Biografia di Attila JózsefPoeta ungherese, nato a Budapest l’11 aprile1905, morto a Szárszó nel 1937. Il padre, operaio, emigrò in America nel 1907 e la Lega per l’infanzia lo affidò a genitori adottivi finché (1912) la madre lo riprese con sé. Dopo aver fatto i più diversi mestieri, divenne contabile in una banca. Si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’univ. di Szeged, indi a Vienna, poi, sovvenzionato da alcuni amici, alla Sorbona (1926). Rientrò a Budapest senza aver terminato gli studî. Per un certo tempo diresse la rivista letteraria Szép Szó, quindi si impiegò presso l’Istituto del Commercio Estero ma dovette lasciare il posto per una grave forma di neurastenia che lo condusse al suicidio. A Vienna aveva aderito al partito comunista clandestino, ma ne era stato espulso come deviazionista (1932).
Nel contenuto della poesia józsefiana prevalgono motivi sociali; tutta la sua poesia è permeata di tragicità, sia che inciti i proletari alla lotta di classe o che si ripieghi in se stesso e gravi su di lui l’ombra dello sconforto. Impressionanti sono la sua continua tensione emotiva, il vigore e l’immediatezza del suo realismo cui si affiancano, in una compenetrazione tipicamente ungherese, metafore e similitudini di grande efficacia.
Tra le molte edizioni delle sue poesie: J.A. összes versei (“Tutte le poesie di A. J. “, Budapest 1955), Külvárosi Éj, válogatott versek (“Notte di sobborgo”, poesie scelte, ivi 1958).
Fonte- Enciclopedia Italiana Treccani online-
All’uomo toccano
All’uomo toccano due fiori,
uno lo mette sul cappello
e l’altro invece lo dà via,
li fa appassire tutt’e due.
Perciò si attrista e vagabonda
sul ponte; l’acqua, ecco, lo chiama:
scendere, no, che non ti lascio –
perde qualcosa, se ne scorda.
E ride e batte i denti – è sera:
la schiuma piaga l’acque, l’uomo
si appoggia al braccio, si addormenta,
ma sempre più diventa buio.
Saluto a Thomas Mann
Come un bambino che giurò vendetta
e diede fuoco alla casa paterna
e ora è invaso dall’estraneità
come da nebbia, e solo sul petto
di lui, bersaglio della sua rivolta
potrebbe sfogarsi in lacrime, mostrare
sul volto buio un sorriso libero,
così mi sforzo senza speranza
di ritrovare le mie lacrime virtuose.
Ho incenerito il mondo nel cuore
e non vi è parola buona che mi redima,
rannicchiato non aspetto che il miracolo,
che venga qualcuno a perdonarmi
e mi sappia dire bene cosa
mi si deve perdonare
in questa tana di lupi.
Il dolore
Il dolore è un postino grigio, muto, col viso scarno, gli occhi azzurro-chiari; gli pende giù dalle fragili spalle la borsa, scuro e logoro ha il vestito.
Dentro al suo petto batte un orologio da pochi soldi; timido egli sguscia di strada in strada, si stringe alle mura delle case, sparisce in un portone.
Poi bussa. Ed ha una lettera per te.
(Traduzione di Umberto Albini)
da “Attila József, Poesie”, Lerici editore, Milano, 1957
Attila József Poeta ungherese
Solo legga…
Legga i miei versi solo
chi mi conosce e mi ama,
chi naviga nel nulla
e sa come un profeta l’avvenire.
Perché nei sogni gli è apparso
in forma d’uomo il silenzio,
e nel suo cuore talvolta dimorano
la tigre e il mite cerbiatto.
Con cuore puro
Non ho padre né madre,
non ho patria né Dio,
non ho culla o sepolcro,
non ho baci né amante.
Da tre giorni non mangio,
non tocco cibo alcuno:
vent’anni la mia forza,
i vent’anni li vendo.
Se nessuno li vuole,
se li prenda il demonio.
Rubo serenamente,
se occorre, ucciderò.
Che mi impicchino e coprano
di terra benedetta:
nascerà, dal superbo
mio cuore, erba di morte.
Cultura
Di profumare il fiore si è stancato
era pieno di noia:
perché diavolo metterlo in salotto?
Così cercava di gettare un’ombra
più grande che in giardino;
nessuno lo guardava e si è stancato.
Io me ne sono accorto.
da POESIE, traduzione di Umberto Albini,
introduzione di Miklos Szabolcsi, Lerici, Milano, 1962
Attila József Poeta ungherese
UN CUORE PURO
Non ho padre né madre
né Dio né patria
né culla né sepolcro
né amante né baci.
È da tre giorni che non mangio
né troppo né poco,
sono potere i miei vent’anni.
Se nessuno li vuole
se li compri il diavolo,
con cuore puro scardino
servisse, uccido anche l’uomo.
Mi catturino e m’impicchino
con terra benedetta mi coprano
erba mortale cresca
sul mio bellissimo cuore.
Traduzione italiana di Edith Bruck, da “Attila József, Poesie, 1922 – 1937” (Oscar Mondadori, 2002). Trovata su Poetria – Movimento clandestino di resistenza– inviata da Bernart Bartleby
Vola
Un triste uccello si congela sul parabrezza del vicino.
Il corpo riempito di neve
il becco capace di raccogliere grandine
e artigli come falce
frantumano il vetro di sicurezza
in rifiuti non riciclabili.
Il vicino impreca
afferra la carcassa dalle ali di ghiaccio
la spacca in due
raccoglie i pezzi
e li lancia nell’aria invernale.
Vola! – urla
Vola! – inveisce con sangue freddo
alla scena dello schema
senza vedere
le due metà d’uccello animarsi
salire per cadere
con un’ala sola
incunearsi
nei suoi occhi arrossati.
Una meravigliosa fiammata
Bisognerebbe alzare un fuoco grandissimo,
perché la gente si riscaldi.
Buttarvi ogni cosa,antica e vecchia,
rotta e scheggiata,ed anche nuova e intatta…..
Ne canterebbe sino al cielo una fiamma ardente
e prenderebbe per la mano tutte le genti.
Bisognerebbe alzare un fuoco grandissimo……
Strapare le porte di fredde cantine
e caricare la fiamma perché dia molto calore.
Ahi,bisognerebbe preparare quel fuoco
perché si sciolgano tutti dal freddo!
Persisti
Calmati e attraversa senza badare al traffico
questa strada isolata dove dietro l’angolo
agenti designati stanno nell’ombra e nella nebbia
giudicando incongrui i tuoi movimenti
nella loro noia interiore
tu ignori gli zelanti impiegati statali
imbrogliandoli volando sopra le vie
con ali che allungano le nuvole
congedando le loro preoccupazioni
attraversi
atterrando nel centro di questo
vicinato di proprietà privata
facendo visita a nessuno in particolare.
Ninna Nanna
Chiude gli occhi il cielo,
Chiude gli occhi la casa,
sotto trapunta dorme il prato,
dormi piccolo Biagio.
Si abbassa la testa sulle zampe,
dorme l’insetto e l’ape,
con loro dorme il ronzio
dormi piccolo Biagio.
Dorme pure il tram
e mentre sonnecchia il rombo,
suona il campanello nel sogno,
dormi piccolo Biagio.
Sulla sedia dorme il cappotto,
si riposa anche lo strappo,
non si lacera più per oggi,
dormi piccolo Biagio.
Dormono la palla e il fischietto,
la gita e il bosco,
dorme pure il buon zucchero,
dormi piccolo Biagio.
Sarai gigante, e lo spazio,
come una biglia, in mano avrai;
basta chiudere l’occhio,
dormi piccolo Biagio.
Sarai pompiere o soldato,
pastore di bestie selvagge,
vedi si addormenta la mamma,
dormi piccolo Biagio.
Statua di Attila József Poeta ungherese
Quello che nascondi nel cuore
Quello che nascondi nel cuore,
aprilo agli occhi,
quello che ti pare di vedere,
aspettalo nel tuo cuore.
Di amore si muore,
chi è vivo – dicono
ma la felicità ci vuole,
ci manca come un pezzo di pane.
Chi è vivo, rimane sempre un bambino,
e vuole tornare nel grembo materno
o si ama o si uccide,
campo di battaglia o letto nuziale.
Sarai tu l’ottantenne, che
ucciso dalla nuova generazione,
mentre muori
generi milioni col tuo sangue.
Tu la spina nel piede
non ce l’hai più,
e dal tuo cuore
scappa anche la morte.
Quello che ti pare di vedere,
con la mano devi prendere,
quello che nascondi nel cuore,
uccidilo o bacialo forte.
Ti lascerò come la bufera nel bosco
Devi gemere e stormire. Bada: è un combattimento.
Non spezzarti, perché le mie lacrime amare
non sgorghino sul tuo tronco mutilato.
Il desiderio prosciuga, come la calura il ruscello.
L’amore scaturisce sempre più dal profondo.
Non vorrei calare, perché le tue amare lacrime
non formino nel tuo grembo sfrenato un mare.
Mia madre
Una domenica verso sera
ha preso con due mani la tazza,
sorrise e stava là, seduta
nel crepuscolo, tranquilla.
Dai signori portava a casa
in un pentolino la nostra cena;
siamo andati a letto, e pensai
che loro mangiano assai.
Era mia madre, piccola, morì presto,
perchè le lavandaie muoiono presto,
i loro piedi tremano dalla fatica,
e la stiratura fa male alla testa.
Per montagna e nuvole
c’è il bucato e il vapore,
e per cambiare aria
puoi salire in soffitta!
Si ferma mentre stira,
la sua esile figura
venne infranta dal Capitale,
pensateci proletari!
Si è incurvata dal lavare,
non sapevo che fosse giovane;
nei sogni portava grembiule pulito
e la salutò il postino.
Attila József Poeta ungherese
Talpa antica porta peste
Talpa antica porta peste
il pensiero non pensato,
ficca il muso nel mangiare
e da un uomo a un altro corre.
Per sua colpa non sa l’ubriaco,
mentre in vino strozza il tedio,
di sorbire la minestra
vuota, ai poveri atterriti.
E perché dalle nazioni
giusta linfa non spreme lo spirito,
una nuova infamia accampa
gli uni contro gli altri i popoli.
Gracchia a stormi l’oppressione, cala
come su carogne, ai cuori;
e sul globo la miseria
cola come a ebete bava.
Fitte all’ago del bisogno
le ali delle estati pendono.
Come insetti su chi dorme,
sulle anime le macchine
brulicano. In profondo,
gratitudine, fiducia
si nascondono, le lacrime
bruciano, lottano voglia
di vendetta e coscienza.
Come lo sciacallo vomita
alle stelle le sue urla,
al nostro cielo, dove gli strazi ardono,
guaísce inutile il poeta…
Oh voi, stelle! Rugginose, rozze
lame, quante volte
siete scese dentro l’anima!
(Si sa, qui, solo morire).
Eppure ho fede. Piangendo ti prego,
bel futuro, non esser cosí arido!
Ho fede, non ci impalano piú, oggi,
come i nostri avi, una volta.
Verrà la calma della libertà,
la sofferenza si affína…
E finalmente saremo dimenticati anche noi
nell’ombra quieta delle pergole.
Un cuore puro
Non ho padre né madre
né Dio né patria
né culla né sepolcro
né amante né baci.
E’ da tre giorni che non mangio
né troppo né poco,
sono potere i miei vent’anni.
Se nessuno li vuole
se li compri il diavolo,
con cuore puro scardino
servisse, uccido anche l’uomo.
Mi catturino e m’impicchino
con terra benedetta mi coprano
erba mortale cresca
sul mio bellissimo cuore.
Forse sparirò all’improvviso…
Forse sparirò d’improvviso,
come le impronte nel bosco.
Ho sperperato tutto ciò
di cui dovrei rendere conto.
Già il mio corpo da bimbo
fu arso dal fumo corrosivo.
Tristezza mi sbrana la mente
se penso al mio destino.
Il desiderio vagante in terre lontane
mi ha azzannato ben presto.
Ora mi invadono rimpianti vibranti:
dovevo attendere ancora dieci anni.
Per sfida non ascoltavo
il consiglio materno.
Poi rimasi solo, orfano,
e derisi il mio maestro.
La giungla verde della mia giovinezza
credevo libera ed eterna,
ed ora con lacrime negli occhi ascolto
tra i rami secchi il rumore del vento.
József Poeta ungherese
Come nel campo
Come nel campo il bambino
raggiunto dal temporale,
e non c’è casa o madre
dove potesse andare,
il cielo pesante e furioso romba,
sul campo svolazza la paglia,
e lui come animale mugola,
piangerebbe, ma ha paura,
sospirerebbe, ma d’improvviso
arriva un soffio gelido dal cielo,
e solo quando un brivido leggero
corre sul suo magro corpo e viso,
come un lampo improvviso
e la pioggia nera diluvia tutto
come se fosse suo pianto gigantesco,
che si accumula nei campi,
inonda l’erba, colma le fosse,
ne scava altre, ondeggia nel prato,
nel ruscello, anzi nel cielo,
e il bambino si avvia nel campo;
così mi sorprese il desiderio
selvaggio e improvviso
e cominciai a piangere,
sebbene fossi già uomo.
E su questa terra
bagnata di pianto
dove è difficile
alzare i piedi,
quando c’è fretta,
mi fermo ora.
Il suo desiderio
ignorerei se mi amasse.
MAMMA
Da una settimana penso solo alla mamma,
sempre di nuovo mi fermo a ricordarla.
Lei che saliva in soffitta,
con un cesto pesante in mano, lesta.
Io ero ancora un uomo sincero,
urlavo e scalpitavo
che lasciasse il bucato ad un altro,
che portasse me lassù, in alto.
Ma lei andava e stendeva
Non mi sgridava, non mi guardava,
E i panni lucidi, fruscianti
Spiccavano il volo in alto.
Non piangerei più adesso, ma è tardi,
Vedo solo ora quanto è grande,
I suoi capelli grigi si muovono nell’alto,
scioglie il turchinetto nell’acqua del cielo.
Attila József Poeta ungheres
Biografia di Attila JózsefPoeta ungherese, nato a Budapest l’11 aprile1905, morto a Szárszó nel 1937. Il padre, operaio, emigrò in America nel 1907 e la Lega per l’infanzia lo affidò a genitori adottivi finché (1912) la madre lo riprese con sé. Dopo aver fatto i più diversi mestieri, divenne contabile in una banca. Si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’univ. di Szeged, indi a Vienna, poi, sovvenzionato da alcuni amici, alla Sorbona (1926). Rientrò a Budapest senza aver terminato gli studî. Per un certo tempo diresse la rivista letteraria Szép Szó, quindi si impiegò presso l’Istituto del Commercio Estero ma dovette lasciare il posto per una grave forma di neurastenia che lo condusse al suicidio. A Vienna aveva aderito al partito comunista clandestino, ma ne era stato espulso come deviazionista (1932).
Nel contenuto della poesia józsefiana prevalgono motivi sociali; tutta la sua poesia è permeata di tragicità, sia che inciti i proletari alla lotta di classe o che si ripieghi in se stesso e gravi su di lui l’ombra dello sconforto. Impressionanti sono la sua continua tensione emotiva, il vigore e l’immediatezza del suo realismo cui si affiancano, in una compenetrazione tipicamente ungherese, metafore e similitudini di grande efficacia.
Tra le molte edizioni delle sue poesie: J.A. összes versei (“Tutte le poesie di A. J. “, Budapest 1955), Külvárosi Éj, válogatott versek (“Notte di sobborgo”, poesie scelte, ivi 1958).
“Gli dei della Grecia” di Friedrich Schiller, da “Poesie filosofiche”
Poesia pubblicata dalla rivista“il Chaos”
Quando vostro era il regno e bello il mondo,
genti beate guidavate ancora
con le redini lievi della gioia,
esseri belli del mondo delle fiabe!
Quando il culto gioioso ancor splendeva,
tutto diverso, era diverso allora!
Quando di fiori si ornavano i tuoi templi,
o Venere Amatusia!
Quando la verità leggiadro avvolgeva ancora,
forza letale fluiva nel creato,
e ciò che mai sentirà sentiva.
Per stringerla al seno dell’amore
più alta nobiltà si diede alla natura;
indicava agli sguardi d’iniziati
tutto l’orma di un dio.
Dove ora, dicono i nostri saggi,
gira una sfera di fuoco senza vita,
guidava allora il suo carro dorato
Elio, in serena maestà.
Oreadi popolavan queste cime,
una Driade quell’albero abitava,
dalle urne di dolci Naiadi usciva
dei fumi la spuma d’argento.
Quel lauro si volse un dì chiedendo aiuto,
la Tantalide tace in questa pietra,
da quella canna s’udì il pianto di Siringa,
di Filomela il dolor da questo bosco.
Quel ruscello le lacrime accolse
per Persefone piante da Demetra,
e da questo poggio chiamò invano
Citera il suo bell’amato.
Tra la stirpe di Deucalione ai tempi
discendevano i celesti ancora,
di Pirra per conquistar le belle figlie
fece il pastore il figlio di Latona.
Tra uomini, divinità ed eroi
strinse amore un nodo di bellezza;
rendevano mortali, dèi ed eroi
omaggio in Amatunte.
La cupa gravità e triste rinuncia
eran bandite dal vostro gaio culto,
felici dovean battere tutti i cuori,
poiché l’uomo felice a voi era affine.
Nulla era sacro allora come il bello,
nessuna gioia era vergogna al dio,
dove arrossiva pudica la Camèna,
dove Grazia regnava.
Come palazzi eran ridenti i templi,
vi onoravano i giochi degli eroi
nelle Istmiche splendide di alloro,
ed i carri rombavano alla meta.
In bell’intreccio andavano animate
le danze intorno allo sfarzoso altare.
Le vostre tempie ornavan serti di vittoria
e corone le chiome profumate.
L’evoè degli invasati con il tirso
e lo splendido giogo di pantere
annunciavano il gran rallegratore;
fauno e satiro precedono malfermi,
folli Menadi lo attorniano saltando,
le loro danza lodano il suo vino
e le gote brunite dell’oste
gaie invitano al bere.
Non compariva allora orrendo scheletro
davanti al letto del morente. Un bacio
toglieva al labbro l’ultimo respiro,
un genio soffocava la sua fiamma.
Fin la bilancia severa del giudizio
reggeva all’Orco progenie di mortale
e i lamenti accorati del Trace
commossero le Erinni.
Di nuovo incontrò l’ombra felice
nei boschi dell’Eliso la sua gioia,
vero amore trovò il fedele sposo
e la sua strada chi portava il carro;
la lira di Lino suonava i canti usati,
tra le braccia di Alcesti cade Admeto,
Oreste riconosce il proprio amico
e le sue frecce Filottete.
Premi più alti davan forza al lottatore
sulla laboriosa via della virtù,
splendidi artefici di azioni grandi
ascendevano al rango dei beati.
Muta a colui che reclamava i morti
s’inchinava la schiera degli dèi,
facevan luce al pilota tra le onde dall’Olimpo i Dioscuri.
Mondo bello, dove sei? Ritorna,
della natura soave primavera!
Solo nella terra fatata dei canti
la tua traccia fiabesca vive ancora.
Senza vita, in lutto è la campagna,
al mio sguardo non si offre nessun dio,
di quella calda immagine di vita
solo l’ombra è rimasta!
Abbattuti son tutti quei fiori
per il tempestar da Settentrione.
E per favorirne uno su tutti
questo mondo di dèi dové sparire.
Triste indago la volta di stelle
ma, Selene, non ti trovò più,
per i boschi chiamo e per le onde,
vuoti mi riecheggiano.
Ignara delle gioie che essa dona,
mai sedotta dal proprio splendore,
mai conscia che lo spirito la guida,
né di mia felicità felice,
sorda pure alla gloria del suo autore
come un morto rintocco d’orgoglio,
la legge di gravità serve da schiava
la natura senza dèi.
Per nascere domani nuovamente
scava oggi la sua propria tomba,
e da sé allo stesso eterno fuso
si avvolgono e si svolgono le lune.
Son tornati alla terra dei poeti
gli dèi, oziosi, inutili ad un mondo
che, sfuggito alle lor briglie, si regge
sul suo proprio oscillare.
Sono tornati a casa, sì, ed il bello
e ciò che è alto, tutto si son presi,
tutti i colori e i suoni della vita,
sol la parola esamine a noi resta.
Strappati ai flutti del tempo, stan sospesi
al sicuro, lassù in cima al Pindo.
Quel che eterno deve vivere nel canto
nella vita ha da perire.
Friedrich Schiller
– Poesia tratta dalla raccolta “Poesie filosofiche”; composta e poi modificata tra il 1788 ed il 1800. Friedrich Schiller riflette sull’antico, sul rapporto tra sensibilità e ragione, sul ruolo del poeta nell’universo cristiano. Classicismo e cristianesimo si contrappongono e ne nasce un ideale di perfezione realizzato dall’armonia delle diverse parti: Uomo, Natura e Divinità. L’uomo moderno al contrario vive in una dimensione in cui la teologia pecca di astrattismo e la natura viene annientata, rendendo impossibile il raggiungimento di tale armonia.
Fonte “il Chaos” è una Rivista online di Arte e Cultura.
Friedrich Schiller
SCHILLER, Johann Christoph Friedrich
Poeta, drammaturgo, filologo, una delle figure più salienti e affascinanti del periodo aureo della letteratura tedesca, della cosiddetta Genieperiode. Nacque a Marbach, nel Württemberg, il 10 novembre 1759. Suo padre, Johann Kaspar, uomo probo e non indotto, era chirurgo e prestò, in questa qualità, per molti anni servizio nell’esercito, raggiungendo il grado di capitano; sua madre, Elisabeth Dorotea Kodweiss, era di umile condizione, ma aveva l’educazione e la religione del cuore, e fu guida preziosa ai primi passi del figlio. La posizione del padre obbligò la famiglia Schiller a continui mutamenti di residenza, ma più a lungo essa rimase a Lorch e a Ludwigsburg, dove Federico ebbe un’educazione regolare. Compiuti i primi studî con eccezionale profitto, per desiderio, che era quasi un ordine, del duca Carlo Eugenio di Württemberg, il quale nel 1760 aveva fondato una scuola militare (Hohe Karlsschule) nella residenza di Solitudine, il giovinetto fu accolto in questa scuola nel gennaio 1773. In tale ambiente, che erroneamente è stato da alcuni ritenuto quasi un luogo di correzione per la disciplina severa ma non insopportabile che lo governava, lo Sch. studiò legge e, più tardi, quando l’Accademia fu trasferita a Stoccarda, medicina. Certo è però che la vita nell’istituto non era affatto favorevole al temperamento di lui, il quale, insofferente d’ogni studio speciale, leggeva nei momenti di relativa libertà gli scrittori classici e le opere del Voltaire, del Rousseau e del Goethe, alimentando quella vocazione che non tardò a determinarsi prepotente e invincibile. E non soltanto Rousseau e Ossian fecero grande impressione sull’animo del giovane Sch.; egli si entusiasmò anche alla lettura della Messiade del Klopstock, da cui trasse l’ispirazione per un poema: Mosè; lesse avidamente i drammi del periodo dello Sturm und Drang, del Klinger e del Leisewitz, il Goetz del Goethe, e cominciò egli stesso a tentare l’arringo drammatico, scrivendo le scene dello Studente dí Nassau e del Cosimo de‘ Medici. Risalgono a questo tempo anche i primi tentativi lirici, ma il teatro, specialmente dopo che ebbe conosciuto lo Shakespeare nella versione del Wieland, l’attraeva sempre più, e a soli diciotto anni, in mezzo alla meraviglia e all’ammirazione dei compagni, egli scrisse la prima grande tragedia: Die Räuber, che pubblicò anonima nel 1781.
Il dramma, suggeritogli da un racconto dello Schubert, imperniato sul contrasto inconciliabile tra due fratelli, a tinte forti e pieno d’impeto indisciplinato, di fervore lirico potentemente trasmodante, è da considerarsi come un prodotto del periodo dello Sturm und Drang, il più eloquente anzi e il più rappresentativo. Perché, pur tra molti difetti, di esagerazione soprattutto e di inverosimiglianza, mostra una scomposta veemente aspirazione alla libertà individuale al disopra di ogni legge morale e di ogni dovere familiare e sociale e anche contro di essi. Il protagonista Carlo Moor è il tipo di brigante che ai naturali sentimenti di bontà e di generosità unisce la violenza delle azioni che gli sono imposte da un’eccessiva reazione alle ingiustizie sofferte; e quando soccombe, sembra piuttosto una vittima di esigenze sociali che non un volgare assassino. Agli occhi del tempo la sua figura doveva perciò apparire nobile di eroismo e cinta dell’aureola del sacrificio. Ecco perché questo dramma facilmente attrasse l’attenzione dell’intendente del teatro ducale di Mannheim, barone Dalberg, e poté essere rappresentato con immenso successo (1782). Alla rappresentazione assisteva, incognito, lo Sch., che segretamente si era assentato da Stoccarda, dove, dopo avere lasciato l’Accademia nel 1780, serviva come aiuto chirurgo presso un reggimento della guarnigione. Ma quando si seppe il vero nome dell’autore, il duca Carlo Eugenio gl’impose di non occuparsi più di teatro e di limitarsi a fare pubblicazioni di medicina. Lo Sch. non credette di tener conto dell’ordine sovrano, ed essendosi recato una seconda volta a Mannheim con lo stesso scopo, fu punito con la prigione. Allora si sottrasse, pieno di amarezza, alla disciplina militare, abbandonando Stoccarda e ponendosi in cerca d’un rifugio che, dopo alcune settimane di ansiose peregrinazioni, trovò nel castello della signora di Wolzogen a Bauerbach, in Franconia, dove rimase fino al luglio 1783.
Nella pace di questo ritiro, dove fiorì l’idillio fra il poeta e Carlotta di Wolzogen, e nel successivo soggiorno a Mannheim, dove era stato chiamato come Theaterdichter, diede forma definitiva a due nuovi lavori drammatici, la tragedia storica Die Verschwörung des Fiesko e la tragedia borghese Luise Millerin – intitolata poi Kabale und Liebe -, l’una pubblicata nel 1783, l’altra l’anno successivo e rappresentate rispettivamente nel gennaio e nel marzo del 1784. Anche questi due lavori drammatici appartengono al periodo dello Sturm und Drang e sono il riflesso delle condizioni letterarie dell’epoca non meno di quelle particolari dell’autore, il quale, nella prima tumultuaria concezione poetica, trova uno sfogo contro la disciplina mortificatrice d’ogni slancio generoso a cui fu sottomesso. Minori amplificazioni liriche ha Die Verschwörung des Fiesko, perché il tessuto storico che è nel fondo di questa “tragedia repubblicana” fu per lo Sch. un freno a non divagare eccessivamente, mentre nella Luise Millein, in cui è il riflesso dell’idillio di Bauerbach, la prima dolorosa esperienza d’amore a poco a poco gli smorza la tempesta rivoluzionaria e lo porta a indulgere a un profondo e quasi morboso pessimismo sociale che si scioglie in elegia. Il pubblico non accordò al Fiesko il plauso che concesse invece incondizionato alla Luise Millerin, la quale, come opera di fantasia, ha sui Räuber il vantaggio di portare sulla scena tipi e figure conosciuti e studiati dal poeta, e perciò meno irreali e a noi più vicini.
Seguì la tragedia Don Carlos, che, vagheggiata durante l’idillio di Bauerbach, ripresa a Mannheim e continuata sotto l’influsso della passione per Carlotta von Kalb e più tardi, nella quiete di Gohlis e di Loschwitz, sotto quello della fraterna amicizia di C. G. Körner, fu compiuta fra nuovi contrasti e incertezze e disagi nel 1787 e subì, anche più tardi, modificazioni. Il Don Carlos è l’opera più tormentata dello Sch. Concepita dapprima come una tragedia familiare, i cui elementi drammatici egli aveva trovato in una novella storica su Don Carlos scritta da Saint-Réal, essa a poco a poco era venuta trasformandosi nella mente del poeta in un’esaltazione di fede politica. La tragica passione dell’infante per la matrigna, la regina Elisabetta, cessa così di essere al centro dell’azione principale, dove invece giganteggia la figura del marchese di Posa, il rappresentante del nuovo ideale politico-umanitario dello Sch. Ma da questo stesso tormento del poeta non poteva scaturire un’opera d’azione organica, ed è significativo che proprio lo Sch. sentisse il bisogno di difendere il suo lavoro nei Briefe über Don Carlos, in cui egli ribadisce, in fondo, la convinzione, espressa già nel 1784 in una conferenza, che il teatro debba essere una tribuna per bandire un vangelo. Il Don Carlos è, nella redazione definitiva, la prima opera drammatica dello Sch. scritta in versi. Della tragedia in prosa il primo atto apparve nella rivista da lui fondata, Die rheinische Thalia (1784), e nella stessa rivista, che poi s’intitolò Thalia e infine Die neue Thalia, furono in seguito pubblicati altri frammenti.
Dopo il Don Carlos si apre, nella produzione drammatica dello Sch., un’ampia parentesi che va fino al 1797. Di questo periodo, oltre molte liriche e soprattutto ballate – di cui si dirà più innanzi – e la novella Der Geisterseher, è una serie di scritti teorici e storici, frutto di una più profonda analisi degli argomenti drammatici, trattati e da trattare, e di una raccolta meditazione, nella quale il poeta pare cerchi il nuovo impulso e il più saldo volo da dare alla sua arte. Ma, oltre questi studî, una favorevole circostanza doveva preparargli un periodo riposato di attività. Il duca Carlo Augusto di Weimar aveva già nel 1785 ascoltato la lettura del primo atto del Don Carlos e aveva insignito il poeta del titolo di consigliere. Lo Sch. nell’estate dell’87 (allora il Goethe era in Italia) si recò a Weimar, dove fu accolto con simpatia dalla duchessa Amalia, dal Herder e dal Wieland, e l’anno seguente, anche mercé l’aiuto del Goethe, ottenne la cattedra di storia presso l’università di Jena, in cui, svolgendo la sua prolusione, trattò dello scopo dello studio della storia universale. Nel 1790 sposò Carlotta Lengefeld, una dolce anima di fanciulla, che aveva conosciuta a Rudolfstadt e che gli fu sempre compagna intelligente e amorosa. Poco dopo fu costretto ad abbandonare l’insegnamento per ragioni di salute e ottenne per tre anni una pensione dal principe C. Federico di Holstein Augustenburg. Dal principio del 1794 data la sua vera amicizia col Goethe – il primo incontro fra i due poeti è del 1788 -; un’amicizia che si rinsaldò con gli anni e divenne sempre più intima e per l’uno e per l’altro fecondissima, specialmente dopo che lo Schiller, nel 1799, definitivamente si trasferì a Weimar.
In questo periodo egli scrisse la Geschichte des Abfalls der vereinigten Niederlande (1788-89) che è come una continuazione degli studî compiuti per il Don Carlos, seguita due anni dopo dalla Geschichte des dreissigjährigen Krieges, finita nel 1793. Nessun metodo rigoroso informa questi lavori per quanto riguarda la ricerca e la critica delle fonti; più che storia propriamente detta, lo Sch. faceva della filosofia della storia, seguendo una sua ideale concezione sullo sviluppo e la finalità degli avvenimenti storici. A Jena, oltre che di storia, si occupò, anche in un corso privato di lezioni, di estetica e precisamente della tragedia; da questi studî nacquero i due saggi ber den Grund des Vergnügens an tragischen Gegenständen (1791) e Über die tragische Kunst (1792). Dell’anno seguente è il trattato filosofico, ispiratogli da principî kantiani ripresi con poetico sentimento, Über Anmut und Würde, in cui espone i principî d’un’estetica morale applicata all’individuo. Seguono nel 1795 le lettere Über die ästhetische Erziehung des Menschen, ove egli considera lo stesso problema rispetto alla collettività, e il trattato Über naive und sentimentalische Dichtung.
La serie dei capolavori drammatici s’inizia con la trilogia del Wallenstein, in cui lo Sch. dà l’affermazione matura del suo genio, raggiungendo, in conformità dei canoni artistici lungamente meditati, una rappresentazione umana, idealizzata da elementi storici. La trilogia consta del Wallensteins Lager, quadro imponente, colorito, straordinariamente vario e vivo e al tempo stesso terribile della guerra dei Trent’anni, di I Piccolomini, che costituisce l’antefatto e la motivazione della vera azione drammatica, risultante dal graduale spezzarsi della compagine dell’esercito imperiale e quindi del delinearsi della figura tragica del Wallenstein, e del Wallensteins Tod, in cui si compie il destino dell’eroe. Le prime parti sono così due grandi prologhi alla vera tragedia. La trilogia contiene, nelle singole parti, non poche sproporzioni, e senza dubbio l’elemento lirico ha qua e là concitazioni febbrili e ridondanze romantiche, ma è certo ch’essa è anche il risultato di un profondo intuito drammatico, a cui docilmente obbediscono la fantasia, il sentimento, l’accorgimento scenico e soprattutto la mirabile pieghevolezza della lingua, ricca di toni formidabili e di sfumature delicate e sapienti. Della qual cosa maggiore è l’ammirazione, pensando alla fecondità del poeta in questo periodo. Perché, mentre compiva il Wallenstein, egli pensava già a drammatizzare la fine tragica di Maria Stuart. E infatti nel 1800 la tragedia in cinque atti era già compiuta (fu rappresentata a Weimar il 14 giugno dello stesso anno), rivaleggiando questa volta, per quanto era concesso al temperamento dell’autore, con la sobria purezza e armonia delle tragedie classiche. Maria Stuart, e la tragedia che seguì poco dopo, Die Jungfrau von Orléans, sembrerebbero a prima vista drammi storici, ma in verità la storia non offre ad essi che lo sfondo, sul quale la fantasia dell’autore ha tracciato azioni e situazioni in gran parte immaginarie.
In Maria Stuart lo Sch. si preoccupa soprattutto di ritrarre caratteri umani. Il dramma è imperniato tutto sulla rivalità di due figure di donne e regine, quella tenera dolce rassegnata di Maria e quella superba feroce inflessibile di Elisabetta. In Die Jungfrau (1801) l’azione drammatica s’allontana ancora più dalla realtà storica, e non vi manca quell’elemento meraviglioso e soprannaturale che, nella tragedia greca, è rappresentato dal fato. Lo Sch. pur non sdegnando d’introdurre nel dramma il miracoloso, ha fatto della vergine di Domrémy una figura umana. Egli immagina che ella si innamori di un guerriero nemico, ed eccoci al pathos, al contrasto degli affetti, alla tragedia fra l’amore e il dovere e alla catastrofe coronata dalla aureola del martirio e del sacrificio. In Die Braut von Messina oder die feindlichen Brüder (1803) si attenua ancora più la derivazione storica e appare il complemento classico del coro, a cui lo Sch. commette l’ufficio di allontanarsi dallo stretto circolo dell’azione per distendersi sul passato e sull’avvenire, con ammonimenti di saggezza e con movenze liriche che procedono, quasi a passi divini, sui culmini delle cose umane. Qui spunta la Schicksalstragödie, ma lo Sch. non trascende alle ultime desolate conseguenze contenute in tali drammi, per non negare il libero arbitrio. Perciò questo tentativo di ripristinare la tragedia greca con la sua fatalità incombente e i suoi magnifici cori classici è riuscito solo in parte, soprattutto come rappresentazione scenica. Di questo difetto fu consapevole lo stesso poeta il quale tornò subito dopo al suo dramma antico, in cui sono tutte le energie volitive, corrisposte dall’attività fattiva dell’uomo, e scrisse il Wilhelm Tell, l’opera che segnò una piena vittoria fin dalla prima rappresentazione che fu data a Weimar il 27 marzo 1804. Lo Sch. trasse la materia di questo dramma dalla Cronaca Elvetica di Egidio Tschudi, in cui è narrata la rivolta dei tre cantoni svizzeri di Schwyz, Uri e Unterwalden contro l’imperatore d’Austria Alberto I. Tell, personaggio immaginario, non ama che la sua famiglia, la sua casa, il suo arco e rappresenta il difensore del diritto naturale: solo quando questo è offeso egli si ribella e uccide il tiranno Gessler. Il Wilhelm Tell riassume in una sintesi mirabile i due grandi amori della vita dello Sch.: l’amore per la bellezza della natura e l’amore per la libertà. Questo dramma non era stato ancora rappresentato, che il poeta volgeva già la sua attenzione a un altro soggetto, quello del falso Demetrio, preteso figlio dello zar Ivan IV. Il Demetrius, interrotto, prima da un viaggio del poeta, poi dall’ultima sua malattia, è rimasto incompiuto. Quando lo Sch., per un sopravvenuto attacco polmonare, morì il 9 maggio 1805, si trovò sul suo tavolo un monologo che doveva essere compreso nel secondo atto di questo dramma.
Lo Sch. partecipa al vasto e complesso movimento per cui lo spirito tedesco si svolge e si afferma, nella seconda metà del sec. XVIII, con incessante e, diremmo, eroica tendenza all’espansione e ad un corrispondente sforzo di assimilazione e di sintesi, ed ha, nello stesso tempo, intuizioni e anticipazioni che illuminano e, in certo modo, preparano il futuro. Come il Lessing e il Herder, anch’egli sogna un’umanità superiore, in cui si concilino e armonizzino i dissidî che separano gli uomini e li spingono a combattersi, o che la stessa propria vita interiore spezzano, suscitando più fiere lotte e più profondo tormento. Come il Goethe e il Hölderlin, anch’egli sente profondamente il culto per l’arte greca e dell’ideale ellenico fa la sua religione. I Greci avevano realizzato il supremo ideale d’umanità attraverso l’educazione estetica; lo Sch. crede che tale ideale possa ancor oggi essere realizzato.
In tutta l’opera sua sono chiari i riflessi dell’evoluzione del pensiero tedesco dall’Aufklärung all’idealismo, dallo Sturm und Drang al romanticismo; e forse appunto da questo è derivata la suggestione di distinguere le liriche e i drammi giovanili da quelli della maturità, distinguere cioè lo Sch. ribelle e rivoluzionario dallo Sch. kantiano; lo Sch. democratico, esaltatore dei diritti dell’uomo, dallo Sch. dell’imperativo categorico della legge morale e della virtù; il poeta insomma della libertà interiore dal poeta della libertà esteriore. Ma questo è troppo schematico e quindi superficiale. Più vero è, invece, che in tutta la sua opera è dato ricercare, cogliere e mettere in luce una fondamentale unità ideale e lo sviluppo d’uno stesso pensiero costruttivo. Essa, infatti, è interamente dominata da un principio etico, da un’idea morale. Così anche dove egli si abbandona all’impeto d’una reazione individuale o sociale o politica, come appunto nei drammi giovanili, nei quali sembra con passione e ostentazione parteggiare per i ribelli e quasi incitarli egli stesso alla rivolta alla lotta alla vendetta, non assolve mai, bensì condanna e punisce. Evidentemente simpatizza col suo primo eroe, Carlo Moor, ribelle e brigante mostruoso, ma alla fine non esita a sacrificarlo alla duplice condanna della umana e della divina giustizia. V’ha di più: in questo torbido dramma è già il preannuncio dell’idea ispiratrice dei drammi posteriori; nella figura di Moor è già il fremito della coscienza morale di Maria Stuart, e l’anelito alla resurrezione di Giovanna; nella scena finale dell’ultimo atto è il presagio delle salvazioni future. Anche nell’esaltazione, dunque, d’un disordinato e irruente individualismo, la quale corrisponde al periodo giovanile, lo Sch. non vede mai soltanto l’uomo ribelle. A tutti i suoi eroi che, sia pure contro la morale e la legge, lottano per la propria o per l’altrui libertà, egli medesimo, assetato di libertà, dà l’impeto della sua passione magnanima o temeraria, e, nello stesso tempo, non li priva mai interamente della fiamma della sua fede e del sentimento di responsabilità morale. Né è necessario attendere la figura del marchese di Posa per riconoscere nel pensiero schilleriano un principio di ricostruzione. Esso è chiaro anche nelle scomposte demolizioni dei primi drammi. Il sogno di redenzione politica e umana del marchese di Posa, come l’ultima e sia pur vana invocazione di Carlo Moor, come l’anima di Bruto in Fiesko, come la rassegnazione di Luisa Millerin, sono strettamente congiunti da una medesima realtà etica. Che è, contro il razionalismo e oltre la concezione illuministica, sempre l’elevazione morale dell’individuo e, di conseguenza, dell’umanità. Qui è la modernità del suo dramma. Questa fede suprema non gli impedisce, tuttavia, di credere alla potenza delle energie individuali. Wallenstein è la figura tipica in cui è esaltata la potenza dell’individuo. In lui è una scintilla di titanismo; titano dalla fede illimitata in sé stesso e dalla smisurata volontà, eroe che non vede chiaro, potenza senza razionale determinatezza, figura sommamente drammatica, il cui carattere tragico è tutto in questa tirannica volontà di dominio e di vittoria. Ma anche in lui le possibilità realizzatrici sono inesorabilmente spezzate, e chiuso è il suo destino. Esiste, dunque, un limite alla potenza dell’individuo, ed esso è, ancora, di ordine morale. L’eroe ha coscienza d’avere oltrepassato i limiti imposti ai suoi istinti sensibili e d’essere perciò piombato nel dominio della fatalità. Sicché la sua azione, non più libera, non può essere che un “Akt der Notwehr”. E in quanto egli agisce unicamente per necessità, non solo dalla sua azione esula ogni gioia, ma essa stessa gli procura sofferenza. Così manca il titano e l’eroe cade.
Con la catastrofe di Wallenstein, quella che era stata per lo Sch. naturale intuizione diventa luminosa realtà e certezza. È la luce dell’idealismo kantiano. La Critica della ragion pratica è per lo Sch. il raggio di sole che gli rischiara, oltre ogni dissidio, il suo mondo ideale. Il Kant svolge i concetti sui quali si fonda la nostra facoltà di pensare e di conoscere; lo Sch. si sforza di chiarire e precisare le idee che dànno valore alla nostra vita. Il suo pensiero non è soltanto conoscenza, ma anche e soprattutto convinzione morale, fede. Qui s’impernia la sua concezione della libertà. Alla libertà che l’uomo cerca fuori di sé, seguendo i proprî istinti e il proprio arbitrio, egli aveva già opposto la legge morale; una legge che non è possibile ignorare né superare. Ora, senza negarla, indica il dovere di accettarla volontariamente. Perché, in quanto la nostra volontà riesce a coincidere con la legge morale, questa non sarà più coercizione, ma spontaneità gioconda, libera aspirazione, intimo bisogno di realizzarsi. Soltanto così l’uomo giunge al pieno possesso dell’umanità e all’armonia dello spirito. La quale armonia, pertanto, non è un dato, bensì un problema e si raggiunge non già con l’annullamento dell’attività sensibile, ma attraverso il superamento di essa. Il vero uomo, l’uomo completo, comincia appunto là dove si avverte il passaggio dall’attività dei sensi a quella della ragione, dalla necessità fisica a quella logica e morale. Questo passaggio s’attua, secondo Kant, per mezzo d’una rivelazione interiore d’una folgorazione; per lo Sch. è necessaria una mediazione: superamento non può significare che conquista, e quindi lotta. La vita deve essere eroica; solo nella lotta e nella vittoria è l’affermazione della personalità umana. Ecco come il pensiero critico e l’idealismo kantiano diventano nello Sch. ideale dell’umanità. Egli umanizza la concezione kantiana della vita.
Tutto preso dall’ideale che si realizza nell’uomo perfetto, lo Sch. dall’astrazione filosofica di nuovo torna alla realtà della vita, alle espressioni, cioè, più alte e significative di essa. Le figure eroiche del passato l’attraggono, in quanto egli vede in esse il simbolo della eterna verità della vita umana. Perciò la storicità è sempre vista e sentita in funzione del suo ideale. Tutte le età hanno lavorato – egli dice – per l’umanità del nostro secolo; perciò anche noi dobbiamo sentirci collaboratori delle età venture. È, in fondo, la concezione della storia del Herder, abbellita di contenuto etico. In questo senso la poesia che s’ispira alla storia, della storia idealizzata è chiamata a dire l’ultima parola, in quanto sul valore etico di essa si fonda il processo d’idealizzazione del poeta. Ciò vale per le singole personalità, come per le collettività storiche; un eroe, come un popolo, ha sempre la possibilità di affermare e salvare un principio morale, quanto, cioè, v’ha in lui di incorruttibile e di eterno. Ma il trionfo non si ottiene senza lotte e dolori, contrasti e disarmonie, nella vita come nell’arte, e da tale necessità ha appunto origine la concezione drammatica dello Sch., la quale, così, si riallaccia alla più profonda tradizione spirituale della Germania: la concezione etica del divenire individuale. Nelle figure di Maria e Giovanna l’ideale etico schilleriano trova piena espressione. Esse sono spiriti che interiormente riescono a distruggere la colpa, mediante il superamento, non l’annullamento, del sensibile e si liberano dalle potenze del male che avvincono tutte le creature umane. In ciascuno di questi spiriti si rispecchia, nel momento della liberazione, l’ordine morale del mondo; di esso sono parte, con esso tornano in armonia.
Una volta riconosciuta nell’ideale morale l’unità della concezione poetica dello Sch., ideale di elevazione e di perfezione umane, sempre accessibile, sia pure con la rinuncia alla vita fisica, è evidente l’impossibilità di trovare nel dramma schilleriano un tragico immanente, fatalistico, o cosmico o prometeico, quale si sprigiona da forze antagonistiche che sono e devono essere e non possono non essere. Non dissidio fra io e mondo, fra uomo e Dio, fra necessità e libertà, ai quali elementi l’idealismo dello Sch. toglie fondamentalmente ogni capacità di soluzioni che non siano preordinate e conosciute. Il dramma dello Sch., pertanto, è piuttosto la rappresentazione della vita umana nelle sue lotte e nei suoi dolori, idealizzata dalla coscienza del poeta e drammatizzata dalla sua passione. E se così è, è logico e anche inevitabile che tale idealizzazione, in quanto è il prodotto d’una esigenza morale, debba, talvolta, ostacolare appesantire sviare o arrestare il naturale svolgimento dell’azione drammatica. Così, quando la libera fantasia e l’ardente passione del poeta sono raggiunte e sorprese dallo scrupolo del moralista, abbiamo i sermoni religiosi di Melvil, i monotoni rimproveri di Giovanna a sé stessa, il monologo della giustificazione di Tell prima dell’uccisione del tiranno e la inutilissima e artisticamente lacrimevole scena del parricida. Certo non è possibile scambiare la poesia con la filosofia, ma si può ricercare e spiegare come lo Sch., il quale non solo non negò l’autonomia del fatto estetico, ma fu anzi fra i primi a riconoscerla, considerasse tuttavia la poesia e l’arte in funzione dell’elevazione dell’uomo e in esse vedesse anche la possibilità di realizzare il suo ideale: la totalità della vita umana. Anche nella formulazione d’una teoria oggettiva del bello, lo Sch. muove dalla speculazione kantiana. L’idea della libertà – egli argomenta – è tratta dalla ragion pratica ed è attribuita agli oggetti, i quali non si determinano di fatto da sé, né sono realmente liberi, ma soltanto appaiono tali. Orbene, bello è ciò che presenta l’analogo di quello che costituisce l’essenza della moralità nell’uomo, cioè autonomia e libertà. Bellezza è “Freiheit in Erscheinung”. Ma quando dalla determinazione dell’oggettività del bello passa a fissare le norme di un’educazione estetica, immancabilmente torna nel campo morale; alla stessa maniera, quando le condizioni della determinazione astratta del buono porta nella tragedia, cioè nella vita, invece di trovarsi di fronte a un tragico immanente e insuperabile, si trova ancora logicamente e naturalmente nella serenità d’una cosmica armonia.
Ecco perché egli, spirito acutissimo, è preso spesso da ansiosi e angosciosi dubbî sull’essenza della poesia e sul valore intrinseco della propria arte. Così, mentre esalta l’intuitività dello spirito del Goethe, constata nella propria attività creatrice una scissura fra pensiero e immaginazione, fra concetto e figura e aggiunge, precisando: “e io resto perplesso e incerto e oscillo fra ragione e sentimento, fra concetto e intuizione, fra la tecnica cerebrale e la geniale spontaneità”.
Questo dissidio fra il pensatore e il poeta, del quale lo Sch. torna a parlare con sempre maggiore frequenza negli ultimi anni, è evidente anche nella sua produzione lirica. In lui, a differenza di quanto avviene nel Goethe, difficilmente la poesia è frutto d’un profondo processo interiore, svolto in piena indipendenza da influssi razionali, riflessivi. Egli osserva la vita che gli è intorno, ne esamina con minuta analisi gli atteggiamenti e i moti più tenui, ne ascolta le voci più sottili: quella visione, quelle voci hanno riflessi e risonanze immediate nella sua anima sensibilissima e calda di simpatia umana. Il poeta si abbandona allora alla corrente del sentimento, ma ecco, d’un tratto, l’intervento della riflessione lo arresta o lo fa deviare. E se anche esso manchi o non s’avverta, quella stessa simpatia, sempre pronta e vibrante e riboccante, impedendo al poeta un intimo raccoglimento, un ripiegarsi calmo e sereno su sé medesimo per cercarvi una limpida visione, tutta sua, facilmente lo trascina a una esaltazione che più spesso si esprime in forme turgescenti e declamatorie. Lo Sch. non si accontenta della realtà. Tutta la fioritura lirica del pensiero schilleriano è caratterizzata da uno sforzo verso una meta ideale che è di là d’una realtà presente. Poeta – egli dice – può essere soltanto chi al posto della misera realtà pone un altro mondo e quella supera con idee che vivono nel regno di una pura spiritualità. Fra reale e ideale ondeggia il mondo poetico dello Sch.; se a quello egli è più vicino la sua rappresentazione tende alla satira; se più a questo egli tiene lo sguardo, il canto gli si scioglie in elegia.
Nelle prime liriche, scritte nel suo periodo Sturm und Drang e raccolte quasi tutte, insieme con poche di altri poeti, nella Anthologie auf das Jahr 1782, il poeta, come nei primi drammi, dà, sì, libero sfogo al suo temperamento vulcanico e ribelle, ed esalta la vita dei sensi e si scaglia contro le tirannidi politiche e le ingiustizie sociali, ma già in esse si avverte l’aspirazione verso un ideale di umanità più alta. Canta in esse l’amore trionfante – odi a Laura – ma ecco, poco dopo, nella nuova esperienza amorosa con Carlotta von Kalb, canta la rinuncia e la rassegnazione. La gioia è oltre il soddisfacimento sensuale, nella libertà dello spirito. Qui il dissidio d’una potente personalità di fronte al mondo dei sensi e a quello dello spirito appare più prossimo a essere superato. Così anche quello di fronte al mistero della vita e dell’universo. Il panteismo schilleriano, fatto di naturalismo e di misticismo, quale egli aveva già espresso nella Theosophie des Julius, tende a diventare, attraverso l’accettazione delle leggi dello spirito, nobile elevazione della vita, oltre il piacere dei sensi e senza astratte negazioni della vita stessa. Questo idealismo eroico che, come nei drammi, si ritrova anche nel fondo delle liriche ispirate dall’amore, trova una più chiara e profonda espressione nella esaltazione del sentimento d’amicizia: An die Freude. Dopo il tumulto delle passioni giovanili, l’amore di Carlotta Lengefeld segna il placarsi dell’interiore dissidio e il ritrovamento di una armonia, che in piena luce si riflette in Die Götter Griechenlands e che rivela al poeta il compito e lo scopo della sua vita d’artista (Die Kunstler). Più tardi, quando il pensiero kantiano illumina e precisa la Weltanschauung dello Sch., anche la sua ispirazione lirica si muove unicamente entro l’orbita d’una alta idealità morale (Die Ideale, Das Ideal und das Leben, Der Spaziergang). Qui ogni dissidio fra etica ed estetica sembra dissolversi. Il mondo e la vita si mostrano al poeta in una luminosa chiarezza. Ed egli scrive le sue famose ballate, nelle quali la trasfigurazione lirica della realtà cede interamente il posto alla semplice rappresentazione di essa. Carattere epico più che lirico hanno infatti le ballate Der Handschuh, Der Taucher, Die Bürgschaft, Ritter Toggenburg, ed anche Der Ring des Polykrates e Die Kraniche des Ibykus, ed infine il celebratissimo Lied von der Glocke: l’epopea-lirica in cui, in un mirabile quadro sono fatte passare tutte le vicende della vita umana. Essa ebbe, dopo la morte dello Sch. un epilogo, scritto dal Goethe stesso, nel quale questi affermava che la luce che aveva illuminato l’animo dell’impareggiabile amico perduto, era ormai diventato da tempo la fede di migliaia di uomini.
Lo Sch. non esercitò nessun vero e proprio influsso sui poeti italiani, anche perché egli non ebbe mai in Italia la popolarità di altri scrittori stranieri, malgrado l’opera sua fosse esaltata se pur non del tutto compresa, già dal gruppo lombardo del Conciliatore. Innumerevoli tuttavia sono state le riduzioni e rappresentazioni teatrali delle sue principali tragedie. Quasi tutte furono musicate da compositori italiani e alcune, specie il Don Carlos e Maria Stuart, da più d’un compositore.
Ediz.: Sämmtliche Werke, Säkularausgabe, a cura di E. v. der Hellen, in 16 voll., Stoccarda 1904-1905; altre edizioni: quelle durate da L. Bellermann (Bibliographisches Institut), 2ª ed., voll. 15, Lipsia 1922 segg., da O. Güntter e G. Witkowski, voll. 20, Lipsia 1910 segg.; fra lk edizioni di opere scelte, quella curata da E. von der Hellen in 6 volumi, Stoccarda-Berlino. Per le lettere, v. Schillers Briefe, a cura di F. Jonas, voll. 7, Stoccarda-Berlino 1892-96. Per gli epistolarî col Körner, col Goethe, con la moglie Lotte, con W. v. Humboldt, v. le ediz. nella raccolta Bibliothek Cotta’sche der Weltliteratur, Stoccarda 1895 segg. Cfr. inoltre: Schiller–Bibliothek, a cura di P. Trömel, nuova ed., Lipsia 1924.
Chr. G. Körner, Nachrichten von S.s. Leben, Tubinga 1812; Karoline v. Wolzogen, S.s. Leben, Stoccarda 1830, 5ª ed., 1876; J. Petersen, S.s. Gespräche Berichte seiner Zeitgenossen über ihn, Lipsia 1911. Monografie: W. v. Humboldt, Über S. und den Gang seiner Geistesentwicklung, Stoccarda 1830; K. Hoffmeister, S.s. Leben, Geistesentwickelung und Werke im Zusammenhang, ivi 1838-42, rielaborato da H. Viehoff, ivi 1875; J. Minor, S., sein Leben u. seine Werke, Berlino 1889-90; L. Bellermann, S., Lipsia 1901; E. Kühnemann, S., Monaco 1905; Th. Ziegler, S., Lipsia-Berlino 1905; R. Petsch, Freiheit u. Notwendigkeit in S.s. Dramen, Monaco 1905; K. Berger, S., ivi 1905-09; L. Bellermann, S.s. Dramen, Berlino 1908; E. Heusermann, S.s Dramen, 1915; W. Bolze, S.s., philosophische Begründung der Tragödie, Lipsia 1913; F. A. Hohenstein, S. Die Metaphysik seiner Tragödie, Weimar 1927.
Per quanto riguarda la fortuna letteraria dello Sch. in Italia, v. la Bibliografia schilleriana, a cur di C. Fasola, in Rivista di letteratura tedesca (1908) e le correzioni e aggiunte alla medesima di L. Mazzucchetti, ibid. (1911), e L. Mazzucchetti, S. in Italia, Milano 1913. Monografie e studi italiani sul teatro di Sch.: G. Mazzini, Scritti editi ed inediti, Firenze 1901; F. De Sanctis, Saggi critici, nuova ed., Napoli 1930; B. Croce, Poesia e non poesia, Bari 1924; 2ª ed., Bari 1936; L. Tonelli, L’anima moderna. Da lessing a Nietsche, Milano 1925; E. levi, Il principe Don Carlos nella leggenda e nella poesia, Roma 1923; A. Belli, Pensiero, lirica, drammi di F. S., Venezia 1925; G. A. Borghese, Ottocento europeo, Milano 1927; A. Farinelli, Poesia germanica, ivi 1927; G. Gabetti, Prefazione alla M. Stuarda, tradotta da A. Maffei, Torino 1924; G. A. Alfero, S. I drammi della giovinezza, ivi 1929; R. Bottacchiari, Il dramma di F. S., Messina 1930.
Per una traduzione italiana dell’intero teatro dello Sch. si è ancora a quella di A. Maffei (ed. definitiva, Torino 1917-18, voll. 5); numerosissime le versioni dei drammi isolati, o di gruppi di opere, con buone introduzioni, e quasi al completo anche quelle delle opere dicarattere filosofico ed estetico. Fonte- Istituto della Enciclopedia Italiana
DESCRIZIONE-Torino operaia e fascismo- Una storia orale –Questo libro, pubblicato per la prima volta quarant’anni fa e tradotto in inglese pochi anni dopo, è basato sulla memoria di circa settanta donne e uomini nate-i tra il 1884 e il 1922, intervistate-i nella seconda metà degli anni settanta, comparata con una serie di fonti d’archivio (rapporti di polizia, cinegiornali dell’Istituto Luce, documenti giudiziari). I protagonisti, appartenenti alla classe operaia torinese, raccontano la loro visione della vita, della storia, di se stessi, evocando il periodo fascista e il rapporto ambivalente tra Mussolini e le masse. Si delinea così un quadro multiforme della Torino operaia degli anni venti e trenta nel secolo scorso: i divertimenti e le canzoni popolari, la condizione delle donne, l’atteggiamento verso i meridionali, la religione, il fascismo nella vita di tutti i giorni.
Ne emerge un quadro di piccoli episodi di «resistenza» quotidiana come graffiti e scherzi, una cravatta rossa o una vecchia canzone socialista, ma anche da eventi traumatici come l’aborto, unico mezzo di controllo della fertilità largamente disponibile ancorché clandestino. È quindi documentata una negoziazione quotidiana col potere che va al di là del semplice dilemma consenso/dissenso. Un capitolo finale è dedicato a un evento «mitico» della Torino operaia e antifascista: il silenzio degli operai della Fiat in risposta al discorso del duce, nel corso dell’inaugurazione della Fiat Mirafiori nel 1939. Il testo combina approcci mutuati dalla storiografia, dall’antropologia, dalla psicologia e dalla microsociologia, offrendo un ampio spettro di forme narrative e metodologiche e una riflessione sui meccanismi della memoria e sul suo rapporto con il presente in cui è elaborata. La sua riproposta invita ad attualizzare il ruolo centrale di una categoria politica e sociale come la vita quotidiana in quanto luogo privilegiato della soggettività, e a prendere in considerazione quanto i «grandi mutamenti» devono a «decisioni individuali».
Luisa Passerini
Autore-Luisa Passerini-Emerita di Storia all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, ha usato fonti orali, scritte e visuali per lo studio dei soggetti del cambiamento sociale e culturale, dai movimenti di liberazione africani ai movimenti operai, delle donne e degli studenti. Ha indagato il rapporto tra il concetto di identità europea e quello di amore romantico. Tra i suoi libri: La quarta parte (Manifestolibri, 2023); Storie d’amore e d’Europa (L’ancora del Mediterraneo, 2008); Memoria e utopia. Il primato dell’intersoggettività (Bollati Boringhieri, 2003); L’Europa e l’amore (Il Saggiatore, 1999); Storie di donne e femministe (Rosenberg & Sellier, 1991); Mussolini immaginario (Laterza, 1991); Autoritratto di gruppo (Giunti, 1988).
Editore-Officina Libraria
Officina Libraria • LO edition • Ab Ovo
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Officina Libraria, “casa editrice” in latino umanistico, ha vocazione internazionale ed è specializzata in pubblicazioni d’arte e illustrati.
Fondata nell’ottobre 2006 a Milano e oggi a Roma, l’Officina Libraria di Marco Jellinek e Paola Gallerani ha pubblicato da allora oltre 450 titoli, che spaziano dalla saggistica storico artistica alla fotografia, dal design di gioielli alla ceroplastica, aprendo di recente alla storia e alla letteratura.
Molti dei volumi più ricercati sono produzioni o coedizioni con prestigiose istituzioni italiane e straniere: dalla I Tatti – The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies (l’imponente catalogo della collezione di dipinti, la collana I Tatti Research Series), al Kunsthistoriches Institut di Firenze e al Centro Internazionale Studi di Architettura Andrea Palladio; dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano (la guida di tutti i dipinti esposti e il catalogo della mostra 100 anni di scultura) alla Galleria Borghese (le mostre su Bernini, Picasso e Valadier e i prossimi cataloghi ragionati delle Sculture e degli Arredi), le Gallerie Nazionali Barberini Corsini (diversi cataloghi e i 100 capolavori), dal Museo del Bargello (il catalogo ragionato degli avori) all’Accademia Carrara di Bergamo (100 capolavori, il catalogo ragionato dei dipinti del XIV-XV secolo) per citarne alcuni. Senza dimenticare il musée du Louvre, di cui Officina è il solo coeditore italiano: con la preziosa collana di facsimili del Cabinet des dessins, la serie dei cataloghi ragionati dei disegni italiani e i volumi per mostre come Giotto, Messerschmidt, Valentin de Boulogne, Rembrandt fino a Le corps et l’ame, sulla scultura italiana del ’500, insignito del Prix du catalogue d’exposition 2021, e che nell’edizione italiana accompagna la mostra Il corpo e l’anima al Castello Sforzesco di Milano.
Che si tratti di cataloghi di mostre, opere di fondo, guide o saggistica applichiamo all’editoria contemporanea, che ha tempi di produzione sempre più serrati, l’attenzione e la cura editoriale d’altre epoche, sia nella redazione che nei progetti grafici e nella riproduzione delle immagini. Alla base del nostro lavoro c’è il progetto culturale di fare libri di qualità, nei contenuti e nella forma, restituendo all’editore quel ruolo di mediazione culturale e non semplice marchio di produzione che gli è proprio, nella scelta dei progetti, nell’interazione con autori, istituzioni e committenti, nella realizzazione dei volumi, e nella loro promozione e diffusione a pubblicazione avvenuta, sia attraverso le librerie (in Italia siamo distribuiti da Messaggerie Libri; in Francia da Daudin (DOD & Cie), in US-UK e resto del mondo da ACC Art Books) che nei principali bookshop di mostre e musei, e con campagne mailing specifiche presso le biblioteche italiane e straniere.
Gli editori
Marco Jellinek
Marco Jellinek • Laureato in chimica e filosofia alla University of Kansas, ha cominciato ad occuparsi di editoria nel 1987 come redattore e responsabile commerciale extra-librario alla Jaca Book di Milano, per passare alla Disney Libri come senior editor e poi come direttore marketing da Skira. Nel 2002 ha fondato la 5 Continents Editions e nel 2005 la consociata Equatore che ha diretto fino all’ottobre 2006, pubblicando prestigiosi volumi d’arte e fotografia, come Parate Trionfali e New Guinea, rispettivamente vincitori dei premi Justus Lipsius e 2006 AAM Museum Publications Design Competition.
È la mente economica e strategica di Officina Libraria e le scelte editoriali poggiano sulla sua cultura storico artistica, seconda soltanto alla sua passione per la montagna.
Paola Gallerani • Laureata e specializzata in storia dell’arte all’Università degli Studi di Milano, è stata caporedattore della 5 Continents Editions dalla sua fondazione al maggio 2006, occupandosi del coordinamento editoriale dei volumi d’arte e saggistica e di tutte le coedizioni con il musée du Louvre. Ha collaborato con la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, catalogando l’archivio Giovanni Testori, di cui è la principale esperta, e ha insegnato Organizzazione delle attività editoriali all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Nell’ottobre 2006 fonda con Marco Jellinek l’Officina Libraria, occupandosi oltre che della direzione editoriale anche della grafica della maggior parte dei volumi. Dal 2011 si occupa anche di LO, l’etichetta per bambini, scegliendone i titoli con Marco, spesso traducendoli e a volte inventandoli (anche con lo pseudonimo di Amélie Galé). Nel 2016 crea Ab Ovo edizioni, il marchio di Officina dedicato a salute e benessere.
Elsa Morante è nata nel 1912 a Roma, dove è vissuta e dove è scomparsa nel 1985. Le sue raccolte di poesia sono Alibi (Longanesi 1958, Garzanti 1988, Einaudi 2004) e Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi (Einaudi, 1968, 2006, 2012). I suoi romanzi: Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo (1957), La storia (1974), Aracoeli (1982). Numerosi i racconti e gli scritti vari, saggi e interventi. È uno dei maggiori narratori italiani.
Elsa Morante -Poesie-
POESIE
da IL MONDO SALVATO DAI RAGAZZINI
Addio Dal luogo illune del tuo silenzio
mi riscuote ogni giorno l’urlo del mattino.
O notte celeste senza resurrezione
perdonami se torno ancora a queste voci.
Io premo l’orecchio sulla terra
a un’eco assurda dei battiti sepolti.
Dietro la belva in fuga irraggiungibile
mi butto sulla traccia del sangue.
Voglio salvarti dalla strage che ti ruba
e riportarti nel tuo lettuccio a dormire.
Ma tu vergognoso delle tue ferite
mascheri i cammini della tua tana.
Io fingo e rido in un ballo disperato
per distrarti dall’orrenda mestizia
ma i tuoi occhi scolorati di sotto le palpebre
non ammiccano più ai miei trucchi d’amore.
Alla ricerca dei tuoi colori del tuo sorriso
io corro le città lungo una pista confusa.
Ogni ragazzo che passa è una morgana.
Io credo di riconoscerti, per un momento.
E mendicando rincorro lo sventolio di un ciufietto
o una maglietta rossa che scantona…
Ma tu rintanato nel tuo freddo nascondiglio
disprezzi la mia commedia miserabile.
Buffone inutile io deliro per le vie
dove ogni fiato vivente ti rinnega.
Poi, la sera, rovescio sulla soglia deserta
un carniere di piume insanguinate.
E chiedo una tenerezza al buio della stanza,
almeno una decadenza della memoria,
la senilità, l’equivoco del tempo volgare
che medica ogni dolore…
Ma la tua morte cresce ogni giorno.
E in questa piena che monta io vado e mi riavvento
in corsa dirotta, per un segno,
un punto nella tua direzione.
O nido irraggiungibile e caro,
non c’è passo terrestre che mi porti a te.
Forse fuori dai giorni e dai luoghi?
La tua morte è una voce di sirena.
Forse attraverso una perdizione? o vna grazia?
o in quale veleno? in quale droga?
forse nella ragione? forse nel sonno?
La tua morte è una voce di sirena.
Voglia di un sonno che pare una tua dolcezza
ma è stata già l’impostura dove ti ho perso!
La tua morte è una voce di sirena
che vorebbe sviarmi da te nelle sue fosse.
Forse, io devo accettare tutte le norme del campo:
ogni degradazione, ogni pazienza.
Non posso scavalcare questa rete spinata
mentre al tuo grido innocente non c’è risposta.
La tua morte è una luce accecante nella notte,
è una risata oscena nel cielo del mattino.
Io sono condannata al tempo e ai luoghi
finché lo scandalo si consumi su di me.
Io devo, qui, trescare e patteggiare con la belva
per rubarle il segreto del mio tesoro.
O pudore d’una infanzia uccisa,
perdonami questa indecenza di sopravvivere.
Tu sei partito credendo di giocare alla fuga.
Era per fare il bravo, la tua smorfia d’addio.
Al solito! Che poi ti bandisci nella tua stanzuccia
minaccioso dietro le porte sbarrate
come un gran capitano nel suo forte supremo.
Guai per l’audace che si arrischi all’assedio!
Ma ti conosco. Che invece se nessuno si arrischia
ti strazi, e piangi nella tua rabbia infantile
perché non c’è amore al mondo e ti lasciano solo.
Ma stavolta, la tua porta fu sbattuta dagli uragani.
Le piogge entrarono nel vano abbandonato
e una fanghiglia come sangue ha imbrattato i muri.
Quando eri vivo, la tua stanza era la stella del quartiere,
ricercata da tutti. E adesso
tutti ne rifuggono, come fosse appestata.
Il mio piede incíampa nella tua camiciola
che nessuno ha più raccolto da terra. Sul terrazzo
devastato dagli inverni, le piante sono morte.
Perfino i ladri hanno schifato questo tuo feudo estremo
dove infatti c’era poco di valore, da rubare!
Ritagliàti dalle riviste, i ritratti dei tuoi eroi
adornano ancora le pareti: Gautarna il Sublime,
il barbuto Fidel, Billie Holiday la suicida.
In un angolo, c’è ancora la scodella della tua gatta.
Una cravattina rossa pende nell’armadio.
Alla partenza, ti caricasti dei tuoi beni principali:
il canestro con la gatta e il fonografo a valigia.
«Il resto dei bagagli, speditelo per via mare».
Trecento volte quella nave ha ripercorso quel mare
e i tuoi tesori sono dispersi, e io sono qui, vivente.
Anche se vivo tremila anni, e se corro tutti i mari,
non posso più raggiungerti per riportarti indietro.
Lo so che tu credevi di giocare all’addio.
Era una braveria, la tua smorfia…
Ma contro una scommessa impaziente di ragazzo
è un’altra lunga agonia la posta che qui si chiede.
La ladra delle notti è una cammella cieca e folle
che gira per Sahara incantati, fuori d’ogni pista.
L’itinerario è lunatico, non c’è destinazione.
Le sabbie disfanno le tracce dei suoi furti.
Le sue pupille bianche fanno crescere miraggi
dai corpi lacerati che lei semina per le sabbie.
E i miraggi si spostano a distanze moltiplicate
irraggiungibili nei loro campi solitari.
Amputati dai corpi, si disperdono separati
senza rimedio, eterne mutilazioni.
Nessun miraggio può incontrare un altro miraggio.
Non ci sono che solitudini, dopo il furto dei corpi.
da ALIBI
Solo chi ama conosce Solo chi ama conosce. Povero chi non ama!
Come a sguardi inconsacrati le ostie sante,
comuni e spoglie sono per lui le mille vite.
Solo a chi ama il Diverso accende i suoi splendori
e gli si apre la casa dei due misteri:
il mistero doloroso e il mistero gaudioso.
Io t’amo. Beato l’istante
che mi sono innamorata di te.
Qual è il tuo nome? Simile al firmamento
esso muta con l’ora. Sei tu Giulietta? o sei Teodora?
ti chiami Artù? o Niso ti chiami? Il nome
a te serve solo per giocare, come una bautta.
Vorrei chiamarti: Fedele; ma non ti somiglia.
La tua grazia tramuta
in un vanto lo scandalo che ti cinge.
Tu sei l’ape e sei la rosa.
Tu sei la sorte che fa i colori alle ali
e i riccioli ai capelli.
La tua riverenza è graziosa come l’arcobaleno.
Sono i tuoi giorni un prato lucente
dove t’incontri con gli angeli fraterni:
il santo, adulto Chirone,
l’innocente Sileno, e i fanciulli dai piedi di capra,
e le fanciulle – delfino dalle fredde armature.
La sera, alla tua povera cameretta ritorni
e miri il tuo destino tramato di figure,
l’oscuro compagno dormiente
dal corpo tatuato.
Tu eri il paggio favorito alla corte d’Oriente,
tu eri l’astro gemello figlio di Leda,
eri il più bel marinaio sulla nave fenicia,
eri Alessandro il glorioso nella sua tenda regale.
Tu eri l’incarcerato a cui si fan servi gli sbirri.
Eri il compagno prode, la grazia del campo,
su cui piange come una madre
il nemico che gli chiude gli occhi.
Tu eri la dogaressa che scioglie al sole i capelli
purpurei, sull’alto terrazzo, tra duomi e stendardi.
Eri la prima ballerina del lago dei cigni,
eri Briseide, la schiava dal volto di rose.
Tu eri la santa che cantava, nascosta nel coro,
con una dolce voce di contralto.
Eri la principessa cinese dal piede infantile:
il Figlio del Cielo la vide, e si innamorò.
Come un diamante è il tuo palazzo
che in ogni stanza ha un tesoro
e tutte le finestre accese.
La tua dimora è un’arnia fatata:
narcisi lontani ti mandano i loro mieli.
Per le tue feste, da lontani evi
giungono luci, come al firmamento.
Ma tu in esilio vai, solo e scontento.
Il mio ragazzo non ha casa
né paese.
La bella trama, adorata dal mio cuore,
a te è una gabbia amara.
E in tua salvezza non verrà mai la sposa
regina del labirinto.
Per il sapore strano del bene e del male
la tua bocca è troppo scontrosa.
Tu sei la fiaba estrema. O fiore di giacinto
cento corimbi d’un unico solitario fiore!
La folla aureovestita del tuo bel gioco di specchi
a te è deserto e impostura.
Ma dove vai? che mai cerchi? invano, gatta-fanciulla,
il passaggio d’Edipo sul tuo cammino aspetti.
O favolosa domanda, al tuo delirio
non v’è risposta umana.
Riposa un poco vicino a chi t’ama,
angelo mio.
Quando mi sei vicino, non più che un fanciullo m’appari.
Le mie braccia rinchiuse bastano a farti nido
e per dormire un lettuccio ti basta.
Ma quando sei lontano, immane per me diventi.
Il tuo corpo è grande come l’Asia, il tuo respiro
è grande come le maree.
Sperdi i miei neri futili giorni
come l’uragano la sabbia nera.
Corro gridando i tuoi diversi nomi
lungo il sordo golfo della morte.
Riposa un poco vicino a chi t’ama.
Lascia ch’io ti riguardi. La mia stanza percorri spavaldo
come un galante che passa
in una strage di cuori.
Allo specchio ti miri i lunghi cigli,
ridi come un fantino volato al traguardo.
O figlio mio diletto, rosa notturna!
Povero come il gatto dei vicoli napoletani
come il mendico e il povero borsaiolo,
e in eleganza sorpassi duchi e sovrani
risplendi come gemma di miniera
cambi diadema ogni sera
ti vesti d’oro come gli autunni.
Passa la cacciatrice lunare con i suoi bianchi alani…
Dormi.
La notte che all’infanzia ci riporta
e come belva difende i suoi diletti
dalle offese del giorno, distende su noi
la sua tenda istoriata.
Nella funerea dimora, anche di te mi scordo.
Il tuo cuore che batte è tutto il tempo.
Tu sei la notte nera.
Il tuo corpo materno è il mio riposo.
Elsa Morante
Canto per il gatto Alvaro Tra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s’incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s’inseguono nei dolci deliri.
Poi riposi le fatue lampade
che saranno al mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello. E t’ero uguale!
Uguale! Ricordi, tu,
arrogante mestizia? Di foglie
tetro e sfolgorante, un giardino
abitammo insieme, tra il popolo
barbaro del Paradiso. Fu per me l’esilio,
ma la camera tua là rimane,
e nella mia terrestre fugace passi
giocante pellegrino. Perché mi concedi
il tuo favore, o selvaggio?
Mentre i tuoi pari, gli animali celesti
gustan le folli indolenze, le antelucane feste
di guerre e cacce senza cuori, perché
tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,
e io tre cose ho in sorte:
prigione peccato e morte.
Tra lune e soli, tra lucenti spini, erbe e chimere
saltano le immortali giovani fiere,
i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,
Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,
nel fastoso uragano del primo giorno…
E tu? Per amor mio?
Avventura per Luchino Visconti Hai tu un cuore? La leggenda vuole che tu non l’abbia.
Al vedermi, che per te mi consumo d’amore,
tutti mi dicono: «Ah, pazza, mangiata dalle streghe, rosa dalle fole,
soldato d’imprese disperate, marinaio senza veli né remi,
dove t’avventuri? in quali deserti di sabbia,
dietro Morgane, e fuochi fatui, e larve canzonatrici
tu vuoi spegnere la tua sete nella solitaria morte!
Ah, chi ti gettò questa rete, povero pesciolino?»
Così dice la gente; ma lasciamo che dica!
A chi di te mi sparla, nemica io mi giurai.
Per te, mio santo capriccio, volto divino,
senz’armi e senza bussola sono partita.
Non v’è riposo alla speranza mai.
A difficili amori io nacqui.
Come una rosa in un giardino
d’Africa o d’Asia assai lontano,
come una bandiera alzata
in cima a una nave pirata,
come uno scudo d’argento
appeso in un barbaro tempio,
difficile splende il tuo cuore
il tuo frivolo, indolente cuore,
l’eroico, femmineo tuo cuore.
il tuo regale, intatto cuore,
il cuore dell’amore mio.
Io credo nel tuo cuore!
Le caverne terrestri son tutte una gioielleria.
Funerea primavera per le mie feste vanesie,
l’ametista viola e l’agata lunare
e i diamanti simili a rose cangianti
e il topazio vetrino, il topazio d’oro.
Hanno i cristalli aloni e code di fuoco,
mille comete e lune per la mia notte.
M’offron conchiglie i golfi, e giochi oceanici,
e il cielo boreale riposi e meditazioni.
Dolcezze ha l’aranceto, come salive d’amore,
e l’Asia graziose belve, mie tenere schiave.
Le Maestà dei re conversazioni m’accordano,
e al mio comando s’accendono circhi e teatri.
Ma alla conquista io partii d’un frutto aspro.
Il tuo cuore: altro frutto non voglio mordere.
Non voglio i doni terrestri, al mio potere mi nego.
Il solo mio volere è questa impresa!
Alla conquista d’un frutto amaro andai.
Le cose amare sono le più care.
Segreta, lo so, è la stanza del prezioso cuore ch’io cerco.
Lungo e incerto il viaggio fino al nido
di questa civetta-fenice.
Inesperta son io,
compagno né guida non ho,
ma giungerò alla camera felice
del mio bell’idolo.
Addio, dunque, parenti, amici, addio!
Prima bisogna guadare il lago stagnante
della paura,
e i Grandi Orgogli oltrepassare,
fastosa catena di rupi.
Snidare bisogna l’invidia che s’imbosca
e i mostri di gelosia mettere in fuga,
(ah, San Michele e San Giorgio, datemi il vostro scudo!)
per notti occhiute, selve purpuree,
dove incontrare potrò centauri e ippogrifi,
e bere il magico sangue dei narcisi.
Si levan poi le triplici mura di Sodoma
intorno a campo straniero
dalle sette torri merlate.
Incantare dovrò i guardiani,
riscattare le spose comprate,
e a lungo errerò per corti e fughe di scale,
fra un popolo d’echi e d’inganni
fino alla cara porta, che reca la scritta crudele:
Indietro, o pellegrina. Non riceve.
Ah, fossi alato usignolo, foss’io centaura,
ah, sirena foss’io,
foss’io Medoro o Niso,
che forse a te più amico
sarebbe il nome mio, grazioso cuore!
Invece, Lisa è il mio nome, nacque nell’ora amara
del meriggio, nel segno del Leone,
un giorno di festa cristiana.
Fui semplice ragazza,
madrina a me fu una gatta,
e alla conquista partii d’un dolce cuore.
Or che mi presentai, siimi cortese, o amore.
Di che temi, o selvatico? d’esser preso al laccio?
Ah, no, dell’amara pampa la figlia io non sono.
D’esser trafitto? Io non ho coltello, né pungiglione.
Né son io sbirra, per gettarti in carcere,
né fata, per averti compagno notte e giorno,
mutato in corvo, dentro gabbietta d’oro.
Ah, dall’impresa non giudicarmi eroe!
Leggera è la mia mente più del fuoco,
più che un riccio dei tuoi fulvi capelli.
Per la mia pena, per il tuo vinto amore,
con te soltanto un poco giocare io voglio
come una foglia scherza con l’ombra e il sole,
o una ragazza col suo gatto rosso.
E poi ti dirò addio.
Tu dirai: Lisa! supplicherai: Lisa!
Ah, Lisa! Lisa! chiamerai. Ma io
ti dirò addio.
Elsa Morante
MORANTE, Elsa. – Nacque a Roma il 18 agosto 1912 da Irma Poggibonsi, maestra, ebrea modenese, e da Francesco Lo Monaco, siciliano, morto suicida nel 1943; padre anagrafico, marito di Irma, fu Augusto Morante, istitutore al Riformatorio per minorenni. A Elsa, secondogenita – il primogenito, Mario, morì a pochi mesi – seguirono i fratelli Aldo e Marcello e la sorella Maria.
Per motivi di salute non frequentò le elementari ma studiò privatamente, trascorrendo parte dell’infanzia presso la madrina, Maria Guerrieri Gonzaga, in una villa sulla via Nomentana. Giovanissima scrisse poesie, fiabe e racconti, molti fra i quali pubblicati ne Il Corriere dei piccoli, e I diritti della scuola. Dopo il ginnasio e il liceo svolti presso celebri istituti romani (Ennio Quirino Visconti e Terenzio Mamiani), si iscrisse all’Università che presto però interruppe «per conoscere la vita»: a 18 anni, infatti, lasciata la famiglia andò a vivere da sola dando lezioni private, scrivendo tesi di laurea e pubblicando regolarmente racconti in riviste e rotocalchi. Giacomo Debenedetti, che ebbe modo di conoscerla in quegli anni, apprezzò i suoi racconti e li fece pubblicare nella rivista Meridiano di Roma.
Quando nel 1948 apparve Menzogna e sortilegio, il primo grande romanzo di Morante, molti si stupirono dell’apparizione di una scrittrice senza precedenti; tuttavia la stesura delle opere maggiori fu di fatto preceduta e accompagnata da una fitta produzione di racconti in cui compaiono personaggi e motivi talvolta ripresi e amplificati nelle opere maggiori.
Pubblicato postumo per Einaudi, il volume dei Racconti dimenticati (Torino 2002) riunisce testi esclusi dalle raccolte precedenti e in particolare – nella sezione Aneddoti infantili – quelli più chiaramente autobiografici. Nella prefazione Cesare Garboli precisa: «Morante sviluppò negli anni Trenta (1933-1941) un’attività pubblicistica, col proprio nome o sotto pseudonimo, che comprende più o meno 125 collaborazioni tra racconti, fiabe, fantasie, articoli di costume, racconti storici, aneddoti infantili, con una media […] di un racconto ogni venticinque giorni per nove anni filati […]» (p. VI). Quello che si può considerare come l’apprendistato della narrativa morantiana ha i tratti e lo stile del romanzo d’appendice, del feuilleton, della fiaba. Le «stralunate creature» di questo feuilleton giovanile compongono, pertanto, un «deforme campionario di personaggi veristi, commercianti, impiegati, bottegai, stallieri, cocchieri, corrieri, nobildonne fittizie e immaginarie, baroni ossessi e infermiere assassine, folla indiscriminata di esseri dall’apparenza normale quanto intimamente malati e tarati» (ibid., p.VII).
Negativo bianco e nero 7883 da Archivio Elsa Morante. Foto originale 10 x 7 cm. Riproduzioni di fotografie originali che erano in possesso di Elsa Morante e che alla sua morte sono passate a Patrizia Cavalli e Carlo Cecchi, eredi della scrittrice. Moravia ritratto con cappello. Giugno 1934.
Nel 1936 Elsa Morante incontrò Alberto Moravia, già assurto alla notorietà col romanzo d’esordio, Gli indifferenti (1929): in questi primi anni di una relazione alquanto tormentata, segnata da separazioni e riavvicinamenti, Morante tenne un diario (pubblicato postumo e, così come altre pagine diaristiche degli anni Cinquanta, parzialmente riprodotto nella Cronologia delle Opere per la collezione mondadoriana «I Meridiani»).
Diario 38 (ma il titolo originale è Lettere ad Antonio, a cura di Alba Andreini, Torino 1989) contiene – come indicano in modo eloquente le epigrafi: «Libro dei sogni», «La vida es sueño» nonché una citazione tratta dalla Commedia – la trascrizione dei sogni della giovane autrice ventiseienne, oltre a pensieri, ricordi e immagini da questi suscitati. Vi compaiono a più riprese allusioni a una figura maschile A. (Moravia) e ad altre persone della famiglia: la madre, il padre, la sorella, i fratelli, alcuni amici. Tuttavia soggetto principale dell’introspezione è lei stessa, la giovane Elsa, con i propri desideri, la relazione col proprio corpo, i fantasmi sessuali. Da tale esplorazione dell’inconscio affiorano interrogativi talvolta angosciosi, relativi all’infanzia, alla maternità, alla sensualità femminile, all’erotismo e alla vita sessuale, ma vi convergono ugualmente riflessioni su poeti e narratori che costituiscono preziose indicazioni sulla sua ricerca di scrittura (Dante, Kafka, Proust, Rimbaud, Freud, Manzoni, Verga).
Elsa Morante
Morante e Moravia si sposarono il lunedì dell’Angelo del 1941 in una cappella della chiesa del Gesù, a Roma; il rito fu celebrato da padre Pietro Tacchi Venturi, confessore e guida spirituale di Elsa.
Nello stesso anno venne pubblicato Il gioco segreto (Milano 1941), una prima raccolta di 20 racconti fra quelli ch’erano apparsi a stampa tra il 1937 e il 1941; fra questi alcuni furono poi selezionati dall’autrice per un secondo volume, Lo scialle andaluso (Torino 1963). L’anno seguente apparve un racconto scritto alcuni anni prima, illustrato dall’autrice: Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (ibid. 1942).
I personaggi di questi racconti si delineano come cifre dell’ambiguità: i toni spesso cupi e inquietanti, la morte come personaggio o come presentimento (La nonna), il diffuso sentimento di colpa (Il ladro dei lumi), l’incertezza e l’oscillazione tra delirio e lucidità, conscio e inconscio, angelico e demoniaco (Via dell’Angelo), e più in generale le atmosfere e la nota di fondo che vi sottostanno sono propri della letteratura fantastica, in cui si moltiplicano gli effetti del «perturbante» secondo la definizione freudiana (Umheimlich); vi si ritrovano ugualmente notevoli somiglianze con il mondo onirico e metafisico dell’immaginario di Kafka e di Poe. I protagonisti, spesso bambini e adolescenti, inseguono i miraggi dell’immaginazione e del sogno, fin quando la visione è bruscamente infranta e precipitano in una vita priva di desideri, avvolta nell’inconsolabile melanconia del paradiso perduto. La madre e il padre sono raffigurati come oggetto di passioni, veri e propri miti dell’infanzia e della giovinezza, ma destinati a essere rigettati o demoliti nell’età adulta. Ne Il gioco segreto, che dà il titolo alla raccolta, il teatro è metafora della fuga verso un tempo mitico: un’epopea notturna nella quale Antonietta e i fratelli inventano e inscenano storie di donne e cavalieri d’altri tempi, fin quando, scoperti dalla madre, puniti e ricondotti alla realtà, sono ormai dolorosamente esiliati dal mondo onirico. Lo scialle andaluso, uno dei racconti più amati dall’autrice e fra i più significativi, è invece incentrato sul legame geloso e intenso di Andrea per la madre Giuditta che, dopo una carriera fallita di ballerina, rinuncia al suo grande amore per il teatro per ritornare a vivere con il figlio.
Elsa Morante
Dopo l’8 settembre 1943, con l’intensificarsi della persecuzione antisemita e della repressione tedesca, Moravia venne avvisato del pericolo di un arresto in quanto ebreo, e con Morante – anch’essa ebrea per parte di madre – decisero di lasciare precipitosamente Roma. Giunto a Fondi, il treno non poté proseguire a causa della linea ferroviaria interrotta: costretti a scendere dal treno, arrivarono a piedi nel paesino di Sant’Agata dove si rifugiarono fino alla fine della guerra. Per nove mesi la coppia condivise le condizioni di vita disagiate e precarie dei residenti, con soltanto due libri (la Bibbia e i Fratelli Karamazov), cibo frugale e un’unica stanza con un pagliericcio per dormire. All’inizio dell’inverno Morante decise di ritornare a Roma per recuperare il manoscritto di Menzogna e sortilegio. Nel 1944, dopo un breve periodo a Napoli, la coppia fece ritorno a Roma (dapprima in via Sgambati, poi in un attico acquistato in via dell’Oca). Morante riprese la scrittura del romanzo e lo inviò alla casa editrice Einaudi dove fu accolto favorevolmente soprattutto da Natalia Ginzburg e quindi da Italo Calvino. Pubblicato nel 1948, fu insignito nello stesso anno del premio Viareggio.
Elsa Morante
Il primo romanzo morantiano è una storia di famiglia che si svolge tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in un Sud imprecisato (presumibilmente Palermo e dintorni): Elisa, ormai orfana, reclusa e quasi «sepolta viva» nella cameretta insieme al fedele gatto Alvaro, rimemora e racconta le vite dei cari fantasmi che continuano ad affascinarla e a tormentarla con i loro enigmi: la nonna Cesira e il nonno Teodoro, la loro figlia e madre di Elisa, Anna, il padre Francesco, la seconda madre e amante del padre Rosaria, il misterioso cugino Edoardo. La narrazione assume i toni della saga, dell’epopea che registra il rapido declinare delle illusioni e dell’agiatezza verso la decadenza, la miseria sociale e il turbamento psichico: al centro la figura della madre della narratrice, Anna, che, innamorata di Edoardo, accetta di sposarne l’amico Francesco De Salvi, quando costui, gravemente malato di tisi, lascia improvvisamente la città, e muore poco dopo. Francesco è figlio naturale di una relazione fugace tra Alessandra, contadina analfabeta, e l’amministratore delle terre dei Cerentano, Nicola Monaco, ma crede a lungo di essere il figlio del marito, Damiano. Morto Edoardo, Anna inventa un epistolario tra lei e il cugino, nell’intento di consolarne la madre Concetta. Questa menzogna ed estrema finzione, la conduce rapidamente alla follia e alla morte.
Elsa Morante
Temi, personaggi e stile della narrazione riprendono, trasformandoli, quelli del grande romanzo ottocentesco, proprio quando nella letteratura e nel cinema si imponevano la poetica e le forme del neorealismo: la scrittura morantiana sembra percorrere una strada originale, eccentrica rispetto alle correnti dominanti e ai canoni prevalenti del periodo. Fin da questo primo grande libro, Morante persegue una poetica della realtà di cui la formulazione forse più completa e stringente si situa a livello teorico nel saggio Sul romanzo (1959), in cui viene definito come «ogni opera poetica, nella quale l’autore […] dà intera una propria immagine dell’universo reale (e cioè dell’uomo, nella sua realtà)» (cfr. Sul romanzo, in Pro o contro la bomba atomica e altri saggi, p. 44). Nell’ampiezza e nel vigore narrativo si ritrova quella cattedrale sognata di cui l’autrice annotava in Diario 38: «[…] discorrendo dell’arte nel romanzo e nell’intreccio con V. ricordo di avere di sfuggita paragonato la costruzione del racconto a un’archittettura, a una cattedrale, le scene isolate alle vetrate» (p. 20). All’uscita del romanzo la maggior parte della critica rimase sorpresa dalla novità dell’autore Morante. Molti furono i tentativi per delineare accostamenti e influenze letterarie: il Settecento francese di Marivaux, o l’Ottocento del romanzo inglese (Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen), per altri il riferimento era più vicino all’ambientazione siciliana verista (Verga, De Robertis). Tuttavia, fu soprattutto l’apprezzamento di György Lukács che, decretando Menzogna e sortilegio come «il più grande romanzo italiano moderno», inaugurò una nuova fase critica. Studi successivi hanno mostrato l’importanza della scrittura pubblicistica e narrativa precedente e gli accostamenti ai pensatori fondamentali del XX secolo: Sigmund Freud, Otto Rank e Carl Jung, Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Arthur Schopenhauer, Simone Weil (si vedano, in particolare: Per Elisa, 1990; nonché Bardini, 1999). D’altro canto si è cercato di inserire l’opera nel panorama letterario novecentesco con un ampio ventaglio di possibili accostamenti (Marguerite Yourcenar, Virginia Woolf, Anna Maria Ortese, Pier Paolo Pasolini), ma anche, in filigrana, con quegli autori che ne hanno ripreso i modi o il programma poetico e etico (cfr. Under Arturo’s star …, 2006).
Dal 1949 Morante curò per la RAI-Radio Televisione italiana la rubrica «Cronache del cinema»; tuttavia si dimise due anni dopo rifiutando di cedere alle pressioni della direzione, volte ad «attenuare le punte critiche » (cfr. Opere, I, Cronologia, p. LVIII). Pubblicò vari racconti tra cui Amalia (1950) e Lo Scialle andaluso (1953). In quegli anni conobbe la filosofa spagnola María Zambrano e sua sorella Aracoeli, con la quale strinse un’intensa amicizia.
Elsa Morante -Poesie-
Nel 1957 uscì il secondo romanzo, L’isola di Arturo, che ricevette nello stesso anno il premio Strega.
Arturo, adolescente orfano di madre, vive in compagnia del balio Silvestro e della cagna Immacolatella, nella Casa dei guaglioni, sulle alture dell’isola di Procida. Il padre, Wilhelm Gerace, è quasi sempre assente e, nell’immaginazione febbrile ed esaltata del figlio, che lo dipinge come idolo ed eroe, parte per viaggi misteriosi e avventurosi nel grande mondo, al pari dei personaggi dei suoi libri. L’arrivo di Nunziata, nuova sposa del padre, poco più grande di lui, turba profondamente il ragazzo suscitando rivalità e gelosia. La maternità di costei e, nello stesso tempo, la rivelazione degli amori omosessuali del padre che sono alla base dei suoi misteriosi viaggi, sanciscono per il protagonista l’uscita dal mondo circoscritto e felice dell’infanzia, nonché l’accesso all’universo adulto e della guerra imminente.
Romanzo di formazione, ma innervato da un’immaginazione favolistica che affonda nel sottofondo del mito, L’isola di Arturo ottenne consenso unanime coniugando felicemente i suggerimenti della realtà con la capacità evocativa e le illuminazioni liriche.
Nel maggio del 1958 fu data alle stampe una prima raccolta di poesie (Alibi, Milano) di cui alcune erano già apparse come epigrafi dei romanzi. In quegli anni Morante effettuò numerosi viaggi all’estero: in Grecia, in Unione Sovietica e in Cina con Giacomo Debenedetti, insieme con Moravia in Brasile, con Pier Paolo Pasolini e Moravia in India. Nel settembre 1959, incontrò a New York Bill Morrow, un pittore ventitreenne con cui strinse un’intensa relazione e che aiutò insieme a Moravia nell’organizzazione di diverse mostre in Italia, in Francia e negli Stati Uniti.
Nell’aprile del 1962, poco dopo il suo rientro negli Stati Uniti, Morrow morì tragicamente cadendo dalla finestra di un grattacielo, non si sa se accidentalmente o volontariamente. Morante sprofondò nella desolazione e nel lutto e abbandonò tutti i progetti di scrittura in corso, tra cui il romanzo Senza i conforti della religione.
Il ritorno alla pagina scritta avvenne gradatamente, e soprattutto attraverso la poesia. Con Pasolini, cui era unita dalla consuetudine di una profonda amicizia, curò la scelta delle musiche de Il vangelo secondo Matteo (1964) e più tardi di Medea (1970).
Nel 1965 pronunciò la conferenza Pro o contro la bomba atomica al teatro Carignano di Torino, che costituì poi la parte centrale del volume Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (Milano 1987) in cui sono esplicitati la concezione dell’arte del romanzo, le idee sulla letteratura, sui personaggi e sul rapporto tra vita, scrittura e realtà.
Oltre a testi brevi, come Navona mia sull’amata piazza Navona o la serie Rosso e Bianco, vi figura l’articolo I personaggi (1950) in cui Morante individua tre tipologie di personaggio la cui combinazione informa la maggior parte delle opere narrative: Achille, il greco dell’età felice, Don Chisciotte che, insoddisfatto della realtà, cerca salvezza nella finzione, e infine Amleto, che rifiuta la realtà e la finzione, e sceglie di non essere.
In Sul romanzo – nato in risposta a un’inchiesta promossa dalla rivista Nuovi Argomenti nel 1959 – Morante travalica la distinzione tra prosa e poesia, considerando nel novero di «romanzo » anche i sonetti di Shakespeare, il Canzoniere di Saba, i poemi epico-cavallereschi o il teatro; ciò che le interessa non è tanto il genere letterario quanto il fare poetico, l’essenza dell’opera che giunge attraverso la «realtà degli oggetti » a una forma di «verità». La preferenza di Morante va alle opere in cui l’autore si cela dietro la «pura rappresentazione»: prendendo le distanze sia dal realismo socialista sia dal neorealismo, approda a una propria definizione di realismo il cui fondamento è la molteplicità della realtà trasformata in verità poetica, così come l’esperienza dell’artista deve diventare universale, «valore per il mondo».
Nel saggio Pro o contro la bomba atomica la fiducia nella trasformazione poetica della realtà viene controbilanciata dalla necessità di una lotta contro l’irrealtà, configurata come i mostri che il poeta deve combattere. La bomba atomica è metafora e segno minaccioso dell’epoca della guerra fredda e della corsa all’armamento nucleare tra le potenze mondiali che rischia di annientare la Terra e l’umanità intera. Tale minaccia di disintegrazione riguarda in primo luogo l’interezza dell’universo reale che l’opera invece deve ricercare: «l’arte è il contrario della disintegrazione. […] la sua funzione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola la realtà […]. La realtà è perennemente viva, accesa, attuale […] è una, sempre una» (cfr. Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, pp. 101 s.). Lo scrittore-poeta non può che resistere alla disintegrazione e all’alienazione della cultura piccolo-borghese delle classi dominanti, anche se si rifugia nel deserto o in paesi lontani (Rimbaud).
Il messaggio di Pro o contro la bomba atomica è in fondo ottimistico: l’atto poetico è un’azione necessaria di fronte all’orrore, e nel contempo testimonianza e risposta. Come esempio probante della straordinaria gioia che può provocare la poesia nella sua lotta contro la morte, Morante evoca il giovane poeta ungherese Miklós Radnóti, deportato e ucciso, di cui furono recuperati i versi, scritti fin sull’orlo della fossa in cui cadde.
Sovversivi, rivoluzionari, capaci di meraviglia, di allegria, di fantasia tali sono i bambini, i giovani, i poeti come Umberto Saba cui è dedicato il saggio Il poeta di tutta la vita (pp. 33- 39), o come il Beato Angelico, il pittore che da «Beato propagandista del Paradiso», avendo veramente creduto, ha visto e dipinto le creature angeliche, tutti i corpi celesti del Paradiso, la festa invisibile dei corpi di luce.
Diversi viaggi negli Stati Uniti e in Messico, dal fratello Aldo, poi nello Yucatán, nonché la collaborazione con Pasolini permisero a Morante di elaborare il lutto per la morte del giovane pittore. Frutto dell’intensa attività poetica di quegli anni furono le poesie de Il mondo salvato dei ragazzini (Torino 1968).
La quarta di copertina chiarisce il titolo della raccolta in modo provocatorio e sorprendente: «un manifesto/ un memoriale/ un saggio filosofico/ un romanzo / un’autobiografia/ un dialogo/ una tragedia/ una commedia/ un documentario a colori/ un fumetto/ una chiave magica/ un testamento/ una poesia». Sul frontespizio, la riproduzione di un quadro di Bill Morrow richiama l’attenzione sul lungo poema Addio che ne intende evocare la figura. Rispetto alla prima raccolta Alibi, pubblicata nel 1958, Il mondo salvato dai ragazzini, dispiega una grande varietà di forme poetiche, dalla poesia in versi liberi alla canzone, dal poemetto epicodrammatico al testo teatrale, fino alle forme anarchico-futuriste della «Grande Opera», la cui esplosione riproduce visivamente e fonicamente la frammentazione e dispersione del mondo, prima di una nuova genesi. Apparso nel maggio 1968 il poema morantiano è un’eco quasi profetica dei movimenti studenteschi, giovanili e operai di quella primavera, anche se La canzone degli F.P. e degli I.M. era stata precedentemente edita in Nuovi Argomenti nel 1967: i Felici Pochi (F.P.) si distinguono dagli Infelici Molti (I.M.), per la loro persistente allegria contro tutti i tentativi di sopraffazione, intimidazione, oppressione. Sono i rappresentanti dell’utopia e dell’immaginazione poetica, portatori di una felicità incarnata soprattutto dai personaggi bambini (Arturo, Useppe, il pazzariello). I Felici Pochi portano di volta in volta nomi diversi: alcuni come Mozart e Rimbaud, sono figure fondamentali dell’ispirazione morantiana, altre come Simone Weil nutrono il pensiero etico della scrittrice. A essi si aggiungono pittori, visionari, rivoluzionari, pensatori: Edipo, il Cristo, il pazzariello impersonano la visione leggendaria e drammatica dell’umanità attratta dalla luce, dalla felicità, dalla gioia, ma spesso minacciata e travolta dalla tragedia, dalla sofferenza, dalle innumerevoli forme di tristezza e di potere.
Il mondo salvato dai ragazzini è un inno all’allegria anarchica e denuncia di tutte le forme di totalitarismo e di ideologia distruttrice e repressiva. I continui e ripetuti riferimenti al supplizio, alla tortura e all’orrore contrassegnano la riflessione di Morante sulla storia, sul Novecento come secolo delle guerre mondiali, dei genocidi, del nazismo e fascismo.
In una recensione lucida e ironica, stesa in forma di poesia, Pasolini definì l’autrice «nonna- bambina» e «madre idealizzatrice e piena di certezza» dell’anacronistico «pazzariello […] straordinariamente attuale», evocando in raffronto i vari ragazzini, gli studenti nipoti che invita a leggere la nonna Morante (cfr. Pasolini, 1971, pp. 27-43).
Nel 1971 cominciò la stesura del suo terzo romanzo, La Storia, che uscì nel 1974. Pubblicato da Einaudi in edizione economica per volontà della stessa Morante, affinché potesse essere immediatamente accessibile a un più vasto numero di lettori, il libro ottenne grande successo di pubblico. Tuttavia restie, se non dichiaratamente ostili, furono le reazioni di parte della critica: il dibattito sviluppatosi sul Manifesto e su giornali e riviste della sinistra (Quaderni piacentini, Ombre rosse, Rinascita, l’Unità) stigmatizzò la mancanza di ideologia nel libro morantiano, e in particolare furono denunciati il pessimismo e la sfiducia sulla possibilità di cambiare la storia, senza rilevare la fondamentale «ammonizione della Morante sulla tragicità della storia» e la «radicalità senza ideologia» del suo pensiero poetico e politico (per cui si veda: M. Sinibaldi, in Vent’anni dopo «La Storia», 1994, p. 215). Pasolini, che aveva riservato un’accoglienza entuasiasta a Il mondo salvato dai ragazzini, stroncò viceversa il romanzo (cfr. Tempo illustrato, 26 luglio e 2 agosto 1974) rimproverando lo stile manieristico sia nella costruzione dei personaggi sia nelle scelte linguistiche (il dialetto romano), nonché la stessa concezione della storia e delle sue vittime. L’intervento mise fine a una lunga relazione intellettuale e affettiva: e non ci fu alcun riavvicinamento prima dell’assassinio di Pasolini avvenuto un anno dopo, il 2 novembre 1975.
È indubbio che il romanzo, come accadde per Menzogna e sortilegio, giunse di sorpresa, quasi controcorrente. Anche La Storia attiva i meccanismi della memoria, soprattutto quelli della memoria collettiva, come testimonia la «cornice» che precede ogni capitolo declinando una cronologia precisa degli avvenimenti mondiali dal 1900 al 1967 e oltre. Il pretesto della narrazione è un fatto di cronaca: il ritrovamento in un appartamento del quartiere romano di Testaccio di una madre impazzita, del figlioletto morto e di una cagna imbestialita. Si palesa così l’intento di raccontare le pur brevi esistenze di coloro che vivono nei margini della trama implacabile della storia: i senza nome, soppressi senza testimonianze che ne possano riscattare l’esistenza. Tali sono i protagonisti principali: Ida, maestra di scuola elementare, vedova, i suoi figli Antonio, detto Nino e Giuseppe, detto Useppe, i cani Blitz e Bella. Ida, d’origine ebrea per parte di madre, un giorno del gennaio 1941 viene seguita da un giovane soldato tedesco ubriaco, in partenza per l’Africa (dove poi morirà), che le usa violenza. Rimasta incinta, si reca per partorire il piccolo Useppe nel Ghetto, assistita da un’ostetrica ebrea. In seguito ai bombardamenti del quartiere San Lorenzo, la famiglia è costretta a riparare in un capannone alla periferia di Roma dove, in un unico stanzone, risiede fino alla fine della guerra. Qui, una notte, si presenta Carlo Vivaldi che, legatosi di amicizia con Nino, diventa partigiano e soltanto in seguito rivelerà la sua vera identità (si tratta dell’ebreo Davide Segre) e le sue idee anarchiche. Dopo la fine della guerra, Ida e Useppe fanno ritorno in città: il bambino, di un’intelligenza e d’una vivacità fuori del comune ma affetto da epilessia, muore a soli 6 anni. Un anno prima erano scomparsi anche Nino e Davide Segre, il primo vittima di un incidente stradale, il secondo, con ogni probabilità, in seguito a una overdose di barbiturici. Ida sopravvive ai propri figli, ma è ormai lontana dal mondo e dalla vita.
Il romanzo consegna al lettore una visione tragica e fatalistica della storia, e tuttavia vuol essere atto di testimonianza dell’avvento umano e del desiderio di felicità dei suoi protagonisti. Trovare le parole per raccontare l’orrore è il fine del progetto morantiano, che la scrittrice realizza ne La Storia con maggiore respiro forse rispetto agli altri romanzi: «l’unica felicità possibile: non essere sé, ma tutti», appunta significativamente in una nota del suo diario del 1964 ( per cui cfr. Opere, I, Cronologia, p. LXXVIII).
Nel 1976 cominciò la stesura di un nuovo romanzo, Aracoeli, per il quale Morante si recò più volte in Andalusia. Dopo il sequestro di Aldo Moro, il 20 marzo 1978 scrisse una «Lettera alla Brigate Rosse» rimasta incompiuta (e apparsa postuma nel 1988). Nel 1980, dopo una caduta rovinosa che le provocò la rottura del femore, soggiornò in convalescenza per un lungo periodo presso la clinica Quisisana di Roma. Ritornata a casa, proseguì la stesura di Aracoeli ultimandolo nel dicembre 1981. Dato alle stampe nel novembre 1982, nel 1984 fu insignito del prestigioso Prix Médicis Étranger.
Protagonista e narratore del quarto e ultimo romanzo della scrittrice è Manuel, un omosessuale di 43 anni ossessionato dalla memoria d’infanzia al cui centro è la madre, Aracoeli, spagnola, andata in sposa giovanissima a un ufficiale dell’esercito italiano. La lingua materna delle nenie e delle canzoncine dell’infanzia continua a risuonare nell’orecchio di Manuel, che, ormai alle soglie della maturità, rimpiange insieme con la perdita della madre quella della propria bellezza. Rispetto alla storia di Arturo, ci troviamo dinanzi a «una Bildung all’inverso» (cfr. Rosa, 1995, p. 309): in un viaggio a ritroso della memoria e del tempo egli si reca a El Almendral, villaggio d’origine di Aracoeli, ormai scomparsa da anni, per tentare di ritrovare le tracce di sua madre bambina, dello zio scomparso di cui porta il nome, di una preistoria antecedente la propria nascita. Aracoeli, in un modo ancora più intenso e drammatico dei romanzi precedenti, mette in primo piano la coppia madre figlio, raccontando attraverso la giustapposizione dei piani temporali e l’uso calibrato del flashback tanto l’autentico splendore quanto la discesa agli inferi dell’età adulta. La tragedia comincia dopo la nascita della seconda figlia, morta pochi mesi dopo; Aracoeli cade dapprima in uno stato di sconforto totale, poi è afflitta da una frenetica smania sessuale, sintomo della malattia incurabile che la porterà alla morte. Crollato il mito dell’infanzia, la realtà appare come una sassaia deserta, solitaria e misera, in cui ritrova nel finale il padre Eugenio, ormai invecchiato e senza i fasti del passato, ma per il quale sussiste in fondo a sé l’amore.
Dopo la consegna del manoscritto, la scrittrice cominciò a soffrire nuovamente di forti dolori alla gamba, ma rifiutò una nuova operazione. Nell’aprile del 1983 tentò il suicidio, ma venne salvata in extremis e trasportata d’urgenza all’ospedale dove le fu diagnosticata una grave idroencefalia. L’operazione cui fu sottoposta non riuscì a migliorare il suo stato.
Dopo una seconda operazione, morì d’infarto a Roma, nella clinica Villa Margherita ov’era ricoverata, il 25 novembre del 1985. Le sue ceneri furono sparse nel mare di Procida.
Fin dagli inizi l’opera morantiana fu apprezzata e sostenuta da critici di vaglio; lo stesso Moravia riconobbe a varie riprese la sua profonda ammirazione. Nel corso degli anni numerosi saggi critici, monografie, biografie e volumi collettanei sono stati consacrati alla narrativa morantiana e in misura minore alla poesia. La sua opera si è ormai imposta come una delle più rilevanti del Novecento.
Opere: Il gioco segreto. Racconti (Milano 1941); Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (Torino 1942); Menzogna e sortilegio (ibid. 1948); L’isola di Arturo (ibid. 1957); Alibi, Milano 1958; Le straordinarie avventure di Caterina.Nuova ed. riveduta con l’aggiunta di altre bellissime storie (Torino 1959); Lo scialle andaluso (ibid. 1963); Il mondo salvato dai ragazzini (ibid. 1968); La Storia (ibid. 1974); Aracoeli (ibid. 1982); Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (Milano 1987); Opere («I Meridiani »), I-II, a cura di C. Cecchi – C. Garboli, ibid. 1988-90; Diario 1938 (Torino 1989); Racconti dimenticati (ibid. 2002); Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe né partito) (Roma 2004). Ha inoltre tradotto Il libro degli appunti di K. Mansfield (Milano-Roma 1945).
Fonti e Bibl.: P.P. Pasolini, Il mondo salvato dai ragazzini, in Id., Trasumanar organizzar, Milano 1971, pp. 27-43; G. Venturi, Elsa Morante («Il Castoro», n. 130), Firenze 1977; A. Nozzoli, E. M.: la fuga nell’utopia, in Id., Tabù e coscienza. La condizione femminile nella letteratura italiana del Novecento, Firenze 1978, pp. 129-146; D. Ravanello, Scrittura e follia nei romanzi di E. M., Venezia 1980; G. Debenedetti, L’isola della Morante (1957), in Id., Saggi (1922-66), Milano 1982, pp. 379-396; S. Petrignani, Le signore della scrittura, Milano 1984, ad ind.; Letture di E. M., a cura del Gruppo La Luna, Torino 1987; E. Cecchi, E. M., in Id., Prosatori e narratori, in Storia della letteratura italiana (Garzanti), Il Novecento, nuova ed. accr. e agg., II, Milano 1987, pp. 419-423; G. Pampaloni, Modelli ed esperienze della prosa contemporanea, ibid., pp. 439-441; F. Fortini, Nuovi saggi italiani, Milano 1987, pp. 240-247; G. Fofi, E. M., in Id., Pasqua di maggio. Un diario pessimista, Genova 1988, pp. 36-42; Per Elisa. Studi su «Menzogna e sortilegio», Pisa 1990; M. David, E. M., in Id., La psicanalisi nella cultura italiana, Torino 1990 (1ª ed, ibid. 1966), pp. 528 s.; G. Bernabò, Come leggere «La Storia» di E. M., Milano 1991; G. Ferroni, E. M., in Storia della letteratura italiana (Einaudi), Il Novecento, Torino 1991, pp. 551-561; G. Agamben et al., Per E. M., Milano 1993; B. Frabotta, Fuori dall’harem: l’alibi di E. M., in Les femmes écrivains en Italie aux XIXe et XXe siècles, Aix-en-Provence 1993; C. Sgorlon, Invito alla lettura di E. M., Milano 1994; Vent’anni dopo «La Storia». Omaggio a E. M., a cura di C. D’Angeli – G. Magrini, Pisa 1994; P.V. Mengaldo, E. M., in Storia della lingua italiana. Il Novecento, Bologna 1994, pp. 161- 167; Cahiers E. M., a cura di N. Orengo – T. Notarbartolo, Salerno 1995; C. Garboli, Il gioco segreto: nove immagini di E. M., Milano 1995; G. Rosa, Cattedrali di carta: E. M. romanziere, Milano 1995; S. Lucamante, E. M. e l’eredità proustiana, Firenze 1998; M. Bardini, M. E., italiana, di professione poeta, Pisa 1999; C-K. Jørgensen, Visione esistenziale nei romanzi di E. M., Roma 1999; D. Van Der Fehr, Violenza e interpretazione. «La storia » di E. M., Roma-Pisa 1999; H. Serkowska, Uscire da una camera delle favole. I romanzi di E. M., Kraków 2002; C. D’Angeli, Leggere E. M., Roma 2003; E. Martínez Garrido et al., E. M.: La voce di una scrittrice e di un’intellettuale rivolta al secolo XXI, Madrid 2003; M.R. Gilio, Le lusinghe di Maria nell’opera di E. M., Roma 2003; Una Signora di mio gusto, E. M. e le altre, a cura di M.P. Mazziotti – S. Lattarulo, Sant’Oreste (Roma) 2005; Under Arturo’s Star, The cultural legacies of E. M., a cura di S. Lucamante – S. Wood, West Lafayette 2006; C. Cazalé Bérard, Donne tra memoria e scrittura, Fuller, Sachs, M., Roma 2009, ad ind.; L. Tuck, A Woman of Rome, New York 2009; N. Setti, La sapienza degli inermi. «La Storia» di E. M., in Il simbolico in gioco. Fra te e il testo un’altra donna, Padova 2010; Festa per Elsa, a cura di G. Fofi – A. Sofri, Palermo 2011.
-Giovanni COMISSO romanzo Storia di un patrimonio Editore Treves Milano 1933-
Articolo di Giansiro Ferrara scritto per la Rivista PAN n°5 del 1934-
Giovanni Comisso nasce a Treviso il 3 ottobre 1895, figlio secondogenito di Antonio e Claudia Salsa. Il padre è uno stimato commerciante di prodotti agricoli. La madre appartiene alla buona borghesia cittadina. È sorella di due personaggi molto noti in città: l’avvocato Giovanni e il generale Tommaso Salsa, eroe della guerra di Libia, che morirà a Treviso il 21 luglio 1913.
Giovanni COMISSO romanzo Storia di un patrimonioGiovanni COMISSO romanzo Storia di un patrimonioGiovanni COMISSO romanzo Storia di un patrimonioGiovanni COMISSO romanzo Storia di un patrimonioBiblioteca DEA SABINA-Rivista PAN n°5 del 1934-Articolo di Francesco Flora Rileggendo le “LAUDI” di Gabriele D’AnnunzioGiovanni COMISSO
-Biografia di Giovanni Comisso-
Autori: Luigi Urettini e Nicola De Cilia-
Associazione Amici di Giovanni Comisso
Giovanni Comisso nasce a Treviso il 3 ottobre 1895, figlio secondogenito di Antonio e Claudia Salsa. Il padre è uno stimato commerciante di prodotti agricoli. La madre appartiene alla buona borghesia cittadina. È sorella di due personaggi molto noti in città: l’avvocato Giovanni e il generale Tommaso Salsa, eroe della guerra di Libia, che morirà a Treviso il 21 luglio 1913.
Studente, Soldato a Caporetto e sul Grappa, Legionario a Fiume
Nel 1913 è studente al liceo classico “A. Canova”. In quell’anno Comisso conosce lo scultore Arturo Martini, di sei anni più vecchio. L’amicizia con il giovane artista proletario e bohémien è molto importante per la sua formazione. Per la prima volta ha esperienza di un mondo diverso da quello borghese nel quale era stato educato. «Egli allora mi parlava di infinito, della nostra vita umana nel limite del tempo, della necessità di arrivare alle grandi creazioni per sfidare le stelle e la nostra morte. Alle sue parole mi commuovevo fino al pianto e veramente per me egli era il Maestro, il fratello maggiore, il compagno più esperto che dissipava le grandi nebbie che ancora mi avvolgevano nella mia timida giovinezza». Nel 1914, bocciato agli esami di maturità, Comisso si arruola volontario per un anno al corso Genio telegrafisti di Firenze, con l’intenzione di riprendere gli studi al termine del servizio militare. Lo scoppio della Grande Guerra vanificherà i suoi progetti. Nel 1915, all’inizio della guerra, viene trasferito con il suo reparto prima a Cormons, poi a San Giovanni di Manzano. È impiegato come centralinista telefonico: il lavoro principale del reggimento, in quell’inizio di estate e di guerra, consiste principalmente nello stendere il filo telefonico, posandolo sui rami degli alberi lungo la strada. Nella primavera del 1916, esce a Treviso un esile libretto presso la Stamperia Zoppelli dal titolo ‘”Poesie”, curato da Arturo Martini che ha anche eseguito il ritratto di Comisso per la copertina. Secondo lo scultore, sono poesie di «spasimante sensibilità, nate sotto il segno di un’impeccabile purezza però vestite di ingenuità». I genitori di Comisso sono disorientati e imbarazzati, al punto da far ritirare l’edizione perché considerata “disdicevole” del buon nome della famiglia Nell’aprile del 1917 segue a Dolegnano prima, a Udine poi, un corso per diventare ufficiale del Genio telegrafisti. In settembre, nominato sottotenente, viene inviato nell’Alto Isonzo, presso Saga, vicino a Caporetto. In ottobre viene coinvolto nella ritirata. Riesce fortunosamente a fuggire insieme ai suoi soldati. Ripara con il suo reparto a Treviso, dove si era rifugiato il Comando di Divisione, e subito spedito sull’Asolone, zona Grappa. Nella primavera del 1918 è inviato sul Montello, e lì si troverà durante la Battaglia del Solstizio. A Paderno del Grappa, Comisso riceve il telegramma che annuncia l’armistizio, con i soldati impazziti per la gioia : «Da per tutto nella campagna si accendevano fuochi. Sull’alto dei monti, come la notizia si diffondeva, si vedevano razzi innalzarsi nel cielo e grandi fiammate come se gli artiglieri bruciassero la balestite e dalla pianura i riflettori tagliavano pazzamente la notte». Nel 1919 Comisso viene trasferito aFiume, con la compagnia del Genio telegrafisti. Nel febbraio, si iscrive alla facoltà di legge a Padova e frequenta a Roma (con poco profitto) un corso speciale per studenti ex combattenti. Conosce il poeta Arturo Onofri che aveva ammirato le sue poesie, e, suo tramite, entra negli ambienti intellettuali della capitale. Stringe amicizia con Filippo De Pisis, instaurando un sodalizio che durerà tutta la vita. «Dopo la mia amicizia con lo scultore Arturo Martini, questa era un’altra grande amicizia che veniva a deliziarmi e a legarmi alla mia passione per l’arte. Quel tempo era per me come per gli uccelli emigratori, quello che precede la grande trasvolata e in cui si cercano i compagni per vincere le difficoltà della rotta». In agosto ritorna a Fiume, presso il suo reparto, per disertare e unirsi alle truppe ribelli di d’Annunzio in settembre. Conosce Guido Keller, un aviatore, già della squadriglia di Francesco Baracca, ora “segretario d’azione” del “Comandante”: un bizzarro avventuriero, sempre alla ricerca di nuove emozioni con cui nascerà una profonda amicizia, destinata a segnare profondamente la vita di Comisso. «Lo riconoscevo superiore a me e capace di imprimermi un nuovo senso della vita. Moltissima mia infantilità e moltissima mia tendenza borghese, quasi superate colle mie esperienze di guerra, nella mia giornaliera vicinanza a quest’uomo audacissimo, si staccarono definitivamente da me». Durante l’estate del 1920, assieme a Guido Keller, naviga in barca a vela tra le isole del Quarnaro, provando emozioni che ispireranno le pagine più incantate de “Il porto dell’amore”. Assieme ad altri legionari, fonda il Movimento Yoga, anarcoide e con accenti antimodernisti, e l’omonima rivista. Sulla testata campeggia una croce uncinata (simbolo del sole) e la scritta: “Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione”. Settimanale, ne usciranno quattro numeri. Nel primo numero, si dichiara la necessità di introdurre «strane forme di vitalità in ogni movimento, in ogni ambiente, ecco il nostro programma. […] Amare i nostri vizi come le nostre virtù, come ci consiglia Nietzsche. Muoversi. Vivere. Distruggere. Creare. Come scopo. Non per un ideale, ma per esser ciò l’ideale».
Gli anni ’20 fra Chioggia e Parigi
Nel gennaio 1921, dopo il “Natale di sangue” Comisso abbandona Fiume e rientra a Treviso, incapace tuttavia di adattarsi alla vita piccolo-borghese. A febbraio si iscrive alla facoltà di giurisprudenza a Genova, senza alcun profitto. Frequenta il letterato Mario Maria Martini, amico di Guido Keller, contro il quale proverà una profonda antipatia. Questa esperienza gli ispira il romanzo Il delitto di Fausto Diamante (1933). A Treviso, siamo nel 1922, conosce Giulio Pacher, con cui stringerà un’amicizia – che presto diventa passione. Con lui, va a Chioggia in cerca dei marinai del Gioiello conosciuti a Fiume. Non li trova, ma passa insieme a Giulio una meravigliosa giornata. Tornerà in giugno, e verrà invitato a bordo del veliero dal capitano Gamba: iniziano i suoi viaggi “al vento dell’Adriatico”, da cui trarrà i racconti per il suo libro Gente di mare (1928). Comincia a fine anno a collaborare al quotidiano “Camicia Nera”, diretto dal suo amico, Pietro Pedrazza. Scrive articoli di letteratura, arte e politica. Nel 1923 si iscrive all’Università di Siena per portare finalmente a termine i suoi studi di giurisprudenza. Otterrà la laurea l’anno successivo 1924, con una tesi sui diritti d’autore. In estate percorre di nuovo l’alto Adriatico, le coste istriane e liburniche, le isole di Veglia, Arbe, Cherso, a bordo del bragozzo del capitano Gamba. Esce “Il porto dell’amore” (1924), in cui racconta la sua esperienza fiumana. Pubblicato da una tipografia trevigiana con i soldi ricavati dalla vendita di un impermeabile, ottiene i pareri favorevoli della critica. «Libretto carnale e febbrile, che avvampa e trascolora, è appena un libro ed è ancora una malattia. Arte legata al corso delle stagioni e alle temperie», si legge in una recensione di Eugenio Montale che lo farà conoscere nel mondo letterario. Continua la sua collaborazione con il quotidiano trevigiano che ora si chiama “L’eco del Piave”. Naviga durante l’estate con il bragozzo dei suoi amici pescatori chioggiotti tra le coste e le isole della Dalmazia, pubblicando alcuni racconti. Oramai si veste come un marinaio, lavora con loro e li aiuta nel contrabbando di vestiti e berretti. Nel 1926, grazie all’interesse suscitato da “Il porto dell’amore”, Comisso viene invitato da Enrico Somarè a lavorare a Milano, presso la Galleria d’arte “L’Esame” e l’annessa libreria. Qui ha l’occasione di conoscere gran parte degli intellettuali della metropoli lombarda, tra i quali Eugenio Montale, Giuseppe Antonio Borgese, Carlo Emilio Gadda. L’anno successivo va a Parigi, attratto dalla promessa del critico letterario fr: Valéry Larbaud di far tradurre il suo “Porto dell’amore. Il progetto non si realizza, ma rimane affascinato dalla città. Vi ritrova Filippo De Pisis, vive un tempo «di ebbri istinti». Con Filippo De Pisis frequenta i locali più ambigui, la gente più balzana. «Niente ci tratteneva, Parigi conservava ancora tutto l’aspetto caotico impresso dal dopoguerra, accentrando gente folle di ogni parte del mondo, che si sovrapponeva alla sua plebe già di per sé stravagante e miserabile. Frequentavamo le bettole più luride e vi conoscemmo un’umanità pietosamente macerata»’. Nel 1928, muore suo padre. Con i soldi dell’eredità ritorna a Parigi dove conduce vita «disordinata e frenetica», assieme a Filippo De Pisis. In ottobre, viene invitato dal quotidiano torinese “La Gazzetta del Popolo” a scrivere dei reportages sulla vita parigina. Pubblica una serie di articoli che verranno in seguito raccolti nel volume “Questa è Parigi” (1931). A fine anno esce “Gente di mare”, in cui sono raccolti i racconti ambientati a Chioggia, sul mare, sulle coste istriane e dalmate. Scrive Ugo Ojetti: «La freschezza primitiva, il silenzio del mare e delle coste deserte, gli odori e i sapori e i rari suoni che sotto l’altissimo cielo le porta il vento, la novità nella nostra letteratura di questi temi e di questi incanti: tutto mi piace e mi convince…»
I grandi viaggi in Nord Africa e in Estremo Oriente. La Casa di Campagna
E’ il 1929 quando ottiene il Premio Bagutta con “Gente di mare”. Sempre per “La Gazzetta del Popolo” compie viaggi in Nord Africa e nell’Europa del Nord. In dicembre come inviato speciale del “Corriere della Sera”, compie il Grand Tour in Estremo Oriente. Visita la Cina, il Giappone, la Siberia e la Russia, sino a Mosca. Il viaggio in Estremo Oriente dura sino a giugno del 1930. «Frequentavo loschi balli notturni e bische e postriboli e sempre col mio passo sicuro me ne uscivo a notte inoltrata senza neanche pensare di rasentare il minimo pericolo. Non credo fosse coraggio, ma un’incoscienza datami dall’accanita volontà di vedere». Nelle lettere che scrive alla madre esprime però anche la stanchezza per i lunghi viaggi e il desiderio di stabilirsi nella campagna veneta, per dedicarsi con tranquillità alla scrittura. In agosto pubblica “Giorni di Guerra”, che gli provoca qualche noia con la censura fascista. «Temperamento pieno, espansivo, disposto a godere di tutto e di tutti, comprensivo, avido e giocondo… libro di guerra così ricco, stipato di fatti visivi e trascritti, di impressioni, di sensazioni urgenti, improvvise, traboccanti», scrive Giuseppe Raimondi. In autunno, compera una casa e dei campi a Zero Branco, un paese nel trevigiano. Dopo tanto vagabondare vuole mettere radici nella campagna veneta. A Cortina ha anche conosciuto una giovane ragazza, Rachele, «la purezza e la semplicità, come se le nevi e l’aria di quel luogo si fossero trasfuse in lei», che vagheggia di sposare. Nel 1931 intensifica la sua collaborazione a “L’Italiano” di Leo Longanesi: i suoi articoli spaziano dal cinema sovietico alla “vitalità” e “sanità morale” dei contadini veneti. Esce “Questa è Parigi”. Negli anni successivi, usciranno altri libri: nel 1932 “Cina – Giappone” che raccoglie gli articoli del “Corriere della sera” e nel 1933 “Storia di un patrimonio”, romanzo ambientato a Onigo, tra i colli e il Piave. Nel 1934 ospita nella sua casa di campagna Bruno, un ragazzo figlio di pescatori chioggiotti, un’amicizia intensa e appassionata, che si concluderà non senza amarezze. Gli ispirerà il romanzo “Un inganno d’amore” (1942). L’anno successivo esce “Avventure terrene”, raccolta di racconti che in seguito confluirà nel Volume V delle opere col titolo “Il grande ozio”. Pubblica il romanzo “I due compagni”” (1936): dietro le vicende di uno dei due protagonisti, si nascondono le tragiche vicende del pittore Gino Rossi, ma nei personaggi del romanzo è possibile ravvisare i tratti di Arturo Martini, Nino Springolo e dello stesso Comisso. Nella primavera del 1937 viaggia lungo l’Italia, per più di ventimila chilometri per conto della “Gazzetta del Popolo”, in quella che definisce «una scoperta dell’Italia recondita». Viene inviato da “[èLa Gazzetta del Popolo]]” in Africa Orientale per documentare la nascita del nuovo Impero fascista. «Sono paesi disperati, scrive alla madre, dove gli italiani lavorano come cani. Asmara è una città squinternata, senza capo né coda, oscura come la mia campagna, con strade pessime, dove nessuno sa niente degli altri». Sempre su incarico de “La Gazzetta del Popolo”, nel 1939, si reca in Libia a visitare le colonie agricole fondate da contadini veneti, inviati dal fascismo per dissodare il deserto. Gli articoli, però, non soddisfano il governatore, perché ritenuti poco conformi al linguaggio giornalistico in voga.
Gli anni della seconda Guerra Mondiale e della crisi esistenziale
Nel 1940 comincia a collaborare a “Primato” la rivista culturale voluta da Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione nazionale. Nei suoi articoli traspare l’angoscia per il tempo che scorre e l’avvicinarsi della vecchiaia, che lo portano alla “scoperta dei sentimenti”. Lo scoppio della guerra trova Comisso nella sua casa di Zero Branco, alle prese con un nuovo amore, il sedicenne Guido Bottegal, un irrequieto ragazzo trevigiano con velleità di poeta che verrà soprannominato “il fuggitivo” per le sue fughe improvvise. Pubblica i racconti di Felicità dopo la noia. La Mondadori pubblica Un inganno d’amore (1942), il romanzo sulla “scoperta dei sentimenti” al quale Comisso teneva particolarmente. La critica lo accoglie con molte perplessità. Ad aggravare la crisi psicologica dello scrittore contribuisce la sua passione per Guido, con esplosioni di gelosia, a causa di un personaggio inquietante come Sandro Pozzi, ex legionario fiumano, ora agente dei servizi segreti fascisti. Nel dicembre 1943, Comisso ritorna a collaborare con il “Corriere della Sera”, divenuto il più importante quotidiano della Repubblica Sociale. A dirigerlo viene chiamato Ermanno Amicucci, già direttore de “La Gazzetta del Popolo”. Nel 1944 Guido Bottegal, arruolato nella Marina Repubblicana, diserta dopo aver scritto una lettera in cui accusa il fascismo di aver tradito i giovani. Viene arrestato e portato nelle carceri di Venezia. Comisso cerca raccomandazioni per farlo scarcerare. Guido viene liberato, dopo aver fatto domanda, su consiglio di Pozzi, di entrare in un reparto combattente della R.S.I. e riprende i rapporti con Comisso. Nel bombardamento di Treviso del 7 aprile, la casa di famiglia in piazza Fiumicelli viene distrutta. La madre e la fedele governante Giovanna erano sfollate a Zero Branco e si salvano. Nel febbraio del 1945, Guido diserta e si rifugia sull’Altipiano di Asiago, a lavorare per i tedeschi nella Todt. Finirà fucilato dai partigiani dell’Altipiano che lo credono una spia. Comisso narrerà questi tragici avvenimenti in Gioventù che muore (1949). «E non cerco più amicizie dopo l’ultima per Guido che mi à così massacrato, illuso, deluso e stroncato». Comisso vive una crisi esistenziale, causata dalla tragica morte dell’amico e dalla sensazione, con l’affermarsi del neorealismo, di essere ormai superato come scrittore. Va spesso a Venezia, a trovare Filippo De Pisis. Collabora con Mario Pannunzio al “Risorgimento liberale” e con altri giornali. Scopre Giuseppe Berto, da poco rientrato dalla prigionia in Texas: è proprio Comisso a indirizzarlo a Longanesi con il manoscritto de Il cielo è rosso (1947), uno dei primi bestseller del dopoguerra. Nel 1947 pubblica con la Mondadori Capriccio e illusione: al centro del romanzo, il travagliato rapporto con Guido. Muore l’amico Arturo Martini e si propone di scriverne la biografia e raccogliere l’epistolario. Il romanzo Gioventù che muore, sulla tragica fine di Guido, viene pubblicato dalle edizioni del quotidiano “Milano-Sera” (1949) dopo essere stato rifiutato da ben tre editori.
Gli anni cinquanta e sessanta
Nel 1951 pubblica Le mie stagioni per le “Edizioni di Treviso”. L’anno successivo ottiene il premio Viareggio con il libro di racconti Capricci italiani. Nel 1953 Comincia la lunga collaborazione con “Il Mondo” di Mario Pannunzio, dove pubblicherà, l’anno successivo, in tre puntate, Il mio sodalizio con De Pisis, racconto di un’amicizia intensa e rafforzata dall’arte. Filippo De Pisis è ormai ricoverato in una clinica psichiatrica dove morirà il 2 aprile 1956 1954. Muore la madre a maggio. In estate, Comisso decide di mettere in vendita la casa e la campagna di Zero Branco e torna a vivere in città, in un appartamento in affitto. Al Convegno di S. Pellegrino Terme, Romanzo e poesia di ieri e di oggi – Incontro di due generazioni, Comisso presenta il giovane Goffredo Parise. Sarà l’inizio di una nuova amicizia; l’ultima veramente importante per lo scrittore trevisano. Nel 1955, il libro di racconti Un gatto attraversa la strada vince il Premio Strega. Si trasferisce in una nuova casa di proprietà, a Santa Maria del Rovere, prima periferia di Treviso. Annota nel diario: «Finalmente sono venuto ad abitare nella mia nuova casa… Vi trovo ancora il senso della campagna, della mia vita di Zero, pure essendo vicino alla città… Ecco un nuovo punto di partenza per la mia vita». Nel 1958 pubblica La mia casa di campagna. Scrive Guido Piovene: Il venetismo in lui… è un fatto di natura, paesaggio esterno ed interiore rappresentazione. Comisso ha dentro di sé gli assilli del Veneto come li ha il Veneto, che tende a evaderne in belle forme, armonie di colore; li contiene visceralmente, non ne fa oggetto di discorso intellettuale». Esce la raccolta di racconti Satire italiane (1960): un’osservazione puntigliosa di malesseri, ha scritto Nico Naldini, delusioni, ansie e antipatie tra tante descrizioni ironiche che diventano amare sulla natura tradita dall’uomo. «La nostra vita oggi è ridotta a questi estremi dai quali sono escluse serenità, bellezza e armonia». Esce presso Longanesi La donna del lago (1962), che si sviluppa intorno ai “delitti di Alleghe”, una serie di omicidi avvenuti tra il 1933 e il 1946. «Bisogna accettare questo mio libro come una semplice autobiografia, una delle tante biografie lunghe e brevi che fanno il complesso della mia opera narrativa». Sarà uno dei suoi maggiori successi editoriali e Mario Soldati cercherà di farne un film. E’ il 1964 quando esce Cribol per Longanesi, una storia scabrosa ambientata ancora tra il Piave e Onigo, un atto d’amore per la natura e le sue “leggi supreme”. In questi ultimi anni è tormentato da fastidi alla vista, ma scrive ancora, mentre è in corso di pubblicazione presso Longanesi l’opera omnia. Nel 1968 esce Attraverso il tempo, ultimo libro di racconti, lui vivo. «Sono un poco stufo di scrivere, ma è il mio respiro». In maggio, viene organizzato a Treviso un convegno su Comisso, con la presenza, tra gli altri, di Montale, Piovene, Parise e Pasolini. Qualche giorno prima, il critico Gianfranco Contini è passato a casa sua per rendergli omaggio. Il 21 gennaio 1969 Giovanni Comisso muore nell’ospedale della sua città.
Bibliografia essenziale
Al sud, Neri Pozza, 1996, a cura di Nico Naldini.
Amori d’oriente, Milano, Longanesi, 1947.
Approdo in Grecia, Bari, Leonardo Da Vinci, 1954.
Avventure terrene, Milano, Treves, 1935 .
Capricci italiani, Firenze, Vallecchi, 1952.
Capriccio e illusione, Milano, Mondadori, 1947.
Cina-Giappone, Milano, Treves, 1932.
Cribol, Milano, Longanesi, 1964.
Felicità dopo la noia, Milano, Mondadori, 1940.
Gente di mare, Milano, Treves, 1929.
Giorni di guerra, Milano, Mondadori, 1930.
Gioventù che muore, Milano, Milano-Sera, 1949.
I due compagni, Milano, Mondadori, 1936.
I sentimenti nell’arte, Venezia, Il Tridente, 1945.
Il delitto di Fausto Diamante, Milano, Ceschina, 1933.
Il porto dell’amore, Treviso, Vianello, 1924.
L’italiano errante per l’Italia, Firenze, Parenti, 1937.
La donna del lago, Milano, Longanesi, 1962.
La mia casa di campagna, Milano, Longanesi, 1958.
La Sicilia, Ginevra, Cailler, 1953.
Le mie stagioni, Treviso, ed. di Treviso, 1951
Mio sodalizio con De Pisis, Milano, Garzanti, 1954.
Opere, Mondadori, 2002 a cura di Rolando Damiani e Nico Naldini.
Poesie, Treviso, Longo e Zoppelli, 1916.
Questa è Parigi, Milano, Ceschina, 1931.
Satire italiane, Milano Longanesi, 1960
Storia di un patrimonio, Milano, Treves, 1933.
Un gatto attraversa la strada, Milano, Mondadori, 1954.
Un inganno d’amore, Milano, Mondadori, 1942.
Veneto felice, Longanesi 1984, a cura di Nico Naldini.
nelle incisioni , affreschi , dipinti e foto dal 1500 sino al 1900-
Ricerca e pubblicazione a cura Franco Leggeri per l’Associazione DEA SABINA
Ratto delle Sabine-Autore: Poussin Nicolas (1594-1665)
Descrizione: La stampa rappresenta il momento più drammatico del Ratto delle Sabine. La scena si svolge in un contesto urbano dove, sullo sfondo, fanno da quinta un tempio e diversi edifici cittadini ripresi nella classica prospettiva centrale. A sinistra, su di un piedistallo, davanti a due uomini togati, si trova Romolo, ripreso in una teatrale posa plastica, con la corona che gli cinge il capo e la mano sinistra elevata chiusa a pugno intorno a un lembo del suo mantello. È intento a impartire ordini mentre intorno a lui si concretizza la violenza, con uomini e donne che lottano e fuggono. Nella parte inferiore, al di sotto dell’immagine, si trova un’iscrizione in caratteri capitali e corsivi che funge da didascalia all’immagine stessa.
Notizie storico-critiche: La stampa di traduzione fa parte di una serie di incisioni che illustrano la storia delle origini di Roma sulla base delle fonti storiche di Plutarco (Vite Parallele, Vita di Romolo) e di Tito Livio (Storia di Roma dalla fondazione). In particolare lo storico latino Tito Livio, nato nel 59 a. C. e morto nel 17 d. C. a Padova, dedica tutta la sua vita alla stesura di un’unica colossale opera storiografica “Ab Urbe condita libri”, che inizia dopo il 27 a. C. e viene pubblicata in successione per gruppi di libri; l’ultimo volume esce dopo la morte di Augusto, avvenuta il 14 d.C. L’intenzione dell’autore era quella di coprire l’intera storia di Roma dalle origini fino all’età contemporanea, ma la narrazione si ferma con il libro CXLII, che giunge fino alla morte di Druso (9 a.C.). La data della fondazione di Roma è stata fissata dallo Storico Latino Varrone sulla base dei calcoli effettuati dall’astrologo Lucio Taruzio. Il soggetto della presente stampa è preso da un famoso dipinto di Poussin del 1637/ 1638, oggi conservato al Louvre, che il veneto Angelo Biasioli incide utilizzando la raffinata tecnica dell’acquatinta per restituire i passaggi tonali e chiaroscurali dell’animata scena mitica, nella quale la classicità è esaltata sia nelle architetture che nei costumi. Biasioli lavora soprattutto a Milano per diversi editori; questa tiratura, eseguita proprio a Milano dall’editore Luigi Valeriano Pozzi, è presumibilmente eseguita tra il 1820, quando i rami di buona parte della serie sono già stati tirati dall’editore romano Scudellari (1819), ed il 1824, quando la serie compare sul Giornale di Letteratura, Scienze ed Arti (tomo XXXIV, aprile maggio giugno 1824) come edite dal milanese Pozzi.
Collocazione
Provincia di Cremona
Ente sanitario proprietario: A.S.S.T. di Crema
Compilazione: Casarin, Renata (2009)
Aggiornamento: Uva, Cristina (2012)-
Descrizione
Autore: Poussin Nicolas (1594-1665), inventore; Sala Vitale (1803-1835), disegnatore; Biasioli Angelo (1790-1830), incisore; Pozzi Luigi Valeriano (notizie 1800 ca.-1808), editore
Cronologia: post 1820 – ante 1824
Tipologia: disegno
Materia e tecnica: carta/ acquaforte; carta/ acquatinta
Misure: 565 mm x 480 mm (parte incisa); 66 cm x 58 cm (cornice)
Ratto delle Sabine-Autore: Conti Primo (1900-1988)-Studio per il ratto delle sabine
Descrizione
Identificazione: Studio per il ratto delle sabine
Autore: Conti, Primo (1900-1988)
Cronologia: 1924
Tipologia: disegno
Materia e tecnica: carta/ grafite
Misure: 279 mm x 212 mm
Descrizione: matita di grafite su carta
Notizie storico-critiche:A cavallo tra la fine degli anni Dieci e gli inizi del decennio successivo, nell’opera di Primo Conti si osserva una svolta poetica che condurrà la pittura dell’artista fiorentino lontano dall’aggressione futurista, per assorbire gradualmente, invece, un sintetismo formale di carattere purista, tipico della corrente novecentista, ma scevro da quella retorica compositiva per cui quest’ultima si contraddistingue. Tra le più grandi e articolate composizioni di figure del pittore, il “Ratto delle sabine”, presentato alla “III Esposizione Internazionale di Roma”, si concretizza per una fortissima novità espressiva lontana dagli archetipi novecenteschi. Il dipinto infatti è definito da Enrico Crispolti come un’opera “furiana”, nel quale “la “sospensione” malinconica, la sottile insinuazione di malaise psichico avviene smussando cromaticamente la nettezza del plasticismo purista, introducendo spiazzamenti asimmetrici, e ritmi di profili continuamente ondulati e curvilinei, ma mai in senso d’ispirazione geometrica” (E. Crispoldi, Primo Conti: catalogo retrospettivo per le mostre tenute in occasione dei sessanta anni di lavoro dell’artista, Firenze 1971). In alcune lettera indirizzate all’amico Pavolini, Conti racconta le vicende che hanno contrassegnato la realizzazione dell’opera. Il 29 ottobre 1924, fa sapere, “esporrò a Roma insieme al Trittico e a qualche ritratto, un Ratto delle Sabine del quale non possiedo altro che qualche disegno” e nuovamente allo stesso il 13 novembre scrive “stò ultimando i disegni per il Ratto delle Sabine”, e ancora annuncia la fine del lavoro con una lettera del 14 gennaio 1925 “fra qualche ora, forse, metterò l’ultima pennellata e la firma alle Sabine”, e la stessa sera conclude con una cartolina dicendo “Le Sabine vivono ormai di luce propria” (Calvesi, in Primo Conti 1911-1980, Firenze 1980). Tra i numerosi bozzetti preparatori di cui l’artista parla nelle lettere a Pavolini, due disegni firmati e datati “P. Conti / 1924” sono conservati presso la Fondazione dedicata al pittore a Fiesole, mentre un altro bozzetto, firmato e datato come i precedenti, è custodito presso le Raccolte Civiche del Gabinetto di Disegni del Castello Sforzesco dal 1932, dopo essere stato donato dall’autore stesso alle raccolte pubbliche milanesi. Il disegno raffigurante la parte sinistra del dipinto, così come l’opera a olio o i disegni della fondazione (i quali descrivono invece la parte destra e la parte centrale del quadro, attraverso linee più abbozzate e veloci e senza rifinitura o forti contrasti chiaroscurali) è contraddistinto da una composizione ottenuta mediante il serrato incastro volumetrico dei corpi che si affollano, contorcendosi attraverso un energico dinamismo, inedito fino a questo momento nelle opere del pittore. Confrontando il dipinto con il disegno in questione, si osservano piccole differenze nella raffigurazione dei personaggi e di alcuni particolari. Nel disegno è infatti assente la donna in secondo piano sulla destra tra le quatto figure o i due lembi di panneggio accanto alla donna accovacciato a terra. Ancora, nel disegno il piccolo omino in basso che sembra scappare in primo piano, nel dipinto diventa un carnefice ed è posto stavolta sullo sfondo. Il disegno milanese, probabilmente uno degli ultimi realizzati dall’artista, è caratterizzato da un fitto chiaroscuro eseguito con matita dura tramite linee oblique parallele, le quali invadono tutta la composizione risultando più marcate e fitte tra le giunture dei vari corpi che si accostano tra di loro.
Ratto delle Sabine-l’Affresco raffigura un episodio mitico delle origini di Roma
Descrizione
Ambito culturale: Ambito comasco
Cronologia: post 1615 – ante 1630
Tipologia: pertinenze decorative
Materia e tecnica: affresco finito a secco
Misure: 170 cm x 13 cm x 120 cm
Descrizione: L’affresco, realizzato sulla parete destra del salone, è presentato illusionisticamente come un quadro racchiuso in una cornice di legno e fissato alla parete. Raffigura un episodio mitico delle origini di Roma, il cosiddetto Ratto delle Sabine, ordinato da Romolo per supplire alla carenza di donne dei romani. L’anonimo pittore raffigura il rapimento delle mogli e delle figlie dei Sabini, un’antica popolazione del Lazio, messo in atto dai soldati romani che le avevano attirate con l’inganno nella loro città. Una particolarità dell’affresco è costituita dall’ambientazione della scena, che si svolge in una città di Roma trasfigurata dalla fantasia, dove il richiamo all’architettura antica, rappresentata dal tempio circolare a sinistra, più vicino alle architetture rinascimentali di Bramante che agli edifici classici, si affianca a una sfilata di edifici moderni, molto simili a quelli che si potevano vedere nella Como di primo Seicento. Anche il paesaggio d’acque,con barche cariche di merci, più che al fiume Tevere sembra ispirarsi a una veduta marina o, addirittura, al lago di Como su cui si affaccia la villa dei Gallio.
Notizie storico-critiche:L’affresco con il Ratto delle Sabine fa parte della decorazione del salone centrale di villa Gallia, edificata a partire dal 1614. Non conosciamo il nome dell’artista che eseguì questo affresco e la datazione esatta del suo intervento, che molto verosimilmente fu commissionato dall’abate Marco Gallio, cui si deve la costruzione dell’edificio. Come altre scene del salone, anche questa è un omaggio diretto alla storia di Roma, città in cui Marco Gallio aveva vissuto a lungo a fianco del potente zio cardinale Tolomeo, artefice della fortuna della famiglia.
Ratto delle Sabine-disegno probabilmente preparatorio per una scena teatrale-
seconda metà del XVII secolo
Descrizione
Ambito culturale: ambito veneto
Cronologia: ca. 1750 – ca. 1799
Tipologia: disegno
Materia e tecnica: carta/ matita/ penna/ inchiostro/ acquerellatura
Misure: 495 mm. x 397 mm.
Descrizione: Matita, penna, inchiostro nero, acquerello grigio, acquerelli colorati su carta bianca. Filigrana intera: forma di aquila stilizzata che regge due lance e, sotto, in lettere capitali, “LAF”.
Notizie storico-critiche:Il disegno, probabilmente preparatorio per una scena teatrale, non reca alcuna attribuzione: per il tratto leggero, frammentato e luminoso, per l’acquerellatura di delicata policromia, è probabilmente da assegnare ad un artista veneto, attivo nella seconda metà del XVII secolo.
Collezione: Collezione di disegni di Riccardo Lampugnani del Museo Poldi Pezzoli
Ratto delle Sabine-Autore: Ricchi Pietro detto Lucchese (attr.) (1606/ 1675)
Descrizione
Autore: Ricchi Pietro detto Lucchese (attr.) (1606/ 1675)
Cronologia: post 1600 – ante 1699
Tipologia: pittura
Materia e tecnica: olio su tela
Misure: 90,5 cm x 66,8 cm
Descrizione: In primo piano a destra un soldato afferra una giovane donna, mentre dietro di lui un altro sta già sollevando la preda; in secondo piano la scena è stipata di donne e soldati con insegne militari, picche, vessilli.
Collezione: Collezione dei dipinti dal XII al XVI secolo dei Civici Musei d’Arte e Storia di Brescia
Collocazione-Brescia (BS), Musei Civici di Arte e Storia. Pinacoteca Tosio Martinengo
Compilazione: Basta, C. (1991)
Aggiornamento: Giuffredi, L. (2003)
Ratto delle Sabine-Milano- Museo Martinitt e Stelline
Descrizione
Cronologia: post 1725 – ante 1775
Tipologia: pittura
Materia e tecnica: tela/ pittura a olio
Misure: 228 cm x 177 cm
Collocazione
Milano (MI), Museo Martinitt e Stelline
Compilazione: Amaglio, Silvia (2013)
Ratto delle Sabine-Cremona (CR), Museo Civico Ala Ponzone
Ratto delle Sabine
Descrizione
Ambito culturale: ambito neoclassico
Cronologia: ca. 1800 – ca. 1815
Tipologia: disegno
Materia e tecnica: matita nera su carta bianca
Misure: 288 mm x 204 mm
Collocazione
Cremona (CR), Museo Civico Ala Ponzone
Compilazione: Iato, V. (2001)
Aggiornamento: Bora, G. ()
Ratto delle Sabine-Autore: Pistrucci Filippo (sec. XIX), inventore / incisore-
Misure: 185 mm x 115 mm (parte incisa); 181 mm x 125 mm (parte figurata); 191 mm x 140 mm (Impronta)
Collocazione
Monza (MB), Musei Civici di Monza
Compilazione: Marchesi, Ilaria (2010)
Ratto delle Sabine-Autore: Aquila Pietro (1640/ 1692), incisore
Ratto delle Sabine
Descrizione
Autore: Aquila Pietro (1640/ 1692), incisore / disegnatore; Berrettini Pietro detto Pietro da Cortona (1596/ 1669), inventore
Cronologia: ca. 1670 – ante 1692
Oggetto: stampa smarginata
Soggetto: storia
Materia e tecnica: acquaforte
Misure: 613 mm x 418 mm (parte incisa)
Collezione: Fondo Calcografico Antico e Moderno della Fondazione Biblioteca Morcelli-Pinacoteca Repossi
Collocazione
Chiari (BS), Pinacoteca Repossi
Compilazione: Brambilla, Lia (2003); Scorsetti, Monica (2003)-
Ratto delle Sabine Autore: Biasioli Angelo (1790/ 1830)
Descrizione
Identificazione: Ratto delle Sabine
Autore: Biasioli Angelo (1790/ 1830), incisore
Cronologia: post 1790 – ante 1830
Oggetto: stampa
Soggetto: storia
Materia e tecnica: acquatinta
Misure: 181 mm. x 114 mm. (Parte figurata); 195 mm. x 135 mm. (Parte incisa)
Collocazione
Monza (MB), Musei Civici di Monza
Compilazione: Fumagalli, Monica (2005)
Ratto delle Sabine-Bartoli Pietro Santi; Caldara Polidoro detto Polidoro da Caravaggio
Descrizione
Autore: Bartoli Pietro Santi (1635/ 1700), incisore; Caldara Polidoro detto Polidoro da Caravaggio (1499-1500/ 1543), inventore
Ambito culturale: Scuola romana
Cronologia: post 1650 – ante 1699
Oggetto: stampa
Soggetto: storia
Materia e tecnica: acquaforte
Misure: 386 mm x 122 mm (inciso); 392 mm x 158 mm (foglio)
Collocazione
Brescia (BS), Musei Civici di Arte e Storia. Pinacoteca Tosio Martinengo
Compilazione: Menta, L. (1999)
Aggiornamento: D’Adda, R. (2002)
Scultura – Ratto delle Sabine – Giambologna – Firenze – Loggia dei Lanzi
Descrizione
Autore: Non identificato, fotografo principale
Luogo e data della ripresa: Firenze (FI), Italia, 1890 – 1899
Materia/tecnica: albumina/carta
Misure: 30 x 40
Collocazione: Milano (MI), Regione Lombardia, fondo Scrocchi, SCR_4_STABC_TQ
Classificazione
Genere: foto d’arte
Soggetto: arte
Compilazione: Truzzi, Stefania (2005)
Aggiornamento: Casone, Laura (2006)
Pietro da Cortona – Ratto delle Sabine – Dipinto – Olio su tela – Roma – Palazzo del Campidoglio – Galleria Capitolina – Sala Pietro da Cortona
Pietro da Cortona – Ratto delle Sabine – Dipinto – Olio su tela – Roma – Palazzo del Campidoglio – Galleria Capitolina – Sala Pietro da Cortona
Anderson Domenico
Descrizione
Autore: Anderson Domenico (1854/ 1938), fotografo principale
Luogo e data della ripresa: Roma (RM), 1855-1919
Materia/tecnica: albumina/carta
Misure: n.d.
Collocazione: Milano (MI), Raccolte storiche dell’Accademia di Brera, fondo Fondo Frizzoni, Fototeca storica – Armadio Frizzoni – FF 302
Classificazione
Compilazione: Lapesa, C. (2008)-
Dipinto – “Ratto delle Sabine”
Fotografia dello Studio Calzolari (studio) (1882/1996)
Dipinto – “Ratto delle Sabine” (?)
Foto Studio Calzolari (studio)
Descrizione
Autore: Studio Calzolari (studio) (1882/1996), fotografo principale
Luogo e data della ripresa: Mantova (MN), Italia, XX
Materia/tecnica: gelatina bromuro d’argento/vetro
Misure: n.d.
Note: Dipinto, olio su tela, raffigurante ratto delle Sabine (?).
Collocazione: Mantova (MN), Archivio di Stato di Mantova, fondo Archivio fotografico Calzolari, ASMn, Archivio Calzolari
Classificazione
Genere: da attribuire
Compilazione: Previti, Serena (2008)
Milano – Stazione Centrale – Atrio biglietti – scalone di accesso alla galleria di testa // persone, fregio “Ratto delle Sabine” Cfr: FM AB 23/a, FM AB 23/b, FM AB 31, FM AB 33/a, FM AB 33/b
Milano – Stazione Centrale – Atrio biglietti – scalone di accesso alla galleria di testa // persone, fregio “Ratto delle Sabine” Cfr: FM AB 23/a, FM AB 23/b, FM AB 31, FM AB 33/a, FM AB 33/b
Paoletti, Antonio
Descrizione
Autore: Paoletti, Antonio (1881/ 1943)
Luogo e data della ripresa: Milano (MI), Italia
Materia/tecnica: gelatina a sviluppo
Misure: n.d.
Note: Milano – Stazione Centrale – Atrio biglietti – scalone di accesso alla galleria di testa // persone, fregio “Ratto delle Sabine” Cfr: FM AB 23/a, FM AB 23/b, FM AB 31, FM AB 33/a, FM AB 33/b
Collocazione: Milano (MI), Raccolte Grafiche e Fotografiche del Castello Sforzesco. Civico Archivio Fotografico, fondo Foto Milano, FM APL 22
Classificazione
Compilazione: Paoli, Silvia (2013)
Firenze – Piazza della Signoria – Scultura – Ratto delle Sabine – Giambologna – Loggia dei Lanzi
Firenze – Piazza della Signoria – Scultura – Ratto delle Sabine – Giambologna – Loggia dei Lanzi
Descrizione
Autore: Non identificato, fotografo principale
Luogo e data della ripresa: Firenze (FI), Italia, 1920 – 1930
Materia/tecnica: gelatina bromuro d’argento/carta
Misure: 18 x 24
Collocazione: Milano (MI), Regione Lombardia, fondo Scrocchi, SCR_82_ST_DV
Classificazione
Genere: architettura
Soggetto: città
Compilazione: Tonti, Stella (2007)
Leggende di Roma – Ratto delle Sabine (in alto) – Caio Muzio pone la mano destra sul braciere davanti a Porsenna (in Basso) – Disegno
Leggende di Roma – Ratto delle Sabine (in alto) – Caio Muzio pone la mano destra sul braciere davanti a Porsenna (in Basso) – Disegno
Fotografo non identificato
Descrizione
Autore: Fotografo non identificato (notizie), fotografo principale
Luogo e data della ripresa: 1855-1919
Materia/tecnica: albumina/carta
Misure: n.d.
Note: La fotografia riprende il foglio sul quale sono riportati i due disegni.
Collocazione: Milano (MI), Raccolte storiche dell’Accademia di Brera, fondo Fondo Frizzoni, Fototeca storica – Armadio Frizzoni – FF 1513
Classificazione
Compilazione: Lapesa, C. (2009)
Gruppo scultoreo – Marmo – Ratto delle Sabine – 1574-1580 – Giambologna – Firenze – Piazza della Signoria – Loggia della Signoria o dei Lanzi
Gruppo scultoreo – Marmo – Ratto delle Sabine – 1574-1580 – Giambologna – Firenze – Piazza della Signoria – Loggia della Signoria o dei Lanzi
Fotografo-Non identificato
Descrizione
Autore: Non identificato, fotografo principale
Luogo e data della ripresa: Firenze (FI), Italia, 1860 – 1880
Materia/tecnica: albumina/carta
Misure: n.d.
Collocazione: Milano (MI), Raccolte Grafiche e Fotografiche del Castello Sforzesco. Civico Archivio Fotografico, fondo Vedute Italia, VI H 218
Classificazione
Genere: foto d’arte
Soggetto: arte
Compilazione: Ossola, Margherita (2016)
Il ratto delle Sabine-Biasioli Angelo
Il ratto delle Sabine- Biasioli Angelo-Descrizione
Identificazione: Ratto delle Sabine
Autore: Biasioli Angelo (1790/ 1830), incisore
Cronologia: post 1790 – ante 1830
Oggetto: stampa smarginata
Soggetto: storia
Materia e tecnica: acquatinta
Misure: 180 mm. x 113 mm. (Parte figurata); 186 mm. x 127 mm. (Parte incisa)
Collocazione
Monza (MB), Musei Civici di Monza
Compilazione: Fumagalli, Monica (2005)
Ratto delle Sabine-Autore: Caraglio Giacomo (1500/ 1570), incisore
Descrizione
Identificazione: Ratto delle Sabine
Autore: Caraglio Giacomo (1500/ 1570), incisore
Cronologia: ca. 1527
Oggetto: stampa smarginata
Soggetto: storia
Materia e tecnica: bulino
Misure: 508 mm x 360 mm (parte incisa)
Notizie storico-critiche:Malgrado questa stampa sia tradizionalmente intitolata “Il ratto delle Sabine”, Archer sottolinea che quello che è stato rappresentato non è il ratto vero e proprio, bensì un episodio successivo raccontato da Livio e da Plutarco, ovvero il tentativo di riscatto dei Sabini che raggiunsero Roma e combatterono nel Foro, mentre le donne Sabine intervennero per chiedere il mantenimento della pace. La figura femminile raffigurata seduta su un asino sarebbe la dea Vesta, presso il cui tempio avvenne la lotta. Questa incisione fu l’ultimo lavoro del Caraglio, che la lasciò incompiuta. Essa venne completata da un incisore anonimo, dallo stile più duro e più largo rispetto al Caraglio. Bartsch testimonia che l’invenzione è da attribuire a Baccio Bandinelli; Vasari invece l’attribuiva a Rosso Fiorentino. Il timbro al verso dell’esemplare qui catalogato indica che questo foglio fece parte della collezione di Heinrich Buttstaedt, pittore, fotografo collezionista e mercante d’arte nato a Gouda e morto a Berlino nel 1876. Entrò a far parte del Fondo Calcografico della Pinacoteca Repossi tramite il legato Cavalli.
Collezione:Fondo Calcografico Antico e Moderno della Fondazione Biblioteca Morcelli-Pinacoteca Repossi
Ratto delle sabine
Caladara Polidoro detto Polidoro da Caravaggio; Alberti Cherubino
Descrizione
Autore: Caladara Polidoro detto Polidoro da Caravaggio (1499-1500/ 1543), inventore; Alberti Cherubino (1553/ 1615), incisore
Cronologia: post 1553 – ante 1615
Oggetto: stampa smarginata
Soggetto: mitologia
Materia e tecnica: bulino
Misure: 200 mm. x 103 mm. (Parte figurata)
Collocazione
Monza (MB), Musei Civici di Monza
Compilazione: Ruiu, Daniela (2004)
Ratto delle Sabine-Polidoro da Caravaggio; Le Blon, Jakob Christof (attribuito)
Descrizione
Autore: Polidoro da Caravaggio (1500 ca.-1543), inventore; Le Blon, Jakob Christof (attribuito) (1667/1670-1741), incisore
Cronologia: post 1667 – ante 1741
Oggetto: stampa tagliata
Soggetto: storia
Materia e tecnica: bulino
Misure: 449 mm x 167 mm (Parte figurata); 449 mm x 167 mm (Parte incisa)
Enrico Castello pittore futurista in arte Chin-60 poesie cinesi-
Dal XIII secolo avanti Cristo al Novecento scelte dalla raccolta de «La flûte jade»
A cura di Francesco Saladini-Editore Librati
Descrizione del libro di Enrico Castello-60 Poesie cinesi-.“Un erudito cinese forse mai esistito giunge in Europa ai primi del Novecento e traduce in francese centosettantuno poesie della sua terra, un orientalista parigino le pubblica in un piccolo volume dal grande successo dopo averne, forse, inventato alcune, un aero-pittore futurista apprezzato da Carrà le versa in italiano a metà del secolo senza divulgare la sua traduzione e le lascia, partendo per il Brasile, a un generale dell’Esercito suo amico: forse c’è un giallo, comunque le poesie scelte da quella traduzione sono splendide”.
Enrico Castello (1890 – 1966), in arte Chin, pittore futurista
Breve Biografia di Enrico Castello (1890 – 1966), in arte Chin, pittore futurista, aviatore e ufficiale dell’Aeronautica militare, illustratore di libri e giornali, scultore e poeta, ha tradotto dal francese in italiano a metà Novecento, portandole in versi, le 170 poesie cinesi pubblicate nel 1920 a Parigi dallo scrittore e orientalista Franz Toussaint nel volume in sedicesimo “La flute de jade”. Sessanta di tali poesie, scelte come rappresentative dell’originalità e della forza della lirica dell’ex Celeste Impero, vengono proposte in questa ristampa d’un libretto del 2018 insieme con brevi note sulla loro provenienza e sulla storia della Cina.
Tivoli(Roma)-Società Tiburtina di Storia e Arte: da sempre l’impegno per Tivoli ed il suo patrimonio culturale.
Articolo di Maria Luisa Nava-
Autore: Maria Luisa Nava –Tivoli, città dalla lunga tradizione e dalle molteplici testimonianze archeologiche e storiche, è oggi uno dei centri ubicati nella cintura della megalopoli romana, che ormai ha esteso le sue propaggini sino ad inglobare molti dei comuni limitrofi.
Dal 2015, l’istituzione della città metropolitana di Roma Capitale ha compreso l’intera area della Provincia di Roma, estendendosi in ben 121 comuni, il cui elenco alfabetico inizia da Affile per concludersi con Zagarolo. Tra i venti comuni più popolosi si colloca Tivoli con 55.107 abitanti, al quinto posto dopo Anzio e prima di Velletri.
Il Custode Generale dell’Arcadia Giovanni Maria Crescimbeni (Alfesibeo Cario), fondatore della Colonia degli Arcadi Sibillini (Macerata 1663- Roma 1728)
Tuttavia, se la popolazione tiburtina è attualmente inferiore a quella di altre città (Guidonia Montecelio, Fiumicino, Pomezia e Anzio), non per questo il centro è minoritario rispetto agli altri dal punto di vista storico, archeologico ed architettonico. Non si vogliono riproporre qui gli accadimenti, che dalla mitica fondazione che affonda le proprie radici nella protostoria, attraverso l’età romana, il Medioevo, il Rinascimento e l’epoca del Grand Tour hanno reso Tivoli famosa in tutto il mondo, ma sottolineare la preponderante importanza culturale che da sempre caratterizza le vicende storiche e la vita di questa città.
E che i tiburtini ne siano ben consci da svariati secoli è testimoniato dai circoli culturali che sono presenti a Tivoli e che sono i moderni eredi di quella Accademia degli Agevoli, fondata alla metà del ‘500 dall’Arcivescovo Senese Francesco Bandini Piccolomini, segretario del Cardinale Ippolito D’Este. E proprio alla metà del ‘500 risale la monumentale opera di Antonio Del Re che nei 12 volumi “Dell’Antichità tiburtine” raccolse tutte le testimonianze storiche allora note nel territorio, da Villa d’Este sino alle scoperte di “anticaglie” che si venivano scoprendo nell’agro della città.
E proprio Villa d’Este venne scelta come sede dalla Colonia degli Arcadi Sibillini, erede della tradizione cinquecentesca di studi classici e storici iniziata dall’Accademia degli Agevoli, e che fu tra le prime Colonie arcadiche istituite dal fondatore e Custode Generale dell’Arcadia Giovanni Maria Crescimbeni (il cui nome pastorale era Alfesibeo Cario). La Colonia venne fondata nel febbraio del 1716, con il motto “vati nunc vatibus” e fu affidata dal fondatore a Giovan Carlo Crocchiante, canonico della cattedrale di Tivoli, che venne insignito del titolo di Vicecustode. E come accaduto per l’Accademia degli Agevoli, tra i suoi membri si annoveravano le personalità di maggior spicco tra gli eruditi ed i letterati tiburtini.
Giovan Carlo Crocchiante, l’Istoria delle chiese della città di Tivoli, Roma 1726
Questa illustre e lunga tradizione, in tempi relativamente recenti, è stata poi proseguita dalla Società Tiburtina di Storia e d’Arte, fondata nel 1919 proprio con l’intenzione di riprendere e seguitare il percorso culturale tracciato dagli insigni e colti predecessori che dal Rinascimento, attraverso l’Illuminismo, avevano celebrato la storia della città con le loro opere.
Il passaggio era ovviamente necessario per poter adeguare l’operato dell’istituzione culturale ai cambiamenti avvenuti nel tempo, che richiedevano una modernizzazione dell’ente, ivi compresa la definizione di veste giuridica, attraverso la redazione di uno Statuto e di un Regolamento atti a disciplinare il raggiungimento degli scopi sociali. Tutto ciò avvenne nel 1960, con integrazioni che furono approvate nel 1965.
Ma gli obiettivi e le finalità che ispirano ancor oggi l’operato dei membri della Società Tiburtina non si sono modificati in tutto questo arco di tempo e sono sempre rivolti alla diffusione della conoscenza della storia del territorio, attraverso pubblicazioni specialistiche, come gli Atti e Memorie, editi annualmente dal 1921 ad oggi (nel 2024 è stato pubblicato il vol. XCVII), ma anche con cicli di conferenze, organizzazione di giornate di studio e visite guidate, aperte a tutti i cittadini ed al grande pubblico che frequenta le mete turistiche della città.
– Atti e Memoria della Società Tiburtina di Storia e D’Arte, Copertina del volume XXXVIII (1965)
La Società Tiburtina si è dotata di un sito web, a libera consultazione, nel quale sono pubblicati, oltre la storia dell’istituzione e le informazioni sugli eventi programmati, anche notizie sulle vicende stori che e sui monumenti di Tivoli e del suo comprensorio, oltre a documenti, immagini e foto d’epoca(https://www.societatiburtinastoriaarte.it/).
In tal modo, la Società continua a prodigarsi per far conoscere e divulgare le nuove scoperte e gli aspetti storici e culturali che vengono posti in luce dal prosieguo delle ricerche in campo archeologico, storico, architettonico e documentario. E’ in quest’opera di comunicazione, di valorizzazione e di diffusione delle informazioni sul patrimonio culturale che si esplica il compito che la Società intende proseguire, con l’intento di dare il proprio apporto alla crescita sociale della collettività tiburtina che nel conoscersi si riconosce, contribuendo in tal modo alla coesione ed al progresso culturale di tutta la comunità, base e volano anche per lo sviluppo e l’incremento economico di tutti.
Fonti:
– sito web https://www.societatiburtinastoriaarte.it/
– Del Re A., “Dell’Antichità Tiburtine Capitolo V” (1611), a cura di MARINO E., Collana Fonti e Testo di Horti Hesperidum, 1, Roma 2014.
– MARINO E., Appunti sulla Villa d’Este di Tivoli nel Settecento, Contributo per gli atti del convegno dottorale “Tracciati di storia dell’arte. Paesaggi”, svoltosi in data 27-28 ottobre 2021 presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Roma 2022.
Autore: Maria Luisa Nava –
Didascalie immagini:
– Il Custode Generale dell’Arcadia Giovanni Maria Crescimbeni (Alfesibeo Cario), fondatore della Colonia degli Arcadi Sibillini (Macerata 1663- Roma 1728)
– Giovan Carlo Crocchiante, l’Istoria delle chiese della città di Tivoli, Roma 1726
– Atti e Memoria della Società Tiburtina di Storia e D’Arte, Copertina del volume XXXVIII (1965)
– Carl Blecher, Villa d’Este, 1832 ca.
Lina Schwarz nacque a Verona il 20 marzo 1876. Fu maestra e poetessa, autrice di molti libri di rime e filastrocche per bambini.Fu una poliedrica donna, colta ed inserita nell’humus culturale dell’Europa del Novecento.Nel 1938, a causa delle leggi razziali, si trasferì da Milano (dove abitava con la famiglia) prima ad Arcisate e poi a Brissago in Svizzera.Fu traduttrice dell’opera dei Rudolf Steiner, portando così il suo pensiero in Italia.In moltissimi libri scolastici del ‘900 apparvero in forma anonima sue poesie e filastrocche di Lina Schwarz. Queste divennero un vero e proprio patrimonio comune tanto che spesso, ancora oggi, sono considerati testi della tradizione popolare.
LINA SCHWARZ
Quanti di voi conoscono la tradizionale “Stella Stellina”?
Stella stellina
La notte s’avvicina
La fiamma traballa
La mucca è nella stalla
La mucca e il vitello
La pecora e l’agnello
La chioccia e il pulcino
Ognuno ha il suo bambino
Ognuno ha la sua mamma
E tutti fan la nanna
In cima a un albero
c’è un uccellino
di nuovo genere…
che sia un bambino?
Felice e libero
saluta il sole
canta, s’arrampica,
fa quel che vuole.
Ma inesorabile
il tempo vola:
le foglie cadono…
si torna a scuola!
La bambola dimenticata
La bimba dorme nel suo lettino,
dorme tranquilla, sogna beata…
E la sua bambola, fuori in giardino,
sta sola sola dimenticata.
Piove a dirotto tutta la notte…
Povera bambola, che infreddatura!
Star lì inzuppata, con l’ossa rotte,
liquefacendosi per la paura.
Ma quella bimba, poi, domattina,
quanti rimproveri farsi dovrà,
quando la cara sua bambolina,
in quello stato ritroverà!
C’è una bimba che spazza davanti alla sua porta:
La bimba è piccola, e la granata è corta:
la neve è tanta tanta che copre la città,
a spazzarla via tutta chi mai ci arriverà?
Ci arriveremo tutti, se ognuno spazza un po’…
la bimba è piccolina, ma fa quello che può.
Quanti giocattoli
Quanti giocattoli
nelle vetrine!
Tutti si fermano
bimbi e bambine.
Ma si divertono
solo a vedere,
san già che tutto
non si può avere!
Povero babbo! Stanco, scalmanato,
tutte le sere torna dal lavoro,
ma per cantar la nanna al suo tesoro
ha sempre un po’ di forza e un po’ di fiato.
Lina Schwarz nacque a Verona il 20 marzo 1876.Si trasferì a Milano nel 1886 con la famiglia (ebrei di origine ungherese) che esercitava attività commerciale e fin dall’adolescenza si interessò a temi filosofici, pedagogici e a tematiche sociali.
Le notizie sulla vita di Lina Schwarz non sono molte e sono spesso abbastanza vaghe.
Al termine della prima guerra mondiale si fece promotrice in Italia dell’antroposofia di Rudolf Steiner che incontrò più volte e delle cui opere fu traduttrice, soprattutto per quanto riguarda conferenze e saggi. Tradusse anche Cronache dell’Akasha e I Punti essenziali della questione sociale.
Insieme a Lavinia Mondolfo fondò la scuola antroposofica di Milano “Leonardo Da Vinci” e nel 1923 rappresentò l’Italia, insieme a Emmelina Sonnino De Renzis, al figlio di lei Giovanni Antonio Colonna duca di Cesarò, ad Alcibiade Mazzarelli e Lamberto Caffarelli al “Convegno di Natale” a Dornach che fu l’evento di fondazione della società antroposofica universale.
Nel 1904 pubblicò il suo primo libro di poesie per bimbi che ebbe grande successo. Già nel 1910 tante sue poesie erano diventate canzoncine per bambini musicate da Oddone e pubblicate da Ricordi. Nel 1935 fu Nino Rota a musicare alcune poesie per bambini della Schwarz. Bemporad ne fece numerose edizioni e la collaborazione con la scrittrice si estese al «Giornalino della domenica» famoso periodico di Vamba.
La sua attività di filantropa si estrinsecò attraverso varie associazioni come l’Unione Femminile, La Fraterna, che seguiva le bambine nella lettura e nei momenti ricreativi, e l’Associazione Scuola famiglia che sosteneva economicamente le famiglie di alunne disagiate.
Guerra, bombardamenti e persecuzioni razziali la indussero a trasferirsi ad Arcisate in provincia di Varese e, da qui, per evitare la recrudescenza della ricerca degli ebrei da deportare in Germania, riuscì a riparare in Svizzera, a Brissago. Rientrata in Italia nel 1945 rimase ad Arcisate dove morì il 24 novembre 1947.
Nel 1963 fu intitolata al suo nome la locale scuola elementare.
Fonti:
I. Drago: La poesia per ragazzi in Italia, Firenze, 1971.
G. De Turris: Esoterismo e fascismo, Roma 2006.
S. Fava: Percorsi critici di letteratura per l’infanzia tra le due guerre, Milano 2004.
Elisabetta Destasio Vettori-Omaggio alla poetessa romana-
Giudizio della critica Tullia Bartolini sulla poetessa Elisabetta Destasio Vettori<Profonda, tagliente e netta era la sua voce poetica, capace di lasciare segni, di vincere la fragilità e l’impermanenza delle cose umane. Forte e dolente, la sua parola resterà a lungo.>>
Elisabetta Destasio Vettori-Poetessa romana
SE QUALCOSA SIAMO STATI
(Elisabetta Destasio Vettori)
Se qualcosa siamo stati
eravamo niente
mare bianco marmo
come l’aria si sposta
dai pesci rossi
ma l’acqua cade obliqua
bagna e semina
– azzurro, azzurro
sopra tutte le macerie
da qualche parte
nasco senza ferita
AUTUNNO
La schiena di Roma
nell’incurvarsi dei platani,
sul lungotevere
in autunno rifiorisce
il gelsomino
ci arrendiamo
agli dei degli stracci
e alle cose abbandonate
C’ERANO DEI ROSETI SFIORITI
C’erano dei roseti sfioriti
nelle cose che dicevi
voci
uscite da finestre
con gli scuri accostati
il tuo corpo all’ombra
negli anfratti fradici
fra i lungofiume,
i lampioni balenanti
lo smarrimento
ora
mi dispongo a mani giunte
ora
lascio aperta la porta e
la luce accesa
che tu possa entrare
bandire il vuoto attorno
come un grillo
una falena
un gigante piccolo
– addormentato sui gomiti
Elisabetta Destasio Vettori-Poetessa romana
C’È UN PUNTO ESATTO
C’è un punto esatto in cui
i corpi si riconoscono
come le edere
aderiscono uno all’altro
– senza penetrarsi
seguono la linea che giunge
alla prima sillaba del nome:
la linfa è pronta,
si dice cielo
ENTRA
Entra – piano
vieni,
stenditi accanto:
restami nel tempo
di questa nascita
fatti pioggia che non batte,
entra
PROMETTE PIOGGIA
La conseguenza
delle ossa che non si toccano
non sapere più l’insieme,
il battito, la cruna di piacere:
promette pioggia
mio corpo andiamo
Elisabetta Destasio Vettori-Poetessa romana
Giudizio della critica Tullia Bartolini
<Profonda, tagliente e netta era la sua voce poetica, capace di lasciare segni, di vincere la fragilità e l’impermanenza delle cose umane. Forte e dolente, la sua parola resterà a lungo.>>
*Giudizio della critica Tullia Bartolini sulla poetessa Elisabetta Destasio Vettori (Roma, 1968 – Roma, 2025), scomparsa lo scorso 24 settembre a soli 57 anni, dopo una lunga malattia.
Organizzatrice di eventi culturali, l’autrice romana ha lavorato come consulente editoriale ed editor ed ha coaudiuvato importanti produzioni teatrali e musicali della capitale, collaborando tra gli altri con grandi attori come Carmelo Bene, Lina Sastri e Monica Guerritore e musicisti di fama mondiale quali Ennio Morricone, Luciano Berio e Keith Jarrett.
Alla poesia si era accostata da adolescente perchè influenzata dalla conoscenza infantile di Pier Paolo Pasolini, che frequentava casa sua in qualità di amico del padre. E, come da insegnamento del compianto intellettuale e regista assassinato ad Ostia, anche lei era convinta che la letteratura dovesse avere una missione civile: “la poesia -ribadiva spesso- è un atto politico, oggi più che mai”.
Dalla Rivista L’Altrove
Le seguenti liriche sono tratte dalla sua ultima raccolta, ‘Da luoghi profani’, pubblicata nel 2024 da Les Flâneurs Edizioni, un’opera più intimista ed ermetica rispetto alle sue precedenti, di cui dice il poeta Roberto Deidier nella prefazione: “Non si avverte fragilità in questo libro che si attesta come l’opera di una maturità ormai raggiunta; ogni frase è come scolpita, ogni singola immagine è un distillato finanche feroce.”
La scomparsa di Elisabetta Destasio Vettori, avvenuta a Roma il 24 settembre 2025, segna la perdita di una voce che aveva costruito con rigore e coerenza una posizione riconoscibile all’interno del panorama poetico contemporaneo italiano. Le notizie recenti ne attestano la dipartita e ricordano il suo impegno culturale, il ruolo nell’organizzazione di rassegne e la pratica editoriale che fece da contrappeso alla sua attività di autrice.
Nata a Roma nel 1968, Elisabetta DestasioVettori è stata figura poliedrica: editor, consulente editoriale, organizzatrice culturale e autrice di più sillogi poetiche. Dal 1995 operò nel campo delle produzioni teatrali e musicali; in tale ambito instaurò collaborazioni di rilievo con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e, a partire dagli anni 2010, avviò una significativa attività di curatela e direzione artistica, fra cui la rassegna “Poeti in itinere”. Negli ultimi anni fu inoltre attiva nel coordinamento di iniziative culturali presso istituzioni come la Casa delle Letterature di Roma.
Il profilo professionale di Destasio Vettori testimonia una pratica culturale che univa produzione poetica e cura istituzionale: non tanto una separazione tra scrittura e prassi curatoriale, quanto piuttosto un intreccio in cui la responsabilità pubblica (organizzazione di rassegne, coordinamento di progetti) costituiva l’altra faccia del lavoro di poeta. Questo doppio ruolo ha reso la sua esperienza particolarmente significativa per le comunità poetiche locali e nazionali, contribuendo a dare voce e visibilità ad autori emergenti e a nutrire un confronto critico fra pratiche diverse.
Opere
La produzione stampata di Destasio Vettori si articola in almeno tre raccolte principali riconosciute dalla critica: Sogno d’acciaio, Corpo in animae (entrambi pubblicati da Annales Edizioni) e Da luoghi profani (Les Flâneurs, collana Icone, 2023). Questa sequenza editoriale offre un percorso riconoscibile in cui si percepisce una progressiva tensione verso un linguaggio più compresso e una maggiore densità ermeneutica, pur mantenendo radici nette in un impianto lirico di matrice personale e civile.
La presenza di sue poesie anche in raccolte e agende poetiche (LietoColle, per l’Agenda Poetica) e la traduzione di alcuni inediti in arabo e in inglese – la cui circolazione avvenne anche per mezzo della rivista Alaraby Aljadeed – documentano la dimensione transnazionale, seppure limitata, di alcune sue scelte testuali. Inoltre, la sua opera è stata segnalata in “Atlanti” e portali accademici dedicati alla poesia contemporanea, a indicare una ricezione che supera la sfera locale.
Temi ricorrenti
Il nucleo tematico centrale dell’opera di Destasio Vettori ruota attorno alla tessitura di una memoria individuale che si fa topografia: Roma, la città-madre, emerge come corpo-matrice, luogo di ritorni, ferite e rescissioni. La raccolta Da luoghi profani concentra questa tensione, lavorando su uno slittamento semantico del sacro e del profano che attraversa relazioni famigliari, la dimensione affettiva e l’esperienza della malattia e del lutto. Il titolo stesso consegna una chiave interpretativa: «luoghi profani» intesi come spazi della vita quotidiana profanati dalla perdita o, al contrario, risignificati tramite la pratica poetica come luoghi di custodia e cura.
Parimenti, il corpo — nei suoi aspetti di ferita, resistenza e deposito di memoria — assume una funzione epistemica: è attraverso la scansione del corpo che la parola poetica si confronta con la realtà del dolore, con la necessità di una «scarnificazione» della lingua per poter essere testimone senza retorica. Critici e recensori hanno letto questa dinamica come una scelta stilistica di stringimento espressivo, una tensione fra lirismo e ermetismo che nel suo ultimo libro tende a privilegiare la parola come strumento di disvelamento radicale.
Linguaggio, forma e tecnica poetica
Sul piano formale, la poesia di Destasio Vettori si caratterizza per un equilibrio tra ritmo melodico e frattura sintattica: si alternano versi che richiamano l’intonazione lirica tradizionale e sezioni più fratte, dove la punteggiatura e l’ellissi costruiscono una scansione che costringe il lettore a una lettura attiva. Tale alternanza produce un effetto di tensione interna — un ascolto della parola che è al contempo memoria e rimozione — e rappresenta una cifra stilistica che la distingue in un panorama contemporaneo nel quale la tendenza può oscillare fra l’oralità performativa e la radicale frammentazione sperimentale. Le recensioni contemporanee individuano questa doppia polarità come punto di forza: la lingua conserva un respiro lirico, ma ne contorce la sintassi per ottenere prendimenti etici e metaforici più consoni al dolore che descrive.
Un altro elemento tecnico significativo è l’uso delle immagini tratte dalla natura — terra, radice, arboreità — come simboli di tradimento e di nutrimento: l’amore, nelle sue poesie, è spesso rappresentato come «elemento terra/natura», humus tradito e insieme condizione di possibile rinascita. Tale topos consente di leggere le poesie non solo come confessione, ma come pratica di ri-costituzione, dove la parola poetica assume funzione terapeutica, rituale e insieme analitica.
La tua voce batte qui nell’`irriverente calura
– la febbre del glicine ha partorito grappoli d’ombra
scuoti senza tempo l’abisso chiuso tra le viscere
e il vento di levante
Elisabetta Destasio Vettori-Poetessa romana
Ricezione critica e posizionamento nella poesia contemporanea
La ricezione critica di Destasio Vettori è stata fino ad oggi caratterizzata da toni di stima e da riconoscimenti locali e specialistici: recensioni sulle riviste di settore, partecipazioni a festival letterari (Bologna in Lettere, fra gli altri), e la cura di rassegne che ne hanno amplificato la visibilità come curatrice e mediatrice culturale. I commenti alla pubblicazione di Da luoghi profani sottolineano l’audacia di una poeta che, dopo anni di apparente silenzio editoriale, ritorna con una raccolta che «rompe» la propria cifra poetica pur mantenendone il filo lirico di fondo.
Da un punto di vista più ampio, il suo lavoro si colloca in un campo di attrito produttivo con alcune tendenze contemporanee: da un lato, la valorizzazione della performatività della voce poetica; dall’altro, la riaffermazione di una pratica della pagina come luogo di lavoro introspettivo e laboratoriale. In questo senso, la sua poesia può essere letta come proposta di mediazione fra partecipazione pubblica e riflessione privata, fra responsabilità civile e introspezione lirica.
Al di là delle sillogi, Destasio Vettori ha svolto attività di coordinamento e sensibilizzazione su temi quali la violenza di genere e la cura del dolore, collaborando con strutture sanitarie e centri di ricerca legati al Policlinico di Tor Vergata e partecipando a progetti di approfondimento sul tema della malattia. Questa dimensione del suo lavoro — meno visibile ma non meno significativa — conferma la centralità di una poesia che non si limita a testimoniare ma che intende intervenire nella scena pubblica con pratiche di cura e ascolto.
Elisabetta Destasio Vettori lascia una produzione poetica che, pur non essendo ampia in termini di volumi, è densa di implicazioni etiche e formali. Il suo percorso, caratterizzato dall’intreccio fra scrittura, curatela e impegno civile, costituisce un modello di lavoro intellettuale sapiente e coerente: la poesia come forma di conoscenza che non rinuncia al rischio della parola. È auspicabile che la comunità critica e le istituzioni culturali colgano ora l’opportunità per mettere a sistema le testimonianze, i testi e le pratiche curatorie che ella ha promosso, garantendo così che la sua voce continui a essere letta, discussa e messa in relazione con le linee necessarie alla storia della poesia contemporanea.
Se qualcosa siamo stati
eravamo niente
mare bianco marmo
come l’aria si sposta
dai pesci rossi
ma l’acqua cade obliqua
bagna e semina
– azzurro, azzurro
sopra tutte le macerie
da qualche parte
nasco senza ferita
Se poggio la bocca
dove non sei
lecco il tuo nome
bianco vento
corpo minotauro
bianco fragile
– bianco il tempo
della tua attesa
Poesie tratte dalla raccolta Da Luoghi profani, Les Flaneurs Edizioni
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