Descrizione del nuovo libro di Nicola Coccia “Strage del Masso delle Fate”-Un episodio della Resistenza toscana passato quasi in sordina. Il sabotaggio di un treno tedesco zeppo di esplosivi, la notte tra il 10 e l’11 giugno del ‘44, che i partigiani di una Squadra d’azione patriottica, a costo della propria vita, fecero saltare in aria nei pressi di Carmignano. E il ruolo di Ottone Rosai e degli intellettuali fiorentini nella lotta di Resistenza, il loro contributo alla liberazione di Firenze e della Toscana. Storia, ricerca accurata delle fonti, scrittura brillante si fondono nell’affresco fiorentino a cavallo della seconda guerra mondiale tracciato dal giornalista Nicola Coccia nel suo ultimo libro, “La strage del Masso delle Fate. Ottone Rosai, Bogardo Buricchi ed Enzo Faraoni dal 1933 alla Liberazione di Firenze” (Ets). Martedì 26 aprile la presentazione ai lettori in palazzo comunale a Bagno a Ripoli (ore 17.00, sala consiliare “Falcone e Borsellino”, ingresso libero). Accanto all’autore, storica firma del quotidiano La Nazione, saranno presenti il professore di Storia dell’Università di Firenze, Giovanni Cipriani, il sindaco Francesco Casini e l’assessora alla cultura Eleonora Francois. L’iniziativa si svolge in collaborazione con la Biblioteca comunale.
Frutto di quindici anni di ricerche e interviste, il libro di Coccia racconta l’attività di una piccola formazione partigiana guidata da un poeta, Buricchi, e da un pittore, Rosai, fino al più importante attacco alle linee ferroviarie dell’Italia centrale e alla fabbrica di armi nel pratese. La chiave di volta, per l’autore, è il ritrovamento all’Archivio centrale dello Stato di un documento inedito che gli consente di svelare, più di mezzo secolo dopo, come il tritolo dei tedeschi servisse per rallentare l’avanzata degli Alleati.
Gli effetti dell’assalto al treno si intrecciano con la vita di Rosai, che aprirà le porte di casa ad uno dei superstiti del sabotaggio, Enzo Faraoni, così come a Bruno Fanciullacci, il gappista più ricercato della Toscana. Ma anche con l’uccisione di Giovanni Gentile, la cattura del famigerato Mario Carità e del suo degno allievo Pietro Koch, che per una settimana aveva rinchiuso in un armadio Luchino Visconti. Una serie di persone e fatti concatenati nella Firenze degli anni Trenta e Quaranta, dove la gente era affamata d’arte, poesia e libertà.
Nicola Coccia ha cominciato a collaborare all’Avanti nel 1966 per poi passare alla redazione fiorentina del Lavoro di Genova. Per La Nazione si è occupato dei principali fatti di cronaca che hanno segnato la storia di Firenze degli ultimi trent’anni. Con il libro “L’arse argille consolerai. Carlo Levi, dal confino alla Liberazione di Firenze attraverso testimonianze, foto e documenti inediti” (2016) ha vinto il Premio Carlo Levi.
Comune di Bagno a Ripoli (Firenze)-
il 26 aprile 2022 in sala consiliare
presentazione del nuovo libro di Nicola Coccia
“Strage del Masso delle Fate”
Il Comune di Bagno a Ripoli si trova in piazza della Vittoria 1. Per informazioni: 055.6390211.
20/04/2022 15.05 Ufficio stampa Comune di Bagno a Ripoli
Dylan Thomas-Visione e preghiera-e altre poesie scelte .
Testo originale a fronte a cura di Tommaso Di Dio-Editore- Giometti & Antonello-Macerata
Descrizione -La poesia di Dylan Thomas, a distanza di settant’anni dalla morte, non smette di ossessionare poeti, lettori e appassionati di tutto il mondo. La potenza visionaria della sua scrittura, che sembra imbrigliare – in una lingua fra le più virtuosistiche e musicali che l’inglese abbia mai conosciuto – le forze telluriche della natura e quelle psichiche, i movimenti dello zodiaco e i desideri più intimi del corpo, torna ora in una nuova traduzione in lingua italiana, con una selezione di testi disposti in ordine cronologico, così da permettere al lettore di seguire il cammino evolutivo dello stile di Thomas, in una sorta di diario che si svolge poesia dopo poesia. Il volume presenta il percorso dell’autore fin dai testi della giovinezza, scritti poco dopo i vent’anni sui suoi preziosissimi taccuini, passando attraverso i primi capolavori come And death shall have no dominion e le poesie che testimoniano la tragedia dei bombardamenti su Londra (come Ceremony after a fire raid o il celebre poemetto visivo di dolore e rinascita Vision and prayer), per approdare ai capolavori sinfonici e pastorali della maturità, come Fern Hill e Author’s prologue. Ogni poesia di Thomas è abitata dal desiderio inesausto di una vita più intensa, in cui morte e vita, tenebra e luce si stringono in un circuito senza fine: «La mia arca canta nel sole/ alla velocità di Dio alla fine di un’estate/ E il diluvio, ora, fiorisce».
Quarta
Una volta era il colore del dire il più brutto lato della collina inzuppava il mio tavolo con un campo rovesciato dove immobile stava una scuola e un bianco e nero rattoppo di ragazze cresceva giocando.Io devo disfare l’amabile scivolo marino del dire affinché tutti gli annegati per incanto risorgano per far cantare il gallo e uccidere. Quando marinando la scuola fischiettavo con i ragazzi nel parco dove di notte lapidavamo i freddi e gli stupidi amanti nello sporco dei loro letti di foglie, l’ombra dei loro alberi era una parola di molte ombre e per il povero, nel buio, era una lampada di fulmini. Adesso il mio dire sarà il mio disfacimento e ogni pietra sarà srotolata come un mulinello.
Sonia Gentili-L’idea di poesia nel Medioevo- Viella Libreria Editrice-
Sinossi del libro di Sonia Gentili-Che cos’è la poesia e da dove nasce? Qual è il suo oggetto e che rapporto ha con la vita?A queste domande il Medioevo ha dato risposte inaspettatamente “moderne”, liberandosi progressivamente dell’idea platonica di una poesia ispirata da Dio e specchio di verità eterne, e approdando pian piano alla rappresentazione della poesia come traccia del vissuto, cioè di oggetti immersi nel flusso dell’esperienza, per questo mutevoli, instabili e destinati a scomparire e del poeta come di un essere che trasforma il proprio desiderio in produzione di immagini.
Ne emerge una diversa idea di mimesis – non lo specchio di un oggetto immutabile, ma la traccia della sua epifania momentanea e della malinconia del poeta – che comporta un riposizionamento del Medioevo nella storia dell’idea di poesia.
Sonia Gentili-L’idea di poesia nel Medioevo- Viella Libreria Editrice
Indice
Introduzione
I termini del problema e l’eredità antica
Tecnica poetica e questione della poesia
Mimesis: molteplicità
Mimesis: vanità, instabilità
La varietà dei suoni
Poesia e frammentazione dell’anima
Il male dell’elegia e la medicina della filosofia
Poesia come ispirazione divina
Poesia come talento individuale
Poesia come desiderio
Immagine contro numero
Boezio e la poesia
Il bando della poesia delle passioni: dalla polis platonica al conflitto interiore
Poesia delle passioni: elegia, fantasma del vissuto, catabasi
Le «scenicae meretriculae» e la «scaena» dell’esistenza
Molteplicità, caducità: la forma del mondo
Lamento contro preghiera, immagine contro numero
Il poeta al bivio
Strutture boeziane nel canzoniere d’autore
La frattura tra poesia d’amore e poesia filosofica nel canzoniere di Guittone d’Arezzo
La poetica del frammento e il titolo del Canzoniere di Petrarca
Perché il Convivio non «intende … derogare» alla Vita Nova
L’Orfeo del Convivio
Verità e immagine
Il realismo di Boccaccio
Medioevo e lunga durata
Un’altra idea di mimesis
Poesia come elegia e catabasi
Le voci del mondo: mimesis come metamorfosi
Poesia e numero
Bibliografia
Indice dei nomi
Autore-Sonia Gentili
Sonia Gentili-Professore ordinario di Letteratura Italiana Sapienza Università di Roma
Sonia Gentili insegna Letteratura italiana (Sapienza Università di Roma). I suoi saggi (tra cui si ricordano L’uomo aristotelico alle origini della letteratura italiana, Carocci, 2005; Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento, Carocci, 2008; Novecento scritturale. La letteratura Italiana e la Bibbia, Carocci, 2016) sono spesso al crocevia tra filosofia e letteratura. Come autrice di poesia ha ottenuto, tra gli altri riconoscimenti, il premio Viareggio e il premio Pisa.
Sonia Gentili è professoressa ordinaria di Letteratura italiana presso il Dipartimento di Lettere e Culture moderne di Sapienza Università di Roma.
Attività Accademica e di Ricerca
Ruolo: Professore ordinario di Letteratura Italiana.
Interessi di ricerca: Letteratura medievale (con particolare attenzione a Dante e all’aristotelismo), Otto-Novecento e i rapporti tra letteratura e filosofia.
Incarichi: Membro del direttivo della Società Dantesca Italiana e Fellow all’Institut d’Études Avancées di Parigi nel 2021-2022. [1, 2, 3]
Attività Letteraria
Saggistica: Ha pubblicato volumi come L’uomo aristotelico alle origini della letteratura italiana (Carocci, 2005) e Novecento scritturale. La letteratura e la Bibbia (Carocci, 2016). [1]
Poesia e Narrativa: È autrice di raccolte poetiche, tra cui Viaggio mentre morivo (vincitrice del Premio Viareggio nel 2016) e Un giorno di guerra (2024), oltre a romanzi come I filosofi (Castelvecchi, 2019). [1, 2]
Giornalismo: Collabora con il quotidiano «il manifesto». [1]
La storia di Viella Libreria Editrice
Viella, fondata nel 1978 a Roma da Gian Chiarion Casoni e Sandra Crespi, nasce come libreria internazionale specializzata in Medioevo e Rinascimento. Il nome e il logo – opera dell’artista Guido Strazza – si ispirano a uno strumento musicale ad arco largamente diffuso in epoca medievale.
In un primo momento si afferma come libreria commissionaria, pubblicando un catalogo delle novità editoriali internazionali: edizioni di fonti, storia, arte, filosofia, filologia, dalla tarda antichità alla prima età moderna. Diventa così un punto di riferimento per gli studiosi, le biblioteche universitarie e gli istituti culturali in Italia e all’estero e avvia ben presto una propria produzione editoriale incentrata inizialmente sull’archeologia e sulla storia dell’arte.
La collana I Libri di Viella, creata nel 1993, permette poi alla casa editrice di affermarsi come una delle più intraprendenti nel campo degli studi medievali e rinascimentali, promuovendo, a fianco di autori già noti, anche le ricerche di giovani studiosi. In questa prima fase l’attività editoriale si consolida con il varo di alcune collane fortunate, come Altomedioevo, La corte dei papi e Sacro/Santo. Sono anni di crescita, in cui la progettualità interna si allarga di pari passo con le collaborazioni esterne (con singoli studiosi e alcuni tra i più importanti centri di ricerca italiani e non). Il nucleo originario degli specialismi – storia medievale, storia del diritto, filologia romanza, agiografia, paleografia, storia dell’arte – si apre così all’intero ventaglio delle discipline storiche. Uno dei segni di tale apertura è già in questa prima fase – e continua a esserlo – l’investimento nelle riviste scientifiche – i luoghi che più immediatamente reagiscono ai nuovi impulsi della ricerca.
All’inizio del nuovo millennio la proposta editoriale si arricchisce ulteriormente, allargandosi sempre più verso la storia contemporanea e le altre discipline umanistiche. Con l’obiettivo di raggiungere un pubblico più vasto senza rinunciare a un alto profilo scientifico – grazie a rigorose procedure di valutazione e al giudizio di consulenti esterni (blind peer review) – nel 2006 nasce la collana La storia. Temi. A questa si è affiancata, nel 2009, La storia. Saggi, che ospita opere di studiosi autorevoli ritenute importanti punti di riferimento per la ricerca scientifica.
La casa editrice, luogo di incontro e di dibattito, entra in contatto nel corso degli anni con nuove sensibilità storiografiche che trovano spazio nel catalogo attraverso la traduzione di alcune delle più originali ricerche prodotte a livello internazionale e attraverso nuovi progetti editoriali: significativa e caratterizzante è la creazione, nel 2013, a partire dalla stretta e consolidata relazione con la Società italiana delle storiche, della collana Storia delle donne e di genere, destinata a diventare uno spazio privilegiato per gli studi del settore.
Nel 2015, a testimonianza di una collaborazione sempre più stretta con il mondo accademico internazionale, vengono inaugurate due collane in lingua inglese, che accolgono ricerche originali e traduzioni di opere già edite, con l’obiettivo di ampliare i confini della circolazione e dello scambio culturale negli studi storici e umanistici (collane Viella Historical Research e Viella History, Art and Humanities Collection).
In un panorama in rapida evoluzione, il progetto editoriale tiene insieme innovazione e continuità: prosegue e si allarga la produzione di libri e riviste, mentre si investe nella digitalizzazione e nell’accessibilità dei titoli, con gli eBook e oggi anche con la pubblicazione in Open Access.
La produzione attuale si attesta sui 120 titoli all’anno e 19 periodici.
Viella è un ponte fra accademia, ricerca e pubblico: fin dalla sua nascita come libreria commissionaria ha saputo costruire una rete di relazioni sempre più ampia (fatta di singole e singoli studiosi, di centri di ricerca e istituti, di fondazioni e società storiche, italiane e straniere) e grazie a questo continuo scambio da oltre quarant’anni cresce e si rinnova.
Registro delle Imprese e Tribunale di Roma: RM 091-1978-2411
CCIAA: RM-428417
La casa editrice
Viella Libreria Editrice
Via delle Alpi 32 – 00198 Roma
Tel. 06.8417758
E-mail info@viella.it
Posta Elettronica Certificata: viella@pec.it
– Eugenio Montale-Le occasioni-Giulio Einaudi Editore Torino 1939
Eugenio Montale
Eugenio Montale- Le occasioni. Torino, Giulio Einaudi Editore, 1939 (14 Ottobre).Edizione originale della seconda raccolta poetica di Montale in cui viene pubblicato pubblica tutto il composto dal 1928, data della seconda edizione aumentata degli «Ossi di seppia», al 1939, comprese le poesie edite in tiratura limitatissima nel 1932 come «La casa dei doganieri». L’opera è considerata tra le più significative produzioni liriche europee del Novecento, in cui ancora più forte è, rispetto agli “Ossi di seppia”, il ricorso all’analogismo, mediato soprattutto attraverso T. S. Eliot.
EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939
EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939
Biografia di Eugenio Montale-Fonte Enciclopedia Treccani
Eugenio Montale-Poeta italiano (Genova 1896 – Milano 1981). Tra i massimi poeti italiani del Novecento, già dalla prima raccolta (Ossi di seppia, 1925; ed. defin. 1931) fissò i termini di una poetica del negativo in cui il “male di vivere” si esprime attraverso la corrosione dell’Io lirico tradizionale e del suo linguaggio. Questa poetica viene approfondita nelle Occasioni (1939), dove alla riflessione sul male di vivere subentra una ‘poetica dell’oggetto’: il poeta concentra la sua attenzione su oggetti e immagini nitide e ben definite che spesso provengono dal ricordo, tanto da presentarsi come rivelazioni momentanee destinate a svanire. M. ricercò una densità e un’evidenza simbolica del linguaggio, portando a perfezione lo stile alto novecentesco, dove i termini rari o preziosi si adeguano a esprimere l’irripetibile singolarità dell’esperienza.
Vita e opere
Dopo aver seguito studi tecnici, si dedicò per alcuni anni allo studio del canto. Chiamato alle armi (1917-19), prese parte alla prima guerra mondiale come sottotenente di fanteria. Legato ai circoli intellettuali genovesi, dal 1920 ebbe rapporti anche con l’ambiente torinese, collaborando al Baretti di P. Gobetti. Trasferitosi a Firenze (1927), dove frequentò il caffè delle Giubbe Rosse e fu vicino agli intellettuali di Solaria, dal 1929 fu direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, incarico da cui fu rimosso nel 1938 perché non iscritto al Partito fascista (nel 1925 aveva aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti di B. Croce). Svolse allora un’intensa attività di traduttore, soprattutto dall’inglese (da ricordare il suo contributo all’antologia Americana di E. Vittorini, 1942). Iscritto per breve tempo al Partito d’azione, collaborò con Bonsanti alla fondazione del quindicinale Il Mondo di Firenze (1945-46). Nel 1948 si trasferì a Milano come redattore del Corriere della sera, occupandosi specialmente di critica letteraria (e di quella musicale sul Corriere d’informazione). Importanti riconoscimenti gli giunsero con la nomina a senatore a vita (1967) e il premio Nobel per la letteratura (1975).
Con la sua prima raccolta di poesie (la già citata Ossi di seppia, pubblicata a Torino da Gobetti,) M. fissò i termini, che sarebbero divenuti popolari, di una filosofia scettica e pessimista in cui il “male di vivere” discende infallibilmente dalla inaccessibilità di ogni trascendenza. Nelle due raccolte successive che probabilmente costituiscono il risultato più alto della poesia di M. (Le occasioni, il cui primo nucleo è costituito da La casa dei doganieri e altri versi, 1932; La bufera e altro, 1956, che include anche i versi di Finisterre, 1943), a un approfondirsi della crisi personale, cui non furono estranei i drammatici avvenimenti dell’epoca, corrispondeva la ricerca di una densità simbolica e di un’evidenza nuove del linguaggio, con la rinuncia a quanto di impressionistico e ingenuamente comunicativo sopravviveva negli Ossi (nei loro modi di ascendenza pascoliana-crepuscolare, e vociana-ligure secondo la linea Sbarbaro-Roccatagliata Ceccardi) e con il coraggioso riconoscimento della inevitabile parzialità della rappresentazione e della inaccessibile privatezza dei referenti.
Prendeva forma così quella peculiare interpretazione montaliana della lezione simbolista (per la quale si è parlato di “correlativo oggettivo” e il suo nome è stato accostato a quello di Th. S. Eliot), che è altresì all’origine dello stile illustre novecentesco proprio da M. portato a perfezione: una sorta di classicismo virtuale, in cui il poeta riesce a fornire un equivalente (e non un’imitazione) delle forme chiuse e della precisa definizione dell’enunciato, proprie della tradizione, e a far convivere l’aulico e il prosaico in un processo di scambio delle rispettive funzioni, dove i termini rari o preziosi naturalmente si adeguano a esprimere l’irripetibile singolarità dell’esperienza così come le parole del linguaggio quotidiano e “parlato” si caricano di un più inquieto rapporto con le semplici cose da esse designate. L’ultimo tempo della poesia montaliana, inaspettatamente fecondo e cordiale, prende l’avvio da Satura (1971), in cui confluiscono anche, con altre successive, le liriche del volumetto Xenia (1966), scritte per la morte della moglie Drusilla Tanzi, e prosegue, come un’ininterrotta rivelazione, attraverso Diario del ’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977) e Altri versi (1981), una raccolta quest’ultima già anticipata nell’ed. critica complessiva, L’opera in versi (a cura di M. Bettarini e G. Contini, 1980), che comprende anche il Quaderno di traduzioni (1948; ed. accr. 1975), con versioni poetiche da Shakespeare, Hopkins, Joyce, Eliot, ecc., e offre una sezione di Poesie disperse edite e inedite.
Ma proprio la finale correzione di tiro compiuta da M., con l’esplicitezza dei riferimenti alla società contemporanea, la passione militante delle prese di posizione e l’ammirevole stile colloquiale degli ultimi libri, autorizza una lettura unitaria di tutto il suo percorso, evidenziandone, sia pure in una sorta di esagerazione didattica, l’aspirazione di fondo a far uscire la poesia fuori di sé, nella direzione di una ritrovata pertinenza e concretezza. Alla sua lunga attività pubblicistica e giornalistica si devono gli altri libri di M.: dai “bozzetti, elzevirini, culs-de-lampe” riuniti sotto il titolo Farfalla di Dinard (1956; edd. accr. 1960 e 1969) alle prose di viaggio di Fuori di casa (1969), dalle prose saggistiche di Auto da fé (1966) e di Nel nostro tempo (1972) a quelle riunite in Sulla poesia (1976). Accanto al critico letterario, cui si deve fra l’altro il “lancio” italiano di Svevo (sulla rivistaL’esame, 1925), va ricordato il critico musicale di Prime alla Scala (1981). Postumi sono apparsi un volume Sulla prosa (1982), le note del Quaderno genovese (1983), risalenti al 1917, il Diario postumo, prima parte: 30 poesie (1991), a cura di A. Cima. Dell’epistolario si hanno edd. parziali, tra cui quella del carteggio con Svevo (1976); dei Mottetti, che costituiscono la 2ª parte delle Occasioni, D. Isella ha curato un’ed. separata con commento (1980); una Concordanza di tutte le poesie di E. M. è stata pubblicata da G. Savoca (2 voll., 1987).
Biografia di Mario Rivosecchi e Poesie in copia anastatica del suo libro edito a Roma nel 1954 da Bardi Editore.Mario Rivosecchi. nasce a Grottammare nel 1894 e qui trascorre i primi 10 anni di vita. Mario Rivosecchi è Conosciuto soprattutto per le sue raccolte di poesie, in cui spesso evoca i paesaggi e i luoghi della sua terra natìa, Il Rivosecchi visse poco a Grottammare, dove sicuramente non avrebbe potuto compiere gli studi formativi che ai suoi tempi si realizzavano soprattutto negli Atenei delle grandi città. Ebbe la fortuna di vivere a Roma , Firenze e Bologna, respirando l’aria dei ferventi moti artistici e letterari dell’epoca. In queste città d’arte, la cui atmosfera è ricca di storia e cultura, si appassiona e si avvicina allo studio dell’arte. Le sue origini sono modeste: il padre, ferroviere, nel 1904 si trasferisce a Bologna e successivamente a Roma e Firenze, dove Mario finisce il Liceo e inizia a frequentare il caffè “Giubbe Rosse”, ritrovo di molti poeti, scrittori e pittori del movimento “Futurista”. Nel 1915 entra nell’esercito e parte per il fronte. Reduce di guerra, nel 1918 si sposa e si laurea in giurisprudenza per poi iscriversi alla facoltà di Filosofia e, una volta laureato, ottiene l’incarico in materie letterarie presso “L’Istituto Tecnico” di Tolentino dove si trasferisce con la famiglia. Uomo dai mille interessi culturali studioso di letteratura e Storia dell’Arte, dimostra una volontà e una passione incrollabile nell’arricchire con nuove esperienze culturali e artistiche la propria cultura. Nel 1925, pubblica la sua prima raccolta di liriche: “MENTASTRO”. Conseguita l’abilitazione all’insegnamento di Storia dell’Arte, si trasferisce a Roma insegnando al Liceo “Visconti” e al Liceo Artistico di via Ripetta; malgrado vivesse da anni a Roma non dimenticò tuttavia il suo paesino d’origine dove, d’estate, ritornava spesso per ritrovare gli amici dell’infanzia, in particolare Vittorio Fazzini, ebanista e scultore, padre di Pericle. Fu proprio Mario a convincere Vittorio ad assecondare il talento artistico del figlio convincendolo a farlo studiare a Roma, aiutandolo ad entrare all’Accademia di Belle Arti e successivamente a vincere una borsa di studio che gli permise di mantenersi a Roma per continuare gli studi. Allievi di Mario Rivosecchi al Liceo “Visconti” furono molti giovani antifascisti: Antonello Trombadori, Bufalini, Giorgio Amendola. Nel 1938, Rivosecchi assume la direzione del Liceo Artistico e dell’Accademia di Belle Arti di Roma, mentre il primogenito, Ivo, viene arrestato per attività antifascista. Al termine della guerra trascorre un periodo difficile, sia per motivi di salute, sia per le ingiuste accuse mosse da alcuni colleghi che lo additarono come “colui che aveva tratto profitto dal fascismo”, solo perché nel 1932 fu costretto a prendere la tessera del partito a pena di esclusione dall’insegnamento. Nel 1954 esce la 1ª edizione di “Pietra e Colore”, una raccolta di liriche arricchita di disegni di Fazzini e Guttuso; quasi tutte le poesie scritte da Rivosecchi nascono durante i soggiorni estivi a Grottammare, dove il luogo preferito per ispirarsi è la “Vedetta Picena”. Nel 1974, vince il premio “SYBARIS” per la poesia. Tra le raccolte di poesie ricordiamo: “Mentastro”, “Fiore di Vento”, “Alberi amici”, “Pietra e colore”, “Ascesi”. Nelle poesie di Rivosecchi vi è un’identità di musica, pittura e poesia con connotati descrittivi ed evocazioni atmosferiche tali da rendere ogni poesia un piccolo “quadretto” contemplativo. Fonte –Sito web del Comune di GROTTAMMARE (Ascoli Piceno)
Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-
Mario RIVOSECCHI-
Biografia di Mario Rivosecchi,conosciuto soprattutto per le sue raccolte di poesie, in cui spesso evoca i paesaggi e i luoghi della sua terra natìa, nasce a Grottammare nel 1894 e qui trascorre i primi 10 anni di vita. Il Rivosecchi visse poco a Grottammare, dove sicuramente non avrebbe potuto compiere gli studi formativi che ai suoi tempi si realizzavano soprattutto negli Atenei delle grandi città. Ebbe la fortuna di vivere a Roma , Firenze e Bologna, respirando l’aria dei ferventi moti artistici e letterari dell’epoca. In queste città d’arte, la cui atmosfera è ricca di storia e cultura, si appassiona e si avvicina allo studio dell’arte. Le sue origini sono modeste: il padre, ferroviere, nel 1904 si trasferisce a Bologna e successivamente a Roma e Firenze, dove Mario finisce il Liceo e inizia a frequentare il caffè “Giubbe Rosse”, ritrovo di molti poeti, scrittori e pittori del movimento “Futurista”. Nel 1915 entra nell’esercito e parte per il fronte. Reduce di guerra, nel 1918 si sposa e si laurea in giurisprudenza per poi iscriversi alla facoltà di Filosofia e, una volta laureato, ottiene l’incarico in materie letterarie presso “L’Istituto Tecnico” di Tolentino dove si trasferisce con la famiglia. Uomo dai mille interessi culturali studioso di letteratura e Storia dell’Arte, dimostra una volontà e una passione incrollabile nell’arricchire con nuove esperienze culturali e artistiche la propria cultura. Nel 1925, pubblica la sua prima raccolta di liriche: “MENTASTRO”. Conseguita l’abilitazione all’insegnamento di Storia dell’Arte, si trasferisce a Roma insegnando al Liceo “Visconti” e al Liceo Artistico di via Ripetta; malgrado vivesse da anni a Roma non dimenticò tuttavia il suo paesino d’origine dove, d’estate, ritornava spesso per ritrovare gli amici dell’infanzia, in particolare Vittorio Fazzini, ebanista e scultore, padre di Pericle. Fu proprio Mario a convincere Vittorio ad assecondare il talento artistico del figlio convincendolo a farlo studiare a Roma, aiutandolo ad entrare all’Accademia di Belle Arti e successivamente a vincere una borsa di studio che gli permise di mantenersi a Roma per continuare gli studi. Allievi di Mario Rivosecchi al Liceo “Visconti” furono molti giovani antifascisti: Antonello Trombadori, Bufalini, Giorgio Amendola. Nel 1938, Rivosecchi assume la direzione del Liceo Artistico e dell’Accademia di Belle Arti di Roma, mentre il primogenito, Ivo, viene arrestato per attività antifascista. Al termine della guerra trascorre un periodo difficile, sia per motivi di salute, sia per le ingiuste accuse mosse da alcuni colleghi che lo additarono come “colui che aveva tratto profitto dal fascismo”, solo perché nel 1932 fu costretto a prendere la tessera del partito a pena di esclusione dall’insegnamento. Nel 1954 esce la 1ª edizione di “Pietra e Colore”, una raccolta di liriche arricchita di disegni di Fazzini e Guttuso; quasi tutte le poesie scritte da Rivosecchi nascono durante i soggiorni estivi a Grottammare, dove il luogo preferito per ispirarsi è la “Vedetta Picena”. Nel 1974, vince il premio “SYBARIS” per la poesia. Tra le raccolte di poesie ricordiamo: “Mentastro”, “Fiore di Vento”, “Alberi amici”, “Pietra e colore”, “Ascesi”. Nelle poesie di Rivosecchi vi è un’identità di musica, pittura e poesia con connotati descrittivi ed evocazioni atmosferiche tali da rendere ogni poesia un piccolo “quadretto” contemplativo. Fonte –Sito web del Comune di GROTTAMMARE (Ascoli Piceno)
Donatella Gay Rochat– La Resistenza nelle valli valdesi-
Casa Editrice Claudiana-Torino
Descrizione del libro di Donatella Gay Rochat- La Resistenza nelle valli valdesi.Una ricerca, basata sul confronto di testimonianze dirette, sul primo periodo della guerra partigiana nelle valli valdesi del Piemonte – teatro di lunghe lotte in difesa della religione protestante – a cui ambiente geografico, economico-sociale e religioso conferirono caratteri specifici.
Il libro in pillole
L’esordio, le illusioni, le sconfitte, le ritirate, la ripresa e le prime vittorie
La lotta politica che cattolici, agnostici e valdesi vissero fianco a fianco
Libertà di coscienza e lotta di liberazione
Introduzione
di Alberto Cavaglion Prefazione alla prima edizione
di Leo Valiani Premessa
1. L’ambiente
2. L’antifascismo e le Valli valdesi fino al 1943
3. L’estate 1943
4. I giorni dell’armistizio
5. La Resistenza in val Pellice dal settembre al dicembre 1943
6. Val Pellice e val Germanasca dal gennaio al marzo 1944
7. Il rastrellamento di marzo
8. La ripresa (primavera 1944)
9. Giugno-luglio: nuova espansione
10. Brevi cenni sugli avvenimenti dall’agosto 1944 alla liberazione
Appendice prima Lettera di Karl Barth ai protestanti di Francia (dicembre 1939) Appendice seconda «Il Pioniere» Anno I, n. 1 – Venerdì 30 giugno 1944
Biografia dell’autore
Donatella Gay Rochat-insegnante, vive e lavora a Torre Pellice.
Sinossi del libro di Maurizio Serra-Monaco 1938: una data entrata nell’immaginario collettivo come sinonimo della capitolazione delle democrazie europee di fronte al totalitarismo nazista. Sperando di salvare la pace, Gran Bretagna e Francia, con la mediazione di Mussolini, cedettero a Hitler i Sudeti, non accorgendosi di compiere il passo decisivo verso l’abisso della Seconda guerra mondiale. L’unico a comprendere la vera natura dell’accordo fu Churchill, che dichiarò: «Hanno scelto il disonore per evitare la guerra, avranno il disonore e la guerra». L’invasione russa dell’Ucraina ha riportato di estrema attualità la Conferenza di Monaco, anche se il racconto e l’interpretazione seguono l’onda dell’emozione e dimenticano il reale contesto storico. Maurizio Serra, al termine di una lunga indagine negli archivi di tutt’Europa, ci restituisce la storia autentica dell’evento che ha cambiato il mondo, chiarendo, alla luce di nuovi documenti, il ruolo di Mussolini, che a quel tempo non era ancora appiattito sulle posizioni del Terzo Reich. Consapevole delle debolezze del suo esercito e che le ambizioni naziste non corrispondessero agli interessi italiani, il duce voleva evitare il conflitto, sondare le reazioni delle democrazie e, al tempo stesso, concedere spazio al progetto tedesco enunciato, che Hitler però smentirà entrando a Praga nel marzo 1939. Interessante notare come si mossero Roosevelt e Stalin, assenti alla conferenza: Monaco stava anche preparando il futuro patto tedesco-sovietico per la spartizione della Polonia. Una storia ricca di aneddoti e rivelazioni, a partire dalle origini, il 1918, e fino alle catastrofiche conseguenze. Serra tratteggia, con la maestria che lo contraddistingue, i ritratti dei quattro attori principali (Hitler, Mussolini, Chamberlain, Daladier) e dei protagonisti dietro le quinte.
Maurizio Serra-Scacco alla pace-
«In questo “libro evento”, lo storico e accademico Maurizio Serra ci restituisce magistralmente il momento in cui le democrazie capitolarono davanti al nazismo». Le Point
«Il grande libro che mancava su questo evento emblematico». Le Figaro
«Un saggio storico di ampio respiro sulla conferenza di Monaco, con cui l’autore aggiunge un nuovo importante capitolo ai suoi numerosi e apprezzati studi storiografici». Worldpress
L’Autore- Maurizio Serra (Londra, 1955) diplomatico e scrittore. Tra le sue opere Malaparte vite e leggende (Marsilio 2012), Antivita di Italo Svevo (Aragno 2017) e L’Imaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio (Neri Pozza 2019), la cui edizione francese ha ottenuto il Prix Chateaubriand (2018) e il Prix de l’Académie des Littératures (2019). Nel 2018, Serra ha ricevuto il Prix de la Fondation Prince Pierre de Monaco per l’insieme della sua opera.
NERI POZZA EDITORE
Via San Vittore, 3 – 20123 Milano
tel.: 02 869 987 26
fax: 02 869 199 43
MILANO (ITALPRESS) – Descrizione del libro di Roberto Fiorentini –“I dimenticati”- Nel Maggio 1940. Ai circa 25 mila italiani residenti in Libia, tra Tripoli, Bengasi e la Cirenaica, è notificata una circolare delle autorità locali. Invita le famiglie, con figli dai 5 ai 10 anni, a inviarli in Italia dove sarebbero stati accolti, per tutto il periodo estivo, nelle colonie marine costruite del Regime Fascista. Il 3 giugno 3000 bambini, partono così dal porto di Tripoli, a bordo della nave ‘Augustus’ Il giorno successivo per il porto di Napoli. Trasferiti nelle colonie del regime chi sul mar Adriatico, chi sulla riviera ligure di Ponente, chi in zone montane. Non torneranno mai più nelle loro famiglie.
Racconta tutta questa incredibile odissea il nuovo libro del giornalista Roberto Fiorentini dal titolo ‘I dimenticatì (Ronca Editore). Lo fa con la voce di una delle sopravvissute: Silvia Napoletano, ora 92enne e che vive nel piacentino. Una storia oscura e drammatica del regime fascista quasi mai raccontata e rimasta solo nella memoria personale dei pochi sopravvissuti.
La narrazione parte proprio dalle terre libiche e da quel terribile viaggio in nave dove 3000 bambini erano stati ammassati ‘come pecorè (così racconta Silvia) per raggiungere il porto di Napoli, sempre controllati dalle ‘educatricì e dalle ‘camice nerè. La voce della protagonista narra la sua odissea. Prima nelle colonie estive della Romagna; poi in quelle in collina sull’appennino tosco romagnolo. Vita da caserma per quei bimbi e quelle bimbe.
“Alla caduta del regime la vita diventa un vero inferno”, racconta Silvia. Cibo finito. Vestiti spariti. Scarpe inesistenti. Notti da brividi e da paura in mezzo alle sparatorie tra i partigiani, uomini allo sbando del fascismo e truppe tedesche in ritirata. A pranzo e a cena solo l’erba che, di giorno, quelle bambine raccoglievano nei campi a combattimenti sospesi.
Fiorentini traccia anche una vera mappa di questi luoghi soprattutto nell’Italia del Nord che dovevano essere di villeggiatura ma che, con il passare del tempo, si sono trasformati in grandi carceri da cui non potere più uscire. Ricostruisce l’indottrinamento a cui erano sottoposti. Lettere, canzoni, disegni : tutto era utile per far celebrare ai bimbi le ‘progressive sortì del regime.
Un viaggio nell’orrore troppo velocemente dimenticato dalla memoria collettiva del Paese. “Ho voluto dar voce a questi bambini – dice Fiorentini – perchè i bimbi, ieri come oggi, sono le principali vittime di ogni conflitto bellico. I più indifesi. I più deboli. E per questo i più ‘Dimenticatì”.
– Foto: Fiorentini –
(ITALPRESS).
Wanda Marasco-Di spalle a questo mondo- Neri Pozza Editore-
Wanda Marasco vince la 63ª edizione del Premio Campiello 2025.Sinossi del libro di Wanda Marasco-Se è vero che ogni esistenza viene al mondo per incarnare un dramma, quello di Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova è tra i più dolenti e irriducibili: è il dramma dell’imperfezione. Fin da bambino Ferdinando ha odiato la morte al punto da fare della salvezza la sua ossessione di medico. Ma una vocazione così grande, scontrandosi con le iniquità subite, non può che fallire e trovare casa nella follia. Olga, nella sua infanzia a Rostov, ha dovuto misurarsi proprio con l’alienazione materna, quintessenza di Storia e fragilità. Unico scampo da essa la fuga, frenata da una radice nascosta sotto la neve e dalla zoppia, che diventa destino e comunione con l’imperfetto. Ma si può vivere a un passo dall’ideale? Ferdinando, dal buio della sua ratio opacizzata, continuerà a salvare asini e pupi; mentre Olga, pur guarita dalla scienza e dall’amore di Ferdinando, tornerà a claudicare. Voi non credete che quando ci spezziamo è per sempre? La domanda che Olga rivolge al pittore Edoardo Dalbono è sintesi di una irreparabilità e di una caduta che restano perenni.
Wanda Marasco-Di spalle a questo mondo
Il pendolo è muto. Ferdinando e io studiamo le grandezze del tempo sprofondate in un orologio fermo. C’è una gioia selvatica in questa stanza. Facciamo gli amanti in ginocchio, uno di fronte all’altra, con l’impulso a prenderci. Ma ci siamo intimiditi nella morte. Io gli dico che sento intorno a me una luce cieca. È uguale a quella delle primavere russe.
«In questo romanzo fatto di luci e ombre, in cui la storia individuale è sapientemente innestata in quella collettiva, Wanda Marasco raggiunge il culmine assoluto di un affondo nell’umano che da Il genio dell’abbandono non smette di abbagliare e di sorprendere. Ogni frase, ogni parola è sapienza e cura. E la cura – come scrive l’autrice – è quasi tutto». Elisa Ruotolo
«In Wanda Marasco colgo almeno due tratti decisivi: la raffinatezza della scrittura, che occupa tutte le gradazioni dei registri linguistici, e lo slancio drammatico portato entro la narrazione, che dà ai personaggi uno stacco e un dinamismo straordinari». Cesare Segre
Wanda Marasco-Scrittrice
Breve Biografia di Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni 2003) e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). I suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono (Neri Pozza 2015) è stato selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli per la regia di Claudio Di Palma. Nel 2017, sempre per Neri Pozza, è uscito il romanzo La compagnia delle anime finte, arrivato finalista al Premio Strega.
Quattro chiacchiere con Wanda Marasco
Amore, follia, storia: Wanda Marasco, in libreria con Di spalle a questo mondo, ci racconta il dramma dell’imperfezione di Ferdinando Palasciano e Olga de Vavilov.
Wanda Marasco
Il tuo romanzo Di spalle a questo mondo si basa sulla storia di Ferdinando Palasciano e Olga de Vavilov. Perché li hai scelto come protagonisti di questa storia?
È stato davvero naturale e necessario scegliere come protagonisti del mio romanzo Ferdinando Palasciano e Olga De Vavilov. Sono nata in una casa situata di fronte alla torre, la cui immagine fiabesca, in contrasto con le modeste abitazione del luogo, mi ha fatto da quinta dell’anima. Quando ho cominciato a indagare nella storia di Ferdinando e di sua moglie Olga, che qui hanno vissuto fino alla morte, ho sentito che dovevo assumerne la maschera per ricrearne le verità interiori. Il grande medico Palasciano, perseguitato dai mali del mondo, e sua moglie, una creatura bella e spezzata da un vecchio trauma, mi sono parsi personaggi che chiedevano di riesistere. Durante la pandemia, nella Storia del presente sconvolta da guerre e profondi mutamenti politici, l’attualità di queste due figure in rivolta, segnata dal dramma dell’imperfezione e dalla utopica ricerca di una felicità in terra, mi è parsa evidente. In più, la torre è nominata in ogni mio romanzo: aspettava da tempo che ne svelassi spettralità e segreti.
«La follia è la chiave che permette di scavare più a fondo nella creatura umana». Possiamo dire che la salute mentale sia la trama sotterranea dell’intero romanzo?
La follia in Ferdinando è un cammino che conduce alla sapienza. È la “cecità” che meglio consente di vedere uomini e vicende dal loro interno, nell’impasto grottesco e tragico che sono. Nutre la trama ma non la esaurisce in sé. È la voce del fool a cui è concesso di dire la verità. È un metodo di svelamento.
Quello tra Ferdinando e Olga è un grandissimo amore. Li unisce un sentimento più forte della malattia che è quasi più una comunione di anime e di intenti, e anche l’impossibilità condivisa di accettare l’imperfezione. Quanto ha pesato il loro rapporto nella vita di entrambi e nella scrittura del tuo romanzo?
L’amore tra Ferdinando e Olga è immenso. Per renderne la potenza mi sono ispirata agli archetipi dell’amore in Letteratura e in Teatro: Piramo e Tisbe, Eros e Psiche, Abelardo ed Eloisa, Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta… I due nutrono gli stessi ideali, sono animati dalle stesse utopie. Accetteranno il dramma della loro imperfezione soltanto alla fine, quando avranno la consapevolezza di essersi tramutati in poesia.
Chi è Ferdinando Palasciano, il protagonista del romanzo di Wanda Marasco Di spalle a questo mondo?
Ferdinando Palasciano
Ferdinando Palasciano è stato un celebre chirurgo partenopeo d’epoca risorgimentale. Laureato in Filosofia, Medicina e Veterinaria, è un uomo di scienza illuminato che si dedica all’ortopedia, all’anatomia patologica, alla diagnostica ed è precursore in molti ambiti, soprattutto nelle battaglie per i diritti alla neutralità dei feriti di guerra (rischia la fucilazione sul campo per insubordinazione), che gettano le fondamenta prima per la Convenzione di Ginevra, poi della Croce Rossa, e in quelle relative alle innovative profilassi igienico-sanitarie fino alla creazione dei reparti ospedalieri, con conseguente separazione dei malati infettivi.
Tutta la sua vasta ed eclettica attività di medico può riassumersi in due assunti: il rifiuto della violenza in ogni sua forma e l’ossessione per la cura, da perseguire sempre e con qualunque forma di malattia.
L’esigenza di portare a un livello più alto le convinzioni etiche e le riflessioni mediche lo convince a intraprendere la carriera politica e, dal 1876, è prima deputato e poi senatore del neonato Regno d’Italia, dividendosi tra Napoli e Roma. Il suo rapporto con il potere è sempre controverso: molti e prestigiosi sono gli incarichi che guadagna sul campo, le onorificenze nazionali e internazionali che gli vengono conferite, ma altrettanti sono i nemici e le sconfitte, come lo smantellamento della sua sala operatoria all’avanguardia e l’allontanamento dall’università, che forse segnano fatalmente il suo animo sensibile. A settantadue anni, nel 1887, viene internato in manicomio in seguito a un drammatico attacco psicotico. Dopo un anno di ricovero, torna a casa, alla Torre che aveva costruito a Capua insieme alla moglie Olga e che porta il suo nome, dove si rinchiude autoimponendosi un esilio dalla vita, fino alla morte. Non si può parlare di Ferdinando Palasciano senza citare lei, Olga de Vavilov, moglie, sodale, compagna non solo nella vita privata, ma motivatrice, sostenitrice di molti dei suoi ideali. E non si può tralasciare il gruppo di intellettuali, di amici cari, che continua a frequentare la Torre nonostante la malattia di Palasciano. Tra questi ricordiamo il pittore Eduardo Dalbono, il patriota e ministro Giovanni Nicotera e Antonio Ranieri, il letterato legato a Giacomo Leopardi. Anche con Giuseppe Garibaldi, a cui tenta, inascoltato, di curare una profonda ferita subita in battaglia, stringe un legame profondo e un lungo rapporto epistolare.
Alla sua morte, nel 1891, viene sepolto nel Quadrato degli uomini illustri, nel Cimitero monumentale di Napoli. La sua fine drammatica ricorda da vicino quella di un altro medico straordinariamente visionario, l’ungherese Ignác Semmelweis, eternato da un racconto di Céline.
Ariel Lawhon-L’inverno della levatrice- Neri Pozza Editore –
Il passato è il prologo de L’inverno della levatrice di Ariel Lawhon ci porta nel Maine del 1789, sulle rive ghiacciate del fiume Kennebec. Le gelide acque del fiume celano un corpo senza vita, primo indizio di un segreto destinato a riemergere e a sconvolgere il paese di Hallowell.
Ariel Lawhon-L’inverno della levatrice
Il corpo scivola a valle, ma a fine novembre il fiume Kennebec sta iniziando a ghiacciare, grandi lastre che roteano e sobbalzano nell’acqua, accatastandosi, mentre bianche dita gelide si allungano da entrambe le sponde, afferrando tutto ciò che viene trascinato dalla corrente. Già appesantito dagli abiti inzuppati e dagli stivaloni, l’uomo morto fluttua nel fiume, gli occhi spenti che fissano la falce di luna calante.
È una nottataccia, con un vento pungente e un freddo pauroso, e il fiume scorre sempre più lento ma si congela in fretta stringendo l’uomo morto nella sua morsa viscida, i lembi della camicia marrone come petali di un tulipano appassito. Solo un’ora fa i suoi capelli erano pettinati e legati dietro la testa con un nastrino di pizzo. Si era preso il nastrino, ovviamente, e forse – la sorte è così volubile – sarebbe ancora vivo se non l’avesse fatto. Ma aveva voluto aggiungere la beffa al danno: c’è chi ha perso la vita per molto meno.
L’uomo aveva fretta di andarsene da quel posto, aveva già troppi problemi, e se avesse fatto più attenzione, se fosse stato paziente, avrebbe sentito i suoi aggressori nella foresta. Li avrebbe sentiti arrivare e si sarebbe nascosto, trattenendo il fiato in attesa che si allontanassero. Ma il morto era un uomo considerato e impaziente. Ansimava. Aveva lasciato le sue tracce sulla neve e non era stato difficile trovarlo. Gli si erano sciolti i capelli nella lotta, il nastrino di pizzo era stato recuperato e qualcuno se l’era messo in tasca, e ora quei capelli marroni come il fango sono un groviglio, in parte appiccicati alla fronte, in parte sulla bocca, risucchiati nell’ultimo rantolo affannoso prima che lo gettassero nel fiume.
La corrente trascina per un breve tratto il suo corpo storto e fratturato finché il ghiaccio non si rapprende con un gemito stanco, intrappolandolo a pochi passi dalla riva, con il volto che quasi affiora in superficie, le labbra aperte e gli occhi ancora spalancati per la sorpresa.
Il grande gelo è arrivato con un mese di anticipo a Hallowell, nella regione del Maine, e anche se il morto non può saperlo, così come non possono saperlo i vivi, il disgelo arriverà solo fra parecchi mesi. Lo chiameranno «l’anno del lungo inverno». Diventerà leggenda, e lui ne farà parte. Ma, per ora, tutti dormono al sicuro e al caldo nei loro letti, con le porte chiuse contro questo inverno precoce ed efferato. E però lì, in riva al fiume, guarda bene, c’è qualcosa di scuro che si muove agile, nel chiarore della luna. Una volpe. Posa, tentennante, una zampa sul ghiaccio. Poi un’altra. Esita, perché sa quanto è infido il fiume e lesto a inghiottire le cose per trascinarle nelle sue profondità. Ma il ghiaccio resiste e la volpe avanza verso l’uomo morto. Si avvicina al luogo in cui giace, sepolto nel ghiaccio.
L’intelligente bestiola lo guarda, inclinando la testa di lato, ma quello non ricambia lo sguardo. Allora solleva il muso verso il cielo, pronta a fiutare il pericolo. Ma coglie solo l’odore pungente del ghiaccio e dei pini e, al di là della riva, un lieve sentore di fumo di legna. Rassicurata, la volpe inizia a ululare.
Ariel Lawhon-L’inverno della levatrice
Chi era Martha Ballard, la levatrice protagonista del romanzo di Ariel Lawhon
Approfondiamo la figura di Martha Ballard, ostetrica americana del Settecento la cui storia ha ispirato “L’inverno della levatrice” di Ariel Lawhon, un romanzo che parla di ingiustizia, solidarietà e resistenza. Ripercorrendo il primo incontro dell’autrice con questo personaggio storico, scopriamo quali sono gli elementi reali (immortalati nel diario di Martha, giunto fino a noi), e quali sono stati soltanto immaginati dalla mente della scrittrice statunitense.
«Io colleziono persone. È un vizio di famiglia. Così come c’è chi colleziona minerali, francobolli o monete, mio padre collezionava persone. Per la precisione si portava a casa gli autostoppisti. (…) Anch’io, come mio padre, sono una collezionista di persone. Solo che non le raccolgo sul ciglio della strada. Le trovo in biblioteche, giornali e angoli poco battuti di internet».
Ariel Lawhon, l’autrice de L’inverno della levatrice, si è imbattuta nella storia di Martha Ballard quasi per caso, aspettando il suo turno dal ginecologo mentre era incinta di suo figlio. In una rivista appoggiata in sala d’attesa, infatti, ha scoperto la storia di Martha Ballard, levatrice del Maine del Settecento, nota per aver fatto nascere oltre mille bambini senza mai perderne uno, in un’epoca segnata (come altre prima di essa, e come sarà ancora a lungo nei decenni successivi) da un’alta mortalità infantile e da frequenti morti di parto.
La figura al centro del romanzo di Lawhon è, quindi, realmente esistita, ma non solo: la sua vita è arrivata a noi in modo particolarmente vivido grazie ai suoi diari, fatti di annotazioni brevi ed essenziali sulle sue attività quotidiane. Una testimonianza inestimabile e impareggiabile della vita di una donna nell’America coloniale di quegli anni.
I diari di Martha Ballard sono stati trasmessi di generazione in generazione, passando anche per le mani della sua trinipote, Mary Hobart, una delle prime donne medico degli Stati Uniti, che li donò alla biblioteca di stato del Maine.
Infine, hanno permesso alla storica Laurel Thatcher Ulrich di scrivere una biografia approfondita di Martha Ballard: A Midwife’s Tale: The Life of Martha Ballard, vincitrice del premio Pulitzer nel 1991.
Lunedì 1° febbraio. Tempesta di neve. Giovedì 4 febbraio. Ha nevicato. Sabato 6 febbraio. Giornata molto fredda. Domenica 7 febbraio. Sereno e freddo pungente. Lunedì 8 febbraio. Tempo orribile, freddo e ventoso.
All’interno de L’inverno della levatrice appaiono spesso delle note di Martha: informazioni sul tempo, indicazioni di nuove nascite. Anche se Ariel Lawhon è intervenuta talvolta nelle annotazioni dell’ostetrica, aggiungendo dei testi non presenti nella raccolta originale o modificandoli parzialmente, l’autrice ha conservato immutato lo stile asciutto e stringato degli appunti, che rendono i suoi testi più simili a un registro delle sue attività, dove c’è pochissimo spazio per le riflessioni personali.
Tra questi testi, assume ruolo fondamentale l’annotazione relativa a un caso di violenza ai danni di Rebecca Foster, moglie di un pastore locale. Il suo caso è il punto di partenza della storia di Lawhon, un percorso travagliato attraverso il sistema giudiziario dell’America del Settecento, tra abuso di potere, pregiudizi e ingiustizia. La testimonianza scritta di Ballard, infatti, sarà usata come vera e propria prova nel corso del processo sul caso di Rebecca.
Seppur romanzato e rivisitato, L’inverno della levatrice offre uno spaccato potentissimo sulla condizione femminile permeata dalla violenza, ma anche sulla solidarietà, sulla resistenza e sulla speranza.
Con il suo romanzo, Ariel Lawhon cerca di salvare Martha Ballard dall’oblio, e assieme a lei, moltissime altre donne trascurate dalla storia.
«Questo romanzo, mi preme sottolinearlo, è un’opera di fantasia in cui ho provato a immaginare come avrebbe potuto essere la vita di questa donna. Non è una biografia, né pretendo di essere una storica. Sono semplicemente una narratrice, e da molti anni ritengo che la storia di Martha valga la pena di essere raccontata. Voglio che conosciate il suo nome. Voglio che lo diciate ai vostri amici. Spero che anche voi siate rimasti stupiti dalla sua vita. Mi piacerebbe che il mondo ricordasse che i piccoli gesti, compiuti con amore, contano tanto quanto quelli che finiscono sui giornali e nei libri di storia».
Ariel Lawhon-Scrittrice statunitense
Ariel Lawhon è un’autrice pluripremiata di romanzi storici. Le sue opere sono state tradotte in oltre trenta lingue e selezionate da Good Morning America, Library Reads e One Book, One County. Fra i suoi libri precedenti, Il mio nome era Anastasia (2019) e Nome in codice Hélène (2023). L’inverno della levatrice, ispirato alla vicenda reale di Martha Ballard, è stato un New York Times bestseller e libro dell’anno per NPR.
Lawhon vive a Nashville, Tennessee.
Redazione DEA SABINA
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Opere di Pittura e Scultura almeno tre foto-Breve biografia dell’Artista
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Concorsi-Bandi completi
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A questi fare seguire sempre:
Breve presentazione / Sinossi dell’opera.
Biografia dell’Autore (in terza persona).
Fotografia dell’Autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
Immagine copertina per libro edito (Rinominata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
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