Poesie di Gwendolyn Elizabeth Brooks – poetessa e scrittrice statunitense
In molti modi, Gwendolyn Elizabeth Brooks incarna l’esperienza americana nera del 20 ° secolo.Nata in una famiglia che si trasferì a Chicago come parte della Grande Migrazione dei neri nel nord del paese, durante la Grande Depressione si fece strada attraverso la scuola e persegue un ruolo tradizionale per se stessa; quando inviava poesie alle riviste di solito elencava la sua professione come “casalinga”.
Nel dopoguerra, Brooks si unì a gran parte della comunità nera diventando più politicamente consapevole e attiva, unendosi al Movimento per i diritti civili e impegnandosi con la sua comunità come mentore e leader di pensiero. Nel corso delle sue esperienze, Brooks ha prodotto meravigliose poesie che raccontavano storie di normali neri americani in versi audaci e innovativi, spesso ispirati al quartiere Bronzeville di Chicago dove ha vissuto gran parte della sua vita.
LA DONNA VUOTA
La donna vuota offriva giocattoli!
In casa le sue sorelle
Avevano bambini e bambine.
La donna vuota indossava cappelli.
Con piume. Pettini imperlati
In chiome ondulate. Corteggiava gatti
E piccioni. Faceva la spesa.
Con diligenza aqcuistava balocchi per
Nipotini e nipotine. E caramelle,
Preparava il popcorn e odiava le sorelle, non
Avevano né piume né permanenti ma sapevano
Guarire il vaiolo, pulire nasi, svuotare vesciche
Sapevano ignorare ogni giorno le pettegole
E quei ragazzi soldati, e tutto il giorno
Dicevano “Dio mio!” – stanche di permanenti
E di gambe grosse e di muscoli esposti e di
Sacchi da scuola anneriti e di babushke e di
Calze bucate, e di parrucche splendenti e boriose.
GWENDOLYN BROOKS
In lingua originale:
The Empty Woman
The empty woman took toys!
In her sisters’ homes
Were little girls and boys.
The empty woman had hats
To show. With feathers. Wore combs
In polished waves. Wooed cats
And pigeons. Shopped.
Shopped hard for nephew-toys,
Niece-toys. Made taffy. Popped
Popcorn and hated her sisters,
Featherless and waveless but able to
Mend measles, nag noses, blast blisters
And all day waste wordful girls
And war-boys, and all day
Say “Oh God!” – and tire among curls
And plump legs and proud muscle
And blackened school-bags, babushkas, torn socks,
And bouffants that bustle, and rustle.
________________________________________
(Traduzione: adeodato piazza nicolai Poesie di Gwendolyn Brooks, da Blacks (Negri) Third World Press, Chicago, Illinois, 1987.)
GWENDOLYN BROOKS
QUANDO AVRAI DIMENTICATO LA DOMENICA
E quando avrai dimenticato la luminosa biancheria nel letto il mercoledì e
il sabato,
e sopra tutto avrai dimenticato la domenica –
quando la domenica avrai dimenticato con il letto che ci univa,
o me seduta sul radiatore della parete esterna della stanza
a guardare dalla finestra, nel pomeriggio che imbruniva,
laggiù la lunga strada,
ma in nessun punto preciso,
avvolta nella mia vecchia vestaglia
senza nessun programma
e-senza-niente-da-fare chiedendomi perché sono felice
quasi che il lunedì non-venisse-mai-più –
quando tu avrai dimenticato tutto questo, io dico,
e come t’infuriavi se qualcuno suonava alla porta
e come impazziva il mio cuore se squillava il telefono,
e come poi andavamo al nostro pranzo della domenica,
che voleva dire soltanto attraversare il pavimento della stanza
fino al tavolo macchiato d’inchiostro, nell’angolo di fronte,
al pranzo della domenica che era sempre pollo
e tagliatelle, o pollo e riso,
e insalata e pane di segale e tè
e biscottini di cioccolato, quando
avrai dimenticato tutto questo,
io dico, e dimenticato anche il mio piccolo presentimento
che la guerra sarebbe finita prima che t’arruolassero,
e come finalmente ci si spogliava e si spegneva la luce e ci infilavamo nel letto,
e ci stendevamo con il corpo abbandonato per un attimo
nei candidi lenzuoli del week-end
e poi teneramente l’uno nell’altro ci fondevamo –
quando tu avrai dimenticato tutto questo, io dico,
che allora potrai dire,
ed io lo potrò credere,
che m’hai davvero dimenticata.
(When you have forgotten Sunday, da A Street in Bronzeville, 1945 – Trad. di Luciano Luisi)
Gli aborti non ti permettono di dimenticare.
Tu ricordi i bambini
che hai concepito ma non hai accolto,
le piccole teste, bagnate con pochi (o nessun) capello,
i cantanti e gli operai
che non hanno mai assaporato l’aria.
Questi, mai li trascurerai, mai li maltratterai,
mai li farai tacere né li comprerai con una caramella,
mai metterai nelle loro bocche i pollici
né caccerai via i fantasmi che vengono nella notte.
Mai li lascerai, tenendo dentro il tuo sospiro assetato di loro
mai tornerai affamata di vederli, mangiandoteli con gli occhi.
Io ho sentito nelle voci del vento le voci
dei miei oscuri figli uccisi.
Mi sono contratta. Ho consolato
i miei cari oscuri sui seni che loro non hanno mai potuto succhiare.
Ho detto, Dolci, se ho peccato, se ho rubato la vostra fortuna
e le vostre vite dal vostro protendervi senza raggiungere,
se ho rubato le vostre nascite e i vostri nomi,
le vostre lacrime di neonato e i vostri giochi,
i vostri amori belli o difficili, i vostri tumulti,
i vostri matrimoni, dolori, e le vostre morti,
se ho avvelenato l’inizio dei vostri respiri
Credetemi che anche nella mia intenzionalità
non sono stata intenzionale.
Ma perché devo lamentarmi,
lamentarmi che il crimine fosse stato di qualcun altro
e non mio?
Giacché comunque siete morti,
anzi, non siete stati creati.
Però anche detto così temo che sia sbagliato.
Oh, cosa dirò, come si può dire la verità?
Voi siete nati, avete avuto un corpo, siete morti.
Solo che non avete mai riso ne programmato ne pianto.
Credetemi, vi ho amato tutti.
Credetemi, anche se per poco, vi ho conosciuti, e vi ho amati
……vi ho amati tutti.
GWENDOLYN BROOKS
Biografia di GWENDOLYN BROOKS –il 7 GIUGNO 1917 nasce GWENDOLYN BROOKS
In molti modi, Gwendolyn Brooks incarna l’esperienza americana nera del 20 ° secolo.Nata in una famiglia che si trasferì a Chicago come parte della Grande Migrazione dei neri nel nord del paese, durante la Grande Depressione si fece strada attraverso la scuola e persegue un ruolo tradizionale per se stessa; quando inviava poesie alle riviste di solito elencava la sua professione come “casalinga”.
Nel dopoguerra, Brooks si unì a gran parte della comunità nera diventando più politicamente consapevole e attiva, unendosi al Movimento per i diritti civili e impegnandosi con la sua comunità come mentore e leader di pensiero. Nel corso delle sue esperienze, Brooks ha prodotto meravigliose poesie che raccontavano storie di normali neri americani in versi audaci e innovativi, spesso ispirati al quartiere Bronzeville di Chicago dove ha vissuto gran parte della sua vita.
GWENDOLYN BROOKS
Nei primi anni
Brooks è nata a Topeka, nel Kansas, nel 1917. Sei settimane dopo la sua nascita, la sua famiglia si è trasferita a Chicago. Suo padre lavorava come custode in una compagnia musicale e sua madre insegnava a scuola ed era una musicista esperta.
Come studente, Brooks eccelleva e frequentava la Hyde Park High School. Sebbene Hyde Park fosse una scuola integrata, il corpo studentesco era per lo più bianco, e Brooks ricorderà in seguito di aver sperimentato i suoi primi pennelli con razzismo e intolleranza mentre frequentava le lezioni lì. Dopo il liceo ha frequentato un corso di laurea biennale e ha iniziato a lavorare come segretaria. Decise di non conseguire una laurea di quattro anni perché sapeva fin da piccola che desiderava scrivere, e non vide alcun valore in un’ulteriore istruzione formale.
Brooks ha scritto poesie da bambina e ha pubblicato la sua prima poesia all’età di 13 anni (“Eventide”, nella rivista American Childhood). Brooks ha scritto in maniera prolifica e ha iniziato a presentare regolarmente il suo lavoro. Ha iniziato a pubblicare regolarmente mentre ancora frequentava il college. Queste prime poesie attirarono l’attenzione di scrittori affermati come Langston Hughes, che incoraggiavano e corrispondevano a Brooks.
Negli anni ’40, Brooks era affermato ma ancora relativamente oscuro. Ha iniziato a frequentare seminari di poesia e ha continuato ad affinare la sua arte, lavoro che ha dato i suoi frutti nel 1944 quando ha pubblicato non una ma due poesie sulla rivista Poetry. Questa apparizione in un periodico nazionale così rispettato le ha portato la sua notorietà, ed è stata in grado di pubblicare il suo primo libro di poesie, Una strada a Bronzeville, nel 1945.
Il libro ebbe un enorme successo di critica e Brooks ricevette una Guggenheim Fellowship nel 1946. Pubblicò il suo secondo libro, Annie Allen, nel 1949. Il lavoro si concentrò di nuovo su Bronzeville, raccontando la storia di una giovane ragazza nera che cresceva lì. Anche lui ricevette il plauso della critica e nel 1950 Brooks ricevette il Premio Pulitzer per la poesia, il primo autore nero a vincere un Premio Pulitzer.
Brooks ha continuato a scrivere e pubblicare per il resto della sua vita.
Nel 1953 pubblicò Maud Martha, una sequenza innovativa di poesie che descrivono la vita di una donna di colore a Chicago, considerata una delle sue opere più complesse e complesse. Man mano che diventava più politicamente impegnata, il suo lavoro seguì l’esempio.
Nel 1968 pubblica Alla Mecca, di una donna alla ricerca del figlio perduto, che è stato nominato per il National Book Award.
Nel 1972, ha pubblicato il primo di due ricordi, Rapporto dalla prima parte, seguito 23 anni dopo da Rapporto dalla seconda parte, scritto quando aveva 79 anni.
Negli anni ’60, man mano che la sua fama cresceva, i suoi scritti iniziarono ad assumere un taglio più netto mentre osservava la società, esemplificata da una delle sue poesie più famose, Siamo davvero fantastici, pubblicato nel 1960.
Insegnamento
Brooks è stata un’insegnante per tutta la vita, spesso in ambienti informali come la sua stessa casa, dove ha spesso accolto giovani scrittori e tenuto conferenze e gruppi di scrittura ad hoc.
Negli anni ’60 iniziò a insegnare in modo più formale, bande di strada e studenti universitari.
Ha tenuto un corso di letteratura americana all’Università di Chicago. Brooks è stata straordinariamente generosa con il suo tempo, e ha speso gran parte della sua energia per incoraggiare e guidare i giovani scrittori, e alla fine ha ricoperto posizioni di insegnamento in alcune delle migliori scuole del paese, tra cui la Columbia University e la Northeastern Illinois University.
Vita privata
Brooks ha sposato Henry Lowington Blakely, Jr. e ha avuto due figli con lui, rimanendo sposato fino alla sua morte nel 1996. Brooks è ricordato come una donna gentile e generosa. Quando i soldi del Premio Pulitzer davano a lei e alla sua famiglia sicurezza finanziaria, era nota per usare i suoi soldi per aiutare le persone nel suo quartiere pagando l’affitto e altre bollette e finanziando antologie di poesia e altri programmi per offrire opportunità ai giovani scrittori neri.
Morte ed eredità
GWENDOLYN BROOKS
Brooks morì nel 2000 dopo una breve battaglia contro il cancro; lei aveva 83 anni.
Il lavoro di Brooks è stato notevole per la sua attenzione alla gente comune e alla comunità nera.
Sebbene Brooks si mescolasse in riferimenti e forme classiche, rese quasi uniformemente i suoi soggetti contemporanei uomini e donne che vivevano nel suo quartiere.
Il suo lavoro incorporava spesso i ritmi della musica jazz e blues, creando un ritmo sottile che le faceva rimbalzare i versi e che usava spesso per creare climax esplosivi per il suo lavoro, come nel suo famoso poema Siamo davvero fantastici che termina con la terzina devastante moriamo presto. Brooks è stata una pioniera della coscienza nera in questo paese e ha dedicato gran parte della sua vita ad aiutare gli altri, educando le giovani generazioni e promuovendo l’arte.
Beatrice Masini“Louisa May Alcott”-poetessa e scrittrice-Giulio Perrone Editore
Descrizione-Di Louisa May Alcott si sa quel poco che le alette dei suoi romanzi ci concedono: che è l’autrice di Piccole donne e dei suoi seguiti, e che ha conosciuto in vita un successo destinato a durare come autrice di libri per ragazzi, anzi, per ragazze. Ma come è arrivata a scrivere la storia di una famiglia che assomiglia tanto alla sua? E da quale vena narrativa sgorgano le altre sue opere, decine e decine di racconti gotici “di sangue e tuono”, romanzi audaci e romanzi commerciali, qualcuno firmato, altri pubblicati anonimi o sotto pseudonimo?
Louisa May Alcott
Ripercorrere la sua vita è viaggiare in un mondo complicato, ricco di opportunità per le giovani donne ma sempre pronto a richiamarle all’ordine, per scoprire una ragazza fuori moda che sognava di essere se stessa ed è diventata “una sorta di tata letteraria che produce pappetta morale per i piccoli”. Una ragazza forte per forza, cresciuta in una casa povera di oggetti e ricca di ideali, diventata una donna lavoratrice per pagare conti e debiti altrui. In questo la storia di Alcott assomiglia a quella di tante altre scrittrici celebri, sempre in bilico tra necessità e libertà, e qualche volta si intreccia con la loro.
Louisa’s family experienced financial hardship, and while Louisa took on various jobs to help support the family from an early age, she also sought to earn money by writing. In the 1860s she began to achieve critical success for her writing with the publication of Hospital Sketches, a book based on her service as a nurse in the American Civil War. Early in her career, she sometimes used pen names such as A. M. Barnard, under which she wrote lurid short stories and sensation novels for adults. Little Women was one of her first successful novels and has been adapted for film and television. It is loosely based on Louisa’s childhood experiences with her three sisters, Abigail May Alcott Nieriker, Elizabeth Sewall Alcott, and Anna Alcott Pratt.
Louisa was an abolitionist and a feminist and remained unmarried throughout her life. She also spent her life active in reform movements such as temperance and women’s suffrage. During the last eight years of her life she raised the daughter of her deceased sister. She died from a stroke in Boston on March 6, 1888, just two days after her father’s death and was buried in Sleepy Hollow Cemetery. Louisa May Alcott has been the subject of numerous biographies, novels, and a documentary, and has influenced other writers and public figures such as Ursula K. Le Guin and Theodore Roosevelt.
Early life
Birth and early childhood
Louisa May Alcott at age 20
Louisa May Alcott was born on November 29, 1832, in Germantown,[1] now part of Philadelphia, Pennsylvania. Her parents were transcendentalist and educator Amos Bronson Alcott and social worker Abigail May.[2] Louisa was the second of four daughters, with Anna as the eldest and Elizabeth and May as the youngest.[3] Louisa was named after her mother’s sister, Louisa May Greele, who had died four years earlier.[4] After Louisa’s birth, Bronson kept a record of her development, noting her strong will,[5] which she may have inherited from her mother’s May side of the family.[6] He described her as “fit for the scuffle of things”.[7]
The family moved to Boston in 1834,[8] where Louisa’s father established the experimental Temple School[9] and met with other transcendentalists such as Ralph Waldo Emerson and Henry David Thoreau.[10] Bronson participated in child-care but often failed to provide income, creating conflict in the family.[11] At home and in school he taught morals and improvement, while Abigail emphasized imagination and supported Alcott’s writing at home.[12] Writing helped her handle her emotions.[13] Louisa was often tended by her father’s friend Elizabeth Peabody,[14] and later she frequently visited Temple School during the day.[15]
Louisa kept a journal from an early age. Bronson and Abigail often read it and left short messages for her on her pillow.[16] She was a tomboy who preferred boys’ games[17] and preferred to be friends with boys or other tomboys.[18] She wanted to play sports with the boys at school but was not allowed to.[19]
Alcott was primarily educated by her father, who established a strict schedule and believed in “the sweetness of self-denial.”[20] When Louisa was still too young to attend school, Bronson taught her the alphabet by forming the letter shapes with his body and having her repeat their names.[21] For a time she was educated by Sophia Foord,[22] whom she would later eulogize.[23] She was also instructed in biology and Native American history by Thoreau, who was a naturalist,[24] while Emerson mentored her in literature.[25] Louisa had a particular fondness for Thoreau and Emerson; as a young girl, they were both “sources of romantic fantasies for her.”[26] Her favorite authors included Harriet Beecher Stowe, Sir Walter Scott, Fredericka Bremer, Thomas Carlyle, Nathaniel Hawthorne, Goethe, and John Milton, Friedrich Schiller, and Germaine de Staele.[27]
In 1840, after several setbacks with Temple School and a brief stay in Scituate,[28] the Alcotts moved to Hosmer Cottage in Concord.[29] Emerson, who had convinced Bronson to move his family to Concord, paid rent for the family,[30] who were often in need of financial help.[31] While living there, Alcott and her sisters befriended the Hosmer, Goodwin, Emerson, Hawthorne, and Channing children, who lived nearby.[32] The Hosmer and Alcott children put on plays and often included other children.[33] Louisa and Anna also attended school at the Concord Academy, though for a time Louisa attended a school for younger children held at the Emerson house.[34] At eight years-old, Louisa wrote her first poem, “To the First Robin”. When she showed the poem to her mother, Abigail was pleased.[35]
In October 1842 Bronson returned from a visit to schools in England[36] and brought Charles Lane and Henry Wright with him[37] to live at Hosmer Cottage, while Bronson and Lane made plans to establish a “New Eden”.[38] The children’s education was undertaken by Lane, who implemented a strict schedule. Louisa disliked Lane and found the new living arrangements difficult.[39]
In 1843 Bronson and Lane established Fruitlands, a utopian community,[40] in Harvard, Massachusetts, where the family were to live.[41] Louisa later described these early years in a newspaper sketch titled “Transcendental Wild Oats”, reprinted in Silver Pitchers (1876), which relates the family’s experiment in “plain living and high thinking” at Fruitlands.[42] There, Louisa enjoyed running outdoors and found happiness in writing poetry about her family, elves, and spirits. She later reflected with distaste on the amount of work she had to do outside of her lessons.[43] She also enjoyed playing with Lane’s son William and often put on fairy-tale plays or performances of Charles Dickens‘s stories.[44] She read works by Dickens, Plutarch, Lord Byron, Maria Edgeworth, and Oliver Goldsmith.[45]
During the demise of Fruitlands, the Alcotts discussed whether or not the family should separate. Louisa recorded this in her journal and expressed her unhappiness should they separate.[46] After the collapse of Fruitlands in early 1844, the family rented in nearby Still River,[47] where Louisa attended public school and wrote and directed plays that her sisters and friends performed.[48]
In April 1845 the family returned to Concord, where they bought a home they called Hillside with money Abigail inherited from her father.[49] Here, Louisa and her sister Anna attended a school run by John Hosmer after a period of home education.[50] The family again lived near the Emersons, and Louisa was granted open access to the Emerson library, where she read Carlyle, Dante, Shakespeare, and Goethe.[51] In the summer of 1848 sixteen-year-old Louisa opened a school of twenty students in a barn near Hillside. Her students consisted of the Emerson, Channing, and Alcott children.[52]
The two oldest Alcott girls continued acting in plays written by Louisa. While Anna preferred portraying calm characters, Louisa preferred the roles of villains, knights, and sorcerers. These plays later inspired Comic Tragedies (1893).[53] The family struggled without income beyond the girls’ sewing and teaching. Eventually, some friends arranged a job for Abigail[54] and three years after moving into Hillside, the family moved to Boston. Hillside was sold to Nathaniel Hawthorne in 1852.[55] Louisa described the three years she spent at Concord as a child as the “happiest of her life.”[56]
Boston
When the Alcott family moved to South End, Boston in 1848,[57] Louisa had work as a teacher, seamstress, governess, domestic helper, and laundress, to earn money for the family.[58] Together, Louisa and her sister taught a school in Boston,[59] though Louisa disliked teaching.[60] Her sisters also supported the family by working as seamstresses, while their mother took on social work among the Irish immigrants. Elizabeth and May were able to attend public school, though Elizabeth later left school to undertake the housekeeping.[61] Due to financial pressures, writing became a creative and emotional outlet for Louisa.[62] In 1849 she created a family newspaper, the Olive Leaf, named after the local Olive Branch. The family newspaper included stories, poems, articles, and housekeeping advice.[63] It was later renamed to The Portfolio.[64] She also wrote her first novel, The Inheritance, which was published posthumously and based on Jane Eyre.[65] Louisa, who was driven to escape poverty, wrote, “I wish I was rich, I was good, and we were all a happy family this day.”[66]
Early adulthood
Life in Dedham
Abigail ran an intelligence office to help the destitute find employment.[67] When James Richardson came to Abigail in the winter of 1851 seeking a companion for his frail sister and elderly father who would also be willing to do light housekeeping,[68] Louisa volunteered to serve in the house filled with books, music, artwork, and good company on Highland Avenue.[69] Louisa may have imagined the experience as something akin to being a heroine in a Gothic novel, as Richardson described their home in a letter as stately but decrepit.[69]
Louisa May Alcott
Richardson’s sister, Elizabeth, was 40 years old and suffered from neuralgia.[70] She was shy and did not seem to have much use for Louisa.[69] Instead, Richardson spent hours reading her poetry and sharing his philosophical ideas with her.[71] She reminded Richardson that she was hired to be Elizabeth’s companion and expressed that she was tired of listening to his “philosophical, metaphysical, and sentimental rubbish.”[69] Richardson’s response was to assign her more laborious duties, including chopping wood, scrubbing the floors, shoveling snow, drawing water from the well, and blacking his boots.[72]
Louisa quit after seven weeks, when neither of the two girls her mother sent to replace her decided to take the job.[69] As she walked from Richardson’s home to Dedham station, she opened the envelope he handed her with her pay.[69] One account states that she was so unsatisfied with the four dollars she found inside that she mailed the money back to him in contempt.[69] Another account states that Bronson may have returned the money himself and rebuked Richardson.[73] Louisa later wrote a slightly fictionalized account of her time in Dedham titled “How I Went Into Service”, which she submitted to Boston publisher James T. Fields.[74] Fields rejected the piece, telling Louisa that she had no future as a writer.[74]
Autrice Beatrice Masini è nata a Milano, dove lavora nell’editoria.Giornalista al Giornale e poi alla Voce, editor, traduttrice, scrive per bambini e per adulti. I suoi libri per ragazzi (albi, racconti, romanzi) sono tradotti in una ventina di lingue. Bambini nel bosco (Fanucci, 2010) è stato il primo libro per ragazzi ad essere selezionato per il Premio Strega. Con Tentativi di botanica degli affetti (Bompiani, 2013) ha vinto il premio Selezione Campiello, il premio Viadana, il premio Alessandro Manzoni.
Louisa May AlcottLouisa May AlcottLouisa May Alcott
Ida Pfeiffer, viaggiatrice, esploratrice, scienziata-Articolo di Rossella Perugi-
Ida Pfeiffer è stata una delle viaggiatrici più intrepide del XIX secolo: non solo per il numero di chilometri percorsi, ma anche per la sua capacità di far fronte a situazioni critiche, sempre con un budget ridotto all’osso.Ida Pfeiffer ha visitato regioni pericolose in tutti i continenti, pubblicando resoconti che hanno intrattenuto e istruito innumerevoli lettori e lettrici.Era amata dal pubblico e rispettata da scienziati e geografi, e divenne la prima donna ad essere ammessa come membro onorario alle Società Geografiche di Berlino e Parigi.
Pfeiffer, 50 Schilling, 1995.
La piccola Ida Reyer nasce a Vienna nel 1797, in una famiglia benestante di commercianti; è la terza nata, insieme con sei fratelli e una sorella. Il padre, Aloys, è un convinto assertore della parità fra i sessi e i suoi figli sono educati insieme, incoraggiando la competizione tra loro ma insegnando anche solidi valori di onestà, lealtà, determinazione e richiedendo a tutti di esercitare la parsimonia, temprare il fisico e imparare a resistere al dolore. Questo tipo di educazione paritaria e spartana dura fino ai 9 anni: «Non ero timida – scrive nella sua autobiografia – ma selvatica come un ragazzo, più coraggiosa e sfrontata dei miei fratelli maggiori». Nel 1806 la morte del padre mette fine a questa situazione, la madre cerca di intervenire e fare di lei una heiratsfähig, una ragazza da marito: deve indossare abiti femminili, imparare a suonare il pianoforte, applicarsi al lavoro a maglia e al ricamo. Pfeiffer reagisce duramente alle imposizioni, arrivando a procurarsi tagli alle dita e bruciature alle mani con la cera dei sigilli pur di non eseguire queste attività tipiche delle donne.
Una figura importante nella sua educazione è l’istitutore Franz Emil Trimmer: sensibile e aperto, oltre a istruirla nelle materie convenzionali previste per una ragazza dell’epoca, le fornisce libri di viaggio che le rivelano un mondo esotico di avventure. Ida si innamora perdutamente di lui, ma non può sposarlo per questioni di censo; la loro relazione finirà con il licenziamento di Trimmer, che lascia però un segno indelebile nella ragazza. Dopo aver rifiutato per anni una serie di richieste di matrimonio, la giovane acconsente infine a sposare Mark Anton Pfeiffer di Leopoli (oggi L’viv, in Ucraina), un vedovo benestante di 24 anni più anziano. Trasferitasi a Leopoli dà alla luce due figli e una bambina, che morirà subito dopo la nascita. Quando il marito, un avvocato onesto, scopre un grave caso di corruzione, il suo studio viene boicottato e Pfeiffer deve sostenere il bilancio familiare dando informalmente lezioni di disegno e musica ai rampolli della ricca borghesia cittadina. Anche a causa di queste difficoltà finanziarie la coppia si separa, seppure ufficiosamente, e a partire dagli anni Venti il marito si sposterà per cercare lavoro in Galizia, in Svizzera e a Vienna, mentre Ida si occuperà dell’educazione dei due figli maschi. L’eredità della madre, morta nel 1831, le consente una piccola rendita che le permette di separarsi definitivamente, tornare a Vienna e offrire ai ragazzi una buona istruzione.
Dopo la morte del marito nel 1838, con i figli ormai adulti, Pfeiffer considera i suoi impegni familiari esauriti e può finalmente seguire la sua passione per i viaggi e l’avventura. Durante una gita di famiglia a Trieste vede il mare per la prima volta e, afferma, si risveglia in lei «un’irrefrenabile voglia di viaggiare». Alcuni fattori, oltre alla modesta rendita, favoriscono la sua indipendenza: innanzitutto, la severa educazione ricevuta durante l’infanzia l’ha abituata a vivere parsimoniosamente, perciò, pur avendo impegnato quasi tutto il patrimonio per l’istruzione dei figli e per sanare i debiti del marito, Pfeiffer amministra i suoi scarsi beni con oculatezza. Inoltre, pur vivendo in un ambiente borghese che prevede una rigida separazione dei ruoli in base al genere, riesce a sfruttare la relativa libertà che le concede l’età avanzata: infatti il controllo sociale sulle donne anziane, ormai meno importanti di quelle giovani perché non più fertili, è notevolmente inferiore. Infine, non deve più preoccuparsi del suo aspetto fisico e gode di più libertà sia nel comportamento che nelle opinioni. Le sue avventure possono avere inizio.
È il 22 marzo 1842, ha 44 anni: Pfeiffer parte per il primo dei suoi cinque viaggi. Deve comunque trovare un valido pretesto: con i 600 fiorini risparmiati scende lungo il Danubio per raggiungere Costantinopoli e visitare un lontano parente. Una volta arrivata, il rientro a Vienna non è certo fra le sue priorità: il viaggio prosegue verso la Terra Santa, una meta decorosa e appropriata per una donna sola che aveva ormai adempiuto agli obblighi familiari. Prosegue attraverso Beirut fino a Gerusalemme, visita il Mar Morto, Damasco, Baalbek e si dirige ad Alessandria d’Egitto; di qui tornerà verso est visitando Il Cairo e raggiungerà Suez a dorso di cammello. Per il rientro sceglie un percorso del tutto diverso: dal Nord Africa si imbarcherà per la Sicilia, farà tappa a Napoli, Roma e Firenze; rientrerà infine a Vienna solo dopo nove mesi, nel dicembre del 1842.
Le sue avventure e i suoi racconti destano grande interesse e, incoraggiata dalle amicizie, l’anno seguente pubblica il suo diario di viaggio, rigorosamente anonimo: non è infatti opportuno, per una donna del suo ambiente, esporsi dichiarando la “maternità” di un testo di questo genere. Tuttavia, per il suo stile sobrio e la credibilità delle descrizioni Reise einer Wienerin in das Heilige Land (Viaggio di una viennese in Terra Santa) ottiene un grande successo di pubblico. Il nome di Pfeiffer apparirà solo nella quarta riedizione del 1856, ma intanto le vendite le permettono di finanziare altri viaggi. Pfeiffer si rivolge adesso all’estremo nord d’Europa. Innanzitutto impiega i primi mesi del 1845 per prepararsi coscienziosamente: consapevole dei propri limiti culturali si impegna a studiare le scienze naturali, impara le basi della tassidermia e della botanica, qualche rudimento di fotografia, l’inglese e il danese (l’Islanda e la Norvegia sono ancora parte del regno di Danimarca). In aprile parte e attraversa Praga, Amburgo, Kiel; raggiunge Copenaghen e si imbarca per l’Islanda. Sbarca nel sud dell’isola il 15 maggio e vi rimane fino al 29 luglio, poi rientrerà in Danimarca e proseguirà per la Norvegia e la Svezia. Tornata a Vienna nell’ottobre del 1845 riordina i suoi appunti e l’anno successivo appaiono i due volumi di Reise nach dem Skandinavischen Norden (Viaggio nel nord scandinavo), apprezzato non solo dal pubblico ma anche dagli studiosi: le informazioni sul nord in generale sono scarse, in particolare quelle sull’Islanda, lontana dalle rotte atlantiche e dagli interessi geopolitici dell’Europa continentale. Inoltre, Pfeiffer ha riportato una collezione di esemplari di animali, piante, minerali e oggetti tradizionali da vendere a musei o collezionisti. Con il ricavo può finanziare i suoi nuovi, e più ambiziosi, viaggi.
Ida Pfeiffer, viaggiatrice, esploratrice, scienziata
Nel maggio del 1846 riparte, questa volta per il Sud America; per risparmiare raggiunge il Brasile a bordo di un cargo danese; qui, tra le altre avventure, sfugge a un tentativo di omicidio. A febbraio 1847 attraversa il tempestoso Capo Horn e giunge a Valparaíso in Cile. Prosegue per Tahiti, dove la riceve la regina; si imbarca nuovamente per raggiungere l’Asia, visita Macao, Hong Kong e Canton. Nell’ottobre del 1847, via Singapore e Ceylon, raggiunge l’India. Qui visita Calcutta, Benares e Bombay. Ospitata da indiani facoltosi, che apprezzano la compagnia di questa donna esotica e colta, partecipa alla caccia alla tigre. Nell’aprile del 1848 prosegue attraverso la Persia e raggiunge Baghdad; con una carovana visita le rovine di Babilonia e Ninive, dove ha un burrascoso incontro con una tribù nomade. A Tabriz frequenta il console britannico, profondo conoscitore dell’area, che rimane molto impressionato dalle sue imprese. Attraverso l’Armenia, la Georgia, Odessa, Costantinopoli e Atene rientra a Vienna nel novembre del 1848, subito dopo la repressione dei moti rivoluzionari che hanno scosso l’Impero. La narrazione di questo viaggio è pubblicata nel 1850 in tre volumi, con il titolo Eine Frauenfahrt um die Welt (Il viaggio di una donna intorno al mondo).
Giunta all’età di 54 anni, sembrerebbe decisa ad abbandonare i viaggi; invece, nel maggio 1851 decide di lasciare Vienna diretta a Londra, per arrivare poi in Sudafrica. Da Città del Capo si sposta a Singapore per esplorare l’attuale Indonesia, con Borneo, Giava e Sumatra. È così la prima donna occidentale ad attraversare l’isola di Borneo; sull’isola di Sumatra incontra la popolazione dei Dyak, che avevano fama di praticare il cannibalismo. Non sembra aver avuto conflitti con questa gente, che ricorderà sempre con affetto: nel suo resoconto afferma di averla convinta lei stessa a non cibarsi delle sue carni, ormai troppo vecchie e rinsecchite. Si trasferisce in Cina dove, nuovamente grazie al suo aspetto fragile di donna anziana, riesce a evitare di essere assimilata agli odiati imperialisti inglesi.
Pfeiffer riparte e riattraversa l’Oceano Pacifico: sbarca prima alle Isole della Sonda, quindi alle Molucche; nel settembre 1853 giunge in California. Qui visita alcune cittadine di minatori e assiste alle fasi finali della corsa all’oro. Si dirige quindi in Sud America, soggiornando in Ecuador e Perù. A causa di una rivolta deve abbandonare il progetto di attraversare le Ande per andare in Brasile; ritorna in Ecuador, risale il continente e nel maggio del 1854 rientra negli Stati Uniti passando da Panama. A New Orleans assiste alla vendita degli schiavi: un evento che la impressiona profondamente e che riporterà nel suo resoconto, deplorandolo. Risalendo il corso del Mississippi, raggiunge Chicago, i Grandi Laghi e le cascate del Niagara. Dopo aver soggiornato a New York e Boston, nel novembre 1854 rientra a Londra. Nel 1856 pubblica la descrizione del viaggio in quattro volumi, intitolati Meine zweite Weltreise (Il mio secondo viaggio intorno al mondo). A questo punto è così nota che la rivista di moda viennese Die Wiener Elegante pubblica un’illustrazione, rimasta famosa, di Ida Pfeiffer in “abito da viaggio” con un retino per farfalle.
Ormai quasi sessantenne parte nuovamente nel maggio del 1856 per quello che sarà il suo ultimo viaggio: si imbarca a Rotterdam con l’intenzione di raggiungere l’Australia, l’unico continente che non ha ancora visitato. Invece rimane diversi mesi alle Mauritius e nell’aprile del 1847 prosegue per il Madagascar. Qui intrattiene un rapporto di amicizia con la regina Ranavalona, nonostante la nota ostilità della sovrana verso le persone straniere; ha così occasione di visitare la capitale Antananarivo e l’interno dell’isola. A causa della presenza dei francesi, che intendono annettere l’isola alle proprie colonie e provocano sommosse e disordini, Pfeiffer viene accusata di spionaggio e incarcerata insieme ad altri cinque europei. Riesce a fuggire e, solo dopo una marcia di 53 giorni in terreni paludosi e infestati dalla malaria, raggiunge la costa e si imbarca nuovamente per Mauritius; nel febbraio del 1858, dato il suo stato di salute, è costretta a rientrare in Europa, ma riesce a raggiungere Vienna solo nel settembre. Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, in seguito alle conseguenze della malaria, Pfeiffer muore, lasciando incompiuta la sua testimonianza di questo ultimo viaggio: il libro in due volumi Reise nach Madagaskar (Viaggio in Madagascar) sarà pubblicato postumo dal figlio Oscar.
Ida Pfeiffer è stata una studiosa autodidatta, un’esploratrice e un personaggio pubblico. I suoi libri furono molto apprezzati come lettura divulgativa nell’alta borghesia. Benché riflettano il modo di pensare del suo tempo, l’autrice offre un’interpretazione personale, adeguatamente motivata, di quanto espone, allontanandosi dagli stereotipi. Ad esempio, quando definisce le donne mediorientali ignoranti e pigre, benché amichevoli e fiduciose, aggiunge che le ritiene più felici, nel complesso, delle loro controparti europee. Molte delle sue opinioni sono in aperto contrasto con i tempi e l’ambiente dal quale proviene: Pfeiffer si dimostra sempre sensibile verso quegli individui ― in particolare donne e bambini ― che sopportano terribili sofferenze in fondo alla piramide sociale. Se la schiavitù colpisce il suo senso di giustizia e viene condannata duramente, non esita però a paragonarla alla situazione di molti contadini europei e dei fellah egiziani. L’indignazione di fronte alle ingiustizie è una costante della sua narrazione, così come la sua simpatia per le donne delle classi inferiori. Precorrendo le più moderne tesi femministe intersezionali, Pfeiffer esprime la ferma convinzione che solo le donne del mondo occidentale, peraltro già privilegiate, avrebbero tratto vantaggio dai movimenti di emancipazione: un punto di vista che sarebbe stato confermato proprio dalle sue esperienze lontano dall’Europa. La sua lucida consapevolezza non viene meno neppure quando descrive i grandi monumenti, come ad esempio il Taj Mahal: oltre ad ammirare la squisita ricchezza architettonica degli edifici non manca di ricordare a lettori e lettrici il loro altissimo costo in termini di manodopera e sacrificio dei lavoratori.
Pfeiffer si mostra critica verso gli sforzi vani dei missionari occidentali: le ragioni della generale indifferenza, quando non dell’ostilità, dei popoli “primitivi” (soprattutto delle grandi civiltà asiatiche) sono da ricercare nell’atteggiamento di superiorità dei religiosi. Afferma che la maggior parte di loro non adatta il proprio stile di vita né il modo di vestire alle condizioni locali, ma soprattutto evita il contatto con le masse povere, preferendo vivere in comunità chiuse, nelle parti più ricche delle città. Pfeiffer non esita a mettere in discussione neppure l’orrore che gli europei “civilizzati” esprimono verso le usanze dei cacciatori di teste: l’autrice rileva infatti un’allarmante somiglianza tra questi trofei e le sanguinose immagini delle battaglie europee. Durante una visita a Versailles era rimasta sconvolta dai dipinti esposti che glorificavano le battaglie: quelle carneficine erano paragonabili, a suo parere, all’usanza dei Dyak di mostrare le teste rimpicciolite. È invece proprio questo popolo a meritare il suo elogio: «Mi sarebbe piaciuto passare più tempo tra i Dyak liberi, poiché li ho trovati, senza eccezioni, onesti, bonari e modesti nel loro comportamento. Aspetti che me li fanno collocare al di sopra di qualsiasi altra razza che abbia mai conosciuto».
Il soggiorno in America la porta a formulare una serie di osservazioni sulle tragiche conseguenze del pregiudizio razziale contro i nativi. Avendo constatato la rapida diminuzione della popolazione indiana della California, osserva che «in questo deserto gli uomini si annientano a vicenda per trovare un pezzo d’oro!». Prova invece ammirazione per le capacità artigianali degli indiani d’America: «Non sanno fare altro che intrecciare cesti, ma in quest’arte hanno raggiunto la perfezione: sanno come rendere i loro cesti perfettamente stagni e riescono persino a bollirvi il pesce». Anche sulla loro indole ha un’opinione personale: «Questi indiani sono presentati come traditori, codardi, vendicativi e vili, che attaccano i bianchi solo quando sono superiori in numero. Ma, dopotutto, come potrebbero attaccare dei bianchi ben armati ― quella razza prepotente che ha provocato loro tante sofferenze? La vendetta è del tutto naturale per l’uomo; se i bianchi avessero subito dai nativi tanti torti quanti loro stessi dai bianchi, anche loro avrebbero provato il desiderio di vendetta».
Ida Pfeiffer, viaggiatrice, esploratrice, scienziata
Le informazioni di Pfeiffer non erano sempre esatte, ma destarono grande interesse fra gli etnologi: vi erano descritte le caratteristiche fisiche di popoli lontani, le loro forme di convivenza e le regole ereditarie, l’aspetto delle abitazioni, degli insediamenti e dei villaggi, i riti dei matrimoni e dei funerali. Spesso infatti, solo per il fatto di essere una donna, aveva accesso a molti luoghi altrimenti preclusi al viaggiatore maschio. Infine, la viaggiatrice raccoglieva e catalogava con precisione campioni naturali: alcune migliaia di piante, insetti, farfalle, pesci, uccelli, piccoli mammiferi, minerali e oggetti di interesse etnologico e storico arrivarono in Europa nei suoi bauli e furono offerti ai musei europei, in particolare al Museo di storia naturale e al Museo di etnologia di Vienna. Alcuni animali da lei raccolti portano il suo nome ancora oggi: un gambero del Borneo (Palaemon Pfeifferae), un fasmide (Myronides Pfeifferae), una lumaca (Vaginula Pfeifferae) e una rana del Madagascar (Rana Pfeifferae).
Grazie alla diffusione dei suoi resoconti Pfeiffer divenne un personaggio conosciuto anche in ambiti specialistici. Alexander von Humboldt, che incontrò a Berlino, le procurò un invito alla corte prussiana, dove nel 1856 le venne conferita la Medaglia d’oro per le scienze e le arti dal re Federico Guglielmo IV. Inoltre von Humboldt, insieme con il geografo Carl Ritter, la accolse come membro onorario alla Berliner Ethnographische Gesellschaft, dove fu la prima donna ad accedere. Anche la Société géographique française la nominò membro onorario, mentre la Royal Geographical Society inglese, che non ammetteva le donne per statuto, le conferì altri riconoscimenti e contribuì alle spese dei suoi viaggi. Pure le Società zoologiche tedesca e olandese la ebbero come membro onorario. Se non fosse stato introdotto l’euro, a Ida Pfeiffer sarebbe stata dedicata la banconota da 50 scellini della serie 1995/1997.
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Rossella Perugi-Giornalista
Rossella Perugi-Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il Premio Nobel: Hertha Ayrton -Articolo di Rinaldo Cervellati.
I primi di gennaio del 1902 il Segretario della Royal Society ricevette una breve lettera dal membro John Perry[1], contenente in allegato la proposta di nomina a membro di Mrs. Hertha Marks Ayrton.
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il PPremio Nobel Hertha Ayrton (1854-1923) La Chimica e la Società
Era la prima volta che veniva richiesta l’elezione di una donna alla Royal Society. Nonostante il supporto di nove membri, la nomina venne rifiutata dopo un lungo iter che è stato poi definito “un episodio imbarazzante nella storia della Royal Society” [1].
Ma, chi è stata e cosa ha fatto Hertha Marks Ayrton ?
Nasce Phoebe Sarah Marks il 28 aprile 1854 a Portsea (contea di Hampshire, Inghilterra) terza figlia di Levi Marks, immigrato giudaico polacco di professione orologiaio e di Alice Teresa Moss, sarta, figlia di un commerciante di vetro. Nel 1861 la madre divenne vedova con sette figli e un ottavo in arrivo, due anni dopo la piccola Phoebe Sarah fu invitata dagli zii, Marion e Alphonse Hartog, a andare a vivere con loro e i suoi cugini a Londra. La famiglia Hartog, che gestiva una scuola nel nord-ovest di Londra, le assicurò una ampia educazione comprendente lingue antiche e moderne e musica. I cugini la introdussero alla matematica e alle scienze. Alla scuola degli Hartogs, Sarah si fece conoscere sia come eccellente negli studi, sia come combattente per la causa dei diritti civili alle donne. Furono questi principi che in seguito portarono al suo coinvolgimento nel movimento delle “suffragette”.
A 16 anni iniziò a lavorare come istitutrice, potendo così aiutare anche economicamente madre e fratelli. E’ probabilmente in questo periodo che l’amica Ottilie Blind Hancock[2], cominciò a chiamarla Hertha (dal nome della protagonista di un poema di Swinburne[3] sulla dea scandinava della Terra, Erda), forse a causa della sua vitalità. Fatto è che Phoebe Sarah Marks mantenne questo nome per tutto il resto della vita. Cominciò anche a studiare per l’esame per donne dell’università di Cambridge, aspirando a frequentare il College femminile fondato da Emily Davies, trasferitosi nel 1873 a Girton (Cambridge) come Girton College. In questo fu aiutata da Barbara Bodichon[4], co-fondatrice del Girton College che divenne sua amica e benefattrice. Attraverso Bodichon conobbe George Eliot[5] che in quel momento era impegnata a scrivere il suo ultimo romanzo Daniel Deronda. I biografi sono concordi nell’affermare che molte caratteristiche di Mirah, personaggio principale del romanzo, siano comuni a quelle di Hertha. Superato l’esame con onori, Hertha fu ammessa al College nel 1877 e sostenne l’esame del Progetto Scientifico Tripos nel 1880, ma l’Università di Cambridge non le rilasciò un diploma accademico perchè all’epoca concedeva alle donne solo certificati. Durante il college Hertha ideò e costruì un apparecchio per misurare la pressione del sangue (sfigmomanometro) e uno strumento per disegno tecnico in grado di dividere una linea in un numero qualsiasi di parti uguali e per ingrandire o ridurre le figure, quest’ultimo fu molto utilizzato da ingegneri, architetti e artisti. I due strumenti ottennero il brevetto nel 1884. I suoi biografi sostengono che Hertha ereditò queste capacità manuali dal padre, costruttore di orologi.
Al Girton, Hertha formò, insieme alla compagna Charlotte Scott un club matematico per “trovare problemi da risolvere e discutere eventuali questioni matematiche che possono sorgere”. Formò anche la Girton Fire Brigade, un gruppo di ragazze addestrate come vigili del fuoco e fu tra le leader del locale Coro.
Indispettita dall’atteggiamento antifemminista dell’Università di Cambridge, superò con successo un esame esterno ottenendo il B.Sc. dall’Università di Londra nel 1881.
A Londra Hertha lavorò come insegnante privata di matematica e altre materie fino al 1883. Fu anche attiva nel progettare e risolvere problemi matematici, molti dei quali furono pubblicati nella rubrica “Mathematical Questions” e “Their Solutions” dell’ Educational Times. J. Tattersall e S. McMurran [2] scrivono: Le sue numerose soluzioni indicano indubbiamente che possedeva una notevole intuizione geometrica ed era un’eccellente studentessa di matematica.
Continuò a studiare scienze, nel 1884 seguì il corso serale sull’elettricità al Finsbury Technical College[6], avendo come docente il professor William (Bill) Ayrton[7]. L’anno successivo sposò il professore diventando così Hertha Ayrton. Per qualche tempo dopo il matrimonio, le responsabilità domestiche assorbirono gran parte delle energie di Hertha, tuttavia mantenne vivo l’interesse per le scienze e nel 1888 tenne una serie di conferenze per donne sull’elettricità.
Il testamento di Barbara Bodichon, morta nel 1891, contemplava un generoso lascito a Hertha, ciò che le permise di assumere una governante e dedicare la sua attenzione in modo più completo alla ricerca scientifica. Tuttavia un altro episodio fu determinante a convincere Hertha a approfondire le indagini sperimentali sull’arco elettrico. Infatti Bill Ayrton che si occupava di questo tipo di ricerca non collaborava con la moglie, consapevole del fatto che lavori in collaborazione sarebbero comunque stati attribuiti solo a lui dalla comunità scientifica. Ma nel 1893 il testo in copia unica di una sua conferenza tenuta a Chicago sulla dipendenza della differenza di potenziale dell’arco elettrico da diversi fattori andò accidentalmente distrutto, da quel momento Bill Ayrton decise di occuparsi di altri problemi. Quindi Hertha potè proseguire le indagini sull’arco elettrico con sue proprie ricerche.
Verso la fine del diciannovesimo secolo, l’arco elettrico era ampiamente utilizzato per l’illuminazione pubblica. La tendenza degli archi elettrici a tremolare e sibilare era però un grosso problema. Nel 1895, Hertha Ayrton scrisse una serie di articoli per la rivista The Electrician, stabilendo che questi fenomeni erano il risultato dell’ossigeno che veniva a contatto con le barre di carbonio usate per l’arco. Nel 1899 fu la prima donna a esporre il proprio lavoro all’Institute of Electrical Engineers (IEE, attualmente IET, Institute of Engineering and Technology).
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il PPremio Nobel Hertha Ayrton (1854-1923) La Chimica e la Società
Il suo articolo, intitolato “The Hissing of Electric Arc” [3] fu determinante per il miglioramento della tecnologia degli archi. Poco dopo, Ayrton fu eletta membro dell’IEE, prima donna a ottenere quel riconoscimento. Come detto all’inizio non andò così con la Royal Society a causa del suo sesso[8] e la sua comunicazione “The Mechanism of the Electric Arc” [4] fu letta in sua vece da John Perry nel 1901.
Alla fine del XIX secolo, il lavoro di Hertha Ayrton nel campo dell’ingegneria elettrica fu ampiamente riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Al Congresso internazionale delle donne tenutosi a Londra nel 1899, presiedette la sezione di scienze fisiche. Ayrton intervenne anche all’International Electrical Congress tenutosi a Parigi nel 1900 con un comunicazione dal titolo: L’intensité lumineuse de l’arc à courant continu. Il suo successo ha portato l’Associazione Britannica per l’Avanzamento della Scienza a consentire alle donne di far parte a comitati generali e settoriali.
Nel 1902, Ayrton pubblicò il volume The Electric Arc [5], una sintesi delle sue ricerche e lavori sull’arco elettrico, comprendente le origini dei suoi primi articoli pubblicati su The Electrician tra il 1895 e il 1896. Con questo volume, il suo contributo nello sviluppo dell’ingegneria elettrica fu definitivamente riconosciuto. Scrivono Tattersall e McMurran [2] in proposito:
The text included descriptions and many illustrations of her experiments, succinct chapter reviews, a comprehensive index, an extensive bibliography, and a chapter devoted to tracing the history of the electric arc. Her historical account provided detailed explanations of previous experiments and results involving the arc and concluded with the most recent research of the author and her colleagues…The book was widely accepted as tour de force on the electrical arc and received favorable reviews on the continent where a German journal enthusiastically praised if for its clear exposition and relevant conclusions.
Dopo l’uscita e il successo del libro sull’arco elettrico, Hertha Ayrton rivolse la sua attenzione all’origine, alla forma e al movimento delle increspature nella sabbia e nell’acqua esposte al vento, compresa la formazione di vortici. Nel 1904 fu la prima donna a esporre una comunicazione alla Royal Society. In questo lavoro presentava evidenze sperimentali e interpretazioni teoriche per la forma di due differenti strutture per le increspature sabbiose, la pubblicazione del lavoro nei Proceedings Transactions fu posposta al 1910 su richiesta dell’autrice [6].
Nel 1906, fu insignita della prestigiosa Medaglia Hughes della Royal Society “per le sue indagini sperimentali sull’arco elettrico e anche sulle increspature di sabbia”. Fu la quinta persona (prima donna) a vincere questo premio, assegnato annualmente dal 1902 in riconoscimento di un scoperta originale nelle scienze fisiche, in particolare elettricità e magnetismo o loro applicazioni, per la seconda (Michele Dougherty) sono dovuti passare 102 anni. Dopo la morte del marito nel 1908, Ayrton proseguì le ricerche sulle increspature utilizzando apparecchiature costruite appositamente in proprio [7]. Una serie di esperimenti convalidò la teoria matematica dei vortici di Lord Rayleigh. Inventò anche un particolare ventilatore che avrebbe potuto creare vortici a spirale in grado di respingere gli attacchi coi gas [8]. Diventarono noti come ventilatori di Ayrton; secondo J. Mason [9] ne furono impiegati circa 100000 sul fronte occidentale, un altro biografo sostiene però che non furono praticamente impiegati [10].
Partecipò a tutte le principali marce per l’emancipazione femminile negli anni 1910, 1911 e 1912, fu malmenata e rischiò il carcere. Successivamente Ayrton contribuì a fondare l’International Federation of University Woman (1919) e la National Union of Scientific Workers (1920).
Muore per avvelenamento del sangue, causato da una puntura d’insetto, il 26 agosto 1923 a New Cottage, North Lancing, Sussex.
[6]Mrs. H. Ayrton, The Origin and Growth of Ripple Marks, Proceedings of the Royal Society of London. Series A, 1910, 84, 285-310.
[7]Mrs. H. Ayrton, Local Differences of Pressure Near an Obstacle in Oscillating Water., Proceedings of the Royal Society of London. Series A,1915, 91, 405-410.
[8] Mrs. H. Ayrton, On a New Method of Driving off Poisonous Gases., Proceedings of the Royal Society of London. Series A,1919, 96, 249-256.
[9] J. Mason, Hertha Ayrton (1854-1923) and the Admission of Woman to the Royal Society of Chemistry, Notes. Rec. R. Soc. Lond., 1991, 45, 201-220.
[1] John Perry (1850-1920) ingegnere e matematico irlandese, allievo di Lord Kelvin, poi professore di ingegneria meccanica al Finsbury Technical College di Londra, è noto per la disputa con il suo vecchio maestro sulla valutazione dell’età della Terra. Fu Presidente dell’Institution of Electrical Engineers e della Physical Society of London.
[2] Ottilie Blind, poi sposata Hancock, figlia di Karl Blind (1826-1907) rivoluzionario tedesco dopo i moti del 1848 e un periodo di prigione rifugiatosi con la famiglia in Inghilterra nel 1852, divenne attivista del movimento femminista inglese. Il padre mantenne costanti rapporti di amicizia con Mazzini, Garibaldi e Louis Blanc.
[3] Algernon Charles Swinburne (1837-1909) poeta britannico di epoca vittoriana, rivoluzionario fustigatore dei costumi e dell’ipocrisia dei suoi tempi, più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura fra il 1906 e il 1909.
[4] Barbara Leigh Smith Bodichon (1827-1891) britannica, leader del movimento per i diritti civili alle donne co-fondò finanziandolo, il primo College femminile, insieme alla altrettanto famosa leader Emily Davies (1830-1921).
[5] Pseudonimo di Mary Anne (Marian) Evans (1819-1880), una delle principali scrittrici dell’epoca vittoriana. Come molte altre scelse uno pseudonimo maschile sia per “essere presa sul serio”, sia per la sua situazione di compagna di un uomo sposato (cosa scandalosa all’epoca). Mantenne lo pseudonimo anche dopo aver rivendicato di essere l’autrice dei romanzi.
[6] Nel 1926 il Finsbury Technical College è incorporato nell’Imperial College London (The Imperial College of Science, Technology and Medicine).
[7] William Edward Ayrton (1847-1908) fisico e ingegnere inglese, oltre ai suoi studi pionieristici sull’arco elettrico, ha inventato, insieme a John Perry diversi strumenti per misure elettriche fra i quali un amperometro e un wattmetro. Hanno contribuito all’elettrificazione della linea ferroviaria.
[8] In sintesi la motivazione fu: Married women could not be made eligible by Statutes (Una donna sposata non può essere eleggibile per Statuto) [1].
Hertha Ayrton
C’era una notte… Hertha Ayrton
LE INTERVISTE IMMAGINARIE ALLE DONNE DI SCIENZA A CURA DI FRANCESCA FRASSINO
L’ingegnera vestita di bianco
È una prima notte di primavera perfetta, si respira un’aria tiepida che profuma di fiori.
Esco in terrazzo, appoggio il bicchiere di rum sul muretto e mi fermo ad osservare la Luna piena, grande e rosata di fronte a me; il vento è leggero, si fa sentire ma non infastidisce. Non vedo luci nelle case colorate, sembra quasi non esserci respiro; nel frattempo, i cani randagi si stanno appropriando delle strade che noi umani, in queste notti, non stiamo vivendo.
Così, tra lo zampettìo rapido degli animali e il leggero fruscìo delle foglie dei pochi alberi nel cuore della città, Hertha Ayrton si sistema sul muretto affianco a me e mi trasporta in un’Inghilterra di fine ‘800.
Comincia nel raccontarmi della sua infanzia nell’Hampshire, della morte prematura di suo padre e della responsabilità di doversi occupare dei suoi altri sei fratelli prima di trasferirsi a nord di Londra per studiare in una scuola gestita da una zia materna.
Lì si appassiona alla matematica e – dopo aver lavorato come governante per mantenere economicamente la madre invalida – andò a studiarla al Girton College, esclusivamente riservato alle donne dell’Università di Cambridge.
Mi racconta dell’amicizia con George Elliot e Barbara Bodichon – fondatrice del College, femminista, artista e scrittrice che incontrò per la prima volta ad un incontro del movimento delle suffragette e che le lasciò in eredità le sue battaglie femministe ma anche del denaro per poter realizzare le sue invenzioni e diventare una delle più geniali ingegnere del suo tempo; mi parla anche dell’amicizia con Marie Curie e delle lezioni di matematica che impartiva alla figlia – poi premio Nobel – Irène. Un circolo di amicizie fatto di donne determinate e intelligenti. Le immagino e non posso non pensare alla bellezza dei loro pensieri, alla passione che le guidava nel dimostrare di poter fare grandi cose, combattendo contro l’ostilità di una società pensata dal maschio per il maschio. Le dico che oggi si pensa che la sua persona abbia ispirato sia la protagonista Mirah del romanzo “Daniel Deronda” di Elliot sia, probabilmente, la scienziata protagonista del romanzo “The Call”, scritto dalla figliastra dopo la sua morte.
Sistemandosi i capelli ricci e neri passando una mano tra le ciocche scomposte, mi disse che la sua verve da inventrice si manifestò già dai tempi del college, quando realizzò lo sfigmomanometro – lo strumento per la misurazione della pressione arteriosa, precisa prima che io abbia il tempo di interromperla. E inventò anche il “divisore di linea” cioè uno strumento che divideva una linea in parti uguali e che artisti, architetti e ingegneri utilizzavano per ingrandire e rimpicciolire le figure – invenzione che venne poi esposta al Exhibition of Women’s Industries. E mi dice anche che in quegl’anni l’Università di Cambridge non rilasciava titoli alle donne ma solo attestati di partecipazione quindi, nonostante avesse superato il corso di matematica del Girton, per ottenere una laurea dovette superare un esame esterno all’Università di Londra.
Dopo la laurea insegnò matematica e frequentò corsi serali di fisica al Finsbury Technical College. Mi parla di quei corsi tenuti da William Ayrton, un importante ingegnere elettronico e membro della Royal Society che divenne suo marito nel 1885. Con lui ebbe una figlia che in età matura, seguendo l’esempio della madre e delle altre suffragette, partecipò attivamente alle proteste e divenne una delle fondatrici di United Suffragists – movimento aperto a donne e uomini che chiedevano e lottavano per il suffragio universale. Il sorriso sul viso di Hertha mi fa intendere la soddisfazione per i risultati di quelle proteste ma anche la fatica e le vessazioni subite per portarle avanti. Battaglie e storie che adesso si considerano risapute ma di cui, forse, si conosce ben poco. Non lasceremo che ci si dimentichi del loro coraggio, le dico.
Sorride e, un po’ divertita, mi racconta di quando gli scritti del marito sull’arco elettrico andarono distrutti e lei decise di aiutarlo a replicare i suoi esperimenti. Mi spiega che l’arco elettrico – una scarica elettrica seguita da un’emissione luminosa dovuta all’applicazione di una differenza di potenziale tra due elettrodi di carbonio aventi carica opposta – era un sistema utilizzato nell’illuminazione pubblica dell’epoca.
Con quegli esperimenti, il suo nome divenne noto nei circoli scientifici inglesi perché lei riuscì a capire che il sibilìo emesso dall’arco elettrico prima della stabilizzazione della luce emessa era dovuto alla presenza di aria a contatto con l’elettrodo di carbonio, causandone l’ossidazione. Sembra molto orgogliosa di quei risultati e continua parlando del suo libro “The Electric arc” in cui aveva racchiuso tutti i suoi lavori.
Lei riprende fiato sistemandosi l’abito un po’ sgualcito mentre io vado a prendere il computer per farglielo vedere, quel suo libro; il file digitale della versione originale. Scorriamo le pagine giallognole di quel grosso lavoro e mi dice che con quella sua ricerca divenne la prima donna a leggere un proprio articolo scientifico all’Istituto di Ingegneria Elettronica diventandone, ovviamente, anche la prima membra. Ancora oggi si parla fin troppo spesso di prime donne a fare cose, ad assumere una carica o a trovarsi in una posizione di estremo rilievo per la società; aspettiamo con trepidazione il momento in cui si smetterà di sentirlo, le dico mentre sposto il computer per farmi spazio sul muretto. Siamo nel cuore della notte ma ci pensa la Luna a renderla meno buia.
Mi racconta di essere stata, naturalmente, anche la prima donna ad essere candidata come membro della Royal Society per le sue ricerche sulle origini delle increspature della sabbia e gli studi di idrodinamica correlati. Però, continua, a quanto pare “la Royal Society non poteva accettare una donna sposata”. Sembra quasi divertita dalla mia espressione incredula mentre cerco di capire se il problema fosse lo stato civile o il genere d’appartenenza; forse l’uno e l’altro, risponde mentre ride prima di ricordarmi che, qualche anno più tardi, divenne la prima donna a leggere un proprio articolo scientifico anche alla stessa Royal Society che le consegnò la “Medaglia Hughes” per il suo importante contributo alla fisica dell’epoca con gli studi sull’arco elettrico e sull’origine delle increspature della sabbia. Una piccola rivincita, conveniamo.
La notte comincia a schiarirsi; le luci dell’alba che cominciano a farsi spazio dietro alle montagne mi ricordano che è tempo di tornare alla realtà prima che le case, i vicoli e i colori del giorno riprendano prepotentemente vita. Hertha Ayrton e le sue amiche geniali hanno dimostrato che risolutezza e ostinazione sono le armi vincenti per farsi spazio all’interno della società e per pretendere la considerazione che ci si merita, in quanto donne e in quanto scienziate. Dall’ingegnera suffragetta originale e perseverante, di cui avevo letto, ho ancora tanto da imparare e chiudo la porta alle mie spalle.
Laureata in chimica, considero la scienza l’espressione massima del genere umano e mi piace raccontarla. Appassionata di biografie per la sensazione che resta quando si concludono: aver vissuto in ogni epoca e in ogni strada ed aver creato un legame con il personaggio di turno. Per questo scrivo storie in prima persona.
L’espressione che maggiormente mi rappresenta è: “Sono io Paperino!”
Hertha Marks Ayrton
British physicist
Hertha Marks Ayrton (born April 28, 1854, Portsea, Eng.—died Aug. 26, 1923, North Lancing, Sussex) was a British physicist who was the first woman nominated to become a fellow of the Royal Society. In 1861 Marks’s father died, and two years later she went to live with her aunt, author Marion Moss Hartog, who ran a school in London. When she was a teenager, Marks changed her first name to Hertha, after the German earth goddess of Algernon Swinburne’s poem “Hertha” (1869), and renouncedJudaism to become an agnostic.
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il PPremio Nobel Hertha Ayrton (1854-1923) La Chimica e la Società
In 1876 Marks entered Girton College at the University of Cambridge, where she studied mathematics. There she became a friend of Barbara Bodichon, who had cofounded Girton College, and the writer George Eliot, who based the character of Mirah Cohen in her novel Daniel Deronda (1876) on Marks. Cambridge did not offer degrees to women, but Marks did complete her education by taking Cambridge’s mathematics examinations, the tripos, in 1881. She then became a teacher of mathematics at high schools in London. In 1884 she invented a type of line divider for use in drafting.
Marks in 1884 attended classes in electricity at Finsbury Technical College that were taught by electrical engineer William Ayrton. They married in 1885. Aside from a series of lectures on electricity to women in 1888, she did not return to science until 1891. In 1893 William was attending a meeting on electricity in Chicago, and in his absence she continued her husband’s experiments with the electric arc, which was then used as a lighting source in arc lamps. Electric arcs had a tendency to hiss and sputter before settling down and delivering a consistent light. Ayrton discovered the origin of the hissing in the oxidation of the positive carbon electrode and proposed changes in the shape of the carbon electrodes that greatly reduced the period of hissing.
In 1899 Ayrton read her paper on the hissing of the electric arc to the Institution of Electrical Engineers (IEE). She was the first woman to do so and also became the first woman member of the IEE. That same year she demonstrated her arc experiments at the Conversazione, a public event sponsored by the Royal Society. In 1901, when William was recovering from exhaustion at the seaside town of Margate, Ayrton became interested in the patterns formed by ripples in the sand. She conducted experiments in hydrodynamics to explain the formation of sand ripples. She was nominated to become a fellow of the Royal Society in 1902; however, lawyers advised the Royal Society that its charter would not allow the admission of married women members. Ayrton became the first woman to read a scientific paper (“The Origin and Growth of Ripple-mark”) before the Royal Society in 1904. In 1906 the Royal Society awarded her the Hughes Medal, which is awarded for distinguished work in the physical sciences, for her arc and sand-ripple experiments.
Ayrton became active in the woman suffrage movement, and she joined the Women’s Social and Political Union (WSPU) in 1907. She became one of the WSPU’s largest contributors; in some years she donated more than £1,000. Suffragettes, such as Emmeline Pankhurst, who had gone on hunger strikes often recuperated at her home. In 1912 Ayrton received £7,000 from the WSPU to forestall government seizure of the WSPU’s account. That same year her friend Polish-born French physicist Marie Curie stayed with her as Curie recovered from a kidney operation.
During World War I Ayrton’s interest in hydrodynamics led her to invent a cotton fan that would disperse poison gas from trenches. About 100,000 of the “Ayrton fans” were produced, but they proved ineffective in actual combat conditions. After the war she worked on modified versions of the fan for use by workers in mines and sewers.
Hertha Ayrton
In un’epoca in cui la voce di una donna era a malapena udibile oltre le mura domestiche, Hertha Ayrton fece sì che il mondo ascoltasse con la forza della sua mente. Nata Phoebe Sarah Marks nel 1854 e rimasta orfana in tenera età, crebbe in condizioni modeste, ma la sua ambizione era tutt’altro. Contro ogni previsione, si guadagnò un posto al Girton College di Cambridge, dove studiò matematica in un’epoca in cui a poche donne era permesso entrare in classe. Non solo eccelleva, ma inventava. Il suo divisore di linea, uno strumento di precisione per artisti e ingegneri, segnò l’inizio di un viaggio straordinario.
La sua vera svolta arrivò quando affrontò uno dei problemi più enigmatici dell’ingegneria elettrica: l’arco elettrico. Sibilava, scoppiettava e sfidava ogni facile spiegazione, finché Ayrton non intervenne. Identificò la causa del suono imprevedibile dell’arco e sviluppò un’equazione per spiegarne il comportamento. Le sue scoperte cambiarono il campo e le portarono riconoscimenti, ma anche questo aveva dei limiti. Nel 1902 fu candidata a far parte della Royal Society. Il suo lavoro era impeccabile, la sua mente brillante. Eppure, la sua domanda fu respinta, non per motivi scientifici, ma perché era sposata.
Hertha non si fermò. Andò avanti. Nel 1906, divenne la prima donna a ricevere la Medaglia Hughes per il suo lavoro rivoluzionario. E quando il mondo entrò in guerra, mise il suo intelletto al servizio dei soldati. Inventò il ventilatore Ayrton, un dispositivo per eliminare i gas tossici dalle trincee, salvando vite non con le armi, ma con la conoscenza.
Fuori dal campo di battaglia, era altrettanto feroce. Amica leale di Marie Curie e suffragetta appassionata, Hertha Ayrton aprì la sua casa alle donne in sciopero della fame in fase di recupero e lottò per i diritti delle donne con la stessa determinazione che metteva in ogni invenzione.
Non era solo una donna nella scienza. Era una forza che si rifiutava di essere messa a tacere. Hertha Ayrton non aspettò di sedersi al tavolo delle trattative: costruì invece un futuro più luminoso.
Descrizione del libro di Ilse Aichinger- La speranza più grande-Sullo sfondo di una città in guerra Ellen, una ragazzina per metà ebrea, fa amicizia con un gruppo di coetanei «con i nonni sbagliati». Tra giochi, paure, sogni, desiderio di fuga e addii, Ellen e i suoi compagni fanno esperienza della crudele realtà della persecuzione razziale e della minaccia costante della deportazione e della morte, affrontando un mondo assurdo e incomprensibile. La speranza iniziale di una fuga possibile, al di là dell’oceano, sembra destinata a svanire entro gli angusti e invalicabili confini della città assediata, ma si trasforma in una speranza più grande – forse meno terrena della prima, ma non per questo meno tangibile – che dischiude la possibilità di raggiungere la terra promessa, «dove tutto diventa azzurro». Un viaggio in dieci stazioni nelle pieghe profonde dell’esistenza e di una Vienna ferita, raccontato dalla voce corale dei perseguitati, sul crinale di una quotidianità che sconfina nella dimensione del sogno. Il romanzo di Ilse Aichinger è un coraggioso atto di resistenza al nulla esistenziale, un gesto di interrogazione del mondo e della lingua volto a restituire alla realtà devastata dalla guerra un senso nuovo, e a indicare, come fa la stella di David con Ellen, una strada da seguire.
Ilse Aichinger
L’autore-Ilse Aichinger
Ilse Aichinger è nata a Vienna il 1° novembre 1921 da un’insegnante austriaca e da un medico di origine ebraica. Trascorre gli anni della Seconda guerra mondiale a Vienna insieme alla madre, mentre la sorella gemella, la pittrice Helga Michie (1921-2018), riesce a emigrare in Inghilterra. Nel 1942 gran parte della famiglia materna viene deportata e uccisa nel campo di sterminio di Malyj Trostenec. Uscito nel 1948, La speranza più grande è il primo e unico romanzo di Ilse Aichinger. Autrice di numerosi racconti, radiodrammi, poesie, aforismi e diari, Aichinger partecipa agli incontri del Gruppo 47, vincendo il premio nel 1952 con il racconto Spiegelgeschichte (Storia allo specchio). Nel 1953 sposa il poeta e drammaturgo tedesco Günter Eich. Insignita di molti e prestigiosi premi, nel 1995 riceve il Großer Österreichischer Staatspreis, premio di Stato austriaco per la letteratura. Muore a Vienna l’11 novembre 2016
Ilse Aichinger-La speranza più grande
Traduzione di Ervino Pocar A cura di Matteo Iacovella
Kiki Dimoulà- La più grande poetessa greca dopo Saffo
Poesie di Kiki Dimoulà, pseudonimo di Vassichilì Radu- La critica Carla Saracino la definisce “la poetessa dei fotogrammi, delle cose immobili, del passato che rinasce” e spiega: “Cosa ha senso nella poesia di Dimulà? L’essere passati.
Artefice di 14 raccolte poetiche tradotte in sette lingue, tra cui il francese, l’inglese, il tedesco e l’italiano, l’autrice ateniese ha vinto nel 2009 il premio dell’Unione Europea per la letteratura ed è stata la prima donna vivente inserita nella prestigiosa pubblicazione francese ‘Gallimard’s poetry series’. Era sposata con il poeta Athos Dimoulas ed ha lavorato per tutta la vita come impiegata alla Banca nazionale greca.
Kiki Dimoulà-Poetessa greca
ESTATE
Quest’estate
è entrata come il disegno di bambinetto,
che per la prima volta mette in scena
paesaggi e stagioni
e non sa
che posizione, che distanza,
soprattutto che risalto dare
ai colori e alle cose.
E per imaginifica ignoranza
ha messo tutto quanto in primo piano,
in una confusione epica,
in un’improvvisa abbondanza, come se
un paesaggio vagabondo
fosse venuto ridendo a vuotarsi senz’ordine alcuno
dentro un altro paesaggio.
Lune sonnambule sul margine dei sogni,
lentischi malati del loro stesso odore,
piante di granoturco impettite e turgide
quasi ignare o quasi eroiche,
uliveti in preghiera
per tutta la lunghezza e la paura dello sguardo
– Dio mio, libera nos da lui –,
candide chiesette volanti,
con dietro crepuscoli lenti
come sacerdoti stanchi di suonare vespri,
mare adulatore
attorno all’ostinata asimmetria delle montagne
e mezzogiorni ritti
che si mettono sull’attenti davanti al sole.
E in alto
nuvole di calore innamorato.
Quest’estate
non se l’aspettava nessuno;
è arrivata come qualcuno che credevamo morto.
E ha portato anche un imbarazzo,
una tensione dimenticata
e un’insonnia
per cose che pensavamo anch’esse
morte.
(Faceva cosí caldo negli occhi,
c’erano certi bar svaporati,
certi canti infiammabili notturni,
certe mani ubriache che ballavano
e dicevano una cosa per un’altra ad altre mani.
In alto
scrivevano notti poetesse).
Quest’estate,
come un disegno di bambinetto,
completato da qualcuno
con cose che credeva morte
come poesia poggiata su poesia.
Adesso
quest’estate
sangue rappreso sopra i giorni.
L’abbiamo trovata morta
in qualche monologo carico di munizioni.
Kiki Dimoulà nata nel giugno 1931 ad Atene[2] con il nome da nubile di Vasiliki Radou e chiamata “Kiki”, nel 1952 sposò il poeta e ingegnere civile Athos Dimoulas, dal quale ebbe due figli, Dimitris (1955) ed Elsi (1957).
Carriera
Ha lavorato come impiegata presso la Banca di Grecia dal 1949 al 1973. È stata presidente della Fondazione Kostas ed Elenis Ourani (NPID di pubblica utilità sotto gli auspici dell’Accademia di Atene).
Fece la sua comparsa nel mondo delle lettere nel 1952, all’età di 19 anni, con la raccolta di poesie “Poesie”, ma dopo un po’ ripudiò quella prima raccolta. Il suo ingresso ufficiale nella poesia avviene nel 1956, con la raccolta “Erevos”. Successivamente sono usciti “Erimin”, “Epi ta ichni” e la raccolta “Un po’ di mondo” per la quale è stato insignita del 2º Premio di Stato per la poesia. Il Premio di Stato per la poesia è stato vinto dalla sua raccolta “Haire moti”, mentre le è stato assegnato il “Premio della Fondazione Ourani” per “Adolescence of Oblivion”, che include la poesia “Come se scegliessi”, dove la poetessa collega una passeggiata nel mercato pubblico con la fatalità della morte: “Faccio raramente acquisti. Perché lì ti dicono di scegliere./ È una comodità o un problema? Tu scegli e poi/ come porti il fardello/ che ha la tua scelta. […] Al massimo comprerò della terra. Non per fiori./ Per familiarità./ Lì non ha scelto. Lì con gli occhi chiusi”.
Seguono le raccolte “One Minute Together”, “Sound of Removals”, “Outside the Plan”, “Greenhouse Grass”, “Transported to the Side”, “The Euretra”, “Public Weather” e “Ano dot”.
In uno dei suoi discorsi sulla poesia, Dimoulà l’ha definita così:
«”Stai camminando in un deserto. Senti il cinguettio di un uccellino. Improbabile come un uccello sospeso nel deserto, sei obbligato a costruirgli un albero. Questa è la poesia”.»
Proposta per il Nobel per la Letteratura
Il 16 gennaio 2020, il Ministro della Cultura Lina Mendoni ha nominato Kiki Dimoulà, in una lettera ufficiale al Comitato, per il Premio Nobel per la Letteratura.[3]
Morte
Il 2 febbraio 2020, Kiki Dimoulà è entrata nell’unità di terapia intensiva di Atene a causa dell’insufficienza respiratoria cronica di cui soffriva.[4] Morì 20 giorni dopo, il 22 febbraio,[5][6], a causa di un arresto cardiaco dovuto a una grave broncopneumopatia cronica ostruttiva e insufficienza cardiaca.[7]
Fu sepolta il 25 febbraio nel Primo Cimitero di Atene, spese pubbliche, alla presenza di parenti, rappresentanti delle arti e del mondo politico, tra cui il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro[8][9]
Articolo di Sergio Paolo Ronchi-Cassia e la sua produzione letteraria integrale in prima edizione italiana-Omonima della seconda figlia di Giobbe, la giovane «colta e bellissima» Cassia portò il segno di essere stata scelta dall’imperatore bizantino Teofilo (829-842) fra le candidate a consorte. A lei, infatti, si rivolse con le parole: «Dalla donna sono derivati i mali». La replica fu: «Ma dalla donna sono venute fuori anche cose migliori». Teofilo passò oltre. Così, quella che fu l’unica poetessa bizantina dell’intero millennio, recitano le cronache coeve, «fondò un monastero e, presa la tonsura, condusse vita ascetica». Di lei, semisconosciuta, Città Nuova offre la prima versione italiana integrale delle opere*.
La produzione letteraria di Cassia comprende due generi: la poesia religiosa concentrata nei due principali libri liturgici della Chiesa orientale. Il primo, il Menaion, contiene i libri relativi a ogni singolo mese dell’anno: il secondo, il Triodion, l’ufficio per le dieci settimane precedenti la Pasqua. Il secondo genere, Sentenze, che – precisa il curatore Lucio Coco – «riguardano l’uomo e le false maschere che egli indossa dell’ipocrisia, della falsità, della menzogna, dell’invidia, che rivelano un mondo di passioni basse e abiette alle quali la donna oppone le ragioni della sincerità, della solidarietà e dell’amicizia, sentimento a cui dà la precedenza non solo nella sequenza delle massime, arrivando a scrivere che neppure “la ricchezza è utile, se non ha un amico”». Né mancano, in questo richiamarsi alla letteratura sentenziosa e gnomica (pertinente a precetti morali), «anche argomenti più intimi e personali come quello della solitudine che la donna ben descrive in passaggi molto brevi e intensi». L’immagine che ne emerge è «di una donna pragmatica, decisa e determinata», «che ha sofferto e [che] si è confrontata con le difficoltà della vita». Inoltre, le vengono attribuite anche le poesie del Tetraodion, comprese musica e parole; due canoni: per il Sabato santo e per il giorno dei morti. È un componimento fatto di odi o cantici biblici.
I suoi versi sono sottesi da profonda spiritualità e legati alla Scrittura. Viene celebrato Simeone lo Stilita (IV secolo), l’asceta che viveva nel deserto su colonne: «Da una buona radice/ un frutto buono è cresciuto,/ Simeone, santo dalla nascita,/ di grazia più che di latte sei stato nutrito;/ (…) sei divenuto la dimora di Cristo Dio/ e Salvatore delle nostre anime» (Menaion). Il tempo quaresimale viene aperto dalla parabola evangelica del fariseo e del pubblicano: «Dio Onnipotente, io so quanto è grande il potere il potere delle lacrime./ Esse ritrassero Ezechia dalle porte della morte [2 Re 20, 1-6],/ salvarono la peccatrice da anni di peccato [Lc 7, 36-50],/ giustificarono il pubblicano a differenza del fariseo [Lc 18, 9-14]./ Io ti prego di mettermi nel loro numero;/ abbi pietà di me »(Triodion). Nel canone per i morti: «O misericordioso, quando verrai nella gloria/ a giudicare con equità tutta la terra/ e separerai come, è scritto,/ i giusti dagli ingiusti, dai pace, o misericordioso, ai dipartiti/ e inseriscili con le pecore alla tua destra [Mt 25,33] (Tetraodion)».
Espressione della sapienza di Cassia, le Sentenze sono sempre pervase dalla fede e dalla fiducia in Dio. «Se ti trovi in difficoltà, non ti abbattere;/ assolutamente niente infatti potrebbe capitarci senza che Dio lo voglia». Parlano contro la stupidità e invitano a praticare l’intelligenza: «Cristo mi conceda di soffrire/ accanto ad uomini saggi e sapienti/piuttosto che gioire con irragionevoli stupidi»; «Meglio vivere con persone sagge/ che con ricchi stupidi e ignoranti». Altre sono dedicate alla figura del monaco in correlazione alle sue proprie scelte di vita: «Vita di monaco, più leggera di un uccello/ Monaco è una vita [passata] da solo/[…]./ Vita di monaco sempre in pace./[…]./ Monaco è lingua educata/[…]./ Vita di monaco a gloria di Dio solo».
*Cassia, Opere; introduzione, traduzione e note di Lucio Coco, Città Nuova, Roma 2022, pp. 116, e. 24,00.
Elena Andreevna Švarc-L’11 marzo 2010 muore, a soli 52 anni, la scrittrice e poetessa russa Elena Andreevna Svarc, certamente una delle personalità più interessanti del panorama letterario contemporaneo.
Le sue opere si caratterizzano per le influenze gitane, tatare, slave e giudaiche. Frequente è l’uso del simbolismo, le sue rime spesso sono spesso imperfette, le metafore chiare e semplici. Elena intende il poeta come un santo e un martire, scelto per una vita solitaria e profetica.
Il moto circolatorio del tempo nel corpo:
“Questa ragazza
è la figlia di qualcuno,
ha negli occhi acqua azzurra,
nell’inguine
una sorda notte lacerata
e una stella rosata.
Ma nel suo cuore
che ora è?
Tra il cane e il lupo.
Azzurro e crepuscolare
cola il raso
sotto l’ago
conficcato nel centro.
Ha sulla fronte
un giardino antelucano
E’ avvampata l’alba
ecco ora farà giorno,
ma è già sulla tempia
il tramonto purpureo,
sulla spina dorsale
s’arrampica la notte”.
L’estate ormai s’abbassava a cerchi
L’estate ormai s’abbassava a cerchi, S’inumidiva, riluceva il crepuscolo. Tu hai detto, aggiustando la cravatta: – Nell’eternità siamo già morti.
– Ma se è così – ho detto tristemente, Pestando l’estate con una scarpa verso l’alto – Viviamo in essa, e un peccato meschino Si protende eternamente dietro di noi.
Oh beatitudine – la prima notte di giugno, Quando il crepuscolo s’è addensato, Agitare un ramo e pensare a lungo Che siamo già morti, morti.
Elena Andreevna Švarc
(Traduzione di Paolo Galvagni)
da “La nuova poesia russa”, Crocetti Editore, 2003
«Лето уже спускалось кругами»
Лето уже спускалось кругами, Влажнели, блестели сумерки. Ты сказал, поправляя галстук: — В вечности мы уже умерли.
— Но если так, — я сказала печально, Подбивая лето ботинком вверх, — Мы в ней и живем, и вечно тянется За нами мелкий какой-нибудь грех. —
О блаженство — в первую ночь июня, Когда загустели сумерки, Веткой махать и долго думать, Что мы уже умерли, умерли.
Елена Шварц
1986
da “Стихотворения и поэмы Елены Шварц” Инапресс, 1999
Il ciliegio e Thomas Mann
Aspettami ed io tornerò,
ma aspettami con tutte le tue forze.
Aspettami quando le gialle piogge
ti ispirano tristezza,
aspettami quando infuria la tormenta,
aspettami quando c’è caldo,
quando più non si aspettano gli altri,
obliando tutto ciò che accadde ieri.
Aspettami quando da luoghi lontani
non giungeranno mie lettere,
aspettami
la vita è una buia scucitura
La vita è una buia scucitura,
E solo da un filo dorato
Sono segnati i moti dell’anima.
Ora balza attraverso il baratro,
Ora precipita direttamente nell’abisso.
Di tutto il ricco destino purpureo
Di broccato rimane
Il solo risvolto sospeso nel buio
Sopra di noi – con piccoli nodi
Insensati d’oro.
Elena Andreevna Svarc
Elena Andreevna Švarc-L’11 marzo 2010 muore, a soli 52 anni, la scrittrice e poetessa russa Elena Andreevna Svarc, certamente una delle personalità più interessanti del panorama letterario contemporaneo.
Le sue opere si caratterizzano per le influenze gitane, tatare, slave e giudaiche. Frequente è l’uso del simbolismo, le sue rime spesso sono spesso imperfette, le metafore chiare e semplici. Elena intende il poeta come un santo e un martire, scelto per una vita solitaria e profetica.
Tutta la mia vita è un caso miracoloso e un sogno misterioso. Ma più misteriosi di tutto il miracoloso sono i versi. Da chi sono ispirati, da chi sono gonfiati – extra intellettuali in una mente assennata – lo sa Dio. Ma non si tratta di questo, voglio soloraccontare alcuni casi della mia vita, nei quali chiaramente attraverso l’involucro di Maya, attraverso il velo della quotidianità si sono manifestate altre forze – quali che potessero essere. Da “Casi miracolosi e sogni misteriosi”. Elena Andreevna Schwartz è nata nel 1948 a Leningrado, dove è scomparsa l’11 marzo del 2010. E’considerata tra le poetesse più innovative e piene di talento degli ultimi decenni. La sua poesia satirica e provocatoria, si concentra su aspetti universali dell’esperienza femminile; è stata molto lodata dalla critica e molte poetesse, incluse Bella Achatovna Achmadulina e Ol’ga Aleksandrovna Sedakova, le hanno dedicato poesie. Nel 1971 si laurea presso l’Istituto leningradese di Teatro, Musica e Cinematografia. Esordisce nel 1972 con due poesie apparse sul giornale dell’università di Tartu. Negli anni Settanta frequenta gli ambienti letterari clandestini e a partire dalla metà degli anni Ottanta pubblica versi in Occidente: nelle riviste dell’emigrazione russa come «Grani» nei volumi: Tancujuščij David [Davide danzante] (New York 1985), Stichi [Versi] (Parigi 1987), Trudy i dni monachini Lavinii [Le opere e i giorni della monaca Lavinia] (New York 1988). Dal 1989 ha potuto pubblicare anche in patria. I suoi versi sono apparsi su molte riviste russe: le sue raccolte poetiche: Pesnja pticy na dne morskom [Canto di un uccello sul fondo marino] (1995), Mundus imaginalis (1996), Zapadnovostočnyjveter [Vento da occidente e oriente] (1997), Solo na raskalennoj trube [Assolo con una tromba arroventata] (1998). Agli ultimi anni risalgono i volumi antologici Stichotvorenija i poemy [Poesie e poemi] (1999) e Sočinenija [Opere] (2002).
On. Elettra POLLASTRINI-L’unica donna della provincia di Rieti eletta alla Costituente-
On.Elettra Pollastrini -P.C.I.Nata a Rieti il 15 luglio 1908, deceduta a Rieti il 2 febbraio 1990, operaia e parlamentare Comunista.La sua famiglia di antifascisti nel 1934 fu costretta a emigrare in Francia per sottrarsi alle persecuzioni del regime. Trovato un lavoro la giovane Elettra, che aveva aderito al Partito Comunista, fece l’operaia alla Renault e nell’azienda francese fu alla testa delle lotte di quei lavoratori. Incaricata della redazione di Noi Donne, allo scoppio della guerra civile nella penisola iberica si portò in Spagna. Al rientro in Francia fu arrestata e rinchiusa nel campo di Rieucross. Riuscita a rientrare in Italia, nel 1941 la Pollastrini tornò a Rieti dove riprese l’attività antifascista clandestina e, dopo l’annuncio dell’armistizio, entrò nella Resistenza romana. Arrestata dai tedeschi e tradotta in Germania trascorse venti mesi nel carcere di Aichach. Dopo la Liberazione, tornata in Italia, fu una delle nove donne comuniste entrate a far parte della Consulta nazionale e, nel 1948, fu eletta deputata del PCI alla Camera, dove restò per due Legislature. Nel 1958 si trasferì in Ungheria dove, per 5 anni, lavorò a Radio Budapest. A Rieti, a Elettra Pollastrini è stata intitolata una strada; porta il suo nome anche una Sezione dell’ANPI, che vi si è recentemente costituita.
Fonte- ANPI nazionale-L’On.Elettra Pollastrini , nella foto in B/N è quella seduta a dx dell’On. Nilde Jotti-(Foto Archivio Camera dei Deputati)-
On.Elettra POLLASTRINI-Partito Comunista ItalianoScheda della Camera dei Deputati con le coordinate anagrafiche dell’On. Elettra Pollastrini.La pagina di giornale con le 21 Onorevoli elette alla Costituente è del Corriere della Sera -1946-
Nota- A)L’On.Elettra Pollastrini , nella foto in B/N è quella seduta a dx dell’On. Nilde Jotti-(Foto Archivio Camera dei Deputati)- B)La pagina di giornale con le 21 Onorevoli elette alla Costituente è del Corriere della Sera -1946- C) Scheda della Camera dei Deputati con le coordinate anagrafiche dell’On. Elettra Pollastrini. ANPI COMITATO ANTIFASCISTA DELLA SABINA-
Virginia Woolf-Pensieri di pace durante un’incursione aerea (agosto 1940)
TOMMASO MONTANARI
TOMMASO MONTANARI:” Nadia Fusini ha tradotto in questi giorni questo testo struggente, e lo ha fatto come atto di resistenza alla guerra: a questa sporca guerra di conquista nazionalista, e ad ogni altra guerra. Pubblicarlo qui oggi è il nostro modo di essere vicini alle donne ucraine sotto le bombe russe, e alle donne russe le cui vite sono ora diversamente distrutte. Nessuno come Virginia Woolf ha saputo esprimere la radicale alterità delle donne rispetto alla guerra: eterno “gioco” bestiale dei maschi, frutto della loro (della nostra) puerile e omicida volontà di potenza. Se qualcuno avesse ancora un dubbio sul fatto che liberarsi dal dominio maschile (nei pensieri, nelle parole, nelle opere) non è un obiettivo (solo) delle donne, ma di tutta l’umanità, questo drammatico 8 marzo di guerra serve a toglierselo una volta per tutte”. (Tomaso Montanari)
Adeline Virginia Woolf
Adeline Virginia Woolf (Londra 1982 – Rodmell 1941) –I tedeschi erano su questa casa la notte scorsa e quella prima. Eccoli di nuovo. È una strana esperienza stare sdraiati al buio e sentire il ronzio di un calabrone che in qualsiasi momento può pungerti a morte. È un rumore che interrompe il pensiero freddo e coerente della pace. Eppure è un rumore che assai più delle preghiere e degli inni dovrebbe costringerci a pensare alla pace. A meno di non riuscire a pensare alla pace, ognuno di noi, ognuna di noi – non questo corpo qui, in questo letto, bensì milioni di corpi non ancora nati – rimarremo al buio ad ascoltare questo rantolo di morte sulla testa. Cerchiamo di pensare che cosa si può fare per creare il solo rifugio antiaereo efficace, mentre in collina i cannoni sparano e i fari tastano le nuvole, e qua e là, a volte vicino, a volte lontano, cade una bomba.
Su in cielo dei giovani uomini inglesi e dei giovani uomini tedeschi si combattono. Sono uomini i difensori, sono uomini gli attaccanti. Alla donna inglese non vengono consegnate le armi, né per combattere il nemico, né per difendersi. Lei deve giacere al buio disarmata stanotte. Eppure se crede che il combattimento in cielo è una battaglia tra gli inglesi per proteggere la libertà, e i tedeschi per distruggere la libertà, anche lei deve lottare, per quanto può, dalla parte degli inglesi. Ma come può lottare per la libertà senza armi da fuoco? Fabbricando armi, oppure vestiti o cibo. Ma c’è un altro modo di combattere per la libertà senza armi; possiamo combattere con la mente. Possiamo ‘fabbricare’ idee, che aiuteranno il giovane uomo inglese che combatte su in cielo a sconfiggere il nemico.
Ma perché le idee siano efficaci, dobbiamo essere in grado di spararle. Dobbiamo metterle in atto. Così il calabrone in cielo risveglia un altro calabrone nella mente. Ce n’era uno questa mattina, che ronzava nel Times; era una donna che diceva: “Le donne non hanno voce nelle questioni politiche”. Non c’è nessuna donna nel Gabinetto; né in nessun posto di responsabilità. Tutti quelli che producono le idee, e sono in grado di attuarle, sono uomini maschi. Ecco un pensiero che affossa il pensiero, e incoraggia l’irresponsabilità. Perché allora non sprofondare la testa nel cuscino, turarsi le orecchie e abbandonare la futile attività di produrre idee? Ci sono altri tavoli, oltre ai tavoli dei militari e ai tavoli delle conferenze. Ma rinunciando al pensiero privato, al pensiero del tavolo da tè, perché ci sembra inutile, non priviamo il giovane inglese di un’arma che potrebbe essergli utile? Non stiamo esagerando la nostra incapacità, solo perché la nostra capacità ci espone magari all’insulto, al disprezzo? “Non cesserò di conbattere con la mente” scrive Blake. Combattere con la mente significa pensare contro la corrente, e non a favore.
La corrente scorre veloce e violenta. Straripa a parole dagli altoparlanti e dai politici. Ogni giorno ci dicono che siamo un popolo libero, che combatte per difendere la libertà. Questa è la corrente che ha trasportato il giovane aviatore fino in cielo, e lo tiene lì, tra le nuvole. Quaggiù, protetti da un tetto, con una maschera antigas a portata di mano, è nostro compito bucare i palloni gonfiati d’aria e smascherare i germi di verità. Non è vero che siamo liberi. Siamo tutti e due prigionieri stasera: lui imprigionato nella sua macchina con un’arma a portata di mano, noi sdraiate nel buio con una maschera antigas a portata di mano. Se fossimo liberi saremmo all’aperto, a ballare, o a teatro, o seduti alla finestra a parlare. Che cosa ce lo impedisce? “Hitler!” esclamano unanimi gli altoparlanti. Chi è Hitler? Che cos’è Hitler? Aggressione, tirannia, amore forsennato del potere, rispondono. Distruggetelo, e sarete liberi.
Sulla mia testa ora il rimbombo degli aerei è come la sega sul ramo di un albero. Va in tondo, e sega il ramo proprio sopra la mia casa. E nel cervello un altro rimbombo comincia. “Le donne capaci” così diceva Lady Astor nel Times di stamani, “vengono frenate, ostacolate, sottomesse per via dell’inconscio hitlerismo nel cuore degli uomini”. È vero, noi siamo ostacolate. E questa sera siamo tutti egualmente prigionieri: gli uomini inglesi negli aerei, le donne inglesi nei letti. Ma se lui smette di pensare, può essere ucciso; e lo stesso vale per noi. E allora pensiamo per lui. Cerchiamo di portare alla coscienza l’inconscio hitlerismo che tutti ci opprime. È il desiderio di aggressione; il desiderio di dominare e schiavizzare. Perfino nel buio delle tenebre lo si può vedere chiaramente. Vediamo vetrine di negozi che brillano, e donne che guardano, donne truccate, donne vestite di tutto punto ‒ donne con le labbra rosse, le unghie rosse. Sono schiave che cercano di fare schiavi. Se potessimo liberarci dalla schiavitù, libereremmo anche gli uomini dalla tirannia. Gli Hitler sono generati dagli schiavi.
Cade una bomba. I vetri della finestra tremano. I cannoni antiaerei entrano in azione. Là, in cima al colle, sotto una rete fatta di pezzi di stoffa verde e marrone, che imitano i colori delle foglie d’autunno, si nascondono i cannoni. Ora sparano tutti insieme. Il giornale radio delle nove ci dirà: “Quarantaquattro aerei nemici sono stati abbattuti nella notte, dieci dal fuoco antiaereo”. E una delle condizioni della pace, dicono gli altoparlanti, dev’essere il disarmo. Non ci dovranno essere mai più armi, né esercito, né marina, né forza aerea nell’avvenire. I giovani uomini non saranno più addestrati a combattere con le armi. Il che sveglia un altro calabrone nelle camere del cervello ‒ un’altra citazione: “Combattere contro un nemico reale, guadagnare onore immortale e la gloria uccidendo dei perfetti sconosciuti, e tornare a casa con il petto coperto di medaglie e di decorazioni, quello era il colmo della speranza… A questo era stata dedicata finora tutta la mia vita, la mia educazione, la mia formazione, tutto…”.
Queste sono le parole di un giovane uomo inglese che ha combattuto nell’ultima guerra. Davanti alle quali, gli attuali pensatori possono onestamente credere che scrivendo “disarmo” su un pezzo di carta in una conferenza dei ministri avranno fatto tutto ciò che si doveva fare? Otello non farà più il suo mestiere, ma sarà sempre Otello. Il giovane aviatore su in cielo non è guidato soltanto dalle voci degli altoparlanti; è guidato da voci che ha dentro di sé ‒ antichi istinti, istinti incoraggiati e nutriti dall’educazione e dalla tradizione. Lo dobbiamo biasimare per questo? Si potrebbe forse sopprimere l’istinto materno, al comando di un gruppo di politici seduti intorno al tavolo? Facciamo conto che fra le condizioni di pace ci fosse questa, imperativa: “Fare figli sarà ristretto a una piccolissima classe di donne accuratamente selezionate” ‒ lo accetteremmo? O non dovremmo dire: “L’istinto materno è la gloria della donna. A questo è stata dedicata finora la mia vita, la mia educazione, la mia preparazione, tutto…”. Ma se fosse necessario, per il benessere dell’umanità, per la pace nel mondo, che la maternità venisse controllata, e l’istinto materno messo a tacere, le donne ci proverebbero. Gli uomini le aiuterebbero. Le onorerebbero per il loro rifiuto di fare figli. Offrirebbero altre possibilità alla loro potenza creativa. Anche questo deve far parte della nostra lotta per la libertà. Dobbiamo aiutare i giovani uomini inglesi a strapparsi dal cuore l’amore delle medaglie e delle decorazioni. Dobbiamo creare attività più onorevoli per chi cerca di dominare in se stesso l’istinto al combattimento, l’inconscio hitlerismo. Dobbiamo compensare l’uomo per la perdita delle armi.
Il rumore di sega sulle nostre teste aumenta. Tutti i riflettori puntano in alto. Verso un punto che sta esattamente sopra questo tetto. In qualunque momento può cadere una bomba in questa stanza. Uno due tre quattro cinque sei… passano i secondi. La bomba non cade. Ma durante i secondi di attesa, il pensiero si blocca. Anche il sentire si blocca, tranne la sensazione opaca della paura. Un chiodo crocefigge l’essere tutto contro un’asse di legno duro. L’emozione della paura e dell’odio è sterile, non fertile. Non appena la paura passa, la mente si riprende e d’istinto rivive e cerca di creare. Siccome la stanza è al buio, creare può soltanto grazie alla memoria. Si protende verso il ricordo di altri agosti ‒ a Bayreuth, a sentire aWagner; a Roma, a passeggiare per la campagna romana; a Londra. Riaffiorano le voci degli amici. Frammenti di poesia. Ognuno di questi pensieri, anche nella memoria, è assai più positivo, rinfrescante, consolatore e creativo di quell’opaco spavento, fatto di paura e di odio. Perciò, se vogliamo compensare quel giovane uomo della perdita della gloria e delle armi, gli dobbiamo aprire l’accesso ai sentimenti creativi. Dobbiamo fare felicità. Dobbiamo liberarlo dalla macchina. Dobbiamo tirarlo fuori dalla sua prigione, all’aperto. Ma a che cosa serve liberare il giovane inglese, se il giovane tedesco e il giovane italiano rimangono schiavi?
I riflettori accesi sulla pianura hanno finalmente scovato l’aereo. Dalla finestra si vede un piccolo insetto argentato che si gira e rigira alla luce. I cannoni sparano e sparano. Poi smettono. Probabilmente l’incursore è stato colpito dietro il colle. L’altro giorno, uno dei piloti è atterrato sano e salvo in un campo qui vicino. In un buon inglese, ha detto a chi l’ha catturato: “Come sono contento che il combattimento è finito!”. Al che un uomo inglese gli ha dato una sigaretta, e una donna inglese gli ha dato una tazza di tè. Questo starebbe a dimostrare che se si riesce a liberare l’uomo dalla macchina, il seme non cade in un suolo completamente sterile. Il seme può essere ancora fertile.
Finalmente tutti i cannoni hanno smesso di sparare. I riflettori si sono tutti spenti. Il buio naturale della notte d’estate ritorna. Si sentono nuovamente gli innocenti rumori della campagna. Una mela cade per terra. Un gufo bubbola, volando da un albero all’altro. E mi viene in mente una frase quasi dimenticata di un vecchio scrittore inglese: “Si svegliano i cacciatori in America…”. Mandiamo dunque queste note frammentarie ai cacciatori che si sono appena alzati in America, a uomini e donne, il cui sonno non è stato ancora interrotto dal rumore della mitragliatrice, nella fede e nella speranza che ci pensino, e generosamente e caritatevolmente le trasformino in qualcosa di utile. E ora, in questa buia metà del mondo, a nanna.
Adeline Virginia Woolf (Londra 1982 – Rodmell 1941) è stata una scrittice, saggista e attivista inglese. Tra le principali esponenti della letteratura del XX secolo, è stata attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i sessi.
FONTE-sito web “VOLERE LA LUNA”
– Laboratorio di cultura politica e di buone pratiche-Tomaso Montanari-
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