Fabia Tolomei- Le cose che importano--Samuele Editore-
Augusto Pivanti:”Fabia Tolomei è “una di famiglia”: della sua – di quella dalla quale proviene, alla quale geneticamente appartiene – e, in lettura più vasta, di una famiglia che – se anche non fosse, ma è, altroché se è – sarebbe stata “inventata” dall’autrice, debitrice come ella appare, in questa opera prima, ad un senso di adesione alla circolarità degli affetti, ad un desiderio incontenibile e incomprimibile di essere parte (de)scrivente in una forma di “partecipazione che tutto vede”, a cui nulla sfugge e dalla quale nulla fugge per manifesto bene-essere nel collocarsi entro il proprio fotogramma.”
Fabia Tolomei
Incroci
Non vorrei mandare via i fantasmi da queste stanze – vorrei solo non facessero più male i lettini rossi ancora intatti la crema per le mani della mamma e la mia voce che anticipa il ritornello della fiaba. È un dolore che mi incastra sulla soglia di ogni stanza, e sa di vita che è stata in questa casa vuota e piena mentre mi muovo scoordinata pensando da che parte cominciare ad aprirla.
Chi resta
Nel toccare le camicie e i pantaloni, di vigogna e le scarpe con i lacci è rapita da ogni gesto che una volta scivolava senza quel nitore strano. Dopo un anno la stupisce la memoria delle dita – l’abitudine è un cassetto che si chiude inosservato.
Fabia Tolomei
La mia casa
Sulla soglia del silenzio resta tutta la memoria delle voci che avevamo. Io le avverto rare, vere e le faccio balenare tra il passo e il cuore.
Nel giardino milanese due note di lettura
Guido Oldani:”Nella Milano in cui alberga ancora la zavorra del tardo serenismo, da un lato continua un certo tratteggio del mitomodernismo, dall’altro dò vita al realismo terminale quale possibile poetica non legata alle singole culture. È Augusto Pivanti che mi indica il presente lavoro di Fabia Tolomei. Siamo al tempo del progressivo impoverimento del linguaggio e proprio qui sta la ragione della leggibilità di questi versi. La giovane Tolomei, infatti, dispone di un suo respiro verbale adeguato e consistente. Nel giardino che sembra quasi essere quello del privato, colloquia con il proprio tempo che le fa da specchio e gli interlocutori sono sempre modicamente presenti, così da non ramificare troppo la scrittura in risaputi generi poetici”.
Augusto Pivanti:”Fabia Tolomei è “una di famiglia”: della sua – di quella dalla quale proviene, alla quale geneticamente appartiene – e, in lettura più vasta, di una famiglia che – se anche non fosse, ma è, altroché se è – sarebbe stata “inventata” dall’autrice, debitrice come ella appare, in questa opera prima, ad un senso di adesione alla circolarità degli affetti, ad un desiderio incontenibile e incomprimibile di essere parte (de)scrivente in una forma di “partecipazione che tutto vede”, a cui nulla sfugge e dalla quale nulla fugge per manifesto bene-essere nel collocarsi entro il proprio fotogramma.”
Le cose che importano Fabia Tolomei
Pagine 70
Prezzo 13 euro
ISBN 978-88-94944-66-2
Biografia di Eugénio de Andrade è nato nel 1923 a Póvoa da Atalaia, piccolo borgo della Beira Baixa, all’interno del Portogallo, ed è scomparso di recente, a ottantadue anni, nella sua casa di Oporto, il 13 giugno 2005. Ha avuto un’infanzia povera nella quale, di abbondante, c’era soltanto il vento, la luce, gli alberi, l’azzurro del cielo, l’immanenza delle cose concrete e essenziali. È un mondo in cui il bianco abbagliante dei muri si interseca con le forme ardite dei tronchi d’ulivo, elementi di una geografia spiccatamente mediterranea che entra con prepotenza nell’architettura dei suoi versi, versi spogli e severi come il paesaggio della sua terra, ma illuminati da intuizioni folgoranti che sembrano sgorgare direttamente dall’inconscio. Poeta dell’amore, è stato definito più volte. Ed effettivamente l’Eros occupa una parte importante nella sua opera, un Eros spontaneo e solare. Il rilievo che il corpo assume in questa poesia rivela il desiderio profondo di ridare dignità a ciò che nell’uomo è stato disprezzato e vituperato da sempre: la gioia dei corpi, la sensualità, la passione concreta per le cose terrene, il miracolo dell’incontro profondo e misterioso fra due esseri. Nella sua poesia il corpo, limpido ed apollineo, diventa quasi un’anima carnale: si cancella il dualismo caratteristico della nostra cultura cattolico-occidentale e l’uomo risorge integro, nella sua dimensione assoluta. Poesia intensamente terrena (oserei dire disperatamente terrena, se ciò non fosse fuori luogo in questa poetica di equilibrio), quasi da diventare metafisica del fisico, parola che si fa corpo e corpo che si smaterializza in parola. Per Eugénio de Andrade l’atto poetico è “l’impegno totale dell’essere per la sua rivelazione”. L’ansia di riscatto dell’uomo totale, pertanto, la fedeltà assoluta alla vita, il desiderio di esprimere una coscienza – coscienza infelice – del mondo, è ciò che più contraddistingue questo grande lirico.
Il volto originale della sua poesia sta probabilmente anche nel sincretismo delle sue radici, nelle fonti molteplici alle quali ha attinto, dai classici greci – sopratutto Esiodo, Omero,
Eugénio de Andrade, poeta portoghese
– alla tradizione lirica medioevale gallego-portoghese, passando attraverso la componente ispanica (la nonna materna era spagnola), in particolare García Lorca, Antonio Machado, Vicente Aleixandre, Luis Cernuda, fino ai più importanti lirici portoghesi quali Luís de Camões, Camilo Pessanha, António Nobre, Casais Monteiro, Fernando Pessoa.
Dalla pubblicazione del libro As mãos e os frutos, nel 1948, assistiamo ad un crescendo di rigore e depurazione linguistica che lo portano, in certi momenti, quasi alle soglie del silenzio, ai versi ridotti all’osso. Ma la parola è sempre limpida e immediata, quelle stesse parole nude e dirette – afferma il poeta – del cerimoniale arcaico della comunicazione delle prime necessità del corpo e dell’anima. E tuttavia è una poesia estremamente raffinata e di grande ricchezza verbale e musicale, segnata da una polifonia ritmica pari solo, in lingua portoghese, a quella di Camilo Pessanha. Fra l’altro, Eugénio de Andrade ha coltivato, con uguale sobrietà e maestria, anche il poème en prose.
La sua bibliografia comprende più di venti libri di poesia, due di prosa, un libro per l’infanzia, diverse opere di traduzione. È uno dei poeti portoghesi contemporanei di maggiore notorietà e ciò si deve anche all’immediatezza del suo mezzo espressivo. È stato tradotto in inglese, tedesco, italiano, spagnolo, francese, olandese, ceco, rumeno.
Poesie di Eugénio de Andrade, poeta portoghese
VEDERE CHIARO
Tutta la poesia è luminosa, persino
la più oscura.
È il lettore che ha talvolta,
al posto del sole, nebbia dentro di se.
E la nebbia non permette mai di vedere chiaro.
Se ritornerà
un’altra volta e un’altra volta
e un’altra volta
a queste sillabe infiammate
rimarrà cieco da tanto chiarore.
Sia felice se arriverà.
***
QUASI NIENTE
L’amore
è un uccello tremante
nelle mani di un bambino.
Si serve di parole
perché ignora
che le mattine più limpide
non hanno voce.
***
TO A GREEN GOD
Portava con sé la grazia
delle fonti quando fa notte.
Era il corpo come un fiume
in serena sfida
con i margini quando cala.
Camminava come chi passa
senza aver tempo di fermarsi.
Erbe crescevano dai passi,
crescevano tronchi dalle braccia
quando le alzava in aria.
Sorrideva come chi danza.
E sfogliava al danzare
il corpo, che gli tremava
in un ritmo che lui sapeva
che gli dei devono usare.
E seguiva il suo cammino,
perché era un dio che passava.
Estraneo a tutto ciò che vedeva,
avvinto nella melodia
di un flauto che suonava.
***
IMPETUOSO IL TUO CORPO È COME UN FIUME
Impetuoso, il tuo corpo è come un fiume
in cui il mio si perde.
Se ascolto, sento solo il tuo rumore.
Di me, neanche il segno più breve.
Immagine dei gesti che tracciai,
irrompe puro e completo.
Per questo, fiume fu il nome che gli diedi.
E in esso il cielo diventa più vicino.
***
GLI AMANTI SENZA DENARO
Avevano il viso aperto a chi passava.
Avevano leggende e miti
e freddo nel cuore.
Avevano giardini dove la luna passeggiava
mano nella mano con l’acqua
e un angelo di pietra come fratello.
Avevano come tutta la gente
il miracolo di ogni giorno
sgocciolando dai tetti;
e occhi di oro
in cui ardevano
i sogni più dispersi.
Avevano fame e sete come le bestie,
e silenzio
intorno ai loro passi.
Ma ad ogni gesto che facevano
un passero nasceva dalle dita
e abbagliato penetrava negli spazi.
***
ADDIO
Come se ci fosse una tempesta
a scurire i tuoi capelli,
o se preferisci, la mia bocca nei tuoi occhi,
carica di fiore e delle tue dita;
come se ci fosse un bambino cieco
a inciampare dentro di te,
ho parlato di neve, e tu trattenevi
la voce in cui con te mi persi.
Come se la notte venisse e ti portasse,
era fame l’unica cosa che sentivo;
ti dico addio, come se non tornassi
al paese in cui il tuo corpo inizia.
Come se ci fossero nuvole su nuvole,
e sulle nuvole mare perfetto,
o se preferisci, la tua bocca pura
ad avanzare largamente nel mio petto.
URGENTEMENTE
È urgente l’amore.
È urgente una barca in mare.
È urgente distruggere certe parole,
odio, solitudine e crudeltà,
alcuni lamenti,
molte spade.
È urgente inventare allegria,
moltiplicare i baci, i raccolti,
è urgente scoprire rose e fiumi
e mattine limpide.
Cade il silenzio sulle spalle e la luce
impura, fino a dolere.
È urgente l’amore, è urgente
Restare.
***
LE PAROLE
Sono come un cristallo,
le parole.
Alcune, un pugnale,
un incendio.
Altre,
rugiada appena.
Segrete vengono, piene di memoria.
Insicure navigano:
barche o baci,
agitano le acque.
Abbandonate, innocenti,
leggere.
Tessute sono di luce
e sono la notte.
E persino pallide
ricordano ancora verdi paradisi.
Chi le ascolta? Chi
le raccoglie, così,
crudeli, disfatte,
nei loro gusci puri?
***
I FRUTTI
Così io vorrei la poesia:
fremente di luce, aspra di terra,
rumoreggiante di acque e di vento.
***
METAMORFOSI DELLA CASA
Si innalza aerea pietra dopo pietra
la casa che solo possiede nella poesia.
La casa dorme, sogna nel vento
la delizia improvvisa di essere albero.
Come sussulta un busto delicato,
così una casa, così una barca.
Un gabbiano passa e un altro e un altro,
la casa non resiste: anch’essa vola.
Ah, un giorno la casa sarò bosco,
alla sua ombra incontrerò la fonte
dove un rumore d’acqua è solo silenzio.
***
NELLE PAROLE
Respiro la terra nelle parole,
nel dorso delle parole
respiro
la pietra fresca della calce;
respiro una vena d’acqua
che si perde
tra le spalle
o le natiche;
respiro un sole recente
e raso
nelle parole,
con lentezza d’animale.
***
SCRIVO
Scrivo già con la notte
in casa. Scrivo
sulla mattina in cui ascoltavo
il rumore della calce o del fuoco,
e eri tu soltanto
a dire il mio nome.
Scrivo per portare alla bocca
il sapore della prima
bocca che baciai tremante.
Scrivo per arrivare
alle origini.
E tornare a nascere.
Valeria Serofilli è nata a Parma nel 1964 e vive a Pisa. Le sue raccolte di poesia: Acini d’Anima (Pisangrafica, 2000, Premio Astrolabio), Tela di Eràto (Sovera Multimedia, 2002, nota critica di Giorgio Bàrberi Squarotti), Fedro rivisitato (Bastogi, 2004, prefazione di Dino Carlesi e nota critica di Giorgio Bárberi Squarotti), Nel senso del verso (ETS, 2006, con audiolibro), Chiedo i cerchi (puntoacapo, 2008), Nel senso del verso – Nuovo Volume (Leonida Edizioni, 2009, Premio Gaetano Cingari), Amalgama in La parola e la cura (puntoacapo Editrice, 2010), I Quaderni dell’Ussero (puntoacapo, 2013), Resoconto e senso (LaRecherche, 2013, e-book antologico), Vestali ( Ibiskos Ulivieri, 2015), Taranta d’inchiostro (Oèdipus Edizioni, 2020, prefazione di Antonio Spagnuolo). È autrice di racconti, apparsi in varie antologie e raccolti in Ulisse (LaRecherche, 2013, e-book antologico) e Ulisse (Ibiskos Ulivieri, 2015, versione cartacea). Numerosi i suoi interventi critici in riviste, rassegne, antologie. Sue liriche sono state tradotte in inglese, francese, spagnolo, giapponese. È presidente di AstrolabioCultura, del Premio Nazionale di Poesia “Astrolabio” e degli Incontri Letterari presso il Caffè storico dell’Ussero di Pisa, presso la libreria Blu Book di Palazzo Blu e il Relais dell’Ussero di Villa di Corliano.
Valeria Serofilli-Poetessa
POESIE
Resoconto (in morte di Mario Luzi) L’eredità non so del mio strano / rapporto
con la vita o meglio / il suo diporto
Ora / altro poco conta, caro
né più né meno di come ti ricordo
Col vivere si versa / al vivere un acconto
ma sempre infine ti si riversa il conto
in scomodo ritardo, prolisso contrattempo
Fili di carrucola dipanano
strane circostanze / meccanismi
ricordi a branchi / brancolano il buio
ed io qui in attesa di dire, cosa? –
Quello che è stato, o quel ch’essere poteva?
Qui con i miei fantasmi (a) tracimare
sciogliendo il giusto, il vero dal superfluo
scandagliandone il ritmo ed il meandro
scindendo l’essere dal non
l’ora dal quando
Lo strano riversarsi / lo strasogno
tra annichilimento e resoconto, catarsi
a summa del percorso,
quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi
aspersi di consenso, di non detto
Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi
e sui ricorsi:
il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto
l’ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno
l’altra metà è fine del sentiero
Ed ora qui a riflettere se è vero
se esista un senso al verso del pensiero
o se tutto è già scritto falso e vero
Se è nel libro che ti addossi contro
in quel palmo riverso, nascita e mescita
rimescolìo d’intenti / fraintendimenti
E noi assuefatti (ad) ossigeno e certezze
in bilico tra un se stessi e il niente…
Ah, se potessi, al vivere
non dover mai / dare un resoconto.
da NEL SENSO DEL VERSO
Flusso Oltre il niente
fluidificato fluire
di passato e presente
Rinascere ad oltranza
se stessi e gente:
flusso interminabile
dalla foce / al suo risorto
di sorgente.
Nel senso del verso Ricordo cominciare un tempo alterno
e dal fulcro sgorgarne il riassumibile
Scandivan le parole / il loro senso
ed ecco a questi loro sensi aprirsi:
io ore a rovistarne gli interstizi
Parole stese al sole / ad essiccare
magma di come, quando
magma di parole
per farne uscire il senso il verso il canto
Arresta il perfetto / l’ansia
di superamento / ma noi
la cui misura è l’imperfetto
la ricerca intraprendiamo di quel senso
per rivestire larve di non detto!
Ebbra Ora tu qui / alchemica mistura
ed il pallore si farà dunque rubino
fecondo di ebrezza e dolci attese
paghe di amplessi e di sorprese
Nata appena / come d’uva il mosto
Appena sorta / com’alba da tramonto
Schiusa / pistillo da corolla:
liquida / com’acqua di sorgente
Tempo è di berci / chimerico piacere
tempo è di sorsi, aliti ed essenze:
il tuo fiato da noi trasfonde
e si alimenta
e ne accresce l’orlo e lo trabocca
Vendemmia di pelle / occhi negli occhi.
Se è tutto inganno
inganno sia
perché è questo
il più dolce annegamento!
Acqua d’Arno (Omaggio a Vittorio Vettori) Lento l’Arno scorre
il suo elemento / nel senso
che del verso in sé condensa
l’azzurro dell’intero firmamento
Non più d’argento ma bello lo stesso/ d’oro
semmai / che indora
dall’Orologio al Corso
il bel passeggio
E del contesto / di riflesso
il resto / nel tratto che sancisce
sotto al Ponte
il suo passaggio
ché in Arno si specchia
e d’Arno si bagna
l’anima di Pisa!
da TARANTA D’INCHIOSTRO
Lettera al figlio Vorrei vedere nel film dei tuoi occhi
scorrere le favole di una volta
Riccioli d’oro/ nel bosco del tuo disincanto
Risuscitare elfi/ vorrei, per guardia a castelli
e draghi per assalti fuori porta
Raccogliere gocce per farne stagno
e ogni filo d’erba intrecciarlo a parco
perché non siano stanche le fate
mentre mi scuso per il dolore che ti darò
Il destino/ figlio è cosi:
siam tutti condannati ad essere estratti a sorte
ma tu e non io/ mi hai dato la vita.
Iª SEZIONE: LA TARANTA
La notte della taranta (22 agosto 2015) Quale ragno mi ha morso?
Prova col nastrino colorato/ amore
ma tanto già ne conosco il nome
come già ne so l’antitodo:
tu il veleno / il contro veleno
la mia terapia coreutica
E abbracciati balliamo
in pizzica lenta
ad uccidere un ragno che non c’è.
Conoscenza È questa verità, tardiva
o il raggiungimento
di essa / mio malgrado?
La ragnatela non serve
più / me ne distacco:
ingombrante scaleo
di sapienza cui
ogni gradino ha acuito conoscenza.
IIª SEZIONE: RAGNATELA DEL MONDO
Africa Vorrei farmi Africa
per scacciare insetti
dagli occhi dei bambini
e recargli tra il fango
aliti di fresco
Delle capanne / fare castelli
ma in solida zolla
e non in aria
Finché una nuova aurora sorgerà
da poterla rivivere
con occhi nuovi
senza mosche.
III SEZIONE: LUZIANE
Per sua significazione Per sua significazione
la non parola
chiese al Poeta
e si fece Poesia e significanza.
Forse che il cielo ci ha salvato entrambi Forse che il cielo ci ha salvato
entrambi / da una inutile vecchiezza
preservandoci
senza dubbio uguali
e quant’altro donandoci
ad uno ad uno e insieme
un paio d’ali?
Si cristallizza nel momento della recisione Il fluire di sempre
si cristallizza nel momento della recisione
dal sé / dall’altro, dal resto
Questo da sempre temeva/ questo ormai sapeva
per sempre impresso/ acquisito
nel momento in cui
non seppe più.
VI SEZIONE: PAGANELLIANE
Funzione religiosa Gremita era la Chiesa:
non mancava nemmeno / la sua migliore amica
con quel cappellino
accessorio integrante / di quell’ultimo acquisto di Mo-
schino
La chiesa era gremita:
il prete che tesseva / le lodi di una vita.
Più pregi o più difetti?
Difettava semmai, la necessaria volontà di elencazione
non trattandosi, stavolta, di confetti
E tanti fiocchi
– Ma non rovinavano le panche? –
– Se al Matrimonio no, almeno adesso
le è concesso, anche se neri e non bianchi
Qualche pianto, più che altro rimpianto:
sensi di colpa per non averle più telefonato
o non averla invitata a quel concerto
Ormai non usciva che di rado, del resto
Tanti i convitati al lugubre banchetto:
chi si batte a croce il petto,
chi ricerca / disperato, un fazzoletto
Amava scrivere, soprattutto accanto al caminetto
– Una pura, direi, –
– ma la pigrizia, poi, dove la metti? –
Sì/ perché c’era anche quella
in sapida componente con l’ingegno
La Chiesa era gremita. C’è chi pensava,
tra un pianto ed una rosa
che forse, in fondo, era più pazza che estrosa
inadatta alla vita, al contingente
C’era anche il Sindaco: non poteva mancare
In quanto pisana, se non una strada
almeno questa presenza
se la meritava
C’era il Prefetto,
dispiaciuto per non averle concesso
il patrocinio
a quel suo ultimo progetto
– Se n’era andata così, mentre scriveva – Leggeva? –
– No, scriveva. A leggere le cose altrui non ci teneva.
Ma aveva il Premio… –
– si, ma la Giuria leggeva anche per lei –
Tanti i discorsi
sommessi
in fondo all’androne
C’era anche il ladro
col sacchetto vuoto / del suo ultimo misfatto
C’era anche il gatto / col fiocco nero d’organza:
non si è mai capito se l’amava
certo la seguiva ovunque
anche se a debita distanza
C’era la zia, più vecchia di lei
– L’avevo sognato: perdita di dente
morte di parente –
E c’era lui, assenza / presenza
che di lei sapeva tutto e non aveva niente
vestito a lutto impeccabilmente
ma un lutto artistico, con quella penna all’occhiello
ed il suo piccolo, immancabile ombrello
che forse pioveva e
nero per fortuna, che si addiceva
La Messa è finita: andate in pace
No, aspettate, c’è una postilla
o forse un refuso:
“Da leggersi al momento opportuno: istruzioni per l’uso”.
Valeria Serofilli-Poetessa
TRADUZIONI
Eclipse You dress and undress yourself in colours
sun, give your rays as a gift, and
in a second make yourself moon as well,
to be in the meantime night also, as they tell.
Fairy tale in which,
changed
in daytime, she in a bird of prey
an in a wolf, he, by night
only one was the moment that clasped
one to the other:
when the sun married the moon and kissed,
at midday, to blend with her forever in
eclipse! (Traduzione in inglese di Ivano Mugnaini)
Letter to my Father (in skies more serene) Now that you are more missed/you are not missed
And the memory of you at this hour
Is steeped in light
Even here, amidst the crowd/drunk with life
Shouts cries applause
You keep me company
More present than when/in the morning
You arose tired already and stilled
Your mind, before starting the day
Who knows what your day is like now
May it not be a leaving without a return
A dream without waking
A strange sweetness here in the air
And certainly it is not all that remains
And while the calm water of the River continues to frame Pisa
I have your embrace in me/abstract but not less warm because of it
Is it you who no longer suffers/dear
Or is it the memory of you/that re-flowers inside me
Without a goodbye?
Now that I know you quiet/at ease on that part of me
That belong to you
I once again become a child, fresh and agile
To write, “My Father, I love you.” (Traduzione in inglese di Emanuel Di Pasquale)
Eclipse Tu t’habilles et déshabilles de couleur
soleil
qui offre le cadeau de ses rayons et
en un instant
se fait lune aussi
pour etre en meme temps
jour nuit
Conte de fées où,
transformés
en rapace, elle, de jour,
et en loup, lui, la nuit,
un moment seulement serra
l’une a l’autre dans les bras:
quand soleil a midi
épousa lune
pour se fondre en
éclipse! (Traduzione in francese di Ivano Mugnaini)
Eclipse 11 de Agosto del ’99 Te vistes y te desvistes de colores.
Sol / que regala sus rayos y
en un instante también hay luna,
para volverse al mismo tiempo día y noche.
Como la fábula en que,
mutan
de día, ella en ave de rapiña
y de noche él en lobo,
uno sólo fue el momento en que se unieron
el uno con la otra:
cuando el sol al mediodía desposó a la luna
para fundirse en un eclipse! (Traduzione in spagnolo di Javier Tucat Moreno)
El color de la vida
He caminado la ciudad sin tí.
todo en blanco y negro
La ciudad he caminado
sin tus ojos y los negocios
espejo de mi soledad
El color de la vida
a tu regreso! (Traduzione in spagnolo di Javier Tucat Moreno)
El Tiempo del Amor No de es de reloj el tiempo del amor
Otros ritmos, otros latidos
No conosce el acero un corazon que late:
en dulces nudos envueltos tus cabellos
para recordarme nuestras citas
Y sobre la piel tengo los dias tatuados
No de almanaque
el papitante tiempo en que vivimos:
tiempo en el tiempo, tiempo de “te amo”
Los dias no son tales
ni tales los sitios
Qué edad tengo?
En què tiempo?
Nacita contigo
de ti me alimento,
muero en tu ausencia
Aureas la horas
contigo a mi lado;
eterna duration
de nuestro encanto!
Hace frio o calor?
Verano o inverno? Es de dia o de noche?
Flautilla sopla en tramontana
a susurrarme al oido
el nombre?
Cada ruido absorbe
respiro de amor
y da en silencio
el enceder de las horas…
Cuantas de nuestro encuentro? Y en el año?
Quedate / Para el latido
que deja eterno
este nuestro tiempo! (Traduzione in spagnolo di Analuz Cisneros)
África Quisiera viajar por África
para alejar a los insectos
de los ojos de los niños
y llevarlos entre el aroma a lodo
fresco de las cabañas
Hacer castillos/pero en tierra sólida
y no en el aire
hasta que una nueva aurora surja
para poderla revivir con ojos nuevos
sin moscas.
Carta al hijo Quisiera ver pasar las fábulas de una vez
en la película de tus ojos.
Rizos de oro/en el bosque de tu desencanto
Resucitar elfos/para proteger castillos,
y dragones para asaltos fuera de la puerta
Recoger gotas para hacer estanques
y cada hilo de hierba/tejerlo en un parque
para que no se cansen las hadas mientras
me disculpo por el dolor que te causará
El destino hijo/es así: estamos todos
condenados a ser extraídos por suerte
pero tú -y no yo-/me has dado la vida! (Traduzione di Sergio Serafin)
Valeria Serofilli È nata a Parma il 25 ottobre 1964, ma fin da bambina vive a Pisa presso la cui Università si è laueata in Lettere moderne nel 1990 (Dip.to di Storia delle Arti).
Ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento di Storia dell’Arte nel 2001.
Nell’agosto del 2001 ha conseguito l’abilitaz
ione all’insegnamento di materie letterarie alle Scuole Medie e Secondarie a seguito dell’esame di Stato finale della SSIS dell’Università di Pisa.
Ha pubblicato il libro “I gigli di Nola”. 1 Vol., pp. 254, Rotary Club, Nola – Pomigliano d’Arco, 1993.
Ha pubblicato “Acini d’anima” nella Collana la Pagina d’oro (diretta da Renata Giambene), Pisangrafica Snc – Pisa 2000 e le è stato assegnato il premio nazionale “Astrolabio 2000”, con l’opera prima “Acini d’Anima”.
Fa parte del Gruppo Internazionale di Lettura, fondato dalla scrittrice Renata Giambene e partecipa a varie attività culturali, fra cui incontri tenuti presso librerie pisane.
È stata premiata nella sezione poesia singola al XXI premio nazionale di poesia e prosa “Il Portone” e nella sezione Silloge edita al XXII.
Ha conseguito il 1° premio internazionale di poesia “Litorale pisano” per la sezione libro di poesia; per la sezione volumi di poesia, le è stato assegnato il 4° premio “Rivalto”, come anche il 4° Premio “Gronchi” sempre per la stessa sezione.
Le è stata conferita per l’opera poetica la medaglia d’argento della Provincia di Pisa e la Targa d’argento della 46° Brigata aerea di Pisa.
Redazione DEA SABINA
Per la Pubblicazione GRATIS delle vostre Opere ecco tutti i dettagli su come inviare il vostro materiale: Sito-www.abcvox.info
Inediti: Poesie minimo Tre testi con un massimo di 10 (dieci)
Libro Edito: Foto Copertina( formato Jpg) e Breve Sinossi-
Opere di Pittura e Scultura almeno tre foto-Breve biografia dell’Artista
Fotoreportage – Almeno dieci foto con didascalia e un articolo di presentazione Marca Fotocamera-Obiettivo utilizzato
Concorsi-Bandi completi
Gallerie d’Arte mostre -Inviare Comunicato Stampa e Locandina
A questi fare seguire sempre:
Breve presentazione / Sinossi dell’opera.
Biografia dell’Autore (in terza persona).
Fotografia dell’Autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
Immagine copertina per libro edito (Rinominata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
Valeria Serofilli, I Quaderni dell’Ussero- nota di lettura di Ivano Mugnaini
La raccolta inedita “Dai tempi” di Valeria Serofilli pubblicata all’interno del volume appartenente alla collana “I Quaderni dell’Ussero” da lei curata, è un ulteriore e coerente tessera del mosaico espressivo dell’autrice.Il termine mutuato dalle arti figurative appare consono e coerente nel contesto specifico del libro per varie ragioni. In primo luogo per la natura composita del volume, costituito da differenti componenti: poesia, narrativa, testi con traduzione a fronte, note critiche e varianti di uno stesso testo, proposto nelle diverse redazioni, in un mutamento progressivo che conduce alla versione definitiva.
Valeria Serofilli-Poetessa
Il riferimento al mosaico è tuttavia funzionale anche al rafforzamento di quella immediatezza fotografica che rappresenta il primo impulso del poieo dell’autrice. Quella sua aderenza al motto “ut pictura poesis” già ampiamente messa in pratica in altre sue raccolte edite nel corso degli anni, in particolare “Tela di Erato”, ma anche altre, sia più recenti che distanti nel tempo.
Anche nelle liriche della raccolta “Dai tempi” la Serofilli fa subentrare a questo input iniziale una seconda fase, puntuale, seppure proposta in maniera differente, in alcuni casi in modo esplicito, in altri allusivo, ironico, indiretto. Questa fase ulteriore è quella del ragionamento, della riflessione. Il raziocinio comunque non annienta la sorpresa, l’emozione. La incanala, semmai, la fa fluire in un alveo che è costituito anche dalla terra e dalle pietre del reale. È fatto anche di tempo e di verità. Per sintetizzare il tutto potremmo utilizzare due versi tratti dalla lirica “Lettera a mio padre”: “Qui nell’aria una strana dolcezza/ non è certo tutto quel che resta”. Il prima e il dopo, l’innocenza e la scoperta della ferita del vero. Ma il ragionamento non annienta mai del tutto il sentire: “Ho in me il tuo abbraccio/ astratto, ma non per questo meno caldo”.
In questo volume agile ma multiforme e in qualche modo antologico la Serofilli riassume il suo percorso. Sia nelle liriche della raccolta sopra citata sia nei brevi racconti di cui è autrice ripercorre passato e presente, sogno e memoria. Chiama in causa uno a uno gli istanti, gli incontri, le persone del suo mondo sia di donna che di autrice. Le radici familiari, innanzitutto, i genitori, con l’affetto profondo, le contraddizioni, i dolori ma anche la tenacia di un legame che resta vivido a dispetto di tutto. Vivido come l’immaginazione, vera protagonista del racconto “Qui c’è il sole”, in cui il personaggio che rappresenta la madre pur non potendo uscire dalla casa per problemi di salute riesce a percepire il mondo esterno tramite la memoria e in tal modo riesce a trasmettere il calore di un sole solo sognato ma nitido e tenace.
Questa stessa nitidezza è possibile percepirla nelle liriche e nei racconti dedicati al figlio, i rami dell’affetto che crescono rapidi esplorando l’aria e nuovi tempi. Lo stesso vale per le liriche il cui cardine è l’amore, attrazione che, spesso espressa partendo da modelli classici o riferimenti letterari, acquista poi una propria impronta personale tramite un verso, un dettaglio.
Come già annotato in precedenza questo volume contiene una sezione a parte riservata alla varie stesure di alcune liriche particolarmente care all’autrice e già pubblicate in altre raccolte tra cui “Eclisse” e “Preghiera per la pace”, depositate al Centro di documentazione sulla poesia contemporanea Lorenzo Montano di Verona. Ciò conferma l’impronta attribuita dalla Serofilli al percorso della genesi poetica, e ribadisce, in un’ottica più ampia, il carattere multiforme del volume in oggetto.
Una raccolta interessante, così come interessante è il Quaderno nel suo complesso, anche per la sua natura non definitiva: proprio per la capacità di far presagire nuovi sviluppi e ulteriori varianti e traiettorie differenti che partono dai sentieri già percorsi. Così come, facendo riferimento alla lirica “Ab ovo”, da un antico guscio può nascere nuova vita, espressioni fresche in grado di rifarsi ai tempi andati, generandone di nuovi.
Ivano Mugnaini
I Quaderni dell’Ussero – Valeria Serofilli, Collezione Letteraria di puntoacapo, Novi Li
Paolo Marconi Giornalista professionista, ha lavorato per 26 anni alla Rai, e in precedenza all’agenzia giornalistica Ansa e alla Utet. Laureato in farmacia, è specializzato in divulgazione scientifica: ha tra l’altro pubblicato un libro di cronobiologia con la Rizzoli (1994) e preso parte alla stesura dell’Enciclopedia Generale Mondadori (1988).
Paolo Marconi,Poeta
POESIE
da SONETTI 1981-2021
Le domande che non ti ho fatto Quante domande vorrei farti adesso
che non t’ho fatto quando il tempo c’era:
me le riporta il buio della sera
e un rimpianto che a volte non confesso.
Mai più saprò dov’è che avevi messo
le carte per le quali si dispera
ora mamma, mai più saprò se è vera
quella storia, e quel dì com’è successo.
L’immagine perfino ormai si vela
in mente; agli occhi restano, sospesi,
istanti che una pagina congela.
Ma tu, stanotte, portami in paesi
che non ci sono, e a lume di candela
raccontami di quel che non ti chiesi.
Fuori è primavera Quei camion sovraccarichi di bare
la schiera portan via che la prodezza
riuscì del boom a fare in giovinezza
e adesso in solitudine scompare.
Se ne vanno così, non si può fare
diversamente: il fiato che si spezza
senza un saluto, senza una carezza;
neanche la messa, non un familiare.
E noi qui rintanati, noi impotenti
guardiamo questa strage giornaliera
dietro persiane chiuse, a lumi spenti.
Piazze svuotate, niente è più com’era:
solo silenzio tutto intorno senti.
E intanto adesso, fuori, è primavera.
Tramonto Gioca col mare, trova ovunque specchi,
quel che prima picchiava ora accarezza
il sole, con la stessa tenerezza
che scoprono man mano pure i vecchi.
La grande luce, prima che si secchi,
si spande fluida come questa brezza,
rincorsa dalla frotta che tappezza
il cielo: punti pallidi, parecchi.
S’avanza il buio, ma non turba ancora:
e culla anzi il chiarore che s’allenta,
e appaga che ogni cosa si colora.
Poi sarà notte, quella che spaventa,
ma non m’appeno, e godo di quest’ora
fin tanto che la luce non è spenta.
Fine d’inverno Ne ho viste avvicendarsi di stagioni,
di estati, autunni, inverni, primavere,
e susseguirsi notti chiare e nere,
giornate luminose e con i tuoni.
Se lascio che la mente ne risuoni
ritornano le mille e mille sere
tiepide, chiare, lunghe da godere
o cupe, fredde, involte da nebbioni.
Eppure quando il giorno si scolora
con meno fretta, e scaccia il buio avanti,
di nuovo uno stupore mi rincuora:
come se non ne avessi scorsi tanti,
nel ciclico inseguirsi i mesi, ancora,
rimangono ogni volta appassionanti.
Solstizio Ho atteso per sei mesi questa sera
che non finisce mai, e questa luce
che prima ci ha inondato, ora seduce:
l’estate che sognavo ma non c’era.
Ci aveva preannunciato primavera
radioso avanti a Castore e Pollùce
il sole in alto, e adesso si produce
un senso di promessa che s’avvera.
Eppure, nel trionfo del solstizio
non c’è soltanto ciò che più m’appaga:
non riesco a non vedere anche l’inizio
della discesa lunga che dilaga
fino al precoce buio natalizio.
Già quasi nostalgia, seppure vaga.
San Martino Un alito dolcissimo di vento
accarezza le rose di un giardino
e me, che al sole tiepido cammino
ed altro non so esser che contento.
Tagliano il cielo terso a cento a cento
le rondini, volteggiano vicino
e subito s’impennano su, fino
a dove le raggiunge l’occhio a stento.
È strana questa finta primavera,
che è mite quanto quella e azzurra, e il cuore
risana in un’identica maniera.
Però è spento ogni fremito in queste ore
che cedono ogni giorno un po’ alla sera:
quel che allora nasceva adesso muore.
Ogni giorno è una storia Scorre la vita come scorre un fiume:
un flusso irrefrenabile e costante,
diuturno dipanarsi che mediante
un unico racconto si riassume.
Eppure quando in cielo resta il lume
soltanto delle stelle tutte quante
fuggevole un capitolo a sé stante
si chiude tutti i dì, come un volume.
Quel tratto dall’aurora fino a sera
che rende discontinua la memoria
del tempo il lento correre incerniera.
E come prende avvio la traiettoria
sull’orizzonte, ancora, della sfera
comincia, ogni mattina, un’altra storia.
da NUOVI GIORNI
Finestre Quanta vita s’è sporta ai davanzali
di tutte queste case dirimpetto.
Da lì faceva strepito un gruppetto
di bimbi che oramai non son più tali:
adesso si intravedono scaffali,
ché forse uno di loro è un architetto;
là stanno due sorelle, che – hanno detto –
non escon più ma sono sempre uguali.
E nell’appartamento al primo piano
su quel balcone dove un uomo anziano
sedeva spesso in abito e ciabatte
è secco, dentro il vaso, il melograno
e sono chiuse le persiane, sfatte.
A parte una, che ogni tanto sbatte.
Nuvole Nel cielo azzurro candidi, lontani
corrono ciuffi di lucente spuma,
con forma che, mutevole, s’aggruma
fin tanto che la brezza la dipani.
Lì sembra che si tendano due mani,
si stringano, e che tutta quella piuma
la forma d’un ardente abbraccio assuma.
Giurare par si senta: “Noi… domani…”
Però non dura: in breve si trasmuta
la nuvola, diventa biforcuta
e si rabbuia, andando avanti al sole.
Due nembi poi si fa, che il vento aiuta
a perdersi ciascuno dove vuole:
nessun domani, niente più parole.
Campane Rintocchi lenti di campane a morto,
lamenti uguali di un compianto antico,
per chi gemete voi, per chi, vi dico,
nell’aria riversate lo sconforto?
Qualcuno di cui mai non m’ero accorto?
Non ditemi che invece è per l’amico
che ormai non cerco più, non l’affatico,
non rendo il suo respiro ancor più corto.
Ripenso a noi bambini, a noi ragazzi,
risento le risate, gli schiamazzi,
rivivo sfide, vincite, sconfitte.
Quanti racconti al sole dei terrazzi
e quanti suoni in camere e soffitte…
Campane maledette, state zitte.
Il merlo Cantava come solo un merlo canta,
cantava a tutte l’ore, e specialmente
quando il sole si fa meno cocente:
allora dalla cima di una pianta
fischiava col gorgheggio suo che incanta,
variato, melodioso, seducente.
Finché passa un gabbiano che lo sente,
gli piomba addosso e rapido lo agguanta.
Così stasera, all’ora del tramonto,
solo garriti di uccellacci, spinti
da nuova fame, vecchio tornaconto.
Tace quel canto ormai, tacciono i vinti,
e questa triste storia la racconto
per dire a cosa portano gli istinti.
Foglia d’autunno Il vento di maestrale che gorgoglia
su una chioma finora più frondosa
le toglie ad ogni refolo qualcosa
rendendola, via via, sempre più spoglia.
M’attardo con lo sguardo su una foglia
che verde non è più, ma invece è rosa,
gialla, bruna: volteggia, poi si posa
lì dove ad osservarla il sole invoglia.
La guardo, e nel guardarla mi innamoro:
che meraviglia… che capolavoro…
La prendo in mano, la contemplo assorto
e ragiono: quant’ombra e qual ristoro
ne ho preso, e vedo adesso, ormai che è morto,
tutto il bello di cui non m’ero accorto.
Figlio di più Non lo lasciare, tienilo per mano,
da solo non saprebbe dove andare;
traduci i gesti, le parole rare
che prova a dire in quel suo modo strano.
Ma va’ col cuore suo, che va lontano,
va dove nessun altro sa arrivare;
ma guarda con le sue pupille chiare
quel gioco che con lui non giochi invano.
Perché un bambino che non è cresciuto,
che è grande ma ha bisogno del tuo aiuto
non è figlio di meno, lo è di più:
occorre stargli appresso ogni minuto,
ma è privilegio, e no una schiavitù,
che questo possa farlo solo tu.
Davanti a quella tomba Sistema i fiori, dice una preghiera,
guarda la data, uguale a oggi, asciuga
la brina che disegna qualche ruga
sul viso inerte. “Vado, mamma, è sera…”
Si volta, e scopre che lì dietro c’era
lei che ha lo stesso affetto: inciampa, fruga
nervosa in borsa, escogita una fuga
da quella che è da tempo una straniera.
Straniera, una sorella, ma per cosa:
la lite per la casa… quella stanza…
Poi, manco dir di un figlio che si sposa.
Si scambiano un’occhiata sospettosa,
stan lì, poi l’una verso l’altra avanza.
Si stringono, e nient’altro ha più importanza.
La partenza Si ricorda, signora, quante volte
da quel balcone l’ha chiamato in strada?
“Mando tuo padre se non sali, bada…”
Le piante, ormai, da lì tutte le ha tolte.
Stavolta è lui il più forte: dopo molte,
lunghe insistenze ha fatto sì che vada;
e guardi per l’addio della contrada
che frotta di persone qui raccolte.
Da troppo tempo stava sola; lui
vive lontano e ha pochi giorni in cui
venir da lei: lo sa che mai lo trovo?
Ma no che non va incontro a tempi bui…
Non dica ospizio, è solo un posto nuovo…
Non pianga, no, ché anch’io poi mi commuovo…
Mare di gennaio Chissà che c’era in quella mente pura
la mattina che uscisti così presto,
chissà che c’era nel tuo cuore mesto
per quella scalinata ancora scura.
Chissà, giù dove sempre la paura
di scender ti vietò, se ti sei chiesto
che rimedio ci fosse altro che questo
per una pena che non si misura.
Che anconetano sei, non sai nuotare…
Ma neanche ti serviva con quel mare,
e il mare di gennaio t’ha bevuto.
Poi quando il primo sole un po’ più chiare
ha reso l’acque, ormai non c’era aiuto
per quel congedo tuo, senza un saluto.
Bucha È una resa per tutti quella fossa
che inuma senza nomi e senza croci
vite infrante da demoni feroci
e membra dilaniate e carni e ossa.
La resa di chi spera che si possa,
unendo dieci cento mille voci,
fermare il male prima che si sfoci
in qualche nefandezza così grossa.
La stessa resa a cui rimanda il pianto
della via crucis, del venerdì santo,
lo stesso oltraggio, quello stesso scempio.
La resa estrema che s’arrivi a tanto,
che s’accanisca sull’inerme l’empio.
Risorga l’uomo, con o senza un tempio.
Paolo Marconiè nato nel 1958 a San Benedetto del Tronto (AP) e vive ad Ancona. Giornalista professionista, ha lavorato per 26 anni alla Rai, e in precedenza all’agenzia giornalistica Ansa e alla Utet. Ha pubblicato I giorni (1998), Per voi (1999), Per scherzo (2005) poi confluiti nella raccolta Sonetti 1981-2021 (Affinità Elettive) e Nuovi giorni – Sonetti vol. 2 (Affinità Elettive). Ha vinto il primo premio nella quinta edizione del concorso poetico Massimo Ferretti di Petritoli. Suoi sonetti sono apparsi su alcune riviste tra cui Orizzonti della Marca. È stato recensito dal quotidiano Corriere Adriatico. Laureato in farmacia, è specializzato in divulgazione scientifica: ha tra l’altro pubblicato un libro di cronobiologia con la Rizzoli (1994) e preso parte alla stesura dell’Enciclopedia Generale Mondadori (1988).
Redazione DEA SABINA
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Emanuela Sica -È avvocato cassazionista, giornalista pubblicista, attivista per i diritti delle donne contro la violenza di genere. Dirige l’Area Anti-Violenza di genere del Corpo Internazionale di Soccorso. Collabora a quotidiani, riviste, blog.
Emanuela Sica, Poetessa
POESIE
MADRE
Madre che lacrimasti sangue
alle radici longobarde
grappoli di vite nutriti nel silenzio
di muschio e aghi di pino
riprendi nelle mani callose
la terra che matura dal ventre
delle montagne innevate
riannoda i sentieri dell’aratura al pascolo
cattura l’anima dei morenti
stacca il dolore da queste ossa
di solitudine e rinnega
le devastazioni della gramigna
che seppellì generazioni innocenti.
Sotto cieli fuggiaschi riposano gli armenti
sacchi di povertà nelle trame del sonno
la memoria si disseta
nella sorgente del tuo corpo.
Vedi ancora si muovono passi
nella membrana boscosa d’albe purpuree
ricamate di gelo sulle gote di bimbi
tremuli i lampioni a spegnersi
nelle vene secolari dei castagni.
L’artiglio d’aquila sulla bandiera immobile
come la Nike* nel destino scolpito
stringe tombe d’eroi e miseria
echi di dolore nel marmo disperso
orfane lacrime indurite nell’epitaffio.
Eppure viaggiano umbratili desideri
custodendo briciole d’argini vitali
minati dalla tenacia di chi ha deciso
di lasciare, tranciare, seppellire
incompresi pezzi di carboni ardenti
slanci mistici e mai sopiti del regresso
al borgo natio, matrice di stagioni feconde.
*La Nike, situata sul monumento ai caduti della prima guerra mondiale, in Piazza Vittoria
Emanuela Sica, Poetessa
Tocca lo smarrimento e la paura
l’abbandono lacerato dei tessuti
affetti, giovinezza, anni migliori
su quella roccia, innervata di rovi
innesta il cardo nella pelle
altera destini in destinali fughe.
Occhi briganti nei campi di grano
che nessuno ha più arato
frutti maturi caduti a marcire
foglie, lungo i viali, rimaste a coperta
infeltrita d’assenze e le finestre
chiuse col sole e con la neve.
Uniformato il pensiero all’attesa
l’emigrazione ai sospiri abbraccia
le stelle cadenti, le corse nel bosco inoltrato
le capriole sul selciato, le fragole rubate lu subbrettu1 nella tazza smussata
spettri di soldati perduti p’la via d’la C’rreta2 sacchi di frumento ammassati sotta l’arcu3 renette sulle tavole della dispensa
fumo dalla crepa d’la furnacella4 muriculi5 appena colti
pane nel latte caldo, schiumoso di mungitura
volti di rughe nelle ore all’imbrunire
braccia che accompagnano l’inizio del raccolto
piedi scalzi, fanciulli, nelle lunghe notti
ad ascoltare cunti d’ianar e pu’pnari.6
1 Sorbetto fatto con neve fresca e vino cotto 2 Monte Cerreto da cui le “vedette” longobarde controllavano i confini. 3 Sotto l’arco di pietra (primo ingresso del paese) 4 Antica cucina a legna costruita nel muro 5 More 6 Racconti di Ianare e Lupimannari
Senti nelle gambe la fatica delle corse
per i vicoli che portano a laGiaggia ricercando compagni nascosti
portali di vite perdute
come in attesa di poveri fantasmi
magari celati, assonnati, quasi addormentati.
Storie ormai lontane, uomini, donne, bambini
persone ricongiunte al buio
nel possesso della torba antica
dissodati senza ricambio alle fatiche del lavoro
rendiconto ai Santi in processione a li Manganielli1 per la festa della Madonna
canti dal ventricolo delle madri
tornate da lu Tunzonu2 con ceste di panni freschi.
Trapassato a perdersi in nodi di tarme
San Leone e le milizie in pietre collassate
polvere di nobili negli stemmi assiepati
suore a innalzare rosari profumati d’incenso
lungo le scalinate della Chiesa Madre.
1 Contrada di Guardia dov’è custodita – nella Chiesetta votiva – la Madonna dei Maganelli 2 Antica fontana/abbeveratoio/lavatoio Guardiese
Emanuela Sica, Poetessa
Assapora il nettare del legame ancestrale
stretta sei, quasi agonizzante, in un pugno di nebbia
amniotica nel profumo di notti argentate
lingua di pietà a spegnere fiammiferi
fatalità di domani luttuosi.
L’inverno, il suono delle voci in ascesa
come sospinte, a grandi balzi
dal dondolare severo del vecchio campanaro
genera rintocchi ai primi fiocchi di neve
un flusso fragile di cuore e resistenza.
Una testa d’angelo, riversa, aspetta
uno sguardo che lo liberi
fermo, nella totale indifferenza
di un mondo che non sa perché è presente.
Resta a custodire questo miracolo sotto tegole di devozione
ama fedele l’abitato dei tuoi figli
soffia sui dispiaceri e accogli le preghiere
le mie radici si intrecciano al tuo alito caldo
così respiro.
OFELIA
Misero quel sonno che si schiude sott’acqua
come foglia che appena s’affaccia in superficie
ondeggia nelle liquide selve il fantasma e la sua brezza
cintando solstizi di non detti.
I crini ondulati al migrare della corrente
i salici a piangere e sospirare
i venti di Norvegia a soffiare sui seni acerbi.
Sventura cadde al tramonto
dileguando il nettare nel suo calice “Quel ramo, invidioso, s’è spezzato (…)
le sue vesti/appesantite dall’acqua assorbita,
trascinaron la misera dal letto/del suo canto ad una fangosa morte”1 strozzando la candida rosa
nel solco dell’aratro.
Liquida calma a riempire le orecchie
distrutte le mura che costruii
a difesa dei loro richiami “Fear it, Ophelia, fear it, my dear sister,
and keep within the rear of your affection”2 “Springes to catch woodcocks”3 Inascoltate preci trasparenti voci.
Incustodito l’avvertimento
la mente fuggì al pascolo della tempesta.
Il rituale d’annegamento ricama nuovamente
la carnale diatriba tra il vero e il fasullo.
Eccomi al lunare richiamo
riemersa e sommersa dal passato
dissennata devozione
mi cucì nella costola d’Amleto
nelle mie vene galoppa il suo sangue maledetto.
Arcigna è la mia pena e si riannoda
si slaccia di sera in sera come l’innocenza che mi tolse.
Le olmarie appassite, perduta la via di casa
ineludibile strada per la mia paura
appassito il piacere
dimenticai la vita al torrente.
Emanuela Sica, Poetessa
Dimmi Amleto,
di che materia era fatto il tuo amore?
Ai miei sguardi cambiasti pelle e coscienza
la svestizione d’un puledro in somaro.
Euforico e malinconico, oscuro e sconnesso.
Disvelato l’arcano della corona insanguinata
a colloquio con lo spettro di tuo padre
scopristi l’opera indegna di tuo zio
per sposare Gertrude, succedergli al trono.
Perché oscurasti la verità alla mia assetata conoscenza?
Incespicando nei rovi dei tuoi mutamenti
perdonai le offese dileguandole nella follia.
Strano quel sortilegio che mi colse
mi cibai della verità solo nel trapasso.
Mi amavi, sol ora comprendo.
Neppure desideravi uccidere il mio sangue
nascosto dietro un tendaggio.
Credevi che a spiarti fosse re Claudio.
Malasorte versò quello stesso veleno nei miei pensieri
danzai nel ventre delle tempie svagate
la presenza assenza
cantilenando sconnessi pensieri di turbamento.
L’usignolo che si credeva trota
confidando nelle ali, improbabili pinne
incapace di cogliere la tragedia
a spingerlo sotto limacciose coperte.
Così identica melodia d’insolita disgrazia
liberarono le mie corde
fino a che riempita la gola morte mi rapiva
mentre i passi del mio destino
si muovevano altrove
a chiedere in pegno amore al vento
che mai divenne respiro.
A oriente ritorno
con gli astri a svanire
luiti e nifee ad accompagnarmi
nel letto del riposo eterno.
Passerà un altro sole
e riaffiorerà la mia pallida supplica
from this water of condemnation.
1 Estratto da W. Shakespeare – Amleto atto IV, scena VII 2Non fidarti, mia cara sorella, non fidarti, e tieni la retroguardia del tuo affetto! Le dice Laerte, mettendo in guardia la sorella. 3Laccioli per beccacce – dice Polonio, che ordina alla figlia di tenere a freno la sua passione, di moderare i suoi sentimenti.
RACCONTAMI
“Nononna”
raccontami con verbi perduti
intrecciati alle parole chiare
d’uncinetto e incanto
fili morbidi a snodarsi nei timpani
scie di lucciole a posarsi
negli occhi di stupore –
“li cundi andichi”che sbocciavano
come fiordalisi nel lume dei tuoi anni.
Impasta “lu cr’scendu”
con lacrime d’orazioni
farina di frumento
gemme di sale contadino
e sorrisi liberi al focolare –
della bimba che fosti lasciami succhiare
mungitura calda e fatica nei campi
sentieri di briciole per pettirossi
infreddoliti sulla terra materna
nei filari spinosi di quel destino
che ti strappò il figlio maturo dal grembo.
Delle “Janare” a crepare nei boschi
ridotte dai padri padroni a serve
seppellite in letti disfatti di ricchi mariti
raccontami la ribellione
stacca il canto dal letto di morte
fanne alba di nuovi carmi
dimmi chi fu quella che disse “No”
al contratto discinto della violenza
e fuoco divampò a incendiare
le vie delle processioni ai Santi? –
La bocca che da te si nutriva
nel cucchiaio storto d‘amore devoto
impilava conserve spirituali
nel cuore adolescente
le avrei usate per le carestie d’incanto
di questo presente disincantato.
INDACO
Inganna l’indaco
smargina luce nei tuoi occhi
pianta voli e ritorni nei miei.
All’ombra preziosa della meridiana
so ancora meditare le parole
da non dire.
Nel palmo ho un giardino
di ninfee segreto dove cantano
cicale alle divinità dei sogni.
È stata quella nube piena
martire dell’inverno
a piantare radici dove c’era gelo
desideri dispersi che chiedevano asilo.
Di te ho respiri d’erba secca
che brucia ogni solstizio di primavera.
Scintille di poesia sulla lingua
veloci richiami per quella bimba
capelli d’angelo a ondeggiare
tra storia e riflesso.
Volevo solo chiamarti nell’ugola
ancora una volta
sentire la risacca della tua voce
che non contempli distruzione
alta marea che trapassa
dal muro della vita alle stelle.
NON VENNE LA NOTTE
Saziarsi di frammenti
scivolando lungo il crinale dei canti
turbini a disegnare profili
di spighe e malerba d’incanti.
Non venne la notte
a sacrificarsi nel silenzio
il tramonto restò acceso
a sfilarsi infinite volte nelle guance rosse
boccioli sospesi di sogni
ad assecondare cure all’insonnia.
Erinni a chiamare catastrofe nei tempi.
Usignoli a mutarsi in corvi
radici a nutrirsi di sabbia.
Laconici respiri a cullare la solitudine
dei perduti amanti.
TRADUZIONI
Desire was a child
astride the legs of life
it nourished itself on wooded paths and violets
content to dive into the womb of spring.
It reemerged at the full moon of gentle sighs
shiny gems feeding it nourishment.
Trembling slightly it burned down
to a candle reduced to a wreck.
Lutes of mist gave it rest
when the heart sought for a bed
softening wheat spikes of August.
Then came winter.
You had my heart in your eyes
Equinoxes of untied words
Demons to ravish silences
Hands to remove rust from my legs.
I passed through the whole valley of pants
while the moon kissed your forehead.
I wished I had heard
the only thing now tugging me
epochal as an unjust sentence
but never did the frost melt
from your tongue.
Let me love you
in the silence of white stone
as moss dwelling
in the shade of glycine.
Your absence is my companion. =
If in the crease of my smile I engrave a tear
nacre of women
the doubt of being air evaporates
reascends from my nose to the wrinkle
on my warm forehead
releasing nocturnal somersaults.
In the blonde rows shaken by the wind
I have collected lost worlds
desired in my escape from dramas.
Broken wings and weak soars
renewing the contract with nothingness
peat soaked by the dry weeping
of glycine.
And yet on my amber skin
I mask lightness
while the relentless mournful tenant
accompanies me to the tomb
of my best years.
It turns the key in my short life and shuts in my hope of being
tomorrow. (Traduzioni di Giuseppina Manganelli)
Emanuela Sica, Poetessa
Emanuela Sicaè nata ad Avellino nel 1975 e vive a Guardia Lombardi in Irpinia. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Un angelo all’improvviso (2006, Delta 3 Edizioni), Il diario segreto di Giulietta (2023, Controluna Edizioni); poesie in antologia: Le strade della poesia (2011, Delta 3 Edizioni), Il Giglio di grano (2013 e 2018, Delta 3 Edizioni), Pietre Vive (2013, Delta 3 Edizioni); poesia e prosa: La ragazza di Vizzini (2018, Delta 3 Edizioni, con M. Vespasiano), Il caso Antigone (2018, Pensa Editore, con L. Anzalone), Una storia senza fine (2021, Delta 3 Edizioni), Il sogno di Edipo e mitici amori (2021, Pensa Editore), Canne al vento (2022, Pensa Editore, cura insieme a L. Anzalone), Storia di una Violetta (2022, Delta 3 Edizioni). Ha pubblicato anche di narrativa: Uccelli di carta (1993), Assolo (2010, Edizioni Il Monte), Anatomia di anime (2010, Edizione Albatros Il filo, 2022, ristampa KDP Amazon), Cairano Relazioni Felicitanti (2014, Edizioni Mephite), L’Ultima Luna (2017, Pensa Editore), oltre a racconti in varie antologie; e il saggio ROSSO – Vdg-0 – Antologia sulla violenza di genere (2021, Delta 3 Edizioni). È avvocato cassazionista, giornalista pubblicista, attivista per i diritti delle donne contro la violenza di genere. Dirige l’Area Anti-Violenza di genere del Corpo Internazionale di Soccorso. Collabora a quotidiani, riviste, blog.
Redazione DEA SABINA
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Inediti: Poesie minimo Tre testi con un massimo di 10 (dieci)
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Opere di Pittura e Scultura almeno tre foto-Breve biografia dell’Artista
Fotoreportage – Almeno dieci foto con didascalia e un articolo di presentazione Marca Fotocamera-Obiettivo utilizzato
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A questi fare seguire sempre:
Breve presentazione / Sinossi dell’opera.
Biografia dell’Autore (in terza persona).
Fotografia dell’Autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
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Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
Poesie di Ana María Del Re -Poetessa e traduttrice venezuelana
La poesia della venezuelana Ana María Del Re-(Caracas, 1941 – Caracas, 2019)-raccolta finora in tre splendidi libri (Trazos, Nocturnos e La noche todavía) è un magnifico esempio di concisione espressiva. La brevità, che in alcuni dei suoi cultori non ha smesso di essere una semplice forma, acquista in lei la difficile profondità di una poetica.
Ana María Del RE
Quell’apparenza dei suoi testi, più che una retorica, è un dialogo con l’istante. A partire dalle poesie di Trazos la sua opera esplora una luminosa concentrazione della parola. Lo fa perché le interessa di più l’emozione vissuta in essa (“la sua nostalgia/la sua intima penuria”) che lo sfoggio verbale che potrebbe riprodurla. Più vicino alla trasparenza che alla maschera – per dirlo con parole a lei molto care – Ana María Del Re vive e indaga anche di notte: una notte in cui il sole resta alle finestre, con la sua rosa bianca, sola, “fino all’arrivo dell’alba”.
Traduttrice e studiosa della poesia in diverse lingue, Ana María Del Re ha lasciato, per le sue poesie, lo spazio della limpidezza, sebbene ci sia cultura – e ce n’è – nella sua vita. E di ciò i lettori le sono grati.
E questi nella presente selezione apprezzeranno, oltre al paesaggio della notte, alcune pagine che sono corpo. Per essere più preciso, poesie che sono un palpito. Come si sa, i palpiti non durano a lungo. Hanno, nel dire di San Tommaso, “l’abbondanza giusta”. Io stesso ora, leggendo Ana María Del Re, sento che nel silenzio “canta un uccello” sulla pagina, e io rispondo. Si riempie la notte e qui rimango.Nota di Freddy Castillo Castellanos
Poesie di Ana María Del RE
Non scrivi la poesia
ma la sua nostalgia
la sua intima penuria
*
Parola scissa
il tuo nome
segno appena
*
Una nuvola dorata
piccolissima
illumina il cielo
Dura solo un instante
il prolungato
istante
in cui la guardo
*
Un trifoglio di sette foglie
cresce nel giardino contiguo
Nessuno ha osato guardarlo
*
E’ aprile
sulle rive del Gran Lago
e vediamo fiorire i tulipani
Di nuovo il tuo volto
attraversato dal raggio
la mano che accarezza
la rotondità perfetta dell’istante
Arrivano sussurri
arrivano raffiche
Tutta la notte il sole
alle finestre
Il non ancora detto
l’imminente
il suo fermo splendore
*
Come parlare di tramonti
e di alte maree?
Arsero tanti soli
quell’estate
Forse il mare
è l’indizio
di un mormorio
più profondo
Tra desideri
e nostalgie
la vita passa
come la poesia
(dal libro Trazos)
No escribes el poema
sino su nostalgia
su íntima penuria
*
Palabra escindida
tu nombre
trazo apenas
*
Una nube dorada
pequeñísima
alumbra el cielo
Dura sólo un instante
el prolongado
instante
en que la miro
*
Un trébol de siete hojas
crece en el jardín contiguo
Nadie ha osado mirarlo
*
Es abril
a orillas del Gran Lago
y vemos florecer los tulipanes
Es de nuevo tu rostro
cruzado
por el rayo
la mano que acaricia
la redondez perfecta del instante
Llegan susurros
llegan ráfagas
Toda la noche el sol
en las ventanas
Lo todavía no dicho
lo inminente
su firme resplandor
*
¿Cómo hablar de atardeceres
y pleamares?
Ardieron tantos soles
aquel verano
Quizás el mar
sea el indicio
de un murmullo
más hondo
Entre deseos
y nostalgias
se nos pasa la vida
como el poema
(del libro Trazos)
***
Imperversa un vento gelido
sul ramo della quercia
Un uomo solitario
attraversa il bosco
con una bussola rotta
Sento il crepitare
di cristalli
un grido che dice il mio nome
*
Riposa
anima mia
Lasciati sedurre dal silenzio
Non è ancora finita
la notte
*
La rosa bianca
è sola
in mezzo alla notte
Non ha paura
conosce il suo destino:
essere rosa bianca
fino all’arrivo dell’alba
*
La dama balla nuda
illuminata
nella gran sala
dai tendaggi rossi
Le sue mani lunghe
e ondulanti
tracciano segni incrociati
in aria
Spunta il giorno nella città di bronzo
un orologio di sabbia si ferma
un candelabro cade
Il cavaliere dalla spada
scruta in un angolo
e impugna l’arma
(dal libro Nocturnos)
Arrecia un viento helado
en la rama
del roble
Un hombre solitario
cruza el bosque
con una brújula rota
Escucho un crujir
de cristales
Un grito que me nombra
*
Descansa
alma mía
Déjate seducir por el silencio
Aún no ha cesado
la noche
*
La rosa blanca
está sola
en medio de la noche
No siente miedo
conoce su destino:
ser rosa blanca
hasta que llegue el alba
*
La dama baila desnuda
iluminada
en la gran sala
de cortinajes rojos
Sus manos largas
y ondulantes
trazan signos cruzados
en el aire
Amanece en la ciudad de bronce
Un reloj de arena se detiene
Un candelabro cae
El caballero de la espada
acecha en un rincón
y empuña el arma
(del libro Nocturnos)
***
La mansuetudine
dell’acqua
nel canale oscuro
Un airone bianco
immobile
sulla pietra
Filiera di alte luci
che ancora non illuminano
Case addormentate vicino al canale
tutte uguali
a esse stesse
Dove conduce
questa quiete?
*
I soli bianchi
del deserto
il tatto delle dune
La tua mano scivolando
sulla tiepida pelle
della pagina
Il poema
una palpitazione
nel buio
*
Bisogno
di averti accanto a me
nella penombra
di una stanza
intatta
L’uno nell’altro
L’uno sognandosi
nell’altro
mentre scorre
la notte
*
La notte ancora
e tu così lontano
Forse ti sveglieranno
altre albe
altre voci
Qui le acque
han portato via tutto
tranne il tuo nome
*
Canta un uccello
un altro gli risponde
Bastano due voci
per riempire la notte
*
Coloro che camminano
di notte
a volte
non sono passeggianti
sono quelli
che ritornano
alla ricerca
della loro ombra
*
Il canto
degli uccelli
nella mattina
limpida
Noi ascoltandolo
*
Il poeta
recita antichi versi
che solo ascolta
il vento
*
In tempi di oscurità
concedici Signore
la parola accesa
(dal libro La noche todavía)
La mansedumbre
del agua
en el canal oscuro
Una garza blanca
inmóvil
sobre la piedra
Hilera de altas luces
que aún
no alumbran
Casas dormidas junto al canal
todas iguales
a sí mismas
¿Hacia dónde conduce
esta quietud?
*
Los soles blancos
del desierto
el tacto
de las dunas
Tu mano deslizándose
por la piel tibia
de la página
El poema
un latido
en lo oscuro
*
Necesidad
de tenerte a mi lado
en la penumbra
de una habitación
intacta
Uno en el otro
uno soñándose
en el otro
mientras sigue
la noche
*
La noche todavía
y tú tan lejos
Acaso te despierten
otros amaneceres
otras voces
Aquí las aguas
se lo han llevado todo
menos tu nombre
*
Canta un pájaro
otro le responde
Bastan dos voces
para llenar la noche
*
Los que caminan
de noche
a veces
no son paseantes
Son aquellos
que regresan
en busca
de su sombra
*
El canto
de los pájaros
en la mañana
limpia
Nosotros escuchándolo
*
El poeta
recita antiguos versos
que sólo escucha
el viento
*
En tiempos de oscuridad
concédenos Señor
la palabra encendida
(del libro La noche todavía)
***
Cresce una rosa
Tra i vecchi muri
Qualcuno la guarda
*
Cade la notte
Sulle torri bianche
Tutto è silenzio
*
Giunge l’inverno
il cipresso è solo
sulla collina
*
In autunno
la solitaria notte
custodisce un segreto
(da un libro inedito di haiku)
Crece una rosa
Entre los viejos muros
Alguien la mira.
*
Cae la noche
Sobre las torres blancas
Todo es silencio.
*
Llega el invierno
el ciprés está solo
en la colina.
*
En el otoño
la solitaria noche
guarda un secreto.
(de un libro inédito de haikús)
***
Mi rendi
quel sapore di ciliegie
il sentiero sulla collina
la cappella solitaria
Mi rendi
il tempo
sul filo
di una spada
(Inedito)
Me devuelves
aquel sabor a cerezas
el sendero en la colina
la capilla solitaria
Me devuelves
el tiempo
en el filo
de una espada.
(Inédito)
Ana María Del RE
Ana María Del Re (Caracas 1944-2019) . Poeta e traduttrice. Laureata in lettere e in francese presso l’Università Centrale del Venezuela. Ha conseguito un Master in Letteratura ispanoamericana presso l’Università Simón Bolívar dove è stata docente dal 1975 fino al 2000 ed è stata una delle coordinatrici dell’Atelier Letterario “Anagrama”. Ha fequentato corsi di specializzazione per il dottorato in letteratura presso l’Università La Sorbonne (Parigi).
Ha tradotto i poeti italiani Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Mario Luzi, Roberto Mussapi; J. R. Wilcock; il poeta francese Eugene Guillevic. Ha tradotto in italiano il libro Amante del poeta Rafael Cadenas.
Ha pubblicato i libri di poesia Trazos (Barcellona, Spagna, 1990), Nocturnos, Nocturnes(Soumagne, Belgio, 1998, edizione bilingue) e La noche todavía (Caracas, Bid & Co. Editore, 2007), La nuit encore (Agneaux, France, Eds. du Frisson Esthétique, 2014. Edizione bilingue).
E ‘stata responsabile della selezione, prologo, cronologia e bibliografia dell’opera poetica del cileno Humberto Díaz-Casanueva (Biblioteca Ayacucho, Caracas, 1988).
<In tempi di oscurità, concedici Signore la parola accesa.>>
*Brevissima lirica della poetessa Ana María Del Re (Caracas, 1941 – Caracas, 2019).
Laureata in Francese presso l’Università Centrale di Caracas e specializzata all’Università della Sorbona di Parigi, l’autrice venezuelana ha svolto anche un’intensa attività di traduttrice, curando tra l’altro la versione in lingua spagnola del celebre romanzo di Carlo Collodi, ‘Le avventure di Pinocchio’.
Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti grazie alla sua opera poetica, caratterizzata da una scrittura epigrafica che evoca la grazia degli haiku giapponesi.
“Nei suoi versi la poesia irrompe come un fulmine di chiaroveggenza”, afferma con ammirazione il famoso scrittore Armando Rojas Guardia.
Secondo il poeta Humberto Díaz Casanueva, “il linguaggio di Ana María del Re si adatta a ritmi meravigliosamente sensibili e attenuati, e fonde così la parola con allusioni e qualità di forme spirituali, piuttosto che con immagini enfatiche”.
Ribadisce il saggista Freddy Castillo Castellanos: “La poesia di Ana María Del Re è un magnifico esempio di concisione espressiva. La sua opera esplora una luminosa concentrazione della parola. La brevità, che in alcuni dei suoi cultori non ha smesso di essere una semplice forma, acquista in lei la difficile profondità di una poetica. Quell’apparenza dei suoi testi, più che una retorica, è un dialogo con l’istante.”
Biografia di Anise Koltz è nata il 12 giugno 1928 nel quartiere Eich di Lussemburgo. Di nazionalità lussemburghese, unisce nelle sue vene ascendenze ceche, tedesche e belghe. La sua bisnonna materna, inglese, era lei stessa musicista e poetessa. A causa dell’occupazione nazista, Anise Koltz, all’epoca giovane laureata, fu spinta a orientarsi verso la cultura tedesca. Così le sue prime opere saranno scritte in questa lingua: Spuren nach innen e Steine und Vögel, le sue prime due raccolte, pubblicate nel 1960 a Lussemburgo e nel 1964 a Monaco. Dal 1966, tuttavia, i suoi testi fanno il loro ingresso nella prestigiosa collezione bilingue di poeti stranieri «Autour du monde» animata da Pierre Seghers: la raccolta, tradotta da Andrée Sodenkamp, ha per titolo Le cirque du soleil. Progressivamente, Anise Koltz passa al francese fino ad abbandonare del tutto, negli anni ‘80, la sua prima lingua letteraria. Con il succedersi delle raccolte – Den Tag vergraben, Nachahmung des Tages, poi Vienne quelqu’un, Fragments de Babylone, Le Jour inventé –, la sua voce poetica afferma la sua originalità. Nel 1963, Anise Koltz e suo marito, René Koltz, direttore della sanità pubblica del Granducato – che morirà prematuramente a causa delle torture inflitte dai nazisti –, hanno creato le Biennali di Mondorf: «L’esempio di questi Incontri, dice, mi è stato dato dalla mia famiglia, i Mayrisch di Saint-Hubert. Il loro scopo, come il nostro: essere un laboratorio, per quanto modesto, della costruzione di una società multiculturale.» Le Biennali, che dureranno fino al 1974, prenderanno un nuovo slancio dal 1995 al 1999 con le Giornate letterarie di Mondof. Esse si prolungano ancora oggi attraverso le manifestazioni organizzate dall’Académie Européenne de Poésie, presieduta da Anise Koltz, peraltro membro dell’Académie Mallarmé e dell’Institut Grand-Ducal des Arts et des Lettres.
Volo via
con i migratori
M’inserisco nel loro triangolo
Cacciate l’angelo al mio fianco
la sua ombra oscura la mia vita
Dietro il cielo
c’è un altro cielo
Je m’envole
avec les migrateurs
Je m’intègre dans leur triangle
Chassez l’ange à mes côtés
son ombre obscurcit ma vie
Derrière le ciel
il y a un autre ciel
*
Chi sono io?
non sono me
discendo da milioni di antenati
che vegetano nel mio sangue
Essi m’istruiscono
mi allenano a morire
respiro il loro respiro
Straniera per i miei genitori
il mio sangue si è caricato
di fantasmi
che guidano il mio destino
sperando
e disperando in me
Qui suis-je ?
je ne suis pas moi
je descends de millions d’ancêtres
qui végètent dans mon sang
Ils m’instruisent
ils m’entraînent à mourir
je respire leur souffle
Etrangère à mes parents
mon sang s’est chargé
de fantômes
dirigeant mon destin
espérant
et désespérant en moi
*
A volte le lettere cantano
nelle mie poesie
a volte accusano
o consolano
Immagini s’infrangono
si riformano
sogni che ci sognano
trasformando i nostri occhi
in laghi segreti
Parfois les lettres chantent
dans mes poèmes
parfois elles accusent
ou elles consolent
Des images se brisent
se refont
rêves qui nous rêvent
transformant nos yeux
en lacs secrets
*
Tra inizio e fine
la luce si è spenta
Un nome brucia da qualche parte
facendo vorticare il vento
che porterà via le mie ceneri
Entre commencement et fin
la lumière s’est éteinte
Un nom brûle quelque part
faisant tourbillonner le vent
qui emportera mes cendres
*
Il giorno inventa un altro giorno
spazio disseminato d’immagini
che si fanno e si disfano
Brandelli di sogni
strisciano sui nostri volti.
Avvenimenti hanno luogo
prima della loro comparsa
la realtà cambia giorno per giorno
Dove trovare il vero volto
del tempo?
Le jour invente un autre jour
espace parsemé d’images
qui se font et se défont
Des lambeaux de rêves
traînent sur nos visages.
Des événements ont lieu
avant leur apparition
la réalité change jour par jour
Où trouver le vrai visage
du temps ?
Anise Koltz
Biografia di Anise Koltz è nata il 12 giugno 1928 nel quartiere Eich di Lussemburgo.Di nazionalità lussemburghese, unisce nelle sue vene ascendenze ceche, tedesche e belghe. La sua bisnonna materna, inglese, era lei stessa musicista e poetessa. A causa dell’occupazione nazista, Anise Koltz, all’epoca giovane laureata, fu spinta a orientarsi verso la cultura tedesca. Così le sue prime opere saranno scritte in questa lingua: Spuren nach innen e Steine und Vögel, le sue prime due raccolte, pubblicate nel 1960 a Lussemburgo e nel 1964 a Monaco. Dal 1966, tuttavia, i suoi testi fanno il loro ingresso nella prestigiosa collezione bilingue di poeti stranieri «Autour du monde» animata da Pierre Seghers: la raccolta, tradotta da Andrée Sodenkamp, ha per titolo Le cirque du soleil. Progressivamente, Anise Koltz passa al francese fino ad abbandonare del tutto, negli anni ‘80, la sua prima lingua letteraria. Con il succedersi delle raccolte – Den Tag vergraben, Nachahmung des Tages, poi Vienne quelqu’un, Fragments de Babylone, Le Jour inventé –, la sua voce poetica afferma la sua originalità. Nel 1963, Anise Koltz e suo marito, René Koltz, direttore della sanità pubblica del Granducato – che morirà prematuramente a causa delle torture inflitte dai nazisti –, hanno creato le Biennali di Mondorf: «L’esempio di questi Incontri, dice, mi è stato dato dalla mia famiglia, i Mayrisch di Saint-Hubert. Il loro scopo, come il nostro: essere un laboratorio, per quanto modesto, della costruzione di una società multiculturale.» Le Biennali, che dureranno fino al 1974, prenderanno un nuovo slancio dal 1995 al 1999 con le Giornate letterarie di Mondof. Esse si prolungano ancora oggi attraverso le manifestazioni organizzate dall’Académie Européenne de Poésie, presieduta da Anise Koltz, peraltro membro dell’Académie Mallarmé e dell’Institut Grand-Ducal des Arts et des Lettres.
Marisa Carelli-Poesie inedite -pubblicate dalla Rivista AVANPOSTO-
MARISA CARELLI
è nata ad Acquaviva delle Fonti nel 1981. Laureata in Filosofia all’Università di Bari, dal 2009 insegna Filosofia e Storia nei licei. Gli inediti qui presentati fanno parte della raccolta Il curriculum dell’introspettivo, in fase di pubblicazione.
Figlie: ci sogni bambine, dici: «È bello così».
Avrei voluto spiegarti che a me piace ora
il timbro delle nostre voci o che il passato
non si perde, fa da scivolo al presente,
sullo sterno fra i seni come fra le valli,
giù dai dorsi. O che la rosa va sfogliata
dei suoi petali per sentire che rinasce
quando non t’aspetti sullo stelo paradigma
e la ritrovi memoria in punta di dita.
Ma il non detto è una risalita al contrario,
su per spine-gradini dove tu
ti imbatti ancora in te.
***
Dove si fa giorno
a ogni paesaggio,
in te sia il suo risveglio.
Chiedi,
come Hegel sulle Alpi,
in che modo maturano i formaggi
e non dimenticare l’aurora.
Dai figli non pretendere
che a sé vogliano bene
indifferenti a strade,
aeroporti o ferrovie.
Perché talvolta chi
si strania
lo rimette al mondo
una piana,
le dolci colline,
le grida di montagne.
Una fisarmonica
che suona chiusa
è il sonno.
Si spalanca ed è
divinazione
imparare ad amarsi.
***
Sono nata con le mani strette
nella più mistica delle preghiere:
non chiedete per me
disegni dal futuro.
Cresciuta a ritroso,
mi sono fatta compasso
leggera su una bici
o cercando gli orari
dei tram per il rientro.
Ora torno a nutrirmi del petto,
un tronco che viene dal ramo.
(Fino allo scheletro della foglia
si affacciano queste parole.
Fino a te che leggi, in controluce).
***
Si potrebbe pianificare una fuga solare,
un appuntamento col raggio di luce,
nell’altrove, in un luogo non tuo:
un sasso, un punto, il prato battuto
che si apre nei suoi fili d’erba.
Il premio è la sanzione del mutare.
Guarda,
è tutto vero.
Achille e la testuggine
fianco a fianco,
sincroni avanzano
come nel dipinto
di un Quarto Stato.
Così nella costante è
la luce
il significante.
Marisa Carelli è nata ad Acquaviva delle Fonti nel 1981. Laureata in Filosofia all’Università di Bari, dal 2009 insegna Filosofia e Storia nei licei. Gli inediti qui presentati fanno parte della raccolta Il curriculum dell’introspettivo, in fase di pubblicazione.
Interno Poesia, 2024 – A cura di Damiana De Gennaro
Descrizione-Per la prima volta nelle librerie italiane L’anniversario dell’insalata -Poesie di Tawara Machi, fenomeno editoriale da due milioni di copie. Pubblicato in Giappone per la prima volta nel 1987, il libro mette subito d’accordo critica e pubblico: oltre a collezionare prestigiosi premi per aver infuso nuova linfa alla forma metrica tanka, le cui origini risalgono alle prime opere di poesia scritta in lingua giapponese, il volume scala le classifiche con cifre di vendita vertiginose. Leggere l’opera prima di Tawara Machi, le cui poesie oggi fanno parte dei manuali scolatici giapponesi, è come sfogliare una raccolta di istantanee che testimoniano le forme assunte dell’amore nella società post-capitalista. Figure amate, oggetti di uso quotidiano e piatti preparati in fretta prendono vita sul fondo di una realtà scandita dal ritmo incalzante della pubblicità. Senza mai esprimere giudizi, l’autrice (e la curatrice e traduttrice del volume Damiana De Gennaro) ci consegna frammenti di visioni che vanno a comporre un disegno più ampio: le istanze dei rapporti umani in Giappone subito prima della crisi economica degli anni Novanta.
Tawara Machi
L’autrice Tawara Machi (Ōsaka, 1962) è autrice di raccolte di poesia, saggi e traduzioni di opere della tradizione letteraria giapponese in lingua contemporanea. Il suo libro d’esordio, L’anniversario dell’insalata (1987), vince la trentaduesima edizione del Premio Kadokawa e supera i due milioni di copie vendute. Avendo ricevuto i più prestigiosi riconoscimenti in campo letterario, le sue poesie oggi sono riportate sui manuali di letteratura per le scuole giapponesi. Tra le sue altre opere in poesia, inedite in Italia, ricordiamo: Kaze no te no hira (1991), Chokorēto kakumei (1997), Au made no jikan (2005), Pū-san no hana (2008), Umarete banzai (2010), Ore ga Mario (2013), e Mirai no saizu (2020), Abokado no tane (2023).
空の青海のあおさのその間サーフボードの君を見つめる
ti guardo
cavalcare le onde –
spazio azzurro
in cui cielo e mare
si confondono
*
同じもの見つめていしに吾と君の何かが終わってゆく昼下げる
tardo pomeriggio –
guardiamo nello stesso punto
mentre
qualcosa, tra noi due,
si sta spezzando
*
上り下がりのエスカレーターすれ違う一瞬君に会えてよかった
sono grata
alle scale mobili che
portandoci in direzioni opposte
anche solo per un attimo
ci hanno fatti incrociare
*
サ行音ふるわすように降る雨の中遠ざかりゆく君の傘
il tuo ombrello
si allontana nel paesaggio –
ha solo
suoni sibilanti
il sillabario della pioggia
*
「元気でね」マクドナルドの片隅に最後の手紙を書きあげており
allora,
stammi bene –
gli scrivo
quest’ultima lettera
da un angolo del McDonald’s
Marie Takvam (Ørsta, 1926 – Lier, 2008) è stata una scrittrice norvegese, che si è distinta come poetessa, autrice di romanzi e libri per bambini, drammaturga e attrice.
Nel 1952, Takvam fece il suo debutto letterario con la raccolta di poesie “Dåp under sju stjerner” (“Battesimo sotto sette stelle”).
Nel corso di 45 anni di carriera, ha pubblicato ben 12 raccolte di poesie, esplorando temi come la natura, l’amore, la perdita e la condizione umana.
La sua poesia è caratterizzata da un linguaggio semplice e diretto, spesso permeato da una vena malinconica e riflessiva.
Tra i riconoscimenti ottenuti, figurano il Premio Brage per la poesia nel 1970 e il Premio Gyldendal nel 1987.
Marie Takvam ha scritto anche romanzi e libri per bambini, ottenendo un notevole successo in entrambi i generi.
Ha inoltre esplorato il teatro, scrivendo opere teatrali che affrontano tematiche sociali e psicologiche. La sua vena artistica l’ha portata a recitare in diverse produzioni teatrali e cinematografiche.
Marie Takvam- Poesie
Devi essere arrivato in città!
Lo vedo chiaramente.
Tutte le case mi stanno sorridendo.
Hanno capito che ti amo.
Devi essere arrivato in città!
Lo vedo dagli alberi del parco.
Hanno foglie vibranti,
ricevono baci dal sole e dal vento.
Devi essere arrivato in città!
Perciò
questa gioia incredibile
dalla luce e dall’aria
dalle barche a vela nella brezza.
Tutto è diverso oggi.
Quel che ieri era una lunga serie di case grigie
oggi è dipinta di oro e porpora
dal tramonto del sole.
Quella che ieri era gente qualunque
che andava al bus o all’auto
oggi sono persone
con una vita dentro.
Ciò che ieri era traffico e frastuono
oggi è il battito del cuore della città,
quello grande che fa muovere tutto!
In breve: Tu devi essere arrivato in città!
Marie Takvam nasce il 6 dicembre del 1926 a Tranby. Le notizie biografiche su Marie Takvam sono piuttosto scarse, sebbene le sue poesie tradiscano molti aspetti della sua personalità. La critica, infatti, considera la sua poesia privata e autobiografica. Non si può negare che c’è sempre qualcosa di autobiografico nel lavoro di un artista, dal poeta allo scultore, al musicista.
L’autrice scrive in nynorsk.
Negli anni ’70 fu la protagonista nel film di Vibeke Løkkeberg “Åpenbaringen – Rivelazione”. Takvam ha scritto anche numerosi libri per l’infanzia.
Cresciuta a Sunnmøre, si trasferì giovane a Oslo. Debuttò nel 1952 e da allora ha prodotto una serie di raccolte poetiche e di romanzi. Comincia a scrivere seguendo una linea poetica legata ancora alla tradizione, ma in seguito le sue raccolte di poesie si fanno sempre più ricche di spunti modernisti, con frasi brevi ed enigmatiche, immagini fantastiche, ma piene di vita, sensualità, sensibilità, emozione, carnalità, passione, intelligenza, ironia ed eleganza. Un mondo poetico fatto di contrasti e ritmi vivaci come la vita che Takvam racconta in rima.
Fin dal debutto nel 1952, i libri di Marie Takvam, senza eccezione, sono stati considerati biografici e intimisti. Con la raccolta di poesie del debutto “Dåp under sju stjerner – Battesimo sotto sette stelle”, si viene a conoscenza già della struttura della lirica della scrittrice in prospettiva delle sue successive raccolte. C’è l’amore, la dissoluzione, l’anelito metafisico, l’identificazione con le persone che soffrono. Paal Brekke, in una sua recensione, ammise di essere stato felice di aver letto quel libro. Scrisse che Marie Takvam «è una persona ricca, assolutamente giovane che anche in questi giorni osa credere nella vita». Nel 1952 Marie Takvam aveva 25 anni e Paal Brekke 29, quattro anni in più rispetto a quella “persona assolutamente giovane” fanno sì che Brekke si esprimi in modo così paterno nei confronti dell’esordiente scrittrice.
[…] Leggere la poesia di Takvam negli anni ‘50 in relazione agli avvenimenti contemporanei è come mettere benzina su un fuoco addormentato. Senza mettere in dubbio le qualità liriche di altri scrittori, si può ben dire che la poesia di Takvam è molto più incentrata sul “desiderio” di quella di Hagerup e Halldis Moren Vesaas; le poesie contengono molto più sarcasmo di quanto se ne possa trovare in Erling Christie e André Bjerke. Nel temperamento c’è solo Gunvor Hofmo che supera Takvam, ma le due scrittrici sono ben lontane dall’essere confrontate: tutti i più importanti giudizi di Hofmo sono di tipo metafisico, mentre quelli di Takvam appartengono al dramma della storia e del tempo.
Le poesie in prima persona di Takvam non escludono il fatto che, oggi, la sua eredità spirituale e la sua umanità siano un patrimonio comune condiviso con ogni lettore. Nell’Io narrante di Takvam chiunque può sentirsi libero di identificarvisi e con maggior convinzione quando una poesia comincia così: «Io …»
Marie Takvam – Poetessa e scrittrice norvegese
Bibliografia:
“Dåp under syv stjerner – Battesimo sotto 7 stelle” (Poesia – 1952)
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