Fu uno dei più notevoli esponenti letterari italiani del periodo a cavallo fra Settecento e Ottocento, nel quale si manifestarono e cominciarono ad apparire in Italia le correnti neoclassiche e romantiche, durante l’età napoleonica e la prima Restaurazione.
Ugo FOSCOLO
Costretto fin da giovane ad allontanarsi dalla sua patria (l’isola greca di Zacinto/Zákynthos, oggi nota in italiano come Zante), allora territorio della Repubblica di Venezia, si sentì esule per tutta la vita, strappato da un mondo di ideali classici in cui era nato e cresciuto, tramite la sua formazione letteraria e il legame con la terra dei suoi antenati (nonostante un fortissimo legame con l’Italia, che considerava la propria madrepatria). La sua vita fu caratterizzata da viaggi e fughe, a causa di motivi politici (militò nelle forze armate degli Stati napoleonici, ma in maniera molto critica, e fu un oppositore degli austriaci, a causa del suo carattere fiero, dei suoi sentimenti italiani e delle sue convinzioni repubblicane), ed egli, privo di fede religiosa e incapace di trovare felicità nell’amore di una donna, avvertì sempre dentro di sé un infuriare di passioni.[3]
Come molti intellettuali della sua epoca, si sentì però attratto dalle splendide immagini dell’Ellade, simbolo di armonia e di virtù, in cui il suo razionalismo e il suo titanismo di stampo romantico si stemperavano in immagini serene di compostezza neoclassica, secondo l’insegnamento del Winckelmann.[4]
Tornato per breve tempo a vivere stabilmente in Italia e nel Lombardo-Veneto (allora ancora parte del Regno d’Italia napoleonico) nel 1813, partì presto in un nuovo volontario esilio e morì povero qualche anno dopo a Londra, nel sobborgo di Turnham Green. Dopo l’Unità d’Italia, nel 1871, le sue ceneri furono riportate per decreto del governo italiano in patria e inumate nella basilica di Santa Croce a Firenze, il Tempio dell’Itale Glorie da lui cantato nei Sepolcri (1806).
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Il sentiero dei nidi di ragnoè il primo romanzo di Italo Calvino. Pubblicato nel 1947 da Einaudi, è ambientato in Liguria all’epoca della seconda guerra mondiale e della Resistenza partigiana. Nonostante una certa propensione per la dimensione fantastica, determinata dal fatto che gli eventi vengono narrati attraverso il punto di vista di un bambino, può ascriversi, assieme alla raccolta Ultimo viene il corvo (1949), alla corrente neorealista.
ITALO CALVINO
Trama
Italia, periodo della Resistenza, dopo l’8 settembre 1943. In una cittadina ligure della Riviera di Ponente, Sanremo, tra valli, boschi e luoghi impervi dove la lotta partigiana è più forte, Pin è un bambino ligure di circa dieci anni, orfano di madre e con il padre marinaio irreperibile, abbandonato a se stesso e in perenne ricerca di amicizie tra gli adulti del vicolo dove vive, e dell’osteria che frequenta dove viene preso in giro da tutti: Pin è canzonato a causa delle relazioni sessuali che la sorella prostituta ,che si intrattiene coi militari tedeschi; provocato dagli adulti a provare la sua fedeltà, Pin sottrae a Frick, un marinaio tedesco amante della donna, la pistola di servizio, una P38, e la sotterra in campagna, nel luogo, sconosciuto a tutti, in cui è solito rifugiarsi, dove i ragni fanno il nido. Il furto sarà poi causa del suo arresto e dell’internamento in prigione. Qui entra a contatto con la durezza della vita di carcerato e con la violenza perpetrata da uomini su altri uomini. In prigione incontra Pietromagro, il ciabattino di cui era garzone, ma specialmente Lupo Rosso, un giovane e coraggioso partigiano, che in prigione subiva interrogatori e violenze da parte dei fascisti. Lupo Rosso aiuta Pin ad evadere dal carcere, ma una volta fuori, per cause indipendenti dalla sua volontà abbandona Pin a se stesso, a girovagare nel bosco da solo, finché non incontra Cugino, un partigiano solitario alto, grosso e dall’aria mite. Questi lo condurrà sulle montagne, al gruppo segreto di militanti partigiani a cui appartiene, il distaccamento del Dritto. Qui Pin entra in contatto con una folta casistica umana di antifascisti, dalla dubbia eroicità e caratterizzati dai più comuni difetti umani: Dritto il comandante, Pelle, Carabiniere, Mancino il cuciniere, Giglia la moglie di Mancino, Zena il lungo detto Berretta-di-Legno o Labbra di Bue e così si sistema presso di loro.
Una sera Dritto appicca inavvertitamente il fuoco all’accampamento perché avvinto in un gioco di sguardi con Giglia, la moglie di Mancino; questa sua imprudenza costringe i compagni partigiani a fuggire e ad insediarsi in un vecchio casolare dal tetto sfondato. Un litigio col capo brigata irrita Pelle a tal punto da spingerlo al tradimento dei suoi compagni: parte per il villaggio e rivela ai tedeschi l’insediamento partigiano. In seguito la Resistenza provvederà a freddarlo in un gap. Il giorno seguente i comandanti partigiani, Kim e Ferriera, fanno sopralluogo nel distaccamento del Dritto e gli impartiscono le istruzioni per l’imminente battaglia. Al momento di partire però il Dritto, ormai ridotto all’ombra di se stesso, si rifiuta di scendere in battaglia e decide di restare con Giglia. Con loro resterà solo Pin che sin dall’incendio aveva compreso l’interesse dei due e li sorprenderà, una volta partiti tutti, a consumare il loro sesso adulterino. Il Dritto d’altronde sa di aver segnato il suo destino.
La battaglia si risolve con una ritirata strategica. Il bilancio è di un solo morto e di un ferito. Poiché l’accampamento non è più sicuro come prima, i partigiani si mettono in cammino e raggiungono la postazione di altre brigate partigiane. Presto la discussione si accende quando Pin comincia a rivelare la tresca amorosa tra il Dritto e la Giglia scoperta il mattino: il Dritto tenta allora di zittire il bambino, malmenandolo, tanto che Pin gli morde la mano. Con quel gesto rabbioso esce dal casolare e scappa via di corsa. Incontra di tanto in tanto dei tedeschi e dopo alcuni giorni di marcia, arriva al suo paesino o almeno quello che ne resta dopo il rastrellamento dei nazisti. Ancora una volta si rifugia nel suo luogo segreto, ma vi trova tutta la terra rimossa e la pistola scomparsa: è quasi sicuro che sia stato Pelle.
Sconvolto, si reca dalla sorella, ormai in combutta con i tedeschi ma suo unico contatto con il mondo, la quale è molto sorpresa di vederlo. Mentre conversa, viene a sapere che lei possiede una pistola datale da un giovane delle brigate nere, sempre raffreddato. Pin capisce che si tratta di Pelle e che la pistola è proprio la P38 che lui aveva sottratto al tedesco e che aveva sotterrato al sentiero dei nidi di ragno. Se la riprende con rabbia e, gridando contro la sorella, va via di casa. Si sente ancora più solo, fugge verso il sentiero dei nidi di ragno, dove incontra nuovamente Cugino. Durante la conversazione che intrattengono, Pin si rende conto che proprio Cugino è l’unico vero amico, un adulto che si interessa persino ai nidi di ragno scoperti da Pin. Ma Cugino dice a Pin che vorrebbe andare con una donna, dopo tanti mesi passati in montagna. Pin rimane male, proprio Cugino che era sempre stato così ferocemente critico verso le donne. Anche lui, pensa Pin, è come tutti gli altri adulti. Parlano della sorella prostituta, Cugino è interessato e si fa indicare la sua abitazione. Si allontana lasciando a Pin il suo mitra e portandosi dietro proprio la pistola del bambino, dicendo che aveva paura di incontrare dei tedeschi. Dopo pochi minuti Pin sente degli spari venire dalla città vecchia. Ma ecco, invece, che ricompare Cugino: troppo presto rispetto a quello che aveva detto di voler fare con la prostituta. Il bambino è felice: Cugino gli dice che ci ha ripensato, che non ha voglia di andare con una donna, che le donne gli fanno schifo. È probabile che abbia provveduto ad uccidere la sorella di Pin perché complice delle truppe tedesche, ma questo fatto rimane incerto, non detto, e Pin non collega gli spari sentiti alla rapidità del ritorno di Cugino. Nessuna consapevolezza o sospetto c’è da parte di Pin: è felice di aver ritrovato una figura di adulto che lo protegga e lo capisca. I due si tengono per mano e si allontanano, di notte, in mezzo alle lucciole.
ITALO CALVINO
Luoghi
Il romanzo è ambientato nei comuni montuosi dell’Estremo Ponente ligure, specie la parte collinare di Sanremo – città natale della famiglia dell’autore – dove esiste ancora oggi, nel centro storico detto “la Pigna”, un viottolo chiamato “Carruggio Lungo”, vicolo stretto ma carrabile: stradicciola tipica dei centri storici liguri, massime quello ben noto della città di Genova. Le azioni narrate sono proprio quelle, brulicanti di tedeschi, prima come alleati dell’Italia poi come nemici inferociti dall’armistizio di Cassibile (8 settembre ’43), dove si svolsero sanguinosissimi combattimenti tra partigiani e nazifascisti.
Qui si svolge la prima parte del libro, in cui Pin si trova ancora dalla sorella: la locanda degli adulti del vicolo, la casa di Pin, il luogo in cui lavora e le abitazioni di tutti gli altri personaggi del romanzo. Alla carcerazione del protagonista, la scena si sposta fuori dal “Carruggio Lungo”, così dalla prigione, fino al distaccamento del Dritto, insediato tra i boschi delle montagne liguri; tra i luoghi citati in questa parte c’è lo storico Passo della Mezzaluna[2]. Se il paese natale di Pin è sinonimo di consuetudine all’esclusione, ma punto di riferimento per il piccolo, il bosco e il distaccamento partigiano significherà disorientamento e precarietà. Esiste un ulteriore luogo, di decisiva rilevanza all’interno della trama, ovvero il sentiero dei nidi di ragno, uno spazio quasi surreale, dove la natura è complice di Pin, custode e sicura. Per il protagonista rappresenta l’Arcadia, l’ambiente quasi idilliaco e immaginifico dove Pin esprime unico la sua puerilità. Essendo questo posto anche conosciuto dal solo Pin, lo spinge ad escludere chiunque dal godimento di tal luogo, se non all’amico vero che lui per tutto il romanzo cerca velatamente.
Lessico e stile
Questo primo libro di Italo Calvino, scritto subito dopo la fine della guerra, è molto scorrevole, i dialoghi, scritti con un linguaggio quotidiano spesso scurrile, si alternano a descrizioni minuziose dell’animo dei personaggi principali (come quello di Lupo Rosso, o come il ritratto di Kim nel IX capitolo, infatti questo capitolo si distacca dal tono degli altri perché attraverso Kim il narratore può esprimere i suoi giudizi) e dei luoghi dove si svolgono le azioni di guerra.
Il narratore del libro è esterno e il libro è narrato in terza persona. Calvino sceglie di raccontare e descrivere i fatti e le paure di una guerra visti dal “basso”, da chi non può nulla nei conflitti eppure è costretto a farvi parte: l’ottica è quella di un bambino. Dietro lo sguardo un po’ spaesato di Pin c’è la vicenda biografica di Italo Calvino che, giovane universitario di estrazione borghese, lascia gli studi ed entra nella Resistenza, in clandestinità vive a contatto di operai, gente semplice, condividendo la vita partigiana ma facendo parte inesorabilmente di un altro mondo.
Nel testo sono riportati alcuni termini militari e partigiani che affascinano il protagonista come del resto tutto il mondo dei grandi, ad esempio gap che indica un’organizzazione partigiana, come un’altra parola “misteriosa” sim. Alcune parole di uso tipicamente militare sono sten e P38, che sono rispettivamente la pistola mitragliatrice di fabbricazione Inglese in uso durante la Seconda guerra mondiale e la pistola semiautomatica di fabbricazione tedesca in dotazione all’esercito nazista.
È frequente l’uso di figure retoriche da parte di Italo Calvino, come le similitudini per rendere il testo di più facile comprensione al lettore (es.con ansia un po’ voluta: a toccare la fondina ha un senso di commozione dolce, come da piccolo a un giocattolo sotto il guanciale.). I termini usati sono facili e non si presentano quasi arcaismi, solo qualche termine come “chetare” invece che calmare, oggi più usato.
Frequenti sono i riferimenti lessicali al dialetto, riconoscibili sulla bocca di alcuni personaggi, in altre opere più mature quest’esigenza di una lingua viva troverà sbocco nella vivacità di una lingua italiana nutrita di linfa anche dialettale e popolare. Il tempo della narrazione è il presente. Questa scelta stilistica dà al testo un ritmo veloce, rendendo il testo moderno e “nervoso”.
Tutto il racconto sottende una dimensione fiabesca, come notò per primo Cesare Pavese,[3] anticipando uno dei grandi temi della riflessione e della successiva produzione di Italo Calvino.
ITALO CALVINO
Personaggi
Pin
È il protagonista del racconto. È un bambino di bassa estrazione sociale, spesso maleducato, ribelle, pagliaccio e menefreghista. I suoi genitori sono scomparsi quando lui era ancora piccolo. Fin da allora ha cercato spazio nel mondo dei grandi pur non comprendendo il loro strano modo di ragionare, infatti durante la giornata cerca clienti per sua sorella, una prostituta conosciuta in tutto il paese come la Nera di Carrugio Lungo. Non gioca con i suoi coetanei, ma al contrario ha sempre cercato la stima degli adulti, che cercava di far ridere cantando canzoni su cose volgari e da grandi, per le quali manca di consapevolezza (come il sesso, la guerra e la prigione).
Nonostante la sua tenera età, Pin ha vissuto esperienze da adulto: lavorava in una bottega come calzolaio per il padrone Pietromagro e faceva “pubblicità” alla sorella, ma questo non ha cambiato il suo modo di ragionare e di sognare, tipico di un bambino, tanto che non riesce a distinguere il bene dal male a causa della superficialità con cui supera le difficoltà. Frequenta un’osteria dove si ritrovano gli adulti che con lui parlano molto, ma lo usano per calmare i momenti di tensione con le filastrocche cantate o per scopi personali, come quando gli ordinano di prendere una pistola.
Pin non ripone fiducia in quelle persone così diverse da lui, infatti non rivela a nessuno di loro il suo posto magico e segreto, il sentiero dove fanno il nido i ragni. È un personaggio sospeso tra il mondo dei grandi, nel quale cerca di entrare, e il mondo al quale appartiene, ma nel quale non ha mai voluto identificarsi. Pensa che nel mondo dei grandi lui possa trovare un grande amico sincero al quale confidare il suo segreto.
In questa strana ricerca Pin si fa più saggio, perché vive nuove esperienze con la guerra, ma le idee che si farà lo porteranno ad essere ancora più solo. Diventa crudele con la natura forse per sfogarsi, forse per vedere cosa provano gli uomini quando vogliono uccidere loro simili, così si chiede che cosa succederebbe a sparare ad una rana, infilza ragni, seppellisce freddamente il falchetto morto.
Alla fine del romanzo Pin rincontrerà Cugino e capirà di aver trovato un vero amico, a cui possa svelare dove si celano i nidi dei ragni.
ITALO CALVINO
Cugino
Il personaggio è descritto come di stazza imponente, un omone possente che assomiglia ad un orco, con baffi spioventi e rossicci, alto, curvo su sé stesso e vestito sempre con una mantellina e un berretto di lana. Il carattere si rivela però buono e caloroso. In seguito ai ripetuti tradimenti della moglie durante la sua missione di guerra, e una faccenda avvenuta con una sua amante poco prima, sviluppa una profonda avversione per le donne, che lo porterà a maturare la concezione che la causa delle tragedie accadute e della guerra siano proprio le donne.
Cugino fa la conoscenza di Pin dopo l’evasione dal carcere, proprio lui lo accompagna al distaccamento del Dritto, il gruppo dei partigiani di cui faceva parte, anche se solitamente preferisce agire da solo. Qui i due approfondiscono la loro conoscenza e Pin inizia a provare un sentimento di amicizia nei suoi confronti. Quest’uomo possente infatti nasconde in sé una dolcezza e una semplicità di sentimenti che lo portano ad essere un grande-piccolo, ma fermo negli ideali, proprio la persona che Pin il “bambino-vecchio”, stava cercando. Infatti Cugino pare non voler fare parte del mondo dei grandi con donne e guerra ma sembra interessato a discorsi infantili, ma in qualche modo ricchi di speranza, come quelli riguardanti i nidi di ragno.
Kim
È il dedicatario dell’opera, oltre ad essere il personaggio di spicco per un intero capitolo, in cui la storia principale resta per un po’ da parte. Il suo ritratto caratteriale rispecchia subito fedelmente la sua storia biografica: come studente universitario in medicina e futuro psichiatra, è un rigoroso e scrupoloso ricercatore di certezze. Da questa peculiarità nasce il discorso serio sulla ragione del furore dell’uomo. Sul rapporto tra storia e senso della storia. Nella trama il personaggio si dimostra profondamente convinto del suo importante ruolo di comandante delle truppe partigiane. Appare tardi sulla scena, infatti arriva la notte prima della battaglia e porta dentro la freddezza della guerra il bisogno di riflettere sulle motivazioni profonde che animano partigiani e repubblichini. Egli riconosce che entrambi gli schieramenti credono di essere nel giusto, ma che solo i partigiani lo sono. Sa che c’è bisogno di certezze, ma non può rinunciare alle domande, soprattutto a quelli più radicali.
Il personaggio di Kim (il nome di battaglia deriva dal Kim del romanzo di Rudyard Kipling) è ispirato al capo partigiano Ivar Oddone (che sarà un famoso medico del lavoro nel dopoguerra) conosciuto da Calvino durante il suo impegno nella Resistenza, e le sue argomentazioni nel suo discorso con Ferriera (che non lo capisce) e nel successivo monologo sono un sunto dei ragionamenti che Calvino e lui facevano fra loro, in quanto unici intellettuali in una brigata composta per lo più di operai e contadini.[4]
Alberto Asor Rosa riconosce in Kim Calvino stesso, che affida al suo alter ego l’unico momento di riflessione teorica presente nel romanzo.[5]
Ferriera
Egli entra in scena nel libro quando deve annunciare la battaglia insieme al commissario Kim. I due partigiani, come ci viene descritto nel capitolo IX, “sono di poche parole: Ferriera è tarchiato con la barbetta bionda e il cappello alpino, ha due grandi occhi chiari e freddi che alza sempre a mezzo guardando di sottecchi…”. Ferriera è un operaio nato in montagna e per questo il suo modo di fare è sempre schietto e limpido, a volte un po’ freddo come quello di tutti i montanari. È sempre disposto ad ascoltare tutti, ma dietro al suo sorriso di convenienza si nascondono le sue vere intenzioni e decisioni: come dovrà schierarsi la brigata, quando dovranno entrare in azione… Avendo sempre lavorato per anni in una fabbrica, è convinto che tutto debba muoversi con perfezione e regolarità, come in una macchina. Ecco perché la sua visione della guerra partigiana è perfetta come una macchina; è l’aspirazione rivoluzionaria cresciutagli nelle officine. A differenza del commissario Kim, il comandante Ferriera sostiene che nello squadrone del Dritto siano stati raggruppati gli uomini che valgono meno e per questo vorrebbe dividerlo. Durante la narrazione, il comandante ci spiega che non bisogna aspettarsi nulla dagli eserciti alleati, sostenendo l’idea che i partigiani da soli riusciranno a tener testa ai nemici. Dopo la scoperta del tradimento di Pelle e il dialogo avuto con il Dritto, Kim e Ferriera si allontanano, ma durante la camminata i due si confrontano. Secondo il comandante, l’idea di Kim era sbagliata, “È stata un’idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po’ qua un po’ là in mezzo ai buoni era più facile che rigirassero dritti”. Ma Kim non è dello stesso parere. Secondo lui infatti, quel distaccamento era uno dei migliori, uno dei quali era più contento. Questa opinione suscita in Ferriera una reazione scontrosa. Emerge particolarmente in questo passaggio la diversa formazione educativa dei due personaggi: da una parte abbiamo Kim, studioso e logico; dall’altro Ferriera particolarmente pragmatico. “Non è un laboratorio d’esperimenti” afferma Ferriera, “capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletario da una parte, contadini dall’altra (…). Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l’ha e raggiungere questa benedetta unità… senza contare il rendimento militare poi.” Kim si trova in difficoltà di fronte ai discorsi di Ferriera, ma in un secondo momento afferma che tutti gli uomini combattono nello stesso modo, ognuno con il proprio furore. Nell’analizzare le situazioni Kim è terribilmente chiaro e dialettico, nel parlare schietto e diretto “c’è da farsi venire le vertigini”! Al contrario il suo comandante vede le cose molto più chiaramente.
Il personaggio di Ferriera è ispirato al partigiano Giuseppe Vittorio Guglielmo conosciuto da Calvino durante il suo impegno nella Resistenza[6]
Lupo Rosso
È un sedicenne grande e grosso, con la faccia livida e i capelli rasi sotto un cappello a visiera alla russa. Ha scelto il suo nome durante un discorso con il commissario politico della Brigata. Dice di volersi chiamare come un animale forte (precedentemente era noto come Ghepeù fra gli operai suoi colleghi di lavoro, a causa delle sue continue citazioni di Lenin e della sua ammirazione per l’Unione sovietica, ma il nome non è stato considerato adatto), quindi il commissario gli ha suggerito di chiamarsi Lupo. Lupo Rosso sostiene che Lupo è un animale considerato fascista quindi aggiungono la parola rosso al fine di dare al suo nome di battaglia una sfumatura comunista. Dichiaratamente leninista e dal carattere impetuoso e deciso, è un grande appassionato di armi da fuoco, con cui ha preso particolare confidenza lavorando come meccanico alla Organizzazione Todt. Fa conoscenza con Pin in carcere, avvicinando per la prima volta il bambino alla Resistenza. È tisico, sputa spesso sangue in seguito alle percosse ricevute con frequenza disumana dalle squadracce. Da qui alcuni disturbi legati all’alimentazione, in quanto afferma che non può mangiare e dà a Pin la sua porzione di minestra. Possiede molta fama fra i partigiani e sono tanti a stimarlo per le sue azioni di guerra. Scappa dalla prigione con Pin per vedere con lui il posto magico del bambino e prendere la pistola P.38, ma durante il tragitto si perdono e si separano, a causa dei tedeschi. L’abbandono per Pin significa una dura delusione, Pin infatti vede Lupo Rosso come uno dei pochi esempi di coerenza e di fermezza, uno dei pochi disinteressati alle donne. Pin lo rivede poco tempo dopo, durante un incontro del distaccamento del Dritto con quello del Biondo, del quale Lupo Rosso fa parte. Successivamente Lupo Rosso partecipa all’azione punitiva contro i fascisti e contro Pelle, il partigiano traditore, e recupera molte delle armi collezionate da quest’ultimo.
Il personaggio di Lupo Rosso è ispirato al partigiano Sergio Grignolio (nome di battaglia Ghepeù), conosciuto da Calvino durante il suo impegno nella Resistenza.[6]
Il Dritto
È il comandante del gruppo partigiano a cui appartiene Cugino. Per tutta la durata del libro rimane un comandante forte, che sa guidare i suoi uomini in battaglia e sa farsi rispettare da loro, fino a quando per via dell’amore che prova per la Giglia, la moglie di Mancino, si distrae e lascia bruciare il capanno in cui risiedeva tutta la brigata. Quel gesto di incapacità attira i tedeschi nel luogo in cui erano nascoste tutte le brigate e lo porterà ad essere fucilato alla fine del libro. Il commissario Kim gli fa capire che se andrà in battaglia in prima linea contro i tedeschi potrà riscattarsi e salvarsi, ma lui non va per stare con Giglia (mentre tutti gli altri sono in combattimento), e alla fine – poco dopo la fuga di Pin – viene così arrestato da due partigiani mandati dal comando, per essere fucilato per insubordinazione, mentre il distaccamento verrà sciolto e gli uomini divisi in altri gruppi.
Pelle
Pelle è poco più di un ragazzo, sempre raffreddato e molto irascibile. Infatti, durante una lite col Dritto, si infuria al tal punto da tradire i partigiani. Pelle si occupa di procurare l’armamento ai partigiani (rubandolo) e per esso nutre una vera passione. Dopo una scommessa fatta con Pin, va in cerca della P38 che il ragazzino aveva nascosto nel sentiero dei nidi di ragno, la trova e la lascia in regalo alla sorella di Pin, perché resti in famiglia. Verso la fine del romanzo Lupo Rosso racconta la fucilazione di Pelle e la confisca di tutte le sue armi, tra cui, per l’appunto, si trova un’immensa varietà di fucili e pistole, ma non una P38.
ITALO CALVINO
Altri personaggi
Miscel il Francese, Gian l’Autista, Giraffa: uomini che si ritrovano con Pin all’osteria; finiranno a combattere chi con le brigate nere, chi con i partigiani.
Rina detta la Nera di Carrugio Lungo: sorella di Pin, prostituta che frequenta tedeschi e fascisti
Frick: marinaio tedesco, amante della sorella di Pin, a cui il ragazzino ruba la pistola; viene descritto come non molto sveglio e nostalgico della sua famiglia ad Amburgo
Mancino: cuoco del distaccamento del Dritto, comunista convinto e considerato estremista anche da Lupo Rosso, anche se evita spesso di andare in battaglia con varie scuse; ha un falchetto chiamato Babeuf, ma poi lo uccide su insistenza degli altri perché starnazzando attira i nazisti all’accampamento
Giglia: moglie di Mancino, amante del Dritto
Zena il Lungo detto Berretta-di-legno: partigiano genovese, non è comunista anche se sta con i garibaldini
Carabiniere: un carabiniere che ha disertato per combattere i fascisti
Duca, Conte, Marchese, Barone: quattro cognati calabresi
Pietromagro: ciabattino e piccolo truffatore, padrone della bottega dove lavora Pin
La Prefazione del 1964
Nel giugno del 1964 l’editore Einaudi propone una nuova edizione del “Il sentiero dei nidi di ragno”, riveduta e corretta, a cui Calvino scrive una lunga prefazione. La Prefazione o Presentazione diverrà subito un testo fondamentale, in cui Calvino esprime delle riflessioni sulla propria opera.[7] Calvino descrive le ragioni che l’hanno portato a scrivere il libro e parla della responsabilità che ha avvertito, come testimone e protagonista della Resistenza, a perpetuarne la memoria.[8] Avvertendo il tema come troppo impegnativo e solenne, decide di affrontarlo di scorcio, trattandolo cogli occhi di un bambino[3] e per andar contro la «rispettabilità ben pensante», sceglie non di rappresentare i migliori partigiani, ma i peggiori possibili. Ciononostante – dice – loro sono stati uomini migliori di coloro che sono rimasti al sicuro nelle città e nelle campagne, perché spinti da un’elementare voglia di riscatto sono diventati forze storiche attive.[3] Questa idea è riportata nel romanzo per bocca di Kim, il commissario politico.
Tuttavia esprime un senso di delusione: il suo libro, a suo dire, non è riuscito a rappresentare la Resistenza in modo pieno, cosa riuscita soltanto a Beppe Fenoglio in Una questione privata, capace di serbare per tanti anni limpidamente la memoria fedele e a rappresentarne i valori.[3] Scrivere Il Sentiero dei nidi di ragno conclude ha bruciato la sua memoria, ha cancellato i ricordi di
«quell’esperienza che custodita per gli anni della vita […] sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro, e non […] è bastata che a scrivere il primo»
(Italo Calvino, 1964.)
Premi e riconoscimenti
Nel 1947 il libro presentato al Premio Mondadori viene scartato. Lo stesso anno vince la prima edizione del Premio Riccione.
Influenza culturale
Il contenuto del libro è stato ripreso nel 2005 dai Modena City Ramblers nella canzone Il Sentiero contenuta nell’album Appunti Partigiani.[9]
Edizioni
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana I Coralli n.11, Torino, Einaudi, ottobre 1947.
Il sentiero dei nidi di ragno, Nota introduttiva dell’Autore, Collana Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria n.63, Torino, Einaudi, 1954. [edizione con testo modificato]
Il sentiero dei nidi di ragno, Con una prefazione dell’Autore, Collana I Coralli, Torino, Einaudi, 1964. [edizione definitiva con testo ancora riveduto, appare in anticipo presso il Club degli Editori]
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana Nuovi Coralli n.16, Torino, Einaudi, 1972-1991. – Collana Einaudi Tascabili, 2002.
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana Gli elefanti, Milano, Garzanti, 1987-1992.
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana Oscar Opere di Italo Calvino, Milano, Mondadori, settembre 1993. – Con uno scritto di Cesare Pavese, Collana Oscar, Mondadori, 2011; Collana Oscar Moderni n.55, Mondadori, 2016-2019.
Breve biografia di Yvette K. Centenoè nata a Lisbona nel 1940 in una famiglia di origine tedesco-polacca. È sposata, ha quattro figli e la musica e la letteratura abitano, da sempre, la sua casa. Si è laureata in Filologia Germanica con una tesi su L’uomo senza qualità di Musil e si è addottorata con una tesi sull’Alchimia nel Faust di Goethe. Dal 1983 è Professoressa Ordinaria all’Universidade Nova de Lisboa, dove ha fondato il Gabinete de Estudos de Simbologia, attualmente parte del Centro de Estudos do Imaginário Literário. Sin da giovane, si è interessata al teatro, ha scritto commedie e racconti e ha fondato il CITAC a Coimbra. Ha pubblicato letteratura per bambini, saggi di ricerca, poesia, teatro e narrativa, con romanzi come Três histórias de amor (1994), Os jardins de Eva (1998) e Amores secretos (2006), con parte della sua opera tradotta in Francia, Spagna e Germania. Tra gli autori che ha tradotto ci sono Shakespeare, Goethe, Stendhal, Brecht, Rilke, Celan e Fassbinder.
UM DIA, DIZ A MULHER
Um dia
também eu sairei porta fora
caminharei nas ruas
ausente de sentido
atravessando esplanadas
e jardins
bairros que não conheço
irei em frente
sem parar nas lojas elegantes
da Avenida
que pouca Liberdade tem
irei assim
perdida e sem destino
descendo
à beira-rio
quando me virem na água
darão então por mim
(in Dizer, 2021, p. 13)
*
UN GIORNO, DICE LA DONNA
Un giorno
anch’io uscirò fuori casa
camminerò per le strade
errante
attraversando piazzali
e giardini
quartieri che non conosco
andrò avanti
senza fermarmi in quei negozi di lusso
dell’Avenida
che poca Liberdade ha
andrò così
persa e senza meta
scendendo
verso la sponda del fiume
quando mi vedranno nell’acqua
si accorgeranno di me
*
AO MODO DE ALBERTO CAEIRO, O MESTRE E ALTER EGO…
Vivemos entre dois mundos.
Um a que chamamos real, objectivo, quotidiano, normal.
Mas que não é nada disso, é tão ilusório, esse mundo real,
como qualquer outro que possamos fantasiar. São palavras, essas que repetimos e que não chegam a convencer: o que é
ser real, o que é ser objectivo, o que é ser normal? Onde
está ela, essa normalidade, que não encontro em ninguém?
Nem em mim nem nos outros, nem sequer no espaço sideral?
Para cada outro há uma palavra que se diz objectiva, real,
com o ar mais natural…
A cada um seu real, e assim cai por terra a ilusão que eu
tinha de um dos mundos…
Quanto ao outro, em que também julgo viver: é mais
íntimo, mais secreto, mais fraterno, será esse afinal o nosso
mundo real? O das escapatórias, das fantasias, dos rebanhos
que são montes de pensamentos por alinhar ao assobio de
um cão? E o cão? É ele elemento real? Ladra, como se deve
ladrar? Abana a cauda a sorrir? Ou vive apenas na ideia do
poeta, uma cabeça que nem ela é inteira…
Disse: vivemos entre dois mundos. Mas serão dois? Serão
mundos? Serão poucos, serão muitos? E como me permito,
eu que tanto hesito e duvido, usar este plural?
(in Dizer, 2021, p. 61)
*
ALLA MANIERA DI ALBERTO CAEIRO , IL MAESTRO E L’ALTER EGO.
Viviamo tra due mondi.
Uno che chiamiamo reale, oggettivo, quotidiano, normale.
Ma che non è nulla di tutto ciò, è così illusorio, questo mondo reale
come qualsiasi altro su cui possiamo fantasticare. Sono parole,
queste che ripetiamo e che non riescono a convincerci: cos’è
essere reale, cos’è essere oggettivo, cos’è essere normale? Dove
si trova lei, questa normalità che non riesco a trovare in nessuno?
Né in me né in altri, nemmeno nello spazio sidereo?
Per ogni altro c’è una parola che si definisce oggettiva, reale,
con l’aria più naturale…
A ognuno il suo reale, e così cade a terra l’illusione che io
avevo di uno dei mondi…
Quanto all’altro, in cui altrettanto credo di vivere: è più
intimo, più segreto, più fraterno, sarà questo alla fine il nostro
mondo reale? Quello delle scappatoie, delle fantasie, delle greggi
che sono mucchi di pensieri da allineare con il richiamo di
di un cane? E il cane? È un elemento reale? Abbaia, come si deve
abbaiare? Scodinzola sorridendo? O vive solo nell’idea del
poeta, una testa che non è nemmeno intera…
Ho detto: viviamo tra due mondi. Ma sono due? Saranno
mondi? Saranno pochi, saranno molti? E come mi sono permessa,
proprio io che esito e dubito tanto, a usare questo plurale?
*
O AMOR O ANJO E O CÃO (para a Ana Maria Pereirinha, 2020)
Havia amor por ali,
uma entrega tão subtil
que não podia ser dita
cortava a respiração
só podia ser vivida
em segredo
e só de dia
quando o Anjo os protegia…
Ainda assim havia a noite,
a floresta e o jardim,
um cão amigo a brincar
um céu com novas estrelas
acesas para o amor
que seria amor sem fim
(in Dizer, 2021, p. 64)
*
L’AMORE, L’ANGELO E IL CANE (per Ana Maria Pereirinha, 2020)
C’era amore lì
una dedizione così sottile
che non poteva essere detta
toglieva il fiato
poteva solo essere vissuta
in segreto
e solo durante il giorno
quando l’Angelo li proteggeva…
Eppure c’era la notte
la foresta e il giardino,
un cane amichevole che giocava
un cielo con nuove stelle
illuminate per l’ amore
che era amore senza fine
*
Traduttore Matteo Pupilloha conseguito la laurea magistrale in Lingua e Letteratura Portoghese presso l’Universidade Nova de Lisboa. A settembre del 2021, ha vinto una borsa di ricerca dottorale in Letterature Comparate e, attualmente, è dottorando presso il Centro de Estudos em Letras dell’Università di Évora, nonché Cultore della Materia in Lingua e Traduzione Portoghese e Brasiliana presso l’Università per Stranieri di Siena. Precedentemente, invece, è stato professore a contratto di Lingua Portoghese. Partecipa attivamente a congressi internazionali e i suoi interessi di ricerca vertono prevalentemente su scrittrici portoghesi e brasiliane e didattica del portoghese per stranieri. È membro dell’Associazione Internazionale dei Lusitanisti (AIL) e socio sostenitore dell’Associazione Italiana di Studi Portoghesi e Brasiliani (AISPEB).
*
Yvette K. Centeno – Inediti (trad. di Matteo Pupillo)
FOTO DI PROPRIETA’ DI Alexandre Almeida.
Biblioteca DEA SABINA
-La rivista «Atelier»-
http://www.atelierpoesia.it
La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Direttore responsabile: Giuliano Ladolfi Coordinatore delle redazioni: Luca Ariano
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Poesie di Gwendolyn Elizabeth Brooks – poetessa e scrittrice statunitense
In molti modi, Gwendolyn Elizabeth Brooks incarna l’esperienza americana nera del 20 ° secolo.Nata in una famiglia che si trasferì a Chicago come parte della Grande Migrazione dei neri nel nord del paese, durante la Grande Depressione si fece strada attraverso la scuola e persegue un ruolo tradizionale per se stessa; quando inviava poesie alle riviste di solito elencava la sua professione come “casalinga”.
Nel dopoguerra, Brooks si unì a gran parte della comunità nera diventando più politicamente consapevole e attiva, unendosi al Movimento per i diritti civili e impegnandosi con la sua comunità come mentore e leader di pensiero. Nel corso delle sue esperienze, Brooks ha prodotto meravigliose poesie che raccontavano storie di normali neri americani in versi audaci e innovativi, spesso ispirati al quartiere Bronzeville di Chicago dove ha vissuto gran parte della sua vita.
LA DONNA VUOTA
La donna vuota offriva giocattoli!
In casa le sue sorelle
Avevano bambini e bambine.
La donna vuota indossava cappelli.
Con piume. Pettini imperlati
In chiome ondulate. Corteggiava gatti
E piccioni. Faceva la spesa.
Con diligenza aqcuistava balocchi per
Nipotini e nipotine. E caramelle,
Preparava il popcorn e odiava le sorelle, non
Avevano né piume né permanenti ma sapevano
Guarire il vaiolo, pulire nasi, svuotare vesciche
Sapevano ignorare ogni giorno le pettegole
E quei ragazzi soldati, e tutto il giorno
Dicevano “Dio mio!” – stanche di permanenti
E di gambe grosse e di muscoli esposti e di
Sacchi da scuola anneriti e di babushke e di
Calze bucate, e di parrucche splendenti e boriose.
GWENDOLYN BROOKS
In lingua originale:
The Empty Woman
The empty woman took toys!
In her sisters’ homes
Were little girls and boys.
The empty woman had hats
To show. With feathers. Wore combs
In polished waves. Wooed cats
And pigeons. Shopped.
Shopped hard for nephew-toys,
Niece-toys. Made taffy. Popped
Popcorn and hated her sisters,
Featherless and waveless but able to
Mend measles, nag noses, blast blisters
And all day waste wordful girls
And war-boys, and all day
Say “Oh God!” – and tire among curls
And plump legs and proud muscle
And blackened school-bags, babushkas, torn socks,
And bouffants that bustle, and rustle.
________________________________________
(Traduzione: adeodato piazza nicolai Poesie di Gwendolyn Brooks, da Blacks (Negri) Third World Press, Chicago, Illinois, 1987.)
GWENDOLYN BROOKS
QUANDO AVRAI DIMENTICATO LA DOMENICA
E quando avrai dimenticato la luminosa biancheria nel letto il mercoledì e
il sabato,
e sopra tutto avrai dimenticato la domenica –
quando la domenica avrai dimenticato con il letto che ci univa,
o me seduta sul radiatore della parete esterna della stanza
a guardare dalla finestra, nel pomeriggio che imbruniva,
laggiù la lunga strada,
ma in nessun punto preciso,
avvolta nella mia vecchia vestaglia
senza nessun programma
e-senza-niente-da-fare chiedendomi perché sono felice
quasi che il lunedì non-venisse-mai-più –
quando tu avrai dimenticato tutto questo, io dico,
e come t’infuriavi se qualcuno suonava alla porta
e come impazziva il mio cuore se squillava il telefono,
e come poi andavamo al nostro pranzo della domenica,
che voleva dire soltanto attraversare il pavimento della stanza
fino al tavolo macchiato d’inchiostro, nell’angolo di fronte,
al pranzo della domenica che era sempre pollo
e tagliatelle, o pollo e riso,
e insalata e pane di segale e tè
e biscottini di cioccolato, quando
avrai dimenticato tutto questo,
io dico, e dimenticato anche il mio piccolo presentimento
che la guerra sarebbe finita prima che t’arruolassero,
e come finalmente ci si spogliava e si spegneva la luce e ci infilavamo nel letto,
e ci stendevamo con il corpo abbandonato per un attimo
nei candidi lenzuoli del week-end
e poi teneramente l’uno nell’altro ci fondevamo –
quando tu avrai dimenticato tutto questo, io dico,
che allora potrai dire,
ed io lo potrò credere,
che m’hai davvero dimenticata.
(When you have forgotten Sunday, da A Street in Bronzeville, 1945 – Trad. di Luciano Luisi)
Gli aborti non ti permettono di dimenticare.
Tu ricordi i bambini
che hai concepito ma non hai accolto,
le piccole teste, bagnate con pochi (o nessun) capello,
i cantanti e gli operai
che non hanno mai assaporato l’aria.
Questi, mai li trascurerai, mai li maltratterai,
mai li farai tacere né li comprerai con una caramella,
mai metterai nelle loro bocche i pollici
né caccerai via i fantasmi che vengono nella notte.
Mai li lascerai, tenendo dentro il tuo sospiro assetato di loro
mai tornerai affamata di vederli, mangiandoteli con gli occhi.
Io ho sentito nelle voci del vento le voci
dei miei oscuri figli uccisi.
Mi sono contratta. Ho consolato
i miei cari oscuri sui seni che loro non hanno mai potuto succhiare.
Ho detto, Dolci, se ho peccato, se ho rubato la vostra fortuna
e le vostre vite dal vostro protendervi senza raggiungere,
se ho rubato le vostre nascite e i vostri nomi,
le vostre lacrime di neonato e i vostri giochi,
i vostri amori belli o difficili, i vostri tumulti,
i vostri matrimoni, dolori, e le vostre morti,
se ho avvelenato l’inizio dei vostri respiri
Credetemi che anche nella mia intenzionalità
non sono stata intenzionale.
Ma perché devo lamentarmi,
lamentarmi che il crimine fosse stato di qualcun altro
e non mio?
Giacché comunque siete morti,
anzi, non siete stati creati.
Però anche detto così temo che sia sbagliato.
Oh, cosa dirò, come si può dire la verità?
Voi siete nati, avete avuto un corpo, siete morti.
Solo che non avete mai riso ne programmato ne pianto.
Credetemi, vi ho amato tutti.
Credetemi, anche se per poco, vi ho conosciuti, e vi ho amati
……vi ho amati tutti.
GWENDOLYN BROOKS
Biografia di GWENDOLYN BROOKS –il 7 GIUGNO 1917 nasce GWENDOLYN BROOKS
In molti modi, Gwendolyn Brooks incarna l’esperienza americana nera del 20 ° secolo.Nata in una famiglia che si trasferì a Chicago come parte della Grande Migrazione dei neri nel nord del paese, durante la Grande Depressione si fece strada attraverso la scuola e persegue un ruolo tradizionale per se stessa; quando inviava poesie alle riviste di solito elencava la sua professione come “casalinga”.
Nel dopoguerra, Brooks si unì a gran parte della comunità nera diventando più politicamente consapevole e attiva, unendosi al Movimento per i diritti civili e impegnandosi con la sua comunità come mentore e leader di pensiero. Nel corso delle sue esperienze, Brooks ha prodotto meravigliose poesie che raccontavano storie di normali neri americani in versi audaci e innovativi, spesso ispirati al quartiere Bronzeville di Chicago dove ha vissuto gran parte della sua vita.
GWENDOLYN BROOKS
Nei primi anni
Brooks è nata a Topeka, nel Kansas, nel 1917. Sei settimane dopo la sua nascita, la sua famiglia si è trasferita a Chicago. Suo padre lavorava come custode in una compagnia musicale e sua madre insegnava a scuola ed era una musicista esperta.
Come studente, Brooks eccelleva e frequentava la Hyde Park High School. Sebbene Hyde Park fosse una scuola integrata, il corpo studentesco era per lo più bianco, e Brooks ricorderà in seguito di aver sperimentato i suoi primi pennelli con razzismo e intolleranza mentre frequentava le lezioni lì. Dopo il liceo ha frequentato un corso di laurea biennale e ha iniziato a lavorare come segretaria. Decise di non conseguire una laurea di quattro anni perché sapeva fin da piccola che desiderava scrivere, e non vide alcun valore in un’ulteriore istruzione formale.
Brooks ha scritto poesie da bambina e ha pubblicato la sua prima poesia all’età di 13 anni (“Eventide”, nella rivista American Childhood). Brooks ha scritto in maniera prolifica e ha iniziato a presentare regolarmente il suo lavoro. Ha iniziato a pubblicare regolarmente mentre ancora frequentava il college. Queste prime poesie attirarono l’attenzione di scrittori affermati come Langston Hughes, che incoraggiavano e corrispondevano a Brooks.
Negli anni ’40, Brooks era affermato ma ancora relativamente oscuro. Ha iniziato a frequentare seminari di poesia e ha continuato ad affinare la sua arte, lavoro che ha dato i suoi frutti nel 1944 quando ha pubblicato non una ma due poesie sulla rivista Poetry. Questa apparizione in un periodico nazionale così rispettato le ha portato la sua notorietà, ed è stata in grado di pubblicare il suo primo libro di poesie, Una strada a Bronzeville, nel 1945.
Il libro ebbe un enorme successo di critica e Brooks ricevette una Guggenheim Fellowship nel 1946. Pubblicò il suo secondo libro, Annie Allen, nel 1949. Il lavoro si concentrò di nuovo su Bronzeville, raccontando la storia di una giovane ragazza nera che cresceva lì. Anche lui ricevette il plauso della critica e nel 1950 Brooks ricevette il Premio Pulitzer per la poesia, il primo autore nero a vincere un Premio Pulitzer.
Brooks ha continuato a scrivere e pubblicare per il resto della sua vita.
Nel 1953 pubblicò Maud Martha, una sequenza innovativa di poesie che descrivono la vita di una donna di colore a Chicago, considerata una delle sue opere più complesse e complesse. Man mano che diventava più politicamente impegnata, il suo lavoro seguì l’esempio.
Nel 1968 pubblica Alla Mecca, di una donna alla ricerca del figlio perduto, che è stato nominato per il National Book Award.
Nel 1972, ha pubblicato il primo di due ricordi, Rapporto dalla prima parte, seguito 23 anni dopo da Rapporto dalla seconda parte, scritto quando aveva 79 anni.
Negli anni ’60, man mano che la sua fama cresceva, i suoi scritti iniziarono ad assumere un taglio più netto mentre osservava la società, esemplificata da una delle sue poesie più famose, Siamo davvero fantastici, pubblicato nel 1960.
Insegnamento
Brooks è stata un’insegnante per tutta la vita, spesso in ambienti informali come la sua stessa casa, dove ha spesso accolto giovani scrittori e tenuto conferenze e gruppi di scrittura ad hoc.
Negli anni ’60 iniziò a insegnare in modo più formale, bande di strada e studenti universitari.
Ha tenuto un corso di letteratura americana all’Università di Chicago. Brooks è stata straordinariamente generosa con il suo tempo, e ha speso gran parte della sua energia per incoraggiare e guidare i giovani scrittori, e alla fine ha ricoperto posizioni di insegnamento in alcune delle migliori scuole del paese, tra cui la Columbia University e la Northeastern Illinois University.
Vita privata
Brooks ha sposato Henry Lowington Blakely, Jr. e ha avuto due figli con lui, rimanendo sposato fino alla sua morte nel 1996. Brooks è ricordato come una donna gentile e generosa. Quando i soldi del Premio Pulitzer davano a lei e alla sua famiglia sicurezza finanziaria, era nota per usare i suoi soldi per aiutare le persone nel suo quartiere pagando l’affitto e altre bollette e finanziando antologie di poesia e altri programmi per offrire opportunità ai giovani scrittori neri.
Morte ed eredità
GWENDOLYN BROOKS
Brooks morì nel 2000 dopo una breve battaglia contro il cancro; lei aveva 83 anni.
Il lavoro di Brooks è stato notevole per la sua attenzione alla gente comune e alla comunità nera.
Sebbene Brooks si mescolasse in riferimenti e forme classiche, rese quasi uniformemente i suoi soggetti contemporanei uomini e donne che vivevano nel suo quartiere.
Il suo lavoro incorporava spesso i ritmi della musica jazz e blues, creando un ritmo sottile che le faceva rimbalzare i versi e che usava spesso per creare climax esplosivi per il suo lavoro, come nel suo famoso poema Siamo davvero fantastici che termina con la terzina devastante moriamo presto. Brooks è stata una pioniera della coscienza nera in questo paese e ha dedicato gran parte della sua vita ad aiutare gli altri, educando le giovani generazioni e promuovendo l’arte.
Latina-Allo Spazio COMEL: Tra inizio e fine l’Infinito, personale di Silvia Sbardella
Città di Latina-Mentre lo Spazio COMEL si appresta a ospitare la 13ª e ultima edizione del Premio COMEL, si sente la necessità di cominciare a riprendere confidenza con l’alluminio e con le meraviglie artistiche che questo metallo rende possibili. È proprio in quest’ottica che arriva a settembre Tra inizio e fine l’infinito – Presenze sensibili in dialogo con la luce e il vento, la personale di Silvia Sbardella, artista che ha partecipato nel 2017 alla sesta edizione del Premio, Sinuosità in Alluminio e che oggi presenta un percorso approfondito nel corso di questi anni.
Latina-Spazio COMEL:personale di Silvia Sbardella
In mostra si potranno osservare diverse sculture in alluminio, materiale prediletto dall’artista di Frosinone, che ne esaltano la leggerezza e la luminosità. Tra queste, una serie di sculture mobili, realizzate piegando, incurvando e plasmando il metallo in modo da renderlo capace di interagire con lo spazio: vibrando e muovendosi, riflettendo la luce e, in alcuni casi, riproponendo l’immagine dell’osservatore. Si tratta di un’arte che dialoga con lo spazio e con il pubblico e si apre alle mille incognite della vita.
Non a caso, la ricerca di Silvia Sbardella sul materiale è strettamente legata a concetti molto più ampi di esistenza e casualità. Una riflessione su ciò che accade tra l’inizio e la fine, che secondo l’artista coincide con l’infinità delle possibilità che la Natura offre. Come scrive infatti Dafne Crocella, curatrice della mostra: “La forma ha un inizio e una fine, ma ciò che accade dentro e intorno a essa può continuare: la luce la modifica, il vento la anima, lo sguardo la interpreta, la memoria la trasforma. Attraverso il movimento delle sculture mobili questo concetto viene reso visibile”.
La personale di Silvia Sbardella è un invito a immergersi nelle sue opere, osservarle, giocare con loro e aprirsi alle tante interpretazioni e interazioni che offrono.
La mostra sarà inaugurata sabato 12 settembre alle ore 18.00 e sarà aperta tutti i giorni dalle 17 alle 20 fino a domenica 27 settembre.
Latina-Spazio COMEL:personale di Silvia Sbardella
Cenni biografici: Silvia Sbardella è artista visiva, fotografa e video-performer. Vive e opera in Ciociaria. Ha conseguito il diploma presso l’Istituto d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Frosinone, nel corso di Scultura, e l’abilitazione all’insegnamento presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Parallelamente alla ricerca scultorea, ha sviluppato esperienze artistiche e professionali in ambiti diversi, dalla fotografia all’illustrazione, dalla decorazione d’interni alla grafica, fino alla regia e al teatro di figura. La collaborazione con artisti, musicisti, danzatori, registi e teatranti ha contribuito alla formazione di un linguaggio personale, orientato alla contaminazione tra differenti modalità espressive e alla dimensione multimediale, multisensoriale e performativa.
La sua ricerca attuale integra strumenti analogici e digitali, tecniche tradizionali e sperimentali, dando vita a installazioni di arte pubblica, performance ed esibizioni artistiche estemporanee in contesti urbani e naturali. Ha partecipato a eventi artistici locali, nazionali e internazionali con installazioni e performance.
Latina-Spazio COMEL:personale di Silvia Sbardella
INFO:
Tra inizio e fine l’infinito – Presenze sensibili in dialogo con la luce e il vento
Mostra personale di Silvia Sbardella
Evento promosso da Maria Gabriella e Adriano Mazzola
Edipo re (in greco antico: Οἰδίπoυς τύραννoς, Oidípūs týrannos) è una tragedia di Sofocle-
Edipo re (in greco antico: Οἰδίπoυς τύραννoς, Oidípūs týrannos) è una tragedia di Sofocle, ritenuta il suo capolavoro nonché il più paradigmatico esempio dei meccanismi della tragedia greca.La data esatta di rappresentazione è ignota ma si ipotizza che possa collocarsi al centro dell’attività artistica del tragediografo (430–420 a.C. circa).
Edipo re
Trama
L’opera si inserisce nel cosiddetto ciclo tebano, ossia la storia in chiave mitologica della città di Tebe, e narra come Edipo, re carismatico e amato dal suo popolo, nel breve volgere di un solo giorno venga a conoscere l’orrenda verità sul suo passato: senza saperlo ha infatti ucciso il proprio padre per poi generare figli con la propria madre. Sconvolto da queste rivelazioni, che fanno di lui un uomo maledetto dagli dei, Edipo reagisce accecandosi, perde il titolo di re di Tebe e chiede di andare in esilio.
Prologo (vv. 1-150): Edipo è impegnato a debellare una pestilenza che tormenta Tebe, la sua città, mentre una folla supplicante si pone attorno a lui per chiedergli di salvarli dalla fame e dal contagio; Edipo, sovrano illuminato e sollecito verso il proprio popolo, afferma di aver già mandato Creonte, fratello della regina, ad interrogare l’oracolo di Delfi sulle cause dell’epidemia. Al suo ritorno Creonte rivela che la città è contaminata dall’uccisione di Laio, il precedente re di Tebe, che è rimasta impunita: il suo assassino vive ancora in città e finché questi non sarà identificato e esiliato o ucciso, la pace e la prosperità non potranno tornare. Edipo chiede altre informazioni a Creonte, il quale continua dicendo che al tempo in cui la città era sotto l’incubo della Sfinge, Laio stava andando a Delfi quando, lungo la strada, fu assalito da dei briganti dai quali, secondo il racconto di un testimone, fu ucciso.
Parodo (vv. 151-215): entra il coro di anziani tebani cantando una preghiera agli dei perché intervengano a protezione della città.
Primo episodio (vv. 216-462): Edipo proclama un bando che prevede l’esilio per l’uccisore di Laio e per chi lo protegga o lo nasconda; il re convoca inoltre Tiresia, l’indovino cieco, perché sveli l’identità dell’assassino. Egli però rifiuta di rispondere, considerando più saggio tacere per non richiamare altre sventure: Edipo tuttavia si adira e intima a Tiresia di parlare. Il vecchio non si decide e la collera del re aumenta; allora Tiresia risponde accusando Edipo di essere l’autore dell’omicidio. Il re è indignato e comincia a sospettare che Creonte e Tiresia abbiano ordito un piano per detronizzarlo. L’indovino quindi si allontana profetizzando che entro la fine di quel giorno il colpevole sarà scoperto e se ne andrà mendico e cieco in terra straniera.
Primo stasimo (vv. 463-511): il coro dapprima immagina la fuga del colpevole, braccato tanto dagli uomini quanto da Apollo e dalle Keres (dee simbolo del fato avverso), per poi decidere di non dare credito alle parole di Tiresia: nemmeno il grande indovino è infallibile.
Edipo re
L’attore Albert Greiner interpreta Edipo (1896)
Secondo episodio (vv. 512-862): Creonte chiede se sia vero che Edipo lo crede colpevole di cospirazione. Quest’ultimo lo accusa apertamente con toni sempre più accesi: Creonte non si trovava infatti a Tebe, insieme a Tiresia, quando Laio fu ucciso? Creonte gli risponde pacatamente di non avere interesse al trono e nel mentre interviene Giocasta, vedova di Laio e ora moglie di Edipo, per mettere pace tra i due. Ella invita il marito a non dare ascolto a nessun oracolo e a nessun indovino: anche a Laio era stata fatta una profezia secondo la quale sarebbe stato ucciso dal figlio, mentre ad ucciderlo erano stati alcuni banditi sulla strada per Delfi, là dove si incontrano tre strade. A sentire le parole di Giocasta, Edipo resta turbato e chiede di convocare il testimone di quell’omicidio. La regina chiede al marito il motivo del suo turbamento, così Edipo comincia a raccontare: da giovane era principe ereditario di Corinto, figlio del re Polibo, e un giorno l’oracolo di Delfi gli predisse che avrebbe ucciso il proprio padre e sposato la propria madre. Sconvolto da quella profezia, per evitare che essa potesse avverarsi Edipo aveva deciso di fuggire, ma sulla strada tra Delfi e Tebe, in un punto dove si uniscono tre strade, aveva avuto un alterco con un uomo e l’aveva ucciso. Se quell’uomo fosse stato Laio? Il coro tuttavia lo invita a non trarre conclusioni affrettate e a sentire prima il testimone dell’omicidio.
Secondo stasimo (vv. 863-910): il coro è turbato dall’incredulità di Giocasta davanti agli oracoli e lancia un ammonimento contro chi pretende di violare le leggi eterne degli dei: quando gli uomini non riconoscono più la giustizia divina e procedono con superbia (“hybris”), lì si cela la tirannide[2].
Terzo episodio (vv. 911-1085): giunge un messo da Corinto che informa che re Polibo è morto. Edipo è rassicurato da quelle parole perché suo padre non è morto per mano sua. Rimane la parte della profezia riguardante sua madre, così Edipo chiede notizie di lei: il messo, per rassicurarlo pienamente, gli dice che non c’è pericolo che egli possa generare figli con la propria madre poiché i sovrani di Corinto non sono i suoi genitori naturali, in quanto Edipo era stato adottato. Il messo può testimoniarlo con certezza perché un tempo faceva il pastore sul monte Citerone e era stato proprio lui a ricevere un Edipo neonato da un servo della casa di Laio e a portarlo a Corinto. A questo punto Edipo si vede vicino alla scoperta delle proprie origini e ordina che sia convocato il servo di Laio; Giocasta, invece, ha ormai capito tutta la verità e supplica Edipo di non andare avanti con le ricerche, ma non viene ascoltata.
Terzo stasimo (vv. 1086-1109): il coro esulta perché Edipo è ormai vicino a conoscere le proprie origini ed esalta il Citerone come patria e nutrice di Edipo stesso[3].
Quarto episodio (vv. 1110-1185): arriva il servo di Laio, che Edipo attende con tanta impazienza. Tempestato di domande, il servo innanzitutto cerca di dissuadere Edipo dal continuare a interrogarlo, ma quest’ultimo ormai vuole ascoltare tutta la verità. Il servo allora conferma che aveva ricevuto il bambino (che era figlio di Laio) con l’ordine di ucciderlo in quanto, secondo una profezia, il piccolo avrebbe ucciso il padre. Tuttavia, per pietà, il servo non l’aveva ucciso e l’aveva invece consegnato al pastore, che l’aveva portato a Corinto. A questo punto l’intera vicenda è chiarita e, al colmo dell’orrore, Edipo rientra nel suo palazzo gridando: «Luce, che io ti veda ora per l’ultima volta»[4].
Quarto stasimo (vv. 1186-1222): gli anziani tebani che costituiscono il coro compiangono la sorte di Edipo, re stimato da tutti, che in breve si è scoperto autore involontario di atti orribili. I tebani vorrebbero non averlo mai conosciuto tanto è l’orrore e, al tempo stesso, la pietà che la sua vicenda suscita in loro.
Edipo bambino viene nutrito da un pastore (scultura di Antoine-Denis Chaudet, 1810, Museo del Louvre)
Esodo (vv. 1223-1530): un messo esce dal palazzo di Edipo e annuncia disperato che Giocasta si è impiccata e che Edipo, appena l’ha vista, si è accecato con la fibbia della veste di lei. In quel momento appare Edipo accompagnato da un canto pietoso del coro, che afferma di aver compiuto quell’atto perché nulla ormai, a lui che è maledetto, può più essere dolce vedere. In quel momento arriva Creonte, che di fronte alla disperazione di Edipo lo esorta ad avere fiducia in Apollo. Edipo abbraccia quindi le sue figlie Antigone e Ismene compiangendole perché esse, figlie di nozze incestuose, saranno sicuramente emarginate dalla vita sociale. Infine chiede a Creonte di essere esiliato in quanto uomo in odio agli dei.
– Castel di Guido-Prima della Storia “il Paleolitico” –
Roma -Municipio XIII–Castel di Guido -Prima della Storia “il Paleolitico”-In questa Ottava Campagna di scavo sono stati scoperchiati 70 mq della superficie frequentata dall’Uomo durante il Paleolitico inferiore ed i risultati conseguiti sostanzialmente non modificano quanto era stato notato in precedenza.-(Atti Soc. Tosc. Sci.Nat.,Mem.,Seria A,95 (1988)-
Castel di Guido- Ottava Campagna di scavo-Biffacciali in osso(1/2 grandezza naturale)
Abstract – The eight excavation at the Palaeolithic site 01 Castel di Guido. This excavation brought to light 70 p/m of an area which was frequented by human beings during the Lower Palaeolithic. The results of such an excavation do not alter what was previously pointed aut.
Castel di Guido- Ottava Campagna di scavo-Biffacciali in osso(1/2 grandezza naturale)
Nel mese di settembre del 1988 ha avuto luogo l’ottava campagna di scavo nella stazione del paleolitico inferiore sita a Castel di Guido, a circa venti km da Roma sulla Via Aurelia. Hanno preso parte a questa campagna di scavo il tecnico del Dipartimento di Scienze Archeologiche Ivano Bigini, una decina di studenti dell’Università di Pisa e di Roma, alcuni membri dell’Archeo-Club pisano e il geologo Dott. Giovanni Boschian di Trieste.
Castel di Guido- Ottava Campagna di scavo-Particolare di un clasto di tufo giacente sulla Tufite.
Si è proceduto con gli operai ad asportare, su un’area di 70 mq, il deposito a tufite in direzione della presumibile testata della vallecola, tufite che copriva per circa un metro di spessore la superficie di calpestio dell’uomo del paleolitico inferiore. Questa tufite, nella campagna precedente non era stata asportata con i mezzi meccanici perché conteneva parte di almeno due carcasse di elefante antico, i cui resti erano disposti caoticamente, generalmente in posi-zione inclinata ; si rinvennero pure alcune zanne che con un’estremità arrivavano a contatto con la formazione a sabbia che costituisce, come noto, il piano di calpestio dei cacciatori del paleolitico inferiore.Lungo la zona situata alla base della parete est del deposito era- no presenti numerosi grossi clasti di tufo a scorie nere, alcuni giacenti direttamente sulla sabbia, al di sopra di uno stradello di tufite e infine alcuni sovrapposti. Questo fatto lascia adito all’ipotesi che l’alto morfologico naturale non debba distare molto dalla superficie di scavo ed inoltre dopo la formazione della valle per sgretolamento in diversi momenti del tufo, si sia avuta la deposizione di detti clasti sino alla copertura del deposito con la tufite la quale avrebbe trascinato gli ultimi frammenti di tufo che troviamo sovrapposti. In questa parte dello scavo vi sono scarsi i reperti lasciati dall’uomo che, pur giacendo direttamente sopra la sabbia, erano contenuti in una formazione di circa cinque cm di spessore, costituita da sabbie più o meno “ferrettizzate” e da minuti clasti lacustri, condizione di giacitura questa, per la quale si potrebbero anche avanzare alcune ipotesi. Allo stato attuale della ricerca preferisco, però, attendere lo scoperchiamento completo dell’alto sul lato est, che certamente porterà dati utili per l’interpretazione di questa situazione caotica rispetto alla regolare sedimentazione che si nota nella parte centrale e comunque distante dai due alti morfo- logici che delimitano ad est e ad ovest la vallecola. La superficie a sabbia presenta una lieve inclinazione, che era già stata notata nella campagna precedente (MALLEGNI et alii, 1986), da sud verso nord- est dove si nota una faglia inversa che ha determinato uno scalino di circa venti cm nella formazione a sabbia.
Castel di Guido- Ottava Campagna di scavo-Clasti di tufo alla base dell’alto morfologico Est.
I dati emersi da questa ottava campagna di scavo nulla aggiungono, di nuovo, a quanto era stato rilevato con gli scavi del 1985 in merito al meccanismo di deposizione dei resti lasciati dall’uomo e precisamente «l’aspetto del giacimento quale noi lo conosciamo è in realtà l’assetto finale risultato di una dinamica evolutiva dipendente da un processo erosivo differenziale continuato; questo ha mantenuto esiguo lo spessore del giacimento asportando i materiali più sottili, sabbiosi, distruggendone altri, e provocando magari a più riprese il disseppellimento degli oggetti più grossolani. Questo processo avrebbe avuto come risultato una sorta di «compressione» dello spessore del giacimento: oggetti cronologicamente differenti, anche se culturalmente omogenei, verrebbero oggi a trovarsi affiancati; si potrebbe così spiegare la grande variabilità nell’aspetto superficiale»(PITTI et alii, 1986). Infatti, come già si è detto nelle precedenti Comunicazioni, (LONGO et alii, 1981; FORNACIARI et alii, 1982; PITTI et ahi, 1983, 1984, 1986; RADMILLI, 1985), spesso si rinvengono nei frammenti ossei e negli strumenti ricavati da osso caratteri superficiali completamente diversi che vanno da una patina molto fresca ad una patina che denota un alto grado di alterazione chimica. È verisimile, però, che l’alterazione chimica sia soprattutto dovuta al “percolato”, nel tempo, delle acque che attraversarono la tufite che ricoprì la superficie frequentata dall’uomo, anziché al fattore tempo, perché anche se non siamo in grado di valutare quanto a lungo la valle sia stata un luogo, seppure stagionale, di sosta dei cacciatori paleolitici è, altresì ,probabile che questo sito non sia stato frequentato per millenni.
Castel di Guido- Ottava Campagna di scavo-Superficie di calpestio con i resti lasciati dall’Uomo
Le caratteristiche fisiche superficiali degli oggetti avevano fatto dubitare, inizialmente, della loro posizione in sito, quindi, si è avuto il modo di accertare, data la vasta area finora scavata, che i reperti, siano essi manufatti o frammenti ossei, sono depositati direttamente sulla formazione a sabbia, cioè sulla superficie di calpestio dei cacciatori del paleolitico inferiore, che hanno una posizione orizzontale, in alcuni casi le ossa sono in connessione anatomica. Inoltre è molto significativo il fatto che ,spesso, gli strumenti ed i ciottoli calcarei sono stati rinvenuti in un’area ristretta. L’assenza degli scarti di lavorazione viene a documentare, come già si è detto (RADMILLI, 1985),che siamo in presenza di una stazione usata dai cacciatori paleolitici come luogo per la macellazione degli animali e ciò, fra l’altro, si rileva da alcune ossa che presentano i caratteristici segni dovuti alla macellazione, oltre al fatto che, per la posizione che occupavano nell’animale vivente, le ossa finora rinvenute vengono a documentare una selezione, ad opera dell’uomo, di parti dell’animale abbattuto che, staccate dal corpo, venivano portate nell’«accampamento».
Questa situazione, si capisce, non esclude la possibilità che alcune delle ossa provengano dalla tufite soprastante che aveva trascinato quanto rinveniva nel suo movimento, ivi compresi i resti ossei ed i manufatti, culturalmente omogenei a quelli della nostra stazione, che erano presenti sulla superficie soprastante la nostra valle. Infatti, anche se con una percentuale minima (2%) (controllabile perché su di ogni reperto è stato posto un segno distintivo della sua giacitura) la posizione verticale o inclinata, la giacitura seppure su un sottile velo di tufite di alcune ossa e manufatti, la posizione di alcune zanne di elefante che furono trovate al di sopra di alcune ossa più piccole direttamente a contatto con la sabbia, sono tutte prove della provenienza di alcuni oggetti dalla tufite.
Ma da questa situazione al dire, com’è stato detto agli studenti da un mio amico geologo “Quaternarista”, che la tufite è paragonabile alla pasta di una torta nella quale i pinoli vanno sempre a fondo (non i pinoli, in realtà, ma l’uvetta) e pertanto non si tratta di una giacitura primaria dei reperti poggianti sulla formazione a sabbia, bensì della loro provenienza dalla tufite è se non altro azzardato, perché il nostro geologo «ghiottone» visitò lo scavo quando i reperti erano stati asportati e pertanto non ha avuto il modo di accertare le condizioni della loro giacitura, ché ,altrimenti, avrebbe certamente emesso un altro giudizio, non lasciando, così, nell’incertezza alcuni studenti e purtroppo anche alcuni dei miei collaboratori.
Lo scavo ha restituito cinquecento settantuno reperti tra frammenti ossei e manufatti e questi ultimi costituiscono il 10% sul totale degli oggetti rinvenuti. Le ossa appartengono in prevalenza ad un elefante antico, quindi, al bove primigenio, al cavallo ed a rari cervi, cioè a specie la cui presenza, con le stesse percentuali, era stata notata già nelle precedenti campagne di scavo. I reperti provenienti dalla tufite sono rappresentati, per la loro caratteristica deposizione, da due zanne di elefante, da un frammento di cranio e una mandibola ,sempre di elefante, da due frammenti ossei di Bos e da tre manufatti. Tutti gli altri oggetti sono in sito.
Nella categoria degli strumenti sono presenti manufatti su calcare selcioso, su selce, questi ultimi generalmente di piccole e piccolissime dimensioni quali un bifacciale di selce il cui asse maggiore è di 4,4 cm, e su osso. Per la lavorazione degli strumenti su osso venivano usati “scheggioni” staccati da ossa lunghe di elefante ed in due bifacciali il tallone laterale presenta le tipiche caratteristiche della tecnica del distacco di tipo clactoniano. Quest’anno sono stati rinvenuti cinque bifacciali, di cui quattro con patina fresca, ed il quinto con superficie alterata per azione chimica. Mentre nei bifacciali su osso, che erano stati rinvenuti nelle precedenti campagne di scavo, era sempre presente il tallone conservato, quest’anno, invece, due esemplari presentano il tallone asportato mediante distacco di schegge ed in tutte e cinque gli esemplari la lavorazione conferisce loro un profilo lievemente sinuoso (Fig. 3). Abbiamo così ancora una volta la prova che per avere una conoscenza quanto più vicina alla realtà sulle caratteristiche della tipologia e della tecnologia dei manufatti necessita scavare su un’area quanto più vasta possibile. I bifacciali finora rinvenuti a Castel di Guido, sia quelli su osso, che quelli su calcare selcioso rientrerebbero, per la tecnica di lavorazione, nell’acheuleano medio ma oggi noi sappiamo, soprattutto dopo lo studio dell’industria acheuleana di Torre in Pietra come per la distinzione in acheuleano antico, medio e superiore o evoluto non siano sufficienti le sole caratteristiche tecnologiche e tipologiche, perché proprio a Torre in Pietra sono stati trovati associati bifacciali che per la loro tecnica di lavorazione apparterrebbero sia all’acheuleano medio che a quello superiore.
Fra gli strumenti ossei sono presenti alcuni che hanno un ritocco molto scadente lungo uno dei margini e alcuni esemplari confermano il distacco delle schegge dalla diafisi mediante la tecnica clactoniana. Nell’industria litica, oltre ai consueti ciottoli non lavo- rati, alcuni di siltite, e quindi in cattivo stato di conservazione, sono stati trovati una ventina di strumenti ricavati da piccoli ciottoli, per la cui definizione tipologica mi sembra necessario sia opportuno ultimare lo scavo e avere così una visione completa di questa «micro industria» che sappiamo accompagnare i “macro strumenti” in alcune industrie del paleolitico inferiore. Sono stati, inoltre, rinvenuti alcuni ciottoli rotti a metà lungo l’asse minore, un chopper, un chop – ping tool, quattro ciottoli con ritocco lungo un margine ed un bifacciale su calcare selcioso. Un altro esemplare proviene dalla tufite soprastante . Anche quest’anno, come nelle campagne precedenti, alcuni brevi tratti della superficie di calpestio erano privi di reperti ed il significato di questa assenza probabilmente si potrà conoscere a scavo e studio ultimati.
Castel di Guido- Ottava Campagna di scavo-Resti ossei contenuti nella Tufite.
BIBLIOGRAFIA
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MALLEGNI F., RAOMILLI A.M. (1988) – Human temporal bone from the lower Palaeolithic site of Castel di Guido, near Rome, Italy. Am. lourn. Phys. Anthrop., 76, 175-) 82.
(ms. preso il 15 dicembre 1988; ult. bozze il 31 dicembre 1988)
Ricerca Bibliografica e documentazione a cura di Franco Leggeri -Direttore Editoriale dei Quaderni della Campagna Romana
L’Aquila- Palazzo Farinosi Branconi: un nuovo museo del Sistema dei Poli Culturali BPER-
L’Aquila ritrova uno dei suoi palazzi più belli: da giovedì 3 settembre 2026, Palazzo Farinosi Branconi riapre le porte alla città come nuova sede del Polo Culturale de La Galleria BPER, al termine di un articolato intervento di recupero, restauro e rifunzionalizzazione. L’edificio storico, affacciato su piazza San Silvestro, nel cuore del centro cittadino, ospita da questa data un percorso espositivo permanente dedicato a cinque secoli di arte dell’Italia centrale e meridionale, restituendo alla fruizione pubblica ambienti decorati di grande pregio, tra cui la Sala di San Clemente.
L’Aquila- Palazzo Farinosi Branconi
L’apertura riporta all’Aquila una parte significativa della raccolta appartenuta alla Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila, e ricostruisce pertanto un legame diretto tra le opere e il territorio in cui gran parte della collezione si è formata. Il nuovo Polo nasce dall’incontro tra la storia del palazzo, la memoria culturale della città e un patrimonio che permette di ripercorrere le relazioni artistiche intercorse tra Abruzzo, Marche, Umbria, Roma, Napoli e il resto del Mezzogiorno. L’esposizione permanente, la mostra temporanea sulla storia del palazzo, le attività didattiche e il programma culturale hanno ottenuto il patrocinio del Comune dell’Aquila e rientrano tra le iniziative de L’Aquila 2026, capitale italiana della cultura. Il progetto si sviluppa anche attraverso un protocollo d’intesa sottoscritto da BPER Banca, Fondazione Carispaq e Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila, che mette in relazione patrimonio, ricerca e formazione occupandosi della curatela scientifica, della catalogazione della collezione, della produzione di contenuti e del coinvolgimento di studenti e giovani studiosi nella valorizzazione del patrimonio artistico del territorio.
L’iniziativa costituisce una nuova tappa nello sviluppo del Sistema dei Poli Culturali BPER, il programma con cui il gruppo bancario sta valorizzando il proprio patrimonio artistico, archivistico e architettonico trasformando alcune sedi storiche in presidi culturali permanenti e aperti al pubblico. Coordinato da La Galleria BPER, il sistema nasce da un percorso avviato nel 2017 per rendere accessibile una delle principali corporate collection italiane attraverso mostre, ricerca scientifica, programmi educativi e iniziative rivolte alle comunità locali.
Con il polo aquilano il progetto instaura un legame particolarmente stretto con il luogo che lo ospita: l’architettura del palazzo, le sale affrescate e i soffitti lignei diventano parte integrante del percorso espositivo, così come la vicenda della famiglia Branconio, che nei secoli contribuì a inserire L’Aquila nelle reti culturali del Rinascimento italiano. Figura centrale di questa storia fu Giovan Battista Branconio, orafo e uomo di fiducia di papa Leone X, amico ed esecutore testamentario di Raffaello, che per la famiglia dipinse la celebre Visitazione destinata alla chiesa aquilana di San Silvestro e progettò a Roma il Palazzo Branconio dell’Aquila, successivamente demolito per far posto al colonnato di San Pietro.
L’Aquila- Palazzo Farinosi Branconi
Il terremoto del 6 aprile 2009 aveva gravemente compromesso la struttura dell’edificio e i suoi apparati decorativi. L’intervento promosso da BPER Banca ha unito consolidamento architettonico, conservazione e rifunzionalizzazione, con l’obiettivo di preservare l’identità storica del complesso restituendogli al tempo stesso una funzione pubblica. Il lavoro, avviato nel 2013 con le prime attività di studio, prevedeva inizialmente il ripristino dell’immobile a uso di uffici amministrativi; è stato l’approfondimento storico, architettonico e conservativo condotto durante la progettazione a far emergere il valore culturale e identitario dell’edificio, portando nel 2023 BPER Banca, d’intesa con le autorità competenti, a decidere di trasformarlo in sede museale aperta alla collettività. Situato in un’area ad alta pericolosità sismica, il palazzo è stato sottoposto a un articolato programma di consolidamento strutturale che ha riguardato la rigenerazione delle murature storiche, la ricucitura delle lesioni, il rinforzo con fibre di basalto e acciaio, il consolidamento delle volte e il potenziamento dei sistemi di connessione contro i meccanismi di ribaltamento. Sono stati inoltre recuperati gli affreschi della Sala di Saul e Davide e della Sala dei Putti, o dei Paesaggi, insieme ai soffitti lignei dipinti e agli apparati decorativi, mentre il restauro della Sala di San Clemente è tuttora in corso. L’edificio è stato infine adeguato agli standard museali contemporanei con sistemi di climatizzazione e controllo termoigrometrico, un progetto illuminotecnico dedicato al percorso, impianti di videosorveglianza e antintrusione, ascensore e percorsi accessibili. All’intervento hanno preso parte, tra gli altri, il Consorzio San Silvestro 2009, BRT Branconi, la Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi, lo studio Migliore+Servetto, l’impresa Fratelli Ettore & Carlo Barattelli, UPM Group e RED Exclusive Design.
Ripercorrendo le tappe principali della storia dell’edificio, il palazzo fu costruito nel Cinquecento, quando si sviluppò la presenza della famiglia Branconio nell’area di piazza San Silvestro; nel Seicento furono realizzati gli apparati decorativi, tra cui il ciclo della Sala di San Clemente; nel 2009 il sisma colpì duramente il centro storico aquilano, danneggiando il palazzo e rendendo necessario il distacco degli affreschi per metterli in sicurezza; tra il 2019 e il 2026 si è svolto il progetto di recupero architettonico, restauro e rifunzionalizzazione promosso da BPER Banca, che si conclude ora con l’apertura al pubblico del 3 settembre 2026.
Il nuovo percorso permanente, intitolato Scrigno di memorie. Paesaggi, colore e tradizione: cinque secoli di arte del Meridione, riunisce opere provenienti da diversi nuclei della corporate collection BPER, illustrando le relazioni artistiche che hanno attraversato l’Italia centrale e centro-meridionale dal Quattrocento al primo Novecento. Il punto di partenza è appunto il rientro all’Aquila di una parte della raccolta storica della Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila, formatasi attraverso acquisizioni, ordinamenti e studi successivi e debitrice, per una parte importante della propria identità, alla visione dello storico dell’arte Ferdinando Bologna, le cui scelte contribuirono a costruire un nucleo capace di documentare la complessità della cultura figurativa abruzzese e i suoi rapporti con i principali centri artistici italiani. A queste opere si affiancano dipinti provenienti da altre raccolte bancarie confluite nel patrimonio BPER, che ampliano la prospettiva restituendo all’Aquila il ruolo di crocevia di artisti, committenze e linguaggi, anziché quello di realtà periferica.
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso undici sale. La prima, che introduce il tema generale della mostra, presenta l’arte aquilana tra Quattro e Cinquecento, una stagione di grande vitalità aperta ai modelli di Roma, Napoli e Firenze dopo la ricostruzione seguita al terremoto del 1461, di cui sono protagonisti Silvestro dell’Aquila, Saturnino Gatti, Cola dell’Amatrice e Pompeo Cesura, oltre alla Visitazione di Raffaello per San Silvestro quale emblema della rete culturale del tempo. Nella seconda sala, dedicata al ciclo tardo-cinquecentesco di Saul e Davide, gli episodi biblici alternati a grottesche sviluppano un programma sull’elezione divina e sulla legittimazione del potere, testimoniando il lavoro di una bottega aggiornata sui modelli dell’Italia centrale. La terza sala ripercorre l’evoluzione della pittura dell’Italia meridionale tra Cinque e Seicento, da Andrea da Salerno e Marco Pino fino a Luca Giordano e alle scene di battaglia, mentre la quarta è dedicata al naturalismo meridionale tra Seicento e Settecento, con opere di Mattia Preti, Salvator Rosa, Giacinto Brandi, Onofrio Palumbo e Paolo De Majo. Segue la sala dei paesaggi, che testimonia la rinascita artistica aquilana nel Settecento dopo il terremoto del 1703, con opere di Francesco De Mura, Girolamo Cenatiempo, Vincenzo Damini, l’autoritratto allegorico di Paolo De Matteis e la grande tela di Francesco Solimena con Perseo e Fineo; la sala prende inoltre il nome dal fregio con vedute idealizzate dei feudi della famiglia Branconio, databile prima del 1620. La sesta sala, quella di San Clemente, ospita il ciclo dedicato al santo commissionato agli inizi del Seicento da Girolamo Branconio, mentre le sale successive sono dedicate rispettivamente a Teofilo Patini, figura centrale dell’Ottocento abruzzese formatasi a Napoli e legata alla Scuola di Arti e Mestieri dell’Aquila, e a Francesco Paolo Michetti, che nella sua ricerca tra Otto e Novecento ha osservato paesaggi, volti e tradizioni abruzzesi anche attraverso la fotografia. L’ottava sala raccoglie opere di Giacinto Gigante, Vincenzo Irolli, Filippo e Nicola Palizzi, Tito Pellicciotti, Giuseppe Casciaro, Vincenzo Canino e Attilio Pratella, testimoni della cultura del vero sviluppata a Napoli e diffusa in Abruzzo, mentre la nona è dedicata al Maestro dei Polittici Crivelleschi, pittore anonimo di fine Quattrocento il cui nome fu coniato da Ferdinando Bologna nel 1948. La decima sala introduce la mostra temporanea I colori del tempo. Lo splendore ritrovato di Palazzo Farinosi Branconi, allestita al secondo piano attraverso pannelli e, nei prossimi mesi, nuovi contenuti digitali; l’undicesima è infine dedicata alla famiglia Branconio, il cui fulcro fu Giovan Battista, e al pronipote Girolamo, che ne raccolse l’eredità artistica e spirituale in San Silvestro, come ricorda lo stemma araldico con i tre monti del borgo di Collebrincioni e le palle medicee.
Tra gli interventi più significativi realizzati nel palazzo si distingue il recupero della Sala di San Clemente, uno degli ambienti più preziosi del complesso, concepita come luogo di studio, meditazione e rappresentanza. Dopo il sisma del 2009 gli affreschi furono distaccati per consentire il consolidamento dell’edificio; la loro ricollocazione ha richiesto un complesso lavoro di ricerca storico-artistica, accompagnato da rilievi tridimensionali ad alta precisione, ricostruzioni digitali e soluzioni tecnologiche pensate per restituire la configurazione originaria della sala nel rispetto della materia storica. La riapertura dell’ambiente rappresenta quindi non soltanto il recupero di un importante ciclo decorativo, ma il primo gesto di restituzione di uno degli spazi più identitari del palazzo; per i giornalisti interessati agli aspetti tecnici e storico-artistici dell’intervento è disponibile un dossier dedicato.
Il Polo Culturale dell’Aquila è pensato come uno spazio aperto a cittadini, studiosi, scuole, famiglie e visitatori, affiancato da un programma di appuntamenti che comprende una rassegna di incontri tematici, iniziative dedicate alle famiglie e visite guidate speciali realizzate con il coinvolgimento di studenti, nell’ambito della collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila e con il Dipartimento di Scienze Umane dell’ateneo aquilano. Il programma si estende anche oltre gli spazi del palazzo, attraverso itinerari sviluppati con alcune delle principali realtà culturali cittadine, e viene costantemente aggiornato sul sito de La Galleria BPER.
Sul fronte didattico, La Galleria BPER propone un’offerta educativa gratuita rivolta alle scuole di ogni ordine e grado, inserita in un progetto che mette in rete i nuovi poli dell’Aquila e di Ferrara con le sedi storiche di Modena, Genova, Brescia e Milano. L’attività, con particolare attenzione all’accessibilità e agli studenti con disabilità o bisogni educativi speciali, propone per la scuola dell’infanzia i percorsi Un museo pieno di animali e Dipingo come i Palizzi!, pensati per bambine e bambini dai tre ai cinque anni; per la primaria i percorsi Alla scoperta delle nostre radici e Paesaggio e storie d’Abruzzo; per la secondaria di primo grado What If…? e Sguardi al femminile, incentrati su identità e rappresentazione; per la secondaria di secondo grado Leggere le immagini. L’arte sacra secondo Panofsky e L’Aquila capitale cultura 2.0, dedicati ai linguaggi dell’arte e al rapporto tra patrimonio, territorio e cittadinanza.
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso undici sale. La prima, che introduce il tema generale della mostra, presenta l’arte aquilana tra Quattro e Cinquecento, una stagione di grande vitalità aperta ai modelli di Roma, Napoli e Firenze dopo la ricostruzione seguita al terremoto del 1461, di cui sono protagonisti Silvestro dell’Aquila, Saturnino Gatti, Cola dell’Amatrice e Pompeo Cesura, oltre alla Visitazione di Raffaello per San Silvestro quale emblema della rete culturale del tempo. Nella seconda sala, dedicata al ciclo tardo-cinquecentesco di Saul e Davide, gli episodi biblici alternati a grottesche sviluppano un programma sull’elezione divina e sulla legittimazione del potere, testimoniando il lavoro di una bottega aggiornata sui modelli dell’Italia centrale. La terza sala ripercorre l’evoluzione della pittura dell’Italia meridionale tra Cinque e Seicento, da Andrea da Salerno e Marco Pino fino a Luca Giordano e alle scene di battaglia, mentre la quarta è dedicata al naturalismo meridionale tra Seicento e Settecento, con opere di Mattia Preti, Salvator Rosa, Giacinto Brandi, Onofrio Palumbo e Paolo De Majo. Segue la sala dei paesaggi, che testimonia la rinascita artistica aquilana nel Settecento dopo il terremoto del 1703, con opere di Francesco De Mura, Girolamo Cenatiempo, Vincenzo Damini, l’autoritratto allegorico di Paolo De Matteis e la grande tela di Francesco Solimena con Perseo e Fineo; la sala prende inoltre il nome dal fregio con vedute idealizzate dei feudi della famiglia Branconio, databile prima del 1620. La sesta sala, quella di San Clemente, ospita il ciclo dedicato al santo commissionato agli inizi del Seicento da Girolamo Branconio, mentre le sale successive sono dedicate rispettivamente a Teofilo Patini, figura centrale dell’Ottocento abruzzese formatasi a Napoli e legata alla Scuola di Arti e Mestieri dell’Aquila, e a Francesco Paolo Michetti, che nella sua ricerca tra Otto e Novecento ha osservato paesaggi, volti e tradizioni abruzzesi anche attraverso la fotografia. L’ottava sala raccoglie opere di Giacinto Gigante, Vincenzo Irolli, Filippo e Nicola Palizzi, Tito Pellicciotti, Giuseppe Casciaro, Vincenzo Canino e Attilio Pratella, testimoni della cultura del vero sviluppata a Napoli e diffusa in Abruzzo, mentre la nona è dedicata al Maestro dei Polittici Crivelleschi, pittore anonimo di fine Quattrocento il cui nome fu coniato da Ferdinando Bologna nel 1948. La decima sala introduce la mostra temporanea I colori del tempo. Lo splendore ritrovato di Palazzo Farinosi Branconi, allestita al secondo piano attraverso pannelli e, nei prossimi mesi, nuovi contenuti digitali; l’undicesima è infine dedicata alla famiglia Branconio, il cui fulcro fu Giovan Battista, e al pronipote Girolamo, che ne raccolse l’eredità artistica e spirituale in San Silvestro, come ricorda lo stemma araldico con i tre monti del borgo di Collebrincioni e le palle medicee.
L’Aquila- Palazzo Farinosi Branconi
Tra gli interventi più significativi realizzati nel palazzo si distingue il recupero della Sala di San Clemente, uno degli ambienti più preziosi del complesso, concepita come luogo di studio, meditazione e rappresentanza. Dopo il sisma del 2009 gli affreschi furono distaccati per consentire il consolidamento dell’edificio; la loro ricollocazione ha richiesto un complesso lavoro di ricerca storico-artistica, accompagnato da rilievi tridimensionali ad alta precisione, ricostruzioni digitali e soluzioni tecnologiche pensate per restituire la configurazione originaria della sala nel rispetto della materia storica. La riapertura dell’ambiente rappresenta quindi non soltanto il recupero di un importante ciclo decorativo, ma il primo gesto di restituzione di uno degli spazi più identitari del palazzo; per i giornalisti interessati agli aspetti tecnici e storico-artistici dell’intervento è disponibile un dossier dedicato.
Il Polo Culturale dell’Aquila è pensato come uno spazio aperto a cittadini, studiosi, scuole, famiglie e visitatori, affiancato da un programma di appuntamenti che comprende una rassegna di incontri tematici, iniziative dedicate alle famiglie e visite guidate speciali realizzate con il coinvolgimento di studenti, nell’ambito della collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila e con il Dipartimento di Scienze Umane dell’ateneo aquilano. Il programma si estende anche oltre gli spazi del palazzo, attraverso itinerari sviluppati con alcune delle principali realtà culturali cittadine, e viene costantemente aggiornato sul sito de La Galleria BPER.
Sul fronte didattico, La Galleria BPER propone un’offerta educativa gratuita rivolta alle scuole di ogni ordine e grado, inserita in un progetto che mette in rete i nuovi poli dell’Aquila e di Ferrara con le sedi storiche di Modena, Genova, Brescia e Milano. L’attività, con particolare attenzione all’accessibilità e agli studenti con disabilità o bisogni educativi speciali, propone per la scuola dell’infanzia i percorsi Un museo pieno di animali e Dipingo come i Palizzi!, pensati per bambine e bambini dai tre ai cinque anni; per la primaria i percorsi Alla scoperta delle nostre radici e Paesaggio e storie d’Abruzzo; per la secondaria di primo grado What If…? e Sguardi al femminile, incentrati su identità e rappresentazione; per la secondaria di secondo grado Leggere le immagini. L’arte sacra secondo Panofsky e L’Aquila capitale cultura 2.0, dedicati ai linguaggi dell’arte e al rapporto tra patrimonio, territorio e cittadinanza.
Curatore- Marilena Squicciarini– Stilo Editrice Scrl BARI
Descrizione del libro di Luigi Fallacara-È questa la storia di Mimì Accettura e della sua famiglia, mercanti d’olio nella Bari degli anni Trenta, declinata nei toni che Macrì accosta a un certo verismo meridionale. Il Verismo è tutto nelle descrizioni di gesti, luoghi, cose, antichi modi di vivere, restituite in pagine che assumono, ai nostri occhi, il valore aggiunto di documento storico, tanto prezioso quanto raro. La vicenda pugliese, costruttiva e ariosa, avviene nel cerchio protettivo della famiglia, quel «tessuto vivo di affetti» vero protagonista del romanzo. Tra vecchio e nuovo, tra poesia e prosa, Luigi Fallacara ci parla di una città che cambia – che riceve dal regime fascista l’investitura di metropoli mediterranea e assiste alla grandiosa inaugurazione della Fiera del Levante – ma sa indugiare anche sul mare e sugli ulivi della campagna pugliese in splendidi squarci lirici. Sono proprio gli ulivi a donare alla terra la particolare lucentezza dell’argento: «L’automobile, […] si precipitò per certe discese, dove la terra diventava fine come tabacco e gli ulivi splendevano, congiungendosi quasi sul cielo della strada, di un loro più mite e sereno argento».
Biografia dell’autore
Luigi Fallacara (Bari 1890-Firenze 1963) esordì con la raccolta di poesie Primo vere (1908), avviando nel capoluogo pugliese i suoi primi contatti culturali e collaborando con la rivista «Humanitas». Lasciò Bari nel 1912 per completare gli studi umanistici in una Firenze dallo straordinario fervore culturale. Qui entrò in contatto con la prima rivista dell’avanguardia letteraria, «Lacerba», e poi con «Il Frontespizio», rivista incunabolo dell’ermetismo, che più di tutte segnò il suo percorso. La sua intensa attività poetica, pienamente inserita all’interno dei fenomeni culturali del primo Novecento, vide la pubblicazione di numerose raccolte; la scrittura di racconti e romanzi accompagnò costantemente la più centrale attività poetica. Ricordiamo le prose dei Giorni incantati (1930) e i romanzi A quindici anni (1932), Io sono, tu sei (1933), oltre a Terra d’argento(1936)
RASSEGNA STAMPA
Gazzetta del Mezzogiorno
Luigi Fallacara- Terra-d’argento-Gazzetta del mezzogiorno
Terra d’argento di Luigi Fallacara
Articolo Pubblicato da Claudio Crapis-22 aprile 2018
Terra d’argento, romanzo del barese Luigi Fallacara, merita di essere letto e pienamente apprezzato. Pubblicato nel 1936, è stato rieditato per Stilo Editrice nel 2013 a cura della prof.ssa Marilena Squicciarini, che ha scritto una preziosa e ricca Introduzione, ripercorrendo gli snodi creativi più significativi di Luigi Fallacara. Pertanto all’Introduzione si rimanda per un inquadramento di ampio respiro della sua produzione letteraria e per una lettura critica del romanzo. Qui si propongono invece solo delle sparse note di lettura.
Il romanzo di Luigi Fallacara narra le vicende della famiglia Accettura – importanti commercianti e produttori d’olio nella Bari degli anni Trenta, con la loro casa in Piazza Mercantile – soprattutto attraverso gli occhi e la coscienza di Mimì, con le sorelle Carmelina e Rosalba, con il fratello Giacinto (una sorta di antagonista e antieroe), con Mammà, con la moglie Gisella. E con il temuto e vezzeggiato zio Minguccio, titolare dell’intero patrimonio. Ma ben delineati sono anche altri personaggi minori, a cominciare da Donna Lina, la madre di Gisella, con la sua insofferenza signorile verso i modi a suo dire rozzi della famiglia del genero, che avrebbero rovinato inesorabilmente anche sua figlia.
Le dinamiche all’interno della famiglia, le invidie, le piccole cattiverie, i sogni e le meschinità sono colti con garbo. Le figure di Mimì e di sua moglie Gisella sembrano quelle meglio caratterizzate attraverso anche alcuni monologhi interiori, che interrompono la narrazione in terza persona. Sia Mimì che Gisella in maniera diversa subiscono delle piccole ma continue umiliazioni (Mimì solo in ambiente domestico, perché in quello lavorativo sa il fatto suo). E le pagine si susseguono piacevolmente alle pagine con il racconto dei vari eventi che punteggiano la storia familiare: il matrimonio di Mimì, l’acquisto di una tenuta importante, la festa con tutti i suoi riti (compresi i corteggiamenti e il gioco di sguardi che Rosalba pagherà a caro prezzo), l’arrivo dell’automobile, i viaggi di zio Minguccio trascinato dal dissoluto nipote Giacinto per teatri e cafés chantants, la prima edizione della Fiera del Levante ecc.
Mimì e Gisella, personaggi positivi, fanno intravedere una sorta di evoluzione e di riscatto, mostrandosi via via più forti in famiglia, più uniti nel loro legame e capaci di affrontare il mondo. E proprio quando zio Minguccio appare rinsavito, quando lo spessore umano di Mimì si sta affermando a pieno, ecco che, come in un feuilletton che si rispetti, vien fuori la rocambolesca questione del testamento. E qui ci fermiamo, ma il finale è degno di una novecentesca opera aperta.
Nella prosa tersa e – come nota Squicciarini – dalle risonanze liriche e pittoriche compaiono termini ormai poco usati come barbazzali, obliquare, pontone o cogoma; fa capolino il dialetto in alcuni canti popolari: “Ammine la rota ecc.” (pp. 210 e 212), “Sabato santo viene currendo ecc.” (p. 205); in alcuni termini come recchitelle (orecchiette, p. 189) o paddicchi. E non poteva mancare il melodramma: Gisella prima di sposarsi suona al pianoforte La Gioconda – opera di Ponchielli su libretto di Arrigo Boito – e Mimì canticchia stonando “tutt’avvolta in bianco vel” (atto terzo).
Il tipico gioco cromatico delle foglie d’ulivo – così importante nella campagna pugliese – in cui forse non sono estranee suggestioni dannunziane (“Argentei gli olivi ondeggiano”, Taccuini) dà il titolo a questo romanzo che tutti i pugliesi, almeno, dovrebbero leggere.
TRILUSSA- Altri sonetti. Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino. Roma Tipografia Folchetto, 1898-
La prima edizione in forma di libro di 26 sonetti di Trilussa (1871 – 1950) dedicati all’usuraio David Spizzichino che nella lettera datata 12 Giugno 1898 e pubblicata nell’introduzione rivencia un debito di Trilussa nei suoi confronti da saldare con una pubblicazione ad hoc. Così Gambetti-Vezzosi (Rarità bibliografiche del Novecento italiano, p. 929): “Raro e ricercato”. Cfr. anche Iccu.
Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 -AutografoTrilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa (CARLO ALBERTO SALUSTRI) -Poeta romano
Cenni biografici su Trilussa
Carlo Alberto Camillo Salustri nasce a Roma in via del Babuino, il 26 ottobre 1871. Molto si è scritto a proposito della data di nascita di Trilussa poiché aveva il vezzo di togliersi qualche anno. Fra le sue carte personali, infatti, vi sono ben quattro passaporti ognuno con una data diversa, oscillante fra il 1871 e il 1874. Il padre cameriere originario di Albano Laziale, si chiama Vincenzo, la madre Carlotta Poldi è di Bologna e fa la sarta. Nel 1872 muore di difterite la sorellina Isabella di tre anni. Nel 1874 muore il padre e la famiglia si trasferisce prima a via di Ripetta, poi a piazza di Pietra, nel palazzo del marchese Ermenegildo Dei Cinque Quintili, padrino di battesimo di Carlo. Dal 1880 al 1886 frequenta le elementari, prima al Collegio San Giuseppe, poi all’Angelo Mai. 1887 – 1899
Una volta terminata la scuola, Carlo si appassiona alla lettura dei sonetti del Belli e di Zanazzo, fondatore e direttore de “Il Rugantino”. Ed è proprio sul n. 7 del foglio del folklore romano che pubblica il primo sonetto L’invenzione della stampa. Inizia così la sua collaborazione con alcuni giornali romani come “Capitan Fracassa”, “Don Chisciotte”, “Travaso delle Idee”, “Il Messaggero”, dove firma con lo pseudonimo – anagramma del cognome – di Trilussa. Nel 1888 pubblica su “Il Rugantino” una raccolta di versi dialettali dedicati a venti belle donne, intitolata Stelle di Roma, che però verrà aspramente criticata per non aver utilizzato il vero dialetto trasteverino. Nel 1890 e 1891 compila due almanacchi romaneschi intitolati Er mago de Borgo; nel 1895 presso l’editore Voghera pubblica Quaranta sonetti, illustrati da Gandolin; nel 1896 escono presso l’editore Folchetto, Altri sonetti. 1900 – 1920
Pubblica, presso l’editore Voghera, Le favole romanesche e Caffè concerto e nel 1903 Er serrajo. Nello stesso anno prende parte a Milano al “Torneo dialettale italiano” e compie con successo negli anni seguenti varie tournee con altri poeti dialettali in varie città d’Italia (Padova, Brescia, Ferrara). In questi anni escono, sempre edite da Voghera, Le favole (1908), I Sonetti (1909), Nove Poesie (1910), Le storie (1912). Nel 1913 gli editori Carra e Bellini pubblicano, senza il suo consenso, Le Stelle di Roma, che ripresenteranno con il titolo …a tozzi e bocconi. Per l’editore Cappelli di Bologna pubblica Le funzioni della vita (1918), per Voghera Lupi e agnelli (1919), per Modernissima Le favole (1920).
Trilussa è ormai famoso ed è in questo periodo che conosce l’amore della sua vita, una ragazza trasteverina che lancia come stella del cinema con il nome di Leda Gys. A Roma vive in via Maria Adelaide, in uno degli studi-abitazione, un po’ bohèmienne, ideati da Hermann Corrodi. Si tratta di un’enorme stanzone ricolmo di oggetti di ogni genere: bizzarri arredi, souvenir esotici, animali impagliati, tappeti, quadri, libri, fotografie, strumenti musicali, statuette e tantissime caricature. In questa sorta di “camera delle meraviglie” Trilussa riceve quotidianamente amici, aspiranti poeti, ammiratrici, giornalisti. Non dividerà mai con nessuno la sua eccentrica abitazione, eccezion fatta per il gatto Pomponio – è noto il suo grande amore per gli animali – e per la fedele governante Rosa Tomei. 1921 – 1932
Nel 1922 la Mondadori inizia a pubblicare le “raccolte” di Trilussa: Lupi e agnelli, Le favole, Nove poesie, Le cose, I sonetti, Le storie, Ommini e bestie.
Per la sua produzione artistica è conosciuto e acclamato in tutta Italia, poi in Europa e perfino in Argentina dove, nel 1924, riceve un’accoglienza trionfale.
Ora, grazie ai suoi versi, ha un tenore di vita abbastanza buono. Veste da classico provinciale, con cravatte vistose e baffi curatissimi, frequenta sia i salotti, i teatri e i caffè alla moda che le osterie, dove riscuote sempre molto successo, specialmente tra il pubblico femminile. Inoltre, tra le sue frequentazioni figurano intellettuali come Marconi, Mascagni, D’Annunzio, Mondadori, D’Amico, Leoncavallo.
Nel 1927, in pieno regime, Asvero Gravelli gli ripubblica ventitré favole che intitola Favole fasciste, perché «…hanno un’anima amante di chiarezza, di purità, che ben si possono dire fasciste».
In realtà Trilussa rifiuta la tessera politica, così come pure la definizione di “antifascista”: la sua opposizione al regime è nota ma silenziosa.
Qualcuno accosta il nome di Trilussa a quello di Benedetto Croce per il loro modo di essere antifascisti. A questo proposito ecco cosa scrive Croce al poeta – i due si conoscevano grazie al drammaturgo napoletano Roberto Bracco – per ringraziarlo di un libro ricevuto in dono: «Ringrazio del diletto procurato e che non è stato solo diletto, ma anche una tal commozione come di un ritorno ad un’arguzia e a un riso che ora non risuonano più in mezzo a tanta musoneria per tragedia ed epopea».
Sempre nel 1927 pubblica in prosa Picchiabbò ossia La moje der ciambellano (ed. Fauno). Per Mondadori escono invece La gente (1929) e La porchetta bianca (1930).
L’editore Formiggini gli pubblica alcune poesie giovanili intitolate Campionario e un piccolo volume di aneddoti chiamato Pulviscolo.
Inoltre, scrive testi per Petrolini e Fregoli, ma nonostante queste collaborazioni comincia ad essere assillato da problemi economici. Nel 1932, presso Mondadori, pubblica Giove e le bestie 1933 – 1950
Ancora con Mondadori pubblica Cento favole (1934), Libro muto (1935), Duecento sonetti (1937), Lo specchio ed altre poesie (1938), La sincerità e le altre fiabe nove e antiche (1939).
Nel 1944 esce la sua ultima raccolta, Acqua e vino.
Nel 1935 Silvio D’Amico gli dedica un profilo critico.
Le sue condizioni economiche diventano sempre più precarie ed anche la salute si fa malferma, soffre infatti di asma. Ormai esce di rado e anche in casa non riceve quasi più, rinuncia persino all’amato bicchiere di vino di Frascati. Lo accudisce da anni, in maniera ammirevole, Rosa Tomei che funge da segretaria, governante, infermiera. Il 1 dicembre 1950, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi lo nomina senatore a vita per “altissimi meriti nel campo letterario e artistico” ed egli commenta, rivolto a Rosa: “Semo ricchi”. Non ha però il tempo per beneficiare dell’atteso provvedimento: si spegne infatti venti giorni dopo, il 21 dicembre 1950.
Non vede realizzato nemmeno il suo ultimo desiderio: viene infatti pubblicata postuma nel 1951 la raccolta in un solo volume delle sue poesie.
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