Roma – La Galleria Studio CiCo ospita Omaggio a Yayoi Kusama-
Dal 8 al 22 giugno 2026 la Galleria Studio CiCo di Roma ospita Omaggio a Yayoi Kusama, una mostra collettiva di arte contemporanea dedicata a una delle figure più influenti del panorama artistico internazionale. L’esposizione sarà inaugurata l’8 giugno alle ore 18 negli spazi della galleria di via Gallese 8, in zona Cassia, e sarà visitabile a ingresso libero fino al 22 giugno.
Yayoi Kusama ha costruito una ricerca incentrata sui concetti di infinito, ripetizione, identità e relazione tra individuo e universo. Le sue celebri installazioni immersive, tra cui le Infinity Rooms, hanno ridefinito il rapporto tra opera d’arte e spettatore, influenzando generazioni di artisti e conquistando milioni di visitatori in tutto il mondo.
la Galleria Studio CiCo di Roma ospita Omaggio a Yayoi Kusama
L’esposizione riunisce le opere di dieci artisti chiamati a reinterpretare, attraverso linguaggi personali, alcuni dei temi più significativi della poetica dell’artista giapponese: Franco Bacci, Simona Capuano, Cinzia Cotellessa, Monica Galli, Barbara Maresti, Donatella Ricci Piccirilli, Elena Pietrangeli, Annalisa Sacchetti, Luca Theodoli e Federica Virgili. Ognuno affronta il confronto con l’universo creativo di Kusama attraverso linguaggi differenti, offrendo al pubblico prospettive eterogenee su temi che continuano a interrogare l’arte contemporanea.
Ad arricchire la serata inaugurale dell’8 giugno sarà la performance dell’attrice Chiara Pavoni, pensata appositamente in dialogo con il percorso espositivo. Un intervento performativo che accompagnerà il pubblico attraverso parola, gesto e presenza scenica, ampliando la dimensione immersiva e relazionale della mostra.
Roma Capitale-Helidon Xhixha per le Case Romane del Celio-
Roma accoglie Lumen ex terra, il nuovo progetto espositivo di Helidon Xhixha, concepito per gli spazi straordinari delle Case Romane del Celio, uno dei contesti archeologici più suggestivi e stratificati della città.
Dal 11 giugno al 27 settembre 2026, una selezione di opere si inserisce negli ambienti ipogei, dando vita a un dialogo tra scultura contemporanea e architettura antica, in un percorso pensato come attraversamento progressivo dello spazio.
Il titolo stesso sintetizza il senso del progetto: una luce che emerge dalla profondità, che attraversa la materia e restituisce memoria. La scultura non è più solo forma, ma esperienza. Non rappresenta, ma trasforma. Non si impone allo spazio, ma lo rivela
UN PERCORSO DALLA DIMENSIONE IPOGEA
Helidon Xhixha – Lumen Ex Terra –
Il percorso espositivo si costruisce come una sequenza di incontri, in cui ogni opera dialoga con lo spazio che la accoglie. Sculture monumentali in acciaio inox come Torso d’acciaio, Teuta o Dea d’acciaio si inseriscono nelle architetture antiche come presenze quasi archetipiche, mentre lavori come Inner Peace, Reflection e Harmony of Light attivano una dimensione più intima e percettiva.
Interventi più essenziali e verticali, come Sonda di Luce, Getto di Luce e Sostegno di Luce, guidano lo sguardo e il movimento del visitatore, costruendo un ritmo visivo che accompagna l’attraversamento degli ambienti ipogei.
Accanto a queste, forme come Iceberg e le sue variazioni introducono una tensione tra materia e frammento, tra solidità e dissoluzione.
Helidon Xhixha – Lumen Ex Terra –
LA MATERIA: ACCIAIO E LUCE
Le opere di Xhixha, realizzate principalmente in acciaio inox lucidato a specchio, si distinguono per la capacità di trasformare la materia in superficie riflettente e dinamica.
Il metallo non è più solo struttura, ma diventa dispositivo ottico: assorbe lo spazio e lo restituisce trasformato. In alcune opere, la presenza del bronzo lucidato introduce una variazione materica che amplifica il dialogo tra luce, densità e riflesso.
Helidon Xhixha – Lumen Ex Terra –
LA SCULTURA COME DISPOSITIVO PERCETTIVO
Le opere di Xhixha, realizzate in acciaio inox lucidato a specchio, non si limitano a occupare lo spazio, ma lo attivano.
Le superfici riflettenti assorbono e restituiscono l’ambiente circostante, incorporando affreschi, murature e architetture in un sistema dinamico di immagini in continua trasformazione.
Il riflesso diventa così un dispositivo percettivo e concettuale: non semplice restituzione del reale, ma processo di amplificazione e riscrittura del visibile.
LE CASE ROMANE DEL CELIO
Le Case Romane del Celio, situate sull’omonimo colle a pochi passi dalla Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, rappresentano uno dei complessi archeologici più affascinanti e meno convenzionali di Roma.
Il sito conserva ambienti sotterranei appartenenti a diverse fasi abitative, databili tra il II e il IV secolo d.C., originariamente domus di epoca imperiale che nel tempo si sono trasformate, ampliandosi e assumendo nuove funzioni.
Affreschi, murature e architetture stratificate raccontano secoli di storia, restituendo un sistema articolato di spazi ipogei in cui dimensione domestica, memoria e trasformazione convivono.
Interrati nel corso dei secoli con la costruzione della basilica soprastante, questi ambienti si sono conservati in modo straordinario, offrendo oggi un’esperienza immersiva e sospesa, in cui il tempo sembra stratificarsi e riemergere.
È proprio questa natura sotterranea, complessa e percettivamente densa a rendere le Case Romane del Celio un contesto ideale per il lavoro di Helidon Xhixha, in cui il dialogo tra luce, spazio e memoria trova una delle sue espressioni più profonde.
IL DIALOGO CON LE CASE ROMANE DEL CELIO
All’interno delle Case Romane del Celio, dove l’architettura conserva tracce di vita domestica tra età imperiale e tarda antichità e dove affreschi e murature raccontano secoli di stratificazione, il lavoro di Xhixha si innesta come elemento attivo.
Le superfici riflettenti amplificano la dimensione illusionistica già propria degli ambienti dipinti, incorporando lo spazio archeologico e restituendolo in forma dinamica, moltiplicata e instabile. Ne emerge un campo percettivo stratificato, in cui passato e presente coesistono e si trasformano continuamente.
Il visitatore diventa parte integrante dell’opera: il movimento attiva la visione e modifica costantemente la percezione, generando un’esperienza sempre diversa e mai definitiva.
Inaugurazione: giovedì 11 giugno 2026, ore 18.00 – ingresso libero MODALITA’ DI INGRESSO da lunedì a domenica e festivi 10.00-16.00 La biglietteria chiude un’ora prima
Orario di apertura
da lunedì a domenica e festivi 10.00-16.00 La biglietteria chiude un’ora prima
Roma-Curva Pura presenta la personale di Antonio Tropiano, DiaFragma-
Roma Capitale-Curva Pura è lieta di presentare la personale di Antonio Tropiano, DiaFragma, a cura di Davide Dormino.La mostra si “schiude” al visitatore attraverso un intenso dialogo tra installazione ed opere scultoree.
Ad un primo avvicinarsi, si avvertono vibrazioni di sussurri e urla enigmatiche, che addentrandosi rivelano, a chi è capace di porsi in ascolto ed osservazione, un racconto tagliente e penetrante.
Antonio Tropiano, DiaFragma
Il rapporto di Antonio Tropiano con la sua materia, il legno, è un tempo di lunghe attese, continue riflessioni, errori ed intuizioni, un luogo di Studio tra ombrosi e silenziosi boschi: è solo così che il significato trova forma, attraverso sottilissime correlazioni.
Queste ife sottocutanee, si ramificano attraverso DiaFragma – dal greco antico διάφραγμα composto da διά (attraverso / in mezzo) e φράγμα (recinto / chiusura / parete). Il suo significato etimologico letterale è quindi “separazione attraverso una parete”, indicando un elemento che divide due spazi.
Invero, DiaFragma presuppone e rappresenta un momento non di spaccatura e separazione, bensì un’occasione di contatto e conoscenza, il tramite attraverso il quale il velo può squarciarsi.
DiaFragma è lo schermo oculare che cinge e chiude la visuale, ma contiene in sé quella minuscola pupilla attraverso cui la visione diventa possibile, mediante il paziente adattamento dello sguardo e la sincrona disposizione del pensiero e dell’animo.
Questa mostra offre la possibilità di una metamorfosi del pubblico-spettatore in intimo-esploratore, che ricerca il senso delle opere attraverso un gioco di correlazioni, talvolta ironico, talaltra drammatico.
Il legno, fibra tenace e materia viva delle opere di Tropiano, è l’esistenza cangiante e dinamica, scalfita o carezzata dalle miriadi di strumenti nelle mani dello scultore, ognuno dei quali definisce un segno, o frammento, una possibilità del divenire forma e quindi simbolo del pensiero.
Il Verbum, che origina dal primordiale Logos filosofico di Atonio Tropiano, nello spazio espositivo di Curva Pura si apre al dialogo.
DiaFragma diviene luogo dei punti di contatto e separazione attraverso l’interrogarsi dell’arte con l’uomo, perché è lei che ci chiama a riflettere, senza mai pretendere una risposta, men che meno univoca.
Prendendo a prestito le parole di un grande romanziere cecoslovacco: “Sono le domande per cui non esiste risposta che segnano i limiti delle nostre possibilità e tracciano i confini dell’esistenza umana”.
Note biografiche:
Nato in Calabria nel 1976. Vive e lavora tra Roma e S. Caterina dello Ionio (CZ).
Compie i suoi studi tra Bologna e Firenze, dove prosegue le sue ricerche nel campo della filologia medievale e rinascimentale. Collabora con una nota casa editrice come saggista nel campo della storia dell’arte e delle lettere umanistiche.
Fin da ragazzo mostra una certa predilezione per la creazione plastica e per la naturale versatilità del legno, che proprio nella scultura sembrano trovare il giusto grado di conciliazione.
Sotto l’impulso di un’assidua ricerca linguistica, mette a punto una cifra stilistica personale, capace di operare una sintesi tra l’ispirazione metaforica di matrice letteraria e la resa figurativa di una fenomenologia dell’agire umano.
Ha avviato da tempo un’accorta attività espositiva, partecipando a numerose collettive e tenendo mostre personali con installazioni site-specific in diverse sedi italiane: come il Castello Estense di Ferrara, Spazio Mondadori a Venezia, il Milano Art Galley Pavilion sempre a Venezia o il Palazzo San Bernardino a Rossano (CS); oltre al Borgo Ferri e alla Torre S. Antonio di S. Caterina dello Ionio. Nel 2015 partecipa alla Pro Biennale di Venezia su invito di Vittorio Sgarbi.
Tra le più recenti esposizioni: nel 2022 al MARCA – Museo delle Arti Catanzaro con la personale “Minima Fragmenta”; nel 2025 presso la Galleria ELLEBI di Cosenza, con la personale “Error Vacui” e a cavallo tra 2025 e 2026, presso lo spazio ProsaContemporanea a Roma, la personale ”Ad Vacuum”.
DiaFragma
Antonio Tropiano
a cura di Davide Dormino
Opening 11 giugno 2026 ore 18:30
Fino al 26 luglio 2026
Orari: martedì e giovedì dalle ore 19:00 e su appuntamento – prenotare via mail curvapura@gmail.com o whatsapp 328 9228797
Curva Pura
Via Giuseppe Acerbi, 1a – Roma
curvapura@gmail.com
Libero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTI
Articolo di Ugo OJETTI scritto per la Rivista PAN n°6 del 1934
Biografia di Libero Andreotti nacque a Pescia il 15 giugno 1875.Dagli otto ai diciassette anni lavorò nell’officina di un fabbro, frequentando un corso per il conseguimento del diploma di maestro elementare.
A Lucca incontrò Alfredo Caselli e Giovanni Pascoli stimolano i suoi interessi artistici e culturali.
Nel frattempo lo zio Ferruccio Orsi gli trovò un impiego presso la Libreria Sandron di Palermo; qui lo assunse il Principe Tasca di Cutò come redattore e illustratore del settimanale La battaglia.
Nel 1899 si recò a Firenze dove iniziò l’attività di caricaturista, illustratore e pittore. Strinse amicizia con Enrico Sacchetti che gli dedicò il libro Vita d’artista e con lo scultore Mario Galli nel cui studio iniziò a modellare piccole statuine colorate.
Trasferitosi a Milano si occupò di scultura, catturando l’attenzione del noto pittore Vittore Grubicy che iniziò ad occuparsi della sua carriera.
Nel 1905 espose per la prima volta alla Biennale di Venezia e due anni dopo si stabilì a Parigi; qui presentò una quarantina di dipinti alla mostra sui divisionisti italiani organizzata dallo stesso Grubicy nella Serre de l’Alma.
Nel 1911 si tenne la sua prima grande mostra alla Galerie Bernheim Jeune, dove espose 51 opere. Tre anni più tardi, con lo scoppio della guerra, decise di tornare a Firenze dove strinse una grande amicizia con Ugo Ojetti che lo introdusse nei maggiori centri artistici del Nord Italia.
Molte delle opere eseguite tra il 1914 e il ’21 furono acquistate da Ojetti che nel 1920 gli dedicò un importante saggio su “Dedalo”.
Nel 1923 sposò Margherita Carpi. L’anno successivo eseguì il monumento ai caduti di Saronno, in maggio vinse il concorso per il monumento alla Madre italiana per la chiesa di Santa Croce a Firenze.
Con Carena e Alberto Magnelli, nel 1929 dette vita a Firenze ai “mercoledì dell’antico Fattore”, dal nome della trattoria punto di ritrovo di artisti, letterati e musicisti.L’anno seguente istituì il premio letterario dell’Antico Fattore.Libero Andreotti morì improvvisamente il 4 aprile 1934
Libero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTILibero ANDREOTTI e il Ritratto-Articolo di Ugo OJETTI scritto per la Rivista PAN n°6 del 1934
Libero Andreotti
Biografia-UGO OJETTI
Ugo Ojetti
Biografia di Ugo Ojetti –
Ugo Ojetti,Figlio della spoletina Veronica Carosi e del noto architetto Raffaello Ojetti, personalità di vastissima cultura, consegue la laurea in giurisprudenza e, insieme, esordisce come poeta (Paesaggi, 1892). È attratto dalla carriera diplomatica, ma si realizza professionalmente nel giornalismo politico. Nel 1894 stringe rapporti con il quotidiano nazionalista La Tribuna, per il quale scrive i suoi primi servizi da inviato estero, dall’Egitto.
Nel 1895 diventa immediatamente famoso con il suo primo libro, Alla scoperta dei letterati, serie di ritratti di scrittori celebri dell’epoca[1] redatti in forma di interviste, genere all’epoca ancora in stato embrionale. Scritto con uno stile che si pone fra la critica ed il reportage, il testo viene considerato, e come tale fa discutere, un momento di analisi profonda del movimento letterario dell’epoca. L’anno seguente Ojetti tiene a Venezia la conferenza “L’avvenire della letteratura in Italia”, che suscita un vasto numero di commenti in tutto il Paese.
I suoi articoli diventano molto richiesti: scrive per Il Marzocco (1896-1899), Il Giornale di Roma, Fanfulla della domenica e La Stampa. La critica d’arte occupa la maggior parte della sua produzione. Nel 1898 inizia la collaborazione con il Corriere della Sera, che si protrae fino alla morte.[2]
Tra il 1901 e il 1902 è inviato a Parigi per il Giornale d’Italia; dal 1904 al 1909 collabora a L’Illustrazione Italiana: tiene una rubrica intitolata “Accanto alla vita”, che poi rinomina “I capricci del conte Ottavio” (“conte Ottavio” è lo pseudonimo con cui firma i suoi pezzi sul settimanale). Nel 1905 si sposa con Fernanda Gobba e prende domicilio a Firenze; dal matrimonio tre anni dopo nasce la figlia Paola. Dal 1914 abiterà stabilmente nella vicina Fiesole. Invece trova nella villa paterna di Santa Marinella (Roma), soprannominata “Il Dado”, il luogo ideale in cui riposarsi, trascorrere le sue vacanze e scrivere le sue opere.
Partecipa come volontario alla prima guerra mondiale. All’inizio della guerra riceve l’incarico specifico di proteggere dai bombardamenti aerei le opere d’arte di Venezia. Nel marzo 1918 fu nominato “Regio Commissario per la propaganda sul nemico”. Fu incaricato di scrivere il testo del volantino, stampato in 350 000 copie in italiano e in tedesco, che fu lanciato il 9 agosto, dai cieli di Vienna dalla squadriglia comandata da Gabriele D’Annunzio.[3]
Nel 1920 fonda la sua rivista d’arte, Dedalo (Milano, 1920-1933), dove si occupa di storia dell’arte antica e moderna. Dall’impostazione della rivista dimostra una sensibilità e un modo di accostarsi all’arte e di divulgarla diversi dai canoni del tempo. La rivista diventa subito occasione d’incontro tra critici, intellettuali, artisti come Bernard Berenson, Matteo Marangoni, Piero Jahier, Antonio Maraini, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Pietro Toesca, Lionello Venturi e Roberto Longhi. L’idea di base della rivista è che l’opera d’arte abbia valore di testimonianza visibile della storia e delle civiltà più di ogni altra fonte. Nel 1921 avvia una rubrica sul Corriere utilizzando lo pseudonimo “Tantalo”. Tiene la rubrica ininterrottamente fino al 1939.
Sul finire del decennio inaugura una nuova rivista, Pegaso (Firenze, 1929-1933). Infine, lancia la rivista letteraria Pan, fondata sulle ceneri della precedente esperienza fiorentina. Tra il 1925 e il 1926 collabora anche a La Fiera Letteraria. Tra il 1926 ed il 1927 è direttore del Corriere della Sera.
È tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925 ed è nominato Accademico d’Italia nel 1930. Fa parte fino al 1933 del consiglio d’amministrazione dell’Enciclopedia Italiana. Ojetti organizza numerose mostre d’arte e dà vita ad importanti iniziative editoriali, come Le più belle pagine degli scrittori italiani scelte da scrittori viventi per l’editrice Treves e I Classici italiani per la Rizzoli. Sul significato dell’architettura nelle arti ebbe a dire:
«l’architettura è nata per essere fondamento, guida, giustificazione e controllo, ideale e pratico, d’ogni altra arte figurativa»
La finestra di Ojetti a villa Il Salviatino con una targa che lo ricorda
Collaborò anche con il cinema: nel 1939 firmò l’adattamento per la prima edizione sonora de I promessi sposi, che costituì la base della sceneggiatura per il film del 1941 di Mario Camerini.
Aderì alla Repubblica Sociale Italiana[4]; dopo la liberazione di Roma, nel 1944, fu radiato dall’Ordine dei giornalisti. Passò gli ultimi anni nella sua villa Il Salviatino, a Fiesole, dove morì nel 1946.
Antonio Gramsci scrisse che « la codardia intellettuale dell’uomo supera ogni misura normale ». Indro Montanelli lo ricordò sul: « È un dimenticato, Ojetti, come in questo Paese lo sono quasi tutti coloro che valgono. Se io dirigessi una scuola di giornalismo, renderei obbligatori per i miei allievi i testi di tre Maestri: Barzini, per il grande reportage; Mussolini (non trasalire!), quello dell’Avanti! e del primo Popolo d’Italia, per l’editoriale politico; e Ojetti, per il ritratto e l’articolo di arte e di cultura ».
Opere
Letteratura
Paesaggi (1892)
Alla scoperta dei letterati: colloquii con Carducci, Panzacchi, Fogazzaro, Lioy, Verga (Milano, 1895); ristampa xerografica, a cura di Pietro Pancrazi, Firenze, Le Monnier, 1967.
Scrittori che si confessano (1926),
Ad Atene per Ugo Foscolo. Discorso pronunciato ad Atene per il centenario della morte, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928.
Profondo conoscitore ed appassionato studioso d’arte, Ugo Ojetti ha pubblicato sull’argomento diversi importanti libri:
L’esposizione di Milano (1906),
Ritratti d’artisti italiani (in due volumi, 1911 e 1923),
Il martirio dei monumenti, 1918
I nani tra le colonne, Milano, Fratelli Treves Editori, 1920
Raffaello e altre leggi (1921),
La pittura italiana del Seicento e del Settecento (1924),
Il ritratto italiano dal 1500 al 1800 (1927),
Tintoretto, Canova, Fattori (1928),
Atlante di storia dell’arte italiana, con Luigi Dami (due volumi, 1925 e 1934),
Paolo Veronese, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928,
La pittura italiana dell’Ottocento (1929),
Bello e brutto, Milano, Treves, 1930
Ottocento, Novecento e via dicendo (Mondadori, 1936),
Più vivi dei vivi (Mondadori, 1938).
In Italia, l’arte ha da essere italiana?, Milano, Mondadori, 1942.
Romanzi
L’onesta viltà (Roma, 1897),
Il vecchio, Milano, 1898
Il gioco dell’amore, Milano, 1899
Le vie del peccato (Baldini e Castoldi, Milano, 1902),
Il cavallo di Troia, 1904
Mimì e la gloria (Treves, 1908),
Mio figlio ferroviere (Treves, 1922).
Racconti
Senza Dio, 1894
Mimì e la gloria, 1908
Donne, uomini e burattini, Milano, Treves, 1912
L’amore e suo figlio, Milano, Treves, 1913
Teatro
Un Garofano (1902)
U. Ojetti-Renato Simoni, Il matrimonio di Casanova: commedia in quattro atti (1910)
Reportages
L’America vittoriosa (Treves, 1899),
L’Albania (Treves, 1902); nuova edizione, con cartina originale “La Grande Albania”, in Ugo Ojetti, Olimpia Gargano (a cura di), L’Albania, Milano, Ledizioni, 2017.
L’America e l’avvenire (1905).
Raccolte di articoli
Articoli scritti fra il 1904 e il 1908 per L’Illustrazione Italiana: I capricci del conte Ottavio (due voll., usciti rispettivamente nel 1908 e nel 1910)
Articoli per il Corriere della Sera: Cose viste (7 voll.: I. 1921-1927; II. 1928-1943). L’opera è stata anche tradotta in lingua inglese.
Memorie e taccuini
Confidenze di pazzi e savi sui tempi che corrono, Milano, Treves, 1921.
Vita vissuta, a cura di Arturo Stanghellini, Milano, Mondadori, 1942.
I Taccuini 1914-1943, a cura di Fernanda e Paola Ojetti, Firenze, Sansoni, 1954. [edizione censurata, con molti passi espunti]
Ricordi di un ragazzo romano. Note di un viaggio fra la vita e la morte, Milano, 1958.
I taccuini (1914-1943), a cura di Luigi Mascheroni, prefazione di Bruno Pischedda, Torino, Aragno, 2019, ISBN 978-88-841-9989-8.
Aforismi
Ojetti è celebre anche per i suoi aforismi, massime e pensieri, molti dei quali sono raccolti nei 352 paragrafi di Sessanta, volumetto scritto dall’autore nel 1931 per i suoi sessant’anni e pubblicato nel 1937 da Mondadori.
Lettere
Venti lettere, Milano, Treves, 1931.
Lettere alla moglie (1915-1919), a cura di Fernanda Ojetti, Firenze, Sansoni, 1964.
Intitolazioni
Presso il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi si è tenuta una mostra dedicata alle fotografia scattate per la rivista e che costituiscono il Fondo Ojetti.[7]
Christina Broom, la fotógrafa pionera que retrató el movimiento sufragista en Londres-
La Fotostoria raccontata dalla fotografa Christina Broom delle militanti del primissimo movimento femminista -En 1908, cientos de mujeres salieron a hacer ruido a las calles de la capital londinense, tomando espacios públicos para exigir el voto femenino- Suffragette – Una rivoluzione al femminile- Suffragette.
Le donne che hanno cambiato il mondo
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Casi como una más y a muy corta distancia, Broom retrató a las sufragistas inmortalizándolas para siempre como iconos feminista en los inicios de la lucha por la igualdad.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Esta fotógrafa tomó algunas de las mejores fotografías de las valientes mujeres que hicieron campaña por el voto femenino en Londres en los años previos al estallido de la Primera Guerra Mundial en 1914. En 1908, Christina tenía 46 años y trabajaba en la revista Women’s Sunday. Vivía en el número 38 de Burnfoot Avenue en Fulham con su marido Albert Edward Broom y su única hija, Winifred Margaret, de 18 años, conocida como Winnie. Debido a una lesión deportiva en 1903, Albert Broom no podía trabajar, Christina decidió entonces convertir su interés por la fotografía en su principal fuente de ingresos. Pidió prestada una cámara de caja y aprendió por sí misma a ser fotógrafa comercial, y llegó a ganarse la vida en ese momento, conocido ahora como la edad de oro de la postal.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
En 1908, cientos de mujeres salieron a hacer ruido a las calles de la capital londinense, tomando espacios públicos para exigir el voto femenino. Casi como una más y a muy corta distancia, Broom retrató a las sufragistas inmortalizándolas para siempre como iconos feminista en los inicios de la lucha por la igualdad.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
En la reunión del Domingo de las Mujeres en Hyde Park, Christina Broom, que no llegaba al metro y medio de altura, se las arregló para transportar un trípode y una pesada cámara de media placa a través del abarrotado parque londinense hasta alcanzar una buena posición a menos de medio metro del andén 6 -uno de los 20- y capturó la sincera camaradería de los oradoras y sus partidarias.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
No está claro por qué Broom dejó de fotografiar el movimiento por el sufragio femenino en el verano de 1913. Tal vez sus otros trabajos se hicieron más populares y generaron más beneficios económicos. Quizás la creciente militancia del WPSU fue la razón por la que los Broom pusieron fin a esta línea de trabajo en particular.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Entre los veranos de 1913 y 1914 los periódicos publicaron historias de ventanas rotas, incendios provocados en casas e iglesias vacías, estaciones de ferrocarril e instalaciones deportivas, y ataques con hachas a obras de arte y exposiciones en museos. Los días en que las mujeres recorrían pacíficamente las calles de Londres portando pancartas artísticas -el producto básico de Broom- habían terminado.
Le Suffragette
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Tra il 1903 e il 1914, il movimento Suffragette ha usato tattiche di protesta radicali e una campagna pubblicitaria creativa per chiedere il diritto di voto delle donne nel Regno Unito. “Deeds not words” era il loro motto, e oltre 1.300 donne sono andate in prigione per la causa. Le loro storie sono raccontate nelle più grandi collezioni di oggetti legati alla loro campagna, che si tengono qui al London Museum.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Chi erano le Suffragette?
Le Suffragette facevano parte della campagna per i voti per le donne che da tempo si batteva per il diritto di voto delle donne nel Regno Unito. Hanno usato l’arte, il dibattito, la propaganda e gli attacchi alla proprietà per combattere per il suffragio femminile. Suffragio significa diritto di voto alle elezioni parlamentari e generali.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Chi ha iniziato il movimento delle Suffragette?
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Emmeline Pankhurst, le sue figlie Christabel, Sylvia e Adela, e un gruppo di altre donne con sede a Manchester fondarono l’Unione Sociale e Politica delle Donne (WSPU) nel 1903. Miravano a “svegliare la nazione” attraverso “azioni non parole”. Questo è stato l’inizio del movimento delle Suffragette come lo conosciamo.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Cosa hanno fatto le Suffragette?
Nel 1906, la WSPU trasferì il suo quartier generale a Londra, iniziando una lotta altamente pubblica, sempre più conflittuale. Il personale retribuito e volontario ha organizzato eventi di raccolta fondi e grandi dimostrazioni conosciute come “incontri di mostri”. Nel 1909 il loro settimanale aveva una tiratura di 22.000. C’erano 90 uffici nel Regno Unito, con 34 concentrati a Londra.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Come e dove hanno protestato le Suffragette?
Le Suffragette hanno preso di mira il governo di Whitehall facendo petizioni a Downing Street, inseguendo i parlamentari e incatenandosi agli edifici governativi. Le suffragette hanno anche danneggiato i punti di riferimento e le opere d’arte di Londra, distrutto finestre e bombardato e bruciato edifici.
Più di mille suffragette sono state mandate in prigione. Nella prigione di Holloway, nel nord di Londra, alcuni hanno fatto lo sciopero della fame. Il governo ha introdotto l’alimentazione forzata, quindi una legge di rilascio e re-arresto conosciuta come Cat and Mouse Act.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Le Suffragette hanno vinto il voto?
Quando la prima guerra mondiale iniziò nel 1914, le Suffragette fermarono l’azione militante per gettarsi nel sostenere lo sforzo bellico. Tutti i prigionieri di Suffragette sono stati rilasciati.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Il WSPU non ha vinto il voto alle donne, ma il suo stile di campagna elettorale ha facilitato la strada alle donne per assumere un ruolo più pubblico nella società durante la guerra. Questo ruolo è stato riconosciuto nel 1918 quando il voto è stato concesso a un numero limitato di donne di età superiore ai 30 anni.
La loro eredità continua a ispirare oggi. Anche una delle rotte ferroviarie di Londra, la linea Suffragette, è chiamata in loro onore.
La Fotostoria delle sufragette raccontata dalla fotografa Christina Broom
Chi ha inventato le mostre? Lo racconta una rassegna diffusa nella città di Macerata
Dal prossimo 11 luglio 2026 fino al 10 gennaio 2027, la città di Macerata ospiterà il progetto espositivo collettivo intitolato EXPOSITIO MUNDI Lo spazio come medium. La rassegna, curata da Lorenzo Benedetti insieme a Giuliana Pascucci, si svilupperà attraverso un percorso diffuso che interesserà tre importanti sedi cittadine: i Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi, lo Sferisterio e la Biblioteca Mozzi Borgetti. L’iniziativa è promossa e organizzata dal Comune di Macerata, dall’Accademia di Belle Arti di Macerata e dall’Università degli Studi di Macerata tramite la Scuola di Studi Superiori “G. Leopardi”.
Michele Ciacciofera, Pathosformel (2026). Su concessione di Building Gallery
L’obiettivo scientifico del progetto è quello di indagare la storia delle mostre e i meccanismi del mostrare, analizzando come l’esposizione si sia evoluta nel tempo quale linguaggio culturale, pratica pubblica e dispositivo civico di relazione. Il fulcro teorico dell’indagine è legato alla figura di GiuseppeGhezzi, pittore, curatore e letterato vissuto tra il 1634 e il 1721.
Nel 1676, Ghezzi organizzò nel chiostro di San Salvatore in Lauro a Roma una rassegna di dipinti rinascimentali provenienti da collezioni private, inaugurando di fatto il concetto moderno di mostra pubblica intesa come strumento di diffusione culturale e di conoscenza condivisa accessibile alla collettività. A trecentocinquant’anni da quell’evento, il progetto maceratese si interroga sui mutamenti di target, budget e dinamiche democratiche legati all’uscita delle opere d’arte dai palazzi privati, istituendo un parallelo ideale tra l’operato storico di Ghezzi e le successive pratiche curatoriali contemporanee.
Il percorso documentario ed espositivo si avvale della presenza di manoscritti originali di Ghezzi, che includono i primi documenti noti relativi all’organizzazione di una mostra, completi di dettagli gestionali, modalità operative e valori assicurativi dell’epoca. Accanto alla documentazione d’archivio e ai dipinti dello stesso Ghezzi, inseriti all’interno di una struttura concepita dall’artista Adelaide Cioni, la rassegna propone opere e interventi di diciannove autori che hanno ridefinito l’esposizione come linguaggio autonomo e pratica critica.
La selezione artistica unisce diverse generazioni e metodologie espressive. Giulio Paolini è presente con l’opera Ipotesi per una mostra, mentre Felix Gonzalez-Torres propone un lavoro basato sulla necessaria interazione con il pubblico. Michele Ciacciofera offre una reinterpretazione della pittura antica, che dialoga con l’installazione al neon di Maurizio Nannucci e con l’esperienza olfattiva sviluppata da Jonathan Monk. La critica alle convenzioni istituzionali e alla figura dell’artista è affidata alla narrazione ironica di Nedko Solakov, a cui si contrappongono la dimensione silenziosa e introspettiva di Laura Paoletti e l’indagine di Fabrizio Cotognini, che trasforma lo spazio espositivo in un teatro della memoria.
Tra gli artisti figurano inoltre Ed Atkins, Joseph Beuys, Catherine Biocca, Paolo Chiasera, Jason Hirata, Oliver Laric, Dimitar Solakov, Veit Stratmann e Agnès Thurnauer, che contribuiscono a trasformare lo spazio urbano in un laboratorio sull’atto di mostrare tramite sculture, installazioni, video e dispositivi site-specific.
Biblioteca DEA SABINAMaurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia Antica-
La via Appia Antica vista da due illustri viaggiatori del 1700.
Montesquieu
Montesquieu:“ Avvicinandoci a Roma s’incontrano tratti della Via Appia, ancora integri. Si vede un bordo o margo che resiste ancora, e credo che abbia più di tutto contribuito a conservare questa strada per duemila anni: ha sostenuto le lastre dai due lati ed ha impedito che cedessero lì, come fanno le nostre lastre in Francia, che non hanno alcun sostegno ai bordi. Si aggiunga che queste lastre sono grandissime, molto lunghe, molto larghe, e molto bene incastrate le une nelle altre; inoltre questo lastricato, poggia su un altro lastricato, che serve da base. Le strade dell’imperatore sono fatte di ghiaia messa su una base lastricata, ben stretta e compressa. Dopo, vi hanno messo un piede o due di ghiaia. Questo renderà la strada eterna. C’è da stupirsi che in Francia non si sia pensato a costruire strade più resistenti? Gli imprenditori sono felici di avere un affare del genere ogni cinque anni”.
Montesquieu, Viaggio in Italia, 1728-1729.
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.Charles de Brosses
Charles de Brosses:“E’ questo, o mai più, il momento di parlarvi della Via Appia, cioè il più grande,il più bello e il più degno monumento che ci resti dell’antichità; poiché, oltre alla stupefacente grandezza dell’opera, essa non aveva altro scopo che la pubblica utilità, credo che non si debba esitare a collocarla al di sopra di tutto quanto hanno mai fatto i Romani o altre nazioni antiche, fatta eccezione per alcune opere intraprese in Egitto, in Caldea e soprattutto in Cina per la sistemazione delle acque. La strada, che comincia a Porta Capena, prosegue trecentocinquanta miglia da Roma a Capua e a Brindisi, ed era questa la strada principale per andare in Grecia e in Oriente. Per costruirla hanno scavato un fossato largo quando la strada fino a trovare uno strato solido di terra……Codesto fossato o fondamento è stato riempito da una massicciata di pietrame e di calce viva, che costituisce la base della strada, la quale è stata poi ricoperta interamente di pietre da taglio che hanno una rotaia. E tanto ben connesse che, nei posti dove non hanno ancora incominciato a romperle dai bordi, sarebbe molto difficile sradicare una pietra al centro della strada con strumenti di ferro. Da ambedue i lati correva un marciapiede di pietra. Sono ben quindici o sedici secoli che non soltanto non riparano questa strada, ma anzi la distruggono quanto possono. I miserabili contadini dei villaggi circostanti l’hanno squamata come una carpa, e ne hanno strappato in moltissimi luoghi le grandi pietre di taglio, tanto dei marciapiedi che del selciato. E’ questa la ragione degli amari lamenti che fanno sempre i viaggiatori contro la durezza della povera Via Appia , che non ne ha nessuna colpa; infatti, nei posti che non sono stati sbrecciati, la via è liscia, piana come un tavolato, e persino sdrucciolevole per i cavalli i quali, a forza di battere quelle larghe pietre, le hanno quasi levigate ma senza bucarle. E’ vero che, nei luoghi dove manca il selciato, è assolutamente impossibile che le chiappe possano guadagnarsi il paradiso, a tal punto vanno in collera per essere costrette a sobbalzare sulla massicciata di pietre porose e collocate di taglio, e in tutti i sensi nel modo ineguale. Tuttavia, nonostante vi si passi sopra da tanto tempo, senza riparare né aggiustare nulla, la massicciata non ha smentito le sue origini. Non ha che poche o punte rotaie ma solo, di tanto in tanto, buche piuttosto brutte”.
Charles de Brosses, Viaggio in Italia, 1739-1740.
a.c. Franco Leggeri-Associazione DEA SABINA-Foto di Maurizio Leggeri
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.
Mattatoio di Roma ospita Renzogallo – Oltre le Ceneri-
Roma Capitale-Dal 9 giugno al 2 agosto 2026, il Mattatoio di Roma – La Pelanda ospita nella Galleria delle Vasche la mostra RENZOGALLO. OLTRE LE CENERI, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio – Città delle Arti, realizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Latitudo.
La mostra Oltre le ceneri – personale dell’artista Renzogallo (Lorenzo Gallo, Roma 1943), a cura di Aldo Iori – è stata concepita appositamente per gli spazi del Mattatoio e si configura come un percorso pensato in stretta relazione con il luogo espositivo.
Il progetto si articola in un viaggio concettuale e poetico attraverso la ricerca dell’artista, a partire dall’opera site specific realizzata per l’occasione: una sequenza di elementi in ferro rosso che, disponendosi nello spazio come un unico organismo, danno forma a una grande installazione unitaria.
L’esposizione prosegue con una installazione in legno e carta di giornali verniciati sempre di rosso, dipinti su tela e opere in tecnica mista su carta, partecipi del concetto di soglia e attraversamento, in un dialogo diffuso tra materie e dimensioni.
Al centro del lavoro dell’artista l’urgenza di superare le forme di racconto preconfezionate, di mettere in crisi le narrazioni dominanti – in particolare quelle dei mass media – e cercare orizzonti di senso là dove sembrano esserci solo macerie.
Le installazioni ambientali sono presentate in scala adattata allo spazio espositivo che le accoglie e perseguono una personale idea di monumentalità. Le opere si fanno architettura visionaria, proposta di trasformazione dello spazio che non si impone sul luogo in cui è collocata, ma dialoga con esso: ogni struttura è pensata per attivare, con la presenza dell’osservatore, una relazione attiva tra corpo, spazio e visione. Il ruolo dell’osservatore, centrale nella compiutezza di ogni opera, diviene protagonista del percorso, in una interazione fisica, sensoriale ed emotiva che prende consapevolezza della realtà nella sua complessità e molteplicità.
Oltre le ceneri è un invito a interrogarsi sullo spazio che percorre il tempo, inteso come ulteriore categoria e continuum spaziale, in grado di trasformare i luoghi in superfici di attraversamento, in passaggi di significati, di forme e di relazioni. Attraverso la forza evocativa e simbolica del rosso, inoltre, la progettualità espositiva diviene un sogno di potenza, segno e senso di calore vitale che prende volume e intensità, vivace e irrequieta purezza.
Mattatoio di Roma ospita Renzogallo – Oltre le Ceneri-
Renzogallo (Lorenzo Gallo, Roma 1943)
La prima formazione artistica avviene a Roma al Liceo artistico di via Ripetta sotto la guida di Giuseppe Capogrossi, Giulio Turcato, Afro e Gastone Novelli. Nel 1964 vince un concorso per una borsa di studio a Madrid dove tiene la sua prima mostra personale per poi spostarsi a Barcellona e l’anno successivo a Parigi. La prima personale italiana, con la presentazione di Gastone Novelli è alla storica galleria romana “Il ferro di cavallo” nel 1967. In questi anni i suoi interessi si ampliano verso lo studio dell’architettura e con partecipazioni a esperienze di teatro d’avanguardia. Negli anni Settanta concentra maggiore attenzione alla pittura, alla sua concezione e alla definizione di spazio inteso come stato pluridimensionale dell’arte. Il suo lavoro si caratterizza per l’adozione di una minimale struttura a maglia quadrata sulla quale sono collocate varianti segniche, minime grammature di colore e diversi inserimenti materici che dalla superficie dell’opera investono l’ambiente espositivo antistante. Nel 1976 realizza una grande prima installazione alla Galleria Civica di Modena e l’anno successivo un’altra a Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Nel 1985 assume il nome d’arte Renzogallo. Negli anni Ottanta e Novanta le sue opere si arricchiscono ulteriormente di elementi eterogenei, come reti metalliche, argille, legni, vetri, carte di vario tipo, che assumono maggiore tridimensionalità fino a installazioni dalle caratteristiche prettamente ambientali. Le sue opere vengono acquisite da musei italiani e stranieri. Negli anni Duemila, conclusa l’esperienza didattica nei licei artistici inizia la docenza presso La Sapienza Università di Roma, presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia e svolge collaborazioni con l’Università della Tuscia. Molte sono le opere pubbliche realizzate in Italia e all’estero e le mostre personali tenute in numerose gallerie private come Il Collezionista di Roma, Cesare Manzo di Pescara, Fabjbasaglia di Bologna, La Polena di Genova, Arco di Rab di Roma, Epikentro di Patrasso e Atene, Polhammer Gallery di Steyr (Austria). Particolarmente importante la doppia personale con l’amico Hidetoshi Nagasawa presso la Fondazione Volume! di Roma nel 2000 come la personale presso la galleria Maria Grazia del Prete di Roma nel 2009 dove presenta nuove serie di opere tridimensionali. Altre mostre personali e collettive oltre che in Italia sono state realizzate anche in Svezia, Grecia, Giappone, Francia, Corea, Finlandia, Russia, Spagna, Austria, Stati Uniti, Cina. Tra le collettive si ricordano: XI Quadriennale di Roma nel 1986, XXII Premio Termoli, IV Biennale di grafica di Trento, XXXI Biennale di Milano, Bordeline Museo Convento dei Serviti di Maria Monteciccardo (Pesaro e Urbino), Borderland San Piero a Sieve (Firenze) Musée du Chateau d’Annecy (Francia), Lineainfinita a Villa Domenica (Treviso), Premio Marsala, Museo GAZI ad Atene, MACRO Lavori in corso 8 di Roma, Biennale di Venezia del 1999 (Eventi collaterali), Arte Architetture Città a Roma. Negli ultimi anni riceve commissioni per la realizzazione di sculture collocate in spazi pubblici: le opere ambientali realizzate sono in Villa Santamaria (Chieti), Parco del Lago Pirkkala (Finlandia ), Museo MAAAPO di Arena Po (Pavia ), Museo Mida di Pertosa (Salerno ), Cinque opere lungo la via Francigena a San Lorenzo Nuovo (Viterbo), Parco POLGAI (Pescara), Poggio Aquilone di San Venanzo (Perugia), Parco Collezione Ktima Gerovassiliou (Salonicco, Grecia), Università della Tuscia, Viterbo e al Parco Sculture in Campo, Bassano in Teverina (VT). Partecipa come relatore a numerosi convegni e seminari sul suo lavoro e sull’Arte Ambientale. Vive e lavora a Roma. www.renzogallo.it
Info
Mattatoio di Roma
Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma – La Pelanda Galleria delle Vasche
www.mattatoioroma.it – Facebook: @mattatoioroma – Instagram: @mattatoio – #MattatoioRoma
Orari
Dal martedì alla domenica dalle ore 11.00 alle 20.00 lunedì chiuso. L’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura
UFFICIO STAMPA mostra >> RP PRESS
Marcella Russo | M. +39 3493999037 | E. press@rp-press.it | www.rp-press.it
Foto di Paolo Genovesi -Valle nel Cicolano-Lago del Salto –
Il Lago del Salto è il più grande lago artificiale del Lazio, situato in provincia di Rieti e creato nel 1940 dallo sbarramento del fiume Salto con la diga del Salto e la conseguente sommersione dell’omonima profonda Valle nel Cicolano.
Le sue acque sono condivise con quelle del vicino lago del Turano, altro bacino idroelettrico, mediante un canale artificiale lungo circa 9 km sotto la giogaia del Monte Navegna (1508 m s.l.m.). I due bacini artificiali del Salto e del Turano alimentano la centrale idroelettrica di Cotilia, costruita nel 1942 a servizio delle acciaierie di Terni.
Il lago di conformazione molto allungata, all’apparenza come un enorme fiume, e dall’importante perimetro per via anche della linea costiera molto frastagliata, segue fedelmente la stretta conformazione dell’omonima Valle del Salto ed è compreso prevalentemente nel comune di Petrella Salto, ma parte delle sue acque ricadono anche entro i confini dei comuni di Pescorocchiano, Fiamignano, Varco Sabino e Marcetelli.
Per la sua realizzazione sono stati cancellati e ricostruiti sulle sponde i centri abitati di Borgo San Pietro, Teglieto e Fiumata, frazioni di Petrella Salto, e Sant’Ippolito, frazione di Fiamignano. Di questi si ricorda il primo come marginale esempio di architettura razionalistica italiana in una provincia durante il Fascismo segnata prevalentemente da interventi rurali e forestali.
La diga del Salto e sullo sfondo Poggio Vittiano, frazione di Varco Sabino
Una grossa lapide incisa nella roccia presso la Diga del Salto, situata nel bordo nord-occidentale del lago, ricorda le vittime per la costruzione del possente sbarramento cementizio alto oltre 90 m, all’epoca della sua costruzione la diga più alta d’Italia.
Tutta la valle del Salto in corrispondenza del lago è coperta da fitti boschi lungo le pendici montuose dei monti che diradano bruscamente sul Lago…
Lago del Salto
Lago del Salto: uno degli itinerari più belli da scoprire nel cuore del Centro Italia
La storia del Lago del Salto, in provincia di Rieti, inizia nel 1940 e la sua nascita è tutto fuorché naturale. La creazione di questo bacino è stata voluta dall’uomo che ha deciso anche delle vite e del futuro degli abitanti di questi luoghi.
Con la costruzione della diga, che ha sbarrato il corso del fiume Salto e ha dato vita al lago, morirono anche i borghi che sorgevano in quell’area che fu completamente inondata dalle acque. Teglieto, Fiumata, Sant’Ippolito e Borgo San Pietro furono poi ricostruiti più in alto con quell’architettura razionalista tipica del ventennio fascista.
Questi piccoli borghi arroccati sulle alture, oggi si specchiano nell’azzurro lago e dalla loro posizione, quando le acque si abbassano – soprattutto in estate – vedono emergere qualche lembo di sé stessi, come piccole Atlantidi sommerse, e la sommità del campanile del vecchio Monastero duecentesco delle Clarisse fa capolino. Una visione molto commovente.
Il Monastero delle Clarisse, fondato originariamente dalla Santa nel vecchio Borgo San Pietro, attualmente si trova nel territorio del comune di Petrella Salto: qui è possibile ammirare l’antica cappella del Cinquecento, traslata prima dell’inondazione, scomposta pezzo per pezzo e rimontata nel nuovo complesso, che conserva dei magnifici affreschi cinquecenteschi.
La costruzione della diga che ha dato vita al Lago del Salto fu necessaria per alimentare la centrale idroelettrica di Cotilia, costruita un paio di anni più tardi, nel 1942, a servizio delle acciaierie di Terni. Per lo stesso scopo vide la luce anche il Lago del Turano, collegato a quello del Salto da un canale artificiale sommerso, lungo 9 km.
La costruzione della diga è coincisa sfortunatamente anche con eventi luttuosi e acuta si fa la nostalgia, per i pochi ormai ad aver vissuto lì in quell’epoca, al pensiero degli appezzamenti di quei campi fertili ormai sott’acqua e alla vista di quella grande lapide, incisa nella roccia, ad eternare il ricordo degli operai che morirono durante i lavori. Per gli anziani, è la voce degli abitanti di questo pezzo di Reatino, il lago è un po’ come un vecchio nemico, a cui non si sono mai veramente abituati.
Un paesaggio unico nel Lazio, tra i fiordi del Lago del Salto
Quasi interamente compreso nel territorio del comune di Petrella Salto, le acque del lago del Salto lambiscono anche Pescorocchiano, Fiamignano, Varco Sabino e Marcetelli. Il paesaggio è unico grazie ai fiordi, alle baie e alle insenature che rendono estremamente frastagliato il percorso del lago, che segue, sinuoso, la fisionomia della Valle del Salto. Il colpo d’occhio, dalla diga, ma anche dai sovrastanti centri abitati, è quello di un luogo totalmente immerso nella natura, seppure nato dalla mano dell’uomo. Infatti, i fitti boschi di querce e castagni digradano quasi bruscamente verso le acque del lago.
A proposito della fauna, un ambiente lacustre come questo offre grandi possibilità a pesci come persici, carpe, tinche, barbi e alborelle – prede ideali per i cultori della pesca sportiva che qui si danno appuntamento nel fine settimana.
Ma anche delle molte specie di uccelli che qui prosperano: lo svasso, il gabbiano, il germano reale. Anche i rapaci sono ampiamente rappresentanti: il falco pellegrino, l’allocco, il barbagianni e la civetta, e l’elenco non è esaustivo. Mammiferi come tassi, volpi e cinghiali prosperano nei boschi intorno, e le rive sono popolate da molte specie di anfibi.
Cosa fare al Lago del Salto
Cosa non da poco, le sue acque sono idonee alla balneazione. Nonostante le sponde scoscese e frastagliate, al Lago del Salto potrai goderti sole, relax e qualche tuffo rigenerante alla Spiaggia del Campeggio Diga Salto, a quella di Fosso Petrella, l’Altobelli, al Fosso Pratostretto di Fiumata e al Fosso delle Foche.
Qui potrai noleggiare ombrelloni, sdraio, pedalò e canoe o, perché no, provare il wakeboard, spettacolare sport acquatico che in questa zona viene regolarmente praticato. Sul Lago del Salto si organizzano anche competizioni a caratura nazionale!
Le immersioni per i subacquei, organizzate regolarmente da associazioni locali, se sei un appassionato, ti permetteranno di andare alla scoperta dei borghi sepolti sotto le acque del lago, le stesse acque che hanno sepolto storie e cancellato i ricordi di quelle famiglie spostando le loro vite e la memoria di esse poco più su. Non sarà una semplice immersione, ma anche una visita affascinante a quei fondali ricchi di vita ittica e di ricordi umani.
Chi invece desiderasse rimanere asciutto, o visitasse questo luogo durante la
stagione fredda, potrà dedicarsi alle lunghe passeggiate nei dintorni, anche in bicicletta.
Il wakeboard, una specie di surf, no, forse di skateboard sull’acqua…
Il wakeboard è una continua sfida alla forza di gravità: combinazione di snowboard, skate, surf, kitesurf e sci nautico, viene praticato da riders trainati da una barca, in piedi su una tavola di legno. Le evoluzioni dei riders, i cosiddetti tricks, che possono essere salti mortali, all’indietro, improvvise virate, lasciano gli spettatori con il fiato sospeso: l’onda creata dal movimento della barca diventa una vera e propria rampa di lancio. Un mix di tutti gli sport elencati, per trasformarsi in qualcosa di unico e spettacolare.
Altri spunti di viaggio
Non troppo distante dal Lago del Salto, ti imbatterei nel Castello di Poggio Poponesco, compreso nel territorio del comune di Fiamignano – appena fuori dai confini della Sabina. Fu edificato intorno al 1100 e ancora oggi è visibile dall’esterno in tutta la sua imponenza. Fiamignano attrae moltissimo gli amanti della natura e del trekking, grazie alle caratteristiche dell’Altopiano del Rascino. 1200 metri di altezza sul livello del mare, l’unico luogo dove viene coltivata la lenticchia di Rascino, presidio slow food e varietà antichissima del legume.
Il Lago del Salto, amato dai camperisti
L’affascinante lago sabino del Salto, con i suoi 57 km di perimetro, le coste frastagliate e i suoi caratteristici fiordi sono una delle mete preferite dai camperisti che decidono di trascorrere qualche giorno in Sabina nella loro casa su quattro ruote. Le zone in cui la costa si abbassa e lascia spazio alle spiagge è attrezzata e qui sorgono piccoli camping che potranno ospitare i turisti.
Se vuoi organizzare una vacanza in camper in Sabina, leggi la nostra guida di viaggio con le aree sosta e gli itinerari.
Come arrivare alla Valle del Salto
Non si tratta di un lungo viaggio, da Roma. I romani possono raggiungere questi luoghi grazie alla Strada Statale 578 Salto Cicolana, e all’Autostrada A24, uscita Valle del Salto. Tra l’altro, sono le stesse arterie che possono percorrere, in senso opposto, gli aquilani che avessero voglia di visitarla.
Cosa vedere qui
Abbiamo selezionato per te i principali luoghi d’interesse, le migliori cose da vedere, le attività e le attrazioni da non perdere!
Grotta di Santa Filippa Mareri
Religioso
Oltre ai ponticelli sui fiordi che potrai attraversare in auto con il finestrino leggermente abbassato per respirare l’odore della natura, dalle parti del Lago del Salto molto suggestive sono anche le grotte. Di grande fascino è la Grotta di Santa Filippa Mareri, nobildonna del XIII secolo, che qui si rifugiò con altre compagne per seguire una via religiosa in contrasto con il volere della sua famiglia. Oggi la grotta scavata nella roccia, sita nella frazione di Piagge, non è altro che una chiesetta con un piccolo altare in marmo, a cui si giunge tramite il Sentiero del Pellegrino. All’ingresso, ad attenderti, troverai una statua di Santa Filippa. Da qui, la vista sui circostanti Monti del Cicolano è mozzafiato.
Il Sentiero del Pellegrino, percorribile a piedi, a cavallo o in un mountain bike, è attraente non solo per gli sportivi e gli amanti del trekking, ma anche per i fedeli, che ogni anno organizzano, sul finire dell’estate, una processione, per rivivere idealmente il percorso della Santa.
Da segnalare anche il museo sulla vita della santa, che conserva preziosi cimeli, sue raffigurazioni, oggetti di uso comune, ricettari della farmacia, ma anche alcuni oli di Giorgio De Chirico.
Fonte-Scopri la Sabina, per la promozione del turismo in Sabina
Scopri la Sabina (scoprilasabina.it) è il sito web specializzato nel fornire informazioni per il turismo in Sabina e le vacanze nel Lazio.
I nostri obiettivi in breve:
Promozione dell’offerta turistica della Sabina
Informazione del pubblico sugli eventi organizzati nel territorio
Marketing dell’offerta turistica in Sabina
Attività di informazione turistica
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Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960- A cura di Walter Guadagnini, Monica Poggi- Dario Cimorelli Editore-
Margaret Bourke-White (1904-1971), è una tra le fotografe più autorevoli della storia del fotogiornalismo. Fu tra le prime donne fotografe ad affrontare un ambiente ed un settore fino ad allora prettamente maschile, la prima fotografa straniera ad avere il permesso di scattare foto in URSS e la prima donna fotografa a realizzare una copertina di Life.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Il volume monografico presenta l’opera di questa pioniera dell’informazione e dell’immagine, Margaret Bourke-White ha esplorato ogni aspetto della fotografia: dalle prime immagini dedicate al mondo dell’industria e ai progetti corporate, fino ai grandi reportage per le testate internazionali più importanti; dalle cronache sul secondo conflitto mondiale, ai celebri ritratti di Stalin prima e poi di Gandhi; dal Sud Africa dell’apartheid, all’America dei conflitti razziali fino al brivido delle visioni aeree del continente americano.
Allegati-Alcune immagini del libro
Indice
Margaret Bourke-White Una vita sul tetto del mondo Monica Poggi Il talento di Miss Bourke-White Margaret e la scrittura Alessandra Mauro I primi servizi di “Life”
L’incanto delle fabbriche e dei grattacieli
Ritrarre l’utopia in Russia
Cielo e fango: le fotografie della guerra
Il mondo senza confini: i reportage in India, Pakistan e Corea
Oro, diamanti e Coca-Cola
Biografia
Bibliografia
Nacque nel Bronx il 14 giugno 1904, figlia di Joseph White, inventore e naturalista e Minnie Bourke; avviata agli studi di biologia frequentò, ancora studentessa del college, alcuni corsi di fotografia[1].
La carriera professionale inizia nel 1927. All’età di vent’anni iniziò a scattare fotografie industriali.
Nel 1929 si compì la svolta professionale: conobbe Henry Luce, caporedattore di Time, che la invitò a trasferirsi a New York per collaborare alla fondazione di una nuova rivista illustrata: Fortune[2].
Erano gli anni della Depressione e dell’importante campagna fotografica della Farm Security Administration e anche la Bourke-White con il futuro marito, lo scrittore Erskine Caldwell, intraprese un viaggio di ricerca e documentazione sociale nel sud, che sfociò nella pubblicazione del libro You Have Seen Their Faces. La fotografia della Bourke-White fu emblematica sia per i contenuti che per lo stile. Fin dagli inizi, la sua carriera abbracciò la visione moderna tipica di quegli anni, di un mondo dominato dalla fede nel potere della macchina e della tecnologia.
Nonostante i suoi viaggi e il rapporto con Fortune, fino al 1936 mantenne un proprio studio, per i lavori industriali e di corporate senza per questo trascurare le diverse possibilità per libri, mostre e lavori indipendenti.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Il primo numero della rivista Life, del 23 novembre 1936, utilizzò una sua foto per la copertina. Era uno scatto dei lavori finiti (grazie al New Deal) della diga di Fort Peck, nel Montana: un’immagine che fece il giro del mondo e che segnò un punto di svolta della professione del fotografo nell’universo femminile.
Da quel momento Margaret Bourke-White iniziò un’assidua collaborazione con la prestigiosa rivista e copre reportages dalla Seconda Guerra mondiale, all’assedio di Mosca, dalla guerra in Corea, alle rivolte sudafricane. Al fotogiornalismo la Bourke-White dedicherà la maggior parte della sua carriera[3].
La Bourke-White si considerò sempre una fotografa seria e impegnata in un’altrettanto seria missione. Dopo aver scattato le fotografie della Cecoslovacchia invasa dai tedeschi nel 1938, credette che la macchina fotografica potesse salvare la democrazia del mondo: “sono fermamente convinta che il fascismo non avrebbe preso il potere in Europa se ci fosse stata una stampa veramente libera che potesse informare la gente invece di ingannarla con false promesse”.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Fu con il marito in Unione Sovietica nel 1941, quando venne invasa dai nazisti (la Bourke-White fu non solo l’unica fotografa americana testimone dell’evento, ma anche la sola fotografa straniera a Mosca).
Grazie all’intervento di Roosevelt scattò il primo ritratto non ufficiale di Stalin, anche l’unico per molti anni, con circolazione autorizzata al di fuori dell’URSS. Nel 1943 fu la prima donna ad accompagnare i caccia statunitensi che bombardavano e fotografò quello che fu uno dei più violenti attacchi all’esercito tedesco.
A seguito del reggimento statunitense, fotografa gli assedi della linea gotica (zone di Loiano e Livergnano nell’Appennino Emiliano)[4]. Entrò a Buchenwald il giorno dopo la liberazione dei prigionieri e fece parte del gruppo che scoprì, prima ancora dell’esercito, il campo di Erla. Nel 1952 capì per prima i tragici risvolti della guerra di Corea.
Perseguendo la sua missione lei stessa divenne leggenda: nel 1937 durante un servizio nell’Artico il suo aereo fece un atterraggio di fortuna e si interruppe per giorni e giorni ogni contatto; nel 1942 in navigazione verso il Nord Africa la nave fu silurata nel Mediterraneo e passò una notte e un giorno su una scialuppa di salvataggio.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Nel 1953, all’età di 49 anni, le venne diagnosticata la malattia di Parkinson. Quando nel 1959 non fu più in grado di lavorare, si sottopose ad un intervento chirurgico al cervello che fu documentato sui giornali. Da quel momento ridusse drasticamente l’attività di fotografa e si dedicò alla scrittura. L’autobiografia Il mio ritratto, venne pubblicata nel 1963 e fu un bestseller.
Dopo una caduta nella sua casa di Darien, nel Connecticut, morì il 27 agosto 1971, all’età di 67 anni[2].
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Stile
Nel 1928 affermò su un giornale che “l’industria è il vero luogo dell’arte” e due anni più tardi che “i ponti, le navi, le officine hanno una bellezza inconscia e riflettono lo spirito del momento”.
Nella composizione delle sue prime immagini, si può notare una stretta relazione con la pittura cubista, la sovrapposizione dei piani, le geometrie astratte, la riduzione da tridimensionale a bidimensionale; e fu senza dubbio altrettanto importante l’influenza del cinema espressionista russo e tedesco, da cui derivano la drammaticità degli effetti di luce e la suggestione per l’astratto. Accanto all’aspetto teatrale, e a volte retorico, della sua fotografia industriale, ha sicuramente contribuito alla sua fortuna anche un certo aspetto romantico: la nazione aveva bisogno di credere e sognare della tecnologia, una delle poche speranze per controbattere l’insorgere della Depressione.
Negli anni Trenta la Bourke-White muove la sua ricerca sulla scia di altri fotografi, da László Moholy-Nagy a Edward Steichen, verso il dinamismo dell’astratto: le fotografie della Elgin Watch Company o della Singer rivelano un’immagine senza alto né basso, senza punto focale, così che l’occhio è costretto a vagare sull’intera superficie. L’immagine è una successione di oggetti senza fine ed un’inquadratura puramente arbitraria di un mondo che si estende ben oltre di essa. Uno straordinario esempio di questa pratica è il foto-murales per il palazzo della NBC al Rockfeller Center datato 1933, conservato sul luogo fino agli anni ’50 e successivamente rimosso e mai più mostrato in pubblico.
Solo verso la fine della sua lunga e brillante professione, nei primi anni ’50, ritorna la passione per l’astratto con alcuni interessantissimi esperimenti di fotografia aerea che precorrono molta pittura della fine degli anni cinquanta e sessanta.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Della sua professione di donna fotografa disse più volte: “la fotografia non dovrebbe essere un campo di contesa fra uomini e donne” e più tardi rivelò ad un editore: “in quanto donna è forse più difficile ottenere la confidenza della gente e forse talvolta gioca un ruolo negativo una certa forma di gelosia; ma quando raggiungi un certo livello di professionalità non è più una questione di essere uomo o donna”.
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