Roma-Teatro India, Programma dal 31 agosto – 6 settembre 2026-
Roma-Dal 31 agosto al 6 settembre 2026 torna al Teatro IndiaIF/INVASIONI (dal) FUTURO, progetto multidisciplinare che lacasadargilla dedica alle scritture della fantascienza. Questa tredicesima edizione è l’anno zero di un percorso che lungo l’arco di cinque anni approda alla realizzazione dell’intero ciclo narrativo di DUNE di Frank Herbert.
Roma-Teatro India
IF_LEGACY*2026 apre lunedì 31 agosto con RADIO IF, appuntamento ormai stabile del festival, per poi proseguire il 2 settembre con l’immersione sonora ELECTRIC STATE, dodici minuti di canti della fine del mondo, seguita da CAPTCHA performance teatrale interattiva che gioca con il test di Alan Turing e invita il pubblico a interrogarsi sul confine tra uomo e macchina.
Dal 3 al 5 settembre in prima nazionale debuttano DUNE PARTE I, DUNE PARTE II, MESSIA di DUNE: un ciclo teatrale immersivo e multidimensionale che combina narrazione dal vivo, paesaggi sonori e immagini digitali. Al centro dei primi due volumi della saga: la limitazione delle risorse, il potere e le sue insidie, il mistero della prescienza, il controllo della mente e lo sfruttamento della più ricca e rara materia prima del pianeta Arrakis, la spezia.
Sempre dal 3 settembre: IF_ART appuntamento dedicato alle arti visive che presenta l’opera MI CAPITA DI PENSARTI, l’istallazione multimediale THE GOLDEN PATH, una membrana audio visiva che apre, al calar della sera, all’universo immaginifico di IF_LEGACY e la conferenza filosofico/scientifica EFFETTO CORIOLIS. DI SPEZIE, DI ACQUA E DI ALTRE RISORSE IN ESAURIMENTO.
Chiudono il programma, il 6 settembre, la performance musicale CHILD OF THREE. DESERT SUITE e GUIDA IL TUO CARRO SULLE OSSA DEI MORTI, una partitura per voce e musica elettronica dal capolavoro di Olga Tokarczuk.
IF_LEGACY*2026 ospita inoltre workshop di alta formazione: il laboratorio di scrittura PICCOLA BOTTEGA_2526 (che presenterà al pubblico i testi elaborati durante il biennio il 31 agosto e il 1° settembre), l’atelier di drammaturgia della danza ORBITAL (che aprirà il lavoro al pubblico dal 2 al 4 settembre), il workshop di scrittura scenica COSTELLAZIONI ERETICHE, il laboratorio musicale per l’infanzia CHILD OF THREE.
Infine ogni giorno DESERT BOOKS, una passeggiata fra le edizioni della sci-fi classica e contemporanea.
Roma-Teatro India
Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Roma Creativa 365. Cultura tutto l’anno
Rom-Teatro India, Programma dal 31 agosto – 6 settembre 2026
a cura di lacasadargilla / Lisa Ferlazzo Natoli,
Alessandro Ferroni, Alice Palazzi, Maddalena Parise in collaborazione con Gianluca Ruggeri/Ars Ludi e Roberto Scarpetti
con il sostegno di Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Biblioteca DEA SABINA- ABBAZIA di FARFA-Monumenti della Sabina -TCI anno 1929-
Biblioteca DEA SABINA
– ABBAZIA di FARFA-Monumenti della Sabina –
-Edizione del TCI anno 1929-
Biblioteca DEA SABINA- ABBAZIA di FARFA-Monumenti della Sabina -TCI anno 1929-Biblioteca DEA SABINA- ABBAZIA di FARFA-Monumenti della Sabina -TCI anno 1929-Biblioteca DEA SABINA- ABBAZIA di FARFA-Monumenti della Sabina -TCI anno 1929-Biblioteca DEA SABINA- ABBAZIA di FARFA-Monumenti della Sabina -TCI anno 1929-Biblioteca DEA SABINA- ABBAZIA di FARFA-Monumenti della Sabina -TCI anno 1929-Biblioteca DEA SABINA- ABBAZIA di FARFA-Monumenti della Sabina -TCI anno 1929-Biblioteca DEA SABINA- ABBAZIA di FARFA-Monumenti della Sabina -TCI anno 1929-
Bill Cunningham, il «padre» della street photograph
Bill Cunningham, il fotografo di moda che immortalava le persone in strada.In bici, vestito sempre con la giacca blu, i pantaloni chiari e le scarpe con la suola di gomma. Era il maestro dello street style. Rifiutò l’assunzione al «New York Times» finché un furgone lo mandò in ospedale (senza assicurazione).
Bill Cunningham, il «padre» della street photography.Bill Cunningham, il «padre» della street photography.
Anna Wintour gli ha fatto il complimento più bello, «ci vestiamo tutte per Bill», ma sarebbe sbagliato ridurre la carriera di Bill Cunningham, morto a New York all’età di 87 anni per un ictus, a quella di fotografo di personaggi famosi. Cunningham fece per mezzo secolo nelle strade di New York esattamente quello che faceva alle sfilate, o alle feste del falò delle vanità di Manhattan: fotografare la società, attraverso i vestiti. Non solo quella dei ricchi: la vita di tutti.
Bill Cunningham, il «padre» della street photography.
Il mondo come passerella
Per Cunningham, bostoniano trapiantato a New York dopo un’infelicissima esperienza a Harvard la prima carriera fu sì nella moda, ma come cappellaio per signore dell’Upper East Side. Capì all’alba degli anni 60 che presto nessuna avrebbe più portato cappelli e che con la fotografia avrebbe potuto raccontare una storia più bella: il mondo come passerella. Solo i bambini, quando giocano, hanno sulle labbra lo stesso sorriso che aveva Cunningham al lavoro: facendo gimkane in bici tra i camion di Midtown seguiva la preda, vestito sempre in giacca blu da netturbino di Parigi, pantaloni khaki, scarpe nere con la suola di gomma.
Bill Cunningham, il «padre» della street photography.
La vita monacale nello sgabuzzino fra i suoi negativi
Fece vita monacale dormendo per sessant’anni su una specie di barella in uno sgabuzzino che ospitava l’archivio dei suoi negativi, con il bagno sul corridoio. Rifiutò per decenni l’assunzione al New York Times, del quale era collaboratore fisso, avere un padrone gli faceva orrore: si rassegnò a cedere alle avances del giornale nel 1994, quando non riuscì a schivare l’ennesimo furgone e finì all’ospedale senza assicurazione. Gli ultimi anni furono quelli dei premi come il titolo di Chevalier dans l’ordre des Arts et des Lettres, ritirato a Parigi. Gli dedicarono un bel documentario e lui non andò in sala, la sera della prima, perché doveva fotografare gli invitati sul tappeto rosso.
Bill Cunningham, il «padre» della street photography.
«La libertà non ha prezzo»
E poi la mostra al Metropolitan alla quale rispose «no grazie» e le campagne ricchissime che avrebbe potuto scattare per gli stilisti che non prese mai in considerazione, «i soldi sono facili ma la libertà non ha prezzo». Venne considerato il padre nobile dei fotografi di street style che affollano Internet ma lui scattò fino a qualche anno fa solo su pellicola e paragonarlo, come artista, a quei blogger è come paragonare Basquiat a un graffitaro che spruzza un «tag» su una saracinesca.
Bill Cunningham, il «padre» della street photography.Bill Cunningham, il «padre» della street photography.
Shakespeare and Company a Parigi: la libreria più affascinante del mondo
Nel cuore di Parigi, a pochi passi dalla cattedrale di Notre Dame, esiste la libreria storica più famosa del mondo: la Shakespeare and Company.
Parigi-Shakespeare and Company-Hemingway-e-Sylvia-
A Parigi esiste un posto speciale, teatro di incontro di grandi scrittori come Hemingway, Joyce e Fitzgerald: la libreria storica Shakesperare and Company, al civico 37 di Rue de la Bucherie. Entrare in questo magico luogo equivale a fare un salto indietro nel tempo, tra luci soffuse e libri che riempiono gli scaffali.La libreria Shakespeare and Company, a partire dagli anni Venti del secolo scorso, è stata luogo d’incontro di famosissimi scrittori, come Hemingway e Ezra Pound. La sua storia ebbe infatti inizio nel 1919, quando Sylvia Beachdecise di aprire un luogo dedicato alla cultura al numero 8 di rue Dupuytren.
Parigi-Shakespeare and Company-James Joyce-with Sylvia Beach-at-Shakespeare-&-Co-Paris-1920
Nel 1941, la libreria fu costretta a chiudere i battenti a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale ma riaprì un decennio dopo, per volontà di George Whitmanche, tra l’altro, mise a disposizione dei posti letto da offrire a chi aveva necessità, secondo il motto: be not ihospitable to strangers lest they be angels in disguise (non essere ospitale verso gli estranei potrebbero essere angeli sotto mentite spoglie). Egli chiamava i suoi inquilini “trumbleweed”, ossia “rotolacampi” e li ospitava a patto che essi promettessero di leggere un libro ogni giorno e di svolgere qualche piccolo lavoretto, come per esempio spolverare i volumi.
Parigi-Shakespeare and Company-
George considerava la sua libreria alla stregua di un’opera letteraria: «Ho creato questa libreria nel modo in cui un uomo scriverebbe un romanzo, costruendo ogni stanza come se fosse un capitolo», raccontò. «Voglio che le persone aprano la porta nello stesso modo in cui aprono un libro; un libro che porta nel mondo magico della loro immaginazione».Oggi come ieri, la libreria Shakesperare and Company è il punto di riferimento di intellettuali e viaggiatori che non possono fare a meno di fare tappa tra i suoi scaffali pieni di libri. C’è ancora posto per i tumbleweed, purché essi accettino di scrivere una piccola autobiografia di una pagina su carta celeste e servendosi di una macchina da scrivere.
Parigi-Shakespeare and Company
La libreria Shakespeare and Companya Parigi si trova al N.37 di Rue de la Bûcherie ed è aperta tutti i giorni dalle 10 del mattino alle 23.00. La libreria si trova proprio nelle vicinanze del Quartiere Latino a Parigi e proprio a pochi passi a piedi dalla fermata Saint-Michel della Linea 4 della metro oppure anche dalla RER: Linea B e C con fermata a Saint-Michel – Notre-Dame da qui sono circa 300 metri a piedi per raggiungere la libreria.
Il “prodigioso giovinetto” e le sue riflessioni sull’economia Articolo di Piera Egidi Bouchard-
Articolo di Piera Egidi Bouchard–Uno studio che affronta un argomento inedito, questo di Francesco Tesio, che si presta a un’ampia divulgazione in questa apertura del “Centenario gobettiano”: cent’anni dalla morte in esilio a Parigi, il 16 febbraio 1926, dove il giovane Piero, neanche venticinquenne, si era rifugiato in seguito alle numerose intimidazioni e sequestri, conclusisi anche con le botte in un’imboscata fascista, che ne avevano minato definitivamente la fragile complessione.
Francesco Tesio, “Piero Gobetti e l’economia- Edizioni di Storia e Letteratura
Gobetti si era speso fino all’estremo delle sue energie da quando, appena diciassettenne, aveva fondato la prima delle sue tre riviste “Energie nove”(1918-20) con il programma di “Fondare un periodico studentesco di cultura che si occuperà di arte, lettura, filosofia, questioni sociali, ecc. È fatto di soli giovani. Scopi: destare movimenti di idee in questa stanca Torino, promuovere la cultura, incoraggiare studi tra i giovani”. Seguì “La rivoluzione liberale” (1922-25) il suo capolavoro, e poi, dopo il divieto poliziesco, la rivista letteraria “Il Baretti” (1924- 28) (che la moglie Ada, partecipe in tutto il lavoro redazionale fin dalla prima rivista – aveva 16 anni – continuerà dopo la morte di lui, coadiuvata da Santino Caramella).
E nel frattempo Piero aveva anche fondato nel 1923 la Casa editrice, che in quei tempi difficili pubblicò opere con apertura multidirezionale, dal poeta Montale al filosofo battista Gangale.” “Quei giovani là scrivono e pensano come pochi padreterni del nostro giornalismo quotidiano – scrisse Gaetano Salvemini, non certo tenero nei suoi giudizi”. Gobetti fu in contatto e pubblicò – interventi e libri – con i maggiori intellettuali dell’epoca, che spesso saranno stupefatti di avere a che fare con un poco più che adolescente. Il suo carteggio, pubblicato da Einaudi e curato dall’infaticabile lavoro di Ersilia Alessandrone Perona, è composto da tre tomi di oltre mille pagine ciascuno, ed altrettanto intensa è la raccolta, curata dalla storica – “Nella tua breve esistenza”- **[2] delle lettere che Piero scambiò con l’allora fidanzatina Ada :un vero (reciproco) romanzo di formazione, un epistolario di quell’amore tra due adolescenti di genio, un unicum nell’epistolario novecentesco italiano.
Il saggio di Francesco Tesio, appassionato studioso di Gobetti a partire dalla tesi di laurea in Economia dedicata al tema di questo suo libro, è condotto con accuratezza e completezza, in linguaggio chiaro e scorrevole, che si presta a una lettura anche per chi si avvicina a questi argomenti per la prima volta, con un capitolo iniziale che ripercorre i capisaldi della vita di quello che Bobbio definì il “prodigioso giovinetto”.
Il maestro del giovane studente universitario Piero è Luigi Einaudi, che teneva alla Facoltà torinese di Giurisprudenza un corso di Scienza delle finanze. E già nel ‘22 Gobetti recensisce su “La rivoluzione liberale” il saggio einaudiano “Gli ideali di un economista”, mettendo significativamente in rilievo il rigorismo etico del maestro che subordina la legge economica alla legge morale, così come gli studi storici sulla formazione dell’Impero britannico, la cui grandezza consiste nel contrapporre alle meccaniche concezioni dei nostri industriali ‘protezionisti’ un pragmatismo derivante dall’utilitarismo che “assumendosi per tutti i popoli la funzione del risparmio con uno sforzo che è sacrificio ed eroismo, ha accumulato ricchezze per virtù di infinita intraprendenza e operosità”.
C’è in questa convinzione l’esempio concreto dei suoi genitori, di umili origini: “Mio padre e mia madre – scrive Gobetti stesso in uno dei pochi frammenti autobiografici pervenuti – avevano un piccolo commercio. Lavoravano diciotto ore al giorno.(…) L’impegno del loro lavoro era di arricchire, e arricchire non soltanto per trovare la vita più facile ma per tener alta la testa, permettersi e permettermi una vita dignitosa”. Il lavoro, il risparmio e lo spirito di sacrificio costituiscono perciò la stella polare della sua vita e della sua opera, e lui stesso scriverà ancora di sé, a proposito della sua attività editoriale: “Quattordici ore di lavoro al giorno tra tipografia, cartiera, corrispondenza, libreria e biblioteca non sono troppe anche per il mio editore ideale”: un “infaticabile organizzatore di cultura”, secondo la definizione di Gramsci.
Tesio sviluppa in ampi capitoli l‘esame sulla borghesia e la burocrazia, le caratteristiche del capitalismo industriale tra taylorismo e assistenzialismo protezionista, l’agricoltura tra arretratezza e tentativi di modernizzazione: una panoramica complessiva della condizione Italiana nell’analisi gobettiana.
E forse fu determinante nel suo allontanamento dal liberismo einaudiano – contrasto ampiamente affrontato da Tesio – proprio l’influsso di Gramsci, con cui collaborò ed ebbe reciproca stima e amicizia, ospitandosi l’un l’altro nelle pagine delle proprie riviste, nonché la funzione dei consigli di fabbrica, su cui Gobetti scrive che il movimento operaio torinese, essendo sorto senza una teoria, è un mirabile esempio di liberismo, cioè di lotta per la libertà, per la trasformazione della società: la classe operaia è quindi una classe rivoluzionaria, perché non intaccata da nessuna ideologia, in quanto classe nuova e non corrotta.
Particolarmente interessante è il paragrafo in cui Tesio affronta l’analisi gobettiana del socialismo, che “si può dividere in due principali filoni: quello della lotta al ‘socialismo di Stato’, inteso come intervento pubblico nell’economia, e quello relativo alla ricostruzione del fenomeno dell’occupazione delle fabbriche del 1920”. Uno dei compiti assegnati alla sua rivista è anche quello di educare gli Italiani a fare da sé – nota Tesio – senza attendere le provvidenze dello Stato, perché “per noi la democrazia è il regno dell’iniziativa, questo diritto è dunque incontestabile”. E in un suo articolo del 1922 “Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale”, Gobetti affronta l’esame del “biennio rosso”: “La sua preoccupazione principale – osserva Tesio – è quella di evidenziare le qualità libertarie del consiglio di fabbrica, contrapponendolo alla staticità difensiva del sindacato ‘organo di resistenza e non d’iniziativa’che, con spirito puramente’ riformistico di utilitarismo‘vuol dare all’operaio ‘la sua coscienza di salariato, non di produttore’ “.
“Gobetti auspica per l’Italia l’affermarsi di un vero capitalismo moderno – scrive Tesio – poiché solo questo ha in sé la capacità di liberare le forze migliori della società attraverso quella lotta e quella competizione che il fascismo avrebbe cercato di eliminare con il corporativismo(…) Il bilancio dell’esperienza dei Consigli è, così, per Gobetti, senz’altro positivo. Lo è a tal punto che non smetterà più di occuparsi di operai e di lotte sindacali.(…) È, infine, sulla spinta dell’incontro con i leader dei consigli di fabbrica che Gobetti compie, in sede di teoria politica, la rivalutazione dell’opera di Marx. (…) E nel 1924, con l’ articolo “ L’ora di Marx”, Gobetti tesse un elogio del filosofo tedesco per attaccare il sovversivismo inconcludente e l’incerto riformismo socialdemocratico che hanno spianato la strada al fascismo”.
Note
[1] Francesco Tesio, “Piero Gobetti e l’economia- Il valore della rivoluzione liberale”- presentazione di Silvia Berti, Edizioni di Storia e Letteratura, 2024
[2] Piero e Ada Gobetti,”Nella tua breve esistenza”- a cura di Ersilia Alessandrone Perona,, Giulio Einaudi Editore, 1991
Piera Egidi Bouchard-scrittrice e pubblicista, laureata in Filosofia della Religione, è stata insegnante e pastora locale battista. Oltre a romanzi, racconti e poesie, si è occupata di cultura delle donne e di Resistenza. Scrive anche per il settimanale “Riforma”, per la rivista “Confronti”, per i siti “riforma.it” e “www.la portadivetro.com”. Al marito Giorgio Bouchard ha dedicato vari volumi.
Massimiliano De Luca- Una Repubblica all’italiana-Casa Editrice Tra le righe Libri-
In questo libro di Massimiliano De Luca si parla di un intero popolo che non è riuscito a raccogliersi attorno a valori condivisi, cercando di ricostruirne cause e responsabilità e offrendo uno strumento di analisi a tutti coloro che sentono il dovere di contribuire a portare a termine quel processo di crescita interrotto che conferisce ad uno Stato la dignità etica di nazione, e a coloro che lo abitano, la percezione di essere parte di un tutto, realizzando quell’idea di cittadinanza che comprende e mette in relazione i diritti con i doveri.
Massimiliano De Luca- Una Repubblica all’italiana
Un lungo viaggio che inizia dalle speranze suscitate dalla lotta di Liberazione, e prosegue attraverso l’imposizione di un modello di sviluppo che ha stravolto la vita di milioni di persone, la promozione di insostenibili stili di vita e consumo, la contestazione studentesca e l’autunno caldo degli operai culminati nei sanguinosi attentati che hanno paralizzato ogni ipotesi riformistica, quindi la mancata risposta sul piano politico alle esigenze di rinnovamento che ha aperto la strada agli Anni di piombo, sino alla pacificazione forzata degli anni Ottanta.
Tra le righe Libri è una casa editrice indipendente nata nel 2013 (il primo libro è uscito nel febbraio 2014) a Lucca con il preciso scopo di riannodare e intrecciare i fili con il passato. E’ dunque una casa editrice che pubblica libri di memorie, diari, saggi e documenti per mantenere inalterata e viva la ricerca storica e l’interesse per le radici della nostra società. Un continuo esercizio e lavoro di scandaglio alla ricerca di storie e mille rivoli che formano la tela del nostro paese. Tralerighe – e si legge nel nome – corre tra le pagine, incessantemente, in un lungo e paziente lavoro di proposta. Il compito dunque non è solamente quello di stimolare la lettura, ma di difendere e rinnovare le fondamenta della pietra d’angolo sulla quale ci siamo formati.
Tralerighe è curata dal suo direttore Andrea Giannasi, laureato in Storia contemporanea all’Università di Pisa.
FONTE- Toscanalibri.it, attivo dal 2008, è il primo portale interamente dedicato all’editoria e alla cultura toscana. Qui trovate tutto su libri, notizie, appuntamenti culturali, incontri con gli autori.
toscanalibri.it è il più grande catalogo on line di libri, e-book, cd musicali, dvd, editi e prodotti in Toscana o che parlano della nostra regione, che potete facilmente comprare e ricevere a casa. In rete le novità editoriali, i libri usati, le rarità della pubblicistica toscana. Ogni mese, poi, le offerte esclusive dal catalogo, con sconti e promozioni. Il personale garantisce serietà e professionalità nella vendita, spedizione e assistenza ai clienti.
Ma toscanalibri.it è anche un giornale online che si avvale delle news di sienalibri.it, testata giornalistica registrata, il cui direttore è Luigi Oliveto (Registrazione numero 8 del 8/04/2008 presso il Tribunale di Siena). Ogni giorno pubblichiamo i principali appuntamenti e incontri con gli autori, ma diamo anche notizia di eventi culturali di sicuro interesse.
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Roma-Paesaggi Agricoli delle Aree Protette d’Italia-
Roma-la mostra fotografica “Paesaggi Agricoli delle Aree Protette d’Italia“, nell’ambito di “Fai la differenza, c’è… alla ricerca della sostenibilità – il Festival“.
L’esposizione, un’accurata selezione di immagini dal contestnazionale “Obiettivo Terra”, è promossa come ogni anno dalla Fondazione UniVerde, dalla Società Geografica Italiana e daFederparchi in collaborazione con “Fai la differenza, c’è… alla ricerca della sostenibilità – il Festival“, alla sua VII edizione, e con il Centro Commerciale Euroma2.
Roma-Paesaggi Agricoli delle Aree Protette d’Italia
All’evento inaugurale parteciperanno: Giuseppe Di Duca (Direttore della Fondazione UniVerde), Francesco Carlucci (Direttore di Federparchi), Silvia Stecconi (Vice Segretario Generale della Società Geografica Italiana) il Direttore di Euroma 2 Paolo Proietti e tra i promotori del Festival, Stefano Bernardini (giornalista e founder del progetto).
La mostra fotografica “Paesaggi Agricoli delle Aree Protette d’Italia“, che sarà visitabile gratuitamente al pubblico – negli orari di apertura del Centro Commerciale – fino al 9 settembre 2026, accompagna gli spettatori in un viaggio attraverso i volti rurali, storici e naturalistici della nostra Penisola, con l’obiettivo di svelare ed esaltare la realtà agricola, presidio insostituibile dei territori, incoraggiando un turismo responsabile e rispettoso dei luoghi e della straordinaria biodiversità custodita dalle Aree Protette.
Una selezione di immagini che si unisce idealmente alle celebrazioni del 2026 proclamato dalle Nazioni Unite “Anno internazionale della Donna Agricoltrice” e “Anno internazionale dei Pascoli e dei Pastori” e racconta storie di resilienza, tradizioni e grazia immutate. Un invito a riscoprire l’Italia delle Aree Protette con uno sguardo nuovo, nella consapevolezza che custodire i paesaggi agricoli significa preservare la biodiversità, la cultura e l’identità del nostro Paese.
Antonio Bucci-Architettura di Pietra , Confini di Sangue e Spazi Sacri nel Cicolano-L’orografia tormentata dell’alto bacino del Salto ha dettato le forme dell’architettura militare degli Equi, la cui perizia si esprime nell’impiego diffuso dell’opera poligonale per il consolidamento di recinti difensivi e terrazzamenti urbani. Questa tecnica costruttiva, applicata su postazioni d’altura strategiche come i recinti di Arencuncola, Collevetere e Sant’Angelo in Vatica a Pescorocchiano, si basava sulla pura forza di gravità e sulla sapiente lavorazione a secco di enormi blocchi calcarei estratti in loco.
L’evoluzione tecnologica della facciavista, catalogata dagli archeologi in distinte maniere strutturali, rivela il passaggio da una prima fase di semplici giustapposizioni di pietre grezze, selezionate in natura e colmate nei vuoti da cunei lapidei, a una fase successiva di terza e quarta maniera, visibile anche nell’area sacra di Sant’Erasmo a Corvaro. In questi complessi monumentali, i blocchi venivano sbozzati accuratamente con giunti perfettamente combacianti, piani di posa leggermente inclinati verso l’interno per scaricare le spinte del terreno e contrastare i movimenti franosi dell’Appennino. Tali strutture non rispondevano solo a necessità belliche di protezione contro le incursioni, ma fungevano da monumentali infrastrutture per stabilizzare i percorsi di transumanza e i piccoli centri di pianura che gravitavano attorno ai santuari emporici.
L’erudito secentesco Antonio Bucci, nella sua preziosa relazione manoscritta del 1682, descriveva queste vestigia rilevando come si scorgessero ancora “grandi e smisurate mura di sassi vivi, senza calcina alcuna congegnati, posti sulle cime di questi monti a perpetua memoria della passata possanza di quelle genti antiche”.
Queste maestose strutture in pietra non erano isolate, ma dialogavano costantemente con una complessa topografia sacra che univa i santuari d’altura alle vette montane. Luoghi sacri come il complesso di Sant’Erasmo a Corvaro sorgevano in punti dominanti e snodi viari nevralgici, assolvendo a una duplice funzione religiosa e politica: essi erano centri di aggregazione per le tribù sparse, ma anche spazi protetti in cui regolare gli scambi economici stagionali e i trattati tra comunidade montane. Molti di questi santuari d’altura, posizionati su terrazzamenti poligonali, ospitavano altari all’aperto dedicati a divinità protettrici della pastorizia, della fertilità e delle acque, elementi vitali per l’economia pastorale degli Equi.
La vita quotidiana e l’organizzazione sociale di queste genti si articolavano al di fuori dei recinti fortificati, strutturandosi in un sistema insediativo sparso basato sui vici e sui pagi. In epoca repubblicana, i vici si configuravano come piccoli villaggi di pianura o mezza costa, privi di cinte murarie autonome ma strettamente legati a un’altura fortificata circostante che fungeva da rifugio comune in caso di pericolo. Questi aggregati rurali ospitavano modeste abitazioni in legno, argilla e pietra, stalle, laboratori artigianali per la filatura e la metallurgia, e piccoli mercati dove confluivano le eccedenze agricole della valle, delineando un modello democratico e orizzontale di gestione del territorio che resistette a lungo alla centralizzazione urbana di tipo romano.
La sfera del sacro e della ritualità funeraria trova la sua massima espressione monumentale nel grande tumulo di Corvaro di Borgorose. Le campagne di scavo condotte all’interno della piana hanno rivelato una complessa stratificazione sociale attraverso l’analisi dei corredi funebri di oltre trecento sepolture, distribuite lungo un arco temporale che va dalla prima Età del Ferro all’epoca romana. Nelle deposizioni maschili della seconda fase, datata tra il VI e il V secolo a.C., predomina l’ideologia del guerriero della montagna, palesata da set completi di armi da offesa in ferro: spade a doppia lama, pugnali corti da corpo a corpo, punte di lancia e giavellotti da lancio, talvolta associati a rari elementi di protezione come i dischi-corazza in bronzo sbalzato.
Parallelamente, le tombe femminili e infantili, disposte concentricamente attorno al nucleo originario del tumulo, restituiscono la dimensione quotidiana ed economica della comunità equicola mediante preziosi elementi di ornamento personale e strumenti legati alla toeletta e al rango sociale. I corredi delle donne di rango presentano una ricca varietà di fibule metalliche in bronzo e ferro utilizzate per fermare le vesti, collane composte da vaghi e perline in pasta vitrea policroma azzurra e gialla, elementi in osso lavorato, specchi circolari in bronzo e argento lucido di forte influsso ellenistico e balsamari fittili destinati a contenere oli profumati.
I dettagli sui riti di sepoltura a inumazione all’interno del tumulo evidenziano pratiche cerimoniali rigidamente codificate, incentrate sulla deposizione del defunto in posizione distesa all’interno di fosse terragne, spesso delimitate o protette da casse lignee di cui permangono i chiodi strutturali. I corpi venivano orientati secondo assi costanti, deponendo gli oggetti personali e le offerte alimentari in punti precisi della fossa per simboleggiare il viaggio del defunto nell’oltretomba. La ritualità comprendeva la consumazione di banchetti funebri collettivi ai margini del tumulo, attestata dai resti faunistici e dai frammenti di vasellame potorio rinvenuti nelle colmate di terra, consolidando il legame identitario della comunità dei vivi attraverso la memoria ancestrale dei morti.
Il quadro materiale emerso dal tumulo di Corvaro rivela profonde specificità se confrontato con i corredi delle necropoli sabine limitrofe, come quelle della conca reatina o di Campo Reatino. Mentre nelle sepolture sabine si riscontra una precoce e massiccia penetrazione di manufatti di lusso di importazione etrusca e campana, inclusi vasi in bucchero, bronzi figurati e ceramiche raffinate, i corredi degli Equi mantengono un carattere più austero e strettamente legato alla produzione locale o all’interscambio appenninico. L’armamento equo si differenzia per una maggiore standardizzazione delle armi in ferro da combattimento ravvicinato, specchio di una società a forte vocazione militare stanziale, laddove las necropoli sabine mostrano più ampie variazioni nei simboli di prestigio aristocratico legati al commercio e alla diplomazia con le aree tirreniche.
La definizione spaziale del territorio equicolo si sviluppava lungo frontiere mobili e contese con le altre grandi nazioni italiche confinanti, prima fra tutte quella dei Sabini. La ricostruzione geografica degli antichi confini colloca la linea di demarcazione settentrionale a ridosso del bacino del fiume Velino, dove le propaggini montuose del Cicolano digradavano verso la conca reatina, un’area di forte attrito culturale ed economico legata allo sfruttamento delle vie del sale e dei pascoli invernali. In quest’ottica, l’impatto dei trattati della Via del Sale sugli equilibri confinari della conca reatina si rivelò determinante: il controllo del tracciato della primitiva Via Salaria e dei depositi salini alla foce del Tevere generò precoci intese e pesanti attriti doganali, trasformando la conca in una zona cuscinetto militarizzata, dove i Sabini fungevano da intermediari commerciali e gli Equi tentavano continue incursioni per garantirsi l’accesso diretto a una risorsa fondamentale per la conservazione dei cibi e la pastorizia.
Queste rotte venivano intercettate e plasmate dai percorsi della transumanza legati alla rete viaria della Via Salaria, che collegava l’Appennino centrale ai mercati costieri del Tirreno e dell’Adriatico. I pastori del Cicolano sfruttavano i tratturi e le varianti interne della Salaria per spostare stagionalmente le greggi dalle vette montane ai pascoli invernali della pianura laziale, trasformando l’infrastruttura commerciale del sale in un corridoio logistico e di scambio economico fondamentale. Tale mobilità antropica favoriva un flusso continuo di informazioni, beni e manufatti di pregio che, pur non intaccando la severità dei costumi locali, garantiva agli Equi contatti commerciali regolari con le culture dell’Italia centrale.
Verso sud-est, lungo la vasta pianura dei Piani Palentini e l’alveo del torrente Imele, si consumava invece il contatto diretto e osmotico con il popolo dei Marsi. Questo confine, che correva idealmente tra le odierne località di San Sebastiano e Scurcola Marsicana, era rigidamente presidiato da una corona di centri d’altura fortificati equi, tra cui spiccano i nidi d’aquila di Monte San Felice, Cimarani e Rotella di Collalto. Nonostante le fonti storiche classiche tendano a descrivere gli Equi in costante attrito bellico con le popolazioni circostanti per via delle loro frequenti scorrerie, l’archeologia moderna dimostra una profonda affinità culturale ed etnica proprio con i Marsi. Entrambe le genti condividevano una comune radice safina e schemi insediativi di tipo pagano-vicano, gestendo pacificamente per lunghi periodi i pascoli d’altura e i nodi commerciali stradali prima che la violenta avanzata delle legioni romane e la successiva fondazione della colonia di Alba Fucens nel 303 a.C. scardinassero definitivamente gli equilibri confinari di questa porzione d’Appennino.
Tale mutamento radicale fu l’esito della rigorosa organizzazione militare orchestrata dai consoli romani Publio Sulpicio Saverrione e Publio Sempronio Sofo durante la fulminea campagna del 304 a.C. Le legioni romane applicarono una strategia bellica di penetrazione profonda, coordinando attacchi simultanei lungo le valli fluviali per isolare e assediare sistematicamente oltre quaranta insediamenti fortificati equi. La mobilità e la disciplina tattica della macchina militare di Roma, supportate da efficienti linee di rifornimento retrostanti, neutralizzarono i vantaggi difensivi offerti dalle asperità del terreno del Cicolano, spezzando la resistenza indigena in soli cinquanta giorni e decretando la capitolazione politica dell’intera nazione equicola. Come annotava ancora Antonio Bucci, l’urto delle legioni costrinse le genti locali a piegare “la fiera natura a i costumi della gran Madre Roma”, mutando per sempre i “nidi di pietre scoscese su l’alture” in un ordinato sistema di colonie.
La ridistribuzione delle terre espropriate ai veterani delle legioni romane nel Cicolano provocò una radicale ristrutturazione agraria e sociale dell’intera valle del Salto. I lotti agricoli sottratti alle comunità eque furono assegnati ai soldati in congedo attraverso la pratica della centuriazione, frammentando le tradizionali proprietà collettive italiche dedicate al pascolo e introducendo un modello intensivo di coltivazione stanziale. Questa colonizzazione militare non solo scardinò l’antica economia transumante degli Equi, ma fu normata dalle riforme giuridiche della tribù Fabia in merito ai diritti di proprietà dei coloni veterani. L’iscrizione d’ufficio dei nuovi proprietari e dei pochi indigeni superstiti in questa tribù urbana comportò l’applicazione del diritto quiritario (ius Quiritium), che tutelava la proprietà privata individuale ed escludeva le forme tradizionali di possesso collettivo agro-pastorale tipiche dei pagi equi. Le riforme stabilirono l’esenzione decennale dai tributi fondiari per i veterani e regolarono i diritti di successione, trasformando legalmente la terra conquistata in un bene ereditario inalienabile. Questo quadro normativo garantì la stabilità giuridica della colonia, legando indissolubilmente la sussistenza economica dei veterani alla fedeltà politica verso le istituzioni della Repubblica romana.
Le conseguenze materiali di questa colonizzazione sono chiaramente visibili nella mappatura archeologica delle ville rustiche romane scoperte nel fondo valle del Salto. Le ricognizioni di superficie e gli scavi stratigrafici hanno identificato una densa rete di insediamenti produttivi collocati strategicamente lungo le sponde del fiume e i terrazzamenti fluviali inferiori, come nei siti archeologici individuati nei pressi di Borgo Pietro, Fiamignano e della piana di Corvaro. Queste ville rustiche, caratterizzate da una pianta bipartita che separava la pars urbana (la residenza del proprietario) dalla pars rustica (gli ambienti di lavoro), erano dotate di torchi vinari, frantoi oleari, grandi magazzini per le derrate (cellae vinariae e granaria) e ampie stalle. La distribuzione geografica di questi complessi ricalca l’andamento della viabilità di fondovalle, dimostrando come l’aristocrazia coloniale avesse scientificamente pianificato lo sfruttamento intensivo della valle per l’esportazione di grano, vino e legname verso i mercati di Alba Fucens e di Roma, soppiantando definitivamente le preesistenti strutture abitative d’altura.
La ridistribuzione delle terre espropriate ai veterani delle legioni romane nel Cicolano provocò una radicale ristrutturazione agraria e sociale dell’intera valle del Salto. I lotti agricoli sottratti alle comunità eque furono assegnati ai soldati in congedo attraverso la pratica della centuriazione, frammentando le tradizionali proprietà collettive italiche dedicate al pascolo e introducendo un modello intensivo di coltivazione stanziale. Questa colonizzazione militare non solo scardinò l’antica economia transumante degli Equi, ma fu normata dalle riforme giuridiche della tribù Fabia in merito ai diritti di proprietà dei coloni veterani. L’iscrizione d’ufficio dei nuovi proprietari e dei pochi indigeni superstiti in questa tribù urbana comportò l’applicazione del diritto quiritario (ius Quiritium), che tutelava la proprietà privata individuale ed escludeva le forme tradizionali di possesso collettivo agro-pastorale tipiche dei pagi equi. Le riforme stabilirono l’esenzione decennale dai tributi fondiari per i veterani e regolarono i diritti di successione, trasformando legalmente la terra conquistata in un bene ereditario inalienabile. Questo quadro normativo garantì la stabilità giuridica della colonia, legando indissolubilmente la sussistenza economica dei veterani alla fedeltà politica verso le istituzioni della Repubblica romana.
L’imposizione forzata di questo sistema scatenò profondi conflitti legali documentati tra i coloni della tribù Fabia e le popolazioni italiche sottomesse, i cui riflessi emergono dalle testimonianze epigrafiche e dalle formule giuridiche giunte sino a noi. Le dispute giudiziarie nascevano principalmente dall’usurpazione dei confini (de fine regundo) e dalla violazione dei diritti d’acqua, fondamentali per l’agricoltura di fondovalle. I fieri nativi equi, seppur formalmente privati della sovranità politica, intentarono azioni legali dinanzi ai magistrati coloniali per difendere l’accesso ai tradizionali sentieri montani e alle sorgenti irrigue. Le sentenze conservate dimostrano come l’apparato romano tendesse a tutelare rigidamente i titoli di possesso agrario dei veterani rispetto alle antiche consuetudini d’uso orale della popolazione autoctona, esasperando le tensioni sociali e spingendo le famiglie indigene verso una progressiva marginalizzazione o verso una totale sottomissione economica tramite contratti di bracciantato precario.
Le conseguenze materiali di questa colonizzazione sono chiaramente visibili nella mappatura archeologica delle ville rustiche romane scoperte nel fondo valle del Salto. Le ricognizioni di superficie e gli scavi stratigrafici hanno identificato una densa rete di insediamenti produttivi collocati strategicamente lungo le sponde del fiume e i terrazzamenti fluviali inferiori, come nei siti archeologici individuati nei pressi di Borgo Pietro, Fiamignano e della piana di Corvaro. Queste ville rustiche, caratterizzate da una pianta bipartita che separava la pars urbana (la residenza del proprietario) dalla pars rustica (gli ambienti di lavoro), erano dotate di torchi vinari, frantoi oleari, grandi magazzini per le derrate (cellae vinariae e granaria) e ampie stalle. La distribuzione geografica di questi complessi ricalca l’andamento della viabilità di fondovalle, dimostrando come l’aristocrazia coloniale avesse scientificamente pianificato lo sfruttamento intensivo della valle per l’esportazione di grano, vino e legname verso i mercati di Alba Fucens e di Roma, soppiantando definitivamente le preesistenti strutture abitative d’altura.
L’analisi ravvicinata delle tecniche di produzione olearia e vinaria all’interno delle specifiche planimetrie delle ville rustiche del Salto rivela l’adozione di standard tecnologici d’avanguardia importati dall’area laziale e campana. All’interno dei quartieri produttivi (torcularia), lo scavo archeologico ha evidenziato grandi basamenti in pietra calcarea modanata destinati a ospitare i torchi a leva e vite del tipo descritto da Catone e Plinio. I pavimenti di questi ambienti erano accuratamente rivestiti in opus signinum (cocciopesto impermeabile) e dotati di canalette per il deflusso dei liquidi, che convogliavano il mosto e l’olio appena spremuti all’interno di capienti vasche di decantazione intonacate. Per il vino, la planimetria prevedeva una adiacente cella vinaria, un ambiente parzialmente interrato orientato a nord per mantenere costanti i parametri termici, dove grandi contenitori fittili da magazzino (dolia defossa) venivano incassati nel pavimento per favorire il delicato processo di fermentazione. Nel caso dell’olio, la spremitura delle olive, agevolata dall’uso di frantoi a mole rotante (trapeta), veniva stoccata in contenitori sollevati da terra per impedire l’irrancidimento, attestando una produzione specializzata che andava ben oltre l’autoconsumo locale.
Questa complessa filiera agro-alimentare trovava il suo sbocco logistico naturale nelle acque del fiume Salto, come confermato dall’esame dei reperti ceramici da trasporto, in particolare le anfore, rinvenuti in grande quantità nei pressi delle sponde fluviali e degli antichi scali d’imbarco. I frammenti fittili recuperati appartengono principalmente alle celebri classi anforiche Dressel 1 (A e B), destinate al trasporto del vino, e alle successive anfore olearie di produzione centro-italica. La massiccia presenza di questi contenitori lungo l’alveo e le immediate vicinanze dimostra che il fiume Salto, in epoca tardo-repubblicana e imperiale, manteneva un regime idrico tale da consentire la fluitazione del legname e il trasporto commerciale tramite piccole imbarcazioni a fondo piatto (caudicariae). I bolli impressi sulle anse delle anfore permettono di risalire alle officine di produzione e ai nomi dei ricchi proprietari terrieri della tribù Fabia, svelando un circuito mercantile integrato che, tramite il Salto e il Velino, immetteva i prodotti agricoli del Cicolano nella grande arteria fluviale del Tevere, destinandoli direttamente ai magazzini annonari dell’Urbe.
Le fasi della romanizzazione del territorio dopo la caduta di Alba Fucens segnarono così lo smantellamento definitivo dell’autonomia degli Equi attraverso un piano sistematico di destrutturazione sociale e controllo infrastrutturale. I vecchi insediamenti d’altura in opera poligonale vennero definitivamente abbandonati a favore dello sviluppo di nuovi centri di fondazione romana a fondovalle, culminando nella creazione del municipio di Res Publica Aequiculanorum nel corso del I secolo a.C., che centralizzò l’amministrazione, aprì nuove arterie viarie e impose i modelli architettonici, monumentali e linguistici dell’Urbe nell’intero Cicolano.Le ampie iscrizioni epigrafiche latine rinvenute nell’area monumentale e nei fori del municipio della Res Publica Aequiculanorum documentano l’avvenuta assimilazione istituzionale, politica e religiosa delle vecchie élite locali. I testi lapidei superstiti, catalogati nel Corpus Inscriptionum Latinarum, attestano la presenza di magistrature romane standardizzate come i quattuorviri giusdicenti e i duoviri, incaricati della gestione dell’ordine pubblico e delle opere civiche. Le dediche sacre documentano inoltre la sostituzione o l’assimilazione dei culti ancestrali italici con il pantheon ufficiale romano, celebrando la costruzione di templi, terme e monumenti pubblici finanziati da notabili locali ansiosi di dimostrare la propria assoluta fedeltà ed emulazione culturale nei confronti dell’apparato imperiale di Roma.
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𝗡𝗼𝘁𝗲 𝗮 𝗽𝗶𝗲̀ 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮.
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[1] G. Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo all’opera poligonale, Bardi, Roma 1957, pp. 45-48.
[2] L. Quilici, S. Quilici Gigli, Fortificazioni e opere di difesa dell’Italia antica, L’Erma di Bretschneider, Roma 2001, pp. 112-115.
[3] E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, Torino 1985, pp. 62-65 (per il sistema dei pagi e dei vici nelle popolazioni osco-sabelle).
[4] G. Alvino, Il tumulo di Corvaro di Borgorose, in “Archeologia Laziale” XI, 1993, pp. 241-246.
[5] A. M. Bietti Sestieri, The Iron Age in Community and State Development in Central Italy, Cambridge University Press, Cambridge 1992, pp. 182-185.
[6] M. Cristofani, Dizionario della civiltà etrusca, Giunti, Firenze 1985, pp. 104-106 (per i confronti sugli influssi degli specchi ellenistici e dei balsamari).
[7] E. Menotti, La necropoli di Campo Reatino e i rapporti culturali nella conca, in “Studi Etruschi”, LVI, 1990, pp. 89-94.
[8] N. Alfieri, La via Salaria e le via della transumanza nell’Appennino centrale, in “Rivista di Topografia Antica”, III, 1993, pp. 54-58.
[9] C. Letta, I Marsi e gli alleati italici nella guerra sociale, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1975, pp. 34-37.
[10] Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro IX, 45 (sulla sottomissione degli Equi e la fondazione delle colonie di Alba Fucens e Carseoli).
[11] Umberto Laffi, Studi di storia romana e di diritto pubblico, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001, pp. 156-159.
[12] C. Reggiani, Res Publica Aequiculanorum: assetto territoriale e strutture epigrafiche, in “Epigraphica”, LXII, 2000, pp. 77-82.
[13] A. Bucci, Relazione manoscritta sopra l’antico stato degli Equicoli nel Contado di Cicoli, ms. 1682, c. 12r.
[14] A. Bucci, ivi, c. 31r.
[15] J. R. Patterson, Samnium and the North-West Apennines, in “Journal of Roman Studies”, Vol. 75, 1985, pp. 220-226 (per i modelli di distribuzione delle ville rustiche nell’Appennino centrale).
[16] M. Crawford, Roman Statutes, Institute of Classical Studies, London 1996, pp. 415-422 (per la casistica dei conflitti confinari agrari nelle aree coloniali).
[17] J. J. Rossiter, Roman Farm Buildings and Roman Agriculture, British Archaeological Reports, Oxford 1978, pp. 88-94 (relativo alle planimetrie dei quartieri produttivi oleari e vinari).
[18] D. P. S. Peacock, D. F. Williams, Amphorae and the Roman economy: an introductory guide, Longman, London 1986, pp. 142-147 (per la classificazione e i bolli delle anfore Dressel 1 lungo le rotte fluviali appenniniche).
𝐎𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐦𝐨𝐧𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐆𝐫𝐨𝐬𝐬𝐢.
Grossi G., Alla ricerca di Marsi ed Equi (XVI-XXI secolo), Nuova Edizione Ampliata, AEVUS arc, 2024. (Monografia cardine che raccoglie, ordina e corregge l’intera storiografia scientifica sulle due popolazioni italiche, sfrondandola da inesattezze storiche).
Grossi G., Insediamenti italici nel Cicolano: territorio della “res publica Aequiculanorum”, in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, L’Aquila, voll. vari. (Studio topografico incentrato sulla transizione dagli insediamenti fortificati d’altura al municipio di fondovalle).
Grossi G., Topografia antica della Marsica (Aequi–Marsi e Volsci): quindici anni di ricerche, 1974–1989, in Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità, Atti del Convegno di Archeologia, Avezzano, 1991.
Grossi G., La frontiera italo-romana: il confine settentrionale dei Marsi con gli Equi e i Sabini, in “Quaderni di Archeologia d’Abruzzo”, n. 2, Edizioni All’Insegna del Giglio, Firenze 2010.
Alvino G., Il tumulo di Corvaro di Borgorose, in “Archeologia Laziale” XI, CNR, Roma 1993, pp. 241-246.
Alvino G. (a cura di), I Guerrieri della Montagna: gli antichi Equi e il tumulo monumentale di Corvaro, Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma 2004.
Quilici L., Quilici Gigli S., Fortificazioni e opere di difesa dell’Italia antica: l’opera poligonale nei territori equi e sabini, L’Erma di Bretschneider, Roma 2001.
Laffi U., Studi di storia romana e di diritto pubblico: l’assegnazione agraria ai veterani e le tribù rustiche, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001.
Patterson J. R., Samnium and the North-West Apennines: The Romanization of the valleys, in “Journal of Roman Studies”, Vol. 75, 1985, pp. 220-226.
Reggiani C., Res Publica Aequiculanorum: assetto territoriale, riforme della Tribù Fabia e strutture epigrafiche, in “Epigraphica”, LXII, 2000, pp. 77-82.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma 4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma 4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Premessa-Franco Leggeri Fotoreportage:4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità – Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni-Murales Ospedale Spallanzani di Roma- Questo reportage, come quelli a seguire, vuole essere un viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sanno generare la curiosità dei passanti ,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino” . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico” che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma 4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Roma,lungo via Folchi ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales che raffigurano gli scienziati che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio del 2018 e completata e inaugurata il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales, finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’Associazione Graffiti Zero che promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.
Verranno pubblicati le foto dei Murales di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera più completa possibile. Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese da Enciclopedio Treccani.on line e Wikipedia
Il 2 maggio 2014 è deceduto a Roma all’età di 93 anni il Prof. Elio Guzzanti, già Ministro della Sanità. Il Prof. Guzzanti è stato tra i primi in Italia ad occuparsi ad alto livello di programmazione, organizzazione e gestione dei servizi ospedalieri e sanitari.
Ha trasferito la sua straordinaria esperienza prima clinica e poi organizzativa maturata, anche come sovrintendente sanitario dal 1976 al 1980 del Pio Istituto di Santo Spirito Ospedali Riuniti di Roma, nell’attività scientifica e poi nella legislazione sanitaria e nella pratica amministrativa.
Nel corso della sua lunga e brillante carriera è stato Direttore Sanitario degli Ospedali San Camillo, Santo Spirito ed Umberto I di Roma, componente del Consiglio Superiore di Sanità, Direttore dell’Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali e Commissario ad acta per la Sanità del Lazio.
Modelli organizzativi sanitari attualmente di uso comune come i dipartimenti, i ricoveri in day-hospital e day-surgery, la preospedalizzazione e le dimissioni protette debbono essere fatti risalire in gran parte all’attività prima teorico-scientifica e poi di “letteratura grigia” con la quale il Prof. Guzzanti ha contribuito alla stesura di leggi sanitarie promulgate da vari governi.
Quando egli stesso fu chiamato alla responsabilità di Ministro della Sanità nel governo Dini dal 1995 al 1996 produsse una serie di atti di indirizzo e coordinamento alle Regioni per la realizzazione dei modelli organizzativi di cui abbiamo parlato. Il suo ministero si è caratterizzato in particolare per l’introduzione in Italia del sistema DRG che non è soltanto un metodo di remunerazione per prestazione, ma anche un sistema di valutazione comparata di qualità e quantità delle prestazioni ospedaliere stesse.
Credo però che sia un dovere ricordarlo anche sul nostro Giornale Italiano di Cardiologia per i suoi contributi alla crescita nel nostro Paese dei settori della Cardiologia, Cardiologia Pediatrica e Cardiochirurgia. Fin dai primi anni ’80 infatti, prima con la presidenza del Prof. Stefanini, poi con quella del Prof. Donato, il Prof. Guzzanti è stato vice-presidente della Commissione Nazionale del Ministero della Sanità per la Cardiologia e Cardiochirurgia. Tale Commissione ha introdotto per la prima volta in Italia gli standard internazionali di attività e gestione per questi settori.
Sulla base di questa esperienza e in qualità di Sovrintendente Sanitario e Direttore Scientifico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma il Prof. Guzzanti realizzò nel 1982 il primo Dipartimento Medico-Chirurgico di Cardiologia Pediatrica che vedeva l’attività integrata di cardiologi, cardiochirurghi e intensivisti formalizzata in procedure che prevedevano responsabilità specifiche. Questo Dipartimento Medico-Chirurgico, che è stato nei primi anni diretto dal Prof. Guzzanti stesso, ha rappresentato in Italia un modello organizzativo sia per le specialità cardiologiche che per quelle neurologiche e gastroenterologiche.
Il Prof. Guzzanti è stato un maestro per molte generazioni di direttori sanitari e manager della sanità. Il suo tratto umano, la sua ironia e la sua profonda cultura per tutti gli aspetti della medicina come scienza, ma principalmente come applicazione pratica, ne facevano una guida per chiunque entrava in contatto con lui. Tutti gli operatori sanitari e in particolare quelli del settore della Cardiologia e Cardiochirurgia del nostro Paese avranno sempre un debito di riconoscenza per il Prof. Elio Guzzanti.
Fonte –Giornale italiano di Cardiologia-Articolo di Bruno Marino-
Bruno Marino
U.O.C. Cardiologia Pediatrica
Dipartimento Attività Integrata di Pediatria
Sapienza Università di Roma
Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Elio Guzzanti, un padre putativo e un maestro- Fonte –Il Sole24Ore
di Giuseppe Ippolito (National Institute forInfectious Diseases Lazzaro Spallanzani)
È morto Elio Guzzanti, per me un padre, e per la sanità italiana, oltre che per le malattie infettive, un grande stratega. Avevo avuto la fortuna di incontrarlo all’inizio degli anni ’80 quando mi suggerirono di rivolgermi a Lui per avere suggerimenti per uno studio di incidenza sulle infezioni ospedaliere nei reparti di terapia intensiva. Lo studio l’avevo scritto come prova di ammissione a un corso negli Stati Uniti e volevo sapere se fosse realizzabile in Italia. Volevo presentarlo al Programma del Cnr sulle malattie da infezione, all’epoca diretto da Ferdinando Dianzani. Elio Guzzanti mi diede appuntamento una domenica mattina nel suo studio, mi ascoltò, s’informò sui miei programmi, cercò di sondare se ero conscio della difficoltà dell’avventura. Mi diede suggerimenti preziosi e si attivò per farmi incontrare le persone del mondo della rianimazione che potevano consentirmi di realizzare lo studio.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
Da quel momento è diventato per me un punto di riferimento. Solo pochi giorni fa mi chiese di trovargli la Sua famosa circolare su Ebola del 1996, con la quale aveva definito la strategia nazionale contro le febbri emorragiche. Ero in partenza e avevo lasciato la copia della circolare al portiere, perdendo così l’occasione di salutarlo per l’ultima volta. Avevamo continuato a discutere del permanere della validità dei contenuti e di come una costante attenzione verso le malattie infettive sia la migliore linea di risposta per affrontare l’inatteso.
Era stato così che si era confrontato, nella seconda metà degli anni ’80, nella realizzazione del grande piano contro le malattie infettive alla comparsa dell’Aids. Erano anni terribili: l’incredulità e il preconcetto dominavano; i pazienti non avevano alcuna speranza; il personale sanitario era impaurito.
Con una grande attenzione e con un metodo stringente aveva iniziato a studiare il fenomeno con rigore scientifico e curiosità organizzativa, a valutare i bisogni assistenziali, a dare attenzione ai sentimenti e alle paure, a cercare un dialogo con le associazioni dei pazienti e le organizzazioni sindacali, gli scienziati puri, a visitare gli ospedali e le carceri. Sono fiero di averlo aiutato in questo lavoro, ho visto come gestiva il rapporto con i politici con sereno distacco, come affrontava persone e situazioni “difficili”. Non si arrendeva mai, era pronto al confronto, ma senza perdere mai di vista il proprio obiettivo.
Quando lo conobbi aveva già molte esperienze positive e difficili alle spalle, era il riferimento della programmazione sanitaria nazionale, della costruzione e della gestione degli ospedali. Per Lui non faceva differenza se era Pronto Soccorso, Cardiochirurgia, Rianimazione o Malattie infettive. Lui applicava un metodo che partiva da una conoscenza degli ospedali dall’interno, delle persone che ci lavorano e di quelli che ci vanno per farsi curare. Amava dire che gli ospedali erano fatti di tecnologie e di contatto umano, di insegnamento continuo, di cambiamento giorno per giorno.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
Quando mi scelse come collaboratore per l’avventura del piano Aidsiniziammo una stretta frequentazione, soprattutto domenicale. Nel corso di tali incontri commentava i materiali prodotti, scrivendo a mano appunti con penne di più colori. Aveva letto sempre un lavoro nuovo, un nuovo modello di valutazione, dei dati di prevalenza. Di aggiustamento in aggiustamento, il piano prendeva corpo per coprire non solo la costruzione degli ospedali, ma anche la prevenzione, la ricerca, l’introduzione dell’innovazione.
Questo permise all’Italia di avere un piano organico, strutturale e finanziato, prima che la stessa Organizzazione mondiale della sanità redigesse il documento per la preparazione dei piani nazionali.
Che dire poi delle sue capacità di gestire il confronto nelle commissioni e nelle audizioni, alle quali arrivava preparato nei minimi dettagli, con un piano generale e un’exit strategy, senza mai perdere la calma, senza mai una parola di troppo. Anche quando si trovava a frenare posizioni intemperanti, incluse le mie, lo faceva con estremo garbo, cercando sempre di costruire, anche nelle difficoltà, nei dissidi, nelle posizioni contrastanti. Amava investire sui giovani e sul fatto che da tutti si poteva apprendere, ma prima di tutto dalla frequentazione delle biblioteche. Teneva rigidamente distinto il professionale dal personale e limitava al massimo gli eventi sociali e conviviali.
Ma era ed è stato fino all’ultimo sempre disponibile a letture critiche di documenti e a fornire suggerimenti o a scrivere piani. È questa la fase in cui le attività di Guzzanti si legano al destino dello Spallanzani, che lui vedeva come punto centrale dell’intero piano. Conosceva in dettaglio lo Spallanzani come Ospedale e la sua esperienza pregressa di medico impegnato sulle malattie infettive faceva il resto. Eravamo in un momento in cui sembrava che solo il nord Italia avesse ospedali, conoscenze e competenze uniche per affrontare l’epidemia. Non era vero. Già da circa 10 anni lavorava al progetto per la costruzione del nuovo Spallanzani e l’Aids gli dava la possibilità di portarlo a termine, grazie anche al senso di appartenenza e al desiderio di riscatto degli operatori tutti dell’Ospedale che con lui, e grazie a lui, vedevano la realizzazione di un miraggio.
Fu così che mentre era ministro, a metà degli anni ’90, a un consiglio dei ministri europei, si impegnò affinché ogni Paese europeo identificasse una istituzione nazionale per le malattie infettive e avviò la realizzazione presso l’Istituto del laboratorio Bsl4 e la trasformazione in Irccs.
Da allora ha sempre seguito con la massima attenzione le vicende dell’Istituto con un affetto da padre nobile che gioiva in maniera sincera e assolutamente disinteressata degli sviluppo dell’Istituto. Fino alla fine è stato lucido e lungimirante, ottimista anche quando sembrava che non ci fossero speranze. Con la sua morte l’Italia perde un grande uomo, io un padre putativo e lo Spallanzani un grande supporter.
Sento di poter dire che tutti quelli dello Spallanzani che lo hanno conosciuto, e anche quelli che ne hanno solo sentito parlare, condividano il profondo dolore per la perdita di un grande uomo e per me un grande maestro.
Grazie Elio Guzzanti
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma 4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Specialist in respiratory diseases and in hygiene, he was director of the hospitals Santo Spirito, San Camillo and Policlinico Umberto I in Rome. From 1976 to 1984 and from 1991 to 1993 he was a member of the Italian Superior Council of Health. From 1985 to 1994 he was health director of the Bambino Gesù Children’s Hospital and from 1996 to 1998 he was director of the Agency for Regional Health Services.
Author of numerous publications on health organization, from 17 January 1995 to 17 May 1996 he was Minister of Health with the Dini Cabinet.
He was president of the scientific committee of the Cesare Serono Foundation. On 28 October 2009, following the resignation of the President of the Lazio Region, Piero Marrazzo, he was appointed by the Berlusconi Cabinet as Commissioner for Health in the same Region.
He was scientific director of the Institute for Scientific Hospitalisation and Care IRCCS Oasi di Troina (Enna).
È stato presidente del comitato scientifico della Fondazione Cesare Serono. Il 28 ottobre 2009, in seguito alle dimissioni del presidente della Regione LazioPiero Marrazzo, è stato nominato dal Governo Berlusconi commissario ad acta per la Sanità nella stessa Regione[1].
È stato direttore scientifico dell’Istituto di ricovero e Cura a Carattere Scientifico IRCCS Oasi di Troina (Enna).
Morte
È morto il 2 maggio 2014 all’età di 93 anni al Policlinico Gemelli di Roma, dove era ricoverato da qualche giorno[3].
Premessa-Franco Leggeri Fotoreportage-5)Giovan Battista Grassi- medico, zoologo, botanico ed entomologo–: Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni-Murales Ospedale Spallanzani di Roma- Questo reportage, come quelli a seguire, vuole essere un viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sanno generare la curiosità dei passanti ,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino” . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico” che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia
Roma,lungo via Folchi ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales che raffigurano gli scienziati che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio del 2018 e completata e inaugurata il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales, finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’Associazione Graffiti Zero che promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.
Verranno pubblicati le foto dei Murales di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera più completa possibile. Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese da Enciclopedio Treccani.on line e Wikipedia
Rovellasca (Como)-Casa natale di Giovan Battista Grassi, scienziato e Senatore del Regno
Giovan Battista Grassi- medico, zoologo, botanico ed entomologo
Giovan Battista Grassi, scienziato di fama mondiale per gli studi di zoologia e per l’individuazione del vettore della malaria, nacque a Rovellasca il 27 Marzo 1854 da Luigi Battista Grassi, funzionario pubblico, e Costanza Mazzucchelli di origine contadina.
Nel 1872 si diplomò presso il Regio Liceo Volta di Como e nel 1878 si laureò in medicina all’Università di Pavia. Si dedicò alla biologia e alla zoologia. A Heidelberg, in Germania, incontrò la ricercatrice Marie Koenen, dapprima sua assistente e poi sua moglie. Nel 1883, a soli 29 anni, fu nominato Professore di Zoologia, Anatomia e Fisiologia Comparata all’Università di Catania.
Le sue ricerche gli procurarono fama internazionale e nel 1895 ottenne il trasferimento all‘Università di Roma.
Il 28 Novembre 1898 dichiarò, in una nota all’Accademia dei Lincei, di aver ottenuto la prova sperimentale della trasmissione del parassita della malaria e l’identificazione della specie di zanzara vettrice nell’uomo.
Dopo la delusione per il Premio Nobel al britannico Ronald Ross per un analogo studio sulla malaria, Grassi iniziò a dedicarsi alla medicina sociale e all’entomologia. Intanto, si diffuse l’idea che quel Premio Nobel spettasse a Grassi e nel 1910 la prestigiosa Università di Lipsia gli conferì la Laurea Honoris Causa per le sue “subtilissima sagacissimaque investigationes” sul contagio malarico, sottolineandone la preminenza (in primis vero).
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
Dopo la prima Guerra Mondiale, con un nuovo picco di diffusione della malaria in Italia, tornò ad occuparsi di questa malattia, scoprendo l’esistenza di una specie di anofele (zanzara) che non punge l’uomo, ma solo gli animali; ipotesi poi confermata da Falleroni (1926). Grassi venne insignito di numerose medaglie e onorificenze da tutto il mondo; fu anche nominato nel 1908 Senatore del Regno.
Grassi morì a Roma il 4 Maggio 1925 e fu sepolto, secondo le sue ultime volontà, nel piccolo cimitero di Fiumicino.
Giovan Battista Grassi- medico, zoologo, botanico ed entomologo
Giovan Battista Grassi- medico, zoologo, botanico ed entomologo.
Biologo italiano (Rovellasca 1854 – Roma 1925), prof. di zoologia a Catania (1883) e di anatomia comparata a Roma (1896); socio nazionale dei Lincei (1897). Le sue prime ricerche vertono sui vermi parassiti, di molti dei quali fece conoscere il ciclo di sviluppo; si dedicò poi a lavori di zoologia e anatomia comparata su altri gruppi, fra cui notevoli la monografia sui Chetognati (1883), e le sette memorie sui progenitori dei Miriapodi e degli Insetti (1886); del 1893 è la fondamentale memoria sulla costituzione e lo sviluppo della società dei Termitidi; del 1892-93 la dimostrazione della trasformazione del leptocefalo in anguilla. Negli stessi anni iniziò le ricerche sulla malaria degli uccelli, estese poi alla malaria umana, che lo condussero a determinare l’agente trasmettitore (1898). Al problema della malaria il G. dedicò in seguito tutta la propria attività fino alla morte, iniziando la profilassi antimalarica nell’Agro Romano. Si occupò anche dei Flebotomi e della fillossera, nonché di problemi generali e storici. Uomo di vastissima cultura, d’attività instancabile e d’inesauribile passione per la ricerca, ebbe notevolissima influenza anche come insegnante. Nel 1908 fu nominato senatore del Regno.
Fonte- Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma -Muro di cinta-Logo Associazione Graffiti Zero-Foto di Franco Leggeri
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