Dai canti antichi allo splendore della poesia di corte (VIII-XII secolo)-cura di Edoardo Gerlini-MARSILIO Editori-
-DESCRIZIONE-del’Antologia della Poesia giapponese – a cura di Edoardo Gerlini-Marsilio Editori–Fin dai primi contatti con l’Occidente la poesia giapponese non ha smesso di colpire l’immaginazione degli europei per via delle sue peculiari caratteristiche come la brevità dei componimenti, il costante riferimento agli elementi naturali, la particolare importanza data alla calligrafia, la sostanziale assenza di rima compensata dalla scelta di strutture ritmiche e prosodiche estremamente durature: caratteristiche queste spesso fraintese o deformate da una visione tipicamente orientalista ed eurocentrica di stampo novecentesco. Questo inedito progetto editoriale in tre volumi, corrispondenti al periodo antico (fino al 1185), periodo medievale (fino al 1868) e periodo moderno (fino alla fine del secolo scorso), si propone di selezionare e presentare sotto una nuova luce versi, canti e liriche prodotti in Giappone nell’arco di più di diciotto secoli. Un ricco apparato critico e il testo a fronte rendono questa antologia un prezioso strumento di studio e riferimento sia per l’esperto di culture dell’Asia orientale che per il semplice appassionato di poesia e letteratura mondiale.
Il primo volume dell’Antologia, Dai canti antichi allo splendore della poesia di corte (VIII-XII secolo), raccoglie più di trecento componimenti scaturiti dal pennello di circa un centinaio tra i più rappresentativi poeti dei periodi Nara (710-794) e Heian (794-1185). Le venti sezioni che compongono il volume corrispondono alle più importanti raccolte e antologie compilate nei primi secoli della storia della letteratura giapponese, come il Man’yōshū, il Kokinshū, il Kaifūsō, ma anche opere mai tradotte in italiano come il Kudai waka o lo Honch ō monzui. Canti religiosi, struggenti poesie d’amore, elaborati giochi di parole e artifici retorici che diventeranno modello imprescindibile per tutta la successiva storia letteraria dell’arcipelago. Un’attenzione particolare è stata inoltre dedicata alla poesia in cinese composta da giapponesi, che rappresenta l’altra faccia di questa tradizione poetica, spesso sconosciuta al lettore europeo.
Edoardo Gerlini
Edoardo Gerlini -Ricercatore-Università Ca’ Foscari di Venezia
SSD-LINGUE E LETTERATURE DEL GIAPPONE E DELLA COREA [L-OR/22]
Struttura-Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea Sito web struttura: https://www.unive.it/dsaam Sede: Palazzo Vendramin-Research Institute for Digital and Cultural Heritage
-L’antica poesia giapponese ci parla quasi in italiano –
Antologia della poesia giapponese
Articolo di Daniele Abbiati
FONTE Articolo-IL GIORNALE ON LINE S.R.L.
Una lingua profondamente diversa dalla nostra ma in cui ritroviamo Petrarca, Leopardi, Merini…
Articolo di Daniele Abbiati–La lingua giapponese non è soltanto figlia della lingua cinese, ne è anche allieva. Un’allieva fedele, solerte e molto, molto paziente, perché cominciò a studiare un secolo prima della nascita di Cristo e finì (anche se, come sappiamo, non si finisce mai di imparare…) al termine del XIX secolo, quando si poté dire che i giapponesi parlavano e scrivevano secondo un autentico (e autoctono e autonomo) «canone giapponese». Anche noi, qui in Europa, abbiamo dovuto sudare per costruirci l’italiano, il francese, lo spagnolo e via, appunto, discorrendo. Ma il nostro corso di studi è stato molto più accelerato, decisamente più breve di una laurea breve, in confronto a quello dei giapponesi. Per due motivi. Da un lato i maestri latini avevano già acquisito, in centinaia e centinaia di anni, il patrimonio culturale di altri maestri, quelli greci, cucinandolo da par loro. Dall’altro… ma a questo punto è meglio cedere la parola a chi ha facoltà di parlare: «mentre con un alfabeto fonetico come quello latino siamo teoricamente in grado, una volta apprese le convenzioni ortografiche e fonetiche basilari, di pronunciare correttamente anche parole di una lingua che non conosciamo, con i sinogrammi è praticamente impossibile conoscere con totale certezza la pronuncia di un carattere che non abbiamo mai visto, ed è di conseguenza molto difficile risalire esattamente al tipo di pronuncia legata a un determinato carattere in una certa area o contesto storico». Lo spiega Edoardo Gerlini, docente di Lingua giapponese classica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Insomma, a noi studenti europei l’alfabeto fonetico latino ha dato una grossissima mano, mentre dall’altra parte del mondo i nostri omologhi giapponesi hanno dovuto vedersela con quella sorta di rebus spaccameningi dei sinogrammi.
Gerlini ha curato per Marsilio il primo volume di un progetto editoriale inedito (e non soltanto perché contiene anche testi giapponesi mai tradotti in italiano): Antologia della poesia giapponese. I. Dai canti antichi allo splendore della poesia di corte (VIII-XII secolo). Nell’Introduzione al volume, cui ne seguiranno due, fino a giungere ai nostri giorni, Gerlini dice molte cose che noi occidentali mediamente acculturati non potremmo immaginarci, portandoci oltre le porte di Tannhäuser (guarda caso, ecco un altro poeta, per quanto tedesco) che si aprono su un lontanissimo universo linguistico. Per esempio si dice che in Giappone il bilinguismo paritetico è proseguito fino agli inizi del Novecento; che i giapponesi lentamente si affrancarono dalla dittatura dei sinogrammi dotandosi dell’alfabeto fonetico dei katakana, molto più semplice da leggere e quindi da diffondere; che fu la scrittura onnade, cioè «per mano di donna», divergendo da quella otokode, cioè «per mano di uomo», a emancipare le lettere giapponesi. Così, seguendo la lezione del prof Gerlini, il lettore/studente completamente digiuno di sinologia e rimasto fermo alla fascinazione fluttuante di qualche haiku, quindi al XVII secolo, quando la lingua giapponese già si reggeva sulle proprie gambe, un po’ si preoccupa, aspettandosi una materia oscura e impenetrabile.
E sbaglia, perché fin dalle prime pagine dell’antologia che presenta i testi in giapponese e in italiano, scopre (vale a dire: ricorda) che, al netto degli artifici retorici, pur importantissimi e caratterizzanti ogni lingua, l’anima della Poesia distillata dai traduttori parla un solo idioma in tutto il mondo. Per tutte le poesie vale la definizione che di quella giapponese diede, fra IX e X secolo, il poeta e funzionario di corte Ki no Tsurayuki: «ha come seme il cuore dell’uomo, che si tramuta, ecco, in innumerevoli foglie di parola». Prendiamo ad esempio un canto shintoista: «Dai remoti tempi/ delle auguste divinità,/ le foglie di bambù nano/ prendendo in mano, dicono,/ si cantava e si danzava». Ma questo è Platone, quando nel Fedone riporta il detto dei preposti ai Misteri: «i portatori di ferule sono molti, ma i Bacchi sono pochi»… E prendiamo questi versi di Kasa no Iratsume dal Man’yoshu, la più antica antologia di poesia giapponese: «Come candida rugiada/ sull’erbe all’ombra della sera/ nella mia dimora/ che sembra svanire, vano/ è forse il mio rimembrarti». Non sentiamo un’aria petrarchesca, in quel «rimembrarti»? Eccola qui, Sonetto CCXXXI. «E ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora». E Mansei che scrive: «Il mondo umano/ a che cosa compararlo?/ A una nave che vogando/ lascia il porto all’alba/ senza tracce dietro di sé…» ci suona vicino al giovane e senile Leopardi come in questo Pensiero XXXIX: «Però parmi che i vecchi sieno alla condizion di quelli che partendosi dal porto tengon gli occhi in terra, e par loro che la nave stia ferma e la riva si parta». E ancora qui, in queste sinestesie: «Freddo il suono delle foglie che cadono…», oppure «La fredda voce del grillo, soffiata qui dal vento…», echeggia Foscolo: «mentr’io sentia dai crin d’oro commosse/ spirar d’ambrosia l’aure innamorate». L’amore, certo, e per giunta proprio quello cortese, sbocciato dalle parti dell’imperatore di turno, l’amore che trabocca per Minamoto no Yoshi: «Un corso d’acqua montana/ tra gli alberi/ freme nascosto, impetuoso/ il mio amore,/ e più non riesco oramai ad arginarlo», parallelo a quello di Alda Merini: «Ruscello vivo è l’amore che corre/ nei giardini dei poeti/ e genera rose, e genera pioggia e pianto».
Dunque, fra raccolte imperiali, sillogi personali, collezioni che escono dalla comfort zone dei palazzi nobiliari per scendere fino a sfiorare i sentimenti del volgo, questa antologia dell’antica poesia giapponese ci conforta. Mostrandoci un’altra, eccelsa interpretazione di uno spartito che è anche il nostro.
Nicola Barbato (Aversa, 1996), laureando in Filologia moderna all’Università di Napoli “Federico II”. Attore e drammaturgo, lavora come organizzatore di eventi artistici.
Un coltello tocca carne torna all’aria
e ancora sgambetta non sgambetta più
un merluzzo. Mio fratello è zoppo piange
piange chiama mamma e poi tratta male
mamma e mamma piange piange chiama
mamma ma mamma è morta.
*
Siamo il raggio di un mondo
che cigola. Una lettera al posto
di un’altra che le somigli ma parli
un’altra lingua.
*
Il mondo è dove ridere costa
caro come il pane e il latte;
è come lo starnuto che ti sveglia
dal sogno.
Nicola Barbato (Aversa, 1996), laureando in Filologia moderna all’Università di Napoli “Federico II”. Attore e drammaturgo, lavora come organizzatore di eventi artistici.
Biblioteca DEA SABINA
-La rivista «Atelier»-
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La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
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Poesie di Giampiero Neri- Grande solitario della Poesia italiana-
Giampiero Neri – Poeta e critico letterario e all’unanimità considerato uno dei maggiori poeti del Secondo Novecento Italiano nonché il più in ombra dei grandi maestri, come lo definì Andrea Cortellessa.
1. L’aspetto occidentale del vestito
A Giancarlo Majorino
Corso Donati, il metrò
scava diverse gallerie ai giardini
radici che non dissero inutilmente
le ossa di qualche romano in provincia
e una valigia di fibra
la ferrovia della stazione Nord,
ora non ricordo tutti i particolari
un tempo passato corre via dietro gli alberi.
Giampiero Neri
*
2.
La Pavonia maggiore o Saturnia
la farfalla Atropo ed altre specie notturne
sono un notevole esempio di mimetismo.
Si adattano in parte all’ambiente
per il colore più scuro e intenso
grigio bruno sulle ali
ma anche per i continui segni
che vi ricorrono in forma di cerchi
e nel modo uguali.
All’origine di questi ornamenti
si incontra una simmetria,
uno schema fissato in anticipo
muove insieme chi cerca
e chi ha interesse a non farsi riconoscere,
una corrispondenza alla fine.
*
3.
Il cattivo tempo è alle porte e consiglia la prudenza, come comanda nostra madre Chiesa.
In concreto il temporale minacciò di far volare un numero straordinario di carte.
Risultava sempre più difficile incontrare il professore, costantemente impegnato nella correzione di qualche compito.
E avendolo visto per caso:
“Il dottor Livingstone, suppongo” disse, mentre gli tendeva la mano attraversando vasti deserti di tavolini rossi e sedie impagliate.
*
4.
L’osservatore si orienta su alcuni particolari. Il colore delle foglie o la presenza di effimere sulle rive dei torrenti. Strani insetti che hanno breve vita, come dice il nome.
Verso il centro della riserva sta il falco rosso, cacciatore notturno. Durante il giorno è nascosto, ma qualche volta attraversa una valletta o una radura, molestato dai passeri.da: Liceo
5.
Villa Nena
La facciata era sicuramente liberty.
Come onde apparivano i balconi
verso il lago,
in parte nascosti dagli alberi.
Nella casa che è stata abbandonata
cigola la porta non chiusa,
della vecchia proprietà
non si hanno notizie da tempo.
E’ rimasto nel quadro alla parete
un documento del ’43,
un attestato che la signora è cittadina straniera
sotto la protezione del Consolato.
*
6
Due tempi
La civetta è un uccello pericoloso di notte
quando appare sul suo terreno
come un attore sulla scena
ha smesso la sua parte di zimbello.
Con una strana voce
fa udire il suo richiamo,
vola nell’aria notturna.
Allora tace chi si prendeva gioco,
si nasconde dietro un riparo di foglie.
Ma è breve il seguito degli atti,
il teatro naturale si allontana.
All’apparire del giorno
la civetta ritorna al suo nido,
al suo dimesso destino.
*
7
Pesce d’acqua dolce
Lavarello è il nome lombardo di un pesce che vive sul fondo del lago. Ha la testa piccola, come di chi deve pensare poco. Ma per la forma si adatta alla profondità. Il colore è bianco argento. Sta nei confini dell’acqua scura, fredda e si suppone pigro e pacifico.
Sul banco del pescivendolo si vede qualche volta, il corpo coronato dal rosso vivo delle branchie.
*
8
Capitolo ottavo, VII
Lo scrittore di provincia soffriva d’insonnia. Si dedicava a ricerche di interesse storico ma non aveva abbandonato i vecchi progetti letterari.
Stava leggendo il finale del capitolo ottavo “anche tu valoroso Casca, le tue lucertole sul muro”.
*
9
Delle misure, dei pesi, III
Del declinante mondo di Maria Signaroli
che abitava da noi in campagna
non si poteva domandare.
Oscillava fra le finestre della stanza,
qualche volta in giardino,
finché cadde sul pavimento.
Era una mattina se ricordo bene,
l’anno il ’32 o il ’33.
*
Giampiero Neri
10
Sovrapposizioni, I
Piegando indietro la testa, l’ospite imitò il verso di un gufo.
Una nota breve, simile a un abbaiare, a un colpo di tosse.
Aveva una barba rada, gli occhi grandi, giallastri.
*
11
IV
Del gufo reale o Sminteo, distruttore di topi, si può dire che è raro. Vive nei boschi abbandonati ma
imbattersi nel suo sguardo severo, nelle sue penne arruffate, può turbare.
Del suono kiok, kiok, del verso teck, teck.
Procedono dalla forma originaria, senza mutamenti. Segnali di un mondo scomparso.
Qualche volta si sente nella notte un richiamo stridulo, una voce alterata.
da : Dallo stesso luogo
13
Dallo stesso luogo alla memoria di Edoardo Persico
(Napoli 1900 – Milano 1936)
Come l’acqua del fiume si muove
contro corrente vicino alla riva
si disperde dentro fili d’erba
lontana dal suo centro
la memoria fa un cammino a ritroso
dove una materia incerta
torna con molti frammenti.
*
14
Dove il fitto bosco
scendeva con avvallamento profondo
verso un luogo nascosto
a un tratto gigantesco,
appariva mutato l’aspetto degli alberi
in quel punto
prendeva nome di orrido
.
*
15
Quella strana colonia
di rari villeggianti
era dispersa.
Dei loro campi di tennis
e vani conversari
era rimasto un eco di saluti notturni
di biciclette che si allontanavano
.
*
16
Viaggi I
Era una trappola per talpe
che aveva progettato, una tagliola
per la loro sortita allo scoperto
e del fumo insufflato nei cunicoli.
Ma era passato il tempo
si svolgeva un diverso avvenimento
anche noi diventati talpe
per il variare delle circostanze
*
da: Altri viaggi
17
Segnali
Dei vari colori
pericoloso è il giallo
accompagnato al nero
nella forma dell’ape
e di altre specie più rare,
e la diversità dei grigi
dei bianchi specialmente.
*
18
si era fermato e lasciato cadere la bicicletta
sulla strada, l’amico di mio padre
“se tutto doveva finire…” mi aveva detto abbracciandomi,
era stato il commento.
*
19
Variazione
Si nasconde il gufo sul ramo
durante il giorno,
si adatta a una diversa parte
nel suo breve travestimento.
Ma col variare della luce
abbandona la sua muta inoffensiva,
nella sua forma e figura
si presenta al rituale appuntamento.
*
20
Figura
In quella parte del campo
vicino al deposito di legna
si era levata una figura indistinta,
come una macchia più scura
nel buio della sera,
sembrava un cane che volava sopra i tetti.
*
21
Tracce
Presa fra i sassi dove si nasconde
la lumaca fa udire un breve suono
unico segno manifesto
della sua muta esistenza.
Del suo andare solitario
si vede qualche volta una traccia,
come una scia luccicante nell’erba.
Giampiero Neri
Biografia di Giampiero Nerinato a Erba (Como) nel 1927. è morto il 15 febbraio a Milano, dove ha vissuto dal 1950 – Poeta e critico letterario e all’unanimità considerato uno dei maggiori poeti del Secondo Novecento Italiano nonché il più in ombra dei grandi maestri, come lo definì Andrea Cortellessa. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: L’aspetto occidentale del vestito (Parma, Guanda, 1976), Liceo (ibid., 1986) e Dallo stesso luogo (Milano, Coliseum, 1992) confluite successivamente in Teatro naturale (Milano, Mondadori, 1988); Erbario con figure (Como, LietoColle, 2000) e Finale (Olgiate Comasco, Dialogolibri, 2002) sono invece parte di Armi e mestieri (Milano, Mondadori, 2004) cui seguono Paesaggi inospiti (Ibid., 2009). Molti gli studi sulla sua poesia ed i volumi pubblicati tra i quali si ricordano Giampiero Neri. Poesie e immagini, regia di Vincenzo Pezzella (Milano, Viennepierre, 2005), Giampiero Neri. Il poeta architettonico, a cura di Pietro Berra (Olgiate Comasco, Dialogolibri, 2005) Giampiero Neri. Il mestiere del poeta, a cura di Massimiliano Martolini (Ancona, Cattedrale, 2009), la traduzione apparsa negli Stati Uniti Natural Theater: Selected Poems, 1976-2009, introduzione e a cura di Victoria Surliuga, traduzioni di Ron Banerjee (New York, Chelsea Editions, 2010) e l’eccellente Giampiero Neri un maestro in ombra, a cura di Alessandro Rivali (Milano, Jaca Book, 2013). L’ultima raccolta di poesia pubblicata da Giampiero Neri è Il professor Fumagalli ed altre figure (Milano, Mondadori, 2012) ed è il volume che segna il distacco del poeta dalla poesia in favore delle prose brevi. Le brevi prose qui proposte sono una anticipazione del nuovo libro.
Federigo Tozzi Ecco i calici d’oro delle rime
si accendono e si spengono, a vicenda,
nel tepore dell’anima sublime,
che parmi, adesso, come una leggenda.
Federigo Tozzi è noto principalmente come narratore, in particolare con i romanzi Con gli occhi chiusi, Tre croci e Il podere. Esordì tuttavia come poeta e tra le sue raccolte compare Specchi d’acqua, di cui recentemente Gianfranco Lauretano ha curato per noi la pubblicazione, affiancata da uno studio sull’autore (G. Lauretano, Federigo Tozzi. Una rivelazione improvvisa, Raffaelli, 2020).Riportiamo alcuni esempi di queste liriche di Tozzi, composte probabilmente tra il 1909 e il 1911, che si addensano intorno a temi presenti anche nella sua prosa: la donna, la natura e il costante dialogo con l’anima. Buona lettura.
Di quando in quando, vedo la tua faccia
come un riflesso bello e inafferrabile,
che si dilegui senza alcuna traccia.
E l’anima diviene quasi labile.
[17].
V’erano sogni troppo sparsi e cose
sempre da dirti, che tu non sapevi.
Ma chi cogliere può tutte le rose?
Amica, i giorni nostri sono brevi;
e mentre che t’illude la bellezza
e l’anima tua trepida rilevi,
né men posso finire la carezza
che nella bocca aspetta e nelle mani.
Noi conosciamo poco l’allegrezza.
T’illudi più se credi che domani
avremo quel che non abbiamo ancora.
I nostri sogni sono più lontani.
L’autunno, lentamente, si scolora
e ci lascia avveduti del destino.
Noi sogneremo, forse, per un’ora.
Tu senti che, se vengo a te vicino,
come una volta più non mi puoi credere.
E diviene il tuo cor quasi indovino.
E tu di mano in mano devi cedere
a qualche cosa che è di noi più forte.
Labili son gli abbracci di queste edere.
È forse il velo eterno della morte,
che s’avvicina senza scampo a noi;
sì che anche le memorie sono corte.
Amica, non ritorna quel che vuoi.
[20]. PIOGGIA AUTUNNALE NEL BOSCO
Poi ch’io aspettavo ogni parola vostra,
ogni goccia su l’anima batteva;
e il bosco intorno, a modo di una chiostra,
il suo silenzio a intervalli schiudeva.
Io vi coglievo tutti i ciclamini,
per toccare così le vostre dita;
ma la pioggia tremava sopra i pini,
come ascosa tremava la mia vita.
Ed il silenzio mi parea una soglia
per l’indugio dell’anima dispersa;
e vidi distaccarsi qualche foglia
come una cosa mia che avessi persa.
[48].
Fra le selci il mio cuore ho ritrovato
sì che appena conoscere lo posso.
Ma quando nella mano mi ha aggravato
ben ho sentito il suo sorriso rosso
come una corsa dentro le mie vene.
Ma come lo perdei non mi sovviene.
Era forse una strana primavera,
ond’egli si sentiva più commosso
plasmandosi sì come fosse cera
sotto il sole che gli scendeva addosso.
Ma non m’avvidi quando si disfece
né di quando il Signore me lo fece.
È il mio cuore da vero, oppure sbaglio?
Io non lo so. Mi pare un cuore nuovo;
e per farmi rispondere, lo taglio
e lo trapasso tutto con un rovo.
Se fosse il cuore mio, con una rosa
io mi farei risponder d’ogni cosa.
Ed ecco che risponde: io sono il cuore,
che come un fiume limpido mi muovo;
io mando, quando voglio, un grande odore;
io sono il cuore che dolcezza piovo.
Ti sembro il cuore tuo che non t’è noto,
il cuore tuo sì inutile e sì vuoto?
Rifatti selce tacita, gli grido.
A me bastano gli alberi ondeggianti
nel vento allegro sì che io pure rido.
Mi bastano le stelle fiammeggianti
nel cielo che mi sembra tutto mio.
Tu non guastar questo sublime oblio.
Sbattiti con le selci quanto vuoi;
a me basta sognare fra i giganti;
e invece, cuore umano, tu mi annoi
e d’essere il mio cuore invan ti vanti.
L’anima è qualche cosa che si perde
e si rinnova come un ramo verde.
Federigo Tozzi
Federigo Tozzi-Scrittore italiano (Siena 1883 – Roma 1920). Dotato di una formazione letteraria da autodidatta, riportò nelle sue opere, spesso ambientate in un mondo provinciale e caratterizzate da accenti autobiografici, i sintomi di quella stessa crisi descritta dai contemporanei I. Svevo e L. Pirandello. Dopo le prose liriche Bestie (1917), pubblicò il romanzo Con gli occhi chiusi (1919) e le novelle poi riunite in Giovani e L’amore (entrambi del 1920), mentre molta parte della sua produzione venne pubblicata postuma.
Vita e opere
Perduta la madre, fece studi irregolari ed ebbe un’adolescenza e una giovinezza inquiete, soprattutto per i violenti contrasti col padre, gestore di una nota trattoria senese (cfr. la raccolta post. delle lettere alla fidanzata, Novale, 1925). Nel 1908 fu impiegato delle ferrovie a Pontedera e poi a Firenze, ma alla morte del padre tornò a Siena per vivere sulle poche terre ereditate. Aveva frattanto cominciato a scrivere poesie (pubbl. in due raccolte: La zampogna verde, 1911, e La città della Vergine, 1913) e racconti (uno dei quali, Ricordi di un impiegato, più tardi rielaborato, sarebbe apparso post. nel 1927) e a collaborare a riviste di provincia. Nel 1913 fondò a Siena, con l’amico D. Giuliotti, una rivistina, La Torre, durata pochi numeri (rist. anast. a cura di L. Giorgi, 1977), ispirata a posizioni spiritualiste e di cattolicesimo reazionario, cui T. era approdato dopo una giovanile adesione al socialismo. Nel 1914, costretto a vendere l’ultimo podere, si trasferì a Roma, dove visse anni assai duri (solo nel 1918 entrò nella redazione del Messaggero della Domenica, conoscendovi O. Vergani e L. Pirandello) ma di intensa creatività: la pubblicazione di Bestie, del romanzo Con gli occhi chiusi (1919, scritto nel 1912-13) e di alcune novelle gli procurò finalmente consensi e autorevoli appoggi, fra cui quello di G. A. Borgese. Un altro romanzo, Tre croci (1920), uscì subito dopo la sua morte, dovuta a un’improvvisa polmonite. Postumi apparvero anche i romanzi Il podere (1921) e Gli egoisti (1923) e il dramma L’incalco (1923). Pur essendosi formato fuori dalle correnti letterarie più vive (culminanti in quegli anni nel movimento della Voce) e su disordinate letture, che dagli antichi scrittori senesi giungevano fino a Verga, Dostoevskij e soprattutto D’Annunzio (i cui echi sono frequenti nelle sue poesie), T. fu tra i primi della sua generazione ad avvertire la necessità di uscire dal dilettantismo delle sensazioni per scavare nella propria coscienza e interrogarsi sul senso delle cose; così come, pur essendo portato a un impressionismo lirico a fondo paesistico (felicemente testimoniato dalle prose di Bestie), per molti aspetti vicino al frammentismo dei vociani, meglio e prima di questi egli sentì che occorreva trasporlo in forme oggettive, in narrazione e personaggi (donde la rivendicazione che del significato della sua opera farà la successiva generazione di narratori). Ma se è vero che un residuo di rancoroso autobiografismo contrasta talvolta con tale ricerca di oggettività, è altresì vero che, nel chiuso mondo provinciale da lui descritto, dove gli antichi valori contadini ancora confliggono con quelli della piccola borghesia cittadina e si soffre per meschini interessi e inconfessabili passioni, nel disagio e nel fallimento esistenziale dei suoi personaggi è possibile cogliere i sintomi di quella stessa crisi, inettitudine e smarrimento che, da altri angoli visuali, venivano scoprendo i contemporanei Svevo e Pirandello. Significativi dei suoi gusti e interessi letterari sono altri lavori di T. (Antologia d’antichi scrittori senesi, 1913; Mascherate e strambotti della Congrega dei Rozzi di Siena, 1915; Le cose più belle di Santa Caterina da Siena, 1918; gli scritti critici raccolti in Realtà di ieri e di oggi, post., 1928), mentre alla sua attività creativa vanno ancora ascritti i Nuovi racconti (1960) e Adele. Frammenti di un romanzo (1979), entrambi a cura del figlio Glauco, nonché i testi teatrali, le prose Cose e persone e altri inediti, riuniti, a cura dello stesso, nell’edizione completa e definitiva delle Opere (5 voll., 1961-81). Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani
La Poetica di Vincenzo Cardarelli -Poesie e opere di Vincenzo Cardarelli, poeta e scrittore appartenente alla corrente letteraria dell’Avanguardia. Successivamente Cardarelli vivrà un ritorno al classicismo rifacendosi ad autori come Leopardi e Pascoli.
Dopo la premessa con «La Ronda» e i suoi ideali risulta più semplice capire quale sia la poetica di Cardarelli, visto che lui è uno dei co-fondatori della rivista letteraria.
Versi discorsivi Cardarelli punta a una poesia dove i versi abbiamo uno svolgimento discorsivo che possa mettere in luce i segreti moti psicologici dell’autore; con armonia, ma sempre con urgenza; con un ritmo implacabile, con uno scopo a rivelarsi subito chiaro.
Una poesia che ragiona, colloquialeUna poesia che ragiona, come un lungo colloquio dell’anima. Colloquiale ma non per ironia come accadeva ai poeti crepuscolari; prosaica ma non per questo meno ricercata e intimamente lirica. Una poesia, quella di Cardarelli, che è discorso sempre in atto, fluente, vivido.
Le parole di Cardarelli Dice di sé stesso il poeta:
«che la mia poesia “discorra” non c’è dubbio. Anzi corre precipitosamente allo scopo, con un ritmo che non ammette divagazioni, non concede indugi, quantunque non sempre in modo graduale e pacifico. Più spesso procede per giustapposizione di idee o d’immagini, per rifrazioni di un medesimo concetto che, accennato fin dalle prime sillabe, si svolge, se mi è permesso di dirlo, come un tema musicale. È la mia maniera di esprimermi».
Il tempo: ossessione ed occasioneLa soggettività di Cardarelli si spande nel tempo perché il tempo è la tela del suo io, come l’autoritratto non potesse mai davvero finire; se non con la morte, ovviamente. E allora il tempo è ossessione ed occasione insieme. Non interessa tanto il tempo storico, quanto il tempo in cui l’io ha modo di scoprire il suo passaggio silenzioso nell’esistenza.
Il brano Idea della morteSi legge nel brano Idea della morte (1918), incluso in Viaggi nel tempo (1920):
«Sono turbato dalla sensazione del tempo come un pericolo assiduo. Il desiderio, spesso spropositato in me, di abbandonarmi, è vinto da una vaga inquietudine senza causa, che urge e mi consiglia di levarmi su, presto, come se ad ogni istante si potesse correre il rischio di perdere tutto il tempo in una volta, tutte le probabilità e le occasioni. […] E mentre noi che ne andiamo, ilari e distratti, per la nostra strada, egli ci cammina dietro, e allorché, trasalendo, ci rivolteremo per guardarlo, ci avrà già passati».
Il tema del tempoIl tema del tempo si lega a quello dell’occasione perduta e dell’infanzia passata inesorabilmente.
Il tema del vagabondaggioC’è anche il tema del vagabondaggio, spiccatamente autobiografico, perché Cardarelli si percepisce come un uomo sempre messo al bando.
La sofferenza permea ma non spezza il rigore espressivo e logico della poesia di Cardarelli che riesce sempre a trovare la giusta armonia e una mai acquietata dolcezza.
Il concetto di «impassibilità»Mengaldo sottolinea il concetto di «impassibilità», come capacità di volgere l’ispirazione «indifferentemente su tutte le cose, come si diffonde la luce». E aggiunge che questa definizione dello stesso poeta «chiarisce benissimo le motivazioni del cosiddetto classicismo cardarelliano, in quanto rifiuto delle salienze espressive e dell’esposizione violenta di singoli particolari in nome di un’equa distribuzione dell’energia stilistica su tutta la superficie del testo…» (Poeti italiani del Novecento, 366).
Vediamo alcune delle poesie più rappresentative di questo poeta, cercando di dare un piccolo commento a ognuna. Non serve la parafrasi perché non si parla più in italiano antico!
Il tema del tempo è molto importante per CardarelliAbbiamo detto che il tema del tempo è di assoluta importanza per Cardarelli. Lo è per tanti poeti, in verità, se non per tutti. Cardarelli ha comunque un modo tutto suo di esprimerlo: ora dolce, ora terribile; ora occasione, ora rimpianto.
Il tempo: passaggio in cui la realtà si rinnova Il tempo è anche il passaggio in cui la realtà si rinnova. Come se fossimo in un sonetto della corona dei mesi, Cardarelli sceglie di parlarci di febbraio, il mese più corto dell’anno, un mese piccolo e sempre bambino.
VINCENZO CARDARELLI
Febbraio
Febbraio è sbarazzino.
Non ha i riposi del grande inverno,
ha le punzecchiature,
i dispetti di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.
Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
periglioso e mutante.
L’amore, il tema dei poetiL’amore è il tema dei poeti: quanto è difficile parlarne? Quanto è difficile scriverne? Scommetto che tutti ci abbiamo provato ad esprimere questo sentimento su carta per poi capire che non ne siamo capaci.
Cardarelli innamoratoCompito sopraffino da lasciare ai poeti, che parlano per noi tutti. In questa poesia Cardarelli si accorge di essersi innamorato: se ne accorge dallo sguardo di lei triste e felice a un tempo.
Nella mancanza di lei, come in un provenzale “amore da lontano”, il poeta si agita e pensa a cosa sta accadendo e a come quel sentimento, come un uccellino si sia aggrappato ai rami del suo cuore.
Amore
Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei cosí m’hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
piú e piú insistente all’anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch’è notte e s’agita,
nell’aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro, incredulo amore, piú per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto che geme.
Amore e primavera vanno insieme.
La fine di un amore Gli amori dei poeti di norma finiscono tutti. Ma come è dolce il finire delle cose, a volte, quanto è strano di colpo capire che qualcosa è finito. Sotto i nostri occhi, d’improvviso.
L’addioE qualcosa si spezza in noi e quella vita, quella possibilità, quella promessa di giorni felici svanisce per sempre. Resta solo il ricordo, amaro, poi magari più dolce e sbiadito, come una luce che passa attraverso le tende. In questa poesia l’addio è netto, deciso: «Non mi lasciasti nessuna speranza», dice Cardarelli.
Ed è così che di lei resta solo lo spettro, un compagno silenzioso e fastidioso; quel silenzio è un baratro dove l’assenza sembra chiamare a sé ogni cosa.
Crudele addio
Ti conobbi crudele nel distacco.
Io ti vidi partire
come un soldato che va alla morte
senza pietà per chi resta.
Non mi lasciasti nessuna speranza.
Non avevi, in quel punto,
la forza di guardarmi.
Poi più nulla di te, fuorché il tuo spettro,
assiduo compagno, il tuo silenzio
pauroso come un pozzo senza fondo.
Ed io m’illudo
che tu possa riamarmi.
E non fo che cercarti, non aspetto
che il tuo ritorno,
per vederti mutata, smemorata,
aver noia di me che oserò farti
qualche amoroso e inutile dispetto.
I ricordiNascono ombre smisurate da corpi troppo brevi, perché breve è il loro passaggio nel tempo. I ricordi sono così: uno «strascico di morte».
Nostalgia e rimpiantoCon una metafora truce e dolorosa, Cardarelli ci porta nella dimensione della nostalgiae del rimpianto che l’amore genera in lui. I ricordi sono «fantasmi agitati da un vento funebre», per riprendere l’immagine dello spettro della poesia precedente, cara al poeta.
La donna amata è un ricordo e quindi, implicitamente, uno spettro che si aggira nella memoria del poeta (la parola «trapassata» si usa infatti per i morti).
L’ultimo sussulto della storia, prima del commiato, è nella consapevolezza che il tempo raggiunge ogni cosa e che l’amore è un fuoco che brucia e agita quel tempo, breve, concesso alla vita.
Passato
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
L’Attesa“Attesa” è giustamente una delle poesie più famose di Cardarelli, per dolcezza, malinconia e finanche lieve candore delle immagini. Come nei poemi cavallereschi l’amore è una ricerca attiva o passiva: possiamo andare incontro all’amata come il furioso Orlando di Ariosto o possiamo attendere l’arrivo dell’amata, alla finestra, febbricitanti nell’attesa.
Amore e solitudineL’amore ha un modo tutto suo di disattendere l’una e l’altra dinamica. Se cerchiamo, non troviamo. Se aspettiamo, non arriva. E allora l’amore si fa compagno della solitudine, intensa esplorazione dell’altro dentro di noi.
È un’assenza che si colma di senso. L’assenza della donna amata brilla tumultuosa come una stella. Come un temporale che, eccolo, è lì, pronto a scrosciare con impeto, ma poi se ne va verso altri luoghi.
L’amore è tutto. Saffo lo definiva dolce-amara bestia. Cardarelli lo vorrebbe coprire di fiori, ma anche di insulti.
Attesa
Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.
Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.
AMICIZIA
Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam rispettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.
ATTESA
Oggi che t’aspettavo non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che hai lascito,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
S’annuncia e poi s’allontana,
cosi’ ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere, ha di quest improvvisi pentimenti.
Silenziosamente ci siamo intesi.
Amore, Amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.
GABBIANI
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
PASSATO
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
SERA DI LIGURIA
Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
s’accendon le finestre ad una ad una
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare.
SCHERZO
Il bosco di primavera
ha un’anima,una voce.
è il canto del cucù
pieno d’aria,
che pare soffiato in un flauto.
Dentro il richiamo lieve
più che l’eco ingannevole,
noi ce ne andiamo illusi:
Il castagno è verde tenero.
Sono stillanti persino
le antiche ginestre.
Attorno ai tronchi ombrosi,
fra giochi di sole,
danzano le amadriali.
PRIMAVERA
Oggi la primavera
é un vino effervescente.
Spumeggia il primo verde
sui grandi olmi fioriti a ciuffi:
Verdi persiane squillano
su rosse facciate
che il chiaro allegro vento
di marzo pulisce:
Tutto è color di prato.
Anche l’edera è illusa,
la borraccina è più verde
sui vecchi tronchi immemori
che non hanno stagione.
Scossa da un fiato immenso
la città vive un giorno
d’umori campestri.
Ebbra la primavera
corre nel sangue.
PASSAGGIO NOTTURNO
Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch’io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m’investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M’è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch’io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.
AUTUNNO
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
ABBANDONO
Volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa là, verso oriente.
Ma son rimasti i luoghi che ti videro
E l’ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.
ALLA MORTE
Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppo volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte non mi ghermire
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.
BALLATA
Ecco la casa ov’io vidi la luce
e la chiesa lì accanto,
dove fui battezzato.
Consolanti evidenze!
Qui antiche donne vivono, mai sazie
di ricordare.
E narrano una storia
ch’io so a memoria e non vorrei sapere.
Narrano la mia storia famigliare.
Dicono che una notte,
col cuore fasciato
di crudeltà e d’ira fredda,
un uomo fece guasto
senza pietà nei suoi affetti più sacri,
disperse una famiglia appena in fiore.
E la casa natale era al mattino
tranquilla e disertata
come se visitata
l’avessero le streghe.
Il tempo come un ciclone
spazzò da questi luoghi
le care immagini.
Di ciò che fu non rimane
che un tacito agitarsi
di memorie e di ombre.
Ma quelle voci ch’io dico
sono implacabili e vive.
Lamentose quale un funebre canto,
alla pietà l’invettiva alternando,
mi rammentano come, ancora in fasce,
m’abbia poco la sorte vezzeggiato.
SERA DI GAVINANA
Ecco la sera e spiove
sul toscano Appennino.
Con lo scender che fa le nubi a valle,
prese a lembi qua e là
come ragne fra gli alberi intricate,
si colorano i monti di viola.
Dolce vagare allora
per chi s’affanna il giorno
ed in se stesso, incredulo, si torce.
Viene dai borghi, qui sotto, in faccende,
un vociar lieto e folto in cui si sente
il giorno che declina
e il riposo imminente.
Vi si mischia il pulsare, il batter secco
ed alto del camion sullo stradone
bianco che varca i monti.
E tutto quanto a sera,
grilli, campane, fonti,
a concerto e preghiera,
trema nell’aria sgombra.
Ma come più rifulge,
nell’ora che non ha un’altra luce,
il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.
Sui tuoi prati che salgono a gironi,
questo liquido verde, che rispunta
fra gl’inganni del sole ad ogni acquata,
al vento trascolora, e mi rapisce,
per l’inquieto cammino,
sì che teneramente fa star muta
l’anima vagabonda.
ESTIVA
Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
AUTUNNO VENEZIANO
L’alito freddo e umido m’assale
di Venezia autunnale,
Adesso che l’estate,
sudaticcia e sciroccosa,
d’incanto se n’è andata,
una rigida luna settembrina
risplende, piena di funesti presagi,
sulla città d’acque e di pietre
che rivela il suo volto di medusa
contagiosa e malefica.
Morto è il silenzio dei canali fetidi,
sotto la luna acquosa,
in ciascuno dei quali
par che dorma il cadavere d’Ofelia:
tombe sparse di fiori
marci e d’altre immondizie vegetali,
dove passa sciacquando
il fantasma del gondoliere.
O notti veneziane,
senza canto di galli,
senza voci di fontane,
tetre notti lagunari
cui nessun tenero bisbiglio anima,
case torve, gelose,
a picco sui canali,
dormenti senza respiro,
io v’ho sul cuore adesso più che mai.
Qui non i venti impetuosi e funebri
del settembre montanino,
non odor di vendemmia, non lavacri
di piogge lacrimose,
non fragore di foglie che cadono.
Un ciuffo d’erba che ingiallisce e muore
su un davanzale
è tutto l’autunno veneziano.
Così a Venezia le stagioni delirano.
Pei suoi campi di marmo e i suoi canali
non son che luci smarrite,
luci che sognano la buona terra
odorosa e fruttifera.
Solo il naufragio invernale conviene
a questa città che non vive,
che non fiorisce,
se non quale una nave in fondo al mare.
ILLUSA GIOVENTU’
O gioventù, innocenza, illusioni,
tempo senza peccato, secol d’oro!
Poi che trascorsi siete
si costuma rimpiangervi
quale un perduto bene.
Io so che foste un male.
So che non foco, ma ghiaccio eravate,
o mie candide fedi giovanili,
sotto il cui manto vissi
come un tronco sepolto nella neve:
tronco verde, muscoso,
ricco di linfa e sterile.
Ora che , esausto e roso,
sciolto da voi percorsi in un baleno
le mie fiorenti stagioni
e sparso a terra vedo
il poco frutto che han dato,
ora che la mia sorte ho conosciuta,
qual essa sia non chiedo. Così rapida
fugge la vita che ogni sorte è buona
per tanto breve giornata.
Solo di voi mi dolgo, primi inganni.
AUTUNNO
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
OTTOBRE
Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulla vigne saccheggiate.
Sole d’autunno inatteso,
che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlti al peggio e la morte nell’anima.
Ecco perché ci piaci,
vago sole superstite
che non sai dirci addio,
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.
ADOLESCENTE
Su te, vergine adolescente,
sta come un’ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell’attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l’imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l’oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell’occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l’amore
nel cuor dell’uomo!
Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.
* * * * * * * * * *
VINCENZO CARDARELLI
BIOGRAFIA DI VINCENZO CARDARELLI:
1887 – Vincenzo Cardarelli (il suo vero nome ra Nazareno) nasce a Corneto Tarquinia (Viterbo) il primo maggio. Da giovane pratica diversi mestieri e studia in modo irregolare.
1905 – È l’anno della morte del padre. Abbandona il paese natale, al quale fu per sempre legato da un rapporto di odio e amore, a causa dell’infanzia infelice e solitaria che vi aveva trascorso, lui afflitto da una menomazione al braccio sinistro spesso veniva affidato alla carità e alla cura di estranei.
1906 – Giunge a Roma, privo di una regolare istruzione, in cerca di fortuna; si accosta agli ambienti socialisti iniziando una attività giornalistica che lo porterà alla redazione dell’Avanti!. Inizia la relazione amorosa con la scrittrice Sibilla Aleramo, che si esaurirà nel 1912. Intanto prosegue nelle sue intense seppure disordinate letture e, abbandonate le velleità socialiste, entra in contatto con gli ambienti culturali che gravitano attorno alle principali riviste: nel 1911 invia alla Voce prezzoliniana uno studio su Charles Pégluy e inizia una assidua collaborazione al “Marzocco”.
Pubblica anche lo scritto Metodo Estetico e le prime poesie sparse. Particolarmente significativa è, in questa fase, il sodalizio con Riccardo Bacchelli, mentre fallisce il progetto a lungo vagheggiato di dare vita a una nuova rivista. Nella capitale collabora, prima del conflitto mondiale, a numerose riviste: Il Marzocco, La Voce, Lirica ed è tra i fondatori de La Ronda.
La Civita, Corneto, Roma, le memorie della sua infanzia solitaria e della sua focosa gioventù, sono i temi essenziali di un’opera che pur senza essere abbondante costituisce un alto e raro esempio di coerenza e di coscienza artistica.
Ma sarebbe difficile, e probabilmente arbitrario voler isolare nella sua produzione questo o quel titolo di una singola opera, perché Cardarelli è soprattutto il creatore di uno stile. A tale esigenza massima egli subordina, quando era in vita, ogni altra ambizione e ogni ricerca di un successo facile ed effimero.
1916 – Esce Prologhi, una raccolta di brevissime prose. Nel medesimo anno collabora alla Voce di Giuseppe De Robertis, maturando via via quelle convinzioni di un ritorno all’ordine e alla tradizione da cui nascerà nel 1919 l’esperienza decisiva della Ronda. Della rivista Cardarelli fu fra i più strenui ispiratori, dirigendola fino al 1923, quando cessò definitivamente le pubblicazioni.
1929 – Vince il Premio letterario Bagutta per il libro Il sole a picco
Io nacqui forestiero in Maremma, di padre marchigiano, e crebbi come un esiliato, assaporando con commozione tristezze e indefinibili nostalgie. Non mi ricordo la mia famiglia, né la casa dove son nato, esposta a mare, nel punto più alto del paese, buttata giù in una notte come dall’urto di un ciclone, quando io avevo due anni appena.
Sono venuto a conoscere mio padre un giorno che, nientedimeno, aveva sposato, e io soffiavo nel fornello a tutto andare, con una ventola nuova nuova. Ci fu un tempo ch’io vissi sotto la protezione d’un angelo custode e non ne ho altro ricordo se non che ero un ragazzo come tutti gli altri, curato, ben vestito e corretto con severità ed amore. Il destino, dopo avermi tolto la madre mi aveva regalato in compenso una matrigna, tutta d’oro, dal cuore alle mani. Me la aveva portata da lontano, parlava un dialetto settentrionale.
Tutta questa felicità durò poco, tre anni appena. Un dopo pranzo, che tornavo dalla scuola, passando davanti alla camera dove la mia cara madre giaceva malata e mentre son lì per entrare (ma già mi aveva sorpreso il lenzuolo che le avevano tirato fin sopra il capo) due braccia mi sollevarono e mi deposero nella camera accanto, dove una sorella della morta stava, in quel momento, levandosi di letto, dopo aver trascorso la notte vicino a lei. Erano quelle di mio padre.
Da allora la mia esistenza si complicò. I confini della mia famiglia si confusero e si dispersero. Non potendo badare a me, mio padre si vide costretto a collocarmi ora qui ora là, a dozzina. Conobbi altre case, dove fui accolto e trattato quasi in qualità di parente, attesa la mia facilità a familiarizzare. Il mondo mi allevò. […]
Per farla corta, mio padre pretendeva che io diventassi nient’altro che un buon commerciante, alla sua maniera. Ecco la ragione vera per cui non volle che studiassi e fece, senz’accorgersene, la mia rovina. […]
A sedici anni, cioè un anno avanti che mio padre morisse, ero già lontano da lui e dal mio paese. […]
Per vivere, nei primi anni, dovetti fare i mestieri più vari: addetto a vigilare l’andamento delle sveglie in un deposito d’orologi; ammanuense nello studio d’un bisbetico avvocato piemontese e socialista; impiegato nella segreteria della Federazione metallurgica; contabile; infine giornalista.
1948 – “Villa Tarantola” vince il Premio Strega per la prosa.
1959 – Muore il 18 giugno nell’Ospedale del Policlinico di Roma. Egli riposa ora nel cimitero di Tarquinia, di fronte alla Civita etrusca secondo la volontà espressa nel testamento. La Civita etrusca, che il poeta ha così di frequente evocato nelle sue poesie e nelle sue prose, aveva ai suoi occhi più il valore di un simbolo morale che non di un tema autobiografico: era stato il faro che lo aveva guidato durante la sua avventurosa navigazione tra gli scogli dell’esistenza. Visse nella povertà e nella solitudine, e morì a settantadue anni ancora più povero e più solo.
LE OPERE
Narrativa e Poesia:
• Prologhi, Milano, 1916;
• Viaggi nel tempo, Firenze, 1920;
• Terra genitrice, Roma,1935;
• Favole e memorie, Milano, 1925;
• II sole a picco, Bologna, 1928; Premio Bagutta 1929
• Prologhi viaggi, favole, Lanciano, 1929;
• Giorni in piena, Roma, 1934;
• Poesie, Roma, 1936 ristampa accresciuta, Roma, 1942;
• Rimorsi, Roma, 1944;
• Lettere non spedite, Roma, 1946;
• Poesie nuove, Venezia, 1946;
• Solitario in Arcadia, Milano, 1947;
• Villa Tarantola, Milano, 1948;Premio Strega
• Poesie, Milano, 1949;
• Invettiva ed altre poesie disperse, Milano, 1964;
• Autunno, sei vecchio, rassegnati, a cura di C. Martìgnoni, Lecce, 1988;
• Opere complete, a cura di G. Raimondi, Milano, 1962;
• Opere, a cura di C. Martignoni, Milano, 1981.
I prologhi
In quasi tutte le prose e le poesie contenute nella raccolta, le parole usate da Cardarelli sono lineari. Il mondo rappresentato è un mondo intellettuale, senza mistero. I temi che affiorano più spesso, oltre a quelli dell’addio, del distacco, della solitudine, dello sgombero, sono la morte (“Angosce letargiche le quali sono state i miei anticipi di morte”), l’anima (“Sento che il tempo cade e fa rumore nell’anima mia”), la purità (“Io sono grato al male per gli obblighi di purità che mi ha posti”), la carne (“Perché io ho ecceduto nella carne fino all’ironia”).
I viaggi nel tempo
Fin dalle prime prose e liriche, si avvertono i fremiti precorritori di un mutamento radicale e di un trapasso di paesaggio oltre che di clima. La composizione delle liriche coincide con il ritorno dello scrittore a Roma, dopo i suoi vagabondaggi in Italia e all’estero. L’ansia, l’inquietudine che avevano dominato la gioventù di Cardarelli e nelle quali si doveva ravvisare l’origine delle sue molteplici e disordinate esperienze umane e culturali, si placano via via a contatto con Roma, la città dei suoi sogni, la circe mondiale, la reggia favolosa che i papi costruirono a consolazione dei derelitti.
Settembre a Venezia, Autunno Veneziano
Autunno, Ottobre
Liguria, Sera di Liguria
Questi tre gruppi di liriche hanno molti punti in comune. Si compongono ognuno di una lirica breve, simile ad un “mottetto” musicale, alla quale si contrappone una poesia più elaborata, maggiormente orchestrata, una “sonata” o un canto a più voci. Ma l’elemento di partenza è lo stesso: una stagione, una città, un ricordo, un’emozione. Nelle prime due liriche di argomento veneziano il poeta traduce in note musicali le sensazioni suscitate nel suo animo dal trapasso dall’estate all’autunno.
LO STILE
Nel 1919, ormai affermatosi negli ambienti letterari della capitale, Cardarelli fondò la rivista La Battaglia, dalle cui pagine cominciò a combattere quella che sarebbe stata la lunga battaglia letteraria della sua vita: la restaurazione del classicismo, inteso come severa disciplina.
La restaurazione cardelliana muove dalla riscoperta e dalla rivalutazione dell’opera di Leopardi. Cardarelli, da mente acuta di critico quale era, si era accorto che l’operazione di fondo da realizzare per riportare la poesia nel suo alveo e nei suoi giusti limiti era quella di ricreare lo stile, senza il quale, i contenuti non possono che produrre oratoria. Il suo limite consiste forse nell’aver identificato lo stile con quello di una tradizione ben determinata, il suo merito sta invece nell’aver restituito alla lingua, vergini e brillanti come nuovi, parole e modi di dire consumati dal cattivo uso, sbiaditi dalla genericità dei contesti e praticamente privi della loro significazione.
Ad un ideale di classica compostezza, di perfezione stilistica e di limpidezza formale restò fedele in tutto l’arco della sua produzione: versi prima dispersi in alcuni volumi di prose e poi raccolti in Poesie nelle tre edizioni del 1936, 1942 e 1958. E’ una poesia ragionata, nella quale il discorso si sviluppa e si stende con limpidezza e fluidità, tutto avvolto da un tono meditativo, che comunica al lettore quasi sensibilmente un desolato senso di vivere.
I TEMI DELLA POESIA
Cardarelli fu un conversatore brillante ed un letterato polemico e severo, avendo vissuto una vita vagabonda, solitaria e di austera e scontrosa dignità. Suoi maestri sono stati Baudelaire, Nietzsche, Leopardi, Pascal, i quali lo hanno portato ad esprimere le proprie passioni con un senso razionale, senza troppe esaltazioni spirituali. La sua è una poesia descrittiva lineare, legata a ricordi passati di qualunque tipo, siano paesaggi animali persone e stati d’animo, che vengono espressi con un uso di un linguaggio discorsivo e nello stesso tempo impetuoso e profondo.
I temi ricorrenti nelle sue liriche sono il trascorrere delle stagioni, avvertito come simbolo dell’eterna mutevolezza delle cose, lo sfiorire dell’adolescenza e della bellezza, i vagheggiamenti dell’infanzia e dei paesaggi ad essa collegati. Sia nell’esplosione della vitalità estiva o sia nel malinconico disfarsi del paesaggio autunnale, il trascorrere delle ore del giorno e delle stagioni diventa simbolo delle vicissitudini della vita. Come scrive nella prima strofa di Ottobre:
Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
Dal colore che inebria,
Amo la stanca stagione
Che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
Nulla più mi consola,
Di quest’aria che odora
Di mosto e di vino,
Di questo vecchio sole settembrino
Che splende nelle vigne saccheggiate.
Paolo Ruffilli è nato a Rieti Ha pubblicato di poesia: La quercia delle gazze (Forum, 1972, 2a ed. 1974), Quattro quarti di luna (Forum, 1974, 2a ed. 1976), Notizie dalle Esperidi (Forum, 1976), Piccola colazione (Garzanti, 1987, 3a ed. 1996, American Poetry Prize), Diario di Normandia (Amadeus, 1990, Premio Montale), Camera oscura (Garzanti, 1992, 3a ed. 1996), Nuvole (con foto di F. Roiter, Vianello Libri, 1995, 3a ed. 2000).
Paolo Ruffilli,Poeta reatino
POESIE
da LE COSE DEL MONDO
IL MAI PIU’ Il termine ridotto
all’incredibile, con
tutti i suoi
sospesi, rimorsi
e sottintesi. Un
punto fermo al
resto che si muove,
pensato e ripetuto
pronunciato
come dato impossibile:
“Mai più”.
Per ciò
che si poteva
e che non fu.
SERVI DEL MONDO
Le falsità dell’intelletto,
gli oscuri mostri
del pensiero, l’effetto
delle vane immagini
sul cuore, l’eterno
ricorso alle risorse
dell’amore, l’ombra
del vero eluso senza
reale soluzione. Con solo
un dato certo, in fondo,
neppure più la previsione
del tempo perso
per servire il mondo.
IN USO DI LITOTE “Non offendendo
non essere offeso
e, non godendo,
nemmeno patire”
…un sofisma sottile
– non c’è che dire – però
velato dall’alone
debordante della litote.
Quel che è distrutto
patisce e, no,
quel che distrugge
non gode, nonostante.
CHIUSI NEL SOGNO Nati dal corpo
di natura, distaccati
e alzati in volo, ma
ricaduti in ansia
e per paura.
Eppure amando
per se stessa,
sì, la vita.
Disamorati
delle cose umane
per l’esperienza
ma poco a poco
assuefatti a rimirarle,
quelle, da lontano
e, nel distacco,
vedendole più belle.
Disposti a sopportare
disagi e strazi
misfatti ed infortuni.
Chiusi nel sogno
intatto di uscirne,
chissà come, immuni.
L’OGGETTO DEL PENSIERO E’ un’astrazione
e non un fatto:l’oggetto
di un pensiero
un concetto
più che un sentimento
uno stato desiderato
inseguito dalla mente
eppure insoddisfatto
perduto prima
di averlo conquistato
e, dunque, mai goduto
(sempre sul punto
di essere… ) creduto
e delirato:
il senso del piacere.
Paolo Ruffilli,Poeta reatino
NECESSITA’ DELL’INGANNO Da me forniti a me
e usati, per dovere,
via via lasciati
andare tali e quali
intanto a fondo.
Nonostante sia inutile
sapere che il sole
si è levato o tramontato
che fa caldo o freddo
che qua e là
è piovuto o nevicato.
Mi faccio imbrogliare
dai segnali partiti
dall’oggetto morto
per l’amore
che ancora porto
mio malgrado
ai vizi capitali.
NELL’ATTESA DELL’EVENTO Il nome non ancora
pronunciato:
ciò che, nel giro
della mente, ogni volta
si ripete per intero
eppure non è stato…
in un innesco continuato
dell’azione rimasta
(intricata e sciolta)
nell’appiglio
dei suoi stessi uncini.
LA GIOIA E IL LUTTO L’accendersi e
lo spegnersi
(per caso?) della vita
la traccia luminosa
la scia che lascia
dietro a sé
quello che è stato
amato o non amato
comunque sconosciuto
la gioia e il lutto:
precipitato, tutto,
nel cieco vaso
tra le braccia del buio.
L’orma appassita
eppure rifiorita
di ogni cosa.
L’ombra e l’odore
neppure più il colore
il pensiero pensato
della rosa.
L’INTANTO L’origine segreta
la fessura
la scaturigine
la fonte, di un proiettarsi
al meglio, al positivo.
In ciò che, stante,
creduto per durare
diventa poi stato
inamovibile cessato.
Ma, intanto, è geiser
soffione boracifero
spumante.
SOGNO E REALTA’ In un gioco di specchi
sogno e realtà,
moltiplicandosi
nell’effetto miscuglio
– cocktail o frullato
intruglio o elisir –
hanno inventato
ed, ecco, rivelato
l’universo della vita
in una sfida stravagante
facendo eterno andare
di ogni istante,
oceano del poco mare
attraversato
e transatlantico
del piccolo natante
che vi si è sopra avventurato.
FELICITA’ Di fronte a ciò che muta
e dura senza posa
non vale l’intenzione
magari scrupolosa
di chi si pone
a metà del corso
la questione
e incerto si risponde
che, messa in conto
solo massimale,
la felicità
invece si confonde
con la dissolvenza stessa
di ogni cosa.
UCCISIONI La violenza che gonfia
e scoppia fuori
saltata via la crosta,
la potenza mortale
di aguzzini e stupratori
in versione pressoché normale,
con le mani affondate
nel sangue di una vittima
ogni volta rinnovata
e lo scempio, poi,
della carne martoriata
agnello di una propria
colpa originale,
la ferita a tutto tondo
con su marcata l’intenzione
di farne l’ostensione.
Il coltello del cupo
sacrificio rituale
nei profani scannatoi
di questo mondo.
Paolo Ruffilli,Poeta reatino
da CAMERA OSCURA
*
(Nell’abito di organza
traforato,
sta in posa
su di un piccolo divano.
Un braccio è
abbandonato
sul punto di cadere.
Sostiene il mento
con la mano.
Sotto la frangia,
fissa in lontananza
gli occhi neri.)
Presto invecchiata
dal mestiere,
sulla sedia in ombra
nella stanza,
tenendo tutto il giorno
il suo cappello,
cantava piano, senza
più sapere cosa,
lo stesso ritornello:
“il falchetto cacciavento
piomba a terra
in un momento”.
Astro, folgore, cometa,
freccia d’argento.
Anche la traccia
luminosa…
è tutto spento.
*
(Il bambino appoggiato
alle ginocchia
di suo padre,
che muove intento
la manopola
e muto addita.
Con la madre
che guarda, rapita
e tesa sulla radio.
Nel cerchio d’oro
del salotto.)
Si può dire
ch’io sia nato
e poi cresciuto,
via via allevato
all’ombra del decoro.
Disposto a ringraziare
del poco ma sicuro,
contento ma non
troppo. Propenso
eppure ostile
a ogni rivolta,
portato a coniugare
in assoluto
rifiuto e senso
del rispetto.
Oh, il riflesso
amato, dall’orlo
già mai netto,
cola in eccesso…
la cima dell’abbaglio
sull’oggetto.
*
(Io, di sei anni,
credo. Distratto, ma
non troppo, dal gioco
al tavolino con i
tasselli dell’alfabetario.
Nonostante lo stato
precario della sedia,
immerso lì lo stesso
a combinare incroci
sul quadrante.)
La parola, per me,
veniva da distante.
Un a priori, quasi,
l’avvertivo. Un eccitante.
In un processo in
qualche modo inverso.
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più
sfuggiva inconsistente
ai cinque sensi.
Con l’effetto di essere
lanciata contro un corpo
pronunciato e, nel suo
dirlo, di colpo riafferrato.
*
(Sul lungomare
in piena estate.
Lo chemisier
frizzante e
una borsetta bianca.
Si gira e parla.
La guardo che
mi guarda,
ed è beata.)
Mia madre, amata
e, per amarla,
tenuta più lontano.
Taciuta e distaccata
in ogni piano,
sentita straripante
e spesa a rate.
Rivista a tappe
da una mia vita
autonoma e distante.
Legata al morso
dell’attesa,
senza presa tra
noi, di un discorso.
L’altro capo
del filo che mi tira,
la forza di un percorso
senza uscita.
*
(Ho una maglietta
larga, che copre
gli altri panni.
I sandali di cuoio.
Tenuto per la mano
alla ringhiera,
dal ponte fisso il mare
e una barca che
passa lì di fronte.
Ho sette anni.)
Eccola,
sciolta al vento
la vela dell’infanzia
all’orizzonte.
Si impenna a tratti incerta
riprende la sua fuga
più lontano.
Scolpita sembrava
la mia rotta
e indubitabile, in
qualche modo aperta.
Sogni, progetti e piani
tutti, i più strani,
veloci e via guizzanti
sopra i flutti.
Se guardo indietro, ora,
mi vedo un po’ annegato
dal vuoto che, come
un vetro, si è posto
tra il me di adesso e
quello più discosto.
Per quanto rivelato
in molti luoghi e
aspetti, tanto
più nascosto.
*
(Di me, che vengo
a me più grande
e più lontano,
l’immagine che
avanza dallo specchio
di un vecchio armadio,
nell’anta che si
apre piano piano.
Con una mano tesa
a fare, forse, da
difesa e, l’altra,
stretta alla maglietta
nell’atto emerso
di coprirci il viso.)
E’ che restavo
ignoto, nel complesso,
nel senso del ritratto
e del contorno
che si era lì riflesso.
Distratto per l’inverso
da me stesso
nel mio apparirmi
di colpo più preciso,
perso nel chiuso
nei punti dell’oggetto.
E, oggi, ancora
cogliendomi diviso
da quello che mi penso
non mi vedo,
né giovane né vecchio
non so se bello o brutto.
Mi avverto come ingombro
oppure mi scompaio
quasi del tutto.
da PICCOLA COLAZIONE
MALARIA “Qual è più caro, il nome o il corpo?”
Lao-tzu “Il più alto grado di presenza è l’assenza.”
Walter Benjamin
“Troppo comodo
fare quello che piace
e che si vuole”.
La scatola di latta
è tonda e ruota,
una parte sull’altra.
Si può odorarla, vuota,
e leccarla, quando
la liquerizia è terminata.
mela arancia susina mela arancia susina
…da dove saltano
fuori, i sogni,
vesti e contorni
al mostro, alla pazzia:
frullati, puzzle con
i tasselli fuori posto,
come uccelli colorati
o pipistrelli
staccatisi di colpo
dall’albero blu inchiostro.
“Dev’essere un accordo
dei grandi,
per dispetto o gelosia”.
Sulla torre del castello
inespugnabile, sicura
da cui si tiene il resto
sotto mira. Un regno
piccolo ma certo, per
il tempo almeno in cui
la porta è chiusa a chiave.
(Scruta, salito
sul bordo della vasca
in bilico, svestito,
indaga sullo specchio
la forma o una ragione
di tanto desiderio.)
pesa il passo e posa piano lancia il sasso con la mano ferma adesso o vai lontano
“Mia madre dice che
posso togliermi tutto”.
“La mia, non più dei
pantaloni e della maglia”.
(Vedersi, essere
visto. Metterlo a nudo.
Tenerlo, se deve essere
tenuto. Ma gli pare
che si debba cercare
qualche altra cosa…)
Rosso. Di febbre, di
sangue. Dentro al fuoco.
Di unghie e labbra.
Di gente senzadio.
Di cappe, di bandiere.
Nel sommergibile, “Io”,
in rotta per i mari.
“Tutti sottocoperta,
chiudere i boccaporti.
Immersione rapida”.
Lo spazio circoscritto
la sacca degli odori
l’ombra del letto.
“… cuore, desco, nido
gnomo, soma, tetto”.
Ancora. Esatta
la secca tiritera
parola per parola.
Specchio, ritratto
analogia, prova
che c’è, sotto, la cosa:
quel che sempre sarà
e sempre è stato,
non dovunque e
come sia. Dettato.
… sul Libro dei Libri Famosi,
nell’enciclopedia.
“… ha i colori
del fuoco, della neve
e del prato”.
“Dai, paga il pegno.
Dire, fare, baciare,
lettera o testamento?”
(Non è che smetta
anzi, a rifarlo, gli
sembra anche più bello.
Però ha il dubbio
che se resta magro
è proprio per quello.)
“Più vai veloce e
più, vedrai, ti piace”.
… che una parola
abbia un sesso e una
persona (maschile se
finisce in a!). Ma
incomprensibile di più
lo stato di mancanza
di assenza, insomma
la parvenza negata
in un concetto neppure
rifiutato, inconcepibile,
del niente e lo stupore
a pronunciarlo.
“La sua, dov’è?
Da cosa è fatta?”
(A lui il gusto, solo,
di essere preso. E
il pensiero che è
ingiusto e svantaggioso,
e non tanto per lei
in fondo, se non ce l’ha.)
“Lo imparerai, quando
sarai più grande”.
Visto in segreto e detto
al chiuso, in ombra
bisbigli, incerti
i margini, mai esatti
indizi di segnali
colti, strappati
in fretta e furia
a sillabe, per paura
di essere scoperti
prima di scoprire
centimetri quadrati
di anfratti, di peluria.
una rana nera e rara sulla rena errò una sera
Paura che un vetro venga rotto
che il sale vada sparso
che si rovesci l’acqua mentre bolle
che una zingara entri in casa
che cada il fiasco d’olio
che si rovini la salute.
Paura di restare al buio
di trovare in casa un assassino
di cavarsi un occhio su una punta
di non essere promosso
di cadere in un burrone
di finire dentro a un lago
di annegare, di essere schiacciato.
“… l’hai detto.
Già se l’hai pensato,
che non sia stato
non conta più”.
“Ci stai, allora?
Dai, parliamo male”.
“Dobbiamo dire
tutte parolacce”.
Detti e guardati
sopra il dizionario.
Ammessi, dunque, o
non del tutto ignorati.
E gli altri, sinonimi
più amorfi e grigi,
almeno registrati.
“Si mettono così,
l’uno sull’altro”.
(Sdraiato, a letto,
per l’ennesima prova
generale col cuscino.
Febbrile e ansante
baciandolo, abbracciato.)
Contro lo specchio
rispetto a un altro,
piccolo, che scende e
sale, a controllare
qual è l’effetto
di una diversa visuale.
“Non devi stare
con certi mascalzoni”.
Che sia davvero
proprio il tranello,
quello per tentarti
per farti cadere
e, preso nella rete,
condannato in eterno
tra urli e grida
nel lago, nella fossa
in mezzo al fuoco.
“Ciò che è confessato
è tolto. E resti libero
una volta assolto”.
(Lo tormenta, a un
tratto, l’idea sgomenta
di non rispondere affatto
al modello di purezza
cui l’hanno abituato.)
… che esca fuori
una bestemmia
senza volerlo, che
si formi in testa
per un innesco
incontrollato.
Ma, sì, chi è stato
ai sette primi venerdì
del mese, preghiere
e litanie per ogni sera,
qualunque cosa ha fatto
e che continua a fare
sicuramente è salvo.
“Intanto, dappertutto
Dio ti vede”.
(Punta là, senza
saperlo. E’ attratto
per istinto, risucchiata
la sua mano, intanto,
a quel convesso
senza appiglio.)
“Lo dico a tua madre
che mi tocchi”.
… che accada e
non importa come,
che finalmente
sia tolta ogni riserva
e, costi quel che costi,
si abbia il seguito.
Nonostante l’idea
magari di disgusto,
anche nel sangue
nel puzzo e nel sudore.
“Piace anche a lei,
non credere”.
Da consumarsi in fretta
al buio, al chiuso
della stanza,
senza che si veda o
che si senta, di nascosto
di straforo, a danno
di qualcuno, come offesa
rischio e, più, vergogna
violando, meglio che
si possa, la consegna.
… ed è, risulta
inconsistente,
quanto più detto
ordinato e richiesto,
contro lo stare
fermo e sordo,
questo sì eccome
imperioso e urgente,
del suo nome.
Di nuovo ripetuto
tra sé o a voce alta
riscritto in lunghe
file sui quaderni,
in grande e in piccolo
corsivo o stampatello
in alfabeto greco
con la grafia più antica
disegnato, perfino
cesellato. Sempre quello.
Paolo Ruffilli,Poeta reatino
“A una cui vuoi bene
non lo fai”.
Che sia dannata, sì,
e impura e lurida
perduta… ma destinata
a spegnere una sete
appetitosa, proprio
per questa cosa,
dolorosamente desiderata.
(Il sogno suo è di
perdersi, di cadere tra
le mani di una donna
senza scrupoli.)
“Si fanno fare
quello che ti pare”.
Da compitare, legato
a un altro, spingendo
sui contorni, a voce quasi
spenta, smozzicata
sotto ai denti come
sotto la sottana,
il soffio disperato
di… puttana.
Paolo Ruffilli,Poeta reatino
Paolo Ruffilli è nato a Rieti nel 1949, vive a Treviso.Ha pubblicato di poesia: La quercia delle gazze (Forum, 1972, 2a ed. 1974), Quattro quarti di luna (Forum, 1974, 2a ed. 1976), Notizie dalle Esperidi (Forum, 1976), Piccola colazione (Garzanti, 1987, 3a ed. 1996, American Poetry Prize), Diario di Normandia (Amadeus, 1990, Premio Montale), Camera oscura (Garzanti, 1992, 3a ed. 1996), Nuvole (con foto di F. Roiter, Vianello Libri, 1995, 3a ed. 2000), La gioia e il lutto (Marsilio, 2001, 3a ed. 2002, Prix Européen), Le stanze del cielo (Marsilio, 2008, 3° ed.), Affari di cuore (Einaudi, 2011, 3° ed. 2019), Natura morta (Aragno, 2012, Poetry-Philosophy Award), Variazioni sul tema (Aragno, 2014, Premio Viareggio), Le cose del mondo (Mondadori, 2020). Di narrativa: Preparativi per la partenza (Marsilio, 2003), Un’altra vita (Fazi, 2010), L’isola e il sogno (Fazi, 2011). Di saggistica: Vita di Ippolito Nievo (Camunia, 1991), Vita amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (Camunia, 1993). Oltre a numerose curatele di classici italiani e inglesi. Ha tradotto: K. Gibran, Il Profeta (San Paolo, 1989; 10a ed. 2002), R. Tagore, Gitanjali (San Paolo, 1993), La Musa Celeste: un secolo di poesia inglese da Shakespeare a Milton (San Paolo, 1999), La Regola Celeste Il libro del Tao (Rizzoli, 2004, 2° ed. BUR 2007), Osip Emil’evič Mandel’štam, I lupi e il rumore del tempo (Biblioteca dei Leoni, 2013), Costantino Kavafis, Il sole del pomeriggio (Biblioteca dei Leoni, 2014), Anna Achmatova, Il silenzio dell’amore (Biblioteca dei Leoni, 2014), Boris Pasternak, La notte bianca (Biblioteca dei Leoni, 2016), Gibran, Il Profeta (Biblioteca dei Leoni, 2017).
Vuoi pubblicare le tue Opere? Inviale alla redazione di Dea Sabina con un breve curricolum-Biografia-eventuali pubblicazioni o premi vinti e una fotografia , la stessa cosa vale per :SCRITTORI-PITTORI-FOTOGRAFI ecc-
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Redazione DEA SABINA
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Concorsi-Bandi completi
Gallerie d’Arte mostre -Inviare Comunicato Stampa e Locandina
A questi fare seguire sempre:
Breve presentazione / Sinossi dell’opera.
Biografia autore (in terza persona).
Fotografia autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
Immagine copertina per libro edito (Rinonimata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
Breve biografia di Giuseppe Di Bella, compositore, cantautore e poeta siciliano. Ha studiato per un periodo (dal 2003 al 2005) a Bologna, presso la Facoltà di Lettere, dove non si è laureato per intraprendere un lavoro a tempo pieno presso la casa editrice “con-fine” per cui ha curato come caporedattore una rivista d’arte contemporanea diffusa in 13 paesi nel mondo e una collana di poesia dal nome “Sete”. Tornato in Sicilia ha diviso la sua attività tra la ricerca musicale e quella poetica, cercando di riunirle e tornare alle origini delle due fonti. Ha prodotto diversi lavori discografici e libri, tra cui “Il tempo e la voce” (lavoro di traduzione in volgare siciliano del ‘200 e musicalizzazione di 12 liriche della Scuola Poetica Siciliana) e Orfeo, un concept album sul mito in forma di melodramma contemporaneo, entrambi finalisti di diversi premi nazionali tra cui il Tenco e il Parodi. Dal 2005 al 2012 ha collaborato con la casa editrice Bolognese con-fine e diretto assieme ad Alex Caselli una collana di poesia che ha pubblicato diversi poeti tra cui Paolo Maccari e Fabrizio Bajec. Nel frattempo è stato anche recensore per l’Annuario critico di Giorgio Manacorda. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo libro di poesie, “Le gradazioni del bianco,” Premio Nazionale Gesualdo Bufalino presso l’università di Catania, nel 2018 il libro-cd “Fuddìa”, e sta lavorando da un anno e mezzo a un lavoro interamente poetico dal titolo “Veleni e contrattempi”, ispirato a un verso di Paul Éluard. Di recente pubblicazione sono suoi lavori discografici come “Sette Arcangeli” e una composizione dal poeta David Maria Turoldo, musicata dal compositore Marco De Biasi e prodotta per l’etichetta palermitana Almendra music.
Neve
Ho scoperto solo uscendo che fuori nevicava
e il cane era una volpe, la strada un quadro russo
nel silenzio che estendeva fino a me le voci
dalle auto, in un continuum.
Ma la tua icona era la stessa, persa
da quando qui non era altro che il mondo
e ogni balzo stanco e rumoroso
si alzava e consumava in un vangelo
Non c’è più niente, adesso, a parte il soffio
di una volta gotica ad arcate
che stende la sua ala sulla notte
come se fosse vero che noi siamo
opera, testimonianza e scelta
e non destino emerso, acqua d’inconscio.
Non ci sarà più spazio, dopo
non ci sarà nient’altro
che la violenza estetica del mondo.
E me, che non perdono, e lei che dice:
“io sono la realtà, non sono un sogno…”
*
Benzodiazepine
Serotonina o Valium è lo stesso
evocherei anche un Deva se servisse
qualunque cosa spinga oltre il contesto
e faccia respirare un mare un fiume
di calma e ottundimento
perché se il paradiso non è questo
allora è un volo implume, un muto affresco
lassù che non lo puoi toccare o crepa
che torce il collo in una insana piega
per contemplare il bello come un fatto
che ti appartiene senza alcun contatto
ed io non voglio più che sia quel nome
o quel colore di oro e panna cotta
se entro nella nuvola di gesso
di un oratorio del Serpotta
Allontanare il male è un’altra lotta
e adesso che ho paura lo comprendo
rimango qui con lei, che trema in gola
tra il dubbio e la parola, finché dormo
e mi è vicino il luogo in cui non è
visibile o tangibile alcun torto
e mi riposo come fossi morto
*
La nebbia
L’iconostasi bianca si solleva sopra i tetti
Del mio quartiere ebraico-popolare
Titanica, cangiante, come il corpo
Di Tifeo che lentamente avanza e si trasforma;
Prima la testa d’asino, le ali, poi si amplia
Virando dove le luci arancio dei lampioni
Ne fanno un’astrazione incandescente.
Da noi la nebbia è detta “la paesana”,
Perché culla ed ottunde eternamente.
A volte è un diadema che aureola
Il dorso madonita, altre è una sindone marmorea
sullo skyline del borgo verso oriente.
In quelle albe non c’è niente a parte il rostro
Delle cime più alte. La sua aderenza
È il simulacro contro l’immanenza
Esautora la terra, il vaniloquio ansante delle fronde.
Allora nella notte della Vergine puoi scorgere
Figure filiformi nere, statue di Giacometti
Dondolare al centro di una piazza
E spaventare i vecchi che osservano dai vetri.
Se in sogno la scenografia impalpabile
Ospita la fiera dei morti, potrai comprare oro e garantirti
La gioia e la fortuna per cento anni. Ma
Chi sfora la misura sarà l’amante stesso della morte.
La nebbia né metafora né archetipo o barriera,
Soltanto il segno di quest’atmosfera
La sua essenza profonda. Il rovescio della gioia
L’interno della fodera da cui spiare i giochi
E tutti i sentimenti che divengono
sentori oltre un abbaglio primordiale.
La nebbia è tutto quello che si tace,
Esteso alla quarta dimensione.
Stanotte sembra un fumo parigino, seduce e scorre
Mentre mangio una mela al davanzale.
Dieci anni fa, Daniele, ti ricordi…
Quel cielo sopra il promontorio dove
La luce dell’insegna al neon dell’ambulante
Dal basso proiettava un Teatro d’ombre,
Le nostre due figure sulla nebbia
Come sullo schermo panoramico
Nel cinema agli esordi, e lo stupore
Di bimbi o di aborigeni
Davanti all’immagine che avanza…
Fotografia tratta dal sito di Almendra Music
Giuseppe Di Bella
Biblioteca DEA SABINA
-La rivista «Atelier»-
http://www.atelierpoesia.it
La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Direttore responsabile: Giuliano Ladolfi Coordinatore delle redazioni: Luca Ariano
Redazione Online Direttori: Eleonora Rimolo, Giovanni Ibello Caporedattore: Carlo Ragliani Redazione: Mario Famularo, Michele Bordoni, Gerardo Masuccio, Paola Mancinelli, Matteo Pupillo, Antonio Fiori, Giulio Maffii, Giovanna Rosadini, Carlo Ragliani, Daniele Costantini, Francesca Coppola.
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La notte di San Lorenzo e delle stelle cadenti. Poesie per il 10 agosto | L’Altrove-
Il 10 agosto, la notte di San Lorenzo, rappresenta da sempre uno dei momenti più suggestivi del calendario astronomico e letterario. La ricorrenza delle Perseidi, le celebri “lacrime di San Lorenzo”, ha attraversato i secoli ispirando poeti di ogni epoca e nazionalità, diventando un topos privilegiato della lirica occidentale.
La notte di San Lorenzo
La presente raccolta riunisce voci poetiche distanti nel tempo e nello spazio – da Pascoli a Szymborska, da Trilussa a Lawrence – accomunate dalla contemplazione di questo fenomeno celeste che da sempre interroga l’uomo sul proprio destino. Le stelle cadenti si configurano come simbolo polisemico: ora presagio di speranza e desiderio, ora memento di fragilità e caducità, sempre specchio delle inquietudini umane proiettate sulla volta celeste.
Ogni autore declina diversamente il tema: dalla dimensione elegiaca e memoriale di Pascoli, che trasforma il fenomeno astronomico in allegoria del dolore universale, alla riflessione metafisica di Szymborska sulla perdita dell’incanto in epoca moderna; dal registro ironico e popolaresco di Trilussa, che demistifica la superstizione attraverso l’esperienza vissuta, alla contemplazione intimista di Lawrence, dove le stelle riflesse nell’acqua diventano metafora della precarietà amorosa.
Questa costellazione di testi offre un percorso attraverso sensibilità poetiche diverse, unite dal fascino perenne di una notte che, nel suo ripetersi annuale, continua a suscitare meraviglia e interrogativi sull’esistenza umana e sui suoi significati più profondi.
Wisława Szymborska-Poetessa polacca Premio Nobel per la letteratura-
Cadenti dal cielo di Wisława Szymborska
La magia se ne va, benché le grandi forze
restino al loro posto. Nelle notti d’agosto
non sai se la cosa che cade sia una stella,
né se a dover cadere sia proprio quella.
E non sai se convenga bene augurare
o trarre vaticini. Da un equivoco astrale?
Quasi non fosse ancor giunta la modernità?
Quale lampo ti dirà: sono una scintilla,
davvero una scintilla d’una coda di cometa,
solo una scintilla che dolcemente muore –
non io sto cadendo sui giornali del pianeta,
è quell’altra, accanto, ha un guasto al motore.
Trilussa
Stella cadente di Trilussa
Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d’agosto tanto belle
ch’er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.
Perché la gente immagina sur serio
che chi se sbriga a chiede qualche cosa
finche la striscia resta luminosa,
la stella je soddisfa er desiderio;
ma, se se smorza prima, bonanotte:
la speranzella se ne va a fa’ fotte.
Jersera, ar Pincio, in via d’esperimento,
guardai la stella e chiesi: “Bramerei
de ritrovamme a tuppertù co’ lei
come trent’anni fa: per un momento.
Come starà Lullù? Dov’è finita
la donna ch’ho più amato ne la vita?”
Allora chiusi gli occhi e ripensai
a le gioje, a le pene, a li rimorsi,
ar primo giorno quanno ce discorsi,
a quela sera che ce liticai…
E rivedevo tutto a mano a mano,
in un nebbione piucchemmai lontano.
Ma ner ricordo debbole e confuso
ecco che m’è riapparsa la biondina
Quanno venne da me quela mattina,
giovene, bella, dritta come un fuso,
che me diceva sottovoce: “E’ tanto
che sospiravo de tornatte accanto!”
Er fatto me pareva così vero
che feci fra de me:- Questa è la prova
che la gioja passata se ritrova
solo nel labirinto der pensiero.
Qualunquesia speranza è un brutto tiro
de l’illusione che ce pija in giro – .
Però ce fu la mano der Destino:
perchè doppo nemmanco un quarto d’ora,
giro la testa e vedo una signora
ch’annava a spasso con un cagnolino.
Una de quelle bionde ossiggenate
che perloppiù ricicceno d’estate.
– Chissà – pensai – che pure ‘sta grassona
co’ quer po’ po’ de robba che je balla
nun sia stata carina? – E ner guardalla
trovai ch’assomigliava a ‘na persona…
Speciarmente er nasino pe’ l’insù
me ricordava quello de Lullù…
Era lei? Nu’ lo so. Da certe mosse,
da la maniera de guardà la gente,
avrei detto: – E’ Lullù sicuramente…-
Ma ner dubbio che fosse o che nun fosse
richiusi l’occhi e ritornai da quella
ch’avevo combinato co’ la stella.
Giovanni Pascoli
X Agosto di Giovanni Pascoli
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto :
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
Sera d’agosto di Leonardo Sinisgalli
a Gian Domenico Giagni
Son qui stasera dietro la ragnatela che difende il Tuo trono: ogni stella è meno di niente, una mosca lucana lucente.
Inbarca di David Herbert Lawrence
Vedi le stelle, amore, Ancor più chiare nell’acqua e splendenti Di quelle sopra a noi, e più bianche Come ninfee!
Ombre lucenti di stelle, amore: Quante stelle sono nella tua coppa? Quante riflesse nella tua anima? Solo le mie, amore, le mie soltanto?
Guarda, quando i remi muovo, Come deformate s’agitano Le stelle, e vengon disperse! Perfino le tue, lo vedi?
Rovesciano le stelle le acque Acque povere, inquiete, abbandonate…! Dici, amore, che non viene scosso il cielo E immobili son le sue stelle?
Là! hai visto Quella scintilla volare su di noi? Le stelle In cielo neanche son sicure. E di me, che sarà, amore, di me?
Cosa sarà, amore, se presto La tua stella fosse lanciata sopra un’onda? Sembrerebbero le tenebre un sepolcro? Svaniresti tu, amore, svaniresti?
L’Altrove è un Blog di poesia contemporanea italiana e straniera
L’Altrove -Chi siamo
“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”. (Federico García Lorca)
Con questo presupposto, L’Altrove intende ripercorrere insieme a voi la storia della poesia fino ai giorni nostri.
Si propone, inoltre, di restituire alla poesia quel ruolo di supremazia che ultimamente ha perso e, allo stesso tempo, di farla conoscere ad un pubblico sempre più vasto.
Troverete, infatti, qui tutto quello che riguarda la poesia: eventi, poesie scelte, appuntamenti di reading, interviste ai poeti, concorsi di poesia, uno spazio dedicato ai giovani autori e tanto altro.
Noi de L’Altrove crediamo che la poesia possa ancora portare chi legge a sperimentare nuove emozioni. Per questo ci auguriamo che possiate riscoprirvi amanti e non semplici seguaci di una così grande arte.
Traduzione di S. Quasimodo. Illustrazioni di Guttuso –
Torino, Einaudi editore, 1952 (20 Febbraio).
PABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato Guttuso
PABLO NERUDA – Poesie. Importante traduzione italiana delle poesie di Pablo Neruda curata da Salvatore Quasimodo. Prima edizione seguita da molte ristampe identiche per forma e contenuto. Cfr. Iccu; Galati (1980): cita erroneamente il 1965 come data per la prima edizione italiana.
PABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPablo Neruda – PoesiePABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPablo Neruda – PoesiePABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPablo Neruda – PoesiePABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPablo Neruda – PoesiePABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato Guttuso
PABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato Guttuso
Biografia di Pablo Neruda-Pseudonimo del poeta cileno Ricardo Neftalí Reyes Basoalto (Parral 1904 – Santiago 1973). Premio Nobel per la letteratura nel 1971, N. è considerato una delle voci più autorevoli della letteratura contemporanea latino americana, per la sua sensibilità acuta ma non preziosa, ricchissima d’immagini ma non complicata. È stato testimone di molti degli eventi cruciali che hanno segnato il XX secolo: dalla guerra civile spagnola alla guerra fredda, dai movimenti di liberazione in America Latina alla morte di S. Allende. La sua opera poetica comprende un’impressionante antologia di testi fra i più alti della poesia moderna di lingua spagnola, sostenuti da un prodigioso dono di «canto» che si articola nelle strutture musicali più disparate, con una costante sperimentazione linguistica e metrica, sui temi congeniali dell’amore, del paesaggio natale e delle speranze collettive.
Vita
Di origini modeste, frequentò il liceo di Temuco e l’univ. di Santiago, dove nel 1921 si mise in mostra vincendo una gara poetica con La canción de la fiesta. Nominato console in India nel 1926, iniziò una brillante carriera diplomatica che gli dette modo di maturare le sue esperienze con continui viaggi e incontri. Stabilitosi in Spagna nel 1934, sempre al seguito dell’ambasciata cilena, si legò subito con il gruppo repubblicano di R. Alberti, F. García Lorca, M. Hernández e dette vita, sulle colonne della rivista da lui stesso fondata, El caballo verde para la poesía, a una vivace polemica con J. R. Jiménez. La guerra civile, il suo temperamento drammatico e, non ultima, la morte di Lorca e di Hernández, lo spinsero sempre più a precisi impegni politici che tanta parte hanno avuto poi nella sua vita e in tutta la produzione posteriore. Dopo ancora qualche anno di servizio diplomatico, nel 1944 N. tornò in Cile, e fu eletto senatore; ma un’accusa di tradimento lo costrinse ben presto a esulare in Messico, da dove compì lunghi viaggi in Europa (Parigi, Polonia, Ungheria). Nel 1949 presiedette a Città di Messico il congresso mondiale dei Partigiani della pace. Nel 1951 visitò l’Italia e la Cina. Nel 1952 fu ancora in Italia, da dove venne espulso come straniero indesiderabile. Tuttavia, a seguito di un movimento d’opinione pubblica, il decreto fu revocato, e N. poté trascorrere un lungo periodo a Capri. Nel 1953 tornò in patria, nel suo rifugio di Isla Negra presso Valparaíso. Con l’avvento alla presidenza della Repubblica di S. Allende (1970), fu nominato ambasciatore a Parigi. Nel 1972, gravemente malato, tornò in Cile, mentre il governo Allende era in crisi. Nel 1973, quando ormai la minaccia del colpo di stato militare era incombente, N. seguì Allende sul cammino della morte, mentre la dittatura di Pinochet s’instaurò in tutto il paese.
Opere
Trovatosi a scrivere negli anni in cui l’opera di R. Darío dettava legge in tutta l’Ispano-America, N. non aveva potuto fare a meno di allinearsi con le tendenze moderniste, benché la sua ispirazione fosse già orientata verso altre strade. Uscito finalmente dal pericoloso equivoco tra il 1924 e il 1935, e avendo raggiunto una notevole maturità espressiva, poté dare sfogo alla sua originalità, divenendo, in breve tempo, il maggior rappresentante degli anti-modernisti. Il sentimento riacquista allora l’importanza che l’esasperato formalismo gli aveva negato e la personalità intensa e drammatica del poeta si fa luce con versi che sembrano scritti, come disse Lorca, «più che con l’inchiostro, con il sangue». La società borghese, giudicata corrotta e ipocrita, è presa continuamente di mira con attacchi violenti alle convenzioni, ai sentimenti codificati, all’ordine costituito, mentre, con immagini grottesche, se ne sviliscono i suoi sacerdoti. Dal 1940 N., ormai marxista convinto, si dedica quasi esclusivamente alla poesia sociale e alla lotta politica: il dolore, l’umiliazione, la speranza sono i temi ricorrenti di questa nuova produzione, accompagnati da una vena di profondo calore umano che riesce a smorzare i toni marcatamente propagandistici e a dare spesso pagine d’intensa poesia. Tra le sue opere principali si ricordano: Crepusculario (1923), Veinte poemas de amor y una canción desesperada (1924), Tentativa del hombre infinito (1926), Residencia en la tierra (1933; 2a ed., con l’aggiunta di un 2º vol. contenente le liriche composte dopo il 1931, 1935), España en el corazón (1937), Tercera residencia (raccolta delle poesie composte dopo il 1935, 1945), Canto general (1950), la sua opera maggiore, amplissimo poema sulla storia del Cile e della stessa America latina come insieme di tradizioni e incrocio di civiltà; Odas elementales (1954), Nuevas odas elementales (1956), Tercer libro de las odas (1957), Estravagario (1958), Navigaciones y regresos (1959), Memorial de Isla Negra (1964), Arte de pájaros (1966), Fulgor y muerte de Joaquín Murieta (1967, dramma scritto in Italia), La barcarola (1968), Las manos del dia (1968), Aun (1969), l’apocalittico Fin del mundo (1969), Las piedras del cielo (1970), La spada encendida (1970), Geografía infructuosa (1972). Da segnalare infine le prose autobiografiche di Confieso que he vivido (1973; trad. it. 1975) e la traduzione italiana integrale della sua opera poetica (1960-73).
PABLO NERUDA- Poesie-Illustrazioni di Renato Guttuso
Luciana Frezza è nata a Roma. I suoi libri di poesia sono: Cefalù ed altre poesie (Sciascia, 1958), La farfalla e la rosa (Feltrinelli, 1962), Cara Milano (Neri Pozza, 1967), Tempo di speranza (Neri Pozza, 1971), La tartaruga magica (Florida, 1984), Ventiquattro pezzi facili (Cominiana, 1988), Parabola sub (Empiria, 1990), Agenda (All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller, 1994, postuma), Comunione col Fuoco. Tutte le poesie (Editori Internazionali Riuniti, 2013, postuma). Figura nell’antologia Donne in poesia (a cura di B.M. Frabotta, Savelli, 1976). Ha tradotto le poesie di Mallarmé, Laforgue, Nouveau, Verlaine, Baudelaire, Apollinaire, Proust.
Luciana Frezza, Poetessa romana
POESIE da AGENDA
Nostalgia Chissà in quale
canneto di carta o verde
fantasma errante coorte
falciata alla radice
al di là di quali porte
nell’andito scuro di botteghe
in disuso dietro quale
muro di eluso rione
giace il piccolo corpo
di Amore dopo l’ordita
esecuzione.
Anni venti Frantumata la coppia di levrieri
in amore le teste congiunte
come mani in preghiera o l’una
sull’altra affannosa
babele di carezze
guizzo unico il fianco
nell’irrimediabile
stretta del bianco
friabile bisquit.
Che ne farò Che ne farò di Alma
ritta in shorts
statuaria cotta di soli
serica senza una scalfitura
della vita riguardosa
di lei ritta con due foglie
di alloro due sole tra le dita
della folta spalliera
farfalle vive per il pesce
che farò di lei ferma
che dà la Buonasera
tarocco entrato nel gioco? (Vittoria apuana, Agosto 1991)
Alziamo i calici Non crederli gigli appassiti
mi conforta anzi scintillanti
ancora i tuoi bicchieri alzati
voglia di gioia negata
impuntatura librata
per forza propria ape e fiore nell’aria
dove ancora salgono e il brutto
muso di lutto pret a porter che detestavi cade
come buccia dal frutto.
Spezzatura d’inverno -Come invogliano
i fiori-
la vecchia signora con vista
annebbiata trascina
dolcemente il carrello
vogliosa della
nostalgia di quella
voglia più che dei fiori
che non fatica
hanno voluto me.
Bisenso Il rogo ardente di Mosè era quasi
certamente un pozzo di petrolio
il petrolio è il prelievo
dai buchi dell’anima per farne poesia
il petrolio è pericolo
il petrolio è vicinissimo a Dio
da un capo della storia
ora dall’altro.
Felicità raggiunta si cammina a Marisa Di Jorio
Qui il sogno lustra il pelo
uscito di clandestinità
muovendosi fa accadere pensieri
che si siedono ingombrando
il lungomare è ancora
un feudo sterminato che aspetta il suo signore
l’investitura cucita
alle spalle fluttuando
ombra in lungo di tulle
senza bagaglio sorpassa
verso il fondo apparizione. (Vittoria Apuana, Agosto 1991)
Svendita Arroccata pettinessa a filettature dorate
la specchiera a ciocche trafitte dall’alto spillone
a conchiglia comò di ragazza il primo cassetto
celò lettere e voglie gli altri matassine di seta
ravvolte in velina d’ore vuote e matasse
di lana o sogno trasmesso come un gene nell’impianto
di quel comò giustamente perché pieno di cose vane
nulla avesti, madre, o quasi, o altro.
La perfezione a Vittorio Sereni
Nei party sull’erba
seminata di lustrini
pioggia recente o ventagli d’irrigazione
si possono comporre versi
nel padiglione di un orecchio
da sciogliere in riso
tintinnante col ghiaccio dei bicchieri
Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso
eppur muovendosi occhio
qua e là in perlustrazione
socchiuso affilato
sulla trama del tappeto sfumato
di sera dove l’errore
raccomandato
se è vera e quale
l’immunità promessa
da quel nonnulla di sbagliato se vale
anche per una qualche eternità.
Luciana Frezza, Poetessa romana
Negativi I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici
li prenderesti volentieri a sberle
con sicumera apprendono festoni di frasi
ti addobbano di assurdità un locale estraneo
dove tempo dopo allo specchio dell’uscita
scoprì che hai fatto l’alba a ballare
circolano in borghese non esercitano
perché esercitano continuamente
hanno i loro guai non sono apostoli
gl’interessati li seguono come gatti di strada
rimuginando Non sa quello che dice il maledetto
e intanto imparano a memoria le frasi
le vecchie leggi di fisica scritte in corsivo
e il gabinetto degli esperimenti sempre in disuso
e in quel turbinio di palle da giocoliere
intercettano a volo la biglia che li riguarda
se piovono pugni sanno che è per farli rinvenire
mentre ignoravano di essere svenuti
se vengono afferrati e fatti passeggiare tutta la notte
con tazze di caffè e discorsi ripetitivi e insensati
è perché hanno voluto morire e possono riprovarci
ma prima di tradurre quel gergo bisogna obbedirgli.
Self-service Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle
il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore
e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima
la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia
eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce
anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance
Vecchi distici a Rosa “Bien loin d’ici”
Il mio nome inciso tra spini
su una pala di ficodindia stilla nel sole
la campanula turchina mostra il cuore
dagli occhi umidi delle ragazze fugate
la gaggia spogliata di tutti i suoi zecchini
vive la lunga bugia degli anni luce
la polla è un occhio verde che aspetta di nuovo
una mano che smuova l’argilla del suo fondo
i cori a bocca chiusa degli uliveti
incagliati in secche di silenzio
i sismografi della pace sono guasti
la capra bianca ha sradicato il paletto
la Morte lancia coccole dal cipresso
senza colpire il canto della fontana
la mano del bambino è di marmo
la nutrice è più piccola del suo fazzoletto
“Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso” (da La perfezione)
Luciana Frezza, Poetessa romana
Quando ti laurei in letteratura, ad appena vent’anni, in un ateneo prestigioso come La Sapienza di Roma, discutendo una tesi su Eugenio Montale alla presenza di Giuseppe Ungaretti che ti fa da relatore, in qualche modo hai il destino “segnato”. È così che Luciana Frezza è diventata una poetessa, ma non solo: lo è diventata anche a furia di interpretare, per tradurli, gli splendidi versi dei poeti francesi della corrente simbolista dell’Ottocento; lo è diventata perché ce lo aveva dentro, il sacro fuoco della composizione e della scrittura.
Diverso è, poi, incastrare i pezzi del puzzle della propria vita: districarsi tra la vocazione poetica, la professione di traduttrice e il ruolo di moglie e madre. Se poi si aggiunge la malattia – una cecità incombente e la depressione – tutto è ancora più difficile.
Del suo duplice impegno di poetessa e traduttrice diceva: “È una sfida che mobilita la creatività e altre virtù come la pazienza e la vigilanza… Il pericolo cui bisogna prestare una costante attenzione è costituito dalle possibili intrusioni dell’Io: occorre tenerlo fuori ma non eliminarlo del tutto, perché il suo contributo d’esperienza vissuta può talvolta giovare, come giovano la fortuna e il caso, elementi da mettere in conto”.
Una “presenza discreta nella poesia italiana del Novecento”
Così la critica definiva Luciana Frezza quando sbocciò come poetessa. Era il 1958 ed esordiva con Cefalù e altre poesie, ripreso poi in La farfalla e la rosa del 1962, ma scriveva versi già durante gli anni dell’università: un periodo particolarmente felice e fecondo per lei, che intraprende anche collaborazioni con riviste letterarie quali Botteghe Oscure, Paragone, Carte segrete, L’immaginazione o L’Almanacco dello specchio.
Parallelamente “si accompagnava” ad amici del calibro di Laforgue, Baudelaire, Verlaine, Proust e Apollinaire, per citarne solo alcuni.
Tra i vari premi prestigiosi che otterrà per la sua attività poetica, ricordiamo nel 1984 il Premio Florida grazie al libro La tartaruga magica.
Dopo la sua tragica morte avvenuta nel 1992, esce postuma l’opera omnia delle sue poesie edite e inedite sotto il titolo di Comunione col fuoco (2013) che comprende la raccolta di poesie, anch’essa postuma, Agenda del 1994 e quella di prose Il disegno del 1996.
Dal quotidiano all’onirico: una poetica particolare
L’ars poetica di Luciana Frezza muove i suoi primi passi con le radici ben ancorate nella poesia italiana di ’800 e ’900, ma presto le sue ali spiccano il volo verso il surrealismo e il simbolismo francese da cui viene fortemente influenzata. “I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici/ li prenderesti volentieri a sberle…” (da Negativi).
Comunque la sua matrice resta legata a temi intimi come quelli dell’infanzia, alle figure della famiglia, ai luoghi dell’anima come Roma, Milano o la Sicilia delle sue origini: attraverso la riflessione, spesso dolorosa quando personale, sulle relazioni interpersonali riesce anche a recuperare i miti archetipici ai quali far risalire indietro la ragione di ogni sofferenza. Sì, perché il dolore non può non essere un ingrediente fondamentale della poesia, come non manca mai nella vita: a questo arriva attraverso un profondo processo di ricerca della propria interiorità, senza aver paura di indagare le proprie ribellioni e le proprie paure.
Da questa riflessione sgorga l’amara consapevolezza che i rapporti interpersonali sono spesso e volentieri deludenti, nostro malgrado: “E io che così sola ho spostato/i massi più pesanti. Tutto succedeva perché ero donna/ma questo l’ho sempre saputo…”. E anche: “Raramente si coglie la seconda occasione/ anzi è lariconferma che non si poté non si volle/ il bene era lampante ma c’era nell’inerzia/ di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore…” (da Self-service).
Nel suo linguaggio sempre misurato, mai violento, invece spesso allusivo e sempre eversivo, il fil rouge della poesia di Luciana Frezza è certamente la ricerca del significato della vita, che in definitiva è la ricerca del senso della poesia nelle esistenze come la sua in cui, queste due, coincidono e vivono l’una per l’altra.
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