Breve biografia di Karin Maria Boye – Poetessa svedese (Göteborg 1900 – Alingsås 1941). L’immoralismo eroico di Nietzsche, l’umanesimo socialisteggiante predicato da E. Blomberg e la psicanalisi formano il sostrato della sua opera lirica e narrativa, in cui si rispecchia il cammino ideale di tutta una generazione: dalla rivolta alla religione tradizionale fino al vitalismo e al nichilismo. Alle prime raccolte di poesie: Moln (“Nubi”, 1922); Gömda land (“Terre nascoste”, 1924); Härdarna (“I focolari”, 1927), seguirono För trädets skull (“Per amore dell’albero”, 1935); De sju dödssynderna (“I sette peccati mortali”, 1941, postumo). L’urgenza di irrisolti problemi morali è eloquentemente illustrata nel romanzo autobiografico: Kris (“Crisi”, 1934) e nell’allegoria politica alla Huxley, Kallocain (1940), sul paventato trionfo d’una dittatura universale. Morì suicida.
Sento i tuoi passi nella sala
Sento i tuoi passi nella sala,
sento in ogni nervo i tuoi rapidi passi
che nessuno nota altrimenti.
Intorno a me soffia un vento di fuoco.
Sento i tuoi passi, i tuoi amati passi,
e l’anima fa male.
Cammini lontano nella sala,
ma l’aria ondeggia dei tuoi passi
e canta come canta il mare.
Ascolto, prigioniera dell’oppressione che consuma.
Nel ritmo del tuo ritmo, nel tempo del tuo tempo
batte il mio polso nella fame.
Come posso dire
Come posso dire se la tua voce è bella.
So soltanto che mi penetra
e che mi fa tremare come foglia
e mi lacera e mi dirompe.
Cosa so della tua pelle e delle tue membra.
Mi scuote soltanto che sono tue,
così che per me non c’è sonno nè riposo,
finché non saranno mie.
Ricordo
Quieta voglio ringraziare il mio destino:
mai ti perdo del tutto
Come una perla cresce nella conchiglia,
così dentro di me
germoglia dolcemente il tuo essere bagnato di rugiada.
Se infine un giorno ti dimenticassi –
allora sarai tu sangue del mio sangue
allora sarai tu una cosa sola con me –
lo vogliano gli dei.
Karin Boye
Il meglio
Il meglio che possediamo
non lo si può dare,
non lo si può dire
e neanche scrivere.
Il meglio del tuo animo
niente lo può lordare.
Risplende profondo laggiù
per te e per Dio solamente.
È il colmo della nostra ricchezza
che nessun altro possa raggiungerlo.
È il tormento della nostra miseria
che nessun altro possa averlo.
Io non ti perderò mai-
Nessun cielo di una notte d’estate senza respiro
giunge così profondo nell’eternità,
nessun lago, quando le nebbie si diradano,
riflette una calma simile
come l’attimo –
quando i confini della solitudine si cancellano
e gli occhi diventano trasparenti
e le voci diventano semplici come venti
e niente c’è più da nascondere.
Come posso ora aver paura?
Io non ti perderò mai.
Karin Boye
Certo che fa male
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.
Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.
Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.
Salva
(da Nuvole, 1922)
Il mondo scorre da fango, vuoto lo riempie.
Ferite, che il giorno ha aperto, si chiudono, quando è sera.
Calma, calma inclino il capo
a una santa visione, il tuo ricordo che indugia.
Tempio; rifugio; purificazione;
santuario mio!
Sulle tue scale lontana la tenebra, salva,
serena come un bimbo mi addormento.
Le stelle
(da Terre nascoste, 1924)
Ora è finita. Ora mi sveglio.
Ed è quieto e facile l’andare,
quando non c’è più niente da attendere
e niente da sopportare.
Oro rosso ieri, foglia secca oggi.
Domani non ci sarà niente.
Ma stelle ardono in silenzio come prima
stanotte, nello spazio intorno.
Ora voglio regalare me stessa,
così non mi resterà alcuna briciola.
Dite, stelle, volete ricevere
un’anima che non possiede tesori?
Presso di voi è libertà senza difetto
lontana la pace dell’eternità.
Non video forse mai il cielo vuoto,
chi dette a voi il suo sogno e la sua lotta.
Karin Boye
(da I focolari, 1927)
Credo che la morte sia come te,
alta e pallida e diritta come te,
tempie ugualmente incurvate,
occhi di mare, occhi di lontananze come te
le stesse labbra chiuse nel dolore.
Sei la morte. Io sono tua,
tua la mano e tua la mente.
Hai stordito tutte le forze della vita,
cullato in un triste torpore
sogno e atto, che appena hanno provato l’ala.
Ma ti amo, mia morte,
tu mia lunga amara morte,
nella cui mano chiusa inaridisce la mia vita.
Tu mia dolce, dolce morte –
Ti benedico ogni istante che tormenti!
Il violoncello profondo della notte
(da Per l’albero, 1935)
Il violoncello profondo della notte
scaglia nelle ampie distese la sua oscura esultanza.
Le immagini vaghe delle cose sciolgono la loro forma
in fiumi di luce cosmica.
I marosi, brillando lunghi,
si frangono onda su onda attraverso l’eternità blu notte.
Tu! Tu! Tu!
Spiegata leggera materia, schiuma fiorente del ritmo,
sospeso, vertiginoso sogno di sogni,
bianco abbagliante!
Un gabbiamo io sono, e su ali plananti
bevo beatitudine salata di mare
molto più ad est di tutto ciò che so,
molto più ad ovest di tutto ciò che voglio,
e sfioro il cuore del mondo –
bianco abbagliante!
Molte voci parlano
(da I sette peccati capitali e altre poesie postume, 1941)
Molte voci parlano.
La tua è come acqua.
La tua è come pioggia,
quando cade attraverso la notte.
Mormora sottovoce,
scende brancolando,
lenta, incerta,
penosamente viva.
Trema come terra
dietro ogni rumore,
stilla e cola
contro la mia pelle,
morbidamente s’avvolge,
mi avviluppa,
riempie le mie orecchie
di ricordi sussurranti.
Voglio sedere in silenzio
dove non posso disturbarti.
Voglio abitare e vivere
dove posso udirti.
Molte voci parlano.
Attraverso tutte queste
odo solo la tua
cadere come pioggia notturna.
Vladimír Holan-Poeta ceco (Praga 1905 – ivi 1980). Cultore, in un primo tempo, della poesia astratta, spesso indecifrabile (Blouznivý vějíř “Il ventaglio delirante”, 1926), seppe farsi appassionato testimone degli anni tragici della Boemia (Září 1938 “Settembre 1938”) e limpido cantore della nuova Cecoslovacchia (Dík Sovětskému Svazu “Gratitudine all’Unione Sovietica”, 1945; Tobě “A te”, 1947). Dal 1948 si chiuse in un isolamento totale, immerso nella visionaria e dolorosa meditazione da cui nascono le altre sue opere: Mozartiana (1963); Bez názvu (“Senza titolo”, 1963); Na postupu (“In progresso”, 1964); Noc s Hamletem (“Una notte con Amleto”, 1964); Trialog (“Trialogo”, 1964); Bolest (“Il dolore”, 1965); Smrt a sen a slovo (“La morte e il sogno e la parola”, 1965); Ale je hudba (“Ma c’è la musica”, 1968); Asklépiovi kohouta (“Un gallo a Esculapio”, 1970); Na celé ticho (“Ovunque è silenzio”, 1977).
La poesia di Vladimir Holan è una delle migliori espressioni della lirica del Novecento.
«Derubando i ricordi»
Nell’umidità
È una pioggia autunnale, testarda fino alla noia,
che racimola la schiuma della rabbia,
celata da tutti gli uomini
già da molto chiusi in una stanza.
Pallidi, stanno alla finestra e mirano
con un piacere mordace e pretenzioso
come accanto ai frutteti un bimbo fradicio
sta offrendo a nessuno fiori di carta,
proteggendoli con il cavo del suo palmo.
Li protegge invano… Invano li offre…
E invano li proteggerà e offrirà
finché non ci proverà nel linguaggio degli animali
o finché non si decide a passarlo
il parco nell’indugio sdegnato, parco
in cui non c’è nulla più che una panchina
né piallata né verniciata,
una panchina su cui s’è risparmiato,
una panchina per i morti…
Alla fine del mondo
Qui in verità è come con un fiume
nell’istante in cui abbandona un lago estinto:
un paio di sanguinolenti abissi, che non sanno dove sono,
un paio di colonne, pitturate con il seme marmoreo delle idee,
e un pugno di vecchie stracciate mappe
che non è da meno
d’un mazzo di banconote di oscura origine
che una macilenta ironia incontrerebbe alla soglia del suo uscio…
Per istanti, quasi a testimonianza, si fa sentire
un certo vertiginoso mormorio…
E come se la mestizia passasse tra le premonizioni
in bianche vesti di nessuno…
Vladimír Holan-Poeta cecoVladimir Holan
Voce e controvoce
I
Allora
È notte. Al banco del bar ti versano sempre quell’ultimo bicchiere
col biasimo della compassione… Ma dietro di te
il corpo di un tale, un poveraccio follemente solo,
caduto per la sbronza dalla farfalla al bruco,
caduto tra sé e sé per una disperazione
cui non si sfugge,
ti ricorda irraggiungibilmente e perfidamente
due certi pendìi, lacerati dalle rocce,
dagli alberi novelli, dalla lussuria che sprizza nella coda delle donnole
e dall’azzurrognola coscienza degli sparvieri.
Tra i pendìi farneticava un fiumicello
come un pugno di tranelli scagliati in faccia all’udito.
Eri giovane a quel tempo… Non facevi caso
a come crudelmente consumata fosse la maniglia del cimitero…
“Vi prego, un altro ancora!”… Sì, e il sole
era un chiccomagno come il sangue del pavone
e tu attraverso quel corso d’acqua
da riva a riva posasti masso dopo masso…
Quando si fece buio, ci passò lei.
II
Vladimir Holan
E oggi
È notte. Al banco del bar ti versano sempre quell’ultimo bicchiere
con stanchezza truce… Ma non parliamo di questo,
non ci conosciamo, e tutto accade così,
come quando ci si incontra sulle scale:
uno va su e l’altro va giù…
Giù in basso ci sei tu ora,
per fortuna il rum non si chiede che cosa mai v’è successo,
poiché non è ancora né polvere né saliva
e non gli piove nella tomba.
È un rum davvero buono: bevi il primo dopo quello
come l’autunno beve, dopo le lacrime false, vino dai comignoli
durante le inalazioni del dio del momento…
Del momento? No, durevolmente e come scorticandoti
sai a rovescio dove vive colei che ti amava,
ah ardentemente lo sai e miracolosamente lo sai,
ma sei qui in una così lasciva supplica e così senza un passaggio
che anche la contrada dovrebbe avere un ponte crollato…
Vladimir Holan
Creparsi dei ghiacci
È da tempo finito il banchetto e l’invitata giunge solo ora.
Non sapendo che fare con il tuo spavento
che, fuori, dietro le finestre
a malapena porta aiuto al fragore del ghiaccio che si crepa,
volentieri si immedesimerebbe in una più certa sembianza.
Ma mentre fa concessioni agli spiriti,
ti viene inesorabilmente incontro –
e tu di colpo e quasi confidenzialmente cominci a capire
che non puoi amare per essere amato,
che non puoi amare ed essere amato,
che non puoi amare perché ami,
a che devi amare chi non ti ama…
Dovunque II
La sera è così bella che ti vergogni anche solo di bramare
dalle profondità di un malinconico vuoto…
I morti è come se si camminassero addosso in bruchi del cimitero,
l’animale è come se qualcuno lo spaventasse con il grembiule del macellaio,
le cose è come se non sapessero dove sono…
Sì, è scritto che nessuno scorgerà Dio da vivo.
Egli dunque ci risparmia, quando dimora nell’obnubilamento,
nel fuoco, nella nebbia, nella nuvola, nel vento
e quando cammina tra i sipari e nel futuro…
Anche i santi intravidero solo la sua schiena.
***
Dalla raccolta Penultima (versi degli anni 1968-1971)
Firma
No, quella volta non c’ero, vi sbagliate
e anche il mio sosia nega
che si trattava di una voce e di un’altra voce ancora,
e che due voci non c’erano, allora…
Non c’erano… Giacché tradizione orale
e insegna sono la stessa cosa…
Sono quello che è pubblico… Ed è anche
per questa ragione che Dio
chiederà un giorno a se stesso
una firma nel proprio libro…
Vladimír Holan-
Qualcosa
Quando su quei vostri splendidi capelli
metteste una parrucca,
volevo ordinare che tutto
si fondesse nel bronzo, poiché il gesso
pensa solo a se stesso… Ma qualcosa
mi paralizzò allora,
anche se poi se ne disputò a lungo
con schiuma di birra sulla barba degli uomini…
Sì, dopo un morso velenoso possiamo litigare
per sapere se era un serpente… Ma non è necessario…
***
Dalla raccolta Addio ? (versi degli anni 1972-1977)
Perché vivere
Sì, proprio quella notte, e come se più a buon mercato
e sotto un soffitto basso, – sì, proprio quella notte,
che sa tutto da lontano
ma che intercede per il presente
e non perdona alla sua durata
che vuole raggiare se stessa e andare dove vuole –
sì, proprio quella notte,
e come se egli volesse dimostrare
che anche il destino se ne vergogna:
iniziò, derubando i ricordi,
a domandarsi perché vivere…
Vladimir Holan
I passi
Si immagina come tutto ciò sarebbe
se avesse avuto mai una qualche idea
e con quali parole e con quale voce la pronunzierebbe…
Una tale inaccessibilità lo sgomenta,
non può capire neanche il suo tossicchiare,
e tantomeno la domanda, se avesse avuto mai
qualche rimpianto… Ma come un’altra volta
cammina da un angolo all’altro della sua stanza
e il cubismo dei suoi passi disturba il vicino…
Vladimír Holan-
Breve biografia di Vladimír Holan- Poeta ceco (Praga 1905 – ivi 1980). Cultore, in un primo tempo, della poesia astratta, spesso indecifrabile (Blouznivý vějíř “Il ventaglio delirante”, 1926), seppe farsi appassionato testimone degli anni tragici della Boemia (Září 1938 “Settembre 1938”) e limpido cantore della nuova Cecoslovacchia (Dík Sovětskému Svazu “Gratitudine all’Unione Sovietica”, 1945; Tobě “A te”, 1947). Dal 1948 si chiuse in un isolamento totale, immerso nella visionaria e dolorosa meditazione da cui nascono le altre sue opere: Mozartiana (1963); Bez názvu (“Senza titolo”, 1963); Na postupu (“In progresso”, 1964); Noc s Hamletem (“Una notte con Amleto”, 1964); Trialog (“Trialogo”, 1964); Bolest (“Il dolore”, 1965); Smrt a sen a slovo (“La morte e il sogno e la parola”, 1965); Ale je hudba (“Ma c’è la musica”, 1968); Asklépiovi kohouta (“Un gallo a Esculapio”, 1970); Na celé ticho (“Ovunque è silenzio”, 1977).
a cura di Maria Borio – nata nel 1985 a Perugia.È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite (“XII Quaderno italiano di poesia contemporanea”, Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).
Vladimír Holan-
La poesia di Vladimir Holan, dai Quaderni di Traduzioni, XV, Aprile 2013 (Rebstein), cura e traduzione di Sergio Corduas.
Je jaro … V noci, v hodinu lichou
slyšel, jak pláče réva,
ačkoli veliký hluk dělala voda,
ztrácející se z rybníka dírou,
kterou do hráze navrtal úhoř …
Co mu zbývalo, než aby,
zamilován až po uši hudby do mizení,
propadal hrdlem vzlyků útrpnému právu němoty?
A přece, ejhle, krása pojednou
a milost, s kterou nám ji sdílel!
E’ primavera… Di notte, nell’ora vana
udì gemere la vite,
nonostante il forte rumore dell’acqua
che si perdeva dallo stagno attraverso un foro
scavato nella diga dall’anguilla…
Che altro restava a lui, se non patire,
innamorato fino al collo della musica che svanisce,
il pianto e la tortura della mutezza?
***
Spatřil ji jenom jednou.
Ale od té chvíle žasl
a začal předzpěvovat, aniž měl komu,
a začal spoluzpívat, aniž kdo s ním šel…
Po celý rok osmělil se ji takto zbožňovat,
přítomný do budoucna, jak už doufal,
zatímco netuše se těžce vracel
od Panny Marie k Evě …
Potom jí napsal.
Byl to muž a měl tedy strach.
Přečtla si jeho dopis při světle krbu,
do kterého jej potom vhodila.
A on si přečetl její odpověď při světle od sněhu,
který nikdy neroztává …
La vide soltanto una volta.
Ma da quell’istante stupì
e intonò un canto ma non sapeva a chi,
e intonò un coro ma nessuno lo seguì…
Osò adorarla così per un anno intero,
presente per il futuro, come ormai sapeva,
laddove ignaro pesantemente ritornava
da Maria Vergine a Eva….
Poi le scrisse.
Era un uomo e quindi aveva paura.
Lesse la sua lettera alla luce di un camino
nel quale poi la gettò.
Ed egli lesse la sua risposta alla luce di una neve
che mai si scioglie…
***
Zimničné paprsky lůny
a třesoucí se ty, ubohý Mozarte!
Prstomluva hluchoněmých není tak šílená,
protože při ní jsou aspoň dva živí …
Cítíš budoucně skonalý čas …
Kdyby tak najednou přišel aspoň jeden z těch,
co budou na tvém pohřbu,
a tedy nikdo!
Febbrili raggi della luna
e tu tremi, misero Mozart!
Il diteggiare dei sordomuti non è così folle,
perché in esso i vivi sono almeno due…
Senti prossimo il tempo finito…
Se almeno uno d’improvviso venisse di coloro
che saranno al tuo funerale,
e dunque nessuno!
Vladimir Holan
Vladimir Holan, dai Quaderni di Traduzioni, XV, Aprile 2013 (Rebstein), cura e traduzione di Sergio Corduas.La poesia di Vladimir Holan è una delle migliori espressioni della lirica del Novecento.Dopo la prima raccolta di versi Il ventaglio delirante (1926) pubblica Trionfo della morte (1930), L’arco (1934), Primo testamento (1940), Terezka Planetova (1944), Viaggio d’una nuvola (1945), Ringraziamento all’Unione Sovietica (1945), Requiem (1945), Soldati rossi (1956), Una notte con Amleto (1964). Negli ultimi anni ha scritto: Ma c’è la musica (1968), Un gallo a Esculapio (1970), I documenti (1976), Ovunque è silenzio (1977).
Vladimir HolanVladimir HolanVladimir HolanVladimir HolanVladimir HolanVladimir Holan
Breve biografia di Amelia Rosselli (Parigi, 28 marzo 1930 – Roma,11 febbraio 1996), poetessa, nacque in Francia dall’esule antifascista Carlo Rosselli, ucciso nel 1937 dalle milizie fasciste. Perse anche la madre prematuramente nel 1949, rimanendo orfana giovanissima e soffrendo poi a lungo di esaurimenti nervosi e depressione. Visse e studiò in Svizzera e negli Stati Uniti, poi si trasferì in Inghilterra fino al 1946, anno in cui tornò in Italia. Cominciò a lavorare nell’editoria nel 1948, come traduttrice. Fece parte della neoavanguardia letteraria Gruppo 63 e nel 1964 pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Variazioni belliche, poi nel 1966 pubblicò una seconda raccolta intitolata Serie ospedaliera. Ma il suo stile è noto principalmente per il plurilinguismo, evidente in raccolte come Sonno-Sleep (1953-1966) e Sleep. Poesie in inglese (1992). Muore suicida l’11 febbraio del 1996, stessa data della morte nel 1963 della poetessa Sylvia Plath, che tradusse e di cui amò profondamente la poetica.
Poesie da “Variazioni belliche” (1959)
la mia fresca urina spargo
tuoi piedi e il sole danza! danza! danza! – fuori
la finestra mai vorrà
chiudersi per chi non ha il ventre piatto. Sorridente l’analisi
si congiungerà – ma io danzo! danzo! – incolume perché
‘l sole danza, perché vita è muliebre sulle piantagioni
incolte se lo sai. Un ebete ebano si muoveva molto
cupido nella sua
fermezza: giro! giro! come tre grazie attorno al suo punto
d’oblio!
*
sereno il suolo mi rendeva
ogni cupidigia, serena la luna mi porgeva
le sue ansie tributarie. Ma se sereno il sole mi porgeva
la sua candela flaccida, allora sereno mi si porgevano
le ali del
nero vasomotorio dubbio del leone che tanto ingrandì che non più la
sua cellula potè fermarlo.
Amelia Rosselli
Poesia da “Variazioni” (1960-61)
L’inferno della luce era l’amore. L’inferno dell’amore
era il sesso. L’inferno del mondo era l’oblio delle
semplici regole della vita: carta bollata ed un semplice
protocollo. Quattro lenti bocconi sul letto quattro
amici morti con la pistola in mano quattro stecche
del pianoforte che ridanno da sperare.
Poesia da “Serie ospedaliera” (1963-65)
Primavera, primavera in abbondanza
i tuoi canali storti, le tue pinete
sognano d’altre avventure, tu non hai
mica la paura che io tengo, dell’inverno
quando abbrividisce il vento.
Strappi rami agli orticoltori, semini
disagi nella mia anima (la quale bella
se ne sta in ginocchio), provi a me
stessa che tutto ciò che ha un fine
non ha fine.
Oppure credi di dileguarti, sorniona
nascosta da una nuvola di piogge
carica sino all’inverosimile.
Ma il mio pianto, o piuttosto una stanchezza
che non può riportarsi nel rifugio
strapazza le foglie, che ieri
mi sembravano voglie, tenerezze anche
ed ora sperdono la mia brama.
Di vivere avrei bisogno, di decantare
anche queste spiagge, o monti, o rivoletti
ma non so come: hai ucciso il tuo grano
nella mia gola.
Assomigli a me: che tra una morte
e l’altra, tiro un sospiro di sollievo
ma non mi turbo; o mi turbo? del tuo
sembrare agonizzante mentre ridi.
E bestemmia la gente: è più fiera
di te che dello spazio che ti strugge
portandoti fra le mie braccia. E io
stringo una pallida mummia che non
odora affatto: escono semi dai suoi
occhi, pianti, virgole, medicinali
e tu non porti il monte nella casa
e tu non puoi fruttificare, queste
sorelle che ti vegliano.
Sembri infatti un morto nella cassa
e non ho altro da fare che di battere
i chiodi nella faccia.
Amelia Rosselli
Poesia da “Documento” (1966-73)
Se non è noia è amore. L’intero mondo carpiva da me i suoi
sensi cari. Se per la notte che mi porta il tuo oblio
io dimentico di frenarmi, se per le tue evanescenti braccia
io cerco un’altra foresta, un parco, o una avventura: –
se per le strade che conducono al paradiso io perdo la
tua bellezza: se per i canili ed i vescovadi del prato
della grande città io cerco la tua ombra: – se per tutto
questo io cerco ancora e ancora: – non è per la tua fierezza,
non è per la mia povertà: – è per il tuo sorriso obliquo
è per la tua maniera di amare. Entro della grande città
cadevano oblique ancora e ancora le maniere di amare
le delusioni amare.
Questa notte con spavaldo desiderio scesi per le praterie d’un lungo fiume impermeato d’antiche abitudini ch’al dunque ad un segnale indicavano melma, e fiato. Solo sporcizia sì, vidi dall’ultimo ponte, dubitando d’una mia vita ancora rimasta al sole, non per l’arrosto ma per il fuoco è buona: se a tutti divenne già prima ch’io nascessi – indifferente la mia buona o cattiva sorte, dall’altr’angolo che non da questa visione crematorizzata dalla mia e vostra vita terrorizzata se resistere dipende dal cuore piuttosto dalle sottane s’arrota la Mistinguette, la vita sberciata per un attimo ancora, se sesso è così rotativo da apparire poi vano a questo recitativo che mi faceva passare per pazza quando arroteandomi dietro ad ogni scrivania sorvegliavo i vostri desideri d’essere lontani dalla mia, rotativa nella notte specchiata nel lucido del vetro che copre le vostre indifferenze alla mia stralunante morte.
Amelia Rosselli
Breve biografia di Amelia Rosselli (Parigi, 28 marzo 1930 – Roma,11 febbraio 1996), poetessa, nacque in Francia dall’esule antifascista Carlo Rosselli, ucciso nel 1937 dalle milizie fasciste.Perse anche la madre prematuramente nel 1949, rimanendo orfana giovanissima e soffrendo poi a lungo di esaurimenti nervosi e depressione. Visse e studiò in Svizzera e negli Stati Uniti, poi si trasferì in Inghilterra fino al 1946, anno in cui tornò in Italia. Cominciò a lavorare nell’editoria nel 1948, come traduttrice. Fece parte della neoavanguardia letteraria Gruppo 63 e nel 1964 pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Variazioni belliche, poi nel 1966 pubblicò una seconda raccolta intitolata Serie ospedaliera. Ma il suo stile è noto principalmente per il plurilinguismo, evidente in raccolte come Sonno-Sleep (1953-1966) e Sleep. Poesie in inglese (1992). Muore suicida l’11 febbraio del 1996, stessa data della morte nel 1963 della poetessa Sylvia Plath, che tradusse e di cui amò profondamente la poetica.
Biografia di Nicole Brossard è nata a Montréal. Poeta, romanziera e saggista, due volte vinitrice del premio del Governatore generale per la sua poesia, Nicole Brossard ha pubblicato più di trenta libri dal 1965. Molti di questi libri sono stati tradotti in inglese: Mauve Desert, The Aerial Letter, Picture Theory, Lovhers, Baroque at Dawn, The Blue Books, Installations, Museum of Bone and Water e più recentemente Intimate Journal e Yesterday, at the Hotel Clarendon. È cofondatrice e codirettrice della rivista letteraria La Barre du Jour (1965-1975), ha codiretto il film Some American Feminists (1976) e coeditato la famosa Anthologie de la poésie des femmes au Québec, pubblicata la prima volta nel 1991 e poi nel 2003. ha vinto anche il Grand Prix de Poésie du Festival international de Trois-Rivières in 1989 e in 1999. In 1991, le è stato attribuito il Prix Athanase-David (il più ambito riconoscimento letterario in Québec). È membro dell’Accademia delle lettere del Québec. Ha vinto il premio W.O. Mitchell nel 2003. Il suo lavoro è stato largamente tradotto in inglese e spagnolo ed è anche disponibile in tedesco, italiano, giapponese, sloveno, rumeno, catalano e altre lingue. Le edizioni Guernica hanno recentemente pubblicato un libro di saggi (edito da Louise Forsyth) sul suo lavoro. Vive e scrive a Montréal.
Sorrow:soft e sete
ogni sete è una conca di luce
nel dolore ancestrale
nel grande casellario dei pronomi
dimmi se la mia morte va veloce dall’uno
all’altro secolo se con gli anni dovrò dimenticare
l’orchidea, aggiornare il delirio
dimmi se questa fame che ho dell’alba
si aggirerà tra i campi
tremante come un’ossessione, un orizzonte
*
non sarà facile dire io
se tutto questo gira male, valanga
o eternità e malinconia
so che abbiamo toccato
troppi orizzonti
l’infinito nelle nostre bocche
tradotto con pazienza
*
non ho ancora parlato di scomparsa
qualche detrito a monte di tutti i pronomi
la vita prende delle decisioni
e sotto la pelle ci prepara
ruote della fortuna e rompicapi
futuro e funerali
adesso ecco i ghiacciai
qualche materiale
di alba e sofferenza
*
essere là tutta una vita nella specie flessibile
con questo riflesso che persiste a volere
rappresentare tutto dell’ebbrezza e dei gesti
i morsi, le camere con le loro nicchie
di ombra soffice, le fronti preoccupate
nostra fragilità
e certo siamo senza risposta
ad ogni bacio!
*
idee di caduta e labirinto
come se al fondo delle nostre braccia
tutto quello che esiste fosse
fatto nell’attesa di spostare l’alba
scoprire il velo sopra il regno animale
allora io resto sveglia
tra temperini e cenere
*
non ci sarà ritratto
di mia madre né un’acquaforte o un gesto
né frase memorabile
o resisterà una scena ancora in piedi
nella città e nel vento
un fruscio di sciami che l’alba
avrà rapito veloce e intenso
*
e se l’angoscia se ciò che anima
le tue notti di letture e sogni
if dust on you fingers vibrates
avvolgiti nell’ombra
in un posto con del blu e del vuoto
ci sarà certo dell’acqua nei tuoi occhi
modernità e paura nei tuoi vestiti
*
stringiti al silenzio
all’alba il verbo essere pulsa più veloce
dentro le vene, fila una cometa
come dopo l’amore o un granello di sale
sulla lingua di mattina, gusto d’immensità
che ci riporta
dentro la primigenia umidità
abbracciami
l’acqua può fare di noi
Vertigine della ribalta
il futuro sarebbe poesia sarebbe
occhi di silenzio e di aeroporti
occhi curiosi di velocità e di immenso
luglio ci renderebbe fertili
con leggi dimenticate che sfiorano le nostre guance
e insieme una folla di esistenze
tante vite utili alla vita
ben presto il mondo sarà riempito dalle nostre braccia
mutando senza sosta
noi avremo un falso aspetto
e la preoccupazione di fermare
nel cuore e nelle orecchie
le sillabe colmate di vissuto
non tocchiamo il silenzio
è la nostra riserva di speranza
funzione che rigenera il futuro
una fervida attesa che pazienta
sotto le nostre palpebre
Quaderni di rose e civiltà
1.
poema per capire come
ci si possa piegare
ad un’idea
sfiorando coi capelli il fondo del silenzio
2.
qualunque sia il mese qualunque la ferita
o il tenero colore del meriggio
tu anneghi nella
lingua la lingua e il suo salato mormorio
3.
non ti scordare di voltare pagina
ad ogni gesto libero
perché l’ombra non cada
sulla facciata della solitudine
4.
ancora certi giorni ancora io
aggiungo qualche cosa alla sostanza
dei volti conosciuti. Collare di memoria
e di animale salvato dall’abisso,
visto di spalle, collare: il verbo essere.
Nicole Brossard
Biografia di Nicole Brossardè nata a Montréal. Poeta, romanziera e saggista, due volte vinitrice del premio del Governatore generale per la sua poesia, Nicole Brossard ha pubblicato più di trenta libri dal 1965. Molti di questi libri sono stati tradotti in inglese: Mauve Desert, The Aerial Letter, Picture Theory, Lovhers, Baroque at Dawn, The Blue Books, Installations, Museum of Bone and Water e più recentemente Intimate Journal e Yesterday, at the Hotel Clarendon. È cofondatrice e codirettrice della rivista letteraria La Barre du Jour (1965-1975), ha codiretto il film Some American Feminists (1976) e coeditato la famosa Anthologie de la poésie des femmes au Québec, pubblicata la prima volta nel 1991 e poi nel 2003. ha vinto anche il Grand Prix de Poésie du Festival international de Trois-Rivières in 1989 e in 1999. In 1991, le è stato attribuito il Prix Athanase-David (il più ambito riconoscimento letterario in Québec). È membro dell’Accademia delle lettere del Québec. Ha vinto il premio W.O. Mitchell nel 2003. Il suo lavoro è stato largamente tradotto in inglese e spagnolo ed è anche disponibile in tedesco, italiano, giapponese, sloveno, rumeno, catalano e altre lingue. Le edizioni Guernica hanno recentemente pubblicato un libro di saggi (edito da Louise Forsyth) sul suo lavoro. Vive e scrive a Montréal.
Endre Ady (1877-1919) è vissuto nell’Ungheria a cavallo di due secoli, alla vigilia del crollo dell’impero austro-ungarico, mentre il paese era combattuto tra arretratezza e modernità, tra le rivendicazioni sociali stroncate dalla tragedia della Grande Guerra e la nascita dei grandi movimenti artistici e culturali del Novecento. Di tutti gli umori del tempo ha fatto materia dei suoi versi. Poeta “maledetto”, consumato dall’alcool e dal fumo, spesso in povertà, ma con l’ambizione di frequentare il grande mondo internazionale della cultura, fu portato a morte precoce dalla sifilide contratta in un incontro occasionale. Inviso ai benpensanti, adorato dal popolo e dagli artisti, nella Budapest in cui si addensavano le ombre di un fascismo spietato seppe tenere aperto uno spiraglio di libertà, assieme a Béla Bartók, György Lukács, Lajos Kassák. Di famiglia calvinista, ebbe sempre una passione profonda per i testi della tradizione biblica, ma non ne fece mai oggetto di una devozione formale. Il suo definirsi un «incredulo che crede» lo fa sentire vicino alla sensibilità dell’Occidente contemporaneo.
Endre Ady (1877-1919)
*
Testi selezionati da Il perdono della luna. Poesie 1906-1919 (trad. di G. Caramore, V. Gheno, Marsilio, 2018)
ENDRE ADY
Poesie scelte
Il poeta di Hortobágy
Un giovane cumano, occhi grandi,
dilaniato da brame pensose,
custode di mandrie, andava verso Hortobágy,
la celebre steppa magiara.
Miraggi e crepuscoli allora
cento volte gli presero l’anima.
E se nel cuore un fiore sbocciava
se lo brucavano i popoli branco.
Mille volte pensò cose sublimi.
Pensò alle donne, al vino, alla morte.
Ovunque altrove nel mondo
sarebbe stato un sacro cantore.
Ma se osservava i compagni – sporchi,
ebeti, in brache – se osservava il suo gregge,
seppelliva veloce il suo canto:
erompeva in bestemmie. O fischiava.
Al cospetto del principe buono Silenzio
Cammino nel bosco, sotto la luna.
Mi battono i denti, fischietto.
Alle mie spalle, alto, un colosso:
il principe buono Silenzio;
e guai a me se indietro mi volto.
Guai a me se tacessi,
o guardassi lassù, verso la luna.
Un gemito, uno schianto.
Un solo passo, e il principe buono, Silenzio,
già mi avrebbe schiacciato.
Il Maligno antico
[…]
«Signore, ho una madre: una donna che è santa.
Ho una Léda: che sia benedetta.
Ho un paio di guizzi di sogni,
qualche seguace. E sotto la mia anima
un grande acquitrino: l’orrore».
«Avrei forse anche uno o due canti,
una o due nuove, grandi canzoni lascive,
ma ecco, voglio soccombere
sotto il tavolo, nell’ebbrezza,
in questa antica contesa».
«Signore, congeda il tuo servo desolato,
non c’è nulla ormai, solo la certezza
l’antica certezza, il sicuro sfacelo.
Non m’incantare, non farmi male, non darmi da bere.
Signore, io non voglio più bere».
«Ho la nausea, un gran disgusto
e reni malati e consunti.
Mi inchino a te un’ultima volta,
scaglio a terra il bicchiere.
Io mi arrendo, Signore».
[…]
Sangue e oro
A me, al mio orecchio fa lo stesso,
se ansima la voluttà o rantola il tormento,
se sgorga il sangue o tintinna l’oro.
Io so, proclamo che questo è il Tutto
e che a nulla serve ogni altra cosa:
solo il sangue e l’oro. Il sangue e l’oro.
Tutto muore e tutto trascorre,
gloria, canti, potere, denaro.
Ma sopravvivono il sangue e l’oro.
Popoli muoiono e ancora rinascono
e santo è l’audace che, come me, afferma
per sempre: il sangue e l’oro.
Sotto il monte di Sion
Con barba arruffata, bianca, da Dio,
lacero, tremulo, correva ansimante,
il mio Signore, da tempo in oblio,
in alba d’autunno, umida, cieca,
da qualche parte, sotto il monte di Sion.
Una grande campana il mantello,
rattoppato con lettere rosse,
mesto e malconcio, il vecchio Signore,
percuoteva, picchiava la bruma,
per il Rorate cœli suonava campane.
Un lume nella mia tremula mano,
una fede nella mia anima lacera,
e nella mente la giovinezza di un tempo:
allora fiutavo l’odore di Dio,
e qualcuno andavo a cercare.
Mi attendeva là, sotto il monte di Sion,
ardevano i sassi con fiamme robuste.
Suonando campane mi accarezzava,
le sue lacrime mi mondavano il viso,
era buono il vecchio, e clemente.
La vecchia mano rugosa baciavo,
e contorcendomi rimuginavo
«Come ti chiami, bel vecchio Signore?
A chi ho rivolte le tante preghiere?
Ahimè, non riesco a ricordare».
«Una volta morto a te son tornato
io, che in vita ero dannato.
Potessi ricordare una preghiera di bimbo!»
Lui mi guardò con grande tristezza
e suonava, suonava campane.
«Oh, se sapessi il tuo nome grandioso!»
Attese, attese, poi ascese correndo.
Ogni suo passo il rintocco di un salmo:
salmo di morte. E intanto io siedo, piangendo,
piangendo, sotto il monte di Sion.
In tre sulla pianura
Siamo solo in tre sulla grande pianura:
Dio, io e una maledizione contadina.
So bene che tutti moriremo,
ma io lancio un forte grido spietato.
Io da solo non temo, non tremo,
tanto ormai il mio guscio è di Satana.
Eppure conservo la pianura e il suo Dio
assieme a quella maledizione contadina.
Qui ormai è inutile tutto, in autunno,
in inverno, e primavera, e nella lenta estate.
Sulla grande pianura non ci sarà prodigio,
se noi, noi tre, non proviamo a resistere.
E adesso ammutoliamo
Baciami in bocca, Sera, bella sorella
fammi tacere e dài la notizia
che il tuo fratello, quello che assorda,
ha smesso, irritato, i suoi canti.
Ora per l’ultima volta vuol raccontare
la poca letizia che ha ricavato
da questo matto matto cantare.
Baciami in bocca, Sera, bella sorella.
Divieti mesti, liete confessioni,
melodiosi lamenti, ferite profonde,
mai più scaverò nell’anima mia
pozzi per voi risonanti.
Ogni fonte di sangue è ricolma.
Sulla tomba del sacro tacere di ogni cosa
siedono, muti e come in croce,
divieti mesti e liete confessioni.
Viva ormai ogni cosa, e ciascuno.
Vivano le parole solenni,
ma Endre Ady non parla,
ma Endre Ady non parli.
Si nasconda pure, se sa dove andare,
dimentichi tutti i suoi desideri,
col cuore vermiglio percosso a livida morte,
viva ormai ogni cosa, e ciascuno.
Ammutoliamo, Sera, bella sorella.
Ammutoliamo con un grande bacio.
Guardiamo come fossimo morti,
allentate le corde, la sordità della notte.
Forse ancora romperemo il silenzio,
ma la nostra parola non sarà un sacro segreto,
tormento per noi e per gli altri.
Ammutoliamo, Sera, bella sorella.
La tristezza della resurrezione
[…]
Oh, guai a chi risorge
e non sente la propria vita,
la sua è la parola di vacuo burattino
e lui stesso è marionetta di un teatrino,
domanda, tentazione e mistero.
Io questo aspetto: che qualcuno
mi chiami
e con bocca dolce, calda
mi sussurri chi sono.
Qui nella valle dei Tatra c’è un lago,
scintillante, pulito, selvaggio.
Vi cerco dentro i secoli,
la mia vita,
i canti che schiudono le tombe.
Cerco vicinanza a me stesso,
al Tempo che vola via,
allo specchio, alla magia,
per riconoscermi dentro.
E si ferma la Vita
e so che ormai non c’è nulla,
nessuno vive più
e niente è vero.
Un vecchio viso grinzoso ghigna dal lago.
Non so chi sia.
Sono risorto, ahimè, sono risorto.
La vendetta del silenzio
(Una vecchia leggenda)
Gli venne tagliata la lingua
e languì a morte chi
le sue confortanti parole
assetato amava e bramava.
Così nella puszta viveva
l’ammutolito eremita,
fluttuando in pomeriggi sordi
come calda melodia estiva.
E quando tutto fu taciuto,
eruppe dolore e angoscia,
ogni pietà e silenzio,
accumulati nel muto.
Il vocio vociante in precedenza
mai s’era così presentato;
e tonante l’eremita sparse
tra tutti il suo verbo in abbondanza.
E dei semplici si acquetò
la collera e il cordoglio,
e come un Dio che dispone e castiga
la lingua tagliata parlò.
Stringo con la mia mano che invecchia, la tua mano, e proteggo i tuoi occhi con questi occhi che invecchiano.
Belva di spente età, mi bracca l’orrore, sono arrivato da te attraverso rovine di mondi, e attendo, insieme a te, atterrito.
Stringo con la mia mano che invecchia, la tua mano, e proteggo i tuoi occhi con questi occhi che invecchiano.
Non so perché né sino a quando rimarrò qui con te: ma stringo la tua mano e proteggo i tuoi occhi.
Endre Ady
(Traduzione di Umberto Albini)
da “Endre Ady, Poesie”, Guanda, Milano, 1978
***
Őrizem a szemedet
Már vénülő kezemmel Fogom meg a kezedet, Már vénülő szememmel Őrizem a szemedet,
Világok pusztulásán Ősi vad, kit rettenet Űz, érkeztem meg hozzád S várok riadtan veled.
Már vénülő kezemmel Fogom meg a kezedet, Már vénülő szememmel Őrizem a szemedet.
Nem tudom, miért, meddig Maradok meg még neked, De a kezedet fogom S őrizem a szemedet.
Endre Ady
da “Életem nyitott könyve”, Gondolat, 1977
Parente della morte
Io sono parente della Morte.
Amo l’amore morente,
amo baciare
chi se ne va.
Amo le rose malate,
le vogliose donne sfiorenti,
e i lucenti, malinconici
tempi d’autunno.
Amo il richiamo spettrale
delle ore tristi
e il fratello giocoso
della grande e santa Morte.
Amo coloro che partono,
che piangono e si destano
e, nei freddi mattini brinati,
i campi.
Amo la stanca rinuncia,
il pianto senza lagrime,
la pace, rifugio di saggi, di poeti
e di malati.
Amo i delusi, gl’infermi,
coloro che sono fermi,
gl’increduli, i tristi:
il mondo.
Io sono parente della Morte.
Amo l’amore morente,
amo baciare
chi se ne va.
Proteggo i tuoi occhi
Stringo con la mia mano
che invecchia, la tua mano,
e proteggo i tuoi occhi
con questi occhi che invecchiano.
Belva di spente età, mi bracca l’orrore,
sono arrivato da te
attraverso rovine di mondi,
e attendo, insieme a te, atterrito.
Stringo con la mia mano
che invecchia, la tua mano,
e proteggo i tuoi occhi
con questi occhi che invecchiano.
Non so perché né sino a quando
rimarrò qui con te:
ma stringo la tua mano
e proteggo i tuoi occhi.
Endre Ady (1877-1919)
Endre Ady era un poeta ungherese, nato in una famiglia calvinista aristocratica decaduta. Era nato con sei dita per mano, segno di eccezionalità ma anche di malaugurio, di un destino diabolico. Fu l’ ostetrica ad accorgersene e ad amputargli quello che avanzava. Per tutta la vita il poeta mostrò con orgoglio le sue cicatrici, che chiamava magiche.
Visse e studiò in Ungheria, abbandonando gli studi di Legge per diventare giornalista. Due donne gli furono fatali, la prima perché lo avvelenò. E’ lei la protagonista di un bellissimo racconto intitolato “Il bacio di Rosalia Mihaly“. Rosalia, che nasconde la vera identità di Maria Rienzi, visse solo ventisei anni. Fu “piccola, teatrale e virago”. Aveva i capelli rossi e rideva fragorosamente, secondo quanto si addice a una ballerina. “Non l’ ho mai vista Rosalia Mihaly”, scrive il poeta, “ma nessuna altra donna ha segnato la mia vita in modo più possente”. Si era invece invaghito di Marcella Kun, anche lei attrice, e le aveva promesso che se si fosse concessa avrebbe scritto per lei una bella recensione. Ma lei tentennava, spaventata dal suo ardore. “Io non mi ero mica messo a studiare l’ amore per sapere che diavolo fosse”, le diceva, “ma per consumarmici, per ridurmici in cenere, come più mi fa piacere”. Ma alla fine cedette. E lo contagiò. Una ricerca ossessiva delle origini della malattia, porta il poeta, attraverso un giornalista mediocre e volgare, fino alla tomba di Rosalia Mihaly, ultimo anello della catena. Così scriveva Ende Adry, e identica era la sua vita. La sifilide lo tenne in ostaggio tutta la vita. E l’ alcool accompagnò la sua autodistruzione.
Quel bacio avvelenato divenne l’ immagine primaria della sua poesia, e insieme il diaframma che lo costrinse al di qua della vita che avrebbe voluto. Era un giornalista di successo e un poeta quasi sconosciuto, quando gli fu diagnosticata da un medico parigino. Era lì, nella ville lumiere dei poeti simbolisti – dove scopre le opere di Mallarmè, Verlaine, Rimbaud, Baudelaire, fratelli d’ arte e di insanità – insieme alla donna che amò perdutamente. Adel Brul, divenuta poi Leda nei canti che le dedicò, era la moglie di un eccentrico e ricco uomo d’ affari, Odon Diosy. “Aveva i capelli tinti di azzurro cupo, le scarpe, le calze dello stesso azzurro; si metteva del rossetto non soltanto sulle guance e sulle labbra, ma ne tingeva anche, rendendole simili all’ interno di una conchiglia, le narici dal disegno inconsueto sul naso imponente”. La descrive così Paolo Santarcangeli nella prefazione alla raccolta di poesie pubblicate da Lerici editore. Una femme fatale, una donna alta provocante sensuale e colta. Lei lo trasformò da giornalista di talento a poeta grandissimo, tra i più importanti della cultura austro-ungarica. Profeta di un mondo prossimo alla dissoluzione, cantore di passione e desiderio, sensuale e potentissimo. “Credo di essere la coscienza dell’ odierna magiarità colta” scriveva Endre Andy di sè dopo la pubblicazione della raccolta di poesie che lo consacrò al successo e lo travolse insieme di critiche e riprovazione (Új ver sek, Poesie nuove), – “ma questa coscienza non può essere sempre pulita”. Rimane a Parigi per un anno, con Leda e il marito, poi torna in Ungheria. Ma nel 1906 ripartono insieme e viene per la prima volta in Italia. Per una crociera che parte da Trieste e arriva fino in Sicilia. Sarà di nuovo a Roma nel 1911 ma il suo amore con Leda, sempre tormentato e funestato dal male e dalla sua vita disperata, sta per finire.
L’ anno successivo lei lo lascia per un altro uomo, e lui, su consiglio dell’ amico Sándor Ferenczi, allievo prediletto di Freud, decide di ricoverarsi in un ospedale per malattie mentali. “Siamo in piedi, rigidi e dimenticati/ sull’ orlo di un precipizio selvaggio/ l’ uno all’ altra attaccati,/ né un lamento lacrima o parola/per precipitare basta una mossa/come legami di carne e sangue/ci proteggono le nostre labbra/blu e tremanti, ci tengono attaccati/finche mi baci non abbiamo parole/ma dì un parola e cadiamo entrambi”, scrive in una sua poesia famosa che risale a quel periodo. Si consolerà sposando qualche anno dopo la giovanissima ammiratrice Beruka Bonza, la Csinszka delle sue poesie. Con lei si trasferisce in Transilvania.
Nel frattempo, il 28 giugno 1914, lo studente bosniaco Gavrilo Princip uccide l’ arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo. Endre Ady scrive, si spende contro la catastrofe del conflitto in agguato, ma invano. Un mese dopo l’ Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia, dando inizio alla prima guerra mondiale. La sconfitta militare, avrà come conseguenza la fine dell’ Impero. Nel 1918, in seguito al Trattato Versailles, nascono Austriae Ungheria come stati autonomi, e insieme la Cecoslovacchia e un nuovo assetto dei Balcani che diventarà la Yugoslavia. I nuovi confini costringono un quarto della entia magiara a vivere fuori dalla nuova nazione ungherese. La Transilvania diventa rumena, e anche il paese natìo di Endre Ady, Érmindszent, che alla morte del poeta verrà a lui intitolato. Nella nuova repubblica, il poeta viene eletto presidente della Accademia Vorosmarty, la più importante istituzione culturale del paese. Ma le sue condizioni di salute non gli permisero neanche di tenere il discorso di insediamento. Muore il 27 gennaio 1919 e i suoi funerali furono seguiti da una folla enorme che lo acclamava come il poeta simbolo della nuova nazione. Lui lasciò scritto soltanto che voleva essere dimenticato, come una domanda senza risposta.
Nuno Júdice -Poeta portoghese Ha un curriculum da Nobel. Laureato in Filologia Romanza presso la Facoltà di Lettere di Lisbona, e addottorato in Letterature Romanze Comparate presso la Facoltà di Scienze Sociali e Umane dell’Universidade Nova di Lisbona, dove è stato Professore dal 1976 al 2015.
UNA RIFLESSIONE SUL BELLO ETERNO,INTERROTTA DALLA VISIONE DELL’EFFIMERO
L’armonia che, per i classici, esprimeva il rapporto delle parti con il tutto, ha attraversato i millenni senza alterare l’equilibrio dell’uomo nel centro della sua sfera. Codesto uomo, con la sua rappresentazione simmetrica, si definisce a partire da un universo che ha un limite nella comprensione divina della materia e dello spirito. E potrei continuare così, se non udissi rompersi un bicchiere in fondo alla casa – qualcuno che si è distratto, e che ha rotto, di colpo, il mio ragionamento. Al tempo stesso, però, ho scoperto che nulla di ciò che io pensavo era originale; e soltanto prendendo dal pavimento i vetri rotti, un luccichio breve nel loro contatto con la luce mi ha fatto pensare che, in fin dei conti, anche l’armonia nasce dalla distruzione, e il centro della sfera si sposta nel frammento che mantengo con le dita, prima di gettarlo nella spazzatura.
I PROBLEMI MATERIALI NON COLPISCONO LA COMPOSIZIONE DELL’OPERA
C’è un passaggio del 1° concerto brandeburghese di johann sebastian bach in cui il ritmo diventa malinconico, come se il compositore volesse fare una pausa in ciò che, apparentemente, descriveva la gioia e la festa di una corte. Ma in codesto adagio, è come se bach obbligasse chi lo udiva a fare una sosta; e, tutt’a un tratto, una desolazione entra nella musica, senza distruggere la sua perfezione, così come anche l’autunno può recare un’altra bellezza alle campagne, quando il cielo si copre di nuvole e le foglie acquistano una tonalità rossastra, annunciando l’inverno. Però, questo cambiamento non dura a lungo; e subito il paesaggio riprende la sua vita, attraverso l’allegro in cui risuona uno splendore di grandi saloni illuminati. La musica si limita a riflettere i sentimenti dell’uomo; e se il compositore indugia nella tristezza, è perché essa è necessaria per vincere il disanimo dell’anima. Ma non tutti lo compresero; e ciò che è certo è che il principe di brandeburgo non gli pagò la commissione.
SUL SEDILE DI UN TRENO
Sul sedile anteriore della carrozza del treno che mi portava alla spiaggia, di tra le scintille della macchina e il vento, lei manteneva la tesa del cappello e guardava la campagna, lasciandomi senza sapere cosa pensare. Ma era proprio ciò che lei voleva: che io non sapessi di stare senza sapere cosa pensare, quando lasciava il cappello e il vento lo lanciava verso il sedile posteriore, dove dovevo andare a recuperarlo. Allora, la sua mano manteneva i capelli; e io lasciavo che il tempo passasse, fra il recuperare il cappello e il restituirlo, affinché la sua mano lottasse contro il vento che le scioglieva i capelli. Ma quando il cappello tornava al suo posto, e lei mi guardava, era come se i suoi occhi fossero pieni del luccichio delle scintille che saltavano dalla macchina a vapore, e incendiavano la mattina in cui io stavo andando al mare, in codesta carrozza di legno dove lei mi lasciò senza sapere cosa pensare, fino a oggi, quando un vento improvviso le ha strappato il cappello dalla mia memoria di lei, e i suoi capelli hanno danzato nell’aria senza che nessuna mano li mantenesse.
L’EFFETTO DEL CINEMA NELLA TESTA DI CHI NON VA AL CINEMA
jean seberg vendeva lo herald tribune nei film di godard, e io cercavo gli spiccioli nel portafoglio per comprare da lei il giornale. Lei mi diceva che non c’era bisogno di dar spiccioli, e io le davo una banconota affinché lei mi desse il giornale, ed era come se l’avessi già letto nei suoi occhi. jean seberg si era tagliata i capelli per comparire nei film di godard come un efebo, e quando io compravo da lei il giornale era come se lei mi dicesse che stavo comprando un’ambiguità di sessi, che non c’era sulla prima pagina del giornale, ma che io potevo leggere sulle sue labbra quando lei mi pregava di non darle spiccioli, e io mi limitavo a darle una banconota per non dover andare ulteriormente alla ricerca di monete, il che mi impediva di guardare i suoi occhi dove potevo leggere la previsione meteorologica per il prossimo millennio, come se jean seberg fosse il cielo senza stagioni e nel suo volto si fissasse l’eternità di una bellezza senza principio né fine. Ma tutto ciò era quando jean seberg compariva nei film di godard, e quando smise di comparire il tempo tornò al suo ritmo normale, lo herald tribune smise di interessarmi, e non avevo più bisogno di cercare spiccioli per comprare giornali che non avrei mai letto, perché ciò che io volevo leggere stava negli occhi di jean seberg, ed essi si erano spenti.
EPISODIO DI CAFFE’
Mentre stavo aspettando il cameriere, allo châtelet, sentendo scorrere l’acqua della senna nella mia testa (stavo cioè sentendo l’acqua picchiare contro gli archi del ponte dello châtelet, mentre i battelli carichi passavano con le luci tutte accese, nel pomeriggio ombroso dell’inverno) si sedette davanti a me una ragazza vestita di nero che, ricordandomi l’immagine della morte, mi fece alzare e uscire dal caffè, senza aspettare che il cameriere venisse a domandarmi cosa volevo. Già per strada, mentre l’aria gelida dell’inverno mi obbligava a correre per arrivare rapidamente a un qualsiasi posto dove potessi avere un poco di calore, sentii dietro di me i passi della ragazza in nero, in corsa, come se la morte mi volesse acciuffare. Mi fermai, affinché lei mi sfiorasse, superandomi; ma quando lei si fermò davanti a me, per parlarmi, rimasi in attesa di ciò che la morte avesse da dirmi. «Si è dimenticato dei libri», mi disse. E mi diede la borsa di cui io mi ero dimenticato, uscendo dal caffè, dopo averla confusa con la morte. «Perché è vestita di nero?» Ma lei già non mi sentiva più; e quando attraversò la strada, e cominciò a passare il ponte dello châtelet, fui io a correrle dietro, per accertarmi che fosse la morte, o se si fosse soltanto vestita di nero per obbligarmi a dimenticarmi dei libri, e poter dire, oggi, che la morte mi corse dietro per liberarmi della sua immagine.
(traduzioni dal portoghese di Marco Bruno)
Nuno Júdice, poeta portoghese
Nuno Júdice è nato nel 1949 a Mexilhoeira Grande (nella regione portoghese dell’Algarve), dove ha una bella casa colonica e ospita d’estate i suoi figli e nipoti. Ha un curriculum da Nobel. Laureato in Filologia Romanza presso la Facoltà di Lettere di Lisbona, e addottorato in Letterature Romanze Comparate presso la Facoltà di Scienze Sociali e Umane dell’Universidade Nova di Lisbona, dove è stato Professore dal 1976 al 2015. Ha pubblicato circa 33 libri di poesia, 13 di narrativa, 10 di saggistica e 5 di teatro, il primo dei quali è stato “A noção de poema” [La nozione di poesia], nel 1972. La sua poesia è stata integralmente raccolta due volte, nel 1991 dalla casa editrice Quetzal e nel 2001 dalla Dom Quixote. È stato tradotto in molte lingue, in particolare in spagnolo, francese e italiano. Svolge, altresì, con regolarità, un lavoro di traduttore di poesia, in cui risalta un’antologia di 100 anni di Poesia Colombiana, antologie di Álvaro Mutis, Pablo Neruda, Emily Dickinson, oltre a varie opere di teatro: Júdice ha tradotto, direttamente per la rappresentazione nel Teatro Nacional de D. Maria, a Lisbona, e nel Teatro di S. João a Porto, pièces di Corneille, Molière, Shakespeare e il “Cyrano de Bergerac”, fra le altre. È stato il coordinatore, per alcuni anni, dei Seminari di Traduzione Collettiva della Fondazione Casa de Mateus. Ha svolto diversi incarichi nella divulgazione della cultura e letteratura portoghesi, fra i quali spiccano il coordinamento per l’area della Lingua del Padiglione Portoghese dell’Esposizione Internazionale di Siviglia, nel 1992, l’incarico di Commissario della Letteratura quando il Portogallo è stato “paese invitato” alla Fiera del Libro di Francoforte, nel 1997, e, infine, le funzioni di Consigliere Culturale dell’Ambasciata di Portogallo in Francia, negli anni 1997-2004, e di direttore del Centro do Instituto Camões a Parigi, nello stesso periodo. Anche in Portogallo ha coordinato alcune azioni di divulgazione della poesia, fra cui risalta il primo Incontro Europeo di Poesia, all’epoca in cui Lisbona è stata Capitale Culturale Europea, nel 1994. È stato invitato a molteplici festival e incontri di poesia, risalta la partecipazione al Festival de Medellín, nel 2005, e al Festival di Poesia di Hong Kong, nel 2017, oltre agli Incontri di Poeti del Mondo Latino e Di/Verso, in Messico. La sua opera poetica è stata ampiamente premiata in Portogallo e all’estero: spicca il XXII Premio Reina Sofia de Poesia Iberoamericana, nel 2013, per l’insieme della sua opera. In Messico ha ricevuto nel 2014 il Premio Poetas do Mundo Latino e nel 2017 il Premio Juan Crisóstomo Doria às Humanidades, attribuito dall’Università Autonoma di Hidalgo. Nel 2016 gli viene attribuito in Italia il Premio Internazionale di Poesia Europa in Versi / Premio Carriera e nel 2017 il premio Camaiore.
Blaga Dimitrova- Piccola antologia delle sue poesie-a cura di Ida Accorsi
Blaga Dimitrova–nasce in Bulgaria il 2 gennaio 1922- muore a Sofia il 2 maggio 2003–Poetessa, scrittrice, redattrice, politico, donna.Laureata in Filologia Slava, studia anche pianoforte, disciplina che segnerà la grande sensibilità della sua vita d’artista.
IL CAMMINO FINO A TE
Fu lungo il mio cammino fino a te,
la vita intera quasi ti cercai
per serpeggianti avidi incontri
con altri, e tu non venivi.
E fino a dove s’apriva il tuo sguardo,
ombre attraversai e rumori sordi,
ma trapelava da me soltanto
purezza di suoni – per amor tuo.
Ogni tua carezza io piansi,
Prima che fosse nata la difesi,
e il nostro futuro incontro custodivo
con pazienza nel mio petto.
Fu lungo il mio cammino fino a te,
immensamente lungo, e quando tu davvero
finalmente davanti a me sei apparso,
ho riconosciuto te, ma me stessa a stento.
Immensi spazi avevo in me raccolto,
sconfinati aromi, timbri e desideri,
e abbracciavo ormai uno spazio così vasto
che accanto a me dovevi fermarti.
Fu lungo il mio cammino fino a te,
e ci ha unito per un incontro breve.
Sapendolo… di nuovo sceglierei
questo lungo cammino fino a te.
BLAGA DIMITROVA
DONNA SOLA IN CAMMINO
Scomodo rischio è questo
in un mondo ancora tutto al maschile.
Dietro a ogni angolo ti aspettano
in agguato incontri vuoti.
E percorri vie che ti trafiggono
con sguardi curiosi.
Donna sola in cammino.
Essere inerme
è la tua unica arma.
Tu non hai mutato alcun uomo
in protesi per sostenerti,
in tronco d’albero per appoggiarti,
in parete – per rannicchiarti al riparo.
Non hai messo il piede su alcuno
come su un ponte o un trampolino.
Da sola hai iniziato il cammino,
per incontrarlo come un tuo pari
e per amarlo sinceramente.
Se arriverai lontano,
o infangata cadrai,
o diventerai cieca per l’immensità
non sai, ma sei tenace.
Se anche ti annientassero per strada,
il tuo stesso partire
è già un punto d’arrivo.
Donna sola in cammino.
Eppure vai avanti.
Eppure non ti fermi.
Nessun uomo può
essere così solo
come una donna sola.
Il buio davanti a te cala
una porta chiusa a chiave.
E non parte mai, di notte
la donna sola in cammino.
Ma il sole come un fabbro
schiude i tuoi spazi all’alba.
Tu cammini però anche nell’oscurità
e non ti guardi intorno con timore.
E ogni tuo passo
è un pegno di fiducia
verso l’uomo nero
col quale a lungo ti hanno impaurita.
Risuonano i passi sulla pietra.
Donna sola in cammino.
I passi più silenziosi e arditi
sulla terra umiliata,
anche lei
donna sola in cammino.
FELICITÀ
Nel fondo di questa notte
la tenebra mi potrebbe soffocare
se accanto a me non ci fosse lui –
finestra aperta, illuminata
da cui prendere il respiro.
ERBA
Nessuna paura
che mi calpestino.
Calpestata, l’erba
diventa un sentiero.
BLAGA DIMITROVA
SALA D’ASPETTO
L’intero spazio della mia vita
fu una sala d’aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d’acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d’orologio.
Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.
Se sbattevo l’ala contro l’aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l’aria a spezzare la mia ala.
Sono già trascorsi i miei secondi.
Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.
Era il volto stesso dell’attesa,
giunto al punto di pietrificazione.
E ho capito, all’improvviso:
c’è sempre un’ultima scadenza
per infrangerlo col naso –
per smuovere quest’aria inchiodata.
Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.
Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!
REBUS D’AMORE
In un certo ventoso crocivia
del caso e del probabile
un uomo con voce di serale chiarore
mi invitò all’interno del segreto.
Senza alcuna motivazione
di me stessa stupita
davanti a me stessa eretta
mi fermai sulla soglia.
E rimanemmo così
per sempre nell’inesplicabile
come due ombre di guardiani
davanti all’ingresso del desiderio.
Ora posso affacciarmi
nel profondo delle notti,
perché non sono più mie.
L’amore è desiderio
di provare il dolore fino in fondo
allo schiudersi degli occhi.
Poi, svelandosi,
si uccide da sé
ad occhi aperti.
L’ho salvato, mi chiedo,
quando l’ho costretto
alla cecità?
BLAGA DIMITROVA
TUTTO E’ AMORE
Non aver fretta! – mi sussurrava una segreta voce. –
Non è matura l’ora dell’amore! –
Ed io, incorreggibile disubbidiente,
Soltanto a lei, Dio, ho dato ascolto –
né io stessa so il perché.
Non aver fretta! – E i grappoli tintinnano –
le campane di pioggia e di bronzo solare,
e nelle botti il vino sogna la tempesta,
si inaridiscono e si screpolano le labbra,
salate da una goccia di sangue.
Mistero d’amore, io non ti ho riconosciuto
nello sbocciare istantaneo della primavera.
Come è tangibile ciò che non sfioriamo,
come il calice non bevuto inebria,
come tutto è amore!
SPERIAMO
Speriamo che l’attimo non ti colga,
completato tutto,
posto a coronamento un punto
come chiodo conficcato nella parete
alle tue opere sognate.
Speriamo che l’attimo non ti falci,
invitato quasi al giubileo, –
avendo coronato fino in fondo
con accordo di bravura
i sogni in tuo possesso.
E nemmeno una parola non detta fino in fondo,
e nemmeno un rigo non finito di cancellare,
e nemmeno un’ idea abbandonata
per un qualche futuro
passo verso l’incompiutezza.
Questo vorrebbe dire
che prima ancora di incominciare,
eri già finita,
senza un chicco solo che germogli
nella terra in attesa.
Speriamo che l’attimo arrivi prima.
ILLUMINAZIONE
Entro nella vecchiaia in punta di piedi,
come in un bosco d’autunno,
passo dopo passo sulle foglie vive
che ancora cadono.
Davanti a me – l’albero della vita.
E lentamente con sguardo ansimante
salgo verso il passato
e scendo nei giorni futuri.
Finalmente! Tanto infinito è per me
il cammino senza fretta.
Le direzioni non sono avare di curve.
La lontananza non fa male.
Non colpisce il gong della luna.
Non può essere incatenato
lo spirito che ha infranto le catene.
Non ti può essere tolto
quello che hai dato.
Mi rimane un’ultima
goccia di luce senza fine.
E spira pace dal mondo intero.
BLAGA DIMITROVA
IL DESTINO
Ma viene l’attimo quando
alla porta bussa il Destino
con la tua stessa mano.
Non puoi non aprirgli.
E mette in fuga il silenzio
con la voce tua.
Quel che è scritto per te –
con calligrafia incerta
sarai tu stessa a scriverlo.
Se per paura lo cancelli,
cancellerai il tuo volto
con il gesto tuo.
Il Destino prende dimora in te.
E dove potrai fuggire, tu,
più lontano dalla tua pelle?
FINO A QUANDO STARAI IN PIEDI
Non scordarti di gioire! –
gli alberi saggi sussurrano
e con le ginocchia falciate
con fragore cadono sotto la scure.
Non scordarti di gioire!
Fino a quando starai in piedi
fino a quando andrai incontro al vento
fino a quando respirerai l’altezza.
Fino a quando la scure resterà assopita.
IN TEMPO
Mi perdo nelle cavità del crepuscolo
dove si incrociano
ricordi e sogni.
Non ho più meta
da rincorrere.
Arriverò in tempo,
troverò la strada,
per quanto sia scura
la notte calante.
TESTAMENTO
Cercami nelle parole
che non ho trovato
AMORE
Ho perso l’andatura trascurata,
ho perso la mia risata presuntuosa
e il silenzio mite dell’anima,
e la freschezza nello sguardo distratto,
e di notte il sonno.
Ho perso i sentieri che mi attiravano,
la ribellione, e la libertà,
l’imprevisto, e il suono dei canti –
ho perso tutto, ma sono la più ricca
la più prodiga del mondo.
ABBRACCIO
Cuore nel cuore. E respiro nel respiro.
Così vicino a me, tanto da non vederti.
Oltre la tua spalla vedevo in lontananza un monte oscuro.
Ero protesa in uno slancio quasi a oltrepassarti.
Sentivo battere il cuore impazzito delle stelle.
Accoglievo il vento affannato, rivestito di foglie.
Mi aprivo alle ombre dei boschi che venivano incontro
e ai rami che si aprivano ad abbracciare la notte.
La lontananza inspiravo in un sorso enorme.
Premevo vento, nubi e stelle al mio petto.
E nel cerchio stretto di un abbraccio
ho rinchiuso l’infinito intero del mondo.
BLAGA DIMITROVA
A DOMANI
– A domani! – dici tu e già te ne vai.
Con sguardo impaurito io t’accompagno.
A domani?… Ma domani è immensamente lontano.
Davvero tante ore fra noi si porranno?
Fino a domani per me sarà ignota
l’ombra mutevole della tua fronte,
il discorso ardente e pulsante della mano,
dei tuoi pensieri il fluire segreto.
Prima di domani, se vorrai bere, non potrò
essere la tua fonte. Se il freddo
ti avvolge – non sarò il tuo fuoco.
Se hai timore del buio – la tua luce.
– A domani! – tu dici e parti
e non senti nemmeno che non hai risposta.
– Al giorno estremo! – mi aspettavo dicessi
e rimanessi con me fino al giorno estremo.
DESIDERIO
Mi avvolgano ali, senza racchiudermi.
Il mio spirito aperto, non in me ripiegata.
Non dietro a una spalla, al sicuro protetta,
ma fianco a fianco contro il vento in bufera.
SENZA AMORE
Da questo momento vivrò senza amore.
Libera dal telefono e dal caso.
Non soffrirò. Non avrò dolore né desiderio.
Sarò vento imbrigliato, ruscello di ghiaccio.
Non pallida per la notte insonne –
ma non più ardente il mio volto.
Non immersa in abissi di dolore –
ma non più verso il cielo in volo.
Non più cattiverie – ma nemmeno
gesti di apertura infinita.
Non più tenebre negli occhi, ma lontano
per me non s’aprirà l’ orizzonte intero.
Non aspetterò più, sfinita, la sera –
ma l’alba non sorgerà per me.
Non mi inchioderà, gelida, una parola –
ma il fuoco lento non mi arderà.
Non piangerò sulla crudele spalla –
ma non riderò più a cuore aperto.
Non morrò solo per uno sguardo –
ma non vivrò realmente mai più.
PERDITA
Non so se mi ero innamorata di te.
Mi innamorai però di altre cose, lo so:
di una stanza scomoda rivolta a nord,
di una teiera che crepitava di sera.
Degli alberi mi innamorai che toglievano spazio,
dei solitari e soffocanti cinema di quartiere,
dei dolorosi ricordi di prigione,
di un muro ferito dalle bombe.
Delle fermate del tram, delle foglie ricoperte di brina,
di una calda tasca con castagne bruciate,
della pioggia scrosciante, del suono del telefono,
perfino della nebbia fonda color cenere.
Di tutto il mondo mi ero innamorata, non di te.
Lo scoprivo nuovo, interessante, ricco.
Per questo soffro… Non per averti perso.
Altro ho perduto – il mondo intero.
I PIU’ UNITI
Vuoi che rimanga per te solo un’amica.
Come posso capirlo?
Che mani fuse fino al dolore
ora si sfiorino appena?
Sguardi che assetati si bevevano al fondo –
accennino soltanto un saluto?
Labbra senza pietà ardenti
si scambino semplici frasi?
No, non siamo buoni amici.
Non può esistere un mezzo-amore.
Eravamo i più uniti… Per questo, da ora
nel mondo saremo i più estranei.
Testi tratti da Poesia Bulgara, Bulgaria-Italia.com
BLAGA DIMITROVA
Breve biografia di BLAGA DIMITROVA -nasce in Bulgaria il 2 gennaio 1922- muore a Sofia il 2 maggio 2003–Poetessa, scrittrice, redattrice, politico, donna.Laureata in Filologia Slava, studia anche pianoforte, disciplina che segnerà la grande sensibilità della sua vita d’artista. Scrittrice molto prolifera, collabora con diverse riviste letterarie. I suoi primi lavori poetici sono componimenti brevi, semplici ma diretti, forti nello spirito giovanile e nella scoperta di se stessa.I testi successivi sono un riflesso del suo impegno politico e sociale. La Dimitrova, infatti, visita in diverse opportunità il Vietnam durante la guerra e adotta anche un bambino vietnamita. Partecipa, inoltre, alle conferenze internazionali sui diritti dell’uomo e pubblica testi di grande impegno sociale. Ecco cosa scrive Valeria Salvini (docente di Lingua e Letteratura Bulgara presso l’Università degli Studi di Firenze e traduttrice verso l’italiano della Dimitrova) su di lei:”La caratteristica principale della Dimitrova rimane, durante il suo intero percorso, quella di una costante ricerca di evoluzione personale, di possibilità infinite di realizzarsi in una sfida continua alle circostanze mutevoli connesse tanto alla sfera sociale che privata. Nel suo difficile cammino in verso e in prosa, dal 1937 ad oggi, non si è sentita comunque mai isolata, sorretta dall’ansia di far proprio quanto il mondo della cultura potesse via via offrirle”.
GHIANNIS RITSOS: POETA DELLA RESISTENZA E DELL’IMPEGNO SOCIALE
Poesie da:”Molto tardi nella notte”-
traduzione italiana di Nicola Crocetti, Crocetti, 2020. Selezione a cura di Dario Bertini.
Ghiannis Ritsos
Ghiannis Ritsos, Poeta greco (Monemvasìa 1909 – Atene 1990). La sua vita, segnata da lutti e da miserie, fu animata da un’incrollabile fede negli ideali marxisti, oltre che nelle virtù catartiche della poesia. La sofferta visione decadente caratterizza costantemente la sua poetica, articolandosi di volta in volta su temi quali la memoria, il fascino delle opere e delle cose, la rivoluzione etica e sociale.
Ghiannis Ritsos-dieci poesie
Da Molto tardi nella notte, traduzione italiana di Nicola Crocetti, Crocetti, 2020. Selezione a cura di Dario Bertini.
Insuccesso
Vecchi giornali gettati in cortile. Sempre le stesse cose.
Malversazioni, delitti, guerre. Che cosa leggere?
Cade la sera rugginosa. Luci gialle.
E quelli che un tempo avevano creduto nell’eterno sono invecchiati.
Dalla stanza vicina giunge il vapore del silenzio. Le lumache
salgono sul muro. Scarafaggi zampettano
nelle scatole quadrate di latta dei biscotti.
Si ode il rombo del vuoto. E una grossa mano deforme
tappa la bocca triste e gentile di quell’Uomo
che ancora una volta provava a dire: fiore.
Karlòvasi, 4.VII.87
Senza riscontro
Grandi camion stracarichi, coperti di tele cerate,
attraversano le strade tutta la notte. Il rumore delle acque
luride
si ode nelle fogne oscure, misteriose
sotto il sonno dei prigionieri. Non è venuto nessuno.
Invano aspettammo tanti anni. La strada punteggiata
di stazioni di servizio e alberelli stenti. Nel cortile della prigione
ciotole vuote di yogurt e certe piume di uccelli. La prima
stella
gridò: “Coraggio, Ghiorghis”, poi tacque. E Petros,
irriducibile sempre, disse: “In materia di musica
prendi esempio dalla diligenza delle piccole rondini”.
Karlòvasi, 5.VII.87
All’ospedale
Pomeriggio tranquillo. Una ciminiera, i tetti, la linea del
colle,
una nube minuscola. Con quanto amore
guardi dalla finestra aperta il cielo
come se gli dicessi addio. E anch’esso ti guarda. Davvero,
che cos’hai preso? che cos’hai donato? Non hai tempo di
calcolare.
La tua prima parola e l’ultima
l’hanno detta l’amore e la rivoluzione.
Tutto il tuo silenzio l’ha detto la poesia. Come si spetalano
in fretta
le rose. Perciò partirai anche tu
in compagnia della piccola orsa ritta
che tiene una grande rosa di plastica tra le zampe anteriori.
Karlòvasi, 5.VII.87
Ghiannis Ritsos
Elusione
Parlava. Parlava molto. Non tralasciava niente
senza che la sua voce lo soppesasse. Quante e quante notti
in bianco
ad ascoltare i treni, le navi o le stelle,
a calcolare la materia e il colore di un suono,
a dare nomi a ombre e nubi. Ora,
quest’uomo cordiale e loquace sta in silenzio,
forse perché sul fondo ha intravisto i fanali spenti, e si rifiuta
di articolare la parola unica ed estrema: “nero”.
Karlòvasi, 7.VII.87
Questo solo
È un uomo ostinato. A dispetto del tempo afferma:
“amore, poesia, luce”. Costruisce su un fiammifero
una città con case, alberi, statue, piazze,
con belle vetrine, con balconi, sedie, chitarre,
con abitanti veri e vigili gentili. I treni
arrivano in orario. L’ultimo scarica
tavolini di marmo per un locale in riva al mare
dove rematori sudati con belle ragazze
bevono limonate diacce guardando le navi.
Questo solo ho voluto dire, se non mi credono fa niente.
Karlòvasi, 7.VII.87
Ricerca vana
La bella donna dai capelli malinconici e i braccialetti nascosti
ora dorme nella stanza di sopra. Non conosce
i nostri vecchi sospetti (benché una volta confessati)
né il nostro attuale oblio. Io scenderò nel seminterrato,
accenderò una candela per cercare qualcosa
che mi avevano tenuto nascosto a lungo. Poi
salirò di sopra e cercherò di svegliare la donna,
quella dai capelli malinconici. Non spegnerò la candela.
Karlòvasi, 18.VII.87
Imbarazzo
Uno salì la scala ansimando. L’altro
uscì in corridoio indifferente. Il terzo
non sa come reggere questo fiore. Ha paura
che lo vedano, che gli chiedano spiegazioni. Perciò
se ne sta alla finestra col pretesto di ascoltare le cicale,
butta via il fiore di nascosto e si accende una sigaretta.
Così, nessuno può essermi d’impiccio.
Karlòvasi, 21.VII.87
Ghiannis Ritsos
Lentezza
Mezzanotte passata. Dove vuoi andare a quest’ora?
I bar del porto sono chiusi. I marinai
si sono tolti le divise bianche. Forse dormiranno. Alcune
chiatte,
pesanti come fossero gravide, cariche di legname,
navigano lente sull’acqua scura con i vetri rotti
della povera luna. L’una e mezzo, le due, le tre e un quarto.
Le ore si trascinano,
e l’odore del legno appena tagliato, umido,
non cancella l’enorme ombra che sta in agguato davanti
alla dogana,
là dove, appena ieri, bei giovani pescatori subacquei
sbattevano sugli scogli i robusti polpi
tra un liquido bianco denso come sperma.
Karlòvasi, 16.VIII.87
Si è fatta notte
La festa di stasera rimandata.
E non sapevamo affatto
cosa avrebbero pianto o festeggiato.
A un tratto le luci si accesero e si spensero.
Dalla finestra vedemmo i musicanti;
attraversarono il viale in silenzio
con in spalla
enormi strumenti di rame.
Rimani qui, dunque,
fuma la sigaretta
in questa grande quiete,
in questo miracolo-niente.
Le statue sordomute.
Anche le poesie sordomute. Si è fatta notte.
Atene, 1.I.88
Qualcosa resta
Dopo tanti bombardamenti a tappeto
rimase intatto soltanto un muro della grande chiesa
con l’alta finestra; intatta anche
la bella vetrata della finestra
con colori viola, arancioni, azzurri, rossi
e raffigurazioni di fiori, uccelli e santi.
Perciò confido ancora nella poesia.
Atene, 2.II.88
Ghiannis Ritsos
GHIANNIS RITSOS: POETA DELLA RESISTENZA E DELL’IMPEGNO SOCIALE
Oggi parliamo di uno dei più grandi poeti greci del ’900, impegnato anche politicamente e socialmente.
La sua vita – ricordiamo la sua nascita a Monemvasia nel Peloponneso il 1º maggio 1909 e la sua morte ad Atene nel 1990- ha attraversato tutte le guerre e i drammi del secolo scorso.
Ma non l’ha fatto certamente da “neutrale”: come ricorda la biografia della Treccani “entrato nelle file della sinistra dopo un’infanzia e una prima giovinezza segnate da gravi lutti familiari e dalla malattia, partecipò alla lotta di resistenza contro i nazisti e poi alla guerra civile, e subì le persecuzioni dei governi dittatoriali o reazionari succedutisi in Grecia tra il 1936 e il 1970”.
La Grecia dei colonnelli
In particolare vogliamo ricordare ai più giovani lettori il fatto che, nella Grecia “culla della democrazia”, il 21 aprile del 1967 un gruppo di ufficiali dell’esercito greco guidò un colpo di stato contro il governo greco democraticamente eletto. Nella notte, carri armati e soldati occuparono tutti i luoghi più importanti della capitale Atene, arrestarono il comandante in capo delle forze armate e tutti i più importanti politici del paese; poi costrinsero il re ad appoggiare il golpe e diedero iniziò a un regime brutale che sarebbe durato per gli otto anni successivi.
Il golpe fu organizzato da una serie di ufficiali di grado intermedio, anche contro le esitazioni dei comandanti in capo, che anzi furono arrestati nelle prime ore del golpe. Per questa ragione il colpo di stato fu soprannominato “dei colonnelli”, e la giunta militare venne ribattezzata “regime dei colonnelli” (“kathestós ton Syntagmatarchón”).
La resistenza “intellettuale”
Appena insediata, la giunta dichiarò decaduti gli articoli della Costituzione che proteggevano la libertà di espressione e quella personale. Tutti i partiti politici furono sciolti e migliaia di politici, attivisti e intellettuali di sinistra furono arrestati e centinaia furono torturati nelle carceri speciali della polizia militare. L’ideologia del regime era basata sul nazionalismo, su un duro anticomunismo e sull’idea che tutte le forze di sinistra, comprese le più moderate, fossero in realtà sostenitrici di una cospirazione comunista. Tra gli intellettuali arrestati, oltre a Ghiannis Ritsos, ricordiamo anche il compositore Mikis Theodorakis, autore di famose colonne sonore come quella del film Zorba il Greco e Z – L’orgia del potere, di Costa-Gavras, in cui viene raccontata la nascita del regime greco (Theodorakis, anche per pressioni internazionali, fu scarcerato e fuggì dalla Grecia, non ritornando fino al termine della dittatura).
La poesia di Ritsos
Ghiannis Ritsos
Per introdurre i lettori alla poesia di Ghiannis Ritsos utilizzeremo un suo libro – Pietre, Ripetizioni, Sbarre, Feltrinelli, 1978 -Edizione italiana tradotta e curata da Nicola Crocetti-.
Le poesie furono scritte negli anni ‘68/’69, durante il periodo del suo internamento. Faremo precedere la nostra proposta di lettura da una introduzione preparata, per una successiva ediziona italiana, da Nicola Crocetti, che non fu solo un suo traduttore ed editore, ma anche amico fraterno, tra i pochi cui riuscì di superare le “sbarre” per andarlo a trovare in prigionia.
L’introduzione di Crocetti
Le poesie di Pietre Ripetizioni Sbarre sono state composte tra il 1968 e il 1969, negli anni in cui Ghiannis Ritsos era confinato nei campi di concentramento sulle isole di Ghiaros e Leros, e poi soggetto a domicilio coatto a Karlòvasi, sull’isola di Samo. Nel suo consueto dialogo con il mito e con la storia, Ritsos racconta la memoria che resiste e che parla attraverso le pietre delle statue e delle colonne spezzate, anche quando gli eroi sono ormai “passati di moda”.
Nei gesti che si ripetono da sempre, incessantemente, gli echi del tempo che è stato diventano immagini di un presente fatto di sbarre, di ricerca della libertà vissuta come un’“immensa, estatica orfanezza”. Nella sua solitudine, destino di tutti gli eroi, il poeta conserva integra la sua dignità e la speranza nell’uomo, e afferma la sua fede nella rinascita e nel potere di redenzione della poesia.
Nel 1969 Ritsos riesce a eludere la censura e a inviare il manoscritto di Pietre Ripetizioni Sbarre a Parigi, dove la raccolta viene pubblicata due anni dopo da Gallimard. Nella prefazione, Louis Aragon definisce Ritsos “il più grande poeta vivente di questo tempo che è il nostro”.
Nicola Crocetti
Da “Pietre ripetizioni sbarre”
Ghiannis Ritsos
Dissoluzione
Forme mobili, dissolute; – l’inquietudine molteplice
e la fluidità insidiosa – udire il rumore dell’acqua tutt’intorno
imponderabile, profondo, incontrollabile; e tu stesso incontrollabile,
quasi libero.
Donne stupite giunsero poco dopo
assieme a certi vecchi, con brocche, pentole, bidoni,
attinsero acqua per le necessità domestiche. L’acqua prese forma.
Il fiume tacque come se si fosse svuotato. Faceva notte. Si chiusero le porte.
Solo una donna, senza brocca, rimase fuori, nel giardino,
diafana, liquida al chiar di luna, con un fiore nei capelli.
15 maggio 1968
A posteriori
Da come sono andate le cose, nessuno, secondo noi, ha colpa. Uno è partito
l’altro è stato ucciso; gli altri – ma è inutile rivangare adesso.
Le stagioni si alternano regolarmente. Fioriscono gli oleandri.
L’ombra fa il giro intorno all’albero. La brocca immobile,
rimasta sotto il sole, è asciutta; l’acqua è finita. Eppure
potevamo, dice, spostare più in qua o più in là la brocca
a seconda dell’ora e dell’ombra, intorno all’albero,
girando fino a trovare il ritmo, ballando, dimenticando
la brocca, l’acqua, la sete – senza avere più sete, ballando.
20 maggio 1968
Mezzanotte
Leggera, vestita di nero, – non s’udì affatto il suo passo.
Attraversò la galleria. Il semaforo spento. Mentre saliva
la scala di pietra le gridarono “Alt”. Il suo volto
vaporava bianchissimo nel buio. Sotto il grembiule
teneva nascosto il violino. “Chi va là?”- Non rispose.
Rimase immobile; le mani in alto; tenendo stretto
Il violino tra le ginocchia. Sorrideva.
15 giugno 1968
Notte
Alto eucalipto e ampia luna.
Una stella trasale nell’acqua.
Cielo bianco, argentato.
Pietre, pietre scorticate fino in cima.
Accanto, nel basso fondale, s’udì
il secondo, il terzo salto d’un pesce.
Immensa, estatica orfanezza – libertà.
21 ottobre 1968 Campo dei deportati politici di Partheni, isola di Leros
Rinascita
Da anni più nessuno si è occupato del giardino.
Eppure
quest’anno – maggio, giugno – è rifiorito da solo,
è divampato tutto fino all’inferriata – mille rose,
mille garofani, mille gerani, mille piselli odorosi –
viola, arancione, verde, rosso e giallo,
colori… tanto che la donna uscì
di nuovo
a dare l’acqua col suo vecchio annaffiatoio
di nuovo bella,
serena, con una convinzione indefinibile.
E il giardino
la nascose fino alle spalle, l’abbracciò,
la conquistò tutta;
la sollevò tra le sue braccia. E allora, a mezzogiorno
in punto, vedemmo
il giardino e la donna con l’annaffiatoio
ascendere al cielo
e mentre guardavamo in alto, alcune gocce
dell’annaffiatoio
ci caddero dolcemente sulle guance, sul mento,
sulle labbra.
Fonte –Blog di Antonio Vargiu
Ghiannis Ritsos
Di che colore è l’amore?
Il tuo corpo tagliato da una lama di luce – per metà carne, per metà ricordo.
Illuminazione obliqua, il grande letto intero, il tepore lontano, e la coperta rossa.
Chiudo la porta, chiudo le finestre. Vento con vento. Unione inespugnabile.
Con la bocca piena di un boccone di notte. Ahi, l’amore.
Ghiannis Ritsos, da AA.VV. Nuove poesie d’amore, Crocetti Editore, traduzione di Nicola Crocetti
La poesia qui sotto mi trasmette, ogni volta che la leggo, una dolcezza infinita
(forse più di tre bignè al cioccolato… che dici, sto esagerando?)
Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo mi chiederanno la loro voce un giorno, quando te ne andrai. Ma io non avrò più voce per ridirle, allora. Perché tu eri solita camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto, gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani sulle ginocchia, mettendo in mostra provocante i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi; ricordarmi così, coi piedi sporchi; coi capelli che mi coprono gli occhi – perché così ti vedo più profondamente. Dunque, come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.
Ghiannis Ritsos, da Erotica, Crocetti, 2008, traduzione di Nicola Crocetti
Ghiannis Ritsos
Biografia di Ghiannis Ritsos
(in greco: Γιάννης Ρίτσος; Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990)
Ghiannis Ritsos, Poeta greco (Monemvasìa 1909 – Atene 1990). La sua vita, segnata da lutti e da miserie, fu animata da un’incrollabile fede negli ideali marxisti, oltre che nelle virtù catartiche della poesia. La sofferta visione decadente caratterizza costantemente la sua poetica, articolandosi di volta in volta su temi quali la memoria, il fascino delle opere e delle cose, la rivoluzione etica e sociale.
Ghiannis Ritsos
Vita
Entrato nelle file della sinistra dopo un’infanzia e una prima giovinezza segnate da gravi lutti familiari e dalla malattia, partecipò alla lotta di resistenza contro i nazisti e poi alla guerra civile, e subì le persecuzioni dei governi dittatoriali o reazionari succedutisi in Grecia tra il 1936 e il 1970.
Opere
Dopo le prime raccolte (Τρακτέρ “Trattore”, 1934; Πυραμίδες “Piramidi”, 1935), influenzate dal crepuscolarismo di K. Karyotakis, s’ispirò alla tradizione demotica nei decapentasillabi rimati di ῾Επιτάϕιος (“Epitaffio”, 1936), compianto di una madre per il figlio ucciso dalla polizia durante uno sciopero, cui seguì Τὸ τραγούδι τῆς ἀδελϕῆς μου (“La canzone di mia sorella”, 1937), di schietta intonazione elegiaca. Ma già nelle tre poesie pubblicate con lo pseudonimo di K. Eleftheríu sulla rivista Τὰ νέα γράμματα (“Lettere nuove”) nel 1936, si avverte il tentativo di aderire alla lirica pura, mentre un esito delle ricerche precedenti è rappresentato dalla raccolta Δοκιμασία (“Prova”, 1943), che incorse nella censura tedesca. Nel caso di ῾Αγρύπνια (“Veglia, 1954), pubblicata dopo l’esperienza della deportazione nelle isole dell’Egeo, è invece la fiducia nella vita che rinasce ad essere cantata. Le prove poetiche successive, numerosissime, inclinano talvolta all’enfasi e fanno posto a simbolismi non privi di fumosità: fra queste, anche la celebre Σονάτα τοῦ σεληνόϕωτος (“Sonata al chiaro di luna”, 1956), che inaugurò la serie dei monologhi drammatici nella quale figurano alcuni poemetti ispirati a personaggi mitici assunti a prototipo dell’umanità sofferente (Φιλοκτήτης “Filottete”, ῾Ορέστης “Oreste”, ῾Ελένη “Elena”, Χρυσόϑεμις “Crisotemi”, compresi, insieme con altri, nel vol. Τέταρτη διάσταση “Quarta dimensione”, 1985). Più persuasive, sul piano concettuale e stilistico, opere come ᾿Ανυπόταχτη πολιτεία (“Indomabile città”, 1958), Μαρτυρίες (“Testimonianze”, 1963 e 1966), Δεκαοχτὼ λιανοτράγουδα τῆς πικρῆς πατρίδας (“Diciotto canzonette della patria amara”, 1973), Χάρτινα (“Carta”, 1974), ῾Ιταλικὸ τρίπτυχο (“Trittico italiano”, 1982). Traduttore di poeti stranieri, studioso di Majakovskij, R. ha scritto anche opere drammatiche (Μιὰ γυναίκα πλάϊ στὴ ϑάλασσα “Una donna accanto al mare”, 1959), e si è cimentato con la prosa e con il romanzo (il ciclo Εἰκονοστάσιο ᾿Ανωνύμων ῾Αγίων “Iconostasi di Santi Anonimi”, 1982-86; ῎Οχι μονάχα γιὰ σένα “Non soltanto per te”, 1985). La sua opera poetica, riunita in Ποιήματα (“Poesie”, 10 voll., 1961-89), è stata tradotta in italiano e in altre lingue.
Joan Dalmases- Dones que mengen el cor de l’amant-Viella Libreria Editrice-
SINOSSI
La llegenda del cor menjat va gaudir d’una gran popularitat durant la Baixa Edat Mitjana, concretament a partir de les primeres dècades del segle XII. L’expansió d’aquest relat per Europa va propiciar l’aparició de múltiples versions en els territoris occità, francès, italià i alemany, que donaren lloc a reelaboracions que es nodrien de la idiosincràsia cultural de cada zona.
Tot i l’interès que aquesta llegenda ha desvetllat des de fa segles en filòlegs i historiadors, sovint no s’ha remarcat prou que alguns dels seus protagonistes fossin personatges reals, concretament poetes, entre els quals destaquen l’occità Guillem de Cabestany, el francès Châtelain de Coucy i l’alemany Reinmar von Brennenberg. ¿Què tenien en comú aquests tres autors, tan distants geogràficament i cronològica, per acabar esdevenint protagonistes de les versions més conegudes de la llegenda del cor menjat? Hi ha alguna relació entre les seves vides i el relat?
Dones que mengen el cor de l’amant proposa una anàlisi de les dades històriques i del corpus líric d’aquests tres poetes, per tal de contrastar el tractament metafòric que cada territori fa de la llegenda i reconèixer el procés segons el qual cada autor n’acaba esdevenint objecte i protagonista, fusionant-se, així, realitat i ficció.
INDICE
Introducció
1. El cor a l’Edat Mitjana
1. Cor, símbol d’amor: els antecedents
2. El cor en la medicina
3. La simbologia del cor en la mística i en la religió
4. El cor i la fin’amors
2. Guillem de Cabestany
1. Estat de la qüestió
2. Dades històriques
3. Obra lírica
4. La Vida de Guillem de Cabestany
3. Châtelain de Coucy
1. Estat de la qüestió
2. Dades històriques
3. Obra lírica
4. Le roman du Châtelain de Coucy et de la dame de Fayel
4. Reinmar von Brennenberg
1. Lírica trobadoresca amorosa alemanya: el Minnesang
2. Estat de la qüestió
3. Dades històriques
4. Obra lírica
5. De Minnesänger a màrtir: el Bremberger Ton
6. La Bremberger-Ballade
Conclusions
Apèndix
1. Guillem de Cabestany
1. Obra lírica
2. La Vida de Guillem de Cabestany
2. Châtelain de Coucy
1. Obra lírica
3. Reinmar von Brennenberg
1. Obra lírica
2. Meistersang
3. Bremberger-Ballade
Bibliografia
Índex de noms
L’AUTORE-
Joan Dalmases és Doctor en Cultures Medievals per la Universitat de Barcelona i membre de l’Institut de Recerca en Cultures Medievals (IRCVM). La seva recerca se centra en les relacions literàries entre Occitània, França i Alemanya durant l’Edat Mitjana, sobretot pel que fa a la lírica trobadoresca.
NOTE
Fotografies de la coberta: 1- Suetoni, Vida de Cèsar, 1433, Princeton University Library, MS Kane 44, f. 113r. 2 – Roman d’Alexandre, 1338-1344, Bodleian Library, Ms. 264, f. 59r. 3 – Boccaccio, Décaméron, 1414-1418, Biblioteca Apostolica Vaticana, Pal. Lat. 1989, f. 144r. 4 – Her Reinmar von Brennenberg, 1340, Universitätsbibliothek Heidelberg, Pal. germ. 848, f. 188r.
Poesia d’amore indiana- a cura di Giuliano Boccali traduzione di Daniela Rossella-
Marsilio Editori-
Descrizione del libro di Poesie d’amore indiana a cura di Giuliano Boccali-Per la prima volta in una lingua occidentale sono riuniti in questo volume i tre capolavori della poesia d’amore indiana classica, non meno coinvolgenti e raffinati delle coppie di amanti divini che abitano i templi dell’India: Nuvolo messaggero di Ka¯lida¯sa, lungo canto di struggente nostalgia. Il canto dell’esule sopraffatto dalla solitudine che osa affidare a una nube il messaggio per la sposa irraggiungibile e adorata. Centuria d’amore di Amaruka, raccolta di strofe indipendenti e con protagonisti diversi, dove la sensibilità squisita del poeta è rivolta soprattutto alle emozioni dei personaggi femminili. Le stanze dell’amor furtivo attribuite a Bilhan.a e indissolubilmente legate a una felice leggenda. In segreto, il poeta ama ricambiato la figlia del re, ma è scoperto e condannato a morte. Prima dell’esecuzione gli è concesso parlare: improvvisa allora le «stanze» che gli salvano la vita e gli valgono le nozze con la principessa amata. E questo è forse il messaggio che, con toni diversi, unisce le tre opere: amare, e rievocare poeticamente il proprio amore, è l’unica via che permette di «salvarsi» la vita e di realizzare interamente il proprio destino.
“Oggi ancora, lei, sciolti i nodi della chioma intrecciata, ricaduta la ghirlanda, le labbra dolci d’un riso celeste…nel segreto, eccitati gli sguardi, ricordo”
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