Poesie di Antonella Anedda- Poetessa romana -Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Poesie di Antonella Anedda- Poetessa romana
Antonella Anedda -Ha collaborato con riviste e giornali quali Il Manifesto, Linea d’ombra, Nuovi Argomenti. Ha pubblicato il libri di versi: Residenze invernali (Crocetti, 1992, premio Sinisgalli); Notti di pace occidentale (Donzelli, 1999); Il catalogo della gioia (Donzelli, 2003), Tre stazioni (LietoColle, 2005); Dal balcone del corpo (Mondadori, 2007, Premio Napoli); Salva con nome (Mondadori, 2012, Premio Viareggio). In prosa: Cosa sono gli anni (Fazi, 1997); il libro di traduzioni e poesie Nomi distanti (Empiria, 1998, con una nota di Franco Loi); La luce delle cose (Feltrinelli, 2000); La vita dei dettagli (Donzelli, 2009). E’ presente in antologie italiane e straniere.

POESIE da RESIDENZE INVERNALI
III
Prima di cena, prima che le lampade scaldino i letti e il fogliame degli alberi sia verde-buio e la notte deserta. Nel breve spazio del crepuscolo passano intere sconosciute stagioni; allora il cielo si carica di nubi, di correnti che sollevano ceppi e rovi. Contro i vetri della finestra batte l’ombra di una misteriosa bufera. L’acqua rovescia i cespugli, le bestie barcollano sulle foglie bagnate. L’ombra dei pini si abbatte sui pavimenti; l’acqua è gelata, di foresta: Il tempo sosta, dilegua. Di colpo, nella quiete solenne dei viali, nel vuoto delle fontane, nei padiglioni illuminati per tutta la notte, l’ospedale ha lo sfolgorio di una pietroburghese residenza invernale.
Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare

da NOTTI DI PACE OCCIDENTALE
I
Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo –al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
– promessa
III
Per trovare la ragione di un verbo
perché ancora davvero non é tempo
e non sappiamo se accorrere o fuggire.
Fai sera come fosse dicembre
sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco
dai forma al buio
mentre il cibo s’infiamma alla parete.
Queste sono le notti di pace occidentale
nei loro raggi vola l’angustia delle biografie
gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.
Ci difende di lato un’altra quiete
come un peso marino nella iuta
piegato a lungo, con disperazione.
XIII
a Nathan Zach
Anche questi sono versi di guerra
Composti mentre infuria, non lontano, non vicino
Seduti di sghembo a un tavolo rischiarato da lumi
Mentre cingono le porte di palme
Anche questo è un canto verso Dio
Che chini lo sguardo sui suoi vermi e ci travolga
Amati e non amati.
Non una tregua – un dono
Per questa terra folgorata.
*
Siedi davanti alla finestra
Guarda, ma accetta la disperazione:
c’è verità nella luna che sale
eppure non si alza a scudo sul dolore
si traduce –
come ho appena tradotto il libro aperto verso il muro –
semplicemente unisce il tavolo al pensiero
in un’attesa che arde ma non spiega
e tormenta ogni foglio dentro l’aria
con musica di abeti, luci ostili.
*
Ora è solo pioggia che benedice la strada
e nell’acqua che trema quasi una luce redenta da seguire.
Sarà una piccola distanza dal fulgore.
Dal forno dove il cibo si innalza
alle nuvole brune
tutto appena diverso dalla vita di sempre:
uno scarto nel gesto che depone i piatti per la sera
una luce nella crepa del muro
schiusa verso terre di pace.
Fuoco di cedro lungo i bordi del campo.
Così vedremo i volti degli assenti
le iniziali dei nomi travolte dai lapilli
nessun dolore ma il moto delle mani
che allontanano il fumo
e notte tra la notte: una fessura.

a Sofia,
19,11,1993
Davvero come adesso, l’ulivo sul balcone
il vento che trasmuta le nubi. Oltre il secolo
nelle sere a venire quando né tu né io ci saremo
quando gli anni saranno rami
per spingere qualcosa senza meta
nelle sere in cui altri
si guarderanno come oggi
nel sonno – nel buio
come calchi di vulcano curvi nella cenere bianca.
Piego il lenzuolo, spengo l’ultima luce.
Lascio che le tue tempie battano piano le coperte
che si genufletta la notte
sul tuo veloce novembre.

da RESIDENZE INVERNALI
II
Sui vetri appannati dal freddo passavano ombre confuse. Nel cielo, oltre le case, salivano fuochi d’artificio. Quando le lancette degli orologi raggiunsero le dodici, da uno dei letti vicino alla finestra venne una breve risata infelice.
E’ scesa una notte orientale, si è incollata sui tetti.
Di colpo come nei presepi
da una fessura del cielo è precipitata la neve.
Davanti alla sponda del letto sfilavano silenziose le renne
contro il legno degli armadi ardevano i fuochi dei lapponi
fuori crepitavano rami e bottiglie
bruciavano alberi di natale:
legno e vetro, segreto scintillio di carte.
E’ arrivato il Capodanno.
Noi abbiamo vegliato senza fatica, semplicemente
La luna spezzava le travi, l’ombra di una calza velava il cortile,
ogni lume era spento.
Gennaio lascia nelle isole
gusci di riccio sugli scogli
e tesa luce sulle secche invernali.
Come una desolata corona di pietra
in un naufragio polare
lastre di granito e chiuse lapidi
nell’acqua e in terra
oltre il promontorio della Trinita
dentro il recinto del cimitero.
Vi chiedo coraggio: sognate con la dignità degli esuli
e non con il rancore dei malati
cancellando la visione dei muri e della neve
trasformando l’ombra sporca dei fiocchi e la sagoma scura dei gabbiani
con l’animo teso dei marinai
che ammutoliscono al sollevarsi dell’onda
e pregano
raccolti nel cesto del vento.
Un filo d’acqua scende nel lavabo
Il ghiaccio riga le finestre
ed è difficile pensare al soffio marino
e l’urtare dei carrelli
e il fischio di sirena mattutino
non contemplano nessun eroismo.
Eppure, distesi sulla misteriosa rotta dei letti
noi siamo nello stesso splendore
della marea che si placa
vicinissimi al nodo che l’acqua finalmente distende.
La nave salpa e cammina
ed è un quieto santuario.

da NOTTI DI PACE OCCIDENTALE
XIV
Benedetta tu a distanza
la più innocente tra le cose lontane
nicchia di tavolo e mela
una sfera un piano e contro l’alta fiamma del fuoco
le due forme congiunte a scavare il nitore di un vano.
Nulla in realtà ci chiama
eppure ci accostiamo agli oggetti
quasi fossero gli echi di una voce
l’annuncio indifeso di altre vite.
L’acqua nera, la sagoma del cane contro il molo.
Nessuno può dirli ricordi e fischiare davvero come allora
ma noi vediamo le tre stanze, lo scatto
di chi ancora viveva
e a un tratto gli armadi ci rimandano
un fuoco errante la stella incerta di un viso.
Nulla è compiuto nulla è ancora profondo.
C’è solo il tonfo di una calce improvvisa
e queste grida tra felci che sferzano le schiene
grida che non capiamo come accade nel buio agli inseguiti.
Alberi, corpi, folate contro i muri.
Basta un gesto: il rovescio di un gomito che spegne una candela.
Di colpo diventiamo ciò che aveva tremato.
VI
Non esiste innocenza in questa lingua
ascolta come si spezzano i discorsi
come anche qui sia guerra
diversa guerra
ma guerra – in un tempo assetato.
Per questo scrivo con riluttanza
con pochi sterpi di frase
stretti a una lingua usuale
quella di cui dispongo per chiamare
laggiù perfino il buio
che scuote le campane.
***
C’è una finestra nella notte
con due sagome scure addormentate
brune come gli uccelli
il cui corpo indietreggia contro il cielo.
Scrivo con pazienza
all’eternità non credo
la lentezza mi viene dal silenzio
e da una libertà – invisibile –
che il Continente non conosce
l’isola di un pensiero che mi spinge
a restringere il tempo
a dargli spazio
inventando per quella lingua il suo deserto.
La parola si spacca come legno
come un legno crepita di lato
per metà fuoco
per metà abbandono.
VIII
Forse se moriamo è per questo? Perché l’aria liquida dei giorni
scuota di colpo il tempo e gli dia spazio
perché l’invisibile, il fuoco delle attese
si spalanchi nell’aria
e bruci quello che ci sembrava
il nostro solo raccolto?
IX
a Zbigniew Herbert
E’ vero, l’allarme si alza dalle stelle
l’argento non ha luce sul barbaro grido di terrore.
L’imperatore ha spento il lume
ha chiuso il libro.
In basso la terra scuote l’orlo dei vasi e il ferro brucia
freddo sui fili. Lui dorme nel quadrato dei secoli
alti nel vento come aeree gabbie.
Non sente il bronzo del trono sulla nuca
né il rintocco dei chiodi sulle porte.
Dormirà per sempre.
Perciò sospendi tu la quiete
prova a rovesciare il dorso della mano
a raggiungermi nel nome di una lingua sconosciuta
perché parlo da un’isola
il cui latino ha tristezza di scimmia.
Un mare una pianura, nuvole di tempesta contro i fiumi
uccelli nel cui becco gli steli annunciano alfabeti.
Forse solo così – Zbigniew
può viaggiare il cesto dei libri sulle acque
così credo giunga la voce
la stretta del viso nell’orrore
fino a un’orma fenicia, a un basso scudo
privo – come il tuo – di luce.

da NOTTI DI PACE OCCIDENTALE
In una stessa terra
a Mauro Martini
Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
– da brughiera –
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

TRADUZIONI
(translated by Anamaría Crowe Serrano with Riccardo Duranti)
I
I see from the darkness
as from the most brightly lit balcony.
The body is a hatchet: it falls on the light
pushing it in silence
to the most naked path – to the blackness
of a time that is making
in the space my feet have trampled
an extremely slow promised
land.
III
To find the reason in a verb
because it really isn’t time yet
and we don’t know whether to come running or to flee.
You fall like a December evening
over the boxes lifted on the wedge of removal
you give form to the darkness
as food flares out on the wall.
These are the nights of western peace
in their rays the anguish of biographies flies
the dark grapes of portraits, the scrolls of names.
Another stillness defends us from the side
like a sea weight in jute
folded over time, with desperation.
XIII
for Nathan Zach
Even these are lines of war
written while it rages, not far away, not close by
and we sit at an odd angle around a lamp-lit table
as they deck the doorways with palms
even this is a song unto God
that He may lower His gaze upon us worms and trample on us
loved and unloved ones alike.
Not a truce – a gift
for this lightning-struck land.
*
Sit in front of the window
look, but accept desperation:
there is truth in the moon that shines
though it does not rise shield-like against pain
it translates itself –
as I have just translated from the open facing the wall –
it simply links the desk to thought
in a wait that burns, but does not explain
and it torments every page in the air
with fir tree music, hostile lights.
( traduzione in tedesco di Irmela Heimbächer)
Winterresidenzen
II
Auf den von Kälte beschlagenen Scheiben erschienen unklare Shatten. Am Himmel stiegen Feuerwerke hinter den Häusern auf. Als die Uhrzeiger auf zwölf zeigten, erklang aus einem der Betten nahe dem Fenster ein kurzes, unglückliches Lachen.
Eine orientalische Nacht ist hereingebrochen, ganz plötzlich
hat sie sich an die Dächer geheftet wie bei den Krippen
ist aus einem Spalt des Himmels Schnee gestürzt.
Schweigend zogen an den Bettkanten Rentiere vorbei
am Holz der Schränke entzündeten sich die Feuer der Lappen
draußen knisterten Zweige und Flaschen
Weihnachtsbäume brannten:
Holz und Glas geheimes Papiergeflimmer
Es ist Neujar.
Wir sint mühelos aufgeblieben
nur
der Mond durchbrach die Balken
der Shatten eines Strumpfes verbag den Hof
alle Lichter waren aus.
Januar läßt auf den Inseln
Seeigelgehäuse in den Klippen zurück
und Licht das sich
über die trockenen Wintertage verbreitet.
Wie eine öde Steinkrone
bei polarem Schiffbruch
Granitplatten und geschlossene Grabsteine
im Wasser und in der Erde
jenseits des Vorgebirges der Trinität
in der Umzäunung des Friedhofes.
Ich bitte euch um Mut, träumt
mit der Würde der Verbannten
und nicht mit dem Groll der Kranken,
wenn ihr das Bild von Mauern und Schnee auslöscht,
den Schatten der Flocken
und das dunkle Profil der Möven austauscht
mit der überspannten Seele der Seeleute,
die beim Aufsteigen der Welle verstummen
und vereint
im Korb des Windes beten.
Ein dünner Wasserstrahal fließt ins Waschbecken
Eis streift die Fenster
und es ist schwer an die Meeresbrise zu denken
und das Aufeinanderstroßen der Rollgestelle
und der Pfeiton der Sirene am Morgen
haben nichts von Heldentum.
Und doch, ausgestreckt auf den geheimnisvollen Kursen der Betten
stehen wir unter dem gleichen Schimmer
der Gezeiten, die sich beruhigen,
dem Knotenpunkt ganz nah, den das Wasser endlicht löst.
Das Schiff läuft aus und fährt,
und es ist ein ruhiges Heiligtum.
(traduzione di Irmela Heimbächer)
XIV
Gesegnet bist du auf Abstand
die unschuldigste unter den entfernten Dingen
Tischnische und Apfel
eine Kugel, eine Fläche und gegen die hohe Feuerflamme
beide Formen zusammen um die Helle eines Raumes hervorzuheben.
Nichts fordert uns wirklich
und doch näheren wir uns den Gegenständen
als seien sie das Echo einer Stimme
die arglose Meldung anderer Leben.
Das schwarze Wasser, das Profil des Hundes zur Mole hin.
Niemand darf sagen erinnere dich und wirklich so pfeifen wie damals
aber wir sehen die drei Zimmer, das plötzliche Auffahren
dessen, der noch lebte
und auf einmal werfen die Schränke
Ein Irrfeuer zurück, den undeutlichen Stern eines Gesichts.
Nichts ist vollendet, noch ist nichts ernst.
Es gibt nur den dumfen Laut eines jähen Kalks
und diese Schreie zwischen Farnen, die die Rücken peitschen,
Schreie, dab wir nicht verstehen, was den Verfolgten im Dunkeln
zustößt.
Bäume, Schläge, Böen gegen die Mauern
Es genügt eine Geste: die brüske Bewegung eines Ellenbogens, die eine Kerze ausgehen läßt.

Auf einmal werden wir zu dem, was vorher zitterte.
a Ida Porena
Per la notte che cade troppo tardi
per il cielo che rivela i crinali:
il monte nella sabbia, la città disadorna
nel grigio calore dell’estate
per questa paura
dovuta solo alla luce
al rame della pentola, al cibo che scenderà nel petto.
Occorrerà capire cosa insegni la pena
che basta un gesto a scansare
il brivido che ogni giorno posiamo di lato
non sapendo se annunci
o stringa il respiro di altre vite.
Dalla cucina, come nelle notti di neve
dovremo seguire ogni chiarore
fermarci dove si addensa
fino a tessere il grumo dove svaniamo senza un volto
dove perfino chi ci amava
– giustamente – indietreggia.
Da Notti di pace occidentale
gennaio, notte
Notte nell’altissimo anno di gennaio, notte a picco
sotto una sola slacciata campana
e il raggio di ombra giace
nel corpo del piccione
circonfuso di brina
immobile nel suo sogno senza gola.
Ho sognato anch’io con fatica, con pazienza, ora dopo ora, ogni mancanza mia, della vita. Per ogni nome un fossato. Fossi vicini e vuoti, preparati da non troppo tempo, illuminati da una luce radente. Solo alla fine del sogno, nel dormiveglia ho trovato lo scatto di una rivolta e ho disteso l’intero corpo forzando la schiena fino a battere il mento sulla terra. Di colpo io ero al posto di tutto e lentamente con lenta pioggia di terra il mio fosso si colmava placandole, di tutte le pene, di tutte le morti.
febbraio, notte.
Non come spine, ma davvero spine, una per ogni dito, ogni parola una spina, nel mese più breve dell’anno un intero roveto premuto sul bianco della pagina.
Non il regale dolore del pensiero ma un castigo basso e crudo: dieci spine di cardo, dieci brevi losanghe infiammate nelle mani, l’inutile sfida dei ragazzi che al mare portano la scheggia di riccio dentro il piede, la carne trascinata con la sua punta di fuoco nero nel freddo delle alghe.
XVI
Alla fine del secolo: la strada così breve
il tempo così basso – come un cielo –
su una strada angusta. Brillano per un attimo i nomi
poi a un tratto si spengono.
Sono muti sul buio doppio del mille.
Erano nel crinale del tempo
a gonfiare un’attesa sulla carta dei libri.
Alla cima del secolo non resta che lo spazio.
La cima ha fatto spazio
rodendo piano le ere
ha declinato gli anni con un suono di sabbia
grano a grano in un secco ablativo.
30 dicembre del 99: perché esista una rima
bisogna recidere le cifre.
Ajaccio 1993 – Roma 1999
a Mario Mormile
Non è vero che di nuovo la stanza striderà nel vento
come ora tra gli uccelli autunnali
che basterà scegliere i cenni
e oscillando sulla sedia pensare
che la pioggia disperda
il male di un intero pomeriggio.
Non sarà l’assenza di fessure di ogni vita
le foglie moltiplicate sui soffitti
il tremendo ascoltarci chini gli uni sugli altri
mentre rabbrividendo corriamo verso casa.
Nessuno ci farà percorrere di nuovo una ferita
avanti e indietro senza chiuderne il solco.
Dovremo imparare, una volta soltanto:
restare quieti
come quando d’inverno manca a lungo la luce
sapere che non c’è stata offesa
che l’ombra ci ha colpito indistinta
vuota – e senza odio.
marzo, notte
Nel solco di meli duri che scava la settimana di marzo
con lo sguardo al muro di cucina
dove ho inchiodato un verso mai finito che leggo e leggo
trascinandomi acqua sulle dita.
Nell’alba spezzata dalla sete, quando corro sul pavimento
e nell’oscurità non riconosco le stanze ma incido –
con la stessa mano che forse mi sbarrerà l’orecchio nel dolore – lettere immense lungo le pareti.
maggio, notte
a mia madre e mio padre
Vento di maggio da Bonifacio a Corte, maestrale dalle Bocche a ritroso fino a Santa Teresa, e a sud del sud fino al Campidano. Arcipelaghi a stella e furore di bellezza senza dei. Le mucche sfilano per la festa di Sant’Efisio con le corna circondate di fiori, avanzano con il mare luce-bianca sul dorso.
Laggiù — l’orizzonte. Qui – nella stanza – muore il cane più amato con il muso socchiuso alla luce quasi finito da una mano invisibile.
agosto, notte
Dell’incedere a scatti di quell’uomo
che nella strada per Venaco gridava dentro il sole
non si è mai detto nulla
nulla della camicia strappata sulle ascelle
e dei piedi circondati di paglia
né della voce bruciata di francese.
Lo aspettò l’inverno, lo strinse nel ramo di una scala
lo spinse piano col volto tra i vasi dei gerani.
ottobre, notte
Accetta questo silenzio: la parola stretta nel buio della gola come una bestia irrigidita, come il cinghiale imbalsamato che nei temporali di ottobre scintillava in cantina. Livido e intrecciato di paglia, il cuore secco, senza fumo, eppure contro il fulmine che inchiodava la porta, ogni volta nel punto esatto in cui era iniziata la morte: l’inutile indietreggiare, il corpo ardente, il calcio del cacciatore sul suo fianco.
Chiudi gli occhi. Pensa: lepre, e volpe e lupo, chiama le bestie che cacciate corrono sulla terra rasa e sono nella fionda del morire o dell’addormentarsi sfinite nella tana dove solo chi è inseguito conosce davvero la notte, davvero il respiro.

da PER UN NUOVO INVERNO
nella morte di A.R
Se non fosse che questo: giungere a un luogo
esattamente pronunciarne il nome, essere a casa.
Felice inverno adesso che il nuovo inverno è passato
da un inizio per noi ancora senza nome
non diverso dal varco estivo di reti
forse, un cerchio debole di lumi.
Intorno, solo piante
che non avresti fatto in tempo a scansare
acqua soffiata sulle pietre – grandine
che mai sapremo se è arrivata col suono
che faceva sui tetti là nel tuo tempo
nella bianca, umana pulizia dei bagni.
Finora solo passi recisi
che forse ascolti con ardente silenzio
e aria tra gli aranci mossi piano dai vivi.
Vedi qui nulla per la prima volta si perde.
Stamattina hanno battuto la terra
fredda – colma della gioia dell’acqua
ha dimenticato per te
la sbarra della sedia, la nuca rovesciata
il vento del cortile.
Così felice notte ora che di nuovo è notte
e non è vero che il gelo resti
e abbassi piano il pensiero
forse uno scatto invece schiude qualcosa in alto
molto in alto
una nota
oltre il becco oltre gli occhi lucenti di un uccello
una scheggia di collina – quella laggiù
serrata al tetto verde-bronzo della chiesa.
Felice notte a te
per sempre priva di abisso, una steppa dell’anima-sommessa
dove l’ulivo si piega senza suono
Gerusalemme della quiete
della quiete e del tronco che cerchia e incide la morte
che la succhia nel vuoto e nel vuoto la getta
e la macera piano.
Non ho voce, né canto
ma una lingua intrecciata di paglia
una lingua di corda e sale chiuso nel pugno
e fitto in ogni fessura
nel cancello di casa che batte sul tumulo duro dell’alba
dal buio al buio
per chi resta, per chi ruota.
1999
a Flaminio
Cerca tra le cose che ami quale morirà per prima
quale ghiaia innalzare sul secolo che frana.
Non occorre affrettarsi
ma scuotere la testa davanti al due che affiora
fermarsi tra le cifre – un’acqua
che schiuma sulle scale prima di invadere la casa –
fare del mille un monte – modesto – come il Sinai
e dei tre nove: una stella – che arda – da sola
nel buio del mattino.
Non c’è salvezza nell’attardarsi di un millennio
semplicemente i suoni si alzano più fitti dentro il vento
uno stormire di uccelli e di foresta.
Cerca tra la cose che ami quale morirà per prima
combatti nonostante il tremore.
Ma noi parliamo a candele, ad auspici imperfetti
a ombre che abbracciamo con fervore
e la lingua è la stessa che si porta migrando dalle isole:
una nube
in gola
che oscura la dizione degli oggetti.
Note
Quasi tutti i testi della sezione eponima Notti di pace occidentale sono apparsi modifiche sul numero 129 della rivista Poesia (Crocetti editore) nel maggio 1999 con il titolo Versi per una tregua. Di quel titolo resta l’idea di un Occidente circondato da guerre apparentemente concluse e di un’Europa che non vive una pace, ma una tregua atterrita.
Il titolo In una stessa terra è stato suggerito dal racconto Nella stessa terra dello scrittore russo Valentin Rasputin ma anche dalla lettura di un libro di Rocco Ronchi intitolato Luogo comune.
La parola verste a pag.23 è un’unità di misura lineare russa equivalente a poco più di un chilometro.
Il bambino a pag. 32 è Mosé
I testi alle pagg. 11,33,49 sono stati pubblicati con lievi modifiche nel volume Nomi distanti, Empiria, Roma 1998
La poesia Per un nuovo inverno è stata scritta un mese dopo la morte di Amelia Rosselli e pubblicata con il titolo Per un felice inverno nella plaquette stampata a mano in 90 copie da Meri Gorni (En plein, Milano 1997). Nello stesso anno 1996 è comparsa in un testo teatrale di Attilio Scarpellini dal titolo L’ombra e la voce.
Molti di questi versi sono nati in Sardegna e in Corsica: solo stando in un’isola, anzi spesso nell’isola di un’isola – La Maddalena – ho avuto l’impressione di capire lo spazio diverso del Continente e di vedere Genova, dove sono stata concepita e che in qualche modo considero la mia città natale.
da NOMI DISTANTI (ROMA, 1997)
“Fammi cantare del dolore, della mia montagna…”
Marina Cvetaeva Poema della montagna
Dedica
Lasciami parlare del dolore
da te a me: scavato fino al fondo.
Anche questa è altezza
lascia che la misuri, qui, dalla terra
in giù dal cielo al fuoco.
Uguale è il nero squarcio, uguale.
Solo, non un sussulto
ma un brusio di foglie, di animali
giù fino al gelo
per capire, per accrescere il peso.
Questo non è un poema del distacco:
voglio che la montagna stia fra noi
bassa sotto lo sguardo
nuda, con i bassi cespugli
uno spazio che senza ferite ci divida
perché entrambi sappiamo
cosa significhi ferita e quanto breve
lo spazio che le occorre.
Solo dal basso la montagna è immensa
dall’alto non è che terra mista a neve, freddo
pulito di pareti, quasi una casa di periferia
col cielo non diverso da ogni piccola vigna
premuta sui cortili
un’aria benedetta dove l’eco ripete con stupore:
laggiù c’era il sonoro assieparsi delle stanze,
là ciò che in basso nell’ombra per noi non ha difesa.
Una salita, io e te soli con l’aria
spinti dall’aria fino al ghiaccio
– nuvole di conifere –
orme di bosco fra le pietre, poi finalmente
tracciata con un ramo,
semplice come un ramo, l’erre di rifugio e riposo
la erre-radura del respiro.
Per andare via da ciò che è folto, dai molti oggetti
dalle cose che incombono sul petto, basta tracciare un solco
più profondo nella vita di sempre. Dire: saremo coraggiosi.
Se amore davvero è un arco teso, stringere più forte
le dita intorno al legno, chinare la testa contro il vuoto:
questo è il dono nuziale, la corona nuziale per la fronte.
Hai detto: separarsi è un tuono
il tramestio che segue il lampo di ogni luce.
E’ vero, ci si separa solo in basso
giù nel rumore dove ripida è solo l’angustia delle scale
dove le voci battono e s’incrociano – non domestiche – cieche abbreviate nel buio delle stanze.
Ci si abbandona in fretta, per colpi replicati
per secchi colpi distratti, ogni volta per sempre
stando così vicini.
Per questo provo a trattare la vita con lentezza:
una salita
la corda il vento che soffia sulla nuca
camminare alla cieca, e a un tratto sulla cima
riconoscersi da come si guarda nella valle
amarsi con sapienza in quello che si dice
sia l’amore più sterile
il più stanco
quello che a malapena ci consente
di abbracciarci nel buio con cautela.
Questo non è un poema del distacco
solo perché da sempre
la vita ci ha imposto la distanza.
Amaro resta il tempo
anno nell’anno a cerchio sulla rotonda terra in lotta.
Voglio che la montagna resti
come resta un millennio nella storia,
che conservi le ombre di ogni corpo
ferme sotto la neve, che ci siano due lastre
prive di nome, eppure nostre, verticali, leggere
grigie nel bianco, con grigie cifre di lutto.
Sappiamo come ogni cosa si trasmuti
come l’acqua sia forte più del sangue.
Ecco invochiamo la stanchezza
quella che finalmente non separa ma dice alla mancanza:
lasciali, sono soli.
Davvero montagne di tempo ha la montagna.
Potrebbe imparare a chiamarci con pazienza, l’eco
studiato fra le crepe a comporre una frase:
è legame l’amore non elenco
non segnale che avvampa, ma cavo di una mano
dove nascondere la fronte.
Era uno spoglio colle la montagna.
Ricordavo l’altezza, la fatica
il passo smisurato fra le pietre
a misura della maestà di un “noi”.
Questo ha reso invincibile lo spazio
e dato tempo all’anno:
…ancora uno almeno, un altro, da oggi alla vigilia…
non importa che sia veloce come un brivido,
che a scacciarlo basti lo schiocco delle dita
che occorra pronunciarlo di lato, a bassa voce:…dicembre millenovecentonovantotto…
Epilogo
Questo è un monte
dalla nera cima acuta. E’ il monte Cinto dei Corsi
privo di grandi fiumi, di pianure, vicinissimo al mare
davvero cinto soltanto da torrenti.
Stavolta la memoria è netta, non ci sono lacune:
con precisione ricordo, con precisione
come per un triangolo, al centro il vuoto e la punta
verso il cielo: una vetta che dalla terra si allontana
e dentro ha l’astrazione dell’aria
l’intera, bianca vita che tre linee comprimono.
Questa montagna non è il Sinai
né il Parnaso, non ci sono dei o profeti.
Solo, ci prepara al silenzio, alla notte
che lentamente mura e rende roccia il cielo
e lascia che si posi
un odore marino sugli abeti
un desiderio, una musica muta
come forse pensarono
le prime creature della storia.
L’epilogo si compirà più avanti
so come si annuncia la parola “fine”
quale sguardo tremendo
si scavi nel petto di chi tace
e come un’anima perduta
(la terza, la centesima) rintocchi per sempre
in chi abbandona.
Non si vendica il mio monte, non ancora
perché non è ancora abitudine l’amore.
Oggi chiamo realtà
questo irreale essere vicini.
A oriente Roma è deserto senza chiese
qui, semplicemente si addensa un temporale
si addensano le nubi.
l’ombra di pioggia che ora ci confonde.
Corsica, Monte Cinto 1997 – Roma, marzo 1998
da Nomi distanti, Roma, 1997
E guarda viene a me un amore.
Lascia antico amore, amico
vecchio amore
che un altro corpo si stenda accanto al mio
lascia che un’ombra grande abbatta la distanza, lo sguardo
senza sguardo con cui il tempo stretto a te mi annienta.
che ci sia una luce: io, a rischiarare un nuovo desiderio
e amarlo come ho amato il tuo negli anni.
La voce modula la sete. Guarda viene a me un amore
una vita alla vita, inaspettata, là dove severo
cresceva su di noi il passato.
Antonella Anedda -di origini sarde, è nata a Roma dove vive. Si è laureata in storia dell’arte moderna e ha conseguito un dottorato di ricerca a Oxford; un dottorato honoris causa le è stato conferito dall’Université Sorbonne IV; ha insegnato all’Università di Siena ed è professore a contratto presso l’Università della Svizzera Italiana di Lugano. Tra le sue raccolte di poesia: “Residenze invernali” (Crocetti 1992), “Notti di pace occidentale” (Donzelli 1999), “Il catalogo della gioia” (Donzelli 2003), “Dal balcone del corpo” (Mondadori 2007), “Salva con nome” (Mondadori 2012), “Historiae” (Einaudi 2018). In prosa ha pubblicato “Cosa sono gli anni” (Fazi 1997), “La luce delle cose. Immagini e parole nella notte” (Feltrinelli 2000), “La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi” (Donzelli 2009), “Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena” (Laterza 2013). Le sue traduzioni di poeti classici e moderni sono pubblicate in “Nomi distanti” (Empiria 1998). È tradotta in inglese, spagnolo, francese, tedesco

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