L’Abruzzo com’era: le foto degli archivi del Museo delle Genti d’Abruzzo-
Un viaggio nella memoria visiva dell’Abruzzo, tra volti, paesaggi e storie che riaffiorano dal passato: sabato 25 ottobre, alle ore 18, al Museo delle Genti d’Abruzzo sarà inaugurata la mostra “Sguardi d’epoca: l’archivio racconta l’Abruzzo”. L’esposizione conclude un importante progetto scientifico di catalogazione realizzato dall’Archivio fotografico della Fondazione Genti d’Abruzzo in convenzione con la Direzione Generale Archivi del Ministero della Cultura e con la supervisione della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica dell’Abruzzo e del Molise.
Museo delle Genti d’Abruzzo
La mostra rappresenta il momento culminante di un lungo lavoro di ricerca e valorizzazione del patrimonio fotografico conservato nell’Archivio del Museo, che custodisce testimonianze preziose della vita e delle trasformazioni del territorio abruzzese. Il progetto ha riguardato la catalogazione digitale di tre importanti fondi fotografici: il fondo “Olinto Cipollone”, il fondo “Mapei-Tonini” e il fondo “Archivio Storico”, per un totale di oltre millecinquecento oggetti tra stampe fotografiche, negativi e lastre in vetro.
Grazie a questo intervento di catalogazione e digitalizzazione, oggi le schede delle immagini, complete di descrizioni e dati storici, sono consultabili online direttamente dal sito del Museo delle Genti d’Abruzzo, all’indirizzo www.gentidabruzzo.com, nella sezione “Archivi fotografici”, con la possibilità di effettuare ricerche per parole chiave, soggetto e località.
Museo delle Genti d’Abruzzo
L’Archivio Fotografico del Museo delle Genti d’Abruzzo, parte integrante del Centro di Documentazione Etnografico, raccoglie materiali provenienti da donazioni, ricerche e campagne fotografiche realizzate nel tempo. Nato per documentare le fasi di allestimento delle sale del Museo, si è progressivamente trasformato in un punto di riferimento per la conservazione e la fruizione delle raccolte fotografiche legate alla memoria collettiva del territorio. Oggi l’Archivio conserva circa ventimila unità tra fotografie, diapositive, lastre, negativi e immagini digitali: un patrimonio in costante crescita.
“Il progetto scientifico si è concentrato sull’aggiornamento delle schede inventariali – spiega la direttrice della Fondazione Genti d’ Abruzzo Letizia Lizza – con particolare attenzione ai campi relativi alla località, ai soggetti, alle annotazioni e alle pubblicazioni collegate. A conclusione di questa fase di lavoro, sono state selezionate le immagini da esporre in mostra: ottanta stampe originali e quindici ingrandimenti, tutte dedicate al territorio abruzzese e databili a partire dai primi anni del Novecento”.
Tra i fondi oggetto di catalogazione, l’Archivio Fotografico Storico rappresenta un nucleo di straordinario valore, composto da novecentodieci positivi anteriori al 1950 che documentano usi, costumi e paesaggi dell’Abruzzo di un tempo. Si tratta di un patrimonio fondamentale per le ricerche sul territorio, sulle tradizioni e sulla vita quotidiana prima delle profonde trasformazioni economiche e sociali del secondo dopoguerra.
“La mostra non è solo un’esposizione – sottolinea il presidente della Fondazione Genti d’Abruzzo Luigi Di Alberti – ma il risultato concreto di un percorso di conoscenza, tutela e valorizzazione della memoria visiva dell’Abruzzo, un invito a riscoprire le radici e la bellezza di una regione raccontata attraverso lo sguardo di chi, con una macchina fotografica, ne ha fissato l’anima”.
Allestimenti e percorsi espositivi sono stati curati da Antonella Giancaterino, Alessandra Moscianese e Francesco Perozzi.
ROMA-L’incredibile lettera di un’antica donna romana alla sorella-
Lettera-antica-donna-romana -British Museum/Art resource, NY
Tempo fa è stato trovato e tradotto un invito di compleanno mandato da un’antica donna romana, moglie del comandante del forte di Vindolanda – Gran Bretagna – alla sorella.
La regione a quel tempo era ancora più fredda ed umida di oggi. Spesso chi veniva inviato qui, ai confini dell’impero, poteva aver la sensazione di essere isolato ed esiliato dalla lontana, potente e lussuosa Roma.
Ciò non impediva ai romani di sentirsi tali; un fatto dimostrato dal ritrovamento di numerose ville e strade costruite proprio da questo popolo. Anche lo stesso forte militare ci ha consegnato ampio materiale sulla vita di tutti i giorni dei romani.
A partire dal 1973, gli studiosi hanno cominciato a trovare frammenti di tavolette coperte di scrittura corsiva romana e sature d’acqua. Una volta conservate e decifrate, è stato possibile osservare rari dettagli della vita quotidiana e il funzionamento del forte; liste dei rifornimenti necessari, tra cui la pancetta, le ostriche, e il miele; la lettera di un soldato che scrive da casa e dice che ha inviato più calze, sandali, e biancheria oltre a descrivere i nativi britannici.
Tra le tavolette-i più antichi documenti scritti a mano in Gran Bretagna-sopravvive un invito dalla moglie del comandante del forte a sua sorella per una festa di compleanno, incredibile per la semplicità e la somiglianza oltre alla sua attualità nell’uso delle parole.
La lettera
“Claudia Severa alla sua Lepidina, saluti. Questo 11 settembre, sorella, per la celebrazione del mio compleanno, ti ho inviato un caldo invito per essere sicura che tu verrai, così da rendere la mia giornata migliore se tu sarai presente. Porgi i miei saluti al tuo Cerialis. Il mio Aelius (Elio) e mio figlio ti inviano i loro saluti. Ti aspetto sorella. Saluti, sorella, anima a me più cara, che spero prosperi e possa salutare. A Sulpicia Lepidina, moglie di Cerialis, da Severa.” La Moglie di Aelius, Claudia, fece probabilmente comporre da qualcun altro la lettera, elemento che sembra emergere dalla professionalità con cui è scritta la missiva. Sembra esserci però anche una parte del messaggio scritta direttamente da Claudia quando si legge: Ti aspetto sorella. Saluti, sorella, anima a me più cara, che spero prosperi e possa salutare”. Questo passaggio, seppur breve, rappresenta il primo testo conosciuto scritto da una donna romana in latino.
Un viaggio nei miti e nelle leggende del Sol Levante tra mostri, spiriti e Yokai
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Roma- Francis Picabia “Paesaggio” (1909) a Villa Medici-
Roma Capitale-Francis Picabia “Paesaggio” nel cuore delle sue storiche sale, Villa Medici espone per un periodo di tre mesi Paesaggio (1909) di Francis Picabia. L’opera viene presentata in concomitanza con la mostra Picabia. Aprire le porte della notte, in programma al Palazzo Reale di Milano, con la curatela di Anne Berest Picabia. Questo straordinario prestito a beneficio di Villa Medici mette in luce una svolta decisiva nella storia dell’arte moderna: il passaggio dell’artista verso la nascente astrazione
Francis Picabia “Paesaggio” (1909)
Dopo Il limone (1880) di Édouard Manet, esposto nel 2024 nella Camera degli Elementi di Villa Medici, grazie all’eccezionale prestito del musée d’Orsay, in occasione del 150° anniversario dell’impressionismo, questo autunno l’Accademia di Francia a Roma accoglierà Paesaggio (1909) di Francis Picabia, su invito di Anne Berest Picabia, scrittrice, nipote dell’artista e curatrice della grande retrospettiva italiana, dal titolo Picabia. Aprire le porte della notte, presentata in parallelo al Palazzo Reale di Milano.
Francis Picabia “Paesaggio” (1909)
Pittore e poeta formatosi all’École des Arts Décoratifs di Parigi, Francis Picabia (Parigi, 1879-1953) è una delle figure artistiche più poliedriche dell’inizio del XX secolo. Nel corso della sua vita ha attraversato le principali correnti della sua epoca — impressionismo, cubismo, fauvismo, dadaismo, astrattismo — senza mai lasciarsi incasellare in un solo stile, dando vita a un’opera polimorfa che sfugge a ogni definizione univoca. «Per avere idee pulite, bisogna cambiarle come le camicie», affermava l’artista.
Nel 1909, all’età di trent’anni, Francis Picabia gode già di un solido riconoscimento da parte delle istituzioni in virtù del suo periodo postimpressionista. Eppure, è proprio in quell’anno che decide di rimettere tutto in gioco: vende le sue vecchie tele e si avventura in una ricerca pittorica radicalmente nuova, ai confini del nascente astrattismo. Paesaggio si situa esattamente in questo momento di svolta e testimonia dei suoi primi tentativi in tal senso: le forme si amplificano e le ampie campiture di colore preannunciano già il progressivo abbandono della rappresentazione naturalistica. Eseguito con la tecnica a pastello, l’opera precede di poco Caoutchouc, dipinto considerato una delle pietre miliari dell’arte astratta, insieme a quelle di Kandinsky, Kupka, Malevich e Robert Delaunay. La cesura del 1909 nell’opera di Picabia, di cui Paesaggio rappresenta una luminosa testimonianza, inaugura uno dei percorsi più liberi e imprevedibili della storia dell’arte.
In dialogo con Paesaggio in mostra a Villa Medici, il Palazzo Reale di Milano dedica un’ampia retrospettiva a Francis Picabia, a partire dal 9 ottobre 2026 fino al 24 gennaio 2027. L’esposizione, dal titolo Picabia. Aprire le porte della notte, è a cura di Anne Berest Picabia e prodotta da Madeinart. Saranno presentate al pubblico più di 150 opere provenienti da collezioni pubbliche e private internazionali, che ripercorrono l’itinerario dell’artista filtrato attraverso il tema della notte, quale metafora di vita e spazio privilegiato della sua creazione.
In occasione di questo doppio appuntamento tra Roma e Milano, Villa Medici organizza per martedì 13 ottobre 2026 un incontro pubblico con Anne Berest Picabia e Arnauld Pierre, storico dell’arte, professore alla Sorbonne Université e autore di testi di riferimento su Francis Picabia. L’incontro si propone di indagare i legami tra Francis Picabia e François Morellet (Cholet, 1926-2016), maestro dell’astrazione, a cui Villa Medici dedica ugualmente una mostra in autunno. Con i loro interventi i relatori evidenzieranno le risonanze che attraversano le rispettive pratiche dei due artisti, all’insegna del rigore e dell’ironia. Se François Morellet ha sempre difeso un’astrazione geometrica basata su principi di neutralità, la sua opera rimane nondimeno profondamente permeata dal gusto per la beffa, il gioco e l’assurdo. Atteggiamenti, questi, che invitano a rileggere il suo lavoro alla luce di quello di Francis Picabia, di cui Morellet amava volentieri definirsi “figlio”. Coniugando letteratura e storia dell’arte, Anne Berest e Arnauld Pierre metteranno a confronto i loro rispettivi punti di vista sui due artisti. Un dialogo che offrirà senz’altro l’occasione di contestualizzare due approcci che, senza confondersi, rivelano sorprendenti corrispondenze. Il programma potrebbe subire variazioni
Arroccata sulla collina del Pincio che sovrasta Roma, Villa Medici occupa un sito di grande valore storico, risalente all’antichità. Inizialmente, il territorio fu abitato dagli Etruschi, che vi eressero un tempio dedicato alle divinità della Fortuna e della Speranza, per poi essere acquisito dai Romani. Fu proprio su questa collina, conosciuta come “la collina dei giardini”, che il generale romano Lucullo (117-56 a.C.) costruì una vasta e lussuosa residenza, dando vita a una tenuta che includeva l’area dell’attuale Villa Medici e della Trinità dei Monti. Di quest’epoca rimane una rete di cisterne sotterranee.
Roma-Villa Medici-Accademia di Francia
Con l’espansione dell’Impero, la tenuta di Lucullo passò a vari proprietari, tra cui l’imperatrice Messalina e i discendenti della famiglia Pinci. Fu quest’ultima, alla fine del IV secolo, a dare alla collina del Pincio il suo nome attuale. Oggi, il lato nord-orientale della collina è ancora delimitato dalle maestose mura erette dall’imperatore Aureliano (214-275 circa).
Verso la fine del IV secolo, l’imperatore romano d’Occidente Onorio (384-423 d.C.) decise di costruire un palazzo sulla collina per riaffermare la sua autorità su Roma, dopo il sacco della città da parte di Alarico nel 410. Nel 1999, gli scavi archeologici condotti dall’École française de Rome sotto il piazzale della Villa hanno riportato alla luce i resti di questo palazzo imperiale.
Metamorfosi nel Rinascimento
Durante il Rinascimento, la famiglia Crescenzi costruì un edificio sui resti di una tenuta antica, che era stata trasformata in una cava di pietra di reimpiego, utilizzata come base per l’attuale residenza. Nel 1564, il cardinale Giovanni Ricci di Montepulciano (1497-1574) acquistò la proprietà e avviò i primi interventi di modifica, affidandosi agli architetti Nanni di Baccio Bigio e Giacomo della Porta.
Dopo la sua morte nel 1576, Ferdinando de’ Medici (1549-1609) acquisì la villa. A soli 26 anni, giovane cardinale e appassionato collezionista, affidò allo scultore e architetto Bartolomeo Ammannati, amico di Michelangelo, il compito di ampliare e abbellire gli edifici e i giardini esistenti, al fine di esporre la sua prestigiosa collezione di marmi antichi, appena acquisita.
Oltre a migliorare la facciata che si affacciava sui giardini, fu costruita una seconda torre, fu innalzata una loggia, aggiunta una nuova ala all’edificio principale e furono creati giardini ornamentali. La decorazione interna fu affidata al pittore manierista fiorentino Jacopo Zucchi (1541-1590), che realizzò opere raffinate per gli appartamenti del piano nobile. Nel 1587, quando dopo la morte del fratello divenne Granduca di Toscana, Ferdinando de’ Medici – ora Ferdinando I – lasciò Roma per trasferirsi a Firenze, interrompendo bruscamente i lavori.
Nascita dell’Accademia di Francia a Roma
Nel 1666, su iniziativa di Jean-Baptiste Colbert, al tempo ministro delle Finanze di Luigi XIV, venne creata l’Accademia di Francia a Roma. L’obiettivo era offrire ai giovani artisti francesi vincitori del prestigioso concorso Prix de Rome l’opportunità di diventare “borsisti” e di soggiornare nella Città Eterna, immersi nell’arte antica e rinascimentale. Per i vincitori, il Prix de Rome rappresentava un passo essenziale verso una carriera di grande successo e riconoscimenti.
Inizialmente ospitata in una modesta residenza alle pendici del Gianicolo, l’Accademia si trasferì nel 1673 a Palazzo Caffarelli, nel cuore di Roma, e successivamente a Palazzo Capranica nel 1684 e a Palazzo Mancini nel 1725. Pittori, scultori e, dal 1720, architetti furono accolti per un soggiorno che durava quattro o cinque anni. Durante questo periodo, gli artisti erano sottoposti a una disciplina rigorosa: si svegliavano all’alba, condividevano i pasti e seguivano un programma di studi severo, con l’obbligo di produrre regolarmente opere, come copie dalla natura o dall’antico, schizzi dipinti e quadri di storia o paesaggio.
Nel XVIII secolo, alcuni tra i più illustri borsisti dell’Accademia furono François Boucher, Jean-Honoré Fragonard e Jacques-Louis David, nomi che divennero celebri nel panorama artistico mondiale. Inizialmente, il termine “borsista” si riferiva alla pensione concessa dal re per sostenere il soggiorno dei giovani artisti a Roma.
Da Palazzo Mancini a Villa Medici
Nel 1793, durante il periodo della Rivoluzione francese, i controrivoluzionari romani saccheggiarono Palazzo Mancini. Essendo un’istituzione legata all’Ancien Régime, l’Accademia di Francia a Roma fu abolita dalla Convenzione e rimase inattiva dal 1793 al 1795. La vera rinascita dell’Accademia avvenne solo nel 1803, quando l’istituzione si trasferì a Villa Medici. L’antica residenza di Ferdinando de’ Medici, abbandonata dai Granduchi di Toscana nel XVIII secolo, venne ceduta a Napoleone, che la scambiò con Palazzo Mancini. Durante questo periodo furono introdotti nuovi premi, come quello per la composizione musicale nel 1803 e per l’incisione calcografica nel 1804.
Nel corso del XIX secolo, l’Accademia ospitò numerosi artisti e direttori di fama, tra cui Jean-Auguste-Dominique Ingres, che fu pittore e poi direttore dal 1835 al 1841, e Guillaume Guillon-Lethière, pittore nato in Guadalupa da madre schiava e direttore dal 1807 al 1816. All’inizio del XX secolo, il concorso si aprì anche alle donne: Lucienne Heuvelmans (Gran Premio di scultura, 1911), Lili Boulanger (Gran Premio di composizione musicale, 1913) e Odette Pauvert (Gran Premio di pittura, 1925) furono tra le prime vincitrici.
Riformare l’Accademia, trasformare Villa Medici nel XX secolo
Roma-Villa Medici-Accademia di Francia
Nel 1961, André Malraux, ministro della Cultura del generale de Gaulle, nominò il pittore Balthus (Balthasar Kłossowski de Rola, noto come Balthus) direttore dell’Accademia di Francia a Roma. Sotto la sua direzione, Villa Medici e i suoi giardini subirono una trasformazione radicale. Con l’aiuto di restauratori e borsisti, Balthus riportò alla luce gli affreschi rinascimentali e creò una decorazione murale che ricopre quasi tutta la villa. Utilizzando una tecnica innovativa, che fa emergere il materiale in strati successivi, riuscì a creare una patina unica, vibrante e cangiante in ogni stanza. Ai piani superiori, la sua opera si fonde armoniosamente con i fregi del XVI secolo, che furono riscoperti e restaurati. Oggi, questa decorazione è accuratamente conservata e restaurata.
La visione di Balthus fu globale: oltre alla sua opera pittorica, introdusse una grande varietà nell’arredamento. Contrariamente alle tradizioni dei palazzi, acquistò mobili antichi da tutta Italia, che non esitò a ridipingere, tra cui mobili da chiesa, armadi e librerie, e iniziò a creare apparecchi di illuminazione originali. Sul fronte culturale, intraprese una politica espositiva ambiziosa, con retrospettive dedicate a figure come Auguste Rodin, Gustave Courbet, Alberto Giacometti e Georges Braque. Nel 1971, il Prix de Rome fu sostituito da un concorso aperto a tutte le discipline, tra cui la storia dell’arte e il restauro di opere d’arte.
Un’unicità riaffermata nel XXI secolo
La più antica residenza per artisti, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, è oggi un’istituzione pubblica nazionale sotto la supervisione del Ministero francese della Cultura. L’intera tenuta, comprendente giardini e edifici, è classificata come monumento storico in Francia e protetta dalla legge sui beni culturali in Italia.
L’Accademia occupa una posizione unica nella rete di accademie e istituti d’arte e archeologia stranieri presenti a Roma (una trentina) e nel panorama artistico romano in generale. Sottolinea la natura interdisciplinare delle sue missioni, il suo impegno per la multidisciplinarietà e la continua ricerca di un dialogo tra patrimonio e creazione contemporanea.
Villa Medici è al centro di un ampio programma di riallestimento, avviato nel 2022, chiamato Restituire l’incanto a Villa Medici, che integra design contemporaneo, artigianato d’arte e patrimonio restaurato.
Il mistero dello “scheletro del Castello”.Lo scheletro è la testimonianza di una tragica fine di una storia d’amore?
POGGIO CATINO in SABINA- Il mistero dello “scheletro del Castello”.
Poggio Catino in Sabina (Rieti)-Nel museo criminologico di Roma, con sede in via del Gonfalone, prima in via Giulia, si può vedere una celletta ricomposta , ricostruita, simile a quella che si trovava nel Castello di Poggio Catino. Dentro questa celletta vi è uno scheletro di una donna con ceppi di ferro ai polsi e alle gambe .
-Storia del ritrovamento-
Nel 1933 il sig. Vincenzo Biraghi , fratello e Amministratore del Dott. Prof. Umberto proprietario del Castello, era ossessionato dall’idea che nei sotterranei del Castello si trovasse il tesoro della “MADONNA di FARFA”. All’interno del Palazzo erano avvenuti dei fatti che presagivano “presenze” . Durante le notti apparivano spiriti che si materializzavano con segni inquietanti: imposte delle finestre che si aprivano e sbattevano all’improvviso pur essendo state chiuse ermeticamente, mani invisibili che tiravano le coperte e le lenzuola dei letti e si sentiva il rumore di pesanti catene che erano trascinate nei corridoi ; una signora , attratta dagli spiriti, si presentava periodicamente nel Palazzo e tentava di gettarsi nella vasca della fontana che si trovava nel giardino.
Nel 1935 il sig. Vincenzo chiese l’intervento del Vescovo ausiliare il quale mandò al Castello un preste esorcista per fare gli scongiuri rituali per allontanare gli spiriti maligni.
Un giorno del 1933, sotto i calcinacci di un torrione crollato apparve non il Tesoro della “MADONNA di FARFA”, ma una cella, intatta, con al suo interno lo scheletro della donna incatenata ai polsi e ai piedi così come si può vedere al Museo criminologico di Roma. La notizia del ritrovamento fu ampiamente documentata dal giornale IL MESSAGGERO. Da Roma il Ministero di Grazia e Giustizia inviò una commissione di esperti .
Gli esperti ministeriali ordinarono la rimozione totale della cella. Il lavoro fu eseguito da esperti in materia e fu così che l’intera cella e lo scheletro furono portati a Roma nel Museo Criminologico dove ancora si può vedere. La ricostruzione dei fatti, la più accreditata, potrebbe essere la seguente. Il fatto tragico si sarebbe verificato durante il periodo in cui i proprietari del Castello di Catino erano gli Orsini e cioè tra il 1483 e il 1558. La data certa, sembrerebbe , del tragico evento potrebbe essere tra il 1484 e il 1525 quindi tra la fine del XV sec. E l’inizio del sec. XVI, infatti è questo il periodo in cui infuriavano le lotte tra gli Orsini ed i Colonna. Questa presunta nobildonna catturata dagli Orsini oppure da essi ricevuta in ostaggio fu rinchiusa in questa cella del carcere del Castello di Catino morì condannata a spegnersi tra inedia, fame e sete.
La cella, piccola, di forma rettangolare ha infisso alla parete un grosso anello di ferro, in fondo una pietra circolare dove si trova lo scheletro con i ceppi di ferro ai polsi alle gambe e ai piedi. In mezzo al pavimento vi è un piccolo sedile di pietra un vaso e un boccale slabbrato. Vi sono macchie di sangue su davanzale dell’inferriata e su di una parete si nota un grafito , una croce incisa con oggetto metallico. Sotto, a destra della croce, di fronte alla scheletro c’è un lucernaio chiuso a mattoni. Si è appurato che la donna aveva sui trent’anni . Tra le tante ipotesi degli studiosi che si sono dedicati alla ricostruzione dell’identità della donna molti hanno scritto che lei era stata presa in ostaggio dagli Orsini quando espugnarono il Castello di Catino.
La leggenda popolare narra di una castellana sposa o compagna del potente Geppo Colonna , signore di Poggio Catino. Innamoratasi, ricambiata, del castellano di Poggio Catino, per vendetta il Colonna l’aveva fatta rinchiudere nella cella sotterranea e fatta morire d’inedia. Quale sia la vera storia, nessuno può dirlo, resta il fatto che alla donna sconosciuta fu riservata una morte davvero terribile.
Le foto allegate sono del 1938
POGGIO CATINO in SABINA- Il mistero dello “scheletro del Castello”.POGGIO CATINO in SABINA- Il mistero dello “scheletro del Castello”.POGGIO CATINO in SABINA- Il mistero dello “scheletro del Castello”.POGGIO CATINO in SABINA- Il mistero dello “scheletro del Castello”.POGGIO CATINO in SABINA- Il mistero dello “scheletro del Castello”.POGGIO CATINO in SABINA- Il mistero dello “scheletro del Castello”.
POGGIO CATINO in SABINA- Il mistero dello “scheletro del Castello”.
Roma-Appia Day, il decennale con tante iniziative dedicate alla “Regina Viarum”
Roma-Appia Day, iniziativa nata per valorizzare la Regina Viarum, festeggia il suo decimo anniversario. Il 3 e il 4 ottobre torna uno degli eventi più attesi dell’anno, con aperture e visite straordinarie, incontri, laboratori e attività sportive. Appia Day nasce nel 2016 dall’idea di VeloLove, rassegna di eventi dedicati alla mobilità urbana, di valorizzare territorio e mobilità sostenibile. L’evento coinvolge 74 Comuni, 4 regioni (Lazio, Campania, Basilicata e Puglia) e oltre 60mila partecipanti, espandendosi da Roma a Brindisi.
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.
«“Nata per Unire” è lo slogan scelto per l’edizione di questo anno con l’intento di rafforzare il legame tra cultura, storia e ambiente», dichiara l’assessore all’Agricoltura, ambiente e ciclo dei rifiuti di Roma Capitale Sabrina Alfonsi. Dal 2024 infatti la via Appia è sito Unesco: si riconosce l’importanza universale della Regina Viarum e, soprattutto, la necessità di unire in senso culturale, artistico e ambientale i territori che attraversa. «La forza di Appia Day, in questi dieci anni, è stata riuscire a coinvolgere e tenere insieme realtà molto diverse: istituzioni, associazioni, territori e cittadini uniti dalla volontà di valorizzare e vivere l’Appia in maniera sostenibile», le parole di Anna di Paolo, founder Appia Day.
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.
L’iniziativa non ha solo dimensione territoriale, ma fortemente europea. È infatti una Mobility action della European mobility week, con l’obiettivo di valorizzare la sostenibilità dei modelli di mobilità urbana, e dispone di due appuntamenti riconosciuti come Climate actions dello European climate pact. La Climate Walk, prevista per domenica 4 ottobre alle 10.30 alla Villa di Massenzio e organizzata insieme al dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, accompagnerà ricercatori, docenti e cittadini a scoprire gli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi urbani lungo l’Appia; mentre la giornata di domenica sarà scandita da vari laboratori didattici per scoprire il mondo delle plastiche e microplastiche.
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.
Le parole chiave di Appia Day-Nata per Unire sono, appunto, unione e sostenibilità. Tra sabato e domenica si alterneranno eventi di vario tipo (qui il programma dettagliato), ma l’intento comune rimane far incontrare luoghi e persone, conservando il carattere originario dell’Appia e promuovendo un approccio sostenibile lungo i 600 chilometri che la compongono. Domenica 4 se ne potranno percorrere 20 grazie all’iniziativa ArcheoGrab, con un percorso guidato dall’archeologo Francesco Laddaga, presidente del VII municipio, e composto da sette tappe. Non mancheranno appuntamenti con le istituzioni: nella giornata di sabato alle 11 al Mausoleo di Cecilia Metella è previsto un confronto incentrato sul futuro dell’Appia Antica; mentre, domenica alle 12 nel Castrum Caetani si terrà un incontro con il sindaco Roberto Gualtieri e altri rappresentanti di Roma Capitale e Città Metropolitana.
Appia Day-Nata per Unire si propone di essere sostenibile e accessibile; per questo Metur metterà a disposizione 10 golf car gratuite per favorire gli spostamenti di persone fragili e con mobilità ridotta e Lime fornirà oltre 150 biciclette con attivazione gratuita. Tutte le informazioni su eventi e modalità sono disponibili oneline sul sito della manifestazione. (Margherita Gonnelli)
2 ottobre 2026
Via Appia: la Regina Viarum è Patrimonio Mondiale UNESCO-
Roma via Appia antica
La 46a sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, svoltasi a New Delhi in India ha iscritto il sito “Via Appia. Regina viarum” nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.
Con i suoi 2300 anni di storia, in effetti, Via Appia Antica custodisce un patrimonio storico, archeologico e architettonico unico al mondo. Passeggiare o andare in bicicletta tra le straordinarie testimonianze del passato che vi si incontrano ad ogni passo è un’esperienza indimenticabile da fare almeno una volta nella vita.
Roma-La via Appia e la via Latina nei disegni di Maria Barosso-
Fu progettata nel 312 a.C. dal censore Appio Claudio Cieco che intendeva creare un punto di collegamento veloce tra Roma e Capua per facilitare lo spostamento delle truppe verso sud. In seguito, il tracciato fu prolungato fino Brindisi per una comunicazione diretta con la Grecia, l’Oriente e l’Egitto, per le spedizioni militari, i viaggi e i commerci.
Fu così che Via Appia Antica divenne la “regina viarum” (la regina delle strade), la strada più importante dell’epoca romana. Nel corso del tempo, la strada fu ampliata, per questo il sito Patrimonio Mondiale comprende anche la variante al tracciato originale, fatta costruire da Traiano nel 109 d.C.
Via Appia fu inoltre la prima delle grandi strade che attraversavano l’impero, costruita con tecniche ingegneristiche innovative, sorprendente esempio di edilizia e architettura capace di illustrare una fase significativa nella storia umana, come stabilito dal criterio iv della Convenzione UNESCO per la Protezione del Patrimonio Mondiale e Culturale del 1972.
Appia Antica
Le prime 12 miglia della strada, caratterizzate da numerosi e celebri monumenti, costituiscono uno dei tratti dell’itinerario più celebrati nell’arte attraverso i secoli; in quanto materialmente associata opere artistiche o letterarie, presenta caratteristiche che soddisfano il criterio vi della Convenzione del 1972.
Oltre al tracciato stradale, però, Via Appia comprende diverse e numerose tipologie di manufatti coerenti con la fase storica cui si riferisce il sito candidato; tra questi: opere ingegneristiche utili alla sua realizzazione, varie infrastrutture di servizio, insediamenti, monumenti funebri, luoghi di culto, porti e approdi, sculture ed epigrafi, manifestazioni tangibili della storia e delle tradizioni che hanno interessato questa strada unica, da millenni luogo della memoria e crocevia di culture.
Con l’iscrizione della via Appia, l’Italia raggiunge il numero di 60 siti iscritti nella prestigiosa Lista del Patrimonio Mondiale, della quale continua a detenere il primato.
Roma- Scuderie del Quirinale la mostra dedicata a Jacopo da Pontormo-
Roma-Le porte delle Scuderie del Quirinale stanno per riaprire: con la mostra dedicata Jacopo da Pontormo aprirà al pubblico venerdì 9 ottobre per terminare domenica 7 febbraio.
La mostra è la prima grande monografica dedicata a Pontormo, capofila assoluto della grande stagione del Cinquecento fiorentino che incarna il passaggio dal pieno Rinascimento alla Maniera, innovatore eccentrico dei modelli classici e per questo oggetto di una vasta fortuna novecentesca, da Pasolini a Bill Viola, venerato oggetto del desiderio di collezionisti di tutto il mondo ma popolare ed amato anche dal grande pubblico per i tratti di forte originalità della sua personalità creativa.
Jacopo da Pontormo
La mostra promossa da Ales – Scuderie del Quirinale in partnership con le Gallerie degli Uffizi, prodotta insieme alla casa editrice Electa, è curata da Cristina Acidini, tra i maggiori esperti di Cinquecento fiorentino, con il supporto di un team di autorevoli studiosi che annovera Elena Capretti, Philippe Costamagna, Bruce Edelstein e Carlo Falciani.
La mostra sarà l’occasione per vedere riuniti tutti i principali capolavori dell’artista, insieme a una straordinaria selezione di opere su carta. Oltre al cospicuo numero di opere in arrivo dalle Gallerie degli Uffizi, eccezionali prestiti provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo (la Galleria dell’Accademia e Musei del Bargello, l’Istituto Centrale per la Grafica, il Louvre, la National Gallery, il British Museum, il Metropolitan Museum of Art, la National Gallery of Art di Washington, l’Art Institute di Chicago, il Getty Museum di Los Angeles ed altri) saranno messi a confronto nelle sale delle Scuderie del Quirinale a cominciare dal capolavoro più noto e riconosciuto di Pontormo, la Visitazione proveniente dalla Chiesa di San Michele Arcangelo di Carmignano, presso Prato.
Un percorso di grande spettacolarità prevalentemente cronologico ma non privo di affondi tematici. Per chi vorrà approfondire sarà sempre disponibile la nostra ampia offerta didattica per adulti e bambini con visite guidate e laboratori per bambini e scuole di ogni ordine e grado.
Scuderie del Quirinale
Costruito nell’arco di un decennio, tra il 1722 e il 1732, il palazzo delle Scuderie al Quirinale delimita, con il Palazzo del Quirinale e il Palazzo della Consulta, lo straordinario spazio urbano al centro del quale è posta la fontana con le statue dei Dioscuri e l’obelisco ritrovato nell’Ottocento nei pressi del Mausoleo di Augusto. L’edificio delle Scuderie è collocato a ridosso del muro che chiude il giardino Colonna e poggia sui resti, in parte ancora visibili, del grandioso tempio romano di Serapide.
Scuderie del Quirinale
La superficie complessiva delle Scuderie Papali è di circa 3000 metri quadrati, distribuiti su più piani. In particolare, al primo e al secondo piano ampi spazi di circa 1500 metri quadrati costituiscono la zona espositiva. Al piano ammezzato è allestita una caffetteria mentre il piano terra ospita i servizi di accoglienza, la libreria, il negozio di oggettistica e spazi riservati a iniziative collaterali alle mostre.
Il primo progetto per le nuove Scuderie si deve ad Alessandro Specchi, che per volere di papa Innocenzo XIII, ricevette l’incarico di realizzare un edificio per sostituire quello semplice e dimesso costruito da Carlo Fontana all’inizio del XVIII secolo. La morte del Papa interruppe i lavori per sei anni fino a quando, nel 1730, Clemente XII decise di completare l’opera affidandola a Ferdinando Fuga. Fuga volle mantenere la struttura architettonica del suo predecessore ma trasformò il prospetto esterno, alzando il piano mezzanino, ridisegnando la facciata e arricchendo i portali centrali. L’ingresso del palazzo, costituito da due scalinate semiellittiche, rese dal Fuga ancora più scenografiche con un’elegante balaustra, fu demolito nel 1865 durante i lavori della salita di Monte Cavallo. L’edificio delle Scuderie al Quirinale ha mantenuto la sua funzione originaria di rimessa per carrozze e poste di cavalli fino al 1938, anno in cui venne adattato ad autorimessa.
Le non perfette condizioni dell’edificio delle Scuderie Papali e la necessità di rendere lo spazio idoneo alla sua nuova funzione, hanno reso indispensabile un significativo lavoro di restauro. L’intervento, progettato dall’architetto Gae Aulenti e diretto dalla Soprintendenza per i beni architettonici e ambientali di Roma, ha consentito di recuperare un’opera architettonica di straordinaria posizione urbana e di valorizzare spazi che per prestigio e dimensioni costituiscono un luogo espositivo di ineguagliabile valore.
L’iniziativa che ha portato al restauro integrale dell’edificio risale al 20 febbraio 1997, data in cui la Presidenza della Repubblica concede in uso al Comune di Roma le Scuderie. Il 10 luglio dello stesso anno il Comune affida all’Agenzia per il Giubileo l’utilizzo e la gestione dell’edificio settecentesco.
Dopo due anni e mezzo di lavori, il 21 dicembre 1999, alla presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si inaugura la nuova sede espositiva con una mostra I cento capolavori dell’Ermitage. Non solo una rassegna di grandi maestri, ma anche un documento sulla storia del gusto e del collezionismo del primo Novecento. È la prima volta, infatti, che dal Museo di San Pietroburgo esce una così ampia selezione delle celebri collezioni russe. Un centinaio di dipinti e disegni di Degas, Monet, Renoir, Cézanne, Gauguin, Rousseau le Douanier, Vlaminck, Derain, Vallotton, Vuillard, Sisley, Pisarro, Matisse e Picasso rimangono alle Scuderie fino al giugno 2000.
Nel corso degli anni, le linee guida che legano, con scientifica continuità, la scelta delle mostre e la loro programmazione alle Scuderie, si incentrano su un programma di divulgazione dell’arte italiana classica e moderna con grandi esposizioni dedicate ad artisti del calibro di Caravaggio, Antonello da Messina, Lorenzo Lotto, Filippino Lippi e Sandro Botticelli, Tintoretto, Tiziano e Raffaello, nonché sulla riflessione approfondita e innovativa sui rapporti reciproci tra l’Italia e la grande arte internazionale con quelle dedicate a Rembrandt, Velazquez, Bernini, Luca Giordano, da Giotto a Malevic.
Fonte-Comune di Roma Capitale-
Indirizzo
Via 24 Maggio, 16
Orari
Le Scuderie del Quirinale sono aperte al pubblico e visitabili solo quando ospitano una mostra.
Roma | Convegno “Tutto è documento?” all’Archivio di Stato-
L’archivio, come è noto, “archivizza” tutto quello che vi si sedimenta, conferendogli autenticità, situandolo nel tempo, rendendolo documento. E negli archivi, oltre e accanto alle carte, si trova infatti sedimentata spesso e volentieri una varietà di risorse non documentarie, fatta, oltre che di foto e materiale grafico, di risorse bibliografiche (manifesti, statuti, bandi, periodici, opuscoli, libri, letteratura grigia) e di beni mobili di ogni specie (oggetti di uso quotidiano, corpi di reato, contrassegni, campioni etc.). Non di rado, gli uni e le altre costituiscono oltre tutto pezzi rari, a volte unici, che sempre o quasi rischiano di restare nascosti in un cono d’ombra conoscitivo che li sottrae all’attenzione di ricercatori e di professionisti. Questi materiali, sempre a rischio di venire trascurati per mancanza di tempo, di fondi, di competenze specifiche o di un adeguato strumentario concettuale, pongono sfide specifiche e affascinanti alla comunità archivistica dal punto di vista della descrizione e della valorizzazione.
Il convegno vuole quindi offrire uno spazio di incontro, confronto e apprendimento su queste entità archivistiche atipiche, parte integrante e a pieno titolo del complesso archivistico, e che si trovano ad essere collegate ai documenti “classici” in modi molto variabili dal punto di vista genetico, concettuale e materiale, tanto da configurare, in qualche caso, forme inattese di vincolo. Da qui i temi affrontati negli interventi presentati: come gettare luce su oggetti culturali apparentemente anomali perché sedimentati in contesti inattesi, in cui nessuno li cercherebbe mai? Come comunicare la complessità (e quindi la ricchezza) informativa di materiali che sono, per un verso, beni dotati di valore individuale (bibliografico, storico-artistico, demoetnoantropologico, etc.) e, per altro verso, parti di complessi organici di documenti? Come affrontare le sfide della loro rappresentazione, digitalizzazione, valorizzazione? Quali i possibili spazi virtuali per queste risorse? E ancora: come gestire la sedimentazione ibrida di beni in ottica MAB, e la sua natura (occasionale? necessaria?) dal punto di vista concettuale, descrittivo, conservativo?
Nel proposito di misurarsi con questi interrogativi, il convegno riunirà docenti, ricercatori, professionisti delle scienze archivistiche e, più in generale, esperti a vario titolo di risorse MAB, con l’obiettivo di condividere esperienze, discutere criticità e questioni metodologiche, promuovere approcci interdisciplinari.
Comitato scientifico-organizzativo
Riccardo Gandolfi, Claudia Ambrosio, Maria Boccuzzi, Eleonora Lattanzi, Angelo Restaino (Archivio di Stato di Roma)
Flavia Bruni (Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane – ICCU)
Marco Lanzini (Università di Bergamo)
Maria Onori (Museo delle Civiltà)
Segreteria amministrativa
Martina Barile
Archivio di Stato di Roma – Sala Alessandrina
INFORMAZIONI PRATICHE
Sede: Archivio di Stato di Roma, Sala Alessandrina – Complesso di Sant’Ivo alla Sapienza, Corso del Rinascimento 40
Data: martedì 6 – mercoledì 7 ottobre 2026
In presenza fino ad esaurimento posti, oppure in diretta streaming
Informazioni: as-rm@cultura.gov.it
Ufficio stampa: Archivio di Stato di Roma · 06 6723 5600 · as-rm[at]cultura.gov.it
Rome | Conference titled “Is Everything a Document?” at the State Archives
The Rome State Archives, upon completion of the Re.Wi.Re. project—“Resources Within Resources: The Processing of Non-Documentary Resources Accumulated in an Archival Context”—is holding a conference titled “Is Everything a Document?” Reflections and Practices on MAB Resources in an Archival Context, which will take place on October 6 and 7, 2026, in the Sala Alessandrina.
As is well known, an archive ‘archives’ everything that accumulates within it, conferring authenticity upon it, situating it in time, and transforming it into a document. And in archives, alongside and in addition to papers, one often finds a variety of non-documentary resources, comprising not only photographs and graphic material but also bibliographic resources (posters, statutes, notices, periodicals, leaflets, books, grey literature) and movable objects of all kinds (everyday objects, evidence from criminal cases, badges, samples, etc.). Not infrequently, both types of material consist, above all, of rare, and sometimes unique, items that almost always risk remaining hidden in a shadow of ignorance that keeps them out of the sight of researchers and professionals. These materials, which are constantly at risk of being overlooked due to a lack of time, funding, specialist expertise or an adequate conceptual framework, present specific and fascinating challenges to the archival community in terms of their description and promotion.
The conference therefore aims to provide a forum for meeting, discussion and learning about these atypical archival entities, which form an integral and fully-fledged part of the archival complex and which are linked to ‘classic’ documents in ways that vary greatly from a genetic, conceptual and material perspective, to the extent that, in some cases, they give rise to unexpected forms of connection. Hence the themes addressed in the presentations: how can we shed light on cultural objects that appear anomalous because they have become embedded in unexpected contexts, where no one would ever look for them? How can we communicate the informational complexity (and therefore the richness) of materials which are, on the one hand, assets possessing individual value (bibliographic, historical-artistic, demo-ethno-anthropological, etc.) and, on the other hand, parts of organic document complexes? How can we tackle the challenges of their representation, digitisation and promotion? What are the possible virtual spaces for these resources? And furthermore: how should we manage the hybrid accumulation of assets from a MAB perspective, and its nature (accidental? necessary?) from a conceptual, descriptive and conservationist point of view?
With a view to addressing these questions, the conference will bring together lecturers, researchers, professionals in the field of archival science and, more generally, experts in various capacities on MAB resources, with the aim of sharing experiences, discussing critical issues and methodological questions, and promoting interdisciplinary approaches.
Scientific and Organising Committee
Riccardo Gandolfi, Claudia Ambrosio, Maria Boccuzzi, Eleonora Lattanzi, Angelo Restaino (Archivio di Stato di Roma)
Flavia Bruni (Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane – ICCU)
Marco Lanzini (Università di Bergamo)
Maria Onori (Museo delle Civiltà)
Administrative Secretariat
Martina Barile
Roma | Convegno “Tutto è documento?” all’Archivio di Stato-
Fiumicino-Maccarese-Campagna Romana- “I pirati della costa tirrenica” –
Fiumicino Maccarese-Campagna Romana – Lo spunto per questo scritto mi è venuto osservando una stampa che riproduce il quadro del pittore francese, ma di formazione fiamminga, Adrien Manglard (1695 – 1760)
Il quadro, proveniente dalla collezione Rospigliosi – attualmente si trova a palazzo Braschi, a Roma – rappresenta la cattura di alcuni turchi nella campagna di Maccarese.
Il quadro non è di grande valore artistico, ma è interessante, perché ritrae un fatto realmente accaduto nel 1748.
Fra l’altro vi si può osservare la torre Primavera, (ancora esistente a Maccarese), che era uno dei numerosi avamposti fatti costruire dal papa Pio V, per avvistare e contrastare l’arrivo dei vascelli della marineria turco – piratesca.
Stando alle cronache dell’epoca si racconta che i contadini di Maccarese, terre di proprietà allora della famiglia Rospigliosi, riuscirono a ricacciare in mare i pirati che erano sbarcati su quel tratto di costa laziale.
Il fatto, a mio giudizio, può sollevare una certa meraviglia perché le incursioni dei pirati avevano seminato, per secoli, un vero terrore lungo le cittadine rivierasche, con devastazioni, uccisioni e rapimenti.
La memoria dei saccheggi e delle brutalità piratesche è stata, per lungo tempo, viva nella tradizione popolare. Chi non ha mai sentito l’espressione “Mamma, li turchi! … “ ?
Maccarese(Roma)-Torre Primavera-ph Franco Leggeri
Ed inoltre è ancora in voga la canzone, nel cui testo si legge “A tocchi, a tocchi, la campana sona, li turchi so’ sbarcati alla marina … “
Invece a metà del XVIII secolo bastavano (pochi?) contadini per sconfiggere e ricacciare in mare i predoni della Mezzaluna.
Che cosa era successo? Come mai quelle che una volta erano delle efficienti e feroci compagini, militarmente organizzate, che solcavano le acque tirreniche con temibili flotte, venivano respinte da gente – si suppone – male armata ?.
La spiegazione può essere ricercata, in prima approssimazione, nelle sorti dell’Impero Ottomano. Il nucleo del futuro impero fu un piccolo regno dell’Anatolia (attualmente territorio della Turchia) sorto sulle rovine del sultanato di Rum.
Gli Ottomani, così chiamati dal loro fondatore Osman, erano i Turchi della stirpe selgiuchide, appartenevano a popolazioni provenienti dalle steppe dell’Asia Nordorientale, erano di lingua altaica e di fede mussulmano – sunnita.
Con le loro conquiste subentrarono, in modo anche violento, agli Stati precedentemente fondati dagli Arabi; nel 1453 posero fine all’Impero Bizantino e scelsero come capitale Costantinopoli, ribattezzata Istanbul. L’Impero Ottomano era vastissimo; infatti i suoi domini si estendevano, dall’odierno Iran fino all’Europa Mediterranea e Balcanica.
Nel Nord Africa, lungo la fascia costiera, ad ovest dell’Egitto, gli Ottomani costituirono una serie di Stati, sui luoghi che, precedentemente, i conquistatori Arabi avevano definito come Maghreb(tramonto). La superficie del Maghreb è ora politicamente coperta dagli attuali Marocco, Algeria, Tunisia e Libia
Questi Stati, ( ma il termine appare alquanto improprio ), agli inizi dell’era moderna, furono designati come barbareschi, anche detti Barberia o Costa berbera. Il termine barbareschi deriva da berberi, abitanti originari. Sotto il dominio degli Ottomani, il Maghreb venne diviso in tre province, Algeri, Tunisi e Tripoli.
Maccarese(Roma)-Torre Primavera-ph Franco Leggeri
Conviene qui di seguito accennare alle vicende ed ai complessi rapporti tra queste province e la Grande Porta, così era denominato il sultano di Istambul.
Cominciamo da Algeri.
Maccarese-Artista-Adrien Manglard (1695 – 1760)-
Nel 1525, Hayreddin, Barbarossa, ( Kair – Al – Din ) detto anche Adrianino, agli ordini del sultano, conquista Algeri ed il territorio circostante, che sommariamente, all’epoca, ricopriva l’area della moderna Algeria settentrionale. Barbarossa, come altri corsari, era un valente stratega tanto da diventare ammiraglio della flotta ottomana. In seguito alla sua impresa questo territorio, con il nome di Reggenza di Algeri, diventa governatorato ottomano ed il principale centro della potenza dell’impero nel Maghreb.
Nel 1574 è la volta di Tunisi. Sinan Pascià, agli ordini del sultano Selim II, la conquista.
Tunisi, in precedenza era un dominio spagnolo ed era governata, in stato di vassallaggio dalla dinastia berbero – musulmana degli Hafsidi.
Per quanto riguarda Tripoli, gli Ottomani la conquistarono nel 1540 su richiesta della locale popolazione di religione musulmana, per liberare la città dal dominio dei Cavalieri di Malta.
Nel 1553 gli europei furono espulsi da Tripoli dai corsari turchi Dragut e Sinan Pascia.
Dragut fu successore di Hayreddin , come comandante della flotta turca e si distinse nella battaglia di Prevesa ( 1538 ) contro la flotta cristiana. Dopo la morte di Dragut i legami tra Costantinopoli e Tripoli si allentarono.
La conquista del Maghreb rafforzò la presenza degli Ottomani nello scacchiere mediterraneo per tutto il XVI e fino al XVIII secolo e permise loro di diventarne i veri dominatori.
Soprattutto dalle piazzeforti di Algeri, Tripoli e Tunisi i vascelli barbareschi (più propriamente erano fuste e galeotte e sciabecchi) si potevano spingere fino nella lontana Liguria ed anche sulle coste francesi e, in mare, attaccavano i convogli e galeoni del cristianissimo Sacro Romano Impero e di altri Paesi Europei.
E il ricco bottino, acquisito con la predazione, non solo arricchiva i turchi – barbareschi, ma diveniva oggetto di un florido mercato. Non di rado gli acquirenti erano quegli stessi Paesi che li combattevano. La guerra da corsa diviene in tal modo un vero e proprio affare economico, un investimento finanziario capace di attirare l’interesse non solo di avventurieri senza scrupoli, ma anche di mercanti ed esponenti di spicco dell’élite cittadina e della nobiltà
E Cesare Ciani, in cronache livornesi, così si esprime “… da alcuni anni in qua sono capitati in Livorno molti corsari con prede fatte ne’ mari di Levante, ovvero altre persone che in Barbaria e in Sicilia hanno comprato le prede; ed in virtù di questa franchigia sono stati sicuri, prendendo essi però il nome di “mercanti” e non di corsari».
Il fatto (più) triste era che di questo mercato facevano parte (la gran parte!) esseri umani, che venivano venduti come schiavi oppure erano impiegati come rematori sulle navi ottomane.
I barbareschi erano disposti a rilasciare lo schiavo cristiano dietro il pagamento di una consistente somma di denaro.
l professor Robert Davis, insegnante di storia alla Ohio State University, descrive la tratta bianca degli schiavi come minimizzata dalla gran parte degli storici moderni nel suo libro “ Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast and Italy, 1500-1800”.
Davis stima che, solamente da parte di razziatori provenienti da Tunisi, Algeri e Tripoli, più di un milione di cristiani europei vennero schiavizzati in Maghreb dall’inizio del XVI secolo alla metà del XVIII
Occorre chiarire che la definizione di pirati per i componenti della marineria ottomana che partivano dagli stati del Magreb non è del tutto esatta. Infatti costoro non assaltavano mai naviglio musulmano; erano più esattamente corsari, che è quanto dire soggetti autorizzati dal proprio Stato di appartenenza ad attaccare imbarcazioni nemiche. Il pirata, invece, è colui che naviga a scopo di depredare e razziare per lucro personale, inalberando un proprio vessillo.
Si era poi formata poi una pirateria anglo – turca, con elementi di fede protestante e barbareschi, ai danni degli stati cattolici. Ne è testimone una lettera di un contemporaneo del XVI secolo «Un’infinità di beni, mercanzie, gioielli e tesori presi dai nostri pirati inglesi ogni giorno ai cristiani e portati ad Allarach, Algeri e Tunisi per arricchire mori e turchi e impoverire i cristiani»
D’altra parte non era raro che i pirati (e qui il termine non è inesatto), “in proprio”, anche in piccoli gruppi, senza un’organizzazione “imprenditoriale”, senza dover render ragione ai vari bey e/o al sultano, decidessero di lasciare le basi africane sperando in facili e lucrose sortite.
L’Impero Ottomano forniva loro supporto logistico e protezione e gli Stati Barbareschi, come a Lepanto, erano presenti nella flotta del sultano ottomano.
Con la crisi dell’Impero e prima ancora, con il cessare delle ostilità di guerra guerreggiata, tra le opposte sponde del Mediterraneo, questi rapporti si affievolirono tanto che partire dal 1620 questi paesi erano di fatto indipendenti. Significativo è il fatto che, dopo il 1565, l’autorità amministrativa di Tripoli divenne un pascià nominato dal sultano di Costantinopoli (Istambul). Il sultano forniva il pascià di un corpo di giannizzeri, che a sua volta venne diviso in un certo numero di compagnie sotto il comando di un bey.
Il termine bey designava i sovrani degli Stati vassalli della Turchia, ma era anche un titolo semplicemente onorifico per funzionari civili e militari, principi e capi tribù.
I giannizzeri divennero la forza politica e militare della Tripolitania ottomana, relegando il pascià a un ruolo prettamente formale.
I Barbareschi continuarono le loro feroci e… lucrose incursioni sulle coste europee senza dover rendere conto ad Istambul, senza averne (più) l’appoggio, la protezione e il coordinamento.
Per contro gli Stati Europei, che si sentivano direttamente minacciati dai “pirati” organizzarono vere e proprie spedizioni militari avvalendosi di poderose flotte e di valenti strateghi.
Uno dei primi fu Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero che, nel 1530, conquistò Tunisi.
Fallimentare, invece, si rivelò l’azione delle marinerie borboniche del Regno delle Due Sicilie contro i barbareschi nei secoli XVIII e XIX; anzi nonostante l’impiego di unità militari da guerra i “pirati” più di una volta arrivarono a cannoneggiare Ischia e Procida.
Ma bisogna aspettare il 1830 con la conquista di Algeri e la colonizzazione dell’Algeria da parte dei Francesi perché il fenomeno piratesco fosse completamente debellato nel Mediterraneo.
Inadempienze, ritardi (incapacità?) dei governanti a contrastare il fenomeno piratesco, spinsero talvolta cittadini e comunità, soprattutto quelle più vicine all’Africa, a dotarsi di corpi di combattimento. Emblematico è il caso di Lipari.
Meno devastanti e meno frequenti furono le incursioni dei barbareschi nell’ Adriatico per merito dei Veneziani e per la lontananza dalle basi di partenza.
Riassumo e concludo.
E’ fin troppo facile dare una lettura riduttiva del fenomeno piratesco nel Mediterraneo ponendosi dalla parte dei “cristiani” e definendo come “brigantaggio del mare” le azioni dei Maghrebini.
Le colpe e le atrocità ci sono state da entrambe le parti e spesso gli assalti dei barbareschi era una ritorsione ed una pura vendetta. La fede religiosa (mussulmana e cristiana), in più di un caso, si rivelò un pretesto per coprire nefandezze e saccheggi.
In realtà, come ho cercato di dimostrare, il fenomeno è più complesso; arriva fino al paradosso di essere una guerra parallela a quella tra i due grandi imperi dell’epoca, di tutti contro tutti, dove partecipano a vario titolo ed in diversi momenti, minoranze etniche come gli Uscocchi della costa Dalmata ed anche staterelli italiani come quello sabaudo.
Una guerra che vedeva in mare galeoni genovesi e veneziani ed ancora pirati “cristiani” quali corsi, catalani e greci; veniva così a costituirsi una forza navale, ragguardevole per quei tempi, complessiva di circa venticinquemila uomini., tra uno schieramento e l’altro, tra i secoli XVI e XVIII.
Attribuire poi la crisi della pirateria al decadere degli Ottomani non mi sembra che corrisponda alla realtà storica, come ho cercato di dimostrare.
La vera crisi della pirateria e la sua definitiva scomparsa coincidono invece con il nascere del colonialismo europeo (e siamo alle soglie del XIX secolo) quando potenze come Francia ed Italia decidono di porre sotto il loro controllo la costa africana che si affaccia sul Mediterraneo.
E la realtà coloniale, intesa come forma di occupazione violenta, favorisce nei Paesi del Maghreb l’acuirsi di fenomeni di nazionalismo, di radicalizzazione dell’islamismo, di rivolte e ribellioni ed anche l’assurgere di regimi autoritari. Ma questa è un’altra storia…
Articolo di Silvio Vitone
Silvio Vitone
Silvio Vitone, classe 1949, vive attualmente a Ladispoli(Roma), ma è nato in Molise, a Mafalda, in provincia di Campobasso.Laureato in Giurisprudenza, è stato funzionario del Ministero delle Finanze, prima a Parma e poi a Roma.E’ appassionato principalmente di storia ed archeologi Scrive anche racconti e poesie .Ha, al suo attivo, numerose pubblicazioni, sia di carattere scientifico – fiscale, sia di carattere saggistico.
Isma’il Pascià, Chedivè d’Egitto, commissionò un inno a Verdi per celebrare l’apertura del Canale di Suez (1868) nel 1860, offrendo un compenso di 80.000 franchi, ma Verdi rifiutò, dicendo che non scriveva musica d’occasione[1]. Invece, quando venne l’invito (Mariette mandò uno schema di libretto su un soggetto egiziano a Camille du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi che lo sottopose a Verdi, che trovò la storia valida) a comporre un’opera per l’inaugurazione del nuovo teatro de Il Cairo, Verdi accettò. Il 27 aprile 1870 Mariette scriveva a du Locle: «Ciò che il Viceré vuole è un’opera egiziana esclusivamente storica. Le scene saranno basate su descrizioni storiche, i costumi saranno disegnati avendo i bassorilievi dell’alto Egitto come modello». La prima dell’opera fu ritardata a causa della guerra franco-prussiana, dato che i costumi e le scene erano a Parigi sotto assedio. Il teatro del Cairo s’inaugurò invece con Rigoletto nel 1869. Quando finalmente la prima ebbe luogo ottenne un enorme successo e ancora oggi continua ad essere una delle opere liriche più famose. Verdi raggiunse un effetto sensazionale con l’utilizzo, nella Marcia trionfale, di lunghe trombe, del tipo delle trombe egiziane o delle buccine romane («…com’erano le Trombe nei tempi antichi»[2]), appositamente ricostruite per l’occasione, ma dotate di un unico pistoncino nascosto da un panno a forma di vessillo o gagliardetto[3].
La prima rappresentazione avvenne quindi al Teatro khediviale dell’Opera del Cairo il 24 dicembre 1871, diretta da Giovanni Bottesini. Per l’anteprima italiana sotto la sua diretta supervisione, Verdi scrisse una ouverture, che però alla fine non venne eseguita per un ripensamento, considerando il breve preludio più organico ed efficace.
Originariamente, Verdi scelse di scrivere un breve preludio orchestrale invece di una piena apertura per l’opera. Ha quindi composto un’ouverture della varietà “pot-pourri” per sostituire il preludio originale. Tuttavia, alla fine, decise di non far eseguire l’ouverture a causa della sua – parole sue – “pretenziosa insipidezza”. Questa ouverture, mai usata oggi, è stata raramente eseguita da Arturo Toscanini e dalla NBC Symphony Orchestra il 30 marzo 1940, ma non è mai stata emessa in commercio[4].
Aida ha incontrato grandi consensi quando è stata finalmente inaugurata al Cairo il 24 dicembre 1871. I costumi e gli accessori per la prima sono stati disegnati da Auguste Mariette, che ha anche curato il design e la costruzione dei set, realizzati dai pittori di scena dell’Opéra di Parigi: Auguste-Alfred Rubé e Philippe Chaperon (atti 1 e 4) e Édouard Desplechin e Jean-Baptiste Lavastre (atti 2 e 3) e spediti nella città egiziana[5]. Anche se Verdi non partecipò alla prima, era molto insoddisfatto del fatto che il pubblico fosse composto da personalità, politici e critici invitati, ma non membri del pubblico in generale[6]. Egli ha pertanto considerato la prima italiana (ed europea), tenutasi a La Scala di Milano in data 8 febbraio 1872, e una performance in cui è stato fortemente coinvolto in ogni fase, come essere la sua vera prima.
Verdi aveva anche scritto il ruolo di Aida per la voce di Teresa Stolz, che la cantò per la prima volta alla premiere di Milano. Il compositore aveva chiesto al fidanzato della cantante, Angelo Mariani, di dirigere la prima del Cairo, ma lui rifiutò, così la scelta cadde su Giovanni Bottesini. L’interprete di Amneris a Milano, Maria Waldmann, era la sua favorita per il ruolo e lo ripeté un numero di volte su sua richiesta[7].
Aida, principessa figlia del Re di Etiopia Amonasro, vive a Menfi come serva; gli Egizi l’hanno catturata durante una spedizione militare contro l’Etiopia ignorando la sua vera identità. Suo padre ha organizzato un’incursione in Egitto per liberarla dalla prigionia. Ma fin dalla sua cattura, Aida è innamorata, ricambiata, del giovane guerriero Radamès. Aida ha però una pericolosa rivale, Amneris, la figlia del Faraone d’Egitto. Giunta Aida, Amneris intuisce che la serva possa essere la fiamma di Radamès e falsamente la consola dal suo pianto. Appare il Faraone assieme agli ufficiali e Ramfis che introduce un messaggero recante le notizie dal confine. Aida è preoccupata: suo padre sta marciando contro l’Egitto. Il Faraone dichiara che Radamès è stato scelto da Iside come comandante dell’esercito che combatterà contro Amonasro. Il cuore di Aida è diviso tra l’amore per il padre e la Patria e l’amore per Radamès.Scena II:Interno del tempio di Vulcano a Menfi.
Cerimonie solenni e danza delle sacerdotesse. Investitura di Radamès come comandante in capo.
Atto II
Le Buccine della Marcia trionfale, II atto, nell’allestimento del 2011 all’Arena di Verona
Scena I:Stanza di Amneris
Danze festose e musica nelle stanze di Amneris. Amneris riceve la sua schiava Aida e ingegnosamente la spinge a dichiarare il suo amore per Radamès, mentendole dicendo che egli è morto in battaglia; la reazione di Aida alla notizia la tradisce rivelando l’amore segreto per il guerriero. Amneris, alla luce della scoperta, la minaccia: ella è la figlia del Faraone e può tutto a differenza della povera serva. Con orgoglio Aida rivela che anche lei è di nobile rango, ma se ne pente ben presto e cerca il perdono. Risuonano da fuori le trombe della vittoria. Amneris obbliga Aida a vedere con lei il trionfo dell’Egitto e la sconfitta del suo popolo. Aida è disperata…Scena II:Uno degli ingressi della città di Tebe.
Radamès torna vincitore. Marcia trionfale. Il faraone decreta che in questo giorno il trionfatore Radamès potrà avere tutto quello che desidera. I prigionieri etiopi sono condotti alla presenza del Re e Amonasro è uno di questi. Aida immediatamente accorre ad abbracciare il padre, ma le loro vere identità sono ancora sconosciute agli Egizi. Amonasro infatti dichiara che il Re etiope è stato ucciso in battaglia. Radamès per amore di Aida chiede come esaudimento del desiderio offertogli dal Re il rilascio dei prigionieri. Il Re d’Egitto, grato a Radamès, lo proclama suo successore al trono concedendogli la mano della figlia Amneris e fa inoltre rilasciare i prigionieri, ma, su consiglio di Ramfis, fa restare Aida e Amonasro come ostaggi per assicurare che gli etiopi non cerchino di vendicare la loro sconfitta.
Atto III
Scena I: Le rive del Nilo, vicino al tempio di Iside
Aida e il padre sono tenuti in ostaggio; il Re etiope, meditando una vendetta per la sconfitta subita, costringe la figlia a farsi rivelare da Radamès la posizione dell’esercito egizio. Radamès ha solo apparentemente consentito di diventare il marito di Amneris, e fidandosi di Aida, durante la conversazione in cui decidono di fuggire insieme, le rivela per incauta confidenza le informazioni richieste dal padre. Amonasro, che era rimasto nei paraggi origliando la conversazione, rivela la sua identità e, all’arrivo delle guardie, fugge con Aida; Radamès, disperato per avere involontariamente tradito il suo Faraone e la sua Patria, si consegna prigioniero al sommo sacerdote.
Atto IV
Scena I: Sala nel palazzo del Faraone; andito a destra che conduce alla prigione di Radamès
Amneris desidera salvare Radamès di cui conosce l’innocenza, supplicandolo di discolparsi, ma egli rifiuta. Il suo processo ha luogo fuori dal palcoscenico; egli tace e non si pronuncia in propria difesa, mentre Amneris, che rimane sul palco, si appella ai sacerdoti affinché gli mostrino pietà. Radamès viene condannato a morte per alto tradimento e sarà sepolto vivo. Amneris maledice i sacerdoti mentre Radamès viene portato via.Scena II:L’interno del tempio di Vulcano e la tomba di Radamès; la scena è divisa in due piani: il piano superiore rappresenta l’interno del tempio splendente d’oro e di luce, il piano inferiore un sotterraneo.
Radamès crede di essere solo, ma pochi attimi dopo si accorge che Aida si è nascosta nella cripta per morire con lui. I due amanti accettano il loro terribile destino, confermano l’amore l’un per l’altro, dicono addio al mondo e alle sue pene e aspettano l’alba, mentre Amneris piange e prega sopra la loro tomba durante le cerimonie religiose e la danza di gioia delle sacerdotesse.
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