno de formighe,
pare che cianne
el fogo al culo
come cercasse un dio badulo;
se move in righe,
ordine de questura,
a caccia de mollighe,
un pezzo de culatello
sortiti dà la spazzatura.
Nero, dietro al detersivo,
‘ppartato che non pare vivo,
c’è el scarafaggio,
da solo per disperazio’,
o per coraggio.
Vie’ dà la starda
del sciacquo’,
el passo de j anacoreti,
dannato senza ragio’,
come i poeti.
(Dalla raccolta “Apokopè”)
Sergio Leoni fa parte della redazione nazionale di “Cumpanis” e del gruppo di lavoro “Arte, Cultura, Comunicazione” del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”.
Mattino anconetano
S’enne sveijati i mostri
de le tredici cannelle,
colpi de tosce e spadacci’ de ferri.
Naschene come rospi le prime bancarelle
S’alza el scirocco e il mare
è sale ’nte i polmoni:
aspro è l’odore d’ostrighe
e limoni.
(Dalla raccolta di Fosco Giannini “Borea”. “Mattino anconetano” è dedicata all’opera di copertina di Rodolfo Bersaglia per la raccolta “Apokopè”)
“Apokopè” e il suo dialetto
Poesia dialettale: definizione quanto mai generatrice di equivoci. Ebbi la fortuna di frequentare Franco Scataglini nella metà degli anni ’70, quando ero ragazzo. Sulla scorta di un mio rilevamento (la constatazione e l’analisi di uno strano florilegio della poesia dialettale in ogni provincia d’Italia, in quegli anni) sottoposi a Scataglini una tesi: quella “poesia dialettale”, che in sé avrebbe dovuto essere linguaggio del popolo, in verità era vergata, in grandissima parte, da una “classe” in vasta proliferazione: la piccola borghesia semicolta; una “poesia” distorta e assassinata dagli esponenti più decadenti, annoiati e “bovaristi” delle “professioni”, che utilizzavano il dialetto come una sorta di divertissement e, tutti convinti che quello fosse il linguaggio del popolo (disprezzando, nell’essenza, il popolo), producevano una “poesia” volutamente priva di afflato, spiritualità, universalità, senza ambizione poetica, dunque senza metafora, metonimia, sineddoche. Con un linguaggio povero, rozzo e “volgare” (nella modalità spregiativa che la borghesia ha sempre utilizzato per il volgo), che era quello che la piccola borghesia “poetica” attribuiva al popolo. Scataglini, naturalmente – poiché da tempo e ben prima di me era giunto allo stesso punto analitico – “approvò” la mia tesi. Essendo innamorato dell’infinita musicalità del dialetto e della sua potenza evocativa e avendo, tuttavia, appurato a quale degenerazione un suo utilizzo sbagliato, equivoco e ambiguo potesse portare, seppi sin da subito – coadiuvato da Scataglini e dalle letture innamorate di Pier Paolo Pasolini nella sua ferrigna e risplendente poesia friulana, di Biagio Marin, Franco Loi, Mario Brasu, poeta-pastore sardo, nelle sue liriche contro la guerra e contro l’occupazione della sua Isola da parte della Basi militari Nato, Ignazio Butitta nella sua poesia siciliana di arance, antifascismo e lotte contadine – che cosa fare: utilizzare il dialetto come una lingua alta, come un diverso strumento linguistico dalla lingua italiana, un diverso congegno da essa ma dalle stesse potenzialità estetiche ed evocative. La stessa scelta di uno strumento – dialetto o lingua italiana – che un musicista opera tra il violino e il pianoforte, tra la chitarra e l’oboe. Il dialetto come un utensile per il più alto livello poetico possibile, non come un recinto ideologico-estetico ove far pascere una brutalità di rime bovine. Il dialetto per il firmamento della poesia, non per una caricatura efferata del popolo. Col tempo, per farmi largo nell’incomprensione, tentai di rafforzare, raffinare sempre più la mia argomentazione, giungendo ad affermare che la poesia tout court, essendo una rottura col linguaggio quotidiano, è già di per sé, nel suo determinarsi, un “linguaggio dialettale”. Una forzatura, certamente; ma come cantava Fabrizio De André, un assunto, se non del tutto vero, quasi per niente sbagliato.
(Fosco Giannini)
FONTE-ASSOCIAZIONE La Città Futura C. F. 96440760583 | Via dei Lucani 11, Roma | Direttore Resp. Adriana Bernardeschi
a cura di Maria Serena Sapegno-Viella Libreria Editrice Roma
Sinossi -Con questo libro viene fatto il punto sugli studi più recenti intorno a Vittoria Colonna, figura chiave della cultura italiana nel Cinquecento, protagonista della vita letteraria, religiosa e politica in Italia. Oltre a essere stata la prima italiana ‒ unica tra tutti i poeti, uomini o donne ‒ alla cui poesia sia stato dedicato un intero volume a stampa, fu anche la prima a beneficiare di un’edizione con commento mentre era in vita. Tuttavia non fu solo un’attrice di primo piano della scena letteraria del tempo. Vittoria Colonna fu, infatti, anche parte attiva delle controversie religiose e politiche del secolo XVI. Appartenente a una delle famiglie più potenti di Roma, amica tra gli altri di Bembo, Michelangelo, Pole, Ochino, la poetessa fu personalmente implicata in molte delle vicende più significative del periodo. E se la sua figura ha goduto del privilegio ‒ pressoché unico tra le letterate italiane ‒ di non scomparire mai del tutto dal canone, le interpretazioni che ne sono state date sono mutate molto nel corso del tempo. Questo libro, attraverso una disamina dell’intera produzione di Vittoria Colonna e un’analisi dello scenario più ampio, religioso e culturale, al quale partecipava, aiuta a comprendere tali interpretazioni in modo innovativo e a capire così anche tutta un’epoca.
Traduzione di Salvatore Quasimodo-Illustrazioni di Renato Guttuso –
Einaudi editore-20 febbraio 1952 (prima edizione)
PABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato Guttuso. Torino, Einaudi editore, 1952 (20 Febbraio).-Cm. 22, pp. 169 (7). Con 5 suggestive tavole a piena pagina f.t. ed una piccola illustrazione n.t. di Renato Guttuso. Bella brossura editoriale illustrata dallo stesso Guttuso. Trascurabili segni del tempo. Esemplare nel complesso ben conservato. Importante traduzione italiana delle poesie di Pablo Neruda curata da Salvatore Quasimodo. Ricercata prima edizione seguita da molte ristampe identiche per forma e contenuto. Cfr. Iccu; Galati (1980): cita erroneamente il 1965 come data per la prima edizione italiana.
Pablo Neruda
Biografia di Pablo Neruda
Pablo Neruda, Pseudonimo del poeta cileno Ricardo Neftalí Reyes Basoalto (Parral 1904 – Santiago 1973). Premio Nobel per la letteratura nel 1971, N. è considerato una delle voci più autorevoli della letteratura contemporanea latino americana, per la sua sensibilità acuta ma non preziosa, ricchissima d’immagini ma non complicata. È stato testimone di molti degli eventi cruciali che hanno segnato il XX secolo: dalla guerra civile spagnola alla guerra fredda, dai movimenti di liberazione in America Latina alla morte di S. Allende. La sua opera poetica comprende un’impressionante antologia di testi fra i più alti della poesia moderna di lingua spagnola, sostenuti da un prodigioso dono di «canto» che si articola nelle strutture musicali più disparate, con una costante sperimentazione linguistica e metrica, sui temi congeniali dell’amore, del paesaggio natale e delle speranze collettive.
Vita
Di origini modeste, frequentò il liceo di Temuco e l’univ. di Santiago, dove nel 1921 si mise in mostra vincendo una gara poetica con La canción de la fiesta. Nominato console in India nel 1926, iniziò una brillante carriera diplomatica che gli dette modo di maturare le sue esperienze con continui viaggi e incontri. Stabilitosi in Spagna nel 1934, sempre al seguito dell’ambasciata cilena, si legò subito con il gruppo repubblicano di R. Alberti, F. García Lorca, M. Hernández e dette vita, sulle colonne della rivista da lui stesso fondata, El caballo verde para la poesía, a una vivace polemica con J. R. Jiménez. La guerra civile, il suo temperamento drammatico e, non ultima, la morte di Lorca e di Hernández, lo spinsero sempre più a precisi impegni politici che tanta parte hanno avuto poi nella sua vita e in tutta la produzione posteriore. Dopo ancora qualche anno di servizio diplomatico, nel 1944 N. tornò in Cile, e fu eletto senatore; ma un’accusa di tradimento lo costrinse ben presto a esulare in Messico, da dove compì lunghi viaggi in Europa (Parigi, Polonia, Ungheria). Nel 1949 presiedette a Città di Messico il congresso mondiale dei Partigiani della pace. Nel 1951 visitò l’Italia e la Cina. Nel 1952 fu ancora in Italia, da dove venne espulso come straniero indesiderabile. Tuttavia, a seguito di un movimento d’opinione pubblica, il decreto fu revocato, e N. poté trascorrere un lungo periodo a Capri. Nel 1953 tornò in patria, nel suo rifugio di Isla Negra presso Valparaíso. Con l’avvento alla presidenza della Repubblica di S. Allende (1970), fu nominato ambasciatore a Parigi. Nel 1972, gravemente malato, tornò in Cile, mentre il governo Allende era in crisi. Nel 1973, quando ormai la minaccia del colpo di stato militare era incombente, N. seguì Allende sul cammino della morte, mentre la dittatura di Pinochet s’instaurò in tutto il paese.
Opere
Trovatosi a scrivere negli anni in cui l’opera di R. Darío dettava legge in tutta l’Ispano-America, N. non aveva potuto fare a meno di allinearsi con le tendenze moderniste, benché la sua ispirazione fosse già orientata verso altre strade. Uscito finalmente dal pericoloso equivoco tra il 1924 e il 1935, e avendo raggiunto una notevole maturità espressiva, poté dare sfogo alla sua originalità, divenendo, in breve tempo, il maggior rappresentante degli anti-modernisti. Il sentimento riacquista allora l’importanza che l’esasperato formalismo gli aveva negato e la personalità intensa e drammatica del poeta si fa luce con versi che sembrano scritti, come disse Lorca, «più che con l’inchiostro, con il sangue». La società borghese, giudicata corrotta e ipocrita, è presa continuamente di mira con attacchi violenti alle convenzioni, ai sentimenti codificati, all’ordine costituito, mentre, con immagini grottesche, se ne sviliscono i suoi sacerdoti. Dal 1940 N., ormai marxista convinto, si dedica quasi esclusivamente alla poesia sociale e alla lotta politica: il dolore, l’umiliazione, la speranza sono i temi ricorrenti di questa nuova produzione, accompagnati da una vena di profondo calore umano che riesce a smorzare i toni marcatamente propagandistici e a dare spesso pagine d’intensa poesia. Tra le sue opere principali si ricordano: Crepusculario (1923), Veinte poemas de amor y una canción desesperada (1924), Tentativa del hombre infinito (1926), Residencia en la tierra (1933; 2a ed., con l’aggiunta di un 2º vol. contenente le liriche composte dopo il 1931, 1935), España en el corazón (1937), Tercera residencia (raccolta delle poesie composte dopo il 1935, 1945), Canto general (1950), la sua opera maggiore, amplissimo poema sulla storia del Cile e della stessa America latina come insieme di tradizioni e incrocio di civiltà; Odas elementales (1954), Nuevas odas elementales (1956), Tercer libro de las odas (1957), Estravagario (1958), Navigaciones y regresos (1959), Memorial de Isla Negra (1964), Arte de pájaros (1966), Fulgor y muerte de Joaquín Murieta (1967, dramma scritto in Italia), La barcarola (1968), Las manos del dia (1968), Aun (1969), l’apocalittico Fin del mundo (1969), Las piedras del cielo (1970), La spada encendida (1970), Geografía infructuosa (1972). Da segnalare infine le prose autobiografiche di Confieso que he vivido (1973; trad. it. 1975) e la traduzione italiana integrale della sua opera poetica (1960-73).
Pablo Neruda
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Gregorio VIl fu eletto Papa il 22 aprile 1073 -Articolo Prof.Arnaldo Casali-
Ildebrando di Sovana, eletto papa il 22 aprile 1073 con il nome di Papa Gregorio VII, scrisse la storia della Chiesa ben prima di salire sul soglio di Pietro. Combatté eresie, elaborò riforme moralizzatrici e orientò anche la stessa elezione e il pontificato dei suoi predecessori.
Ildebrando Aldobrandeschi era nato nel piccolo borgo toscano in provincia di Grosseto, intorno al 1020. A differenza dei suoi “colleghi” non veniva da una stirpe ricca e potente ma da un’umile famiglia. Dotato di grande intelligenza, temperamento energico e spiccato senso politico, si era fatto notare ben presto a Roma.
GregorioVII_miniaturaSecXI
Ancora giovanissimo era entrato nel monastero di Santa Maria sull’Aventino dove suo zio era abate, dimostrando una forte personalità e ansia di rinnovamento per una Chiesa che appariva ormai completamente allo sbando.
“La cupidigia – lamentava san Pier Damiani – domina tutti e li fa schiavi. Il mondo presente non è che una fogna di invidie e di laidezze. Se le guide vengono a cadere, se la condotta dei preti è più perniciosa di quella dei laici, facilmente e fatalmente chi la seguirà cadrà dietro a loro”.
D’altra parte ormai, dai tempi della pornocrazia della “papessa” Marozia il trono di Pietro ha perso qualsiasi dimensione spirituale ed è diventato oggetto di scontri tra le grandi famiglie romane. Basti pensare che Teofilatto dei conti di Tuscolo – discendente di Marozia – diventa papa, con il nome di Benedetto IX, per ben tre volte. La prima nel 1032, quando ha appena 12 anni. Nel 1045, la sua condotta licenziosa e riprovevole ha talmente esasperato gli animi dei romani da suscitare una sommossa popolare. Istigata dai Crescenzi, nemici storici dei conti di Tuscolo, la rivolta porterà alla deposizione di Benedetto IX e alla elezione di di Silvestro III, detronizzato a sua volta dopo 50 giorni di pontificato dallo stesso Benedetto. Il quale, dopo soli 20 giorni, decide però di vendere il titolo a suo cugino Giovanni dei Graziani, che assume il nome di Gregorio VI.
A dispetto della modalità con cui ha assunto il potere, Giovanni è un ecclesiastico molto virtuoso e, scandalizzato dal comportamento del cugino, gli ha offerto una grossa somma di denaro in cambio delle dimissioni, d’accordo con il clero romano e con il preciso obiettivo di riportare la moralità sul trono di Pietro.
Insomma, per una volta si è trattato di “simonia a fin di bene”, attuata per debellare lo scandalo e lo scempio che papa Benedetto stava facendo della sede di San Pietro. Non a caso, se l’elezione di Gregorio suscita il plauso di Pier Damiani (“finalmente la colomba era tornata all’arca con il ramo d’ulivo”) come suo cappellano il nuovo papa sceglie proprio l’irreprensibile Ildebrando di Soana.
Enrico III, detto il Nero, in una miniatura del secolo XI
Ma al Sinodo di Sutri, convocato il primo maggio 1045 su richiesta dell’imperatore Enrico III, il papa confessa pubblicamente, “in buona fede e semplicità”, di aver comprato il soglio dal predecessore. Sarà costretto ad abdicare ed esiliato in Germania e passerà il resto dei suoi giorni nel monastero di Cluny, con il fedele Ildebrando.
Dopo la morte dell’ex papa nel 1047, il giovane monaco toscano prosegue gli studi a Colonia ed entra in contatto con i circoli più vivi della riforma ecclesiastica, dove conosce anche Brunone Egisheim-Dagsburg, parente dello stesso imperatore e vescovo di Toul.
Intanto proprio un tedesco – Suitgero dei signori di Morseleben e Hornburg – è diventato papa con il nome di Clemente II.
Per svincolare il potere papale dalle nefaste influenze delle famiglie patrizie romane, Clemente stabilisce che l’elezione al soglio pontificio dovrà partire da una designazione imperiale. È come passare dalla brace alla padella. Una “padella” che i successori di Clemente lotteranno a lungo per abbandonare.
Nel 1047 il papa accompagna l’imperatore in Germania e qui muore lasciando campo libero ai Conti di Tuscolo, che impongono ancora una volta il redivivo Benedetto IX. Anche in questo frangente, il tre volte papa si lascia convincere a dimettersi da un santo uomo,Bartolomeo, abate di Grottaferrata. Stavolta, però, senza soldi ma con un sincero pentimento. E una morte che – a scanso di equivoci – lo coglie poco dopo le dimissioni.
La successione non si rivela semplice: Aliardo, vescovo di Lione – segnalato da Enrico III – rifiuta. Accetta Poppone, vescovo di Brixten, con il nome di Damaso II, che morirà di febbre malarica dopo appena 23 giorni di pontificato.
Enrico allora, decide di convocare “in casa” – a Worms – un congresso di principi e di vescovi e fa eleggere Brunone, suo stretto collaboratore ma anche prelato intransigente e promotore dell’indipendenza del potere spirituale da quello temporale.
Leone IX in una immagine della Collectio leonina (sec. XI), biblioteca municipale di Berna
Brunone mostra subito di che pasta è fatto accettando l’incarico solo a condizione che ad eleggerlo siano – formalmente – il popolo e il clero romano. Chiama al suo fianco Ildebrando e insieme partono il giorno di Natale a piedi, vestiti come semplici pellegrini, alla volta di Roma, dove arrivano nel febbraio del 1049. “Sarei felice di ripartire se la mia elezione non fosse approvata dal vostro consenso unanime” dice Brunone al clero romano riunito, che lo incorona con il nome di Leone IX.
Il futuro santo inizia un’opera di moralizzazione dell’ambiente ecclesiastico lottando contro la simonia e il concubinaggio, percorrendo l’Europa in lungo e in largo, convocando ovunque sinodi e richiamando tutti alla disciplina e alla rettitudine. Impone il celibato ai preti e organizza un esercito per combattere i Normanni, che in Italia meridionale hanno sottratto territori alla Chiesa e si sono abbandonati al saccheggio di parrocchie e monasteri. Conduce personalmente le truppe pontificie, tanto da essere sconfitto e fatto prigioniero nel 1053. Intanto ha mandato Ildebrando in Francia per dirimere la controversia sulla natura dell’eucarestia, suscitata dal teologo Berengario di Tours.
Berengario nega infatti che durante la messa il pane e il vino diventino effettivamente corpo e sangue di cristo (la cosiddetta “transustansazione”) e afferma che ne sono solo il simbolo. La sua tesi viene condannata a Vercelli nel 1050 e a Parigi nel 1051, anche se la transustansazione diventerà un dogma di fede solo nel 1215.
Nel frattempo i rapporti con il patriarca di Costantinopoli sono ormai ai ferri corti. Ildebrando è ancora in Francia e il papa deve mandare l’assai meno diplomatico Umberto da Silvacandida, che fallirà miseramente la missione. Ormai lo scisma d’Oriente è imminente e Leone non potrà fare nulla per scongiurare la spaccatura tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa, perché morirà proprio durante le trattative.
Per discutere la successione con l’imperatore, i romani mandano in Germania l’inossidabile Ildebrando e, dopo un anno, la scelta cade su Geberardo dei conti di Dollstein-Hirschberg. Come Leone, anche lui è parente di Enrico III, del quale è stato anche il cancelliere. Assumerà il nome di Vittore III, dopo il consenso del popolo di Roma chiesto da Ildebrando.
Vittore III (Desiderius di Montecassino)
Con l’aiuto di Ildebrando, suo fidato consigliere, Vittore inizia una vasta azione di riforme delle istituzioni, dei conventi e del clero continuando l’opera di Leone IX. L’obiettivo rimane sempre lo stesso: debellare la piaga della simonia e del concubinaggio, ma al tempo stesso anche limitare l’influenza dell’imperatore sulle questioni ecclesiastiche, a cominciare dall’elezione dello stesso papa, per il quale l’ex cancelliere rivendica ampia autonomia.
Vittore affida proprio a Ildebrando la riforma della Curia, e per sottrarla all’interferenza laica tanto delle famiglie romane quanto dell’imperatore, potenzia il ruolo dei dignitari del clero romano: diaconi, preti e vescovi detti “cardinali”, perché cardini della Diocesi di Roma.
Si vede già all’orizzonte la lotta per le investiture, ma i rapporti tra i due vertici d’Europa sono ancora ottimi: è proprio Vittore, infatti, ad assistere in punto di morte l’imperatore Enrico III, dal quale riceve in affidamento il piccolo Enrico IV.
Dopo la morte di Vittore i romani eleggono Federico di Lorena, che diventa papa Stefano IX senza alcuna designazione né approvazione imperiale. Il nuovo papa manda in Germania Ildebrando non solo per ottenere la benevolenza dell’imperatrice Agnese, ma anche per combattere il traffico delle dignità e delle cariche ecclesiastiche in terra tedesca. Quando il nostro torna a Roma, però, trova un altro pontefice: Stefano è morto nel 1058 e nonostante al capezzale abbia fatto giurare all’abate di Cluny Ugo e a tutti i cardinali presenti che non avrebbero eletto il suo successore prima del ritorno di Ildebrando, i nobili romani insediano velocemente Giovanni Mincio (ovvero “minchione”), della famigerata famiglia dei conti di Tuscolo e nipote di Benedetto IX, al quale rende omaggio scegliendo il nome di Benedetto X.
Contro l’eletto si solleva subito buona parte del cardinalato. Lo stesso san Pier Damiani, che in quanto vescovo di Ostia deve procedere alla consacrazione, si rifiuta definendolo un ignorante. È proprio Ildebrando, tornato dalla Germania, a prendere in mano la situazione: con una coalizione ecclesiastica e politica, il 18 aprile 1058 elegge Gerardo di Chevron e qualche mese dopo depone e scomunica Benedetto, facendone un antipapa.
Niccolò II, nato Gerard de Bourgogne (Chevron, 980 circa – Firenze, 27 luglio 1061), fu papa della Chiesa cattolica dal 24 gennaio 1059 alla sua morte.
Il nuovo pontefice, Niccolò II – coadiuvato da Pier Damiani e, ovviamente, da Ildebrando – continua la riforma della Chiesa: proibisce ancora una volta ai preti di prendere moglie e intima a chi ce l’ha di abbandonarla pena il decadimento, combatte strenuamente ogni forma di simonia e non tollera l’investitura dei vescovi da parte dei laici senza l’autorizzazione papale.
Ma la più importante riforma di Niccolò è quella che istituisce il Conclave per l’elezione del papa: il decreto “In nomine domini”riserva infatti l’elezione del sommo pontefice ai soli cardinali e elimina ogni interferenza da parte del clero, dei feudatari, del popolo romano e dell’imperatore, a cui viene riconosciuto il solo diritto di conferma.
La reazione tedesca è durissima: viene convocato addirittura un altro concilio che dichiara nulle le decisioni prese a Roma e il papa per difendere la “Liberatas Ecclesiae” è costretto ad allearsi con Roberto il Guiscardo, re dei Normanni.
Intanto Ildebrando deve occuparsi anche del ribelle Benedetto, che fa imprigionare nell’ospedale di Sant’Agnese e processare nuovamente. L’ex papa confessa di essere stato costretto ad accettare un’elezione non voluta e ammette tutte le sue colpe, ma si riconcilierà con Ildebrando solo poco prima di morire, nel 1074.
Nel 1061 Niccolò muore e Ildebrando – ormai indiscusso regista della politica vaticana – guida l’elezione di Anselmo da Baggio, che diventa papa Alessandro II e segue l’impostazione che il cardinale di Soana ha dato alla riforma curiale.
Alessandro dovrà fronteggiare l’antipapa nominato dall’imperatore Enrico IV, il vescovo di Roma Cataldo alias Onorio II, per quasi tutta la durata del suo pontificato. Lo scontro con il Sacro Romano Impero è ormai aperto e sono anni di guerre, sinodi, spargimenti di sangue e alleanze politiche, durante i quali Roma può contare sull’appoggio del re d’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore e della Chiesa spagnola, fino a poco prima ostile.
La piazza del Pretorio di Sovana, nel grossetano, dove nacque Gregorio VII
La goccia che farà traboccare il vaso è la morte dell’arcivescovo di Milano Guido da Velate: Enrico IV, infatti, nomina vescovo Goffredo da Castiglione, mentre il papa sceglie Attone. È ’ iniziata ufficialmente la lotta per le investiture.
Alessandro II muore il 21 aprile 1073 e il giorno dopo, durante il suo funerale, il popolo romano acclama come suo successore lo stesso Ildebrando, riprendendosi a forza quel ruolo che gli era stato tolto dal decreto pontificio che proprio Ildebrando aveva elaborato.
Si è tornati, però, all’antico “furor di popolo” come non si vedeva dai tempi di Gregorio Magno, senza manipolazioni da parte delle famiglie romane. Per questo i cardinali, che condividono totalmente la scelta, approvano subito l’elezione e la formalizzano: il 22 maggio il monaco riceve l’ordinazione sacerdotale e il 30 giugno la consacrazione a vescovo di Roma con il nome di Gregorio VII.
Ildebrando Aldobrandeschi di Soana ha cinquant’anni, da venti governa la Curia romana con un ruolo da protagonista, ha lavorato a fianco di 8 papi e ne ha scelti almeno due: è già uno degli uomini più importanti dell’intera storia della Chiesa. Eppure il meglio deve ancora venire.
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