Carlo Ginzburg (Torino, 15 aprile 1939[1] – Bologna, 17 giugno 2026) è stato uno storico, saggista e traduttore italiano.Attento studioso degli atteggiamenti religiosi e delle credenze popolari all’esordio dell’età moderna, ha pubblicato nel 1966 I Benandanti, ricerca sulla società contadina friulana del Cinquecento che, sulla base di un cospicuo materiale documentario relativo ai processi inquisitoriali, illumina il rapporto dialettico tra un complesso sistema di credenze diffuse in modo capillare nel mondo contadino, esito probabilmente dell’evoluzione di un antico culto agrario con caratteristiche sciamaniche, e la sua interpretazione da parte degli inquisitori, che tendono a una semplificatoria equiparazione con i codificati moduli della stregoneria. Alcuni storici hanno espresso varie critiche all’interpretazione dei benandanti data da Ginzburg: Cohn ha scritto che non c’era nulla nelle fonti che potesse giustificare l’idea che i benandanti fossero una sopravvivenza di un antico culto della fertilità;[2] Hutton ha scritto che l’affermazione di Ginzburg secondo cui le tradizioni dei benandanti fossero la sopravvivenza di pratiche pre-cristiane era basata su imperfette basi concettuali[3] e che non era confermata da alcuna evidenza documentale.[4]
Con Il formaggio e i vermi (1976) prende invece in esame le vicende di un mugnaio friulano del XVI secolo, Menocchio, per due volte sottoposto a processo da parte dell’inquisizione romana, una prima volta condannato al carcere a vita (fu poi liberato con un atto di clemenza per le cattive condizioni di salute e per la precaria situazione economica della sua famiglia) e in seguito arso al rogo come relapso e pertinace. In questo libro Ginzburg evidenzia, ancora una volta sulla base di un’analisi delle carte processuali, i diversi aspetti dell’universo sorprendentemente variegato degli orientamenti culturali, filosofici, politici e religiosi di Menocchio, soltanto in minima parte riconducibile agli influssi della cultura “alta”.
In virtù dell’esperienza maturata nel campo della ricerca relativa alla storia delle mentalità, condotta generalmente mediante l’analisi di figure apparentemente poco importanti e marginali, ma giudicate emblematiche di orientamenti in realtà ampiamente diffusi, è stato invitato a scrivere il saggio Folklore, magia, religione per il primo volume della Storia d’Italia della Einaudi (I caratteri originali). Negli anni Ottanta ha diretto, con Giovanni Levi, la collana “Microstorie” della Einaudi.
Era nel consiglio scientifico della rivista Communications.
Ginzburg è morto a Bologna il 17 giugno 2026, a 87 anni.[5]
Vita privata
Ebbe due figlie dal matrimonio (in seguito sciolto) con Anna Rossi-Doria: Silvia, storica dell’arte, e Lisa, storica della filosofia e scrittrice.
Riconoscimenti
Con il saggio Occhiacci di legno si è aggiudicato nel 1998 il Premio Viareggio per la saggistica.[6]
I benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Torino, Einaudi, 1966; nuova ed., Einaudi, 1972, 2002; nuova postfazione dell’Autore, Collana L’oceano delle storie n.26, Milano, Adelphi, 2020.
Il nicodemismo. Simulazione e dissimulazione religiosa nell’Europa del Cinquecento, Torino, Einaudi, 1970.
Folklore, magia, religione, in: Storia d’Italia, vol. 1: I caratteri originali, Torino, Einaudi, 1972.
Giochi di pazienza. Un seminario sul «Beneficio di Cristo», con Adriano Prosperi, Collana Piccola Biblioteca n.258, Torino, Einaudi, 1975; Macerata, Quodlibet, 2020.
Geografia dell’Italia e dell’Europa, Bologna, Zanichelli, 1977 (con Lisa Foa e Silvio Paolucci)
Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del Cinquecento, Torino, Einaudi, 1976, n. ed. 1999, 2009; nuova postfazione dell’Autore, Collana L’oceano delle storie n.24, Milano, Adelphi, 2019.
Spie. Radici di un paradigma indiziario, in: Crisi della ragione, a cura di Aldo Gargani, Torino, Einaudi, 1979, pp. 57–106.
Enrico Castelnuovo-C. Ginzburg, Centro e periferia nella storia dell’arte italiana, in: Storia dell’arte italiana, Torino, Einaudi, 1979; Collana Storie, Roma, Officina Libraria, 2019.
Indagini su Piero. Il «Battesimo», il ciclo di Arezzo, La «Flagellazione» di Urbino, Collana Microstorie n.1, Torino, Einaudi, 1981; Con l’aggiunta di quattro Appendici, II Prefazione dell’autore, Collana Saggi, Einaudi, 1994; Collana Biblioteca, Einaudi, 2001; nuova Postfazione dell’autore, Apparato iconografico rinnovato, Collana Imago n.8, Milano, Adelphi, 2022.
Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Collana Nuovo Politecnico n.152, Torino, Einaudi, 1986; Collana Piccola Biblioteca Einaudi n.567, Einaudi, 1992; ed. aggiornata, Collana Piccola Biblioteca n.71, Einaudi, 2000-2016; Nuova ed., Collezione Il ramo d’oro n.75, Milano, Adelphi, 2023. [Raccolta dI 7 saggi: Stregoneria e pietà popolare (1961), Da A. Warburg a E.H. Gombrich (1966), L’alto e il basso (1976, in inglese), Tiziano, Ovidio e i codici della figurazione erotica nel Cinquecento (1978), Spie. Radici di un paradigma indiziario (1979), Mitologia germanica e nazismo (1984) e Freud, l’uomo dei lupi e i lupi mannari (precedentemente inedito)]
Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Torino, Einaudi, 1989, nuova ed., 2008; Collana Il ramo d’oro n.67, Milano, Adelphi, 2017.
Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, Torino, Einaudi, 1991; n.ed., Milano, Feltrinelli, 2006.
No Island Is an Island: Four Glances at English Literature in a World Perspective, Italian Academy Lecture Series, 1998, New York, Columbia University Press, 2000.
italiano: Nessuna isola è un’isola. Quattro sguardi sulla letteratura inglese, Milano, Feltrinelli, 2002.
Un dialogo, con Vittorio Foa, Milano, Feltrinelli, 2003.
Il filo e le tracce. Vero falso finto, Milano, Feltrinelli, 2006.
Paura, reverenza, terrore. Rileggere Hobbes oggi, Monte Università Parma, 2008; nuova ed., Collana Imago n.1, Milano, Adelphi, 2015.
Nondimanco. Machiavelli, Pascal, Collana Saggi. Nuova serie n.81, Milano, Adelphi, 2018.
La lettera uccide, Collezione Il ramo d’oro n.71, Milano, Adelphi, 2021.
Old Thiess, a Livonian Werewolf: A Classic Case in Comparative Perspective, scritto con Bruce Lincoln, Chicago, University of Chicago Press, 2020.
italiano: Il vecchio Thiess. Un lupo mannaro baltico tra caso e comparazione, Collana Storie, Roma, Officina Libraria, 2022.
Il vincolo della vergogna. Letture oblique, Collezione Il ramo d’oro n.77, Milano, Adelphi, 2026.
Traduzioni
Edward H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Torino, Einaudi, 1972; nuova ed., Einaudi, 2000.
Marc Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese, Torino, Einaudi, 1973.
(con Andrea Ginzburg) Alexander Gerschenkron, Il problema storico dell’arretratezza economica, Torino, Einaudi, 1974.
Prefazioni
Prefazione a Marc Bloch, I re taumaturghi. Studi sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra, Torino, Einaudi, 1973; nuova ed., Einaudi, 1984.
Introduzione a Peter Burke, Cultura popolare nell’Europa moderna, Milano, Mondadori, 1980.
Postfazione a Natalie Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento, Torino, Einaudi, 1984; Collana Storie n.8, Roma, Officina Libraria, 2022.
Prefazione a Roger Chartier, Figure della furfanteria. Marginalità e cultura popolare in Francia tra Cinque e Seicento, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1984.
Introduzione a Stefano Levi Della Torre. Dipinti e disegni, Galleria Documenta, 1989.
Prefazione a Aldo Pettenella, Storie euganee, a cura di Francesco Selmin, Caselle, Cierre, 2002.
Prefazione a Mauro Boarelli, La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti 1945-1956, Macerata, Quodlibet, 2021.
Fonte-Wikipedia- un’enciclopedia multilingue liberamente consultabile sul Web
Descrizione del libro Le liriche di Jane Hirshfield, una tra le più note voci poetiche americane, aprono un varco per la riflessione e il cambiamento, invitando alla consapevolezza etica e stabilendo un delicato equilibrio. Molteplici sono i temi di questa importante antologia. Il tempo è quel borseggiatore perpetuo che agilmente se la cava con tutto, da pochi momenti indifesi a interi anni della nostra vita. Anche la malattia e la mortalità fanno la loro comparsa, forze brute che ci privano della libertà, dell’identità e alla fine della vita stessa. Ma il nostro bisogno di salvaguardare ciò che marchiamo come nostro ci espone solo a quel che ogni buddhista teme: l’attaccamento e tutte le sofferenze che ne derivano. Interessante è la risposta di Hirshfield a questa possibilità di perdita: la coltivazione di una voce poetica che combina equanimità e una tranquilla passione, per sottolineare che ciò che la pratica buddhista e la poesia insegnano, è dire di sì a tutto al livello più profondo, compreso il difficile, che si tratti di perdita, rabbia, confusione. Hirshfield cattura questa idea frase dopo frase, immagine dopo immagine, in un linguaggio al tempo stesso misterioso, sorprendente e comprensibile.
Jane Hirshfield
Breve biografia di Jane Hirshfield (New York City, 1953) è una delle voci più importanti della letteratura americana contemporanea. È autrice di 9 libri di poesie e di 2 raccolte di saggi.Dopo la laurea a Princeton, ha studiato al San Francisco Zen Center, dove ha ricevuto l’ordinazione laica nel 1979. Ha scritto di lei Czesław Miłosz: “Una profonda empatia per la sofferenza di tutti gli esseri viventi… È questo che ammiro nella poesia di Jane Hirshfield. Il soggetto della sua poesia è la nostra vita quotidiana, i nostri continui incontri con gli altri e con tutto ciò che la Terra ci porta: alberi, fiori, animali e uccelli… Nella profonda sensibilità dei suoi dettagli, la sua poesia illumina la virtù buddhista della consapevolezza”.
Jane Hirshfield
Alcune Poesie di Jane Hirshfield
Oggi che non potevo fare niente
Oggi che non potevo fare niente,
ho salvato una formica.
Doveva essere entrata con il giornale,
ancora consegnato
a chi deve stare a casa.
Un giornale è ancora un servizio essenziale.
Io non sono un servizio essenziale.
Ho caffè e libri,
tempo,
un giardino,
silenzio abbastanza da riempire cisterne.
Dapprima deve aver camminato
sul giornale, come inchiostro sbavato
che prendeva la forma di una formica.
Poi attraverso il portatile- caldo-
poi sul retro di un cuscino.
Piccola formica nera, sola,
che attraversava un cuscino blu,
si muoveva veloce perché è quello che poteva fare.
Messa fuori al sole,
non avrebbe potuto ritrovare il suo nido.
Allora che cosa ho salvato?
Non sembrava che avesse paura
nemmeno quando camminava sulla mia mano
che la muoveva rapida nell’aria.
Formica, sola, senza compagne,
il cui cuore di formica non potevo comprendere-
come ti va la vita- volevo chiedere.
L’ho sollevata e messa fuori.
Questo primo giorno in cui non potevo fare niente,
contribuire a niente
oltre a stare distante dal mio stesso genere,
ho fatto questo.
*
Today, When I Could Do Nothing
Today, when I could do nothing,
I saved an ant.
It must have come in with the morning paper,
still being delivered
to those who shelter in place.
A morning paper is still an essential service.
I am not an essential service.
I have coffee and books,
time,
a garden,
silence enough to fill cisterns.
It must have first walked
the morning paper, as if loosened ink
taking the shape of an ant.
Then across the laptop computer—warm—
then onto the back of a cushion.
Small black ant, alone,
crossing a navy cushion,
moving steadily because that is what it could do.
Set outside in the sun,
it could not have found again its nest.
What then did I save?
It did not look as if it was frightened,
even while walking my hand,
which moved it through swiftness and air.
Ant, alone, without companions,
whose ant-heart I could not fathom—
how is your life, I wanted to ask.
I lifted it, took it outside.
This first day when I could do nothing,
contribute nothing
beyond staying distant from my own kind,
I did this.
Together in a Sudden Strangeness: America’s Poets Respond to the Pandemic, 2020
Versione tradotta in italiano da Stefania Zampiga
Jane Hirshfield
PIOGGIA A MAGGIO
Il ferro annerito
della stufa
si raffredda ticchettando
alle prime gocce
che iniziano a incontrare il tetto.
È tardi: la notte
s’è fatta scura così
come un frutto –
un sùbito
aroma di pere riempie la stanza.
Giusto prima dell’alba
ritorna più forte,
un bianco, costante rullio di pioggia diurna
preso nel secchio profondo della luna.
Una luce di latta ammaccata
trabocca di oceano e cielo,
colle che s’apre sul colle davanti,
e mi sveglio a un semplice desiderio,
ciò che voglio da quest’ora comune,
da questa terra comune
che in passato fu sposa del tempo:
sentire come un granchio sente l’onda,
forte come un secondo cuore;
vedere come una cosa verde vede il sole,
con l’attenzione esclusiva dell’amore cieco.
Prendi il cuore logoro come un sasso
e lancialo lontano.
Presto non ne rimarrà nulla.
Presto l’ultima increspatura si esaurirà
tra le erbacce.
Una volta a casa, affetta carote, cipolle, sedano.
Glassali in olio prima di aggiungere
le lenticchie, acqua e odori.
Poi le caldarroste, un po’ di pepe, sale.
Completa con formaggio di capra e prezzemolo. Mangia.
Puoi farlo, davvero, ti è concesso.
Ricomincia la storia della tua vita.
Tratta da “Ogni felicità assediata dai leoni” di Jane Hirshfield, traduzione e cura di Loredana Foresta e Andrea Sirotti
DOPO UN LUNGO SILENZIO
La cortesia sbiadisce,
un piccolo bagliore d’acciuga
abbandona la pentola capovolta nello scolapiatti
dopo che la luna s’è dileguata dalla finestra.
Una delle ultime libertà, là nel buio.
Gli avanzi della zuppa messi via.
Le distinzioni contano. Se il muso
quieto di una capra debba dirsi nobile
o indifferente. La differenza tra un giusto rigore e l’orgoglio.
Il pensiero intraducibile dev’essere il più preciso.
Eppure le parole non sono la fine del pensiero, ma là dove comincia.
Tratta da “Ogni felicità assediata dai leoni” di Jane Hirshfield, traduzione e cura di Loredana Foresta e Andrea Sirotti
Jane Hirshfield
Speranza e Amore
Per tutto l’inverno l’airone azzurro ha dormito tra i cavalli. Non so le abitudini degli aironi, non so se siano solitari per natura, o se quello attendesse un richiamo da chi non c’era – senza neanche rendersene conto – tra i suoni spiranti nella notte. So che la speranza è l’amore più duro che portiamo. Ha dormito con il collo lungo ripiegato, come una lettera messa via.
***
Hope and Love
All winter the blue heron slept among the horses. I do not know the custom of herons, do not know if the solitary habit is their way, or if he listened for some missing one— not knowing even that was what he did— in the blowing sounds in the dark, I know that hope is the hardest love we carry. He slept with his long neck folded, like a letter put away.
Grace Paley, quando la poesia è donna , poetessa americana
un tributo a una poetessa americana, morta il 22.8.2007.
Paolo Cognetti ne fa uno splendido ritratto:”L’ultimo libro di Grace Paley fu composto tra il 2000 e il 2007, mentre l’America eleggeva il suo presidente più fanatico e bellicoso – non c’era ancora Trump (nota della scrivente) , reagiva furente al trauma dell’11 settembre, invadeva l’Afghanistan e l’Iraq precipitando in un’epoca buia. Triste finale per una poetessa di ottant’anni, tutti spesi in una lotta appassionata contro le guerre, l’uso del petrolio e dell’energia nucleare, la violenza sulle donne e sul mondo. Ma non è che da vecchia si fosse ammorbidita, e le sue poesie lo testimoniano. Una volta, durante una festa del Ringraziamento, viene invitata a tenere un discorso ed esordisce in questo modo: Chiunque abbia raggiunto / gli ottant’anni rende grazie / all’Unico di turno e poi immediatamente comincia a protestare. Un’altra volta si celebra l’anniversario di una certa istituzione del Vermont, e lei ne approfitta per ricordare ai poeti (anche i più gentili) che vivono in un paese impegnato in una guerra ingiusta, e il loro ruolo è quello di salire sui carri e gridarlo forte. Quando un editore le propone di pubblicare i suoi diari, taccuini pieni di me, la risposta suona più o meno così: e come la mettiamo con le mine antiuomo?
Grace Paley
Personale e politico si intrecciano nei suoi discorsi, nella sua poesia e nella sua vita. (…)«Scrivere di donne è un atto politico», disse. Ma il suo femminismo è impastato d’amore e di rabbia, è un viscerale stare dalla parte delle amiche. Come Catherine, morta di cancro ai polmoni perché il marito aveva fumato a letto per anni. O la donna incontrata sull’aereo per Chicago, allontanata dalla sua famiglia perché non riusciva a dimenticare una bambina appena nata e subito morta. O le amiche ormai scomparse e citate per nome, artiste, lavoratrici, attiviste politiche. We have one another: abbiamo solo noi stesse, ci prendiamo cura una dell’altra. Scrivere di donne è un atto politico perché significa prendersi cura di loro.
Personalmente, mi sono ritrovata a pensare da scrittrice perché avevo cominciato a vivere in mezzo alle donne. E la cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero. Mentre avrei dovuto, con tutte le zie che avevo, giusto? Eppure non le conoscevo, e questa, secondo me, è l’origine di tanta letteratura. La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.
Nella guerra non c’è nessuna ironia. Nemmeno nella morte, se è per questo. Lei le conosceva bene entrambe: aveva passato anni a fare avanti e indietro dalle basi militari, mentre il suo primo marito era soldato. Incontrò giovani mogli che presto sarebbero diventate vedove. Era convinta che la guerra fosse un gioco tra maschi, che ne soffrivano terribilmente ma non riuscivano a smettere di farla.
Nonostante fosse entrata nella storia della letteratura americana come scrittrice di racconti (studiati nelle università, inseriti in mille antologie, impossibili da copiare), la poesia era il suo primo amore, e alla fine decise di tornarci. Era un’urgenza di verità. Dopo tanto tempo dedicato alla narrativa, forse sentiva il bisogno di gettare le armi della finzione, spogliarsi dei personaggi-maschera e mostrarsi a viso scoperto. Qui non c’è più Faith, c’è Grace. La lingua si concentra, la frase si riduce a parola. Ma anche il lavoro di togliere, distillare, mettere a fuoco, può essere molto faticoso. Richiede pazienza e concentrazione. Ecco perché per tradurre una poesia / dal pensiero / all’inglese / serve tutta la notte. Di giorno è meglio andarsene nel bosco, portandosi una penna e un taccuino, e un pettine di emergenza nel caso che si alzi il vento.
Responsabilità
È responsabilità del mondo lasciare che il poeta sia poeta
È responsabilità del poeta essere donna
È responsabilità del poeta stare agli angoli delle strade
a distribuire poesie e volantini scritti
meravigliosamente
e anche volantini che non si possono guardare
per la loro retorica altisonante
È responsabilità del poeta essere pigro perdere tempo
e fare profezie
È responsabilità del poeta non pagare le tasse di guerra
È responsabilità del poeta entrare e uscire da torri d’avorio
bilocali su Avenue C
campi di grano saraceno e basi militari
È responsabilità del poeta uomo essere donna
È responsabilità del poeta donna essere donna
È responsabilità del poeta dire la verità al potente come
affermano i Quaccheri
È responsabilità del poeta imparare la verità da chi non
ha potere
È responsabilità del poeta ripetere sempre: non esiste
libertà senza giustizia cioè giustizia economica e
giustizia in amore
È responsabilità del poeta cantarlo su melodie originali e
su quelle tradizionali degli inni e dei poemi
È responsabilità del poeta ascoltare ogni diceria e
riportarla come i narratori diffondono la storia della vita
Non esiste libertà senza paura e senza coraggio non
esiste libertà a meno che terra e aria e acqua sopravvivano
e con loro sopravvivano i bambini
È responsabilità del poeta essere donna tenere d’occhio
il mondo e gridare come Cassandra, ma per essere
ascoltato questa volta.
Grazie a Dio non c’è nessun Dio
da “Fedeltà”
Grazie a Dio non c’è nessun Dio
o saremmo tutti perduti
se fosse Lui che ci fa gridare
di angoscia feroce di fronte alla tortura
all’odio tre o quattro volte per generazione
non ci sarebbe speranza e seppure Lui permettesse
alla pace di apparire allora un giorno grandi lastre
di pietra sotto i frutteti e il mare potrebbero
muoversi piano una contro l’altra terremoto
se fosse stato Lui a costruire così stretto il ponte
su cui siamo esortati a passare
senza paura mentre intorno a noi
i vecchi gli zoppi i maldestri i
bambini scalpitanti ruzzolano giù
e a volte vengono spinti nell’orrido
precipizio se fosse Lui certo saremmo perduti
se fosse Lui a offrire il libero arbitrio ma
solo ogni tanto strano dono
per un popolo che abbia appena distinto
la mano destra dalla sinistra
ma se siamo noi i responsabili con-
sideriamo il nostro assiduo amore uno per l’altro
perchè questo è il giorno d’oggi ora possiamo
guardarci negli occhi
a grande distanza questo è il tele-
fonico elettronico digitale giorno d’oggi
celebre per il denaro e la solitudine ma noi
abbiamo sconfitto Babele accettando parole
straniere in gloriose traduzioni se
sappiamo essere responsabili se siamo
diventati responsabili
l’Aternativa episodica del poeta
Stavo per scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci è voluto
più o meno lo stesso tempo
chiaro la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe avuto
un po’ di strada da fare giorni e settimane e
parecchi fogli stropicciati
la torta aveva già una sua piccola
platea ciarlante che ruzzolava tra
camioncini e un’autopompa sul
pavimento della cucina
questa torta piacerà a tutti
avrà dentro mele e mirtilli rossi
albicocche secche tanti amici
diranno ma perchè diavolo
ne hai fatta una sola
questo non succede con le poesie
a causa di una inesprimibile
tristezza ho deciso di
dedicare la mattinata a un pubblico
ricettivo non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione che si presenti il
consumatore giusto
Grace Paley
Avevo bisogno di parlare con mia sorella
da “Fedeltà”
Avevo bisogno di parlare con mia sorella
parlarle al telefono intendo
come facevo ogni mattina
e anche la sera quando i
nipotini dicevano qualcosa che
ci stringeva il cuore
Ho chiamato il suo telefono ha squillato quattro volte
potete immaginarmi trattenere il respiro poi
c’è stato un terribile rumore telefonico
una voce ha detto questo numero non è
più attivo che meraviglia ho
pensato posso
ancora chiamare non hanno assegnato
il suo numero a un’altra persona malgrado
due anni di assenza per morte.
Certe volte adesso quando dormo sola
da “Fedeltà”
Certe volte adesso quando dormo sola
mi do un’annusata
e mi chiedo in tuti questi anni è questo
l’odore che ti è stato familiare
e se è così ti piaceva davvero non
semnra gradevole tu stranamente
sudi poco per un uomo tanto attivo ma sai
di dolce quando ti abbraccio di questi tempi
(o tu abbracci me) o appoggio la testa sul tuo
cuscino nel letto so che sei tu
un delicato odore di camino e ti
respiro un po’ non sono sorpresa
ti ricordo sempre delizioso
PROVERBI
La rabbia di una persona andrebbe rispettata
anche quando non è condivisa
la gioia di una persona andrebbe condivisa
anche se non è compresa
una persona dovrebbe essere compresa anche se
ha aggrottato le sopracciglia
per la rabbia è poi di colpo è scoppiata a ridere
una persona dovrebbe essere innamorata quasi
sempre questo è l’ultimo proverbio
e può essere imparato da ogni organo
capace di reazione corporea
POESIA CONTRO L’AMORE
A volte non vorresti amare la persona che ami
e distogli la faccia da quella faccia
i cui occhi labbra potrebbero placare ogni rancore
cancellare l’insulto rubarti la tristezza di non voler
amare voltati allora voltati a colazione
di sera non alzare gli occhi dal giornale
per vedere quella faccia in tutta la sua serietà una
concentrata dolcezza lui tiene il suo libro
tra le mani le dita nodose intagliate
dall’inverno voltati è tutto quello che puoi
fare alla tua età per salvarti dall’amore
ALLORA
quando lei venne a prenderlo al traghetto
lui disse sei così pallida sciupata così
gracile issandosi sulle punte dei piedi
per arrivare al suo orecchio lei sussurrò
sono una donna anziana oh da allora
lui fu sempre gentile.
Avevo bisogno di parlare con mia sorella
Avevo bisogno di parlare con mia sorella
parlarle al telefono intendo
come facevo ogni mattina
e anche la sera quando i
nipotini dicevano qualcosa che
ci stringeva il cuore
Ho chiamato il suo telefono ha squillato quattro volte
potete immaginarmi trattenere il respiro poi
c’è stato un terribile rumore telefonico
una voce ha detto questo numero non è
più attivo che meraviglia ho
pensato posso
ancora chiamare non hanno assegnato
il suo numero a un’altra persona malgrado
due anni di assenza per morte.
Grace Paley
Alternativa episodica del poeta
Stavo per scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci è voluto
più o meno lo stesso tempo
chiaro la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe avuto
un po’ di strada da fare giorni e settimane e
parecchi fogli stropicciati
la torta aveva già una sua piccola
platea ciarlante che ruzzolava tra
camioncini e un’autopompa sul
pavimento della cucina
questa torta piacerà a tutti
avrà dentro mele e mirtilli rossi
albicocche secche tanti amici
diranno ma perchè diavolo
ne hai fatta una sola
questo non succede con le poesie
a causa di una inesprimibile
tristezza ho deciso di
dedicare la mattinata a un pubblico
ricettivo non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione che si presenti il
consumatore giusto
Grace Paley
Nel giorno della sua nascita – 11 dicembre 1922 –un tributo a una poetessa americana, morta il 22.8.2007.
Nata da una famiglia ebrea di origine ucraina, Grace Paley è considerata una maestra delle short stories, dimostrando grande talento con la sua scarna carriera di scrittrice, 45 racconti in 40 anni per un totale di 370 pagine. Con tre raccolte di racconti, The Collected Stories, è stata finalista al Premio Pulitzer e al National Book Award nel 1994.[1][2] Autori come Philip Roth e Saul Bellow lodarono la singolarità della sua voce nella narrativa americana.
Al di là del suo lavoro come scrittrice e professoressa universitaria, Paley era un’attivista femminista e contro la guerra, descrivendosi come una “pacifista piuttosto combattiva e anarchica cooperativa”
Headshot of American author Grace Paley, 1959. (Photo by Authenticated News/Getty Images)
Biografia
Grace Paley nacque a New York da Isaac e Manya Ridnyik Goodside, che avevano anglicizzato il cognome da “Gutseit” quando erano emigrati dall’Ucraina. Il padre era un dottore.[3] La famiglia parlava russo e yiddish, oltre all’inglese. La più giovane di tre bambini, Grace Paley da piccola era un maschiaccio. Nel 1938 e 1939 Paley frequentò l’Hunter College, e poi brevemente la The New School, ma non ricevette mai la laurea. Nei primi anni 40, Paley studiò con W. H. Auden alla New School for Social Research. L’interesse sociale di Auden e il suo uso pesante dell’ironia è spesso citato come un’influenza importante sui suoi primi lavori, in particolare le poesie.
Il 20 giugno 1942, Grace sposò il direttore della fotografia Jess Paley, dal quale ebbe due figli, Nora e Danny. In seguito divorziarono[4][5] e, nel 1972, Paley si risposò col poeta Robert Nichols. Insegnò al Sarah Lawrence College. Nel 1980 fu eletta alla National Academy of Arts and Letters; nel 1989, il governatore Mario Cuomo la nominò prima scrittrice ufficiale dello stato di New York. È stata il poeta laureato dal 5 marzo 2003 al 25 luglio 2007. È morta nella sua casa di Thetford a 84 anni a causa di un cancro al seno.[2] In una delle sue ultime interviste – nel maggio 2007 al giornale Vermont Woman – Paley espresse i suoi sogni per il futuro dei suoi nipoti: «sarebbe un mondo senza militarismo e razzismo e avidità, e dove le donne non hanno bisogno di combattere per il loro posto nel mondo».
Carriera accademica
Grace ha insegnato scrittura al Sarah Lawrence College dal 1966 al 1989, e ha aiutato a fondare la “Teachers & Writers Collaborative” a New York nel 1967. Ha anche insegnato alla Columbia University, alla Syracuse University e al City College of New York. Paley ha espresso la sua visione dell’insegnamento durante un simposio su “Educare l’immaginazione” nel 1996:
«La nostra idea era che i bambini, scrivendo, buttando giù parole, leggendo, iniziando ad amare la letteratura, con l’inventiva di ascoltarsi a vicenda, potessero iniziare a capire meglio il mondo e a crearne uno migliore per sé. Mi è sempre sembrata un’idea così naturale che non ho mai capito perché sono state necessarie così tanta aggressività e tempo per avviarla![6]»
Attivismo politico
Paley era nota per il suo pacifismo e attivismo politico.[2] La sua collega, attivista e femminista, Robin Morgan, ha descritto l’attivismo di Paley come ampiamente focalizzato sulla giustizia sociale: “Diritti civili, contro la guerra, contro il nucleare, femminista, qualunque cosa avesse bisogno di una rivoluzione”.[7] L’FBI la dichiarò comunista e conservò un fascicolo su di lei per trent’anni.[4]
A partire dagli anni ’50, Paley si unì agli amici nella protesta contro la proliferazione nucleare e la militarizzazione americana.[8][9][10] Lavorò anche con l'”American Friends Service Committee” per fondare gruppi pacifisti di quartiere,[11] aiutando a fondare il “Greenwich Village Peace Center” nel 1961.[12][13] Incontrò il suo secondo marito, Robert Nichols, attraverso il movimento pacifista contro la guerra del Vietnam.[14]
Con l’escalation della guerra del Vietnam, Paley si unì alla “War Resisters League”.[15] Venne arrestata in diverse occasioni, inclusa la permanenza di una settimana nella casa di detenzione femminile nel Greenwich Village.[16]) Nel 1968, firmò la promessa “Writers and Editors War Tax Protest”, promettendo di rifiutare il pagamento delle tasse in segno di protesta contro la guerra del Vietnam,[17][18] e nel 1969 divenne famosa a livello nazionale come attivista quando accompagnò una missione di pace ad Hanoi per negoziare il rilascio dei prigionieri di guerra.[19] Fu delegata alla Conferenza mondiale sulla pace del 1973 a Mosca[20][21] e venne arrestata nel 1978 come una degli “Undici della Casa Bianca” per aver srotolato uno striscione antinucleare con la scritta “Niente armi nucleari… Niente energia nucleare: USA e URSS” sul prato della Casa Bianca.[13] Negli anni ’80 Paley sostenne gli sforzi per migliorare i diritti umani e resistere all’intervento militare statunitense in America Centrale[22][23][24] e continuò a parlare apertamente nei suoi ultimi anni contro la guerra in Iraq.[12]
Tra le molte altre cause di Paley c’era il diritto all’aborto, parte del suo più ampio lavoro femminista. Organizzò una delle prime “dichiarazioni sull’aborto” negli anni ’60, dopo aver abortito lei stessa negli anni ’50 e aver lottato per averne un altro pochi anni dopo.[16]
Opere tradotte in italiano
Enormi cambiamenti all’ultimo momento. racconti (Enormous Changes at the Last Minute, 1974), traduzione di Marisa Caramella, Milano, La Tartaruga, 1982, p. 161.
Più tardi nel pomeriggio, traduzione di Laura Noulian, Prefazione di Fernanda Pivano, Milano, La Tartaruga, 1987, p. 181.
In autobus e altre poesie, a cura di C. Daniele, Edizioni Empiria Ass. Cult, 1993.
Piccoli contrattempi del vivere. Tutti i racconti, Torino, Einaudi, 2002, p. 368.
L’importanza di non capire tutto (Just as I Thought, 1998), Collana Einaudi Stile Libero, Torino, Einaudi, 2007, p. 276, ISBN978-88-0617-077-6. [miscellanea di articoli, ricordi autobiografici, conversazioni, saggi]
Fedeltà (Fidelity, 2008), traduzione di L. Brambilla e P. Cognetti, Prefazione di Paolo Cognetti. Con un ricordo di A.M. Homes, Minimum Fax, 2011, ISBN978-88-7521-305-3. [postumo]
Tutti i racconti (The Collected Stories, 1994), traduzione di I. Zani, Sur, 2018, ISBN978-88-6998-139-5.
Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta, (House: Some Instructions, 19?), prefazione di Paolo Cognetti.Trad.Isabella Zani e Paolo Cognetti, Sur, 2022 ISBN 978-88-699-8286-6
Ricezione italiana
Nel 2012 fu pubblicato un libro a lei dedicato L’arte di ascoltare. Parole e scrittura in Grace Paley, scritto da Annalucia Accardo, professoressa di Letteratura americana alla Sapienza Università di Roma (i suoi percorsi di ricerca e le sue pubblicazioni attraversano identità marginali e ribelli della cultura americana).
La parola poesie di Margherita Guidacci è un’intensa e continua riflessione sui temi della vita e della morte, archetipi opposti e complementari, legati in un indissolubile intreccio che è continua tensione verso la luce e, nello stesso tempo, buio che precipita sui confini dell’abisso. Tutta la scrittura della poetessa è pervasa da una marcata verticalità, espressa in un forte atteggiamento di ricerca spirituale e religiosa – un’apertura continua verso ciò che sta oltre, che trascende l’umano.
Margherita Guidacci è nata a Firenze nel 1921. Si era laureata in letteratura italiana all’Università di Firenze, con una tesi su Giuseppe Ungaretti, specializzandosi poi in letteratura inglese ed americana, traducendo fra l’altro le opere di John Donne e le poesie di Emily Dickinson. Dal 1945 divenne insegnante, prima liceale e successivamente docente universitaria. Ha pubblicato le raccolte: La sabbia e l’angelo (Vallecchi, 1946), Morte del ricco: un oratorio (Vallecchi, 1954), Giorno dei santi (All’insegna del pesce d’oro, 1957), Paglia e polvere (Rebellato, 1961), Le poesie (Rizzoli, 1965), Neurosuite (Neri Pozza, 1970), Il vuoto e le forme (Rebellato, 1977), L’altare di Isenheim (Rusconi, 1980), Brevi e lunghe (Libreria editrice vaticana, 1980), L’orologio di Bologna (Città di vita, 1981), Una breve misura (Vecchio faggio, 1988), Il buio e lo splendore (Garzanti, 1989). È scomparsa a Roma nel 1992.
Amore
è questo senso d’ali: averle, aprirle,
fendere con il petto un elemento ignoto
finora – e a un tratto divenuto la patria.
Come sono lontani il guscio e il bozzolo
a cui credemmo appartenere, il buio
dove crescemmo e dove non faremo
mai più ritorno!
Lieta o dolorosa
che sia la nostra ultima sorte, ormai
siamo per sempre segnati dal cielo.
In exitu
Se l’anima fuggendo dall’Egitto
scorgesse subito i colli di Chanaan,
se sui frantumi degli dei stranieri
brillasse subito il volto immortale
e dagli squarci della nostra rinunzia
già scaturisse amore,
quali ali darebbe al nostro passo
questa certezza anche tra pietre e spini!
Noi non sappiamo invece quante miglia dividano
l’ingresso nel deserto dall’incontro con Lui:
ci sgomenta la terra di nessuno
non più nostra, non ancora di Dio.
Le mie mani non sono ancora vuote
Le mie mani non sono ancora vuote
ch’io possa alzarle a Te.
Io che fallii nella stretta, fallisco
ora nella rinunzia. È così poco
quel che trattengo, scherno alla mia fame,
e tuttavia è un ingombro smisurato
che mi sbarra il cammino verso di Te.
Poiché per queste briciole furiosamente amate
non sono pronta al tuo dono
di nudità, di bellezza severa,
al silenzio più trasparente delle lacrime.
Margherita Guidacci,Poetessa italiana
Muoio di sete
Muoio di sete
e non incontro una fontana.
La tua terra è un deserto.
Il tuo cielo una lastra ardente.
Dimmi, è così che mi ami
e ti nascondi per mettermi alla prova?
Creder questo sarebbe la salvezza
quando mi sembra che tu non ti curi
di me e neppure vi sia!
*
Il mio legno
risponde al mare, la mia vela al vento.
Al soffio più lieve, alla minima onda
li sento palpitare
come il mio cuore che tende verso l’alto,
dimentico del porto, senza chiedersi
se la rotta sarà di pace o di tempesta
e senza chiedersi neppure
se vi sarà ritorno.
Margherita Guidacci,Poetessa italiana
O mia gioia rischiosa
O mia gioia rischiosa, sempre insidiata!
Se tu non fossi insidiata,
non saresti gioia.
È necessario l’abisso
perché tu possa spiegar le tue ali.
È necessaria la notte
perché si accenda il tuo raggio.
Ogni attimo in cui mi possiedi
è vita che m’inonda, traboccante.
Ma in quello stesso attimo, so che in me si ripete
una scommessa mortale.
*
Alcuni desideri si adempiranno.
Altri saranno respinti. Ma io
sarò passata splendendo
per un attimo. Anche se nessuno
mi avesse guardata
risulterebbe ugualmente giustificato-
per quel lucente attimo – il mio esistere.
POESIE
da LE POESIE
In silenzio Scrivo parole ogni giorno.
Non so dove arriverò,
scrivendo.
So che potrei tacere.
Colui che sa, non parla.
Muto nel ventre del tempo
dove uomini gridano, anche.
Lo sguardo
basterà per comprendere e dire
quanto la voce non dice.
Sfioro ogni istante, ogni giorno
l’urlo e il tuono. Vivo intorno.
Potrei fermarmi e attendere.
In silenzio.
All’ipotetico lettore Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.
Lascia sia il vento Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
Come due specchi, svuotati d’ ogni immagine,
che l’uno all’altro rendono
un semplice raggio. E ci basta.
Margherita Guidacci,Poetessa italiana
La sabbia e l’angelo I
Non occorrevano i templi in rovina sul limitare di deserti,
Con le colonne mozze e le gradinate che in nessun luogo
conducono;
Né i relitti insabbiati, le ossa biancheggianti lungo il mare;
E nemmeno la violenza del fuoco contro i nostri campi e le case.
Bastava che l’ombra sorgesse all’angolo più quieto della stanza
O vegliasse dietro la nostra porta socchiusa-
La fine pioggia ai vetri, un pezzo di latta che gemesse nel vento:
Noi sapevamo già di appartenere alla morte.
II
Se vuoi lasciare la tua impronta, o uomo, scalfisci piuttosto la sabbia,
Perché la più alta torre diverrà sabbia alla fine.
Scrivi il tuo nome sul lido deserto, e prega il mare che presto
lo copra di lamento:
Perché tu stesso sei sabbia, sei la morte che dopo te rimane.
III
Ogni volta che dicemmo addio;
Ogni volta che verso la fanciullezza ci volgemmo, alle nostre
spalle caduta
(Tremando l’anima al suo lungo lamento);
Ogni volta che dall’amato ci staccammo nel freddo chiarore
dell’alba;
Ogni volta che vedemmo sui morti occhi l’enigma richiudersi;
O anche quando semplicemente ascoltavamo il vento nelle strade
deserte,
E guardavamo l’autunno trascorrere sulla collina,
Stava l’Angelo al nostro fianco e ci consumava.
IV
Ora il nostro amore si spanderà nella vigna e nel grano,
Il nostro veleno nei cactus e negli spini crudeli.
Si curveranno i vivi alle sorgenti, diranno:
“Chi spinse verso di noi l’acqua da occulte vene del mondo?”
E molto prima che il freddo li colga e la notte sul loro cuore s’adagi,
Anche in un meriggio d’api e di succhi ardenti,
Conosceranno l’angoscia, perché potenti noi siamo e vicini,
E non vi è fuga dal cerchio in cui già li stringiamo
Con ogni stelo da noi sorto e ogni frutto
Che colmo e grave alla nostra terra s’inchina.
V
Furono ultime a staccarsi le voci. Non le voci tremende
Della guerra e degli uragani,
E nemmeno voci umane ed amate,
Ma mormorii d’erbe e d’acque, risa di vento, frusciare
Di fronde tra cui scoiattoli invisibili giocavano,
Ronzio felice d’insetti attraverso molte estati
Fino a quell’insetto che più insistente ronzava
Nella stanza dove noi non volevamo morire.
E tutto si confuse in una nota, in un fermo
E sommesso tumulto, come quello del sangue
Quando era vivo il nostro sangue. Ma sapevamo ormai
Che a tutto ciò era impossibile rispondere.
E quando l’Angelo ci chiese. “Volete ancora ricordare?”
Noi stessi l ‘implorammo: “Lascia che venga il silenzio!”
VI
Non il ramo spezzato, non l’erba scomposta lungo il sentiero
Ci dicevano il suo passaggio, m il tocco di solitudine
Che ogni cosa in sé custodiva ed a noi rendeva, liberando
Dopo il messaggio consueto l’altra, l’ignota parola.
Come trasalivamo ascoltandola, come s’orientava sicuro
Il nostro cuore sull’invisibile traccia!
Così noi sempre ti seguimmo, Dominatore ed Amato,
Né ci sorprende la bianca luce in cui svelato al nostro fianco cammini
(Ora che l’ombra carnale è tramontata sul meridiano della morte)
Perché da lungo tempo te solo conoscevamo, a te solo
Obbedivamo, tua destinata preda,
Trascinando sulle vie della terra la tua celeste catena straniera
Margherita Guidacci
Margherita Guidacci Nacque a Firenze il 25 apr. 1921 da Antonio, avvocato, e da Leonella Cartacci.Figlia unica, trascorse un’infanzia e un’adolescenza solitarie, a contatto con un mondo di adulti e di anziani senza stabilire relazioni amichevoli con i coetanei, dedicandosi soprattutto allo studio e alla lettura. Erano per lei occasione di distrazione i soggiorni estivi a Scarperia, paese d’origine dei genitori, dove maturò quel rapporto con la natura che sarebbe diventato motivo ricorrente nella sua poesia.
A Firenze frequentò la scuola elementare e il ginnasio inferiore presso l’istituto “Ingl. Ital.” quindi, nel 1934, passò al liceo Michelangelo. Nel 1939 si iscrisse alla facoltà di lettere e scoprì la letteratura contemporanea attraverso l’insegnamento di G. De Robertis, con il quale si laureò, nel 1943, discutendo una tesi – ritenuta audace e ottenuta dopo molte insistenze – sulla poesia di G. Ungaretti.
In questa circostanza, per andare alle radici della formazione ungarettiana, aveva approfondito la letteratura francese, in particolare l’opera di S. Mallarmé e di P. Valéry.
Nella Firenze degli anni Quaranta, interessandosi di poesia, la G. si trovò inevitabilmente a confrontarsi con l’ermetismo ma, dopo poche prove nella linea di tale poetica, si accorse che non le era congeniale, sentendo il bisogno di esprimersi in un linguaggio magari “impuro”, ma denso di pensiero e più concreto. La religiosità del suo spirito, alimentata dal clima familiare e dalla lettura dei testi sacri, la coscienza del mistero insito nella vita e nella morte, che non trova risposte se non nella fede, la avvicinarono a scrittori quali Emily Dickinson e T.S. Eliot.
Proprio l’interesse per la letteratura inglese e angloamericana la portò, dopo la laurea, a dedicarsi allo studio della lingua (nel 1947 si recò anche in Irlanda per un soggiorno di studio) e, già nel 1945, aveva cominciato a pubblicare traduzioni dalla Dickinson, da E. Hemingway, W. Blake, Hilda Doolittle e L.W. Shenfield (apparse sulla rivista Rassegna, dall’aprile al dicembre 1945).
L’attività di traduttrice continuò ininterrottamente quasi fino alla morte, riguardando un gran numero di scrittori, tra i quali: J. Donne, Sermoni (Firenze 1946); M. Beerbohm, L’ipocrita beato (ibid. 1946); T.S. Eliot, Morte degli elementi, Alla Madonna (in Rassegna, gennaio 1946, n. 8, pp. 32 s.) e Burnt Norton (uno dei Four Quartets, in Paesaggio, giugno-luglio 1946, n. 2, pp. 95-98); Sacre rappresentazioni inglesi (Firenze 1950); E. Pound, Patria mia (ibid. 1958); e ancora la Dickinson in Poesie e lettere (ibid. 1961 con numerose ristampe anche delle Lettere) e nell’edizione completa delle Poesie (Milano 1979 e 1982; con, oltre alla traduzione, introduzione, premessa al testo e note); Jessica Powers, Luogo di splendore (Città del Vaticano 1982); Elizabeth Bishop, L’arte di perdere (Milano 1982); Edith Sitwell, Una vita protetta (ibid. 1989). Dall’approfondimento critico degli autori tradotti provengono articoli e saggi pubblicati su riviste e successivamente raccolti anche in volume: Studi su Eliot (Milano 1975), Studi su poeti e narratori americani (Cagliari 1978).
Nel 1946 uscì a Firenze, presso Vallecchi, la sua prima raccolta di poesie: La sabbia e l’angelo; la G. aveva trovato in N. Lisi, cugino della madre, colui che l’aveva incoraggiata nel suo lavoro e l’aveva presentata all’editore.
Secondo un’affermazione della stessa G. la necessità di scrivere si era manifestata in lei come alternativa al dolore e alla morte con cui la guerra l’aveva messa a confronto. E, a proposito di questo libro d’esordio, la G. confessò poi, confermando la sua incompatibilità con l’ermetismo: “Avevo capito […] che i miei interessi erano soprattutto di contenuto; che le parole per me valevano per il loro senso ordinario e corrente, di scambio, […] e che la mia ricerca […] avrebbe dovuto svolgersi in un accostamento drammatico di significati, anziché in un accostamento magico di suoni” (in Poesia italiana contemporanea (1909-1959), a cura di G. Spagnoletti, Parma 1959). Nella raccolta già appaiono immagini-simbolo e riflessioni che sarebbero tornate nei lavori successivi: il vivere, di cui si avverte l’impeto, non è che un andare verso la fine, tutto si trasforma in arida sabbia o in pietra e l’Angelo, figura ambivalente di vita e di morte, è chiamato a indicare l’ineluttabilità di questo cammino e la possibile salvezza in un “altrove”.
Dopo essersi dedicata per pochi anni all’insegnamento del latino e del greco nelle scuole secondarie, la G. passò a quello dell’inglese; nel 1948 ricevette, ex aequo con S. Penna, il premio “Le Grazie” per cinque poesie inedite. Nel 1949 sposò il sociologo Luca Pinna, da cui ebbe tre figli: Lorenzo (1950), Antonio (1951-95) ed Elisa (1956).
La sua seconda opera Morte del ricco, uscì, anch’essa a Firenze, nel 1954. Si tratta di un oratorio ispirato al cap. 16 del Vangelo di Luca, in cui è narrata la parabola del “ricco cattivo” (Epulone) e del “povero Lazzaro”.
Nel clima di discussione circa l’impegno dell’artista nel sociale degli anni successivi alla guerra, la G. era intervenuta sia esponendo teoricamente la sua posizione (vedi Letteratura e società, in La Città, I [1949], 3, pp. 1 s.; e Impegno e autonomia, in L’Esperienza poetica, luglio-dicembre 1954, n. 3-4, pp. 69-72), sia esprimendola negli scritti poetici: in Morte del ricco, come in altre opere successive, ella prende su di sé la sofferenza del più debole, dell’oppresso e denuncia la violenza in ogni sua forma, secondo una concezione etico-politica cristiana che fu anche di G. La Pira e del “personnalisme” di E. Mounier (di cui tradusse nel 1951 L’avventura cristiana). Tuttavia la G. distingue fra l’artista – che, in quanto uomo, non deve chiudersi davanti ai problemi della società, ma anzi deve viverli – e l’opera, che acquista significato solo se in grado di trascendere l’attualità contingente e la caducità della cronaca.
Nel 1957 la G. iniziò una collaborazione col quotidiano romano Il Popolo (durata fino al 1964) e pubblicò Giorno dei santi (Milano, premio Carducci), cui fece seguito Paglia e polvere (Padova 1961), che raccoglie poesie “sedimentate durante vent’anni e più della sua vita” e ritrovate in occasione del trasferimento a Roma con la famiglia, nel 1958, per impegni di lavoro del marito.
I motivi ricorrenti della poesia della G., inseriti in momenti diversi, si delineano in queste due opere accomunati da una malinconica musicalità: il nascere e il morire, i ricordi che scandiscono il tempo, i fremiti che attraversano il corpo e la mente per l’attesa di un figlio, il dolore di vivere che diventa preghiera, sono espressi con toni sommessi, con i colori della quotidianità, senza escludere una più vasta apertura verso ogni tragedia umana.
A Roma continuò la sua attività di insegnante e traduttrice, di saggista e pubblicista. Ma incominciò anche, per la G., un decennio di grave sofferenza psichica durante il quale entrò in crisi il suo matrimonio (crisi testimoniata dalle dieci poesie di Un cono d’ombra – premio Cervia 1965 – ora nella sezione Poesie disperse, in M. Guidacci, Le poesie, a cura di M. Del Serra, Firenze 1999, pp. 509-512) e che culminò nel ricovero in una clinica neurologica.
La G. definì questo periodo il suo “Nadir, il punto di maggiore desolazione anche nella vita” (vedi Poesia come un albero, in Trasgressioni di marzo. Donne e poesia. Atti del III Convegno… 1987, a cura di A. Santoliquido, Bari 1988, pp. 33-41) e di nuovo la poesia divenne lo specchio dell’esperienza vissuta. Le fasi di questa “caduta nel buio” si ritrovano nelle tre raccolte poetiche: Un cammino incerto, con versione francese a fronte di A. Praillet (Luxembourg 1970), Neurosuite (Vicenza 1970) e Terra senza orologi (Milano 1973). Il superamento della fase più critica si coglie già in Taccuino slavo (Vicenza 1976), scritto in occasione di due viaggi in Jugoslavia (1972 e 1973). Nel 1977 pubblicò Il vuoto e le forme (con prefaz. di L. Baldacci, Quarto d’Altimo).
La raccolta nasce nel segno della difficile lotta per creare “forme” nella resistenza del “vuoto”. Una sezione del libro (Il muro e il grido), dedicata alle vittime del golpe che nel 1973 travolse S. Allende e il popolo cileno, conferma la partecipazione civile della G. ai tragici avvenimenti di quegli anni.
Nel 1976 lasciò l’insegnamento nei licei passando alla cattedra di letteratura anglo-americana prima presso l’Università di Macerata (1976) quindi, dal 1981, nella Libera Università Maria Ss. Assunta di Roma. Tra il 1977 e il 1979 perse il marito e la madre, con la quale aveva sempre vissuto anche dopo il matrimonio. Nel decennio successivo pubblicò a ritmo serrato numerose raccolte poetiche: L’altare di Isenheim (Milano 1980), L’orologio di Bologna (Firenze 1981), Inno alla gioia (ibid. 1983), La Via Crucis dell’umanità. Meditazione in versi su quindici bassorilievi in bronzo di L. Rosito (ibid. 1984), Liber Fulguralis, con testo a fronte in inglese di Ruth Feldman (Messina 1986), Poesie per poeti (Milano 1987), Una breve misura (Chieti 1988), Il buio e lo splendore (Milano 1989).
In questi lavori della piena maturità l’ispirazione fondamentalmente religiosa della G. perde i primitivi caratteri di esperienza tutta interiore per acquistare una dimensione umana e una capacità comunicativa più ampie.
La prima opera si ispira al polittico di M. Grünewald che la G. vide a Colmar, rimanendone fortemente colpita: ogni pannello (Annunciazione, Crocifissione, Risurrezione ecc.), e la figura stessa dell’artista diventano motivo di meditazione e di approfondimento di significati; seguono altre due sezioni: Un addio, per la morte del marito, e Plus, in cui la forma poetica, priva di segni d’interpunzione – formula insolita nello stile della G. -, si aggroviglia e s’insegue nella ripetizione di versi, mentre ripercorre il cammino umano attraverso il divenire della storia fino alla nascita dell'”erede di Hiroscima”.
L’orologio di Bologna e La Via Crucisdell’umanità nacquero dal cordoglio per le vittime innocenti della strage di Bologna (2 ag. 1980) e per quelle di ogni epoca. Inno alla gioia si apre con una poesia del 1945 e a quel lontano periodo della vita della G. si riallaccia, in quanto legato al rinnovato incontro con il suo primo amore: le poesie seguono come un diario i momenti e i pensieri che scandiscono le fasi di questa “felicità respirabile”, di questa “risurrezione”. Il buio e lo splendore è l’ultimo libro pubblicato in vita dalla G. ed è strettamente collegato all’Inno alla gioia e quindi all’amore ritrovato. Diviso in tre parti (Sibyllae, Bauci a Filemone e Il porgitore di stelle) sviluppa una complessa trama di rimandi mitologici, letterari, storici e astronomici che s’intrecciano a quelli autobiografici; ne scaturisce una tematica in cui vengono accolti gli echi della cultura classica e di quella dantesca, fino alle suggestioni del Foscolo e del Leopardi in cui viene armoniosamente inserito il riferimento al dato personale.
Nel gennaio 1990, di ritorno da un viaggio a Parigi, la G. fu colpita da un ictus cerebrale che la lasciò gravemente impedita nell’uso degli arti e, in parte, della parola, sebbene la mente fosse rimasta lucida. Poco prima di morire fece pervenire il dattiloscritto di Anelli del tempo all’editrice Città di vita, che poi avrebbe pubblicato l’opera (Firenze 1993): epilogo e ripresa di tutti i temi cari alla scrittrice, conchiuso dalla prosa Autunno. Postume sono uscite anche: La parola e le immagini, a cura di M. Ghilardi (ibid. 1999); Prose e interviste, a cura di I. Rabatti (Pistoia 1999); La voce dell’acqua. Quaderno di traduzioni, a cura di G. Battaglia – I. Rabatti (ibid. 2002). Da ricordare ancora la collaborazione della G. a L’Osservatore romano, dal 1982 al 1989, e la traduzione di opere di K. Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, in collaborazione con Aleksandra Kurczab: Pietra di luce (Città del Vaticano 1979); Il sapore del pane (ibid. 1979); Giobbe e altri inediti (ibid. 1982).
La G. morì a Roma il 19 giugno 1992.
Fonti e Bibl.: Necr. in Corriere della sera, 20 giugno 1992 (L. Baldacci); M. Guidacci, Le poesie, cit., riporta un’ampia bibliografia di tutte le opere della e sulla G.; D. Camiciotti, M. G., una vita di fedeltà all’amore, in Città di vita, LIV (1999), 6, pp. 591-606; M. Ghilardi, Semi d’inverno. Il libro disperso di M. G., in Per D. De Robertis. Studi offerti dagli allievi fiorentini, Firenze 2000, pp. 121-139; Per M. G. Atti delle Giornate di studio… 1999, a cura di M. Ghilardi (con bibl. degli scritti della G. della stessa curatrice), Firenze 2001.
Descrizione del libro di Albert Camus-Il primo uomo-Editore Bompiani-Tra i rottami dell’automobile sulla quale Albert Camus trovò la morte nel gennaio 1960 fu rinvenuto un manoscritto con correzioni e cancellature: la stesura originaria di Il primo uomo. La figlia Catherine ha meticolosamente ricostruito il testo qui pubblicato sulla base di quel manoscritto. Una narrazione forte, commovente e autobiografica: una sorta di romanzo di formazione a ritroso. Attraverso le emozioni e le impressioni del protagonista, che torna in Algeria nel desiderio di ritrovare il ricordo del padre scomparso durante la prima guerra mondiale, Camus ripercorre parte della propria vita: l’infanzia algerina, il periodo della povertà, le amicizie, le tradizioni, i sogni dai quali emerge la figura di un uomo ideale, il primo uomo, appunto. A sessant’anni dalla scomparsa di questo grande autore ecco il suo testamento letterario: vi ritroviamo le radici della sua personalità, la genesi del suo pensiero, le ragioni della scelta di dare voce, con la sua scrittura, a chi non l’ha mai avuta. Da questa storia l’omonimo film del 2011 scritto e diretto da Gianni Amelio.
Albert Camus
L’Autore
Albert Camus (1913-1960) nacque in Algeria, dove studiò e cominciò a lavorare come attore e giornalista. Affermatosi nel 1942 con il romanzo Lo straniero e con il saggio Il mito di Sisifo, raggiunse un vasto riconoscimento di pubblico con La peste (1947). Nel 1957 ricevette il premio Nobel per la letteratura per aver saputo esprimere come scrittore “i problemi che oggi si impongono alla coscienza umana”. Di questo autore, oltre ai titoli già citati, Bompiani ha pubblicato L’uomo in rivolta, L’esilio e il regno, La caduta, Il diritto e il rovescio, Taccuini 1935-1959, Caligola, Tutto il teatro, Il primo uomo, L’estate e altri saggi solari, Riflessioni sulla pena di morte, I demoni, Questa lotta vi riguarda. Corrispondenze per Combat 1944-1947, Conferenze e discorsi (1937-1958), Saremo leggeri. Corrispondenza (1944-1959). Nei Classici Bompiani è disponibile il volume Opere. Romanzi, racconti, saggi.
-Articolo di Giuseppe De Robertis -Rivista PEGASO n°8 dell’Agosto 1931-
Breve biografia di Eugenio Montale – nato a Genova nel 1896. Dopo aver seguito studi tecnici, si è dedicato per alcuni anni allo studio del canto. Chiamato alle armi, ha preso parte alla prima guerra mondiale come sottotenente di fanteria. Legato ai circoli intellettuali genovesi, dal 1920 ha avuto rapporti anche con l’ambiente torinese, collaborando al Baretti di Gobetti. Trasferitosi a Firenze (1927), dove ha frequentato il caffè delle Giubbe Rosse vicino agli intellettuali di Solaria, dal 1929 è stato direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, rimosso nel 1938 perché non iscritto al partito fascista (nel 1925 aveva aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce). Ha svolto un’attività di traduttore, soprattutto dall’inglese (da ricordare il suo contributo all’antologia Americana di E. Vittorini, 1942; le traduzioni sono in Quaderno di traduzioni, 1948, ed. accr. 1975, con versioni poetiche da Shakespeare, Hopkins, Joyce, Eliot, ecc.). Iscritto per breve tempo al Partito d’azione, ha collaborato con Bonsanti alla fondazione del quindicinale Il Mondo di Firenze (1945-46). Nel 1948 si è trasferito a Milano come redattore del Corriere della sera, occupandosi specialmente di critica letteraria e di quella musicale sul Corriere d’informazione. Importanti riconoscimenti gli giunsero con la nomina a senatore a vita (1967) e il premio Nobel per la letteratura (1975). Ha pubblicato: Ossi di seppia (1925; ed. defin. 1931), Occasioni (1939, il cui primo nucleo è costituito da La casa dei doganieri e altri versi, 1932); La bufera e altro (1956, che include anche i versi di Finisterre, 1943), Satura (1971, in cui confluiscono anche, con altre successive, le liriche del volumetto Xenia del 1966, scritte per la morte della moglie Drusilla Tanzi); Diario del ’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977); Altri versi (1981); le due parti di Diario postumo (1991 e 1996). Alla sua lunga attività pubblicistica e giornalistica si devono i libri: i bozzetti, elzevirini, culs-de-lampe riuniti sotto il titolo Farfalla di Dinard (1956; edd. accr. 1960 e 1969), le prose di viaggio Fuori di casa (1969), le prose saggistiche di Auto da fé (1966) e di Nel nostro tempo (1972), quelle riunite in Sulla poesia (1976), il volume Sulla prosa (1982), le note del Quaderno genovese (1983). Come critico musicale ha pubblicato Prime alla Scala (1981). È morto a Milano nel 1981.
Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Giuseppe Carabba Editore –LANCIANO (CH)-1931Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Eugenio MONTALE-Poesie “OSSI DI SEPPIA”-Rivista PEGASO n°8 dell’Agosto 1931-Eugenio MONTALEEugenio MONTALEEugenio MONTALEEugenio MONTALEEugenio MONTALEEugenio MONTALEEUGENIO MONTALE Ossi di Seppia- Edizione del 1941
Santa Spanò:”La voce di Nadia Anjuman diventa così la voce di tutte le donne note e sconosciute, uccise e suicide, ferite e umiliate, usate e cancellate”.
Il diritto di gridare
Non ho voglia di aprire la bocca
di che cosa devo parlare?
che voglia o no, sono un’emarginata
come posso parlare del miele se porto il veleno in gola?
cosa devo piangere, cosa ridere,
cosa morire, cosa vivere?
io, in un angolo della prigione
lutto e rimpianto
io, nata invano con tutto l’amore in bocca.
Lo so, mio cuore, c’è stata la primavera e tempi di gioia
con le ali spezzate non posso volare
da tempo sto in silenzio, ma le canzoni non ho dimenticato
anche se il cuore non può che parlare del lutto
nella speranza di spezzare la gabbia, un giorno
libera da umiliazioni ed ebbra di canti
non sono il fragile pioppo che trema nell’aria
sono una figlia afgana, con il diritto di urlare.
Imprigionata in quest’angolo
Sono imprigionata in questo angolo
Piena di malinconia e di dispiacere.
Le mie ali sono chiuse e non posso volare.
Il canto più triste.
Divento fumo nello spazio del mio credo
Lentamente mi avvolgo e mi anniento
Finché vengo allevata dalle mani dell’ansia
Nell’abisso del cuore i miei battiti aumentano
E quel battito intende conoscere la terra della fossa del tardi
Mi preparo al momento trascorso
A volte dall’amore arido e dal buon miraggio di una nuvola
Mi trasformo nel più arido deserto salato
Ma l’immaginazione dei miei occhi mi trasforma in acqua
Nel letto della morte per sete, mi trasformo in ruscello
Se arriva a me il capo di uno dei fili della speranza
Divento l’ordito nella sottile trama del cuore
Questo se n’è andato senza commiato, l’immaginazione mi porta via
Sono ancora io che mi riempio di ricordi
Anche la notte un po’ alla volta va per la sua strada e io
Divento il più triste canto d’addio.
(Nadia Anjuman, Il canto più triste. Raccolte Come un uccello in gabbia e Elegia per Nadia Anjuman, a cura di I. Scarparolo e C. Contilli -Ed. Carta e Penna- Torino)
Nessuna voglia di parlare
Che cosa dovrei cantare?
Io, che sono odiata dalla vita.
Non c’è nessuna differenza tra cantare e non cantare.
Perché dovrei parlare di dolcezza?
Quando sento l’amarezza.
L’oppressore si diletta.
Ha battuto la mia bocca.
Non ho un compagno nella vita.
Per chi posso essere dolce?
Non c’è nessuna differenza tra parlare, ridere,
Morire, esistere.
Soltanto io e la mia forzata solitudine
Insieme al dispiacere e alla tristezza.
Sono nata per il nulla.
La mia bocca dovrebbe essere sigillata.
Oh, il mio cuore, lo sapete, è la sorgente.
E il tempo per celebrare.
Cosa dovrei fare con un’ala bloccata?
Che non mi permette di volare.
Sono stata silenziosa troppo a lungo.
Ma non ho dimenticato la melodia,
Perché ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore
Ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia
Per volare via da questa solitudine
E cantare come una persona malinconica.
Io non sono un debole pioppo
Scosso dal vento
Io sono una donna afgana
E la (mia) sensibilità mi porta a lamentarmi.
Magari
A voi, ragazze isolate del secolo
condottiere silenziose, sconosciute alla gente
voi, sulle cui labbra è morto il sorriso,
voi che siete senza voce in un angolo sperduto, piegate in due,
cariche dei ricordi, nascosti nel mucchio dei rimpianti
se tra i ricordi vedete il sorriso
ditelo:
Non avete più voglia di aprire le labbra,
ma magari tra le nostre lacrime e urla
ogni tanto facevate apparire
la parola meno limpida.
(Nadia Anjuman, da Poesie scelte, Torino, Edizioni Carta e Penna, 2008)
Nadia Anjuman (Herat, Dicembre 1980 – Herat, Novembre 2005) è stata una poetessa afghana.
Il 4 novembre 2005, ad Herat nel centro occidentale dell’Afghanistan, Nadia Anjuman, poetessa, è morta massacrata di botte dal marito: aveva appena 24 anni e da 6 mesi era diventata madre di una bambina.
Una breve premessa è necessaria, è necessario ricordare che il territorio afghano si è guadagnato il soprannome di “tomba degli imperi”, direi di aggiungere anche “tomba delle donne”, dopo una parentesi durata vent’anni, i talebani hanno riconquistato l’Afghanistan (da qui si capisce il soprannome). Con il ritiro dei vari organismi internazionali i diritti civili a fatica conquistati, soprattutto dalle donne, con tutta probabilità diventeranno fumo. Per le donne lo sport in pubblico è già vietato, le scuole per le donne, separate dagli uomini, diventeranno una sorta di seminari religiosi e comunque studi o non studi, le donne non le cariche pubbliche se le potranno scordare, frustate a chi indossa abiti occidentali, le donne saranno costrette a indossare il burqa, sarà vietato uscire di casa senza il marito o un mahram (parente), sono ripresi i rapimenti di donne ridotte a schiave sessuali, future mogli promesse a chi si arruola, fustigazioni pubbliche, lapidazione, amputazione di arti e mani ed esecuzioni sommarie (da qui si capisce anche il soprannome che ho suggerito io).
Il titolo “Ritorno al futuro” – ricorderete sicuramente questa pellicola degli anni ’80 con Michael J. Fox e Christopher Lloyd – è una sintesi perfetta di quanto accaduto, la sensazione è proprio questa, come se tutti questi anni fossero trascorsi invano mentre i talebani viaggiavano indisturbati nel tempo per far in modo che in questo territorio martoriato, oggi ribattezzato Emirato islamico dell’Afghanistan, tutto tornasse al periodo 1996-2001.
E nel loro “ritorno al futuro” avranno attraversato anche la vita di Nadia Anjuman che nella sua autobiografia scriveva […]“Da quando ho memoria di me so di aver amato la poesia. L’amore per la poesia e le catene di sei anni di schiavitù dell’era dei Talebani, che mi avevano legato le gambe, hanno fatto sì che appoggiandomi alla penna e zoppicando, componessi passi ed entrassi nel territorio della poesia… ma… ahimè… tuttora, ogniqualvolta che compongo un nuovo passo, sento il tremore della mia penna e con essa trema anche la mia anima. Forse perché non mi sento indenne, temo ancora di sdrucciolarmi lungo il percorso”…
Nadia gli anni del regime talebano li ha vissuti in pieno, in quell’età, l’adolescenza, in cui le ragazze vogliono sentirsi subito grandi, fanno tardi la sera, s’innamorano perdutamente, leggono e scrivono poesie, sognano ad occhi aperti e fanno un mucchio di sciocchezze, le ragazze, ma in Afghanistan in quegli anni non sono esistite le “ragazze”, né l’adolescenza delle ragazze.
Alle donne era vietato persino ridere ad alta voce, figurarsi andare a scuola, a loro era vietata qualsiasi forma di istruzione, si poteva studiare solo clandestinamente, col rischio di essere arrestate e impiccate. Tra le poche concessioni del fondamentalismo islamico: i corsi di cucito.
La “Scuola di cucito l’ago d’oro” di Herat accoglieva le ragazze desiderose d’imparare a cucire, ufficialmente, clandestinamente era un circolo letterario, le lezioni tenute da professori di letteratura della locale università aprivano alle donne la possibilità di studiare i grandi autori, di approfondire la lettura e la scrittura, tutto questo a costo della vita.
Nadia Anjuman era una delle allieve del “l’ago d’oro”, e non tardò a farsi notare per stile e talento, l’amore per la poesia, come lei stessa scrive nell’autobiografia, le consentì di “appoggiarsi alla penna” e scrivere, tanto che uno degli organizzatori del circolo, il professore Muhammad Ali Rahyab iniziò a guidare l’allora sedicenne Anjuman, e “la aiutò a trovare la voce che presto avrebbe affascinato migliaia di lettori”.
Nel 2001 l’Alleanza del Nord appoggiata dagli Stati Uniti liberò l’Afghanistan dalla dittatura talebana, Anjuman aveva 21 anni e finalmente, cessate le criminali limitazioni imposte dai religiosi integralisti, era libera di seguire il proprio percorso di studi iscrivendosi al corso di laurea di Letteratura e Lingue Farsi all’Università di Herat, dove si è immatricolata nel 2002.
La situazione socio-politica si rinnova con l’entrata in vigore della nuova Costituzione dal 26 gennaio 2004, rifacendosi a quella del 1964, alle donne vengono (sulla carta) riconosciuti gli stessi diritti degli uomini, di fatto la condizione della donna, soprattutto nelle aree rurali e nelle famiglie conservatrici non muta (e non è mai mutata), le mentalità misogine e patriarcali, una cultura oramai radicata, continuano a considerare le donne sottoposte agli uomini, oggetti, incubatrici, domestiche, schiave, appendici di servizio.
In mezzo a tanto fermento anche la nostra giovane promessa Nadia Anjuman compie con tenacia la sua personale “rivoluzione”, si laurea in letteratura e pubblica il suo primo libro di poesie “Gul-e-dodi” (“Fiore di fumo”), libro che divenne molto popolare anche fuori dei confini afgani, in Pakistan e anche in Iran.
Nel frattempo non si sottrasse ai suoi doveri filiali e sposò Farid Ahmad Majid Neia, laureato anche lui in lettere all’Università di Herat e direttore della locale biblioteca. Neia e la sua famiglia consideravano le pubblicazioni di Nadia imbarazzanti, che leggesse in pubblico e avesse tanto seguito una vergogna per la loro reputazione.
Nonostante la difficile situazione familiare Nadia Anjuman continuò a lavorare al secondo volume di poesie che sarebbe andato in stampa nel 2006 intitolato “Yek sàbad délhoreh” (“Un’abbondanza di preoccupazioni”), la sua voce sul registro della sincerità nel raccontare il suo isolamento e la tristezza del matrimonio.
Non riuscì a vederlo pubblicato, il 4 novembre 2005, a pochi mesi dalla nascita della sua bambina, e dal suo compleanno, il 27 dicembre avrebbe compiuto 25 anni, il marito Farid Ahmad Majid Neia la picchiò a morte.
Se per sopraffare un “nemico” occorre un M4, per sopraffare una donna sono sufficienti schiaffi, pugni e qualche calcio ben assestato, questo il destino di Nadia Anjuman, secondo alcune fonti tutto iniziò con un litigio, per il fratello di Nadia il vero movente dell’omicidio fu il rancore. Il marito non poteva sostenere il confronto con la moglie diventata una delle voci più apprezzate della poesia, non poteva tollerare una moglie con il vizio della notorietà, brava, seguita e amata, e la uccide fracassandogli la testa.
Per le autorità si tratterà di infarto o suicidio. Le autorità in un primo tempo avalleranno le dichiarazioni di Farid Ahmad Majid Neia che la giovane dopo la loro lite prese del veleno, nessuna autopsia venne eseguita per espresso divieto del marito e della sua famiglia. L’intervento delle Nazioni Unite, l’evidente morte per trauma cranico dovuto alle percosse, portarono in un secondo tempo all’arresto del marito, arresto che durò qualche mese, i capi tribali del distretto di Herat fecero pressione sul padre di Nadia perché perdonasse pubblicamente il genero, assicurando che l’uomo sarebbe rimasto in carcere per almeno cinque anni. Farid Ahmad Majid Neia grazie al perdono dopo un solo mese di detenzione ritornò alla sua vita e l’omicidio della poetessa Nadia Anjuman archiviato come suicidio.
Oltre ogni dibattimento, il movente di questo efferato assassinio resta uno: essere donna.
E non è certo il solo, l’Afghanistan non è un paese per donne, anche la legge sull’Eliminazione della Violenza sulle Donne nel 2009, riconfermata poi nel 2018, ha potuto poco nelle aree interne del Paese, dove gli uxoricidi, le violenze domestiche sono di fatto fatti privati. Una maggiore consapevolezza e miglioramento delle condizioni lo si è avuto in questi vent’anni soprattutto nelle grandi città, non senza dimenticare le uccisioni e le aggressioni di donne che si sono impegnate per l’emancipazione e il miglioramento delle condizioni di vita della donna. Oggi con il ritorno al potere dei Talebani il timore che delle donne ci si dimenticherà dei diritti, ma ancora più straziante anche del volto, segregato sotto un manto o dietro i vetri oscurati, è quasi certo, lo testimoniano le prime 300 “vittime” ufficiali, 300 donne afghane filo-talebane che l’11 settembre hanno partecipato a una conferenza all’Università di Kabul indossando il velo integrale a sostegno delle politiche sulla segregazione delle donne. Coperte integralmente, finanche le mani con guanti neri, in conformità con le nuove rigorose politiche di abbigliamento per l’istruzione, hanno sventolato le bandiere bianche dei talebani felici di non esistere più.
La voce di Nadia Anjuman diventa così la voce di tutte le donne note e sconosciute, uccise e suicide, ferite e umiliate, usate e cancellate.-
Fonte –La Bottega del Barbieri
COORDINAMENTO ITALIANO SOSTEGNO DONNE AFGHANE Onlus Via dei Transiti 1 – 20127 Milano
Codice Fiscale 97381410154
Le donne del CISDA sono attive nella promozione di progetti di solidarietà a favore delle donne afghane sin dal 1999. Il nucleo iniziale è stato costituito da un gruppo di “Donne in Nero” che ha invitato le donne afghane di due associazioni (RAWA e HAWCA) all’Onu dei Popoli di Perugia.
Da allora, questo nucleo di donne ha continuato la sua attività, collaborando con altre associazioni.
Dal 2014, su sollecitazione degli attivisti afghani, l’attività di sostegno del Cisda si è rivolta anche alla resistenza curda.
Le finalità del CISDA si collocano nell’ambito della solidarietà sociale, della formazione, della promozione della cultura, della tutela dei diritti civili e dei diritti delle donne in Italia ed all’estero.
L’Associazione ha come fondamento la condivisione dei valori umani di ogni persona quali ne siano religione, origine, cultura e nazionalità; lo scopo prioritario è la promozione di iniziative di carattere politico-sociale sia a livello nazionale che internazionale, sulla condizione delle donne che si trovano in situazioni svantaggiate dal punto di vista familiare, economico, sociale e politico, con particolare riferimento alle donne afghane.
All’interno del tessuto sociale CISDA intende, promuovendo la diffusione di una cultura e di una prassi di solidarietà:
contribuire al superamento di atteggiamenti emarginanti, con l’apertura all’accoglienza e all’integrazione e per l’educazione a una convivenza sociale multi razziale, in spirito di fraternità e di non violenza
favorire l’eliminazione dei fattori che ostacolano il pieno e libero sviluppo umano, sociale ed economico
realizzare una crescita e uno sviluppo, sia a livello locale che internazionale, nella ricerca di una maggiore giustizia tra i popoli, nel rispetto del razionale sfruttamento delle risorse e dei limiti ambientali del pianeta
La nostra attività si svolge a stretto contatto con i nostri partner afghani, con cui condividiamo progetti concreti, lettura della realtà locale e internazionale, con uno scambio continuo di visioni ed esperienze. Queste le organizzazioni di riferimento: [
RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan)
HAWCA (Humanitarian Association of Women and Children of Afghanistan)
OPAWC (Organization Promoting Afghan Women Capabilities
SAAJS (Social Afghan Association of Justice Seekers);
AFCECO (Afghan Child Education and Care Organization).
Il CISDA è oggi attivo nelle città di Milano, San Giuliano Milanese, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese, Firenze, Como, Roma, Torino, Piadena, Verbania e nel Tigullio. Periodicamente invitiamo in Italia delegate delle organizzazioni afghane e curde con cui collaboriamo per tenere conferenze e incontri sulla situazione del loro paese e sulle loro attività.
Promuoviamo delegazioni in Afghanistan e in Kurdistan, quando possibile.
Organizziamo incontri pubblici, presentazioni di libri e filmati, incontri nelle scuole, cene di solidarietà, raccolte fondi a sostegno dei progetti.
In Italia collaboriamo con varie associazioni e reti tra cui: Insieme si puo’ di Belluno, Emmaus di Piadena, “La Sosta” di Roma, “Liberi Pensieri” di S. Giuliano Milanese, La Casa in movimento di Cologno Monzese (MI), Da donna a donna, di Sesto san Giovanni (MI), Casa delle donne di Viareggio, Milano, Torino, Roma e altre città, Trama di terre di Imola, Centro Balducci di Zugliano (Udine), Donne in Nero, Circoli Arci
CISDA ha pubblicato libri e filmati che potete trovare nella sezione multimedia.
La poetessa belga-israeliana Esther Granek nacque il 7 aprile 1927 a Bruxelles, fu autodidatta non avendo potuto studiare a causa delle leggi antiebraiche durante l’occupazione nazista.
Constatazione
Ho solo me
In ogni giorno
Per accogliere la nuova alba
Ma non appena m’aggroviglio in un sogno
ho solo te
Ho solo me
Per incassare
Tutte le piaghe da decubito della vita
Ma appena in un sogno mi perdo
ho solo te
Ho solo me
Quando spio
Del futuro l’ora che scocca
Ma nelle mie ardenti preghiere
ho solo te
Ho solo te
Per stupirmi
E per magnificare le immagini
Ma appena ho girato le pagine
ho solo me
***
Incinta
Sono incinta di prati verdi
porto i pascoli dentro di me
Se il mio umore è divertente o saggio,
Sono incinta di prati verdi
Segnala questo annuncioPrivacy
Bella è l’immagine!
dolce il suono
“Porto pascoli dentro di me…”
E allo stesso tempo cosa ingrata
sono incinta di deserti.
e miraggi
e chimere
grandi temporali
Di rimpianti che ingiustamente attraversano
Risate di cui non so che farmene.
E le mie gravidanze coesistono.
In tutto il mio essere. Senza limiti.
***
Finalità
Tu dici: “L’uccello canta
per festeggiare il sole…”
Tu dici: “L’uccello canta
per incantare il mio orecchio…”
Quella che ti sembra una canzone
è in realtà grido di guerra.
pianto originario
e avvertimento.
Credi che la specie
alle profondità dei mari
si divori a vicenda in giubilo
senza soffrire di carne?
Vasta selezione
dove tutto si perpetua
solo attraverso i tuoi occhiali,
ammiri, tanto e di più!
Equilibrio gigantesco!
(ti riempie di emozione…)
E quando il tuo essere vibra
per vedere intorno a te
tutte le specie, grandi e piccoli
nati per mangiarsi l’un l’altro,
Uomo, ti senti il prescelto
per cui tutto è stato fatto!
***
Cantando
Con fili di seta
Avevo intrecciato una canzone selvaggia
Selvaggia era la mia voce
E tenera era la mia canzone
***
In attesa
Questo seme che tengo
nel palmo della mia mano,
cosa farà nascere domani?
Una canna o una quercia?
Qualche pianta da giardino?
Lo ignoro e non me ne lamento.
Ma il mio cuore batte,
sapendo che nella sua vita
una vita l’attende,
il mio piacere del momento
quando dirà: presente,
finché troverà buon terreno
che lo protegge
Quindi, un buon seme attende.
Questo amore che tieni
nel palmo della tua mano
cosa farà nascere domani?
La mia felicità o il mio dolore?
O i miei infiniti rimpianti?
Non lo so, cosa sarà.
Ma lì, il mio cuore si congela
non sapendo il ruolo
nel destino che attende,
a tuo piacimento del momento.
Perché sei tu che scegli,
e sono io che soffro.
Brava la puttana in attesa
e il buon cane va d’accordo.
**
Un po’ di spettacolo…
Accordo inespresso, minuscolo.
Eppure già un legame intimo.
Un po’ di spettacolo…
Una specie di trappola
Ancora un tocco negli arpeggi.
Un dolce preludio allo stato d’assedio.
Una specie di trappola
E poi all’improvviso…
Accordi a quattro mani.
E con due bocche. Ah! gioco divino!
E poi all’improvviso…
A volte disastro…
A volte la felicità dove tutto combacia.
Sinfonia di ombre e lesene.
A volte disastro.
Corpo a corpo …
Abbinamento perfetto. Piccola morte.
E sempre una sola parola: “Ancora”
Corpo a corpo …
Un’altra pagina…
Perché molto presto tutto diventa saggio.
Come il mare dopo la tempesta.
Un’altra pagina…
Nessuna traccia …
Accordo dove tutto è già cancellato.
Insomma, dove tutto torna a posto.
Nessuna traccia …
Riposo. Tempo scaduto…
Fino al risveglio, vicino o lontano.
E poi all’improvviso: nuova esplosione!
E poi all’improvviso…
Un po’ di spettacolo…
Accordo inespresso, minuscolo.
Eppure già un legame intimo.
Un po’ di spettacolo…
Una specie di trappola
Ancora un tocco, negli arpeggi…
EVASIONE
E sarò di fronte al mare
che verrà a bagnare i ciottoli.
Carezze d’acqua, di vento e d’aria.
E di luce. Di immensità.
E in me sarà il deserto.
Entrerà solo il cielo leggero.
E sarò di fronte al mare
che verrà a battere gli scogli.
A schiaffeggiarli. A sferzarli. Usando la pietra.
A colpirli. A insinuarsi. Selvaggio.
E in me sarà il deserto.
Nessun cielo tormentato entrerà.
E sarò di fronte al mare,
statua di carne e cuore di legno.
E farò il deserto in me.
Che importerà il tempo? Scuro o chiaro…
—————————————————–
BIOGRAFIA
Esther Granek
La poetessa belga-israeliana Esther Granek nacque il 7 aprile 1927 a Bruxelles, fu autodidatta non avendo potuto studiare a causa delle leggi antiebraiche durante l’occupazione nazista.
Nel 1940 la sua famiglia fuggì dal Belgio e si stabilì a Bagnères-de-Luchon in Francia, ma ben presto furono tutti deportati in un campo di concentramento a Brens nel Tarn. Nel 1941 riuscirono a fuggire, pochi giorni prima dello sterminio di tutti i prigionieri del campo. Tornata a Bruxelles, rimase nascosta prima con gli zii, poi, dal 1943 fino alla fine dell’occupazione nazista, con una famiglia cristiana che, con documenti falsi, la spacciava per figlia. .
Sopravvissuta all’Olocausto, si è trasferita in Israele nel 1956 dove ha lavorato per 35 anni come segretaria contabile presso l’ambasciata belga a Tel Aviv. Nel 1981 gli è stata conferita la medaglia civica di prima classe in riconoscimento della qualità del suo lavoro. Morì a Tel Aviv il 9 maggio 2016.
Autrice compositrice di canzoni, poesie, ballate e testi umoristici, pubblicò diverse raccolte. I suoi versi prendono in giro mode e convenzioni. Seducono subito per la loro fantasia e libertà. Con una grazia.
Gregory Corso, il poeta ribelle della Beat Generation –
Gregory Corso (1930-2001) was a founding member of the Beat Generation, and for over fifty years one of America’s most popular and beloved poets. He was the author of over a dozen books of poetry and one novel, in addition to posthumously published collections of plays, interviews and correspondence. His book, The Golden Dot: Last Poems, 1997-2000, edited by Raymond Foye and George Scrivani, will be published in Spring 2022 by Lithic Press.
Gregory Corso
Born in New York City’s Greenwich Village. He was placed in numerous foster homes, and as a teenager served time in detention centers and prisons in New York and Vermont. His lifelong friendship with Allen Ginsberg began in 1951 with their meeting in a Greenwich Village bar, shortly after Corso’s release from Clinton Correctional Facility. In 1954-55, Corso was based in Cambridge, Massachusetts, staying with friends from Harvard and Radcliffe colleges, and befriending Frank O’Hara and Bunny Lang at the Poet’s Theater. His first book The Vestal Lady on Brattle and Other Poems was published there in 1955. As an original member of the Beat Generation along with Ginsberg, Herbert Huncke, William S. Burroughs and Jack Kerouac, Corso was a public figure and a poet of great popularity who published and read widely. In 1965 he was invited to teach at SUNY Buffalo but was dismissed upon arrival when he refused to sign a loyalty oath to the US Government. He lived a peripatetic life, dividing his time between New York, San Francisco, Paris, Rome, and Athens. A faculty member in poetics at the Naropa Institute in Boulder in the 1980s and 1990s, Corso died of prostate cancer in January 2001.
La poesia di Gregory Corso ‘Bomb’ pubblicata nel 1958 è stata, secondo Catharine Seigel, una delle prime poesie ad affrontare l’esistenza della bomba nucleare. Fu pubblicata come un foglio volante (broadside) con il testo disposto a formare la forma di un fungo atomico. I primi 30 versi creavano la forma della cima del fungo, mentre i versi 30-190 formavano il pilastro di detriti e distruzione che si innalzavano dal suolo. Corso si rifaceva alla tradizione della poesia visiva ma fece la scelta irriverente di creare la forma della nuvola che risulta dalla detonazione di una bomba nucleare. Usi precedenti di questa tecnica davano alla poesia la forma di ali d’angelo e altari, per cui la scelta di Corso risulta secondo Siegel “ironicamente appropriata”. La poesia apparve nel volume “The Happy Birthday of Death” che conteneva una fotografia in bianco e nero dell’esplosione nucleare sopra Hiroshima.
Gregory Corso
Budger of history Brake of time You Bomb
Toy of universe Grandest of all snatched sky I cannot hate you
Do I hate the mischievous thunderbolt the jawbone of an ass
The bumpy club of One Million B.C. the mace the flail the axe
Catapult Da Vinci tomahawk Cochise flintlock Kidd dagger Rathbone
Ah and the sad desparate gun of Verlaine Pushkin Dillinger Bogart
And hath not St. Michael a burning sword St. George a lance David a sling
Bomb you are as cruel as man makes you and you’re no crueller than cancer
All Man hates you they’d rather die by car-crash lightning drowning
Falling off a roof electric-chair heart-attack old age old age O Bomb
They’d rather die by anything but you Death’s finger is free-lance
Not up to man whether you boom or not Death has long since distributed its
categorical blue I sing thee Bomb Death’s extravagance Death’s jubilee
Gem of Death’s supremest blue The flyer will crash his death will differ
with the climbor who’ll fall to die by cobra is not to die by bad pork
Some die by swamp some by sea and some by the bushy-haired man in the night
O there are deaths like witches of Arc Scarey deaths like Boris Karloff
No-feeling deaths like birth-death sadless deaths like old pain Bowery
Abandoned deaths like Capital Punishment stately deaths like senators
And unthinkable deaths like Harpo Marx girls on Vogue covers my own
I do not know just how horrible Bombdeath is I can only imagine
Yet no other death I know has so laughable a preview I scope
a city New York City streaming starkeyed subway shelter
Scores and scores A fumble of humanity High heels bend
Hats whelming away Youth forgetting their combs
Ladies not knowing what to do with their shopping bags
Unperturbed gum machines Yet dangerous 3rd rail
Ritz Brothers from the Bronx caught in the A train
The smiling Schenley poster will always smile
Impish death Satyr Bomb Bombdeath
Turtles exploding over Istanbul
The jaguar’s flying foot
soon to sink in arctic snow
Penguins plunged against the Sphinx
The top of the Empire state
arrowed in a broccoli field in Sicily
Eiffel shaped like a C in Magnolia Gardens
St. Sophia peeling over Sudan
O athletic Death Sportive Bomb
the temples of ancient times
their grand ruin ceased
Electrons Protons Neutrons
gathering Hersperean hair
walking the dolorous gulf of Arcady
joining marble helmsmen
entering the final ampitheater
with a hymnody feeling of all Troys
heralding cypressean torches
racing plumes and banners
and yet knowing Homer with a step of grace
Lo the visiting team of Present
the home team of Past
Lyre and tube together joined
Hark the hotdog soda olive grape
gala galaxy robed and uniformed
commissary O the happy stands
Ethereal root and cheer and boo
The billioned all-time attendance
The Zeusian pandemonium
Hermes racing Owens
The Spitball of Buddha
Christ striking out
Luther stealing third
Planeterium Death Hosannah Bomb
Gush the final rose O Spring Bomb
Come with thy gown of dynamite green
unmenace Nature’s inviolate eye
Before you the wimpled Past
behind you the hallooing Future O Bomb
Bound in the grassy clarion air
like the fox of the tally-ho
thy field the universe thy hedge the geo
Leap Bomb bound Bomb frolic zig and zag
The stars a swarm of bees in thy binging bag
Stick angels on your jubilee feet
wheels of rainlight on your bunky seat
You are due and behold you are due
and the heavens are with you
hosanna incalescent glorious liaison
BOMB O havoc antiphony molten cleft BOOM
Bomb mark infinity a sudden furnace
spread thy multitudinous encompassed Sweep
set forth awful agenda
Carrion stars charnel planets carcass elements
Corpse the universe tee-hee finger-in-the-mouth hop
over its long long dead Nor
From thy nimbled matted spastic eye
exhaust deluges of celestial ghouls
From thy appellational womb
spew birth-gusts of of great worms
Rip open your belly Bomb
from your belly outflock vulturic salutations
Battle forth your spangled hyena finger stumps
along the brink of Paradise
O Bomb O final Pied Piper
both sun and firefly behind your shock waltz
God abandoned mock-nude
beneath His thin false-talc’s apocalypse
He cannot hear thy flute’s
happy-the-day profanations
He is spilled deaf into the Silencer’s warty ear
His Kingdom an eternity of crude wax
Clogged clarions untrumpet Him
Sealed angels unsing Him
A thunderless God A dead God
O Bomb thy BOOM His tomb
That I lean forward on a desk of science
an astrologer dabbling in dragon prose
half-smart about wars bombs especially bombs
That I am unable to hate what is necessary to love
That I can’t exist in a world that consents
a child in a park a man dying in an electric-chair
That I am able to laugh at all things
all that I know and do not know thus to conceal my pain
That I say I am a poet and therefore love all man
knowing my words to be the acquainted prophecy of all men
and my unwords no less an acquaintanceship
That I am manifold
a man pursuing the big lies of gold
or a poet roaming in bright ashes
or that which I imagine myself to be
a shark-toothed sleep a man-eater of dreams
I need not then be all-smart about bombs
Happily so for if I felt bombs were caterpillars
I’d doubt not they’d become butterflies
There is a hell for bombs
They’re there I see them there
They sit in bits and sing songs
mostly German songs
And two very long American songs
and they wish there were more songs
especially Russian and Chinese songs
and some more very long American songs
Poor little Bomb that’ll never be
an Eskimo song I love thee
I want to put a lollipop
in thy furcal mouth
A wig of Goldilocks on thy baldy bean
and have you skip with me Hansel and Gretel
along the Hollywoodian screen
O Bomb in which all lovely things
moral and physical anxiously participate
O fairylike plucked from the
grandest universe tree
O piece of heaven which gives
both mountain and anthill a sun
I am standing before your fantastic lily door
I bring you Midgardian roses Arcadian musk
Reputed cosmetics from the girls of heaven
Welcome me fear not thy opened door
nor thy cold ghost’s grey memory
nor the pimps of indefinite weather
their cruel terrestial thaw
Oppenheimer is seated
in the dark pocket of Light
Fermi is dry in Death’s Mozambique
Einstein his mythmouth
a barnacled wreath on the moon-squid’s head
Let me in Bomb rise from that pregnant-rat corner
nor fear the raised-broom nations of the world
O Bomb I love you
I want to kiss your clank eat your boom
You are a paean an acme of scream
a lyric hat of Mister Thunder
O resound thy tanky knees
BOOM BOOM BOOM BOOM BOOM
BOOM ye skies and BOOM ye suns
BOOM BOOM ye moons ye stars BOOM
nights ye BOOM ye days ye BOOM
BOOM BOOM ye winds ye clouds ye rains
go BANG ye lakes ye oceans BING
Barracuda BOOM and cougar BOOM
Ubangi BOOM orangutang
BING BANG BONG BOOM bee bear baboon
ye BANG ye BONG ye BING
the tail the fin the wing
Yes Yes into our midst a bomb will fall
Flowers will leap in joy their roots aching
Fields will kneel proud beneath the halleluyahs of the wind
Pinkbombs will blossom Elkbombs will perk their ears
Ah many a bomb that day will awe the bird a gentle look
Yet not enough to say a bomb will fall
or even contend celestial fire goes out
Know that the earth will madonna the Bomb
that in the hearts of men to come more bombs will be born
magisterial bombs wrapped in ermine all beautiful
and they’ll sit plunk on earth’s grumpy empires
fierce with moustaches of gold
Incalzatrice della storia Freno del tempo Tu Bomba
Giocattolo dell’universo Massima rapinatrice di cieli Non posso odiarti
Forse che l’odio il fulmine scaltro la mascella di un asino
La mazza nodosa di Un Milione di A.C. la clava il flagello l’ascia
Catapulta Da Vinci tomahawk Cochise acciarino Kidd pugnale Rathbone
Ah e la triste disperata pistola Verlaine Puskin Dillinger Bogart
E non ha S. Michele una spada infuocata S. Giorgio una lancia Davide una fionda
Bomba sei crudele come l’uomo ti fa e non sei più crudele del cancro
Ogni uomo ti odia preferirebbe morire in un incidente d’auto per un fulmine annegato
Cadendo dal tetto sulla sedia elettrica di infarto di vecchiaia di vecchiaia O Bomba
Preferirebbe morire di qualsiasi cosa piuttosto che per te Il dito della morte è indipendente
Non sta all’uomo che tu bum o no La Morte ha distrutto da un pezzo
il suo azzurro inflessibile Io ti canto Bomba Prodigalità della Morte Giubileo della Morte
Gemma dell’azzurro supremo della Morte Chi vola si schianterà al suolo la sua morte sarà diversa
da quella dello scalatore che cadrà Morire per un cobra non è morire per del maiale guasto
Si può morire in una palude in mare e nella notte per l’uomo nero
Oh ci sono morti come le streghe d’Arco Agghiaccianti morti alla Boris Karloff
Morti insensibili come un aborto morti senza tristezza come vecchio dolore Bowery
Morti nell’abbandono come la Pena Capitale morti solenni come i senatori
E morti impensabili come Harpo Marx le ragazze sulla copertina di Vogue la mia
Proprio non so quanto sia terribile la MortePerBomba Posso solo immaginarlo
Eppure nessuna morte di cui io sappia ha un’anteprima così buffa Panoramo
una città la città New York che straripa a occhi desolati rifugio nel subway
Centinaia e centinaia Un precipitare di umanità Tacchi alti piegati
Capelli spinti indietro Giovani che dimenticano i pettini
Signore che non sanno cosa fare delle borse della spesa
Impassibili distributori automatici di gomma Ma 3° rotaia pericolosa lo stesso
Ritz Brothers del Bronx sorpresi sul treno A
La sorridente réclame del Schenley sorriderà sempre
Morte Folletto Bomba Satiro Bombamorte
Tartarughe che esplodono sopra Istanbul
La zampa del giaguaro che balza
per affondare presto nella neve artica
Pinguini piombati contro la Sfinge
La cima dell’Empire State
sfrecciata in un campo di broccoli in Sicilia
Eiffel a forma di C nei Magnolia Gardens
S. Sofia atletica Bomba sportiva
I templi dell’antichità
finite le loro grandiose rovine
Elettroni Protoni Neutroni
che raccolgono capelli Esperidi
che percorrono il dolente golf dell’Arcadia
che raggiungono timonieri di marmo
che entrano nell’anfiteatro finale
con un senso di imnodia di tutte le Ilio
annunciando torce di cipressi
correndo con pennacchi e stendardi
e tuttavia conoscendo Omero con passo aggraziato
Ecco la squadra del Presente in visita
la squadra del Passato in casa
Lira e tuba insieme congiunte
Odi e wurstel soda oliva uva
galassia di gala usciere togato
e in alta uniforme O felici posti a sedere
Applausi e grida e fischi eterei
La presenza bilione del più grande pubblico
Il pandemonio di Zeus
Hermes che corre con Owens
La Palla lanciata da Buddha
Cristo che picchia la palla
Lutero che corre alla terza base
Morte planetaria Osanna Bomba
Fa sbocciare la rosa finale O Bomba di Primavera
Vieni con la tua veste di verde dinamite
libera dalla macchina l’occhio inviolato della Natura
Davanti a te. li Passato raggrinzito
dietro dl te il Futuro che ci saluta O Bomba
Rimbalza nell’erbosa aria da tromba
come la volpe nell’ultima tana
tuo campo l’universo tua siepe la terra
Salta Bomba rimbalza Bomba scherza a zig zag
Le stelle uno sciame d’api nella tua borsa tintinnante
Angeli attaccati ai tuoi piedi giubileo
ruote di pioggialuce sul tuo scanno
Sei attesa e guarda sei attesa
e i cieli sono con te
osanna Incalescente gloriosa liaison
BOMBA O strage antifonia fusione spacco BUM
Bomba fa l’infinito una Improvvisa fornace
distendi il. tuo Spazzare che abbracci moltitudini
avviati orribile agenda
Stelle del Carro pIaneti carnaio elementi di carcassa
Fa’ cadere l’universo salta ciucciante coi dito in bocca
sui suo da tanto da tanto morto Neanche
Dal tuo minuscolo peloso occhio spastico
espelli diluvi dl celestiali vampiri
Dal tuo grembo invocante
vomita turbini di grandi vermi
Squarcia Il tuo ventre o Bomba
dal tuo ventre fa’ sciamare saluti di avvoltolo
incalza col tuoi moncherini stellati dl iena
lungo il margine del Paradiso
Bomba O finale Pied Piper
sole e lucciola valzeggiano dietro la tua sorpresa
Dio abbandonato zimbello
Sono la Sua rada falso-narrata apocalisse
Lui non può sentire le un-bel-giorno
profanazioni del tuo flauto
Lui è rovesciato sordo nell’orecchio pustoloso del Silenziatore
il Suo Regno un’eternità di cera vergine
Trombe tappate non Lo annunciano
Angeli sigillati non Lo cantano
Un Dio senza tuoni Un Dio morto
Bomba il tuo BUM la Sua tomba,
Che io mi chini su un tavolo di scienza
astrologo che guazza in prosa di draghi
quasi esperto dl guerre bombe soprattutto bombe
Che io sia incapace di odiare ciò che è necessario amare
Che io non possa esistere in un mondo che consente
un bimbo abbandonato in un parco un uomo morto sulla sedia elettrica
Che io sia capace di ridere di tutte le cose
dl tutte quelle che so e quelle che non so per nascondere il mio dolore
Che dica di essere un poeta e perciò amo ogni uomo
sapendo che le mie parole sono la riconosciuta profezia di ogni uomo
e le mie non parole un non minore riconoscimento,
che io sia multiforme
uomo che Insegue le grandi bugie dell’oro
poeta che vaga tra ceneri luminose
come mi immagino
un sonno con denti di squalo un mangia-uomini di sogni
Allora non ho bisogno di esser davvero esperto di bombe
Per fortuna perché se le bombe ml sembrassero larve
non dubiterei che diventerebbero farfalle
C’è un inferno per le bombe
Sono laggiù Le vedo laggiù
Stan li e cantano canti
soprattutto canti tedeschi
e due lunghissimi canti americani
e vorrebbero che ci fossero altri canti
specialmente canti russi e cinesi
e qualche altro lunghissimo canto americano
Povera piccola Bomba che non sarai mal
un canto eschimese io ti amo
voglio mettere una caramella
nella tua bocca forcuta
Una parrucca di Goldilocks sulla tua zucca pelata
e farti saltellare con me come Hansel e Gretel
sullo schermo di Hollywood
O Bomba in cui tutte le cose belle
Morali e fisiche rientrano ansiose
fiocco di fata colto dal
più grande albero dell’universo
lembo di paradiso che dà
un sole alla montagna e al formicaio
Sto In piedi davanti alla tua fantastica porta gigliale
Ti porto rose Midgardian muschio d’Arcadia
Rinomati cosmetici delle ragazze del paradiso
Dammi il benvenuto non temere, la tua porta aperta
né il grigio ricordo del tuo freddo fantasma
nè i ruffiani del tuo tempo incerto
il loro crudele sciogliersi terreno
Oppenheimer è seduto
nella buia tasca di Luce
Fermi è disseccato nei Mozambico della Morte
Einstein la sua boccamito
una ghirlanda di patelle sulla testa di calamari lunari
Fammi entrare Bomba sorgi da quell’angolo da topo gravido
non temere le nazioni del mondo con le scope alzate
O Bomba ti amo
Voglio baciare il tuo clank mangiare il tuo bum
Sei un peana un acmé dl urli
un cappello lirico del Signor Tuono
fai risuonare le tue ginocchia di metallo
BUM BUM BUM BUM BUM
BUM tu cieli e BUM tu soli
BUM BUM tu lune tu stelle BUM
notti tu BUM tu giorni tu BUM
BUM BUM tu venU tu nubi tu nembi
Fate BANG voi laghi voi Oceani BING
Barracuda BUM e coguari BUM
Ubanghi BANG orangutang
BING BANG BONG BUM ape orso scimmion
tu BANG tu BONG tu BING
la zanna la pinna la spanna
Si Si In mezzo a noi cadrà una bomba
Fiori balzeranno di gioia con le radici doloranti
Campi si inginocchieranno orgogliosi sotto gli halleluia del vento
Bombe-garofano sbocceranno Bombe-alce rizzeranno le orecchie
Ah molte bombe quel giorno intimidiranno gli uccelli in aspetto gentile
Eppure non basta dire che una bomba cadrà
sia pure sostenere che il fuoco celeste uscirà
Sappiate che la terra madonnerà in grembo la Bomba
che nel cuore degli uomini a venire altre bombe. nasceranno
bombe da magistratura avvolte in ermellino tutto bello
e si pianteranno sedute sui ringhiosi imperi della terra
feroci con baffi d’oro.
Gregory Corso
Gregory’s Last Lines
( previously published in Eliot’s book Love, War, Fire Wind)
He was a poet of silk and the shredding of silk.
No earthling nor deity remained immune from his probing questions.
When the academy turned its head for a pulitzer second
he slipped an enlightened humor worm into the gut of poetry
that hasn’t yet wriggled its way out.
With fountain pen tears he mourned the nationalism of the nation
even as he hosanna’d the home run.
He fooled death, coaxing it into the soup of life
every time but for one.
Writing in “Many Have Fallen” about American soldiers
marched by Army into radioactive bomb blasts
Gregory wrote: “All survived / …until two decades later
when the dead finally died”–
a last line of stunning poetry enough to make the top
of Emily D’s head pop off.
In 1983, Andy Clausen brought him to carouse
our New Brunswick bars.
We stopped at my kitchen table electric typewriter,
where Gregory pulled his pocket notebook
and tapped out a piece for Long Shot magazine.
The poem was called “Delacroix Mural at St. Suplice.”
Deep into typing, Gregory stopped & asked
what thought I of his last three pencil’d lines.
I eyed his notebook, said I liked ’em but not as much
as the rest of the poem.
I thought he might write three new lines on the spot–
but instead he stood up, waved his left hand suavely
& declared the poem done at what’d been
the fourth-to-last line:
“I know the ways of god / by god!”
He knew how to end / at the ending.
I had the chance to read him “Ode to the West Wind”
on his cancer bed:
“If Winter comes, can Spring be far behind?”
After approaching mortality’s last breath in summer,
he arose to see another new year.
Now, I hear his ashes will be buried in Rome’s cemetery,
a neighbor of Shelley & the one whose name is writ in water.
In “Getting to the Poem,” Gregory ended:
“I will live / and never know my death.”
Who can say whether he was aware of that golden moment
when the breath says “no”?–
but he damn sure got to the poems.
Death, Gregory knew your secret name,
he knew your habits, your weapons, your games–
now give his verse the life it deserves
& do what you will with his gilgamesh hair
–Eliot Katz, 2001
about Love, War, Fire, Wind: Looking Out from North America’s Skull from Amazon.com:
Selected by Poetry.About.com as one of its Best Books of 2009. Mixing humor and imagination, visions of a healthy future and the windstorm realities of today, this collection of poems by Eliot Katz and artwork by William T. Ayton deals with themes of love, war, politics, ecology, and daily life. “I love these poems, which are full of passion and thought. Eliot Katz is among a handful of contemporary American poets whose work speaks to me.”–Howard Zinn “Eliot is right up there carrying the torch for Whitman and Ginsberg, keeping their vision alive and well….A must-read for anyone who believes poetry can still celebrate life.”–Alicia Ostriker “William Ayton has mastered the art of drawing with ink and brush. Like the words of Eliot Katz, his brush marks the page with deliberate force. A broken eggshell, weapons and dreams, a stroke that cannot be taken back.” –Tim Slowinski
Gregory Corso
Gregory Corso
Per Omero
C’è ruggine sulle vecchie verità
– Banalità corazzate erodono
menzogne nuove non hanno il buon profumo
delle scarpe nuove
Ho anni di poesie da battere a macchina
40 anni di fumo da smettere
non percepisco uno stipendio
Non ho una casa
E poiché le mie mani sono autoctonie
non riesco mai a lavarle abbastanza
Mi sento scemo
Mi sento come un vecchio toro spelacchiato
che si getta contro lo straccio rosso
di un giorno alcolizzato
eppure tutto è così bello
non è vero?
Che perfezione il sistema delle cose
Il corpo umano
tutto in proporzione alla sua forma
Nulla di superfluo
Proprio come se un dio l’avesse programmato così
E il sole per il giorno la luna per la notte
E l’erba la mucca il latte
Il fatto che tutti alla fine moriamo
Si penserebbe che dovrebbe esserci il caos
data la futilità di tutto
Ma i bambini continuano a nascere
spesso immagini sputate di noi
E le disuguaglianze
milioni dati a uno
zero all’altro
entrambi nella stessa barca che fa acqua
Io non ho nessuna religione
e per me venererei Ermes
E non c’è domani
c’è solo qui e ora
tu e chiunque sia con te
vivo come sempre
ed eternamente ignorante di quella morte che non conoscerai mai
E tutto è bene quel che si fa
Una felicità ellenica pervade la pace
e il dono continua a venire…
un lavoro iniziato splendidamente terminato
Vedere persone sensibili e buone
tranquille e contente nello stupore
come i sogni dei ciechi
I cieli parlano attraverso le nostre labbra
Tutto ciò che non si poteva trovare è afferrato
Tutto ciò che era rimasto indietro è portato
There’s rust on the old truths
-Ironclad clichés erode
New lies don’t smell as nice
as new shoes
I’ve years of poems to type up
40 years of smoking to stop
I’ve no steady income
No home
And because my hands are autochthonic
I can never wash them enough
I feel dumb
I feel like an old mangy bull
crashing through the red rag
of an alcoholic day
Yet it’s all so beautiful
isn’t it?
How perfect the entire system of things
The human body
all in proportion to its form
Nothing useless
Truly as though a god had indeed warranted it so
And the sun for day the moon for night
And the grass the cow the milk
That we all in time die
You’d think there would be chaos
the futility of it all
But children are born
oft times the spitting images of us
And the inequities
millions doled one
nilch for another
both in the same leaky lifeboat
I’ve no religion
and I’d as soon worship Hermes
And there is no tomorrow
there’s only right here and now
you and whoemever you’re with
alive as always
and ever ignorant of that death you’ll never know
And all’s well that is done
A Hellene happiness pervades the peace
and the gift keeps on coming…
a work begun splendidly done
To see people aware & kind
at ease and contain’d of wonder
like the dreams of the blind
The heavens speak through our lips
All’s caught what could not be found
All’s brought what was left behin
In a life of wide and restless travels, Gregory Corso produced six collections of poetry, together with a handful of plays and a novel, but left trailing in the wake of his urgent journeys an unknown number of lost poems. In interviews, Corso has recounted the sad loss of a suitcase full of his early poems in a Greyhound Bus terminal in Florida during the mid 1950s.1 He has also lamented the theft of two suitcases of poems – four years work – left in the care of the poet Isabella Gardner at the Hotel Chelsea in the mid 1970s.2 And he has regretted the sale to university libraries of his personal notebooks filled with unpublished poems: “When I needed money for dope, you see, I would never recopy the poems. I’d just sell the book. So a lot of my poems, you know, are in the universities and have never been published.”3 Other of Corso’s poems would seem simply to have been scattered behind him, mislaid and left unremembered in the rush of further poetic inspiration and precipitous departures to somewhere else. I believe that this latter explanation is likely the case as regards the three poems that I have excavated, so to speak, from a recording of a public reading of his poems given by Gregory Corso at the Poetry Center at San Francisco State College in October of 1956.4
Corso begins the 36-minute reading with nine poems selected from his collection, The Vestal Lady on Brattle (1955), then reads eight poems from a manuscript notebook titled “Poems Written in San Francisco, 1956.” Of these poems, four would later be gathered in Gasoline (1958), and one would be printed in The Happy Birthday of Death (1960.) The three fugitive poems embedded in the audio tape are “In the Madness of my Cellar,” “Creepy Flower Peddler,” and “Buddha.”5
Presented here below are my transcribed versions of these three hitherto unpublished poems. I cannot, of course, vouch either for punctuation, lineation or stanzaic patterns in the poems as I have rendered them here. Moreover, in the poem “Buddha,” despite repeated listening to Corso’s recitation on the audio tape, I am not fully confident as to my correct understanding of certain individual words. These include “peril,” “assayed,” “infant,” and “barium.” (Alternative suggestions concerning these words would be very welcome.) And let me take the opportunity here to express my gratitude to Raymond Foye for his gracious and invaluable help in correcting my transcriptions of the poems.
IN THE MADNESS OF MY CELLAR
I lost my God in the madness of my cellar.
I watched the janitor scorch a sacramental rat,
beat it against the pipe, rub hot pepper in its eyes.
No loves, no loves, in the madness of my cellar.
My baby brother leans against the hot furnace.
My father hangs red peppers to dry.
And my mad, mad mother giggles to the tarantella.
CREEPY FLOWER PEDDLER
He sells flowers and is a creep.
He sells flowers and wonders why he cannot sleep.
Unlike most peddlers, he grows his own,
and cuts them before they’re fully grown.
And here’s his nowhere song:
Little flowers without a stem.
Little flowers without a stem.
Three for a nickel, who wants them?
BUDDHA
A Harmonic Motion For Jack Kerouac, Buddha-Fish
Buddha is dead.
Dead in the empty lot, in the fish box.
Dead without peril or theory.
Dead rehabilitated to dumb heroism.
A dead Buddha cannot view the pint wine bottle.
What does Buddha know of pushcarts?
With Buddha died his children, speechless, enamored by kind demons.
Sweet Buddha, where is he now?
Whose cowhorn is he sucking?
Buddha immortal mute suffering with mortal memories
has gone to the mountains below the mountains.
Strong solemn law inhabits Peril.
Peril is the demon.
He steals the angels of Buddha, puts salt on their wings,
handcuffs their brains to masculine limbs.
Who will talk to the demon?
Who will admire his new secondhand hearse?
Who will kiss his gnaw of eucharistic feet?
Lay their abundant blonde verse upon his gridiron?
Pluck wolfbane from his gargoyle-eyed, regnant skull?
Shoot a silver bullet into his dropping mouth?
Drive a maple stake into his reasonable heart?
Steal the soil of his native Transylvanian acreage?
Who will do this?
You will, children of Buddha.
You mad children of sodacaps.
You’ll stick nails in the tires of his hearse.
Sip gasoline from the tank of his hearse.
Put rocks in the watertank of his hearse.
O Buddha, marled and gnawed, aimless in America,
in secondhand hearse parked on Pine Street,
watching children of love play, and on their knees pray
God the Father of ice cream.
O Buddha, ghouled and gargoyled,
bugged and assayed in the pale arms of Mother Death Columbia.
Get thee beneath that pushcart and see it all.
See the broken glass and the bits of rope
that burst in on the radio wire.
Feel it, see it all Buddha!
Buddha is dead.
In death Buddha’s skin is wet yet shaky
like penguin does ice water, the beads of life,
owing everything to flash light, nothing to sunlight.
I know you, Buddha.
When you were born, really born,
you was Brooklyn 33, New York,
a Jewish section where everything was secret,
like shopping bags.
Your home was a street with ground windows and wide gray stoops,
with desiccant flowerpots and dry yellow curtains
– all this would obscure your infant mother’s twisted fate.
Bosatsu, now in motion.
Brother Bosatsu who teaches Buddha,
yet is engaged entirely in his own salvation.
Spit on Bosatsu!
Bosatsu who testifies the wisdom of Buddha and himself.
Spit on Bosatsu!
Bosatsu who strives to introduce and establish the ideal land.
Bosatsu who dares set down into the realm of agony.
Spit on Bosatsu!
Now, Buddha, now that you’re dead, what have you got to say?
The back legs of a goat.
The empty matchbox.
The sweet spray smell of insecticide
or the old barium in a cow’s hoof.
That’s what I’ve got to say.
”In the Madness of my Cellar” depicts the traumatic encounter of the poet-speaker with the cruelty and horror of the world, an experience that serves to undermine his religious faith and causes him to lament life in a realm without love. Appropriately, the events of the poem take place in a cellar, a hot, Hadean underworld, a realm of evil and pain. In addition to the poet-speaker who narrates the grim incidents recounted in the poem, the hellish cellar is inhabited by a sadistic janitor, an apparently indifferent father, an innocent, neglected, suffering “baby brother,” and a mother driven to madness (presumably by the cruel and loveless world to which, like the narrator, she is also a horrified, helpless witness.) “Cellar” and “tarantella” make an unusual and inventive rhymed pair lending a subtle lyrical unity to this vivid, potent poem. “In the Madness of my Cellar” resonates with motifs expressed in several poems in The Vestal Lady on Brattle in which terror and violence perpetrated upon innocent victims are prominent.
A similar theme informs “The Creepy Flower Peddler,” where the peddler in question cuts short the lives of young flowers, doing so for selfish commercial reasons. Already in the title of this poem, Corso affects a reversal of reader expectations. Traditionally, the trope of the flower seller is associated with innocence, as Eliza in G.B. Shaw’s Pygmalion and the figure of the blind flower girl in Charlie Chaplin’s classic film, City Lights.6 In Corso’s poem, however, the flower peddler is seen as a man callously restricting the full development of natural life, and the poet views him as malevolent and despicable, another embodiment of the brutish and unfeeling life-thwarting forces of the world, another destroyer of innocence. On the audio tape of the Poetry Center reading, after having read “The Creepy Flower Peddler,” Corso remarks “I believe flowers should be left to grow, let them grow and let them die where they are, we have no right to take these things away from the earth.” In this poem, the parallel constructions, repetitions, insistent metre, and emphatic rhymes seem to suggest the narrow limits of the flower peddler’s outlook.
In contrast to the taut structure of “The Creepy Flower Seller,” the poem titled “Buddha” capitalizes on the deep resources offered by free verse in combination with epiphanic leaps of imagination. In this elegy – both brash and reverent – the poet contrasts the demonic, destructive forces of the world with those agencies that resist such forces and whose aims are, instead, redemptive and liberating. Poverty, squalor, sterility and death clash in the poem with the teachings of “sweet Buddha,” and are defied by the sly, joyous sabotage undertaken by the “children of Buddha,” the “children of love.” Buddha’s insights are betrayed in this fallen world by hypocritical figures such as Brother Bosatsu (clearly undeserving of his misleading name) who seeks not the benefit and awakening of all sentient beings –as taught by Gautama Buddha – but only his own salvation. Yet, though “marled and gnawed … ghouled and gargoyled,” the spirit of Buddha somehow endures, reborn into the desiccated, spiritually claustrophobic contemporary world, and even in death remaining poetically eloquent, communicating through koan-like utterances. In Corso’s use of parallelism and refrain in the Brother Bosatsu stanza a faint echo may be detected of sections I and II of Allen Ginsberg’s poem, “Howl.”
Readers of Gregory Corso’s Gasoline will recall that in the “Introduction” to that volume Allen Ginsberg quotes with approval a line from an unpublished poem by Corso: “mad children of soda caps.”7 At last, we know the source of that line: the phrase occurs in “Buddha.” Similarly, readers of Jack Kerouac’s Desolation Angels may remember that in that novel the poet Raphael Urso (the author’s pseudonym for Gregory Corso) recites to the narrator via telephone his latest poem which includes the line: “Spit on Bosatsu! Spit on Bosatsu!”8 Again, the source is to be found in the same unpublished poem, “Buddha.”
I think it probable that the three lost poems printed above – together with others written during the same period – were not discarded by Corso but were intended to appear in a collection to be titled Early Poems which was to be published in 1960 by the Totem Press. In a letter written from Paris in November of 1958 to Allen Ginsberg, Corso mentions that LeRoi Jones (of Totem Press) wants to publish a book of his early poems and specifically names “Creepy Flower Peddler” as being among the poems to be gathered in that volume. A collection titled Early Poems is listed as forthcoming from Totem Press in the bibliography for Gregory Corso included in The New American Poetry 1945-1960 and is also mentioned in the bibliography for “Five Poets in their Skins,” an article by Paul Carroll in Big Table. For unknown reasons (most likely economic in nature) the book never appeared. We can only speculate as to what may have become of the manuscript of this intriguing collection.
The recovery of the three lost poems from 1956 transcribed above serves to extend and deepen our understanding of Gregory Corso’s work during the period between the publication of The Vestal Lady on Brattle in 1955 and Gasoline in 1958, and to remind us that further examples of Corso’s rich, visionary, quirky early poems may yet be retrieved from manuscript notebooks and other sources.
1 ”They were lost in a suit case at Hollywood, Florida … in the Greyhound Bus Terminal. And, Hope, my girlfriend – she went to all the Greyhound presidents to get the things back.” Gregory Corso interviewed in 1974 by Robert King, “I’m Poor Simple Human Bones,” in The Whole Shot: Collected Interviews with Gregory Corso, ed. by Rick Shober (2015) p. 108. See also letter from Gregory Corso “To Mr. and Mrs. Randall Jarrell” November 14, 1956, in An Accidental Autobiography: The Selected Letters of Gregory Corso (2002), p. 16.
2 “So there was a big gap – 1970-1974 – four years work gone.” Gregory Corso interviewed by Gavin Saleri in The Riverside Interviews: Gregory Corso, (1982) p. 32. See also “The Enigmatic Relationship of Poets Isabella Gardner and Gregory Corso” by Marian Janssen, The Journal of Beat Studies, Vol. 3, January 1, 2014, pp. 93-118.
3 “When I needed money for dope …” Gregory Corso interviewed in 1974 by Robert King, op.cit p. 102.
5 From The Vestal Lady on Brattle: “Dementia in an African Apartment House,” “Greenwich Village Suicide,” “Coney Island,” “In the Morgue,” “Sea Chanty,” “Vision Epizooic,” “In the Early Morning,” and “Requiem for Bird Parker, Musician.” From Gasoline: “Mad Yak,” “On my 26th Year” (aka “I am 25”), “Italian Extravaganza,” “The Table was Hard Possible Music like Steel” (aka “This Was my Meal.) And from The Happy Birthday of Death: an early version of “Power.”
6City Lights, film written and directed by and starring Charlie Chaplin, 1931. Pygmalion, play by George Bernard Shaw, 1913.
7 “Introduction” by Allen Ginsberg in Gasoline by Gregory Corso (San Francisco: City Lights, 1958) p. 7.
8Desolation Angels by Jack Kerouac (New York: Coward-McCann, 1965) p. 128.
9An Accidental Autobiography: The Selected Letters of Gregory Corso edited by Bill Morgan (New York: New Directions, 2003) p. 184.
10The New American Poetry 1945-1960 edited by Donald M. Allen (New York: Grove Press, 1960) p. 447. “Five Poets in their Skins” by Paul Carroll, Big Table Vol. 1, No. 4, Spring 1960, p. 140.
The life of Gregory Corso reads like a cheap and trashy tragic made-for-TV movie. It was one of heartbreak and irony…
Corso was born Nunzio Corso on March 26th 1930, to a sixteen-year-old mother. Michelina Corso had just married Sam Corso before giving birth to Nunzio, and a year later she abandoned him into the care of Catholic charities, his father quickly remarrying and feeding him stories about his mother.
Corso selected the name ‘Gregory’ as his confirmation name, and while known to his Italian American community as Nunzio, he dealt with everyone else as ‘Gregory.’
He spent eleven years in five different fosters homes, coming to appreciate the Catholic church’s efforts in helping orphaned and abandoned children through the depression, despite his own depressing isolation.
To avoid being drafted for WWII, Corso’s largely absent and uncaring father brought his son home in 1941. Nevertheless, Sam Corso was drafted and Gregory Corso became homeless, now without any family, foster or otherwise.
He tried fruitlessly to find his mother over the years, despite the stories his father told him: that she was a disgraced prostitute, cared little for Corso, and had returned to Italy in shame.
Alone, Corso took to the streets, sleeping in the subway and on the roofs, running errands for food from street vendors. He became a street child of Little Italy, continuing his education while denying his homelessness to the authorities.
When only thirteen years old, Corso stole a toaster, sold it, and used the money to buy a tie and see a movie. The movie was The Song of Bernadette, about the appearance of the Virgin Mary. Corso claimed he thought seeing the movie would bring about a miracle wherein he would be reunited with his mother. But upon leaving the theatre, he was arrested for theft and sent to New York’s infamous prison, the Tombs. With no one to pay his $50 bail, Corso was incarcerated with criminally insane murderers for several months.
In 1944, during a blizzard, Corso broke into his tutor’s office and spent the night in the relative warmth. When he woke he was immediately arrested and sent back to the Tombs. He became so traumatised by the brutality of the other inmates that he was sent to Bellevue Hospital’s psychiatric ward. (He was not the only Beat writer locked up in a mental hospital.)
At seventeen, Corso was sent to Clinton prison, a maximum security facility near the Canadian border, for stealing a suit, and without being given legal representation to defend himself. This was the prison where most electric chair death sentences were carried out.
Clinton was kinder to Corso than the Tombs had been. Here, the youngest inmate in the facility was protected by the Mafia and sent to the cell occupied by Charles ‘Lucky’ Luciano, who had donated his library to the prison and had his own reading light by his bed. Corso spent his nights reading the classics, and upon leaving Clinton, his Mafia friends got him a job in the city.
After three years, ending 1950, Corso was back in New York City, writing and reading poetry, and becoming friends with Allen Ginsberg. They met in a lesbian bar, The Pony Stable, and Ginsberg became attracted to Corso and his poetry. Corso showed Ginsberg a poem he’d written about a woman he’d watched lie naked on her windowsill, and it turned out she was a friend of Ginsberg. Ginsberg set the two up, but Corso got scared and literally ran away.
Through Ginsberg Corso met Burroughs, Kerouac, and many of New York’s writers and artists. Corso and Kerouac met in 1950, but didn’t become close friends until 1953. In The Subterraneans, Kerouac recalls an incident in which Corso stole a pushcart and caused a fallout between Kerouac and Ginsberg. Corso came to resent his depiction in the book as he believed Kerouac had no right to speak so harshly of him in the early days of their relationship, which had not yet come to be considered even friendship.
When Ginsberg, Orlovsky and Burroughs were in Tangiers, Corso came and visited them, and then persuaded them to come live in Paris, and introduced them to a place later to be known as the Beat Hotel. Here, Corso and Ginsberg helped Burroughs edit together The Naked Lunch, and the two poets produced some of the finest work.
In 1957, Corso returned to New York. He was the youngest member of the ‘inner circle’ of Beats – that small social group that is the only one that can be accurately and honestly considered the Beat Generation. Yet, despite being the youngster of the group, Corso was the first published Beat, having his collection of poetry, The Vestal Lady on Brattle, published in 1952.
It was for the publication of Gasoline that he returned, and this coincided with the publication of On the Road and the explosion of the Beat Generation as a cultural phenomenon. Kerouac, Ginsberg and Corso stuck around, posed for photos, answered questions for reporters, and took a constant and ignorant barrage of abuse. Corso played the bad boy of the group, talking up his prison time and unkempt appearance.
He began to tour the poetry circuit with Ginsberg, and despite the Beat movement for the most part being considered a fad for dumb kids, playing on the rebellious streak of a few over-popular criminals, Corso began to draw a lot of positive attention for his poetry. Namely, the attention came for Marriage, his long musing on the peculiarities of the institution.
Marriage evokes the music and rhythm within Corso, instead of adhering to the structures and conventions of traditional poetry. His idol was Shelley, English Romanticist, yet in Paris Corso hit upon the notion of simply letting sound come from the mean – what he naturally felt inclined to say. The result was a long and witty poem poking fun at conformity, digging the Beat spirit of rejecting tradition that gripped the group and would become satirised itself in years to come.
Later in his life, Corso, like so many associated with the Beat Generation, came to resent his label and public perception as a Beatnik, and shunned the limelight they’d all at one stage or another occupied.
However, he allowed Gustave Reininger to film Corso – The Last Beat, which showed Corso in Italy lamenting never having known his mother. Reininger secretly launched a search for Michellina Corso, and amazingly found her living in Trenton, New Jersey, and not in Italy, as Corso had always been told by his father.
Corso and his mother were reunited on camera, and the truth came out that she had been beaten almost to death by Sam Corso, and had no choice but to leave him and hand her child over to the church. When she’d later been in a position to support a child, she was unable to find Corso.
Despite feeling ‘healed’ by finding his mother, Corso was soon diagnosed with prostate cancer and died in January, 2001. He was buried next to Percy Bysshe Shelley in the Protestant Cemetery, Rome.
Fidel Castro Ruz. Storia di un leader. L’uomo che sfidò il secolo
Jesi (Ancona)-La Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz, con il patrocinio dell’Ambasciata di Cuba in Italia e della Regione Marche e il supporto dell’Associazione Para un Principe Enano, presenta la mostra “Fidel: storia di un leader – L’uomo che sfidò il secolo”, a cura di Mauro Tarantino, segretario generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, e René González Barrios, direttore del Centro Fidel Castro Ruz e amico personale di Fidel. L’esposizione, dedicata a Fidel Castro Ruz, protagonista indiscusso della storia cubana e figura centrale del XX secolo, è organizzata anche per commemorare il centenario della sua nascita e il decimo anniversario della sua scomparsa, offrendo un’occasione di riflessione storica sulla sua figura e sul suo lascito.
Fidel. Storia di un leader.L’uomo che sfidò il secolo -con Ernesto Che Guevara
“Fidel: storia di un leader – L’uomo che sfidò il secolo” intende offrire un ritratto completo e approfondito di un leader la cui vita e azione politica si intrecciarono indissolubilmente con gli eventi mondiali del XX secolo. Non si propone di erigere un monumento né di alimentare controversie, ma di restituire la complessità di un percorso umano che attraversa quasi un secolo di storia, tra sfide politiche, sociali e culturali.
Le sezioni sono predisposte in ordine cronologico, accompagnando il visitatore lungo le diverse fasi della vita e dell’esperienza politica di Fidel Castro. Ogni momento è documentato attraverso fotografie, documenti, oggetti personali e testimonianze audiovisive, che permettono di osservare i successi, le difficoltà e le decisioni prese in condizioni estreme.
Fidel. Storia di un leader.L’uomo che sfidò il secolo
Il percorso espositivo prende avvio dagli anni giovanili di Castro a Birán, nella Cuba orientale, dove nacque nel 1926 in una famiglia di proprietari terrieri. Qui il giovane Fidel sperimentò le forti disuguaglianze sociali che segnarono la sua visione del mondo. Gli studi negli istituti religiosi di Santiago e a L’Avana e l’iscrizione alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università de L’Avana nel 1945 furono tappe decisive per la formazione della sua coscienza politica, l’approfondimento di questioni sociali e nazionali e l’avvicinamento ai movimenti di opposizione al regime di Batista.
Tra i momenti più significativi della fase rivoluzionaria iniziale spicca l’assalto alla Caserma Moncada del 26 luglio 1953, primo atto simbolico di rottura con la dittatura. L’episodio, pur fallito sul piano militare, consolidò Castro come leader emergente e costituì il nucleo fondativo del Movimiento 26 de Julio, organizzato poi in Messico insieme a Ernesto Che Guevara e altri esuli cubani.
Fidel. Storia di un leader.L’uomo che sfidò il secolo
La spedizione del Granma nel dicembre 1956, l’insediamento nella Sierra Maestra e le azioni di guerriglia che portarono alla vittoria di Santa Clara nel 1958 e alla fuga di Batista costituiscono il cuore della mostra.
La mostra approfondisce anche le trasformazioni politiche, sociali ed economiche che seguirono la vittoria rivoluzionaria del 1959. Dalla Riforma Agraria alla Campagna di alfabetizzazione, dalla nazionalizzazione delle industrie alla riorganizzazione del sistema sanitario, fino ai rapporti internazionali con gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la gestione delle crisi più complesse, come la crisi dei missili del 1962.
Fidel. Storia di un leader.L’uomo che sfidò il secolo
Fidel. Storia di un leader.L’uomo che sfidò il secolo
Fidel. Storia di un leader.L’uomo che sfidò il secolo
Non viene trascurata la dimensione personale del leader: la passione per lo sport, le relazioni con intellettuali e artisti e l’alleanza storica con Ernesto Che Guevara, una delle collaborazioni più emblematiche della rivoluzione. Il percorso include anche gli ultimi anni della sua vita, segnati dalla riflessione sulle sfide interne e globali, dal Periodo Especial alla caduta del socialismo in Europa, fino al riavvicinamento alla Chiesa cattolica e alle visite papali.
Il visitatore non troverà risposte definitive né giudizi morali. L’esposizione “Fidel: storia di un leader – L’uomo che sfidò il secolo” vuole mettere a disposizione del pubblico gli strumenti per comprendere la complessità di una figura che ha sfidato il XX secolo, restituendo la sua dimensione storica e umana e consentendo a ciascun visitatore di formarsi un’opinione personale.
Tutti i materiali in mostra sono stati prestati dal Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana.
Fidel. Storia di un leader. L’uomo che sfidò il secolo /Cerimonia-di-chiusura-della-Campagna-Nazionale-di-Alfabetizzazione_durante-la-quale-Cuba-viene-proclamata-Territorio-libero-dall_Analfabetismo- L’Avana 1961-
Fidel. Storia di un leader. L’uomo che sfidò il secolo
Lunedì-domenica h.9.30-13.00/15.30-19.30 Ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura Dal 1° luglio al 31 agosto apertura speciale anche venerdì sabato e domenica dalle 21 alle 23. Chiuso 15 agosto 2026
Ufficio stampa
Maria Chiara Salvanelli Press Office & Communication
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza. Chiudendo questo banner o comunque proseguendo la navigazione nel sito acconsenti all'uso dei cookie. Accetto/AcceptCookie Policy
This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish.Accetto/AcceptCookie Policy
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.