Edelmira Sampedro y Robato nacque il 5 marzo 1906 a Sagua la Grande, a Cuba. Il padre, Luciano Sampedro, era un emigrato spagnolo diventato proprietario di una piantagione di canna da zucchero. La madre, Edelmira Robato, proveniva da una famiglia di origine asturiana. Crebbe in un ambiente agiato, frequentando l’alta società cubana.
Alfonso de Borbón y Battenberg y su esposa, Edelmira Sampedro
La sua vita cambiò in Svizzera, nel sanatorio di Leysin. Lì conobbe Alfonso de Borbón y Battenberg, figlio del re Alfonso XIII. Il principe era in cura per l’emofilia. Tra i due nacque una relazione, nonostante le regole della casa reale fossero chiare: per mantenere i diritti al trono, Alfonso avrebbe dovuto sposare una donna di sangue reale.
Poi arrivò la decisione. L’11 giugno 1933, a Losanna, Alfonso firmò la rinuncia ai suoi diritti di successione. Dieci giorni dopo, il 21 giugno, i due si sposarono nella chiesa del Sacro Cuore di Ouchy. Si trattò di un matrimonio morganatico: valido sul piano personale, ma senza conseguenze dinastiche.
Dopo le nozze vissero tra Parigi e Cuba. Non ebbero figli. Con il tempo emersero difficoltà e tensioni. Il matrimonio si concluse con un divorzio, ufficializzato a L’Avana l’8 maggio 1937. Edelmira ottenne una pensione mensile e mantenne i regali ricevuti durante gli anni insieme.
Dopo la separazione non si risposò. Rimase a Cuba fino alla rivoluzione, poi si trasferì negli Stati Uniti, stabilendosi a Miami. Continuò a mantenere contatti con membri della famiglia reale spagnola.
Edelmira Sampedro,Condesa-de-Barcelona-
Nel 1985, quando le spoglie di Alfonso furono rimpatriate in Spagna, Edelmira era presente all’aeroporto di Miami per salutarlo un’ultima volta.
Morì il 23 maggio 1994 a Coral Gables, in Florida. Nel corso della sua vita fu l’unica donna riconosciuta dalla famiglia reale come moglie del principe Alfonso.
Alfonso de Borbón y Battenberg y su esposa, Edelmira Sampedro, en 1933
Edelmira Ignacia Adriana Sampedro-Ocejo y Robato (5 March 1906 – 23 May 1994)
was known as the Countess of Covadonga after her marriage to Alfonso, former Prince of Asturias, in 1933.
The Countess was the daughter of a Cubanmerchant, Luciano Pablo Sampedro y Ocejo, later hyphenated to Sampedro-Ocejo, and his wife Edelmira Robato y Turro, later hyphenated Robato-Turro. She was a cousin of Jorge Mañach y Robato. She met the Prince at a Lausannesanatorium where he was being treated for his haemophilia. They saw each other one night at a cinema in the Swiss city of Lausanne and they fell in love.
The young couple faced backlash and adversity from the very beginning of their relationship. The Spanish royal family did not accept the engagement and Edelmira soon had to suffer pressure from the messengers of Alfonso XIII, already exiled in Paris, who noticeably curtailed his son’s monthly allowance, confiscated his five cars, and definitively obliged him to give up his right to succession. No one from the Royal House attended the religious wedding at Sacred Heart Church in Ouchy, Lausanne, Switzerland, on 21 June 1933, and the invitations that the Count of Covadonga sent to friends and acquaintances were returned to him “with regret”. In the face of his father’s bitter opposition to the match, the Prince was quoted saying: “I love her and want to marry her. Let Juan have the throne.”
After divorce
The couple’s life together was very difficult, due in part to Alfonso’s haemophilia, but also because of Edelmira’s disproportionate jealousy. The couple broke up from time to time but would always get back together, until 1937, when she accused him of seeing another woman. In New York City, Alfonso requested the marriage to be nullified and in Havana, Edelmira asked for a divorce, which eventually came to pass on 8 May 1937. On that particular occasion, Edelmira’s accusation was based on fact; Alfonso was secretly seeing another woman, Cuban model Marta Esther Rocafort-Altuzarra (18 September 1913 – 4 February 1993). They would get married on 3 June 1937 in Havana, divorcing a few months later.
Alfonso died from injuries sustained in a car accident in Miami on 6 September 1938. He was entombed at Woodlawn Park Cemetery and Mausoleum (now Caballero Rivero Woodlawn Park North Cemetery and Mausoleum) in Miami. In 1985, he was re-entombed in the Pantheon of the Princes in El Escorial. Edelmira, who had been allowed to retain the title Countess of Covadonga but at the time in her early-eighties, was asked by the royal family to attend the re-entombment but she declined. After her divorce and his death, the royal family of Spain treated her well and accorded her all the rights of a widow in the royal family. She never gave an interview in over 60 years and never remarried. When Alfonso’s mother Queen Victoria Eugenie died, Edelmira was left some jewellery. She first lived in Havana and, after the Cuban Revolution, at 722 Cadima Avenue in Coral Gables, Florida until her death.
Edizione con testo a fronte a cura di Luigi Reitani-Con una Nota di Hans Höller
ADELPHI EDIZIONI-MILANO
Ingeborg Bachmann
Risvolto del libro di Ingeborg Bachmann “Invocazione all’Orsa Maggiore”Adelphi Edizioni-Nell’agosto 1956, in vista della pubblicazione di questa raccolta poetica, destinata a diventare celebre, Ingeborg Bachmann scriveva al redattore che si stava occupando del volume: «Sarei grata se nel risvolto non si desse la possibilità ai critici di “inchiodarmi” a un’interpretazione anticipata o simili». Le preoccupazioni dell’autrice non erano infondate, e difatti non mancò chi cercò di ricondurre Invocazione all’Orsa Maggiore agli schemi della critica letteraria dell’epoca. Tentativi peregrini, perché davvero nessuna categoria poteva attagliarsi alla poesia di quella giovane austriaca che già con la precedente raccolta si era imposta, nelle parole dello «Spiegel», come «la più importante poetessa tedesca del dopoguerra». Una poesia multiforme, cangiante, dove classico e moderno si fondono in versi ora audaci e spigolosi ora di chiara musicalità, e lo sguardo della Bachmann si mostra attento a cogliere la violenza della realtà e il dolore, in particolare nei paesaggi italiani, luminosi e arcaici, feriti e vitali, lontanissimi dai cliché della tradizione classico-romantica: «Nel mio paese primogenito, nel sud / mi assalì la vipera / e nella luce l’orrore». Un dolore che dev’essere accettato, reso concreto, se vogliamo superare i confini che ci vengono imposti e tendere all’impossibile, all’irraggiungibile, «sia esso l’amore, la libertà o qualsiasi entità pura». Se vogliamo diventare vedenti, sensibili al vero, il che implica smascherare le parole della frode, gli abusi di cui sono portatrici, affidandoci al linguaggio salvifico della poesia: «Vieni, grazia di suono e di fiato, / fortifica questa bocca, / quando la sua debolezza / ci atterrisce e frena. // Vieni e non ti negare, / poiché noi siamo in lotta con tanto male».
Ingeborg Bachmann
DAS SPIEL IST AUS
Mein lieber Bruder, wann bauen wir uns ein Floß und fahren den Himmel hinunter|
Mein lieber Bruder, bald ist die Fracht zu groß und wir gehen unter.
5
Mein lieber Bruder, dann will ich an den Pfahl 10 gebunden sein und schreien.
Doch du reitest schon aus dem Totental und wir fliehen zu zweien.
Wach im Zigeunerlager und wach im Wüstenzelt, es rinnt uns der Sand aus den Haaren,
dein und mein Alter und das Alter der Welt
mißt man nicht mit den Jahren.
Laß dich von listigen Raben, von klebriger Spinnenhand und der Feder im Strauch nicht betrügen,
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Mein lieber Bruder, wir zeichnen aufs Papier viele Länder und Schienen.
Gib acht, vor den schwarzen Linien hier fliegst du hoch mit den Minen.
IL GIOCO È FINITO
Mio caro fratello, quando costruiremo una zattera per scendere giù lungo il cielo|
Mio caro fratello, presto sarà il carico immenso
e noi affonderemo.
Mio caro fratello, sul foglio tracciamo molti paesi e binari.
Sta’ attento, su quelle linee nere
con le mine potresti saltare.
Mio caro fratello, poi voglio gridare legata stretta al palo.
Ma tu già cavalchi dalla valle dei morti e insieme fuggiamo.
Desti nel campo di zingari e desti in tenda nel deserto, scorre sabbia dai nostri capelli,
la tua, la mia età e l’età della terra
non si misura con gli anni.
Non lasciarti ingannare dall’astuzia dei corvi,
da una zampa vischiosa di ragno, dalla penna nel rovo,
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iß und trink auch nicht im Schlaraffenland,
20 es schäumt Schein in den Pfannen und Krügen.
Nur wer an der goldenen Brücke für die Karfunkelfee das Wort noch weiß, hat gewonnen.
Ich muß dir sagen, es ist mit dem letzten Schnee
im Garten zerronnen.
25 Von vielen, vielen Steinen sind unsre Füße so wund. Einer heilt. Mit dem wollen wir springen,
bis der Kinderkönig, mit dem Schlüssel zu seinem Reich
uns holt, und wir werden singen:
im Mund,
Es ist eine schöne Zeit, wenn der Dattelkern keimt! 30 Jeder, der fällt, hat Flügel.
Roter Fingerhut ist’s, der den Armen das Leichentuch säumt, und dein Herzblatt sinkt auf mein Siegel.
Wir müssen schlafen gehn, Liebster, das Spiel ist aus. Auf Zehenspitzen. Die weißen Hemden bauschen. Vater und Mutter sagen, es geistert im Haus,
wenn wir den Atem tauschen.
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nel paese di cuccagna non mangiare e non bere, schiuma apparenza da padelle e bicchieri.
Solo chi al ponte d’oro, per la fata rubino la parola sa ancora, ha vinto.
Devo dirti che con l’ultima neve
si è sciolta in giardino.
Han piaghe i nostri piedi per molte e molte pietre.
Uno è sano. Con lui salteremo,
$nché il re dei fanciulli con in bocca la chiave del regno non ci prenda con sé e noi canteremo:
È una bella stagione, quando il dattero è in $ore! Chi cade ha le ali.
Purpurea digitale orla il sudario dei poveri,
e il tuo tesoro sul mio sigillo come foglia cala.
Si va a dormire, caro, il gioco è $nito.
In punta di piedi. Si gon$ano le camicie bianche. Papà e mamma dicono che ci sono i fantasmi quando scambiamo il respiro.
Ingeborg Bachmann
17
VON EINEM LAND, EINEM FLUSS UND DEN SEEN
I
Von einem, der das Fürchten lernen wollte
und fortging aus dem Land, von Fluß und Seen, zähl ich die Spuren und des Atems Wolken, denn, so Gott will, wird sie der Wind verwehn!
5
Er fühlte seine Welle ausgeschrieben,
10 eh sie ihn wegtrug und ihm Leid geschah;
sie sprang im See auf und sie schwang die Wiege, in die sein Sternbild durch die Schleier sah.
Er schüttelte und trat die tauben Nüsse,
den Hummeln schlug er schärfre Töne vor, 15 und Sonntag war ihm mehr als Glockensüße –
Sonntag war jeder Tag, den er verlor.
Er zog den Karren aus verweichten Gleisen, von keinem leichten Rädergang verführt,
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Zähl und halt ein – sie werden vielen gleichen. Die Lose ähneln sich, die Odysseen.
Doch er erfuhr, daß, wo die Lämmer weiden, schon Wölfe mit den Fixsternblicken stehn.
DI UNA TERRA, UN FIUME E DEI LAGHI
I
Di uno che il temere volle apprendere,
la terra abbandonando, il $ume e i laghi, conto le tracce e le nubi del respiro, giacché (se vuole Iddio) li sperde il vento!
Conta e poi smetti – a molte sono uguali. Somigliano i destini, le odissee.
Ma egli apprese che ai pascoli d’agnelli già stanno lupi, con $ssi occhi di stelle.
Ancora prima che lo sollevasse, sentì che la sua onda si annunciava: balzava nel lago scuotendo la culla da cui traspariva la sua stella.
Scuoteva e calpestava vuote zucche,
ai grilli suggeriva toni aspri,
e più che un dolce suono di campane, domenica era ogni giorno che perdeva.
Smosse il carretto dai binari storti, ignorando ogni facile sentiero,
19
beim Aufschrei, den die Wasser weiterreichten 20 an Seen, vom ersten Steinschlag aufgerührt.
Doch sieben Steine wurden sieben Brote,
als er im Zweifel in die Nacht entwich;
er tauchte durch den Duft und streute Krumen im Gehn für den Verlornen hinter sich.
25 Erinnre dich! Du weißt jetzt allerlanden: wer treu ist, wird im Frühlicht heimgeführt. O Zeit gestundet, Zeit uns überlassen!
Was ich vergaß, hat glänzend mich berührt.
II
Im Frühlicht rücken Brunnen in die Mitte, der Pfarrer, das Brevier, der Sonntagsstaat, die kalten Pfeifen und die schwarzen Hüte, Leib, Ehr und Gut vor allerhöchsten Rat.
5 Untätig steht der Fluß, die Weiden baden, die Königskerzen leuchten bis ins Haus, das schwere Essen ist schon aufgetragen, und alle Sprüche gehn auf Amen aus.
Die Nachmittage, hell und ungeheuer –
10 die Nadel springt im Strumpf, Gewöll zerreißt,
und das Geschirr der Pferde wird gescheuert, bis eins erklirrt, mit dem Fallada reist.
Die Alten liegen in den dumpfen Stuben,
das Testament im Arm, im zweiten Schlaf, 15 und ihre Söhne zeugen wortlos Söhne
mit Mägden, die der Gott als Regen traf.
Gestillte Lippen und gestillte Augen –
die Raupen hängen eingepuppt im Schrein,
20
nel grido portato dalle acque
nei laghi, mossi dalla prima pietra.
Ma sette pietre furon sette pani, quando nel dubbio fuggì nella notte; si immerse nell’aroma e sparse briciole andando per i perduti alle sue spalle.
Ricorda! Ormai hai saputo in ogni terra:
chi è fedele è condotto a casa all’alba.
O tempo dato in proroga, tempo a noi af$dato! Ciò che scordai radioso mi ha toccato.
II
Si fanno al centro le fontane all’alba,
il breviario il prete il vestito a festa,
le pipe fredde ed i cappelli neri, persona onore e beni al gran consiglio.
Fermo sta il $ume, i salici si bagnano, la luce dei verbaschi giunge in casa, il pingue pasto è già portato in tavola e ogni versetto termina con l’amen.
I pomeriggi, luminosi e immani –
le calze e l’ago, si lacera la borra,
si lustrano le briglie dei cavalli,
$nché una scricchiola e Fallada parte.
Giacciono i vecchi nelle cupe stanze,
il Testamento in mano, nella siesta,
e i $gli procreano taciti altri $gli,
con serve, su cui il Dio posò qual pioggia.
Placate labbra e placati occhi – pendono i bruchi, crisalidi, in armadio,
21
und Dunggeruch steigt mit den Fliegentrauben 20 bei früher Dämmrung durch die Fenster ein.
Am Abend Stimmenauflauf an den Zäunen, Andacht und Rosen werden laut zerpflückt, die Katzen scheuchen auf aus ihren Träumen, und rote Mieder hat der Wind verrückt.
25 Die Zöpfe lösen sich, die Schattenpaare
im Nebel auf, vom nahen Hügel rollt
der unfruchtbare Mond, besetzt die Äcker und nimmt das Land für eine Nacht in Sold.
III
Dem Hügelzug ist eine Burg geblieben, vom Berg geschützt, der Felsen um sie stellt, den Geier ausschickt mit dem Krallensiegel, dem Königswappen, eh sie ganz verfällt.
5
Der stiftet Brand, dem sie zu dritt befehlen,
10 der mordet, den ein schwarzes Haar umschlingt,
und wer den Stein aufhebt, wird selber sterben, noch diesen Abend, eh die Amsel singt.
Die unbeschuhten Geister auf den Zinnen,
der unbewehrte Leichnam im Verließ,
15 im Gästebuch die Namen der Beschauer –
die Nacht vertuscht sie, die uns kommen hieß.
Sie schlägt den Erdplan auf, verschweigt die Ziele; sie trägt die Zeit als eine Eiszeit ein,
22
Es sind drei Tote hinterm Wall verborgen;
von einem weht vom Wachtturm noch das Haar, von einem heißt es, daß er Steine schleudert, von einem, daß er doppelköp$g war.
e odore di concime con le mosche, quand’è tramonto dalle $nestre entra.
Voci serali si affollano ai recinti, preghiere e rose vengono sfogliate, la gatta si risveglia spaventata, corsetti rossi ha scomposto il vento.
Si sciolgono le trecce, in nebbia coppie ombrose, dal vicino colle rotola
la luna sterile e occupa i poderi,
per una notte assolda la campagna.
III
Ancora i monti in vetta hanno un castello, protetto dalle rocce strette intorno,
dagli avvoltoi, con artigli a sigillo
e il real stemma, prima che rovini.
Tre morti son celati dal bastione;
di uno ondeggia la chioma dalla torre, di un si dice che scaraventi massi,
di un si narra che due teste avesse.
Incendio appicca, colui che in tre comandano, è un assassino, colui che nere chiome stringono, e chi solleva il masso morirà,
già questa sera, prima che il tordo canti.
Gli spiriti sui merli a piedi nudi, nella segreta la salma senza armi, degli ospiti i nomi nel registro – cela la notte che ci invitò a venire.
La notte apre le mappe, tacendo le mete; registra l’era come era glaciale,
23
Ingeborg Bachmann
die Schotterstege über die Moränen,
20 den Weg zu Grauwack und zu Kreidestein.
Die Drachenzeichnung lobt sie und die Festung, vom Faltenwurf der frühen Welt umwallt,
wo oben unten war und unten oben.
Die Scholle tanzt noch überm blauen Spalt.
25 Ins Schwemmland führt die Nacht. Es schwemmt uns wieder ins Kellerland der kalten neuen Zeit.
So such im Höhlenbild den Traum vom Menschen!
Die Schneehuhnfeder steck dir an das Kleid.
IV
In andren Hüllen gingen wir vorzeiten,
du gingst im Fuchspelz, ich im Iltiskleid; noch früher waren wir die Marmelblumen, in einer tiefen Tibetschlucht verschneit.
5
10
15
Wir standen zeitlos, lichtlos in Kristallen und schmolzen in der ersten Stunde hin, uns überrann der Schauer alles Lebens, wir blühten auf, bestäubt vom ersten Sinn.
Wir wanderten im Wunder und wir streiften die alten Kleider ab und neue an.
Wir sogen Kraft aus jedem neuen Boden und hielten nie mehr unsren Atem an.
Wir waren leicht als Vögel, schwer als Bäume, kühn als Delphin und still als Vogelei.
Wir waren tot, lebendig, bald ein Wesen
und bald ein Ding. (Wir werden niemals frei!)
Wir konnten uns nicht halten und wir zogen in jeden Körper voller Freude ein.
24
le scie di ghiaia lungo le morene, la via al grovacco, al sasso di creta.
Loda il disegno del drago e la rocca
cinta dai drappi del mondo di ieri,
quando l’alto era il basso e il basso l’alto.
La zolla danza ancora sul crepaccio azzurro.
Terra in diluvio destina a noi la notte. Ci trascina nella cantina del nuovo glacial tempo.
Nel dipinto della caverna cerca il sogno dell’uomo! In$lati sull’abito la penna del lagopo.
IV
Sotto altre spoglie andavamo un tempo, tu in volpe, io in abito da puzzola; fummo ancor prima $ori di marmo, nevosi in una gola tibetana.
Cristalli senza luce e senza tempo
ci liquefammo nella prima ora,
ci avvolse il brivido della vita intera, $orimmo nel polline del primo senso.
Viandanti nel miracolo lasciammo
i vecchi panni per indossarne nuovi. Succhiammo forza da ogni nuovo suolo e mai più il nostro respiro s’arrestava.
Leggeri uccelli fummo e gravi alberi, del$ni audaci e mute uova d’uccello. Morti e poi vivi, un essere eravamo,
e poi una cosa. (Mai saremo liberi!)
Senza poter fermarci migravamo in ogni corpo pieni di gran gioia.
25
(Und niemand sag ich, was du mir bedeutest – 20 die sanfte Taube einem rauhen Stein!)
Du liebtest mich. Ich liebte deine Schleier,
die lichten Stoffe, die den Stoff umwehn,
und ohne Neugier hielt ich dich in Nächten. (Wenn du nur liebst! Ich will dich ja nicht sehn!)
25 Wir kamen in das Land mit seinen Quellen. Urkunden fanden wir. Das ganze Land,
so grenzenlos und so geliebt, war unser.
Es hatte Platz in deiner Muschelhand.
V
Wer weiß, wann sie dem Land die Grenzen zogen und um die Kiefern Stacheldrahtverhau|
Der Wildbach hat die Zündschnur ausgetreten, der Fuchs vertrieb den Sprengstoff aus dem Bau.
5
Wo anders sinkt der Schlagbaum auf den Pässen; 10 hier wird ein Gruß getauscht, ein Brot geteilt.
Die Handvoll Himmel und ein Tuch voll Erde bringt jeder mit, damit die Grenze heilt.
Wenn sich in Babel auch die Welt verwirrte,
man deine Zunge dehnte, meine bog –
15 die Hauch- und Lippenlaute, die uns narren,
sprach auch der Geist, der durch Judäa zog.
Seit uns die Namen in die Dinge wiegen, wir Zeichen geben, uns ein Zeichen kommt,
26
Wer weiß, was sie auf Grat und Gipfel suchten| Ein Wort| Wir haben’s gut im Mund verwahrt; es spricht sich schöner aus in beiden Sprachen und wird, wenn wir verstummen, noch gepaart.
(E tacerò cosa per me tu sia –
mite colomba per la pietra scabra!)
Mi amavi. Io amavo i veli tuoi,
le lievi stoffe che la stoffa librano,
e discreta la notte ti stringevo.
(Se solo ami! Vederti non pretendo!)
Giungemmo nel paese delle fonti. Trovammo gli atti. Il paese intero, così amato, scon$nato, ora era nostro. Trovava posto nella tua mano a conca.
V
Chissà quando tracciarono i con$ni, e intorno ai pini un $lo spinato|
Il torrente ha sommerso la miccia, la volpe tolse l’esplosivo dalla tana.
Chissà cosa cercarono su in cima|
Una parola| In bocca la serbiamo;
più bella suona in tutte e due le lingue, e, noi muti, sarà appaiata ancora.
Cala una sbarra altrove sopra i passi; qui ci si scambia il pane ed un saluto. Un lembo di terra e un pugno di cielo ognuno porta, perché il con$ne sani.
E se a Babele il mondo si confuse,
fu gon$a la tua lingua e la mia curva – le beffarde aspirate e le labiali,
parlò lo Spirito lungo la Giudea.
Da quando i nomi ci cullan nelle cose, facciamo un segno e ci risponde un segno,
27
ist Schnee nicht nur die weiße Fracht von oben, 20 ist Schnee auch Stille, die uns überkommt.
Daß uns nichts trennt, muß jeder Trennung fühlen; in gleicher Luft spürt er den gleichen Schnitt.
Nur grüne Grenzen und der Lüfte Grenzen vernarben unter jedem Nachtwindschritt.
25 Wir aber wollen über Grenzen sprechen,
und gehn auch Grenzen noch durch jedes Wort: wir werden sie vor Heimweh überschreiten
und dann im Einklang stehn mit jedem Ort.
VI
Der Schlachttag naht mit hellem Messerwirbel, die matten Klingen schleift der Morgenwind, und aus der Brise gehn gestärkt die Schürzen der Männer, die ums Vieh versammelt sind.
5
Es wollen hier die Toten leichter wiegen, 10 denn das Lebendige, dem Blut nicht fehlt,
– und mehr als Leben wehrt sich auf der Waage! – gibt hier den Ausschlag, den kein Zeiger zählt.
Drum meid die Hunde mit den heißen Lefzen
und den Gemeinen, der mit rohem Blut 15 sich volltrinkt, bis es Schatten übersetzen
in schwarzer Lachen herrenloses Gut.
Und einen Blutsturz später: Wangenflecken –
die erste Scham, weil Schmerz und Schuld bestehn
28
Die Stricke werden fester angezogen,
die Mäuler schäumen, und die Zunge schwimmt; der Nachbar sorgt für Salz und Pfefferkörner, und das Gewicht der Opfer wird bestimmt.
la neve non è solo un bianco carico, è neve anche la quiete che ci assale.
Perché nulla ci separi, è d’obbligo il distacco; nell’aria uguale si sente il taglio uguale. Dell’aria son solo i con$ni,
di notte il vento a passi li rimargina.
Ma noi vogliam parlare di con$ni,
e siano i con$ni pur in ogni parola: per nostalgia li attraverseremo
e saremo in armonia con ogni luogo.
VI
In un lucente gorgo di coltelli, il giorno del macello s’avvicina, le lame opache il vento del mattino af$na
e per la brezza vanno inamidati
grembiali d’uomini, che attorniano il bestiame.
Più stretto si fa il cappio intorno al collo, schiumano i musi e la lingua annaspa; procura il vicino sale e pepe,
e il peso della vittima è $ssato.
Qui i morti peseranno meno,
giacché la vita, a cui sangue non manca, – e più che vita arranca alla bilancia! – segna quel tanto, che l’ago non registra.
Evita dunque ardenti labbra di cani
e il per$do, che nel crudo sangue s’abbevera, $nché ombre il sangue menano in un bene di pozze nere abbandonato.
Sbocca altro sangue: chiazze sulle guance – la prima vergogna, per dolore e colpa
29
und Eingeweide ausgenommner Tiere 20 in Zeichen erster Zukunft übergehn;
weil süßem Fleisch und markgefüllten Knochen ein Atem ausbleibt, wo der deine geht.
Den Ahnenrock am abgestellten Rocken
hat unversehens Spinnweb überweht.
25
Die Augen gehen über. Jahre sinken.
Die junge Braue fühlt den weißen Stift. Und die Gerippe steigen aus dem Anger, die Kreuze mit der dürren Blumenschrift.
VII
Zum Fest sind alle Seelen rein gewaschen, der Bretterboden wird gelaugt vorm Tanz, die Kinder hauchen gläubig in das Wasser, am Halm erscheint der schöne Seifenglanz.
5
10
holt er vorm Anlauf, vor dem neuen Mond; 15 die Samen und die Funken gehn zu Sternen,
und sie erfahren, was im Himmel lohnt.
Die Schüsse überfliegen Tannenzüge.
Ein Schuß fällt immer, der im Fleisch verhallt.
30
Der Maskenzug biegt um die Häuserzeile, Strohpuppen torkeln an die Weizenwand, die Reiter sprengen über Blumenbarren, und die Musik zieht in das Sommerland.
Maultrommeln klagen zu den Flötenstimmen. Die Axt der Nacht fällt in das morsche Licht. Der Krüppel reicht den Buckel zum Be$ngern. Der Idiot entdeckt sein Traumgesicht.
Der Holzstoß flammt: die Werke und die Tage
e gli intestini di bestie sventrate trapassano qual segni del futuro;
poiché alla carne dolce e alle ossa piene manca il respiro, là dove il tuo si muove. La ragnatela coprì all’improvviso l’abito avito sulla conocchia smessa.
Gli occhi traboccano. Anni si inabissano.
Il sopracciglio giovane avverte la matita bianca. E dal sagrato salgono gli scheletri,
le croci scritte con $ori disseccati.
VII
Ogni anima è lustra per la festa,
prima del ballo liscivia sterge il palco, fanciulli in acqua pie preghiere mormorano, e sapone scintilla sull’orlo della canna.
Il corteo di maschere gira tra le case,
i fantocci oscillano sul muro di grano, i cavalieri saltano barriere di $ori,
e va la musica nel paese estivo.
Scacciapensieri insieme a flauti piangono. La scure della notte cala sulla luce fradicia. Lo storpio offre la gobba da toccare. L’idiota scopre il suo viso ideale.
S’in$amma la catasta: opere e giorni
si porta via, prima dell’inizio e della luna nuova; semi e scintille si levano alle stelle
e imparano quel che ripaga in cielo.
Gli spari sorvolano le $le degli abeti. Uno si spegne sempre nella carne.
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ADELPHI EDIZIONI S.p.A
Via S. Giovanni sul Muro, 14 20121 – Milano Tel. +39 02.725731 (r.a.) Fax +39 02.89010337
LA POETESSA PIÙ BELLA DEL MONDO NANCY CUNARD,EREDITIERA, MUSA DI HUXLEY E MAN RAY, AMANTE DI POUND, ELIOT E ARAGON, VIAGGIATRICE E PASIONARIA, FU LA PRIMA A PUBBLICARE BECKETT CON LA SUA CASA EDITRICE – IMITATISSIMO IL SUO STILE: CILINDRO, ABITI D’ARGENTO, BRACCIALI E CAPELLI CORTI – NON SPOSATA, RIBELLE, FUMAVA, BEVEVA E AMAVA IL SESSO-Articolo scritto da Eleonora Barbieri per “il Giornale”
NANCY CUNARDNANCY CUNARDNANCY CUNARD
Quando nel 1925 scrive Parallax, Nancy Cunard ha in mente due uomini: T.S. Eliot e Ezra Pound. Il primo perché, due anni prima, aveva scritto La terra desolata, che è il modello per il poema lungo della Cunard; le due opere sono pubblicate dalla stessa casa editrice, la piccola e prestigiosa Hogarth Press di Leonard e Virginia Woolf.
Il secondo perché era stato proprio Pound, dopo avere letto le poesie della raccolta Outlaws del 1921, a spingere la Cunard a continuare a scrivere, spiegandole, in una lunga lettera, che doveva riuscire a «rendere il discorso della poesia perfino più vivido di quello della prosa» e ricordandole che «l’arte è lunga».
In quella lettera, Pound le diceva anche quanto desiderasse che Nancy tornasse a Parigi. La loro storia d’amore, lunga cinque anni, era già cominciata. In realtà anche Eliot era stato amante di Nancy Cunard, pur se per una notte soltanto, nell’estate del ’22: anche se la disapprovava, e la considerava una tentatrice (in seguito l’aveva perfino dipinta come una prostituta, sotto le spoglie di Fresca, in una parte della Terra desolata che Pound lo convinse a tagliare), nemmeno lui era riuscito a resisterle, come lei stessa raccontò in una Lettera in versi scritta dopo la morte del poeta nel gennaio del 1965 (lei morì due mesi dopo), e pubblicata ora nei Selected Poems, una raccolta di poesie, in parte inedite, a cura di Sandeep Parmar (Fyfield Books).
Del resto era difficile, quasi impossibile resistere a Nancy Cunard. Nata nel 1896 a Nevill Holt, nel Leicestershire, in una residenza immensa (il salone da solo era più grande della New York Public Library), erede di un impero di costruttori navali baronetti dai tempi della Regina Vittoria, discendente di Benjamin Franklin, figlia di un padre, Bache, interessato soltanto alla caccia e alla campagna inglese e di una madre americana ricchissima, Maud, arrivata in Europa per ottenere un titolo e entrare nell’alta società politica, aristocratica e letteraria di Londra (e Lady Cunard ne fu una regina), Nancy si abitua subito ad alcune cose poco comuni, specialmente per l’epoca: i suoi genitori vivono vite separate;
la madre ha decine di amanti, e non li nasconde affatto; il suo primo amico a quattro anni non è una bambina, bensì il romanziere irlandese George Moore, amante della madre, a cui resta legata per tutta la vita e che le fa da padre insieme a Norman Douglas; viaggia e viene istruita per tutta Europa; ai balli e ai tè organizzati da Lady Cunard arrivano Somerset Maugham, i Balfour, gli Asquits, Pound (che chiede soldi per sostenere James Joyce mentre scrive l’Ulisse), Eliot…
Ereditiera, poetessa, editrice per tre anni, come racconta nel libro, ricchissimo di aneddoti, These were the Hours – Memories of My Hours Press, scrittrice, giornalista in prima fila durante la guerra di Spagna, pasionaria quasi ossessiva per le cause della repubblica in Spagna e per la difesa della cultura e dei diritti dei neri in America (sua è la raccolta Negro, una antologia che è la prima nel suo genere, e che nel ’34, quando esce, è accolta con derisione perfino dalla stampa di sinistra), collezionista di arte «primitiva» dall’Africa all’Oceania e, in particolare, di vistosissimi braccialetti d’avorio che portava a decine fino al gomito, amante di artisti, poeti, scrittori e musicisti celebri, fra cui T.S. Eliot, Samuel Beckett e Pablo Neruda (tutti anni prima del Nobel…) e poi Ezra Pound, Louis Aragon, Tristan Tzara e Aldous Huxley, Nancy Cunard era una donna bellissima e magnetica.
Gli occhi enormi e blu, la figura esile, la voce dolce e acuta insieme, la falcata leggendaria. E poi lo stile, imitatissimo per il resto del secolo, dal cilindro agli abiti d’argento, dai quattrocento bracciali ai capelli corti, una giovane donna non sposata (lo fu per pochissimi anni, con un soldato australiano), ribelle, che fumava e beveva e non si negava nulla.
Così racconta Anthony Thorne nel volume Nancy Cunard. Brave Poet, Indomitable Rebel (1968, a cura di Hugh Ford) che raccoglie i ricordi di amici e ammiratori: «Un giorno una ragazza mi ha detto: Entro in una stanza e in fondo c’è la donna più bella che abbia mai visto. Poi mi avvicino e mi rendo conto che è Nancy Cunard».
Thorne incontra Nancy per la prima volta a Venezia, dove lei versa una flûte di champagne nel Canal Grande in nome di un suo vecchio amore, il jazzista di colore Henry Crowder; poi, dopo una notte insieme, lasciano il palazzo a bordo di una gondola. Undici anni dopo, di nuovo a Venezia, Thorne ritrova lo stesso gondoliere che ricorda esattamente Nancy.
Anche quando è ormai anziana, zoppicante, rovinata dall’alcol, dalle malattie respiratorie e dalla magrezza eccessiva, se entra in un locale, o si presenta a teatro, tutti gli occhi si volgono immediatamente verso di lei, e nel silenzio che si crea si sente solo il tintinnio dei suoi bracciali. Questa è Nancy Cunard, «un corpo come una scultura» a detta di Langston Hughes, che collaborò a Negro.
Non soltanto una avventuriera: lo è stata, nel sesso (si dice che si sia fatta asportare l’utero per avere libertà totale), nelle abitudini quotidiane, nei viaggi per mezzo mondo, nelle cause sposate spesso d’istinto.
Ma è stata una figura letteraria, e non soltanto come musa, anche se ha ispirato Huxley (innamorato perso, l’ha riprodotta in varie sue eroine), il bestseller degli anni Venti Green Hat di Michael Arlen, Aragon (che fu quasi sul punto di sposare), Tzara, Evelyn Waugh, Pound e Neruda, e poi pittori come Oskar Kokoschka e Alvaro Chile Guevara, fotografi come Man Ray e Cecil Beaton, lo scultore Brancusi. Williams Carlos Williams, che giocava a tennis con lei e Hemingway, la definì «uno dei più grandi fenomeni di quel mondo», gli anni Venti.
La prova della sua sensibilità letteraria, oltre che nelle opere di poesia, è soprattutto nella sua attività di editrice e curatrice di raccolte. L’avventura della sua Hours Press comincia nel 1928 e finisce nel 1931. Nasce in Normandia, a Réanville, in una casa di campagna acquistata e arredata da Nancy con grande amore (sua madre riteneva che «solo i banali hanno bisogno di una casa»); poi si sposta a Parigi, in rue Guenégaud, a due passi dalla Galleria Surrealista.
Londra non era la città giusta per Nancy, anche se si era creata una sua «Corrupt Coterie», cenava con Keynes e Lytton Strachey, frequentava i Woolf (poco, perché Virginia era gelosa…). È a Parigi, nei primi anni Venti, che trova il suo mondo: fra i Surrealisti e i Dada, tutti suoi amici e spesso amanti, ospiti fissi nel suo appartamento all’Île Saint-Louis, che era appartenuto a Modigliani.
In nemmeno quattro anni la Hours Press pubblica 23 libri di pregio, con copertine firmate da artisti come Man Ray, John Banting, Yves Tanguy: in catalogo vanta George Moore, l’amico che le garantisce un esordio da «tutto esaurito»; Louis Aragon che traduce l’«intraducibile» Caccia allo Snark di Lewis Carroll; due titoli di Norman Douglas; Mes Souvenirs, saggi scritti apposta per lei da Arthur Symons, il critico letterario che «esportò» Verlaine e i simbolisti Oltremanica; le poesie di Robert Graves e Laura Riding; i versi di Richard Aldington (suo è il bestseller della casa editrice, Last Straws); This Chaos di Harold Acton, per il quale Nancy è stata «la Gioconda degli anni Venti»; i primi trenta Cantos di Pound (A Draft of XXX Cantos); una raccolta di poesie di John Rodker, editore di Eliot e della «più bella edizione dei Cantos» di Pound, secondo la stessa Cunard. Le promette «qualcosa» James Joyce, «il mio visitatore più famoso in rue Guenégaud», dove si reca con insistenza in cerca di una raccomandazione per un suo amico, un cantante irlandese.
Non se ne fa nulla, né per la raccomandazione, né per l’opera da pubblicare. Ma la sua vera «scoperta» è Samuel Beckett. Nel senso che è la prima a pubblicarlo. In These were the Hours (pubblicato postumo nel ’69) la Cunard spiega il suo obiettivo di editrice: «Fare soprattutto poesia contemporanea di genere sperimentale – sempre cose molto moderne, pezzi brevi di grande qualità che, per loro natura, possono avere difficoltà a trovare editori commerciali». Così, a caccia di talenti nuovi, lancia un concorso: dieci sterline in premio all’autore della migliore poesia sul tempo, cento righe al massimo. Fino all’ultimo, Nancy e l’amico Aldington si trovano a leggere roba impubblicabile; ma, la notte della scadenza…
Qualcuno ha lasciato una poesia, si intitola Whoroscope; l’autore è sconosciuto, si chiama Samuel Beckett, è nato a Dublino e già questo lo rende simpatico alla Cunard che ha antenati illustri e ribelli anche in Irlanda, e comunque le basta scorrere i versi per capire che il vincitore del concorso è proprio lui.
E che felicità prova venticinque anni dopo, quando Aspettando Godot va in scena a Parigi e il mondo si accorge del merito che spetta al suo autore. Beckett le rimane sempre amico e affezionato; nel 1956 le scrive: «Ho ancora Negro comodo nella mia libreria, a differenza della maggior parte di ciò che avevo… E perfino qualche Whoroscope».
Le chiede di spedirgli una copia di Parallax, perché vorrebbe rileggerlo. Per l’antologia black Beckett ha tradotto diciotto saggi, fra cui un Manifesto dei Surrealisti francesi e un articolo su Louis Armstrong e il jazz; ha firmato per Henry-Music, versi dedicati alla musica di Henry Crowder, uno dei volumi di maggior pregio della Hours Press. Il loro legame dura per tutta la vita, anche se Beckett la trova sempre più esile e troppo «ossessionata» dalla questione spagnola.
Eppure, anche in questo caso, la Cunard dimostra il suo talento. Nel 1937 rimette in funzione la vecchia pressa Mathieu di Réanville per pubblicare sei pamphlet, o plaquettes, che finiscono sotto il titolo The Poets of the World Defend the Spanish people!. A stampare accanto a lei c’è Pablo Neruda, i versi, in inglese, spagnolo e francese sono di Tzara, Aragon, Hughes, García Lorca e W.H. Auden, di cui appare la controversa Spain.
Dopo le plaquettes è la volta di un questionario agli scrittori, un’idea nuova all’epoca: Nancy spedisce a tutti quelli che conosce (e non) delle domande sulla guerra, per capire da che parte stiano. Il volume che raccoglie le 148 risposte si intitola Authors Take Sides on the Spanish War: non pubblicata quella indimenticabile di George Orwell, che la prega di non scocciarlo più. Lui, in Spagna, si è appena preso una pallottola.
Dopo la guerra, la vita per Nancy non è più la stessa. La sua casa di Réanville è distrutta dai nazisti, il suo mondo è in pezzi. La madre l’ha diseredata da un decennio, al grido di: «Davvero mia figlia conosce un Negro?». Ha ancora degli amanti, sempre più giovani; continua a viaggiare, a bere troppo e a scrivere: nel ’54 e nel ’56 pubblica due biografie di George Moore e Norman Douglas, molto elogiate dalla critica. Rifiuta ogni proposta di scrivere la sua autobiografia (perciò bisogna accontentarsi di due biografie, comunque ricche di dettagli, una del ’79 di Anne Chisholm e una del 2007 di Lois Gordon).
Paga, più che mai, l’esclusione da un mondo per il quale lei è troppo diversa. E che l’ha punita, a modo suo: non potendole impedire la libertà di dire, scrivere e fare, per lo più ha tentato di negarle la patente della serietà intellettuale.
Descrivendo Lucy, l’anti-eroina di Punto contro punto, Huxley parla così (indirettamente) di Nancy: «Era tutto ciò che le persone, per invidia o per disapprovazione, dicevano di lei, eppure era la più squisita e meravigliosa delle creature». Muore sola, a Parigi, pochi giorni dopo avere compiuto 69 anni. Le sue ceneri sono al Père-Lachaise, il cimitero degli immortali.
Fonte Articolo scritto da Eleonora Barbieri per “il Giornale”
-Poetessa-Deportata ad Auschwitz sopravvissuta alla Shoah :”Testimonierò finché avrò fiato “
Roma- Intervista ad Edith Bruck, scrittrice, poetessa e sopravvissuta alla Shoah. Deportata ad Auschwitz quando aveva solo 13 anni ha dedicato decine di opere a raccontare la sua storia-Il 29 ottobre, presso il Centro bibliografico dell’ebraismo italiano “Tullia Zevi” a Roma, si è svolto l’evento di avvio della seconda edizione del progetto didattico «Tra Resistenza e Resa. Per sopravvivere Liberi! 80 voglia di libertà!», promosso dalla Commissione storica dell’Ucebi e dalla Fondazione Cdec. A quell’evento è intervenuta la scrittrice, poetessa, testimone della Shoah, Edith Bruck a cui abbiamo rivolto alcune domande.
– Nella sua scrittura convivono due lingue: quella dell’infanzia, l’ungherese, e quella dell’età adulta, l’italiano. Per raccontare la sua vita, ha scelto l’italiano. Che cosa l’ha spinta a fare questa scelta?
«Voglio dire subito che non ho mai scelto nulla nella vita, non avevo la possibilità di scegliere. Sono arrivata in Italia nel 1954, dopo tantissimi pellegrinaggi, passando per i campi di concentramento, e vagabondando per l’Europa distrutta. Sono arrivata per puro caso a Napoli e lì ho avuto una sensazione molto strana. La gente mi guardava, mi sorrideva, e mi sembrava che mi stessero dicendo: “Rimani qui!”. È stata una sensazione che non posso spiegare bene, ma sentivo che in quel paese avrei potuto vivere. Così sono rimasta. Mi sono trasferita a Roma, ho fatto vari lavori, e ho preso lezioni di grammatica italiana. Lentamente ho imparato la lingua. Devo precisare che prima di scrivere il mio primo libro in italiano, avevo scritto in ungherese nel 1946 Chi ti ama così. Quando sono uscita dall’Ungheria, l’ho fatto clandestinamente. Dopo la guerra, al ritorno dai campi, ho trovato un paese che viveva sotto il comunismo, che non era certo migliore del fascismo. Così ho lasciato l’Ungheria e ho dovuto abbandonare le poche cose che avevo scritto in ungherese, tra cui anche quel mio primo scritto. Dopo essere arrivata in Italia, ho pubblicato il mio primo libro in italiano nel 1959, un’autobiografia. Scrivere è stato un atto necessario per me: scoppiavo di parole, avevo bisogno di liberarmi da quell’inferno che rischiava di rimanere dentro di me per sempre».
– Quale significato attribuisce alla lingua italiana?
«Innanzitutto, per me essa rappresenta una salvezza, una barriera protettiva. Nella lingua materna sono stata offesa, umiliata, insultata. Nel ’42, non potevamo nemmeno uscire per strada senza rischiare di essere aggrediti o insultati. Nel 1944, non furono i tedeschi ma i fascisti ungheresi, le croci frecciate, a bussare alla nostra porta e a deportarci. Avevo solo 13 anni quando un ragazzino in divisa da gendarme, che non arrivava ai 20 anni, schiaffeggiò mio padre, che non aveva nemmeno 50 anni. In quel momento capii che qualcosa era finito per sempre. Sono stata prima ad Auschwitz, poi ci trasferirono a Bergen-Belsen, attraverso le famose marce della morte. Partimmo in mille, ma arrivammo vive in meno di 50. Ci portarono in un campo degli uomini, una “tenda della morte”, dove il pavimento era coperto di cadaveri. Lì alcuni uomini morenti mi dissero: “Se sopravvivi, racconta. Non ci crederanno, racconta anche per noi”. Promisi che l’avrei fatto. La mia sopravvivenza è stata anche una testimonianza per quelli che non hanno potuto raccontare. Per me testimoniare è un dovere morale, e continuerò a farlo finché avrò fiato».
– In Ungheria, le leggi razziali precedettero quelle italiane di due anni. Come vede la situazione attuale in Ungheria e in Europa?
«È triste constatare che l’antisemitismo è ancora presente, anche in Ungheria, dove il governo di Orbán alimenta una politica di chiusura. In tutta Europa, vediamo risorgere i partiti di destra e i movimenti che rievocano ideologie pericolose. La situazione mi preoccupa molto, ma continuerò a testimoniare la mia esperienza, a raccontare, perché credo che ogni vita sia preziosa e che nessuno debba mai dimenticare quello che è accaduto».
– Lei è anche traduttrice, grazie al suo lavoro molti italiani hanno conosciuto i poeti ungheresi Miklós Radnóti e Attila József…
«Tradurre è un lavoro difficile, perché bisogna entrare nello spirito della poesia. Miklós Radnóti è stato una grande fonte di ispirazione per me. Quando ho tradotto la sua poesia, ho sentito che, pur nel dolore e nella morte, c’era una ricerca di speranza. Tradurre queste voci è stato un modo per farle vivere ancora, per farle arrivare anche agli italiani».
– Quali sono le sue prossime pubblicazioni?
«È uscito da pochi giorni libro Oltre il male, scritto con Andrea Riccardi, edito da Laterza. Poi, nel 2025, pubblicherò una nuova raccolta di poesie dal titolo Le dissonanze. Si tratta di una raccolta suddivisa in due parti. La prima è sempre legata alla memoria di mia madre, di mio padre, e di mio fratello, che non ha mai scritto e ha parlato della tragica esperienza dei campi di concentramento solo una volta. Dopo la guerra, gli chiesi perché non riuscisse a raccontare. Alla fine, con molta difficoltà e una voce flebile, trovò il coraggio di dire che una volta, al suo ritorno da una giornata di lavoro forzato, vide che il giaciglio di mio padre era vuoto. Chiese al medico: “Dov’è mio padre?”, ed egli rispose che quel giorno erano morti tanti prigionieri, e che poteva andare fuori a cercarlo. Mio fratello ritrovò mio padre tra i cadaveri: l’aveva abbracciato, gli aveva chiuso gli occhi e aveva cercato uno straccio per coprirlo, perché era nudo. Poi lo lasciò lì, tra centinaia di corpi. Mio fratello raccontò questa storia una sola volta, e non abbiamo saputo mai nulla della sua esperienza nei campi: né cosa pensava né come sopportava le sofferenze di quei giorni. Aggiunse solo: “Non chiedetemi mai più niente”.
Nella seconda parte della raccolta, invece, parlo delle molestie sessuali che ho subito in passato, senza fare riferimenti espliciti ai nomi, ma evocando personaggi noti tra cui uno scrittore, un regista, un giornalista, uomini molto noti in Italia, che si sono comportati in modo indegno. Continuerò a testimoniare per tutta la vita che mi resta, dando voce a chi ha vissuto ciò che ho vissuto io: non solo mio fratello ma i tanti milioni di persone uccise dalla furia nazifascista. Credo che ogni vita sia preziosa e che sia importante raccontare, affinché non si dimentichi».
Articolo e intervista di Deborah D’Auria-
Fonte –Riforma .it- Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.
Costa Alda (1876-1944)-Maestra elementare-Socialista e antifascista
Biografia di Alda Costa nacque a Ferrara il 26 gennaio 1876 da Vincenzo e Caterina Zaballi. Diplomatasi – come la madre – maestra elementare, iniziò ad insegnare nel 1895 e nel settembre 1899 ottenne il ruolo di maestra comunale a Ferrara. Attratta dalle idee socialiste riformiste, iniziò la sua attività politica e sindacale all’interno del Psi promuovendo, nel 1905, la nascita della Federazione provinciale dei circoli socialisti ferraresi.
Costa Alda (1876-1944)-Maestra elementare
Nel 1907 entrò nella Federazione di Ferrara del Partito socialista italiano e collaborò al giornale socialista-riformista locale “Pensiero socialista”. La collaborazione con le principali testate di partito fu un elemento fondamentale della biografia di Alda, consapevole dell’importanza della stampa come strumento di riflessione e educazione alla politica. Nel 1913 fu tra i fondatori di “Bandiera socialista”, che divenne il giornale ufficiale sindacale e politico del socialismo riformista ferrarese. Da quell’anno Alda divenne collaboratrice di Gaetano Zirardini (nuovo segretario comunale) nel lavoro di direzione della Camera del Lavoro e della Federazione socialista locale.
Neutralista convinta, allo scoppio del primo conflitto mondiale diede vita ad una intensa propaganda antimilitarista organizzando dimostrazioni pacifiste delle donne nella provincia ferrarese.
Nel novembre del 1916 il Congresso socialista regionale del partito svoltosi a Bologna, la nominò responsabile della propaganda per la pace e dell’organizzazione femminile. Durante i lavori del Congresso, Alda intervenne a sostegno della scuola laica indispensabile strumento per formare le coscienze dei giovani e dei lavoratori. Inoltre svolse un ruolo attivo nelle agitazioni contro la guerra svoltesi nel Ferrarese a partire dal gennaio 1917. Questa sua decisa presa di posizione indusse la polizia a schedarla come “sovversiva pericolosa”. Gli attacchi contro la Costa si intensificarono quando il 26 gennaio 1917 si rifiutò di condurre i suoi allievi alla proiezione di un film di propaganda sulla presa di Gorizia. Nei numerosi articoli di giornale che uscirono sulla stampa locale contro di lei, accanto agli attacchi per la sua fede politica e le scelte antimilitariste, non si risparmiavano nemmeno le critiche alle sue scelte di vita privata, che la dipingevano come “una signorina stagionata”. A questi attacchi Alda rispose riaffermando la sua idea di educazione che doveva essere “fattrice” di pace e di sentimenti di umanità.
Nel 1917 entrò negli esecutivi della Federazione del Partito socialista italiano e della Camera del Lavoro di Ferrara.
Nel primo dopoguerra si scontrò da un lato con le donne rivoluzionarie e massimaliste del partito e dall’altro con il movimento squadrista fascista. Quando i maggiori dirigenti socialisti furono costretti all’esilio, Alda continuò, anche in forma clandestina, il suo impegno politico, sociale e di insegnante.
Nel 1925 rifiutò di sottoporsi, come maestra elementare, all’obbligo di salutare romanamente. Tale scelta ebbe come conseguenza la perquisizione della sua abitazione e, il 17 marzo 1926, prima la sospensione dall’insegnamento e poi il licenziamento.
Nell’autunno dello stesso anno Alda si trasferì a Milano dove venne arrestata e assegnata al confino per 5 anni, periodo che trascorse tra le isole Tremiti e la Basilicata (a Corleto Perticara in provincia di Potenza). Rientrata a Ferrara dopo un accorciamento della pena a soli 2 anni, non le fu comunque permesso di riprendere l’insegnamento e quindi fu costretta a chiedere il prepensionamento e a vivere dando lezioni private.
Durante la seconda guerra mondiale riprese i contatti con gli antifascisti della provincia, scelta che le costò nuovamente l’arresto nel 1942 e la condanna a un mese di reclusione e di torture per ottenere dettagli della lotta antifascista. Dopo il 25 luglio partecipò agli incontri che avrebbero condotto alla nascita del Cln ferrarese. Arrestata il 15 novembre del 1943, in seguito all’uccisione di un federale fascista, fu condotta nelle carceri di Copparo.
Morì di leucemia il 30 aprile 1944 e le fu negato anche il funerale per timore di manifestazioni e tumulti.
FONTI E BIBLIOGRAFIA
Fonti archivistiche
Archivio di Stato di Ferrara.
Archivio Storico Comunale di Ferrara.
Fonti iconografiche
Immagine del profilo: Marco Cazzola, Alda Costa. Scritti e discorsi (1905-1921), Ferrara, Spazio libri Editore, 1992.
Bibliografia
Antonella Cagnolati, La professionalità, la politica: Alda Costa, in Maternità militanti. Impegno sociale tra educazione ed emancipazione, a cura di Antonella Cagnolati, Roma, Aracne, 2010, pp. 115-129.
Marco Cazzola, Alda Costa. Scritti e discorsi (1905-1921), Ferrara, Spazio libri Editore, 1992.
La Maestra. Da Alda alla Clelia di Giorgio Bassani, a cura di Anna Quarzi, Ferrara, 2G Editrice, 2004.
Il movimento operaio italiano: dizionario biografico, 1853-1943, a cura di Franco Andreucci, Tommaso Detti, Roma, Editori riuniti, 1975, ad nomen.
La Fondazione Argentina Bonetti Altobelli è in via Marconi 69, 40122 Bologna. Per informazioni scrivere all’indirizzo mail info@fondazionealtobelli.it.
Costa Alda (1876-1944)-Maestra elementare
COSTA, Alda
Nacque a Ferrara il 26 genn. 1876 da Vincenzo e Caterina Zaballi. Conseguito il diploma di maestra elementare, svolse a partire dal 1895 una serie di supplenze in varie frazioni del Ferrarese (Marrara, Boara, Fondo Reno, Quacchio, Spinazzino), e partecipò al concorso magistrale del 20 marzo 1897 (una prova scritta, una lezione e un esperimento di pratica nei lavori femminili di cucito), risultando idonea.
Il Consiglio comunale di Ferrara la nominò insegnante elementare il 2 giugno 1899 con decorrenza 1º sett. 1899 e stipendio iniziale di mille lire. La miseria e la letterale denutrizione delle sue prime scolaresche furono sofferte e sentite dalla C. come un ostacolo all’apprendimento da rimuovere non soltanto con l’impegno professionale più rigoroso – che in lei non venne mai meno -, ma anche e soprattutto con l’azione sindacale e politica in favore delle classi diseredate.
Emblematico di questo suo modo di vivere l’esperienza scolastica può essere considerato il seguente passo, tratto da un articolo da lei pubblicato sul Pensiero socialista del 24 febbr. 1906: “Impartite … delle utili cognizioni, ci si ripete. Oh, non sapete dunque che le loro deboli menti di denutriti non riescono ad afferrare le più semplici fra le cognizioni! Che irrisione per voi poveri bimbi l’istruzione pubblica, gratuita, obbligatoria. Che irrisione e che crudeltà! Presentarvi un libro quando negli occhi, nel viso, in tutto il vostro misero corpicciolo non avete che un grido: “ho fame””.
Questo linguaggio deamicisiano spiega bene come l’inizio della carriera scolastica della C. abbia coinciso con la sua adesione alle idee socialiste (riformiste) e alla federazione ferrarese dei Partito socialista italiano. Nell’anibito di questa, la C. si dedicò con particolare impegno alla propaganda tra le donne, alla fondazione di circoli femminili socialisti nelle campagne e alla continuazione dell’attività femminista-classista svolta a Ferrara nel 1901-1902, prima della sua forzata emigrazione, dalla concittadina Rina Melli con il periodico Eva. Nel novembre 1905, quando i sindacalisti rivoluzionari conquistarono la maggioranza nella federazione socialista ferrarese, la C., quale delegata del circolo femminile di Portoverrara, aderì alla scissionista federazione provinciale riformista dei circoli socialisti e collaborò, come si e visto, al Pensiero socialista, suo organo ufficiale fino al riassorbimento della scissione (novembre 1906).
Ma la statura politica e culturale della gracile ed ascetica maestra ferrarese, forse superiore a quella di qualsiasi altro dirigente socialista della provincia, ebbe modo di manifestarsi appieno soltanto a partire dal momento (novembre 1913) in cui i riformistì riconquistarono la maggioranza nel movimento sindacale e pofitico del socialismo ferrarese. Allora la C. divenne la principale animatrice della Bandiera socialista, nuovo organo sindacale e politico del socialismo ferrarese da lei fondato in collaborazione con l’avvocato Francesco Baraldi, con lo studente universitario Fabio Petrucci e con un impiegato postale, e della ricostruzione del partito e della Camera del lavoro. Quando (1914) la direzione politica e sindacale del movimento fu assunta da Gaetano Zirardini, all’uopo fatto venire da Ravenna dai riformisti ferraresi, la C. ne divenne la principale collaboratrice, inaugurando un’amicizia che continuerà anche negli anni della dittatura fascista.
Particolarmente preziosa fu l’attività politica, sindacale, giornalistica, organizzativa della C. durante la guerra mondiale, che sottrasse al partito gran parte dei quadri maschili, e che l’animosa dirigente socialista ferrarese avversò in tutte le circostanze, fino al rifiuto di accompagnare i suoi scolari alle manifestazioni patriottiche: un rifiuto che essa teorizzò sulle colonne della Bandiera socialista in nome di una scuola umana e universale.
Membro, per tutta la durata del conflitto, degli esecutivi della federazione socialista e della Camera del lavoro, il 26 nov. 1916 la C. fu nominata, dal congresso regionale socialista di Bologna, responsabile, per la provincia di Ferrara, della propaganda per la pace e dell’organizzazione femminile del partito: due compiti il cui simultaneo assolvimento fu all’origine delle dimostrazioni pacifiste delle donne dei Copparese, dell’Argentano, del Bondenese e del Codigorese. Al congresso provinciale straordinario socialista del 23 sett. 1917 la C. presentò, insieme a Zirardini, l’ordine del giorno conclusivo contro la guerra e per l’unità proletaria internazionale. Il dopoguerra la vide disincantata e critica osservatrice delle facili illusioni rivoluzionarie e dell’ondata di massimalismo che dilagarono anche nella gracile federazione socialista ferrarese (1.458 tesserati nel 1919). La C. si assunse allora, ma senza successo, il compito di mettere in guardia i militanti contro il dominante ottimismo rivoluzionario della maggioranza, cui sfuggiva la reale natura del partito.
Lettrice attenta dell’Ordine nuovo, il 31 luglio 1920 osservò sulla Scintilla, organo della federazione ferrarese, in materia di preparazione della rivoluzione: “L’unico tentativo, quello di Torino per la costituzione dei consigli di fabbrica, ha naufragato fra l’indifferenza dei più e lo scetticismo della stessa direzione del partito”.
Di contro alla defezione di molti, tra i quali non pochi ex assertori della violenza rivoluzionaria, la C. restò impavida al suo posto di dirigente socialista dinanzi allo scatenarsi dello squadrismo fascista che non le risparmiò molestie ed umiliazioni. e in preparazione del XVIII congresso nazionale del partito (Milano, 10-15 ott. 1921) si schierò, coerente con il proprio dinamico ed attivo riformismo, con la frazione unitaria di C. Alessandri ed E. Musatti. Ormai costretti all’esilio in altre province i maggiori dirigenti del socialismo ferrarese, compreso Zirardini, la C. continuò la lotta contro il fascismo anche dopo la marcia su Roma, e lavorò, dopo la scissione dell’ottobre 1922, per entrambi i partiti socialisti, carteggiando con gli esuli in Italia e all’estero, organizzando riunioni clandestine e adoperandosi in favore dei detenuti politici.
Richiamata dai superiori nel dicembre 1925 perché si rifiutava di salutare romanamente, difese il suo comportamento scrivendo tra l’altro al sindaco di Ferrara: “Nessuno potrebbe credere alla sincerità di quell’atto, ed io ritengo, per l’altissima stima che ho dei miei superiori, che essi giudicherebbero l’atto ipocrita e me meritevole di disistima”.
La C. attirò nuovamente su di sé l’attenzione delle autorità con il contegno insofferente da lei tenuto durante la cerimonia del giuramento: subì allora una perquisizione domiciliare che ne rivelò la stretta collaborazione con il Partito socialista italiano, a seguito della quale fu sospesa dall’insegnamento (17 marzo), licenziata (7 agosto) e inviata al confino per cinque anni, successivamente ridotti a due (novembre 1926-novembre 1928). Trascorso alle Tremiti e in Basilicata il biennio di confino, la C., benché ripristinata nei suoi diritti dal Consiglio di Stato, dovette chiedere il pensionamento anticipato (1932) e chiudersi nella solitudine della sua casetta alla periferia di Ferrara.
Durante la seconda guerra mondiale, avendo intensificato i contatti con alcuni vecchi compagni, fu arrestata e tenuta in carcere per un mese. Dopo il 25 luglio 1943 partecipò, come rappresentante socialista, ad una serie di incontri interpartitici, che le costarono un nuovo arresto il 15 nov. 1943, a seguito dell’uccisione del federale repubblichino ferrarese Ghisellini. Trasferita dalle carceri di Ferrara a quelle di Copparo (provincia di Ferrara), morì di leucemia nell’ospedale di Copparo il 28 apr. 1944.
Il 15 maggio successivo l’edizione bolognese dell’Avanti! le dedicò un commosso articolo intitolato Un grave lutto del proletariato ferrarese, nelquale era scritto tra l’altro: “La consorteria agraria e fascista esulterà soddisfatta per la scomparsa della sua più implacabile accusatrice”.
Per la ricostruzione del profilo biografico sono rilevanti i seguenti contributi della C.: Un attimo di bontà, in Il Pensiero socialista (Ferrara), 21 ott. 1905; In iscuola (dal vero), ibid., 11 nov. 1905; La fata bianca (a proposito di beneficenza borghese), ibid., 30 dic. 1905; In casa vostra, ibid., 3 febbr. 1906; Refezione teatro e scheda, ibid., 24 febbr. 1906; Per essi, ibid., 3 marzo 1906; Quel giorno egli odiò, ibid., 31 marzo 1906; Né la culla né la tomba, ibid., 14apr. 1906; Dal vero. Figure dolorose, ibid., 14 luglio 1906; Relaz. politica della Federazione socialista provinciale, in La Bandiera socialista (Ferrara), 7 marzo 1915; Rinunce, mai, ibid., 4 giugno 1916; Nota–bene, ibid., 25 giugno e 9 luglio 1916; Verso il congresso socialista, 13 sett. 1919; Domando la parola, in La Scintilla (Ferrara), 24 luglio 1920, Attenti al timone, ibid., 31 luglio 1920; Per chiarire le idee, ibid., 7 ag. 1920; Lavoratori, salvate dal ciclone devastatore la fede e la coscienza socialista (in collab. con L. Morelli), 23 apr. 1921.
Fonti e Bibl.: Roma, Arch. centr. dello Stato, Casell. polit. centr., ad nomen;Ibid., Minist. dell’Int., Direz. gen. Pubbl. Sicur., Divis. Affari gen. e ris., 1917, busta 19; G. Bardellini, Social. ferrarese. Note sulle prime lotte oper. e dall’avvento del fascismo fino ai giorni nostri, Bologna 1963, pp. 21-29; A. Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel Ferrarese (1870–1920), Firenze 1972, pp. 186, 299, 309, 313, 328; P. R. Corner, Il fascismo a Ferrara 1915–1925, Bari 1974, pp. 112 s., 118, 286; A. Roveri, Le origini del fascismo a Ferrara 1918–1921, Milano 1974, pp. 43 ss., 72 ss., 89; J. Busoni, Nel tempo del fascismo, Roma 1975, pp. 107, 109, 111 s., 114, 116, 127 s., 158 s. e passim;A. Roveri, C. A., in Il Movim. operaio italiano. Dizionario biogr. 1853–1943, II, Roma 1976, pp. 106-109; G. Inzerillo, La maestra A. C., “vedetta sovversiva“. Una “storia“ ferrarese, in I Problemi della pedagogia, XXII (1976), pp. 1131-36; Id., A. C. e la fascistizzazione della scuola a Ferrara, ms. conservato presso l’Arch. dell’Istituto di storia contemporanea del movim. operaio e contad. di Ferrara.Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani –
Gabriella Degli Esposti ,Partigiana Medaglia d’Oro al Valor Militare
ANPI- Gabriella Degli Esposti , Partigiana , Medaglio d’Oro al Valor Militare-Nata a Calcara di Crespellano (Bologna) il 1° agosto 1912, fucilata a San Cesario sul Panaro (Modena) il 17 dicembre 1944, coordinatrice partigiana della Quarta Zona con il nome di battaglia di “Balella”, Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria.
Gabriella Degli Esposti , Partigiana Medaglia d’Oro al Valor Militare
Originaria di una famiglia contadina di idee socialiste, dopo l’8 settembre del 1943 Gabriella – assieme al marito Bruno Reverberi, cascinaio comunista di cui condivideva le idee – aveva trasformato la propria casa in una base della Quarta Zona della Resistenza. La giovane donna aveva anche partecipato ad azioni di sabotaggio e, soprattutto, si era molto impegnata (benché avesse due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio), nell’organizzazione dei primi “Gruppi di Difesa della Donna”. Fu proprio grazie all’opera di convincimento dei GDD che, nelle giornate del 13 e del 29 luglio del 1944, centinaia di donne scesero in piazza a Castelfranco Emilia per protestare contro la scarsità di alimenti e per manifestare contro la guerra. In quelle occasioni, essendo Gabriella a capo delle manifestazioni, fu minacciata di morte dall’impiegato comunale fascista Reggiani. Per contrastare l’irrobustirsi delle organizzazioni della Resistenza nella zona, nel dicembre del ’44 i fascisti locali, in accordo con i tedeschi, sfruttarono le indicazioni di alcuni delatori e, avvalendosi dell’intervento diretto delle SS, attuarono un grande rastrellamento. Nel primo pomeriggio del 13 dicembre, Gabriella Degli Esposti è catturata, nella sua stessa casa, da un gruppo di SS comandato dall’ufficiale Schiffmann. Benché incinta, viene prima picchiata sotto gli occhi di Savina (una delle due figlie), poi è minacciata di morte perché non dice dove si trova il marito (uno tra i primi organizzatori del movimento partigiano locale), quindi viene portata via. Il giorno successivo, il 14 dicembre, quattro gruppi di SS, agendo contemporaneamente nelle campagne circostanti e nel paese, arrestano una settantina di persone. I rastrellati sono trasportati nella casa di Enea Boni, in località Corona di Castelfranco. Le SS sono collegate telefonicamente con l’Ostkommandatur di Castelfranco, che si è installato in casa Monti, in via Emilia Ovest. Da casa Boni a casa Monti i tedeschi trasmettono le generalità dei fermati, che spie fasciste si premurano di identificare se considerati antifascisti. Sono questi che vengono trasferiti nei locali dell'”Ammasso canapa” di Castelfranco Emilia. Per alcuni giorni i prigionieri sono sottoposti a stringenti interrogatori e a torture. Il 17 dicembre, Gabriella Degli Esposti e nove suoi compagni di martirio sono trasportati sul greto del Panaro a San Cesario e uccisi (i corpi di altri due vennero trovati in un’altra località). Prima di essere fucilata, Gabriella era stata seviziata orrendamente. Il suo cadavere viene ritrovato privo degli occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati. Il supplizio di Gabriella, che è stata proclamata Eroina della Resistenza, induce molte donne della zona a raggiungere i partigiani. È così che si costituisce il distaccamento femminile “Gabriella Degli Esposti”, forse l’unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.
La motivazione della Medaglia d’oro concessa a Gabriella Degli Esposti Reverberi dice: “Due tenere figliolette, l’attesa di una terza, non le impedirono di dedicarsi con tutto lo slancio della sua bella anima alla guerra di liberazione. In quindici mesi di lotta senza quartiere si dimostrava instancabile ed audacissima combattente, facendo della sua casa una base avanzata delle formazioni partigiane, eseguendo personalmente numerosi atti di sabotaggio e contribuendo alacremente alla diffusione della stampa clandestina. Accortasi di un rastrellamento, riusciva ad allontanare gli sgherri dalla propria casa per breve tempo e, incurante della propria salvezza, metteva al sicuro le figliole ed occultava armi e documenti compromettenti. Catturata, fu sottoposta alle torture più atroci per indurla a parlare, le furono strappati i seni e cavati gli occhi, ma ella resistette imperterrita allo strazio atroce senza dir motto. Dopo dura prigionia, con le carni straziate, ma non piegata nello spirito fiero, dopo aver assistito all’esecuzione di dieci suoi compagni, affrontava il plotone di esecuzione con il sorriso sulle labbra e cadeva invocando un’ultima volta l’Italia adorata. Leggendaria figura di eroina e di martire.”
Il 22 aprile 2006, sul greto del Panaro, in località Ca’nova di San Cesario – dove furono ritrovati i corpi di Gabriella Degli Esposti e dei suoi compagni di lotta e di martirio – è stato inaugurato un monumento, realizzato con una pietra tipica della zona dai ragazzi dell’Istituto “Pacinotti” di San Cesario sul Panaro.
_L’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia,
GABRIELLA DEGLI ESPOSTI – IL CORAGGIO CHE NON SI È PIEGATO ALLA BARBARIE
La ritrovarono senza gli occhi, con il ventre squarciato, la testa rasata. I tedeschi l’avevano torturata per due giorni, anche se era incinta.
Volevano sapere dove fosse il marito, partigiano come lei. Gabriella Degli Esposti non aveva parlato. Era una donna forte e grazie a lei, tempo prima, si era organizzata una manifestazione a Castelfranco in Emilia. Era così forte da non essersi tirata indietro dalla lotta di liberazione neanche in stato di gravidanza.
La catturarono, provarono a farla parlare. Non ci riuscirono. E per questo la uccisero, torturandola per ore. Fu uno degli assassinii più barbari. Perché quelli erano barbari della peggior specie. Devastazioni, infamie e dolore lasciarono i tedeschi in Italia, in ogni luogo. E spesso con lo squallido e vigliacco aiuto di alcuni italiani, gli unici veri traditori che aiutarono i tedeschi a massacrare innocenti.
Nel ricordo di donne come Gabriella, il ricordo della loro forza. E il ricordo della barbarie che mai più dovrà ripetersi.
GABRIELLA DEGLI ESPOSTI, LA FORZA DI UNA DONNA CONTRO L’ORRORE
La storia di Gabriella Degli Esposti è una ferita aperta nella coscienza collettiva, ma anche una delle testimonianze più alte del coraggio umano. In lei non c’era solo la scelta della Resistenza, ma una determinazione che andava oltre la paura, oltre il dolore, oltre persino l’istinto di sopravvivenza. Incinta, torturata, privata di ogni dignità fisica, non tradì mai i suoi compagni, né l’uomo che amava, né l’idea di libertà per cui stava lottando.
La violenza subita non fu soltanto un crimine contro una donna, ma un atto di disumanità assoluta, simbolo della ferocia nazifascista e delle complicità vili che ne resero possibile l’orrore. In quel corpo martoriato non si spense però il senso della sua scelta: Gabriella continuò a resistere anche nel silenzio, anche sotto il dolore più estremo.
Ricordarla non significa indulgere nella memoria del sangue, ma affermare un dovere morale. La sua storia parla alle generazioni di oggi come un monito e come un esempio: la libertà non è mai gratuita, e spesso nasce dal sacrificio di chi ha avuto la forza di non piegarsi.
Gabriella Degli Esposti non è soltanto una vittima della barbarie. È una donna che ha incarnato la dignità, la coerenza e il coraggio fino all’ultimo respiro. E il suo nome resta inciso come promessa: perché ciò che è accaduto non accada mai più.
Cleonice Tomassetti-Capradosso di Petrella Salto (Rieti)
massacrata dai nazifascisti nell’eccidio di Fondotoce (oggi Verbania Cusio Ossola), il 20 giugno 1944.
Pubblicazione parziale dalla Ricerca storica di Franco Leggeri per ANPI Comitato antifascista della Sabina
Fonte- DONNE E UOMINI DELLA RESISTENZA-
Cleonice Tomassetti, detta Nice, donna di straordinarie scelte, che da un paesino del Lazio
la portano a Roma e poi a Milano, fino a quella ultima scelta che la condurrà alla morte: unirsi ai combattenti per la libertà.
Tra di loro, lei appare, sotto un cartello, tenuto da due giovani: “Sono questi i liberatori d’Italia oppure sono i banditi?”.
Sembra essere lei a guidarli, nel viaggio da Intra a Fondotoce, dove verrà fucilata a soli 33 anni il 20 giugno 1944 con altri 42 giovani partigiani.
Cleonice Tomassetti
Donne e Uomini della Resistenza in Sabina.
Ricerca storica a cura di Franco Leggeri per ANPI Comitato antifascista della Sabina.
Capradosso di Petrella Salto -La storia di Nice, Cleonice Tomassetti, staffetta partigiana di Capradosso fucilata a Fondotoce di Verbania Cusio Ossola il 20 giugno 1944.Cleonice Tomassetti non era una maestra di scuola, non era una staffetta, non aveva un marito tra i partigiani. Non fece neppure in tempo a combattere la guerra di liberazione. Era una donna che aveva fatto la propria scelta spontaneamente. Non amo la parola “martire”, ma se c’è una martire – cioè una testimone – della Resistenza italiana, è Cleonice Tomassetti.
LA STORIA-
Era il 20 giugno del 1944 quando la giovane staffetta reatina, incinta di quattro mesi, venne massacrata nell’eccidio di Fondotoce (oggi Verbania Cusio Ossola). Unica donna del gruppo di 43 partigiani catturati dai nazifascisti nel corso dei rastrellamenti effettuati nei giorni precedenti. Era una maestra che aveva lasciato la sua terra per insegnare a Milano, quando nell’aprile del ’44 decide di seguire il suo compagno nella resistenza in Val d’Ossola, per compiere le missioni assegnatole.
Era la sola donna del gruppo di 43 partigiani fucilati dai nazifascisti a Fondotoce. Nella foto allegata, è presente in prima fila, proprio sotto il cartello sul quale gli aguzzini, in modo provocatorio hanno messo la scritta “Sono questi i liberatori/ d’Italia/ oppure sono i banditi?”, visibilmente rassegnata al suo destino. Le donne di Novrego, provincia di Milano, vedendo Cleonice con le vesti strappate dalle botte e sevizie subite, le avevano offerto un abito nuovo, un omaggio alla salvaguardia della dignità anche se destinata a compiere l’ultimo viaggio. Dal racconto di un sopravvissuto, l’avvocato e magistrato Emilio Liguori pare che ai propri aguzzini, poco prima di essere condotta alla fucilazione, la Tomassetti abbia detto loro: “Se volete mortificare il mio corpo è superfluo il farlo, esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, quello non lo domerete mai”.
La fotografia del corteo la ritrae in prima fila. Sono 42 uomini e una donna che vanno a morire. I nazifascisti li fanno sfilare sul lungolago di Intra. Davanti hanno messo i due prigionieri più alti, che reggono un cartello: “Sono questi i liberatori d’Italia oppure sono i banditi?”. Lei è in mezzo, sotto la scritta. È vestita con cura, quasi con eleganza: scarpe nere con il tacco, maglia chiara, gonna scura, un cappello bianco, una borsa stretta al grembo. Ma non sono i suoi vestiti. Fino a poche ore prima indossava stracci coperti di sangue. Le mogli di altri prigionieri le hanno portato qualcosa da mettersi, per andare incontro alla fine con dignità.
Cleonice Tomassetti
Fuori dal paese li fanno salire su un camion per il trasporto del bestiame. Ma li fanno scendere al paese successivo, Pallanza, per mostrarli agli abitanti. Poi di nuovo un tratto in camion, e un’altra sfilata, a Suna. Infine l’ultima tappa, Fondotoce, dove vengono fucilati al crocevia subito fuori il paese.
Cleonice Tomassetti
Nel loro libro di memorie, Il Monterosa è sceso a Milano, Pietro Secchia e Cino Moscatelli la chiamano Cleonice Tommasetti e scrivono che è una maestra di scuola, staffetta partigiana, incinta di quattro mesi del marito, anche lui salito in montagna. È la versione che si ritrova in tutte le opere in cui la donna di Fondotoce viene citata. Fino a quando nel 1981 un altro partigiano, Nino Chiovini, pubblicherà una sua inchiesta (ora ristampata da una piccola casa editrice di Verbania, la Tararà), che restituisce alla vittima la sua storia e la sua identità, a cominciare dal nome.
Penultima di sei fratelli, Cleonice nasce il 4 novembre 1911 a Petrella Salto, nella frazione di Capradosso. Il suo nome significa “gloriosa nella vittoria”. Petrella è un villaggio sulle montagne tra il Lazio e l’Abruzzo, passato alla storia perché lassù visse segregata Beatrice Cenci (1577-1599), la ragazza che con i fratelli uccise il padre che la violentava e fu per questo decapitata a Castel Sant’Angelo, davanti a una folla in tumulto. Anche Cleonice ha un padre che la tormenta. Famiglia contadina, un piccolo podere, più pietra che terra. La madre muore, il fratello Aldovino e la sorella Pierina vanno a Roma a cercare lavoro. Lei è una ragazza molto intelligente, ma deve abbandonare la scuola per lavorare a casa e nei campi. A 16 anni resta incinta. Cleonice fugge dalla violenza paterna e si rifugia a Roma dalla sorella, ma il bambino nasce morto. Trova lavoro come cameriera.
Cleonice Tomassetti
A 22 anni lascia anche Roma e arriva a Milano, dove lavora come commessa e cameriera. Conosce un assicuratore, Mario Nobili, che ha lasciato la moglie dopo aver scoperto che lei lo tradiva con un sacerdote. Nobili è antifascista. Si incontra con un gruppo di amici che condividono le sue idee: si vedono a Milano in Galleria. Ci sono Melina Mistretta, proprietaria di una pensione in via Santa Radegonda, dove Cleonice è stata a lavorare, Piero Paci, violinista, e un sarto, Eugenio Dalle Crode. La sua testimonianza è importante, perché è nella sua bottega che matura il destino di Cleonice Tomassetti, che a Milano chiamano la Nice.
(1vedi nota a fondo pagina)-
Eugenio è zoppo, detesta i fascisti e nel ’24 brucia in pubblico una copia del loro giornale, “L’eco del Piave”; le camicie nere lo costringono a marciare per il paese, saltellando sulla sua unica gamba, con il gagliardetto nero in mano. A Milano diventa amico di Mario Nobili e poi di Cleonice Tomassetti.
Cleonice Tomassetti
“Ai primi del ’44 il mio amico Mario Nobili fu ricoverato all’ospedale con la meningite: dopo pochi giorni morì. Aveva 36 anni. Dopo la morte di Mario, Nice veniva quasi tutti i giorni nella mia sartoria a lavorare qualche ora. Un giorno del mese di giugno del ’44 passò da me a provare un vestito Sergio Ciribi, il figlio maggiore di una famiglia di miei vecchi clienti. Era presente la Nice. A un certo punto Sergio mi disse: “Sa, signor Eugenio, che hanno chiamato la mia classe, il primo semestre del ’26? È sul giornale di oggi. Ma io non mi presento – continuò, conoscendo le mie idee antifasciste -, vado in montagna con i partigiani”. Sergio non aveva ancora finito di parlare, che la Nice disse: “Allora ci vengo anch’io”. Lei, le decisioni le prendeva così, all’improvviso. Sergio in principio disse che non era possibile, che dove sarebbe andato non era posto per donne, ma lei insistette […].Partirono qualche giorno più tardi”.
Sergio Ciribi e Giorgio Guerreschi decidono di unirsi alla formazione Valdossola. Con loro c’è Cleonice Tomassetti. E c’è Edvige Ciribi, la madre di Sergio, che non vuole lasciarlo viaggiare da solo e ha portato anche l’altro figlio quindicenne, Giancarlo.
Il rischio è pazzesco, perché anche i tedeschi stanno andando a cercare i partigiani. L’11 giugno è cominciato un grande rastrellamento; ma la Nice e gli altri non lo sanno. Arrivano in treno a Laveno, prendono il battello per Intra, poi si incamminano a piedi. Sergio e Giorgio credono di riconoscere il sentiero che sale in Val Grande, Nice li segue, la madre di Sergio torna indietro. Non lo rivedrà più. “Non seppi nulla fino alla fine della guerra – ha raccontato Edvige Ciribi -.
Cleonice Tomassetti
Sergio, Giorgio e Nice risalgono la valle a piedi. Camminano per tutto il giorno, fino a quando non arrivano in una baita isolata, dove accendono il fuoco e passano la notte, mentre fuori infuria un temporale. Al mattino Nice si accorge di avere una zecca conficcata in una gamba, i ragazzi gliela tolgono. Appoggiato a una parete c’è un fucile, collegato con un filo a una bomba, che per un soffio non esplode. Si sente sparare in lontananza, poi si vedono i primi tedeschi: è il rastrellamento che avanza.
21 giugno 1945-Ritaglio giornale prima commemorazione ricorenza dell’eccidio
I tre fanno appena in tempo a nascondere il fucile e a concordare una versione comune: scartata l’idea di inventare storie improbabili, decidono di confessare; sono in montagna a cercare i partigiani per unirsi a loro, ma non li hanno ancora trovati. I tedeschi e le SS italiane li prendono subito a calci e pugni; poi cominciano gli interrogatori. Ha raccontato Giorgio Guerreschi: “Noi dicemmo, come d’accordo, la verità, ma capimmo subito che non eravamo creduti. Allora la donna, che ci vedeva come ragazzini, disse che noi non avevamo colpa, che era stata lei a convincerci a salire in montagna. “Sono ancora ragazzi, la colpa è soltanto mia” aggiunse. (…) a un certo punto cominciò a inveire in romanesco contro di lui, mandandolo a quel paese. Era una donna decisa. Ci misero tutti e tre contro un muro della baita e piazzarono un mitragliatore che lasciò partire una lunga raffica sopra le nostre teste; era chiaro che volevano terrorizzarci con una finta fucilazione”.
Si scende a piedi verso il lago, poi la notte ci si stende per terra su teli mimetici. Prosegue la testimonianza di Guerreschi: “La Nice fu assegnata a un giaciglio, con un ufficiale. Durante la notte, da quella parte, vennero rumori come di colluttazione; immaginai che qualcuno stava tentando di farle violenza. Sia per la distanza dal punto in cui si trovava, sia per il mio stato di prostrazione, non posso affermare niente di preciso, ma quell’impressione mi è rimasta in mente. Il mattino successivo intercettai alcune occhiate allusive tra i soldati”.
Lungo la strada il reparto incontra un partigiano ferito, con un proiettile nella coscia: lo finiscono con una raffica di mitra. I prigionieri subiscono altre torture: le SS vogliono sapere dove sono i compagni. Assicurano una corda a un albero, la avvolgono attorno al collo di Nice, che viene sollevata da terra, più volte; quando sta per svenire, le gettano addosso un secchio d’acqua; poi ricominciano. Ma lei non può raccontare cose che non sa. Allora la colpiscono sulla schiena con un bastone. Alla fine Cleonice Tomassetti e Sergio Ciribi vengono chiusi nelle cantine di Villa Caramora, una casa ottocentesca sul lungolago di Intra, insieme con decine di partigiani e di sospetti catturati nel rastrellamento. Tra loro c’è un medico antifascista. Il suo nome è Emilio Liguori. Dopo un mese di carcere a Torino sarà liberato e scriverà di getto un memoriale, Quando la morte non ti vuole, che è anche l’unica testimonianza della breve e dolorosa prigionia di Cleonice.
“La scena che si presentò al mio sguardo, dopo l’ingresso in cantina di tanti disgraziati, fu delle più penose alle quali io abbia mai assistito. Penso che un branco di lupi famelici, quando capita in mezzo a un gregge di pecore, usi verso le proprie vittime una ferocia meno accesa, meno sadica di quella dei soldati tedeschi verso i poveri partigiani rastrellati in Val Grande. I pugni, le pedate, i colpi di calcio di moschetto, le nerbate non si contavano più. Era una vera gragnuola che si abbatteva inesorabile su dei miseri corpi già grondanti sangue, su dei visi già tumefatti. Gli aguzzini sembravano presi nel turbine di un sadico furore. Notai che tra i partigiani vi era una donna, di statura media, di colorito bruno, sui venticinque anni. Anche a costei non furono risparmiati i maltrattamenti, anzi, starei per dire che la dose delle angherie sia stata nei suoi confronti maggiore. Mi parve che, quando arrivava il suo turno, il nerbo si abbassasse sulle sue spalle con maggior furore e più violenti fossero i calci che la raggiungevano da ogni parte. Eppure la coraggiosa donna non solo incassò ogni colpo senza emettere un grido ma, calma e serena, faceva coraggio agli altri giovani, malconci da quella furia bestiale”.
Cleonice Tomassetti
Verso le cinque del pomeriggio si sentono arrivare soldati e automezzi. I guardiani si preparano. Alcuni si sistemano la divisa, altri si tolgono la mimetica e restano in camicia e pantaloncini marroni. Qualcuno verifica il funzionamento dell’arma. Tutti si pettinano, poi controllano nello specchietto che hanno con sé che la riga dei capelli sia in ordine: saranno scattate delle fotografie. Annota il medico prigioniero: “Mi pareva di essere stato portato nei camerini degli artisti, prima che essi diano inizio alla rappresentazione”. La donna fu colpita atrocemente da più di uno schiaffo e da uno sputo sul viso. Non si scompose; incassò impassibile, e poi fiera, con aria ispirata, quasi trasumanata, disse parole che per mio conto la rendono degna di essere paragonata a una donna spartana, o meglio ancora a un’eroina del nostro Risorgimento: “Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo; esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che la vostra è opera vana; quello non lo domerete mai”. Poi, rivolta ai compagni: “Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà per tutti!” gridò con voce squillante. Anima grande! So (per avermelo confidato un poliziotto, un bolzanese che accompagnò il triste corteo fino al luogo dove avvenne l’esecuzione e vi assistette) che, durante tutto il tragitto di circa cinque chilometri da Intra a Fondotoce, essa continuò a conservare una calma e una serenità incredibile in una donna: e tale calma e tale serenità seppe, per virtù dell’esempio, comunicare agli altri suoi compagni di sventura. Avanzò per prima verso i carnefici, guardandoli fieramente negli occhi. Le sue ultime parole furono: “Viva l’Italia!”. Come lei morirono sotto le raffiche delle mitragliatrici i suoi quarantadue compagni. Ignoro il nome di questa donna, ma farò di tutto, quando tempi migliori e maggior libertà me lo consentiranno, per conoscerlo e additarlo alla pubblica ammirazione”.
Il racconto del dottor Liguori è un documento eccezionale, ma contiene due errori.
Cleonice Tomassetti
Non ci si deve stupire che sia stata una donna a trasmettere calma e serenità a 42 uomini destinati alla morte; e non tutti i compagni di Cleonice Tomassetti spirarono sotto i colpi del plotone d’esecuzione. Uno di loro, Carlo Suzzi, ferito, sopravvisse per miracolo, tornò a unirsi ai partigiani della divisione “Valdossola”, scelse il nome di battaglia “Quarantatré”; e poté testimoniare come la Nice si comportò.
Prima i tedeschi mettono i condannati in fila con la faccia verso il lago, armeggiano alle loro spalle, sparano in aria per simulare l’esecuzione. Poi li caricano sui camion, ma a ogni raggruppamento di case li fanno sfilare col cartello. Si arriva così a Fondotoce. Neppure il prete può avvicinarsi. Tutti devono sdraiarsi per terra, e tre alla volta passano sotto le raffiche del plotone. Nice è la prima a morire. Ha raccontato Carlo Suzzi, il superstite: “Bisognava vedere il coraggio di questa ragazza, che durante il percorso ripeteva a tutti: “Mostriamo a questi signori come noi sappiamo morire”. E lei per prima è caduta da eroe”.
“Ero in contatto con il Cln di Milano – scrive ancora Edvige Ciribi -. Quando c’era un’esumazione venivo avvertita; fui presente al disseppellimento dei fucilati di Baveno, poi in un altro luogo. Quando esumarono quelli di Fondotoce, ero là: riconobbi subito mio figlio dai capelli cortissimi, perché in prigione a Como era stato rasato a zero. Aveva la fronte squarciata. Conservo ancora alcuni ritagli dei vestiti che indossava. Avevo saputo che tra i fucilati c’era una donna. Quando vidi il cadavere, non feci fatica a riconoscerlo per quello della signorina Nice. Decidemmo di portare a Milano la salma di nostro figlio e quella della signorina. Erano morti nello stesso luogo; che riposassero insieme. Furono sepolti nel cimitero di Greco, poi furono trasferiti al cimitero Monumentale, nel campo della gloria”.
Cleonice Tomassetti non era una maestra di scuola, non era una staffetta, non aveva un marito tra i partigiani. Non fece neppure in tempo a combattere la guerra di liberazione. Era una donna che aveva fatto la propria scelta spontaneamente. Non amo la parola “martire”, ma se c’è una martire – cioè una testimone – della Resistenza italiana, è Cleonice Tomassetti.
Nota 1. “Sono nato a Susegana, in provincia di Treviso – ha raccontato Eugenio Dalle Crode -. Nell’autunno del 1917 abitavo a Nervesa, sulla riva destra del Piave. Gli austriaci avevano sfondato a Caporetto e si avvicinavano al fiume. La gente fuggiva; un giorno partì anche la mia famiglia; tutto il paese, anzi. Eravamo sulla strada per Montebelluna; nel cielo passò un aereo, che si abbassò e sganciò alcune bombe su di noi: una scheggia mi colpì alla gamba destra, che mi dovettero amputare sopra il ginocchio. Avevo soltanto otto anni. Quando fui in età di lavoro imparai il mestiere del sarto: è un lavoro che si può fare anche con una gamba sola”.
La foto a colori allegata al post è stata elaborata da Julius Backman Jääskeläinen giovane Architetto svedese che fra l’altro è abilissimo nel trasformare a colori le immagini storiche, generalmente in bianco e nero.
La Casa della Resistenza di Fondotoce ha scritto a Julius Backman Jääskeläinen chiedendogli di sottoporre alla colorazione l’immagine dei nostri martiri, ritratti il 20 giugno 1944 prima della loro barbara fucilazione.
Ecco il sorprendente risultato!
Vedere i loro volti, i loro abiti, le divise militari e l’ambiente circostante a colori crea una emozione unica, ci fa avvicinare a quel terribile istante, ci rende vivida e tragica la loro sorte.
“La storia è accaduta a colori”, così come a colori furono visti i nostri poveri martiri da pochi testimoni e che oggi grazie a Julius, anche a noi è data la possibilità, attraverso un ipotetico viaggio nel tempo, di avvicinarci così tanto a loro e alla loro sofferenza.
La Casa della Resistenza di Fondotoce sorge entro un parco di 16.000 mq. adiacente al luogo in cui il 20 giugno 1944 furono fucilati dai nazifascisti 43 partigiani e copre una superficie di circa 1.600 mq.
-Ricerca storica ia cura di Franco Leggeri-
Poesia di Franco Leggeri.
Pensiero per Nice –Cleonice Tomassetti-
Petrella Salto (Rieti) 1911 – Uccisa dai nazifascisti-Fondotoce (Verbania) 1944
Cleonice Tomassetti
NICE/ROSSO SABINA e L’età nuda dell’anima.
Nice, tu ,come Gramsci , hai odiato gli indifferenti.
Nice differente dall’indifferenza
Hai respirato Gramsci
Nice hai inciso le note libere della tua voce
Tra la Rocca di Petrella
Dove indugia la dolcezza della nebbia.
Nice aspettavi la luna rossa,
tu che conoscevi solo quella nera.
Nice hai contato, con rabbia, pazientemente,
mille lune per un’alba di libertà
Nice hai spaccato il gelo della fonte
Dove hai bagnato il pane
E bevuto l’acqua ,
Nice hai corso a perdifiato tra i castagni
e i chiaroscuri paralleli all’alba.
Nice hai quasi, finalmente, raggiunto le braccia della libertà
Mentre il tuo sogno metteva radici
in una terra lontana,
dove la luna brucia le onde del lago,
ma uno sguardo freddo ha ucciso
le trame dolci dei tuoi capelli.
Nice ora sei libera dalle maglie della catena,
vola Nice, vola in alto , lontano dalla terra brulla,
terra rossa del tuo sangue .
Nice, ti prego, corrodi la notte con i tuoi occhi e libera il tuo grido di libertà.
Nice ho raccolto, una ad una, le tue lacrime per dissetare il seme di una Italia libera.
-Ricerca storica ia cura di Franco Leggeri-
Cleonice TomassettiCleonice Tomassetti
Cleonice Tomassetti-Nata a Capradosso di Petrella Salto (Rieti) il 4 novembre 1911-Era la sola donna del gruppo di 43 partigiani, fucilati dai nazifascisti (soltanto uno di loro, Carlo Suzzi, si salvò), a Fondotoce.
La Tomassetti è stata solennemente ricordata nel 2010 a Capradosso, nella ricorrenza della strage, dai suoi compaesani, che si sono ripromessi di celebrarne ancora il sacrificio, in occasione del centenario della nascita.
Cleonice durante gli anni della Seconda guerra mondiale abitava a Milano, dove si era trasferita dal Reatino per fare la maestra.
Quando il suo compagno era passato nella Resistenza aveva deciso di raggiungerlo e, nell’aprile del 1944 la giovane donna era entrata come staffetta nella stessa formazione partigiana.
Pochi mesi di impegno contro i nazifasciti, poi a Novegro (MI), dove la ragazza era in missione, la cattura da parte dei tedeschi e il suo trasferimento, prima nell’asilo infantile di Malesco e poi a Intra, a Villa Calamora.
Ore di maltrattamenti e di pestaggi per tutti coloro che i tedeschi hanno rastrellato e, con l’aiuto dei repubblichini, ristretto negli scantinati di Malesco e Intra.
Anche su “Nice”, che è incinta di quattro mesi, si accaniscono (come testimonierà poi l’avvocato e magistrato Emilio Liguori), i suoi aguzzini.
Sarà lei che, al fianco del tenente Ezio Rizzato, aprirà la colonna che, a piedi (fiancheggiata dai nazisti), si fermerà soltanto a Fondotoce, dove i tedeschi hanno deciso di dare una lezione ai “banditi” e alla popolazione che li aiuta (e che continuerà ad aiutarli), anche se sono arrivati da Intra a Fondotoce portando un grande cartello dove era scritto “Sono questi i liberatori/ D’ITALIA/ oppure sono i banditi?”
Cleonice sarà con Rizzato tra i primi che, a gruppi di tre, saranno fucilati dai tedeschi.
La donna fu colpita atrocemente da più di uno schiaffo e da uno sputo sul viso. Non si scompose; incassò impassibile, e poi fiera, con aria ispirata, quasi trasumanata, disse parole che per mio conto la rendono degna di essere paragonata a una donna spartana, o meglio ancora a un’eroina del nostro Risorgimento:
“Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo; esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che la vostra è opera vana; quello non lo domerete mai”. Poi, rivolta ai compagni: “Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà per tutti!” gridò con voce squillante. Anima grande!
Al grido si uniranno i suoi compagni Giovanni Alberti, Carlo Antonio Beretta, Angelo Bizzozero, Emillio Bonalumi, Luigi Brioschi, Luigi Brown, Dante Capuzzo, Sergio Ciribì, Giuseppe Cocco, Adriano Marco Corna, Achille Fabbro, Olivo Favaron, Angelo Freguglia, Franco Ghiringhelli, Cosimo Guarnieri, Franco Marchetti, Arturo Merzagora, Rodolfo Pellicella, Giuseppe Perraro, Marino Rosa, Aldo Cesare Rossi, Carlo Sacchi, Renzo Villa, Giovanni Volpati e altri quattordici che all’esumazione non poterono essere identificati.
Carlo Suzzi, Da alcuni decenni si era trasferito a vivere in Thailandia. Fu l’unico sopravvissuto dell’eccidio nazifascista del 20 giugno 1944 a Fondotoce, noto come la strage dei 42 Martiri. L’essere sopravvissuto alla fucilazione gli valse il soprannome di “43”, nome di battaglia che portò combattendo nella divisione partigiana Valdossola
Sul sacrificio di Cleonice e dei suoi compagni a Fondotoce, Nino Chiovini ha scritto un libro; i martiri sono ricordati anche con un “sentiero Chiovini”.
Fonte-da DONNE E UOMINI DELLA RESISTENZA-immagini Cleonice Tomassetti- il macabrio corteo con Cleonice unica donna – e in primo piano – lapide in memoria dell eccidio-
Pubblicazioni: numerose pubblicazioni di lezioni e temi riguardanti la pace editi dall’associazione Primalpe
La Scuola di pace di Boves è un’istituzione senza fini di lucro, voluta, deliberata dall’amministrazione comunale di Boves ed è un luogo dove si insegna la pace
Il Teatrino al forno del pane “Giorgio Buridan” (UILT, Unione Italiana Libero Teatro) che presenta
lo spettacolo CLEONICE di Maria Silvia Caffari, venerdì 9 febbraio ore 21 all’Auditorium Borelli.
Cleonice Tomassetti, detta Nice, donna di straordinarie scelte, che da un paesino del Lazio
la portano a Roma e poi a Milano, fino a quella ultima scelta che la condurrà alla morte: unirsi ai combattenti per la libertà.
Tra di loro, lei appare, sotto un cartello, tenuto da due giovani: “Sono questi i liberatori d’Italia oppure sono i banditi?”.
Sembra essere lei a guidarli, nel viaggio da Intra a Fondotoce, dove verrà fucilata a soli 33 anni il 20 giugno 1944 con altri 42 giovani partigiani.
Liliana Segre: La memoria rende liberi.(…) Liliana Segre:”Entrammo nel lager e ci trovammo di fronte a quella che ci parve un’allucinazione: vedemmo centinaia di donne-scheletro rapate, vestite a righe, che trascinavano bidoni, pietre, mentre schiere di diavolesse, le SS donne, le picchiavano selvaggiamente aizzando i cani contro di loro, in una furia di elementi, di fischi, di vento, di neve, di latrati… Era un inferno fatto di ghiaccio.
Il fuoco lo avremmo conosciuto dopo, quello dei crematori.
Senza capire niente, senza che ci rendessimo conto di cosa stava avvenendo, ci fecero entrare in una baracca, dove ci spogliarono di tutto, dei documenti, di quel pochissimo che ancora avevamo addosso.
La miniatura di mia madre che avevo al collo mi fu strappata brutalmente.
C’era chi piangeva, chi vomitava, chi pregava, chi si disperava. La nudità fu un trauma: a quel tempo le donne non erano abituate a mostrarsi e lo sguardo sprezzante degli uomini in divisa ci distrusse.
Ci sentivamo indifese, svilite, umiliate, ma non desiderate.
Il terrore per la nostra nudità non aveva nulla a che fare con il rischio di essere stuprate. Per i tedeschi noi eravamo una razza inferiore da disprezzare e deridere, non certo un oggetto del desiderio.
Ci spedirono poi da una donna che rapava a zero i capelli.
Dopo, non eri più la persona di prima.
L’essere “spogliata” anche dei capelli era l’ennesima umiliazione, ci veniva strappato di dosso anche il nostro ultimo, sottile strato di personalità.
Madame de Staël-La donna che cambiò la cultura europea-
Madame de Staël (nome d’arte della baronessa Anne-Louise Germaine Necker, 1766-1817) fu una letterata di spicco del Romanticismo francese. Il suo romanzo “Corinna o l’Italia” (scritto dopo un lungo viaggio nel Belpaese) è considerato un prototipo della letteratura femminile dell’Ottocento, in cui l’Italia (Roma e Napoli soprattutto) è descritta in un vivace affresco narrativo.
Madame de Staël (nome d’arte della baronessa Anne-Louise Germaine Necker), 1766-1817)
Madame de Staël-Scrittrice francese (Parigi 1766 – ivi 1817), figlia del ministro J. Necker. Formatasi sui principî di Rousseau, cui consacrò le Lettres sur les ouvrages et le caractère de Jean-Jacques Rousseau (1788), ma anche di Montesquieu e di Condorcet, si volse alle dottrine e ai problemi che diverranno proprî ed essenziali del romanticismo: essa annunciò e promosse una nuova letteratura che, fuori dagli schemi classici e razionalistici, interpretasse il libero sentimento individuale, una letteratura non soltanto francese ma europea. A questi propositi si ispirarono il libro De l’influence des passions sur le bonheur des individus et des nations (1796), l’Essai sur les fictions (pubbl. in Recueil de morceaux détachés, 1795) e, con maggiore impegno e vigore persuasivo, il trattato De la littérature considérée dans ses rapports avec les institutions sociales (2 voll., 1800), dove il rapporto tra società e letteratura è sentito in funzione di concrete esigenze storiche. L’opera della scrittrice si svolgeva attraverso ricche e intense relazioni intellettuali, favorite dalla sua alta posizione sociale: prima nella casa paterna, poi nella sua quando sposò (1786) il barone di S.-H., ministro di Svezia a Parigi. Durante la Rivoluzione, volle esercitare un’influenza politica, senza grande fortuna. Visse per lunghi periodi nel castello di Coppet, sul Lago di Ginevra, raccogliendo intorno a sé un gruppo cosmopolita di letterati e di pensatori, concordi nelle sue direttive. Ivi conobbe (1794) B. Constant, che ella amò intensamente, ma non senza profonde crisi, e che aiutò nelle aspirazioni politiche. Espulsa da Parigi (1803) per ordine di Napoleone, intraprese un viaggio in Germania dove incontrò Goethe, Schiller, Wieland, Fichte, A. W. Schlegel (da lei scelto a precettore dei figli): questo viaggio rianimò le sue ambizioni letterarie e offrì nuovi elementi alla sua dottrina critica. Aveva pubblicato un romanzo, Delphine (4 voll., 1802), in cui l’eroina, che sconta nei suoi sentimenti più cari il dono di un’intelligenza troppo alta, rispecchia manifestamente il carattere dell’autrice. Mortole il padre (1804), che adorava, ne celebrò la memoria nelle pagine Du caractère de Monsieur Necker et de sa vie privée. Al viaggio in Germania seguì il viaggio in Italia (1805); a Milano conobbe V. Monti, attestandogli una viva simpatia; visitò Parma, Bologna; a Roma vide i fratelli Humboldt, Tieck, Angelica Kaufmann, e Sismondi; giunse fino a Napoli e ritornò, per la via di Firenze, a Milano e poi a Coppet. Il suo secondo romanzo, Corinne, ou l’Italie (2 voll., 1807), intreccia alla descrizione dell’Italia antica e moderna (talora condotta aridamente, come in una guida o in un repertorio artistico) la storia d’amore della poetessa Corinna e del nobile inglese Osvaldo. In più d’un capitolo di Corinne la S. delinea chiaramente le sue idee critiche, dispone in un contrasto drammatico la poesia del Nord e quella del Mezzogiorno, lascia intravedere la sua fervida adesione al romanticismo germanico. Questa è ormai la preoccupazione dominante del suo spirito, e fu l’argomento della sua opera più significativa, in cui adunò le sue esperienze nel campo del pensiero e dell’arte, De l’Allemagne (3 voll., 1810), tolta dalla circolazione per ordine di Napoleone, che espulse nuovamente la S. dalla Francia. Essa riparò a Coppet; nel 1812 si spinse fino a Vienna; ma, incalzata dalla polizia, e giunta in Russia mentre già aveva inizio la campagna di guerra, risalì fino a Mosca, poi a Pietroburgo; di là in Svezia, dove Bernadotte l’accolse cortesemente, e finalmente in Inghilterra. A Londra l’Allemagne fu nuovamente stampato (1813) e, questa volta, diffuso liberamente (un’altra edizione apparve a Parigi nel 1814): il libro ebbe una vasta risonanza, e specialmente per le sue nuove idee sul teatro può essere considerato uno dei primi “manifesti” del romanticismo francese. Con l’Allemagne la S. coronava la sua attività, o, come essa pensava, la sua missione. Attese ancora (1814) alle Considérations sur la Révolution française (3 voll., post., 1818) e nel 1816 diede alla Biblioteca italiana quella Lettera sulla maniera e utilità delle traduzioni, che fu il segnale della battaglia romantica in Italia. L’opera della S. è essenziale per la storia del romanticismo europeo, essendo stata ella stessa la grande ambasciatrice in Europa, specialmente in Francia e in Italia, della dottrina e delle poetiche romantiche tedesche.
Fonte- Enciclopedia Treccani-
Madame de Staël (nome d’arte della baronessa Anne-Louise Germaine Necker), 1766-1817) fu
Le opere più importanti di Madame de Staël
Madame de Staël è stata un’autrice fondamentale per la diffusione del Romanticismo in Europa. Tra le sue opere più significative troviamo De la littérature (1800), in cui analizza le differenze tra la letteratura classica e moderna, promuovendo un’idea di scrittura legata alla storia e alle emozioni. Il suo capolavoro, Corinne ou l’Italie (1807), è un romanzo che esalta il genio femminile e la cultura italiana, opponendosi ai modelli razionali dell’Illuminismo. In De l’Allemagne (1813), censurato da Napoleone, introduce il pubblico francese alla filosofia e alla letteratura tedesca, evidenziando il valore del pensiero romantico. Le sue opere hanno influenzato profondamente la letteratura del XIX secolo, anticipando molti temi del Romanticismo.
Perché è famosa Madame de Staël?
Madame de Staël è famosa per aver dato vita ad un salotto culturale, conosciuto con il nome il “cenacolo di Coppet”, in cui riceveva gli intellettuali di spicco della scena europea più liberale e indipendente.
Chi ha criticato Madame de Staël e perché?
Napoleone Bonaparte – Il suo più grande oppositore. Napoleone temeva il suo pensiero liberale e il suo influsso culturale, considerandola una minaccia alla stabilità del suo regime. Per questo motivo, la esiliò dalla Francia e ne fece censurare alcune opere, come De l’Allemagne. Autori neoclassici e illuministi – Molti scrittori legati al razionalismo illuminista criticavano le sue idee romantiche, che davano più importanza all’individualità e alle emozioni. Alcuni la accusavano di voler sovvertire il canone letterario tradizionale. Jean-Baptiste Say e altri economisti – Alcuni economisti del tempo non condividevano le sue idee politiche e sociali, ritenendole poco concrete o troppo idealistiche. Parte dell’aristocrazia francese – Alcuni nobili conservatori vedevano in Madame de Staël un pericolo per l’ordine sociale, poiché sosteneva la libertà di pensiero e i diritti individuali.
Quali sono le opere di Madame de Staël?
Madame de Staël è nota per Del Germania, un saggio che valorizza la cultura romantica tedesca, e per i romanzi Delphine e Corinne ou l’Italie, che uniscono passione, politica e riflessione sull’identità femminile.
Rosalia Gambatesa –Ormai è sicuro, il mondo non esiste
La poesia di Patrizia Cavalli. 1974-1992-Editore Progedit Bari
In questa prima monografia dedicata a Patrizia Cavalli, Rosalia Gambatesa esplora con appassionata sapienza filologica due opere cruciali dell’unica poeta ad aver ricevuto il premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei e tra le più importanti viventi. Il suo intenso corpo a corpo con la lingua oscura e lucente di Poesie (1974-1992) e di Tre risvegli, libretto d’opera di vent’anni successivo, si misura col teatrino ciclico di un soggetto sospeso “a metà strada tra grazia e disgrazia”. Sotto la lente della studiosa appare lo stralunato andirivieni tra casa e città di un io proteiforme, mosso meccanicamente, di scena in scena, dai soprassalti dei cicli naturali. Il rigore del lavoro critico non scalfisce la meraviglia di uno spazio linguistico che espone il mistero dell’esistenza della poesia e introduce il lettore nell’enigma del farsi e del disfarsi del pensiero, espressione di una modernissima forma di resistenza al moderno.
Insieme alla cantautrice Diana Tejera realizzò nel 2012 il libro/disco Al cuore fa bene far le scale edito da Voland/Bideri. Con Tejera e Chiara Civello scrisse il brano E se (Premio Betocchi – Città di Firenze 2017).
Morì nel giugno del 2022 a Roma, all’età di 75 anni, dopo una lunga malattia.[9]
Stile letterario
Patrizia Cavalli
La poesia di Patrizia Cavalli è caratterizzata da una complessa tecnica poetica. Le misure metriche che utilizza sono classiche, ma il lessico e la sintassi sono quelli della lingua contemporanea; sono assenti poeticismi e manierismi e il linguaggio è quello quotidiano e familiare, senza perdere profondità di analisi e con una grande sensibilità per i dolori e le gioie della vita. Intervistata dichiarò la propria omosessualità e sottolineò il ruolo di forti sensazioni emotive e somatiche (‘qualche forma estatica di adorazione, o disdegno, o odio; qualche cosa di corporale che prende possesso di me – il desiderio o un mal di testa’) quale principale spinta alla radice della sua poesia.[10]
Opere
Poesia
Le mie poesie non cambieranno il mondo, Einaudi, Torino, 1974.
Il cielo, Einaudi, Torino, 1981.
L’io singolare proprio mio, Einaudi, Torino, 1992.
Poesie (1974-1992), Einaudi, Torino, 1992 (raccolta che assomma le tre precedenti).
Sempre aperto teatro, Einaudi, Torino, 1999.
La guardiana, nottetempo, Roma, 2005.
Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi, Torino, 2006 (contiene La guardiana).
La patria, nottetempo, Roma, 2011.
Al cuore fa bene far le scale (con Diana Tejera), Voland, Roma, 2012.
Datura, Einaudi, Torino, 2013 (contiene La patria).
Flighty matters, Quodlibet, Macerata, 2017.
Vita meravigliosa, Einaudi, Torino, 2020.
Breve biografia di Rosalia Gambatesa
Rosalia Gambatesa, dottore di ricerca in Langues, Littératures et Civilisation, ha insegnato dal 1987 al ginnasio e dal 2020 è lettrice d’italiano all’Università di Teheran. Ha pubblicato, tra l’altro, I tempi di Annina con Rossana Ingellis (Bari 2015), percorso formativo sui Versi livornesi di Caproni, e Drames des sentiments et drames des molécules dans «Tre risvegli» de Patrizia Cavalli-
La prima monografia dedicata a Patrizia Cavalli.-
Editore Progedit Bari
Introduzione di Laura Toppan
Prefazione di: Elsa Chaarani Lesourd
Collana: Incroci e percorsi di lingue e letterature
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