Il velo strappato. Tormenti di una monaca napoletana
di Brunella Schisa -HarperCollins Italia-
Descrizione- Il velo strappato- HarperCollins Italia.- È il 1840, Enrichetta ha diciannove anni e ha da poco perso il padre, Don Fabio Caracciolo, maresciallo del Regno delle Due Sicilie a Reggio Calabria, ultimo figlio del Principe di Forino. Lei è giovane, nobile, innamorata di Domenico. Ma la famiglia di lui non approva l’unione. Sì, Enrichetta vanta ascendenze illustri, ma è priva di solidità economica e il matrimonio non s’ha da fare. Così sua madre, stanca del carattere ribelle della figlia e della sua propensione a scegliere uomini sbagliati, prende una decisione risolutiva: Enrichetta entrerà nel convento di San Gregorio Armeno, a Napoli, e vi resterà fino a quando la situazione finanziaria della famiglia non sarà risolta. A nulla servono le proteste della giovane: i mesi lì dentro diventano anni ed è costretta a prendere i voti. La costrizione la fa ammalare, Enrichetta vuole sfidare le leggi della Chiesa e tornare libera, ma persino le suppliche indirizzate a papa Pio IX vengono respinte. Eppure niente riesce a spegnere la passione che muove il suo animo. Una passione che si fa presto politica e la porta a sposare la causa della rivoluzione contro i Borbone, del sogno di una nuova patria: l’Italia. Brunella Schisa torna a raccontare la sua città natale, Napoli, attraverso una straordinaria eroina, Enrichetta Caracciolo di Forino, monaca, femminista ante litteram, patriota risorgimentale, autrice del bestseller ottocentesco Misteri del chiostro napoletano, da cui Schisa prende le mosse per il suo romanzo. Il velo strappato trascina ed emoziona il lettore, che, attraverso i moti del cuore di una donna eccezionale, rivive un’esistenza indimenticabile e partecipa a una grande lotta per la libertà. Ancora una volta, Brunella Schisa si conferma una delle più grandi autrici italiane di romanzi storici.
Il velo strappato. Tormenti di una monaca napoletana di Brunella Schisa –
Brunella Schisa torna a raccontare la sua città natale, Napoli, attraverso una straordinaria eroina, Enrichetta Caracciolo di Forino, monaca, femminista ante litteram, patriota risorgimentale, autrice del bestseller ottocentesco Misteri del chiostro napoletano, da cui Schisa prende le mosse per il suo romanzo.
Il velo strappato trascina ed emoziona il lettore, che, attraverso i moti del cuore di una donna eccezionale, rivive un’esistenza indimenticabile e partecipa a una grande lotta per la libertà. Ancora una volta, Brunella Schisa si conferma una delle più grandi autrici italiane di romanzi storici
Brunella Schisa
Autrice-
Brunella Schisa è nata a Napoli. Dopo aver lavorato come traduttrice, esordisce nella narrativa nel 2006 con il romanzo La donna in nero(Garzanti), che ha vinto numerosi premi tra cui il Premio Letterario Frignano-Opera Prima, il Premio Letterario Città di Bari e il Premio Rapallo. Giornalista di «Repubblica», ha curato per anni la rubrica dei libri sul Venerdì, cui adesso collabora. Tra le sue opere Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009), La scelta di Giulia (Mondadori, 2013) e La nemica (Neri Pozza 2017).
HarperCollins Italia
Nata come Harlequin Mondadori S.p.A., joint venture tra Harlequin Enterprises e Mondadori Libri e affermatasi come leader nella women’s ficiton, dopo 34 anni di successi è dal 1 ottobre 2015 proprietà del Gruppo Editoriale HarperCollins.
Attualmente è presente sul mercato con tre brand: Harmony, hm ed eLit.
Il portfolio HarperCollins spazia tra dozzine di generi narrativi e annovera tra i propri autori vincitori di prestigiosi riconoscimenti tra i quali Premio Nobel, Premio Pulitzer, National Book Award, le medaglie Newbery e Caldecott e il Man Booker Prize.
CHARLES WRIGHT-Poesie scelte- pubblicate da Avamposto
Charles Wright è unanimemente considerato uno dei maggiori poeti statunitensi dell’ultimo secolo. Ha frequentato il Davidson College e lo Iowa Writers’ Workshop, e ha fatto parte per quattro anni nell’esercito americano, periodo durante il quale – di stanza a Verona – Wright ha cominciato a leggere e scrivere poesia.
CHARLES WRIGHT-Poesie scelte-
La terra è saliva, ciò che s’attacca come colla fresca.
È per camminarci, è per distendersi,
un lenzuolo sicuro per la resurrezione.
La terra è quel che viene dopo di te,
seguendo i tuoi passi, contandoti i denti, padre
e figlio, padre e figlio del figlio,
un coltello, un seme, ognuno piantato profondo quanto basta.
Si comincia da lì. Gli uccelli erompono in fiamme nella tua manica;
ti s’incendiano le scarpe, le scarpe buone;
i calzini affondano nel terreno, passato tutto il dolore;
le caviglie affondano nel terreno, le tibie, le gambe…
post-procreatore di necessità,
infuocato come asparago nel campo notturno,
cerchi la via di fuga alla luce di te stesso.
Charles Wright -Poeta statunitense
Riunione
Di già un giorno s’è staccato da tutto il resto laggiù.
Ha la mia foto nella sua soffice tasca.
Vuole portare il mio respiro nel passato nella sua borsa di vento.
Scrivo poesie per liberarmi, espiare e sparire
dall’angolo alto a destra delle cose, per rendere grazie.
Autoritratto
Un giorno scopriranno me e le mie mani bucate,
il plenilunio alle spalle, la nebbia in cerca dell’orizzonte perduto, il bordo
del continente marcato di giallo, ansietà di luci,
schiene bianche di frangente, una sabbia nerofumo,
le ceneri e schegge di carbone che discolperanno il mio nome.
Intanto mi canticchierò una cantilena e farò ordine qui intorno.
Le piante di giada e d’oleandro fluttuano splendenti.
Le foglie del pepe s’inverdiscono.
La mia figura si profila in inchiostro nero e draga lentamente nel cielo
in attesa d’essere riempita.
Mano che una volta mi sollevasti, sollevami ancora,
tirami fuori in carne e ossa, aggiustami gli occhi.
Dal marciume e dal sottobosco, proteggimi e
spingimi oltre.
Dalle mie parole e dalle mie carezze,
dalla rosa e dal gesto scemo, liberami e spingimi oltre.
***
E ora a valle, te stesso, e l’ombra di te stesso,
tutto quello che porti indietro.
Eppure, è abbastanza: cassa di risonanza, corrimano,
apparecchio acustico e occhio introspettivo…
indietro dalla montagna delle sette caverne, la sua croce
dove è inchiodato il serpente; indietro
dal ceppo di querce e dalla rosa, il loro rivolo
ricercato dai ciechi col loro tocco asciutto; indietro
dagli Innocenti, quella tinozza dove il sole e la luna
s’immergono nel loro bagno rosso…
l’Eco è arbitraria: fiamma, vento, diluvio
e suolo, ognuno un sopravvissuto, ognuno
erede dell’impronta digitale, il lapsus linguae.
Ognuno è il suo inizio; ognuno, in sé, un fine…
Notte chiara
Notte chiara, punta del pollice d’una luna, cielo in controluce.
Dita di luna dispongono la stessa routine
sulla pedana laterale e sulla soglia, le chiavi bianche e le chiavi nere.
Silenzio d’uccelli e canto d’uccelli. Cade un fiore di cassia.
Voglio essere illividito da Dio.
Voglio essere impiccato in una luce forte e prescelto.
Voglio essere steso come musica estorta da un seme caduto.
Voglio essere penetrato e raccolto pulito.
E il vento mi dice «Cosa?».
E i semi di ricino, coi loro orecchini di morte, mi dicono «Cosa?».
E le stelle si risvegliano sul loro freddo sdrucciolo nel buio.
E gli ingranaggi cadono nelle loro tasche e i motori girano.
Charles Wright -Poeta statunitense
Ultimo diario
Condannati dalla nostra stessa bocca,
noi che riponiamo fiducia nelle cose visibili.
Ben presto dimenticheremo il mondo.
E ben presto il mondo dimenticherà noi.
Il soffio della vita, da questa all’altra trapassando,
è quel che dice il vento, nella sua sola parola
la gioia della terra.
Lussuria della lingua, lussuria dell’occhio,
condannati dalla nostra stessa bocca…
Orsa nordamericana
Inizio di novembre nell’anima,
pioggia forte e oro scuro
dagli alberi, luce obliqua
del pomeriggio inoltrato e greve peso sul cuore.
Come sempre svigorito e spento.
Sessantaduenne, voce incolta, incline alla notte,
sono in piedi e tranquillo sul vialetto vuoto.
Sblocca il mio habitat, luce stellare, fammi insolubile;
negativa del mio post-panorama
muovi furtiva l’ombra sulla mia bocca.
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Casuale geometria delle stelle,
casuali stringhe di parole
belle come l’alfabeto.
O così le ricordo,
Orsa nordamericana,
Orione, Cassiopea e le Pleiadi,
che cuciono la loro sintassi sul cielo profondo del North Carolina
mezzo secolo fa,
la lingua perduta di notti estive, la pergamena muta
del tempo,
trafitta sul suo scuro cilindro celestiale.
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Cosa c’è per noi d’imperturbabile nelle stelle?
Quale impulso, quale bassa marea
ci attrae lassù come vertigine, quale
inversione di quota ci spinge verso i loro abissi chiari?
Stanotte, per esempio,
qualcosa ruota dietro i miei occhi,
qualcosa d’illacrimato, qualcosa d’innominabile,
filando veloce la tela.
Chi dirà che il cuore dirottato non è tornato alla sua gabbia?
Chi dirà che il respiro d’un angelo non m’ha
sfiorato l’orecchio?
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Cammino nel freddo della notte d’autunno pieno
come Orfeo,
pensando il mio canto, ansioso di voltarmi,
la mia vita svanita un ornamento, una nuvola alla deriva, dietro di me,
leggera trascendenza di cenere
sepolta e risorta una volta, e poi ancora e ancora.
Il marciapiede si srotola come sonno profondo.
Sopra di me le stelle, stelle austere,
scoprono il volto.
Nessun cuore batte alle mie spalle, nessun passo.
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Charles Wright -Poeta statunitense
La stagione ci viene incontro, foglie morte e erbe appassite
incerate dal vento ovunque guardi,
il cielo chiaro della notte
acceso di stelle e da stelle trafitto, quella costellazione, quelle sette stelle lassù,
il Generale Ke-Shu che solleva la spada, dicono i cinesi.
O lo disse uno di loro,
uno del Fronte Occidentale, come parte del suo esercito senz’altro.
Posso quasi vederlo anch’io,
spada lunga sopra il collo dell’Orsa,
il suo carro senza ruote, spolverío dell’oscurità come tempesta di sabbia a occidente.
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Alcuni di questi fuochi stellari devono essere certo cenere ormai.
Mi gingillo per il giardino,
canticchio vecchie canzoni che non interessano più nessuno.
Il cappello d’oscurità cala sul cielo notturno
pollice dopo pollice, piede dopo piede nero,
sopra i Blue Ridge.
Com’era vivo il fuoco del mondo, mi dico,
prima dei capelli bianchi e la cenere dei giorni.
Scruto le costellazioni,
dimenticando qualunque cosa avessi da dire.
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Ancora il marciapiede che si srotola grigio e lungo. 9 di sera.
Un vento freddo dal cielo lontano.
C’è un’ultima solitudine che non ho raggiunto ancora,
stanchezza in gola come polvere.
Fremo dentro il suo contorno,
e mi sento sicuro però, mentre le stelle si spargono, per un’altra notte
da viandante medievale affrescato col suo poema in mano,
i cieli che restano il mio rione.
E come lui, anche con qualcosa di rosso e inviolato
sotto i piedi.
Charles Wright -Poeta statunitense
Charles Wright è nato nel 1935 a Pickwick Dam, in Tennessee. Ha studiato al Davidson College, all’Università dell’Iowa e all’Università di Roma. Dal 1957 al 1961 ha prestato servizio nell’Intelligence Service dell’esercito americano a Verona. Qui ha iniziato la sua vicenda di poeta sollecitato dalla lettura della poesia di Ezra Pound e dai paesaggi del nord Italia che l’avevano ispirata. Borsista Fulbright a Roma dal 1963 al 1965 con il progetto di tradurre La bufera e altro di Eugenio Montale, si è avvicinato in questo periodo anche alla poesia di Dante e a quella di Cesare Pavese. Ha insegnato all’Università di Padova e all’Università della California a Irvine; dal 1983 è professore d’inglese, titolare della Souder Family Chair, all’Università della Virginia. Ha avuto incarichi accademici anche alle Università di Princeton, Columbia e Iowa, e, nella primavera del 1992, all’Università di Firenze. Alla sua opera sono andati numerosi riconoscimenti, fra cui il Premio Pulitzer e l’Ambassador Book Award nel 1998, il National Book Critic Circle Award nel 1997, il Lenore Marshall Poetry Prize nel 1996, il Ruth Lilly Poetry nel 1993, il PEN Translation Prize nel 1979. Nel 1998 ha ricevuto a Firenze il Premio Antico Fattore.
Testi selezionati da Breve storia dell’ombra (trad. di A. Francini, Crocetti, 2006) e Crepuscolo americano e altre poesie (trad. di A. Francini, Jaca Book, 2001)-Fonte – Avamposto
Rivista Avanposto
«Avamposto» è uno spazio di ricerca, articolato in rubriche di approfondimento, che si propone di realizzare un dialogo vivo rivolto allo studio della poesia attraverso un approccio multidisciplinare, nella consapevolezza che una pluralità di prospettive sia maggiormente capace di restituirne la valenza, senza mai sfociare in atteggiamenti statici e gerarchizzanti. Ma «Avamposto» è anche un luogo di riflessione sulla crisi del linguaggio. L’obiettivo è interrogarne le ragioni, opponendo alla tirannia dell’immediatezza – e alla sciatteria con la quale viene spesso liquidata l’esperienza del verso – un’etica dello scavo e dello sforzo (nella parola, per la parola). Tramite l’esaltazione della lentezza e del diritto alla diversità, la rivista intende suggerire un’alternativa al ritmo fagocitante e all’omologazione culturale (e linguistica) del presente, promuovendo la scoperta di autori dimenticati o ritenuti, forse a torto, marginali, provando a rileggere poeti noti (talvolta prigionieri di luoghi comuni) e a vedere cosa si muove al di là della frontiera del già detto, per accogliere voci nuove con la curiosità e l’amore che questo tempo non riesce più a esprimere.
Mary Oliver (Maple Heights, 10 settembre 1935 – Hobe Sound, 17 gennaio 2019) è stata una poetessa statunitense. Ha vinto il National Book Award e il Premio Pulitzer. Il New York Times l’ha descritta come “Di gran lunga, la poetessa di questo paese che ha venduto di più”.
Poesia fredda
Freddo ora.
Vicino al bordo. Quasi
insopportabile. Nubi
si ammucchiano in alto e ribollono
dal nord dell’orso bianco.
In questo mattino che spacca gli alberi
sogno le sue tracce grasse,
lo strutto salvavita.
Penso all’estate dai frutti luminosi,
boccioli che si arrotondano in bacche, foglie
manciate di granaglie.
Forse ciò che il freddo è, è il momento
in cui misuriamo l’amore che abbiamo sempre avuto, segreto
per le nostre stesse ossa, il duro amore affilato
per il caldo fiume dell’io, oltre ogni cosa; forse
è questo che significa la bellezza
dello squalo blu che incrocia verso le foche che cadono.
Nella stagione della neve
nel freddo incommensurabile
cresciamo crudeli ma onesti, ci manteniamo
vivi
se possiamo, prendendo uno dopo l’altro
i corpi necessari degli altri, i molti
fiori rossi schiacciati.
LONG BEACH, CA – OCTOBER 26: Poet Mary Oliver speaks during California first lady Maria Shriver’s annual Women’s Conference 2010 on October 26, 2010 at the Long Beach Convention Center in Long Beach, California. Attendees to the conference include Gov. Arnold Schwarzenegger and candidates for California Governor Republican Meg Whitman and Democrat Jerry Brown. (Photo by Kevork Djansezian/Getty Images)
GIORNO D’ESTATE
Chi ha fatto il mondo?
Chi ha fatto il cigno e l’orso bruno?
Chi ha fatto la cavalletta?
Questa cavalletta, intendo, quella che è saltata fuori
dall’erba,
che sta mangiandomi lo zucchero in mano,
che muove le mandibole avanti e indietro invece che in su e in giù
e si guarda attorno con i suoi occhi enormi e complicati.
Ora solleva le zampine chiare e si pulisce il muso, con cura.
Ora apre le ali di scatto e vola via.
Non so esattamente che cosa sia una preghiera;
so prestare attenzione, so cadere nell’erba,
inginocchiarmi nell’erba,
so starmene beatamente in ozio, so andare a zonzo nei prati,
è quel che oggi ho fatto tutto il giorno.
Dimmi, che altro avrei dovuto fare?
Non è vero che tutto muore prima o poi, fin troppo presto?
Dimmi, che cosa pensi di fare
della tua unica vita, selvaggia e preziosa?
La prossima volta
Quello che farei la prossima volta è guardare
la terra prima di dire qualunque cosa. Mi fermerei
subito prima di entrare in una casa
per un minuto sarei un imperatore
e ascolterei meglio il vento
o l’aria stando immobile.
Quando qualcuno mi parlasse, per
biasimo o lode, o solo passatempo,
guarderei la faccia, come la bocca
deve funzionare, e vedrei ogni tensione, ogni
segno di cosa ha alzato la voce.
E nonostante tutto, saprei di più – la terra
che si rinforza e si libra, l’aria
che trova ogni foglia e piuma al di sopra
di foresta e acqua, e per ogni persona
il corpo che risplende dentro gli abiti
come una luce.
IL VIAGGIO
Un giorno, finalmente, hai capito
quel che dovevi fare, e hai cominciato,
anche se le voci intorno a te
continuavano a gridare
i loro cattivi consigli-
anche se la casa intera
si era messa a tremare
e sentissi le vecchie catene
tirarti le caviglie.
“Sistema la mia vita!”,
gridava ogni voce.
Ma non ti fermasti.
Sapevi quel che andava fatto,
anche se il vento frugava
con le sue dita rigide
giù fino alle fondamenta, anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già piuttosto tardi,
una notte tempestosa,
la strada era piena di sassi e rami spezzati.
Ma poco a poco,
mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci,
le stelle si sono messe a brillare
attraverso gli strati di nubi
e poi c’era una nuova voce
che pian piano
hai riconosciuto come la tua,
che ti teneva compagnia
mentre procedevi a grandi passi,
sempre più nel mondo,
determinata a fare
l’unica cosa che potevi fare-
determinata a salvare
l’unica vita che potevi salvare.
LE OCHE SELVATICHE
Non devi essere buono.
Non devi camminare sulle ginocchia
Per centinaia di miglia nel deserto, per espiare.
Devi solo lasciare che il delicato animale del tuo corpo
ami ciò che ama.
Parlami della disperazione, la tua, e io ti parlerò della mia.
Intanto il mondo va avanti.
Intanto il sole e le luminose perle di pioggia
Si stanno spostando attraverso il paesaggio,
sopra le praterie e gli alberi profondi,
le montagne e i fiumi.
Intanto le oche selvatiche, alte nella pulita aria blu,
di nuovo si stanno dirigendo verso casa.
Chiunque tu sia, non importa quanto solo ti senta,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti chiama come le oche selvatiche, stridenti ed eccitanti –
annunciando ripetutamente il tuo posto
nella famiglia delle cose.
Gufi bianchi volano dentro e fuori i campi
Venendo giù
dal cielo gelido
con le sue profondità di luce,
come un angelo, o un Buddha con le ali,
era bello e preciso,
battendo le neve e qualsiasi cosa fosse là
con una forza che lascia l’impronta
della punta delle sue ali – distanti un metro e mezzo –
e l’impeto predatore delle sue zampe,
e il segno di ciò che stava rincorrendo
attraverso le bianche valli della neve –
e allora si è levato, graziosamente,
ed è volato via nuovamente verso le paludi ghiacciate,
per appostarsi là, come un piccolo faro,
nelle ombre blu –
così pensai:
forse morte
non è oscurità, dopo tutto,
ma così tanta luce che si avvolge attorno a noi –
soffice come piume.
Noi, istantaneamente stanchi di guardare, e guardare,
chiudiamo i nostri occhi, non senza meraviglia,
e ci lasciamo trasportare,
come attraverso la translucenza della mica,
al fiume che è senza la ben che minima ombra o macchia –
che è nulla se non luce – bruciante e aortica luce –
in cui siamo lavati e lavati
dalle nostre ossa.
DICHIARA PACE
Dichiara pace con il tuo respiro.
Inspira uomini d’arme e d’attrito, espira edifici interi e stormi di merli dalle ali rosse.
Inspira terroristi ed espira bambini che dormono e campi appena falciati.
Inspira confusione ed espira alberi di acero.
Inspira quanto è caduto ed espira amicizie di tutta una vita ancora intatte.
Dichiara pace con il tuo ascolto: quando senti sirene, prega ad alta voce.
Ricorda quali sono i tuoi strumenti: semi di fiori, spilli da vestiti, fiumi puliti.
Prepara una minestra.
Fai musica, impara come si dice grazie in tre lingue diverse.
Impara a fare la maglia, e fai un cappello.
Pensa al caos come mirtilli che danzano,
immagina il dolore come l’espirazione della bellezza o il gesto del pesce.
Nuota per andare dall’altra parte.
Dichiara pace.
Il mondo non è mai apparso così nuovo e prezioso.
Bevi una tazza di tè e rallegrati.
Agisci come se l’armistizio fosse già arrivato.
Non aspettare un altro minuto.
Mary Oliver
Solitari, bianchi campi
Ogni notte
il gufo
con la sua scimmiesca faccia selvaggia
lancia il suo richiamo di tra i rami neri,
e i topi hanno freddo
e i conigli rabbrividiscono
nei campi innevati –
e allora si apre la lunga, profonda valle del silenzio
quando egli smette il suo canto e si lancia
in aria.
Io non so
quale sia della morte lo scopo
ultimo, ma penso
questo: chiunque sogni di tenere la sua
vita in pugno
anno dopo anno per centinaia di anni
non ha mai considerato il gufo –
come egli viene, esausto,
attraverso la neve,
attraverso gli alberi ibernati,
superati tronchi e piante,
tirandosi fuori da stalle e campanili,
girando per questa e quella via
attraverso le maglie di qualunque ostacolo –
fermato da nulla –
riempiendosi momento dopo momento
di una gioia rossa e digeribile,
lanciandosi a falce dai campi solitari e bianchi –
e come al mattino,
come se ogni cosa fosse
come deve essere, i campi
si fanno intensi di luce rosa,
il gufo scompare
dietro tra i rami,
la neve va a cadere
fiocco dopo perfetto fiocco.
Mary Oliver
Mary Oliver was an “indefatigable guide to the natural world,” wrote Maxine Kumin in the Women’s Review of Books, “particularly to its lesser-known aspects.” Oliver’s poetry focused on the quiet of occurrences of nature: industrious hummingbirds, egrets, motionless ponds, “lean owls / hunkering with their lamp-eyes.” Kumin also noted that Oliver “stands quite comfortably on the margins of things, on the line between earth and sky, the thin membrane that separates human from what we loosely call animal.” Oliver’s poetry won numerous awards, including the Pulitzer Prize, the National Book Award and a Lannan Literary Award for lifetime achievement. Reviewing Dream Work (1986) for the Nation, critic Alicia Ostriker numbered Oliver among America’s finest poets, as “visionary as [Ralph Waldo] Emerson.”
Mary Oliver was born and raised in Maple Hills Heights, a suburb of Cleveland, Ohio. She would retreat from a difficult home to the nearby woods, where she would build huts of sticks and grass and write poems. She attended both Ohio State University and Vassar College, but did not receive a degree from either institution. As a young poet, Oliver was deeply influenced by Edna St. Vincent Millay and briefly lived in Millay’s home, helping Norma Millay organize her sister’s papers. Oliver is notoriously reticent about her private life, but it was during this period that she met her long-time partner, Molly Malone Cook. The couple moved to Provincetown, Massachusetts, and the surrounding Cape Cod landscape has had a marked influence on Oliver’s work. Known for its clear and poignant observations and evocative use of the natural world, Oliver’s poetry is firmly rooted in place and the Romantic nature tradition. Her work received early critical attention; American Primitive (1983), her fifth book, won the Pulitzer Prize. According to Bruce Bennetin the New York Times Book Review, American Primitive, “insists on the primacy of the physical.” Bennet commended Oliver’s “distinctive voice and vision” and asserted that the “collection contains a number of powerful, substantial works.” Holly Prado of the Los Angeles Times Book Review also applauded Oliver’s original voice, writing that American Primitive “touches a vitality in the familiar that invests it with a fresh intensity.”
Dream Work (1986) continues Oliver’s search to “understand both the wonder and pain of nature” according to Prado in a later review for the Los Angeles Times Book Review. Ostriker considered Oliver “among the few American poets who can describe and transmit ecstasy, while retaining a practical awareness of the world as one of predators and prey.” For Ostriker, Dream Work is ultimately a volume in which Oliver moves “from the natural world and its desires, the ‘heaven of appetite’ … into the world of historical and personal suffering. … She confronts as well, steadily,” Ostriker continued, “what she cannot change.”
The transition from engaging the natural world to engaging more personal realms was also evident in New and Selected Poems (1992), which won the National Book Award. The volume contains poems from eight of Oliver’s previous volumes as well as previously unpublished, newer work. Susan Salter Reynolds, in the Los Angeles Times Book Review, noticed that Oliver’s earliest poems were almost always oriented toward nature, but they seldom examined the self and were almost never personal. In contrast, Oliver appeared constantly in her later works. But as Reynolds noted “this self-consciousness is a rich and graceful addition.” Just as the contributor for Publishers Weekly called particular attention to the pervasive tone of amazement with regard to things seen in Oliver’s work, Reynolds found Oliver’s writings to have a “Blake-eyed revelatory quality.” Oliver summed up her desire for amazement in her poem “When Death Comes” from New and Selected Poems: “When it’s over, I want to say: all my life / I was a bride married to amazement. / I was the bridegroom, taking the world into my arms.”
Oliver continued her celebration of the natural world in her next collections, including Winter Hours: Prose, Prose Poems, and Poems (1999), Why I Wake Early (2004), New and Selected Poems, Volume 2 (2004), and Swan: Poems and Prose Poems (2010). Critics have compared Oliver to other great American lyric poets and celebrators of nature, including Marianne Moore, Elizabeth Bishop, Edna St. Vincent Millay, and Walt Whitman. “Oliver’s poetry,” wrote Poetry magazine contributor Richard Tillinghast in a review of White Pine (1994) “floats above and around the schools and controversies of contemporary American poetry. Her familiarity with the natural world has an uncomplicated, nineteenth-century feeling.”
A prolific writer of both poetry and prose, Oliver routinely published a new book every year or two. Her main themes continue to be the intersection between the human and the natural world, as well as the limits of human consciousness and language in articulating such a meeting. Jeanette McNew in Contemporary Literature described “Oliver’s visionary goal,” as “constructing a subjectivity that does not depend on separation from a world of objects. Instead, she respectfully conferred subjecthood on nature, thereby modeling a kind of identity that does not depend on opposition for definition. … At its most intense, her poetry aims to peer beneath the constructions of culture and reason that burden us with an alienated consciousness to celebrate the primitive, mystical visions that reveal ‘a mossy darkness – / a dream that would never breathe air / and was hinged to your wildest joy / like a shadow.’” Her last books included A Thousand Mornings (2012), Dog Songs (2013), Blue Horses (2014), Felicity (2015), Upstream: Selected Essays (2016), and Devotions: The Selected Poems of Mary Oliver (2017).
Mary Oliver held the Catharine Osgood Foster Chair for Distinguished Teaching at Bennington College until 2001. In addition to such major awards as the Pulitzer and National Book Award, Oliver received fellowships from the Guggenheim Foundation and the National Endowment for the Arts. She also won the American Academy of Arts & Letters Award, the Poetry Society of America’s Shelley Memorial Prize and Alice Fay di Castagnola Award.
Oliver lived in Provincetown, Massachusetts, and Hobe Sound, Florida, until her death in early 2019. She was 83.
Cenni biografici di Mary Oliver
Mary Oliver (Maple Heights, 10 settembre 1935 – Hobe Sound, 17 gennaio 2019) è stata una poetessa statunitense. Ha vinto il National Book Award e il Premio Pulitzer. Il New York Times l’ha descritta come “Di gran lunga, la poetessa di questo paese che ha venduto di più”.
Da ragazza visse per un breve periodo nella casa della deceduta Edna St. Vincente Millay, dove aiutò la sorella di costei, Norma, nel riordino e nella conservazione delle carte di famiglia. Negli anni cinquanta ha frequentato sia l’Ohio State University che il Vassar College, ma senza conseguirvi diplomi. Ha abitato a Provincetown, Massachusetts, per più di quarant’anni. La sua partner, Molly Malone Cook, le ha fatto da agente letterario per tutta la vita.
Opera
Intensa e gioiosa osservatrice del mondo naturale, Mary Oliver viene spesso paragonata a Walt Whitman e Henry David Thoreau. Le sue poesie sono ricche di immagini quotidiane provenienti dalle paludi vicino a casa sua a Provincetown: pivieri, serpenti d’acqua, le fasi della luna e le megattere, sono gli elementi maggiormente rappresentati. Maxine Kumin chiama la Oliver “una pattugliatrice delle paludi” allo stesso modo in cui Thoreau era un esploratore delle “bufere di neve” e “una infaticabile guida al mondo naturale”.[1] La sua opera, infatti, rappresenta uno dei punti più elevati della poesia consacrata alla natura. Coi suoi lavori ha aperto molte strade per la presa di coscienza della crisi ambientale. Oliver usa uno stilelinguistico semplice e chiaro per far condividere ai lettori il suo amore per gli altri esseri viventi. La sua casa è la “Grande Madre” terra che onora nelle sue poesie.
No Voyage, and Other Poems (1963, prima edizione; 1965, (edizione ampliata)
The River Styx, Ohio, and Other Poems (1972)
The Night Traveler (1978)
Twelve Moons (1978)
Sleeping in the Forest (1979)
American Primitive (1983)
Dream Work (1986)
Provincetown (1987, edizione limitata con incisioni in legno di Barnard Taylor)
House of Light (1990)
New and Selected Poems (1992)
A Poetry Handbook (1994)
White Pine: Poems and Prose Poems (1994)
Blue Pastures (1995)
West Wind: Poems and Prose Poems (1997)
Rules for the Dance: A Handbook for Writing and Reading Metrical Verse (1998)
Winter Hours: Prose, Prose Poems, and Poems (1999)
The Leaf and the Cloud (2000, poema in prosa)
What Do We Know (2002)
Owls and Other Fantasies: poems and essays (2003)
Why I Wake Early: New Poems (2004)
Blue Iris: Poems and Essays (2004)
Long Life: Essays and Other Writings (2004)
New and Selected Poems, volume two (2005)
At Blackwater Pond: Mary Oliver Reads Mary Oliver (2006, audio cd)
Thirst: Poems (2006)
Our World (2007) con fotografie realizzate da Molly Malone Cook
Mary Oliver – Poetessa statunitense LE OCHE SELVATICHE
*
Non devi essere buono.
Non devi trascinarti ginocchioni,
pentito, per cento miglia attraverso il deserto.
Devi soltanto permettere a quel mite animale, al tuo corpo, di amare ciò che ama.
Parlami della tua disperazione, io ti racconterò la mia.
Intanto, il mondo va avanti.
Intanto, il sole e gli splendenti sassolini della pioggia
attraversano i paesaggi,
passano sopra le praterie e gli alberi dalle profonde radici,
sopra le montagne e i fiumi.
Intanto, le oche selvatiche, alte nel limpido azzurro,
fanno nuovamente ritorno a casa.
Chiunque tu sia, per quanto tu possa essere solo,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti manda il suo richiamo come le oche selvatiche, aspro ed eccitante:
annuncia incessantemente la tua appartenenza
alla famiglia delle cose.
—————————————————–
Mary Oliver – Tre inediti dalla Rivista ATELIER-(Traduzione di Giuseppe d’Abramo)
Mary Oliver
Il sole
Hai mai visto
niente
nella tua vita
di più prodigioso
del modo in cui il sole,
ogni sera,
ampio e disteso,
fluttua verso l’orizzonte
dentro nuvole e colline,
o nel mare spiegazzato,
per perdersi –
e come sbuchi ancora
fuori dall’oscurità,
ogni mattina,
dall’altra parte del mondo,
come un fiore rosso
galleggiando verso l’alto sui suoi oli celesti,
diciamo, un mattino di inizio estate,
alla sua perfetta suprema distanza –
e hai mai sentito per qualcosa
un tale amore selvaggio –
pensi che esista in qualche posto, in una qualsiasi lingua,
una parola che si gonfi abbastanza
per il piacere
che ti riempie,
mentre il sole
si allunga,
ti riscalda
quando sei lì in piedi
a mani vuote –
o anche tu ti sei allontanato
da questo mondo –
oppure
sei impazzito
per il potere,
per il possesso?
Mary Oliver
Alcune domande che potresti fare
L’anima è solida come il ferro?
O è tenera e fragile come le ali
di una falena nel becco di un gufo?
Chi ce l’ha, e chi no?
Continuo a guardarmi intorno.
La faccia dell’alce è triste
come la faccia di Gesù.
Il cigno apre lentamente le sue ali bianche.
In autunno, l’orso bruno trasporta le foglie nell’oscurità.
Una domanda segue l’altra.
Possiede una forma? Come un iceberg?
Come l’occhio di un colibrì?
Ha un polmone, come il serpente o il pettine di mare?
Perché dovrei averla io e non il formichiere
che ama i suoi cuccioli?
Perché io e non il cammello?
Pensaci bene, che dire degli alberi d’acero?
Cosa dell’iride blu?
Cosa dire di tutti i sassolini seduti soli al chiaro di luna?
Cosa dire delle rose, e dei limoni, e delle loro foglie lucenti?
Che dire dell’erba?
LONG BEACH, CA – OCTOBER 26: Poet Mary Oliver speaks during California first lady Maria Shriver’s annual Women’s Conference 2010 on October 26, 2010 at the Long Beach Convention Center in Long Beach, California. Attendees to the conference include Gov. Arnold Schwarzenegger and candidates for California Governor Republican Meg Whitman and Democrat Jerry Brown. (Photo by Kevork Djansezian/Getty Images)
Dormendo nella foresta
Pensavo che la terra si ricordasse di me, che
mi riportasse indietro così teneramente, sistemandosi
la gonna scura, le tasche piene di semi
e di licheni. Dormivo come mai prima d’ora,
una pietra sul letto del fiume, nulla
tra me e il fuoco bianco delle stelle,
soltanto i miei pensieri che si libravano
agili come falene tra i rami
degli alberi perfetti. Per tutta la notte
sentivo attorno a me i piccoli regni
respirare, gli insetti e gli uccelli che svolgono
il loro lavoro nell’oscurità. Per tutta la notte
caddi e mi rialzai, come in acqua, lottando
con un destino luminoso. Al mattino
ero svanita almeno una dozzina di volte
in qualcosa di migliore.
Mary Oliver-
Mary Oliver (1935-2019)-Poetessa statunitense, vincitrice del National Book Awards 1992 e del Premio Pulitzer 1984, è autrice di 32 raccolte poetiche e di quattro saggi sulla poesia. Il New York Times l’ha definita “Di gran lunga, la poetessa di questo paese che ha venduto di più”.
Giuseppe D’Abramo (1988), laureato in Lettere Moderne, vive a Milano. Ha pubblicato poesie e racconti sulle riviste Atelier, Gradiva, Inchiostro, Sagarana, Grado Zero, A4, Il Raccoglitore e su la Repubblica di Roma e Milano per Bottega di poesia.
Madeleva Wolff, poetessa & badessa-“Dio ha un suo modo di far crescere i fiori”-
Sister Madeleva Wolff was born in Cumberland, Wisconsin, in 1887, and christened Mary Evaline Wolff.[1] Her father, August Wolff, was a Lutheran and a saddle and harness maker, who was twice mayor of Cumberland. He read poetry to Mary Evaline. Madeleva’s mother, Lucy, was a devout Catholic. Mary Evaline learned how to handle pliers, tacks and hammers. She climbed thorn apple trees, diagrammed wildflowers and in winter ice-skated from morning to night. At school, she “lived to learn, and so lived richly,” she wrote in one of her books, My First Seventy Years.
Sister Madeleva Wolff
Poesie di Sister Madeleva Wolff
Nei deserti luoghi
Dio ha un suo modo di far crescere
i fiori: è audace e diretto allo stesso tempo.
Se conoscessi i fiori
come me, non avresti dubbi.
Sceglie una pietra grigia, austera, impervia
per farne giardino; munge il sole
strema le intemperie – poi fende
il cielo con una penna, per metà
fiamma per metà piuma.
Negli impervi luoghi opera così:
dissotterra un piumaggio di petali
divina con sicurezza finché
un bocciolo, troppo fragile
per dargli nome, non esplode
furtivo.
Osa seminare nel deserto
ara le rocce. Sebbene Eden abbia
sperimentato il Suo potere e la Sua
bellezza, non sa come può
nascere il fiore del cactus.
*
Nel vento, uno spettro
Si vergognava, lo spettro:
uscì dalle ante del vento, trottava
all’alba e benché non potessi
vederlo né sentirlo, le sue labbra
mi sfiorarono la guancia, le sue
dita mi toccarono i capelli.
*
Ha modi semplici Dio:
preferisce la stalla
gli agnelli al pascolo
con i pastori. È così
umile che a mala pena
diresti che è un re.
Guardalo: fragile, puro
nella mangiatoia, sorride
in forma di bambino
mentre guarda la madre.
Non poi temere un Dio
dai modi così docili.
Eppure, ardono i cieli
e gli angeli urlano
scuotono i cembali. Davvero
egli è un Re e nella sua
semplicità ha i modi di un Dio.
*
Ultimatum
Lo sai: non puoi fermare la mia ricerca
non puoi esaudire il mio desiderio;
brucerei nel divino fuoco
il divino riposo mi empirebbe
per sollevarmi, viva, al vivo petto di Dio.
Non oso osare né aspirare tanto
non chiedo altro che il supremo amore:
il posseduto che di noi si impossessa.
Tu che sei tutto e non sei questo
resta il suo sogno, la sua dolce
e assoluta profezia che il risveglio
rende più vera e di te la più
audace malinconia; mie siano
le profondità dei tuoi occhi paghi
le pazienti mani, il bacio, silente.
*
Quieti umani
saggia gente che sa
i cieli e il loro amore
voi che ideate aerei e satelliti
con formule adatte a orientarvi
create per me la più grande stella.
Nella sua stiva mettete
ciò che vi dico – mettete
il truce verbo di un misero
locandiere, il letto di paglia
che sfida l’inverno
e il bastone del mandriano –
un tempo anche voi
eravate bambini: mettete
l’agnello, tre corone per tre
re e tutte le cose che chiamiamo
domestiche, i giocattoli per i bambini
del nostro misero mondo.
Non avete mai forgiato
una simile stella, ma null’altro
cercano gli umani. Voi che
conoscete i cieli e l’amore
impastate una stella
per il bene del Bimbo.
*
Considera i fiori del campo
il loro muto vestire
e sgargiante: ciascuno
ha una cella murata dal vento.
Pensa agli uccelli del cielo
alle cose illetterate e salvagge
alle cose che vivono nell’argento
del canto, libere, a cui basta
una briglia d’aria.
Considera la sapienza delle ali.
Ho visto la pace nei petali
l’ascesa feroce verso il sole.
Perché fiorire? Perché
intraprendere l’empireo?
So chi ha creato i rapaci
e i fiori: nelle sue mani
si schiude il bocciolo
e prende il volo ogni
alato essere.
*
Gorgoglio del corpo
la bocca balbetta di uno
splendore nuziale
in attesa dello Sposo.
Nulla può eguagliare l’innocente
rifugio che offro al Re. Beato
nulla, arredo per il mio Unico
una misera stanza:
il letto, la sedia, il tavolo
l’alone di una candela che lacera
l’oscurità. Dovrebbero esserci
fiori per allietare il Suo riposo
ma io dispongo di bianchi gigli
e dispiego il mio io su di Lui.
*
Perenne
L’ultimo canto selvaggio
della tua notte non può
essere scritto, l’ultima
parola non può essere
detta. Pastori troppo
fiacchi corrono da sempre
dietro gli angeli, di grotta
in grotta, seguaci della stella.
Sovrasti la schiavitù dei tempi
sei senza inizio né fine
e ti svegli tra le braccia
di una ragazza nell’infinita
notte. Parola di carne
puro sibilo, sei la nostra
accessibile luce.
Stanotte la notte è tua
e la costelli di canti.
Oltre la piana di Betlemme
i pastori attendono e dilaga
il gregge. Dio racconta ancora
la sua storia ai figli.
Sister Madeleva Wolff
“Dio ha un suo modo di far crescere i fiori”. Madeleva Wolff, poetessa & badessa -Fonte Pangea- Rivista avventuriera di cultura & idee
Qualcuno ricordò che era “la badessa della poesia cattolica”; il “New York Times” che eccelleva nell’arte del ‘coccodrillo’ – ergo: rigore, esattezza, sana sobrietà, gusto per le sottigliezze – scrisse che “Sister Madeleva” era, nell’ordine, cattolica, insegnante, poetessa. Dei circa “settanta libri” che le sono ascritti, d’ogni sorta, quasi nessuno è stato più ripubblicato. “La sua reputazione come educatrice ha spesso offuscato la vasta produzione poetica”. “Sister Madeleva” morì nel luglio del 1964, a settantasette anni; eccelleva nell’inno, aveva studiato, con alto profitto, letteratura medioevale, specializzandosi in Chaucer. Nel 1942 era stata eletta presidente della “Catholic Poetry Society of America”.
Nata Mary Evaline Wolff a Cumberland, Wisconsin, nel 1887, da padre luterano e madre cattolica, diventò “Madeleva” nel 1905, dopo aver pronunciato i voti perpetui: scelse l’ordine delle Sisters of the Holy Cross. Aveva studiato al Saint Mary’s College di Notre Dame, Indiana, di cui diventò uno dei presidi più brillanti e audaci, dal 1934 al ’61. Ideò il primo corso di teologia aperto alle donne; “trasformò la piccola, severa, tradizionale scuola femminile in una istituzione moderna, che arrivò a contare oltre mille studentesse”. Quando accolse la prima allieva di colore, accerchiata dalle critiche, rispose a suo modo: “dite che diminuiranno le iscrizioni? Non vedo il problema: farò del Saint Mary’s College una scuola per donne nere”. Sapeva spiazzare, aveva il dono – apocalittico – delle frasi apodittiche; spesso diceva che “gli incidenti sono il modo in cui Dio si dimostra doppiamente buono con noi”.
Nella sua biblioteca privata, il “Beowulf” e William Langland dialogavano con Thomas S. Eliot, i versi del gesuita anarchico Daniel Berrigan erano al fianco dei mistici inglesi. Diceva che i libri della sua vita erano la Bibbia e un manuale di sementi. Da ragazza, Madeleva maneggiava pinze e martelli, amava il lavoro manuale, si arrampicava sugli alberi – sapeva pattinare sui laghi ghiacciati. Da adulta, si scriveva con R.H. Benson e Jacques Maritain, con Edith Warthon e John F. Kennedy. Dopo il dottorato a Berkeley, si perfezionò a Oxford: conobbe Tolkien, Martin D’Arcy e soprattutto C.S. Lewis. Cominciarono un rapporto epistolare; Lewis apprezzava i versi di Madeleva – “ha dissotterrato le radici della poesia medioevale piantandola nelle nostre menti contemporanee, dove può fiorire a suo piacere” – ma restava schivo, fino all’ironia nera, di fronte agli entusiasmi di lei. Così le scrive nel 1934: “Se mai dovessi trovarmi dalle sue parti (il che è alquanto improbabile), sfiderò il ‘terrore dei conventi’ per accettare la vostra gentile offerta di ospitalità”. Si scrissero fino alla morte di lui, scambiandosi idee sui reciproci libri, su vertiginose questioni di fede. Un tempo, l’autobiografia di Suor Madeleva, My First Seventy Years (pubblicata da Macmillan nel 1959) era considerato una specie di classico; in un recente repertorio uscito su “America. The Jesuit Review” Madeleva è detta Poet, feminist and nun. Le poche volte che la portavano in un centro commerciale era felice di ripetere quanto “è bello sapere che al mondo ci sono così tante cose che non desidero”. Thomas Merton, il poeta trappista, temeva il suo giudizio: era tra le rare persone a cui inviava i manoscritti prima della pubblicazione. Quanto alla sua poesia, Madeleva, più che altro, resta, con sapienza, nei rioni dell’innografia, perché dell’incanto biblico si nutre. L’edizione dei Collected Poems edita nel ’47 da Macmillan fu recensita da Marya Zaturenska, già premio Pulitzer ‘for Poetry’, sul “New York Times”; nell’articolo – “Music That Is Peace” – ne scaturisce un’analisi che vale ancora oggi. Verrebbe da dire: esiste un’ispirazione che esige la falce, un’ispirazione rettilinea, che fa a meno degli illusionismi lirici. Un verbo d’erba, che non ha rivestimenti né finiture – la storia della letteratura, a questo punto, è poco interessante, ha scarsa presa.
Sister Madeleva Wolff
Sister Madeleva Wolff
The effusive praise was not limited, however, to local admirers. Pulitzer prize winner Bernard DeVoto was a fan. Sister Madeleva did post-doctoral work at Oxford under literary luminaries like J.R.R. Tolkien and C.S. Lewis. In 1951, she sent Lewis a copy of her work, which he described as “wholly delightful.”
Her delightful writing often was about Utah. In a 1926 letter, she happily told a Berkeley professor about an incident in a garden she planted here. She explained, “A meadowlark found himself a pulpit in an apple tree…and I immediately became his congregation.”
In another letter, Sister Madeleva told her Berkeley friend about Utah snow: “More soothing and restful than a long and dreamless sleep. It is falling now, profound white peace, deliberate and encompassing as eternity, as you participate vicariously in the benedictions of such tranquility.”
She also often watched Salt Lake City from the edge of Utah’s Wasatch Mountain foothills, once penning this wonderful description of her view:
“We had often been cold, sometimes hungry. Coyotes had cried under our windows at night. Water shortages had left us parched and unwashed during all but unbearable months in summer. . . .Days at a time we lived literally in the clouds and above the clouds. We watched weather in the making. . . .We followed the silver path of the sun in its setting behind the mountains beyond Great Salt Lake. After its long, rose-colored afterglow, two firmaments awoke in the darkness: the stars above us and the twinkling lights of Salt Lake City and its five suburbs covering the valley below.”
Sister Madeleva returned to see those twinkling lights again in October 1940. The Salt Lake Tribune reported how the strong and progressive advocate for female education visited classrooms and addressed a large group of St. Mary of the Wasatch college students.
She defined herself for the assembled young women, “There is no greater honor or compliment you can pay to yourself than to think.” She also defined the craft for which she was so well known, “Poetry is the discovery of what God means in the things of sense, in the world of sense.”
Sister Madeleva had a keen sense of Utah. She also had a lovely way of helping the rest of the world make sense of it too.
(Note: a version of this story appeared in the Salt Lake Tribune on May 21, 2023.)
*Mike O’Brien (author website here) is a writer and attorney living in Salt Lake City, Utah. Paraclete Press published his book Monastery Mornings, about growing up with the monks at the old Trappist monastery in Huntsville, Utah, in August 2021. The League of Utah Writers chose it as the best non-fiction book of 2022.
Sister Madeleva Wolff
In Desert Places
God has a way of making flowers grow.
He is both daring and direct about it.
If you know half the flowers that I know,
You do not doubt it.
He chooses some gray rock, austere and high,
For garden-plot, traffics with sun and weather;
Then lifts an Indian paintbrush to the sky,
Half flame, half feather.
In desert places it is quite the same;
He delves at petal-pans, divinely, surely
Until a bud too shy to have a name
Blossoms demurely.
He dares to sow the waste, to plow the rock.
Though Eden knew His beauty and His power.
He could not plant in it a yucca stalk,
A cactus flower.
She also often watched Salt Lake City from the edge of Utah’s Wasatch Mountain foothills, once penning this wonderful description of her view:
“We had often been cold, sometimes hungry. Coyotes had cried under our windows at night. Water shortages had left us parched and unwashed during all but unbearable months in summer. . . .Days at a time we lived literally in the clouds and above the clouds. We watched weather in the making. . . .We followed the silver path of the sun in its setting behind the mountains beyond Great Salt Lake. After its long, rose-colored afterglow, two firmaments awoke in the darkness: the stars above us and the twinkling lights of Salt Lake City and its five suburbs covering the valley below.”
Sister Madeleva returned to see those twinkling lights again in October 1940. The Salt Lake Tribune reported how the strong and progressive advocate for female education visited classrooms and addressed a large group of St. Mary of the Wasatch college students.
She defined herself for the assembled young women, “There is no greater honor or compliment you can pay to yourself than to think.” She also defined the craft for which she was so well known, “Poetry is the discovery of what God means in the things of sense, in the world of sense.”
Sister Madeleva had a keen sense of Utah. She also had a lovely way of helping the rest of the world make sense of it too.
(Note: a version of this story appeared in the Salt Lake Tribune on May 21, 2023.)
*Mike O’Brien (author website here) is a writer and attorney living in Salt Lake City, Utah. Paraclete Press published his book Monastery Mornings, about growing up with the monks at the old Trappist monastery in Huntsville, Utah, in August 2021. The League of Utah Writers chose it as the best non-fiction book of 2022.
Sister Madeleva was born in Cumberland, Wisconsin, in 1887, and christened Mary Evaline Wolff.[1] Her father, August Wolff, was a Lutheran and a saddle and harness maker, who was twice mayor of Cumberland. He read poetry to Mary Evaline. Madeleva’s mother, Lucy, was a devout Catholic. Mary Evaline learned how to handle pliers, tacks and hammers. She climbed thorn apple trees, diagrammed wildflowers and in winter ice-skated from morning to night. At school, she “lived to learn, and so lived richly,” she wrote in one of her books, My First Seventy Years.
Madeleva decided to become a religious sister during her first semester at Saint Mary’s College. She was given the name “Madeleva” upon her acceptance into the Congregation of Holy Cross in 1908 and took her final vows when she finished her bachelor’s degree in 1910.[2]
Sister Madeleva was known for her poetry, her eloquence and her outspokenness. She was a medieval scholar, whose literary essays won her distinction. She wrote a good deal in defense of Geoffrey Chaucer‘s character “The Prioress”. In all, she authored more than 20 books. She served as president of the Catholic Poetry Society of America (1942-47).[3] She resolved to publish under her religious name and to submit her work first to secular and then to Catholic magazines.[1]The American Mercury, Commonweal, The New Republic, The New York Times, and the Saturday Review of Literature were among the secular publishers of her work.[3] Hallmark also used some of her verses in their Christmas and sympathy cards.[2]
She studied at numerous universities, including the University of California, Berkeley and University of Oxford.[1] When she completed her M.A. degree in English at The University of Notre Dame, she had been one of only four Sisters to pursue graduate work there. In 1925, she earned a doctorate in English from the University of California at Berkeley. She served as a teacher and the principal of the Academy of the Sacred Heart (opened in 1878, the school closed in 1937) in Ogden, Utah, and as President of College of Saint Mary-of-the-Wasatch in Salt Lake City. She later became the head of the English department at Saint Mary’s College.
The tenure of Sister Madeleva as President of Saint Mary’s College began in 1934. She told leaders that “the essence of our college is not its buildings, its endowment fund, its enrollment, or even its faculty; the essence is the teaching of truth.” Some of her most tangible contributions included the establishment of the School of Sacred Theology (the first and, for more than a decade, the only institution to offer graduate degrees in theology to women and lay men),[2] the introduction of the Department of Nursing Education, and the construction of the Moreau Center for the Arts (named for Father Basil Moreau, it was one of the first all-purpose buildings for art studies—containing both galleries and theatres—in the country). She also directed that the college begin admitting African American students in 1941.[2] In 1958, she received an honorary degree (LLD) from Indiana University. She retired from her position as president in 1961. She died in Boston in 1964.[4][3]
Service
Her creation of the School of Sacred Theology at St. Mary’s College in 1943 was an outgrowth of her service on a committee of the Midwest chapter of the National Catholic Educational Association, which identified a problem in that religious sisters were being assigned to teach religion at Catholic institutions across the United States but were unable to enroll in graduate theology programs. She was then appointed chair of a subcommittee to address that concern. None of the Midwest Catholic Universities (Notre Dame, Saint Louis, Marquette, Loyola, and DePaul) nor Catholic University of America were willing to admit women into their theology programs.[2] Bishop Edwin V. O’Hara, then chair of the Episcopal Commission on the Confraternity of Christian Doctrine, encouraged her to begin such a program at St. Mary’s College. It took only months for her to create the school, which began offering classes on June 19, 1943.[2]
She also served as the Indiana director of the National Conference of Christians and Jews.[3]
Honors
In 1936, she was elected to the “Gallery of Living Catholic Authors” at Webster College in a competition the college conducted with America magazine.[5] She received a gold medal at the 1939 World’s Fair in New York for submitting the best Indiana poem.[6] In 1959, America gave her its Campion Award, named for St. Edmund Campion and given to “a scholar or public figure for ‘eminent and long-standing service in the cause of letters.’”[1] She was awarded a number of honorary degrees, including Doctor of Letters degrees from Manhattan College in New York (1938), Mount Mary College (1940), Notre Dame University (1953), Manhattanville College of the Sacred Heart (1957), Marquette University (1959), and Creighton University (1959), as well as a Doctor of Laws degree from Indiana University (1958).[3][7][8]
Legacy
In 1984, the actress Helen Hayes donated $50,000 to St. Mary’s College to endow a scholarship in the name of her late friend, Sr. Madeleva Wolff.[9]
The Academy of the Holy Cross has a Madeleva Scholars Program. It provides a structure for students who enter during their freshman year to achieve most fully the qualities of courage compassion and scholarship.[10]
Within St. Mary’s College:
The Madeleva Society, composed of benefactors of the college
Madeleva Hall, a classroom building
Sister Madeleva Poetry Society
Madeleva Lecture Series
Madeleva Lecture Series
The lecture series honors Sister Madeleva’s establishment in 1943 of a School of Sacred Theology (since closed) that provided the first opportunity in the U.S. for women to pursue graduate studies in theology. The lecture series highlights the work of women in theology.[11] On April 29, 2009, the Feast of St. Catherine of Sienna, the 1985 – 2001 Madeleva lecturers jointly issued THE MADELEVA MANIFESTO: A Message of Hope and Courage directed at women in the church. (See External links below.)
Biografia di Elizabeth BISHOP,Poetessa statunitense di origine canadese, nata a Worcester, Massachusetts, l’8 febbraio 1911, morta a Boston il 6 ottobre 1979.Rimasta presto orfana di padre, la madre ricoverata qualche anno dopo in una clinica psichiatrica, la B. compie gli studi universitari e comincia a viaggiare in Europa e in Africa del Nord, poi in Messico (dove entra in amicizia con P. Neruda) e in Brasile, a Rio de Janeiro, dove vive quasi ininterrottamente dal 1952 al 1972, e conosce e traduce opere di V. de Moraes, C. Drummond de Andrade e O. Paz (cfr. An anthology of twentieth-century Brasilian poetry, 1972). Ha vinto nel 1956 il premio Pulitzer, il National Book Award nel 1969 e il Books Abroad/Neustadt nel 1976.
Amica di M. Moore e di R. Lowell, ai quali era legata da profonde affinità, non lontana dalle vedute modernistiche sull’arte espresse da R. Frost e W. Stevens, fa rivivere nella sua poesia lo spirito metafisico di E. Dickinson. In North and South (1945) alla dimensione spaziale si sovrappone l’ordine metaforico, al topos letterale il complesso simbolico, al segno grafico quello linguistico. La fissità della carta geografica − in Maps − rivela un mondo pulsante, dove l’inusuale ravviva all’improvviso il familiare. Nelle nuove poesie della raccolta A cold spring (1955) la conoscenza del territorio si arricchisce della conoscenza della storia. Con l’esperienza brasiliana, tradotta poeticamente in Questions of travel (1965), la vastità del continente America s’impone nella poesia della B., ma non riesce a occupare interamente il suo spazio interiore: la sua ricerca continua, in un percorso sempre più approfondito, dentro l’essere. Sul paesaggio domestico di Geography III (1976) si affaccia delicatamente la presenza dell’impenetrabile e si afferma il senso di mistero universale.
Modernista nel rendere l’irrazionale o il prerazionale ricorrendo al mito e nel riproporre lo stato del linguaggio primitivo, la poesia della B. può dirsi postmoderna nella costruzione di uno spazio linguistico culturale entro il quale l’io si mette in gioco e si definisce fino a identificarsi con l’umanità intera.
Una scelta di poesie è stata tradotta in italiano: L’arte di perdere (1982).
Bibl.: C. W. MacMahon, E. Bishop: a bibliography 1927-1979, Charlottesville (Virginia) 1980. Si vedano inoltre: A. Stevenson, E. Bishop, New York 1966; L. Schwartz, S. P. Estess, E. Bishop and her art, Ann Arbor (Michigan) 1983; E. Bishop, a cura di H. Bloom, New York 1985.
L’iceberg immaginario
Meglio per noi l’iceberg della nave,
pur segnando il termine del viaggio.
Pur se piantato come un piolo, un nuvolo petroso
in un mare di marmo in movimento.
Meglio per noi l’iceberg della nave; meglio
questa piana innevata che respira,
pur con le vele stese sopra il mare
come neve non sciolta sulle acque.
Ondeggiante, solenne campo, un iceberg
con te riposa, ne sei consapevole?,
per bruciare al risveglio le tue nevi.
Una scena così un marinaio darebbe gli occhi per vederla.
La nave viene ignorata. L’iceberg s’alza
e risprofonda; i suoi vitrei pinnacoli
correggono le ellittiche del cielo.
Una scena così rende spontaneamente enfatico chi sta
sul palco. Corde sottilissime fornite
da trecce eteree di neve bastano
ad alzare il velario. I begli ingegni di quei picchi bianchi
duellano col sole. Liceberg rischia
il proprio peso su una ribalta mobile
e ristà, gli occhi sgranati.
Quest’iceberg taglia dall’interno
le sue sfaccettature. Si conserva
in eterno come i gioielli di una tomba
e adorna solo se stesso o, al più, le nevi
che tanto ci stupiscono sul mare.
Addio, diciamo, addio, la nave salpa
dove le onde cedono alle onde e le nuvole
trascorrono in un cielo più caldo.
Gli iceberg si attagliano all’anima
(un’altra che si è fatta da sé con elementi quasi invisibili)
a vederli così: polputi, belli, eretti invisibili.
(da Miracolo a colazione, traduzione di Damiano Abeni, Riccardo Duranti, Ottavio Fatica, Milano, Adelphi, 2006)
Elizabeth BISHOP
*
The Imaginary Iceberg
We’d rather have the iceberg than the ship,
although it meant the end of travel.
Although it stood stock-still like cloudy rock
and all the sea were moving marble.
We’d rather have the iceberg than the ship;
we’d rather own this breathing plain of snow
though the ship’s sails were laid upon the sea
as the snow lies undissolved upon the water.
O solemn, floating field,
you are aware an iceberg takes repose
with you, and when it wakes my pasture on your snows?
This is a scene a sailor’d give his eyes for.
The ship’s ignored. The iceberg rises
and sinks again; its glassy pinnacles
correct elliptics in the sky.
This is a scene where he treads the boards
is artlessly rethorical. The curtain
is light enough to rise on finest ropes
that airy twists of snow provide.
The wits of these white peaks
spar with the sun. Its weight the iceberg dares
upon a shifting stage and stands and stares.
This iceberg cuts its facets from within.
Like jewerly from a grave
it saves itself perpetually and adorns
only itself, perhaps the snows
which so surprise us lying on the sea.
Good-bye, we say, good-bye, the sheeps steers off
where waves give in to one another’s waves
and clouds run in a warmer sky.
Icebergs behoove the soul
(both beeing self-made from elements least visible)
to see them so: fleshed, fair, erected ivisible.
Elizabeth BISHOP
Il miscredente
Dorme sulla cima dell’albero maestro.
Bunyan
Dorme sulla cima dell’albero maestro
con gli occhi serrati.
Sotto di lui si sciolgono le vele
come le lenzuola del suo letto, esponendo
all’aria notturna la testa del dormiente.
Trasportato lassù nel sonno,
nel sonno s’è raccolto
in una palla d’oro in cima all’albero,
o si è arrampicato dentro un uccello d’oro,
o alla cieca s’è seduto a cavalcioni.
“Ho pilastri di marmo a fondamenta”
ha detto una nube. “Non mi sposto mai.
Vedi i pilastri là nel mare?”.
Sicuro nell’introspezione adesso
scruta i liquidi pilastri del proprio riflesso.
Un gabbiano, le ali sotto le sue,
ha osservato che l’aria
“sembrava marmo”. Lui ha risposto “Quassù
torreggio per il cielo perché le ali
di marmo in cima alla mia torretta volano”.
Ma dorme sulla cima del suo albero maestro
con gli occhi sigillati.
Il gabbiano ha frugato nel suo sogno
che era: “Non devo finire tra i flutti.
Il mare luccicante mi vuole tra i suoi flutti.
È duro come il diamante; vuol distruggerci tutti”.
Miracolo a colazione (Adelphi, 2006), trad. it. D. Abeni, R. Duranti, O. Fatica
Elizabeth BISHOP
The Unbeliever
He sleeps on the top of a mast.
Bunyan
He sleeps on the top of a mast
with his eyes fast closed.
The sails fall away below him
like the sheets of his bed,
leaving out in the air of the night the sleeper’s.
Asleep he was transported there,
asleep he curled
in a gilded ball on the mast’s top,
or climbed inside
a gilded bird, or blindly seated himself astride.
“I am founded on marble pillars”,
said a cloud. “I never move.
See the pillars there in the sea?”.
Secure in introspection
he peers at the watery pillars of his reflection.
A gull had wings under his
and remarked that the air
was “like marble”. He said: “Up here
I tower through the sky
for the marble wings on my tower-top fly”.
But he sleeps on the top of his mast
with his eyes closed tight.
The gull inquired into his dream,
which was, “I must not fall.
The spangled sea below wants me to fall.
It is hard as diamonds; it wants to destroy us all”.
Elizabeth BISHOP
Un’arte sola
L’arte di perdere s’impara facilmente:
tante cose si sforzano d’andar perdute,
che la perdita non è un grave incidente.
Perdi una cosa al giorno. Apri all’inconveniente
delle chiavi smarrite, delle ore sprecate.
L’arte di perdere s’impara facilmente.
Prova a perdere di più, e più velocemente:
luoghi, e nomi, e destinazioni stabilite
per un viaggio. Non ne verrà un grave incidente.
Ho perso l’orologio di mia madre e – gente! –
l’ultima, o quasi, di tre case molto amate.
L’arte di perdere s’impara facilmente.
Ho perso due care città, e un continente;
due fiumi, reami vasti e certe mie tenute.
Mi mancano, però non è un grave incidente.
— Anche se perdo te (la voce tua ridente,
un gesto che amo), è chiaro, non farò smentite:
l’arte di perdere s’impara facilmente,
ma pare un grave (Scrivilo!) grave incidente.
The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.
Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.
Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.
I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.
I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
Some realms I owed, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.
— Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing isn’t hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.
Dobbiamo ammirare la perfetta mira
di quest’aria d’inverno, cacciatrice provetta
la cui arma spianata non ha bisogno di mirino,
se non fosse che, lontano o vicino,
la sua preda è sicura, il colpo netto.
L’infimo tra di noi è così che tira.
Per ridurre il margine d’errore
sono ferme le barche e di gesso gli uccelli;
la galleria dell’aria coincide
con quella angusta che il suo sguardo incide.
Il centro del bersaglio, la pupilla,
collima con la mira e con l’ardore.
Ha il tempo in tasca, col suo ticchettio
segna il passo su un attimo. Non cura
momento e circostanze, lei, ha invocato
l’atmosfera per questo risultato.
( E l’orologio chiude l’avventura
tra ruote, foglie e nubi a scampanio).
Miracolo a colazione (Adelphi, 2005), trad. it. Damiano Abeni, Riccardo Duranti, Ottavio Fatica
Elizabeth Bishop
The Colder The Air
We must admire her perfect aim,
this huntress of the winter air
whose level weapon needs no sight,
if it were not that everywhere
her game is sure, her shot is right.
The least of us could do the same.
The chalky birds or boats stand still,
reducing her conditions of chance;
air’s gallery marks identically
the narrow gallery of her glance.
The target-center in her eye
is equally her aim and will.
Time’s in her pocket, ticking loud
on one stalled second. She’ll consult
not time nor circumstance. She calls
on atmosphere for her result.
(It is this clock that later falls
in wheels and chimes of leaf and cloud.)
Elizabeth Bishop
Biografia Elizabeth BISHOP di – di Maria Anita Stefanelli – Enciclopedia Italiana –
Biografia di Elizabeth BISHOP,Poetessa statunitense di origine canadese, nata a Worcester, Massachusetts, l’8 febbraio 1911, morta a Boston il 6 ottobre 1979. Rimasta presto orfana di padre, la madre ricoverata qualche anno dopo in una clinica psichiatrica, la B. compie gli studi universitari e comincia a viaggiare in Europa e in Africa del Nord, poi in Messico (dove entra in amicizia con P. Neruda) e in Brasile, a Rio de Janeiro, dove vive quasi ininterrottamente dal 1952 al 1972, e conosce e traduce opere di V. de Moraes, C. Drummond de Andrade e O. Paz (cfr. An anthology of twentieth-century Brasilian poetry, 1972). Ha vinto nel 1956 il premio Pulitzer, il National Book Award nel 1969 e il Books Abroad/Neustadt nel 1976.
Amica di M. Moore e di R. Lowell, ai quali era legata da profonde affinità, non lontana dalle vedute modernistiche sull’arte espresse da R. Frost e W. Stevens, fa rivivere nella sua poesia lo spirito metafisico di E. Dickinson. In North and South (1945) alla dimensione spaziale si sovrappone l’ordine metaforico, al topos letterale il complesso simbolico, al segno grafico quello linguistico. La fissità della carta geografica − in Maps − rivela un mondo pulsante, dove l’inusuale ravviva all’improvviso il familiare. Nelle nuove poesie della raccolta A cold spring (1955) la conoscenza del territorio si arricchisce della conoscenza della storia. Con l’esperienza brasiliana, tradotta poeticamente in Questions of travel (1965), la vastità del continente America s’impone nella poesia della B., ma non riesce a occupare interamente il suo spazio interiore: la sua ricerca continua, in un percorso sempre più approfondito, dentro l’essere. Sul paesaggio domestico di Geography III (1976) si affaccia delicatamente la presenza dell’impenetrabile e si afferma il senso di mistero universale.
Modernista nel rendere l’irrazionale o il prerazionale ricorrendo al mito e nel riproporre lo stato del linguaggio primitivo, la poesia della B. può dirsi postmoderna nella costruzione di uno spazio linguistico culturale entro il quale l’io si mette in gioco e si definisce fino a identificarsi con l’umanità intera.
Una scelta di poesie è stata tradotta in italiano: L’arte di perdere (1982).
Bibl.: C. W. MacMahon, E. Bishop: a bibliography 1927-1979, Charlottesville (Virginia) 1980. Si vedano inoltre: A. Stevenson, E. Bishop, New York 1966; L. Schwartz, S. P. Estess, E. Bishop and her art, Ann Arbor (Michigan) 1983; E. Bishop, a cura di H. Bloom, New York 1985.
Elizabeth Bishop fuori lo studio costruito per lei da LotaElizabeth BISHOPElizabeth BISHOP
«Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a football, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere la palla al volo.
Poi, quando di anni ne furono trascorsi tanti da poter ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalire molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.
Ma allora, ribattevo io, se si voleva proprio risalire alle origini, perché non dire che la colpa era di Andrew Jackson? Se il generale Jackson non avesse incalzato gli indiani creek lungo il ruscello, Simon Finch non avrebbe risalito l’Alabama con la sua piroga, e dove saremmo noi, a quest’ora? Eravamo troppo grandi, ormai, per risolvere la controversia a botte; consultammo nostro padre Atticus, e lui disse che avevamo ragione tutti e due.
Siccome eravamo nel Sud, per alcuni di noi in famiglia era fonte di vergogna il fatto di non contare antenati che, dall’una o dall’altra parte, avessero combattuto a Hastings. Non avevamo che Simon Finch, un farmacista cacciatore di pellicce venuto dalla Cornovaglia, la cui religiosità era superata soltanto dalla taccagneria. In Inghilterra, a Simon non era piaciuta la persecuzione nei confronti di quelli che si dicevano metodisti per mano dei confratelli più liberali, e poiché anche lui si sentiva metodista, s’era deciso ad attraversare l’Atlantico, era sbarcato prima a Filadelfia, poi in Giamaica e quindi a Mobile, e infine aveva risalito il fiume Saint Stephens. Memore dei rimproveri di John Wesley a chi spreca parole per comprare e vendere, Simon aveva fatto fortuna praticando la medicina, ma anche in questa attività si sentiva infelice perché temeva sempre di cadere nella tentazione di fare qualcosa che non avesse per fine la gloria di Dio, come mettersi addosso ori e abiti sontuosi. Così Simon, dimenticate le parole del suo maestro contro la proprietà di beni terreni, acquistò tre schiavi e con il loro aiuto fondò una fattoria sulle rive dell’Alabama, una quarantina di miglia a nord di Saint Stephens. Ritornò a Saint Stephens una volta sola, per procurarsi una moglie, e con lei originò una discendenza composta in prevalenza di figlie. Simon visse fino a tardissima età e morì ricco.»
da Harper Lee, Il buio oltre la siepe.
Foto: Mary Badham è Jean Louise “Scout” Finch nel film “Il buio oltre la siepe “,1962 di Robert Mulligan.
Il buio oltre la siepe, titolo originale To Kill a Mockingbird, è un romanzo della scrittrice statunitense Harper Lee. Pubblicato nel 1960 ebbe un immediato successo, e nel 1961 vinse il premio Pulitzer per la narrativa.
Mary Badham è Jean Louise “Scout” Finch nel film “Il buio oltre la siepe “Il buio oltre la siepeIl buio oltre la siepe Gregory Peck film Il buio oltre la siepeGregory Peck film Il buio oltre la siepeGregory Peck film Il buio oltre la siepe
Ci ha lasciato il 13 ottobre 2023, all’età di ottant’anni
Poesie di Louise Glück
Il papavero rosso
Il massimo
è non avere
mente. Sentimenti:
oh, quelli ne ho; mi
governano. Ho
un signore in cielo
che si chiama sole, e mi apro
per lui, mostrandogli
il fuoco del mio cuore, fuoco
come la sua presenza.
Che altro può essere una simile gloria
se non un cuore? Oh, sorelle e fratelli,
eravate come me una volta, tanto tempo fa,
prima di essere umani? Vi
concedeste di aprirvi
una volta per poi non aprirvi
mai più? Perché in verità
adesso io sto parlando
come voi. Io parlo
perché sono distrutta.
Louise Glück
Vespro
Una volta credevo in te; ho piantato un fico.
Qui, in Vermont, paese
senza estate. Era una prova: se l’albero viveva,
allora tu esistevi.
Questa logica dice che non esisti. O esisti
esclusivamente nei climi caldi,
nella torrida Sicilia, in Messico, in California,
dove crescono inimmaginabili
albicocche e fragili pesche. Forse
vedono la tua faccia in Sicilia; qui, vediamo appena
l’orlo del tuo vestito. Devo addestrarmi
a dare una parte dei pomodori a John e a Noah.
Se c’è giustizia in qualche altro mondo, a quelli
come me, che la natura spinge
a vite di astinenza, dovrebbe toccare
la parte più abbondante di tutte le cose, di tutti
gli oggetti della fame, l’insaziabilità
essendo lode di te. E nessuno loda
più appassionatamente di me, con
desiderio più dolorosamente frenato o più merita
di sedere alla tua destra, se esiste, partecipando
del perituro, il fico immortale,
che non viaggia.
I gigli bianchi
Mentre un uomo e una donna fanno
un giardino tra loro come
un letto di stelle, qui
fanno passare la sera d’estate
e la sera diventa
fredda del loro terrore: potrebbe
finire, sarebbe capace
di devastazione. Tutto, tutto
può perdersi, nell’aria odorosa
le strette colonne
che salgono inutilmente e, di là,
un ribollente mare di papaveri –
Taci, mio amato. Non mi importa
quante estati vivo per tornare:
questa sola ci ha dato l’eternità.
Ho sentito le tue mani
seppellirmi per liberare il suo splendore.
(Traduzione di Nicola Gardini da The Wild Iris 1992).
Louise Glück
Approccio all’orizzonte (18)
Una mattina mi sono svegliata incapace di muovere il braccio destro.
Avevo sofferto periodicamente di notevoli
dolori su quel lato, il mio braccio da pittrice,
ma in questo caso non c’era dolore.
In effetti, non c’era sensibilità.
Il mio medico è arrivato entro un’ora.
Ci fu subito la richiesta di altri dottori,
vari test, procedure —
Ho mandato via il dottore
e invece ho assunto il segretario che trascrive queste note,
le cui capacità, mi è stato assicurato, sono adeguate alle mie esigenze.
Si siede accanto al letto a testa bassa,
possibilmente per evitare di essere ritratto.
Quindi iniziamo. C’è un senso
di allegria nell’aria,
come se gli uccelli cantassero.
Dalla finestra aperta arrivano ventate di aria dolce e profumata.
Il mio compleanno (ricordo) si sta avvicinando velocemente.
Forse i due grandi momenti collideranno
e vedrò me stessa incontrarsi, andare e venire –
Naturalmente, gran parte del mio io originale
è già morto, quindi un fantasma sarebbe costretto
ad abbracciare una mutilazione.
Il cielo, ahimè, è ancora lontano,
non proprio visibile dal letto.
Esiste ora come ipotesi remota,
un luogo di libertà del tutto svincolato dalla realtà.
Mi ritrovo a immaginare i trionfi della vecchiaia,
immacolati, visionari disegni
fatti con la mia mano sinistra –
“Sinistra”, anche, come “residuo”.
La finestra è chiusa. Di nuovo silenzio, moltiplicato.
E nel mio braccio destro, ogni sensibilità scomparsa.
Come quando la hostess annuncia la conclusione
attraverso l’audio del servizio di bordo.
La sensibilità è scomparsa – mi viene in mente
che sarebbe una bella lapide.
Ma ho sbagliato a suggerire
che questo sia già accaduto.
In effetti, sono stata perseguitata dalla sensibilità;
è il dono dell’espressione
che così spesso mi ha delusa.
Mi ha delusa, mi ha tormentata, praticamente per tutta la vita.
Il segretario alza la testa,
pieno di astratta deferenza
ispirata dall’approccio della morte.
Non può aiutare, realmente, ma essere emozionante,
questo emergere della forma dal caos.
Una macchina, vedo, è stata installata vicino al mio letto
per informare i miei visitatori
del mio progresso verso l’orizzonte.
Il mio stesso sguardo continua a spostarsi su di essa,
linea instabile delicatamente
ascendente, discendente,
come una voce umana in una ninna nanna.
E poi la voce si ferma.
A quel punto la mia anima si sarà fusa
con l’infinito, rappresentato
da una linea retta,
come un segno meno.
Non ho eredi
nel senso che non ho nulla di sostanziale
da lasciare.
Forse il tempo attutirà questa delusione.
Per chi mi conosce bene non sarà una novità;
Lo capisco. Quelli a cui
sono legata dall’affetto
perdoneranno, spero, le distorsioni
imposte dall’occasione.
Sarò breve. Così si conclude,
come dice la hostess,
il nostro breve volo.
E tutte le persone che non si conosceranno mai
si affollano nel corridoio e vengono tutte incanalate
nel terminale.
Louise Glück, Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux. 2014
traduzione di Marcello Comitini
Louise Glück
La spada nella roccia
Il mio analista alzò brevemente lo sguardo.
Naturalmente non potevo vederlo
ma avevo imparato, nei nostri anni insieme,
a intuire questi movimenti. Come al solito,
si è rifiutato di ammettere
se avessi ragione o meno. La mia ingegnosità contro
la sua evasività: il nostro giochino.
In quei momenti, ho sentito l’analisi
affiorare: sembrava far emergere in me
un’astuta vivacità ero
incline a reprimerla. L’indifferenza
del mio analista per le mie esibizioni
era adesso immensamente rilassante. Un’intimità
era cresciuta tra noi
come una foresta intorno a un castello.
Le persiane erano chiuse. Vacillanti
barre di luce avanzavano sulla moquette.
Attraverso una piccola striscia sul davanzale della finestra,
ho visto il mondo esterno.
Per tutto questo tempo ho avuto la vertiginosa sensazione
di fluttuare sopra la mia vita. Quella vita
scorreva lontana. Ma stava
ancora scorrendo: questa era la domanda.
Fine estate: la luce stava svanendo.
Scintille sfuggite guizzarono sulle piante in vaso.
L’analisi era al suo settimo anno.
Avevo ricominciato a disegnare –
piccoli schizzi modesti, casuali
costruzioni in tre dimensioni
modellati su oggetti funzionali —
Eppure, l’analisi richiese
gran parte del mio tempo. A cosa
questo tempo fu sottratto: questa
era anche la domanda.
Mi sdraio, guardando la finestra,
lunghi intervalli di silenzio si alternano
a riflessioni un po’ svogliate
e domande retoriche –
Il mio analista, ho sentito, mi stava guardando.
Così una madre, nella mia immaginazione, fissa il suo bambino addormentato,
il perdono che precede la comprensione.
O, più probabilmente, così mio fratello deve avermi guardato –
forse il silenzio tra noi prefigurava
questo silenzio, in cui tutto ciò che rimaneva non detto
era in qualche modo condiviso. Sembrava un mistero.
Poi l’ora finì.
Scesi come ero salita;
il portiere aprì la porta.
Il clima mite della giornata persisteva.
Sopra i negozi erano state spiegate le tende a strisce
a proteggere la frutta.
Ristoranti, negozi, chioschi
con gli ultimi giornali e sigarette.
Gli interni diventavano più luminosi
mentre l’esterno diventava più scuro.
Forse i farmaci stavano funzionando?
Ad un tratto si sono accesi i lampioni.
Ho sentito, improvvisamente, la sensazione che telecamere iniziassero a riprendere;
ero consapevole del movimento intorno a me, i miei simili
guidati da un insensato feticcio per l’azione —
Quanto profondamente ho resistito a questo!
Mi sembrava superficiale e falso, o forse
parziale e falso —
Invece la verità … beh, la verità come la vedevo io
si esprimeva come immobilità.
Ho camminato un po’, fissando le vetrine delle gallerie …
i miei amici erano diventati famosi.
Potevo sentire il fiume in sottofondo,
da cui proveniva l’odore dell’oblio
intrecciato con le erbe aromatiche in vaso dei ristoranti—
Avevo deciso di unirmi a una vecchia conoscenza per cena.
Eccolo al nostro solito tavolo;
il vino fu versato; era impegnato con il cameriere,
discutendo dell’agnello.
Come al solito, durante la cena è nata una piccola discussione, apparentemente
riguardante l’estetica. C’era libertà di espressione.
Fuori, il ponte luccicava.
Le auto correvano avanti e indietro, il fiume
brillò dietro, imitando il ponte. Natura
che riflette l’arte: qualcosa di simile.
Il mio amico ha trovato l’immagine potente.
Era uno scrittore. I suoi numerosi romanzi, all’epoca,
sono stati molto lodati. Uno era molto simile a un altro.
Eppure il suo compiacimento mascherava la sofferenza
come forse la mia sofferenza mascherava la compiacenza.
Ci conoscevamo da molti anni.
Ancora una volta lo avevo accusato di pigrizia.
Ancora una volta, ha respinto la parola …
Sollevò il bicchiere e lo capovolse.
Questa è la tua purezza, ha detto,
questo è il tuo perfezionismo
Il bicchiere era vuoto; non ha lasciato segni sulla tovaglia.
Il vino mi era andato alla testa.
Tornai a casa lentamente, meditabonda, un po’ ubriaca.
Il vino mi era andato alla testa, o no
la notte stessa, la dolcezza di fine estate?
Sono i critici, ha detto,
i critici hanno le idee. Noi artisti
(includeva me): noi artisti
siamo solo bambini con i nostri giochi.
Louise Glück
(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
Louise Glück
cinque poesie da Averno e L’iris selvatico di Louise Glück, Edizione Il Saggiatore
da Averno(2006)
La stella della sera
Questa sera, per la prima volta in molti anni,
mi è apparsa di nuovo
una visione dello splendore della terra:
nel cielo del crepuscolo
la prima stella sembrava
crescere in luminosità
mentre la terra si oscurava
finché in ultimo non poté essere più scura.
E la luce, che era la luce della morte,
sembrava restituire alla terra
il suo potere di consolare. Non c’erano
altre stelle. Solo quella
di cui sapevo il nome
poiché nella mia altra vita le avevo fatto
torto: Venere,
stella del crepuscolo,
a te dedico
la mia visione, poiché su questa superficie vuota
hai gettato luce sufficiente
a rendere il mio pensiero
nuovamente visibile.
Averno
1.
Muori quando il tuo spirito muore.
Altrimenti, vivi.
Puoi non farcela al meglio, ma tiri avanti —
non hai altra scelta.
Quando lo dico ai miei figli
non prestano attenzione.
I vecchi, pensano —
fanno sempre così:
parlano di cose che non si vedono
per coprire tutti quei neuroni che perdono.
Ammiccano fra loro;
senti il vecchio, parla di spirito
perché non ricorda la parola per sedia.
È terribile essere soli.
Non intendo vivere soli —
essere soli, dove nessuno ti sente.
Ricordo la parola sedia.
Voglio dire — è solo che non mi interessa più.
Mi sveglio pensando
devi prepararti.
Presto lo spirito si arrenderà —
tutte le sedie del mondo non ti aiuteranno.
So cosa dicono quando sono nell’altra stanza.
Dovrei vedere uno specialista, dovrei prendere
uno dei nuovi farmaci per la depressione?
Li sento che discutono, sottovoce, come dividere le spese.
E voglio gridare
vivete tutti in un sogno.
Basta e avanza, pensano, vedermi perdere colpi.
Basta e avanza senza le lezioni che gli faccio questi giorni
come se avessi diritto a nuove informazioni.
Bene, loro hanno lo stesso diritto.
Stanno vivendo in un sogno, e io mi sto preparando
a diventare un fantasma. Voglio gridare
la nebbia si è diradata —
È come una vita nuova:
non dipendi dalla conclusione;
conosci la conclusione.
Pensaci: sessant’anni seduta su sedie. E ora lo spirito mortale
che vorrebbe così apertamente, così temerariamente —
Sollevare il velo.
Vedere a cosa stai dicendo addio.
3.
Da un lato, l’anima erra.
Dall’altro, gli esseri umani che vivono nella paura.
In mezzo, il pozzo della scomparsa.
Alcune ragazze mi chiedono
se sarebbero al sicuro nei dintorni dell’Averno —
hanno freddo, vogliono andare a sud per un po’.
E una dice, come scherzando, ma non troppo a sud —
Io dico, al sicuro come da qualsiasi parte,
il che le rende felici.
Intendo dire che niente è sicuro.
Sali su un treno, scompari.
Scrivi il tuo nome sul finestrino, scompari.
Ci sono luoghi come questo ovunque,
luoghi in cui entri come ragazza,
da cui non ritorni mai.
Come il campo, quello che è bruciato.
Dopo, la ragazza sparì.
Forse non esisteva,
non abbiamo prove in un senso o nell’altro.
Tutto ciò che sappiamo è:
il campo bruciò.
Ma questo lo vedemmo.
Quindi dobbiamo credere nella ragazza,
in quello che ha fatto. Altrimenti
sono solo forze che non capiamo
a governare la terra.
Le ragazze sono felici, pensando alle vacanze.
Non prendete il treno, dico.
Scrivono i loro nomi nella condensa sul finestrino di un treno.
Voglio dire, siete brave ragazze,
che cercate di lasciare i vostri nomi.
Louise Glück
Persefone l’errante
Nella seconda versione, Persefone
è morta. Lei muore, sua madre piange —
i problemi della sessualità
qui non ci concernono.
Ossessivamente, nel lutto, Demetra
percorre la terra. Non ci aspettiamo di sapere
cosa Persefone stia facendo.
È morta, i morti sono misteri.
Abbiamo qui
una madre e un enigma: questo
corrisponde precisamente all’esperienza
della madre quando
guarda in faccia alla bambina. Pensa:
ricordo quando non esistevi. La bambina
è perplessa; più tardi, l’opinione della bambina è
che è sempre esistita, proprio come
sua madre è sempre esistita
nella sua forma attuale. Sua madre
è come una figura a una fermata d’autobus,
un pubblico per l’arrivo dell’autobus. Prima di questo,
lei era l’autobus, una temporanea
casa o comodità. Persefone, protetta,
guarda fuori dalla finestra del carro.
Cosa vede? Una mattina
all’inizio della primavera, ad aprile. Ora
tutta la sua vita sta iniziando — sfortunatamente
questa sarà
una vita breve. Conoscerà, a fondo,
solo due adulti: la morte e sua madre.
Ma due è
due volte ciò che ha sua madre:
sua madre ha
una bambina, una figlia.
Come dea, avrebbe potuto avere
mille bambini.
Cominciamo a vedere qui
la profonda violenza della terra
la cui ostilità suggerisce
che non desidera
continuare come fonte di vita.
E perché questa ipotesi
non è mai considerata? Perché
non è nel racconto; essa solamente
crea il racconto.
Nel lutto, dopo che la figlia muore,
la madre vaga per la terra.
Sta studiando il suo caso;
come un politico
lei ricorda tutto e non ammette
niente.
Per esempio, la nascita
di sua figlia fu intollerabile, la sua bellezza
fu intollerabile: questo lo ricorda.
Ricorda di Persefone
l’innocenza, la tenerezza —
Cosa progetta, mentre cerca sua figlia?
Sta manifestando
un avvertimento il cui messaggio implicito è:
cosa stai facendo fuori dal mio corpo?
Ti chiedi:
perché è sicuro il corpo della madre?
La risposta è
questa è la domanda sbagliata, poiché
il corpo della figlia
non esiste, se non
come un ramo del corpo della madre
che deve essere
ricongiunto a ogni costo.
Quando un dio piange significa
distruggere gli altri (come in guerra)
mentre allo stesso tempo chiede
di ribaltare i patti (anche come in guerra);
se Zeus la recupera,
l’inverno finirà.
L’inverno finirà, la primavera ritornerà.
I venticelli irritanti
che amavo tanto, gli idioti fiori gialli —
La primavera ritornerà, un sogno
fondato su una falsità:
che i morti ritornano.
Persefone
era abituata alla morte. Ora sempre e poi sempre
sua madre la trascina di nuovo fuori —
Devi chiederti:
i fiori sono veri? Se
Persefone «ritorna» sarà
per una di due ragioni:
o non era morta o
viene usata
per sostenere una finzione —
Penso di poter ricordare
l’essere morta. Molte volte, d’inverno,
ho avvicinato Zeus. Dimmi, gli chiedevo,
come posso tollerare la terra?
E lui diceva:
tra poco tempo sarai di nuovo qui.
E nell’intervallo
dimenticherai tutto:
quei campi di ghiaccio saranno
i prati dell’Eliso.
da L’iris selvatico (1992)
Mattutino
Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale — la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa — Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne —
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.
Fine dell’estate
Dopo che pensai tutte le cose,
pensai il vuoto.
C’è un limite
al piacere che trovavo nella forma —
In questo non sono come voi,
non mi appago in un altro corpo,
non ho bisogno
di un riparo fuori di me —
Mie povere ispirate
creazioni, siete
fastidi, in fondo,
mera limitazione; siete
alla fine troppo poco simili a me
per piacermi.
E così candide:
volete essere ripagate
della vostra scomparsa,
pagate tutte con qualche parte della terra,
qualche ricordo, come una volta eravate
compensate per il lavoro,
lo scriba pagato
con argento, il pastore con orzo
per quanto non è la terra
a durare, non
queste scaglie di materia —
Se apriste gli occhi
mi vedreste, vedreste
il vuoto del cielo
specchiato in terra, i campi
di nuovo nudi, senza vita, coperti di neve —
poi luce bianca
non più travestita da materia.
traduzione di Massimo Bacigalupo.
Louise Glück
APRILE
Nessuna disperazione è come la mia disperazione…
Non c’è posto in questo giardino
di pensare cose simili, producendo
i fastidiosi segni esteriori; l’uomo
che strappa ferocemente un’intera foresta,
la donna che zoppica, rifiutando di cambiar vestito
o lavarsi i capelli.
Pensate che mi importi
se vi parlate?
Ma voglio che sappiate
mi aspettavo di più da due creature
che furono dotate di mente: se non
che aveste davvero cura l’uno dell’altro
almeno che capiste
che il dolore è distribuito
tra voi, tra tutti i vostri simili, perché io
possa riconoscervi, come il blu scuro
marchia la scilla selvatica, il bianco
la viola di bosco.
Buon compleanno a Louise Glück, nata oggi nel 1943
Una poesia di Louise Glück, Premio Nobel
Legge non scritta
Interessante come ci innamoriamo: nel mio caso, in modo assoluto. In modo assoluto e, ahimè, spesso – così era nella mia gioventù. E sempre con uomini piuttosto giovanili – immaturi, imbronciati, o che prendono timidamente a calci foglie morte: alla maniera di Balanchine. Né li vedevo come ripetizioni della stessa cosa. Io, con il mio inflessibile platonismo, il mio fiero vedere solo una cosa alla volta: ho decretato contro l’articolo indefinito. Eppure, gli errori della mia gioventù mi rendevano senza speranza, perché si ripetevano come è di solito vero. Ma in te sentii qualcosa oltre l’archetipo – una vera espansività, un’esuberanza e amore della terra profondamente estranei alla mia natura. A mio merito, benedissi la mia buona fortuna per te. La benedissi in modo assoluto, alla maniera di quegli anni. E tu nella tua saggezza e crudeltà mi hai gradualmente insegnato l’assenza di senso di quel termine.
DaNuovi poeti americani (Einaudi, 2006).
Mezzanotte –
Alla fine la notte mi circondò;
ci galleggiavo sopra, forse dentro
o mi trasportava come un fiume trasporta
una barca, e allo stesso tempo
vorticava sopra di me,
costellata di stelle ma comunque oscura.
Questi erano i momenti per i quali ho vissuto.
Ero, mi sentivo, misteriosamente elevata al di sopra del mondo
e quell’azione che alla fin fine era impossibile
rendeva il pensiero non solo possibile ma illimitato.
Non aveva fine. Non ho bisogno, ho sentito,
di fare qualcosa. Qualsiasi cosa
sarebbe stata fatta per me, o fatta a me,
e se non fosse stata fatta, non era
essenziale.
Ero sul mio balcone.
Nella mano destra tenevo un bicchiere di scotch
in cui si stavano sciogliendo due cubetti di ghiaccio.
Il silenzio era entrato in me.
Era come la notte e i miei ricordi — erano come le stelle
in quanto erano fissi, sebbene ovviamente
se si fossero potuti vedere come fanno gli astronomi
si sarebbe visto che sono fuochi senza fine, come i fuochi dell’inferno.
Ho appoggiato il bicchiere sulla ringhiera di ferro.
Sotto, il fiume scintillava. Come ho detto,
tutto brillava — le stelle, le luci del ponte, gli importanti
edifici illuminati che sembravano fermarsi al fiume
per riprendere di nuovo, il lavoro dell’uomo
interrotto dalla natura. Di tanto in tanto ho visto
le imbarcazioni da diporto serali; poiché la notte era calda,
erano ancora piene.
Questa è stata la grande escursione della mia infanzia.
Il breve viaggio in treno che culmina in un tè di gala in riva al fiume,
poi quello che mia zia chiamava la nostra passeggiata,
poi la barca stessa che navigava avanti e indietro sull’acqua scura –
Le monete in mano a mia zia passarono nella mano del capitano.
Mi è stato consegnato il biglietto, ogni volta un nuovo numero.
Quindi la barca si è immessa nella corrente.
Ho tenuto la mano di mio fratello.
Abbiamo visto i monumenti che si susseguivano
sempre nello stesso ordine
e così ci siamo spostati nel futuro
dove si sperimentano ricorrenze perpetue.
La barca risalì il fiume e poi tornò indietro.
Si è spostata nel tempo e poi
attraverso un’inversione di tempo, anche se la nostra direzione
era sempre avanti, la prua continuava
a tracciare un sentiero nell’acqua.
Era come una cerimonia religiosa
in cui la congregazione stava
aspettando, vedendo,
e questo era l’intero punto, il contemplare.
La città andava alla deriva
metà a destra, metà a sinistra.
Guardate com’è bella la città,
ci diceva mia zia. Perché
era illuminata, immagino. O forse perché
qualcuno l’aveva detto nell’opuscolo stampato.
Successivamente abbiamo preso l’ultimo treno.
Spesso mi addormentavo, anche mio fratello dormiva.
Eravamo bambini di campagna, non abituati a tante emozioni.
Voi siete ragazzi esausti, disse mia zia,
come se tutta la nostra infanzia fosse a questo proposito
una qualità esaurita.
Fuori dal treno, il gufo stava chiamando.
Quanto eravamo stanchi quando siamo arrivati a casa.
Sono andata a letto con i calzini.
La notte era molto buia.
La luna è sorta.
Ho visto la mano di mia zia afferrarsi alla ringhiera.
Con grande eccitazione, applausi e ovazioni,
gli altri salirono sul ponte superiore
a guardare la terra scomparire nell’oceano –
Louise Glück
(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
Louise Glück
BIOGRAFIA
Glück Louise-Premio Nobel per la Letteratura 2020. Nata a New York nel 1943, Louise Glück è una poetessa statunitense. La sua poesia evoca schegge memoriali rielaborando temi come l’isolamento e la solitudine, in un tono insieme colloquiale e meditativo. Vincitrice del premio Pulitzer con L’iris selvatico (The Wild Iris, 1993), ha convinto i critici per lo stile controllato ed elegante con cui assorbe lunghe sequenze narrative di tratto confessionale che ricordano la poesia di R. Lowell, S. Plath e A. Sexton. In Meadowlands (1997) rievoca figure mitiche come Ulisse e Penelope all’interno di una scrittura molto moderna, che racconta di un matrimonio che sta per finire. Nel 2020 vince il Nobel per la letteratura per “la sua incofondibile voce poetica che con austera bellezza rende l’esistenza individuale esperienza universale”. Louise Glück è una poetessa statunitense. La sua poesia evoca schegge memoriali rielaborando temi come l’isolamento e la solitudine, in un tono insieme colloquiale e meditativo. Vincitrice del premio Pulitzer con L’iris selvatico (The Wild Iris, 1993), ha convinto i critici per lo stile controllato ed elegante con cui assorbe lunghe sequenze narrative di tratto confessionale che ricordano la poesia di R. Lowell, S. Plath e A. Sexton. In Meadowlands (1997) rievoca figure mitiche come Ulisse e Penelope all’interno di una scrittura molto moderna, che racconta di un matrimonio che sta per finire. Nel 2020 vince il Nobel per la letteratura per “la sua incofondibile voce poetica che con austera bellezza rende l’esistenza individuale esperienza universale”.
Nel 2020 per il Saggiatore vengono pubblicati: Averno e L’Iris Selvatico. A queste segue Ararat (2021).
Un cigno nella bruma. Immagini sulla poesia di Louise Glück
Articolo di ENZA SIRIANNI
Esordisco con l’ammettere che il nome di Louise Glück mi è giunto completamente nuovo alla notizia del conferimento del Nobel. Non sono un’esperta della poesia americana contemporanea, ma ne sono attratta e, umilmente, vado esplorandola. Mai incrociata. Rovistando nelle mie cartelline, ho scoperto in un link un accenno alla poetessa, un guizzo appena, subito sommerso da una sequela di nomi soprattutto maschili, alcuni dei quali segnalati come le voci più rappresentative della odierna poesia statunitense.
A dire il vero, autori di spicco, quando la materia è ispirata da Calliope, Euterpe e Erato, in lingua straniera peraltro, per ragioni editoriali che hanno a che fare con il venale costi/ ricavi di prudentissimo calcolo, è più facile reperirli pubblicati singolarmente o in raccolte antologiche.
Può capitare di trovarli tradotti e diffusi in blog e siti vari. Ma della nostra Louise quali le tracce? Sporadiche. Chiudendo sul link menzionato, sono andata a scavare come un cane da tartufo in cerca di una rarità quale è emersa nel mercato dell’editoria italiana, la Glück. Per quanto mi riguarda, questo dato ha attenuato in me una sorta di senso di colpa per non conoscerla prima del Nobel.
Del resto, non per consolarmi, lei non era nota a tanti, un nome inatteso, che ha colto di sorpresa gli addetti. Tanto rara che non si trova un suo libro in Italia oggi, neanche a pagarlo a peso d’oro mentre, prevedibilmente, si sta provvedendo a ristamparla. Eh, sì, a parte Minimum Fax nel 2003 e Einaudi che nel 2006 l’avevano inserita in una antologia di poeti americani contemporanei (la prima a cura di Mark Strand e Damiano Abeni, la seconda a cura di Elisa Biagini) due piccole impavide case editrici italiane, Giano e Dante & Descartes, avevano osato pubblicarla senza tante storie di convenienza, in riconoscimento alla sua voce poetica. Lungimiranti o sognatori? Più la seconda. Giusto per ricordare e sottolineare quanto fosse ignorata la professoressa della Yale University che ha vinto il Pulitzer, il National Book Award, che è stata poeta laureata, che ha all’attivo parecchie raccolte di poesie. Sul numero esatto non riesco ad essere precisa, oscillando, secondo le mie informative, da quindici a undici. I francesi concordano su dodici, anche loro in difetto di conoscenza più manchevole del nostro, non avendo mai pubblicato un’antologia della poetessa newyorkese. In Francia, infatti, si trovano solo liriche sparse tradotte in riviste specializzate.
La mia ricerca, tuttavia, non è stata infruttuosa seppur indubbiamente non completa. Ho potuto leggere molti componimenti della Glück, soprattutto grazie a Massimo Bacigalupo che ha tradotto The Wild Iris e Averno. Ma ho trovato poesie tradotte da altri in raccolte più recenti. Mi sono accostata con interesse, curiosità ma con la consapevolezza che «ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere», come dice Jorge Luis Borges nel prologo di “Carme presunto e altre poesie”.
Che la Glück abbia dichiarato, non appena le hanno comunicato di essere stata insignita del premio, che con i soldi che riceverà potrà finalmente acquistare una casa nel Vermont che molto ama, me l’ha resa familiare e vicina.
Una donna che a 77 anni coltiva sogni semplici come potere avere un rifugio in mezzo ai boschi nel The Green Mountain State, è sicuramente già per questo una poetessa. Cos’è la Poesia che ci aiuta ad attraversare la bellezza e il dolore della vita, se non avercela nel cuore e nella mente, intimamente a noi connaturata, in quella sorgente inspiegabile di pensieri vaghi, erranti, gentili, gioiosi, malinconici, vibranti di emozioni che ci suggeriscono di levarci in volo, non schiacciati dalle paure, dalle angustie, dalle ambasce che solitamente affliggono la nostra specie? L’immagine che ho in mente è quella di un cigno nella bruma che si libra su uno stagno freddo, rischiarando con la sua bianca luminiscenza la nebulosa aria intorno. Ecco, per me, Louise assomiglia a questo essere alato, lei che in una delle liriche di Averno, attraverso la voce di Proserpina, esprime il desiderio di non avere più braccia ma ali.
E a lei mi piacerebbe chiedere perché la mattina vorrebbe svegliarsi contemplando abeti a perdita d’occhio, tinte di smalto nella chiarità di quiete albe, colori crepuscolari sui declivi dei monti, distese di scille azzurre, il sole frantumato in polvere d’oro tra milioni di rami, orme di una lepre sui piumoni di neve, fasci di luna sulle margherite del giardino? Se mi dicesse che la risposta la conosco già, mi sentirei a lei sorella più di quanto non lo sia per l’appartenenza allo stesso genere e per la grazia che promana dai suoi versi. Femminile. Senza concessioni a melense tentazioni, con lo sguardo asciutto e coraggioso sulle perdite che vivere comporta. Ciò che avremmo voluto e non è stato. Ciò che pensammo di avere raggiunto e si è dissolto. Ciò che invano trattenemmo e si è allontanato. Ciò che doveva accompagnarci e ci ha lasciato soli. Distacchi, separazioni.
L’amore, il più vulnerabile ai conflitti, alla fine.
Ma in te sentii qualcosa oltre l’archetipo –
una vera espansività, un’esuberanza e amore della terra
profondamente estranei alla mia natura. A mio merito,
benedissi la mia buona fortuna per te.
La benedissi in modo assoluto, alla maniera di quegli anni.
E tu nella tua saggezza e crudeltà
mi hai gradualmente insegnato l’assenza di senso di quel termine.
da Legge non scritta
Nella tenda, Achille
piangeva con tutto il suo essere
e gli dèi videro
che era un uomo già morto, vittima
della parte che amava,
la parte mortale.
da Il trionfo di Achille
E la morte? Quella fisica che più addizioniamo giorni di vita, più ci sottrae persone che conosciamo, che amiamo? Achille piange sconsolato il compagno Patroclo, Demetra è disperata per sua figlia Persefone rapita da Ade, Orfeo è impazzito di dolore per la sua Euridice morsa da un serpente.
Miti famosi che la Glück riprende dando ad ognuno l’interpretazione secondo il suo vissuto che, nella sua unicità e irripetibilità, ha l’impronta dell’universale. Del resto, il mito, con i suoi archetipi, giace come parte costitutiva dell’essere umano, dei suoi sentimenti, dei suoi sogni, delle sue paure, delle sue sfide, dei suoi limiti. Siamo fatti di fragilità e di forza. Di dolore e gioia. Di frustrazione e riscatto. Siamo una antinomia che genera dubbi, domande, spinte contrastanti dal buio alla luce e viceversa. Nascondersi, un impulso infantile mai soppresso, è una resa all’incomprensione degli altri, un riparo alla solitudine che si cura con la poesia. La terapia della “solità” in un ventre sotterraneo:
Prendevo
la metropolitana col mio libretto
come per difendermi
dallo stesso mondo
non sei sola
diceva la poesia,
nel buio del tunnel
da Ottobre
Eppure Louise bussa alle porte del Mistero in cui avverte siamo avvolti. Lo interpella, lo sfiora, gli bisbiglia, conscia che mai a lei né ad alcun altro sarà dato di comprenderlo. Non qui. Forse neanche dopo. Gli echi dickinsoniani che la critica ha rilevato nella sua poesia, restano su questo limen. Non lo oltrepassano. L’incontro che la poetessa di Amherst riteneva certo con l’Immortalità, è dubbioso per la Glück. Dio è irraggiungibile da quando fummo esiliati dal Giardino. Un Padre che imparammo a venerare ma non ad amare. Forse per questo non è della «natura umana amare ciò che ci restituisce amore».
Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.
Mattutino
Il giardino che è così ricorrente nei temi della Glück tanto da divenire il suo interlocutore privilegiato nella raccolta “L’Iris selvatico”, è un luogo di domande, di interrogativi sulla sua vita, su quella dei mortali, di affetti, ricordi, potature, sradicamenti, recisioni. Una metafora vegetale della nostra esistenza, eco dell’Eden da cui fummo cacciati, in cui vi è il segreto dell’origine e della fine. Nulla finisce ma tutto si trasforma in una circolarità biologica. Questa idea non elimina la difficoltà ad accettare la morte che non trova attenuazioni escatologiche né dolci segnali dall’aldilà. Duro è il richiamo della madre di Louise che cammina sui corpi dei genitori, cresciuti in erba, in Paesaggio aborigeno.
Stai calpestando tuo padre, disse mia madre,
e in effetti ero in piedi nel centro esatto
di un manto erboso, talmente curato da poter essere
la tomba di mio padre, anche se nessuna lapide lo diceva.
Stai calpestando tuo padre, ripeté,
stavolta più forte, e io cominciai a trovarlo strano
perché era morta anche lei; l’aveva ammesso persino il dottore.
Mi spostai un po’ più in là, dove
finiva mio padre e cominciava mia madre.
Tuttavia, nella medesima raccolta L’iris selvatico, quasi adirata, la Glück nega anche questa possibilità. Se la vita è una incessante rigenerazione, non è sorte che tocchi agli umani. Siamo imperdonabili, senza assoluzione che ella non concede prima di tutto a se stessa. Queste oscillazioni, non contraddizioni, sono di una donna inesausta nelle domande durante il viaggio che è la vita e in cui gli stati d’animo variano dall’entusiasmo alla delusione.
Qualsiasi cosa abbiate sperato,
non troverete voi stessi nel giardino,
fra le piante che crescono.
Le vostre vite non sono circolari come le loro:
le vostre vite sono il volo dell’uccello
che inizia e finisce nell’immobilità.
da Vento calante
E quale luogo migliore se non il giardino, riflesso del primigenio Eden, per chiedere a Dio se esiste in una domanda controsenso? E poi il puntuale ritorno alla realtà, alla sua disciplina, alle sue necessità.
Una volta credevo in te: piantai un fico.
Qui, in Vermont, terra
senza estate. Era una prova: se l’albero sopravviveva,
voleva dire che esistevi.
Secondo questa logica, non esisti. O esisti
esclusivamente in climi più caldi,
la fervente Sicilia, il Messico, la California,
dove si coltiva l’inimmaginabile
albicocca e la fragile pesca. Forse
vedono la tua faccia in Sicilia; qui a stento vediamo
l’orlo della tua veste. Devo disciplinarmi
per dividere con John e Noah il raccolto di pomodori.
da Vespro
Ma Louise, che si dibatte tra la durezza della vita e il bisogno di smussarla, accarezza l’idea di giungere alla fine credendo ancora in qualcosa. Un privilegio non concesso a tutti, nonostante siamo una somma di perdite, nonostante ci abbandoni anche il corpo. Ad esso dedica una lirica struggente, lei che lo ha maltrattato tante volte con la sua anima paurosa e brutale. Il riferimento all’anoressia di cui soffrì da giovane, pare evidente.
Corpo mio, ora che non viaggeremo più molto a lungo insieme
comincio a provare una nuova tenerezza verso di te, molto cruda e inconsueta,
come i ricordi che ho dell’amore quand’ero giovane –
l’amore che era così spesso sciocco nei suoi intenti
ma mai nelle sue scelte, nelle sue intensità.
Troppo chiedere in anticipo, troppo che non poteva essere promesso –
La mia anima è stata così paurosa, così violenta:
perdona la sua brutalità.
Come fosse quell’anima, la mia mano si muove cauta sopra di te,
non volendo recare offesa
ma impaziente, finalmente, di raggiungere l’espressione come sostanza:
non è la terra che mi mancherà,
sei tu che mi mancherai.
Il congedo dal corpo, che nell’età tarda ci denuncia la sua stanchezza, non è un congedo dalla vita, dalla poesia, dai suoi lettori. La Gluck continua con noi i suoi colloqui lucidi, visionari, confidenziali. Tanto sussurrati da planare verso il silenzio da lei amato, in cui mi sembra di udire il fugace fruscio di un cigno bianco nella bruma.
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