Chiara Colombini-Storia passionale della guerra partigiana- Editore Laterza-
Il successo editoriale della Storia passionale della guerra partigiana di Chiara Colombini era intuibile fin dai primi commenti attorno alla sua uscita nel 2023. Il saggio, oggi in edizione economica, è già considerato un riferimento nel dibattito sulla Resistenza. La sua originalità sta non soltanto nell’affrontare la storia dal basso attraverso le lettere, i diari, i messaggi di servizio fra le bande partigiane, ma soprattutto nella selezione dei materiali, una scelta che ammette esclusivamente gli scritti prodotti a caldo, limitati cioè al periodo 1943-45.
Chiara Colombini
I protagonisti si esprimono nel momento della tensione e del pericolo, in qualche caso nell’attesa della morte, quindi vivendo una prospettiva corta, limitata al presente, senza la visione ampia del grande fenomeno storico analizzato con il senno del poi. Sono testimonianze a volte frammentarie e disordinate nella forma: immagini istantanee in cui vengono impresse le emozioni di chi è gettato traumaticamente in un’avventura spesso non cercata, dove abitudini, relazioni, visioni etiche sono stravolte.
La ricerca esclude i testi e i diari successivi alla Liberazione, talvolta condizionati da politiche e linguaggi nuovi. Conta invece la rappresentazione anteriore al 25 aprile, quando i partigiani che combattevano il più forte esercito europeo, quello tedesco, limitavano la prospettiva alla propria collina o al borgo urbano, lontani dall’immaginare la vittoria.
Chiara Colombini, fra l’altro responsabile scientifica dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” (Istoreto), componente del comitato scientifico dell’Istituto “Ferruccio Parri” di Milano, raccoglie senza filtri storie di donne e uomini che non lottano per apparire eroi, e che non nascondono debolezze, contrasti, dubbi.
Giaime Pintor, giovane studioso della cultura tedesca chiamato a una luminosa carriera di intellettuale, tra i primi collaboratori dell’editrice Einaudi, muore a 24 anni su una mina tedesca nel dicembre 1943 mentre cerca di raggiungere il sud per organizzare la resistenza. Nei giorni precedenti Pintor scrive: «L’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione [invernale] mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un buon traduttore e un buon diplomatico, ma un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo».
Un altro intellettuale, Giorgio Agosti, commissario politico regionale di Giustizia e libertà, lamenta di non avere il tempo di elaborare con calma un pensiero politico ben strutturato, di poter scrivere documenti in bello stile alla scrivania fumando nervosamente sigarette come nei film, perché travolto dalla realtà più prosaica: è necessario infatti trovare cibo e scarpe per chi lotta, produrre documenti falsi, scovare alloggi vuoti da trasformare in rifugi, sempre con la polizia che t’incalza, e soprattutto occorre procacciarsi carta, molta carta per le comunicazioni, i volantini, i giornali clandestini. La carta è un bene prezioso che richiede attenzione, perciò Agosti reagisce seccamente a Dante Livio Bianco che si lamenta della lentezza di approvvigionamento: «Capisco che un soldato, una volta letto il giornale, si pulisce il sedere col medesimo; ma mi raccomando a te perché questo succeda solo dopo che almeno cinque o sei lo hanno letto».
Interrogarsi sulle passioni, sulle reazioni agli episodi più cruenti della guerra, sulle relazioni personali fra chi vive in banda è una chiave insostituibile per capire che cosa abbia spinto uomini e donne pacifiche a rischiare tutto. Si scoprirà che proprio da quelle passioni sono nate occasioni di confronto fra classi e ideologie prima separate da alte mura, un confronto che a sua volta ha creato le regole di una vita comunitaria nuova, che affrancandosi dalla dittatura si avviava verso istituzioni democratiche inedite.
Le pagine del libro mostrano la paura dei protagonisti in attesa del combattimento, della cattura, della tortura, della morte, paura tanto più viva quanto apparentemente repressa. E quindi le ossessioni, gli incubi, il dolore per la perdita dei compagni, la disperazione, l’odio, la voglia di vendetta, l’ansia di giustizia, l’eros. Si fanno avanti questioni etiche laceranti che la vita normale non ha mai lasciato supporre: come reagisce un partigiano credente, cristiano, di fronte alla necessità di giustiziare un prigioniero che chiede pietà in ginocchio, seppur colpevole di crimini orrendi? Nulla di quanto accade è più neutro.
Scrive Chiara Colombini: «L’esperienza vissuta nella Resistenza cambia le persone. Sono le situazioni che vivi, le decisioni e le responsabilità che devi prendere, i rischi che affronti, il dolore che attraversi, le persone che incontri, quelle che perdi, che ti fanno dare un nome e una direzione a ciò che speri, che ti fanno comprendere chi sei e che cosa vuoi fare».
Questa prospettiva è uno strumento in più per difendere la Storia dalle distorsioni interpretative del presente, dai revisionismi che giudicano i drammi della guerra partigiana in base alla prassi del nostro tempo, e cioè senza rispetto della Storia stessa. Non c’è modo peggiore di calpestare la verità che estrarre dalla narrazione piccole porzioni, e giudicarle come se fossero il fenomeno complessivo. Analisi parziali che non considerano quanto passioni del conflitto come la vendetta e la rivalsa siano originate dalle responsabilità delle origini, causate cioè da chi ha imposto la dittatura e ha scatenato la guerra. Senza il fascismo, la Resistenza non avrebbe avuto ragion d’essere.
Chiara Colombini
Storia passionale della guerra partigiana
Laterza, Bari-Roma 2025
248 pagine, 12 euro
Chiara Colombini
Chiara Colombini
Chiara Colombini lavora presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, di cui è responsabile scientifica, e fa parte del comitato scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Ha curato, tra l’altro, Resistenza e autobiografia della nazione. Uso pubblico, rappresentazione, memoria (con Aldo Agosti, Edizioni SEB27 2012) e Scritti politici. Tra giellismo e azionismo (1932-1947) di Vittorio Foa (con Andrea Ricciardi, Bollati Boringhieri 2010). Per Laterza ha pubblicato Anche i partigiani però… (2021) e Storia internazionale della Resistenza italiana (a cura di, con Carlo Greppi, 2024).
Elisa Mazzoli- Grazia Deledda a Cervia-Il Leone Verde Editore Torino
Descrizione del libro di Elisa Mazzoli-C’è una rondine nello studio della casa di Cervia di Grazia Deledda. Una rondine speciale, che vola e che sa leggere. Che cosa legge? I ricordi, i sogni, i desideri, gli scritti, gli incontri, i gesti semplici e quotidiani della cittadina onoraria di Cervia, premio Nobel per la Letteratura, nelle sue estati trascorse nel paese del vento, sul mare Adriatico, dove ha l’impressione di “trovarsi dentro un diamante”. La guida letteraria “Grazia Deledda a Cervia” di Elisa Mazzoli è un volo della fantasia che conduce nella realtà di tante estati felici vissute nel borgo romagnolo marinaro e salinaro, a contatto con la sua gente povera e semplice, a camminare scalza, respirare il mare e la pineta, osservare la natura e l’animo umano fin nei minimi particolari, e scrivere le pagine più belle.
Grazia DeleddaGrazia DELEDDA
IL LEONE VERDE EDIZIONI
Chi siamo e cosa facciamo
Siamo una storica casa editrice indipendente nata nel 1997 con redazione aperta e libreria a Torino, tra le strette vie del quadrilatero romano, con a catalogo più di 380 titoli su maternità e prima infanzia, saggi sul metodo Montessori, libri di cucina e letteratura, testi spirituali e filosofici.
All’interno della nostra redazione e libreria è presente uno dei pochi baby pit stop della città, un angolo attrezzato e accogliente per consentire alle mamme di allattare, di cambiare il pannolino, di riposarsi e di consultare i libri. Organizziamo anche laboratori per bambini e corsi di formazione.
L’iniziale obiettivo editoriale di proporre testi inediti, mai tradotti in italiano o pochissimo noti, delle tradizioni sapienziali, si è ampliato nel tempo e oggi proponiamo libri molto diversi tra loro, ma con la stessa cura e passione di allora. Testi della tradizione cristiana occidentale e orientale, induista, tibetana, islamica, ebraica e pagana, testi mistici, metafisici, simbolici, della tradizione ermetica e biografie, si affiancano a collane di narrativa, a percorsi gastronomici tra cucina e letteratura e a saggi di attualità.
Un posto di rilievo sugli scaffali della nostra redazione e libreria family-friendly è riservato ai libri per i neogenitori e per gli operatori della prima infanzia che credono nell’importanza di una genitorialità consapevole, per dare appoggio, idee e suggerimenti a mamme, papà, nonni, educatori in cerca di consigli e spunti di riflessione, ai saggi sul metodo Montessori e agli albi illustrati, ai cartonati, ai silentbook dedicati ai piccoli lettori.
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Antonio, il protagonista de “La cosa buffa” di Giuseppe Berto è convinto che il dubitare delle donne sia il modo migliore per vivere i sentimenti.
Nello scenario di una Venezia minore, lontana dai flussi turistici e autentica, Berto racconta gli amori del protagonista, consegnandoci un personaggio difficile da dimenticare, un antieroe leggero e tormentato, ostinato e volubile; e indaga magistralmente, con ferocia e ironia, le contraddizioni dell’animo umano.
“La cosa buffa” di Giuseppe Berto è in libreria e in eBook.
Biografia
Giuseppe Berto
Nasce da Ernesto, maresciallo dei Carabinieri in congedo, e Nerina Peschiutta, sua compagna d’infanzia. Il padre, abbandonata l’Arma per amore della moglie, aveva aperto un negozio di cappelli e ombrelli e, con il suo aiuto, s’improvvisava venditore ambulante nei mercatini dei dintorni. La cappelleria era anche sede della locale ricevitoria del Lotto Regio e delle riunioni di ex Carabinieri organizzate da Ernesto.
Nonostante le modeste condizioni economiche della famiglia, il giovane Berto, primo maschio di cinque figli, venne iscritto a frequentare il ginnasio nel Collegio salesiano Astori di Mogliano, dove studiò con grande diligenza soffrendo al pensiero dei sacrifici economici sostenuti dalla famiglia per mantenerlo agli studi. Frequentò successivamente il liceo Antonio Canova a Treviso e lo portò a termine nonostante lo scarso impegno, aiutato dalla fortuna, e da quanto aveva imparato al ginnasio.
Scoraggiato dallo scarso profitto del figlio, il padre lo avvertì che non avrebbe provveduto a mantenerlo all’università. È questo un episodio emblematico del tormentato rapporto col padre, mai risolto, nodo cruciale della sofferta esperienza personale e letteraria di Berto.
Scoppiata nel 1935 la guerra d’Abissinia, Berto partì volontario per l’Africa orientale, combattendo per quattro anni come sottotenente in un battaglione di ascari, prima di rimanere ferito al piede destro, e, per il suo eroico comportamento in battaglia, fu insignito di una medaglia d’argento e una di bronzo al valor militare; “un vero affare, poiché ancor oggi – scriveva egli stesso nel 1965 – riscuotevo il relativo assegno“. Il sentimento patriottico contraddistinse l’intera giovinezza di Berto come conseguenza dell’educazione fascista.
Tornato in Italia nel 1939, cercò di riprendere gli studi in un clima però poco favorevole, a causa dell’imminente scoppio della seconda guerra mondiale nella quale l’Italia entrò nel 1940. Rivestita allora la divisa, terminò gli esami che ancora gli mancavano e si laureò nel 1940 con una tesi in Storia dell’arte. Sempre nello stesso anno, in autunno, pubblicò sul Gazzettino sera di Venezia in quattro puntate il racconto lungo La colonna Feletti, una sorta di reportage su un episodio realmente accadutogli e dedicato alla memoria di quattro compagni coraggiosamente caduti in Africa orientale uno dei quali, Edgardo Feletti, viene citato nel titolo. Il racconto rivela una notevole vocazione narrativa, di tono giornalistico. Esso si “distacca dalla letteratura acclamata in quegli anni“, come scriverà lo stesso Berto.
Si ritrovò così nel settembre 1942 nel VI Battaglione Camicie Nere a Misurata. Spedito urgentemente al fronte dopo il disastro di El Alamein, il VI Battaglione partecipò all’affannosa ritirata dalla Cirenaica alla Tunisia affrontando sul Mareth una colossale battaglia e uscendone quasi interamente annientato, sebbene si fosse battuto con coraggio e valore. Su questa vicenda lo scrittore si atterrà, molti anni dopo per la stesura del volume-diario Guerra in camicia nera (Garzanti, Milano1955). Berto, addetto al rifornimento viveri se la cavò fuggendo e, fallito un tentativo di rientrare in Italia, venne spedito a rinforzare il X Battaglione Camicie Nere “M”, i fedelissimi di Mussolini. Con questa unità, in cui era finito per caso, passò gli ultimi giorni della guerra africana rintanato in una buca per scampare alle cannonate degli inglesi, lottando contro i pidocchi e la malinconia, cadendo infine prigioniero al termine della campagna di Tunisia il 13 maggio 1943.
La prigionia
Trasferito negli Stati Uniti, passando da un campo di prigionia all’altro, finì al Campo di concentramento di Hereford, nel Texas, dove dopo l’8 settembre 1943, optò per la “non cooperazione” subendo violenze e patimenti di ogni genere e dove ebbe come compagni di prigionia Gaetano Tumiati, Dante Troisi, Ervardo Fioravanti e Alberto Burri. Questa esperienza fu molto importante perché fece rinascere in Berto il desiderio di scrivere, passione inconscia e frustrata della sua giovinezza.
Alcuni compagni fondarono una rivista intitolata Argomenti che veniva letta a turno nell’unica copia manoscritta. Nella ricerca di collaboratori, essi si rivolsero anche a Berto, per il solo fatto che risultava laureato in lettere. Messo per la prima volta davanti a un compito di scrittore e non più di giornalista, elaborò un pezzo di prosaritmica, dannunziana da cima a fondo, dove esaltava la vicenda delle stagioni al suo paese.
Sempre nell’ambiente della prigionia entrò in contatto con la letteratura americana: Furore di Steinbeck e qualche racconto di Hemingway. In prigionia, Berto scrisse numerosi racconti, i primi brevi e scherzosi, i successivi sempre più lunghi e impegnati, tre dei quali rielaborati successivamente entrarono a far parte del volume Un po’ di successo (Longanesi, Milano, 1963), con i titoli Economia di candele, Gli eucaliptus, Il seme tra le spine. Più importanti i romanzi, anch’essi del ’44: Le opere di Dio, il primo scritto da Berto, e soprattutto La perduta gente, di pochi mesi posteriore.
Il rientro nel dopoguerra
Tornato a casa nel febbraio del 1946, tentò senza successo di attirare l’attenzione degli editori sui manoscritti che aveva riportato dalla prigionia. La fortuna gli fece incontrare Leo Longanesi, il quale fiutò l’affare. Il romanzo (La perduta gente) uscì tra il Natale del 1946 e il Capodanno del 1947: «soltanto quando lo vide nelle vetrine dei librai Berto seppe che Longanesi l’aveva intitolato Il cielo è rosso, era un titolo bellissimo e astuto, che magari aveva poco a che fare col testo ma restava immediatamente impresso in chi lo vedeva. Berto sa che una parte non piccola del successo del romanzo è dovuta a quel titolo», scriverà lo stesso autore ne L’inconsapevole approccio.
Il cielo è rosso
Il romanzo[1], che divenne immediatamente un successo internazionale, narra le difficili vicende di un gruppo di ragazzi che la guerra ha abbandonato al loro destino e che tra violenze e orrori ritrovano solidarietà e umanità.
Inconsapevolmente Berto si trovò “intruppato in quella schiera di artisti chiamati neorealisti“, racconterà in seguito lo stesso autore in un articolo apparso su Il Resto del Carlino il 1º giugno 1965. Sull’onda del successo de Il cielo è rosso, per altro non confermato dalle Opere di Dio, Berto scrisse Il brigante, uscito presso Einaudi nel 1951, da cui furono tratti un film di Renato Castellani e una riduzione radiofonica.
La sua uscita non risollevò le sorti dell’autore e il libro fu stroncato da Emilio Cecchi. Come nei suoi romanzi precedenti fuori da precisi riferimenti si riflette nel Brigante una congerie sincera e spesso poeticamente patetica di rivendicazione sociale e di umana fratellanza, vale a dire di marxismo e di cristianesimo, come l’autore li sperimentava nel clima egualitario e rinnovatore suscitato dalla guerra.
Trasferitosi a Roma, tornò a Mogliano a causa dell’aggravarsi delle condizioni di salute del padre, che di lì a poco morirà per un cancro. A Roma conobbe e sposò Manuela Perroni, da cui ebbe una figlia, Antonia, nata il 9 novembre 1954. Gli insuccessi ottenuti aprono la strada di una lunga malattia che verrà diagnosticata come nevrosi da angoscia, che lo affliggerà per quasi un decennio impedendogli di lavorare con continuità.
Prima che la malattia raggiungesse il culmine, Berto ricostruì e ordinò in un diario, edito da Garzanti nel 1955 col titolo Guerra in camicia nera, gli avvenimenti che aveva annotato prima di essere fatto prigioniero. Il romanzo-diario testimonia la dolorosa e lenta evoluzione dal neorealismo ad uno psicologismo a sfondo umoristico. Dal 1955 al 1964 tentò di uscire dalla nevrosi passando da una cura all’altra, si occupò di giornalismo e scrisse sceneggiature cinematografiche. Il racconto La Luna è nostra del 1957 lo vede nei panni di sé stesso, giornalista, alle prese con Febo Còrtore, uno strano e misterioso meccanico. Nel 1963 rimase famoso nelle cronache lo scontro, a cui seguì una vertenza giudiziaria, con Alberto Moravia, che non apprezzava l’opera di Berto, in occasione dell’assegnazione del premio Formentor alla giovane autrice Dacia Maraini per il suo secondo romanzo L’età del malessere.[3]
Finalmente Berto trovò sollievo per le sue condizioni psichiche approdando ad una terapiapsicoanalitica presso l’abruzzese Nicola Perrotti[4], esperienza questa per lui determinante.
Il male oscuro
Il 1964 è probabilmente l’anno fondamentale della carriera letteraria di Berto; esce infatti Il male oscuro che, in precedenza rifiutato da più di un editore, si aggiudicò in una sola settimana i due premi letterari Viareggio[5] e Campiello.[6] Autentico caso letterario, il romanzo ripercorre autobiograficamente la vita dell’autore alla ricerca delle radici della sua sofferenza; frutto del percorso psicoanalitico, opera una dissoluzione delle strutture narrative in modo nuovo e personalissimo, in un contesto di generale rinnovamento.
Contraendo un debito, frattanto, Berto aveva acquistato un terreno a Capo Vaticano, in Calabria, dove, bonificata la sterpaglia, edificò una villa destinata a diventare il suo rifugio per gran parte dell’anno “l’isola degli aranci sta dall’altra parte celeste e gialla e un poco verde nella sua breve lontananza, e in mezzo c’è un piccolo tratto di mare proprio piccolo ma non ho il coraggio di passarlo, padre non ho coraggio, (…) e del resto non tutti coloro che volevano la terra promessa poterono giungervi, non tutti furono degni della sua stabile perfezione, e così verso sera cerco un posto da dove si possa guardare la Sicilia, di notte l’altra costa è una lunghissima distesa di lampadine con segnali rossi e bianchi (…) ecco qui mi costruirò con le mie mani un rifugio di pietre e penso che in conclusione questo potrebbe andar bene come luogo della mia vita e della mia morte” (Il male oscuro, cit.).
Nel biennio successivo al grande successo del Male oscuro pubblica altri due romanzi: La fantarca e La cosa buffa.
Gli ultimi anni
Nella produzione successiva, libri d’impegno si alternano a pagine occasionali, e Berto sciupa quasi coscientemente e con rabbia il suo talento. Lontano da circoli o accademie letterarie, non si associa ad alcun partito, non vota ed è politicamente incerto. «A destra lo ritengono di sinistra, i comunisti pensano che sia fascista, e i fascisti lo giudicano un traditore. Egli, per conto suo, è convinto d’essere pressappoco un anarchico»[7].
Dopo anni di silenzio collabora a sceneggiature cinematografiche, tra le quali spicca quella del film del 1970Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno. Nel 1971 pubblica per i tipi della Rizzoli un curioso pamphlet dal titolo Modesta proposta per prevenire, che suscitò un certo dibattito politico letterario, ottenendo il plauso di Armando Plebe allora responsabile culturale del MSI, facendolo divenire ancor più un autore scomodo. Rispondendo alle polemiche che lo vogliono intruppare in questo o in quello schieramento politico, nel saggio egli non si definisce fascista o antifascista, ma “afascista”. Alfredo Cattabiani approfittò dell’ostracismo che la cultura dominante gli riservava per portarlo alla Rusconi, di cui era direttore editoriale.[8] Nel 1972 gli viene assegnato presso la “tavola” mestrina di Dino Boscarato il prestigioso premio “Amelia”.[9]
Scritto in soli sei mesi il suo ultimo libro, La gloria (Arnoldo Mondadori Editore, 1978) è una riabilitazione di Giuda Iscariota, contraddittoria ed eretica autodifesa in cui Giuda parla di sé stesso come di uno strumento necessario al compiersi di un “evento già scritto”.
Dopo un lungo soggiorno in una clinica di Innsbruck e una parimenti lunga convalescenza a Capo Vaticano, durante la quale trovò il tempo per comporre una breve apologia, Intorno alla Calabria, dedicata agli amici, Berto morì di cancro a Roma il 1º novembre 1978; la salma è tumulata a Ricadi, nel cimitero di San Nicolò.
Alla sua memoria sono intitolati i licei di Mogliano Veneto e di Vibo Valentia. Inoltre, per divulgarne l’opera, è stata costituita l’associazione “Amici di Giuseppe Berto” con sedi a Ricadi e Mogliano, comuni gemellati ormai da anni. Compito dell’associazione è anche quello scegliere il vincitore del Premio Giuseppe Berto che si svolge alternativamente ogni anno nei due comuni.
Anonimo veneziano (romanzo), Rizzoli, Milano 1976; con una presentazione inedita dell’Autore, BUR, Milano 2005;
Intorno alla Calabria. Scritti diversi di autori diversi che si pubblicano in occasione della mostra di oggetti e sculture di civiltà contadina organizzata a Capo Vaticano nell’osteria Angiolone da Giuseppe Berto, agosto 1977, Vibo Valentia, Grafica Meridionale, 1977; Lamezia Terme, Settecolori, 2018. ISBN 978-88-96986-30-1.
Elogio della vanità. Ovvero vediamo un po’ come siamo combinati malamente. Studio psicologico sul successo da esibizionismo, Vibo Valentia, Monteleone, 2007. ISBN 88-8027-106-7; Lamezia Terme, Settecolori, 2013. ISBN 978-88-96986-09-7.
Soprappensieri. Tutti gli articoli (1962-1971), a cura di Luigi Fontanella, Torino, Aragno, 2010. ISBN 978-88-8419-433-6
«Ufficiale addetto al comando della colonna, in aspro combattimento, con sprezzo del pericolo, si portava più volte nelle primissime linee per trasmettere ordini. Mentre, di propria iniziativa, dirigeva il fuoco di una mitragliatrice su forti gruppi di nemici che tentavano di avvicinarsi alla linea, colpito da un proiettile al piede sinistro, non cessava di incoraggiare gli ascari alla resistenza.»
— Gumarà (A.O.I.), 2 luglio 1938
Alessandro Silva -Poesie-L’adatto vocabolario di ogni specie –
Edizioni Pietre Vive – Illustrazioni di Giovanni Munari–
Alessandro Silva è stato finalista nella sezione C (poesie singole inedite) dell’edizione 2019 del Premio Bologna in Lettere. Pubblico qui, insieme alle poesie presentate, la nota critica che come membro di giuria mi sono incaricato di scrivere per l’occasione. Alessandro Silva è già presente su questo blog con la recensione del suo libro del 2018 L’adatto vocabolario di ogni specie.
Alessandro Silva
da I. Luce dentro la terra
QUALCUNO CHE CADE
otto/giugno/duemilaequindici
Nel pomeriggio è accaduto
all’altoforno Due, l’incidente.
Ci sono state, dopo, ventiquattro
ore di mani alte [mani di ferro
calloso e nodi di dita nerastre].
Una babele di passi scesa in battaglia
tra rottami e mantici di aria che ustiona.
Occhi rauchi e cicatrici aperte di labbra.
C’era un morto e nessun messia
per motivi di sicurezza. Quaggiù
è la terra in fondo un sudicio
ossario e, del nostro tocco o sguardo
poco importa a qualcuno.
DI QUELLO CHE SO SULL’OPERAIO MORTO II
L’operaio, forse, si è dimenticato
di fuggire. Ha detto «Sono io
fammi passare» ma la testa gli è stata
divorata in un solo balzo di cuore.
Disarmato dalla grazia divina
dormiente su una spalla gli è presa
la paura del mondo, spoglio di buccia
e pelo come un albero animale
che cresce da un grido di neonato.
L’uomo
lascia di sé un’immagine insanguinata
che guarda dal fondo di uno specchio.
Lascia una moglie cieca di lacrime
a passeggio tra gli spini della stanza
nella nuova abitazione mentre il figlio
nel letto con il lenzuolo in testa e occhi
di buia dolcezza fugge dal residuo di morte
dentro il sonno [crede nel segno della croce
e allo scontorno che lasciano i vivi].
Non c’è pace nella vita del mondo che
di questo mondo è solo eterno
filo di tessuto intrecciato
nella veste di un dio.
da II. L’adatto vocabolario di ogni specie
SCHERZARE CON IL FUOCO
Lampioni, bruciatori e arredi tombali
la ghisa che può questo non si fabbrica
a caso. Gocciola, sprizza e sgronda
cola ovunque educata nei corridoi
del forno e nessuno dovrebbe ferire
se, in voli agili senza piume, getti
solidi e fiammate più veloci
del loro peso o di un’assenza
a costringerli freddi, cadono senza
divenire fuochi spenti ma luce da ustione.
C’è chi [fortunato] emerge con la testa
dal passeggio sotto i fuochi, posa sul letto
l’uniforme da lavoro e trema, erba esile
sotto un buio di fiori. E preferisce
rimanere un gradevole ingenuo
che continua il suo gioco con il fuoco.
Anche oggi tutto si è messo a marciare.
Scarpe da anni radicate e unghie
sul viso tra sudori di nausee da caffè.
Uomini in un sonno nato a malapena.
Stupitevi per cosa ancora riuscite a tenere
tra le dita.
SE DOBBIAMO VIVERE ANCORA
Lei sa poco, io so molto di meno.
La dottoressa spiega: «Una scintilla
spenta di estrogeni nelle cellule
che baciano l’ovulo e lo portano
dolci a maturazione è la causa
del vostro essere sterili».
Lei ha un sorriso infranto, commiato
di mano che porge una rosa e si vede
sgomenta di un petalo caduto, bianca
fiammella di cero sul pavimento.
Un tocco di morte ci prende e spegne
i passi in corsia. C’è un sussulto
tagliato di luce sul vetro opaco
di un bicchiere nella stanza davanti
aperta dove dalla notte al giorno
su un fianco, un corpo fasciato ci prova
a sgusciare dal secco destino e deviare.
Lei sa poco, io so molto di meno.
Ci rinnega la terra ora come fece
il canto di un gallo in epoca antica.
PESCE MASCHIO
[…] Orfeo non si fece legare.
Toccò poi la cetra e rovesciò il coro
delle sirene in un sogno stupito
di pietra.
L’altoforno Due impietra la mia
lingua ferita. Lascia ruggine di
elettricità e un secco occhio di sogno
a chiusa di una preghiera. Ci perdo
l’umore puro della giovinezza
nella pelle sudata dal fuoco mentre
muoio chiuso nelle vene da sotto
il tremore di peli.
Un crepitio
di gola e brace ingoio e sputo per non
morire secco come morì mio
nonno. Sopra una sedia come un vecchio
pesce che nemmeno le branchie spinge
al sole e cede al pensiero di terra
asciutta. Ci pianta la coda e lascia
aperta l’ultima bocca
che più non allaccia il fiato.
da III. Il mondo non è mai pronto
FORZA PRIMITIVA
Non ho mai tirato pugni all’aria.
Le mani vanno conservate, sono
le prime a perdere forza. Mio padre
lo diceva, proprio lui dal gran corpo
in vigore e le dita inquiete.
Le sere di festa a dicembre stavo
in soggiorno tra gli uomini colmi
di vizi e libertà dovute. Facevo
mio il loro respiro, per cose di vita
pregne in bocca parlate.
Anche cercavo con occhio segreto
le donne, adunate in cucina.
Erano tiepide e lente di viaggio
per prendere parte alla vita ma
a nessuno nessuna briciola
facevano mancare.
Tra loro mia madre. Se di giorno
sul presto vedrò il buio dei prati farsi
mattino lo devo anche alla mano
di sangue che ogni donna spinge
nei nati. Mia madre, dolcissima
nube gonfia in una camera buia
dove il mare, di schiuma, si spoglia.
da IV. Pensieri di una donna che dorme e ti guarda
SONO LA DONNA CHE DORME E TI GUARDA I
Cominciamo da dove le bugie muoiono.
Le tue labbra. Da lì il tempo
non passa, ricorda il gelo sottile
annidato nelle case piantate
e ferme, a novembre. Un calmo
singhiozzo nel sogno seccato di pioggia.
Il mare è una tela di fili di acciaio,
il cielo un liquido specchio. E se ognuno
oscilla è perché il vento passa i confini.
Certi giorni mi sembra di cadere
da cielo a cielo e scordare ogni cosa.
Nel silenzio scorgo allo specchio
il collo, la piega dei seni e
lo splendore di vuoto, nel ventre.
Tu hai un modo di uscire di casa
che resta. Mi baci le ciglia con un fresco
di labbra e da lì il mio tempo non passa.
A nulla possono abissi e scorie di fumo.
Tenera spiga hai poggiata tra i denti
come un vezzo di luce: il nitore di un taglio
[la bocca] mi riempie i polmoni.
PER QUALCHE GIORNO. O SETTIMANA
Il mare lo sento, batte e risciacqua
sulle rocce e solo in suo potere resta
l’annientare.
Dei giovani scuri e slanciati
ignorano il mare e fumano a terra
seduti. Hanno capelli contesi
dal vento, sono pronti allo scherzo
e a godere. Anch’io fumerò
per sentirmi uno di loro
fino alla sera e poi tacere
sedotto da un dolore
di vino. Non è come altre
emozioni malate, la rabbia.
Non fiacca e ti fa più giovane.
I viaggi con lei vanno sempre
bene purché non l’ascolti sino
alla fine. Accanto ho per questo
un dolce corpo che mi guarda.
Una sorte c’è già decisa a seguirmi
dall’alto del cosmo: toglierà
ogni strato ricolmo di buio a suo tempo.
Intanto la tosse, i baci e i nuovi
germogli del sangue ogni cosa
diviene consolazione e uguale
all’immenso silenzio che cela
il nostro nascondiglio d’amore.
[Con la luce accesa sul comodino
mi sento al sicuro].
Ogni tanto si parla di poesia civile, che non è una cosa che amo particolarmente, perché secondo me è una non categoria, perché spesso semmai è un concetto che tende ad giustificare un approccio retorico non all’altezza della materia che tratta, perché come sviluppo delle tematiche tende altrettanto spesso a prendere un andamento stilistico tra l’epico e l’elegiaco un po’ da ballata. Ciò non toglie tuttavia che ci possa essere una tensione verso una scrittura politica, oppure “sociale”, nella quale l’autore si fa portavoce di problemi o tensioni di cui può anche non essere protagonista diretto, ma magari spettatore sensibile, e comunque informato dei fatti. Insomma, in parole povere, la poesia civile, come la scrittura sociale a cui questo libro si riferisce, non è una cosa facile da fare, soprattutto senza rinnovarla un po’, come linguaggio e forse, perché no, come prospettiva ideale e politica (nonchè umanista) dello stesso scrivere, al di là dei temi specifici. (Rimando volentieri a questo proposito a un autore che ha punti in comune e differenze con Silva, Fabio Orecchini – v. QUI)
L’adatto vocabolario di ogni specie , tra l’altro opera prima di Alessandro Silva, parmense, classe 1976, prende in esame un tema del tutto particolare, tentando di farne un poema: si tratta dell’Ilva di Taranto e di ciò che vi ruota intorno, drammi, dolori, lavoro duro, malattia, morte. Un tema, per dirla tutta, quanto mai ambizioso, e certo coraggioso, tanto più se lo si vuole rendere in poesia. Silva chiarisce subito i termini per così dire cronachistici della vicenda, e lo fa per sommi capi nelle prime pagine in prosa, una forma di giornalismo poetico dei fatti dal 1980 al 2014 circa, che illumina lo sfondo su cui si muovono gli attori della successiva parte in versi del libro, che è la sostanza del lavoro. Di corredo le belle tavole di Giovanni Munari, che fungono un po’ da storyboard, tendendo, nell’intenzione degli autori, verso la graphic novel (mentre la Light Poetry, citata nel risvolto, mi pare che sia un’altra cosa). A parte queste considerazioni marginali, il valore del libro (ma di opere in genere mosse da una spinta di tipo etico) sta nella capacità, ove si verifica, di universalizzare la narrazione e il dramma che descrive, renderlo dolorosamente umano senza tuttavia – diciamo – omologarlo, mantenendolo cioè unico ed eminente, quindi esemplare, nel vero senso della parola. La sorte di Marcello (un operaio morto sul lavoro) è sua ma è di tutti e viceversa, ed è appunto qualcosa di destinale a cui chi legge per una serie fortunata di circostanze (il qui, l’ora ecc.) è sfuggito, senza però poter sfuggire ad una coscienza a cui è richiamato, ad una intima consapevolezza.
Silva ci riesce in varie occasioni, usando bene registri diversi che si danno la voce all’interno di una struttura in versi sciolti privi di metro e spezzati a volte bruscamente, e quindi sostanzialmente narrativa ma divisa in episodi brevi (i testi in genere non vanno oltre la pagina), con tratti discorsivi che qualcuno ha accostato a Pavese, ma senza il suo ipermetro di derivazione anglosassone. Registri e tonalità che spesso e saggiamente fanno ricorso al pedale emozionale e affettivo, sostenuto da un tono complessivo tra il lirico e l’elegiaco, ma sempre evitando qualsiasi accento retorico. Non so se la materia che Silva si è scelto derivi o meno da una esperienza diretta, ma certo tutto il lavoro trasmette un impegno (anche di studio, immagino) e una notevole sensibilità. E c’è anche, in più di un testo, un interessante io/personaggio, c’è un io che però è del tutto narrativo, o immaginativo se preferite (questo sì pavesiano), cioè “altro” da quello dell’autore, e perciò finalizzato ad allargare il cerchio di vicinanza empatica verso le vicende descritte. Che naturalmente non sono solo quelle dell’individuo di fronte al lavoro, alla sua durezza e al tragico che nel lavoro pesante è connaturato, ma anche al peso che il lavoro stesso ha, la presa che ha e che non molla, sulla vita al fi fuori della fabbrica, sugli affetti, su chi sta accanto. Sono forse le cose che più hanno luce in questo libro, che più esprimono una vena intimamente lirica che dà forza epica alla storia, che forse soffrono meno, se mai ce n’è, di qualche vaga traccia di didascalismo, o di qualche “distanza” là dove il linguaggio aderisce, volutamente credo, più al “vero” anche cronachistico che ad una trasfigurazione metaforica di esso, o simbolica di una situazione sociale più vasta, di un cancro più esteso; o che meno vanno alla consapevole ricerca del “poetico”.
Direi, per chiudere questi appunti, che il libro/progetto, l’idea ambiziosa di cui parlavo all’inizio, di costruire qualcosa di organico e strutturato attorno ad un tema forte, mi pare che sia approdato ad un esito maturo e interessante, una sorta di “poema della catastrofe”, certamente con i suoi pregi e i suoi (pochi) difetti ma una poesia di cui si deve tener conto. Un esito che lascia aperte diverse aspettative riguardo a Silva e alle sue eventuali opere “seconde”, spero altrettanto feconde e coraggiose. Staremo a vedere. (g.cerrai)
Di Alessandro Silva lessi la sua opera prima, L’adatto vocabolario di ogni specie. Parla del dramma dell’Ilva di Taranto, c’è in copertina un operaio col suo caschetto, racconta della morte da lavoro. Ne ricavai a quel tempo un pacato ottimismo nei confronti di una poesia più che civile politica, non viziata da certa retorica, anzi sostenuta, anche nella scrittura, da impegno e sensibilità, con la leggerezza giusta per una materia dura.
Le poesie che si sono distinte in questa edizione del premio sono invece di diversa natura. L’attenzione è come tornata a casa, forse con qualche stanchezza nei confronti della crudeltà del mondo. Alessandro sembra tornato in un ambiente domestico, a una relazione con le cose, ancorché oscure, più ravvicinata, forse più confidente; ma per scoprire che c’è una crudeltà anche lì, un sentore di morte, di ossa che dolgono nelle articolazioni, di fiori che inceneriscono e dove il tempo è “un prima voltato all’alba di spalle”. Per scoprire soprattutto (o rammentarsi) che lo stigma del poeta è grattare la superficie di quelle cose, la loro evidenza esterna, che il compito insomma di chi scrive è rovesciare il sasso, andare oltre una evidenza oggettuale, nominare il poco di concreto che c’è in questa realtà, aggirarlo e raggirarlo con le parole, anche con qualche arditezza metaforica, andare oltre. In effetti i nomi delle cose (l’inverno, il profumo di caffè, un fiore, le cicale, le lenzuola, una poltrona) sono pure localizzazioni in un luogo e in un tempo. Chi scrive è lì, anzi è già lì, in quella collocazione, dove non risiede nessun particolare genius loci (e quindi in fondo nessuna nostalgia), nessun nume tutelare che ci sollevi dall’essere un uomo “esposto”, un individuo non dissimile da quelli che andavano in fabbrica, forse più sensibile, forse con problemi un po’ diversi, ma ugualmente emblematico. Quindi ciò che ho definito un ritorno a casa non è quel che si dice un ripiegamento, o un ripensamento. Semplicemente Silva, per quanto lo sguardo possa sembrare più angusto, ridotto a una stanza o poco oltre, ha qui ampliato il suo orizzonte proprio parlando delle sue prossimità, di ricordi di un passato recente (non c’è in effetti futuro in questi testi). E’ una maniera di interrogarsi anche su cose labili, ovvero di cose che lasciano “un solo crepitio di ghiaia su orme”, una persistenza seppur minima ma che funge da elemento evocatore, che vive il tempo di un testo, come un’effimera, ma che comunque lascia una traccia, come uno stormo in cielo, una traiettoria possibile. Di interrogarsi soprattutto sul perché il pensiero poetante agisca così, sulla relazione intima tra agnizione di qualcosa fino ad allora ignoto e poesia fatta e finita. Ecco, come lettore mi è parso di percepire tutto questo, anche nel lasso di tre poesie, e credo di averlo fatto semplicemente leggendo, senza star lì a pensare troppo a come funzionassero gli ingranaggi della scrittura di Alessandro. E questo per una volta mi è parso cosa buona e giusta. (Giacomo Cerrai)
Edizioni Pietre Vive
Pietra viva è il nome comune che viene dato a un genere di pianta grassa, Lithops, che cresce nelle zone semidesertiche dell’Africa del sud e che, nonostante le condizioni ambientali avverse, produce un fiore molto bello di colore giallo o bianco.
Pietra, intesa come resistenza alle avversità, ma anche come possibilità di produrre bellezza, di conservare tracce di vita dentro di sé, così come accade ai fossili che caratterizzano il nostro territorio.
La pietra – e non il cemento – ci parla del Sud.
Allo stesso modo Pietre Vive è l’espressione dell’associazione omonima, nata nel 2002 con scopi politici e poi dal 2006 al 2013 editrice di Largo Bellavista, mensile d’informazione della Valle d’Itria, distribuito in sette comuni. Quell’esperienza è stata oggi ereditata, a livello giornalistico e territoriale, da Agorà Blog.
Mentre l’esigenza di ampliare i nostri confini e di produrre quel po’ di bellezza rappresentato dall’immagine di un fiore nel deserto, ci ha spinti a creare un nuovo progetto editoriale fortemente legato alla promozione di poesia ed arte, Pietre Vive Editore, da un’idea di Antonio Lillo e Roberto Lacarbonara.
Pietre Vive Editore
Antonio Lillo ne è ad oggi il direttore editoriale.
Iulita Iliopulu-Il mosaico della notte- tradotta da Paola Maria Minucci-
-Donzelli Editore-Roma
Iulita Iliopulu, poetessa greca nata nel 1965, ha studiato letteratura bizantina e neogreca all’Università di Atene e teatro alla Scuola d’arte drammatica dell’Accademia di Atene. SCinque poesie in anteprima da “Il mosaico della notte” di Iulita Iliopulu, da poco uscito per Donzelli, a cura di Paola Maria Minucci, che comprende la raccolta “Il mosaico della notte” tradotta da Paola Maria Minucci e la raccolta “La casa” tradotta da Chiara Catapano.
Da “Il mosaico della notte”(traduzione di Paola Maria Minucci)
STELLE
Tanto piccole che appena tira vento
Rotolano giù
Dal cielo le stelle quasi a precipizio
Riportando di nascosto, in notti simili,
L’oro spento delle statue
Insieme a tracce violette di baci
Negli incavi, nell’ondeggiare leggero dei tessuti
Nelle sillabe di parole rimaste soffocate in bocca
In fretta nello splendore di un attimo
Perché nessuno le veda e si svegli
Spaventato per quella strana luce.
SEGNO
Nessun segno del tempo
Terreno intatto la memoria
A volte l’attraversa, come acqua, un bacio
Torna rinnovato
Affonda – passo nella sabbia –
Pensieri, immagini, sentimenti
E poi con più forza
Riporta
Il desiderio del mio sguardo
Che ti trovò nella folla
«Domani, domani»
Come la prima volta
Senza nessun segno del tempo
Il nostro vecchio amore
Più nuovo
«Domani. Nelle mie braccia. Di nuovo».
MOSAICO DELLA NOTTE
Si offusca l’aria, è scuro dentro la stanza
o fuori?
Immagini lontane, si odono appena
Il viola dei sospiri e il bianco – come di statue –
Che un tempo erano di un azzurro e rosso accesi
Segni, carezze, tagli che sulla pelle lasciano
Gioie vere e veri dolori
La bufera di un mare sempre estivo
Vuole distendere il suo lungo blu
Sui tetti, dentro i sogni
Rendere il vecchio più nuovo
L’amore più appassionato
Aprendo con timore i suoi petali
Nella prigione del piccolo vaso
Il tempo, come un vento
Si rinforza
Sotto i dirupi verticali del sonno
Un cielo con le sue stelle eufoniche
Cantilene, risatine, gemiti, brusii, baci
Frammenti di luce di un dio clemente, un’enorme sala da ballo
Come memoria illumina
Immagini lontane, si odono appena:
Bambini che saltano con la corda
E altre senza peso nelle pieghe dell’amaca
Altre ancora che prima di nascere promettono
– Con la fame di un abbraccio materno –
Voti d’argento, d’oro e di cera
Fiammelle che accendono altre fiammelle
Nel grande mosaico della notte
Con respiro sempre più affannoso
Per poco, solo per poco vive.
Si fa giorno?
Da “La Casa”
(traduzione di Chiara Catapano)
PRENDE QUALCOSA. Cose da niente. Un bicchiere, un
golf fatto a maglia. «Il bricco, prendi il bricco», le
grida la madre. E lei lo prende e dentro ci nasconde
una bambola di pezza, piegata in quattro. E la croce
d’osso di sua nonna. Poi avvolge la coperta, la sua
casa. Tutta la casa. E iniziano tre giorni di marcia
fino al mare. Di notte, passando sotto il filo spinato
la coperta s’impiglia, rimane agganciata. E resta per
sempre indietro la casa. Ora sale con gli altri sulla
barca, reggendo tra le mani solo la sua sorte. Ignota.
Biografia di Iulita Iliopulu, poetessa greca nata nel 1965,ha studiato letteratura bizantina e neogreca all’Università di Atene e teatro alla Scuola d’arte drammatica dell’Accademia di Atene. Scrive poesie, saggi e fiabe per bambini. Suoi componimenti sono tradotti in inglese, francese, spagnolo, italiano in antologie e riviste letterarie. Autrice di otto raccolte poetiche, ha tradotto In difesa della poesia di Percy B. Shelley e ha scritto diversi saggi e uno studio critico sulla poesia del Premio Nobel Odisseas Elitis. Si è occupata dell’opera del poeta anche con numerose conferenze e letture di suoi versi in Grecia e all’estero, oltre a curare l’edizione di molti suoi libri.
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Descrizione del libro di Giuseppe Berto- Il brigante -Nel 1951, l’anno in cui pubblica Il brigante, Berto è già uno scrittore affermato. I due libri precedenti, Il cielo è rosso e Le opere di Dio, composti nell’isolamento del campo di prigionia di Hereford e apparsi tra il 1947 e il 1948, erano stati accolti favorevolmente in Italia e all’estero, dove la stampa non aveva mancato di accostare lo scrittore ai maestri del neorealismo cinematografico italiano. Con Il brigante, Berto decide dunque di rendere aperto omaggio al romanzo al cui centro vi siano scottanti problemi sociali – dirà successivamente di aver scritto un libro «marxista» –, alla maniera dei narratori che, come mostra Gabriele Pedullà nello scritto che accompagna questa edizione, orbitano, in quella stagione letteraria, «attorno a Elio Vittorini e si riconoscono genericamente in un movimento neorealista dalle molte facce diverse». Traendo ispirazione da un fatto di cronaca, Berto narra la vicenda di Michele Renda, giovane reduce di guerra che, tornato nel villaggio natio tra i monti della Calabria, ingiustamente accusato di omicidio, si dà alla macchia e diventa un brigante. Una storia che consente all’autore del Cielo è rosso di porre in risalto «il conflitto assoluto di Bene e di Male, lo scandalo della virtú perseguitata, la riscossa delle vittime innocenti» (Gabriele Pedullà), e di comporre pagine particolarmente felici sulla vita delle campagne calabresi in un momento di radicale trasformazione. Come, tuttavia, Berto farà notare nella prefazione all’edizione del 1974, Il brigante non è un romanzo interamente ascrivibile al neorealismo, al movimento culturale, cioè, che mirava alla «rigenerazione morale del paese» e al «raggiungimento d’una decente giustizia sociale». Michele Renda, il suo protagonista, è un «sorpassato», un uomo «indissolubilmente legato al mondo arcaico dell’odio, del tradimento, della vendetta» e la comunità in cui si muove, animata da dicerie, è quanto di piú lontano dal grande mito della «comunità organica». In realtà, gli elementi psicologici propri della scrittura di Berto, quelli che troveranno la loro massima espressione nel Male oscuro, sono già presenti in questo romanzo in cui un eroe, estraneo e irriducibile al suo mondo, è mosso da un universo interiore nel quale bene e male sono divisi soltanto da un esile filo. Nel 1961, Renato Castellani trasse dal Brigante un film giudicato da Berto il migliore di tutti i film tratti dai suoi romanzi, e dalla critica odierna un capolavoro della cinematografia italiana.
Giuseppe Berto
RECENSIONI
«Uno dei piú belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro». Time Magazine
«Volgendosi “in presa diretta” alla Calabria piú povera e afflitta, Il brigante ripete il gesto compiuto da Berto nei primi due romanzi, dove campeggiano le distruzioni della guerra, ma il senso dell’operazione è diverso perché questa volta Berto ambisce consapevolmente a iscriversi nella letteratura impegnata del periodo». Gabriele Pedullà
Giuseppe Berto
Breve biografia di Giuseppe Berto nasce a Mogliano Veneto il 27 dicembre 1914. Nel 1947 pubblica presso Longanesi Il cielo è rosso, su segnalazione di Giovanni Comisso. Tra il 1955 e il 1978, anno in cui si spegne a Roma, dà alle stampe, oltre al Male oscuro (Neri Pozza, 2016), Guerra in camicia nera e Oh Serafina!. Con Neri Pozza sono stati ripubblicati La gloria (2017) e Anonimo veneziano (2018), per restituire all’apprezzamento dei lettori e della critica odierna l’opera di uno dei grandi autori del nostro Novecento.
Umberto Eco – Perché i libri allungano la nostra vita-
Brani scelti: UMBERTO ECO, La bustina di Minerva (Milano, Bompiani 2000).-Quando oggi si leggono articoli preoccupati per l’avvenire dell’intelligenza umana di fronte a nuove macchine che si apprestano a sostituire la nostra memoria, si avverte un’aria di famiglia. Chi ne sa qualcosa riconosce subito quel passo del Fedro platonico, citato innumerevoli volte, in cui il faraone, al dio Toth inventore della scrittura, chiede preoccupato se quel diabolico dispositivo non renderà l’uomo disadatto a ricordare, e quindi a pensare.
Umberto Eco
Lo stesso moto di terrore deve aver colto chi ha visto per la prima volta una ruota. Avrà pensato che avremmo disimparato a camminare. Forse gli uomini di quei tempi erano più dotati di noi per compiere maratone nei deserti e nelle steppe, ma morivano prima e oggi sarebbero riformati al primo distretto militare. Con ciò non voglio dire che quindi non ci dobbiamo preoccupare di nulla e che avremo una bella e sana umanità abituata a far merende sull’erba a Chenobyl: caso mai la scrittura ci ha fatto più abili a capire quando dobbiamo fermarci, e chi non sa fermarsi è analfabeta, anche se va su quattro ruote.
Il disagio verso nuove forme di cattura della memoria si è presentato in ogni tempo. Di fronte ai libri a stampa, su cartaccia che dava l’idea che non avrebbe resistito per più di cinque o seicento anni, e con l’idea che quella roba poteva ormai andare per le mani di tutti, come la Bibbia di Lutero, i primi acquirenti spendevano una fortuna per far miniare i capilettera a mano, onde avere l’impressione di possedere ancora manoscritti su pergamena. Oggi quegli incunaboli miniati costano un occhio della testa, ma la verità è che i libri a stampa non avevano più bisogno di essere miniati. Che cosa ci abbiamo guadagnato? Che cosa ha guadagnato l’uomo con l’invenzione della scrittura, della stampa, delle memorie elettroniche?
Una volta Valentino Bompiani aveva fatto circolare un motto: “Un uomo che legge ne vale due.” Detto da un editore potrebbe essere inteso solo come uno slogan indovinato, ma io penso significhi che la scrittura (in generale il linguaggio) allunga la vita. Sin dai tempi in cui la specie incominciava a emettere i suoi primi suoni significativi, le famiglie e le tribù hanno avuto bisogno dei vecchi. Forse prima non servivano e venivano buttati quando non erano più buoni per la caccia. Ma con il linguaggio i vecchi sono diventati la memoria della specie: si sedevano nella caverna, attorno al fuoco, e raccontavano quello che era accaduto (o si diceva fosse accaduto, ecco la funzione dei miti) prima che i giovani fossero nati. Prima che si iniziasse a coltivare questa memoria sociale, l’uomo nasceva senza esperienza, non faceva in tempo a farsela, e moriva. Dopo, un giovane di vent’anni era come se ne avesse vissuti cinquemila. I fatti accaduti prima di lui, e quello che avevano imparato gli anziani, entravano a far parte della sua memoria.
Oggi i libri sono i nostri vecchi. Non ce ne rendiamo conto, ma la nostra ricchezza rispetto all’analfabeta (o di chi, alfabeta, non legge) è che lui sta vivendo e vivrà solo la sua vita e noi ne abbiamo vissuto moltissime. Ricordiamo, insieme ai nostri giochi d’infanzia, quelli di Proust, abbiamo spasimato per il nostro amore ma anche per quello di Piramo e Tisbe, abbiamo assimilato qualcosa della saggezza di Solone, abbiamo rabbrividito per certe notti di vento a Sant’Elena e ci ripetiamo, insieme alla fiaba che ci ha raccontato la nonna, quella che aveva raccontato Sheherazade.
A qualcuno tutto questo dà l’impressione che, appena nati, noi siamo già insopportabilmente anziani. Ma è più decrepito l’analfabeta (di origine o di ritorno), che patisce di arteriosclerosi sin da bambino, e non ricorda (perché non sa) che cosa sia accaduto alle Idi di Marzo. Naturalmente potremmo ricordare anche menzogne, ma leggere aiuta anche a discriminare. Non conoscendo i torti degli altri l’analfabeta non conosce neppure i propri diritti. Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto.
Umberto Eco
Umberto Eco: biografia e opere
Umberto Eco nasce ad Alessandria nel 1932. Dopo la maturità classica nel paese natale, nel 1954 si laurea in filosofia con una tesi su San Tommaso d’Aquino, dal titolo Il problema estetico di San Tommaso, ed inizia a occuparsi di filosofia e cultura medievale. Entra in RAI attraverso un concorso nel 1954, venendo assunto insieme ad altri giovani intellettuali per trovare nuove idee per programmi televisivi, e lascerà poi l’impiego (fondamentale per osservare da vicino alcuni meccanismi della nascente comunicazione di massa) alla fine degli anni ‘50. Nel stesso periodo, collabora con diverse riviste letterarie, tra cui “Il Verri”, attorno alla quale si raduna il nucleo originario del “Gruppo 63”, cui poi Eco parteciperà attivamente. Nel 1959 Eco diventa condirettore editoriale dI Bompiani, casa editrice milanese, fondata alla fine degli anni ‘20 e con cui Eco inaugura un lungo sodalizio culturale ed intellettuale.
Nel 1962 pubblica il saggio Opera aperta, in cui riflette sulla natura delle opere d’arte contemporanee (sintomaticamente “aperte” e non concluse) e sui criteri della loro interpretazione e fruizione. Questo saggio ha notevole successo sia in Italia, sia all’estero e pone le basi alla formazione del “Gruppo 63”, movimento teorico e letterario d’avanguardia, che si richiama a idee del marxismo e dello strutturalismo francese. Mentre prende avvio la carriera universitaria (tra Italia, Francia e Stati Uniti), proseguono gli studi di cultura medievale, a cui si aggiungono però nuovi interessi, tra cui la semiotica e la sociologia, due discipline centrali a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. Presenta le sue ricerche in due importanti saggi: il Diario minimo (1963), una raccolta di saggi brevi e dall’accento ironico sulla cultura di massa e, nel 1964, Apocalittici e integrati, in cui Eco entra nel dibattito sulla cultura di massa tra coloro che accolgono acriticamente la nuova cultura dei grandi media e quegli intellettuali che invece se ne distaccano sdegnati, percependola come una minaccia ai valori veri ed “alta” della loro formazione. L’attenzione per i meccanismi di costruzione dei significati, tra letteratura e mondo, è del resto costante: professore di Semiotica presso l’Università di Bologna dal 1971, nel 1968 Eco pubblica La struttura assente, mentre nel 1975 è la volta del Trattato di semiotica generale, e nel 1990 de I limiti dell’interpretazione. L’orizzonte di riflessione interseca sempre aspetto teorico e analisi concrete: dallo studio dei “miti” della modernità televisiva (siano questi Mike Bongiorno o James Bond) Eco passa allo studio della funzione del lettore nei testi d’invenzione (il saggio Lector in fabula è del 1979) o dei fondamenti della narratività e della traducibilità dei testi (Sei passeggiate nei boschi narrativi, 1994; Dire quasi la stessa cosa, 2003), senza dimenticare l’attenzione per forme d’arte quali il cinema o il fumetto. Si occupa anche di attualità scrivendo su diversi quotidiani e periodici, tra cui “la Repubblica” e “L’Espresso”, e, nel corso degli anni, ha tradotto testi teorici e narrativi (tra cui, nel 1983, gli Esercizi di stile di Raymond Queneau).
La carriera di narratore – che ha assicurato ad Eco la fama presso il pubblico più largo – inizia nel 1980, quando esordisce con Il nome della rosa; nel 1988 pubblica il suo secondo romanzo, Il pendolo di Foucault, mentre successivi sono L’isola del giorno prima (1994), Baudolino pubblicato nel 2000, La misteriosa fiamma della regina Loana del 2004 e Il cimitero di Praga del 2010. Il nome della rosa è considerato il suo best-seller e il suo libro più importante: Eco coniuga infatti lo sviluppo della trama “gialla” coni i suoi interessi di medievalista e semiologo, così che l’opera (“aperta”, come da egli stesso teorizzato) possa essere letta a più livelli e secondo intenzioni distinte. Il romanzo ha grande successo: viene tradotto in quarantasette lingue e nel 1986 ne viene tratto un film con Sean Connery nei panni del protagonista.
Umberto Eco
Umberto Eco, “Il nome della rosa”: riassunto e commento
Il nome della rosa è il primo romanzo di Umberto Eco, pubblicato nel 1980. Il saggista e semiologo decide quindi di dedicarsi alla letteratura con un romanzo storico ambientato nel Medioevo, che si avvicina per molti elementi al genere “giallo”. Il romanzo ha ottenuto grande successo sia in Italia sia all’estero, venendo tradotto in 47 lingue. Ha vinto il Premio Strega del 1981.
Il romanzo è ambientato nel 1327 in un monastero benedettino dell’Italia settentrionale ed è narrato in prima persona dal protagonista, Adso da Melk, che ormai anziano racconta le vicende accadute al monastero, e le indagini condotte dal suo maestro, Guglielmo da Baskerville. L’intera vicenda si sviluppa in sette giorni, che Adso nelle sue memorie suddivide secondo la scansione del giorno della regola benedettina (mattutino e laudi, ora terza, ora sesta, ora nona, vespri, compieta). Guglielmo da Baskerville, monaco inglese ed ex inquisitore seguace del filosofo Ruggero Bacone, ha l’incarico di mediare un incontro tra francescani, protetti dall’imperatore Ludovico il Bavaro, e gli emissari del papa di Avignone, Giovanni XXII. Il monaco inglese e il suo allievo giungono all’abbazia, dove, durante la loro permanenza di una settimana, vengono uccisi sette monaci: tutti i delitti sembrano ruotare attorno alla biblioteca del monastero, che nasconderebbe un misterioso segreto. Indaga anche l’inquisitore Bernardo Gui, che condanna al rogo due monaci (ex eretici dolciniani) e una donna, accusandoli degli omicidi senza avere prove valide. Guglielmo da Baskerville, con l’aiuto del suo allievo, scoprirà il vero responsabile e il movente: tenere nascosta la scoperta ed evitare la lettura del secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e in particolare al riso. Un terribile incendio che distrugge l’abbazia e il manoscritto conclude il romanzo e le indagini di Guglielmo.
Umberto Eco
Il nome della rosa si presenta come un romanzo complesso, non appartenente a un singolo genere e che sotto la patina “gialla” cela la ricchezza di rimandi intertestuali e il gioco citazionistico (dai classici latini alla letteratura medievale, dai romanzi ottocenteschi alla cultura dei mass-media) tipicamente postmoderno del suo autore. Innanzitutto si tratta di un romanzo storico, sul modello dei Promessi sposi di Manzoni, in cui vicende e personaggi inventati sono calati in una determinata epoca storico e contesto sociale. In questo caso Eco ricostruisce l’Italia medievale delle controversie religiose e degli scontri tra Papato e Impero, inserendo oltre a personaggi inventati, anche figure storiche, come l’imperatore Ludovico il Bavaro o fra Dolcino; mentre l’ambientazione e l’atmosfera ricordano quelle dei romanzi gotici del Sette-Ottocento. I delitti e le indagini sono tipici del romanzo giallo: lo stesso nome di Guglielmo da Baskerville ricorda in maniera trasparente il titolo del noto romanzo di Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville, una delle più famose indagini di Sherlock Holmes. Holmes e il monaco inglese (cui ovviamente corrispondono il dottor Watson e il buon Adso…) utilizzanno il metodo deduttivo, basato sulla ragione e la scienza, per arrivare ad accertare la verità; a differenza del modello classico del giallo però, Il nome della rosa si conclude con il successo dell’assassino, che, pur morendo, riesce a distruggere il manoscritto di Aristotele.
Umberto Eco
Diversi sono i livelli di lettura del romanzo, che presenta diversi riferimenti filosofici, letterari e metanarrattivi; il lettore viene sfidato dallo scrittore a individuare questi indizi all’interno dell’opera e a riconoscere le citazioni, colte o esplicite che siano. Così, al piano della trama si intreccia sempre la riflessione dell’autore, sulla scorta dei suoi interessi filosofico-semiologici, sulla pluralità delle letture possibili che ogni testo (compreso il suo) può avere. Lo stesso titolo del romanzo (tra quelli scartati, L’abbazia del delitto e Adso da Melk) è assai indicativo in questo senso: da un lato, esso rimanda alla complessa simbologia della rosa, presente in moltissime opere della letteratura medievale. Dall’altro esso si ispira, come spiega Eco stesso, ad un esametro tratto dal De contemptu mundi di Bernardo Morliancense, autore del XII secolo. Sostituendo “Roma” con “rosa” (e ricollegandosi ironicamente alla nota “disputa sugli universali” della filosofia scolastica medievale), lo scrittore pone alla fine del suo libro la frase: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (“la rosa primigenia esiste solo come nome, noi possediamo nomi nudi”), sottointendendo così che a fondamento della realtà (delle cose umane, e quindi anche alla base di ogni nostro percorso di conoscenza e di indagine) rimangono solo i “nomi”. In questo caso il verso può essere spiegato come una riflessione sulla transitorietà delle cose, di cui, alla fine, rimane solo l’aspetto verbale.
Giovanni Taurasi-“Le nostre prigioni”-Editore Mimesis-
Descrizione del libro di Giovanni Taurasi -Il momento epico della Resistenza ha oscurato nella memoria civile collettiva l’esperienza precedente della lotta non armata e sulla storia dell’antifascismo tra le due guerre è calata una coltre di silenzio. Eppure furono oltre 5000 i dissidenti condannati per le loro idee nel corso del Ventennio e proprio nelle prigioni prese forma quell’idea embrionale di democrazia che poi, attraverso le ferite della guerra e della lotta di Liberazione, si sostanziò nella Costituzione italiana, firmata, per una nemesi della storia, proprio da un detenuto politico come Umberto Terracini, che aveva subito una delle condanne più pesanti del Tribunale Speciale fascista. Attraverso la ricostruzione della vita dei dissidenti all’interno dei luoghi di detenzione del regime, il volume in venti capitoli, uno per ogni anno della dittatura fascista, ci riconsegna uno spaccato significativo dell’antifascismo in galera e le storie di un centinaio di loro, scelti tra detenute e detenuti, celebri e meno noti, di diverso orientamento politico e origine geografica, in modo da coprire tutto il territorio nazionale. Tra le cento storie raccontate, a fianco di quelle di detenuti illustri, riemergono storie ignote che intrecciano aspetti politici e sentimentali, come la lunga storia d’amore ‘separata’ dal carcere tra Sandro Pertini e Matilde Ferrari; il triangolo sentimentale che intrecciò le vite di Tina Pizzardo, Altiero Spinelli e Cesare Pavese; la tragica storia della coppia di comunisti Anita Pusterla e Natale Premoli, perseguitati prima da Mussolini e poi da Stalin; le disgraziate vicende di un’altra coppia separata dal fascismo, Paolo Betti e Lea Giaccaglia, e quella tormentata di Iside Viana, morta in galera di stenti e sola, o dei due fratelli Mellone, deceduti entrambi in carcere, e di tutti coloro che soffrirono per quella drammatica esperienza.
La casa editrice Mimesis
La casa editrice Mimesis nasce come associazione culturale nel 1987, su iniziativa di Pierre Dalla Vigna, con lo scopo di raccogliere e diffondere le idee che animano la riflessione italiana ed europea. Nel 2006 Luca Taddio affianca Pierre Dalla Vigna nella direzione editoriale e nella nuova compagine sociale. Assieme danno vita a MIM edizioni srl, attuale detentrice del marchio “Mimesis”. Pur mantenendo la sua attitudine filosofica, Mimesis espande presto i confini dei propri interessi alle scienze umane e alla letteratura. Lo stretto rapporto con il mondo universitario e la costante esplorazione di nuovi ambiti d’indagine hanno garantito alla casa editrice un catalogo sempre più vasto: 4.000 titoli, una programmazione di 300 novità all’anno organizzate in 140 collane, e sottoposte alla valutazione dei direttori e dei comitati scientifici, con oltre 6000 docenti coinvolti nei diversi comitati e una trentina di riviste. Oltre a garantire una produzione editoriale di valore scientifico, la vocazione di Mimesis per il pensiero libero e indipendente si esprime anche attraverso la più completa autonomia dei propri autori. Oggi il Gruppo Mimesis riunisce realtà culturali diverse: sul versante italiano fanno parte del Gruppo la casa editrice Jouvence, dedita alla storia, alla letteratura e alla riflessione interculturale e la casa editrice Meltemi Srl da poco rinata con un catalogo dedicato in particolare all’antropologia, sociologia e nuovi media. Sul piano internazionale ci sono Editions Mimesis e Mimesis International, attive rispettivamente sul mercato francese e anglosassone (UK/ USA). Mimesis Verlag è invece il nuovo marchio pensato per il mercato editoriale di lingua tedesca. Il Gruppo si caratterizza e concretizza all’interno di un progetto europeo di programmazione editoriale in particolare nel settore umanistico in stretta collaborazione con i principali centri di ricerca universitari. Sempre in questo spirito europeo, nel 2015 Mimesis ha inaugurato una nuova sezione dedicata alla progettazione europea, MIM EU, pensata per accogliere gli stimoli della realtà socio-economica odierna, sempre più dinamica e globale. Dalla sua nascita, Mimesis ha vinto due progetti europei dedicati alla letteratura. L’offerta culturale della casa editrice comprende la piattaforma Scenari, settimanale online dedicato all’approfondimento di temi politici, economici e culturali.
Sede legale e amministrativa
Piazza Don Enrico Mapelli, 75
20099 Sesto San Giovanni (Milano) – Italia
Tel: 02 24861657 / 02 21100089 / 02 24416383
Fax: +39 1782200145
E-mail: mimesis@mimesisedizioni.it
PEC: mimedizioni@legalmail.it
Shakespeare and Company a Parigi: la libreria più affascinante del mondo
Nel cuore di Parigi, a pochi passi dalla cattedrale di Notre Dame, esiste la libreria storica più famosa del mondo: la Shakespeare and Company.
Parigi-Shakespeare and Company-Hemingway-e-Sylvia-
A Parigi esiste un posto speciale, teatro di incontro di grandi scrittori come Hemingway, Joyce e Fitzgerald: la libreria storica Shakesperare and Company, al civico 37 di Rue de la Bucherie. Entrare in questo magico luogo equivale a fare un salto indietro nel tempo, tra luci soffuse e libri che riempiono gli scaffali.La libreria Shakespeare and Company, a partire dagli anni Venti del secolo scorso, è stata luogo d’incontro di famosissimi scrittori, come Hemingway e Ezra Pound. La sua storia ebbe infatti inizio nel 1919, quando Sylvia Beachdecise di aprire un luogo dedicato alla cultura al numero 8 di rue Dupuytren.
Parigi-Shakespeare and Company-James Joyce-with Sylvia Beach-at-Shakespeare-&-Co-Paris-1920
Nel 1941, la libreria fu costretta a chiudere i battenti a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale ma riaprì un decennio dopo, per volontà di George Whitmanche, tra l’altro, mise a disposizione dei posti letto da offrire a chi aveva necessità, secondo il motto: be not ihospitable to strangers lest they be angels in disguise (non essere ospitale verso gli estranei potrebbero essere angeli sotto mentite spoglie). Egli chiamava i suoi inquilini “trumbleweed”, ossia “rotolacampi” e li ospitava a patto che essi promettessero di leggere un libro ogni giorno e di svolgere qualche piccolo lavoretto, come per esempio spolverare i volumi.
Parigi-Shakespeare and Company-
George considerava la sua libreria alla stregua di un’opera letteraria: «Ho creato questa libreria nel modo in cui un uomo scriverebbe un romanzo, costruendo ogni stanza come se fosse un capitolo», raccontò. «Voglio che le persone aprano la porta nello stesso modo in cui aprono un libro; un libro che porta nel mondo magico della loro immaginazione».Oggi come ieri, la libreria Shakesperare and Company è il punto di riferimento di intellettuali e viaggiatori che non possono fare a meno di fare tappa tra i suoi scaffali pieni di libri. C’è ancora posto per i tumbleweed, purché essi accettino di scrivere una piccola autobiografia di una pagina su carta celeste e servendosi di una macchina da scrivere.
Parigi-Shakespeare and Company
La libreria Shakespeare and Companya Parigi si trova al N.37 di Rue de la Bûcherie ed è aperta tutti i giorni dalle 10 del mattino alle 23.00. La libreria si trova proprio nelle vicinanze del Quartiere Latino a Parigi e proprio a pochi passi a piedi dalla fermata Saint-Michel della Linea 4 della metro oppure anche dalla RER: Linea B e C con fermata a Saint-Michel – Notre-Dame da qui sono circa 300 metri a piedi per raggiungere la libreria.
Articolo diVenceslav Soroczynski– Libro di Franz Kafka “Il Processo”·Sognando un tribunale internazionale contro i crimini di guerra che agisca prima che sulle strade di mezzo mondo si asciughi il sangue degli innocenti, mi rigiro fra le mani questo imponente libretto di 170 pagine. Thomas Bernhard, in Estinzione, dice che uno dei pochi autori di lingua tedesca che non scrive come un impiegato è Kafka (che, guarda un po’, faceva proprio l’impiegato). E che il suo libro migliore è questo. Bernhard aveva ragione o no? Non posso rispondere, perché autori tedeschi non ne ho letti molti – però La morte a Venezia non sembra proprio scritto da un impiegato – ma una cosa la posso affermare: se è tanto che non avete un incubo e volete procurarvene uno bello definito, articolato, insistente, di quelli che la mattina dopo non si dimenticano, leggete “Il processo”.
Franz Kafka, “Il processo”, 1925-
Il processo è una metafora di quella frustrazione e di quell’angoscia connaturate agli uomini che devono vivere in una civiltà nella quale il singolo non conosce il suo nemico, non conosce il suo destino né chi l’ha ordito e non ha strumenti per esercitare i propri diritti e per difendersi. E, forse, non conosce nemmeno la propria psiche, dunque è vittima di tutto ciò che va oltre la propria coscienza. Nello sfondo – che si pure si fa protagonista – del romanzo, ogni elemento è ostile al protagonista: ogni relazione, ogni evento, ogni istituzione, ogni collega, ogni sottoscala.
La metafora è costruita raccontando tutto ciò che non funziona nella giustizia, nelle sue procedure ufficiali, nelle prassi, nei locali in cui si celebra, negli uomini che la subiscono e in quelli che la esercitano. Naturalmente, tutto è un po’ esagerato – e, infatti, pare che l’Autore e i suoi amici ridessero mentre il primo leggeva ad alta voce ai secondi il testo – ma non troppo, se siete stati ascoltatori di Radio Radicale negli anni Ottanta e, ahinoi, anche dopo. Io non riesco proprio a ridere in nessuna pagina: ho anzi i brividi mentre il signor K. è costretto a vivere esperienze assurde, frustranti e schiaccianti, che facilmente possiamo figurarci nel nostro mondo contemporaneo, di cui le fantasie di Kafka paiono soltanto un’approssimazione per eccesso.
Il protagonista, che peraltro non è uno spacciatore dei giardinetti, ma il procuratore di una banca, viene arrestato a casa sua da due persone che non sono nemmeno poliziotti. Le quali, mentre aspettano che lui si vesta, gli mangiano la colazione e non gli dicono neppure perché sono andati a prenderlo. L’accusa, inoltre, non viene mai dichiarata, quindi il sospettato si dibatte come un pesce in fin di vita, che non ha neanche capito se il pescatore aveva veramente fame o lo sta suppliziando per mero sadismo. Ogni tanto, qualcuno gli chiede se è innocente e lui risponde sì, ma naturalmente anche questa risposta può essere sbagliata, visto che non si sa di cosa è accusato e… chi può dire di essere innocente di qualsivoglia reato?
E non è tutto, visto che non è individuato neanche il pubblico ministero e tantomeno il giudice, e che il tribunale è insediato in un luogo indegno e plurimo, che assume in ogni sede un aspetto diverso e sempre meno solenne. I brani in cui il povero K. visita i palazzi di giustizia sono davvero un brutto sogno e non è neanche il peggiore, ché le ultime pagine sono ancora più oscure e penose. Tanto per darvi un’idea, io le ho lette con 31 gradi centigradi eppure sentivo addosso quel freddo brutto che si sente solo quando si ha davvero paura – ché ne ho letti di libri horror da ragazzo, ma pochi erano spaventosi come questo. Dracula, L’esorcista e Shining, al confronto, sono storielle per spaventare i bambini, poiché se pochi di noi hanno visto vampiri demoni e morti viventi, tutti hanno visto tribunali in centro città, pubblici ministeri in televisione e raccomandate di colore verde nelle mani del postino.
Citiamo solo di passaggio l’avvocato di K., che non si capisce bene riceva i clienti dal suo letto, perché maltratti i suoi assistiti, perché non riferisca esattamente lo stato del processo e perché pare non avere alcuna strategia difensiva. In più pare che tenga a servizio una ragazza che si innamora così facilmente dei clienti. Il sospetto è che lo stesso avvocato non capisca molto di quello che sta facendo, né di ciò che sta facendo il tribunale. Merita invece d’essere studiato attentamente il complesso delle reazioni e relazioni del povero K., spaventato dalla propria vicenda, incapace di reagire freddamente, tardo nelle contromisure di contenuto logico. Sembra che egli, da un lato, prenda di petto la sua disgrazia per sciogliere subito i dubbi che causano la sua incriminazione e, dall’altro, si muova troppo di lato, faccia giri troppo larghi, sbagliando completamente strategia.
Sembra che tutti ne sappiano più di lui sul mondo, sugli uomini, sulle regole che governano ogni meccanismo, sul suo stesso processo. E che egli vaghi sempre nel corridoio sbagliato, che varchi sempre il cancello proibito, che si affidi solo a personaggi di dubbio peso. Le emozioni che questa lettura suscita si situano in un punto equidistante fra l’inquietudine e l’oppressione psicologica. Quindi, questa volta, non so se consigliarvi la lettura, non vi conosco abbastanza e non me la sento. Fate voi. Ma, se avete deciso di cominciare, vi consiglio di attendere la prossima stagione calda: se non sarà ancora finita la guerra permanente che pare mossa dalla necessità del caos e della distruzione, invece di scegliere fra la pace e il condizionatore, avrete Il processo come terza opzione.
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