Luis Corvalan, storico segretario del Partito Comunista cileno-
is Corvalan, storico segretario del Partito Comunista cileno-
Luis Corvalan storico segretario del partito comunista cileno, protagonista della elezione di Allende e leader della resistenza contro il regime di Pinochet. Rigore, coerenza e grande considerazione della storia del movimento operaio hanno caratterizzato la vita e l’impegno politico di Corvalan,avvocato ed ex senatore, che ha pagato con la prigionia prima e con l’esilio poi la ferma ed intransigente opposizione alla sanguinaria dittatura cilena. Dopo il Golpe del 1973 infatti venne confinato nell’isola di Dawson, periodo in cui Mosca gli conferì il Premio Lenin per la Pace. Verrà liberato da Pinochet tre anni più tardi dopo un accordo con l’Unione Sovietica per la contestuale liberazione del dissidente Bukovsky, restando a Mosca fino al 1988 e rientrando in Cile due anni dopo la caduta del regime. In un’intervista rilasciata all’Unità l’avvocato Guido Calvi racconta la sua conoscenza diretta di Corvalan dopo che Berlinguer lo mandò in Cile per assumerne una difesa. “Quando, riportandogli un messaggio, una richiesta di Sergio Segre, sulla possibilità che Aldo Moro, allora ministra degli Esteri, avrebbe potuto sollecitarla sua liberazione in cambio della riapertura dell’ambasciata italiana a Santiago, Luis non mi rispose. Mi guardò fisso negli occhi e mi disse: secondo te, Gramsci avrebbe accettato questo? E io gli risposi: probabilmente no. E lui: Lo penso anch’io.” È cosi che vogliamo ricordare un uomo straordinario, un esempio per tutti coloro che ancora oggi si battono contro i soprusi e le dittature nel mondo.
Studiò nel Liceo di Tomé e alla Escuela Normal de Chillán, diplomandosi professore “normalista” nel 1934; lavorò come redattore quindi nei giornali comunisti Frente Popular e El Siglo. Era entrato nel Partito Comunista del Cile (PCCh) nel 1932; nel 1947, a seguito della messa fuori legge del Partito, fu detenuto nei campi di concentramento di Pitrufquén e di Pisagua. Nel 1950 fu eletto membro del Comitato Centrale e nel 1958 Segretario Generale, incarico che mantenne fino al 1990.
Promotore della linea politica che aspirava a costruire il socialismo in Cile senza violenza, fu uno dei principali realizzatori della coalizione Unidad Popular, a partire dal 1969. Fu eletto senatore varie volte: nel Settimo collegio provinciale tra il 1961 e il 1969 e nel Terzo collegio provinciale nel 1969. In conseguenza del sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre 1973, che rovesciò e uccise il presidente Salvador Allende, Corvalán fu arrestato senza processo, detenuto e deportato ad isola Dawson, poi nel campo di concentramento di Ritoque y Tres Alamos. Durante la sua detenzione gli fu conferito il Premio Lenin per la pace (1973-74).
Nel 1976 il regime militare del generale Augusto Pinochet, ordinò la liberazione di 200 prigionieri politici; in seguito ad un’intensa campagna dell’opinione pubblica internazionale, il Cile e l’URSS si accordarono per la liberazione di Corvalán in cambio del dissidente sovietico Vladimir Bukovsky; lo scambio avvenne a Zurigo il 18 dicembre 1976[4]. Corvalán ottenne asilo politico nell’URSS e ritornò in Cile clandestinamente nel 1980 e legalmente nel 1988, quando poté partecipare alla ripresa delle libere istituzioni democratiche[5].
Nel 1989 lasciò l’incarico di Segretario Generale del PCCh, di cui restò però uno dei principali dirigenti, come membro del Comitato Centrale. Negli ultimi anni, meno impegnato nella politica attiva, si dedicò a scrivere libri come El Gobierno de Salvador Allende (2003) e Los Comunistas y la Democracia (2008).[6] Ha rilasciato, durante il suo soggiorno in Russia, alcune interviste in russo.[7][8] Luis Corvalán è deceduto nel suo domicilio a Santiago del Cile, il 21 luglio 2010.[6][9]
La Storia della Bandiera Americana e il Mito di Betsy Ross
La bandiera americana è uno dei simboli più riconoscibili degli Stati Uniti d’America, rappresentando valori di libertà, uguaglianza e unità nazionale. Una figura spesso associata alla creazione della bandiera è Betsy Ross, una sarta di Filadelfia. In questo articolo, esploreremo la storia affascinante della bandiera americana e la leggenda di Betsy Ross, esaminando il suo coinvolgimento nella creazione di questo iconico simbolo patriottico.
Betsy Ross
La bandiera americana e il suo significato:
La bandiera americana con le sue strisce rosse e bianche e il riquadro blu con stelle bianche rappresenta i valori fondamentali degli Stati Uniti. Le strisce rappresentano le tredici colonie originarie che si sono ribellate al dominio britannico, mentre le stelle rappresentano gli stati dell’Unione. La bandiera è un simbolo di libertà, indipendenza e unità che risuona profondamente nel cuore degli americani.
Chi è Betsy Ross:
Betsy Ross, nata Elizabeth Griscom, era una sarta di Filadelfia durante la Rivoluzione Americana. Secondo la leggenda, nel 1776, tre membri del Comitato della bandiera: George Washington, Robert Morris e George Ross, si recarono da Betsy Ross per chiederle di realizzare una nuova bandiera per la nazione appena nata. Si dice che Betsy abbia suggerito alcune modifiche al design originale, come l’organizzazione delle tredici stelle in un cerchio anziché in una fila.
La controversia storica:
Nonostante la popolarità della storia di Betsy Ross, le prove storiche riguardanti il suo coinvolgimento specifico nella creazione della bandiera sono state oggetto di dibattito tra gli storici. Alcuni sostengono che la storia di Betsy Ross sia stata basata su prove deboli o aneddoti non verificati. Tuttavia, la leggenda di Betsy Ross ha avuto un impatto duraturo nell’immaginario collettivo, diventando parte integrante della narrazione della bandiera americana.
L’eredità di Betsy Ross:
Nonostante la controversia storica, Betsy Ross è stata venerata come un’icona della patria americana e della sua tradizione di artigianato. La sua storia è stata tramandata di generazione in generazione, alimentando il mito della sua contribuzione nella creazione della bandiera. Oggi, la sua figura è commemorata in molti modi, tra cui monumenti, musei e oggetti a lei dedicati.
Il potere simbolico della bandiera americana:
Indipendentemente dal coinvolgimento specifico di Betsy Ross, la bandiera americana rimane un potente simbolo di storia, patriottismo e identità nazionale. È un richiamo alle lotte e alle conquiste degli Stati Uniti, un simbolo di speranza e libertà che unisce gli americani di tutte le origini.
Curiosità su Betsy Ross:
Betsy Ross è stata madre di sette figli ed ha avuto ben tre mariti, uno dei quali in prigione per pirateria ed un altro ex compagno di cella del primo marito.
La bandiera americana rappresenta l’anima degli Stati Uniti, un paese costruito su principi di libertà e democrazia. Sebbene la storia di Betsy Ross nella creazione della bandiera sia oggetto di dibattito, la sua figura ha guadagnato un posto nella tradizione e nell’immaginario americano. La bandiera americana, con il suo significato profondo e il suo impatto emotivo, rimane un simbolo di unità e speranza per il popolo americano, testimoniando la forza e la resilienza di una grande nazione.
Elizabeth Griscom Ross (née Griscom;[1] January 1, 1752 – January 30, 1836), also known by her second and third married names, Ashburn and Claypoole,[1] was an American upholsterer who was credited by her relatives in 1870[2] with making the second official U.S. flag,[3] accordingly known as the Betsy Ross flag. Though most historians dismiss the story,[4] Ross family tradition[5][6] holds that General George Washington, commander-in-chief of the Continental Army and two members of a congressional committee—Robert Morris and George Ross—visited Mrs. Ross in 1776.[7] Mrs. Ross convinced George Washington to change the shape of the stars in a sketch of a flag he showed her from six-pointed to five-pointed by demonstrating that it was easier and speedier to cut the latter.[8] However, there is no archival evidence or other recorded verbal tradition to substantiate this story of the first U.S. flag. It appears that the story first surfaced in the writings of her grandson in the 1870s (a century after the fact), with no mention or documentation in earlier decades.[9]
Ross made flags for the Pennsylvania Navy during the American Revolution.[10] After the Revolution, she made U.S. flags for over 50 years, including 50 garrison flags for the U.S. Arsenal on the Schuylkill River during 1811.[11] The flags of the Pennsylvania navy were overseen by the Pennsylvania Navy Board. The board reported to the Pennsylvania Provincial Assembly’s Committee of Safety. In July 1775, the President of the Committee of Safety was Benjamin Franklin. Its members included Robert Morris and George Ross. At that time, the committee ordered the construction of gunboats that would eventually need flags as part of their equipment. As late as October 1776, Captain William Richards was still writing to the Committee of Safety to request the design that he could use to order flags for the fleet.[12]
Ross was one of those hired to make flags for the Pennsylvanian fleet. An entry dated May 29, 1777, in the records of the Pennsylvania Navy Board, includes an order to pay her for her work.[13] It is worded as follows:
An order on William Webb to Elizabeth
Ross for fourteen pounds twelve shillings and two
pence for Making Ships Colours [etc.] put into William
Richards store……………………………………….£14.12.2[14]
The Pennsylvania navy’s ship color included (1) an ensign; (2) a long, narrow pennant; and (3) a short, narrow pennant. The ensign was a blue flag with 13 stripes—seven red stripes and six white stripes in the flag’s canton (upper-left-hand corner). It was flown from a pole at the rear of the ship. The long pennant had 13 vertical, red-and-white stripes near the mast; the rest was solid red. It flew from the top of the ship’s mainmast, the center pole holding the sails. The short pennant was solid red, and flew from the top of the ship’s mizzenmast—the pole holding the ship’s sails nearest the stern (rear of the ship).[15]
Early life and education
Betsy Ross was born on January 1, 1752, to Samuel Griscom (1717–1793) and Rebecca James Griscom (1721–1793)[16] on the Griscom family farm in Gloucester City, New Jersey.[17][18] Ross was the eighth of seventeen children, of whom only nine survived childhood. A sister, Sarah (1745–1747), and brother, William (1748–1749), died before Elizabeth (“Betsy”) was born (another sister, Sarah Griscom Donaldson (1749–1785), was named after the earlier deceased Sarah). Ross was just five years old when her sister Martha (1754–1757) died, and another sister, Ann (1757–1759), only lived to the age of two. Brothers Samuel I (1753–1756) and Samuel II (1758–1761) both died at age three. Two others, twins, brother Joseph (1759–1762) and sister Abigail (1759–1762), died in one of the frequent smallpox epidemics in the autumn of 1762.[19][20] Ross grew up in a household where the plain dress and strict discipline of the Quakers dominated.[21] She learned to sew from a great aunt, Sarah Elizabeth Ann Griscom.[21] Ross’s great-grandfather, Andrew Griscom, a member of the Quakers and a carpenter, had emigrated in 1680 from England.[20]
After her schooling at a Quaker-run state school, Ross’s father apprenticed her to an upholsterer named William Webster.[16]
Research conducted by the National Museum of American History of the Smithsonian Institution in Washington, D.C., notes that the story of Betsy Ross making the first U.S. flag for General George Washington entered into the U.S. consciousness about the time of the 1876 centennial celebrations, with the Centennial Exposition then scheduled to be held in Philadelphia.[22] In 1870, Ross’s grandson, William J. Canby, presented a research paper to the Historical Society of Pennsylvania in which he claimed that his grandmother had “made with her hands the first flag” of the United States.[23] Canby said he first obtained this information from his aunt Clarissa Sydney (Claypoole) Wilson in 1857, 20 years after Ross’s death. Canby dates the historic episode based on Washington’s journey to Philadelphia, in the late spring of 1776, a year before the Second Continental Congress passed the first Flag Act of June 14, 1777.[24]
In the 2008 book The Star-Spangled Banner: the Making of an American Icon, Smithsonian Institution experts point out that Canby’s recounting of the event appealed to patriotic Americans then eager for stories about the Revolution and its heroes and heroines. Betsy Ross was promoted as a patriotic role model for young girls and a symbol of women’s contributions to American history.[25] American historian Laurel Thatcher Ulrich further explored this line of enquiry in a 2007 article, “How Betsy Ross Became Famous: Oral Tradition, Nationalism, and the Invention of History”.[26]
Ross was merely one of several flag makers in Philadelphia (such as Rebecca Young, who is historically documented to have made the earlier Grand Union Flag of 1775–76, with the British Union Jack of the crosses of St. George and St. Andrew, in the upper corner canton and 13 alternating red and white stripes for the “United Colonies”) for the Continental Army, along with many other ships’ colors, banners, and flags which were advertised in local newspapers.
Rebecca Young’s daughter Mary Young Pickersgill (1776–1857) made the flag of 15 stars and stripes in 1813, begun at her house and finished on the floor of a nearby brewery, delivered to the commander of the fort the year before the British attack of September 12–14, 1814, on Fort McHenry in Baltimore, during the War of 1812, (receiving a government-issued receipt for the work of two flags, a large 30 by 42 foot (9.1 by 12.8 m) “garrison flag” and a smaller “storm flag”), then seen by Francis Scott Key (1779–1843) and which inspired him to write the poem which later became the national anthem, The Star-Spangled Banner. Pickersgill’s small 1793 rowhouse is still preserved in East Baltimore’s Old Town neighborhood at East Pratt and Albemarle Streets and is known as the “Flag House & Star-Spangled Banner Museum“. Occasionally over the decades, there has been some controversy and disagreement between the relative merits and historical accuracies of the two flag-making traditions and historical sites in Philadelphia and Baltimore. It is thought that Ross’s only contribution to the flag design was to change the 6-pointed stars to the easier 5-pointed stars.[27] Scholars, however, accept the claim by Francis Hopkinson—a member of the Continental Congress who designed most of the elements of the Great Seal of the United States—that he created designs for the early U.S. flag.[28] Hopkinson submitted letters to Congress in 1780 requesting payment for his designs. Hopkinson was the only person to make such a claim in the Revolutionary War era.[29]
Ross Memorial Association, issued 1912; at left and right vignettes of the Betsy Ross House and with the then current grave site of Betsy Ross.
The marriage caused a split from her Griscom family and meant her expulsion from the Quaker congregation. The young couple soon started their own upholstery business and later joined Christ Church, where their fellow congregants occasionally included visiting colony of Virginia militia regimental commander, colonel, and soon-to-be-general George Washington (of the newly organized Continental Army) and his family from their home Anglican parish of Christ Church in Alexandria, Virginia, near his Mount Vernon estate on the Potomac River, along with many other visiting notaries and delegates in future years to the soon-to-be-convened Continental Congress and the political/military leadership of the colonial rebellion.[20] Betsy and John Ross had no children.[20][26]
The American Revolutionary War broke out when the Rosses had been married for two years. As a member of the local Pennsylvania Provincial Militia and its units from the city of Philadelphia, John Ross was assigned to guard munitions. He died in 1775. According to one legend, he was killed by a gunpowder explosion, but family sources provide doubts about this claim.[31] The 24-year-old Elizabeth (“Betsy”) continued working in the upholstery business repairing uniforms and making tents, blankets, and stuffed paper tube cartridges with musket balls for prepared packaged ammunition in 1779 for the Continental Army.[32]
On June 15, 1777, she married her second husband, mariner Joseph Ashburn. In 1780, Ashburn’s ship was captured by a Royal Navy frigate and he was charged with treason (for being of British ancestry—naturalization to American colonial citizenship was not recognized) and imprisoned at Old Mill Prison in Plymouth, England. During this time, their first daughter, Zilla, died at the age of nine months and their second daughter, Eliza, was born.[20] Ashburn died in the British jail.[20]
Three years later, in May 1783, she married John Claypoole, who had earlier met Joseph Ashburn in the English Old Mill Prison and had informed Ross of her husband’s circumstances and death. John Claypoole’s diary and family Bible was rediscovered 240 years later in June 2020.[34]
The couple had five daughters: Clarissa, Susanna, Jane, Rachel, and Harriet (who died in infancy). With the birth of their second daughter Susanna in 1786, they moved to a larger house on Philadelphia’s Second Street, settling down to a peaceful post-war existence, as Philadelphia prospered as the temporary national capital (1790–1800) of the newly independent United States of America, with the first president, George Washington, his vice president, John Adams, and the convening members of the new federal government and the U.S. Congress.
Al contrario di quanto fa oggi certa sinistra, Antonio Gramsci riconduce il diritto alla politica, “all’arte di governare gli uomini, di procurarsene il consenso permanente” [1], polemizzando con ogni concezione positiva o trascendente del diritto, il cui storicismo è apparente in quanto assolutizza la tradizione in nome della naturalità della norma giuridica [2]. Quest’ultima a parere di Gramsci è prodotto del conflitto fra gruppi sociali che trasforma la realtà e la norma che la sancisce. Al punto che in caso di contrasto fra diritti, ad esempio fra diritto di coalizione e libera contrattazione individuale della forza lavoro, è sempre la forza a decidere. In tal caso, sono i proprietari a sostenere i diritti individuali di scambio, di contro ai lavoratori che necessitano del diritto di coalizione poiché individualmente i rapporti di forza sono a loro sfavore, sebbene esso possa apparire un residuo del corporativismo medievale [3]. In mancanza di un’adeguata organizzazione dei lavoratori sui luoghi di produzione una volta venduta liberamente la forza-lavoro il suo utilizzo è tutt’ora alla mercé dell’acquirente, con buona pace della Dichiarazione dei diritti dell’uomo [4].
Antonio Gramsci
Tuttavia, pur condividendo la critica marxiana alla “naturalizzazione” del diritto quale strumento della borghesia per dare veste universale alla propria struttura sociale, Gramsci è più disponibile a riconoscere il portato progressivo dei diritti dell’uomo e del cittadino [5] e la loro capacità di trasformare i costumi sociali esistenti. La funzione progressiva del loro universalismo si manifesta in particolare di fronte all’emergere sempre più aperto del particolarismo del sistema capitalistico. Nella loro coscienza le masse preservano la reminiscenza delle conquiste rivoluzionarie e dell’universalismo che fu alla base del loro sostegno all’instaurazione dell’ordine sociale borghese. Per tale ragione ancor oggi non vi è corrente ideologica che possa esimersi dal richiamarsi all’ideale della libertà e della sua realizzazione quale diritto imprescrittibile dell’uomo [6]. Allo stesso modo Gramsci mostra come la concezione religiosa dell’eguaglianza sostanziale degli uomini, affratellati fra loro ed egualmente figli di Dio, abbia segnato il superamento del mondo antico fondato sulla schiavitù [7]; mentre il suo sviluppo filosofico – l’eguale capacità di porsi sul piano universale della ragione – ha caratterizzato il passaggio dal mondo feudale al moderno [8]. Più in generale, ogni sommovimento dei ceti dominati prende spunto proprio dalla constatazione della scissione fra l’ideale che pone gli uomini come portatori di identici diritti “naturali” e la differenza reale presente nel mondo storico.
Antonio Gramsci
Note:
[1] Gramsci, Antonio, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Gerratana, Valentino, Einaudi, Torino 1977, volume I, p. 127. D’ora in avanti citeremo quest’opera fra parentesi tonde direttamente nel testo, indicando il quaderno, il paragrafo e – dopo i due punti – il numero di pagina di questa edizione.
[2] A dimostrazione dell’uso quantomeno disinvolto della storia da parte di detta scuola, Gramsci mostra come la giurisprudenza romana, cui essa si richiama, sia “un prodotto schiettamente feudale nel senso primitivo di prima del Mille” (5, 123: 643). Gli studi giuridici che si richiamano al diritto romano sorgono dal bisogno concreto “di dare assetto legale ai nuovi e complessi rapporti politici e sociali”. Per tale motivo il richiamo al modello romano dà una veste pseudo-universale allo sviluppo della più minuziosa casistica da cui sono sorte le giurisprudenze locali volte a sancire l’esistente, ovvero la ragione del più forte: “i principi del diritto romano vengono dimenticati o posposti alla glossa interpretativa che a sua volta è stata interpretata, con un prodotto ultimo in cui di romano non c’è nulla, altro che il principio puro e semplice di proprietà” ibidem.
[3] Si pensi alla presunta equidistanza del governo fascista che pretendeva di porre sullo stesso piano i diritti degli uni e degli altri vietando al contempo il diritto di sciopero e quello di serrata. Non potendo ricorrere a tale decisivo strumento di lotta (lo sciopero), la forza lavoro vide progressivamente calare il proprio prezzo nella libera contrattazione, fondata sul rispetto della libertà ed eguaglianza giuridica dei contraenti.
[4] Lo stesso diritto naturale su cui si basano i diritti umani è criticato da Gramsci in quanto in continuità con la concezione giuridica dell’Ancien régime fondata su presupposti metafisici: “concettualmente non i principii della Rivoluzione francese superano la religione, poiché appartengono alla sua stessa sfera mentale, ma i principii che sono superiori storicamente (in quanto esprimono esigenze nuove e superiori) (..), cioè quelli che si fondano sulla realtà effettuale della forza e della lotta” (27, 2: 2315). Del resto il diritto naturale è stato strumentalizzato dalle forze reazionarie – da Burke a Taine – che avevano condannato come artificiali le istituzioni della Rivoluzione francese per aver negato il “naturale” corso del mondo. Le accuse di ideologico e convenzionale rivolte contro le istituzioni rivoluzionarie, astrattamente contrapposte ad una presunta naturalità del diritto costituito, erano funzionali a contrastare ogni tentativo di mettere radicalmente in discussione l’esistente. A parere di Gramsci a essere meramente convenzionale è proprio il mondo storico negato dal progresso reale del genere umano cui si appellano i reazionari: “in verità i peggiori «scientifisti» sono i reazionari che si proiettano una «evoluzione» di proprio comodo e ammettono l’importanza e l’efficacia dell’intervento della volontà umana fortemente organizzata e concentrata, solo quando è reazionaria, quando tende a restaurare ciò che è stato” (2, 91: 249).
Antonio Gramsci
[5] “Il principio della volontà formale, della libertà astratta, secondo cui «la semplice unità dell’autocoscienza, l’Io, è la libertà assolutamente indipendente e la fonte di tutte le determinazioni universali» [Hegel, Lezioni di filosofia della storia]” (11, 49: 1471) su cui si basano i diritti umani è fondato concettualmente dall’idealismo tedesco e realizzato praticamente dalla Rivoluzione francese. L’uno e l’altra sono considerati da Gramsci componenti fondamentali della filosofia della prassi. Quest’ultima è da lui pensata quale mediazione e superamento dialettico della cultura popolare (la Riforma) e della cultura alta (Rinascimento), della politica (la Rivoluzione francese) e della filosofia (l’idealismo tedesco), della riforma morale (il calvinismo), intellettuale (lo storicismo) e strutturale (l’economia classica inglese).
[6] A parere di Gramsci l’intero corso storico “è libertà in quanto è lotta tra libertà e autorità, tra rivoluzione e conservazione, lotta in cui la libertà e la rivoluzione continuamente prevalgono sull’autorità e la conservazione” (10, 10: 1230), storia che a partire dal secolo XIX ha preso coscienza di sé. Tale consapevolezza della storia come storia della libertà consente di riconoscere i momenti alti e bassi del corso del mondo sulla base dell’unità di misura offerta dalla capacità dell’uomo di dominare natura e caso. Le possibilità storiche segnano il grado di libertà raggiunto dall’umanità entrando nella sua stessa definizione. Tali potenzialità non devono essere solo astrattamente riconosciute, ma fatte proprie e realizzate storicamente mediante i mezzi necessari a rendere concreta l’astratta volontà. L’ampliamento della libertà dell’uomo non è dunque meramente individuale, ma implica l’azione politica, in quanto ha di mira la trasformazione dei rapporti sociali. La natura umana da mera possibilità formale diviene concreta realtà storica solo mediante l’azione e la trasformazione dei rapporti intersoggettivi costituiti.
[7] Il cristianesimo è considerato da Gramsci la più significativa utopia “apparsa nella storia, essa è il tentativo più grandioso di conciliare in forma mitologia le contraddizioni storiche: essa afferma, è vero, che l’uomo ha la stessa «natura», che esiste l’uomo in generale, creato simile a Dio e perciò fratello degli altri uomini, uguale agli altri uomini, libero fra gli altri uomini, e che tale egli si può concepire specchiandosi in Dio, «autocoscienza» dell’umanità, ma afferma anche che tutto ciò non è di questo mondo, ma di un altro (utopia). Ma intanto le idee di uguaglianza, di libertà, di fraternità fermentano in mezzo agli uomini, agli uomini che non sono uguali, né fratelli di altri uomini, né si vedono liberi fra di essi” (4, 45: 472).
[8] La chiesa quale comunità dei fedeli preservò e sviluppò tale principio dell’eguaglianza degli uomini nel Cristo, in latente opposizione alla chiesa quale organizzazione di intellettuali tradizionali, base ideologica e strumento egemonico dei ceti dominanti. Tale opposizione evolve in contraddizione con la Rivoluzione francese, mediante la quale la rivoluzione dal basso della comunità dei fedeli rompe con la sua rielaborazione-neutralizzazione dall’alto operata dal clero (cfr. 1, 128: 116-17). Lo sviluppo della democrazia moderna è, dunque, influenzato del materialismo metafisico che considera gli uomini eguali dal punto di vista delle scienze naturali e dell’idealismo che lo fonda sull’eguale razionalità. “Nell’idealismo si ha l’affermazione che la filosofia è scienza democratica per eccellenza in quanto si riferisce alla facoltà di ragionare comune a tutti gli uomini, cosa per cui si spiega l’odio degli aristocratici per la filosofia e le proibizioni legali contro l’insegnamento e la cultura da parte delle classi del vecchio regime” (10, 35: 1280-281).
Articolo di Renato Caputo-
Fonte-Ass. La Città Futura Via dei Lucani 11, Roma. Direttore responsabile Fabio Sebastiani
Il fascismo nel giugno 1940 chiuse l’Albergo del Popolo e sottopose a restrizioni e repressione i responsabili dell’Esercito della Salvezza- Il 10 giugno di 85 anni fa Mussolini , dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, annunciava agli italiani e al mondo che aveva dichiarato guerra all’Inghilterra e alla Francia, scendendo in campo a fianco dell’alleato germanico che aveva scatenato la guerra e che sembrava, ormai, in procinto di vincere.
Nelle prime ore del 27 giugno molti camion si fermarono nei pressi dell’Albergo del Popolo, ostello di proprietà dell’Esercito della Salvezza, in via degli Apuli nel quartiere San Lorenzo della capitale: da questi scesero poliziotti che bloccarono le uscite e fecero irruzione all’interno. Gli agenti procedettero al fermo dei presenti: quattro ufficiali salutisti, due addetti e 205 ospiti, che furono tutti portati in Questura. Poco dopo, un’altra squadra irrompeva nel Quartier Generale (la sede italiana dell’Esercito), arrestando il responsabile per l’Italia, brigadiere Carmelo Lombardo, e sequestrando archivi e carte.
Anni dopo così descriveva il momento uno degli ufficiali arrestati, l’aiutante Baldassarre Vinti:
«Poveri vecchi, poveri disgraziati, vi vedevo dallo spiraglio della finestra del primo piano, sospinti dagli agenti, salire sulle pesanti vetture. Vi vidi, ammucchiati, stretti, guardati a vista e udivo le vostre imprecazioni, i vostri gridi di innocenza, il vostro atto di accusa contro l’iniquità che vi colpiva senza colpa! […] Gli agenti erano duri: i loro ordini secchi erano seguiti da spintoni, da pugni, e i più recalcitranti fra voi provarono le carezze di certe mani non del tutto pulite. Scesi dalla mia camera con l’intento di difendervi ma, aperta la porta, dietro vi trovai un agente che mi prese… e divenni uno di voi».
Nella Questura, Lombardo trovò i suoi colleghi Vinti, Celeste Paglieri e Alfredo Salvatore, oltre a G. Belotti e A. Quercia, addetti all’Albergo. Gli ospiti (povere persone senza tetto e senza lavoro fisso) furono diffidati e quasi tutti rilasciati (alcuni però furono addirittura avviati al confino), mentre gli ufficiali furono trattenuti in carcere. Il questore scriveva il 1° luglio al capo della polizia Bocchini proponendo lo scioglimento dell’organizzazione giudicata «antinazionale e contraria al Regime», mentre proprio in quei giorni si verificavano alcuni attacchi da parte di fascisti alla sede salutista di Brescia – culminati in un incendio il 2 agosto – che furono presi a pretesto per dimostrare che la presenza dell’Esercito della Salvezza era fonte di turbamento dell’ordine pubblico.
Il 16 agosto il ministero dell’Interno sciolse l’Esercito: tutti gli ufficiali dovevano lasciare le loro sedi e tornare nei luoghi di nascita mentre i locali di culto e gli immobili delle attività sociali venivano sequestrati. Il movimento di origine anglosassone subiva, e questo ormai da alcuni anni, «l’ostilità latente degli ambienti fascisti e polizieschi, che la protezione britannica non poteva più contrastare»1: una circolare del capo internazionale, generale Carpenter, indirizzata agli ufficiali, che esortava a pregare per la pace, veniva interpretata dal questore in termini di propaganda disfattista organizzata deliberatamente in favore del nemico.
L’Esercito della Salvezza, com’è risaputo, è un’istituzione con sede a Londra, con caratteristiche che suscitavano la diffidenza del regime: l’organizzazione di tipo militare, la sua attività pubblica di evangelizzazione e, non ultimo, la presenza del ministerio femminile, caso unico nelle chiese del tempo.
Molti salutisti furono colpiti: Lombardo, con l’accusa di «disfattismo», venne condannato a cinque anni di confino a Ventotene, di cui scontò 22 mesi; Paglieri e Vinti furono accusati di «sentimenti anglofili» e inviati all’internamento (un provvedimento simile ma da scontare in una località sul Continente, potendo abitare in un’abitazione privata). Paglieri a Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino), dove fu trattenuta fino al gennaio del 1942, e Vinti prima a Montefalco (Perugia) e poi a Saltara (Pesaro), dove poté vivere, sia pure in notevoli ristrettezze economiche, con la moglie Bice e i quattro figli, per essere infine liberato nel novembre 1942. Vi furono poi le giovanissime sorelle Figliola, Antonina e Prospina, di Faeto, inviate nel campo di Mercogliano (Avellino) per nove mesi, come pure l’ufficialessa di quel corpo, Angelica Salvano, che fu tenuta a Bagnoli Irpino per nove mesi. I membri delle comunità non potevano più riunirsi, gli ufficiali dovettero trovarsi un lavoro e gli emeriti si trovarono in grave difficoltà in quanto le loro pensioni non potevano più essere erogate.
Non mancarono episodi di solidarietà da parte delle altre chiese: il pastore Achille Deodato a Napoli iscrisse i salutisti come membri nella chiesa valdese e si occupò anche di altri gruppi; Gustavo Bouchard, pastore a Foggia, per rapporti amichevoli “troppo stretti” con i salutisti fu ripreso sia dalle autorità sia dal moderatore. A Roma molti frequentarono la chiesa metodista episcopale curata dal pastore Anselmo Ammenti.
Con i soldati anglo-americani sbarcati in Sicilia il 10 luglio 1943, era arrivato in Italia il Red Shield, organizzazione salutista che si occupava dell’assistenza ai combattenti: grazie all’opera di questa – e in particolare del brigadiere John Stannard e della moglie Evangeline Wood, i quali, a mano a mano che gli alleati risalivano la penisola, si impegnarono per recuperare e far riaprire i locali, e riprendevano faticosamente i contatti con gli ufficiali che riuscivano a rintracciare – poté ricominciare, sia pure in mezzo a mille difficoltà, l’opera dell’Esercito della Salvezza in Italia.
G. Rochat, Regime fascista e chiese evangeliche. Direttive e articolazioni del controllo e della repressione, Claudiana, Torino 1990, pp. 303 s.
Per approfondire:
Oltre al volume, fondamentale, di G. Rochat citato, che si occupa della politica del regime fascista verso le chiese evangeliche a partire degli archivi della polizia e dei prefetti: F. Chiarini, Il controllo del regime fascista sull’Esercito della Salvezza secondo le carte della polizia, 1928-1940, “Clio”, XIX, 1 (1985); D. Armistead, Cristiani in divisa. Un secolo di storia dell’Esercito della Salvezza tra gli italiani (1887-1987), Claudiana, Torino 1987; A. Lesignoli, L’Esercito della Salvezza in Italia, Prefazione di P. Ricca, Claudiana, Torino 2007; F. e G.A. Colangelo, L’Esercito della Salvezza tra cronaca e storia (1940-1992), Ed. Noitre, Battipaglia (Sa) 2014.
Foto: Baldassarre Vinti (il quinto da sin. degli adulti) con altri internati a Montefalco (Perugia) nel 1941
Fonte-Riforma .it- l quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.
Adriana Zarri-La mia voce sa ancora di stelle-Diari 1936 – 1948a cura di Francesco Occhetto-Einaudi Frontiere
Adriana Zarri
Adriana Zarri-La mia voce sa ancora di stelle-Diari 1936 – 1948-«Ciò che canta in me è il canto dell’eternità. Ciò che è entrato in me non può piú morire». Nei diari giovanili di Adriana Zarri c’è già tutta l’intelligenza, la passione, la ricerca di una mistica immersione nel creato che l’hanno resa una delle teologhe e delle pensatrici piú intense e importanti del Novecento. Le sue parole giungono ai lettori di oggi vibranti e vive, come dopo uno sconfinato viaggio nell’universo dell’anima.
Cenni Biografici –Bibliografia & fonti relativi ad Adriana Zarri
Adriana Zarri
Il settore d’attività che diede ad Adriana Zarri maggiore notorietà fu il giornalismo. Da radicale antifascista con una particolare sensibilità per i problemi sociali, difendeva in modo convinto e convincente la libertà di pensiero. Visse in varie città d’Italia, soprattutto a Roma. Si trovò molto giovane a dirigere l’Azione cattolica italiana e scrisse articoli, recensioni e saggi per riviste e giornali come L’osservatore Romano, Rocca, Studium, Politica oggi, Sette giorni, Il Regno, Concilium, Servitium, Anna, Adista, Avvenimenti e MicroMega. Tenne una rubrica settimanale sul quotidiano comunista Il Manifesto dal titolo Parabole, che veniva pubblicata ogni domenica. Partecipò a trasmissioni radiofoniche e televisive per trasmettere ad un pubblico più vasto il frutto dei suoi studi e delle sue riflessioni. Rimangono in tal senso memorabili i suoi regolari interventi a Samarcanda di Michele Santoro. (2)
Dal settembre del 1975 fino alla sua morte, Adriana Zarri visse da eremita in Piemonte. Prima si ritirò in una casa ad Albiano d’Ivrea, poi si trasferì a Fiorano Canavese e infine, a partire dalla metà degli anni ’90, si stabilì a Strambino, in provincia di Torino. Il motivo che la spinse a fare una scelta così radicale non fu certo la delusione o il desiderio misantropo di isolarsi dal resto dell’umanità, quanto piuttosto il suo profondo bisogno di coltivare nella solitudine, nella preghiera e nel silenzio il suo rapporto di vicinanza con Dio e da lì continuare a svolgere la sua attività letteraria, critica e saggistica, perché “la solitudine non è una fuga: è un incontro”. (3)
Seguiva una rigida routine quotidiana: sveglia alle 6, poi colazione e recita delle laudi, disbrigo delle faccende domestiche e cura del giardino. Durante il giorno si occupava della corrispondenza e delle incombenze quotidiane e scriveva articoli per giornali e riviste. Nella sua cappella privata celebrava tutti i giorni la liturgia e a volte riceveva visite da parte di amiche, amici e ospiti. Preparava da mangiare nella sua piccola cucina, utilizzando perlopiù prodotti del suo orto. Nel pomeriggio e dopo cena si riposava, a partire dalle 22 iniziava il suo lavoro vero e proprio – pensare e scrivere – che proseguiva fino alle 3 del mattino.
Da teologa cattolica e attivista comunista riuscì a colmare il varco tra posizioni apparenti inconciliabili e a sviluppare una sua personale, peculiare teologia che convince per l’intrinseca coerenza. Prese le distanza da movimenti religiosi fondamentalisti come Comunione e Liberazione e l’Opus Dei. Forse la si potrebbe definire come rappresentante italiana di una sorta di “teologia della liberazione”. La sua scelta di vivere da eremita si inseriva nel solco della tradizione ascetica. Traeva ispirazione dai padri e dalle madri del deserto e per tutta la vita rinunciò in modo consapevole a titoli e glorie, potere e denaro. Ciò non le impedì tuttavia di dedicarsi allo studio di questioni teologiche e di immischiarsi nei dibattiti di teologia, anche nella sua funzione di membro del consiglio direttivo dell’ “Associazione teologica italiana.” Negli anni ’60 aveva partecipato al Concilio Vaticano II e il suo approccio alle cose religiose spesso non coincideva con quello delle alte sfere vaticane, cosa che da un lato la rese popolare, mentre dall’altro le causò non pochi problemi e inimicizie.
“Vive al di fuori degli “interessi mondani” – che piacciono invece molto ai clericali e al clero stesso – pur restando interessata alle sorti del mondo: non si era mai visto un eremita che apparisse in televisione o che scrivesse sul “manifesto.”, dice di lei la giornalista e politologa Giancarla Codrignani nella Enciclopedia delle donne (4)
La libertà è un concetto chiave che attraversa come un filo rosso tutta l’opera e la vita di Adriana Zarri. Ciò per cui a suo parere vale veramente la pena battersi è la libertà di pensiero svincolata da qualsiasi istituzione o ideologia. Zarri infatti si rifiutò di aderire al partito comunista e non prese mai i voti, anche se da giovane aveva spesso vagheggiato di farlo.
Continua Codrignani: “È diventata, anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, una delle più importanti testimoni di quella fedeltà al Vangelo che si coniuga – proprio in virtù di una verità che rende liberi – con la più schietta laicità.” (5)
Zarri nel corso degli anni si espresse più volte sul tema della parità dei sessi e sul cosiddetto “pensiero della differenza” delle femministe italiane. Riteneva che la differenza tra i sessi non dovesse scomparire o appiattirsi, bensì portare ad uno svolgimento dei compiti comuni caratterizzato da una coloritura maschile o femminile. In altre parole: “Fare le stesse cose in modo diverso.” (6) In un suo saggio sulla preghiera, ad esempio, sottopose a dura critica il modo di pregare arido, liturgico, ufficiale e senza cuore che spesso appartiene agli uomini, sostenendo che “lasciare la preghiera ai soli uomini significa distruggere la preghiera” (7); ma non fu tenera nemmeno con le donne, di cui osteggiava l’eccesso di sentimentalismo, secondo lei espressione di sottomissione, vittimismo e superstizione. (8)
Adriana Zarri
Si schierò a favore della regolamentazione legale dell’aborto e nel 1981 sostenne la campagna referendaria a favore della legge 194, che riconosce alle donne il diritto di interrompere la gravidanza a determinate condizioni. A questo tema dedicò anche un libro (Dedicato a).
La sua vita da eremita è al centro del libro “Erba della mia erba. Bilancio di una vita”, pubblicato nel 1981 per i tipi di Cittadella edizioni. In cinque capitoli Adriana Zarri descrive, condensandoli, i pensieri e le esperienze di un intero anno solare – da un autunno all’autunno seguente – passati nella sua casa “Il Molinasso” a Fiorano Canavese. Fin dai titoli dei vari capitoli – »le foglie secche dell’ autunno«, »le stufe e i fuochi dell’ inverno«, »la dolce luna della primavera«, »le messi e il sole dell’ estate«, »i prati verdi dell’ autunno« – si intuisce l’intimo legame di Zarri con le stagioni e il loro carattere che si rinnova e varia di giorno in giorno. La sintonia dell’autrice con la natura traspare evidente da ogni singola riga di quest’opera, in cui ci parla della sua vita insieme alle galline, il cane e il gatto, delle condizioni atmosferiche, del sole, del freddo, della semina, della crescita e del raccolto, dell’eremitaggio, del silenzio, della preghiera, del fuoco, della morte, del lavoro, delle stelle, della luna, della notte.
»E ci sarà il silenzio e il grido, la rilassata immobilità e l’ armonica danza; il momento in cui il corpo non si sente e l’ altro in cui rivela tutta la sua armoniosa consistenza ed accompagna l’ invocazione e la lode; ci sarà la richiesta e l’ offerta, la gratuità e la passione, il momento del pianto e della gioia: atteggiamenti che veranno scelti o creati da noi, volta per volta, in sintonia con il momento che viviamo.« (9)
Nel 2002 lessi il volume »Il respiro delle donne«, in cui Luce Irigaray presenta varie forme di credo al femminile attraverso le voci di teologhe, scrittrici, pensatrici e terapeute. Un articolo di Adriana Zarri intitolato “La teologia della vita” risvegliò il mio interesse nei suoi confronti. Alla fine di novembre dello stesso anno la andai a trovare nel suo “eremo” e vi passai una settimana indimenticabile. Un tardo pomeriggio, mentre ero seduta in cortile con la sua gatta in braccio, Adriana Zarri apparve alla finestra e mi fece cenno di salire al primo piano del suo granaio ristrutturato. In mezzo alla grande stanza c’era un baule che divideva lo spazio in due ambienti abitativi. Sul baule era allineata un’incredibile quantità di civette dei materiali più vari, tutte di ottima fattura. Due di esse erano decorate con dei piccoli specchi che riflettevano la luce del sole al tramonto, creando così un magicamente uno splendido effetto caleidoscopico sulle pareti, cui Adriana mi fece assistere con occhi raggianti.
Adriana Zarri
Negli ultimi anni della sua vita Adriana Zarri si indebolì molto e alla fine non riuscì più ad alzarsi dal letto. Ciò nonostante non smise di pensare e di pubblicare i suoi sagaci commenti e le sue profonde riflessioni, che si trattasse di teologia o di spiritualità, della posizione della chiesa o dei suoi legami con la politica e la società. I toni critici che Zarri spesso usa nei suoi scritti non derivano dalla voglia di provocare, bensì dall’esigenza di esprimere liberamente la sua opinione più intima, maturata nel silenzio e nella solitudine attraverso lo studio dei testi teologici, l’esperienza della vita intorno a lei, la fede e il rapporto con Dio.
Rimase paziente ad aspettare la morte, anche se non riusciva a considerarla un’amica o una salvatrice. Era troppo legata alla vita in tutte le sue molteplici forme e in tutta la sua pienezza.
“Ma non intendo programmare la mia morte: sarebbe l‘ ultimo attaccamento alla vita. La morte non si programma: si aspetta, quietamente, come si aspetta la vita. E sarà come viene: magari nella corsia di un ospedale, o per la strada, o chissà. E sarà sempre impastata con la vita: vita, essa stessa nel suo punto più alto e dirompente.” (10)
Già molti anni prima di morire aveva pubblicato una delle sue belle poesie in cui affronta il tema della propria morte:
Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri. (11)
Adriana Zarri
(1) Zarri, Adriana (1985): »Tu« quasi preghiere. Piero Gribaudi editore, Torino, p.17.
(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Adriana_Zarri, pagina visitata il 10.12.2010.
(3) http://www.rsi.ch/home/channelslifestyle/personaggi/2010/11/19/adrian-zarri.html, pagina visitata il 10.12.2010.
(4) http://www.enciclopediadelledonne.it, pagina visitata il 10.12.2010.
(5) ibidem.
(6) Irigary, Luce (1997): Der Atem von Frauen. Luce Irigary präsentiert weibliche Credos. Christel Göttert Verlag, Rüsselsheim, p. 119.
(7) Zarri, Adriana (1991): Nostro signore del deserto. Teologia e antropologia della preghiera. Citadella editrice, Assisi, p. 40.
(8) ibidem, p. 49.
(9) Zarri, Adriana (1999): Erba della mia erba. Resoconto di vita. Citadella editrice, Assisi, p.50
(10) ibidem, p. 245.
(11) http://www.enciclopediadelledonne.it, pagina visitata il 10.12.2010.
Premi e onorificenze
1995 Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana,
”Premio speciale Testimone del Tempo” (Premio Acqui Storia),
”Premio Matilde di Canossa” della Provincia di Reggio,
”Premio Minerva 1989” nella sezione “Ricerca scientifica e culturale”,
“Premio Igino Giordani 2002” del comune di Tivoli,
“Premio letterario Domenico Rea” nella sezione “Narrativa” 2008
”Premio letterario Alessandro Tassoni” nella sezione “Narrativa” 2008
Adriana Zarri
Author: Ingrid Windisch
Bibliografia & fonti
Pubblicazioni
Zarri, Adriana (1955): Giorni feriali. Milano. Istituto di propaganda libraria.
Zarri, Adriana (1960): L’ ora di notte. Romanzo. Torino. SEI.
Zarri, Adriana (1962): La Chiesa nostra figlia. Vicenza. La Locusta.
Zarri, Adriana (1964): Impazienza di Adamo. Ontologia della sessualitá. Torino. Borla.
Zarri, Adriana (1967): Teologia del probabile. Riflessioni sul postconcilio. Torino. Borla.
Zarri, Adriana (1970): Il grano degli altri. Meditazioni sull’Isolotto. Torino. Gribaudi.
Zarri, Adriana (1971): Tu. Quasi preghiere. Torino. Gribaudi.
Zarri, Adriana (1975): E piu facile che un cammello … Torino. Gribaudi.
Zarri, Adriana (1978): Nostro Signore del deserto. Teologia e antropologia della preghiera. Assisi. Cittadella.
Zarri, Adriana (1981): Erba della mia erba. Resoconto di vita. Assisi. Cittadella.
Zarri, Adriana (1989): Dodici lune. Romanzo. Milano. Camunia.
Zarri, Adriana (1990): Apologario. Le favole di Samarcanda. 1. Aufl. Milano. Camunia. (Fantasia & memoria) ISBN 8877671084.
Zarri, Adriana (1991): Il figlio perduto. La parola che viene dal silenzio. Celleno. La Piccola Editrice. ISBN 9788872583012.
Zarri, Adriana (1994): Quaestio 98. Nudi senza vergogna. Romanzo. Milano. Camunia.
Zarri, Adriana (1998): Dedicato a. Milano. Frontiera.
Zarri, Adriana (2007): Il Dio che viene. Il Natale e i nostri Natali. Celleno. La Piccola Editrice.
Zarri, Adriana (2007): In quale dio crediamo? Le povere immagini di Dio. Celleno. La Piccola Editrice. ISBN 9788872583203.
Zarri, Adriana (2007): L’ amante dell’uomo. La preghiera e le preghiere. Celleno. La piccola. ISBN 9788872583197.
Zarri, Adriana (2008): Vita e morte senza miracoli di Celestino 6. Romanzo. Reggio Emilia. Diabasis. ISBN 8881035707.
Fonti iconografiche
Enciclopedia delle donne
Radio 3
Il Post
Voce Evangelica
Spiaggia Libera
Cathopedia, l’enciclopedia cattolica
Paperblog
La Sentinella del Canavese
Adriana ZarriAdriana Zarri
Angelo Sommaruga articolo scritto per la Rivista PAN N°2 del 1934-
Giosuè Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, vicino Lucca, e fino al 1839 vive immerso nel meraviglioso paesaggio toscano della Maremma. Nella sua esperienza personale, questi anni in Toscana rivestono un ruolo fondamentale per la formazione della sua sensibilità: l’immagine di una natura incontaminata, energica e vitale accompagnerà tutta la sua produzione poetica. Dopo i primi studi, nel 1853 viene ammesso alla Scuola Normale Superiore di Pisa dove uscirà, laureato in Filologia, nel 1856.
Giosuè CARDUCCI
Passando da Pisa a Firenze, negli anni successivi all’Università, partecipa agli incontri della società “Amici Pedanti” che si batteva per un immediato ritorno al classicismo della letteratura contro la modernità e le nuove idee del Romanticismo, un dibattito molto sentito in Italia all’epoca in quanto ogni intellettuale e letterato del tempo si schierava – e lottava – a favore o contro il classicismo in contrasto con le idee romantiche. Sua la frase: «Colui che potendo esprimere un concetto in dieci parole ne usa dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni.» Arrivano anni duri, però, per il giovane Carducci. Suo fratello muore suicida e presto anche il padre passa a miglior vita lasciando Carducci responsabile per la madre e per l’altro fratello. Sono comunque anni di intensa attività editoriale, non si da per vinto, cura varie edizioni di classici italiani e, negli stessi anni, sposa Elvira Menicucci da cui ebbe quattro figli. Nel 1859 cade il Granducato di Toscana, evento questo che suscita in lui un grande entusiasmo in vista dei moti risorgimentali, e fino agli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia insegnerà prima in un liceo di Pistoia poi all’Università di Bologna, dove vive a partire dal 1860. In questo periodo sale in lui una crescente delusione verso la nuova classe dirigente dello Stato Unitario – è soprattutto insofferente verso la mancata liberazione di Roma – e comincia ad appoggiare ideali repubblicani e giacobini fino ad un aspro anticlericalismo, tutti atteggiamenti questi che lo metteranno in cattiva luce davanti al governo ufficiale che arriverà addirittura a sospenderlo dall’insegnamento. Il 1870 si apre per Giosuè Carducci con altri gravi lutti: perde la madre e uno dei figli avuti nel primo matrimonio. Si accompagna però a questo dolore un grande successo come poeta, pubblica una raccolta di poesie e comincia una nuova relazione amorosa con una donna intellettuale entrata in contatto con lui, inizialmente, attraverso scambi epistolari: Carolina Cristofori Piva. Intanto il suo atteggiamento giacobino si affievolisce gradualmente e nel 1876 viene candidato come democratico alle elezioni parlamentari. Pian piano comincia ad accettare il ruolo dei monarchici Savoia come garanti dell’Unità italiana e, dopo l’incontro con la regina Margherita a Bologna, nel novembre del 1878, fu tanto grande per lui il fascino esercitato dalla donna che scrisse un’ode Alla regina d’Italia avviandosi così, definitivamente, verso gli ideali monarchici. Non solo: Giosuè Carducci diventa il vate dell’Italia umbertina e viene nominato, nel 1890, senatore del Regno. Gli ultimi anni continuano ad essere caratterizzati da una febbrile attività editoriale e poetica consacrando la sua posizione di poeta ufficiale dell’Italia monarchica. Vince il premio Nobel per la letteratura nel 1904 e a pochissimi anni da questo meritato successo muore a Bologna, per una broncopolmonite, il 16 febbraio del 1907.
Curiosità
Giosuè Carducci così descriveva se stesso: «Sono superbo, iracondo, villano, soperchiatore, fazioso, demagogo, anarchico, amico insomma del disordine ridotto a sistema; e mi è forza fare il cittadino quieto e da bene.» Era notoriamente amante del buon cibo e del vino, organizzava mangiate con gli amici che iniziavano la mattina e terminavano la sera e pare che la sua collaborazione con la rivista “Cronaca Bizantina” venisse pagata con barili di Vernaccia!
Lo stile di Carducci
Un nuovo tipo di Classicismo da opporre al RomanticismoIn Italia, nonostante la diffusione di alcune delle idee romantiche circolanti in Europa nel corso dell’Ottocento, il classicismo non si è mai spento: l’educazione scolastica lo mantiene in vita e l’esempio di poeti come Monti, Foscolo e Leopardi garantiscono degli esempi autorevoli e dei modelli a cui rifarsi soprattutto per imitare il linguaggio aulico e latineggiante. A dispetto di questo, però, il classicismo ha assunto un aspetto stantio e chiuso: il mondo latino è divenuto solo un repertorio di figure a cui attingere e un linguaggio da imitare in modo sterile. Carducci invece ripropone un classicismo vitale ed energico che viene ad imporsi nella cultura italiana come un modello elevato di comunicazione poetica che si mescola con un grande bisogno di realismo. La poesia deve, attraverso un linguaggio e tematiche riprese dal mondo greco e latino, raccontare la realtà contemporanea senza introdurre elementi surreali o inquietanti come quelli del romanticismo.
Fonte- Studenti-Mondadori Media S.p.A. – Via Gian Battista Vico 42 –
CARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINACARDUCCI e la BIZANTINABiblioteca DEA SABINA- IL CARDUCCI E LA BIZANTINA -RIVISTA PAN FEBBRAIO 1934 19
Articolo di Guido Michelone-I futuristi secondo Gramsci-Fin da subito si delineano all’interno del movimento futurista due atteggiamenti ideologici: uno nazionalista e l’altro anarcoide, con colorature socialisticheggianti. Questa sorta di divisione interna fra destra e sinistra futuriste non si notano a livello creativo: in entrambi i casi il futurismo all’inizio è un movimento compatto avente quale obiettivo primario la distruzione del cosiddetto passatismo, che ad esempio in pittura concerne l’accademia, il gusto classico, la morale borghese, l’arte consolatoria. È solo dopo la Marcia su Roma con la dittatura di Benito Mussolini che il futurismo aderisce ufficialmente al fascismo, identificandosi in toto con esso, in una situazione doppiamente paradossale perché da un lato il futurismo è l’unica avanguardia ad aderire a un regime di destra, così come il fascismo è il solo dei totalitarismi (rispetto a nazismo, franchismi, stalinismo) a proteggere, favorire, esaltare, soprattutto nelle arti figurative, un movimento sperimentale.
Antonio Gramsci
Dimenticata in fretta nell’Italia del secondo dopoguerra – almeno fino agli anni Sessanta con la riscoperta dello storico dell’arte Maurizio Calvesi – l’estetica del futurismo gode di prestigio e ammirazione negli altri paesi europei e soprattutto negli Stati Uniti, in cui gli studiosi progressisti trovano, specie nei proclami teorici, molte anticipazioni delle cosiddette neoavanguardie. Ma a intuire la novità futurista esiste già nel 1921 tale Antonio Gramsci il quale, in una nota non firmata, sul giornale «L’Ordine Nuovo» (da lui stesso fondato) il 5 gennaio 1921 scrive: “I futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono rivoluzionari; in questo campo, come opera creativa, è probabile che la classe operaia non riuscirà per molto tempo a fare di più di quanto hanno fatto i futuristi: quando sostenevano i futuristi, i gruppi operai dimostravano di non spaventarsi della distruzione, sicuri di potere, essi operai, fare poesia, pittura, dramma, come i futuristi, questi operai sostenevano la storicità, la possibilità di una cultura proletaria, creata dagli operai stessi”.
Si tratta di un ragionamento che parte da una constatazione ben precisa, risalente a quanto dimostrato dal futurismo medesimo nei quattordici anni di assidua militanza artistica: “I futuristi – continua Gramsci – hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso un’opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme, di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione, quando i socialisti certamente non avevano una concezione altrettanto precisa nel campo della politica e dell’economia, quando i socialisti si sarebbero spaventati (e si vede dallo spavento attuale di molti di essi) al pensiero che bisognava spezzare la macchina del potere borghese nello Stato e nella fabbrica”.
Si tratta di un passo che viene riscoperto solo negli anni Settanta del XX secolo quando si iniziano i primi studi sul Gramsci recensore di spettacoli teatrali, un’esperienza da cui trarrà giovamento anni dopo, quando, rinchiuso nelle patrie galere da Mussolini per tappargli la bocca e impedirgli l’attività giornalistica, riuscirà miracolosamente a redigere alcuni scritti pubblicati solo nel 1948, che saranno alla base delle politiche culturali del Partito Comunista Italiano, che di futurismo, all’epoca, proprio non ne vuole sentire parlare.
Antonio Gramsci
Tuttavia rileggendo un celebre passo dei Quaderni del carcere è palese quanto il ricordo del futurismo possa aver ispirato a Gramsci questa profonda riflessione: «(…) l’arte è sempre legata a una determinata cultura o civiltà, e che lottando per riformare la cultura si giunge a modificare il “contenuto” dell’arte e che si lavora a creare una nuova arte, non dall’esterno (pretendendo un’arte didascalica, a tesi moralistica), ma dall’intimo, perché si modifica tutto l’uomo in quanto si modificano i suoi sentimenti, le sue concezioni e i rapporti di cui l’uomo è l’espressione necessaria».
Padre Ezio Lorenzo Bono-IL BACIO DI GESÙ – (Fëdor Dostoevskij)-
Padre Ezio Lorenzo Bono- Nel famoso romanzo e capolavoro di Fëdor Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, Ivàn Karamazov racconta al fratello Aleksej (Alëša) una storia di sua invenzione, sulla figura del Grande Inquisitore. Siamo nella Spagna del 1500, nei tempi della “Santa Inquisizione”, e Gesù (anche se mai nominato esplicitamente) appare e viene riconosciuto dalla folla. Dopo aver risuscitato una bambina di sette anni viene fatto imprigionare dal Grande Inquisitore, il quale lo raggiunge poi in prigione per interrogarlo. Gli dice: “Perché sei venuto a infastidirci?… Io non so chi tu sia né voglio sapere se tu sia proprio Lui o gli somigli, ma domani ti condannerò, ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici…”. Dopo un lungo discorso in cui rinfaccia a Gesù tutti i suoi errori, gli dice: “Perché mi fissi in silenzio, con il tuo sguardo mite e penetrante? Adirati, io non voglio il tuo amore perché io stesso non ti amo”. Alla fine, come risposta, Gesù gli si avvicina e gli dà un bacio. L’Inquisitore sussultò meravigliato, poi gli apre la porta della cella e gli dice: “Vattene e non venire più… mai più, mai più!”. E lo lascia andare per le oscure vie della città.
Padre Ezio Lorenzo Bono
II.
Con questo racconto non voglio dire che Giovanni Battista sia come il Grande Inquisitore che interroga Gesù, anche perché in questo caso, come abbiamo ascoltato nel Vangelo di questa terza domenica di Avvento, è il Battista che è in prigione e non Gesù. In comune però, il Battista e l’Inquisitore hanno l’incomprensione di chi sia realmente Gesù. L’Inquisitore dice a Gesù: “non so chi tu sia né voglio sapere se tu sia proprio Lui o gli somigli”, e Giovanni Battista gli manda a chiedere: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Giovanni Battista non comprende perché Gesù stia agendo in quel modo, esattamente al contrario di quanto lui aveva profetizzato. Infatti il Messia avrebbe dovuto condannare tutti i malvagi e i peccatori (vi ricordate il Vangelo di domenica scorsa, dove parlava di ira, fuoco, scure…?) e invece resta scandalizzato quando viene a sapere che Gesù banchetta coi pubblicani e le prostitute, tocca e guarisce gli impuri, dice solo parole dolci a ognuno… Possiamo capire la confusione del Battista, che vedeva crollare tutta la sua predicazione. “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Più che una domanda, risuona come una minaccia: “O ti metti a fare seriamente il Messia (castigamatti), oppure noi ne aspettiamo un altro”.
Il Battista aveva moltissimi seguaci (followers), molti di più di Gesù. Se non fosse stato in prigione forse avrebbe fatto irruzione nei banchetti incriminati e avrebbe sferzato tutti, compreso Gesù. Avrebbe “finalmente” dato una lezione a Gesù su come deve fare il Messia. Mi viene in mente qui quella “leggenda metropolitana” che racconta del concorso per trovare un sosia di Charlie Chaplin, al quale lo stesso Chaplin partecipò in incognito e arrivò ventesimo nella classifica. La morale di questa “buffa storia” (anche se probabilmente non è mai avvenuta) è che se segui l’opinione degli altri tu non andrai mai bene a fare niente, neppure per essere te stesso.
Gesù però, nonostante le pressioni del cugino, non indietreggia nemmeno di un passo, non risponde male a chi vuole insegnargli a fare il Messia, non inveisce, ma risponde con il “bacio di Dio”: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”. E conclude: “Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”.Gesù non condanna il Battista, anzi di lui dice quelle parole bellissime: “fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista”. Però lo colloca al suo posto, nel passato, tra i “nati da donna”, dove vigeva una visione “diversa” di Dio (nella citazione di Isaia sui ciechi e gli zoppi che guariscono, Gesù taglia la parte finale dove si parla della vendetta di Dio). Ora però, nel presente e nel futuro di Gesù, tra i “nati dal cielo” vige una nuova visione di Dio, e chi prima era il più grande (Giovanni Battista) ora è l’ultimo: “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”.
Anche noi, come Giovanni Battista, siamo a volte tormentati da crisi di fede, e a volte, come il Grande Inquisitore, imprechiamo contro Dio e lo accusiamo dei mali che succedono nella nostra vita e nel mondo, o per lo meno lo accusiamo di non intervenire per risolvere il problema del male nel mondo e cancellare la nostra sofferenza. Come loro due anche noi, a volte, gli chiediamo: “Ma sei davvero tu il Messia?”. In quei momenti di afflizione mettiamoci davanti alla croce di Gesù, guardiamo con amore il suo volto senza dire nulla, e sentiremo che Lui guarisce le nostre ferite e ci dà il suo bacio.
Fonte- Padre Ezio Lorenzo Bono- Commento al Vangelo della
Ugo OJETTI -Lettera a John Dos Passos, Sulla Povera America.
Articolo scritto per la Rivista PEGASO N°8 del 1932 diretta da Ugo OJETTI
Biografia di John Dos Passos -nacque a Chicago, nell’Illinois, il 14 gennaio 1896, frutto di una relazione adulterina tra John Randolph Dos Passos (1844-1917), un benestante avvocato statunitense, figlio di immigrati portoghesi originari di Madera, già sposato al tempo del concepimento del futuro scrittore, e Lucy Addison Sprigg Madison, casalinga statunitense originaria di Petersburg, in Virginia. Dopo la morte della moglie, il padre di John si sposò con la madre di Dos Passos, ma ne riconobbe la paternità soltanto quando costui ebbe compiuto l’età di 16 anni.
Giovanissimo, Dos Passos è un radicale, il che, negli Stati Uniti dell’epoca, significa soprattutto essere un anarchico. Non a caso, infatti, Dos Passos figura tra i più accaniti difensori di Sacco e Vanzetti, i due emigrati italiani implicati in un clamoroso processo per le loro idee politiche di tipo libertario. Egli compie gli studi a Harvard, dove si laurea nel 1916, e dopo il college inizia a studiare architettura, ma è ancora molto giovane quando decide di dedicarsi interamente al giornalismo e alla narrativa. Sopraggiunta intanto la prima guerra mondiale, Dos Passos è dapprima sul fronte italiano, dove presta servizio nelle ambulanze della Croce Rossa francese, e in seguito nel corpo sanitario statunitense.
John Dos PassosUgo OJETTI -Lettera a John Dos Passos, Sulla Povera America.Ugo OJETTI -Lettera a John Dos Passos, Sulla Povera America.Ugo OJETTI -Lettera a John Dos Passos, Sulla Povera America.
John Dos Passos
Biografia di John Dos Passos -nacque a Chicago, nell’Illinois, il 14 gennaio 1896, frutto di una relazione adulterina tra John Randolph Dos Passos (1844-1917), un benestante avvocato statunitense, figlio di immigrati portoghesi originari di Madera, già sposato al tempo del concepimento del futuro scrittore, e Lucy Addison Sprigg Madison, casalinga statunitense originaria di Petersburg, in Virginia. Dopo la morte della moglie, il padre di John si sposò con la madre di Dos Passos, ma ne riconobbe la paternità soltanto quando costui ebbe compiuto l’età di 16 anni.
Giovanissimo, Dos Passos è un radicale, il che, negli Stati Uniti dell’epoca, significa soprattutto essere un anarchico. Non a caso, infatti, Dos Passos figura tra i più accaniti difensori di Sacco e Vanzetti, i due emigrati italiani implicati in un clamoroso processo per le loro idee politiche di tipo libertario. Egli compie gli studi a Harvard, dove si laurea nel 1916, e dopo il college inizia a studiare architettura, ma è ancora molto giovane quando decide di dedicarsi interamente al giornalismo e alla narrativa. Sopraggiunta intanto la prima guerra mondiale, Dos Passos è dapprima sul fronte italiano, dove presta servizio nelle ambulanze della Croce Rossa francese, e in seguito nel corpo sanitario statunitense.
La fama
Dos Passos esordisce nel 1917 con One Man’s Initiation – 1917, pubblicato nel 1920, lo stesso anno di Di qua dal Paradiso () di .
Tre soldati
Con il suo secondo romanzo, Three Soldiers (I tre soldati) del 1921, lo scrittore si ritaglia un posto di rilievo tra i giovani autori del proprio tempo. John Andrews, un musicista che, stanco della propria libertà, decide, allo scoppio della Grande Guerra, di recarsi al fronte, convinto che il cameratismo e il campo di battaglia possano fargli ritrovare il senso della propria esistenza. Ma presto la vita militare trascorsa prima in America e poi in Francia, e la realtà della guerra lo sconvolgono tanto da spingerlo a disertare; mentre sta componendo una musica, ispirata dall’opera di Gustave Flaubert Le Tentation de Saint Antoine, la polizia lo arresta mentre i fogli della musica interrotta si disperdono nel vento, simbolico gesto della sua protesta estetica.
Manhattan Transfer
Nel 1925 lo scrittore pubblica Nuova York (Manhattan Transfer), in cui affronta il principio del collettivismo in modo più drammatico. Il romanzo si avvale di un frequente utilizzo del flusso di coscienza e di una tecnica narrativa particolare che l’autore perfezionerà poi nella trilogia USA. In esso si segue l’intrecciarsi, nell’arco di venti anni, delle vite di decine di personaggi appartenenti a vari strati sociali, che l’autore descrive mentre crescono, invecchiano, salgono o scendono sulla ruota della fortuna.
Tranne Jimmy Herf, il personaggio centrale del romanzo che riesce a fuggire dal divorante ingranaggio, tutti gli altri scompaiono risucchiati dalla città. Scritto con una prosa estremamente accurata, il libro non manca di perfette descrizioni di carattere impressionista, come “Il mozzo guardava le nuvole, steso sul dorso. Fluttuavano verso est, simili a grandi edifici ammassati, che rompevano a tratti la luce del sole, candida e brillante come carta argentata”.[1]
La trilogia USA
Con la trilogia USA, composta da The 42nd parallel (Il 42º parallelo), 1919 e The Big money (Un mucchio di quattrini), pubblicati rispettivamente nel 1930, 1932 e 1936, Dos Passos ritorna sul tema del collettivismo abbracciando questa volta tutta l’America. Dos Passos usa tecniche di scrittura sperimentali, inserendo ritagli di giornali, autobiografia, biografia e finzione realista per dipingere un panorama della cultura americana durante i primi decenni del XX secolo. Anche se ciascun romanzo è autonomo, la trilogia è progettata per essere letta come un’unica entità.
Le riflessioni sociali e politiche di Dos Passos espresse in questi romanzi sono profondamente pessimistiche, riguardo alla direzione politica e economica in cui si muovevano gli Stati Uniti; pochi dei suoi personaggi riescono a restare fedeli ai propri ideali durante la prima guerra mondiale. In 1919, l’autore parla del massacro di Centralia, Washington, avvenuto nel giorno commemorativo dell’armistizio della prima guerra mondiale. Questo scontro sanguinoso, determinato dalla paura del “pericolo rosso”, aveva contrapposto i Wobblies, lavoratori dell’IWW (Industrial Workers of the World), ai reduci dell’American Legion. A questo evento s’ispira Chaim Potok quando, in L’arpa di Davita, racconta di un giornalista statunitense morto in Spagna nel massacro di Guernica e che in gioventù era stato colpito profondamente dal massacro di Centralia.
La trilogia Columbia
Insieme a Ernest Hemingway nel 1937 prende parte alla guerra civile spagnola, nelle file dei repubblicani. I due amici scrivono insieme il film-documentario Terra di Spagna (The Spanish Earth), diretto dal regista Joris Ivens. L’assassinio a Madrid ad opera dei sovietici dell’amico José Robles, che gli aveva tradotto i romanzi in Spagna, sospettato di essere una spia dei franchisti solo perché il fratello combatteva con i nazionalisti, lo allontanano dal comunismo e rompe anche con Hemingway. Nel 1939 pubblica Le avventure di un giovane americano, che narra di un disincantato giovane radicale americano che combatte a fianco della Seconda repubblica spagnola durante la Guerra Civile dove verrà ucciso. È il primo racconto della trilogia detta del distretto di Columbia, cui seguono Numero uno (1943) e Il grande paese (1949).
Alla fine degli anni trenta, Dos Passos scrive una serie di articoli critici verso il comunismo come teoria politica, dopo aver già ritratto nel 1936 in The Big Money un comunista idealista che gradualmente logorato e poi distrutto dal pensiero unico del partito. In quegli anni il comunismo sta guadagnando consensi in Europa, in quanto oppositore del fascismo, e gli scritti di Dos Passos subiscono una brusca flessione delle vendite. Le sue opinioni politiche, che avevano sempre sostenuto i suoi lavori, si spostano intanto verso la destra più conservatrice. Tra il 1942 e il 1945, durante la seconda guerra mondiale, è corrispondente di guerra.
Il dopoguerra
Nel 1947 è eletto alla American Academy of Arts and Letters. Quell’anno sua moglie, Katharine Smith, con cui era sposato da 18 anni, muore in un incidente stradale, in cui Dos Passos perde un occhio. Dos Passos si risposa nel 1949 con Elizabeth Hamlyn Holdridge (1909-1998), da cui ha Lucy Hamlin Dos Passos, nata nel 1950. Sempre più a destra, arriva ad ammirare McCarthy nei primi anni cinquanta e negli anni ’60 sostiene alle presidenziali i repubblicani Goldwater e Nixon.
Un riconoscimento europeo per la sua carriera letteraria gli arriva solo nel 1967, quando l’Accademia dei Lincei lo invita a Roma per ritirare il prestigioso Premio Internazionale Feltrinelli per i suoi meriti.[2] Continua a scrivere fino alla morte, sopraggiunta a Baltimora nel 1970. Dos Passos scrisse quarantadue romanzi, poesie, saggi e opere teatrali. Fu anche pittore.
Note
^ John Dos Passos, Nuova York, Dall’Oglio editore, Milano, 1946 pag 21
^Premi Feltrinelli 1950-2011, su lincei.it. URL consultato il 17 novembre 2019.
Bibliografia
Against American Literature (1916, saggio)
One Man’s Initiation: 1917 (1920, romanzo), tr. Giorgio Monicelli, Iniziazione, Elmo, Milano 1949; tr. Alessandro Pugliese, Iniziazione di un uomo, Marietti, Bologna 2020
Letters and Diaries 1916-1920 (in Travel Books and Other Writings, 1916-1941)
Three Soldiers (1921, romanzo), tr. Lamberto Rem Picci, Il mondo fuori casa, Jandi Sapi, Roma 1944; tr. Luigi Ballerini, I tre soldati, Casini, Roma 1967
Rosinante to the Road Again (1922, articoli di viaggio)
The Baker of Almorox oppure Young Spain (1917)
Antonio Machado: Poet of Castile (1920)
Farmer Strikers in Spain oppure Cordova No Longer of the Caliphs (1920)
An Inverted Midas (1920)
America and the Pursuit of Happiness (1920), parte di The Donkey Boy
A Catalan Poet (1921)
A Gesture of Castile oppure A Gesture and a Quest (1921)
Benavente’s Madrid (1921)
Talk by the Road (1921)
Toledo (1922)
Andalusian Ethics (1922, parte di The Donkey Boy
A Pushcart at the Curb (1922, poesie)
Streets of Night (1923)
Manhattan Transfer (1925, romanzo), tr. Alessandra Scalero Nuova York, Corbaccio, Milano 1932; Dall’Oglio, Milano 1946; Mondadori, Milano 1953; come Manhattan Transfer, Baldini e Castoldi, Milano 2002; collana Romanzi e Racconti, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2003-2006-2012-2014.
Is the “Realistic” Theatre Obsolete? (1925) saggio
Facing the Chair. Story of the Americanization of Two Foreignborn Workmen (1927, saggio), tr. Filippo Benfante e Piero Colacicchi, Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2005
Orient Express (1927, articoli di viaggio, trad. it. di Maurizio Bartocci, coll. meledonzelli, Donzelli editore, 2011 ISBN 978-88-6036-574-3)
Out of Turkish Coffee Cups (1921)
Constant (1921)
In a New Republic (1921)
Red Caucasus (1921)
One Hundred Views of Ararat (1922)
Of Phaetons oppure Opinions of the Sayyid
Table D’Hôte (1926), con la poesia Crimson Tent
Homer of the Transsiberian (1926, su Blaise Cendrars)
The Pit and the Pendulum oppure The Wrong Set of Words (1926)
Relief Map of Mexico (1927)
Zapata’s Ghost Walks (1927)
Rainy Days in Leningrad (1929)
The New Theater in Russia (1930), parte di Some Sleepy Nights Round Moscow
Harlan: Working Under the Gun oppure Harlan County Sunset (1931)
Red Day on Capitol Hill (1931), parte di Views of Washington
Washington and Chicago (1932), parte di Views of Washington
Out of the Red with Roosevelt (1932), parte di On the National Hookup
Detroit, City of Leisure (1932)
Doves in the Bullring (1934)
Brooklyn to Helingsfor (1934)
The Radio Voice (1934), parte di On the National Hookup
Notes on the Back of a Passport (1934), parte di Rainy Days in Leningrad
Between Two Roads (1934)
The Unemployment Report (1934), parte di More Views of Washington
Another Redskin Bites the Dust oppure Emiliano Zapata (1934)
Spain Gets Her New Deal oppure Topdog Politics e Underdog Politics (1934)
Washington: The Big Tent1934), parte di More Views of Washington
Another Plea for Recognition oppure The Malaria Man (1934)
Mr. Green Meets His Constituents (1934), parte di More Views of Washington
Grosz Comes to America (1936, saggio)
Farewell to Europe! (1937, saggio)
Journeys Between Wars (1938, articoli di viaggio in precedenza pubblicati in volume anche con titolo diverso, o qui riuniti, oltre a:)
The Villages are the Heart of Spain (1937)
Introduction to Civil War oppure A Spring Month in Paris (1937), tr. Paola Ojetti, Introduzione alla guerra civile, Mondadori, Milano 1947 (contiene altri articoli)
Spanish Diary (1937)
Road to Madrid (1937) oppure Coast Road South e Valencia—Madrid
Room and Bath at the Hotel Florida oppure Madrid Under Siege (1938)
U.S.A. (1938, trilogia dei romanzi:)
The 42nd Parallel (1930), tr. Cesare Pavese, Il quarantaduesimo parallelo, Mondadori, Milano 1934; Rizzoli, Milano 2008
Nineteen Nineteen oppure 1919 (1932), tr. Glauco Cambon, Millenovecentodiciannove, Mondadori, Milano 1951
The Big Money (1936), tr. Cesare Pavese, Un mucchio di quattrini, Mondadori, Milano 1938
The Death of José Robles (1939, saggio)
To a Liberal in Office (1941, saggio)
The Ground We Stand On. Some Examples from the History of a Political Creed (1941, saggio), tr. Giorgio Monicelli, Le vie della libertà, Mondadori, Milano 1948
State of the Nation (1944)
Tour of Duty (1946, romanzo), tr. Glauco Cambon, Servizio speciale, Mondadori, Milano 1950; tr. Giancarlo Buzzi, Servizio speciale, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008
The Prospect before Us (1950)
District of Columbia (1952, trilogia dei romanzi:)
Adventures of a Young Man (1939), tr. Enzo Giachino, Le avventure di un giovane americano, Rizzoli, Milano 1984
Number One (1943), tr. Fluffy Mella Mazzucato, Numero uno, Mondadori, Milano 1952
The Grand Design (1949), tr. Luigi Brioschi, Il grande paese, Rizzoli, Milano 1968; De Agostini, Novara 1986
Chosen Country (1951, romanzo), tr. Glauco Cambon, Riscoperta dell’America, Mondadori, Milano 1954; Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006
Most Likely to Succeed (1954, romanzo), tr. Lydia Lax, Un uomo che promette bene, Vincitorio, Milano 1972
The Head and Heart of Thomas Jefferson (1954, saggio), tr. Rodolfo del Minio, Thomas Jefferson, Mondadori, Milano 1963
The Men Who Made the Nation (1957, saggio)
The Great Days (1958, romanzo), tr. Bruno Oddera, Giorni memorabili, Feltrinelli, Milano 1963
Prospects of a Golden Age (1959)
Midcentury (1961, romanzo), tr. Bruno Oddera, A metà secolo, Feltrinelli, Milano 1965
Mr. Wilson’s War (1962)
Brazil on the Move (1963)
The Best Times: An Informal Memoir (1966, autobiografia), tr. Lina Angioletti, La bella vita, Palazzi, Milano 1969; come Tempi migliori, SugarCo, Milano 1991; Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004
The Shackles of Power. Three Jeffersonian Decades (1966, saggio)
World in a Glass. A View of Our Century From the Novels of John Dos Passos (1966)
The Portugal Story (1969)
Century’s Ebb: The Thirteenth Chronicle (1970)
Easter Island: Island of Enigmas (1970)
The Fourteenth Chronicle: Letters and Diaries of John Dos Passos, a cura di Townsend Ludington (1973)
John Dos Passos: the Major Nonfictional Prose, a cura di Donald Pizer (1988)
Travel Books and Other Writings, 1916-1941, a cura di Townsend Ludington (2003)
Lettres à Germaine Lucas Championnière –
Ugo Ojetti
Biografia di Ugo Ojetti –
Figlio della spoletina Veronica Carosi e del noto architetto Raffaello Ojetti, personalità di vastissima cultura, consegue la laurea in giurisprudenza e, insieme, esordisce come poeta (Paesaggi, 1892). È attratto dalla carriera diplomatica, ma si realizza professionalmente nel giornalismo politico. Nel 1894 stringe rapporti con il quotidiano nazionalista La Tribuna, per il quale scrive i suoi primi servizi da inviato estero, dall’Egitto.
Nel 1895 diventa immediatamente famoso con il suo primo libro, Alla scoperta dei letterati, serie di ritratti di scrittori celebri dell’epoca[1] redatti in forma di interviste, genere all’epoca ancora in stato embrionale. Scritto con uno stile che si pone fra la critica ed il reportage, il testo viene considerato, e come tale fa discutere, un momento di analisi profonda del movimento letterario dell’epoca. L’anno seguente Ojetti tiene a Venezia la conferenza “L’avvenire della letteratura in Italia”, che suscita un vasto numero di commenti in tutto il Paese.
I suoi articoli diventano molto richiesti: scrive per Il Marzocco (1896-1899), Il Giornale di Roma, Fanfulla della domenica e La Stampa. La critica d’arte occupa la maggior parte della sua produzione. Nel 1898 inizia la collaborazione con il Corriere della Sera, che si protrae fino alla morte.[2]
Tra il 1901 e il 1902 è inviato a Parigi per il Giornale d’Italia; dal 1904 al 1909 collabora a L’Illustrazione Italiana: tiene una rubrica intitolata “Accanto alla vita”, che poi rinomina “I capricci del conte Ottavio” (“conte Ottavio” è lo pseudonimo con cui firma i suoi pezzi sul settimanale). Nel 1905 si sposa con Fernanda Gobba e prende domicilio a Firenze; dal matrimonio tre anni dopo nasce la figlia Paola. Dal 1914 abiterà stabilmente nella vicina Fiesole. Invece trova nella villa paterna di Santa Marinella (Roma), soprannominata “Il Dado”, il luogo ideale in cui riposarsi, trascorrere le sue vacanze e scrivere le sue opere.
Partecipa come volontario alla prima guerra mondiale. All’inizio della guerra riceve l’incarico specifico di proteggere dai bombardamenti aerei le opere d’arte di Venezia. Nel marzo 1918 fu nominato “Regio Commissario per la propaganda sul nemico”. Fu incaricato di scrivere il testo del volantino, stampato in 350 000 copie in italiano e in tedesco, che fu lanciato il 9 agosto, dai cieli di Vienna dalla squadriglia comandata da Gabriele D’Annunzio.[3]
Nel 1920 fonda la sua rivista d’arte, Dedalo (Milano, 1920-1933), dove si occupa di storia dell’arte antica e moderna. Dall’impostazione della rivista dimostra una sensibilità e un modo di accostarsi all’arte e di divulgarla diversi dai canoni del tempo. La rivista diventa subito occasione d’incontro tra critici, intellettuali, artisti come Bernard Berenson, Matteo Marangoni, Piero Jahier, Antonio Maraini, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Pietro Toesca, Lionello Venturi e Roberto Longhi. L’idea di base della rivista è che l’opera d’arte abbia valore di testimonianza visibile della storia e delle civiltà più di ogni altra fonte. Nel 1921 avvia una rubrica sul Corriere utilizzando lo pseudonimo “Tantalo”. Tiene la rubrica ininterrottamente fino al 1939.
Sul finire del decennio inaugura una nuova rivista, Pegaso (Firenze, 1929-1933). Infine, lancia la rivista letteraria Pan, fondata sulle ceneri della precedente esperienza fiorentina. Tra il 1925 e il 1926 collabora anche a La Fiera Letteraria. Tra il 1926 ed il 1927 è direttore del Corriere della Sera.
È tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925 ed è nominato Accademico d’Italia nel 1930. Fa parte fino al 1933 del consiglio d’amministrazione dell’Enciclopedia Italiana. Ojetti organizza numerose mostre d’arte e dà vita ad importanti iniziative editoriali, come Le più belle pagine degli scrittori italiani scelte da scrittori viventi per l’editrice Treves e I Classici italiani per la Rizzoli. Sul significato dell’architettura nelle arti ebbe a dire:
«l’architettura è nata per essere fondamento, guida, giustificazione e controllo, ideale e pratico, d’ogni altra arte figurativa»
La finestra di Ojetti a villa Il Salviatino con una targa che lo ricorda
Collaborò anche con il cinema: nel 1939 firmò l’adattamento per la prima edizione sonora de I promessi sposi, che costituì la base della sceneggiatura per il film del 1941 di Mario Camerini.
Aderì alla Repubblica Sociale Italiana[4]; dopo la liberazione di Roma, nel 1944, fu radiato dall’Ordine dei giornalisti. Passò gli ultimi anni nella sua villa Il Salviatino, a Fiesole, dove morì nel 1946.
Antonio Gramsci scrisse che « la codardia intellettuale dell’uomo supera ogni misura normale ». Indro Montanelli lo ricordò sul: « È un dimenticato, Ojetti, come in questo Paese lo sono quasi tutti coloro che valgono. Se io dirigessi una scuola di giornalismo, renderei obbligatori per i miei allievi i testi di tre Maestri: Barzini, per il grande reportage; Mussolini (non trasalire!), quello dell’Avanti! e del primo Popolo d’Italia, per l’editoriale politico; e Ojetti, per il ritratto e l’articolo di arte e di cultura ».
Opere
Letteratura
Paesaggi (1892)
Alla scoperta dei letterati: colloquii con Carducci, Panzacchi, Fogazzaro, Lioy, Verga (Milano, 1895); ristampa xerografica, a cura di Pietro Pancrazi, Firenze, Le Monnier, 1967.
Scrittori che si confessano (1926),
Ad Atene per Ugo Foscolo. Discorso pronunciato ad Atene per il centenario della morte, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928.
Profondo conoscitore ed appassionato studioso d’arte, Ugo Ojetti ha pubblicato sull’argomento diversi importanti libri:
L’esposizione di Milano (1906),
Ritratti d’artisti italiani (in due volumi, 1911 e 1923),
Il martirio dei monumenti, 1918
I nani tra le colonne, Milano, Fratelli Treves Editori, 1920
Raffaello e altre leggi (1921),
La pittura italiana del Seicento e del Settecento (1924),
Il ritratto italiano dal 1500 al 1800 (1927),
Tintoretto, Canova, Fattori (1928),
Atlante di storia dell’arte italiana, con Luigi Dami (due volumi, 1925 e 1934),
Paolo Veronese, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928,
La pittura italiana dell’Ottocento (1929),
Bello e brutto, Milano, Treves, 1930
Ottocento, Novecento e via dicendo (Mondadori, 1936),
Più vivi dei vivi (Mondadori, 1938).
In Italia, l’arte ha da essere italiana?, Milano, Mondadori, 1942.
Romanzi
L’onesta viltà (Roma, 1897),
Il vecchio, Milano, 1898
Il gioco dell’amore, Milano, 1899
Le vie del peccato (Baldini e Castoldi, Milano, 1902),
Il cavallo di Troia, 1904
Mimì e la gloria (Treves, 1908),
Mio figlio ferroviere (Treves, 1922).
Racconti
Senza Dio, 1894
Mimì e la gloria, 1908
Donne, uomini e burattini, Milano, Treves, 1912
L’amore e suo figlio, Milano, Treves, 1913
Teatro
Un Garofano (1902)
U. Ojetti-Renato Simoni, Il matrimonio di Casanova: commedia in quattro atti (1910)
Reportages
L’America vittoriosa (Treves, 1899),
L’Albania (Treves, 1902); nuova edizione, con cartina originale “La Grande Albania”, in Ugo Ojetti, Olimpia Gargano (a cura di), L’Albania, Milano, Ledizioni, 2017.
L’America e l’avvenire (1905).
Raccolte di articoli
Articoli scritti fra il 1904 e il 1908 per L’Illustrazione Italiana: I capricci del conte Ottavio (due voll., usciti rispettivamente nel 1908 e nel 1910)
Articoli per il Corriere della Sera: Cose viste (7 voll.: I. 1921-1927; II. 1928-1943). L’opera è stata anche tradotta in lingua inglese.
Memorie e taccuini
Confidenze di pazzi e savi sui tempi che corrono, Milano, Treves, 1921.
Vita vissuta, a cura di Arturo Stanghellini, Milano, Mondadori, 1942.
I Taccuini 1914-1943, a cura di Fernanda e Paola Ojetti, Firenze, Sansoni, 1954. [edizione censurata, con molti passi espunti]
Ricordi di un ragazzo romano. Note di un viaggio fra la vita e la morte, Milano, 1958.
I taccuini (1914-1943), a cura di Luigi Mascheroni, prefazione di Bruno Pischedda, Torino, Aragno, 2019, ISBN 978-88-841-9989-8.
Aforismi
Ojetti è celebre anche per i suoi aforismi, massime e pensieri, molti dei quali sono raccolti nei 352 paragrafi di Sessanta, volumetto scritto dall’autore nel 1931 per i suoi sessant’anni e pubblicato nel 1937 da Mondadori.
Lettere
Venti lettere, Milano, Treves, 1931.
Lettere alla moglie (1915-1919), a cura di Fernanda Ojetti, Firenze, Sansoni, 1964.
Intitolazioni
Presso il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi si è tenuta una mostra dedicata alle fotografia scattate per la rivista e che costituiscono il Fondo Ojetti.[7]
Tersilio Leggio-Abbazia di Farfa- L’anello sigillare dell’abate Benedetto (802-815)
Prof. 𝗧𝗲𝗿𝘀𝗶𝗹𝗶𝗼 𝗟𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼
Marca/Marche-rivista di storia regionale n°8/2017-
AndreaLivi Editore
Tersilio Leggio-Non avviene tutti i giorni che si possa scrivere una nuova pagina della storia dell’abbazia di Farfa nel periodo carolingio grazie al riapparire improvviso e del tutto inatteso di un nuovo documento, che, come si vedrà, cambierà dalle fondamenta le vicende delle strutture materiali del monastero sabino all’epoca di Carlomagno, colmando molti vuoti ed aprendo nuovi e stimolanti itinerari di ricerca.
L’8 dicembre scorso l’abbazia di Farfa ed il suo priore Dom Eugenio Gargiulo ricevevano una mail che li informava che il giorno successivo presso la casa d’a- ste parigina Piasa era in vendita tra i vari lotti uno che riguardava l’anello-sigillo dell’abate Benedetto (802-815). Molto cortesemente Dom Eugenio mi ha girato la mail chiedendo una mia opinione in merito. Debbo dire di essere andato immediatamente a controllare sul sito della Piasa con molta circospezione e con numerosissimi dubbi, convinto che non si trattasse di nulla di importante. Quando però ho visto l’oggetto in questione confesso di essere rimasto stupefatto ed attonito per la sua bellezza e per la sua importanza.
Battuto all’asta con un prezzo di stima che era molto elevato e compreso tra 35.000 e 45.000 euro data la rarità dell’oggetto, non è stato aggiudicato o almeno così sembra. Le sue dimensioni sono h 2,6 x l 2,5 cm; il peso 31,4 g, con leggere mancanze nella niellatura. L’anello è in oro con incastonato al centro un cristallo di rocca di forma quadrata intorno al quale si sviluppa la legenda:
+ S[IGILLUM] ·BENEDICTI ·AB[BATIS]· FARFENSI[S]
Abbazia di Farfa-Anello sigillo dell’abate Benedetto (Foto dal catalogo casa d’aste parigina Piasa)
Le spalle dell’anello sono ornate da motivi niellati costituiti da una croce greca con estremità svasate racchiusa in un doppio cerchio e da fogliame stilizzato. Quel che è maggiormente interessante è costituito dall’intaglio nel cristallo di rocca che rappresenta una facciata di una chiesa abbaziale fiancheggiata da due torri tonde, scandite da due cordonature, che culminano con un tetto conico con spiovente sormontato da due globi, mentre sul culmine del prospetto, che ha un frontone decorato , è rappresentata l’immagine della Madonna. Secondo gli esperti della casa d’aste, che escludono categoricamente la possibilità di un falso, il probabile luogo dove l’anello fu realizzato è da individuare in un atelier di Costantinopoli.
Il sigillo era appartenuto in passato al principe Ludovico Spada Veralli Potenziani di Rieti, con palazzo di abitazione anche a Roma, in via in Lucina. Il principe Potenziani era un personaggio di spicco dei suoi tempi. Governatore di Roma dal 1926 al 1928, senatore del Regno dal 1929, tanto per citare. Intimamente legato al periodo fascista, nel 1946 fu dichiarato decaduto dalla carica di senatore. Dopo la sua morte avvenuta nel 1971, l’archivio familiare è stato donato, quasi completa- mente a causa di alcune dispersioni, all’Archivio di Stato di Rieti1, nel quale sarà necessario indagare per chiarire come e quando l’anello-sigillo dell’abate Benedet- to sia finito nel possesso suo o della sua famiglia. Dalla collezione di Ludovico il sigillo passò nel 1919 al parigino Louis-Henri-Emile Moutier e da lui a Gustave Léon Schlumberger (1844-1929) ben noto storico e numismatico dell’impero bi- zantino, per finire poi in una collezione privata.
L’abate Benedetto
L’abate Benedetto, secondo il racconto della cosiddetta Constructio monasterii Farfensis2, era l’undicesimo abate eletto dopo la seconda fondazione avvenuta in età longobarda. Le brevi note con il quale l’anonimo monaco cronista della metà del IX secolo lo descrisse ne fanno un abate molto attento alla devozione verso Dio ed alla salvezza sua e dei confratelli. Molto premuroso nel curare l’aspetto esteriore degli ornamenti ritenuti più utili per i culti da celebrare nella chiesa monastica. Fu inoltre sagacissimo nel provvedere Farfa di libri, di paramenti sacri per l’altare e di altri strumenti, dei quali parte era sopravvissuta fino al momento nel quale il monaco cronista registrò la scheda a lui dedicata. Benedetto fu a capo della comunità monastica per dieci anni, cinque mesi e tre giorni e morì il 26 marzo. Da osservare comunque che è molto difficile far conciliare le note biografiche degli abbaziati con l’effettivo esercizio della funzione che si ricava invece dalla documentazione scritta conservata. Più concisa la nota biografica che lo riguarda premessa da Gregorio da Catino3 alle carte riguardanti il suo abbaziato, con la discrepanza di una diversa data di morte che sarebbe avvenuta l’11 agosto, anche se la durata la funzione riportata è identica. L’attività dell’abate Benedetto, del quale è omessa l’origine, fu molto intensa. Il suo pieno inserimento nel mondo carolingio è dimostrato dai diplomi che gli furono concessi a partire da quello emanato da Carlomagno il 13 giugno dell’803, che riconfermava tutti i possessi dell’abbazia su esplicita richiesta dello stesso Benedetto, ai due da Ludovico II il 3 agosto dell’815. Lo Schuster4, partendo da questa data, ha avanzato l’ipotesi che Benedetto in persona si sarebbe recato presso la corte imperiale a
2 Balzani, a cura di, Il Chronicon farfense di Gregorio da Catino, I, Forzani e C., Roma 1903,
21.
3 Balzani, a cura di, Il Chronicon farfense cit., pp. 170-178; I. Giorgi, U. Balzani, a cura di, Il Regesto di Farfa, II, Presso la Società, Roma 1878, pp. 143-177.
4 I. Schuster, L’imperiale abbazia di Farfa. Contributo alla storia del Ducato romano nel Medio Evo, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1921, pp. 62-63.
Francoforte per impetrare la concessione dei due diplomi, dove sarebbe morto l’11 agosto subito dopo averli ottenuti. L’anello-sigillo rappresentava un’immagine adeguata al rango sociale al quale apparteneva il suo possessore, sia per lo stato, sia per la funzione ricoperta. Diversamente dagli anelli-sigillo civili coevi non riproduceva la figura del possesso- re, basti ricordare la lunga e consolidata tradizione di età longobarda5, né è stato riutilizzato qualche oggetto che si richiamava al passato – cammei, monete od altro –, ma intenzionalmente si è voluto realizzare una tipologia nuova, volendo per certi aspetti guardare al futuro piuttosto che rifarsi all’antico, mostrando uno spiccato senso di affermazione di una precisa identità monastica e di una salda appartenenza ad una comunità di cui l’abate era il rappresentante pro tempore, mentre la chiesa abbaziale ne costituiva il carattere peculiare, fondante e nel contempo duraturo.
L’anello-sigillo di Benedetto costituisce, inoltre, un caso del tutto particolare, perché modifica nella sostanza la cronologia della loro presenza nello scenario europeo dove sarebbero apparsi soltanto in XI secolo, mentre in precedenza rappresentavano una prerogativa pressoche esclusiva delle cancellerie sovrane, regie o imperiali che fossero, nel campo dell’ordine temporale e di quella pontificia nello spirituale6. Credo che su questo punto si debba avviare una riflessione critica sull’uso degli anello-sigillo, seguendo le linee tracciate dalla Bedos-Rezak, la quale ha dimostrato, comparando i cartari medievali con i sigilli regi e vescovili, quanto fosse importante nelle società medievali comunicare, utilizzando gli strumenti simbolici a disposizione, un’immagine coordinata e forte della persona rivestita di un’autorità pubblica7 ed in questo caso specifico della auctoritas che derivava all’abate dall’essere a capo di una potente abbazia intimamente legata all’impero carolingio e che esercitava un potere quasi egemonico in una vasta zona dell’Italia centrale appenninica.
Un altro aspetto che merita di essere sottolineato è comprendere se, quando e su quali atti il sigillo venisse apposto dall’abate come strumento di validazione e con quale formula di corroborazione. Il fatto stesso che l’anello-sigillo si sia conserva- to quasi intatto induce ad inferire che ci si trovi di fronte ad un riferimento agli usi ed alle tradizioni di area germanica e in conseguenza abbia seguito il proprio possessore nella tomba, piuttosto che a quelle di area romana dove invece veniva spezzato o comunque reso inutilizzabile.
5 S. Lusuardi Siena, a cura di, Anulus sui effigii. Identità e rappresentazione negli anelli-sigillo longobardi, Atti della giornata di studi, Milano, Università Cattolica, 29 aprile 2004, V&P, Milano 2006.
6 Fabre, Sceau médiéval. Analyse d’une pratique culturelle, L’Harmattan, Paris 2013, pp. 31-32.
7 M. Bedos-Rezak, When Ego Was Imago. Signs of Identity in the Middle Ages, Brill, Leiden
2010, in particolare pp. 55-74.
Farfa in età carolingia: la chiesa abbaziale
Nel caso di Farfa, non ostante la ricchezza dei cartulari e delle fonti narrative per quanto riguarda in particolar modo il periodo altomedievale, non sono molte le in- formazione ed i dati che permettano di leggere meglio l’evoluzione delle strutture monastiche e le loro specifiche funzioni, importanti per identificare i vari aspetti della celebrazione delle funzioni liturgiche benedettine8, anzi le poche notizie con- tenute hanno alimentato interpretazioni fortemente divergenti. In parallelo si sono sviluppati molti studi e molte ricerche sull’argomento ad incominciare da Ildefon- so Schuster9. Intorno agli ’80 del secolo scorso le ricerche ebbero un notevole im- pulso grazie a Charles McClendon10 ed a David Whitehouse, sotto la cui direzione si sono avute alcune campagne di scavo, con pubblicazione di dati preliminari i cui risultati finali non sono mai stati editi compiutamente, con grave danno per la storia degli studi sul monastero e con la perdita di un’importante opportunità di conoscenza. Una ulteriore breve stagione fu effettuata nel 1993 ad opera sempre della British School at Rome11.
Uno dei temi maggiormente dibattuti sulle strutture monastiche altomedievali farfensi è senza dubbio quello dell’orientamento della chiesa altomedievale e della sua cronologia. Due in particolare gli elementi di forte dubbio: la datazione della cripta semianulare12, che era compiutamente emersa soltanto a cavaliere degli anni ’60 del secolo scorso, e la collocazione spaziale dell’oratorio del Salvatore che l’abate Sicardo (830-842) aveva aggiunto alla chiesa di S. Maria.
Le ipotesi più accreditate sembravano orientate verso una datazione al secolo IX della cripta ed al secolo XI della così detta abside quadrata, che si trova nel cortile seicentesco di ingresso al complesso monastico, fiancheggiata da due torri campa- narie, delle quali soltanto una è superstite.
8 W. Jacobsen, Il problema dell’utilizzazione: l’architettura altomedievale e la liturgia nei conventi monastici, in F. De Rubeis, F. Marazzi, a cura di, Monasteri in Europa occidentale (secoli VIII-XI): topografia e strutture, Atti del Convegno Internazionale, Museo Archeologico di Castel San Vincenzo, 23-26 settembre 2004, Viella, Roma 2008, pp. 309-319.
9 Se ne veda una rassegna in T. Leggio, L’abbazia di Farfa: fonti scritte, cultura materiale e strutture edilizie. Un profilo storico, in Farfa, storia di una fabbrica abbaziale, Vivi l’Arte, Farfa 20062, pp. 135-141. 10 Le sue ipotesi sono state edite separatamente: Ch.B. McClendon, The Imperial Abbey of Farfa. Architectural Currents of the Early Middle Ages, Yale University Press, New Haven and London 1987. 11 O. Gilkes, J. Mitchell, The early medieval church at Farfa: its orientation and date, in «Archeologia
medievale», XXII (1995), pp. 343-364.
12 Sulla diffusione delle cripte semianulari e sulla loro cronologia in Italia cfr. C.M.C. Mancuso,
Genesi e sviluppo della cripta semianulare in Italia, in «Quaderni del Centro di Studi Lunensi», ns 2 (1996), pp. 143-166, che data, p. 159, la cripta di Farfa alla metà del secolo IX. Cfr. anche F. Betti, Fondi e il Lazio meridionale. La formazione del Patrimonium Sancti Petri e la diffusione dell’arte carolingia nella regione, in M. Gianandrea, M. D’Onofrio, a cura di, Fondi nel Medioevo, Gangemi ed., Roma 2016, pp. 63-78.
Più recentemente, però, John Mitchell ha avanzato l’ipotesi che la cripta semia- nulare possa risalire alla seconda metà dell’VIII secolo, attribuendone la costruzio- ne all’abate Probato (770-779)13, e che la così detta abside quadrata possa essere attribuita invece all’abate Sicardo, riprendendo un’ipotesi che avevo formulato più di un trentennio fa14.
Del resto, anche da un punto di vista delle strutture edilizie del complesso monastico, le fonti scritte sembrano suggerire che Farfa già alla metà dell’VIII secolo avesse raggiunto aspetti monumentali caratterizzati da grandi effetti sia formali sia simbolici, adeguati al ruolo centrale che aveva assunto nel regnum Italiae. Come si può constatare, pur sommariamente riassunte, le posizioni sul- la dinamica temporale e sull’articolazione spaziale dei primi secoli di vita far- fense sono molte e variegate a testimoniare la complessità degli interventi che si sono succeduti, stimolati anche dalla ricchezza sempre crescente dell’abbazia sabina e, quindi, dalla possibilità per i suoi abati di poter investire molto sulla continua trasformazione delle sue strutture materiali e sul loro abbellimento, con chiari ed evidenti fini simbolici15. Un altro momento nel quale si sviluppa- rono interventi di grande importanza fu la prima metà del secolo IX, quando Farfa ormai costituiva un polo centrale del governo dell’impero carolingio nel regnum Italiae. È soprattutto nel periodo dell’abate Sicardo (830-842) che si concentrarono i lavori per la costruzione dell’oratorio dedicato al Salvatore, come sopra ricordato.
L’ultima rilettura delle architetture del monastero farfense e della loro storia, in particolare per il periodo altomedievale, è stata compiuta da Fabio Betti16, che ha sintetizzato le ipotesi precedentemente avanzate, mettendo nuovamente in evidenza la notevole produzione di capitelli a stampella, ben trentanove, inquadrabile cronologicamente tra il VI e l’VIII decennio dell’VIII secolo, realizzata da numerosi artisti con influssi e apporti, anche diretti, derivati dalle principali correnti artistiche altomedievali europee, dalla longobarda, all’aqui- tanica, alla visigotica, che avevano forse costituito ex-novo un’unica bottega
13 J. Mitchell, The display of cript and the use of painting in Longobard Italy, in Testo e immagine nell’alto Medioevo, Atti della XLI settimana di studio, Presso la sede del Centro, Spoleto 1994, p. 949 nota 149; Gilkes, Mitchell, The early medieval church cit., pp. 360-362.
14 Leggio, Farfa: problemi e prospettive di ricerca, in «Il territorio», 1 (1984), pp. 78-81.
15 Per una interessante e approfondita analisi della dinamica di accrescimento dei patrimoni
fondiari dei grandi monasteri benedettini italiani, F. Marazzi, San Vincenzo al Volturno tra VIII e IX secolo: il percorso della grande crescita. Una indagine comparativa con le altre grandi fondazioni benedettine italiane, in Id., a cura di, San Vincenzo al Volturno. Cultura, istituzioni, economia, Abbazia di Montecassino, Cassino 1996, pp. 58-66, in particolare per Farfa, pp. 46-51.
16 F. Betti, Farfa nell’Alto Medioevo fra storia, arte e archeologia, in I. Del Frate, a cura di, Spazi della Preghiera, Spazi della Bellezza. Il Complesso Abbaziale di Santa Maria di Farfa, Palombi ed., Roma 2015, pp. 29-45.
Fonte-Marca/Marche-rivista di storia regionale n°8/2017-AndreaLivi Editore
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