Roma – Sarà visitabile per la prima volta un nuovo settore del Sepolcreto della via Ostiense presso la Rupe di San Paolo, uno dei più significativi complessi funerari della città antica. Si sono infatti conclusi i lavori di messa in sicurezza, conservazione, restauro e musealizzazione, realizzati dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali nell’ambito del programma PNRR – Caput Mundi.
Il progetto ha avuto come obiettivo principale la conservazione e la valorizzazione del complesso archeologico attraverso un programma di interventi finalizzati all’eliminazione delle criticità conservative, alla messa in sicurezza delle strutture murarie e al restauro delle superfici e degli apparati decorativi, restituendo piena leggibilità al sito. Sono stati realizzati il consolidamento delle murature, il restauro degli straordinari intonaci antichi e la rimozione della vegetazione infestante dalla rupe soprastante. Contestualmente è stato realizzato un nuovo percorso di valorizzazione con pannelli didattici, riproduzioni in scala naturale degli affreschi – oggi conservati al Museo di Porta San Paolo – e un moderno impianto di illuminazione scenografica, oltre a nuovi sistemi di sicurezza e videosorveglianza.
Roma- Sepolcreto della Rupe di San Paolo
“Grazie al programma Caput Mundi e alle risorse del PNRR, inauguriamo oggi una nuova area archeologica mai visitata prima, un luogo che racconta la storia di Roma con straordinaria autenticità. Restituire la piena leggibilità di questo nuovo settore del sepolcreto della via Ostiense significa riportare all’attenzione dei cittadini e dei visitatori un patrimonio meno conosciuto, al di fuori dei consueti circuiti di visita, capace di arricchire l’offerta culturale della città in un’area di grande interesse storico e archeologico. Il completamento dei lavori è il risultato dell’impegno condiviso della Sovrintendenza Capitolina, degli archeologi, dei restauratori, dei progettisti, delle imprese e di tutte le professionalità coinvolte che hanno reso possibile la conservazione, la valorizzazione e la riapertura al pubblico di questo prezioso sito, restituendo alla città un’importante testimonianza del suo passato” dichiara il Sindaco Roberto Gualtieri.
Roberto Gualtieri sindaco di Roma visita Roma- il Sepolcreto della Rupe di San Paolo
CENNI STORICI
RUPE DI SAN PAOLO
Il settore interessato dai lavori conserva nove tombe riportate alla luce tra il 1932 e il 1933, articolate tra il fronte della via Ostiense e un cortile interno ricavato nel pendio della rupe. Il complesso documenta l’evoluzione delle pratiche funerarie romane tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C., testimoniando il passaggio dall’incinerazione all’inumazione attraverso la presenza di colombari, arcosoli, formae e tombe a tempietto.
Di particolare interesse è la camera sepolcrale scoperta nel 1953, decorata con affreschi del II-III secolo d.C., oggi conservati presso il Museo di Porta San Paolo e riproposti nel sito attraverso fedeli riproduzioni. Le pitture raffigurano Prometeo che plasma l’uomo con Atena che gli infonde la vita, affiancati da un pavone e un fagiano, immagini che rimandano ai temi della rigenerazione e dell’immortalità dell’anima.
SEPOLCRETO
Il Sepolcreto della Via Ostiense è una delle più importanti testimonianze della necropoli che si sviluppava lungo l’antica via Ostiense, principale collegamento tra Roma e Ostia. Situato oggi nel Parco Schuster, accanto alla Basilica di San Paolo fuori le mura, rappresenta l’unico settore della vasta area funeraria conservato in modo significativo.
La necropoli, utilizzata dal I secolo a.C. al III secolo d.C., si estendeva tra la Rupe di San Paolo e il Tevere. Intorno a queste sepolture sorse il primo luogo di culto dedicato all’apostolo Paolo, da cui ebbe origine la basilica paleocristiana. Sebbene gran parte della necropoli sia ancora sepolta, gli scavi hanno restituito un’importante documentazione archeologica.
Le principali campagne di scavo si svolsero tra la fine dell’Ottocento e gli anni 1917-1933, in occasione dei lavori di ampliamento della via Ostiense. Le tombe, organizzate in lotti delimitati da muri, mostrano un uso continuativo dell’area e una progressiva espansione lungo le pendici della Rupe di San Paolo.
Tra le tipologie funerarie prevalgono i colombari, edifici destinati a ospitare urne cinerarie, caratterizzati da nicchie disposte su più livelli e decorati con affreschi, stucchi e mosaici. Successivamente si diffusero anche tombe a camera, sarcofagi e sepolture a fossa. Le iscrizioni funerarie indicano che la necropoli accolse soprattutto persone appartenenti ai ceti medi e popolari, tra cui liberti imperiali, militari e individui provenienti dall’Oriente mediterraneo.
In vista del Giubileo del 2000, il sepolcreto è stato restaurato, protetto da una copertura e integrato nel Parco Schuster, rendendolo accessibile al pubblico in un contesto di grande interesse storico, religioso e culturale.
Negli ultimi anni la Sovrintendenza Capitolina ha avviato nuovi programmi di ricerca scientifica, dedicati allo studio dei resti umani cremati conservati nelle urne cinerarie e al monitoraggio dello stato di conservazione delle strutture, anche in seguito ai danni provocati dal terremoto del 2016. Le attività sono svolte in collaborazione con università e istituti di ricerca specializzati, come l’Università di Valencia, ISPRA e ISCR.
Villa Lante a Bagnaia (Viterbo), emergenza restauri: una petizione per chiedere monitoraggi sui lavori-
Si accende il dibattito sui restauri di Villa Lante a Bagnaia (Viterbo), uno dei più celebri giardini storici italiani, al termine degli interventi finanziati con le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). A sollevare dubbi e preoccupazioni è una lettera indirizzata alla stampa dallo storico dell’arte Salvatore Enrico Anselmi, dottore di ricerca in memoria e materia delle opere d’arte, in cui vengono contestati gli esiti dei lavori, il loro impatto sulla conservazione del complesso monumentale e alcune modalità con cui sarebbe stato gestito il cantiere. Al centro delle critiche vi è quello che viene definito un intervento di pulitura eccessivamente invasivo sulle decorazioni plastico-scultoree delle fontane, ritenuto responsabile dell’alterazione dell’aspetto storico delle superfici lapidee. Secondo Anselmi, gli interventi avrebbero eliminato non soltanto le formazioni biologiche come muschi e licheni, ma anche la cosiddetta patina storica della pietra, elemento che può essere considerato parte integrante della materia originale e, soprattutto, fattore di protezione del peperino, la roccia vulcanica utilizzata per gran parte delle strutture architettoniche e scultoree della villa. Il peperino è infatti un materiale particolarmente poroso e, una volta privato dello strato superficiale maturato nel corso dei secoli, risulterebbe maggiormente esposto agli effetti delle escursioni igrometriche. Le continue variazioni di umidità e temperatura potrebbero infatti favorire fenomeni di ablazione e di progressiva consunzione della materia lapidea, accelerando i processi di degrado.
Villa Lante a Bagnaia (Viterbo)
Il tema riguarda uno dei complessi monumentali più importanti del Rinascimento italiano. Villa Lante è universalmente riconosciuta come uno dei massimi esempi di giardino all’italiana del XVI secolo. Per secoli è stata una tappa imprescindibile del Grand Tour e continua ancora oggi ad attirare studiosi, storici dell’arte e visitatori provenienti da tutto il mondo grazie all’eccezionale equilibrio tra architettura, paesaggio, giochi d’acqua e apparati scultorei. Proprio il valore storico e artistico del sito rende particolarmente delicato ogni intervento conservativo. Nella lettera si sottolinea come i lavori, realizzati con un finanziamento complessivo di circa sette milioni di euro nell’ambito del PNRR, avrebbero modificato quella che viene definita la “facies iconografica e sostanziale” delle decorazioni scultoree, alterando il rapporto tra la superficie storica della pietra e la sua percezione visiva.
Oltre alle questioni strettamente conservative, la denuncia di Anselmi richiama l’attenzione anche sulle condizioni di alcune aree del complesso monumentale. In particolare viene segnalato lo stato di degrado di una parte del cosiddetto barco, il percorso che corre lungo il muraglione di contenimento laterale del giardino storico. Secondo quanto riferito, lungo questo tratto sarebbero presenti situazioni che potrebbero rappresentare un rischio per la sicurezza dei visitatori: cancelli arrugginiti che introducono ad ambienti utilizzati come depositi di materiali di risulta, accumuli di vegetazione infestante e frammenti lapidei lasciati in stato di abbandono. La segnalazione di Anselmi riguarda inoltre l’accessibilità delle tubazioni dell’impianto idrico destinato all’approvvigionamento e al ricircolo delle acque delle fontane. Un’ulteriore criticità evidenziata riguarda alcuni infissi laterali della loggia destra della Fontana del Diluvio, descritti come deteriorati e non più in grado di impedire eventuali accessi non autorizzati all’interno del giardino storico, aggirando il percorso della biglietteria.
Villa Lante a Bagnaia (Viterbo)
Anselmi ha anche lanciato una petizione su Change.org, sottoscritta da oltre un centinaio di persone, che chiede l’avvio di un programma di monitoraggio continuo delle fontane e dei gruppi scultorei di Villa Lante. L’iniziativa parte dalla considerazione che il giardino storico rappresenti una testimonianza estremamente fragile della civiltà artistica italiana del Cinquecento e che, dopo il completamento dei restauri, sia necessario predisporre controlli costanti sullo stato di conservazione delle superfici lapidee. Tra le richieste avanzate dai promotori della petizione figura l’attivazione di un monitoraggio permanente finalizzato a verificare l’evoluzione dei fenomeni di biodeterioramento della pietra e gli effetti dell’escursione igrometrica sul peperino costantemente esposto all’acqua delle fontane. Accanto a questo viene proposta l’introduzione di interventi periodici di decalcificazione dell’acqua utilizzata nel sistema idraulico del giardino, ritenuti fondamentali per limitare gli effetti corrosivi del calcare e preservare il funzionamento delle fontane storiche.
Un altro punto riguarda la predisposizione di un piano di gestione e manutenzione a lungo termine, elaborato con il contributo di specialisti del settore della conservazione, allo scopo di garantire una programmazione continuativa degli interventi e una gestione sostenibile delle risorse destinate al complesso monumentale. Secondo i promotori dell’appello, soltanto un sistema di controlli costanti e manutenzioni programmate potrà assicurare la conservazione di uno dei simboli più importanti del patrimonio storico e paesaggistico italiano.
Parallelamente alla petizione, lo storico dell’arte Salvatore Enrico Anselmi ha raccolto in un documento dieci quesiti rivolti ai soggetti responsabili degli interventi, chiedendo chiarimenti su aspetti tecnici e metodologici del restauro. La prima questione riguarda le motivazioni che avrebbero portato a effettuare una pulitura tanto radicale da eliminare la patina storica delle superfici lapidee, considerata parte integrante del manufatto antico sia per il suo valore testimoniale sia per la funzione protettiva esercitata sulla pietra.
Un secondo interrogativo investe quello che viene definito un fraintendimento metodologico, chiedendo perché la necessaria rimozione di muschi, licheni e altre forme di degrado biologico sia stata accompagnata da interventi che avrebbero eliminato anche lo strato di ossidazione naturale della pietra, in contrasto con il principio brandiano del minimo intervento. Il documento pone poi il problema delle conseguenze percettive dell’intervento, domandandosi come sarà possibile recuperare il rapporto originario tra i volumi architettonici e quelli scultorei, ritenuto alterato da una uniformazione cromatica e superficiale che avrebbe ridotto la complessità plastica delle opere.
Tra le domande figura anche quella relativa ai tempi necessari affinché il peperino possa recuperare un aspetto cromatico più vicino a quello storico, superando quella che viene descritta come un’attuale percezione “cementificata” delle superfici. Anselmi si interroga inoltre su come spiegare agli studiosi e ai visitatori internazionali le ragioni di un intervento che, secondo la sua interpretazione, avrebbe compromesso la corretta lettura filologica delle decorazioni architettoniche e scultoree.
Un ulteriore quesito riguarda la scelta delle tecniche di pulitura adottate. Nel documento si chiede infatti perché non siano stati utilizzati sistemi laser a impulsi Nd:YAG oppure Erbio:YAG, tecnologie che, secondo quanto sostenuto, consentirebbero di rimuovere selettivamente le formazioni biologiche preservando la patina storica grazie all’assorbimento ottico differenziato.
Villa Lante a Bagnaia (Viterbo)
Viene inoltre richiamata l’attenzione sulle possibili conseguenze della rimozione della patina dal punto di vista conservativo, con particolare riferimento all’aumento della porosità della pietra e all’accelerazione dei fenomeni di degrado provocati dall’alternanza tra umidità e asciugatura.
Le ultime questioni affrontano aspetti legati alla sicurezza e alla gestione del sito. Oltre allo stato del barco e delle tubazioni idriche, viene segnalata la situazione degli infissi della Fontana del Diluvio e viene chiesto se il nuovo impianto di illuminazione installato nel complesso, ritenuto particolarmente invasivo lungo la cosiddetta Catena d’acqua, sia stato progettato in previsione di una futura estensione dell’orario di apertura della Villa anche nelle ore serali.
Le osservazioni contenute nella lettera e nella petizione rappresentano dunque l’avvio di un confronto pubblico sul delicato equilibrio tra restauro, conservazione e gestione del patrimonio storico. Un dibattito che riguarda non soltanto Villa Lante, ma più in generale le metodologie adottate negli interventi sui grandi complessi monumentali italiani, soprattutto quando interessano beni di eccezionale valore storico, artistico e paesaggistico. Al momento, nel materiale diffuso dai promotori dell’iniziativa non risultano riportate repliche o prese di posizione delle amministrazioni e degli enti competenti coinvolti nella realizzazione dei lavori.
Platone e la politica di oggi-Articolo di Carlo Di Stanislao-
Il tramonto dell’utopia: Platone, la Lettera VII e l’assenza del filosofo nella politica di oggi-“Finché i filosofi non saranno re nelle città o coloro che ora sono chiamati re e potenti non saranno filosofi autentici e capaci, non vi sarà fine ai mali per le città né, credo, per il genere umano.”
— Platone, Repubblica, V, 473 a.C.
Ci sono testi che, pur scritti in un passato remoto, continuano a parlarci con una forza sorprendentemente attuale. La Lettera VIIdiPlatone è uno di questi. Non è un dialogo filosofico nel senso stretto, ma è forse il documento più intimo, sofferto e politicamente disilluso che ci sia rimasto del filosofo ateniese. Un testo che mescola biografia, riflessione, autocritica e visione. Un testamento spirituale, ma anche una denuncia. E soprattutto: una profezia.
In questa lunga epistola, Platone racconta – con dolore e lucidità – la sua speranza giovanile di cambiare il mondo attraverso la politica e la filosofia. Una speranza infranta. L’esperienza diretta a Siracusa, con il tentativo fallito di formare un sovrano giusto in Dionisio II, e la tragica fine diDione, simbolo del filosofo che cerca di tradurre l’ideale nella realtà, segnano il punto di rottura. Non solo nella biografia di Platone, ma nella storia del pensiero politico.
La Lettera VII è il racconto di un fallimento che, lungi dall’essere una resa, si trasforma in una riflessione altissima sul senso stesso della filosofia e sul rapporto – mai facile – tra pensiero e potere. Oggi, a distanza di oltre duemila anni, quel testo ci appare come uno specchio oscuro ma nitido: ci mostra quanto ci siamo allontanati dall’ideale platonico, e ci sfida a chiederci se sia ancora possibile, o desiderabile, recuperarlo.
Filosofia e politica: una promessa tradita
Quando Platone afferma che la giustizia nelle città potrà esistere solo quando i filosofi saranno re, non sta immaginando un sistema utopico nel senso di irrealizzabile: sta descrivendo una necessità antropologica. Per lui, il potere senza conoscenza del Bene è cieco; la conoscenza senza potere è impotente. Ma affinché questa unione si realizzi, serve un cammino lungo e difficile: serve formare l’anima, purificarla, elevarla fino alla contemplazione dell’idea suprema.
Questo progetto, che appare teorico nella Repubblica, nella Lettera VII si scontra con la realtà. Lì Platone racconta il suo impegno concreto, le sue delusioni, i tradimenti subiti. Dione, che aveva creduto in lui, che aveva sognato una Siracusa retta dalla giustizia e dalla ragione, viene assassinato. Platone stesso rischia la vita. Tutto sembra crollare.
Ma non è la sconfitta dell’ideale: è la sua tragica verità storica. La Lettera VII ci insegna che l’ideale del filosofo-re è incompatibile con il mondo dominato dall’ambizione, dalla paura, dalla brama di dominio. La filosofia – che è ricerca disinteressata, amore per la verità, cura dell’anima – viene inevitabilmente espulsa dal campo di battaglia della politica reale. Il risultato? La politica si svuota di giustizia, e la filosofia si rifugia nell’accademia.
Oggi: l’ideale è un relitto
A guardare la situazione attuale, il quadro è sconfortante. La politica contemporanea sembra aver tagliato ogni legame con la dimensione etica, sapienziale e filosofica. I leader non si formano più attraverso la dialettica o lo studio, ma attraverso le logiche del marketing, della comunicazione istantanea, dell’immagine.
La verità non è più ciò che guida le decisioni pubbliche: è diventata un ostacolo da aggirare, un concetto “relativo”, una parola sospetta. Il potere – sia politico che economico – si muove senza riflettere, senza guardarsi allo specchio, senza domandarsi se ciò che fa sia giusto. Manca la consapevolezza che la gestione della polis richiede virtù, conoscenza, disciplina interiore.
Anche la filosofia, dal canto suo, si è in parte arresa. Spesso si è rinchiusa nelle università, ha accettato il ruolo di materia marginale, ha smesso di incidere sulla formazione dei cittadini e dei governanti. Non viene più percepita come stile di vita, come esercizio dell’anima, ma come curiosità intellettuale, come specializzazione astratta.
La distanza da Platone, dunque, non è solo culturale: è esistenziale. Il suo sogno di un potere illuminato dalla filosofia è oggi inaudito, estraneo, quasi ridicolo agli occhi del mondo politico e mediatico. Eppure, proprio per questo, la sua visione può rivelarsi ancora profetica.
Il sapere come trasformazione dell’anima
Un passaggio cruciale della Lettera VII riguarda la natura della conoscenza. Platone distingue tra opinione, apprendimento meccanico e conoscenza autentica (epistéme). Quest’ultima non può essere scritta, né trasmessa attraverso parole: deve essere vissuta, intuita, come un bagliore interiore che nasce da un lungo processo didialogo, esercizio e purificazione.
Questa concezione della conoscenza come esperienza trasformativa è agli antipodi della concezione contemporanea del sapere come insieme di competenze. Oggi, nella scuola e nell’università, si parla sempre più diskills, performance, output. Si misura tutto, ma si dimentica l’anima. Eppure Platone ci ricorda che sapere non è sapere che cosa, ma sapere chi siamo.
In un mondo frenetico, centrato sull’efficienza e sull’utilità, la filosofia platonica ci riporta alla lentezza, all’interiorità, alla fatica della verità. Ci dice che la formazione non è addestramento, ma educazione spirituale. E che senza questa educazione, nessun potere sarà mai davvero giusto.
Il fallimento come verità dell’ideale
La morte diDione, che Platone racconta con dolore e ammirazione, è il simbolo tragico del fallimento dell’ideale politico platonico. Ma non è una fine, è una rivelazione. È la conferma che chi cerca la giustizia può essere sconfitto, ma non deve rinunciare. L’uomo giusto, dice Platone, anche se perde, resta giusto.
In questo senso, la Lettera VII è un testo eroico. Non predica la vittoria, ma la fede nella giustizia anche nella sconfitta. È un invito a vivere la filosofia non come rifugio, ma come missione. Non come teoria, ma come scelta di vita. Anche a costo dell’esclusione, del ridicolo, del pericolo.
Platone non rinuncia all’idea del Bene. La sottrae al compromesso. La affida al tempo. E ci dice: “la politica vera si fonda sulla filosofia, oppure è solo amministrazione del caos.”
Un’eredità ancora viva (se lo vogliamo)
Molti hanno letto la Lettera VII come una resa. In realtà è un atto di accusa, una meditazione sul fallimento e una sfida lanciata ai posteri. Platone sapeva che il suo ideale era fragile. Ma sapeva anche che la civiltà si costruisce proprio attorno a ideali che non si realizzano del tutto, ma che indicano la direzione.
Nel mondo moderno, autori come Nietzsche, Heidegger, Arendt, Popper, Strauss, Hadot si sono confrontati – ciascuno a suo modo – con l’eredità platonica. Alcuni l’hanno criticata, altri l’hanno rivalutata, altri ancora l’hanno trasformata. Ma tutti hanno dovuto fare i conti con quel sogno antico: la fusione di sapienza e potere.
Oggi, in tempi di crisi democratica, di leadership vuote, di populismi e tecnocrazie, il pensiero platonico può tornare ad avere una funzione decisiva: non come ricetta, ma come domanda radicale. Cosa significa governare? Chi è davvero degno di comandare? Qual è lo scopo della politica?
Conclusione: tornare al fuoco
Nel buio dei tempi, Platone immaginava un fuoco. Non un fuoco che brucia, ma che illumina: quello della conoscenza vissuta, della verità cercata, del Bene contemplato. Un fuoco che si accende nell’anima di chi filosofa, e che può – forse – irradiare la città.
Oggi viviamo in una società che ha spento quasi tutte le fiamme dell’anima. Ma la Lettera VII ci invita a custodire almeno una scintilla. A non dimenticare che la filosofia non è un lusso, ma una necessità. E che senza di essa, la politica resta cieca.
Forse Platone ha fallito. Ma se vogliamo una politica degna dell’uomo, dobbiamo cominciare proprio da quel fallimento. Non per arrenderci, ma per riscoprire la grandezza dell’ideale. E, magari, per iniziare – nel nostro piccolo – a viverlo.
Il Castello di Torre Alfina (Viterbo) è una dimora storica prestigiosa nel centro Italia- Bonaventura Tecchi avrebbe detto :“Sa d’Umbria e di Toscana”. Dalla prima assorbe un velato umore francescano, della Toscana fa sua la sapienza discreta dei paesani, ironici e garbati, eredi di antiche genti e di eterni saperi. Siamo a Torre Alfina, nella parte più alta del Lazio e della Tuscia viterbese, dove i segnali di remoti vulcani si fanno vedere nelle pietre nerastre che ammantano il suo imponente castello merlato e a volte sentire negli aliti di uova sode di sorgenti sulfuree.
Perchè Alfina? Mai chiarito. Per la leggenda il nome si farebbe risalire a un guerriero etrusco conosciuto col nome di Alfio. Per la sua posizione si pensa invece al termine latino ad fines, ai confini cioè di un altopiano su pianori sottostanti. Per altri “ Alfina” sarebbe un’apposizione per distinguerla dalla vicina Torre di San Severo.
Torre Alfina (600 m. di altitudine) si raggiunge da Acquapendente – di cui è frazione blasonata – dopo una decina di chilometri, deviando dalla statale Cassia Firenze-Roma che per lunghi tratti fa tutt’uno con la Via Francigena in arrivo dal nord. In queste zone di sosta per viator e pellegrini, rese celebri dai viaggiatori del Grand Tour (su tutti un giovane Mozart in carrozza verso Roma col padre nel 1770), s’avvertono pure i ricordi del bandito-cavaliere Ghino di Tacco, padrone assoluto nel XIII sec. del picco nella vicina Radicofani. Da lassù, spadroneggiava, taglieggiava, proteggeva i poveri e prendeva a coltellate a fin di bene chi non la pensava come lui.
Che sia stato il re dei Longobardi Desiderio a crearsi quassù una postazione strategica con un mozzicone di torre d’avvistamento su cui verrà poi innestato il castello di Torre Alfina? Per gli storici è più probabile che la primitiva costruzione sia opera dei Romani. Sta di fatto che nei secoli a seguire quel grezzo baluardo venne trasformato in un castello e poi in residenza rinascimentale da famiglie nobili, come i Monaldeschi e i Bourbon del Monte. Alla fine dell’Ottocento castello e boschi limitrofi, vennero acquistati dal banchiere belga Edoardo Cahen d’Anvers, che ristrutturò il tutto su un ardito progetto del senese Giuseppe Partini. Le cronache raccontano che fu un’opera colossale e ce ne rendiamo conto appena arrivati da queste parti.
Le poche case sdraiate ai piedi del castello accolgono sì e no 250 abitanti: quanto basta però a creare comunità in un borgo, classificato peraltro tra i più belli d’Italia per storia, silenzi, odori, accoglienza, cucina e discrezione. Gli scenari si fanno imponenti appena varcato l’ingresso del maniero preceduto da cortili e giardini ben ordinati. All’interno, intorno a due fastosa gallerie – destinate a pranzi nuziali e cerimonie – si apre una teoria di stanze, salotti,scale, corridoi con arredi di varie epoche, dipinti ottocenteschi di Pietro Ridolfi e un elegante ciclo di affreschi del XVI sec. su paesaggi e vedute di Cesare Nebbia. Ma anche ambienti di servizio come ampie cucine e sale mensa, che parlano di antiche ricette e memorie storiche, lasciando intendere ospitalità raffinate e di classe.
Dalla torre più alta del castello lo sguardo si fa stellato: la dorsale degli Appennini, il bosco del Sasseto, il fiume Paglia che scivola verso il Tevere, le colline del Senese, l’Amiata, la Radicofani, il monte Cetona, i Vulsini del lago di Bolsena e il gruppo viterbese dei Cimini. Dietro un paravento di colline boscose si nasconde Orvieto appostata su un rupe tufacea. Da Civita di Bagnoregio, dove nacque e pregò san Bonaventura, arriva il brusio di migliaia di turisti di ogni parte del mondo.
A proposito di Sasseto (era il parco del castello conosciuto anche come il bosco di Biancaneve), il nome rimanda ai sassi vulcanici accantonati alla rinfusa dal tempo e dal caso, tra una selva di rovi, cerri, querce, faggi, agrifogli, muschi, felci, rami contorti, su cui s’aprono d’improvviso sentieri nervosi con viste lampo sulle grandi merlature del castello. C’è anche un vecchio mulino ad acqua e s’ode l’audio della cascata del fosso Subissone che inumidisce volti e piante. L’incontro inaspettato con la tomba neo-gotica del marchese Cahen di buona memoria, ci riporta al signore del castello e al suo affetto per queste zone.
Poco più oltre, nella Riserva Naturale di Monte Rufeno, c’è la sorpresa del Museo del Fiore, regno della biodiversità, con varie sezioni su morfologia, fiori spontanei, insetti ed altro. Ma anche strumenti interattivi, pannelli, programmi multimediali, giochi e laboratori. Nel borgo, a fronte castello, prendiamo fiato e refrigerio nella gelateria Sarchioni (dal 1850) che ogni giorno si inventa un gusto nuovo: l’ultimo arrivato è ”Bosco del Sasseto” a base di nocciole, mandorle caramellate e marron glacé.
Una sosta più strutturata e ragionata va dedicata però al ristorante “Nuovo Castello” di buon lignaggio storico, risalente agli anni Sessanta e completamente rinvigorito nelle strutture e nella gestione agli inizi degli Ottanta. Qui si gustano le specialità del borgo, fra cui le “Pappardelle al cinghiale” che vanno in sagra a Torre Alfina a metà agosto, i “Lombrichelli all’aglione” e il “Maialino arrosto”. Buon appetito!
Per la visita al Castello si consiglia di utilizzare per tempo lo smartphone: prenotazioni@castellotorrealfina.it o (WhatsApp) +39 388 1807074.
Vincenzo Ceniti -Console di Viterbo del Touring Club Italiano
L’autore-Vincenzo Ceniti –Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.
Isma’il Pascià, Chedivè d’Egitto, commissionò un inno a Verdi per celebrare l’apertura del Canale di Suez (1868) nel 1860, offrendo un compenso di 80.000 franchi, ma Verdi rifiutò, dicendo che non scriveva musica d’occasione[1]. Invece, quando venne l’invito (Mariette mandò uno schema di libretto su un soggetto egiziano a Camille du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi che lo sottopose a Verdi, che trovò la storia valida) a comporre un’opera per l’inaugurazione del nuovo teatro de Il Cairo, Verdi accettò. Il 27 aprile 1870 Mariette scriveva a du Locle: «Ciò che il Viceré vuole è un’opera egiziana esclusivamente storica. Le scene saranno basate su descrizioni storiche, i costumi saranno disegnati avendo i bassorilievi dell’alto Egitto come modello». La prima dell’opera fu ritardata a causa della guerra franco-prussiana, dato che i costumi e le scene erano a Parigi sotto assedio. Il teatro del Cairo s’inaugurò invece con Rigoletto nel 1869. Quando finalmente la prima ebbe luogo ottenne un enorme successo e ancora oggi continua ad essere una delle opere liriche più famose. Verdi raggiunse un effetto sensazionale con l’utilizzo, nella Marcia trionfale, di lunghe trombe, del tipo delle trombe egiziane o delle buccine romane («…com’erano le Trombe nei tempi antichi»[2]), appositamente ricostruite per l’occasione, ma dotate di un unico pistoncino nascosto da un panno a forma di vessillo o gagliardetto[3].
La prima rappresentazione avvenne quindi al Teatro khediviale dell’Opera del Cairo il 24 dicembre 1871, diretta da Giovanni Bottesini. Per l’anteprima italiana sotto la sua diretta supervisione, Verdi scrisse una ouverture, che però alla fine non venne eseguita per un ripensamento, considerando il breve preludio più organico ed efficace.
Originariamente, Verdi scelse di scrivere un breve preludio orchestrale invece di una piena apertura per l’opera. Ha quindi composto un’ouverture della varietà “pot-pourri” per sostituire il preludio originale. Tuttavia, alla fine, decise di non far eseguire l’ouverture a causa della sua – parole sue – “pretenziosa insipidezza”. Questa ouverture, mai usata oggi, è stata raramente eseguita da Arturo Toscanini e dalla NBC Symphony Orchestra il 30 marzo 1940, ma non è mai stata emessa in commercio[4].
Aida ha incontrato grandi consensi quando è stata finalmente inaugurata al Cairo il 24 dicembre 1871. I costumi e gli accessori per la prima sono stati disegnati da Auguste Mariette, che ha anche curato il design e la costruzione dei set, realizzati dai pittori di scena dell’Opéra di Parigi: Auguste-Alfred Rubé e Philippe Chaperon (atti 1 e 4) e Édouard Desplechin e Jean-Baptiste Lavastre (atti 2 e 3) e spediti nella città egiziana[5]. Anche se Verdi non partecipò alla prima, era molto insoddisfatto del fatto che il pubblico fosse composto da personalità, politici e critici invitati, ma non membri del pubblico in generale[6]. Egli ha pertanto considerato la prima italiana (ed europea), tenutasi a La Scala di Milano in data 8 febbraio 1872, e una performance in cui è stato fortemente coinvolto in ogni fase, come essere la sua vera prima.
Verdi aveva anche scritto il ruolo di Aida per la voce di Teresa Stolz, che la cantò per la prima volta alla premiere di Milano. Il compositore aveva chiesto al fidanzato della cantante, Angelo Mariani, di dirigere la prima del Cairo, ma lui rifiutò, così la scelta cadde su Giovanni Bottesini. L’interprete di Amneris a Milano, Maria Waldmann, era la sua favorita per il ruolo e lo ripeté un numero di volte su sua richiesta[7].
Aida, principessa figlia del Re di Etiopia Amonasro, vive a Menfi come serva; gli Egizi l’hanno catturata durante una spedizione militare contro l’Etiopia ignorando la sua vera identità. Suo padre ha organizzato un’incursione in Egitto per liberarla dalla prigionia. Ma fin dalla sua cattura, Aida è innamorata, ricambiata, del giovane guerriero Radamès. Aida ha però una pericolosa rivale, Amneris, la figlia del Faraone d’Egitto. Giunta Aida, Amneris intuisce che la serva possa essere la fiamma di Radamès e falsamente la consola dal suo pianto. Appare il Faraone assieme agli ufficiali e Ramfis che introduce un messaggero recante le notizie dal confine. Aida è preoccupata: suo padre sta marciando contro l’Egitto. Il Faraone dichiara che Radamès è stato scelto da Iside come comandante dell’esercito che combatterà contro Amonasro. Il cuore di Aida è diviso tra l’amore per il padre e la Patria e l’amore per Radamès.Scena II:Interno del tempio di Vulcano a Menfi.
Cerimonie solenni e danza delle sacerdotesse. Investitura di Radamès come comandante in capo.
Atto II
Le Buccine della Marcia trionfale, II atto, nell’allestimento del 2011 all’Arena di Verona
Scena I:Stanza di Amneris
Danze festose e musica nelle stanze di Amneris. Amneris riceve la sua schiava Aida e ingegnosamente la spinge a dichiarare il suo amore per Radamès, mentendole dicendo che egli è morto in battaglia; la reazione di Aida alla notizia la tradisce rivelando l’amore segreto per il guerriero. Amneris, alla luce della scoperta, la minaccia: ella è la figlia del Faraone e può tutto a differenza della povera serva. Con orgoglio Aida rivela che anche lei è di nobile rango, ma se ne pente ben presto e cerca il perdono. Risuonano da fuori le trombe della vittoria. Amneris obbliga Aida a vedere con lei il trionfo dell’Egitto e la sconfitta del suo popolo. Aida è disperata…Scena II:Uno degli ingressi della città di Tebe.
Radamès torna vincitore. Marcia trionfale. Il faraone decreta che in questo giorno il trionfatore Radamès potrà avere tutto quello che desidera. I prigionieri etiopi sono condotti alla presenza del Re e Amonasro è uno di questi. Aida immediatamente accorre ad abbracciare il padre, ma le loro vere identità sono ancora sconosciute agli Egizi. Amonasro infatti dichiara che il Re etiope è stato ucciso in battaglia. Radamès per amore di Aida chiede come esaudimento del desiderio offertogli dal Re il rilascio dei prigionieri. Il Re d’Egitto, grato a Radamès, lo proclama suo successore al trono concedendogli la mano della figlia Amneris e fa inoltre rilasciare i prigionieri, ma, su consiglio di Ramfis, fa restare Aida e Amonasro come ostaggi per assicurare che gli etiopi non cerchino di vendicare la loro sconfitta.
Atto III
Scena I: Le rive del Nilo, vicino al tempio di Iside
Aida e il padre sono tenuti in ostaggio; il Re etiope, meditando una vendetta per la sconfitta subita, costringe la figlia a farsi rivelare da Radamès la posizione dell’esercito egizio. Radamès ha solo apparentemente consentito di diventare il marito di Amneris, e fidandosi di Aida, durante la conversazione in cui decidono di fuggire insieme, le rivela per incauta confidenza le informazioni richieste dal padre. Amonasro, che era rimasto nei paraggi origliando la conversazione, rivela la sua identità e, all’arrivo delle guardie, fugge con Aida; Radamès, disperato per avere involontariamente tradito il suo Faraone e la sua Patria, si consegna prigioniero al sommo sacerdote.
Atto IV
Scena I: Sala nel palazzo del Faraone; andito a destra che conduce alla prigione di Radamès
Amneris desidera salvare Radamès di cui conosce l’innocenza, supplicandolo di discolparsi, ma egli rifiuta. Il suo processo ha luogo fuori dal palcoscenico; egli tace e non si pronuncia in propria difesa, mentre Amneris, che rimane sul palco, si appella ai sacerdoti affinché gli mostrino pietà. Radamès viene condannato a morte per alto tradimento e sarà sepolto vivo. Amneris maledice i sacerdoti mentre Radamès viene portato via.Scena II:L’interno del tempio di Vulcano e la tomba di Radamès; la scena è divisa in due piani: il piano superiore rappresenta l’interno del tempio splendente d’oro e di luce, il piano inferiore un sotterraneo.
Radamès crede di essere solo, ma pochi attimi dopo si accorge che Aida si è nascosta nella cripta per morire con lui. I due amanti accettano il loro terribile destino, confermano l’amore l’un per l’altro, dicono addio al mondo e alle sue pene e aspettano l’alba, mentre Amneris piange e prega sopra la loro tomba durante le cerimonie religiose e la danza di gioia delle sacerdotesse.
Gianmauro Maria Barchiesi-Evoluzione della meccanizzazione agricola dalla Roma Antica all’Agro Romano e Bonifiche-
L’Autore – Gianmauro Maria Barchiesi–Laureato in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Milano,ho ricoperto ruoli di responsabilità nel mondo delle case automobilistiche tedesche (Volkswagen, Audi, Mercedes Benz, Porsche).Per alcuni anni sono stato anche responsabile tecnico delle macchine agricole New Holland, e delle attrezzature agricole Maschio Gaspardo per le provincie di Milano, Pavia, Lodi e Piacenza. Nel ricoprire questo ruolo, ho maturato la passione di approfondire l’evoluzione delle attrezzature di lavorazione della terra in Italia nel corso dei secoli.Trasferitomi da pochi anni da Cremona, dove sono nato, a Roma, sono rimasto incantato dalla bellezza della Campagna Romana.
La produttività del suolo è in rapporto strettissimo con la quantità e la qualità delle arature.
Dall’epoca Romana e fino all’anno Mille, nell’agro romano venivano utilizzati tre tipi di aratro:
l’aratro semplice (Aratrum)
l’aratro semplice (Aratrum) con il vomere in legno temperato a forma di uncino e parte terminale a punta di freccia, che si limitava a scalfire superficialmente la terra, non rovesciava le zolle e richiedeva quindi due passate ortogonali ed una successiva lavorazione manuale con la vanga. Questa tecnica portò ad avere una forma del terreno coltivato generalmente quadrangolare.
l’aratro con vomerein ferro (Aratrumversorium), introdotto verso il I° secolo A.C., che aggiungeva al vomere un coltro (coltello) metallico per penetrare più in profondità nel terreno
l’aratro con ruote (Aratrum Plaumoratum): che appunto aggiungeva le ruote al versorium per una migliore manovrabilità
l’aratro con ruote (Aratrum Plaumoratum)
A partire dall’anno Mille, l’aumento della produzione agricola portò ad una crescita demografica che favorì la nascita di nuovi borghi.
I maggiori raccolti non furono soltanto favoriti da un miglioramento del clima che si verificò in quel periodo, ponendo termine alla cosiddetta “piccola era glaciale” che aveva afflitto i secoli precedenti, ma anche dall’introduzione di alcune innovazioni.
L’aratro pesante fu una delle innovazioni più significative del Medioevo: introdotto tra l’ XI° e il XII° secolo, rivoluzionò l’agricoltura europea.
Dotato di un vomere asimmetrico ed un versoio in ferro, permetteva di tagliare e ribaltare completamente le zolle, a differenza dell’aratro precedente, che smuoveva solo superficialmente il terreno. Includeva un coltro verticale per scavare solchi profondi e un avantreno mobile che migliorava la stabilità e la manovrabilità. Realizzato con parti in ferro, era più resistente ed adatto ai terreni argillosi e compatti, tipici dell’Europa settentrionale.
Nacque infatti nel nord della Francia, diffondendosi rapidamente e diventando il simbolo del progresso agricolo del basso medioevo.
Rivestì un ruolo importante nello sviluppo della civiltà europea:
Contribuì alla crescita demografica dell’XI°-XIII° secolo, grazie alla maggiore disponibilità di cibo.
Accentuò le differenze sociali: solo gli agricoltori più abbienti potevano permettersi il costo elevato dell’aratro e degli animali da traino: i meno ricchi dovettero adattarsi a diventarne cooperatori.
L’Aratro Pesante
Questo scenario rimase pressochè immutato fino alla fine del ‘700.
La vera svolta della meccanizzazione della Campagna Romana rappresentò un processo storico fondamentale, strettamente legato alle trasformazioni economiche, sociali e politiche dell’Italia tra Ottocento e Novecento.
Ai primi dell’800, la campagna romana era dominata da vasti latifondi, proprietà di nobili famiglie (Barberini, Borghese, Torlonia) o della Chiesa. L’agricoltura era estremamente arretrata: basata su pascolo brado, cereali a rotazione lunghissima (con maggese) e poche colture intensive. Il lavoro manuale e l’uso di animali (buoi) erano la norma.
Le Paludi malariche (Agro Pontino, ma anche zone vicine a Roma), la mancanza di manodopera stabile (bracciantato stagionale), l’assenza di infrastrutture e la bassissima produttività erano problemi strutturali
Solo dopo l’Unità d’Italia (1870) Lo Stato Italiano avviò i primi studi per la bonifica e si cominciò a parlare di modernizzazione.
Sotto questo impulso, alcuni grandi proprietari illuminati iniziarono a sperimentare le prime macchine:
Arature Profonde: Introduzione di aratri pesanti trainati da buoi per rompere la crosta superficiale (“sod breaking”).
Nel 1800, l’aratro pesante subì significativi miglioramenti grazie alla rivoluzione industriale.
Si adottò l’acciaio per vomeri e versoi, aumentandone la durata e l’efficienza. In Inghilterra, Robert Ransome nel 1789 avviò la produzione industriale di aratri completamente metallici, seguita da altri produttori, come Finlayson, Howard e Garrett .
ARATRO FINLAYSON
L’introduzione del versoio elicoidale (es. aratro di Ridolfi in Toscana) permise di rivoltare meglio le zolle, definendo la struttura moderna con bure, coltro, vomere e versoio .
Sebbene ancora trainati da buoi o cavalli, gli aratri pesanti iniziarono a essere adattati alle prime macchine a vapore verso fine secolo .
Aratro Ridolfi
Le principali innovazioni introdotte furono:
– Avantreno a ruote: Presente già dal Medioevo, ma perfezionato per stabilizzare la profondità di lavoro .
– Vomere asimmetrico in metallo: Consentiva di lavorare terreni compatti e argillosi con meno sforzo .
– Richiedeva 2-4 buoi o cavalli e due operatori: uno per guidare gli animali, l’altro per regolare l’aratro .
– Rendimento giornaliero: circa ⅓ di ettaro, quasi raddoppiato rispetto ai secoli precedenti .
L’aratro pesante facilitò la coltivazione di cereali su larga scala, riducendo la necessità di maggese e aumentando le rese .
In Europa, modelli come l’”aratro svizzero” o “brabantino” (ruotabile su due lati) divennero popolari, mentre in Italia l’adozione fu più lenta per via dei costi .
La trazione degli aratri era inizialmente esclusivamente animale (buoi o cavalli) ma verso la fine del XIX° secolo comparvero nella campagna romana i primi trattori a vapore.
Il trattore a Vapore
Il trattore a vapore è un veicolo agricolo storico, alimentato da un motore a vapore, utilizzato nell’agro romano principalmente tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo anche per trainare attrezzi agricoli (come aratri, mietitrici o trebbiatrici) o per fornire potenza meccanica tramite cinghie di trasmissione.
Trattore a vapore Advance Rumely
Era mosso da un motore a vapore, alimentato a carbone, legna o paglia ed includeva una caldaia per generare vapore ad alta pressione, che azionava i cilindri motore.
Richiedeva un operatore specializzato (“motorista”) per gestire pressione, combustibile e acqua.
Era molto pesante (fino a 15-20 tonnellate) e ingombrante, spesso su ruote in acciaio.
Per la sua autotrazione limitata, spesso veniva trainato da cavalli per spostarsi tra i campi
Veniva usato per lavori pesanti: aratura profonda, trebbiatura o azionamento di macchine tramite pulegge.
A fronte di una maggiore potenza rispetto ai cavalli (fino a 150 HP per l’americano Case 150 del 1910), che lo rendeva ideale per grandi aziende agricole e terreni estesi, presentava alcuni importanti svantaggi, come la lentezza nell’avviamento (1-2 ore per riscaldare la caldaia), gli elevati costi di manutenzione e gestione, il bisogno di grandi quantità di acqua e combustibile ed infine i rischi di esplosione se mal gestito. Negli anni 1920, fu rapidamente rimpiazzato dal trattore a combustione interna (più economico, compatto e sicuro).
Mietitrici meccaniche a trazione animale (tipo McCormick) compaiono nelle grandi tenute cerealicole (es. Tenuta del Cavaliere, Maccarese) negli anni 1870-80..
Mietitrice McCormick a trazione animale
La mietitrice McCormick a trazione animale, sviluppata da Cyrus McCormick a partire dal 1831 e brevettata nel 1834, rappresentò una rivoluzione nella meccanizzazione agricola del XIX secolo.
La macchina utilizzava lame da taglio che si muovevano avanti e indietro, combinate con un dispositivo rotante per spingere il grano tagliato sul retro della macchina. Era trainata da cavalli e migliorava significativamente l’efficienza rispetto alla mietitura manuale con falci .
La mietitrice automatizzava il taglio e l’ordinamento del grano in andane, riducendo la manodopera necessaria. Tuttavia, richiedeva ancora un operatore a piedi per legare manualmente i covoni, fino all’introduzione successiva dei legatori automatici .
La trazione equina rimase dominante fino all’avvento dei trattori negli anni ’30 del ‘900. Le prime mietitrebbiatrici complete, combinate con motori, emersero solo nel XX secolo .
Il design di McCormick influenzò lo sviluppo delle moderne mietitrebbiatrici, come quelle prodotte da Laverda in Italia dal 1956 .
La Svolta: BONIFICA INTEGRALE E FASCISMO (Anni ’20-’30)
Con la Legge Serpieri (1928), il regime fascista fece della bonifica e della meccanizzazione della Campagna Romana (e dell’Agro Pontino) un progetto simbolo.
L’obiettivo era triplice: combattere la malaria, aumentare la produzione cerealicola (“Battaglia del Grano”), creare piccola proprietà contadina.
L’introduzione su larga scala di trattori a cingoli (Caterpillar, Landini, Fiat) fu rivoluzionaria. Consentirono arature profonde e rapide su terreni pesanti, preparazione dei letti di semina e lavori di bonifica (scavo canali, movimenti terra).
L’Opera Nazionale Combattenti (ONC) ed il Consorzio Agrario di Roma, costituito il 25 ottobre 1896 su ispirazione di Guido Baccelli, medico e Ministro dell’Agricoltura profondamente legato alla realtà agricola romana, furono fondamentali nell’acquistare e gestire le macchine per conto dei nuovi coloni e delle grandi aziende.
Nacquero nuove città (Littoria/Latina, Sabaudia, Pontinia) e aziende agricole razionali, basate su una meccanizzazione intensiva delle principali operazioni (aratura, semina, mietitura, trebbiatura).
Negli anni ’20, pur essendo l’Italia ancora fortemente legata alla trazione animale (buoi, cavalli), iniziarono a diffondersi i primi trattori a motore, soprattutto di importazione americana (Fordson, International Harvester).
L’ Agro Romano, tradizionalmente caratterizzato da latifondi e lavoro bracciantile, vide alcune sperimentazioni con trattori, spesso promosse dal regime fascista per modernizzare l’agricoltura.
La meccanizzazione fu comunque lenta, a causa dei costi e della resistenza dei latifondisti a investire.
I Trattori a Vapore (ormai in declino), venivano ancora usati nelle grandi tenute per l’aratura profonda, pur essendo pesanti e poco pratici
I Trattori a Benzina o Kerosene, come il Landini Testa Calda, iniziarono a diffondersi.
L’ Agro Romano potrebbe aver visto anche l’uso di trattori Fordson F, economici e robusti, anche se non ne è rimasta traccia.
Nel 1918 La FIAT lanciò il “702” (1918-1920), uno dei primi trattori italiani, usato anche in bonifiche.
Trattore FIAT MOD 702
Il Fiat 702 fu uno dei primi trattori agricoli prodotti dalla Fiat nel suo appena costituito settore Trattori.
Introdotto nel 1919, è considerato uno dei trattori più importanti nella storia dell’agricoltura italiana e mondiale, in quanto ha contribuito alla meccanizzazione del lavoro nei campi.
Fu infatti il primo trattore progettato specificamente per l’agricoltura in Europa, sostituendosi ai vecchi motori a vapore e animali da tiro.
Ebbe larghissima diffusione e venne utilizzato anche come base per autocarri e veicoli industriali.
La sua robustezza e semplicità lo resero molto popolare presso gli agricoltori della campagna romana.
Le caratteristiche principali del Fiat 702, avanzatissime per l’epoca, erano:
Motore: 4 cilindri a benzina o kerosene, raffreddato ad acqua.
Potenza: Circa 20-25 CV (a seconda della versione).
Trasmissione: A ruote dentate con cambio a 3 marce avanti e 1 retromarcia.
Peso: Intorno alle 4 tonnellate.
Velocità massima: Circa 5-7 km/h**.
Trazione: Posteriore (2WD), ma esistevano anche versioni cingolate per terreni difficili (mod. 40 C detto “Boghetto”.
Il successo del Fiat 702 aprì la strada a modelli più avanzati come il Fiat 703 e la lunga serie di trattori Fiat che seguirono. Oggi è un pezzo da collezione molto ricercato.
Trattore FIAT-Mod. Borghetto 40c-derivato dal Mod.702
La meccanizzazione della Campagna Romana attuata nei secoli XIX° e XX° non fu un semplice cambiamento tecnico. Fu un processo complesso e politicamente guidato, strettamente legato alla bonifica idraulica, alle politiche agrarie dello Stato (prima liberale, poi fascista, poi repubblicano) e alla trasformazione socio-economica dell’Italia da paese rurale a industriale. Passò dalle timide sperimentazioni ottocentesche dei latifondisti alla meccanizzazione totale e di massa realizzata dal fascismo e che verrà consolidata successivamente nel boom economico, cambiando per sempre il volto e l’economia della campagna attorno a Roma.
Fonte-Quaderni della Campagna Romana – Direttore Editoriale Franco Leggeri
– Franco Leggeri Fotoreportage e Ricerca storica :“Origini della Diocesi di Porto e Santa Rufina”
Cattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e Maria
Franco Leggeri Fotoreportage e Ricerca storica “Origini della Diocesi di Porto e Santa Rufina”-La Diocesi di Porto con le altre di Ostia, Albano, Palestrina, Frascati e Sabina fa parte delle sedi suburbicarie. Fino al 1120, epoca in cui Callisto II unì alla diocesi di Porto quella delle Sante Rufina e Seconda, le diocesi suburbicarie furono sette. I vescovi suburbicari hanno grado di cardinali ed occupano il primo luogo ne sacro Collegio. La circoscrizione delle diocesi di Porto, dopo l’unione con quella delle Sante Rufina e Seconda, comprendeva i seguenti abitati e tenute: Porto-Maccarese-Palo-Santa Severa-Santa Marinella-Palidoro – Castel di Guido- Cerveteri-Ceri-Sasso- Giuliano- Santa Maria di Galera-Casaccia-Cesano- Isola Farnese-Storta-San Nicola-Olgiata-Vaccareccia-Riano-Primaporta-Bottaccio-Testa di Lepre-Leprignano-Castiglione Ricci-Tragliata-Magliana-Massimilla-Massimina-Pescaccio-Pisana-Ponte Galeria-Buccea-Porcareccia-Torrimpietra-Pisana.Castelnuovo. La Diocesi ebbe anche giurisdizione episcopale nel Rione Trastevere, e, dopo la ricordata unione con Santa Rufina, anche nella città Leonina. Sulle origini della sede Vescovile di Selva Candida e delle Ss.Rufina e Seconda il Moroni dà le seguenti notizie:” Nel martirologio di Adone, in Tillemont, T.4,p.5, ed in Bollando, T.3, Julii,p.28, si leggono gli Atti delle Sante Sorelle Rufina e Seconda vergini e martiri. Nate da Asterio ed Aurelia di stirpe romana, illustre e senatoria, furono fidanzate e promesse spose ad Armentario e Verino, i quali apostarono il cristianesimo nel 257 0 260 per la persecuzione di Valeriano e di Gallieno. Rufina e Seconda rigettarono con orrore la proposta che loro fu fatta di abiurare anch’esse la fede di Gesù Cristo. Volendosi rifugiare in una loro terra in Toscana, per delazione de’ due apostati furono inseguite da Archesilavo conte, e arrestate al 14° miglio della via Flaminia. Ricondotte in Roma dinanzi al prefetto Giunio Donato, questi, prima con le lusinghe , poi colle minacce di fieri tormenti, fece battere Rufina alla presenza della sorella per intimorirla, la quale invece si gravò perché a lei non fosse concesso tanto onore di patire per Gesù. Riportate in tetra prigione , ivi fu bruciato letame perché rimanessero , dal puzzo e dal fumo, soffocate, invece comparve splendida luce e si sentì in soave odore. Indispettito il prefetto le fece gettare in ardente bagno, dal quale uscite illese, ordinò che si precipitassero, con grosse pietre al collo, nel Tevere, ove un Angelo le prese , sciolse e condusse a riva. Allora Giunio le consegnò di nuovo ad Archesilavo perché o le facesse morire o le lasciasse libere a sua arbitrio. Ma il crudele conte le fece condurre in una selva folta ed oscura , perché appena vi penetrava il sole, chiamata Selva Nera, nel fondo di Busso o Buxo o Boccea nella via Aurelia o Cornelia, che conduceva a Porto e Civitavecchia, 10 miglia lontano da Roma (circa 8 delle moderne miglia). Ivi fece loro troncare le teste, lasciando i loro corpi insepolti esposti alle fiere. Comparse in visione a Plautilla matrona romana e signora del territorio, sebbene ancor gentile, l’esortarono a farsi cristiana ed a seppellirle. Tutto Plautilla eseguì, e trovati i cadaveri incorrotti diè loro sepoltura in onorevole monumento. Pel concorso de’ fedeli a venerarle , reso chiarissimo il luogo pel martirio più tardi patito anche dai SS.Marcellino e Pietro (V.Chiesa dei SS. Marcellino e Pietro) e pei miracoli da Dio operati, fu denominato Selva Candida, Sylva Candida. Vi fabbricò una magnifica basilica San Giulio I papa del 336, vi ripose i corpi delle dette Sante e Santi (secondo Piazza, che però nell’Emerologio di Roma dice che i corpi dei SS. Marcellino e Pietro furono sepolti nel Cimitero di Tiburzio in sontuoso mausoleo da Sant’Elena), ed in loro onore la dedicò prevalendo il nome delle Sante Rufina e Seconda, chiesa che San Damaso I nel 367 terminò. Frequentando la chiesa i cristiani, a poco a poco si fabbricarono abitazioni e si formò una popolata e nobile città, che meritò la Sede vescovile immediatamente soggetta alla Santa Sede, la seconda delle Suburbicarie dopo quella di Ostia. La città prese il nome delle Sante Rufina e Seconda e di Selva Candida, come vescovato.
Ricerca e trascrizione dal testo originario di Franco Leggeri
Foto originali di Franco Leggeri
Testi consultati,Papiri Diplomatici,Le origini delle Diocesi in Italia,Sedi Episcopali nell’antico ducato di Roma,Storia dell’Agro Romano.
S.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa RufinaCardinale EUGENIO TISSERANT Vescovo di Porto e Santa Rufina-Foto ,con dedica alla parrocchia dello Spirito Santo di Castel di GuidoDiocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale S.Eccellenza Cardinale EUGENIO TISSERANT benedice la campana (24 marzo 1955)Diocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale consacrata nel 1950 ANNO GIUBILAREDiocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale consacrata nel 1950 ANNO GIUBILAREDiocesi di Porto e Santa Rufina- Papa Pio XII visita la Cattedrale (29 ottobre 1957) ricevuto dal Cardinale TisserantDiocesi di Porto e Santa Rufina- Papa Pio XII visita la Cattedrale (29 ottobre 1957) ricevuto dal Cardinale TisserantS.E. Monsignor Tito Mancini, Vescovo Ausiliare per la Diocesi di Porto e Santa Rufina.Mons. Diego BONA- Vescovo della Diocesi di Porto e Santa RufinaS.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale consacrata nel 1950 ANNO GIUBILARES.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa Rufina
S.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaParrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaDiocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale della Diocesi di Porto e Santa Rufina a La Storta la tomba del Cardinale Eugenio Tisserant , Monsignor Luigi Martinelli, Monsignor Pietro Villa e Vescovo Andrea Pangrazio
Sede suburbicaria
Si dicono sedi suburbicarie le diocesi che si situano attorno alla diocesi di Roma. “Suburbicario” viene dal latinosuburbicarius, composto di sub, “sotto” e urbs, “la città” per antonomasia, Roma.
I cardinali vescovi esercitavano l’effettiva giurisdizione sulle loro sedi fino a quando papa Giovanni XXIII, con il motu proprioSuburbicariis Sedibus dell’11 aprile1962, attribuì il governo ai vescovi ausiliari (anticamente “suffraganei”), lasciando ai cardinali solo il titolo. La sede di Ostia, pur rimanendo una giurisdizione distinta, è amministrata dal cardinale vicario del Papa.
I cardinali vescovi titolari effettuano ancora un “presa di possesso” della diocesi, ma nella pratica i corrispondenti vescovi titolari esercitano tutte le funzioni della giurisdizione ordinaria.
Oggi solo il “titolo” è cardinalizio, mentre la diocesi è sempre affidata ad un vescovo ordinario che ne è comunque titolare.
Il territorio si estende su 2.000 km² ed è suddiviso in 57 parrocchie, raggruppate in 5 vicariati foranei: La Storta-Castelnuovo di Porto, Porto Romano, Selva Candida, Maccarese, Cerveteri-Ladispoli-Santa Marinella.
Elenco delle parrocchie della diocesi, aggiornato al 10 marzo 2025:[5]
Castelnuovo di Porto: Santa Maria Assunta, Santa Lucia (Pontestorto);
Cerveteri: San Martino Vescovo (Borgo San Martino), Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Ceri), Santissima Trinità, Santa Maria Maggiore, Sant’Eugenio (I Terzi), San Francesco d’Assisi (Marina di Cerveteri), Santa Croce (Furbara);
Fiumicino: Santa Maria degli Angeli, Nostra Signora di Fatima (Aranova), Santa Maria Porto della Salute, San Luigi Gonzaga (Focene), Assunzione della Beata Vergine Maria (Fregene), San Gabriele dell’Addolorata (Fregene), Santa Maria Madre della Divina Provvidenza (Isola Sacra), Santa Paola Frassinetti (Isola Sacra), Santa Maria Stella Maris (Lido del Faro), Sant’Antonio di Padova (Maccarese), San Giorgio (Maccarese), Santi Filippo e Giacomo (Palidoro), San Benedetto Abate (Parco Leonardo), Sant’Anna (Passoscuro), Santi Ippolito e Lucia (Porto), San Pietro Apostolo (Testa di Lepre), Sant’Antonio Abate (Torrimpietra), Sant’Isidoro (Tragliata), San Francesco d’Assisi (Tragliatella);
Ladispoli: Sacro Cuore di Gesù, San Giovanni Battista, Santa Maria del Rosario, Santissima Annunziata (Palo Laziale);
Riano: Beata Vergine Maria Madre della Chiesa (La Rosta), Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria;
Santa Marinella: San Giuseppe, Santa Maria del Carmelo, San Tito, Sant’Angela Merici (Santa Severa).
Storia
Questa diocesi è formata dall’unione di due antiche sedi suburbicarie: Porto, l’antico porto principale di Roma, situato sulla riva destra del Tevere prospiciente Ostia; e Selva Candida, un villaggio sorto intorno alla basilica delle sante sorelle martiri Rufina e Seconda, situata lungo la via Cornelia, che corrisponde all’attuale via Boccea.
Porto
La fede cristiana mise radici nella zona di Porto molto presto. Sono noti i nomi di vari martiri di Porto, tra cui Aconzio; Giacinto; Ercolano e Taurino; Eutropio, Zosima e Bonosa; Marziale, Saturnino, Epitteto, Maprile, Felice e compagni.
Il più importante e patrono della diocesi è sant’Ippolito, tradizionalmente conosciuto come primo vescovo di Porto, martire verso la metà del III secolo, il cui culto è documentato già alla fine del IV secolo;[6] ad Ippolito fu edificata una basilica extramurana sul luogo del martirio, riportata alla luce negli scavi di fine Novecento nel sito archeologico dell’Isola Sacra (Fiumicino). Un’altra basilica, chiamata “basilica urbana”, fu scavata a partire dal XIX secolo nei pressi del molo esagonale traianeo; benché non vi siano a tutt’oggi prove archeologiche, può essere identificata con la basilica dei Santi Pietro, Paolo e Giovanni Battista, prima cattedrale della diocesi, fatta edificare da Costantino Iiuxta portum urbis Romae, ossia “presso il porto di Roma”.[7]
Il primo vescovo storicamente documentato è Gregorio, che nel 314 partecipò al concilio di Arles nelle Gallie. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce due epigrafi con i nomi di due vescovi portuensi: una prima epigrafe, della fine del IV secolo, testimonia la costruzione della basilica di Sant’Ippolito per mano del vescovo Eraclida; una seconda iscrizione, datata tra IV e V secolo, riferisce della costruzione della basilica ai santi Eutropio, Zosima e Bonosa ad opera del vescovo Donato.
Nell’864 divenne vescovo di Porto Formoso, futuro papa; a causa della decadenza della città di Porto e delle incursioni dei saraceni, fu probabilmente Formoso a trasferire la sede episcopale e la cattedrale nell’isola Tiberina. Nel 1018 la bollaQuoties illa di papa Benedetto VIII[8] riferisce ormai di un totale abbandono e del definitivo trasferimento della cattedrale e dell’episcopio nella basilica di San Bartolomeo all’Isola.
Durante l’episcopato di Giovanni IV (1049-1066), papa Leone IX definì i confini della diocesi in rapporto a quella di Selva Candida:[9] la diocesi era compresa dal corso del Tevere a partire da Ponte Rotto, l’Isola Tiberina o Lycaonia fino a Porta Settimiana, da qui il confine saliva a Porta San Pancrazio e seguiva la via Aurelia fino al ponte sul fiume Arrone; si dirigeva verso il mare passando per Palidoro e, tenendo sulla destra il tenimento di Palo, passava per il tenimento di Maccarese; raggiunta la riva del mare il confine proseguiva fino alla foce del Tevere comprendendo l’Isola Sacra per risalire fino a Ponte Rotto; venivano quindi confermati a Porto tutta la zona di Trastevere e l’isola Tiberina, lasciando al vescovo il privilegio di datare i suoi documenti con la formula Datum Romae. Nel 1059 il vescovo di Porto vinse la controversia con il vescovo di Selva Candida relativamente all’intero possesso dell’Isola tiberina e delle chiese di San Bartolomeo e di San Giovanni Calibita.[10]
La diocesi di Selva Candida deve la sua origine alla basilica sorta sul luogo del martirio delle sante Rufina e Seconda sulla via Cornelia nel fundus de Buxus o de Bucca o Boccea.[11] Altri importanti santuari martiriali presenti nel territorio erano quelli dei santi persiani Maris, Marta, Audifax e Abacuc, anch’esso sulla via Cornelia, e quello dedicato ai santi Basilide e compagni sulla via Aurelia.
Il primo vescovo noto è Adeodato che presenziò nel 501 ad un sinodo convocato dal re Teodorico per giudicare l’operato di papa Simmaco; un omonimo è menzionato in un altro sinodo del 499 come Adeodatus Lorensis; ciò fa supporre che i vescovi di Lorium sulla via Aurelia abbiano trasferito la loro residenza a Selva Candida. Dopo Adeodato è noto il vescovo Valentino, vicario di Roma durante l’assenza di papa Vigilio, che ebbe le mani tagliate da Totila, e che condivise le sorti di Vigilio a Costantinopoli sulla questione dei Tre Capitoli. Valentino è documentato nelle fonti sia come episcopus ecclesiae Silvae Candidae, con indicazione del toponimo da cui la diocesi traeva il proprio nome, sia come episcopus a sanctae Rufina et Secunda, in riferimento al principale santuario che si trovava a Selva Candida.[12]
Probabilmente a partire dal VI secolo, la diocesi di Selva Candida assorbì il territorio dell’estinta diocesi di Acquaviva.
I successivi vescovi di Selva Candida sono noti per lo più per la loro partecipazione ai concili celebrati dai pontefici a Roma. Secondo le indicazioni riportate dal Liber Pontificalis,[13] la sede episcopale e la basilica delle Sante Rufina e Seconda vennero ristrutturate dai papi Adriano I (772-795) e Leone IV (847-855); distrutte dai Saraceni attorno al 900, furono ricostruite all’epoca di Sergio III (904-911) e del vescovo Ildebrando (905-910).
Tra i vescovi più importanti si ricorda nell’XI secolo Pietro, documentato come vescovo di Selva Candida tra il 1026 e il 1037. Nel 1026 papa Giovanni XIX gli confermò tutti i possedimenti dipendenti dalla sua giurisdizione vescovile, che vengono enumerati nella bolla del 17 dicembre;[14] tra questi si possono menzionare le località di Baccano, Bottaccia, Boccea, Castel di Guido, Castel Campanile, Cesano, Castel Giuliano, Formello, Isola Farnese, Leprignana, Luterno (Valle Luterana), Olgiata, Palidoro, Palo, Riano, Galeria, Santa Marinella, Santa Severa, Sasso, La Storta, Testa di Lepre, Torrimpietra, Tragliata. Nella stessa bolla il pontefice assegnava a Pietro e ai suoi successori la chiesa dei Santi Adalberto e Paolino sull’Isola Tiberina, quale episcopale domicilium et congruum receptaculum.[15] In una successiva bolla di novembre 1037, papa Benedetto IX, oltre a confermare i privilegi già concessi in precedenza, assegnò a Pietro e ai suoi successori, in perpetuo, il titolo di cancellieri e di bibliotecari della Sede Apostolica, che, dopo l’unione, passò ai vescovi di Porto.[16]
Con la bolla del 1026, ai vescovi di Selva Candida furono assegnate anche tutte le chiese della Città leonina, cinque monasteri e la facoltà di compiere le funzioni liturgiche e le ordinazioni nella basilica di San Pietro. Questi privilegi furono gradualmente aboliti solo dopo la fine della cattività avignonese, quando i pontefici trasferirono la propria residenza dal Laterano al Vaticano.
Gli ultimi due cardinali vescovi di Selva Candida furono Umberto (1051-1061) e Mainardo (1061-1073), stretti collaboratori dei pontefici nell’azione riformatrice della Chiesa, che passò alla storia come riforma gregoriana.
Porto e Santa Rufina
Papa Callisto II, nel 1119, unì in modo definitivo la sede di Porto con quella di Selva Candida (chiamata anche Santa Rufina), unione confermata da papa Adriano IV (1154-1159).[17]
Il 21 luglio 1452 la diocesi di Santa Rufina fu separata dalla sede suburbicaria di Porto, ma già l’anno successivo, dopo la morte del cardinale Francesco Condulmer le due sedi furono riunite.[18]
Dal XVI secolo la sede di Porto e Santa Rufina fu riservata al vice decano del Collegio cardinalizio; quando il decano cessava dal suo servizio per decesso o per elezione al papato, gli succedeva il cardinale vescovo di Porto e Santa Rufina, che optava per la sede suburbicaria di Ostia e Velletri, che era propria del decano. Questa prassi comportò episcopati generalmente molto brevi, anche di pochi mesi.
La diocesi era vastissima, andando dal Tevere a sud fino alla via Flaminia a est e ai Monti della Tolfa a nord, ma praticamente spopolata e devastata dalla malaria. Nel 1692 la popolazione residente si aggirava attorno alle 4.000 unità, mentre da una statistica ufficiale del 1853, risultava una popolazione complessiva di appena 3.030 abitanti. I centri abitati erano pochi e sparsi qua e là sul territorio; tra questi i maggiori erano Castelnuovo, Fiumicino, Cesano, Riano e Cerveteri, dove si trovavano le uniche parrocchie della diocesi. All’inizio del XIX secolo la diocesi si trovava in un tale stato di abbandono, che il cardinale Leonardo Antonelli la definì «uno scheletro arido e spolpato», indicandone le cause del declino nelle invasioni saracene del Medioevo e nell’insalubrità del clima. Tutto questo malgrado nella seconda metà del Settecento ci furono dei tentativi di mettere in atto una certa attività pastorale, con l’appoggio delle Maestre Pie, dei Gesuiti e la creazione di alcune parrocchie. La diocesi non aveva nemmeno una cattedrale, essendo quella di Sant’Ippolito a Porto oramai in decadenza, e un centro con il palazzo episcopale ed il seminario. Di fatto la sede esisteva solo perché associata al titolo cardinalizio.
Il cardinale Bartolomeo Pacca, tra il 1821 ed il 1830, restaurò la cattedrale di Sant’Ippolito, ristrutturò l’annesso episcopio e ornò il suo cortile con reperti provenienti dagli scavi dell’antica città di Porto.
Il 5 maggio 1914papa Pio X, con il motu proprioEdita a Nobis, abolì il conferimento della sede di Porto e Santa Rufina al vice decano del Collegio cardinalizio. Lo stesso motu proprio stabilì che da quel momento in poi il decano del Sacro Collegio avrebbe unito la sede di cui era titolare con quella di Ostia e conseguentemente gli episcopati dei vescovi di Porto e Santa Rufina hanno cessato di essere particolarmente brevi.
Nel 1921 la popolazione della diocesi era pari a circa 10.000 abitanti, a cui se ne aggiungevano circa 12.000 che vi risiedevano stagionalmente per i lavori agricoli. Sorgevano 19 parrocchie. Il territorio rimase pressoché spopolato fino alle bonifiche degli anni trenta, che estirparono la malaria. La crescita della città di Roma e dei suoi dintorni e la bonifica del territorio portò in pochi decenni ad un aumento notevole della popolazione diocesana, dai circa 50.000 abitanti nel 1950 ai circa 300.000 nel 2000.
Nel 1926 il gesuitatedesco Leopold Fonck diede inizio alla costruzione di una chiesa, in località La Storta, che avrebbe voluto dedicare a santa Margherita Maria Alacoque, i lavori rimasero incompiuti fino a quando nel 1948 il cardinale Tisserant non li riprese, progettando di istituire a La Storta il centro della diocesi. Nel giro di due anni la costruzione fu completata e dedicata ai Sacri Cuori di Gesù e Maria il 25 marzo 1950; il 7 marzo era stata elevata al rango di nuova cattedrale della diocesi, al posto della precedente chiesa dei Santi Ippolito e Lucia, con il decreto Episcopalis Cathedra della Congregazione Concistoriale.[19] Contestualmente furono edificati il palazzo vescovile, la sede della curia diocesana e il seminario. Il 25 febbraio 1953 fu istituito il capitolo della cattedrale con la bollaQui cognoverit di papa Pio XII.[20]
Con la riforma delle sedi suburbicarie decisa da papa Giovanni XXIII nel 1962 con il motu proprioSuburbicariis sedibus, ai cardinali di Porto e Santa Rufina rimase solo il titolo della sede suburbicaria, mentre il governo pastorale della diocesi venne affidato ad un vescovo residenziale pleno iure. Questa disposizione entrò in vigore con la nomina, il 2 febbraio 1967, di Andrea Pangrazio, il primo vescovo, non cardinale, di Porto e Santa Rufina.
Il 30 settembre 1986 la diocesi ha assunto la denominazione di sede suburbicaria di Porto-Santa Rufina per la plena unione delle due sedi.[23]
Cattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina-Foto di Alessandra Finiti-Cattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaOLYMPUS DIGITAL CAMERADiocesi di Porto e Santa Rufina
Diocesi di Porto e Santa Rufina
Cattedrale- Campanile-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa Rufina
-Paolo Genovesi Fotoreportage –Concerviano-(RIETI)- Abbazia benedettina di San Salvatore Maggiore-
Descrizione-Paolo Genovesi Fotoreportage-L’Abbazia di San Salvatore Maggiore è uno dei più antichi e suggestivi monumenti della provincia di Rieti, prestigiosa testimonianza dell’Ordine Benedettino. Sorge sul pianoro Letenano, tra le vallate dei fiumi Salto e Turano, ed è costituita da una chiesa a navata unica, con cappelle laterali e presbiterio rialzato, da un imponente campanile e da tre edifici conventuali attorno a un cortile rettangolare di 50×50 metri. I tre edifici, con fasi costruttive e connotazioni architettoniche varie, hanno nel tempo ospitato funzioni diverse. L’ala est, annessa alla chiesa, ha accolto gli spazi comuni, come il refettorio, il capitolo, le cucine e gli ambienti dormitorio, ormai scomparsi dopo l’intervento del Genio Civile. È il più antico e in origine comprendeva l’intera struttura monastica. L’ala nord, nata con funzioni fortificatorie, di ricovero e di deposito, nel Rinascimento venne destinata a residenza. L’ala ovest ha avuto funzioni amministrative e di rappresentanza, quali Curia e Tribunale, e una parte più moderna, nata in fase post conventuale e destinata a cappella e a dormitorio per i seminaristi.
Fondata nel 735, fu distrutta dai saraceni intorno all’891 e ricostruita completamente nel 974, ampliata e trasformata più volte nel medioevo e in epoca moderna. Fino al XIII secolo fu al centro di numerose contese tra papato e impero e di dispute locali, con notevoli lavori di ampliamento. Continui lavori di riadattamento e ricostruzione ebbero luogo anche in seguito, a causa di assedi e danni accidentali. Con l’istituzione della commenda, verso la fine del XVI secolo, il complesso cominciò a trasformarsi in fortilizio e Ranuccio Farnese riadattò l’intera ala nord come propria residenza, aumentò lo spessore del corpo di fabbrica e realizzò il nuovo prospetto verso il cortile. Interventi di riadattamento più limitati sono poi dovuti a Francesco Barberini nel XVII secolo, commendatario che si adoperò, con successo, per la soppressione del monastero, sancita da Urbano VIII nel 1632. L’abbandono dei monaci e la nuova destinazione a sede del seminario diocesano provocò l’ultima grande trasformazione del complesso, che tra 1600 e 1700 aggiunse un nuovo corpo di fabbrica nell’ala ovest e fu riadattato per la nuova funzione. La storia secolare del monumento, che ebbe per lungo tempo stretto legame con l’abbazia di Farfa, è stata spesso tormentata, con ripetuti cambi di comunità religiose, e conosce dagli inizi del novecento un degrado sempre più evidente e un’accelerata distruzione.
Un intervento del Genio Civile, negli anni Trenta, ha prodotto un vero e proprio scempio delle strutture, vetuste, ma ancora resistenti, comportando numerosi crolli e distruzioni, soprattutto nel blocco est e il complesso ha vissuto un progressivo deterioramento sino alla metà degli anni Ottanta, che lo ha reso un rudere, fino all’intervento del Comune di Concerviano, guidato dal sindaco Damiano Buzzi, che lo ha acquisito nel 1986 e si è successivamente prodigato per avviarne valorizzazione e restauro.Fonte Regione Lazio-
Concerviano-(RI)- San Salvatore Maggiore
Pillole di storia–San Salvatore Maggiore è una abbazia Benedettina, sita sul monte Letenano nell’attuale frazione di Pratoianni del comune di Concerviano (RI). Fu fondata nel 735 d.C., in epoca longobarda, da monaci dell’abbazia di Farfa. Sorta sulle rovine di una preesistente villa romana, nell’891 d.C. fu incendiata dai Saraceni; successivamente ricostruita nella seconda metà del X secolo entrò in competizione con l’abbazia di Farfa nel controllo del territorio. Schieratasi con gli imperatori nella lotta per le investiture, è denominata per questo abbazia imperiale. Nel Trecento iniziò la decadenza, fino a che nel Seicento papa Urbano VIII, in forza della bolla Singulari diligentia del 12 settembre 1629, la soppresse unendola all’abbazia di Farfa.Negli ultimi anni è stata parzialmente ristrutturata grazie a fondi europei; attualmente è di proprietà del Comune di Concerviano.
Concerviano-(RI)- San Salvatore Maggiore
Paolo Genovesi Fotoreportage – Concerviano-(RIETI)- Abbazia benedettina di San Salvatore Maggiore-Paolo Genovesi Fotoreportage – Concerviano-(RIETI)- Abbazia benedettina di San Salvatore Maggiore-Concerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore Maggiore
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Il Borgo di TRAGLIATA-La Storia di Tragliata in pillole-Franco Leggeri Fotoreportage–Al km 29 della Via Aurelia, tra Torrimpietra e Palidoro, sulla destra, in direzione delle colline, si dirama la Via del Casale Sant’Angelo, che porta verso Bracciano.Percorrendo questa strada che si snoda in aperta campagna tra i grandi poderi coltivati o lasciati a pascolo per bovini e ovini, sulla destra al km 8,5 si diparte la via di Tragliata che porta al castello omonimo per terminare dopo pochi chilometri al crocevia con la Via di Santa Maria di Galeria, Via dell’Arrone e la Via di Boccea. Il toponimo di Tragliata, riportato in antichi documenti come Talianum o Taliata, sembra derivare da “tagliata”, nome dato ai sentieri scavati nel tufo di origine etrusca. Il Castello di Tragliata-Località molto suggestiva, abitata fin dall’antichità più remota, come testimoniato da ritrovamenti etruschi e romani inglobati nelle costruzioni successive. Il castello, eretto tra il IX e il X secolo, aveva una funzione di difesa e di avvistamento ed era collegato visivamente con altre torri circostanti, come la vicina Torre del Pascolaro; trasformato successivamente in un grande casale ad uso abitativo ed agricolo, in alcuni tratti si possono notare avanzi di muratura precedente appartenenti alle opere di sostegno del fortilizio. Allo stato attuale, Tragliata si presenta come un borgo in magnifica posizione elevata, situato com’è su di una specie di rocca isolata in mezzo alla vallata del Rio Maggiore, ed è costituito da vari fabbricati che si affacciano su di un grande spazio erboso.I fianchi della collina sono scavati in più parti dalle tipiche grotte, utilizzate nel corso dei secoli come magazzini o ricovero di animali. Di proprietà privata, il castello è stato recentemente convertito in azienda agrituristica adibita a ricezione. Interessanti i grandi silos sotterranei di epoca etrusca utilizzati per la conservazione dei cereali.
Secondo Carocci e Vendittelli la struttura fondiaria e produttiva della Campagna Romana risale al tardo medioevo e si è conservata senza soluzione di continuo fino alla riforma agraria a metà del XX secolo.
Le invasioni barbariche, la guerra greco-gotica e la definitiva caduta dell’Impero romano d’Occidente favorirono il generale spopolamento delle campagne, compresa quella romana, e i grandi latifondi imperiali passarono nelle mani della Chiesa, che aveva ereditato le funzioni assistenziali e di governo già assolte dai funzionari imperiali, e le esercitava nei limiti del possibile.
A partire dall’VIII secolo le aziende agricole (villae rusticae) di epoca imperiale si trasformarono – dove sopravvissero – in domuscultae, entità residenziali e produttive autosufficienti e fortificate, dipendenti da una diocesi – o una chiesa, o un’abbazia – che deteneva la proprietà delle terre e le assegnava in enfiteusi ai contadini residenti. Questi spesso ne erano gli originali proprietari, ed avevano conferito la proprietà dei fondi alla Chiesa in cambio di un piccolo canone di affitto e dell’esenzione dalle tasse. Queste comunità godevano di completa autonomia, che implicava anche il diritto ad armarsi per autodifesa (da dove la costruzione di torri e torrette), e in alcuni casi giunsero anche a battere moneta.
Già dal X secolo, tuttavia, la feudalizzazione costrinse i contadini ad aggregarsi attorno ai castelli dei baroni ai quali veniva man mano attribuito il possesso – a vario titolo – di molte proprietà ecclesiastiche, e la coltivazione della pianura impaludata e malarica fu abbandonata, col tempo, quasi completamente. Là dove si continuava a coltivare, questi nuovi latifondi ormai deserti, nei quali sorgevano sparsi casali fortificati, furono destinati a colture estensive di cereali e a pascolo per l’allevamento di bestiame grande e piccolo. Il loro scarso panorama umano era costituito da pastori, bovari e cavallari, braccianti al tempo delle mietiture, briganti.
L’abbandono delle terre giunse a tal punto che con la conseguente scomparsa degli insediamenti urbani nel territorio circostante Roma attorno alle vie Appia e Latina, l’ex Latium Vetus, venne ripartito in “casali”, tenute agricole di centinaia di ettari dedicato all’allevamento di bestiame, soprattutto ovini, e alla coltivazione di cereali, a cui erano addetti lavoratori salariati spesso stagionali. Questi latifondi in età rinascimentale e moderna divennero proprietà delle famiglie legate al papato. A seguito dello spopolamento delle terre pianeggianti ritornate a pascolo, si aggravò il grave problema dell’impaludamento e della malaria.
Il Borgo di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAI Fontanili della Campagna Romana-Borgo TragliataIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAPietra miliare Via di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAI Fontanili della Campagna Romana-Borgo TragliataIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAOLYMPUS DIGITAL CAMERABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATASat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAFontanile della Campagna Romana di via di TragliataBORGO di TRAGLIATA
Roma-Castel Sant’Angelo inaugura la mostra Panopliæ. Armi, ingegno e potere e riapre le Sale Farnesiane-
Roma Capitale-Dal 20 giugno a Castel Sant’Angelo presenta due importanti novità nel percorso di visita: l’apertura della mostra Panopliæ. Armi, ingegno e potere a Castel Sant’Angelo, dedicata alle collezioni di armi storiche del museo, e la riapertura al pubblico delle Sale Farnesiane, con un nuovo allestimento che ricrea l’atmosfera e le funzioni di un appartamento papale rinascimentale.
Roma-Castel Sant’Angelo inaugura la mostra Panopliæ. Armi, ingegno e potere
La mostra: Panopliæ. Armi, ingegno e potere
La mostra, a cura di Luca Mercuri, direttore dell’istituto, e di Mario Scalini, studioso di armi antiche e già dirigente del Ministero della Cultura, nasce per riportare alla luce un importante patrimonio conservato per lungo tempo nei depositi del museo. Dopo un’ampia campagna di ricognizione, studio e restauro, una prima selezione delle armi storiche del museo è ora nuovamente a disposizione del pubblico.
Il ritorno delle armi è anche un ritorno a casa: in occasione di Panopliæ, infatti, le armi tornano negli ambienti che furono allestiti come Armeria agli esordi del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, restituendo a questi spazi una funzione profondamente legata alla storia del Castello e delle sue collezioni.
Nato come mausoleo dell’imperatore Adriano e trasformato nei secoli in fortezza, residenza papale, prigione di Stato e presidio militare per poi diventare Museo Nazionale nel 1925, Castel Sant’Angelo è il luogo ideale per accogliere questo racconto.
Roma-Castel Sant’Angelo
Le collezioni si sono formate nel corso del Novecento attraverso acquisizioni, donazioni e trasferimenti da altri istituti. Tra gli apporti più significativi figurano la raccolta del collezionista Umberto Zanvettori, acquisita nel 1927, i pezzi provenienti dal conoscitore Remo Fedi negli anni Trenta e Quaranta del Novecento e numerosi manufatti giunti da Palazzo Venezia, dal Bargello, dal Museo Artistico Industriale di Roma e da Capodimonte.
Il percorso espositivo si snoda in sei sale e attraversa oltre un millennio di storia, proponendo una lettura per temi ed epoche: il mondo eroico medievale, i grandi committenti del Rinascimento, le corti e le marine del Seicento, la rivoluzione delle armi da fuoco.
Tra i pezzi che il visitatore incontrerà lungo il percorso figurano gli elmi corinzi del VI e V secolo a.C., i reperti più antichi esposti; l’elmetto con visiera a ventaglia forse appartenuto a Roberto Sanseverino, condottiero al servizio della Repubblica di Venezia caduto a Calliano nel 1487, presentato accanto a una riproduzione della sua lastra tombale conservata nel Duomo di Trento; una rara Hakenbüchse tedesca del primo Cinquecento, tra le prime armi da fuoco destinate a trasformare le tecniche di guerra; le armature legate alle grandi dinastie italiane, tra cui il corsaletto da barriera del cardinale Odoardo Farnese attribuito al celebre armoraro Pompeo della Cesa e il morione della guardia personale di Pierluigi Farnese.
Nella sezione dedicata alla tradizione Medici si segnala, invece, grazie al prestito del Museo Nazionale del Bargello di Firenze, il ricongiungimento di un petto con la croce di Malta a due pregiate manopole della collezione di Castel Sant’Angelo riconosciute e restaurate come parte di una medesima armatura realizzata per il giovane Giovan Carlo de’ Medici (1611–1663), presentata in dialogo con il suo ritratto proveniente dalle collezioni delle Gallerie degli Uffizi.
Non mancano le armi utilizzate dalle milizie pontificie, quelle riferibili alla tradizione milanese, napoletana e veneziana, fino alla scatola del revolver donato nel 1864 a Giuseppe Garibaldi dalla scrittrice Caroline Giffard Phillipson, testimonianza dell’ammirazione che la figura di Garibaldi suscitava nel mondo anglosassone.
«Panopliæ – commenta Luca Mercuri, Direttore del Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma – nasce dalla volontà di restituire a Castel Sant’Angelo una delle funzioni che ne hanno caratterizzato la storia museale: le armi tornano infatti negli spazi dell’Armeria, riallacciando il legame tra le collezioni e il monumento che le ospita. La mostra è il risultato di un importante lavoro di studio, ricerca e restauro delle raccolte conservate nei depositi, oggi nuovamente accessibili al pubblico. Castel Sant’Angelo, fortezza e presidio militare al centro di vicende cruciali come il Sacco di Roma del 1527, rappresenta il contesto ideale per raccontare il mondo di corti, dinastie e conflitti cui molti degli oggetti esposti rimandano. La riapertura delle Sale Farnesiane completa questo percorso, restituendo ambienti che tornano a raccontare la propria storia attraverso il dialogo tra architetture, arredi e opere d’arte.»
I restauri – condotti da Merj Nesi per l’occasione e, precedentemente, da Antonio Mignemi, Nicola Salvioli e Mari Yanagashita – hanno consentito il recupero di nuclei di grande pregio, dei quali è stata ricostruita la provenienza, restituendo alle raccolte di Castel Sant’Angelo un rilievo di assoluto significato anche in un contesto di straordinaria ricchezza quale è Roma.
Roma-Castel Sant’Angelo (mausoleo di Adriano). Tra i monumenti più iconici della Roma antica, oggi ospita un museo unico al mondo, che annovera una ricca collezione d’armi antiche e moderne e di cimeli storico-militari, la pinacoteca e una eccezionale collezione di ceramiche, sculture medioevali e moderne.
La riapertura delle Sale Farnesiane
Contestualmente riaprono al pubblico le Sale Farnesiane, parte dell’appartamento fatto realizzare da papa Paolo III Farnese negli anni Quaranta del Cinquecento. Le sale sono state oggetto di interventi conservativi, di ritinteggiatura e di un nuovo allestimento. Nelle sale di Amore e Psiche e del Perseo che affiancano la sala di maggior rappresentanza – la Sala Paolina – si è voluta rievocare la funzione originaria degli ambienti all’interno dell’appartamento papale. Arredi, dipinti e oggetti d’epoca ricostruiscono l’atmosfera di una residenza rinascimentale, restituendo alle stanze la loro identità storica, concependo gli spazi come period rooms secondo i più moderni criteri museografici.
La Sala di Amore e Psiche, tradizionalmente interpretata come camera da letto del pontefice, è oggi allestita come una camera rinascimentale: al centro si trova un grande letto da pompa in noce di manifattura romana con stemma Farnese, affiancato da un inginocchiatoio per la preghiera privata, un leggio, un tabernacolo con crocifisso e una cassettiera in radica di noce. Alle pareti figurano opere di grande pregio come Il Bagno di Dosso Dossi e la Giovane donna con unicorno di Luca Longhi, nella quale molti riconoscono i tratti di Giulia Farnese, la celebre “Giulia la Bella”, sorella di Paolo III.
La Sala del Perseo, probabile studiolo privato di Paolo III, è invece dedicata alla dimensione dello studio e della rappresentazione del potere. Una copia del ritratto di Pierluigi Farnese campeggia al centro sopra una scrivania corredata da orologio a quattro clessidre, calamaio, mortaio, campanello e cofanetto in ferro. Lungo le pareti si dispongono cassoni senesi intagliati, un armadio da sacrestia e una spinetta emiliana dipinta del 1540 circa. Domina l’ambiente il San Girolamo nella selva di Lorenzo Lotto, uno dei capolavori delle collezioni del museo. Insieme restituiscono al visitatore l’atmosfera di una residenza pontificia del Cinquecento.
Le altre due sale dell’appartamento papale riaperte, la Sala dell’Adrianeo e la Sala dei Festoni, utilizzate nell’Ottocento come segrete pontificie per detenuti e successivamente riscoperte, accolgono alcune delle opere più importanti della collezione permanente di Castel Sant’Angelo, tra cui una pala di Luca Signorelli, il Polittico della bottega degli Zavattari, sculture devozionali e affreschi staccati provenienti da antichi edifici romani oggi trasformati o scomparsi.
Molti degli arredi e degli oggetti esposti provengono dalle storiche donazioni di Mario Menotti, che nel 1916 contribuì in modo determinante alla formazione delle raccolte del Castello, e da quelle effettuate nel 1928 dalla famiglia di mercanti d’arte Contini Bonacossi.
Con Panopliæ e la riapertura delle Sale Farnesiane, Castel Sant’Angelo prosegue il percorso di valorizzazione delle proprie collezioni e dei propri spazi storici, restituendo al pubblico ambienti, opere e racconti che contribuiscono a rendere più leggibile e coinvolgente la complessa storia del monumento.
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