Fiumicino-Maccarese-Campagna Romana- “I pirati della costa tirrenica” – Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Fiumicino-Maccarese-Campagna Romana- “I pirati della costa tirrenica” –
Fiumicino Maccarese-Campagna Romana – Lo spunto per questo scritto mi è venuto osservando una stampa che riproduce il quadro del pittore francese, ma di formazione fiamminga, Adrien Manglard (1695 – 1760)
Il quadro, proveniente dalla collezione Rospigliosi – attualmente si trova a palazzo Braschi, a Roma – rappresenta la cattura di alcuni turchi nella campagna di Maccarese.
Il quadro non è di grande valore artistico, ma è interessante, perché ritrae un fatto realmente accaduto nel 1748.
Fra l’altro vi si può osservare la torre Primavera, (ancora esistente a Maccarese), che era uno dei numerosi avamposti fatti costruire dal papa Pio V, per avvistare e contrastare l’arrivo dei vascelli della marineria turco – piratesca.
Stando alle cronache dell’epoca si racconta che i contadini di Maccarese, terre di proprietà allora della famiglia Rospigliosi, riuscirono a ricacciare in mare i pirati che erano sbarcati su quel tratto di costa laziale.
Il fatto, a mio giudizio, può sollevare una certa meraviglia perché le incursioni dei pirati avevano seminato, per secoli, un vero terrore lungo le cittadine rivierasche, con devastazioni, uccisioni e rapimenti.
La memoria dei saccheggi e delle brutalità piratesche è stata, per lungo tempo, viva nella tradizione popolare. Chi non ha mai sentito l’espressione “Mamma, li turchi! … “ ?

Ed inoltre è ancora in voga la canzone, nel cui testo si legge “A tocchi, a tocchi, la campana sona, li turchi so’ sbarcati alla marina … “
Invece a metà del XVIII secolo bastavano (pochi?) contadini per sconfiggere e ricacciare in mare i predoni della Mezzaluna.
Che cosa era successo? Come mai quelle che una volta erano delle efficienti e feroci compagini, militarmente organizzate, che solcavano le acque tirreniche con temibili flotte, venivano respinte da gente – si suppone – male armata ?.
La spiegazione può essere ricercata, in prima approssimazione, nelle sorti dell’Impero Ottomano. Il nucleo del futuro impero fu un piccolo regno dell’Anatolia (attualmente territorio della Turchia) sorto sulle rovine del sultanato di Rum.
Gli Ottomani, così chiamati dal loro fondatore Osman, erano i Turchi della stirpe selgiuchide, appartenevano a popolazioni provenienti dalle steppe dell’Asia Nordorientale, erano di lingua altaica e di fede mussulmano – sunnita.
Con le loro conquiste subentrarono, in modo anche violento, agli Stati precedentemente fondati dagli Arabi; nel 1453 posero fine all’Impero Bizantino e scelsero come capitale Costantinopoli, ribattezzata Istanbul. L’Impero Ottomano era vastissimo; infatti i suoi domini si estendevano, dall’odierno Iran fino all’Europa Mediterranea e Balcanica.
Nel Nord Africa, lungo la fascia costiera, ad ovest dell’Egitto, gli Ottomani costituirono una serie di Stati, sui luoghi che, precedentemente, i conquistatori Arabi avevano definito come Maghreb(tramonto). La superficie del Maghreb è ora politicamente coperta dagli attuali Marocco, Algeria, Tunisia e Libia
Questi Stati, ( ma il termine appare alquanto improprio ), agli inizi dell’era moderna, furono designati come barbareschi, anche detti Barberia o Costa berbera. Il termine barbareschi deriva da berberi, abitanti originari. Sotto il dominio degli Ottomani, il Maghreb venne diviso in tre province, Algeri, Tunisi e Tripoli.

Conviene qui di seguito accennare alle vicende ed ai complessi rapporti tra queste province e la Grande Porta, così era denominato il sultano di Istambul.
Cominciamo da Algeri.

Nel 1525, Hayreddin, Barbarossa, ( Kair – Al – Din ) detto anche Adrianino, agli ordini del sultano, conquista Algeri ed il territorio circostante, che sommariamente, all’epoca, ricopriva l’area della moderna Algeria settentrionale. Barbarossa, come altri corsari, era un valente stratega tanto da diventare ammiraglio della flotta ottomana. In seguito alla sua impresa questo territorio, con il nome di Reggenza di Algeri, diventa governatorato ottomano ed il principale centro della potenza dell’impero nel Maghreb.
Nel 1574 è la volta di Tunisi. Sinan Pascià, agli ordini del sultano Selim II, la conquista.
Tunisi, in precedenza era un dominio spagnolo ed era governata, in stato di vassallaggio dalla dinastia berbero – musulmana degli Hafsidi.
Per quanto riguarda Tripoli, gli Ottomani la conquistarono nel 1540 su richiesta della locale popolazione di religione musulmana, per liberare la città dal dominio dei Cavalieri di Malta.
Nel 1553 gli europei furono espulsi da Tripoli dai corsari turchi Dragut e Sinan Pascia.
Dragut fu successore di Hayreddin , come comandante della flotta turca e si distinse nella battaglia di Prevesa ( 1538 ) contro la flotta cristiana. Dopo la morte di Dragut i legami tra Costantinopoli e Tripoli si allentarono.
La conquista del Maghreb rafforzò la presenza degli Ottomani nello scacchiere mediterraneo per tutto il XVI e fino al XVIII secolo e permise loro di diventarne i veri dominatori.
Soprattutto dalle piazzeforti di Algeri, Tripoli e Tunisi i vascelli barbareschi (più propriamente erano fuste e galeotte e sciabecchi) si potevano spingere fino nella lontana Liguria ed anche sulle coste francesi e, in mare, attaccavano i convogli e galeoni del cristianissimo Sacro Romano Impero e di altri Paesi Europei.
E il ricco bottino, acquisito con la predazione, non solo arricchiva i turchi – barbareschi, ma diveniva oggetto di un florido mercato. Non di rado gli acquirenti erano quegli stessi Paesi che li combattevano. La guerra da corsa diviene in tal modo un vero e proprio affare economico, un investimento finanziario capace di attirare l’interesse non solo di avventurieri senza scrupoli, ma anche di mercanti ed esponenti di spicco dell’élite cittadina e della nobiltà
E Cesare Ciani, in cronache livornesi, così si esprime “… da alcuni anni in qua sono capitati in Livorno molti corsari con prede fatte ne’ mari di Levante, ovvero altre persone che in Barbaria e in Sicilia hanno comprato le prede; ed in virtù di questa franchigia sono stati sicuri, prendendo essi però il nome di “mercanti” e non di corsari».
Il fatto (più) triste era che di questo mercato facevano parte (la gran parte!) esseri umani, che venivano venduti come schiavi oppure erano impiegati come rematori sulle navi ottomane.
I barbareschi erano disposti a rilasciare lo schiavo cristiano dietro il pagamento di una consistente somma di denaro.
l professor Robert Davis, insegnante di storia alla Ohio State University, descrive la tratta bianca degli schiavi come minimizzata dalla gran parte degli storici moderni nel suo libro “ Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast and Italy, 1500-1800”.
Davis stima che, solamente da parte di razziatori provenienti da Tunisi, Algeri e Tripoli, più di un milione di cristiani europei vennero schiavizzati in Maghreb dall’inizio del XVI secolo alla metà del XVIII
Occorre chiarire che la definizione di pirati per i componenti della marineria ottomana che partivano dagli stati del Magreb non è del tutto esatta. Infatti costoro non assaltavano mai naviglio musulmano; erano più esattamente corsari, che è quanto dire soggetti autorizzati dal proprio Stato di appartenenza ad attaccare imbarcazioni nemiche. Il pirata, invece, è colui che naviga a scopo di depredare e razziare per lucro personale, inalberando un proprio vessillo.
Si era poi formata poi una pirateria anglo – turca, con elementi di fede protestante e barbareschi, ai danni degli stati cattolici. Ne è testimone una lettera di un contemporaneo del XVI secolo «Un’infinità di beni, mercanzie, gioielli e tesori presi dai nostri pirati inglesi ogni giorno ai cristiani e portati ad Allarach, Algeri e Tunisi per arricchire mori e turchi e impoverire i cristiani»
D’altra parte non era raro che i pirati (e qui il termine non è inesatto), “in proprio”, anche in piccoli gruppi, senza un’organizzazione “imprenditoriale”, senza dover render ragione ai vari bey e/o al sultano, decidessero di lasciare le basi africane sperando in facili e lucrose sortite.

L’Impero Ottomano forniva loro supporto logistico e protezione e gli Stati Barbareschi, come a Lepanto, erano presenti nella flotta del sultano ottomano.
Ed i rapporti tra Algeri, Tunisi e Tripoli con la Sublime Porta rimasero sempre poco chiari.
Con la crisi dell’Impero e prima ancora, con il cessare delle ostilità di guerra guerreggiata, tra le opposte sponde del Mediterraneo, questi rapporti si affievolirono tanto che partire dal 1620 questi paesi erano di fatto indipendenti. Significativo è il fatto che, dopo il 1565, l’autorità amministrativa di Tripoli divenne un pascià nominato dal sultano di Costantinopoli (Istambul). Il sultano forniva il pascià di un corpo di giannizzeri, che a sua volta venne diviso in un certo numero di compagnie sotto il comando di un bey.
Il termine bey designava i sovrani degli Stati vassalli della Turchia, ma era anche un titolo semplicemente onorifico per funzionari civili e militari, principi e capi tribù.
I giannizzeri divennero la forza politica e militare della Tripolitania ottomana, relegando il pascià a un ruolo prettamente formale.
I Barbareschi continuarono le loro feroci e… lucrose incursioni sulle coste europee senza dover rendere conto ad Istambul, senza averne (più) l’appoggio, la protezione e il coordinamento.
Per contro gli Stati Europei, che si sentivano direttamente minacciati dai “pirati” organizzarono vere e proprie spedizioni militari avvalendosi di poderose flotte e di valenti strateghi.
Uno dei primi fu Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero che, nel 1530, conquistò Tunisi.
Fallimentare, invece, si rivelò l’azione delle marinerie borboniche del Regno delle Due Sicilie contro i barbareschi nei secoli XVIII e XIX; anzi nonostante l’impiego di unità militari da guerra i “pirati” più di una volta arrivarono a cannoneggiare Ischia e Procida.
Ma bisogna aspettare il 1830 con la conquista di Algeri e la colonizzazione dell’Algeria da parte dei Francesi perché il fenomeno piratesco fosse completamente debellato nel Mediterraneo.
Inadempienze, ritardi (incapacità?) dei governanti a contrastare il fenomeno piratesco, spinsero talvolta cittadini e comunità, soprattutto quelle più vicine all’Africa, a dotarsi di corpi di combattimento. Emblematico è il caso di Lipari.
Meno devastanti e meno frequenti furono le incursioni dei barbareschi nell’ Adriatico per merito dei Veneziani e per la lontananza dalle basi di partenza.
Riassumo e concludo.
E’ fin troppo facile dare una lettura riduttiva del fenomeno piratesco nel Mediterraneo ponendosi dalla parte dei “cristiani” e definendo come “brigantaggio del mare” le azioni dei Maghrebini.
Le colpe e le atrocità ci sono state da entrambe le parti e spesso gli assalti dei barbareschi era una ritorsione ed una pura vendetta. La fede religiosa (mussulmana e cristiana), in più di un caso, si rivelò un pretesto per coprire nefandezze e saccheggi.
In realtà, come ho cercato di dimostrare, il fenomeno è più complesso; arriva fino al paradosso di essere una guerra parallela a quella tra i due grandi imperi dell’epoca, di tutti contro tutti, dove partecipano a vario titolo ed in diversi momenti, minoranze etniche come gli Uscocchi della costa Dalmata ed anche staterelli italiani come quello sabaudo.
Una guerra che vedeva in mare galeoni genovesi e veneziani ed ancora pirati “cristiani” quali corsi, catalani e greci; veniva così a costituirsi una forza navale, ragguardevole per quei tempi, complessiva di circa venticinquemila uomini., tra uno schieramento e l’altro, tra i secoli XVI e XVIII.
Attribuire poi la crisi della pirateria al decadere degli Ottomani non mi sembra che corrisponda alla realtà storica, come ho cercato di dimostrare.
La vera crisi della pirateria e la sua definitiva scomparsa coincidono invece con il nascere del colonialismo europeo (e siamo alle soglie del XIX secolo) quando potenze come Francia ed Italia decidono di porre sotto il loro controllo la costa africana che si affaccia sul Mediterraneo.
E la realtà coloniale, intesa come forma di occupazione violenta, favorisce nei Paesi del Maghreb l’acuirsi di fenomeni di nazionalismo, di radicalizzazione dell’islamismo, di rivolte e ribellioni ed anche l’assurgere di regimi autoritari. Ma questa è un’altra storia…
Articolo di Silvio Vitone

Silvio Vitone, classe 1949, vive attualmente a Ladispoli(Roma), ma è nato in Molise, a Mafalda, in provincia di Campobasso.Laureato in Giurisprudenza, è stato funzionario del Ministero delle Finanze, prima a Parma e poi a Roma.E’ appassionato principalmente di storia ed archeologi Scrive anche racconti e poesie .Ha, al suo attivo, numerose pubblicazioni, sia di carattere scientifico – fiscale, sia di carattere saggistico.
