Dalle inquietudini alla luce: l’Agostino delle Confessioni-
L’inquietudine della giovinezza di Agostino
Nato nel 354 a Tagaste, nell’attuale Algeria, Agostino cresce in un crocevia culturale dell’Impero romano ormai in crisi: un’Africa latina vivace, colta, ma attraversata da tensioni religiose e politiche. La madre, santa Monica, gli trasmette la fede cristiana; il padre, pagano, punta invece sulla carriera e decide di mandarlo a Cartagine per formarlo come oratore e giurista.
Quando Agostino arriva nella grande metropoli africana, nel 370, è un giovane brillante e inquieto. Si è già allontanato dall’educazione materna e si lascia sedurre dal successo, dallo studio della retorica e dai piaceri della città. A Cartagine conosce una giovane donna con cui vivrà insieme quindici anni e da cui avrà un figlio, Adeodato.
Proprio lì, però, qualcosa si incrina. Agostino comincia a percepire i limiti di una retorica che vince ma non convince, che persuade ma non illumina. La filosofia lo afferra, soprattutto grazie all’Hortensius di Cicerone, che lo spinge a cercare la sapienza come bene supremo.
L’illusione manichea
Nel 373 entra in contatto con il manicheismo, una dottrina che immagina il mondo come un campo di battaglia tra due principi eterni, Bene e Male. Una visione affascinante, semplice, rassicurante: il male non è colpa tua, è una forza esterna. Agostino la abbraccia con entusiasmo e la diffonde con il suo talento oratorio, ma resta sempre un uditore, mai un iniziato. Qualcosa non torna. La delusione esplode quando incontra Fausto, il vescovo manicheo che tutti gli descrivevano come un genio. Invece Agostino scopre un uomo brillante ma vuoto, incapace di rispondere alle sue domande più profonde. È il primo vero distacco.
L’Italia e l’incontro che cambia tutto
A 29 anni lascia l’Africa. Va prima a Roma, poi a Milano, grazie all’appoggio del potente Simmaco, che spera di contrapporre il giovane professore al vescovo Ambrogio, ormai celebre in tutta la città. Agostino si avvicina ad Ambrogio con spirito critico: vuole analizzare la sua eloquenza, smontarne i discorsi. Ma accade l’imprevisto. L’uomo lo conquista, prima con la sua accoglienza paterna, poi con la profondità delle sue omelie. Fu la stessa Provvidenza, a detta di Agostino, a indirizzarlo verso Ambrogio, come leggiamo nel V libro delle Confessioni:
«La tua mano (di Dio) mi conduceva a lui (Ambrogio) senza che io lo sapessi, per essere condotto, cosciente, da lui a Te. Egli, l’uomo di Dio, mi accolse con bontà paterna: da buon maestro accolse il pellegrino. Presi subito ad amarlo, sulle prime, purtroppo, non come un maestro di quella verità che io non speravo affatto di trovare nella tua Chiesa, ma per la sua bontà verso di me. Ero assiduo ascoltatore delle spiegazioni che teneva al popolo, non con lo scopo con cui avrei dovuto, ma quasi per giudicarne l’eloquenza, se conforme alla fama, […] e pendevo dalle sue labbra, attratto dalle sue parole, ma non interessato».
Senza accorgersene, ricorda nelle Confessioni, Agostino «si avvicinava alla salvezza a poco a poco». Milano diventa il luogo della svolta. Monica raggiunge il figlio e continua a pregare per lui. Agostino, intanto, comprende che la verità non è un’idea astratta, ma una persona: Cristo.
«Prendi e leggi»: la metànoia
Il momento decisivo arriva nel 386. Agostino è sconvolto, in crisi, in lacrime. All’improvviso sente una voce di bambino ripetere: «Prendi e leggi». Interpreta quelle parole come un segno. Scrive ancora Agostino nelle Confessioni:
«Avevo sentito dire di Antonio [sant’Antonio abate, ndr] che ricevette un monito dal Vangelo, sopraggiungendo per caso mentre si leggeva: “Va’, vendi tutte le cose che hai, dalle ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, e vieni, seguimi”. Egli lo interpretò come un oracolo indirizzato a se stesso e immediatamente si rivolse a Te. Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze”. Non volli leggere oltre, né mi occorreva». (Sant’Agostino, Confessioni VII)
È la scintilla. In quell’istante, «tutte le tenebre del dubbio si dissiparono». È la sua metànoia: un cambiamento radicale, interiore, definitivo.
Il battesimo e la nuova vita
Nel 387 Ambrogio lo battezza nella notte di Pasqua. Agostino sente che la verità che aveva inseguito per anni era sempre stata accanto a lui. Celebre la sua confessione: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova». Una frase che oggi risuona come una delle più alte dichiarazioni d’amore spirituale della storia.
Poco dopo, a Ostia, mentre stanno per tornare in Africa, Monica muore. Le sue preghiere hanno trovato compimento. La Chiesa la ricorda liturgicamente il 27 agosto, un giorno prima della memoria di Agostino.
Il vescovo che ha cambiato il pensiero occidentale
Tornato a Tagaste, Agostino viene ordinato sacerdote nel 391 e, quattro anni dopo, diventa vescovo di Ippona. Guiderà quella comunità fino alla morte, nel 430, mentre la città è assediata dai Vandali.
Nel frattempo scrive opere che segneranno per sempre la cultura europea: dalle Confessioni alla Città di Dio. Al centro, un’idea semplice e rivoluzionaria: l’uomo è ciò che ama. Se ama la terra, sarà terra. Se ama Dio, sarà di Dio. E soprattutto: «Ama e fa’ ciò che vuoi». Non un invito al capriccio, ma alla responsabilità dell’amore autentico: se la radice è buona, anche i frutti lo saranno.
Nelle prossime puntate seguiremo le tracce che sant’Agostino ha impresso nella letteratura europea, dal Medioevo ai nostri giorni.
Al Mic di Faenza la mostra: ‘Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura’
E’ visitabile fino al prossimo 2 giugno, al Museo internazionale della ceramica (Mic) di Faenza la mostra “Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura”. Organizzata dallo stesso museo e dalla Fondazione Museo Ginori, l’esposizione rilegge due secoli di storia della manifattura di Doccia, proponendo una narrazione inedita dell’evoluzione della ceramica nel XVIII e XIX secolo.
Attraverso un’ampia selezione di opere e manufatti provenienti dalle collezioni del Museo Ginori e del Mic Faenza, le curatrici Oliva Rucellai e Rita Balleri mettono in scena la dialettica tra creatività e limiti imposti dalla materia, tra ricerca estetica e progresso scientifico, tra tradizione e mutevolezza del gusto della committenza.
Faenza-la mostra “Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura”.
“Spesso, dietro a un certo impasto, al colore di uno sfondo o a una particolare forma che oggi ci appaiono scontati – racconta Oliva Rucellai, capo-conservatrice del Museo Ginori – ci sono scoperte, invenzioni, ricerche e fallimenti di cui non siamo consapevoli. Questa mostra è un invito a leggere la storia della Manifattura Ginori anche attraverso queste conquiste”.
Il racconto ha inizio nella prima metà del Settecento, quando Carlo Ginori, appassionato di chimica, fonda l’omonima manifattura e si dedica personalmente alla ricerca della ricetta dell’impasto della porcellana.
Il percorso si snoda poi in diverse sezioni dedicate alle sculture in porcellana; al progressivo arricchirsi della decorazione pittorica e della tavolozza cromatica; alle innovazioni di Carlo Leopoldo Ginori (inventore della fornace a quattro piani), di Giusto Giusti (il chimico della manifattura che riscopre la ricetta del lustro delle antiche maioliche rinascimentali) e dei primi direttori artistici della manifattura.
L’esposizione si chiude con il passaggio della Ginori a vera e propria industria e con uno sguardo rivolto al XX secolo, quando la neonata Richard-Ginori fonderà gran parte della sua prosperità sulla produzione di porcellane elettrotecniche, solitamente non esposte in ambito museale.
Con questa mostra il Mic Faenza rende nuovamente omaggio alla ricchezza delle collezioni del Museo Ginori (attualmente chiuso al pubblico a causa dei lavori di ristrutturazione della sua sede di Sesto Fiorentino), in continuità con la collaborazione avviata in occasione della mostra Gio Ponti – Ceramiche, ospitata a Faenza dal 17 marzo al 13 ottobre 2024.
“Questa mostra si inserisce in un programma del nostro Museo di valorizzazione delle manifatture italiane che hanno fatto la storia della ceramica italiana. – continua la direttrice del Mic Faenza Claudia Casali – Ginori è sinonimo di eleganza ma anche di ricerca, tecnica e tecnologia. Questa esposizione è una straordinaria opportunità di vedere riuniti gruppi scultorei come Amore e Psiche di eccezionale importanza nella produzione Ginori, evento unico e difficilmente riproponibile”. Dal 7 febbraio, ogni sabato alle ore 16, visita guidata inclusa nel prezzo del biglietto.
Fara in Sabine -Museo Civico Archeologico della Sabina Tiberina –
Il Ratto delle Sabina, ritratti ed encausto di Paolo Fundarò-
Fara in Sabina-Il 7 marzo, presso il Museo Civico Archeologico della Sabina Tiberina, si inaugura la mostra IlRatto delle Sabine, un progetto espositivo promosso dalla Direttrice del Museo Civico Archeologico e dalla Pro Loco Fara in Sabina APS, nonché curato da Paolo Fundarò. L’artista è esperto di tecniche pittoriche antiche, specializzato in particolare nell’encausto, preziosa e quasi dimenticata eredità del mondo classico.
Museo Civico Archeologico della Sabina Tiberina -Il Ratto delle Sabine
La mostra prende le mosse da uno degli episodi più emblematici e complessi della mitologia romana: il ratto delle Sabine, evento fondativo che si intreccia con la storia dell’insediamento e dell’abitato di Cures, traendo ispirazione dalle fonti letterarie classiche.
Narrato da Tito Livio nel primo libro dell’Ab Urbe Condita e ripreso da Plutarco nelle ViteParallele dedicate a Romolo e Teseo, il racconto del rapimento delle Sabine si trasforma in un momento cruciale e risolutivo. Durante il conflitto armato tra le due opposte fazioni, l’intervento delle donne— ormai divenute mogli e madri — cambiò il corso della storia: ponendosi tra i due eserciti e invocando la fine della guerra, imposero la pace in nome dei legami familiari ormai intrecciati.
L’autore delle opere rilegge questo celebre episodio con uno sguardo contemporaneo, rievocando le suggestioni dell’immaginario antico e instaurando un dialogo con i reperti e le tematiche presenti nella sede espositiva.
L’insieme dei ritratti proposti si presenta come una sorta di galleria del mito: un continuo plasmarsi della memoria che mira a restituire la ricchezza del tema narrativo attraverso un linguaggio visivo radicato nell’eco della classicità. Al centro di questo processo si colloca la pittura ad encausto,leggendaria tecnica di matrice greca celebrata dalle fonti letterarie, ripresa nella sua formula e resa materica attraverso lo studio e l’esame accurato dei ritratti di mummie del Fayyum, capace di riportare alla luce la densità simbolica del passato e di offrire un momento di riflessione sul carattere e sul ruolo delle singole figure, in un connubio tra racconto mitico, invenzione artistica e testimonianza storica.
A completamento del percorso, sarà possibile ascoltare brevi composizioni musicali ispirate ai dipinti, accessibili tramite la scansione di un codice QR.
Luogo: Museo Civico Archeologico della Sabina Tiberina
indirizzo: piazza del Duomo, 3
durata: dal 7 al 21 marzo 2026
data di apertura: 7 marzo 2026
intervento musicale: Miriam de Vero (Flauto), Stefano Notarangelo (Pianoforte), Raffaello
Giardino (Clarinetto) Christine Lundquist (Soprano) Fabio Esta (Pianoforte)
Roma-Mostra itinerante sulla Sindone dal 3 marzo a Sant’Andrea della Valle
Roma-Sarà la basilica di Sant’Andrea della Valle, in corso Vittorio Emanuele II, a ospitare quest’anno, dal 3 marzo fino alla metà di maggio, “Chi è l’Uomo della Sindone?”, la mostra itinerante sul Sacro Telo ideata dal Centro di Ricerca Othonia e organizzata dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in collaborazione con l’Istituto Scienza e Fede, a seguito del grande interesse suscitato dalla stessa iniziativa lo scorso anno, in occasione del Giubileo, nella basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini.
Roma-mostra itinerante “Chi è l’Uomo della Sindone?”
La conferenza inaugurale di martedì 3 prenderà il via alle 16.30 con i saluti istituzionali di padre Salvador Rodea González, superiore generale dell’Ordine dei Chierici Teatini, di padre João Marcos Boranelli, rettore della basilica di Sant’Andrea della Valle, e di padre José Enrique Oyarzún, rettore dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Alle 16.45 comincerà la conferenza intitolata “La Sindone tra scienza e fede”, che, con la moderazione a cura del giornalista Francesco Spada, proporrà un confronto tra padre Rafael Pascual, direttore del gruppo di ricerca Othonia e professore della Facoltà di Filosofia dell’Apra, ed Emanuela Marinelli, docente ospite dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Apra, riconosciuta a livello internazionale quale esperta della Sacra Sindone.
I due relatori offriranno la loro lettura della Sindone: teologica e antropologica quella di padre Rafael, e mista di rigore scientifico e profondità spirituale quella di Marinelli. «La mostra “Chi è l’Uomo della Sindone?” si configura come un percorso espositivo di grande valore culturale e spirituale, capace di accompagnare il visitatore attraverso i principali ambiti di studio del Sacro Telo: storico, biblico, scientifico e antropologico riporta il sito dell’Apra nella presentazione dell’esposizione coniugando rigore scientifico e sensibilità spirituale e offrendo strumenti di comprensione accessibili ma fondati sulle più recenti ricerche su uno dei reperti più studiati e dibattuti della storia cristiana».
Fonte- Roma Sette settimanale diocesano della Chiesa di Roma
Roma- basilica di Sant’Andrea della Valle corso Vittorio Emanuele II
Sant’Andrea della Valle: Un gioiello barocco nel cuore di Roma
Nel cuore di Roma, Sant’Andrea della Valle è una straordinaria testimonianza del ricco patrimonio architettonico e culturale della città. Questo gioiello barocco, spesso trascurato dai turisti occasionali, offre un sorprendente contrasto con i più famosi monumenti della Città Eterna. Situata vicino alla famosa Piazza Navona e alle vivaci strade di Roma, Sant’Andrea della Valle è un luogo in cui storia, religione e arte si intrecciano perfettamente. La chiesa non è solo un luogo di culto, ma anche un simbolo della grandezza dell’epoca, con la sua magnifici affreschi, stupefacente cupolae impressionante design barocco. La sua creazione e il suo sviluppo sono stati influenzati da alcuni dei più famosi architetti e artisti del periodo. La storia della chiesa non è fatta solo di mattoni e malta: è una storia di dedizione, ambizione, e fede. Questo articolo ne ripercorre la storia, il significato architettonico e il ruolo che ha avuto nella vita spirituale e artistica di Roma. Intraprendiamo un viaggio nell’anima di una delle chiese più maestose e sottovalutate della città.
Sant’Andrea della Valle: Un gioiello barocco nel cuore di Roma
La storia di Sant’Andrea della Valle
Sant’Andrea della Valle fu fondata all’inizio del XVII secolo, in un periodo di intenso fervore religioso e artistico. La chiesa fu commissionata dal Congregazione Vallicella, un ordine che si dedica all’assistenza dei poveri, sotto la direzione di Papa Gregorio XIII. La costruzione della chiesa è iniziata nel 1590ed è stato progettato da Giovanni Battista Cataniche seguiva lo stile barocco, che stava appena iniziando a dominare l’architettura e l’arte in Italia. Nel corso dei decenni successivi, la chiesa subirà numerosi cambiamenti e ampliamenti, tra cui l’aggiunta della sua magnifica cupola, completata nel 1944. 1650.
Il progetto della chiesa riflette l’importanza della Ordine dei gesuitila cui influenza è chiaramente evidente nell’allestimento. Il interno è una festa visiva, con il suo soffitto affrescato, intricati intagli e splendidi altari. La chiesa ospitava anche molti importanti opere d’arte, comprese le opere di Caravaggio, Pietro da Cortona, e Gian Lorenzo Bernini. Questi tesori artistici testimoniano il ruolo integrale della chiesa nella vita culturale e religiosa di Roma durante il periodo barocco. Come luogo di culto, Sant’Andrea della Valle ha mantenuto la sua importanza nel corso della storia e continua ad attirare visitatori da tutto il mondo che vengono ad ammirare le sue opere. arte, architetturae significato storico.
Sant’Andrea della Valle: Un gioiello barocco nel cuore di Roma
Il capolavoro architettonico
L’architettura di Sant’Andrea della Valle è un classico esempio di Design baroccocon il suo uso drammatico dello spazio, della luce e dell’intricata decorazione. La chiesa è stata progettata con una tradizionale pianta a croce latina, ma il suo cupola è ciò che la distingue veramente dalle altre chiese di Roma. La cupola, progettata da Carlo Madernoè una delle più grandi della città e rappresenta un’impressionante opera di ingegneria. Il suo design non è solo funzionale ma anche profondamente simbolico, in quanto rappresenta la connessione tra cielo e terra. Il affreschi sul soffitto, dipinto da Giovanni LanfrancoI colori vivaci e gli intricati dettagli conferiscono alla chiesa una qualità eterea.
La chiesa facciata, progettato da Carlo Madernoè altrettanto stupefacente, con il suo grande ingresso e le sue ampie colonne. Il interno della chiesa è un’opera d’arte in sé, con il suo dettagliato altari, cappelle, e dipinti. Il design della chiesa non è solo esteticamente gradevole, ma è anche strategicamente pianificato per valorizzare l’ambiente. esperienza spirituale dei fedeli. Ogni aspetto della pianta della chiesa, dalla collocazione degli altari alla disposizione dei banchi, è progettato per condurre lo sguardo verso l’alto, simboleggiando il collegamento tra il terreno e il divino.
Conclusione: La bellezza senza tempo di Sant’Andrea della Valle
Sant’Andrea della Valle: Un gioiello barocco nel cuore di Roma
In conclusione, Sant’Andrea della Valle è un esempio straordinario di Architettura barocca e l’arte, incarnando la ricchezza della storia religiosa e culturale di Roma. Dalla sua magnifica cupola al suo affreschi intricatiLa chiesa è una testimonianza della creatività e della dedizione degli artisti e degli architetti che hanno contribuito alla sua costruzione. Non è solo un luogo di culto, ma un museo vivente che continua a suscitare stupore in chi lo visita. Sant’Andrea della Valle è molto di più di una semplice chiesa: è un simbolo di L’eredità artistica di RomaUn luogo dove il passato e il presente si fondono in armonia.
Roma- basilica di Sant’Andrea della Valle corso Vittorio Emanuele II
Che siate appassionati d’arte, di storia o semplicemente desiderosi di scoprire le bellezze di Roma, Sant’Andrea della Valle offre un’esperienza unica e indimenticabile. Prendetevi il tempo di entrare in questa meraviglia architettonica e di immergervi nella storia, arte, e spiritualità che hanno plasmato la sua identità nel corso dei secoli. Non rimarrete delusi dalla bellezza mozzafiato che vi attende tra le sue mura.
Isma’il Pascià, Chedivè d’Egitto, commissionò un inno a Verdi per celebrare l’apertura del Canale di Suez (1868) nel 1860, offrendo un compenso di 80.000 franchi, ma Verdi rifiutò, dicendo che non scriveva musica d’occasione[1]. Invece, quando venne l’invito (Mariette mandò uno schema di libretto su un soggetto egiziano a Camille du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi che lo sottopose a Verdi, che trovò la storia valida) a comporre un’opera per l’inaugurazione del nuovo teatro de Il Cairo, Verdi accettò. Il 27 aprile 1870 Mariette scriveva a du Locle: «Ciò che il Viceré vuole è un’opera egiziana esclusivamente storica. Le scene saranno basate su descrizioni storiche, i costumi saranno disegnati avendo i bassorilievi dell’alto Egitto come modello». La prima dell’opera fu ritardata a causa della guerra franco-prussiana, dato che i costumi e le scene erano a Parigi sotto assedio. Il teatro del Cairo s’inaugurò invece con Rigoletto nel 1869. Quando finalmente la prima ebbe luogo ottenne un enorme successo e ancora oggi continua ad essere una delle opere liriche più famose. Verdi raggiunse un effetto sensazionale con l’utilizzo, nella Marcia trionfale, di lunghe trombe, del tipo delle trombe egiziane o delle buccine romane («…com’erano le Trombe nei tempi antichi»[2]), appositamente ricostruite per l’occasione, ma dotate di un unico pistoncino nascosto da un panno a forma di vessillo o gagliardetto[3].
La prima rappresentazione avvenne quindi al Teatro khediviale dell’Opera del Cairo il 24 dicembre 1871, diretta da Giovanni Bottesini. Per l’anteprima italiana sotto la sua diretta supervisione, Verdi scrisse una ouverture, che però alla fine non venne eseguita per un ripensamento, considerando il breve preludio più organico ed efficace.
Originariamente, Verdi scelse di scrivere un breve preludio orchestrale invece di una piena apertura per l’opera. Ha quindi composto un’ouverture della varietà “pot-pourri” per sostituire il preludio originale. Tuttavia, alla fine, decise di non far eseguire l’ouverture a causa della sua – parole sue – “pretenziosa insipidezza”. Questa ouverture, mai usata oggi, è stata raramente eseguita da Arturo Toscanini e dalla NBC Symphony Orchestra il 30 marzo 1940, ma non è mai stata emessa in commercio[4].
Aida ha incontrato grandi consensi quando è stata finalmente inaugurata al Cairo il 24 dicembre 1871. I costumi e gli accessori per la prima sono stati disegnati da Auguste Mariette, che ha anche curato il design e la costruzione dei set, realizzati dai pittori di scena dell’Opéra di Parigi: Auguste-Alfred Rubé e Philippe Chaperon (atti 1 e 4) e Édouard Desplechin e Jean-Baptiste Lavastre (atti 2 e 3) e spediti nella città egiziana[5]. Anche se Verdi non partecipò alla prima, era molto insoddisfatto del fatto che il pubblico fosse composto da personalità, politici e critici invitati, ma non membri del pubblico in generale[6]. Egli ha pertanto considerato la prima italiana (ed europea), tenutasi a La Scala di Milano in data 8 febbraio 1872, e una performance in cui è stato fortemente coinvolto in ogni fase, come essere la sua vera prima.
Verdi aveva anche scritto il ruolo di Aida per la voce di Teresa Stolz, che la cantò per la prima volta alla premiere di Milano. Il compositore aveva chiesto al fidanzato della cantante, Angelo Mariani, di dirigere la prima del Cairo, ma lui rifiutò, così la scelta cadde su Giovanni Bottesini. L’interprete di Amneris a Milano, Maria Waldmann, era la sua favorita per il ruolo e lo ripeté un numero di volte su sua richiesta[7].
Aida, principessa figlia del Re di Etiopia Amonasro, vive a Menfi come serva; gli Egizi l’hanno catturata durante una spedizione militare contro l’Etiopia ignorando la sua vera identità. Suo padre ha organizzato un’incursione in Egitto per liberarla dalla prigionia. Ma fin dalla sua cattura, Aida è innamorata, ricambiata, del giovane guerriero Radamès. Aida ha però una pericolosa rivale, Amneris, la figlia del Faraone d’Egitto. Giunta Aida, Amneris intuisce che la serva possa essere la fiamma di Radamès e falsamente la consola dal suo pianto. Appare il Faraone assieme agli ufficiali e Ramfis che introduce un messaggero recante le notizie dal confine. Aida è preoccupata: suo padre sta marciando contro l’Egitto. Il Faraone dichiara che Radamès è stato scelto da Iside come comandante dell’esercito che combatterà contro Amonasro. Il cuore di Aida è diviso tra l’amore per il padre e la Patria e l’amore per Radamès.Scena II:Interno del tempio di Vulcano a Menfi.
Cerimonie solenni e danza delle sacerdotesse. Investitura di Radamès come comandante in capo.
Atto II
Le Buccine della Marcia trionfale, II atto, nell’allestimento del 2011 all’Arena di Verona
Scena I:Stanza di Amneris
Danze festose e musica nelle stanze di Amneris. Amneris riceve la sua schiava Aida e ingegnosamente la spinge a dichiarare il suo amore per Radamès, mentendole dicendo che egli è morto in battaglia; la reazione di Aida alla notizia la tradisce rivelando l’amore segreto per il guerriero. Amneris, alla luce della scoperta, la minaccia: ella è la figlia del Faraone e può tutto a differenza della povera serva. Con orgoglio Aida rivela che anche lei è di nobile rango, ma se ne pente ben presto e cerca il perdono. Risuonano da fuori le trombe della vittoria. Amneris obbliga Aida a vedere con lei il trionfo dell’Egitto e la sconfitta del suo popolo. Aida è disperata…Scena II:Uno degli ingressi della città di Tebe.
Radamès torna vincitore. Marcia trionfale. Il faraone decreta che in questo giorno il trionfatore Radamès potrà avere tutto quello che desidera. I prigionieri etiopi sono condotti alla presenza del Re e Amonasro è uno di questi. Aida immediatamente accorre ad abbracciare il padre, ma le loro vere identità sono ancora sconosciute agli Egizi. Amonasro infatti dichiara che il Re etiope è stato ucciso in battaglia. Radamès per amore di Aida chiede come esaudimento del desiderio offertogli dal Re il rilascio dei prigionieri. Il Re d’Egitto, grato a Radamès, lo proclama suo successore al trono concedendogli la mano della figlia Amneris e fa inoltre rilasciare i prigionieri, ma, su consiglio di Ramfis, fa restare Aida e Amonasro come ostaggi per assicurare che gli etiopi non cerchino di vendicare la loro sconfitta.
Atto III
Scena I: Le rive del Nilo, vicino al tempio di Iside
Aida e il padre sono tenuti in ostaggio; il Re etiope, meditando una vendetta per la sconfitta subita, costringe la figlia a farsi rivelare da Radamès la posizione dell’esercito egizio. Radamès ha solo apparentemente consentito di diventare il marito di Amneris, e fidandosi di Aida, durante la conversazione in cui decidono di fuggire insieme, le rivela per incauta confidenza le informazioni richieste dal padre. Amonasro, che era rimasto nei paraggi origliando la conversazione, rivela la sua identità e, all’arrivo delle guardie, fugge con Aida; Radamès, disperato per avere involontariamente tradito il suo Faraone e la sua Patria, si consegna prigioniero al sommo sacerdote.
Atto IV
Scena I: Sala nel palazzo del Faraone; andito a destra che conduce alla prigione di Radamès
Amneris desidera salvare Radamès di cui conosce l’innocenza, supplicandolo di discolparsi, ma egli rifiuta. Il suo processo ha luogo fuori dal palcoscenico; egli tace e non si pronuncia in propria difesa, mentre Amneris, che rimane sul palco, si appella ai sacerdoti affinché gli mostrino pietà. Radamès viene condannato a morte per alto tradimento e sarà sepolto vivo. Amneris maledice i sacerdoti mentre Radamès viene portato via.Scena II:L’interno del tempio di Vulcano e la tomba di Radamès; la scena è divisa in due piani: il piano superiore rappresenta l’interno del tempio splendente d’oro e di luce, il piano inferiore un sotterraneo.
Radamès crede di essere solo, ma pochi attimi dopo si accorge che Aida si è nascosta nella cripta per morire con lui. I due amanti accettano il loro terribile destino, confermano l’amore l’un per l’altro, dicono addio al mondo e alle sue pene e aspettano l’alba, mentre Amneris piange e prega sopra la loro tomba durante le cerimonie religiose e la danza di gioia delle sacerdotesse.
Nacque a Roma da Augusto e da Angela Zeri nel 1884. Il cognome rivela le origini castigliane della famiglia: discendeva infatti da Juliano Muñoz, ufficiale in servizio presso l’ambasciata di Spagna che nel Settecento si era definitivamente stabilito nell’Urbe sposando una donna romana[1].
Antonio Muñoz
Frequentò l’Università di Roma dove ne uscì nel 1906 laureato in lettere. Seguì quindi un corso di perfezionamento in storia dell’arte tenuto da Adolfo Venturi. Durante gli studi accademici aveva trascorso un periodo a Parigi per seguire alcuni corsi dell’Académie des beaux-arts; nello stesso periodo visitò il Medio Oriente, l’Austria e la Russia e, a partire dal 1903, cominciò a pubblicare articoli per la rivista L’Arte[1].
Il 21 aprile 1930 inaugurò il Museo di Roma, di cui fu anche il primo direttore. Il museo era allora ubicato nella vecchia sede del Pastificio Pantanella, in piazza della Bocca della Verità, nel 1952 venne poi trasferito nella sede attuale di Palazzo Braschi, in piazza San Pantaleo.[8]
Scrisse, fin da giovane, numerosi articoli e volumi di storia dell’arte e archeologia. Tra le sue opere troviamo anche raccolte di poesie e poemetti romaneschi[9] ed un divertente e singolare Sinonimi del dialetto romanesco. Novanta modi per dire imbecille, pubblicato nel 1947.[10]
Nel 1936 fondò la rivista L’Urbe, Rivista Romana di storia, arte, lettere, costumanze, bimestrale edito dai Fratelli Palombi, e la diresse per circa un ventennio. Alla rivista collaborarono, nel corso del tempo, alcuni tra i maggiori romanisti[11] tra i quali Ceccarius.
Morì nel 1960, a settantacinque anni, nella città natale. Il comune di Roma, nel 1971, ha intitolato al suo nome una via di Ostia Antica (Zona XXXV, Municipio XIII).[12]
Opere (elenco parziale)
I codici greci miniati delle minori biblioteche di Roma, Firenze, Alfani e Venturi, 1905
Iconografia della Madonna: studio delle rappresentazioni della Vergine nei monumenti artistici d’Oriente e d’Occidente, Firenze, Alfani e Venturi, 1905
Monumenti d’arte medioevale e moderna, Pubblicazione a fascicoli, Roma, Danesi, 1906
La Galleria Borghese in Roma, Roma, W. Modes, 1909
Studi d’arte medievale, Roma, Modes, 1909
Basilica di S. Pietro, Collezione Monumenti d’Italia, Roma, Garzoni Provenzani, 1910
Il restauro della chiesa e del chiostro dei ss. Quattro Coronati, Roma, Ed. Danesi, 1914
Elogio del Borromini, Roma, Stab. tip. E. Armani, 1918
La basilica di Santa Sabina in Roma: descrizione storico-artistica dopo i recenti restauri, Milano, Alfieri e Lacroix, 1919
Roma barocca, Roma-Milano, Casa editrice d’arte Bestetti e Tumminelli, 1919
G. B. Piranesi, Roma-Milano, Casa editrice d’arte Bestetti e Tumminelli, 1920
Roma di Dante, Roma-Milano, Casa editrice d’arte Bestetti e Tumminelli, 1921
S. Pietro in Vaticano, Collezione Le chiese di Roma illustrate, Roma, Casa ed. Roma, 1924
Campidoglio, Roma, Stab. Tip. Arte della stampa, 1930
Il Museo di Roma, Roma, Governatorato di Roma, 1930
Via dei monti e via del mare, Roma, Biblioteca d’arte, 1932
La via del Circo Massimo, Roma, Tumminelli, 1934
Roma di Mussolini, Milano, Treves, 1935
Architettura gotica: appunti di storia dell’arte medioevale, Roma, Gruppo dei fasci dell’Urbe, 1937
Il restauro della Basilica di Santa Sabina, Roma, Palombi, 1938
Roma medioevale, Roma, Edizioni Italiane, 1939
Rembrandt, Collezione I grandi pittori, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1941
Van Dyck, Collezione I grandi pittori, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1941
Velazquez, Collezione I grandi pittori, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1942
L’isolamento del colle capitolino, Roma, Arti graf. fratelli Palombi, 1943
La basilica di S. Lorenzo fuori le mura, Roma, Palombi, 1944
Domenico Fontana architetto (1543-1607), Bellinzona, Ist. Edit. Ticinese, 1944
Figure romane, Roma, A. Staderini, 1944
D’Annunzio a Roma (Muñoz ed altri), Roma, Palombi, 1955
Antonio Canova: le opere, Roma, Palombi, 1957
Roma nel primo Ottocento, Roma, Palombi, 1961
ANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantinaANTONIO MUNOZ-Novità sulla pittura bizantina
Alberto Melloni-Il Conclave e l’elezione del papa-Una storia dal I al XXI secolo-Casa Editrice Marietti
Descrizione del libro di Alberto Melloni -Casa Editrice Marietti-L’elezione del vescovo di Roma ha una storia lunghissima. Il successore di Pietro viene eletto prima per designazione, poi dal clero e dal popolo e solo con l’XI secolo da un ristretto numero di elettori cardinali che, dalla metà del Duecento, vengono messi «sotto chiave» perché provvedano a nominare un nuovo papa. Un meccanismo elettorale soggetto a ritocchi e aggiustamenti, ai quali, in età moderna, si aggiunge il segreto che, nella società in cui tutto è social, ha paradossalmente reso intrigante questa singolare elezione. L’immensa responsabilità dei porporati non è scegliere il più pio, il più dotto o il più furbo: ma chi può esercitare un ministero di unità e di comunione. Un lavoro storico minuto su questa lunga parabola studia l’evoluzione e analizza il funzionamento dei conclavi, specie quelli del Novecento, con fonti inedite, carte diplomatiche, diari e testimonianze, non ultime quelle contraddittorie dello stesso papa Francesco. Uno studio storico senza pari, che a differenza delle opere giornalistiche o di seconda mano, ricostruisce minuziosamente norme e svolte, processi e prassi, funzioni e riti. Conclude il saggio un’analisi della permanenza e della metamorfosi della meccanica del conclave e delle ragioni per cui una sua riforma, che papa Francesco non ha ancora fatto, corre il rischio di manipolazioni e interferenze che oggi non verrebbero più dai regnanti cattolici come nel XIX secolo, ma dai social del XXI secolo. E con davanti un’agenda, nell’autunno del papato di Bergoglio, nella quale i grandi nodi irrisolti – il ministero, la formazione, la trasmissione della fede – rimarranno le questioni su cui saranno scelti i suoi successori fino a quando un futuro concilio non se ne occuperà.
Alberto Melloni-Il Conclave e l’elezione del papa-
Alberto Melloni (1959) è uno dei più importanti storici viventi del cattolicesimo romano e delle chiese. Segretario della Fondazione per le Scienze Religiose, è professore ordinario all’Università di Modena e Reggio Emilia, Unesco Chair all’Università di Roma La Sapienza e guida l’Infrastruttura Europea di Ricerca per le Scienze Religiose. Ha dedicato i suoi studi alla storia dei concili, alla figura di Giovanni XXIII, al diritto canonico medievale, alle grandi svolte della storia cristiana e al Vaticano II. A tutt’oggi dirige l’edizione dei Conciliorum Oecumenicorum Decreta (Brepols 2006), L’unità dei cristiani. Storia di un desiderio XIX-XX secolo (Il Mulino 2021-) e per Marietti1820 è autore di Storia di μ. Lorenzino don Milani (2024).
Casa Editrice Marietti
La vicenda editoriale della casa editrice inizia a Torino nel 1820, quando Giacinto Marietti apre una libreria in via Po, sotto gli Archi della Regia Università, e cinque anni dopo una tipografia. In due decenni l’azienda si colloca all’avanguardia, anche grazie all’invenzione di un nuovo metodo di stereotipia, il procedimento che consente di ottenere una lastra unica di piombo da una composizione a caratteri o righe mobili.
Nel 1851 la tipografia riceve da papa Pio IX la Patente Pontificia e viene rinominata Editrice Tipografica della Santa Sede e della Congregazione dei Riti.
Alla morte del fondatore, nel 1861, l’azienda passa nelle mani del figlio Pietro, che, in virtù della «sua intraprendenza e la sua perizia tecnica», nel 1865 viene chiamato a Roma per dirigere la Tipografia Poliglotta Vaticana. Le due attività procedono in parallelo, accomunate da una produzione essenzialmente liturgica. Pietro Marietti, che negli ultimi anni di vita, rimasto vedovo, abbraccia lo stato ecclesiastico, lascia la casa editrice al figlio Consolato, il quale prosegue l’attività con una produzione quasi esclusivamente religiosa, liturgica e scolastica e nel 1866 assume la direzione della Tipografia Poliglotta di Propaganda Fide.
Il figlio Edoardo gli succede nel 1909; prende le redini della Tipografia Poliglotta di Propaganda Fide e, sei anni dopo, ricompone le attività editoriali del padre e del nonno per costituire a Torino la casa editrice Marietti, che viene distrutta da un bombardamento nel 1942 e ricostituita alla fine della guerra a Casale Monferrato. L’attività viene affidata ai figli Gian Piero, Annibale e Felice.
Agli inizi degli anni ’80 l’azienda entra in una profonda crisi economica e di orientamento. La famiglia esce di scena, ma non abbandona il mondo dell’editoria; Pietro, figlio di Annibale, fonda nel 1983 le Edizioni Piemme, cedute nel 2007 al Gruppo Mondadori, e la Atlantyca Entertainment Spa con la figlia Caterina, fondatrice a sua volta della Bao Publishing nel 2009.
La trasformazione azionaria di Marietti vede primeggiare alcuni imprenditori liguri e la direzione editoriale viene assunta dal sacerdote genovese Antonio Balletto. Nel 1986 la sede della casa editrice viene trasferita da Casale Monferrato a Genova e il catalogo si apre alle grandi opere della filosofia, della letteratura internazionale, della cultura ebraica e islamica.
Una nuova crisi porta a un riassetto azionario e nel 1996 inizia una lenta ricostruzione del catalogo, mentre nel 1999 la maggioranza delle azioni viene acquisita da una società milanese e la Marietti, nel 2001, trasferisce la sede operativa a Milano conservando a Genova la sede sociale.
Nel dicembre 2017 il Centro editoriale dehoniano acquista il catalogo e il marchio di Marietti1820, trasferendo la sede della casa editrice a Bologna.
Nel 2022 una nuova società – Il Portico – assume la responsabilità dei marchi Marietti1820 e EDB. Lo scopo di questa nuova realtà è dare continuità e tensione al patrimonio spirituale e intellettuale e al contempo agire come attrattore e potenziatore per l’editoria religiosa colta e per l’editoria colta del religioso. Una sfida che è necessario raccogliere in una società in cui pluralismo religioso e analfabetismo religioso crescono di pari passo.
Per approfondire
Vigini – M. Roncalli, L’editoria religiosa in Italia. Contributi e materiali per una storia, a cura di A. Gianni, Milano-Bologna, Associazione Sant’Anselmo-Dehoniana Libri, 2009, pp. 57-59;
G. Vigini, Storia dell’editoria cattolica in Italia. Dall’Unità a oggi, Milano, Editrice Bibliografica, 2017;
G. De Luca – F. Minelli, Carteggi
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –Tirana, la città colorata, è la capitale dell’Albania è un paese indicato come una delle 10 destinazioni da non perdere dalla Rough Guide. Ecco i loro 10 motivi perché visitare Tirana. Marzo sarà un vero mese di festa non solo per i residenti di Tirana, ma anche per i suoi numerosi visitatori che arrivano da altri distretti dell’Albania e dall’estero.
Nell’ambito del centenario della capitale, il Comune di Tirana ha organizzato un’agenda di attività, che ricopre tutto il mese di marzo.
La notizia è stata annunciata dallo stesso sindaco Erion Veliaj, che ha condiviso con molti follower sui social network, l’agenda delle attività festive delle prossime quattro settimane.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Tirana è solitamente in cima alla lista delle città peggiori d’Europa. Dopo decenni di dittatura stalinista, grigia e triste, povera di infrastrutture e servizi, di certo può rimanere poco attraente per i piu’ superficiali. Nel 1992. con il collasso del regime comunista, la situazione è solo peggiorata, e il caos ha avuto la meglio, ingolfando la città e creando la migliore condizione per la crescita della criminalità.
Adesso tutto è cambiato. Oggi Tirana, anche se rimane comunque una città caotica, è una piacevolissima cittadina, centro della cultura, dell’intrattenimento e della politica dell’Albania. Ha visto crescere rapidamente la sua popolazione, arrivando quasi ad un milione di abitanti ( la totalità della popolazione albanese ne conta tre milioni ). La città ti sorprenderà, ed in tutto il paese non si troverai nulla del genere!
Ecco le 10 ragioni per andare a Tirana.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Sperimentare l’ospitalità degli abitanti
Essere invitati per un caffè o un rakia (un brandy di prugna) è un’abitudine locale e troverete gli albanesi amichevoli verso i visitatori stranieri. Essendo stata isolata dal resto del mondo per la seconda metà del ventesimo secolo, molti sono curiosi dell’afflusso di viaggiatori.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Tirana, la città colorata
Poiché è una piccola città, è possibile coprire facilmente la zona centrale di Tirana in un giorno. Ma oltre a un’esplorazione piacevole della manciata di musei, monumenti, edifici storici e parchi, trovate un po’ di tempo per ammirare le abitazioni tiranesi . Verniciati con colori arcobaleno, aggiungono luminosità a quello che un tempo era un paesaggio urbano piuttosto monocromatico.
La cultura del caffè
L’Albania potrebbe non essere famosa per la sua cucina, ma non è un motivo per non fare attenzione al cibo. Cercate l’ottimo caffè e birra (l’Islam è la religione predominante, ma è praticata in modo molto tollerante), nonché pasticcini decenti e buon gelato. I caffè sono il luogo perfetto per guardare la gente, impostato su una colonna sonora di albanese e di Euro-pop.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Una lezione di storia a Piazza Scanderbeg
Il centro di Tirana è Piazza Scanderbeg, che prende il nome dall’eroe nazionale che ha dato vita anche se brevemente all’indipendenza dell’Albania dall’Impero Ottomano nel XV secolo. Al centro della piazza c’è una grande statua bronzea di Scanderbeg a cavallo (immaginate Alessandro Magno incontra Thor), e la Moschea Et’hem Bey, uno degli edifici più preziosi della nazione che risale alla fine del XVIII secolo, che si trova nell’angolo sud-est. Sempre nella stessa piazza si trovano anche i principali musei della nazione, tra cui il Museo Storico Nazionale albanese adornato con un enorme muro socialista di partigiani vittoriosi.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Quale occasione migliore per visitare una piramide dell’era moderna?
Troverete la piramide di cemento di Tirana, Piramida, a pochi passi da Piazza Skanderbeg. Costruito nel 1987 dalla figlia del dittatore albanese Enver Hoxha (che tirannicamente governò l’Albania dal 1944 al 1985) come museo a suo padre, ora sembra abbandonata, spogliata delle piastrelle che una volta la coprivano e spruzzi di graffiti. Si parla di demolirlo, ma alcuni sostengono che dovrebbe essere mantenuto intatto come un monumento adatto allo spirito dello stalinismo.
Per il “Blloku”, il cuore della movida albanese
“Blloku” è un quartiere di Tirana. Letteralmente, il suo significato è, Il Blocco ex quartiere dei dirigenti del Comitato Centrale del Partito del Lavoro. Progettato come “quartiere giardino” dall’architetto Gherardo Bosio, divenne dopo la Seconda Guerra il quartiere residenziale del dittatore Enver Hoxha. Oggi è il cuore della “movida” albanese. Oggi si trovano alberghi costosi, caffè di design, ristoranti e negozi.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Per la vita notturna
Ogni anno la scena notturna di Tirana si muove su di un livello e i club della città, in gran parte situati intorno a Blloku, variano notevolmente in tema e atmosfera. È meglio visitarli con qualcuno del posto per sapere dove andarci (e quali evitare). Siate tuttavia consapevoli che l’Albania è ancora una società tradizionale.
Un pò di relax in Parku i Madh (Grand Park)
Questo grande parco boscoso è dove molti cittadini di Tirana vanno per passare qualche ora, sia che si tratti di pesca nel lago artificiale, picnic sui prati o passando il tempo in uno dei tanti bar-caffetterie. Tenuto conto del traffico opprimente di Tirana, questo parco consente di brillare l’atmosfera mediterranea della città.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Per visitare il Parco Nazionale del Monte Dajti
Se volete una pausa dal centro della città, dirigetevi verso il Parco Nazionale del Monte Dajti, popolare tra i residenti di Tirana per l’aria fresca e le passeggiate fuori dal centro abitato. Potete prendere una funivia costruita dagli Austriaci (costosa) o il bus della città (a buon mercato) e una volta lì troverete alberghi, pensioni e ristoranti se ti senti di trascorrere la notte.
Un salto al mare, perché no?
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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La città storica di Durazzo sul mare Adriatico è stata per decenni, dove i potenti di Tirana andavano per rilassarsi (Enver Hoxha e Re Zog disponevano di case vacanze). Oggi sono in gran parte i turisti kosovari che si avvalgono di numerosi hotel e ristoranti economici lungo il lungomare. Le cose sono ruvide e pronte, ma Durazzo è vivace, poco costosa e facilmente accessibile.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Situata geograficamente al centro del Paese, circa 35 km a est di Durazzo e circa 40 km a nord-ovest di Elbasan, sorge in una valle racchiusa da montagne e colline (Monte Dajt a est, le colline di Kërrabë e Sauk al sud, le colline Vaqarr e Yzberisht a ovest e Kamzë a nord). È attraversata da due fiumi (il Tirana e il Lana) ed è affiancata da diversi laghi (lago di Tirana, Thatë, Farkë e Paskuqani) e da una riserva naturale nazionale (parku i madh).
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
È la sede del potere del governo albanese, con le residenze ufficiali del presidente e del primo ministro albanese e del parlamento albanese. La città è oggi il principale centro economico, finanziario, politico e commerciale, nonché culturale e religioso d’Albania, sede di istituzioni pubbliche e dell’università, e grazie alla sua posizione nel centro del paese, snodo di trasporti e traffici, e al suo moderno trasporto aereo, vicino ai poli marittimi, ferroviari e stradali, è in progressiva crescita urbana. È stata insignita dei titoli di Capitale europea della gioventù per il 2022[5] e di Capitale mediterranea della cultura e del dialogo per il 2025[6].
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Estesa su un’ampia pianura al centro dell’Albania, con il monte Dajt che si eleva a est e una valle a nord-ovest che si affaccia sul mare Adriatico in lontananza, è contornata da diversi laghi artificiali.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Territorio
Tirana dal Satellite
Il Comune di Tirana si trova a (41,33 ° N, 19,82 ° E) nell’omonimo distretto. L’altitudine media di Tirana è 110 metri (361 piedi) sul livello del mare mentre il punto più alto è a 1828 m (5,997.38 ft) sulla sommità del Gropà Mali.
Ricca d’acqua, è situata in una pianura fertile. Bagnata dal fiume di Tirana (lumi i Tiranës), il cui affluente Lana attraversa il centro abitato[7] e affiancata nella zona sud dal fiume Erzen.
La comune comprende anche diversi laghi artificiali: il lago artificiale di Tirana, intorno al quale fu costruito il Grande Parco, il lago di Farka, di Bovilla, di Allgjate, di Kus, di Kashar e di Vaqarr.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Il clima di Tirana è temperato, con estati calde e inverni freschi e umidi.[8] Grazie alla sua posizione nella pianura di Tirana e alla vicinanza al Mar Mediterraneo, la città è particolarmente influenzata da un clima stagionale mediterraneo. È tra le città più piovose e soleggiate d’Europa, con 2.544 ore di sole all’anno
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Roma- Una visione internazionale. Libri d’artista: Omaggio a Hendrik Christian Andersen-
Roma-Dal 16 febbraio al 19 aprile 2026 la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, diretta da Maria Giuseppina Di Monte e afferente all’istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei Nazionali della Città di Roma, guidata da Luca Mercuri, ospita la collettiva Una visione internazionale – Libri d’artista – Omaggio a Hendrik Christian Andersen.
Roma-Omaggio a Hendrik Christian Andersen-Libri d’Artista
L’esposizione, coordinata da Maria Giuseppina Di Monte e curata da John David O’ Brien per quanto concerne gli artisti americani e da Stefania Severi per quelli italiani, in collaborazione con Veronica Brancati (Casa Museo H. C. Andersen), s’inserisce in un dialogo armonico con il patrimonio e le tematiche della Casa Museo Hendrik Christian Andersen.
Roma-Omaggio a Hendrik Christian Andersen-Opera di Vito Capone
Hendrik Christian Andersen, nato a Bergen in Norvegia nel 1872 e morto a Roma nel 1940, è stato uno scultore, pittore e urbanista emigrato con la famiglia negli USA.
È uno dei tanti artisti stranieri che, innamorato di Roma, vi si è stabilito dal 1899. Qui ha fatto erigere Villa Helene (dal nome della madre), sede dell’attuale museo, nel cui piano terreno era collocato il suo studio di scultore, oggi sede espositiva delle sue opere.
Roma-Omaggio a Hendrik Christian Andersen-Francesca Cataldi
Hendrik dedicò gran parte della sua esistenza alla realizzazione del Centro Mondiale della Comunicazione. Proprio per promuovere il suo progetto Hendrik ha pubblicato un prezioso volume, ricco di mappe, disegni e testi esplicativi, dal titolo Creation of a World Centre of Communication. Il progetto utopico non è stato realizzato sebbene disegni, planimetrie, nonché il ricco corredo iconografico, siano conservati nell’archivio storico del museo e parzialmente esposti nelle sale permanenti.
La mostra scaturisce dalla riflessione di venti artisti: dieci americani dell’area di Los Angeles, e dieci italiani, prevalentemente attivi nell’area romana sull’opera dello scultore norvegese. Queste riflessioni hanno portato alla realizzazione di altrettanti libri d’artista, tutti diversi per materiali e tecniche ma tutti ispirati al lavoro di Hendrik da cui partono per affrontare un viaggio avventuroso traendo spunto dalla biografia, dagli interessi e dalla vis creativa.
Roma-Omaggio a Hendrik Christian Andersen-Opera di Letizia Ardillo
Gli artisti
Letizia Ardillo, Vito Capone, Antonella Cappuccio, Francesca Cataldi, Elisabetta Diamanti, Luigi Manciocco, Roberto Mannino, Lucia Pagliuca, Riccardo Pieroni, Maria Grazia Tata.
Dawn Arrowsmith, Margaret Griffith, Alex Kritselis, Jonna Lee, Mark Licari, Erika Lizée, John David O’Brien, Carolie Parker, Jody Zellen, Alexis Zoto.
La mostra riflette sulle due anime di Hendrik, quella americana e quella italiana e, tramite i lavori degli artisti, mette in dialogo le due anime attraverso un confronto intenso e illuminante.
La mostra è stata allestita da novembre a dicembre 2025 nelle sale espositive della Biblioteca dell’Art Center di Los Angeles, diretta da Robert Diring.
Il catalogo scientifico, edito da Bertoni Editore, è bilingue italiano e inglese.
Nell’ambito della mostra sono previsti degli eventi collaterali di valorizzazione che saranno comunicati sul sito e sui social della Casa-Museo H. C. Andersen.
Si ringraziano per il sostegno la Cooperativa Sociale Apriti Sesamo, la Galleria Sinopia di Roma e la Federazione Unitaria italiana Scrittori (FUIS).
Una visione internazionale. Libri d’artista: Omaggio a Hendrik Christian Andersen
Dal 16 febbraio al 19 aprile 2026
arte contemporanea
Roma, Via Pasquale Stanislao Mancini, 20, (RM)
Biglietti
Inaugurazione ingresso libero e gratuito. Altri giorni: Ingresso: Intero Euro 6,00; ridotto Euro 2,00; gratuità di legge. La Mostra è inclusa nel biglietto per la Casa Museo. Il biglietto per la Casa Museo è acquistabile presso il totem digitale (abilitato POS) o su https://portale.museiitaliani.it/b2c/#it/buyTicketless/255963d7-e47e-44ed-a990-f18d5a9d1911
Orario di apertura
dal martedì alla domenica ore 9.30 – 19.30; ultimo ingresso ore 18.45. Chiuso il lunedì.
Vernissage
16 Febbraio 2026, 16:30
Editore
Bertoni Editore
Ufficio stampa
Melasecca PressOffice
Ufficio stampa
Ufficio Promozione e Comunicazione e URP Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma
Sezze (Latina)-La terza campagna di scavi svela i segreti della colonia romana
Esiste una Sezze che viviamo quotidianamente tra le sue strade e piazze, e una Sezze più silenziosa che riaffiora lentamente dai dettagli del paesaggio urbano. Sono i segni impressi nei muri, i vecchi allineamenti e le tracce architettoniche a raccontare secoli di storia e trasformazioni profonde.
Sezze (Latina)-La terza campagna di scavi
Per riportare alla luce questo passato, lunedì 9 febbraio 2026 è ufficialmente partita la terza campagna di ricognizione urbana a Setia. Un progetto ambizioso che fonde la tutela del patrimonio con lo studio accademico e le più moderne frontiere tecnologiche.
L’iniziativa opera su concessione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina. Si tratta del frutto di un solido accordo di collaborazione tra il Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma e l’Amministrazione comunale di Sezze.
Sotto la guida scientifica della dottoressa Laura Ebanista, il cantiere della conoscenza vedrà all’opera anche un team di studenti della Sapienza, impegnati in un percorso di formazione sul campo che unisce teoria e pratica archeologica.
Il cuore della ricerca punta a definire gli interventi edilizi che hanno plasmato la colonia antica. L’attenzione degli esperti è rivolta in particolare al II e I secolo a.C., un’epoca d’oro caratterizzata da un’imponente attività costruttiva. Analizzare queste evidenze nel tessuto urbano odierno è fondamentale per ricostruire l’organizzazione e lo sviluppo della città romana.
Non solo picconi e pennelli: la campagna si avvale di strumenti all’avanguardia. Oltre al rilievo manuale, i ricercatori utilizzeranno la fotogrammetria da drone per generare modelli tridimensionali ad altissima precisione. Questa documentazione digitale sarà preziosa non solo per la comunità scientifica, ma anche per future operazioni di valorizzazione turistica e culturale del borgo.
Il primo cittadino di Sezze sottolinea l’importanza strategica di questo percorso per l’identità della comunità: “Continua l’impegno della nostra amministrazione – dice il sindaco Lidano Lucidi – nel campo della ricerca storica. Sin dal nostro insediamento abbiamo intrapreso la strada della ricerca archeologica da una parte, e storica dall’altra. Sezze esiste da più di 2000 anni, e ovunque sul territorio comunale ci sono tracce di insediamenti anche precedenti. Un tesoro di conoscenze che va recuperato e preservato, e questa nuova campagna di ricognizione urbana si inserisce proprio in questa visione”.
Talvolta il centro è citato come Sezze Romano, nome però che appartiene alla sola stazione ferroviaria (a cui l’aggettivazione Romano fu attribuita dalle Ferrovie dello Stato agli inizi del 1900 per dirimere un’apparente omonimia, nel solo ambito ferroviario, con l’allora Sezzè, comune della provincia di Alessandria).
Origini del nome
Tradizionalmente, il nome latino della città, Setia, è fatto risalire alle gesta del mitico fondatore, Ercole. Il nome moderno Sezze continua la forma latina di locativoSetiae,[5] ma nei secoli passati era usata anche la forma Sezza, regolarmente derivata da Setia. Il nome degli abitanti esiste sia nella forma che continua il latino, Setini, sia in quella derivata dal nome moderno, Sezzesi. Talvolta il paese è impropriamente indicato come Sezze Romano, che è in realtà la denominazione data, all’inizio del Novecento, alla sola stazione ferroviaria del paese, che allora faceva parte della provincia di Roma. Ciò fu fatto per ovviare, nelle comunicazioni telegrafiche, alla quasi omonimia con la città piemontese di Sezzè, anch’essa sede di una stazione. Nel 1916 Sezzè adotto l’attuale nome di Sezzadio e nel 1934 Sezze passò dalla provincia di Roma alla neocostituita provincia di Littoria, ma l’aggettivo Romano non fu più cassato nel nome della stazione. Esso non fa e non ha comunque mai fatto parte della denominazione ufficiale del paese.
Storia
Secondo la leggenda, il mitico fondatore della città fu Ercole, che, giunto a Sezze dopo aver vinto i Lestrigoni, una popolazione che si suppone fosse stanziata nel basso Lazio, si congiunse con una vergine del luogo dando alla luce il Faustus, eroe minore di cui si ha testimonianza nella poesia apocrifa del ciclo epico. Lo stemma della città raffigura il leone nemeo, della cui pelle Ercole si fregiava, che regge una cornucopia ricolma di frutti, con intorno la scritta, nella forma di un esametro leonino in latino, SETIA PLENA BONIS GERIT ALBI SIGNA LEONIS (“Sezze piena di beni porta l’insegna del bianco leone”). L’antico nome del paese (Setia) viene così collegato a seta (o saeta), in riferimento alle setole del leone nemeo.
A Sezze venne creata una colonia latina circa nel 382 a.C.[6] nel mezzo del territorio dei Volsci,[7] atta alla difesa contro di questi. Nel 341 a.C. uno dei due praetores a capo dell’esercito della Lega latina era Lucio Annio di Setia.[8] Nel 340 a.C. la città partecipò alla rivolta latina terminata con la battaglia di Trifano e la sconfitta della lega. Nel 209 a.C. fu tra le dodici città latine che si dichiararono impossibilitate a fornire truppe a Roma per contrastare Annibale[9] e nel 198 a.C., dopo la seconda guerra punica, fu teatro di una rivolta di prigionieri cartaginesi[10] coi relativi schiavi e, molto probabilmente, anche di schiavi già sfruttati nella produzione di vino[11]. Durante la guerra civile tra Mario e Silla fu conquistata da Silla nell’82 a.C. Fu in seguito centro agricolo e sede di diverse ville. Viene citata da Marziale, Giovenale e Cicerone soprattutto per il suo vino. A proposito di questo, Plinio il Vecchio ricorda come il vino di Sezze fosse il preferito di Augusto e di diversi suoi successori ed accenna a sue proprietà benefiche.[12]
Si ritiene che Sezze abbia dato i natali a Gaio Valerio Flacco, poeta latino di I secolo d.C. autore del poema epico Argonautica. Diversi manoscritti del poema, infatti, recano un Setinus Balbus che secondo alcuni va integrato nel nome del poeta, identificandolo come setino. Un poeta di nome Flacco è citato anche da Marziale fra i propri amici e però identificato come padovano, ma probabilmente si tratta di due persone diverse.[13][14]
Durante l’Alto Medioevo sopravvisse grazie alla sua posizione fortificata e nel 956 si organizzò come libero comune. A partire dal 1046 circa è da segnalare l’opera del monaco benedettino Lidano d’Antena (1026-1118), che edificò il monastero di Santa Cecilia e provvide alla bonifica del territorio circostante: dopo la sua morte venne canonizzato ed eletto patrono della città e della diocesi. A Sezze, in questo periodo, risiedettero brevemente i papi Gregorio VII (1073), Pasquale II (1116) e Lucio III (1182). Si trovò spesso in conflitto con i comuni confinanti (Carpineto, Bassiano, Priverno e Sermoneta). Nel 1381 passò in potere della famiglia Caetani, che ne fu scacciata da una rivolta dodici anni dopo.
La popolazione fu fortemente colpita dalla peste del 1656 e dalle scorrerie di spagnoli e austriaci. Nel 1690 vi fu fondata la Accademia scientifica letteraria degli Abbozzati, che fu riconosciuta come coloniaarcadica dalla Accademia dell’Arcadia di Roma.
Durante l’occupazione napoleonica, a partire dal 1798, la popolazione scacciò la guarnigione francese. Goethe cita rapidamente Sezze nel suo Viaggio in Italia, avendola incontrata nel suo itinerario nella campagna di Roma.[15] Il paese, come molti altri dell’area pontina, fu interessato dal brigantaggio postunitario e nel 1866, in un battaglione di zuavi pontifici inviato sul luogo, trovò rifugio John Surratt, l’unico tra gli assassini di Lincoln che riuscì sfuggire alla cattura. Nel 1870, dopo la presa di Roma, Sezze entrò a far parte del Regno d’Italia. Il paese fu duramente colpito dall’epidemia di influenza spagnola del 1918, a seguito della quale nel comune fu istituita la Colonia Agricola Pontina. Negli anni Trenta, nella pianura di Sezze ebbe sede un campo di volo a vela[16] in cui nel 1939 si svolsero delle prove di valutazione per gli alianti da usare durante le Olimpiadi di Tokyo del 1940,[17] che poi non si tennero a causa della guerra.
Nel 1944 l’abitato fu sottoposto a diversi bombardamenti,[18] che colpirono duramente, fra l’altro, le chiese di San Sebastiano e Rocco, rasa al suolo e mai più ricostruita, e di Sant’Andrea; nel bombardamento che colpì quest’ultima chiesa, il 21 maggio 1944, morirono 71 persone.[19] Come numerosi comuni pontini e del frusinate, dopo l’arrivo degli Alleati anche Sezze fu vittima delle cosiddette marocchinate.
Il 28 maggio 1976, durante un comizio che si teneva nel paese, il giovane sezzese Luigi Di Rosa, militante del PCI, rimase ucciso in una sparatoria in cui fu implicato il deputato del MSISandro Saccucci, in un episodio che si può iscrivere agli anni di piombo.
Famiglie nobili
Sezze registra un fenomeno non insolito a molte città antiche: se, da un lato, vediamo famiglie locali “conquistare” notorietà e visibilità, d’altro canto, il centro lepino – per via di alleanze matrimoniali, di passaggi di eredità o di interessi più vari – diviene luogo di nuove “immissioni”. Così, nei secoli, a Sezze presero dimora i Brancaleone (di Sezze molti storici ritengono il cardinale Leone, ricordato dalle fonti francescane come protettore di san Francesco d’Assisi); gli Annibaldi, estinti nel XV secolo; da Gaeta vi si trasferirono i Castagna, estinti nel 1707; i Cerroni sembrano invece essere una famiglia locale, così come i Ciammaruconi/e (ebbero il primo storico della città, un governatore a Rieti, un segretario della sacra Congregazione dei riti); i Colanardi, i Contugi (trapiantativisi da Volterra; da Cori (ma con origini emiliane) provenivano i Corradini (il cui più illustre rappresentante fu il cardinale Pietro Marcellino); i de Astis; i Pacifici (estinti del XIX secolo); i de Magistris, estinti nel 1820; da Sonnino provenivano i de Ovis, estinti nel 1782 nei Casali Del Drago; i Valletta, finiti poi nei Gabrielli di Gubbio; i de Rossi, il ramo setino dei Frangipane, estinto nel XVI secolo; i Gigli; più scarne notizie si hanno degli Ignazi, dei Novi, dei Raynaldi (che peraltro hanno un cardinale, Roberto), dei Pagani (rappresentati anch’essi in maniera eminente dal cardinale Pagano e da Marco, canonico lateranense), dei Pane e dei Pyletta; di notevole consistenza la storia dei Normisini e dei Pilorci. Gli Iucci discendenti da Stefano e figli di Domenico, per il ramo di Tommaso si sono estinti nel XX secolo nella famiglia Santoro Cayro, e per il ramo di Stefano si sono successivamente trasferiti prima a Sonnino e poi a Littoria oggi Latina; vivono da anni a Roma i marchesi Rappini di Casteldelfino, giunti in città con la bonifica piana del secolo XVIII, e i nobili Tuccimei di Sezze (trasferiti a Roma nel XVIII secolo).
Lo stemma è stato riconosciuto con decreto del Capo del Governo del 5 febbraio 1937[20] e così descritto:
«D’azzurro, al leone d’argento rampante coronato dello stesso. Motto: Setia Plena Bonis Gerit Albi Signa Leonis.»
(DCG del 5 febbraio 1937)
Lo stemma è solitamente rappresentato come un rettangolo con gli angoli rientranti, evocante lo scudo delle legioni romane, con il campo di rosso, al leone rampante recante tra gli artigli una cornucopia ricolma dei beni della terra, e incorniciato da una ghirlanda d’alloro e dall’iscrizione latina: Setia plena bonis – gerit albi signa leonis (“Sezze piena di beni, porta le insegne del bianco leone”). La leggenda vuole che si tratti del Leone Nemeo dalle cui setole della criniera deriverebbe l’antico nome del paese: Setia. In realtà la figura del leone, come in molti altri casi, alluderebbe alla condizione di città autonoma la cui dipendenza dal Pontefice era sottolineata dalle due chiavi decussate poste un tempo in capo al sigillo comunale.[21] Il gonfalone è un drappo di azzurro.
«Occupata dai tedeschi e bombardata dagli alleati, Sezze, sede di importanti infrastrutture, divenne obiettivo militare durante il secondo conflitto mondiale. Diversi furono i rastrellamenti, le razzie nelle case, le violenze nei confronti delle donne e si contarono numerose vittime e molti feriti. Furono distrutti edifici, strade, ponti. Ciononostante gli abitanti di Sezze, rischiando la morte, protessero ebrei, aiutarono le persone a ribellarsi ai soprusi e si prodigarono per difendere le donne. Grande esempio di sacrificio e di estreme virtù civiche. Gennaio-maggio 1944 – Sezze (LT)»
— 12 luglio 2022[22]
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