Breve biografia di Yvette K. Centenoè nata a Lisbona nel 1940 in una famiglia di origine tedesco-polacca. È sposata, ha quattro figli e la musica e la letteratura abitano, da sempre, la sua casa. Si è laureata in Filologia Germanica con una tesi su L’uomo senza qualità di Musil e si è addottorata con una tesi sull’Alchimia nel Faust di Goethe. Dal 1983 è Professoressa Ordinaria all’Universidade Nova de Lisboa, dove ha fondato il Gabinete de Estudos de Simbologia, attualmente parte del Centro de Estudos do Imaginário Literário. Sin da giovane, si è interessata al teatro, ha scritto commedie e racconti e ha fondato il CITAC a Coimbra. Ha pubblicato letteratura per bambini, saggi di ricerca, poesia, teatro e narrativa, con romanzi come Três histórias de amor (1994), Os jardins de Eva (1998) e Amores secretos (2006), con parte della sua opera tradotta in Francia, Spagna e Germania. Tra gli autori che ha tradotto ci sono Shakespeare, Goethe, Stendhal, Brecht, Rilke, Celan e Fassbinder.
UM DIA, DIZ A MULHER
Um dia
também eu sairei porta fora
caminharei nas ruas
ausente de sentido
atravessando esplanadas
e jardins
bairros que não conheço
irei em frente
sem parar nas lojas elegantes
da Avenida
que pouca Liberdade tem
irei assim
perdida e sem destino
descendo
à beira-rio
quando me virem na água
darão então por mim
(in Dizer, 2021, p. 13)
*
UN GIORNO, DICE LA DONNA
Un giorno
anch’io uscirò fuori casa
camminerò per le strade
errante
attraversando piazzali
e giardini
quartieri che non conosco
andrò avanti
senza fermarmi in quei negozi di lusso
dell’Avenida
che poca Liberdade ha
andrò così
persa e senza meta
scendendo
verso la sponda del fiume
quando mi vedranno nell’acqua
si accorgeranno di me
*
AO MODO DE ALBERTO CAEIRO, O MESTRE E ALTER EGO…
Vivemos entre dois mundos.
Um a que chamamos real, objectivo, quotidiano, normal.
Mas que não é nada disso, é tão ilusório, esse mundo real,
como qualquer outro que possamos fantasiar. São palavras, essas que repetimos e que não chegam a convencer: o que é
ser real, o que é ser objectivo, o que é ser normal? Onde
está ela, essa normalidade, que não encontro em ninguém?
Nem em mim nem nos outros, nem sequer no espaço sideral?
Para cada outro há uma palavra que se diz objectiva, real,
com o ar mais natural…
A cada um seu real, e assim cai por terra a ilusão que eu
tinha de um dos mundos…
Quanto ao outro, em que também julgo viver: é mais
íntimo, mais secreto, mais fraterno, será esse afinal o nosso
mundo real? O das escapatórias, das fantasias, dos rebanhos
que são montes de pensamentos por alinhar ao assobio de
um cão? E o cão? É ele elemento real? Ladra, como se deve
ladrar? Abana a cauda a sorrir? Ou vive apenas na ideia do
poeta, uma cabeça que nem ela é inteira…
Disse: vivemos entre dois mundos. Mas serão dois? Serão
mundos? Serão poucos, serão muitos? E como me permito,
eu que tanto hesito e duvido, usar este plural?
(in Dizer, 2021, p. 61)
*
ALLA MANIERA DI ALBERTO CAEIRO , IL MAESTRO E L’ALTER EGO.
Viviamo tra due mondi.
Uno che chiamiamo reale, oggettivo, quotidiano, normale.
Ma che non è nulla di tutto ciò, è così illusorio, questo mondo reale
come qualsiasi altro su cui possiamo fantasticare. Sono parole,
queste che ripetiamo e che non riescono a convincerci: cos’è
essere reale, cos’è essere oggettivo, cos’è essere normale? Dove
si trova lei, questa normalità che non riesco a trovare in nessuno?
Né in me né in altri, nemmeno nello spazio sidereo?
Per ogni altro c’è una parola che si definisce oggettiva, reale,
con l’aria più naturale…
A ognuno il suo reale, e così cade a terra l’illusione che io
avevo di uno dei mondi…
Quanto all’altro, in cui altrettanto credo di vivere: è più
intimo, più segreto, più fraterno, sarà questo alla fine il nostro
mondo reale? Quello delle scappatoie, delle fantasie, delle greggi
che sono mucchi di pensieri da allineare con il richiamo di
di un cane? E il cane? È un elemento reale? Abbaia, come si deve
abbaiare? Scodinzola sorridendo? O vive solo nell’idea del
poeta, una testa che non è nemmeno intera…
Ho detto: viviamo tra due mondi. Ma sono due? Saranno
mondi? Saranno pochi, saranno molti? E come mi sono permessa,
proprio io che esito e dubito tanto, a usare questo plurale?
*
O AMOR O ANJO E O CÃO (para a Ana Maria Pereirinha, 2020)
Havia amor por ali,
uma entrega tão subtil
que não podia ser dita
cortava a respiração
só podia ser vivida
em segredo
e só de dia
quando o Anjo os protegia…
Ainda assim havia a noite,
a floresta e o jardim,
um cão amigo a brincar
um céu com novas estrelas
acesas para o amor
que seria amor sem fim
(in Dizer, 2021, p. 64)
*
L’AMORE, L’ANGELO E IL CANE (per Ana Maria Pereirinha, 2020)
C’era amore lì
una dedizione così sottile
che non poteva essere detta
toglieva il fiato
poteva solo essere vissuta
in segreto
e solo durante il giorno
quando l’Angelo li proteggeva…
Eppure c’era la notte
la foresta e il giardino,
un cane amichevole che giocava
un cielo con nuove stelle
illuminate per l’ amore
che era amore senza fine
*
Traduttore Matteo Pupilloha conseguito la laurea magistrale in Lingua e Letteratura Portoghese presso l’Universidade Nova de Lisboa. A settembre del 2021, ha vinto una borsa di ricerca dottorale in Letterature Comparate e, attualmente, è dottorando presso il Centro de Estudos em Letras dell’Università di Évora, nonché Cultore della Materia in Lingua e Traduzione Portoghese e Brasiliana presso l’Università per Stranieri di Siena. Precedentemente, invece, è stato professore a contratto di Lingua Portoghese. Partecipa attivamente a congressi internazionali e i suoi interessi di ricerca vertono prevalentemente su scrittrici portoghesi e brasiliane e didattica del portoghese per stranieri. È membro dell’Associazione Internazionale dei Lusitanisti (AIL) e socio sostenitore dell’Associazione Italiana di Studi Portoghesi e Brasiliani (AISPEB).
*
Yvette K. Centeno – Inediti (trad. di Matteo Pupillo)
FOTO DI PROPRIETA’ DI Alexandre Almeida.
Biblioteca DEA SABINA
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La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
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TRILUSSA- Altri sonetti. Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino. Roma Tipografia Folchetto, 1898-
La prima edizione in forma di libro di 26 sonetti di Trilussa (1871 – 1950) dedicati all’usuraio David Spizzichino che nella lettera datata 12 Giugno 1898 e pubblicata nell’introduzione rivencia un debito di Trilussa nei suoi confronti da saldare con una pubblicazione ad hoc. Così Gambetti-Vezzosi (Rarità bibliografiche del Novecento italiano, p. 929): “Raro e ricercato”. Cfr. anche Iccu.
Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 -AutografoTrilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa – Altri sonetti – Preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino, strozzino Roma, Folchetto 1898 –Trilussa (CARLO ALBERTO SALUSTRI) -Poeta romano
Cenni biografici su Trilussa
Carlo Alberto Camillo Salustri nasce a Roma in via del Babuino, il 26 ottobre 1871. Molto si è scritto a proposito della data di nascita di Trilussa poiché aveva il vezzo di togliersi qualche anno. Fra le sue carte personali, infatti, vi sono ben quattro passaporti ognuno con una data diversa, oscillante fra il 1871 e il 1874. Il padre cameriere originario di Albano Laziale, si chiama Vincenzo, la madre Carlotta Poldi è di Bologna e fa la sarta. Nel 1872 muore di difterite la sorellina Isabella di tre anni. Nel 1874 muore il padre e la famiglia si trasferisce prima a via di Ripetta, poi a piazza di Pietra, nel palazzo del marchese Ermenegildo Dei Cinque Quintili, padrino di battesimo di Carlo. Dal 1880 al 1886 frequenta le elementari, prima al Collegio San Giuseppe, poi all’Angelo Mai. 1887 – 1899
Una volta terminata la scuola, Carlo si appassiona alla lettura dei sonetti del Belli e di Zanazzo, fondatore e direttore de “Il Rugantino”. Ed è proprio sul n. 7 del foglio del folklore romano che pubblica il primo sonetto L’invenzione della stampa. Inizia così la sua collaborazione con alcuni giornali romani come “Capitan Fracassa”, “Don Chisciotte”, “Travaso delle Idee”, “Il Messaggero”, dove firma con lo pseudonimo – anagramma del cognome – di Trilussa. Nel 1888 pubblica su “Il Rugantino” una raccolta di versi dialettali dedicati a venti belle donne, intitolata Stelle di Roma, che però verrà aspramente criticata per non aver utilizzato il vero dialetto trasteverino. Nel 1890 e 1891 compila due almanacchi romaneschi intitolati Er mago de Borgo; nel 1895 presso l’editore Voghera pubblica Quaranta sonetti, illustrati da Gandolin; nel 1896 escono presso l’editore Folchetto, Altri sonetti. 1900 – 1920
Pubblica, presso l’editore Voghera, Le favole romanesche e Caffè concerto e nel 1903 Er serrajo. Nello stesso anno prende parte a Milano al “Torneo dialettale italiano” e compie con successo negli anni seguenti varie tournee con altri poeti dialettali in varie città d’Italia (Padova, Brescia, Ferrara). In questi anni escono, sempre edite da Voghera, Le favole (1908), I Sonetti (1909), Nove Poesie (1910), Le storie (1912). Nel 1913 gli editori Carra e Bellini pubblicano, senza il suo consenso, Le Stelle di Roma, che ripresenteranno con il titolo …a tozzi e bocconi. Per l’editore Cappelli di Bologna pubblica Le funzioni della vita (1918), per Voghera Lupi e agnelli (1919), per Modernissima Le favole (1920).
Trilussa è ormai famoso ed è in questo periodo che conosce l’amore della sua vita, una ragazza trasteverina che lancia come stella del cinema con il nome di Leda Gys. A Roma vive in via Maria Adelaide, in uno degli studi-abitazione, un po’ bohèmienne, ideati da Hermann Corrodi. Si tratta di un’enorme stanzone ricolmo di oggetti di ogni genere: bizzarri arredi, souvenir esotici, animali impagliati, tappeti, quadri, libri, fotografie, strumenti musicali, statuette e tantissime caricature. In questa sorta di “camera delle meraviglie” Trilussa riceve quotidianamente amici, aspiranti poeti, ammiratrici, giornalisti. Non dividerà mai con nessuno la sua eccentrica abitazione, eccezion fatta per il gatto Pomponio – è noto il suo grande amore per gli animali – e per la fedele governante Rosa Tomei. 1921 – 1932
Nel 1922 la Mondadori inizia a pubblicare le “raccolte” di Trilussa: Lupi e agnelli, Le favole, Nove poesie, Le cose, I sonetti, Le storie, Ommini e bestie.
Per la sua produzione artistica è conosciuto e acclamato in tutta Italia, poi in Europa e perfino in Argentina dove, nel 1924, riceve un’accoglienza trionfale.
Ora, grazie ai suoi versi, ha un tenore di vita abbastanza buono. Veste da classico provinciale, con cravatte vistose e baffi curatissimi, frequenta sia i salotti, i teatri e i caffè alla moda che le osterie, dove riscuote sempre molto successo, specialmente tra il pubblico femminile. Inoltre, tra le sue frequentazioni figurano intellettuali come Marconi, Mascagni, D’Annunzio, Mondadori, D’Amico, Leoncavallo.
Nel 1927, in pieno regime, Asvero Gravelli gli ripubblica ventitré favole che intitola Favole fasciste, perché «…hanno un’anima amante di chiarezza, di purità, che ben si possono dire fasciste».
In realtà Trilussa rifiuta la tessera politica, così come pure la definizione di “antifascista”: la sua opposizione al regime è nota ma silenziosa.
Qualcuno accosta il nome di Trilussa a quello di Benedetto Croce per il loro modo di essere antifascisti. A questo proposito ecco cosa scrive Croce al poeta – i due si conoscevano grazie al drammaturgo napoletano Roberto Bracco – per ringraziarlo di un libro ricevuto in dono: «Ringrazio del diletto procurato e che non è stato solo diletto, ma anche una tal commozione come di un ritorno ad un’arguzia e a un riso che ora non risuonano più in mezzo a tanta musoneria per tragedia ed epopea».
Sempre nel 1927 pubblica in prosa Picchiabbò ossia La moje der ciambellano (ed. Fauno). Per Mondadori escono invece La gente (1929) e La porchetta bianca (1930).
L’editore Formiggini gli pubblica alcune poesie giovanili intitolate Campionario e un piccolo volume di aneddoti chiamato Pulviscolo.
Inoltre, scrive testi per Petrolini e Fregoli, ma nonostante queste collaborazioni comincia ad essere assillato da problemi economici. Nel 1932, presso Mondadori, pubblica Giove e le bestie 1933 – 1950
Ancora con Mondadori pubblica Cento favole (1934), Libro muto (1935), Duecento sonetti (1937), Lo specchio ed altre poesie (1938), La sincerità e le altre fiabe nove e antiche (1939).
Nel 1944 esce la sua ultima raccolta, Acqua e vino.
Nel 1935 Silvio D’Amico gli dedica un profilo critico.
Le sue condizioni economiche diventano sempre più precarie ed anche la salute si fa malferma, soffre infatti di asma. Ormai esce di rado e anche in casa non riceve quasi più, rinuncia persino all’amato bicchiere di vino di Frascati. Lo accudisce da anni, in maniera ammirevole, Rosa Tomei che funge da segretaria, governante, infermiera. Il 1 dicembre 1950, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi lo nomina senatore a vita per “altissimi meriti nel campo letterario e artistico” ed egli commenta, rivolto a Rosa: “Semo ricchi”. Non ha però il tempo per beneficiare dell’atteso provvedimento: si spegne infatti venti giorni dopo, il 21 dicembre 1950.
Non vede realizzato nemmeno il suo ultimo desiderio: viene infatti pubblicata postuma nel 1951 la raccolta in un solo volume delle sue poesie.
Ilaria Giovinazzo nasce a Roma nel 1979. Laureata in Lettere. Nel 1999 vince il premio Segnalazione speciale della Giuria al concorso europeo di poesia e narrativa “Massimo Grillandi”. Ha pubblicato i seguenti romanzi “Anime perdute (Effedue, 2001), “Non posso lasciarti andar via” (Prospettiva, 2005), “Donne del destino” (Besa, 2007) e le raccolte poetiche “Come un fiore di loto” (Ensemble, 2020), “La simmetria dei corpi” (Ensemble, 2021). Sue poesie sono state pubblicate su riviste specializzate e blog (De sur a sur, Atelier, Metaphorica, Transiti Poetici, La Bottega della Poesia de giornale La Repubblica, Centro cultural Tina Modotti). Con Fuorilinea nel 2022 pubblica il libro illustrato per bambini “Life. 10 cose importanti” e nel 2023 cura la plaquette, edita da Ensemble, dell’evento “Sinfonie Poetiche. Concerto per corde e fiati” da lei concepito e diretto. Attualmente vive e lavora tra le colline sabine.
Appartenere alle nuvole,
porsi come girasole alla luce,
libera ghianda in evoluzione di destino.
Sciogliersi e sorridere
come il ghiaccio innamorato del sole,
senza dolore.
Essere. Essere. Essere.
Senza convincimento di peccato.
*
Lo senti questo logorio continuo
delle corde intorno all’argano?
L’incontro perfetto del corpo
che aderisce all’ombra?
Sei nelle armonie improvvise
a cui accedo negli attimi illuminati
delle mie giornate.
Sotto il peso delle cose
questo muscolo idiota schianta.
Dimmi solo che la vita non tradisce
Dimmelo ancora. Menti.
*
Sono le illuminazioni del vento,
il canto ripetuto del cuculo
sul ramo di magnolia
a darmi la consistenza del seme,
l’efflorescenza del respiro,
a dirmi: taci.
La dea Tara sorride al Caos
mentre prego le cime innevate
del mio Himalaya personale.
Inspira. Espira.
Tutto sta lì a dirmi: taci.
*
Ho tentato di ricomporre
le ossa della bambina spezzata,
quella che nessuno vede
nascosta dentro i vestiti
incisa nella carne
che sorride a tutti
senza trovare la via di casa.
*
Sono composta di silenzi
e ubriacature d’anima
che non riesco a nascondere
e fede in orizzonti lontanissimi.
Paio vivere di poco
ma l’infinito abita
dentro le mie cellule.
La rivista «Atelier»ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
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Gemma Biroli nata a Novara da genitori lombardi, e` vissuta per molti anni a Milano.Tra le sue prime raccolte di versi l’indimenticabile LA NUOVA FRONDA, segnalazione di merito Premio Fusinato 1937, a cui seguirono altri volumi di inimitabile poesia, TEMPESTA SUL MARE (1948), TERRA LONTANA (1962) e OLTRE IL TEMPO (1969), un trittico lirico di ampio respiro e di calda ispirazione che le valse il riconoscimento di critici insigni e il cordiale consenso del pubblico. Nella produzione di poesia in versi si inseriscono la raccolta di prose UNO STRANO PAESE (1950) e RINTOCCHI DELLA SERA (1972) in cui il suo spirito, uscito da una estenuante lotta con il dolore, si innalza a considerazioni e contemplazioni di drammatica intensita`, sullo sfondo di due paesaggi a lei particolarmente se pur diversamente cari, quello ligure e quello della BASSA LOMBARDA, che sono come i motivi dominanti in una appassionata e dolente musica interiore. Collaboro` a quotidiani e periodici con elzeviri, liriche e saggi di critica letteraria. Coltivo` anche la pittura, a cui fu avviata giovanissima, da un valente pittore vigevanese Ambrogio Raffaele, della scuola del grande Fontanesi. Mostro` sempre un particolare gusto per i paesaggi delle terre che amava ed espose in mostre personali e collettive a Milano e in altre citta`.
Gemma Biroli
TEMPESTA SUL MARE: le liriche
LA BIMBA SU LO SCOGLIO
Io vedo vedo, là su la scogliera
che s’avanza nel mar come una frana
di ciclopici mondi, una bambina :
forse, dieci anni ; nera una treccina
su l’omero le scende,
ed il grande occhio assorto
ha una dolcezza grave
nel puro ovale del visetto smorto
sopra una personcina agile e dritta
ma tute asprezze come a marzo i pruno.
Presso la bimba ora non c’è nessuno.
Innanzi e intorno il mare :
calmo, sereno, che riflette il cielo.
E quella bimba solitaria sta,
come un’agave strana
che in alto avventa il lungo esile stelo,
sul dirupato scoglio ;
e immobilmente esplora,
fisso lo sguardo nell’immensità.
Quel ch’ella pensi, quel che sogni o senta
forse ridir non sa.
Ella è tuttor bambina,
e nera una treccina
su l’omero le scende
e il dolce viso ancora
di materne carezze si compiace
e la bocca di baci s’insapora.
Pur ella è sola, su lo scoglio infido,
sola di fronte all’infinito : e a un tratto,
come ciò avvenga ignora,
la vertigine folle
su l’orlo de l’abisso la sospinge.
Trema la bimba, ma si vince : e in cuore
forte premendo un grido,
da sua madre ritorna
come l’uccello al nido.
GOCCIA NEL MARE
Anche da bimba ella saliva un giorno
su un ermo picco in cima alla scogliera
donde mirava, nel più vasto giro
dell’orizzonte, il ciel sereno e l’acque.
Un’oscura vertigine d’un tratto
verso il baratro fondo la sospinse,
ma in tempo si ritrasse, e salva fu.
Su lo scoglio più alto di sua vita
or è giunta la donna e immota sta
come allor, solitaria, fisso l’occhio
nella remota e glauca immensità.
Non più acque, ma terra : la sua terra ;
non più l’urlo del mar ma uno stormire
di pioppi al vento e d’alte messi al sole.
Che più sogna la donna e spera e vuole ?
Strappare un canto alle sue zolle, un senso
dare alla vita, un’ala anche al dolore,
e poi tornar, goccia nel mar, perduta
nel seno immenso dell’eterno Amore.
I rintocchi della sera
dalla raccolta di prose “I rintocchi della sera” (Prefaz. di Cesare Angelini- Ed.Pan-Milano 1972)
Ampiezza di orizzonte sul mare, dominato dalla piccola chiesa eretta in cima alla scogliera. Su lei, nell’alto, placate distese di azzurro o incombenti minacce di nuvole nere nell’avvicendarsi inquieto dei giorni e delle stagioni. Sotto, ai suoi piedi, sciabordare di acque smeraldine o fragore di onde in tempesta. Una piccola chiesa, tra tanto spazio di cielo e di mare. Un punto fermo nel susseguirsi perenne delle generazioni, nel variare continuo degli eventi.
Come le ondate si accavallano per rompersi alla fine contro questi scogli e riconfondersi nel mare, così il flusso di innumeri vite umane batte alternamente a queste mura sacre per poi rifluire e disperdersi nelle oceaniche correnti dell’umanità.
Parole grandi ha la piccola chiesa: parole di eternità. un respiro più vasto di quello del mare la solleva al di sopra degli uomini e degli eventi, e dà alla sua voce una potenza che vince l’urlo del vento e il fragore delle onde in tempesta. Donde le viene tanto potere ? Un divino messaggio le fu affidato, si che essa non teme assalto di forze nemiche, nè confini di terra o di mare. Per ogni uomo di ogni generazione che passa, essa ha parole che non passeranno.
All’alba, a mezzodì, a sera parlano le campane della piccola chiesa con rintocchi gravi e imploranti che il vento porta lontano. ma il cuore in ascolto li sente vicino, li fa voce della sua voce, espressione dei suoi sentimenti. E se i rintocchi dell’alba e del mezzodì sembrano colorirsi di composta letizia, quelli della sera si fanno densi di presagio, come l’ultimo appello del giorno sulle soglie del mistero notturno.
Già il sole è sparito all’orizzonte lasciando ricordo di sè alle nubi vaganti che si arrossano del suo infocato addio. Già di viola si tinge la scogliera superba, che porta al sommo una cupa selva di pini. E una falce di luna affiora nel cielo, e qualche stella, lì accanto, ne trema di dolcezza.
Vasto il mare che sfugge lontano, dietro l’ultima carezza di luce; vasto il cielo che sopra gli incombe col suo pullulante ammiccare di costellazioni. La notte è vicina.
E il cuore in ascolto sente che non potrà affrontarla senza sgomento, e teme per quel che sarà. Ma ecco, dall’alto del campanile, quei rintocchi soavi solenni. Essi afferrano l’anima che sta per naufragare e piano, senza sussulti, la riportano a galla ancorandola ad una segreta speranza. Il giorno è finito. La notte imminente: quel che resta di vita è simile al riverbero del sole scomparso che arrossa le nubi, al suo estremo riflesso di luce sul mare.
Ma una certezza affiora dal fondo dell’anima, si accende come gli astri del cielo, prorompe in ardente preghiera coi rintocchi della piccola chiesa cui è affidata la grande promessa di un domani senza tramonto.
“Un descrivere che è un dipingere…”
dalla prefazione di Cesare Angelini
Gemme di Poesia
Destarmi, un’ alba, dopo greve sonno,
immemore di tutto: e ritrovarmi
in cuor soltanto la dolcezza strana
della stupita adolescenza
da ‘Alba’ (La Nuova Fronda)
Non me: quell’ altra tu volevi: quella
che da tant’ anni senza te rimasta
a Dio chiedeva la sua mamma. Intesi
con uno schianto il vero. E la sorella,
piccola e sola, paga fu nel cielo.
da ‘La piccola Gemma’ (La Nuova Fronda)
The early days
GEMMA BIROLI, nata a Novara a molta distanza dai fratelli, aveva appena compiuto i nove anni quando il padre morì. Tutta chiusa nella sua precoce esperienza di dolore, che ne aveva scossa profondamente la delicata sensibilità, pur dando segni di particolare amore allo studio, mal si adattava alle formalità della vita scolastica.
Da parte sua la madre non aveva nessuna intenzione di farle conseguire un diploma, convinta com’era che la più alta missione della donna fosse quella di dedicarsi alle cure della casa e della famiglia.
Intanto il primogenito alla vigilia della laurea era stato costretto a interrompere gli studi per la lunga e estenuante degenza del padre al quale aveva dovuto in qualche modo sostituirsi nel disbrigo degli affari di famiglia. Per di più allo scoppio della grande guerra il secondogenito partiva per il fronte, ove rimase per tutta la durata delle ostilità compiendo interamente il proprio dovere con entusiasmo e con elevato spirito di abnegazione.
Quegli anni trascorsi tra continue apprensioni e timori non dovevano certamente contribuire a rendere gaia e spensierata la prima giovinezza di Gemma Biroli.
Nel frattempo la famiglia si era trasferita a Vigevano ove la madre, dopo tante dolorose vicende, poteva finalmente trovare una relativa quiete nella vicinanza del suo paese natio e dei congiunti ivi rimasti. Nella ridente e industre cittadina lombarda la giovinetta frequentò i corsi magistrali presso l’Istituto S. Giuseppe saggiamente retto dalle Suore Dominicane e nel tempo stesso si dedicò anche alla pittura sotto la guida di Ambrogio Raffele, insigne paesista già allievo di Fontanesi, ormai ritiratosi nella natia Vigevano dopo lunga e feconda carriera.
Ma una più profonda e segreta passione Gemma nutriva in cuore per la poesia sulla quale doveva particolarmente influire l’elegiaca bellezza della pianura Lomellina e quella così diversa di un impervio lembo di riviera ligure ove ella di frequente soggiornava.
Nella definitiva residenza di Milano, ove la famigliola aveva raggiunto il primogenito che già vi esercitava la sua professione, la giovane scrittrice non potè fare a meno di manifestare la sua ormai meditata tendenza artistica, e per incitamento di amici e intenditori si indusse a pubblicare il volume Le Prime Liriche.
“Spalancar le finestre, a notte fonda,
su uno stellato ciel di chiaro autunno:
null’altro udir per le campagne assorte,
fuse nell’ombra, che il frusciar in sogno
d’un pioppo giovinetto e lo sciacquio
roco d’un’acqua tra celate sponde:
sentir la terra piccoletta e muta
sotto l’immensa cavità stellare
riscintillante come un mar senz’onde
nell’infinito seno: in un pio slancio
alzar la fronte e tendere il pensiero
sino a sfiorar l’eterno: e poi tornare
con umiltà sul proprio stento umano,
chiudendo in cuore un palpito di stelle.”
Arsenij Tarkovskij è senza alcun dubbio uno dei più grandi poeti russi, con una potente intonazione lirica, una grande carica spirituale, per così dire, un poeta in forma pura, per il quale la cosa più importante è la propria concezione interiore della vita. E’ modesto. Non ha mai scritto nulla per diventare famoso. Non ha mai fatto nulla per mettersi in primo piano, per far carriera con la poesia.
Nota dalla recensione di Anna Achmatova a Prima della neve-1962- “Il libro di Arsenij Tarkovskij è un dono inaspettato e prezioso al lettore contemporaneo. Questi versi, che hanno atteso a lungo per venire alla luce, colpiscono per rare qualità, la più sorprendente delle quali è che da noi quotidianamente pronunciate si rivestono chissà come di mistero e suscitano echi inaspettati nel cuore. Se qualcuno non ha ancora questo libro, gli consiglio di procurarselo, in qualche modo, per giudicarlo nel modo più severo. Questo libro non teme nulla.”
Arsenij Tarkovskij
E lo sognavo e lo sogno
E lo sognavo, e lo sogno, e lo sognerò ancora, una volta o l’altra, e tutto si ripeterà, e tutto si realizzerà, e sognerete tutto ciò che mi apparve in sogno.
Là, in disparte da noi, in disparte dal mondo un’onda dietro l’altra si frange sulla riva, e sull’onda la stella, e l’uomo, e l’uccello, e il reale, e i sogni, e la morte: un’onda dietro l’altra.
Non mi occorrono le date: io ero, e sono, e sarò. La vita è la meraviglia delle meraviglie, e sulle ginocchia della meraviglia solo, come orfano, pongo me stesso,
solo, fra gli specchi, nella rete dei riflessi di mari e città risplendenti tra il fumo.
E la madre in lacrime si pone il bimbo sulle ginocchia.
Primi Incontri
Ogni istante dei nostri incontri lo festeggiavamo come un’epifania, soli a questo mondo. Tu eri più ardita e lieve di un’ala di uccello, scendevi come una vertigine saltando gli scalini, e mi conducevi oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti al di là dello specchio. Quando giunse la notte mi fu fatta la grazia, le porte dell’iconostasi furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva e lenta si chinava la nudità nel destarmi: “Tu sia benedetta”, dissi, conscio di quanto irriverente fosse la mia benedizione: tu dormivi, e il lillà si tendeva dal tavolo a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre, e sfiorate dall’azzurro le palpebre stavano quiete, e la mano era calda.
Nel cristallo pulsavano i fiumi, fumigavano i monti, rilucevano i mari, mentre assopita sul trono tenevi in mano la sfera di cristallo, e ” Dio mio! ” tu eri mia.
Ti destasti e cangiasti il vocabolario quotidiano degli umani, e i discorsi s’empirono veramente di senso, e la parola tua svelò il proprio nuovo significato: zar.
Alla luce tutto si trasfigurò, perfino gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando, come a guardia, stava tra noi l’acqua ghiacciata, a strati.
Fummo condotti chissà dove. Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi, città sorte per incantesimo, la menta si stendeva da sé sotto i piedi, e gli uccelli c’erano compagni di strada, e i pesci risalivano il fiume, e il cielo si schiudeva al nostro sguardo”
Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.
Arsenij Tarkovskij
Il bosco di Ignatij
L’ardere delle foglie in autocombustione totale si leva al cielo, e sul tuo cammino il bosco intero vive di un’eccitazione pari a quella che viviamo in quest’ultimo anno.
Negli occhi colmi di pianto si riflette la via come nella golena oscura si riflettono gli arbusti. Non fare i capricci, non minacciare, non toccare, non turbare la quiete del bosco sul Volga.
Puoi udire il respiro della vecchia vita: funghi viscidi crescono nell’erba bagnata, i lumaconi li hanno rosi fino al cuore ma una smania umidiccia ne vellica la pelle.
Il nostro passato è tutto simile a una minaccia: bada, ora torno, bada, ora ti uccido! Il cielo rabbrividisce e tiene l’acero come una rosa: che bruci di più, quasi sugli occhi. Riflessione
Sentivo amaramente di non aver fatto molto, la mia vita trascorreva senza concretezza, e in me il bene si ergeva contro il male, e la verità moriva dinanzi all’iniquità.
Non m’apparteneva l’infanzia, ma ero dove la vita era latenza, nel sangue degli avi, sotto erbe in luoghi inoperosi, e divenni il bersaglio dove iniziava la lotta e per miracolo oggetto della loro disputa.
Quando la sega penetra nel tronco, quando l’occhio divino dell’animale braccato è come acqua torbida imbevuta di caligine, quando un bambino soffre e nei medici non ha più fede, quando la prima gelata copre il grano, la taiga sconfinata arde dinanzi ai miei occhi, non posso dire: “questo è il destino”, e amaramente credo d’averne colpa.
La mia anima in tempo di guerra come le tenebre era nera. Ma è la vittima di tutte le lotte che genera come la bestia, anima mia, – mio genio protettore senza difesa – inghiottendo la morte si avvia ad aiutare il bene. Tutto si tiene a questo mondo e tutto è solidale, e se da sempre han combattuto per me le fronde del bosco – fronda io stesso devo diventare e ad ogni chicco devo prestare la mia voce.
Tutto si tiene a questo mondo e tutto è solidale: le costellazioni e la terra, l’uomo e l’uccello. E chi fa il bene si getta a capofitto in un vortice maestoso e non teme la morte, emerge ancora e subito, come un nuotatore, solidale per sempre all’onda e infine non potrà dire lui stesso cos’è, se stella, o terra, o uomo,
o uccello.
La lettera
Se oggi m’avessi scritto una lettera mi sarebbe giunta da sola, anche senza i francobolli, cassata o timbrata, anche senza poscritto o profumo di rose sui margini, anche senza l’indirizzo o le tue parole d’amore, oltre tutti i postini e i fermo posta militari, nel rifugio, sottoterra, fino a qui: da sola mi sarebbe giunta lo stesso!
Mandami almeno una riga, almeno una cinguettante riga di vocali, qui, al fronte. Ma cos’è una lettera! D’accordo, che non ce ne siano. Mi facevi impazzire anche senza di esse. Volgi il tuo viso ad occidente, oltre i monti, oltre i mari turchini.
Almeno un istante senza tempo né spazio, solo ali guizzanti nel sogno ingarbugliato, trattieni un attimo il respiro mentre spicchi il volo
oltre i mari ed i monti
Arsenij Tarkovskij
Ieri ti ho attesa fin dal mattino
Ieri ti ho attesa fin dal mattino, ma loro sapevano che non saresti venuta. Ricordi che bella giornata era? Una festa. Ed io uscivo senza il cappotto… Oggi sei venuta, e ci hanno preparato una giornata particolarmente grigia. La pioggia, l’ora così tarda, le gocce scorrono per i rami freddi… La parola non serve a placarle, né le asciuga il fazzoletto.
Come il viale è quieto, chiaro, assonnato!
Colta dal vento la sabbia vola via
E l’erba sfiora come un soffice pettine…
Con quale gioia or vengo in questo luogo
E a lungo siedo, semiassopito.
Mi piace, quasi svagato, ascoltare
Ora il riso, ora il pianto dei bimbi, e dietro un cerchio
La loro ritmica corsa sul sentiero. Che bello!
Che frastuono, così eterno e veritiero,
Come di pioggia, di risacca o di vento.
Nessuno mi conosce. Qui sono un semplice
Passante, un cittadino, un “signore”
In pastrano marrone e bombetta,
Niente di speciale. Ecco, una signorina
Mi si siede accanto con un libro aperto.
Un marmocchio col secchiello e la paletta
Si accoccola ai miei piedi. Imbronciato,
Si rigira nella sabbia, ed io così enorme
Mi sembro per questa vicinanza,
Che rammento,
Quando io stesso sedevo presso la colonna
Leonina a Venezia. Su questa creaturina,
Sulla testa nel berrettino verde,
Io mi ergo come pesante pietra
Secolare, sopravvissuta a molti
Uomini e regni, tradimenti ed eroismi.
E il marmocchio con zelo riempie
Di sabbia il secchiello e, presolo, me lo versa
Sui piedi, sulle scarpe…Che bello!
E leggero nel cuore io rivedo
Il cocente meriggio veneziano,
Il leone alato librarsi su di me
Immobile con il libro aperto tra le zampe.
E sopra il leone, rosea e tondeggiante,
Fuggire una nuvoletta. E più in alto, più in alto –
L’azzurro denso e cupo, e in esso scivolare
Minuscole, ma fiammeggianti stelle.
Ora esse ardono sul viale,
Sul marmocchio e su di me. Follemente
I loro raggi lottano coi raggi del sole…
Il vento
Inesauribile fruscia con le ondate di sabbia,
Sfoglia il libro della signorina. E ciò che odo,
Da non so qual prodigio è trasfigurato,
Così tenacemente s’imprime nel cuore,
Che più non mi servon né pensieri né parole,
Ed è come se mi specchiassi
In me stesso.
E a tal punto seduce la viva linfa dell’anima,
Che, come Narciso, io dalla sponda terrena
Mi strappo e volo là, dove sono solo,
Nel mio primevo mondo natìo,
Faccia a faccia con me stesso, smarrito un giorno –
Ed ora ritrovato…E da lontano
Mi giunge la voce della signorina: “Mi scusi,
Che ore sono?”
1918
Vladislav Chodasevič
Il pane
Oggi in cucina c’è una luce che abbaglia.
Col grembiule, cosparsa di farina,
Di tutte le Mignon tu sei la più bella
Con la tua bellezza genuina.
Ti svolazzano intorno coi cestini,
Con il bricco del latte e le fascine,
Spiumandosi le ali, i cherubini…
Tra le nubi, dalle colline
Prorompe la luce, e sulle pentole oziose
Come fasci di strali batte il giorno.
Sfacendosi somiglia a pallide rose
La legna che arde nel forno.
E i densi getti del futuro filone
Nel vaso d’argilla un angelo versa,
Giurandoci che son veri, come il sole,
L’amore, il lavoro e la terra.
1918
Il vizio e la morte
Vizio e morte. Quale tentazione,
E quante gioie in una parola godo!
Vizio e morte pungono allo stesso modo,
E sfuggirà il loro pungiglione
Solo colui che serberà nella coscienza
La segreta chiave di un’altra esistenza.
1921
Elegia
Del giardino Kronverkskij le fronde
Stormiscono ai venti rugghianti.
L’anima la sua gioia effonde.
Non le servono conforto e incanti.
Con occhi ardenti e temerari
Guarda i suoi millenni passati,
E vola con le sue grandi ali
Lungo sciami fuoco-alati.
Là tutto è sconfinato e canoro,
E ciascuno ha un’arpa in mano,
Come nubi, gli spiriti tra loro
Parlano un idioma dolce e arcano.
La mia esiliata con esultanza
Entra nella dimora cara
E la sua orgogliosa uguaglianza
Ai tremendi fratelli dichiara.
E mai più oramai le servirà
Chi sotto la pioggia che sferza
Nel giardino Kronverkskij qua e là
Si trascina con la sua pochezza.
E non coglie il mio povero udito,
Né la mente inerte e banale,
Qual spirito essa sarà in paradiso,
O nel tetro abisso infernale.
1921
Oltrepassa, oltresalta,
Oltrevola, oltre – ciò che vuoi –
Ma liberati: come sasso dalla fionda,
Come stella, caduta nella notte…
Ti sei smarrito – adesso cerca…
Dio sa che cosa borbotti,
Cercando le lenti o le chiavi.
1922
An Mariechen
Stai lì attaccata come una ventosa,
A servir birra dietro il banco.
Ci vuole una ragazza più briosa, –
Tu sei malata e il tuo volto è bianco.
Con quella rosa enorme sopra il petto
Che nessuno ancora ha mai baciato –
Mentre un serto funebre, anche il più gretto,
Sarebbe ornamento più indicato.
E’ così bello, così imperituro
Morire ancor prima di peccare.
Ma i tuoi cari ti troveran sicuro
Qualcuno che ti porti all’altare
Un uomo cosiddetto benpensante,
Una persona come si deve –
Sarà un fardello inutile e pesante
Per la tua vita debole e breve.
Meglio sarebbe – ignara e sorridente –
Solo a pensarci un fremito avverto –
Abbandonarti in preda a un malvivente
In un boschetto buio e deserto.
Meglio – in pochi istanti, senza illusioni –
Conoscer la vergogna e la morte,
E i due sfaceli, le due deflorazioni
Non separare da una stessa sorte.
Giacere in terra – l’abito sgualcito –
Sola, in quel bosco di betulla,
Un coltello nel seno illividito.
Nel tuo seno ancora di fanciulla.
1923
Povere rime
Per quattro soldi tutta la settimana
Deperire, affannarsi e trepidare,
Ogni sabato con la moglie befana
Su un boccale abbracciati sonnecchiare,
La domenica sull’erba non più verde
Recarsi in treno, stender la coperta,
E di nuovo assopirsi e testardamente
Trovare che tutto questo diverta,
E trascinarsi indietro nella dimora
La coperta, la moglie e la giacca,
E non sferrare mai, alla buon’ora,
Alla coperta e al mondo un pugno in faccia, –
Oh, in una tale legge senza scampo,
In una tal ferrea rassegnazione,
oh, le bollicine possono soltanto
Salire sempre in alto nel sifone.
1926
Ballata
Siedo nella mia stanza rotonda,
Siedo, dall’alto rischiarato.
Guardo il sole da venti candele
Lassù nel cielo intonacato.
Intorno – come me rischiarati,
Il tavolo, i lisi divani.
Siedo – e nello sgomento non so più
Dove posare le mie mani.
Sui vetri silenzioso fiorisce
Un gelido bianco palmeto.
Nel taschino del gilè martella
L’orologio il suo toc inquieto.
Oh, della mia vita senza scampo
Inerte, misera povertà!
A chi confidare come io sento
Per me e per queste cose pietà?
Ed ecco comincio ad oscillare,
Tenendo serrati i ginocchi,
E a un tratto in versi a parlare prendo
Con me stesso, chiudendo gli occhi.
Sconnessi, appassionati discorsi!
Discorsi senza alcun costrutto,
Ma i suoni son più veri del senso,
La parola – più forte di tutto.
E musica, musica, musica
Al mio canto si avvince,
E sottile, sottile, sottile
Una lama allor mi trafigge.
Io emergo al di sopra di me stesso,
Mi erigo sulla morta esistenza,
I piedi nella fiamma nascosta,
La fronte negli astri scorrenti.
E vedo con occhi smisurati –
Con occhi, forse, di serpente –
Come il canto selvaggio ascoltano
Le mie tristi cose da niente.
E a un fluido ritmico vortice
Tutta la stanza si abbandona,
E qualcuno la pesante lira
Attraverso il vento mi dona.
E non c’è più il cielo intonacato
E il sole da venti candele:
Su nere rocce levigate
Orfeo poggia i piedi lieve.
1921
Vladislav Chodasevič
Chodasevič è sepolto nel cimitero di Billancourt, presso Parigi, il poeta che Maksim Gorkij considerava “il migliore che vanti la Russia moderna”. Vladislav Felicianovič Chodasevič, di origine polacca, era nato a Mosca il 29 maggio 1886. Nel 1922 lasciò la Russia per sempre, e dal 1925 fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 giugno 1939, visse costantemente a Parigi.
I suoi primi quattro volumetti di poesie furono pubblicati in Russia:Giovinezza nel 1908, La casetta felice nel 1914, Per la via del grano nel 1920 e La pesante lira nel 1922. I versi da lui scritti all’estero, e riassunti col titolo La notte europea, entrarono a far parte della sua raccolta del 1927. L’ultimo decennio di vita di Chodasevič fu più dedicato alla critica e alle rievocazioni letterarie, che alla poesia. Non ebbe mai altri guadagni che quelli derivatigli dalla sua attività letteraria, visse sempre negli stenti, cadde spesso gravemente ammalato, ma ebbe amici cari e fedeli tra letterati e poeti, lettori e ammiratori, che non cessarono mai di amarlo.
Scriveva Gumilёv nel 1914, commentando la seconda raccolta di versi La casetta felice: “Non è possibile abituarsi né alla sua fantasia, né alle sue intonazioni – egli ci si presenta inaspettato, con nuove avvincenti parole, e non si trattiene a lungo, lasciando dietro di sé un piacevole inappagamento e il desiderio di un nuovo incontro”.
Per i loro tratti chiari e precisi e per l’immediata efficacia, i versi di Chodasevič incantano anche il lettore più “impoetico”. La loro forma classica è impeccabile, semplice, elegante. La sua concezione della vita è ironica e tragica al tempo stesso. Dalla sua poesia emerge con insistenza l’eterno tema dell’anima immortale e degli ostacoli che le frappongono la materia e la squallida banalità della vita. E’ un continuo alternarsi di estasi metafisiche e di minute inquadrature prosaiche, d’immersioni ed emersioni, di cadute negli abissi dell’esistenza e di slanci mistici.
Scrive R. Poggioli nel suo libro Il fiore del verso russo: “Uno dei procedimenti più cari a Chodasevič è proprio quello di assegnare una grandezza precaria a provvisoria a oggetti meschini o anche di ridurre le cose grandi alle dimensioni di quelli o al loro livello, ed è questo gioco fra il sublime e il minuscolo che gli permette di comprendere l’umanità di ogni oggetto e le lacrime delle cose”. A.M. Ripellino ha messo in risalto il lato “mordace e velenoso” della poesia di Chodasevič, il suo “mondo uggioso e grottesco, nel quale si aggirano personaggi meschini, idioti e mostri dall’apparenza fantomatica”, sottolineando inoltre il pessimismo del poeta, il clima di scherno, l’atmosfera grigia che aleggia nei suoi versi.
E’ vero: Chodasevič è un poeta spaesato in tanto squallore che lo circonda, ma mi sembra che il suo pessimismo, la sua tragedia trovino una via d’uscita, e la sua salvezza sia nel tono serio e pacato della sua poesia, nella sua attitudine a contemplare con un certo distacco i misteri dell’anima e dell’esistenza; la sua è un’ironia assai spesso feroce e maligna, ma sovente è anche serena, ricca di un humour leggero e immediato. La sua rabbia non lo fa tonare, ma lo spinge a riflettere, a partecipare delle altrui miserie, a sorridere lievemente subito dopo aver pianto.
In una lettera del 1 ottobre 1923 Gorkij scriveva al poeta: “I vostri versi An Mariechen sono belli e penetranti. Non so dire di più, ma aggiungerò soltanto che essi suscitano nell’anima il freddo sibilo della bufera di neve” e nello stesso tempo sono irresistibilmente umani”. Mi sembra che questo suggestivo giudizio di Gorkij possa essere la giusta insegna sull’incantato “bazar” del poeta Chodasevič. (Paolo Statuti)
FONTE- da un’anima e tre ali il blog di Paolo Statuti-
Luogo e data di nascita: Moskva, 16 (28) maggio 1886
Luogo e data di morte: Parigi, 14 giugno 1939
Professione: poeta, memorialista, critico letterario
Ultimo di sei figli, nasce da un padre di nobile origine polacca (Felician Ivanovič Chodasevič; 1834–1911) e da madre ebrea (Sofija Jakovlevna Brafman; 1846–1911), poi convertita al cattolicesimo. Dal padre che in giovinezza sognava di diventare pittore (aprirà invece a Mosca uno dei primi negozi di articoli fotografici) eredita l’inclinazione per le arti e dalla madre il gusto della poesia. Di salute cagionevole, alla passione giovanile per il balletto sostituisce all’inizio del secolo l’amore per la letteratura: frequenta circoli letterari e artistici, scrive recensioni e feuilletons, traduce, collabora con diverse riviste, nel 1908 pubblica la prima raccolta di versi Molodost’ (Giovinezza)
Nel 1911 viene per la prima volta in Italia per curarsi e si ferma a Nervi sulla Riviera ligure, poi visita Firenze, Pisa e Venezia, dove si consuma il suo dramma d’amore per Evgenija Vladimirovna Paganuzzi (1884–1982), prima moglie di Pavel Muratov. Il primo viaggio si prolunga più di due mesi (2 giugno – metà agosto 1911), Venezia e l’Italia seducono il poeta: “Non può sottrarsi l’Italia alla sua inevitabile leggiadria! Ora costruisce le città sui capricciosi declivi dei suoi monti, ora sulle rocce costiere, ora sulle decine di minuscole isolette sparpagliate nella nebbiosa laguna” (Nočnoj prazdnik, in Sobranie sočinenij, a cura di J.E. Malmstad e R. Hughes, Ann Arbor: Ardis, 1990, vol. 2, p. 77).
Chodasevič si rifiuta di considerare ‘morta’ Venezia, come l’aveva descritta Pёtr Percov nel suo libro Venecija (1905) o Nina Petrovskaja nel saggio Mertvyj gorod: Pis’mo iz Venecii (La città morta: lettera da Venezia, 1908), e nello schizzo Nočnoj prazdnik (Festa notturna) indugia ancora sulla incomparabile bellezza dell’Italia: “Girovagando per le tortuose, strette viuzze che scendono al mare di una cittadina d’Italia, ho capito una volta per tutte che la bellezza è un dono del cielo, ingiusto e dolce, dato per secoli a questo paese” (Ibidem).
Nel 1914 il poeta pubblica la sua seconda raccolta Ščaslivyj domik (La casetta felice), negli anni della Prima guerra mondiale si risparmia il fronte per una grave forma di tubercolosi ossea, collabora con le riviste “Russkie vedomosti” e “Utro Rossii”, passa l’estate 1916 e 1917 a Koktebel’ da Maksimilian Vološin.
Come molti intellettuali accoglie con entusiasmo la rivoluzione di febbraio, aderisce inizialmente alla rivoluzione d’ottobre: nel 1917-1920 collabora alla sezione teatrale del Commissariato del popolo per l’istruzione (TEO) e al Proletkul’t, dirige la sezione moscovita delle edizioni Vsemirnaja literatura; nel 1918 insieme a Muratov organizza Knižnaja lavka pisatelej (Bottega del libro per gli scrittori), improvvisata rivendita di libri su commissione ed esigua fonte di sussistenza; edita insieme a Lev Jaffe Evrejskaja antologija. Sbornik molodych evrejskoj poezii (Antologia ebraica. Raccolta di giovani poeti ebrei).
Nel novembre 1920 si trasferisce a Pietrogrado, dove con l’aiuto di Maksim Gor’kij ottiene un alloggio alla Casa delle Arti (Disk), rifugio insperato per l’intelligencija in cui convergono in quegli anni di carestia e incertezza molti letterati (al Disk dedicherà molte pagine di memorie). Nel 1920 esce la raccolta Putёm zerna (Per la via del grano) che lo pone fra le grandi voci poetiche del suo tempo, nel 1922 Tjaželaja lira (La pesante lira), poi è come sospinto fuori dalla Russia sovietica, prende la difficile decisione di allontanarsi dalla Russia; grazie all’aiuto dell’ambasciatore della Lettonia Jurgis Baltrušajtis e di Anatolij Lunačarskij ottiene il passaporto per l’estero per 3 anni per motivi di salute.
Il 22 giugno 1922, senza neanche salutare la moglie Anna Čulkova (gesto di cui si rammarica tutta la vita) parte con Nina Berberova per Berlino, prima stazione della via di emigrato che lo porterà nel 1925 a Parigi. Come molti altri russi a Berlino non si considera un emigrato, anzi prova un’aperta insofferenza per i bianchi, si sente affine a Andrej Belyj che più d’ogni altro aveva percepito il sentore di catastrofe del periodo e la lugubre atmosfera della città: “Berlino è un incubo, che penetra nella vita reale con ordine e metodo e assume l’aspetto innocuo del comune buon senso borghese: un buon senso senza senso” (A. Belyj, Odna iz obitelej carstva tenej, Leningrad 1924, p. 36). Incontra Muratov, Boris Zajcev, Il’ja Erenburg, Boris Pasternak e molti altri, frequenta le serate letterarie al Café Landgraf (tutto diligentemente appuntato nel suo Kamer-fur’erskij žurnal, Diario di un gentiluomo di corte), ma il “volto inumano” della città lo respinge:
Case – come demoni,
fra le case – tenebra;
filiere di demoni,
e in mezzo uno spiffero
(Dalla strada di Berlino, in È tempo di essere, p. 241).
Gli anni 1921-1925 sono indissolubilmente legati a Gor’kij, nonostante la loro diversità di carattere e opinioni: prima lavorano insieme all’edizione della rivista “Beseda” (La conversazione) di cui usciranno 6 numeri, poi dall’ottobre 1924 all’aprile 1925 è ospite a Sorrento dallo scrittore.
La giornata di Gor’kij è rigorosamente suddivisa tra lavoro, salutari passeggiate, pranzi e divertimento. Al piano superiore della villa (camera di Gor’kij e Budberg) si lavora, al piano inferiore, quello che lo scrittore chiama la nursery, si gioca: Maksim legge romanzi polizieschi, colleziona francobolli, la moglie dipinge. Talora Maksim fa da cicerone agli ospiti e li porta sulla sua motocicletta a visitare Amalfi o Ravello:
La motocicletta sfiora la roccia
In corsa sinuosa,
la nuova curva rivela più ampio
ora il golfo alla vista (…)
Dorme Procida in contorni di nebbia,
a nord sfiata il Vesuvio
(Fotografie di Sorrento, in Non è tempo di essere, p. 279).
Per divagarsi Maksim propone di pubblicare un giornale manoscritto “Sorrentijskaja pravda” (La verità di Sorrento), parodia di certe riviste sovietiche o dell’emigrazione, per il quale scrivono Gor’kij, Chodasevič e Berberova, l’impaginazione è di Maksim, le illustrazioni di Rakickij e Maksim, che “in considerazione della sua scarsa competenza” svolge anche il ruolo di redattore
Chodasevic visita anche le rovine di Pompei, scrive il saggio Pompejskij užas (Stupore pompeiano, 1925), in cui riflette sulla patria e l’emigrazione, sul crollo della civiltà europea. A Sorrento si raffredda a poco a poco la sua amicizia con Gor’kij “senza discussioni, scandali, reciproci rimproveri o offese”, lo snerva l’atteggiamento ambiguo di Gor’kij verso il regime sovietico:
“Era uno degli uomini più testardi che conobbi, ma anche uno dei più tenaci. Ammiratore strenuo del sogno e dell’inganno dominante, che per la primitività del suo pensiero non seppe mai distinguere dalla più comune e volgare menzogna, egli non ha mai fatto propria la sua immagine ‘ideale’, in parte autentica, in parte immaginaria, di cantore della rivoluzione e del proletariato. E quando la rivoluzione risultò diversa da quella che aveva immaginata, gli fu intollerabile il solo pensiero di perdere questa immagine, di “deteriorare la propria biografia” <…> e alla fin fine si vendette, non per soldi, ma per conservare per se e per gli altri l’illusione principale della sua vita <…>. In cambio di tutto ciò la rivoluzione ha preteso da lui, come pretende da tutti, non un onesto lavoro, ma sudditanza e lusinga. È diventato uno schiavo e un adulatore” (Gor’kij 2 // Nekropol’; Vospominanija; Literatura i vlast’; Pis’ma k B.A. Sadovskomu / pred. i komm. N. Bogomolova. Moskva 1996, pp. 207-208).
Quando nell’aprile 1925 la rappresentanza sovietica in italia nega a Chodasevič il prolungamento del visto e gli ingiunge di rientrare in URSS, il poeta rifiuta e si trasferisce definitivamente a Parigi. Qui tace la sua voce poetica, collabora come critico letterario alle riviste “Sovremennye zapiski” (Appunti contemporanei) e “Vozroždenie” (La rinascita), continua lo studio della linea classica della poesia russa, scrive la biografia di Deržavin (1931), gli articoli Literatura i vlast’ v sovetskoj Rossii (Letteratura e potere nella Russia sovietica, 1931) e Krovavaja pišča (Cibo insanguinato, 1932), la raccolta di saggi su Puškin (1937) e il volume Necropoli (1939).
Pubblicazioni
Chodasevič, Poesie, in R. Poggioli, Il fiore del verso russo, Torino: Einaudi, 1949, pp. 361-376.
Chodasevič, Poesie, in A.M. Ripellino, Poesia russa del Novecento, Parma: Guanda, 1954, pp. 209-224.
V.F. Chodasevič, Necropoli. A cura di Nilo Pucci, pref. di N. Berberova, Milano: Adelphi, 1985.
V.F. Chodasevič, La notte europea. A cura di C. Graziadei, con uno scritto di N. Berberova. Milano: Guanda, 1992.
Perepiska N.N. Berberovoj i V.F. Chodaseviča s Ol’goj Sin’orelli (1923–1933) / publ. E. Garetto // Archivio russo-italiano IX. Salerno: Collana di Europa Orientalis, 2012. Т. 1. C. 103–138.
V.F. Chodasevič, Quarantuno poesie. A cura di N. Pucci, Borgomanero: Ladolfi, 2014.
V.F. Chodasevič, Non è tempo di essere. A cura di C. Graziadei. Firenze: Bompiani, 2019.
Fonti archivistiche
Fondazione Giorgio Cini, Venezia. Archivio di Angelo e Olga Signorelli.
Bibliografia
Belyj, Rembrandtova pravda v poezii našich dnej (o stichach V. Chodaseviča) // Zapiski mečtatelej 1922. № 5, pp. 13–39.
A.M. Ripellino, Poesia russa del Novecento, Parma: Guanda, 1954.
N.A. Bogomolov, Žizn’ i poezija Vladislava Chodaseviča // V.F. Chodasevič, Stichotvorenija. L.: Sovetskij pisatel’, 1989, pp. 5–51.
Berberova, Il corsivo è mio, Milano: Adelphi, 1989.
Čulkova, Vospominanija o Vladislave Chodaseviče // Russica-1981, New-York 1981
Graziadei, La dissonanza nella poesia di Chodasevič, in Il gladiatore morente. Saggi di poesia
russa. Siena: Cadmo, 2000, pp. 167–212.
Graziadei, Contemplare la morte. Karl Brjullov, Vladislav Chodasevič, in Estetica delle rovine, a cura di G. Tortora. Roma: Manifestolibri, 200, pp. 385–405.
G. Bočarov, Filologičeskie sjužety, M.: Jazyki slavjanskich kul’tur, 2008, pp. 385–415.
Sinossi-Questo libro, di cui presentiamo la prima traduzione al mondo, si apre sugli anni del primo Novecento russo. Era il momento di una equivoca ed esaltante mescolanza fra arte e vita: «Tutte le strade erano aperte, con un solo obbligo: andare quanto più possibile veloce e lontano. Questo era l’unico, il fondamentale dogma. Si poteva esaltare Dio come il Diavolo. Si poteva essere posseduti da qualsiasi cosa, entità: l’importante era la pienezza della possessione». Tutto andava offerto sull’altare delle emozioni. «Cogliamo gli attimi distruggendoli» disse Brjusov, gran sacerdote del simbolismo. C’era la posa teatrale e c’era il colpo di pistola. «“Perdo succo di mirtillo!” gridava il pagliaccio di Blok. Ma il succo di mirtillo talvolta si rivelò sangue vero».
Chodasevic era allora un giovane poeta, dal segno elegante, dall’aria morbosa, dall’intelligenza acutissima. Oggi sappiamo che era un astro nella costellazione dei grandi poeti russi malmenati dalla storia, accanto alla Achmatova, a Mandel’štam, alla Cvetaeva, a Pasternak, anche se la sua opera solo ora comincia a essere scoperta. «Nell’aria afosa, come prima dei temporali, di quegli anni», troppo colmi di presagi (il suo amico Muni ne era così ossessionato che arrivò a dichiarare: «I presagi sono aboliti»), Chodasevic visse la nascita caotica della letteratura moderna in Russia. Si conoscevano tutti, percepivano miserie e incanti gli uni degli altri, avevano passioni per le stesse donne, litigavano, bevevano, perdevano al gioco. Poi venne la guerra, venne la rivoluzione, ai poeti cominciarono ad accompagnarsi i delatori. Pietroburgo appariva come «una città morta, sinistra». Nel 1922 Chodasevic riuscì ad abbandonare la Russia, non senza aver esortato i suoi amici nelle «ultime ore prima della separazione» a concordare i segnali «da scambiarsi nella tenebra che incombe». Da allora sino alla morte si può dire che non abbia assistito che all’estendersi, intorno a lui, di una sterminata «necropoli». Morivano uno dopo l’altro, suicidi, o assassinati o ridotti al silenzio. E uno dopo l’altro sfilano in questo libro: da Brjusov a Blok, da Esenin a Sologub, da Belyj a Gor’kij. Chodasevic non riesce a parlare di questi scrittori senza darci anche un giudizio penetrante sulla loro opera, ma non riesce a parlare della loro opera senza evocare la loro presenza, il loro gesto, spesso il loro convivere con le più ingombranti contraddizioni. Erano tutti personaggi di un immenso «romanzo russo», e come tali qui ci appaiono. Oscillavano tutti fra estremi, e riuscivano talvolta a mascherarne la natura. Come per Sologub, di ciascuno era difficile dire «da dove è partito e dove è arrivato, se dal sacrilegio alla preghiera o viceversa, dalla benedizione alla maledizione o viceversa». Crudele e commosso, questo libro è un salvataggio nella memoria dell’ultima grande letteratura russa, operato da uno dei suoi protagonisti, prima che la «necropoli» inghiottisse anche lui. Come scrisse lo stesso Chodasevic: «In un certo senso la storia della letteratura russa potrebbe essere definita la storia della distruzione degli scrittori russi».
Michael Longley,- Poesie:”Il maestro del lume di candela”
Editore Mondadori-Officinapoesia Nuovi Argomenti
(Da poco uscita ne’ Lo Specchio Mondadori una raccolta antologica delle poesie di Michael Longley, a cura di Piero Boitani e Paolo Febbraro, con un saggio introduttivo di Piero Boitani, traduzioni di Paolo Febbraro, Piero Boitani e Marco Sonzogni. Proponiamo un estratto dell’introduzione e una selezione di poesie a cura di Piero Boitani.)
Il maestro del lume di candela (il “Maître à la chandelle”) è un pittore barocco che molti hanno identificato con Trophime Bigot (1579-1650), provenzale attivo per una decina d’anni anche a Roma, autore di tele di stile così diverso da essere stato persino sdoppiato, un artista più anziano e uno più giovane. E che a Roma è invece identificato, sulla base di documenti relativi al pagamento, con un “maestro Jacomo”, al secolo Giacomo Massa. Il modo di dipingere di Trophime-Jacomo cambia considerevolmente, apparendo più tradizionale in Provenza, assai più aperto alla nuova maniera caravaggesca nella capitale pontificia, ma sua caratteristica costante è quella di presentare una scena, o una figura, immerse nell’oscurità, e tuttavia illuminate, dentro per così dire il buio, da una luce che talvolta viene emanata appunto da una candela fisicamente presente nella tela. La luce della candela, di per sé non forte, possiede però nella fitta oscurità potenza tale da fare del quadro una ostensione: una rivelazione vera e propria. Michael Longley ha descritto molto bene il fenomeno in una lirica brevissima intitolata “Poem” della sua raccolta “The Candlelight Master”, del 2020, nella quale dichiara di essere lui stesso il maestro del lume di candela:
I am the candlelight master
Striking a match in the shadows.
A smoky wick, then radiance.
I am the candlelight master.
Sono il maestro del lume di candela
che fra le ombre accende un fiammifero.
Dallo stoppino fumo, poi fulgore.
Sono il maestro del lume di candela.
La concisione estrema, alla quale Longley si avvicina sempre di più negli ultimi due decenni, non consente allusioni al mistero dell’identità del maestro pittore, ma serve a far esplodere la luce «fra le ombre» (il plurale contenendo in inglese anche un accenno all’aldilà), in una radiance che è fulgore irraggiante, claritas radiosa. «Striking a match», letteralmente “lo sfregare un fiammifero”, è il gesto semplice e minimo di una creazione che ha per oggetto la luce e i volti e le cose che essa rivela, e il breve calore che il fuoco produce. Nel presentarsi come il maestro del lume di candela, Longley si mostra come il poietes umano: forte, diretto, immediato, ma anche coscientemente caduco come appunto una candela e la sua luce.
Piero Boitani
***
ANTICLEIA
Se alla roccia dove confluiscono i fragorosi fiumi, l’Acheronte,
il Piriflegetonte e il Cocito, affluente dello Stige, scavi
una fossa larga, lunga e fonda un cubito, dalle nocche al gomito,
e vi sacrifichi un montone e una pecora nera, piegando loro il capo verso le
tenebre esterne mentre tu volgi la fronte all’acqua,
tante di quelle anime anemiche dei morti ti si affolleranno attorno che dovrai
tenerle lontano dal sangue con la baionetta,
ma tra questi zombi a un tratto riconoscerai tua madre,
e se, dopo averle dato del sangue da bere e parlato di casa,
tre volte ti farai avanti per abbracciarla, per tre volte
come un’ombra o un’idea lei ti svanirà tra le braccia
e le chiederai perché evita di toccarti e lacrime verserai
perché ecco qua tua madre e perfino quaggiù nell’Ade
un abbraccio tremante sarebbe a entrambi di conforto,
ti spiegherà lei che i tendini non legano più la sua carne
alle ossa, che il fuoco irresistibile ha tutto demolito,
che l’anima prende il volo come un sogno e fluttua nel cielo,
che questo è quel che accade agli esseri umani quando muoiono?
ARGOS
Di separazioni ce n’erano state altre, così numerose
che Argo, il cane che attese Odisseo per vent’anni,
ha continuato ad aspettarlo, trascurato sul mucchio di letame
davanti la nostra porta, pieno di pulci, più morto che vivo,
lui che un tempo inseguiva capre selvatiche e caprioli; il cane
preferito, di razza pura, un fenomeno a cogliere l’usta,
che ancor oggi agita la coda e tiene le orecchie basse
sforzandosi di farsi più vicino alla voce che riconosce
e muore nello sforzo; finché anche noi come Odisseo
piangiamo per il cane Argo e per tutti gli altri cani,
per le retate di criceti e il panico dei ratti albini
e la deportazione di un canarino di nome Pepiček.
CAMPFIRES
Tutta la notte fuochi crepitanti tennero alto il morale
mentre nella terra di nessuno sonnecchiavano e sui campi di battaglia.
(Notti miti – non un alito, costellazioni in cielo
splendenti attorno a una luna abbagliante –
quando in alto una radura nell’aria svela
spazio sconfinato, e tutte le stelle appaiono
e illuminano le cime dei colli, le valli, i promontori e le punte
come Tonakeera e Allaran dove la marea
volge verso Killary, dove i salmoni lasciano il mare,
dove il pastore sorride sul suo campo lucente.
Tanti fuochi brillavano davanti a Ilio
tra il fiume e le navi: mille fuochi, e attorno
a ciascuno cinquanta uomini riposavano nella luce
delle fiamme.) I cavalli attendevano l’alba
muovendosi accanto ai carri, masticando orzo e avena lucente.
L’UOVO DEL LUCHERINO
Considera l’uovo del lucherino,
finemente screziato – macchie
e trattini – lilla, pallida ruggine
rossiccia, spruzzi di sangue
sparsi su un bianco verdastro –
tramonto a finis terrae – insomma
considera l’uovo del lucherino.
PROSEGUENDO AMERGIN
Sono la trota che si dilegua
fra le pietre di guado.
Sono la giovane anguilla
che indugia sotto il ponticello.
Sono il leprotto che mangiucchia
presso la siepe di fucsia.
Sono l’ermellino che danza
attorno al masso erratico.
Sono la matassa di lana
che vento e filo spinato ingarbugliano.
Sono il fango e lo sputo
che edificano il nido della rondine.
Sono il canto del saltimpalo,
sasso che percuote il sasso.
Sono il corvo aereo
che ha l’occhio in quello dell’agnello.
Sono il chiurlo notturno
che zufola nella canna fumaria.
Sono il pipistrello
che dimora tra costellazioni.
Sono la goccia di pioggia che racchiude
lino di fata oppure Samolus.
Sono il bocciolo di ninfea
e l’autunnale orchidea Spirantes.
Sono il temporale che penetra
nel buco della serratura.
Sono il chicco di grandine annerito
che il camino torna in acqua.
Sono la tana della lontra
e il covo del tasso nelle dune.
Sono il tasso che nell’alta marea
annega fra i detriti galleggianti.
Sono la lontra che muore
in cima al tumulo funebre.
IL MODELLINO DI AMELIA
I
Nel suo modellino del sistema solare
la mia cosmologa settenne
lega a uno spiedino da barbecue
con filo fusibile i pianeti, bottoni:
Venere, un bottone d’avorio,
Mercurio argento accanto al sole,
per Giove madreperla,
rosso e verde per Marte e la Terra,
per gli anelli di Saturno uno scovolino:
sicché nell’oscurità esterna
accanto alla cucina i suoi occhi castani
rappresentano Urano e Nettuno.
II
Amelia, nel filo non hai aggiunto Plutone
alla tua scultura del sistema solare:
minuscolo e remoto, un mondo gelido
di gelidi monti e neve di metano,
la danza di cinque lune sconosciute al sole,
il regno del dio dell’aldilà –
è lì, bambina mia, che andremo quando moriamo.
STELLE BAGNATE
Ho destato – al di là delle pietre di guado
sulla marea di luna piena – l’immaginazione –
guarda solo – costellazioni momentanee –
stelle bagnate fra i piedi – fosforescenza –
ardore dell’acqua del mare.
La storia della rivista «Nuovi Argomenti»
1953-1964
Alberto Carocci e Alberto Moravia fondano «Nuovi Argomenti». «L’idea», ricorderà Moravia, «era quella di creare una rivista di sinistra come “Temps Modernes” di Sartre, la quale avrebbe avuto un’attenzione per la realtà italiana di tipo oggettivo e non lirico». Il bimestrale ha la sua redazione in via dei Due Macelli 47 (segretario di redazione: Giovanni Carocci) e viene stampato presso l’Istituto Grafico Tiberino di Roma.
Il primo numero (marzo-aprile 1953) porta in sommario una Inchiesta sull’arte e il comunismo con interventi di Moravia, Lukacs, Solmi e Chiaromonte, ma anche racconti di Franco Lucentini e Rocco Scotellaro e un saggio di Franco Fortini.
Dal 1953 al 1964, sui 71 numeri che compongono la prima serie di Nuovi Argomenti scrivono, tra gli altri, Arbasino, Bassani, Bianciardi, Bobbio, Calvino (che pubblica La nuvola di Smog e il Diario americano) Cassola, Ginzburg, Fenoglio, Maraini, Montale, Morante, Ortese, Ottieri, Piovene, Pratolini, Raboni, Rea, Vittorini, Zolla.
Sul n. 10 del 1954 esce l’Inchiesta su Orgosolo di Franco Cagnetta; quest’ultimo – assieme ai direttori Carocci e Moravia – verrà denunciato dall’allora Ministro dell’Interno Mario Scelba per «reato di vilipendio delle forze armate» e «pubblicazione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico», e la rivista venne sequestrata. Nel 1956, sul n. 17-18, Moravia pubblica alcuni capitoli inediti del suo romanzo La ciociara e la rivista per la prima volta apre alla poesia con Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini. Sul n. 20 (maggio-giugno 1956) trovano spazio 9 domande sullo stalinismo, con un’intervista a Palmiro Togliatti. È una formula che verrà replicata spesso, con le 9 domande sul romanzo (n. 37 del 1959, con scritti di Bassani, Calvino, Cassola, Montale, Morante, Moravia, Pasolini, Piovene, Solmi e Zolla), le 7 domande sulla poesia (n. 55-56 del 1962, con interventi di Baldacci, Bertolucci, Caproni, Devoto, Forti, Legnetti, Luzi, Montale, Paglierini, Pasolini, Pedio, Pignotti, Roversi, Sereni, Siciliano, Solmi, Vivaldi e Zolla) e le 10 domande su «neocapitalismo e letteratura» (n. 67-68 del 1964, con articoli di Arbasino, Baldini, Chiaramonte, Contessi, Cusatelli, Eco, Guglielmi, Leonetti, Moravia, Ottieri, Pasolini, Raboni, Rosso, Roversi, Siciliano, Saccà, Vittorini).
1966-1980
Nel gennaio del 1966 esce il primo numero della seconda serie – trimestrale – pubblicata da Garzanti. Ai due fondatori si è aggiunto nella direzione Pier Paolo Pasolini. Segretario di redazione è Enzo Siciliano che nel 1972, alla morte di Carocci, sostituisce quest’ultimo come direttore. Siciliano può considerarsi colui che su «Nuovi Argomenti» pratica la saggistica letteraria più compiuta, con attenzione, anche nella rivisitazione dei classici, alla sensibilità civile, ai rapporti della letteratura con la storia. Sulla rivista aveva esordito nel 1962, rispondendo al questionario sulla poesia e, due anni dopo, a quello su neocapitalismo e letteratura. Ma la caratteristica della sua presenza è data dal dittico intitolato L’anima contro la storia, due saggi su Bassani e su Elsa Morante che, dal 1966, vedono iniziare la sua presenza sempre più continua.
La seconda serie dura per 66 numeri e chiude nel 1980, segnando un percorso dove il fatto letterario tende sempre più a prendere il posto della discussione politica. Come un ciclone, nella seconda serie sta il nome di Pier Paolo Pasolini. Si può dire che la seconda serie di «Nuovi Argomenti» sia la serie di Pasolini, come la prima stagione della rivista era stata quella di Moravia, come la terza a quarta serie saranno soprattutto segnate da Siciliano. Pasolini dirige la rivista con una vitalità che tende a rompere i margini, assecondando una serie di collaborazioni dei cui autori il tempo perderà le tracce; ma tra i nomi rimasti, per esempio, ci sono Dario Bellezza, Franco Cordelli, Antonio Debenedetti, Dacia Maraini (che esordì nella prima serie, ma trovò nella seconda una vena di interesse civile), Giorgio Montefoschi, Vincenzo Pardini, Renzo Paris. A partire dal n. 10 della seconda serie (aprile-maggio 1968), Pasolini accantona discussioni di linguistica, cinema e poesia e irrompe con forza nel fascicolo della rivista. A sua firma compaiono sei interventi (Il PCI ai giovani!, Una risposta a Siciliano, Anche Marcuse adulatore, Aneddotica dell’integrazione a sinistra, Ah, Italia disunita!, e infine, come notizia da ultim’ora, Hanno sparato a Bob Kennedy). L’ultima firma è posta a 1951 nell’ultimo numero del 1975, che si sovrappone alla tragica notte all’Idroscalo di Ostia.
Nel primo numero dell’anno seguente, l’Omaggio a Pasolini coprirà la quasi totalità del fascicolo. Attilio Bertolucci affianca Moravia e Siciliano nella direzione. Redattori della rivista, dal 1974, sono Dario Bellezza e Piero Gelli. Nel 1978, Bellezza appare come segretario di redazione, con Gelli e Franco Cordelli come redattori. Tra gli autori invitati a collaborare alla rivista, Celati, Cerami, Consolo, Cucchi, Elkann, Giudici, Magrelli, Magris, Malerba, Montefoschi, Rosselli, Scialoja, Sereni, Siti, Spaziani, Zanzotto. Si pubblicano scritti di Octavio Paz, Julio Cortazar, Roland Barthes, Michail Bulgakov, Henry Michaux, José Lezama Lima, Michail Bachtin, Boris Pasternak, Joseph Brodskij.
1982-1994
«Scrivere di politica: portare o costringere gli scrittori a occuparsi di quei fatti che assediano da vicino l’esistenza quotidiana, e che ci appaiono indecifrabili, lugubremente enigmatici. Con questa ambizione si apre la terza serie di “Nuovi Argomenti”», scrive Enzo Siciliano nell’editoriale del numero di gennaio-marzo 1982 intitolato La letteratura delle cose, inaugurando i cinquanta numeri della terza serie pubblicati da Mondadori. Direttori sono Moravia, Siciliano e Leonardo Sciascia. Il collegio di direzione è composto da Dario Bellezza, Giulio Bollati, Franco Cordelli, Enzo Golino, Carlo Gregoretti, Leonardo Mondadori, Massimo Piattelli Palmarini, Lucio Villari. Nel 1984 entra a farne parte Edoardo Albinati, nel 1986 Leopoldo Fabiani. Dal 1988 Sandro Veronesi è segretario di redazione. Lo stesso anno Antonio Debenedetti entra nel collegio di direzione. Nell’89 ci sono anche Bruno Guerri, Rasy, Tondelli, Montefoschi, Elkann e Guarini e Giorgio Caproni affianca per breve tempo i direttori della rivista, fino alla sua morte che avverrà l’anno seguente.
Nel 1990, il n. 33 di «Nuovi Argomenti» (con una copertina di Mario Schifano) rende omaggio aLeonardo Sciascia, appena scomparso. Francesca Sanvitale diventa direttore accanto Moravia e Siciliano. Quest’ultimo, dall’anno seguente, avvia regolarmente la pubblicazione di un suo “diario” come editoriale della rivista. Sempre nel 1990, alla morte di Alberto Moravia, accanto a Siciliano e alla Sanvitale arrivano alla direzione Furio Colombo e Raffaele La Capria, con Dacia Maraini e Franco Cordelli in veste di vicedirettori. La rivista pubblica scritti di Bufalino, Eco, Ferrara, Mafai, Manganelli, Parazzoli, Scalfari, Tabucchi, Tobino, Vattimo, Villari, Viola, Zeichen e prosegue nella sua vocazione al talent-scouting aprendo alla collaborazione di giovani autori tra cui Abbate, Affinati, Albinati, Busi, Carbone, Colasanti, Covito, Lodoli, Mazzucco, Onofri, Picca, Tamaro, Tondelli, Trevi, Valduga, Veronesi, oltre a pubblicare scrittori stranieri quali Borges, Brodkey, Carver, Chatwin, Doctorow, Grossman, Kundera, Lowry, McEwan, McInerey, Oates, Perec, Updike, Walcott, Wolfe, Yeoshua. Nel 1993, per decisione di Enzo Siciliano e Sandro Veronesi, sul numero 48 (ottobre-dicembre) viene pubblicato il racconto lungo La baracca di Andrea Carraro, da cui successivamente lo scrittore romano trarrà il romanzo Il branco.
1994-1997
Nel 1994 la rivista cambia casa per la quarta volta. L’editore è Giunti che pubblicherà 12 fascicoli. La direzione, già dall’ultimo numero della serie Mondadori (n. 50), è composta da Dacia Maraini, Raffaele La Capria, Furio Colombo e Enzo Siciliano (direttore responsabile). Della redazione sono entrati a far parte Eraldo Affinati, Antonella Anedda, Luca Archibugi, Rocco Carbone, Massimo Onofri, Aurelio Picca, Emanuele Trevi. Al collegio di direzione si aggiungono Vincenzo Pardini, Giovanni Raboni, Nico Orengo, Sapo Matteucci, Giorgio Ficara. Segretario di redazione è Simone Caltabellota. Caporedattore Arnaldo Colasanti.
«Nuovi Argomenti» si conferma palestra per i giovani critici scrittori e poeti che in molti casi parteciperanno poi direttamente alla sua redazione: Scarpellini, Manica, Martini, Gibellini, Susani, Giartosio, Galaverni, Tripodo, De Bernardinis. Nel 1994 esordisce Niccolò Ammaniti, nel 1997 Alessandro Piperno. Sulla rivista trovano spazio Luca Doninelli, Antonio Riccardi, Claudio Piersanti, Enzo Fileno Carabba, Giulio Mozzi, Giuseppe Montesano, Antonio Franchini, Maurizio Maggiani. Vengono pubblicati Paul Auster, Don DeLillo e Seamus Heaney. Il formato non è più in ottavo ma diventa quello di un libro tascabile (sull’esempio della «Paris Review»).
1998-oggi
Dal 1998 «Nuovi Argomenti» torna ad essere stampata da Mondadori. Il primo numero della quinta serie è intitolato Terrore e terrorismo. Arnaldo Colasanti diventa direttore con Colombo, Maraini, La Capria e Siciliano (che è sempre il direttore responsabile). Lorenzo Pavolini è caporedattore. Alla redazione partecipano anche Andrea Salerno e Massimiliano Capati; collaborano Abeni, Guerneri, Tarquini, Santi. Sulle pagine della rivista continuano a passare scrittori e vita politica: Pascale, Fois, Riccarelli, Raimo, Ferracuti, Lagioia, Armitage, Strand, Hughes, Annunziata, De Angelis, Veltroni, Riotta, Moresco, Asor Rosa, Mari, Pascale, Guglielmi, Cortellessa, Voltolini.
Il n. 21 (gennaio-marzo 2003) festeggia una data importante e si chiama appunto Abbiamo 50 anni– Prologo. Seguiranno Abbiamo 50 anni – Atto Primo, Abbiamo 50 anni – Atto Secondo e Abbiamo avuto 50 anni. A partire dal numero di luglio-settembre 2003 inizia l’assidua collaborazione di Alessandro Piperno che firma un pezzo dal titolo Lettera aperta a Enzo Siciliano sul caso Philip Roth. Mario Desiati viene chiamato da Siciliano per svolgere le funzioni di segretario di redazione, in cui entrano Carlo Carabba, Leonardo Colombati, Helena Janeczeck e Roberto Saviano.
Per la rivista si apre una nuova stagione, suggellata nel 1994 dall’uscita del n. 28, Italville, e un anno dopo dal n. 30, Atlantide – Luoghi e personaggi sommersi, due numeri in cui intervengono molti dei più promettenti giovani autori del panorama italiano, tra cui Leonardo Colombati, Mario Desiati, Giuseppe Genna, Nicola Lagioia, Francesco Pacifico, Massimiliano Parente, Valeria Parrella, Tommaso Pincio, Alessandro Piperno, Flavio Santi, Roberto Saviano, Wu Ming 1.
Il 9 giugno 2006 muore Enzo Siciliano. Il n. 35 di «Nuovi Argomenti» gli rende omaggio con un numero speciale, Officina Siciliano, in cui lo ricordano tra gli altri Alberto Arbasino, Bernardo Bertolucci, Franco Buffoni, Arnaldo Colsanti, Franco Cordelli, Alain Elkann, Miriam Mafai, Valerio Magrelli, Raffaele Manica, Dacia Maraini, Vincenzo Pardini, Elisabetta Rasy, Giorgio van Straten. Quest’ultimo, assieme a Raffaele Manica, entra nella direzione affiancando Colasanti, Colombo e La Capria. Direttore responsabile diventa Dacia Maraini.
Nel gennaio 2009 Carlo Carabba diventa coordinatore della redazione. Gli succederanno Francesco Pacifico, Marco Cubeddu e Francesca Ferrandi.
Dal 2019 la direzione è composta da Colombati, La Capria, Manica, Maraini e van Straten.
Poesie di Rosaria Ragni Licinio, “Viatico per peccatori”
da Ensemble –Rivista Atelier
Rosaria Ragni Licinio (Taranto, 1978) è scrittrice, pittrice e giornalista.Ha fondato il litblog Poesiaealtreparole e lavora in ambito editoriale. Alcune sue poesie sono presenti in antologie e riviste sia nazionali che internazionali, come ad esempio: Metafory Współczesności, (Polonia, 2018), Advaitam Speaks Literary Vol.3-Issue 2 (India, 2019), Frequenze Poetiche (2021), I cieli della preistoria. Antologia della nuovissima poesia pugliese, A. A. V. V. (Marco Saya, 2022), Fissando in volto il gelo, A. A. V. V. (Terra d’Ulivi, 2023). Nel 2021 è risultata tra i vincitori del premio di poesia Marco Di Meola. Interno rosso Marte (Gattomerlino/Superstripes, 2021) è la sua opera prima.
Nascere dall’acqua
nel DNA la deriva
il destino dell’incompiuto
o qualsivoglia vergogna
– la torre del lancio è alta –
resta la paura
e la terra così ansiosa
e la cultura radicata
– quel peccato immorale –
lasciarsi andare
senza sapere la morte.
*
Nessuna carne
la caduta del non essere
soltanto il rumore
la cosa che resta.
Chi muore non assomiglia a nessuno
– nomina l’inizio – ha un altro passo
tolti i giorni alla paura
ruba la notte e le infelicità
d’improvviso spargono stelle.
È successo anche a me
voler recitare la fine
e poi ricevere un pugno.
*
Il giudizio della madre si scontra
dove cade la distanza
e il parlare è cieco
si perde la sagoma di figlia
e la mano nella tasca insiste
il perdono, un cuneo nel petto
tornare bambina
che si svela tardi e scava
un altro sì, una nuova
data di nascita.
*
L’estasi è la nostra consapevolezza
un’altra esperienza del tempo ci fissa
e la schiera di rinnegati risponde
dentro la virtù una totalità
sta per punire l’incendio
l’uomo nudo è in conflitto con la luce
nasconde il marchio della fiamma.
Di questo taglio nessuno s’è accorto
l’isolamento di un dettaglio – la realtà –
l’ultimo vezzo prima di svanire.
*
Ogni giorno staccarsi piano
come le foglie d’autunno
che non sono morte
dimenticare la mancanza di luce
per qualcosa sulla terra
ancora restare.
Biblioteca DEA SABINA- La rivista «Atelier»
La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Direttore responsabile: Giuliano Ladolfi Coordinatore delle redazioni: Luca Ariano
Redazione Online Direttori: Eleonora Rimolo, Giovanni Ibello Caporedattore: Carlo Ragliani Redazione: Mario Famularo, Michele Bordoni, Gerardo Masuccio, Paola Mancinelli, Matteo Pupillo, Antonio Fiori, Giulio Maffii, Giovanna Rosadini, Carlo Ragliani, Daniele Costantini, Francesca Coppola.
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Breve biografia di Nicole Brossard-Poetessa, narratrice e saggista del Québec, Nicole Brossard è nata a Montréal nel 1943. A partire dal 1965 ha elaborato un’opera – nei vari campi della scrittura – tra le più importanti del periodo contemporaneo, riuscendo ad immergersi in modo dirompente nel tumulto della modernità. L’autrice ha infatti rinnovato, in modo radicale, con rigore e lucidità, il campo letterario precedentemente esistente, diventando “l’emblema stesso della nuova scrittura quebecchese” (Pierre Nepveu, ndr). Non meno importante l’attività di divulgatrice e teorica della letteratura del Québec.
La voce di Nicole Brossard, definita in un primo tempo “femminista”, è quella sontuosa e mai scontata di una cittadina del pianeta che naviga al di sopra della questione dei generi, nei mari aperti della parola piena e consapevole. È colei che osa dire: “ascolto ancora / al confine delle lingue / il rumore degli incendi / le domande, l’arte”. Sa benissimo che l’inferno è qui “sul bordo rovesciato di vivere”, ma continua per la sua strada avendo davanti a sé l’infinito da esplorare, per quel desiderio inarrestabile di “spargere baci tra i continenti” e forse per l’utopia di lenire il dolore del mondo.
Va detto, in conclusione, che Nicole Brossard non si compiace nei propri sogni, va oltre, tuffandosi “nel gran vivaio dei mormorii” (non a caso nella sua poesia appaiono Joyce e Svevo) per donare una parola d’eclissi e di riflessi capace di fondare le relazioni tra le cose, tra gli esseri.
Nicole Brossard ha pubblicato una trentina di libri tra i quali Le Centre blanc, La lettre aérienne, Le désert mauve, Hier, Cahier de roses et de civilisation. I più recenti sono: Je m’en vais à Trieste (2003) e L’horizon du fragment (2004). Le è stato conferito due volte il Prix du Gouverneur Général (1974, 1984) per la poesia. Ha cofondato nel 1965 la rivista letteraria “La Barre du Jour” e, nel 1976, il giornale femminista “Les Têtes de Pioche”. Ha corealizzato il film Some American Feminists (1976). Nel 1991, ha pubblicato insieme a Lisette Girouard Anthologie de la poésie des femmes au Québec (Des origines à nos jours), e nel 2002 l’antologia Poèmes à dire la francophonie. Nel 1991, le è stato conferito il Prix Athanase-David, la più alta onorificenza letteraria del Québec, e nel 1994 è entrata a far parte della Académie des Lettres du Québec. Nel 1999, ha ricevuto per la seconda volta il Grand Prix du Festival International de la Poésie de Trois-Rivières per le raccolte poetiche Musée de l’os et de l’eau e Au présent des veines. Premio W.O. Mitchell (2003). Inoltre: Prix Molson del Conseil des Arts du Canada (2006) e il titolo di Chevalier de l’Ordre de la Pléiade e Membre de la Société Royale du Canada.
L’insieme della sua opera, tradotta in molte lingue, fa di Nicole Brossard una scrittrice di livello internazionale.
ogni sete è una conca di luce
nel dolore ancestrale
nel grande casellario dei pronomi
dimmi se la mia morte va veloce dall’uno
all’altro secolo se con gli anni dovrò dimenticare
l’orchidea, aggiornare il delirio
dimmi se questa fame che ho dell’alba
si aggirerà tra i campi
tremante come un’ossessione, un orizzonte
*
non sarà facile dire io
se tutto questo gira male, valanga
o eternità e malinconia
so che abbiamo toccato
troppi orizzonti
l’infinito nelle nostre bocche
tradotto con pazienza
*
non ho ancora parlato di scomparsa
qualche detrito a monte di tutti i pronomi
la vita prende delle decisioni
e sotto la pelle ci prepara
ruote della fortuna e rompicapi
futuro e funerali
adesso ecco i ghiacciai
qualche materiale
di alba e sofferenza
*
essere là tutta una vita nella specie flessibile
con questo riflesso che persiste a volere
rappresentare tutto dell’ebbrezza e dei gesti
i morsi, le camere con le loro nicchie
di ombra soffice, le fronti preoccupate
nostra fragilità
e certo siamo senza risposta
ad ogni bacio!
*
idee di caduta e labirinto
come se al fondo delle nostre braccia
tutto quello che esiste fosse
fatto nell’attesa di spostare l’alba
scoprire il velo sopra il regno animale
allora io resto sveglia
tra temperini e cenere
*
non ci sarà ritratto
di mia madre né un’acquaforte o un gesto
né frase memorabile
o resisterà una scena ancora in piedi
nella città e nel vento
un fruscio di sciami che l’alba
avrà rapito veloce e intenso
*
e se l’angoscia se ciò che anima
le tue notti di letture e sogni
if dust on you fingers vibrates
avvolgiti nell’ombra
in un posto con del blu e del vuoto
ci sarà certo dell’acqua nei tuoi occhi
modernità e paura nei tuoi vestiti
*
stringiti al silenzio
all’alba il verbo essere pulsa più veloce
dentro le vene, fila una cometa
come dopo l’amore o un granello di sale
sulla lingua di mattina, gusto d’immensità
che ci riporta
dentro la primigenia umidità
abbracciami
l’acqua può fare di noi due
lo stesso luogo
CHARLES WRIGHT-Poesie scelte- pubblicate da Avamposto
Charles Wright è unanimemente considerato uno dei maggiori poeti statunitensi dell’ultimo secolo. Ha frequentato il Davidson College e lo Iowa Writers’ Workshop, e ha fatto parte per quattro anni nell’esercito americano, periodo durante il quale – di stanza a Verona – Wright ha cominciato a leggere e scrivere poesia.
CHARLES WRIGHT-Poesie scelte-
La terra è saliva, ciò che s’attacca come colla fresca.
È per camminarci, è per distendersi,
un lenzuolo sicuro per la resurrezione.
La terra è quel che viene dopo di te,
seguendo i tuoi passi, contandoti i denti, padre
e figlio, padre e figlio del figlio,
un coltello, un seme, ognuno piantato profondo quanto basta.
Si comincia da lì. Gli uccelli erompono in fiamme nella tua manica;
ti s’incendiano le scarpe, le scarpe buone;
i calzini affondano nel terreno, passato tutto il dolore;
le caviglie affondano nel terreno, le tibie, le gambe…
post-procreatore di necessità,
infuocato come asparago nel campo notturno,
cerchi la via di fuga alla luce di te stesso.
Charles Wright -Poeta statunitense
Riunione
Di già un giorno s’è staccato da tutto il resto laggiù.
Ha la mia foto nella sua soffice tasca.
Vuole portare il mio respiro nel passato nella sua borsa di vento.
Scrivo poesie per liberarmi, espiare e sparire
dall’angolo alto a destra delle cose, per rendere grazie.
Autoritratto
Un giorno scopriranno me e le mie mani bucate,
il plenilunio alle spalle, la nebbia in cerca dell’orizzonte perduto, il bordo
del continente marcato di giallo, ansietà di luci,
schiene bianche di frangente, una sabbia nerofumo,
le ceneri e schegge di carbone che discolperanno il mio nome.
Intanto mi canticchierò una cantilena e farò ordine qui intorno.
Le piante di giada e d’oleandro fluttuano splendenti.
Le foglie del pepe s’inverdiscono.
La mia figura si profila in inchiostro nero e draga lentamente nel cielo
in attesa d’essere riempita.
Mano che una volta mi sollevasti, sollevami ancora,
tirami fuori in carne e ossa, aggiustami gli occhi.
Dal marciume e dal sottobosco, proteggimi e
spingimi oltre.
Dalle mie parole e dalle mie carezze,
dalla rosa e dal gesto scemo, liberami e spingimi oltre.
***
E ora a valle, te stesso, e l’ombra di te stesso,
tutto quello che porti indietro.
Eppure, è abbastanza: cassa di risonanza, corrimano,
apparecchio acustico e occhio introspettivo…
indietro dalla montagna delle sette caverne, la sua croce
dove è inchiodato il serpente; indietro
dal ceppo di querce e dalla rosa, il loro rivolo
ricercato dai ciechi col loro tocco asciutto; indietro
dagli Innocenti, quella tinozza dove il sole e la luna
s’immergono nel loro bagno rosso…
l’Eco è arbitraria: fiamma, vento, diluvio
e suolo, ognuno un sopravvissuto, ognuno
erede dell’impronta digitale, il lapsus linguae.
Ognuno è il suo inizio; ognuno, in sé, un fine…
Notte chiara
Notte chiara, punta del pollice d’una luna, cielo in controluce.
Dita di luna dispongono la stessa routine
sulla pedana laterale e sulla soglia, le chiavi bianche e le chiavi nere.
Silenzio d’uccelli e canto d’uccelli. Cade un fiore di cassia.
Voglio essere illividito da Dio.
Voglio essere impiccato in una luce forte e prescelto.
Voglio essere steso come musica estorta da un seme caduto.
Voglio essere penetrato e raccolto pulito.
E il vento mi dice «Cosa?».
E i semi di ricino, coi loro orecchini di morte, mi dicono «Cosa?».
E le stelle si risvegliano sul loro freddo sdrucciolo nel buio.
E gli ingranaggi cadono nelle loro tasche e i motori girano.
Charles Wright -Poeta statunitense
Ultimo diario
Condannati dalla nostra stessa bocca,
noi che riponiamo fiducia nelle cose visibili.
Ben presto dimenticheremo il mondo.
E ben presto il mondo dimenticherà noi.
Il soffio della vita, da questa all’altra trapassando,
è quel che dice il vento, nella sua sola parola
la gioia della terra.
Lussuria della lingua, lussuria dell’occhio,
condannati dalla nostra stessa bocca…
Orsa nordamericana
Inizio di novembre nell’anima,
pioggia forte e oro scuro
dagli alberi, luce obliqua
del pomeriggio inoltrato e greve peso sul cuore.
Come sempre svigorito e spento.
Sessantaduenne, voce incolta, incline alla notte,
sono in piedi e tranquillo sul vialetto vuoto.
Sblocca il mio habitat, luce stellare, fammi insolubile;
negativa del mio post-panorama
muovi furtiva l’ombra sulla mia bocca.
———————————-
Casuale geometria delle stelle,
casuali stringhe di parole
belle come l’alfabeto.
O così le ricordo,
Orsa nordamericana,
Orione, Cassiopea e le Pleiadi,
che cuciono la loro sintassi sul cielo profondo del North Carolina
mezzo secolo fa,
la lingua perduta di notti estive, la pergamena muta
del tempo,
trafitta sul suo scuro cilindro celestiale.
———————————-
Cosa c’è per noi d’imperturbabile nelle stelle?
Quale impulso, quale bassa marea
ci attrae lassù come vertigine, quale
inversione di quota ci spinge verso i loro abissi chiari?
Stanotte, per esempio,
qualcosa ruota dietro i miei occhi,
qualcosa d’illacrimato, qualcosa d’innominabile,
filando veloce la tela.
Chi dirà che il cuore dirottato non è tornato alla sua gabbia?
Chi dirà che il respiro d’un angelo non m’ha
sfiorato l’orecchio?
———————————-
Cammino nel freddo della notte d’autunno pieno
come Orfeo,
pensando il mio canto, ansioso di voltarmi,
la mia vita svanita un ornamento, una nuvola alla deriva, dietro di me,
leggera trascendenza di cenere
sepolta e risorta una volta, e poi ancora e ancora.
Il marciapiede si srotola come sonno profondo.
Sopra di me le stelle, stelle austere,
scoprono il volto.
Nessun cuore batte alle mie spalle, nessun passo.
———————————-
Charles Wright -Poeta statunitense
La stagione ci viene incontro, foglie morte e erbe appassite
incerate dal vento ovunque guardi,
il cielo chiaro della notte
acceso di stelle e da stelle trafitto, quella costellazione, quelle sette stelle lassù,
il Generale Ke-Shu che solleva la spada, dicono i cinesi.
O lo disse uno di loro,
uno del Fronte Occidentale, come parte del suo esercito senz’altro.
Posso quasi vederlo anch’io,
spada lunga sopra il collo dell’Orsa,
il suo carro senza ruote, spolverío dell’oscurità come tempesta di sabbia a occidente.
———————————-
Alcuni di questi fuochi stellari devono essere certo cenere ormai.
Mi gingillo per il giardino,
canticchio vecchie canzoni che non interessano più nessuno.
Il cappello d’oscurità cala sul cielo notturno
pollice dopo pollice, piede dopo piede nero,
sopra i Blue Ridge.
Com’era vivo il fuoco del mondo, mi dico,
prima dei capelli bianchi e la cenere dei giorni.
Scruto le costellazioni,
dimenticando qualunque cosa avessi da dire.
———————————-
Ancora il marciapiede che si srotola grigio e lungo. 9 di sera.
Un vento freddo dal cielo lontano.
C’è un’ultima solitudine che non ho raggiunto ancora,
stanchezza in gola come polvere.
Fremo dentro il suo contorno,
e mi sento sicuro però, mentre le stelle si spargono, per un’altra notte
da viandante medievale affrescato col suo poema in mano,
i cieli che restano il mio rione.
E come lui, anche con qualcosa di rosso e inviolato
sotto i piedi.
Charles Wright -Poeta statunitense
Charles Wright è nato nel 1935 a Pickwick Dam, in Tennessee. Ha studiato al Davidson College, all’Università dell’Iowa e all’Università di Roma. Dal 1957 al 1961 ha prestato servizio nell’Intelligence Service dell’esercito americano a Verona. Qui ha iniziato la sua vicenda di poeta sollecitato dalla lettura della poesia di Ezra Pound e dai paesaggi del nord Italia che l’avevano ispirata. Borsista Fulbright a Roma dal 1963 al 1965 con il progetto di tradurre La bufera e altro di Eugenio Montale, si è avvicinato in questo periodo anche alla poesia di Dante e a quella di Cesare Pavese. Ha insegnato all’Università di Padova e all’Università della California a Irvine; dal 1983 è professore d’inglese, titolare della Souder Family Chair, all’Università della Virginia. Ha avuto incarichi accademici anche alle Università di Princeton, Columbia e Iowa, e, nella primavera del 1992, all’Università di Firenze. Alla sua opera sono andati numerosi riconoscimenti, fra cui il Premio Pulitzer e l’Ambassador Book Award nel 1998, il National Book Critic Circle Award nel 1997, il Lenore Marshall Poetry Prize nel 1996, il Ruth Lilly Poetry nel 1993, il PEN Translation Prize nel 1979. Nel 1998 ha ricevuto a Firenze il Premio Antico Fattore.
Testi selezionati da Breve storia dell’ombra (trad. di A. Francini, Crocetti, 2006) e Crepuscolo americano e altre poesie (trad. di A. Francini, Jaca Book, 2001)-Fonte – Avamposto
Rivista Avanposto
«Avamposto» è uno spazio di ricerca, articolato in rubriche di approfondimento, che si propone di realizzare un dialogo vivo rivolto allo studio della poesia attraverso un approccio multidisciplinare, nella consapevolezza che una pluralità di prospettive sia maggiormente capace di restituirne la valenza, senza mai sfociare in atteggiamenti statici e gerarchizzanti. Ma «Avamposto» è anche un luogo di riflessione sulla crisi del linguaggio. L’obiettivo è interrogarne le ragioni, opponendo alla tirannia dell’immediatezza – e alla sciatteria con la quale viene spesso liquidata l’esperienza del verso – un’etica dello scavo e dello sforzo (nella parola, per la parola). Tramite l’esaltazione della lentezza e del diritto alla diversità, la rivista intende suggerire un’alternativa al ritmo fagocitante e all’omologazione culturale (e linguistica) del presente, promuovendo la scoperta di autori dimenticati o ritenuti, forse a torto, marginali, provando a rileggere poeti noti (talvolta prigionieri di luoghi comuni) e a vedere cosa si muove al di là della frontiera del già detto, per accogliere voci nuove con la curiosità e l’amore che questo tempo non riesce più a esprimere.
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