In breve il libro di Giorgio Forni-Più che una “scuola” unitaria definita da scelte omogenee, il Verismo oggi ci appare come un laboratorio collettivo animato da sperimentazioni narrative molteplici, nel segno però di una comune militanza in favore di un’arte nuova e anticonvenzionale. In effetti, il Verismo fu la prima avanguardia letteraria dell’Italia unita: un’esperienza di rottura fondata sul rapporto costitutivo tra principi teorici e invenzione artistica e capace, perciò, di essere insieme una realtà siciliana ed europea, radicata nel mito e aperta alle contraddizioni del presente, periferica e pienamente moderna, in dialogo fertile e originale con gli sviluppi del grande realismo del pieno e tardo Ottocento. Collaborando nell’officina verista, Verga, Capuana e De Roberto divennero i protagonisti di una straordinaria rivoluzione narrativa ed espressiva che ha segnato in profondità il romanzo del Novecento e che interroga anche la letteratura del presente. Nei suoi diversi capitoli, affidati a studiosi di generazioni e sensibilità differenti, il volume fa il punto sugli studi degli ultimi decenni su Verga e il Verismo e indica le categorie d’analisi e le piste di ricerca ancora non compiutamente esplorate, delineando un quadro di ciò che è stato fatto e di quel che resta da fare.Il volume è pubblicato in Letteratura italiana: autori, forme, questioni, serie diretta da Emilio Russo e Franco Tomasi. I testi inseriti in questa serie, oltre a fornire un chiaro inquadramento storiografico, restituiscono la complessità di esperienze che caratterizza autori, generi e temi della nostra tradizione, seguendo i più fecondi indirizzi della ricerca contemporanea. Con uno stile sempre chiaro e divulgativo, ma allo stesso tempo rigoroso, si rivolgono sia al mondo universitario sia a un pubblico più ampio.
Breve biografia di Giorgio Forni- Insegna Letteratura italiana all’Università degli Studi di Messina.Fa parte della Fondazione Verga di Catania e del Comitato per l’Edizione nazionale delle opere di Verga. Tra le sue pubblicazioni d’ambito verista, l’edizione critica di due raccolte novellistiche di Verga: Novelle rusticane (Interlinea, 2016) e, con Carla Riccardi, Primavera (Interlinea, 2020).
Insieme per le donne IL LIBRO FEMMINISTA CHE FECE CADERE LA DITTATURA IN PORTOGALLO Può un libro, un libro femminista, contribuire alla caduta di una dittatura? Sì, un libro femminista può anche questo!
– Rizzoli Editore-
Nel 1972, nel Portogallo che vive una dittatura ormai quarantennale, viene pubblicato un libro: “Le nuove lettere portoghesi” di Maria Isabel Barreno, Maria Teresa Horta e Maria Velho da Costa, tre autrici il cui impegno femminista è già noto alle autorità, che di fatto le controlla.
Le Tre Marie, come verranno chiamate da questo momento in poi, descrivono nero su bianco che cosa sia la dittatura portoghese: attraverso un’opera epistolare collettiva scritta a sei mani, le autrici tratteggiano una società patriarcale, sessista e misogina, fortemente razzista nei confronti delle colonie.
Maria Isabel Barreno, Maria Teresa Horta, Maria Velho da Costa
Il testo affronta temi quali la riappropriazione e l’autodeterminazione del corpo femminile, il diritto al piacere, nominando nell’opera parole quali “vagina” e “clitoride”, il diritto all’aborto e all’occupazione di spazi pubblici da parte delle donne.
L’opera viene immediatamente censurata “per incompatibilità con la morale pubblica” e Le Tre Marie interrogate: le autrici non riveleranno mai chi avesse scritto cosa.
La storia delle “nuove lettere portoghesi” varca i confini nazionali arrivando in Francia all’attenzione delle più grandi femministe dell’epoca, tra cui Simone de Beauvoir.
Ne consegue una vastissima mobilitazione internazionale a sostegno delle Tre Marie, la cui opera ha di fatto contribuito a screditare l’immagine della dittatura portoghese a livello mondiale, il cui processo si tiene il 25 ottobre del 1973.
“Le Nuove Lettere Portoghesi”- Rizzoli Editore
Il regime pretende che le autrici ritrattino pubblicamente affermando di non aver avuto intenzione di “offendere il governo, né il buon nome del Portogallo”.
Per il timore di grossi disordini la lettura della sentenza viene rinviata al successivo 25 aprile 1974, lo stesso giorno in cui la dittatura viene rovesciata con il colpo di stato conosciuto come la Rivoluzione dei Garofani.
Alcune settimane dopo, le Tre Marie vengono assolte da tutte le accuse.
Il giudice Acácio Lopes Cardoso emette la sentenza: “Il libro non è pornografico né immorale. Al contrario: è un’opera d’arte, di alto livello, come gli altri che le stesse autrici avevano scritto in precedenza”.
Dafne Malvasi
Per approfondire:
Maria Isabel Barreno, Maria Teresa Horta, Maria Velho da Costa, “Le Nuove Lettere Portoghesi”, Ed. Rizzoli, 1977.
https://www.ilpost.it/…/portogallo-femminismo-tre…/
Immagine tratta da: https://espresso.repubblica.it/…/libro_erotismo…/
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Maria Teresa Horta
“Scrivere le Nuove lettere portoghesi è stata una delle cose più importanti della mia vita”
[intervista apparsa sul portale portoghese di informazione alternativa Esquerda.net il 25 ottobre 2020 a cura di Mariana Carneiro – traduzione e note a cura di Alice Girotto]
Il 25 ottobre 1973 ebbe inizio il processo alle “Tre Marie”, autrici del libro Nuove lettere portoghesi. In quest’intervista concessa a Esquerda.net, Maria Teresa Horta parla del processo di creazione letteraria, della persecuzione che subirono e del movimento di solidarietà che intimorì il regime fascista.
Nel maggio del 1971 Maria Teresa Horta, Maria Isabel Barreno e Maria Velho da Costa iniziarono a scrivere, a sei mani, le Novas Cartas Portuguesas (‘Nuove lettere portoghesi’). Per la scrittura collettiva, si accordarono di partire dalle lettere d’amore indirizzate a un ufficiale francese da Mariana Alcoforado, pubblicate in Portogallo in edizione bilingue dall’editore Assírio & Alvim con il titolo Cartas Portuguesas (‘Lettere portoghesi’) e tradotte da Eugénio de Andrade.[1]
In Nuove lettere portoghesi Maria Teresa Horta, Maria Isabel Barreno e Maria Velho da Costa sfidano la dittatura, l’ordine patriarcale e le convenzioni sociali del paese. Nell’opera vengono denunciate le diverse oppressioni subite dalle donne, il sistema giudiziario che perseguitava le donne scrittrici, così come la guerra coloniale e la violenza fascista. Esattamente 47 anni fa, il 25 ottobre 1973, ebbe inizio il processo alle “Tre Marie”. In occasione di questa data, Esquerda.net ha intervistato Maria Teresa Horta, che ringraziamo per la disponibilità e la gentilezza.
Come conobbe Maria Isabel Barreno e Maria Velho da Costa, le altre due “Marie” con cui avrebbe scritto le Nuove lettere portoghesi?
Io ero giornalista al quotidiano A Capital, dove coordinavo il supplemento letterario “Literatura e Arte”, e un giorno intervistai Maria Isabel Barreno. Da quel momento diventammo amiche. Nel frattempo, Fátima [Maria Velho da Costa] pubblicò Maina Mendes. Quando lo lessi, parlai con Isabel, che mi disse che lei e Fátima erano molto amiche e lavoravano insieme all’Istituto nazionale di ricerche industriali. Mi diede subito il contatto di Fátima per poter organizzare un’intervista. Chiacchierammo per sei ore, uscì da casa mia alle sette di sera passate. Dopo quest’incontro iniziammo, tutte e tre, a incontrarci tutte le settimane. Sentivamo che avevamo molte cose da dirci. Avevamo molto in comune. Isabel veniva in macchina con Fátima e venivano a prendermi al giornale. Pranzavamo sempre al Treze, nel Bairro Alto a Lisbona, dove, all’epoca, si incontravano i giornalisti. Durante i nostri incontri, parlammo varie volte di scrivere qualcosa insieme. Era un progetto che continuavamo a rimandare. Con la pubblicazione del mio libro Minha Senhora de Mim (‘Mia padrona di me’) tutto cambiò. Smettemmo di essere solo le amiche che si incontravano per parlare di letteratura, della dittatura e della situazione delle donne e iniziammo a scrivere un libro insieme: le Nuove lettere portoghesi. Era il maggio del 1971.
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Il libro Minha Senhora de Mim fu ritirato immediatamente dalla polizia politica (PIDE) e le valse, oltretutto, un pestaggio. Può parlarmi un po’ della persecuzione che subì?
Maria Isabel Barreno, Maria Teresa Horta, Maria Velho da Costa
Le Nuove lettere portoghesi non esisterebbero se non esistesse il libro Minha Senhora de Mim. La mia vita cambiò radicalmente quando lo pubblicai. La PIDE lo ritirò otto giorni dopo e Snu Abecassis, fondatrice della casa editrice Dom Quixote, fu chiamata dal direttore del Segretariato nazionale di informazione. Moreira Baptista le proibì di tornare a pubblicare una mia opera. “Qualsiasi libro?”, gli chiese Snu, al che lui rispose: “Se il libro si intitola La storia del piccolo maggiolino ed è firmato da Maria Teresa Horta, le faccio chiudere la casa editrice”. A quell’epoca, Moreira Baptista già mi odiava. Ero l’unica donna direttrice di un circolo cinematografico e i circoli erano centri di grande resistenza politica. Un giorno andammo al Palácio Foz, sede del Segretariato, a protestare perché Moreira Baptista aveva proibito un ciclo di film di Visconti che stavamo organizzando. Quando mi vide, chiese cos’è che stava facendo lì quella ragazzina. Gli spiegarono che non ero una ragazzina, ero una scrittrice, sposata, e direttrice dell’ABC. Mi guardò e disse: “Povero paese il nostro, in cui ci sono già donne direttrici di cineforum”. A partire da quel momento diventò il mio peggior nemico.
Dopo il ritiro di Minha Senhora de Mim, divenni bersaglio di una persecuzione feroce. Fu un processo di umiliazione pura, una cosa vergognosa, offensiva. Dovetti cambiare l’utenza telefonica di casa e metterla a nome di mio marito Luís [de Barros]. All’epoca, era rarissimo che l’utenza telefonica fosse a nome di una donna. Chiamavano alle cinque, alle quattro, alle tre del mattino per insultarmi e minacciarmi. Era inconcepibile. Dicevano cose come “Dovrebbero violentarti per vedere se ti piace”. Quando telefonavano di mattina o di pomeriggio, a volte, era mio figlio Luís Jorge che rispondeva e doveva sentire tutte quelle ingiurie su sua madre. Era di una violenza atroce. Oppure rispondeva mio marito, al quale dicevano che doveva “mettere la moglie al suo posto”. In redazione, le centraliniste dovettero istituire il triage delle telefonate, tale era il numero di persone che chiamavano e mi cercavano.
Una sera uscii di casa, nel quartiere popolare di Arco do Cego, per incontrarmi con Luís. Iniziai a salire in direzione della statua di António José de Almeida per prendere un taxi. Era un percorso abbastanza solitario. Improvvisamente, un’auto accese i fanali, iniziò a muoversi verso di me e salì sul marciapiede dove stavo camminando. Dall’auto uscirono due uomini, mentre un terzo rimase al volante. Mi gettarono a terra e iniziarono a picchiarmi. “È per imparare a non scrivere come scrivi”, dissero. Allora capii che non si trattava di una rapina, erano fascisti. Apparve un signore che abitava lì nel quartiere, padre di una mia amica. Chiese “Cosa sta succedendo?”, mentre correva verso di me. Gli uomini entrarono nell’auto e sparirono. Il signore mi portò all’ospedale e sua moglie chiamò alla redazione del Diário de Notícias. Qualcuno doveva avvisare mio marito di quello che era successo. Venne da me subito profondamente turbato. Mi medicarono e mi diedero i punti.
Tutto questo per un libro! E un libro bello, che non è neppure il più erotico che ho scritto e in qualche punto è quasi ingenuo.
È in seguito allo scandalo provocato da Minha Senhora de Mim e alla persecuzione da lei subita che decideste di sfidare il regime fascista e scrivere, a sei mani, le Nuove lettere portoghesi. Come nacque quest’idea?
Circa una settimana dopo l’aggressione, andai a pranzo con Isabel e Fátima. Incontrai per prima Fátima. Quando mi vide, rimase indignatissima per il mio stato, per quello che mi avevano fatto. Di fronte al subbuglio provocato dal libro, allo scandalo che si generò e per il fatto di essere stata inseguita, minacciata e picchiata, Fátima lanciò la sfida: “Se una donna da sola provoca tutta questa confusione, questo subbuglio, questo scandalo, cosa succederebbe se fossimo in tre?”. L’idea mi piacque subito. Nel frattempo, arrivammo al Treze, dove Isabel stava scrivendo su un foglio. Le parlammo dell’idea di scrivere un libro insieme, molto entusiaste. La sua reazione fu: “Che rompiscatole, ne inventate sempre una. Proprio adesso che sto scrivendo A Morte daMãe (‘La morte della madre’)…” (un libro magnifico). La settimana dopo, quando ci incontrammo di nuovo, Isabel aveva già un primo testo, la prima lettera. Fu così che nacquero le Nuove lettere portoghesi.
Conosciamo la “maternità” solo di questo stesso testo. Del resto, vi siete reciprocamente promesse che non avreste mai rivelato chi aveva scritto che cosa. Com’è stato questo processo letterario collettivo?
Oltre al nostro pranzo settimanale al Treze, decidemmo di incontrarci una volta alla settimana in casa di una di noi. L’idea era di alternare di volta in volta il luogo, solo che la stragrande maggioranza delle volte finimmo per riunirci a casa mia. Definimmo diverse regole. Ognuna di noi doveva dare alle altre una copia, battuta a macchina, di quello che avevamo scritto. Durante i nostri incontri non discutevamo solo della costruzione letteraria del libro, parlavamo anche di altre questioni che sorgevano man mano nel corso del processo. Sostanzialmente, discutevamo di tutto. Dovevamo leggere il nostro testo a voce alta alle altre e qualsiasi testo poteva essere rifiutato. Non era affatto il caso di “Io scrivo e voi sopportate”. Poi avevamo dei rituali scherzosi. All’inizio e alla fine dicevamo sempre determinate parole, come se fossero password. Era una specie di gioco. La nostra generazione lo faceva spesso, usavamo parole di cui solo noi sapevamo il significato.
Qualcuno dei testi è mai stato rifiutato?
Neanche uno.
E modificavate i testi le une delle altre?
No, mai, né volevamo farlo. Se non eravamo d’accordo, ne discutevamo lì. Cercavamo di convincere l’autrice del testo a cambiarlo. Chiaramente potevamo rifiutare il testo nella sua interezza, ma di fatto non lo facemmo mai, né mai nessuna di noi disse che non le piaceva il testo di una delle altre due. E tutto questo era la verità. Discutevamo molto dei testi e dello sviluppo della storia. Era dai testi che stavamo discutendo in un dato giorno che partivamo per nuovi testi. Spesso avevamo visioni diverse e scrivevamo testi che andavano in direzione contraria a quella che un’altra stava seguendo, ma lo facevamo in modo letterario, non in modo critico.
Era una vera sfida…
Assolutamente sì! Stavamo lì a discutere ore e ore. Ognuna parlava del testo delle altre e ognuna di noi difendeva il proprio testo. Fu molto intenso.
Ricordo di averla sentita dire che scrivere quest’opera è stata una delle cose più divertenti e avvincenti che ha fatto nella vita. Mi può spiegare perché?
È stata davvero una delle cose più importanti e divertenti che ho fatto nella vita. Ridevamo così tanto! Eravamo tutte molto scherzose. Il libro è pieno di umorismo. Quando affrontiamo il discorso della mascolinità, non c’è niente di più devastante che usare l’umorismo per far arrabbiare quelle creature.
Era una battaglia politica che stavate ingaggiando…
Era fortemente politica e fu un processo politico, anche se i fascisti hanno sempre tentato di far credere che era una questione di morale e buoni costumi. Molte persone sapevano già che stavamo scrivendo il libro e lo consideravano come una specie di vendetta. Non contro gli uomini, ma contro chi ci chiamava in tribunale e ci proibiva di scrivere, come già era successo con Natália Correia.[2] E questo è uno dei motivi che spinse così tante persone a offrirsi successivamente come testimoni della difesa.
Quanto tempo impiegaste per scrivere il libro?
Nove mesi, dal 1° marzo al 25 novembre del 1971. Ce ne rendemmo conto solo quando stavamo preparando le copie del libro da consegnare alle case editrici. Eravamo a casa mia. Natália Correia della Estúdios Cor, Leão de Castro della Europa-América e Pedro Tamen della Moraes Editores rimasero nel salottino al piano di sotto, aspettando le copie del libro per prenderne una e decidere se volevano pubblicarlo. Mentre preparavamo i mucchietti chiesi quanto tempo ci avevamo messo per scrivere le Nuove lettere portoghesi. Arrivammo quindi a questa conclusione: nove mesi, il tempo di una gravidanza. È impossibile che sia un caso. Quale fu la reazione degli editori al libro?
Leão de Castro, proprietario della casa editrice Europa-América, mi telefonò per spiegarmi che non poteva pubblicarlo perché gli avrebbero fatto chiudere e non sarebbe riuscito a pagare i tipografi. I proprietari della casa editrice di Pedro Tamen non accettarono di pubblicare le Nuove lettere portoghesi. Natália disse invece che, se non le avessero avallato la pubblicazione, si sarebbe licenziata. I proprietari della Estúdios Cor, che più tardi furono sentiti durante il processo e rifiutarono qualsiasi responsabilità, diedero comunque indicazioni a Natália di tagliare alcune parti, ma lei chiese a uno dei tipografi di pubblicare l’opera integralmente. Natália fu la prima persona a essere interrogata durante il processo. Volle assumersi tutta la responsabilità, affermando che, se esisteva qualcuno a cui attribuire la colpa per quel libro magnifico, era lei. Noi lo avevamo scritto, ma era stata lei a pubblicarlo. Se non fosse stato per lei, il libro non sarebbe mai stato pubblicato. Tutte le case editrici si sarebbero rifiutate di farlo. “L’unica responsabile del fatto che il libro sia finito nelle librerie per essere venduto sono io”, sottolineò Natália. Facemmo subito molto rumore in tribunale per cercare di dire che non era vero e ci fu ordinato di tacere.
Era una donna coraggiosa…
Natália era una donna straordinaria. La persona più coraggiosa che ho conosciuto. Una persona intelligente, solidale, che scriveva bellissima poesia. Era davvero una gran donna.
I fascisti considerarono il contenuto delle Nuove lettere portoghesi “irrimediabilmente pornografico e attentatore della morale pubblica” e minacciarono una pena fra i sei mesi e i due anni di carcere. Eravate già consapevoli delle conseguenze che avreste affrontato con la pubblicazione del libro? Pensavate che la persecuzione si sarebbe spinta fino a quel punto?
Eravamo curiose. Credo che sia la parola adatta. Non siamo mai state donne paurose, men che meno di scrivere. Fu, questo sì, una grossa sfida. Del resto, il libro parte dalla sfida di Maria Velho da Costa: “Se una donna da sola provoca tutta questa confusione, questo subbuglio, questo scandalo, cosa succederebbe se fossimo in tre?”. Non ci eravamo mai proposte di scrivere un libretto con tutte le attenzioni.
Stavamo sfidando il regime fascista ed eravamo assolutamente consapevoli del pericolo che stavamo affrontando. All’epoca, tutto era considerato sovversivo. Tutti noi, di sinistra, vivevamo in pericolo. Gli agenti della PIDE potevano fare quello che volevano, come arrivare alle sei della mattina a casa mia, entrare e prendermi per il collo, con il volto addossato contro la parete. Uno dei compiti di quei signori era andare a casa della gente a quell’ora. Faceva parte dell’intimidazione e del terrore permanente. Ognuno di noi aveva un “signor agente” che ascoltava le nostre chiamate. Mi ricordo di una telefonata con [José] Cardoso Pires[3] in cui mi disse “Bene, adesso parliamo al signor agente che ci sta ascoltando”. [ride] Oltre al fatto che, prima di noi, Natália Correia era già finita in tribunale ed era stata condannata per aver scritto la Antologia de Poesia Erótica e Satírica (‘Antologia di poesia erotica e satirica’).
Quello che non ci aspettavamo era tutta quella violenza, tutto l’apparato. Sentimmo cose incredibili e spaventose, anche durante le sessioni in tribunale. Già mentre stavamo scrivendo il libro Isabel e Fátima si separarono dai mariti. E non fu una coincidenza, è tutto legato alle Nuove lettere portoghesi. In questo periodo così breve le nostre vite ne risentirono, anche prima della PIDE, della polizia e del processo. Le nostre vite cambiarono completamente anche per altri aspetti: conoscemmo persone impensabili, come la Duras o Simone [de Beauvoir], uscimmo dal Portogallo…
“Le Nuove Lettere Portoghesi”- Rizzoli Editore
Ci fu un tentativo implacabile di umiliarvi e intimidirvi e di fingere che non si trattava di un processo politico. Foste addirittura interrogate dalla polizia del buon costume, come le prostitute. Questo tentativo fu esplicito durante il vostro processo?
Vollero proprio umiliarci, schiacciarci. Fu sinistro. Dovemmo presentarci alla polizia del buon costume. Non ammisero mai che era un processo politico, dissero che ciò che era in causa era un attentato alla morale pubblica. Ci trattarono come delle svergognate. Tutto questo è molto importante per capire che le Nuove lettere portoghesi furono considerate gravissime per essere state scritte da donne. E le donne dovevano essere umiliate.
Quando arrivammo alla polizia del buon costume ci ordinarono di sederci, noi e i nostri avvocati, in una stanza dove c’erano delle signore. Poco dopo una di loro, la più vecchia, si alzò e venne a parlare con noi. “Voi, ragazze, siete qui a far che?”, chiese. Il mio avvocato, Francisco Rebelo, le spiegò che eravamo lì perché avevamo scritto le Nuove lettere portoghesi. Rimase molto ammirata. Ci disse che quella stanza non era per le scrittrici, era la stanza delle prostitute, e che non dovevamo stare lì: “Uscite e andate in un’altra stanza, ce ne sono varie disponibili”.
Girò il dito nella piaga. Vollero metterci nella stanza delle prostitute per cercare di umiliarci ed erano convinti che avremmo parlato, che una di noi alla fine avrebbe parlato. Prima ci sentirono insieme, poi ci chiamarono una alla volta, con il rispettivo avvocato. Quando sentirono me, mi dissero che dovevo vergognarmi, che sapevano che ero stata io a scrivere il libro. Non credevano alla storia di un libro scritto in tre, non esisteva. Fu a quel punto che Francisco Rebelo se ne uscì con quella battuta infelice: “È una specie di cadavre exquis”.
Durante l’intero processo non prendeste mai in considerazione la possibilità di smettere di scrivere o, più tardi, di ritrattare?
No! Scrivere questo libro è stata una delle cose migliori delle nostre vite. Com’era possibile? Quel processo letterario fu inedito nel nostro paese, né trovammo niente di identico in altri paesi. Stavamo facendo una cosa unica: tre donne, tre scrittrici, tre amiche che si riuniscono per parlare e scrivere di quello che volevano in un paese fascista. Il fatto che non avevamo paura fu una delle cose che più li fece infuriare. Pensavano che, essendo donne, eravamo esseri fragili e che ci avrebbero terrorizzato. Ma non ci riuscirono. Quando andammo in tribunale non eravamo piene di paura. Eravamo decise.
Il vostro atteggiamento durante le sessioni in tribunale era una delizia, con un’aria convinta, padrone di voi stesse…
Elegantissime, sempre. Ma dovevamo sistemare Isabel prima delle sessioni, perché a lei queste cose non interessavano. [ride] E arrivava in ritardo. Il giudice doveva aspettarla. Le facemmo promettere che l’ultimo giorno sarebbe stata splendida e, infatti, fu così.
E non era solo il fatto di essere elegantissime, ostentavate anche un sorriso in viso.
Nonostante tutta la violenza che subimmo, di fatto non lasciammo mai trasparire intimidazione. E molto di ciò che ci circondava risultava addirittura comico: dall’assistente che trascriveva tutto quello che veniva detto, perché non veniva registrato niente, e interrompeva costantemente per chiedere se “sutura” si scriveva con –s o con –ç, al procuratore che sembrava essersi provato gli interventi prima di andare in tribunale… Tutto questo ci faceva ridere. [ride] Non ricordo di aver avuto paura nemmeno una volta, neppure quando uscii di casa per andare in tribunale pensando che il giudice avrebbe letto la sentenza.
La prima volta che siete comparse davanti al giudice avete avuto il privilegio di assistere a situazioni piuttosto ridicole. Può parlarmi di quel momento?
La prima sessione si svolse al primo piano del tribunale della Boa Hora, nel luglio del 1973. Il giorno dopo iniziavano le ferie giudiziarie, perciò per tre mesi non tornammo in tribunale. L’inizio ufficiale del processo venne fissato per il 25 ottobre, con un giudice e un procuratore diversi. Esattamente il giorno prima di questa prima sessione rimasi senza avvocato. Alla fine fu Duarte Vidal, avvocato di Isabel, a rappresentarmi. Il procuratore si entusiasmò a tal punto che iniziò a parlare senza fermarsi e sempre più forte, per spiegare perché eravamo in tribunale e quanto quel libro fosse orribile e nefasto. Tutto avveniva a porte chiuse, senza pubblico, perciò non so bene a chi stava cercando di spiegarlo. Sembrava che avesse provato il suo intervento a casa con la moglie, per confermare che gli veniva bene. Il giudice teneva già le mani in fronte, quasi a dimostrare di essere già stanco di ascoltarlo. A un certo punto, il procuratore, vestito con quella tunica nera, prese un esemplare delle Nuove lettere portoghesi e lesse un passo. Ne approfittò per dire che non eravamo delle signore, perché una signora non avrebbe scritto una cosa come quella. Pensava che ci stava offendendo tantissimo. Il passo che scelse fu il seguente:
Fragili sono gli uomini di questo paese di nostalgie identiche e paure e avvilimenti. Fragilità camuffata in vari tentativi: sfidando tori in piazze pubbliche, per esempio, corse di macchine e lotte corpo a corpo. O mio Portogallo di maschi che ingannano l’impotenza, animali da monta, stalloni, pessimi amanti, così frettolosi a letto, attenti solo a mostrare il cazzo.
Fu la ridarella totale. Gli avvocati scoppiarono a ridere, anche noi scoppiammo a ridere. Il giudice tentò di dissimulare la risata mettendosi la mano davanti alla bocca. Fu una cosa ridicola. La sessione finì lì, anche perché, non appena terminò la sua rappresentazione teatrale, il procuratore uscì dalla porta. Isabel, con quell’aria tranquilla che aveva sempre, ci chiese di coprirla mentre raccoglieva il libro dal pavimento. La guardammo, con i suoi due metri di altezza, e le spiegammo “solo se una di noi si mette a cavalcioni dell’altra”, ma non sapevamo fare queste acrobazie. [ride] Alla fine trovammo un altro modo. Quando arrivammo accanto al libro ci fermammo, Isabel si abbassò e lo prese mentre la coprivamo. Il giudice vide, è impossibile che non abbia visto, ma non disse nulla. Siccome Isabel non aveva neppure la borsa, uscì dal tribunale con il libro in mano. Questo esemplare adesso si trova a casa di suo figlio, al quale ho raccontato questa storia.
Durante l’intero processo godeste di appoggi molto importanti, com’è il caso di Maria Lamas. In che modo venne coinvolta nel processo?
Quando Marcelo Caetano autorizzò Maria Lamas[4] a tornare in Portogallo, per dimostrare che era molto benevolo, il processo delle Nuove lettere portoghesi era all’inizio. Lei insistette per essere fra i miei testimoni. All’epoca non capii perché, solo in seguito venni a sapere che Maria Lamas era una delle donne che partecipava alle riunioni a cui andava la mia nonna Camila e alle quali mi portava quando ero piccola. Visto che avevamo già molti testimoni e c’era un numero massimo consentito, Paulo e Carmo si rese disponibile a cedere il suo posto a Maria Lamas. C’è un episodio molto bello durante il processo. Siccome era molto sorda, il giudice ordinò di mettere una sedia accanto al suo banco e fu lui a farle le domande. A un certo punto le disse: “Allora, la signora pensa che le donne sono oppresse?”. Lei rispose: “Se io sono oppressa? Ah, molto, dottore, dalle mie figlie”. Penso che sia la cosa più stupefacente. Naturalmente scoppiò una risata generale. [ride]
A un certo punto lei, Isabel e Fátima decideste di inviare all’estero tre libri delle Nuove lettere portoghesi, accompagnati da tre lettere: a Simone de Beauvoir, a Marguerite Duras e a Christiane Rochefort. Perché queste tre figure?
Sì, decidemmo di inviare i libri quando la situazione era già abbastanza pericolosa. Non appena il libro venne proibito, Duarte Vilar, che era già amico di Isabel e fu il suo avvocato, le disse che dovevamo divulgare quello che stava succedendo e le chiese se aveva conoscenze fuori del paese. Lei rispose di no, ma che le avevo io, in particolare di gruppi che lavoravano con Simone de Beauvoir. Un amico di Isabel si offrì di portare tre libri e tre lettere nel suo viaggio a Parigi. Fu molto coraggioso, sapendo del pericolo che correva. All’epoca, quando andavamo all’estero, i nostri bagagli erano perquisiti da cima a fondo. Se la PIDE avesse visto una cosa del genere l’amico di Isabel sarebbe stato arrestato immediatamente.
Quando parlammo delle femministe alle quali avremmo inviato i libri, c’erano due figure che emersero subito. Una di loro era Simone. Chi meglio di Simone de Beauvoir? Assolutamente nessuno! Era la donna e la grande scrittrice più conosciuta un po’ in tutto il mondo e un’indiscutibile femminista. Sapevamo anche che c’erano diversi gruppi di donne che lavoravano con lei, di cui uno latino-americano, che poteva tradurre le Nuove lettere portoghesi. Marguerite Duras era, e continua a essere, la mia passione. È un punto di riferimento per la mia vita. Una donna molto difficile e favolosa. Simone era già molto meno irriguardosa. Christiane Rochefort scriveva molto sulle donne. Ma, di fatto, le due donne che fecero di più per il libro furono Duras e Simone.
Il libro Nuove lettere portoghesi non è pornografico né immorale. Al contrario, è un’opera d’arte di elevato livello, che segue altre opere d’arte che le autrici hanno già prodotto.
È impressionante come le cose cambino…
[1] In Italia, l’edizione più diffusa delle Lettre portugaises, testo anonimo francese del 1669, è quella curata da Brunella Schisa per Marsilio con il titolo Lettere di una monaca portoghese.
[2] Natália Correia (1923-1993) fu una scrittrice di poesia, di prosa e di teatro, oltre che giornalista, programmatrice televisiva e attivista politica, sia prima che dopo la caduta dell’Estado Novo; una donna carismatica, figura di riferimento per la cultura portoghese del Novecento. In italiano è possibile leggere la raccolta di poesie Comunicação (tradotta da Maria da Graça Gomes de Pina e pubblicata da Carocci nel 2015).
[3] José Cardoso Pires (1925-1998), romanziere, saggista e drammaturgo, è stato uno dei maggiori scrittori portoghesi contemporanei. Fra le più recenti traduzioni in italiano di sue opere vi sono Dinosauro eccellentissimo (Vertigo, 2007), Gli scarafaggi (Le nubi, 2006) e De profundis: valzer lento (Feltrinelli, 2002).
[4] Maria da Conceição Vassalo e Silva da Cunha Lamas (1893-1983) fu una scrittrice, traduttrice, giornalista e famosa attivista politica femminista. La sua opera più importante è As mulheres do meu país (‘Le donne del mio paese’), la prima inchiesta mai realizzata sulle condizioni di vita delle donne portoghesi.
Alessandra Gissi, Paola Stelliferi- L’aborto-Una storia
Carocci Editore-ROM
Descrizione in breve del libro di Alessandra Gissi, Paola Stelliferi- L’aborto-La legge 194 del 1978 depenalizza, entro regole precise, l’interruzione volontaria di gravidanza, abrogando il Titolo X del codice penale di matrice fascista. Approvata a pochi giorni dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, segna anch’essa una profonda cesura con il passato. È con questo passato che il volume si confronta, andando oltre la mera storia della legge. La complessità di una questione che innerva costantemente la società e la sfera del politico viene delineata a partire da una periodizzazione innovativa che, pur incentrata sull’intero arco dell’Italia repubblicana, evidenzia continuità e rotture con l’età liberale e fascista. Attraverso fonti eterogenee, fino a oggi poco valorizzate, e l’analisi di dibattiti, politiche e pratiche, il libro offre un punto di vista inedito sulla storia contemporanea, consentendo una più accorta lettura del presente.
Alessandra Gissi -Insegna Storia contemporanea all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale.
Paola Stelliferi -È ricercatrice post-doc in Storia contemporanea.
-Carocci Editore-
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Descrizione del libro di Cesare Pavese-Un romanzo al femminile, scritto da un uomo dalla sensibilità femminile: le protagoniste sono donne irrequiete, fragili, “sole”, come recita il titolo. Il senso di questo racconto, nella sua drammaticità, può essere sintetizzato nelle parole di Clelia, la voce narrante: “Non si può amare un altro più di se stessi. Chi non si salva da sé, non lo salva nessuno”. Ed è proprio a Clelia che Pavese affida il suo punto di vista, rivolgendo lo sguardo di una donna libera e disillusa su un’Italia postbellica dove, accanto alla ricostruzione, imperversano la noia e il vuoto esistenziale di una generazione incapace di comunicare e di vivere. Donne annoiate, dunque, come Momina, Mariella, Nene e Rosetta, l’unico personaggio autentico, che, come in un gioco di specchi, riflette la stessa, drammatica fragilità dell’autore, quasi preannunciandone la tragica fine. “Tra donne sole” è un romanzo dolente e spietato, pubblicato nel 1949, sotto il titolo “La bella estate”, insieme al racconto “Il diavolo sulle colline”, un anno prima del suicidio di Pavese. Una storia di disincanto e solitudine, “di scoperta della città e della società”, in cui, si aggirano, pirandellianamente, in una Torino cupa, frivola e borghese, più maschere che volti, vittime e attori di una vita senza senso. Solo l’ingenua Rosetta, incarnazione di un male di vivere non dissimile da quello di Pavese, ha la forza di opporsi ad un vuoto esistenziale divenuto insopportabile, congedandosi, come lui, dalla vita. Il ricorso a dialoghi fitti, serrati, sottolinea il crudo realismo della narrazione e la scrittura, tipicamente pavesiana, lucida, straniata ma, nello stesso tempo, appassionata, descrive, senza filtri, esistenze che si consumano nel cinismo, in contorti e ambigui giochi psicologici e nell’assoluta incapacità di uscire da una disperante solitudine. Nel 1955 Michelangelo Antonioni ha liberamente tratto dal romanzo il film “Le amiche”.
Cesare Pavese, “Tra donne sole”, Einaudi
Biografia di Cesare Pavese – Nacque il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo (Cuneo), da Eugenio e da Consolina Mesturini, in una cascina di proprietà del padre, luogo di residenza estiva dei Pavese che vivevano a Torino. Preceduto da Maria, di sei anni più grande, Cesare fu allevato da Vittoria Scaglione, il cui fratello, Pinolo, gli ispirò la figura di Nuto nella Luna e i falò.
Cesare-Pavese-
In seguito alla prematura scomparsa del padre per un tumore al cervello (2 gennaio 1914), la madre, donna dura ed energica, dovette mandare avanti la famiglia da sola. Cesare frequentò la prima elementare a Santo Stefano, poi a Torino, presso un istituto privato, quindi il ginnasio inferiore presso i gesuiti e quello superiore al Cavour, dove conobbe Mario Sturani, suo fraterno amico. Entrato al liceo Massimo d’Azeglio nell’ottobre del 1923, ebbe come professore Augusto Monti, crociano, intellettuale eticamente solido e profondamente antifascista, e, fra i compagni, Tullio Pinelli, Remo Giacchero, Giorgio Curti.
Nel 1925 Pavese si invaghì di una ballerina del varietà, Pucci, a testimonianza di una predilezione ossessiva per artiste di caffè concerto o attricette (v., già nel dicembre 1924, la lirica Per un’attrice di cinematografo giovanissima, straniera, lontana). Nel dicembre di quell’anno scrisse il racconto autobiografico Lotte di giovani e tradusse il Prometheus unbound (Prometeo slegato) di Percy Bysshe Shelley e le Odi di Orazio. Ottenuta nel 1926 la maturità classica, si iscrisse quindi alla facoltà di lettere dell’Università di Torino. Sul finire dell’anno il suicidio dell’amico Elico Baraldi turbò profondamente Pavese, che confidò la propria angoscia alle pagine di un breve diario.
Il 2 dicembre 1927 si formò la confraternita degli ex allievi del liceo d’Azeglio, in contatto con il Monti, cui parteciparono, oltre a Cesare, figure quali Norberto Bobbio, Massimo Mila, Leone Ginzburg, Giulio Einaudi (nonché amici non ‘dazeglini’ come Giulio Carlo Argan, Ludovico Geymonat, Franco Antonicelli).
Il 20 giugno 1930 (con voto finale di 108/110) Pavese discusse la tesi di laurea, Interpretazione della poesia di Walt Whitman, con Ferdinando Neri, titolare di letteratura francese, dopo un precedente ‘rifiuto’ dell’anglista Federico Olivero.
Nel frattempo Cesare – grazie alla mediazione di Arrigo Cajumi – aveva offerto, nel marzo, la propria collaborazione all’editore Bemporad per tradurre romanzi statunitensi: in novembre apparve ne La Cultura l’articolo Un romanziere americano, Sinclair Lewis, poi suggellato dal contratto per la traduzione di Our Mr Wrenn, a stampa l’anno dopo. Falliti i tentativi di ottenere una borsa di studio alla Columbia University, nel novembre del 1930 morì la madre; tra settembre e novembre di quell’anno Cesare scrisse I mari del Sud, vero spartiacque che divide lo sperimentalismo giovanile dalla grande stagione confluente in Lavorare stanca.
Nel 1932, evitato il servizio militare, Pavese prese a insegnare in scuole private e serali, continuando a pubblicare saggi sulla letteratura americana e traducendo Moby Dick di Herman Melville e Dark laughter (Riso nero) di Sherwood Anderson (entrambi usciti in quell’anno): sognava di andare in America, ma non vi si recò mai. Sempre in quel periodo conobbe Tina Pizzardo, comunista, insegnante di matematica, vivace, sportiva, di cui si innamorò disperatamente.
Il 1933 fu segnato dalla lettura di un libro fondamentale per la cultura etno-mitologica pavesiana, The golden bough di James G. Frazer. Sempre nel 1933 Giulio Einaudi fondava la casa editrice omonima, con sede in via Arcivescovado 7, rilevando, nel medesimo tempo, La Cultura, rivista poi diretta da Leone Ginzburg: questi nel marzo del 1934 fu arrestato con Monti e altri del gruppo antifascista Giustizia e libertà, probabilmente a causa della delazione di una spia dell’Ovra, Dino Segre, ovvero Pitigrilli. Pavese subentrò nella direzione della rivista, ma come prestanome, giacché l’effettivo direttore era Cajumi. Nel luglio si iscrisse al Partito nazionale fascista (PNF), per poter insegnare liberamente nelle scuole statali.
L’attività di americanista di Pavese fu assai intensa, in questo primo quinquennio degli anni Trenta: nel 1934 pubblicò saggi su William Faulkner e Sinclair Lewis, mentre usciva la traduzione del Portrait di James Joyce, con il titolo Dedalus. Nei primi anni Trenta scrisse inoltre liriche che confluirono successivamente in Lavorare stanca, e i racconti del ciclo-romanzo Ciau Masino, comprendente anche sei poesie. Lavorare stanca era già in bozze per le edizioni di Solaria, con la cura di Alberto Carocci, all’inizio del 1935. La raccolta si segnala nel diagramma lirico novecentesco per un ductus fortemente e talora brutalmente prosastico, con verso lungo e ritmo quasi sempre anapestico; ciò non impedisce talora lo slargarsi in aperture visionarie e vibranti, come, ad esempio, nella celebre Lo steddazzu.
Il 15 maggio 1935 Pavese venne arrestato in qualità di direttore della Cultura ma soprattutto perché reo di possedere lettere cifrate del pittore Bruno Maffi indirizzate alla Pizzardo, cui aveva offerto disponibilità del proprio recapito, giacché la donna era severamente controllata dalla polizia. Dopo essere stato per breve tempo alle Carceri nuove di Torino e a Regina Coeli a Roma, Pavese venne confinato a Brancaleone Calabro dove, giunto il 4 agosto 1935, rimase fino al marzo del 1936, quando ottenne il condono e poté rientrare a Torino. L’esperienza del confino è in parte narrata e trasfigurata nel romanzo Il carcere (in Prima che il gallo canti) e, precedentemente, nel racconto Terra d’esilio, del luglio 1936. Nel frattempo era uscita la traduzione di The 42nd parallel (42° parallelo, 1934) di John Dos Passos, mentre le prime copie di Lavorare stanca (Firenze), arrivarono alla fine del gennaio del 1936. Nel marzo successivo, a Torino, venuto a sapere che Tina si era fidanzata e prossima a sposarsi con il polacco Enrico Reiser, Pavese entrò in una cupa depressione, documentata dal diario con accenti di estrema violenza.
Nel 1937 Cesare scrisse alcuni racconti importanti fra cui Temporale d’estate, Carogne, L’idolo, nonché altre liriche destinate a entrare nell’edizione einaudiana di Lavorare stanca (Torino 1943); tradusse The big money (Un mucchio di quattrini) di Dos Passos e Of mice and men (Uomini e topi) di John Steinbeck. L’anno dopo fu la volta di Moll Flanders di Daniel Defoe e di The autobiography of Alice B. Toklas (Autobiografia di Alice Toklas) di Gertrude Stein. Nel 1938 Pavese venne assunto presso Einaudi; continuava a produrre racconti e poesie, finché, alla fine di novembre, cominciò a scrivere il suo primo romanzo, Memorie di due stagioni (con titolo definitivo Il carcere, terminato nell’aprile dell’anno seguente, apparve nel 1948 in Prima che il gallo canti). Nel 1939, oltre a tradurre il Copperfield e testi di storiografia di Christopher Dawson e George Macaulay, diede alla luce, in estate, Paesi tuoi, il romanzo che segnò l’esordio narrativo (Torino 1941), destinato a rinnovare la prosa narrativa italiana, per il suo contributo di asciutta e quasi incantata brutalità narrativa, derivata da modelli americani come, ad esempio, il James M. Cain di Postman always rings twice, ma anche da paradigmi più barocchi e strazianti come il Faulkner di Sanctuary. Nel 1940 scrisse La tenda (poi La bella estate); fra il 1940 e il 1941 La spiaggia; sempre nel 1940 tradusse Benito Cereno di Melville e Three lives (Tre esistenze) della Stein. Nel 1941 tradusse The Trojan horse (Il cavallo di Troia) di Christopher Morley e scrisse numerosi racconti di Feria d’agosto, alcuni dei quali furono pubblicati nel Messaggero di Roma.
Nella primavera del 1940 rivide Fernanda Pivano, che aveva avuto come allieva durante le supplenze al d’Azeglio: iscritta all’Università, colta e spregiudicata, anche lei americanista (tradusse, per Einaudi, la Spoon River anthology di Edgar Lee Master). Cesare si innamorò di lei, mentre l’Italia entrava in guerra, e le chiese di sposarlo, ottenendo un rifiuto; scrisse per lei, oltre a lettere lunghe e suggestive, alcune poesie splendide, che segnarono il passaggio a una nuova lirica, preludio alla stagione più tarda delle liriche per la Garufi e per Connie: si tratta di un nuovo stile, rarefatto e lirico rispetto al precedente verso lungo gonfio di ‘realismo’ prosastico, un nuovo modo quasi ‘dannunziano’, in realtà molto grecizzante e mitico, di cantare la donna isolandola in un universo naturale talora aereo, ma progressivamente sempre più funebre.
A Roma Pavese scese, nel febbraio del 1942, per prendere contatto con i redattori locali della Einaudi, Carlo Muscetta e Mario Alicata; pubblicò in volume La spiaggia (Roma 1942) e la traduzione di The Hamlet di William Faulkner, con il titolo Il borgo; scrisse altri racconti poi inclusi in Feria d’agosto. A causa dei bombardamenti la sede della Einaudi fu dapprima trasferita in un rifugio, quindi a Roma, dove Pavese si recò a dirigerla dal gennaio del 1943. La situazione però anche qui si faceva difficile, come si legge in una drammatica (ma non priva di ironia) missiva a Giulio Einaudi del 19-20 luglio. Così il 26 luglio, subito dopo la caduta di Mussolini, Cesare fece rientro a Torino, nella nuova sede di via Galileo Ferraris, mentre a Roma restava Leone Ginzburg.
Nonostante il precipitare degli eventi, Pavese continuò a lavorare strenuamente a Torino: fino a quando, dopo l’8 settembre, l’Einaudi venne posta sotto tutela del commissario della Repubblica sociale italiana (RSI) Paolo Zappa. Mentre gli amici erano tutti alla macchia nella Resistenza, egli rimase solo «nelle grinfie della storia» (v. Lettere, I, p. 740) vedendosi costretto a recarsi dapprima presso la sorella sfollata, a Serralunga di Crea nel Monferrato, quindi al collegio Trevisio di Casale Monferrato, retto dai padri Somaschi, ove diede lezioni private agli studenti sotto falso nome fino alla Liberazione.
La permanenza nel collegio – documentata soprattutto dai ricordi di padre Giovanni Baravalle, con cui strinse amicizia – testimonia il massimo avvicinamento di Cesare alla religione, nonché importanti letture filosofiche, mistiche e mitografiche. Cesare conobbe inoltre un ex allievo di Baravalle, Carlo Grillo, singolare personaggio di giovane nobile, filosofo e ‘decadente’, che ispirò il Poli del Diavolo sulle colline. Al 1942-43 risale anche il famigerato «taccuino segreto», in cui Cesare sfoga il suo irrazionalismo e un inquietante anti-antifascismo. Tuttavia poi l’adesione al comunismo fu precoce, come ha dimostrato Mariarosa Masoero attribuendo a Pavese alcuni articoli anonimi apparsi nella Voce del Monferrato del maggio 1945 (Masoero, 2006), tanto che «In breve volgere di tempo lo scrittore del diario “nero” e della crisi religiosa si scopre comunista» (Mondo, 2006, p. 127).
Nel 1944 Pavese continuava a scrivere prose poi raccolte in Feria d’agosto, mentre gli eventi di questi anni gli ispirarono un racconto, Il fuggiasco, poi materia per La casa in collina. Dopo la fine della guerra riprese il lavoro alla Einaudi, ma le morti eroiche in giovane età di Leone Ginzburg, Giaime Pintor, Gaspare Pajetta e di altri turbarono non poco l’animo di un uomo segnato dal ‘rimorso del sopravvissuto’. Il 1945 fu comunque un anno di intensa attività: come sempre Pavese cercava la risurrezione attraverso il duro lavoro. Alla Einaudi era considerato ormai un direttore editoriale di grande autorevolezza; riprese i contatti con Ernesto De Martino, già incontrato nel 1943, dalla cui collaborazione nacque la cosiddetta collana viola di etnologia, psicologia, storia delle religioni (che ospitò, fra le altre, opere di Carl Gustav Jung, Lucien Lévy-Bruhl, Karl Kerényi, Vladimir J. Propp, Bronislaw Malinowski, Leo Frobenius, James G. Frazer, Mircea Eliade ecc.). In luglio si recò a Roma, nella sede di via Uffici del Vicario 49, mentre a Torino era Massimo Mila a sostituirlo. Nel frattempo conobbe Davide Lajolo e cominciò a collaborare con l’Unità: nell’autunno prese la tessera del Partito comunista italiano (PCI). A Roma amava immergersi in una solitudine fatta di lavoro intenso e cinematografi serali. Conobbe però una donna, Bianca Garufi, per cui scrisse le poesie del ciclo La terra e la morte (apparse a stampa in rivista nel 1947). Nella capitale continuò a risiedere fino all’autunno del 1946, quando fece ritorno a Torino.
Nel novembre del 1945 uscì Feria d’agosto, mentre sul finire dell’anno cominciò a lavorare ai Dialoghi con Leucò. Nel giugno del 1946 scrisse alcuni versi per una donna, T. (Teresa Motta). Nel frattempo continuava a comporre i magistrali «dialoghetti» e, a quattro mani con Bianca Garufi, cominciò un romanzo, Fuoco grande, rimasto incompiuto. Non smetteva peraltro di scrivere di letteratura americana (su Peter Matthiessen e Joseph Conrad), né di collaborare a l’Unità con pezzi politico-letterari: nel caso dei Dialoghi col compagno utilizzò la forma dialogica che, in un universo remoto, aveva applicato a Leucò; d’altra parte è fra ottobre e dicembre di quest’anno che scrisse il romanzo Il compagno, mentre ancora stava lavorando ai dialoghi mitici.
Nel 1947 terminò e pubblicò i Dialoghi con Leucò (Torino) e diede alle stampe Il compagno (Torino), che, segnalato allo Strega, fu insignito soltanto del premio Salento l’anno successivo. Notevole ancora l’impegno sul versante anglo-americano: oltre a saggi e recensioni, tradusse Captain Smith and company (Capitano Smith) di Robert Henriques. Fra il settembre di quell’anno e il febbraio del 1948 scrisse La casa in collina che uscì, insieme con Il carcere, in Prima che il gallo canti (Torino, novembre 1948), tradusse privatamente la Teogonia di Esiodo e cominciò lo scambio epistolare con Rosa Calzecchi Onesti, incaricata della traduzione dei poemi omerici per la Einaudi. Non si dimentichi che Pavese stesso aveva tradotto per proprio conto fra l’altro l’episodio dell’evocazione dei morti dell’XI dell’Odissea, una prima volta parzialmente in un quaderno del confino calabrese, poi integralmente in fogli sciolti: quest’ultima traduzione va datata proprio a ridosso del 1948, in cui uscì il volume contenente il libro XI dell’Odissea a cura di Mario Untersteiner (Firenze, Sansoni: con dedica autografa a Pavese del maggio, o luglio, 1948, conservato nella biblioteca di Pavese).
Fra giugno e ottobre scrisse Il diavolo sulle colline, mentre continuava la collaborazione con l’Unità e altre riviste. Nel 1949 scrisse Tra donne sole, ma non tralasciò il mondo antico, traducendo fra l’altro alcuni inni omerici. Nel novembre uscì La bella estate (Torino), che comprendeva il romanzo eponimo, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole. Pavese ricevette un giudizio piuttosto sferzante dall’antico maestro Augusto Monti, cui rispose piccato in uno scambio epistolare teso ma sincero. L’ultimo romanzo, La luna e i falò, fu composto tra settembre e novembre del 1949 e uscì sempre per i tipi di Einaudi (Torino 1950).
Il romanzo ha un respiro più fluente rispetto ai precedenti, quasi a comporsi in un ritmo classico, georgico, ove il ritorno alla terra originaria è un ritorno alla terra tout court; tuttavia l’umanesimo della Luna e i falò è macchiato dall’orrore, dalla violenza e dalla follia delle cose e delle persone, della guerra trascorsa, di tutto ciò insomma che si contrappone alla calma e alla forza della natura e degli uomini che vogliono dominarla. Come sempre il fondo sacrificale e sanguinoso del rito e del mito emerge in Pavese anche quando sembra che un ordine possa controllare il caos.
Fu al termine del 1949, fra ottobre e dicembre, che si acuì il contrasto fra Pavese e De Martino nella conduzione della ‘collana viola’: il grande etnologo, ex socialista da poco iscritto al PCI, riceveva accuse dagli ‘ortodossi’ del partito, a causa degli autori pubblicati, rappresentanti dell’irrazionalismo novecentesco, quando non filonazisti o apertamente reazionari. Anche Pavese era guardato con sospetto, ma reagì ironicamente o energicamente (e pubblicamente). Lo scambio di lettere con De Martino alterna momenti di incomunicabilità ad altri più concilianti. Alla tragica morte di Pavese, De Martino, con una discutibile lettera a Giulio Einaudi, additò la ‘pericolosità’ della collana, pur continuando a lavorarvi, magari saltuariamente, fino al 1958; nel 1962 un nuovo voltafaccia, in cui De Martino rivalutò e la collana e la figura di Pavese.
Nel 1949 l’impegno di direttore editoriale, insieme con la pubblicazione di articoli militanti e teorici, era sempre intensissimo: tutto questo accumulo di lavoro incise evidentemente sul sistema nervoso di Pavese, che cominciò ad avvertire stanchezza, a soffrire d’insonnia e a denunciare piccole crisi di panico. «Esaurimento – è una parola – ma che cosa significa?», si domandava nel diario il 28 novembre. L’incontro con Constance Dowling, nel capodanno romano, arrivò dunque a fulminare un uomo già predisposto allo shock. Le sorelle Dowling, Constance e Doris, erano attrici americane; la seconda aveva lavorato con Raf Vallone, amico di Cesare, nel film di Giuseppe De Santis Riso amaro, alla cui elaborazione scritta forse aveva partecipato anche lo stesso Pavese. Che rivide Connie (ipocoristico di Constance) nel marzo del 1950, a Cervinia: fu un innamoramento senza scampo.
D’altra parte la sorella Doris divenne una buona amica per Cesare, che scrisse per le due sorelle soggetti cinematografici, tra cui uno tratto dal Diavolo sulle colline. Connie e Doris rappresentavano ‘fisicamente’ il cinema per Cesare: le lettere sui progetti filmici per le due sorelle sono numerose. La tarda lettera a Connie del 17 aprile forse accompagnava la poesia T’was only a flirt, l’ultimo semplice tremendo blues. Constance stava per ripartire per New York, Pavese si trovò solo davanti al proprio nudo orrore, la disperata speranza di sposare Connie si era bruciata: lei non sarebbe tornata mai, Cesare lo sapeva e lo scrisse a Doris il 6 luglio.
L’anno 1950 non fu certo vuoto di impegni culturali; fra l’altro Pavese entrò a far parte della redazione della rivista Cultura e realtà, diretta da Mario Motta, facente capo all’area della ‘sinistra cristiana’, piuttosto invisa all’ortodossia del PCI, in cui pubblicò un saggio sul mito e una risposta polemica a Franco Fortini che aveva attaccato De Martino accusandolo di cedere ai pericoli dell’irrazionalismo. L’articoletto uscì nel marzo, mese in cui Pavese scrisse anche gran parte delle liriche per Connie, fra cui la suprema, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Il 24 giugno vi fu il trionfo mondano di Cesare, che si recò a Roma a ricevere il premio Strega per La bella estate, uscito l’anno precedente. Pavese giunse all’ultimo momento al ninfeo di Villa Giulia, elegantissimo, accompagnato dalla bella Doris Dowling nell’occasione e si fece fotografare docilmente.
Dopo l’apoteosi, l’incubo dell’estate in città. Un’estate davvero fatale per Pavese. Recatosi dapprima dai suoi amici, i coniugi Ruata, a Varigotti, vi restò pochi giorni spostandosi a Bocca di Magra, dove bruciò un estremo, rapido amore impossibile per una ragazza, Pierina (Romilda Bollati di Saint-Pierre, sorella di Giulio Bollati). Fatto ritorno a Torino in un afoso deserto, se si eccettua la presenza dei coniugi Rubino, presso i quali aveva conosciuto Connie, Pavese vide la Alterocca, sua futura biografa, il 17 e ancora il 18 agosto (a cena in un locale in riva al Po), confidandole di sentirsi lucidamente all’epilogo della propria parabola. Il 23 le scrisse esprimendole il proprio desiderio di «silenzio». La prossimità della fine sembra ormai ineludibile.
Sabato 26 agosto 1950, nel primo pomeriggio, Pavese si recò all’albergo Roma, sotto i portici di piazza Carlo Felice, e prese una piccola stanza al terzo piano. In serata fece alcune telefonate, tra l’altro a Fernanda Pivano e, probabilmente, a una ragazza conosciuta qualche giorno prima in una sala da ballo che avrebbe eluso il suo invito, definendolo musone e noioso. La sera del giorno dopo Pavese fu ritrovato senza vita sul letto: si era tolto la vita con il sonnifero.
Il messaggio ai posteri, vergato sulla prima pagina di una copia dei Dialoghi con Leucò, suonava: «Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi», firmato Cesare Pavese. Era modellato su quello di Vladimir V. Majakovskij, come Cesare lo aveva letto nell’antologia Il fiore del verso russo curata da Renato Poggioli per Einaudi (1949). Eccone le prime righe: «A tutti. Se muoio non accusate nessuno. Niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva soffrire. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi».
Opere. L’edizione delle opere «complete» di Pavese, in 14 volumi (16 tomi), uscì per i tipi torinesi di Einaudi nel 1968. Ora sono disponibili: Tutti i romanzi, a cura di M. Guglielminetti (2000) e Tutti i racconti (2002). Si vedano inoltre: Poesie giovanili (1923-30), a cura di A. Dughera – M. Masoero, Torino 1989; Pavese giovane, Torino 1990; Il mestiere di vivere (1935-1950), nuova ed. integrale condotta sull’autografo, a cura di M. Guglielminetti – L. Nay, Torino 1990; L. Mondo, Il tormento di Pavese, prima che il gallo canti, in La Stampa, 8 agosto 1990 (taccuino inedito); Lotte di giovani e altri racconti (1925-1930), a cura di M. Masoero, Torino 1993; Le poesie, a cura di M. Masoero e con introduzione di M. Guglielminetti, Torino 1998; Tra donne sole, nuova ed. con l’aggiunta delle lettere di C. Pavese e I. Calvino, Torino 1998 (in appendice la sceneggiatura del film Le amiche di M. Antonioni); Dodici giorni al mare. Un diario del 1922, a cura di M. Masoero, Genova 2008; Il serpente e la colomba. Scritti e soggetti cinematografici, Torino 2009; Le Odi di Quinto Orazio Flacco tradotte da Cesare Pavese, a cura di G. Barberi Squarotti, Firenze 2013.
Fonti e Bibl.: I manoscritti e dattiloscritti principali sono custoditi nell’Archivio Pavese presso il Centro di studi di letteratura italiana in Piemonte Guido Gozzano-Cesare Pavese della facoltà di lettere dell’Università degli studi di Torino; provengono dalla famiglia (fondo Sini-Cossa) e dalla Einaudi; sul sito HyperPavese – database imprescindibile e in progress – curato da Mariarosa Masoero, molti materiali sono disponibili digitalizzati.
Sono stati pubblicati nuclei (spesso) inediti dell’epistolario in varie sedi; si veda, ad esempio: P. Pulega, Tre lettere inedite di C. P., in Studi novecenteschi, 1974, n. 7, pp. 107-109; P. Briganti, In margine alla corrispondenza P. – Jahier. Una lettera inedita di P., in Studi e problemi di critica testuale, 1974, vol. 9, pp. 234-243; M. Leva, Tredici lettere inedite di C. P. ad Aldo Camerino, in Strumenti critici, XXX (1976), pp. 247-256; F. Contorbia, P.: le lettere inedite a Sibilla, in La Stampa – Tuttolibri, 26 febbraio 1987; M. Guglielminetti, Una poetica ‘tenzone’: Mario Sturani e C. P., in Mario Sturani 1906-1978, a cura di M.M. Lamberti, Torino 1990, pp. 192-199; C. Pavese – E. De Martino, La collana viola. Lettere 1945-1950, a cura di P. Angelini, Torino 1991; A. Dughera, Monti e P.: storia di un’amicizia attraverso le lettere, in Id., Tra le carte di P., Roma 1992, pp. 49-103; S. Savioli, L’ALI di P., in Levia Gravia, I (1999), pp. 259-288; M. Guglielminetti – S. Savioli, Un carteggio inedito tra C. P. e Mario Bonfantini, in Esperienze letterarie, 2000, n. 3-4, pp. 61-85; C. P. & Anthony Chiuminatto. Their corrispondence, a cura di M. Pietralunga, Toronto-Buffalo-London 2007; C. P. tuo Muscetta, a cura di G. Ferroni – E. Frustaci, Catania 2007; Officina Einaudi. Lettere editoriali 1940-1950, a cura di S. Savioli, Torino 2008; C. Pavese – R. Poggioli, “A meeting of minds”. Carteggio 1947-1950, a cura di S. Savioli, Alessandria 2010; Una bellissima coppia discorde. Il Carteggio fra C. P. e Bianca Garufi (1945-1950), a cura di M. Masoero, Firenze 2011.
Strumento bibliografico imprescindibile è L. Mesiano, C. P. di carta e di parole. Bibliografia ragionata e analitica, Alessandria 2007, cui si rimanda per brevità. Precedentemente: M. Lanzillotta, Bibliografia pavesiana, Rende 1999; Ead., Materiali pavesiani, in Filologia antica e moderna, 1997, vol. 13, pp. 101-113; cfr. anche C. P.: le carte, i libri, le immagini (catal.), a cura di A. Dughera – D. Richerme, Torino 1987. Fra gli studi biografici: D. Lajolo, Il “vizio assurdo”. Storia di C. P., Milano 1960 (poi: P., Il vizio assurdo, Milano 1984); B. Alterocca, P. dopo un quarto di secolo, Torino 1975 (poi: C. P. Vita e opere di un grande scrittore sempre attuale, Quart [Aosta] 1985); L. Mondo, Quell’antico ragazzo. Vita di C. P., Milano 2006. Si aggiunga la dettagliata Cronologia di M. Masoero in C. Pavese, Tutti i romanzi, cit., pp. LXVII-CIII; nonché T. Wlassics, P. falso e vero. Vita, poetica, narrativa, Torino 1987, pp. 25-64, e F. Vaccaneo, C. P., una biografia per immagini: la vita, i libri, le carte, i luoghi, Cavallermaggiore (Torino) 1996 (1ª ed. Torino 1989). Fra le testimonianze si vedano almeno N. Ginzburg, Le piccole virtù e Lessico famigliare, rispettivamente Torino 1962 e 1963; A. Monti, I miei conti con la scuola, Torino 1965; P. Spriano, Le passioni di un decennio, Milano 1986; T. Pizzardo, Senza pensarci due volte, Bologna 1996.
Fra i contributi critici più recenti: R. Gigliucci, C. P., Milano 2001; Sotto il gelo dell’acqua c’è l’erba. Omaggio a C. P., Alessandria 2001 (con un carteggio inedito con Raffaele Pettazzoni); P. e la guerra, a cura di A. d’Orsi – M. Masoero, Alessandria 2004; M. Masoero, “Anche astenersi è un prender parte”. C. P. a Casale Monferrato, in Come l’uom s’eterna, S. Mauro Torinese 2006; C. P. e la “sua” Torino (catal.), a cura di M. Masoero – G. Zaccaria, Torino 2007; V. Capasa, “Lo scopritore di una terra incognita”. C. P. poeta, Alessandria 2008; G. Remigi, C. P. e la letteratura americana. Una “splendida monotonia”, Firenze 2012; C. P., un greco del nostro tempo, a cura di A. Catalfamo, S. Stefano Belbo 2012.
Francesco Torchiani-“Gaetano Salvemini-L’impegno intellettuale e la lotta politica”-Carocci Editore-
Descrizione sommaria del libo di Francesco Torchiani-L’attività di intellettuale e di storico di Gaetano Salvemini è sempre stata caratterizzata dall’intransigenza. A inizio Novecento, combatté contro il conservatorismo della classe dirigente liberale e impose la questione del Mezzogiorno al socialismo italiano. Fu un tenace oppositore di Giovanni Giolitti, che ribattezzò “il ministro della mala vita”. Fondò l’“Unità” e si schierò a favore dell’ingresso[…]
Francesco Torchiani-“Gaetano Salvemini-L’impegno intellettuale e la lotta politica
Introduzione 1. Malve e rosolacci Da Molfetta a Firenze/Medioevo progressivo/La scoperta di Cattaneo 2. Storia e politica Mazzini e la Rivoluzione francese/Socialismo e Mezzogiorno/Scuola e democrazia 3. Una seconda vita
Messina, 28 dicembre 1908/Giolitti, il «boss d’Italia»/Riformista a modo suo/Uno scatolone di sabbia/La palestra dell’“Unità” 4. Una guerra democratica? «Se si fa la guerra all’Austria, io ci vado»/Delenda Austria/“Slavemini” 5. La bancarotta della democrazia «Depressione socialista» e «reazione fascista»/Mussolini, un «Crispi esagerato»/Bilanci/«Mi sono messo a studiare sul serio»/Lo «scossone» Matteotti 6. Esule «À la guerre comme à la guerre»/«La chiave è in Inghilterra e negli Stati Uniti»/Un albero sradicato/«Good news from America!»/Storico del presente 7. L’officina di Harvard «I have not a country. But I have a refuge»/Democrazie in ritirata/L’ora più buia/L’Italia vista dall’America 8. Ritorno Una repubblica senza repubblicani?/I conti con il passato/Italia scombinata Abbreviazioni Note Indice dei nomi
L’Autore-Francesco Torchiani-Insegna Storia contemporanea all’Università degli Studi di Pavia. È stato fellow dell’Institute for Advanced Study di Princeton. È autore, tra gli altri, di «Il vizio innominabile». Chiesa e omosessualità nel Novecento (Bollati Boringhieri, 2021) e Delio Cantimori (Viella, 2023) e ha curato La rivoluzione del ricco di Gaetano Salvemini (Bollati Boringhieri, 2020).
DESCRIZIONE-Il mondo interiore di Marcel Proust – la sua sensibilità, le sue passioni e le sue idiosincrasie – è ben noto; meno note sono invece le tematiche che fanno della Recherche anche un’opera di sociologia, di geografia e di storia. Spesso descritto a torto come il nostalgico cantore di un mondo ormai tramontato, nelle pagine di questo libro, a firma di uno dei massimi studiosi dello scrittore francese, Proust si rivela un uomo immerso nella sua epoca. Osservatore attento dell’attualità, interviene senza esitazione nei principali dibattiti – il genocidio armeno, l’affaire Dreyfus, la separazione tra Stato e Chiesa – e dimostra grande interesse per i progressi tecnici. D’altro canto, la vita di Proust ha coinciso con il periodo d’oro della Terza Repubblica – la cosiddetta Belle Époque – e con le scaturigini del mondo contemporaneo, consentendogli di assistere al passaggio da una società di corte a una dominata dalle élite, mentre sullo sfondo rimaneva perlopiù immutato un popolo, quello francese, carico di una storia millenaria. Proprio come sulla facciata gotica della chiesa immaginaria di Saint-André-des-Champs sono raffigurate tutte le classi sociali del Medioevo, nella Recherche ci viene offerto uno spaccato della società francese a cavallo tra Otto e Novecento, osservata con le lenti del sociologo e trasfigurata con gli occhi del poeta.
Jean-Yves Tadié
L’Autore Jean-Yves Tadié-Professore emerito di Letteratura francese alla Sorbona, ha diretto la nuova edizione critica della Recherche per la “Bibliothèque de la Pléiade” (Gallimard, 1987-89). A Proust ha dedicato un’importante biografia (Gallimard, 1996; trad. it. Mondadori, 2° ed. 2022) e numerosi saggi.
Redazione DEA SABINA
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Fotografia dell’Autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
Immagine copertina per libro edito (Rinominata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
Richard Newbury- Elisabetta I-Una donna alle origini del mondo moderno-Editore Claudiana-
Descrizione del libro di Richard Newbury ci regala un ritratto – affettuoso e pieno di humour – di Elisabetta I, sovrana che rifiutò di diventare regina consorte. Ereditato un paese sull’orlo della guerra civile e di religione, Elisabetta regnò per quasi mezzo secolo: pacificò e fece della debole Inghilterra cattolica una potente nazione protestante – la cui chiesa è oggi la terza tra quelle cristiane –, con il primo governo parlamentare dell’era moderna nonché una marina, una City e una lingua destinate a conquistare il mondo.
Papa Sisto V disse di lei: «Guardate come governa! È solo una donna, solo la signora di mezza isola eppure si fa temere da tutti». La presente è la terza edizione.«Nel suo divertente ritratto – che inevitabilmente si tinge dei colori dell’autore – Richard Newbury dichiara che il frutto di questa regina, che scelse di rimanere senza figli per il bene del suo paese e del suo popolo, “siamo tutti noi”, è il mondo moderno, il liberalismo che può essere sintetizzato con massima: “Tutto è lecito purché non si facciano scartare i cavalli”. Elisabetta è l’origine di quella democrazia parlamentare che, per parafrasare un suo altro grande eccentrico figlio, Winston Churchill, per quanto piena di difetti è il miglior sistema di governo che l’umanità abbia finora prodotto. Grazie, per cominciare, alla capricciosa e testarda regina dai capelli rossi, gran diva a cui, non a caso, soltanto negli ultimi vent’anni Hollywood ha dedicato tre film e altrettante pellicole sono state realizzate dalla BBC».
Dall’Introduzione di Erica Scroppo
Indice testuale
Introduzione di Erica Scroppo
1.Il naso di cleopatra
2.La figlia di papà
3.Elisabetta, la figlia di un’incestuosa ed eretica sgualdrina
4.Quando la manica divenne una barriera. Nebbia sulla manica: continente isolato
5.Nascita di un’erede al trono o della figlia illegittima di una sgualdrina?
6.Istruzione accademica e per la sopravvivenza
7.Scampare alla mannaia, ovvero: come avere successo
8.Oh signore! La regina è una donna!
9.Il settlement elisabettiano
10.Il dolce Robin
11.Il mostruoso regime delle donne
12.«Conoscevo Doris Day prima che diventasse vergine» (Groucho Marx)
13.Le due cugine
14.Un ospite indesiderato
15.Testa e croce
16.Il Ranocchio della regina
17.Figlia della discordia
18.L’apoteosi di Elisabetta e la chiave di volta della storia europea: la sconfitta dell’Armada spagnola
19.Martiri ed esuli
20.La sfida puritana, più temibile di quella papista
21.Elisabetta e i cattolici
22.La decapitazione del toyboy 23.Regina quondam reginaque futura
Biografia dell’autore
Richard Newbury storico e giornalista, vive e lavora a Cambridge e a Torre Pellice (To). Collaboratore de “La Stampa” e “Il Foglio”, per Claudiana ha pubblicato anche La regina Vittoria (2011) e Oliver Cromwell (2013).
Giacomo Leopardi-Canti-A cura di Niccolò Gallo e Cesare Garboli
Giacomo Leopardi-Canti
Descrizione del libro-Giacomo Leopardi «Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le piú terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita, o nelle piú acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa); servono sempre di consolazione, riaccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta». Giacomo Leopardi
ET Classici
LXXIV – 448
€ 13,00
ISBN 9788806230043
A cura di Niccolò Gallo e Cesare Garboli
Giacomo LEOPARDI
La vita di Giacomo Leopardi in breve
Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798 da una famiglia nobile decaduta. Affidato dal padre Monaldo a precettori ecclesiastici, rivela doti eccezionali: a soli dieci anni sa tradurre all’impronta i testi classici e compone in latino.
Il rapporto coi genitori è molto difficile. Giacomo sta spesso da solo, studia nella grande biblioteca paterna, in dialogo muto con gli autori antichi. Tra il 1809 e il 1816 passa “sette anni di studio matto e disperatissimo”, durante i quali impara alla perfezione varie lingue, traduce i classici, compone opere erudite, studia poesia e filosofia. Questa vita solitaria e reclusa lo mina nel fisico e nello spirito.
Il 1816 è l’anno della “conversione letteraria”, passa dall’erudizione al bello e alla poesia. Invia le sue prime prove a Pietro Giordani, che lo incoraggia. Nel 1817 comincia a scrivere il suo diario infinito, lo Zibaldone (1817-1832) e scrive le prime canzoni civili.
Nel 1819 tenta di fuggire da casa, ma il padre lo ferma: Recanati è ora una prigione e il giovane cade in depressione. La produzione poetica però non ha sosta: compone gli Idilli (L’Infinito, Alla luna …) e le grandi canzoni civili.
Nel 1822 finalmente va a Roma dagli zii materni, ma il viaggio è deludente. Tornato a Recanati, nel 1823 scrive le Operette morali.
Nel 1825 è a Milano, dove lavora per l’editore Stella. In povertà, si sposta tra Bologna e Firenze, accolto nei circoli letterari e nei salotti mondani. Nel 1828 a Pisa ritrova la vena poetica che pareva perduta: inizia il ciclo dei Grandi Idilli.
Tra la fine del 1828 e il 1930 ritorna a Recanati. Ricorderà il periodo come “sedici mesi di notte orribile”, ma è allora che scrive alcuni tra i suoi canti più famosi: La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio…
Con l’aiuto di amici lascia per sempre il “natio borgo selvaggio” e va di nuovo a Firenze. Dall’amore non corrisposto con Fanny Targioni Tozzetti nasce Il ciclo di Aspasia. Nel 1832 sospende lo Zibaldone.
Nell’ottobre del 1833 si trasferisce a Napoli insieme all’amico Antonio Ranieri. Benché ormai molto provato nel fisico, partecipa alla vita culturale partenopea. A Torre del Greco, in fuga dal colera che imperversa in città, compone due tra le sue più grandi poesie: La ginestra o il fiore del deserto (1836) e Il tramonto della luna (1837), che costituiscono il suo testamento poetico e spirituale.
Muore a Napoli il 14 giugno 1837 e viene sepolto accanto all’amato Virgilio.
Alberto Raffaelli-La comparseria. Luigi Pirandello accademico d’Italia – Cesati Editore
Descrizione del libro di Alberto Raffaelli-Il presente volume affronta, sulla base di documentazione archivistica, l’esperienza di Luigi Pirandello accademico d’Italia. Occupando gli ultimi otto anni dell’esistenza dello scrittore (1929-1936), tale carica ne emblematizza l’intera parabola umana e artistica, in tutte le sue contraddizioni. A cominciare da quella della fedeltà al fascismo, la cui nota problematicità viene ulteriormente suffragata dal rapporto con la massima istituzione culturale del regime, nei cui confronti egli fu certo insofferente pur però senza mancare di adoperarsi in diverse occasioni, se non altro allo scopo di vedere coronate talune aspirazioni: su tutte, la vittoria del premio Nobel per la letteratura nel 1934. Il ritratto delineato è quello di una personalità che nell’incarico di accademico vedeva messo alla prova un irrisolto contrasto tra anarchismo del grande artista e necessità di ossequiare le regole indispensabili all’assecondamento dei propri obiettivi: ne scaturisce il profilo di un compromesso difficoltoso, emblematico di una vicenda che come poche altre nel Novecento culturale italiano ha sperimentato i privilegi ma anche i tormenti dell’uomo pubblico.
Il libro lo si può acquistare attraverso questo link…
L’innato fascino dell’amore per la scrittura: Alberto Raffaelli da scrittore a presentatore dei libri altrui sulla pagina Facebook “Segnalazioni letterarie”
Alberto Raffaelli
L’amore per la scrittura è un’esperienza che molti autori, scrittori emergenti e appassionati di letteratura condivisa fanno. Tu cosa puoi dirci a riguardo?
È una passione che va ben oltre il semplice atto di mettere parole su carta; è un legame profondo con le parole stesse, con la creatività e con l’espressione.
Perché l’amore per la scrittura è così affascinante e come può arricchire la vita di chiunque si avventuri nel mondo delle parole?
La scrittura è una forma di espressione unica e potente. Attraverso le parole, possiamo condividere idee, emozioni, storie e pensieri con gli altri. L’amore per la scrittura è spesso alimentato dalla gioia di comunicare, di connettersi con il mondo e condividere parti di se stessi. Scrivere consente di tradurre il mondo interiore in un formato tangibile che può essere condiviso con gli altri.
Quando si ama scrivere, si apre la porta ad un mondo di creatività infinita. Sei d’accordo?
Sì. È proprio così. Ogni parola, ogni frase, ogni storia può essere un’opera d’arte in sé. Non ci sono confini né regole fisse nella scrittura creativa, ciò che permette ai talenti di esprimersi liberamente e di sperimentare. La scrittura offre l’opportunità di creare mondi fantastici, personaggi indimenticabili e situazioni straordinarie.
Scrivere non è solo un mezzo per comunicare con gli altri, ma anche un modo per esplorare il proprio mondo interiore. Giusto?
L’amore per la scrittura può diventare una forma di autoriflessione e scoperta personale. Tenere un diario, scrivere poesie o creare storie permette di esplorare le emozioni, i pensieri e le esperienze personali in modo profondo.
Le storie sono un elemento fondamentale della scrittura… Quale il loro potere?
Attraverso le storie, possiamo intrattenere, ispirare, educare e persino trasformare il mondo. Scrivere storie è un modo potente per connettersi con gli altri e condividere messaggi significativi. L’amore per la scrittura spinge gli scrittori a creare narrazioni che possono lasciare un’impronta duratura nella vita di chi le legge.
In conclusione, l’amore per la scrittura è un’esperienza unica che arricchisce la vita di chi la abbraccia?
Assolutamente sì. È un’arte di espressione, un veicolo per la creatività, un mezzo di autoriflessione e un potente strumento per condividere storie significative. L’amore per la scrittura può essere coltivato da chiunque, indipendentemente dall’età o dall’esperienza. Quindi, se non lo hai già fatto, concediti il piacere di esplorare il meraviglioso mondo della scrittura e scoprire l’inebriante bellezza di questa passione senza tempo.
Il libro lo si può acquistare attraverso questo link…
Klaus Wagenbach -Franz Kafka-Immagini della sua vita
Traduzione di Renata Colorni-
ADELPHI EDIZIONI-Milano
Descrizione-del libro di Klaus Wagenbach -Franz Kafka-Immagini della sua vita-Questo libro contiene quasi cinquecento fotografie, in gran parte sconosciute sino a oggi, che illustrano e illuminano la vita di Franz Kafka. Già trent’anni fa, quando lavorava alla sua biografia del giovane Kafka, a tutt’oggi insuperata, Klaus Wagenbach aveva cominciato a raccogliere questi documenti visivi che fanno da sfondo e si intrecciano a un’opera che per lungo tempo…
Traduzione di Renata Colorni
Franz Kafka (3 luglio 1883 – 3 giugno 1924) ci è rimasto pochissimo, lo sappiamo: forse una parola su dieci, di quelle scritte in vita. E solo grazie al tradimento: dell’amico Max Brod soprattutto, ma anche di alcune delle donne che ha amato. Capaci di resistere alle sue ultime volontà, di non distruggere ogni pagina, anzi di conservarla e diffonderla. La diffusione di quella modesta – quantitativamente, beninteso – produzione è andata ben oltre le scarse speranze del suo autore, e ben oltre la letteratura: oggi Kafka è la cultura contemporanea.
Non penso alle lodi di Herman Hesse (“Kafka è il re segreto della prosa in tedesco”) o W.H. Auden (“Se si dovesse indicare l’autore più vicino ad avere con la nostra epoca lo stesso tipo di rapporto che Dante, Shakespeare e Goethe ebbero con la propria, Kafka è il primo cui verrebbe fatto di pensare”), né agli echi evidenti nelle pagine di giganti della letteratura dell’ultimo mezzo secolo sui due lati dell’oceano: nei complottismi di Thomas Pynchon, nella fantascienza oppressiva e illogica di Philip K. Dick e Jeff VanderMeer, nella metafisica strana di Mircea Cărtărescu… l’elenco potrebbe continuare per pagine e pagine, e già critici e accademici ne hanno compilate a centinaia.
Penso piuttosto all’influenza di Kafka su quello che non è strettamente letteratura, ma più in generale la nostra cultura pop. Un’influenza che va oltre gli adattamenti in forma di cinema (dal Processo di Orson Welles al Castello di Michael Haneke, alla pseudo-fanta-biografia Delitti e Segreti di Steven Soderbergh), fumetto (dai comix di Robert Crumb ai manga dei fratelli Nishioka) e perfino videogiochi (il dimenticabile The Franz Kafka Videogame). Ben più interessante è scavare, anche solo per divertimento, nei riferimenti kafkiani sparsi dentro tutte queste arti che qualcuno chiama ancora popolari.
Gli scritti di Kafka sono oggi a tutti gli effetti icone culturali fondamentali, che possono essere rilette e variate infinite volte, producendo racconti e immagini sempre nuove nella cultura pop. La metamorfosi è l’esempio più evidente di questa possibilità: l’inquietante metafora dell’insetto deriva da ansie primordiali eppure ancora radicalmente contemporanee, viste le nuove opportunità che la modernità ci offre di modificare il nostro corpo concreto e la nostra immagine. Non stupisce che nell’ultimo mezzo secolo, La metamorfosi abbia generato centinaia di storie, centinaia di immagini.
Per quanto riguarda il cinema si parte sempre dall’ovvio David Cronenberg, che con il suo La mosca nel 1986 riprendeva direttamente il tema della trasformazione in insetto adattando la short story di George Langelaan uscita quasi trent’anni prima. Quella tra La mosca e La metamorfosi è tuttavia chiaramente un caso in cui la sovrapposizione funziona fino a un certo punto: La mosca è un racconto che si muove all’interno del recinto del genere fantascientifico, ruota intorno all’avanzamento tecnologico e alla hybris dello scienziato; La metamorfosi va molto oltre tali confini. Rimane comunque godibilissima l’introduzione scritta da David Cronenberg esattamente dieci anni fa, per una delle più recenti traduzioni in lingua inglese del racconto di Kafka: “Di recente mi sono svegliato una mattina scoprendo di essere un uomo di settant’anni. È diverso da ciò che accade a Gregor Samsa ne La metamorfosi? Si sveglia e scopre di essere diventato uno scarabeo di dimensioni quasi umane, e non un esemplare particolarmente robusto. Le nostre reazioni, mia e di Gregor, sono molto simili. Siamo confusi e sconcertati e pensiamo che si tratti di un’illusione momentanea che si dissolverà presto, lasciando che le nostre vite continuino come prima.” In fondo, è molto più corretto paragonare La metamorfosi non ad altre opere, ma alla vita stessa…
Volendo percorrere sentieri meno scontati, si può pensare a un altro classico cinematografico anni Ottanta, ma di genere completamente diverso: Zelig, di Woody Allen, il cui protagonista è un camaleonte umano che nelle sue trasformazioni diventa sempre più immagine del conformismo (fino a presenziare ad adunate hitleriane) e sempre più disumanizzato, dando una forma molto concreta a quelle che sulla pagina erano metafore assai più ambigue. Del resto, è inevitabile: il cinema è un medium molto più caldo – per riprendere un McLuhan sempre valido – della letteratura, e non può certo evitare di mostrare, mentre Kafka poteva chiedere al suo storico editore tedesco Kurt Wolff di non pubblicare alcuna immagine, sulla copertina, che potesse essere ricondotta a Gregor Samsa.
Una forma più concisa di racconto per immagini è senza dubbio il videoclip, che proprio dagli anni Ottanta e fino al 2010 circa ha vissuto un’epoca di grande vivacità.
Osservando un catalogo di videoclip musicali prodotti in questi decenni, è inevitabile pensare alla Metamorfosi come matrice delle grottesche trasformazioni dei corpi messe in scena da centinaia di essi: cito tra gli esempi più immediati i clip di Chris Cunningham per Aphex Twin e Björk, quelli di Hype Williams per Missy Elliott, quelli di Francis Lawrence per Lady Gaga. Bad Romance mostra nelle battute iniziali l’artista che si risveglia (sogni inquieti?) all’interno di un bozzolo-bara e si ritrova trasfigurata da un costume bianco, che la fa muovere in maniera contorta. La ricostruzione pop dell’icona-Metamorfosi sembra evidente, e del resto è stata sottolineata anche da diversi saggi accademici.
E tuttavia, è impossibile non notare come lo stesso Kafka sia diventato icona pop: la parola “kafkiano” è entrata (quasi: non vorremmo essere troppo ottimisti) nel linguaggio quotidiano; il ritratto fotografico dello scrittore – parte dell’inglese Hulton Archive, una delle più prestigiose raccolte di immagini del mondo anglosassone – è tra le più riconoscibili della storia della letteratura. Il suo viso è finito su merchandising e souvenir turistici. Anche grazie a questo, Kafka continua a rinnovare la sua influenza sui nostri tempi, frammentati e ambigui come il suo pensiero e le sue opere.
Diceva Jorge Luis Borges che “L’opera di ogni scrittore modifica la nostra concezione del passato, come modificherà il futuro”. Nel caso di Franz Kafka, questa massima si è dimostrata assoluta verità.
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