Takase Junko -Le delizie della signorina Ashikawa-traduzione di Anna Specchio – Marsilio Editori
Descrizione del libro di Takase Junko -È possibile che il cibo, quando è condiviso, abbia un sapore migliore? Davvero mangiare insieme rappresenta un momento di felicità?
Nitani, impiegato ligio e ambizioso in una grande azienda dell’area metropolitana di Tokyo, non ci crede proprio, anzi: l’idea che il suo tempo possa essere in qualche modo condizionato da pranzo e cena gli è insopportabile.
E se bastasse una pillola per nutrirsi, lui sarebbe l’uomo più felice sulla terra.
Tra una pausa a base di noodles istantanei e un corso di aggiornamento, Nitani comincia a sviluppare un’antipatia mista ad attrazione per la graziosa Ashikawa, la collega colpevole ai suoi occhi di fare solo il minimo indispensabile e, allo stesso tempo, in grado di impersonare con la sua fragilità che invoca protezione la figura della moglie perfetta, così come vuole l’educazione con cui è cresciuto.
Oltretutto, per farsi perdonare le frequenti assenze in ufficio, Ashikawa prende l’abitudine di preparare per i colleghi deliziosi ed elaborati dolci fatti in casa.
E in una società che impone ritmi professionali impietosi, la sua diventa una scelta rivoluzionaria, in cui la rivendicazione della cura di sé e degli altri e la ricerca dell’appagamento passano anche attraverso l’amore per il cibo.
Le delizie della signorina Ashikawa mette in scena le contraddizioni di un paese diviso tra regole ed eccessi, tradizionalismo e ribellione, dove è quasi impossibile trovare un equilibrio tra la carriera e il privato; una scissione che si riflette anche nel modo in cui ognuno sceglie di fare la spesa.
Un romanzo gustoso, che intreccia il fascino pop della cucina del Sol Levante a un’ironica satira contemporanea, finendo per rivelare una ricetta per una vita più serena.
Autore
Takase Junko (1988)è stata acclamata come una delle autrici più interessanti della letteratura giapponese contemporanea. Con questo romanzo ha ottenuto il premio Akutagawa, il più importante riconoscimento letterario del suo paese.
Roma-The Lens of Time una mostra sugli occhiali tra storia, Made in Italy e Cinema-
Roma-The Lens of Time una mostra sugli occhiali tra storia -Dopo il debutto a Venezia e la tappa a MIDO | Eyewear Show di Milano, The Lens of Time arriva a Roma Palazzo Piacentini, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ha concesso il proprio patrocinio, dal 14 al 30 ottobre 2026.
Roma The Lens of Time mostra a Palazzo Valentini
Il nuovo capitolo del progetto, nato nel 2025 per raccontare la storia dell’occhiale e valorizzare una delle filiere più rappresentative del Made in Italy, è promosso da ANFAO – Associazione Nazionale Fabbricanti Articoli Ottici e realizzato in collaborazione con il Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore,
Il percorso, suddiviso in cinque sezioni, racconta l’evoluzione dell’occhiale dalle origini alla contemporaneità, esplorandone la funzione nella correzione della vista, il dialogo con moda e design e lo sviluppo dell’industria dell’occhialeria italiana.
La città di Roma fa da scenario alla nuova veste del progetto, che si arricchisce di un’esclusiva sezione dedicata al cinema: l’evoluzione di uno degli oggetti più rappresentativi della moda e del design è raccontata attraverso la settima arte. Scene cult di film italiani e internazionali mostrano i volti di grandi attori e registi, con i loro occhiali divenuti nel tempo elementi distintivi di stile e di identità. Un legame che va oltre la moda e la scelta estetica: sul grande schermo l’occhiale contribuisce a definire personaggi, caratteri e narrazioni, diventando parte integrante della loro fisionomia e lasciando un segno nell’immaginario e nella memoria dello spettatore. La sezione dedicata al cinema è realizzata con la collaborazione di Steve Della Casa, conservatore della Cineteca Nazionale presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, critico cinematografico e autore.
«The Lens of Time esprime bene lo spirito con cui ANFAO porta avanti i propri progetti: valorizzare la storia e il patrimonio dell’occhialeria italiana e, allo stesso tempo, guardare al futuro, alle trasformazioni e alle nuove opportunità del settore – dichiara Lorraine Berton, Presidente di ANFAO –. Con questa mostra vogliamo raccontare un’eccellenza del Made in Italy che non è soltanto industria e manifattura, ma anche creatività, cultura e capacità di interpretare i cambiamenti della società. La nuova sezione dedicata al cinema arricchisce ulteriormente questo racconto, mostrando come l’occhiale sia diventato nel tempo un elemento capace di definire personaggi, stili e icone entrate nell’immaginario collettivo. Un percorso che abbiamo costruito insieme al Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore, custode di un patrimonio straordinario che merita di essere conosciuto e valorizzato»
The Lens of Time – Gli occhiali dalle origini al cinema è promosso da ANFAO – Associazione Nazionale Fabbricanti Articoli Ottici, in collaborazione con il Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore e con il patrocinio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. La curatela è affidata ad Alessandra Cusinato e Daniela Zambelli, mentre il progetto espositivo è di Roberto Casanova Rosolo. La mostra è realizzata con il contributo dei collezionisti Lucio Stramare e Roberto Vascellari e con la collaborazione di Steve Della Casa per la sezione dedicata al cinema e della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia, che ha concesso gratuitamente l’utilizzo di immagini fotografiche.
Dopo Roma, The Lens of Time proseguirà il suo viaggio tornando a MIDO, dal 6 all’8 febbraio a Fiera Milano Rho, dove porterà questa nuova evoluzione del progetto, concentrandosi maggiormente sul rapporto occhiali e cinema, alla community internazionale dell’eyewear.
LA MOSTRA
Il percorso espositivo costruisce una narrazione articolata e immersiva, attraverso l’incontro tra linguaggi e materiali diversi: occhiali originali, documenti e immagini d’epoca dialogano con fotografie, testi scientifici, approfondimenti, proiezioni e contenuti audiovisivi. La storia si sviluppa così non soltanto secondo un ordine cronologico, ma attraverso una pluralità di prospettive che intrecciano dimensione sociale e culturale, moda e tecnologia, industria e design, fino all’immaginario cinematografico. Un racconto stratificato, pensato per restituire la complessità del tema e accompagnare il visitatore tra epoche e trasformazioni.
Sezione 1: Dalle origini ai primi occhiali per il sole nel ‘700
La sezione ripercorre la nascita e la diffusione dell’occhiale, dalle origini degli strumenti ottici ai primi dispositivi per la correzione della vista. Attraverso l’evoluzione di forme, materiali e modalità d’uso, il percorso conduce dalle prime lenti da lettura agli occhiali medievali e rinascimentali, fino ai modelli tra Seicento e Settecento, con un focus sulla nascita delle lenti colorate e protettive. La sezione racconta la trasformazione dell’occhiale da strumento funzionale a oggetto personale, capace di assumere nel tempo anche un valore sociale e culturale.
Tra i pezzi esposti, un raro occhiale in tartaruga di Norimberga, databile alla fine del XVII secolo e caratterizzato da un elegante traforo sul ponte, e un astuccio in legno di bosso intagliato, realizzato in Italia e datato 1687, che celebra la conquista della Morea e la vittoria della Lega Santa sui Turchi.
Sezione 2: La moda dell’Ottocento e le origini del Made in Italy
Nell’Ottocento l’occhiale cambia volto: da strumento funzionale diventa un accessorio capace di esprimere moda, eleganza e identità sociale. Pince-nez, fassamani, lorgnette e nuove soluzioni per le montature raccontano il progressivo intreccio tra funzione ed estetica, gusto personale e appartenenza sociale. Ne sono esempi un raffinato fassamano francese in avorio, con manico-custodia decorato a bassorilievo con delicati motivi floreali, e un raro occhiale in tartaruga che combina il sistema pince-nez con le stanghette, migliorandone la stabilità sul volto, databile tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. L’800 è anche il secolo in cui prendono forma le prime manifatture e si pongono le basi della produzione industriale italiana, fino alla progressiva affermazione del distretto dell’occhialeria tra XIX e XX secolo. È databile proprio nel 1878 la nascita della prima fabbrica italiana di occhiali, fondata a Calalzo di Cadore, nella provincia di Belluno, su progetto di Angelo Frescura, con la
collaborazione di Giovanni Lozza e Leone Frescura.
Sezione 3: Dagli anni ‘50 al contemporaneo
Il percorso attraversa il Novecento a partire dagli anni Cinquanta, periodo di profonde trasformazioni tecnologiche, industriali e stilistiche. Nuovi materiali, forme sperimentali e il crescente dialogo con moda e design trasformano l’occhiale in un oggetto capace di esprimere stile, identità e cultura. Ne sono esempi gli iconici modelli cat-eye degli anni Sessanta e Settanta, la cui forma si arricchisce di nuovi elementi decorativi: piccoli strass applicati alla montatura e lenti dalle tonalità ambrate e sfumate ne accentuano il carattere elegante e scenografico. Il racconto si apre poi alla contemporaneità e al futuro, tra ricerca sui materiali, sostenibilità, innovazione tecnologica e dispositivi intelligenti, in un dialogo continuo tra tradizione, creatività e nuove frontiere dell’occhialeria.
Sezione 4: L’occhiale nel cinema
La sezione esplora il rapporto tra occhiale e cinema, che ha contribuito a trasformarlo in un vero e proprio elemento iconico. Indossato da attori, registi e personaggi celebri, l’occhiale diventa parte integrante della loro identità, contribuendo a definirne carattere, ruolo e personalità.
Pezzi originali, immagini di scena e contenuti fotografici e audiovisivi raccontano modelli e interpreti diventati simboli di epoche e stili diversi: dai Ray-Ban Olympian indossati da Peter Fonda in Easy Rider (1969), ai Cazal Targa Design portati da Brad Pitt in The Counselor (2013). Dagli occhiali Persol della italiana Ratti indossati da Marcello Mastroianni ne La dolce vita (1960) agli occhiali Zilo di Lozza, scelti da Brigitte Bardot negli anni Settanta, fino agli iconici Persol 649, modello indossato ancora da Mastroianni in Divorzio all’italiana (1961). Il percorso include anche gli occhiali indossati da Federico Fellini nel 1978, testimonianza del legame tra eyewear e grandi protagonisti della storia del cinema. Tra gli esempi più recenti figurano anche gli occhiali L.G.R indossati da Tom Cruise in Mission: Impossible – Rogue Nation (2015), a testimonianza di come l’eyewear continui a contribuire alla costruzione dello stile e dell’identità dei protagonisti del grande schermo.
Il ruolo dell’occhiale nella costruzione dell’identità di un personaggio trova una particolare evidenza anche nelle serie televisive, dove la montatura può diventare un vero e proprio strumento di caratterizzazione psicologica e narrativa. È il caso, per esempio, del Professore de La casa di carta, capace di organizzare l’azione criminale di tante persone, ma restio a rinunciare ai suoi occhiali anni ’30. Un altro esempio è Walter White di Breaking Bad: nel passaggio da insegnante di chimica a protagonista della sua vita criminale, anche gli occhiali accompagnano e rendono visibile la trasformazione del personaggio, modificandone progressivamente l’aspetto e contribuendo a segnare il cambiamento di identità. In Emily in Paris, invece, gli occhiali diventano soprattutto espressione di stile e personalità: i modelli contribuiscono a definire l’immagine dei personaggi, confermando il ruolo dell’eyewear come elemento distintivo anche nella narrazione televisiva contemporanea.
La selezione attraversa decenni, generi cinematografici e immaginari differenti, raccontando come lo schermo abbia contribuito a fare dell’occhiale un segno narrativo distintivo, capace di entrare nella storia e nella memoria collettiva e di trasformarsi in un autentico elemento di stile e di identità.
Sezione 5: Identità, memoria e sintesi artistica
La quinta sezione rappresenta l’epilogo visivo e concettuale del percorso. Al centro di essa, un’opera d’arte contemporanea in resina incorpora occhiali originali, trasformandoli in tracce della memoria e testimonianze di epoche, funzioni e stili differenti.
INFO UTILI:
• Palazzo Piacentini – Via Veneto 33 – Roma
• 14-30 ottobre 2026
• Ingresso gratuito
• Lunedì–venerdì 17.00–20.00; sabato e domenica 10.00–18.00
ANFAO – Associazione Nazionale Fabbricanti Articoli Ottici
Fondata nel 1954, ANFAO rappresenta oltre 130 aziende italiane attive nel settore dell’occhialeria. L’ associazione aderente a Confindustria, opera con obiettivi mirati, primo fra tutti quello di creare una sinergia solida e proficua tra le aziende associate del settore dell’occhialeria. In un clima di piena collaborazione, ANFAO si impegna a rappresentarne gli interessi del comparto presso le Istituzioni, sia a livello nazionale che internazionale, contribuendo in modo attivo a rafforzarne la competitività e a promuovere nel mondo il valore del Made in Italy, da sempre emblema di qualità, innovazione e stile. L’ associazione promuove lo sviluppo dell’industria ottica italiana sostenendo l’innovazione, la sostenibilità e l’internazionalizzazione. ANFAO è inoltre promotrice di MIDO, la più importante fiera internazionale del settore eyewear.
Premessa di Gennaro Carastiglia: sono tra coloro che ritengono che il Nobel per la letteratura ad Han Kang si assolutamente meritato. Inutile proseguire la lettura se si è già convinti del contrario.
Han Kang- L’ora di greco
Probabilmente per me questo è il romanzo più bello tra quelli fin qui tradotti in italiano (o inglese). Molto breve ma denso, esplora temi profondi come la perdita, la solitudine, e la ricerca dell’identità. È del 2011 anche se qui da noi è arrivato appena l’anno scorso. Un viaggio introspettivo in cui due persone, apparentemente molto diverse, si incontrano e si comprendono attraverso la condivisione di un dolore nascosto e silenzioso.
Lei, Hanja, dopo aver vissuto un periodo di intensa sofferenza, ha trovato il silenzio come rifugio: non parlare, più che una scelta volontaria, è una reazione istintiva e fisiologica alla sua sofferenza. Le parole per lei si sono trasformate in strumenti di dolore, tanto che la voce stessa le sembra ormai qualcosa di estraneo. Dopo in matrimonio fallito e la perdita di custodia del figlio, persa anche la madre le sembra di aver ormai perso qualsiasi contatto con la propria identità e il mondo che la circonda. Come via di fuga da questo dolore, inizia a seguire lezioni di greco antico, una lingua che per lei diventa una sorta di “nuovo inizio”, poiché le consente di esprimere e riscoprire sé stessa senza le ferite che l’uso della lingua madre le provoca.
È così che la sua vita incrocia il suo insegnante di greco, un uomo non vedente che vive anche lui un’esistenza profondamente segnata dalla perdita. Per lui la cecità ha rappresentato un graduale distacco dal mondo, ma nonostante le difficoltà quotidiane ha imparato a navigare attraverso questo vuoto grazie all’amore per le parole e per la letteratura. Egli usa il greco come strumento per mantenere un legame con il mondo esterno e per dare un senso al proprio passato.
Attraverso questo incontro tra la donna e il suo insegnante, Han Kang esplora l’intimità della comunicazione e del linguaggio come mezzo di guarigione. Entrambi i protagonisti sono segnati da ferite invisibili e trovano nella lingua greca un terreno neutrale in cui potersi esprimere senza il peso delle loro storie personali. Il greco antico diventa simbolo di un viaggio interiore, che permette loro di riconoscere il proprio dolore e, in qualche modo, di riappropriarsi delle proprie vite.
Han Kang utilizza una prosa poetica e riflessiva per approfondire i sentimenti complessi dei protagonisti. La narrazione alterna i punti di vista della donna e dell’insegnante, e attraverso le loro prospettive frammentate il lettore è invitato a riflettere sul significato dell’empatia, della perdita, e della redenzione. I dialoghi sono ridotti al minimo, quasi come se l’autrice volesse rispettare il silenzio che i due protagonisti sembrano cercare.
In sostanza, un romanzo che parla di sopravvivenza emotiva. Attraverso la storia dei protagonisti, Han Kang esplora la possibilità di trovare una via d’uscita dal dolore e dalla perdita senza negare le proprie ferite. La lingua greca diventa metafora del processo di auto-ricostruzione, una lingua che, con le sue radici antiche, permette ai personaggi di esprimere sentimenti che sembravano impossibili da comunicare.
Un delicatissimo racconto di Han Kang, che con la sua scrittura minimalista invita alla riflessione sulla complessità dell’animo umano, sul ruolo del linguaggio, e sulla possibilità di una rinascita anche nei momenti più bui. Leggetelo solo se questi temi vi appassionano. Diversamente state andando incontro a una delusione.
Figlia dello scrittore Han Seung-won[2], è nata a Gwangju il 27 novembre 1970. Dopo gli studi all’Università Yonsei di Seul (letteratura coreana)[3], esordisce pubblicando una serie di cinque poesie nella rivista coreana Letteratura e società[4] nel 1993.[5] L’anno successivo esce il suo primo romanzo[6] al quale ne seguiranno altri cinque. Dal 2013 insegna scrittura creativa al Seoul Institute of the Arts[7].
Il 25 maggio 2019 ha consegnato un suo manoscritto inedito intitolato Dear Son, My Beloved alla Biblioteca del futuro, un progetto artistico culturale ideato da Katie Paterson. Così come le altre opere di questa biblioteca anche il libro di Han verrà pubblicato e reso disponibile solo nel 2114, cento anni dopo l’avvio dell’iniziativa.[10]
Il 10 ottobre 2024 viene insignita del Premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione: “per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana”[11][12], divenendo il primo rappresentante del suo Paese a vincere un Nobel in questa categoria[13].
사랑과, 사랑을 둘러싼 것들 (letteralmente L’amore e le cose che circondano l’amore), 2003.
가만가만 부르는 노래 (letteralmente Una canzone cantata sottovoce), Bichae, 2007. ISBN 9788992036276 Il libro include un CD musicale di 10 brani in veste di autrice e cantante di canzoni.[15]
Alfonsina Storni-è una figura leggendaria in Argentina e in tutto il Sud America. Pochi possono reggere il confronto con il mito nato intorno alla sua vita e alla sua morte – forse la messicana Frida Kahlo, di quindici anni più giovane, anche lei figlia di un immigrato.
DOS PALABRAS
Esta noche al oído me has dicho dos palabras
comunes. Dos palabras cansadas
de ser dichas. Palabras
que de viejas son nuevas.
Dos palabras tan dulces, que la luna que andaba
filtrando entre las ramas
se detuvo en mi boca. Tan dulces dos palabras
que una hormiga pasea por mi cuello y no intento
moverme para echarla.
Tan dulces dos palabras
que digo sin quererlo -¡oh, qué bella, la vida!-
Tan dulces y tan mansas
que aceites olorosos sobre el cuerpo derraman.
Tan dulces y tan bellas
que nerviosos, mis dedos,
se mueven hacia el cielo imitando tijeras.
Oh, mis dedos quisieran
cortar estrellas.
(de El dulce daño, 1918)
DUE PAROLE
All’orecchio questa notte mi hai detto due parole
comuni. Due parole stanche
di essere dette. Parole
che da vecchie si son fatte nuove.
Due parole così dolci, che la luna che passava
filtrando tra i rami
nella mia bocca si è fermata. Due parole così dolci
che una formica mi cammina sul collo e resto immobile
non provo nemmeno a scacciarla.
Due parole così dolci
che senza volerlo esclamo: oh, che bella, la vita!
Così dolci e così mansuete
che oli profumati scorrono sul corpo.
Così dolci e così belle
che nervose, le mie dita,
si muovono verso il cielo imitando una forbice.
Vorrebbero le mie dita
tagliare stelle.
(da Il dolce danno, 1918)
PRESENTIMIENTO
Tengo el presentimiento que he de vivir muy poco.
Esta cabeza mía se parece al crisol,
purifica y consume,
pero sin una queja, sin asomo de horror.
Para acabarme quiero que una tarde sin nubes,
bajo el límpio sol,
nazca de un gran jazmín una víbora blanca
que dulce, dulcemente, me pique el corazón.
(de El dulce daño, 1918)
PRESENTIMENTO
Ho il presentimento che vivrò molto poco.
Questa mia testa assomiglia a un crogiolo,
purifica e consuma,
ma senza un gemito, senza un accenno di orrore.
Per uccidermi chiedo che un pomeriggio senza nubi,
sotto il limpido sole,
nasca da un grande gelsomino una vipera bianca
che dolce, dolcemente, mi punga il cuore.
(da Il dolce danno, 1918)
HOMBRE
Hombre, yo quiero que mi mal comprendas,
hombres, yo quiero que me des dulzura,
hombre, yo marcho por tus misma sendas;
hijo de madre: entiende mi locura…
(de Irremediablemente, 1920)
UOMO
Uomo, io voglio che tu comprenda il mio male,
uomo, io voglio che tu mi dia dolcezza,
uomo, io vado per i tuoi stessi sentieri;
figlio di madre: comprendi la mia pazzia…
(da Irrimediabilmente, 1920)
BORRADA
El día que me muera, la noticia
ha de seguir las práticas usadas,
y de oficina en oficina al punto
por los registros seré yo buscada.
Y allá muy lejos, en un pueblecito
que está durmiendo al sol en la montaña,
sobre mi nombre, en un registro viejo,
mano que ignoro trazará una raya.
(de Languidez, 1920)
CANCELLATA
Il giorno in cui morirò, la notizia
seguirà le solite procedure,
da un ufficio all’altro con precisione
dentro ogni registro verrò cercata.
E là molto lontano, in un paesino
che sta dormendo al sole su in montagna,
sopra il mio nome, in un vecchio registro,
mano che ignoro traccerà una riga.
(da Languidezza, 1920)
PECHO BLANCO
Porque yo tengo el pecho blanco, dócil,
inofensivo, debe ser que tantas
flechas que andan vagando por el aire
toman su dirección y allí se clavan.
Tú, la mano perversa que me hieres,
se aquello es tu placer, poco te basta;
mi pecho es blanco, es dócil y es humilde:
suelta un poco de sangre… luego, nada.
(de Languidez, 1920)
PETTO BIANCO
Perché io ho il petto bianco, docile,
inoffensivo, dev’essere che le tante
frecce che vanno nell’aria vagando
prendono la sua direzione e lì si piantano.
Tu, la mano perversa che mi ferisce,
se questo è il tuo piacere, poco ti basta;
il mio petto è bianco, è docile ed è umile:
fuoriesce un po’ di sangue… dopo, nulla.
(da Languidezza, 1920)
VERSOS A LA LA TRISTEZA DE BUENOS AIRES
Tristes calles derechas, agrisadas e iguales,
por donde asoma, a veces, un pedazo de cielo,
sus fachadas oscuras y el asfalto de suelo
me apagaron los tibios sueños primaverales.
Cuánto vagué por ellas, distraída, empapada
en el vaho grisáceo, lento, que las decora.
De su monotonía mi alma padece ahora.
-¡Alfonsina!- No llames. Ya no respondo a nada.
Si en una de tus casas, Buenos Aires, me muero
viendo en días de otoño tu cielo prisionero
no me será sorpresa la lápida pesada.
Que entre tus calles rectas, untadas de su río
apagado, brumoso, desolante y sombrío,
cuando vagué por ellas, ya estaba yo enterrada.
(de Ocre, 1925)
VERSI ALLA TRISTEZZA DI BUENOS AIRES
Tristi strade dritte, ingrigite e uguali,
da cui s’intravede, talvolta, uno spicchio di cielo,
le sue scure facciate e l’asfalto del suolo
hanno spento i miei tiepidi sogni primaverili.
Quanto vagai da quelle parti, sbadata ed intrisa
nel vapore grigiastro, lento, che le decora,
Della loro monotonia la mia anima soffre tutt’ora
– Alfonsina! – non chiamare. Ormai non rispondo a niente.
Se in una delle tue case, Buenos Aires, morirò
osservando in giorni autunnali il tuo cielo recluso
per me non sarà una sorpresa la tua lapide pesante.
Che tra le tue strade dritte, unte dal suo fiume
spento, plumbeo, desolante e ombroso,
quando vagai da quelle parti, già stavo sottoterra.
(da Ocra, 1925)
De POEMAS DE AMOR
Da POESIE D’AMOREVIPor sobre todas las cosas amo tu alma. A través del velo de tu carne la veo brillar en la oscuridad: me envuelve, me trasforma, me satura, me hechiza. Entonces hablo para sentir que existo, porque si no hablara mi lengua se paralizaría, mi corazón dejaría de latir, toda yo me secaría deslumbrada.VIAl di sopra di tutto amo la tua anima. Attraverso il velo della tua carne la vedo brillare nell’oscurità: mi avvolge, mi trasforma, mi satura, mi affascina. Allora parlo per sentire che esisto, perché se non parlassi la mia lingua si paralizzerebbe, il mio cuore smetterebbe di palpitare, tutta mi disseccherei abbagliata.LIISiete veces hicimos en media hora el mismo camino. Íbamos y volvíamos al lado de la verja de un jardín, como sonámbulos. Respirábamos la humedad nocturna y olorosa que subía de los canteros y, como de pálidas muertes de ultratumba, por entre los troncos negros de los árboles, veíamos, por momentos, la carne blanca de las estatuas.
LII
Sette volte facemmo in mezz’ora lo stesso tragitto. Avanti e indietro di fianco all’inferriata di un giardino, come sonnambuli. Respiravamo l’umidità notturna e odorosa che usciva dalle pietre e, come pallide morti dell’oltretomba, in mezzo ai tronchi neri degli alberi, vedevamo, a tratti, la carne bianca delle statue.
YO EN EL FONDO DEL MAR
En el fondo del mar
hay una casa
de cristal.
A una avenida
de madréporas
da.
Un gran pez de oro,
a las cinco,
me viene a saludar.
Me trae
un rojo ramo
de flores de coral.
Duermo en una cama
un poco más azul
que el mar.
Un pulpo
me hace guiños
a través del cristal.
En el bosque verde
que me circunda
-din don… din dan…-
se balancean y cantan
las sirenas
de nácar verdemar.
Y sobre mi cabeza
arden, en el crepúsculo,
la erizadas puntas del mar.
IO SUL FONDO DEL MARE
In fondo al mare
c’è una casa
di cristallo.
A una strada
di madreperle
conduce.
Un grande pesce d’oro,
alle cinque.
mi viene a salutare.
Mi porta
un ramo rosso
di fiori di corallo.
Dormo in un letto
un poco più azzurro
del mare.
Un polipo
mi fa l’occhietto
attraverso il cristallo.
Nel bosco verde
che mi circonda
– din don… din dan… –
dondolano e cantano
le sirene
di madreperla verdemare.
E sulla mia testa
ardono, al crepuscolo,
le ispide punte del mare.
Traduzione dallo spagnolo di Alessio Brandolini.
OPERE DI ALFONSINA STORNI
La inquietud del rosal (1916)
El dulce daño (1918)
Irremediablemente (1919)
Languidez (1920)
Ocre (1925)
Poemas de amor (1926)
Mundo de siete pozos (1934)
Mascarilla y trébol (1938)
Antología poética (1938)
Poesías completas (1968)
in Italia sono state pubblicate le antologie:
Vivo, vivrò sempre e ho vissuto (2008, Ulivo)
Utratelefono – poesie (1997, Noubs)
Poemas de amor (1988, Casagrande)
Biografia della Poetessa Alfonsina Storni
ALFONSINA STORNI, Poetessa Argentina
Alfonsina Storni- nata a Sala Capriasca (Svizzera), 1892 – morta a Mar del Plata (Argentina), 1938-
Alfonsina Storni-è una figura leggendaria in Argentina e in tutto il Sud America. Pochi possono reggere il confronto con il mito nato intorno alla sua vita e alla sua morte – forse la messicana Frida Kahlo, di quindici anni più giovane, anche lei figlia di un immigrato. I primi anni da espatriata, la sua fama di poetessa ribelle e di declamatrice carismatica (oggi diremmo performer), la sua condizione di militante socialista e di madre nubile, le sue rubriche ora impegnate ora poetico-sperimentali, la sua audacia di fronte ai grandi interrogativi della modernità, le riflessioni sulla vita nella metropoli e in una società sopraffatta dalle migrazioni, e poi l’autodeterminazione dimostrata fino alla morte (si suicida, ammalata di cancro, il 25 ottobre 1938 a Mar de Plata), il suo congedarsi dal mondo con la poesia Voy a dormir (Vado a dormire) e, infine, la canzone Alfonsina y el mar (Alfonsina e il mare), resa celebre da Mercedes Sosa: tutto questo ha fatto di Alfonsina Storni un simbolo per generazioni di latino-americani. Lei stessa giudicò alquanto irrilevanti le dicerie che correvano sulla sua persona. Si considerava un’artista della parola e voleva essere letta. Fu poetessa, elzevirista, saggista, autrice di testi teatrali e regista. Alfonsina Storni, nata il 29 maggio 1892 a Sala Capriasca, un paesino vicino a Lugano, era emigrata con la sua famiglia nel 1896. Ottenuto un diploma di “maestra rural” (‘maestra nelle scuole di campagna’), divenne a Buenos Aires una selfmade woman. Nel 1912 nacque suo figlio Alejandro (Storni non ha mai rivelato il nome di suo padre). Nella sua veste di madre nubile, di immigrata e di socialista, compose poesie, si fece strada con il suo primo volume di poesia (1916), fu la prima scrittrice a entrare negli ambienti culturali e intellettuali della capitale, insegnava in una scuola di teatro per bambini, al Conservatorio de Musica y Declamación a Buenos Aires e altre scuole per ragazzi e adulti: «Sono una donna del XX secolo», disse di sé. Ha scritto sempre in spagnolo; l’unica frase in italiano che ci resta di lei si trova in un telegramma che da Parigi, il 25 febbraio 1930, mandò ai parenti in Svizzera: «Ancora abbraccio tutti. Alfonsina». La sua attività di poetessa la portò a frequentare Gabriela Mistral, Pablo Neruda e Federico García Lorca. Fu autrice di elzeviri per giornali e riviste, nei quali demolì la convinzione, diffusa all’epoca, che le donne dovessero sposarsi e crescere i figli senza aver prima potuto maturare una propria esperienza di vita. Fu anche autrice di opere teatrali e scrisse pièce d’avanguardia in cui sperimentò forme di rottura dell’illusione scenica. A lei si devono i primi testi teatrali per l’infanzia, che spogliò dai pregiudizi ideologici. Inoltre, in qualità di regista, docente di recitazione e guida spirituale, organizzò e diresse laboratori teatrali per bambini. Ma è come poetessa che viene ricordata, e generazioni di alunni argentini hanno imparato a memoria le sue poesie.
Storni pubblicò nove raccolte di poesie, fra il 1916 e il 1938, e ancora oggi viene ricordata come poetessa, non come prosatrice o autrice di testi teatrali per adulti e bambini. Fra il 1919 e il 1921 pubblicò settimanalmente una crónica (cioè un reportage narrativo) nel settimanale «La Nota» e nel prestigioso quotidiano «La Nación»; firmò la maggior parte dei suoi pezzi con lo pseudonimo Tao Lao, ad eccezione di alcuni che siglò con il suo nome. Con questa sua doppia identità giornalistica espresse la propria visione della vita in testi che si collocavano a metà tra finzione letteraria e giornalismo: un genere ibrido destinato a diventare straordinariamente importante nella letteratura latino-americana.
“Trovate la signora voluminosa sul sedile di una metropolitana. Ce l’avete davanti, a portata di bisturi. La signora voluminosa non è sola. Seduto accanto a lei c’è un uomo, il marito. Rasenta i quarantacinque, la signora, e l’età la discolpa dagli sguardi intemperanti e acuminati, verso di te che ne hai venti, non sei adiposa e hai buon umore e allegria da vendere. Allora immagini una storia.” (Alfonsina Storni, La Nota, 1 agosto 1919; in: Cronache, 2017)
La metropoli era il regno di Storni, che aveva un fiuto formidabile e uno sguardo straordinariamente acuto per cogliere e descrivere i modelli di vita urbani, la propensione al consumo e la maniera in cui uomini e donne si mostravano in pubblico. Con la sua penna graffiante ritraeva tipi di donna e di uomo a caccia del sesso opposto, tratteggiava scenette agli angoli delle strade, in auto, in metrò o in tram, e discorreva di moda, stili di vita e tango. Osservava le persone che popolavano la giungla d’asfalto, gli abitanti della capitale (porteños), impegnati nel lavoro o intenti a vagare per le vie della città, gli immigrati, le giovani donne dedite allo shopping, le madri con i figli, le famiglie al parco e le coppie alle serate danzanti. Metteva in luce il vero e il falso splendore degli anni Venti a Buenos Aires. Storni aveva sviluppato qualità letterarie che avevano fatto di lei un’elzevirista dotata di uno stile inconfondibile. Con lo pseudonimo Tao Lao praticò un giornalismo undercover, penetrò nel mondo delle acquerelliste a cottimo e delle lucidatrici di mobili e scrisse sfavillanti satire sulle condizioni di lavoro riservate alle donne argentine alla loro prima esperienza. Affrontò il tema della dura competizione tra i sessi e quello della professionalizzazione, effettiva o apparente, con cui uomini e donne dovevano fare i conti.
“Nella terra d’origine, l’emigrata aveva una personalità: si chiamava María, Juana o Rosa, ed era uno dei sei o sette membri della sua famiglia. Risultava il fiore di un piccolo giardino, una possibilità e una promessa (…). Gli alberi dei viali parevano dire: quella che sta passando si chiama María, o Juana, o Rosa… Gli alberi di Buenos Aires, invece, dicono che colei che passa è un libretto di risparmio.” (Tao Lao, La Nación, 1 agosto 1920, da: Cronache, 2017
Pur vivendo in una grande città, Storni provava nostalgia per la natura. I suoi quadri in prosa, come anche le sue poesie, parlano del tributo che il vivere in città richiede agli uomini che si muovono in flussi di pendolari. Buenos Aires esplodeva letteralmente e, nei primi decenni del Novecento, il rapporto fra centro e periferia cambiava senza sosta. Metropoli di una società di immigrati provenienti da tutta Europa, Buenos Aires era divenuta per lei un «gigante» dagli occhi di vetro. Immigrata lei stessa, disegnò con penna ora pungente ora poetica gli effetti della deformazione di una città, il cui carattere ortogonale non si fermava nemmeno di fronte alle lacrime umane. Con perspicacia descrisse anche gli effetti che la spinta al conformismo aveva sulle donne e che si palesava nel logoramento psichico e mentale, nella spersonalizzazione e nella tendenza all’emulazione. Storni mostrava invece una sincera ammirazione per tutti coloro che se ne infischiavano delle convenzioni sociali e che, a posizioni di privilegio, preferivano esercitare quella libertà d’azione capace di guidare la «macchina» sociale verso nuove strade. Fra il 1894 e il 1930 negli Stati Uniti si diffuse il modello della «new woman», la cui presenza nei nuovi media e, in particolare, nel mondo della pubblicità, scatenò controversie sul piano socio-politico. Alfonsina Storni fu, in Argentina e in America Latina, una delle figure che si fecero contagiare per prime da questa scintilla, diventando così tedofore della donna moderna – anche se lei non avrebbe mai rivendicato per sé un‘immagine tanto stilizzata.
Quando, nel 1929, Virginia Woolf pubblicò A Room of One’s Own (Una stanza tutta per sé) – un’arringa in favore di uno spazio economico, intellettuale e poetico da riservare delle donne scrittrici –, Storni vantava già quasi due decenni di esperienza di un «proprio spazio»: uno spazio un po’ eccentrico, come afferma nel suo testo Cicaleccio: “Dovremmo definirci le fuori-posto. Stiamo come fuori dal centro. Non ci inseriamo come si deve in nessun ambiente. Alcuni ci stanno stretti, altri larghi”.
Storni voleva essere una donna-uomo – ambiva a diventare una donna autonoma e rivendicava per sé una «morale virile», come spiegò in più di un’intervista. Fu il germe dell‘autonomia a rendere così preziosi ai suoi occhi i bambini: osservò in loro capacità espressive immediate e incorrotte e una saggezza genuina, costantemente minacciata dal mondo adulto. Inoltre, come intellettuale presente sulla scena pubblica, spezzò una lancia a favore dell’apertura e della tolleranza in anni in cui un numero sempre minore di intellettuali osava schierarsi. Dialogò con i morti, si mise all‘ascolto del battito della Terra e fu un’autrice inconfondibile, unica per i suoi tempi.
Sensibile al proprio tempo e alle spinte della contemporaneità, Storni provoca le sue lettrici e i suoi lettori e suscita il loro smarrimento. Rimprovera gli indolenti, provoca i mentalmente pigri e li incita ad avere il coraggio di pensare con la propria testa. Il linguaggio espressionista, talora surrealista, di Alfonsina Storni caratterizza le sue rubriche. Le crepuscolari è ad esempio un testo in cui l’individuo è assente. Gli esseri umani sembrano animali che diventano attivi solo ad un dato momento. Come cittadini e consumatori, sono una massa e un’onda che invade le strade e si riversa nei negozi. Sono prigionieri delle cose: delle scarpe, di un ascensore… E sono dei manichini a guidare le visitatrici di una sfilata di moda.
Nel 1935 le fu diagnosticato un cancro al seno; Storni si sottopose a un‘operazione, ma la malattia non si fermò. Nel 1938 maturò in lei la decisione di porre fine alla propria esistenza. L’arte di vivere e quella di morire non devono venir distinte l’una dall‘altra, come dice la protagonista della sua pièce teatrale Polixena y la cocinerita (Polissena, la piccola cuoca) (1932). Nella sua ultima poesia, Voy a dormir, Storni incoraggia le lettrici e i lettori a interpretare il suicidio del 25 ottobre 1938 come una decisione tanto naturale quanto l’andare a dormire. Il tempo, ha detto la poetessa nella prefazione al suo ultimo libro, scritto poco tempo prima di togliersi la vita, fa ordine nell’opera di uno scrittore: elimina qualcosa, mantiene qualcos’altro. «Il tempo ci fa cadere sopra badilate di terra, e va bene così». Ma il tempo continua a tenere in mano il badile, seppellisce dei nomi, ma ne dissotterra altri. Tra questi ultimi, e noi oggi lo sappiamo, c’è il nome di Alfonsina Storni.
Fonti, risorse bibliografiche, siti
Alfonsina Storni: Cronache da Buenos Aires. A cura di Hildegard Elisabeth Keller. Traduzione di Marco Stracquadaini. Bellinzona: Edizioni Casagrande 2017
Alfonsina Storni, Una lacrima quadrata, Napoli, ilfilodipartenope 2014
Alfonsina Storni, CHICAS. Curato e tradotto da Hildegard E. Keller, prefazione di Georg Kohler, Zurigo, Edition Maulhelden 2021
Alfonsina Storni, CUCA. Curato e tradotto da Hildegard E. Keller, prefazione di Elke Heidenreich, Zurigo, Edition Maulhelden 2021
Alfonsina Storni, CARDO. Curato e tradotto da Hildegard E. Keller, prefazione di Denise Tonella, Zurigo, Edition Maulhelden 2021
Alfonsina Storni, CIMBELINA. Curato e tradotto da Hildegard E. Keller, prefazione di Daniele Finzi Pasca, Zurigo, Edition Maulhelden 2021
Alfonsina Storni, Senza Rimedio, curato e tradotto da Lucia Valori e Rosaria Lo Russo, postfazione di Martha Canfield, Firenze: Edizioni Le Lettere 2011
Alfonsina Storni, Vivo, vivrò sempre e ho vissuto. Poesie (1892-1938), testo spagnolo a fronte, a cura di Franca Cleis e Marinella Luraschi Conforti, Balerna, Edizioni Ulivo 2008
Alfonsina Storni, Ultratelefono, curato e tradotto da Pina Allegrini, Chieti, Noubs 1997
Alfonsina Storni, Poemas de amor, testo spagnolo a fronte, a cura di Franca Cleis, Marinella Luraschi e Pepita Vera, traduzione di Augusta López-Bernasocchi, introduzione di Beatriz Sarlo, Bellinzona, Edizioni Casagrande (1988) 2002
Roma Municipio XIII-Castel di Guido e l’improbabile soggiorno di Franz Kafka-
Franz Kafka
Roma Municipio XIII-Castel di Guido. Va in scena la Compagnia del “Teatro Pretesto” con lo spettacolo : “Il Castello, il Processo e la Metamorfosi” tratto dai tre capolavori di Franz Kafka. Qui, a Castel di Guido, nella periferia di una Mamma Roma pasoliniana, un cittadino potrebbe essere catapultato nel mezzo del romanzo “ Il Processo” ed essere imputato e poi condannato da un “Ente Assurdo”, senza una colpa “chiara”, e ritrovarsi in un labirinto pieno di punti interrogativi. Forse Albert Camus con il suo “Mito di Sisifo” ci potrebbe suggerire la ricerca di un senso al perché dell’esistenza di questo “Assurdo Ente”. All’apertura del sipario sono subito entrati in scena gli attori , stelle della supercazzola, della Compagnia di giro.
Gli attori dell’Opera tragicomica , dopo l’overture con l’ assolo per trombone, suonato da un famoso “Tirabusciò” che sembra un personaggio” evaso” da un fumetto in vendita nell’edicola del ridicolo ,hanno iniziato la loro performance.
Entra in scena “er sola”che avanza verso il pubblico con il viso in penombra, aiutato da un cappello calato sulla fronte. Il guitto, detto“er sola”, si è esibito nel famoso “raglio del somaro”. Bravissimo! sette più. Si è fatto notare il sempre presente e oramai famoso Gregor, lo scarafaggio della “Metamorfosi”.
Poi c‘è stato un fuori contesto, o fuori di testa, del “sor cocime l’ova” il quale ha introdotto Verdi e il suo Rigoletto cantando l’aria :”Cortigiani vil razza dannata “ ma , per fortuna, subito zittito dal controcanto dell’angolo opposto all’ipotenusa che ha intonato il coro “da curva” il famosissimo brano “nun ce rompe er caxxo!” un testo le cui parole sono mutuate, se volete estrapolate e “rivisitate”, dal noto “inciso” di Monsignor della Casa e più volte citato e ripreso da Baldassarre Castiglione nel “Cortigiano”, non nell’edizione della famosa “cinquecentina” ma in quella, meno famosa, del 1700, questa nota per chiarire e per la precisone.
L’abborracciato e l’ascaro servente sono due attori “per caso” che ,in attesa di entrare in scena,mangiavano pane e formaggio, innaffiando il pasto con il classico “bicchier di vino” che poi si è scoperto essere solo latte.
Nel conciliabolo di varie comparse, noti “Sandaloni” di Cinecittà, il tema in discussione era il perché di questa complessa sceneggiatura :”Così male argomentata e poi quel fil di fumo ancora presente ” . Nell’angolo del palco , in fondo e in penombra ,con la testa tra le mani, c’era il tipico attore dal fare “intellettualoide” che voleva recitare la celebre poesia di Gregory Corso “…..Mamma … il leone …”ma non trovava la tonalità , il famoso “LA”, per immergersi nell’atmosfera da Beat Generation. Debbo umilmente chiedere scusa a Kafka per aver utilizzato i suoi capolavori ma, forse, non in maniera che possa definirsi impropria.
Franz Kafka
Come incontrai Kafka a Castel di Guido?
L’incontro con Franz Kafka è di pura fantasia. Se cammini per la Campagna Romana potresti avere il piacere di incontrare i più vari personaggi, alcuni sono famosi , altri meno e altri, ahimè, soltanto , come dire , fastidiosi . Non molto tempo addietro, mentre camminavo per la strada alberata che attraversa l’Azienda Agricola Comunale sì quella asfaltata, sul ciglio lato Roma ho intravisto , appoggiato ad un eucaliptus , un signore vestito di tutto punto ho notato subito che indossava una bella cravatta ed un cappello a bombetta , sicuramente fuori moda, le scarpe nere erano ricoperte da un velo di polvere, questo particolare lo notai quando mi avvicinai a lui. Riconobbi subito il grande scrittore Kafka il quale rispose al mio saluto con voce sicura e con un italiano perfetto , ma con una sottile cadenza straniera. Iniziammo a parlare e ,dopo uno scambio di convenevoli di rito, Kafka mi disse che si trovava nell’Azienda Agricola Comunale e lo scopo della sua presenza era per chiarire dei suoi dubbi nati dopo aver visto una serie televisiva dal titolo “Tutti pazzi per amore”, prodotta da Rai Fiction e trasmessa in Italia nel 2008 . Protagonisti della serie erano due agrimensori e molte scene furono girate a Castel di Guido . La domanda che si poneva Kafka era se gli agrimensori, protagonisti maschili della fiction, fossero simili al protagonista del suo romanzo “Il Castello”, risposta che non ero in grado di dare anche se avevo assistito da spettatore e fotografato alcune scene durante le riprese della fiction .Un particolare che ricordo e ho notato fu che gli attori protagonisti non avevano dimestichezza con gli strumenti topografici i quali sono essenziali per un agrimensore professionista .Con l’occasione dell’incontro ho voluto anche chiarire ed informare Kafka chi era la persona che scopri e fotografo per primo la sua tomba a Praga. Raccontai a Kafka che a scattare la foto fu il mio amico , famosissimo fotoreporter, Antonio Sansone mentre era al lavoro per produrre un fotoreportage sulla “Primavera di Praga” nel 1968. La foto della tomba di Kafka, credo di ricordare, fu poi pubblicata dal Corriere della Sera. Parlammo di Ottla Kafka, sorella di Franz Kafka, la quale nel 1942 fu deportata nel ghetto di Theresienstadt. Lì Ottla non si arrese. Lavorò, aiutò e sostenne gli altri, in particolare i bambini. Poi, l’atto finale. Si offrì volontaria per accompagnare un gruppo di bambini sul treno verso Auschwitz. Condivise la loro paura, la loro tenerezza e il loro ultimo viaggio. Morì nella camera a gas il 7 ottobre 1943. Parlammo anche del Campo di Lavoro di Castel di Guido istituito dal fascismo. Comunque questa è un’altra storia che avrò modo di pubblicare con ,a corredo, alcuni documenti d’archivio. Ma, si domanderà il lettore attento, il Processo e la sua Metamorfosi, andati in scena a Castel di Guido, com’è stato il finale? Bene, l’arlecchinata istaurata dall’ipotetica e rabberciata “Compagnia di Giro” è terminata nel nulla e, quindi, la Ragione e Concretezza sono in essere e pronte a difendere, con strumenti democratici, la Campagna Romana e i suoi abitanti.
Franz Kafka
N.B. -L’articolo è una sintesi, con molti tagli , di un mio racconto lungo tratto da Murales & Fotoreportage dalla Campagna Romana.
Franco Leggeri- Direttore Editoriale dei Quaderni della Campagna Romana
Scherzi della memoria. Charles John Beckwith e i valdesi-Articolo di Giorgio Guelmani-
Il 2 ottobre 1789 a Halifax (Canada) nasce Charles John Beckwith. Seguendo le orme del padre, entra a quattordici anni nell’esercito britannico. Il 18 giugno 1815, durante la battaglia di Waterloo, a causa di una cannonata perde la gamba sinistra. Rimane a mezza paga nell’esercito con il grado di colonnello (generale dal 1846) e torna a Halifax, dove fonda la prima Scuola domenicale anglicana della città. Nel 1826 è a Londra per rendere visita al suo ex comandante, il duca di Wellington.
Charles John Beckwith
Mentre attende in anticamera, posa gli occhi su un opuscolo del pastore William Stephen Gilly, Narrazione di un viaggio nelle montagne del Piemonte, che gli fa scoprire la storia del popolo valdese. Nell’autunno 1827 visita per la prima volta le valli valdesi. Vi torna ogni anno, da ottobre a maggio tra Torre Pellice e Luserna, fino al 1850, quando si stabilisce a Torino. Poiché il sistema diffuso delle Scuole valdesi (tredici scuole parrocchiali e circa centoventi nelle borgate) aveva bisogno di un forte rinnovamento strutturale e didattico, dà impulso alla costruzione di quelle che oggi sono note come “scuolette Beckwith”. Con Gilly promosse la costituzione del Collegio valdese di Torre Pellice e del Pensionnat femminile. Finanziò la costruzione di numerosi templi nelle Valli.
Nel 1850 sposò la ventiquattrenne Carolina Volle, di Luserna. Convinto dell’origine apostolica e della vocazione missionaria dei Valdesi, Beckwith propose che, sull’esempio della chiesa anglicana, il moderatore assumesse la carica a vita come un vescovo. La proposta, avversata dai pastori più giovani (e, sottobanco, dalle autorità sabaude che temevano finisse per rafforzare la Chiesa valdese), fu affossata prima del Sinodo del 1839. Analoga sorte toccò, nel 1851, all’idea di adottare il Book of Common Prayer come base della liturgia. Beckwith, amareggiato, rifiutò di partecipare all’inaugurazione del tempio di Torino (1853) per cui tanto si era speso. Morì a Torre Pellice il 19 luglio 1862.
Articolo di Giorgio Guelmani-Fonte-Riforma.it – Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.
Charles John Beckwith
John Charles Beckwith
John Charles Beckwith (2 ottobre 1789 – 19 luglio 1862) colonnello e in seguito generale dell’esercito inglese, per un trentennio preparatore e accompagnatore della transizione dei Valdesi da Chiesa del ghetto alpino a Chiesa dell’evangelizzazione.
Charles John Beckwith
Biografia
John Charles Beckwith -Nato a Halifax (Canada) dove la famiglia era emigrata dall’Inghilterra, era figlio di un giudice ma proveniva da una stirpe militare nel cui solco iniziò molto presto a camminare. Militare dall’età di quattordici anni, partecipò alle guerre napoleoniche, tuttavia con la battaglia di Waterloo (1815) che chiuse l’avventura di Napoleone, si concluse anche la sua carriera militare. Perse sul campo una gamba e ricevette una medaglia e la promozione a colonnello. Rimanendo ufficiale a mezza paga, arrivò comunque al grado di generale (1846).
Venuto a conoscenza dell’esistenza della Chiesa Valdese nel 1827, quando la sua nuova vita di invalido non aveva ancora trovato un chiaro orientamento, si dedicò per il resto della sua esistenza a migliorare le condizioni di una popolazione travagliata dalla miseria e di una chiesa impreparata alla futura emancipazione. Dopo una breve visita alle Valli valdesi nel 1827, trascorse alle Valli, e poi a Torino, gran parte della sua vita tornando in patria quasi sempre nel periodo più caldo, da maggio a ottobre.
Per prima cosa riconobbe la necessità di migliorare il sistema delle Scuole valdesi, già molto diffuso (comprendente tredici scuole parrocchiali nei centri e circa centoventi scuole quartierali disseminate nelle borgate di ogni comune) ma bisognoso di un forte rinnovamento strutturale. In poco meno di un ventennio sostituì alle stalle e a locali malsani e inadatti decine di nuovi edifici funzionali; contribuì al rinnovamento didattico con materiali importati dall’Inghilterra; ottenne un sensibile incremento nel trattamento economico dei maestri organizzando nello stesso tempo per loro dei “corsi di aggiornamento” presso la Scuola normale (magistrale) di Losanna e dei corsi intensivi di italiano nelle Valli.
Contemporaneamente, insieme a William Stephen Gilly, contribuì alla costituzione del Collegio valdese di Torre Pellice come scuola secondaria superiore propedeutica allo studio della teologia per i candidati al ministero pastorale e all’avviamento ad altre professioni presso Università estere. Di sua iniziativa esclusiva fu invece l’istituzione di una Scuola Superiore Femminile (Pensionnat), attivo dal 1837 a Torre Pellice che formerà una serie cospicua di istitutrici e di maestre.
Di grande rilievo fu anche l’attività edilizia del benefattore inglese. Accanto all’impegno per le scuole, egli curò la costruzione del tempio di Rodoretto (1845), di Rorà (1846), di Torre Pellice (1852) e di Torino (1853). Altri interventi riguardarono la costruzione di una sede propria per il Pensionnat (attuale Casa Beckwith della Foresteria valdese), delle “Case nuove” come residenze per i professori del Collegio (1847) e dei presbiteri di Rodoretto (1847) e di Prali (1850).
Accanto alla beneficenza verso singoli e comunità, si occupò anche di quella più istituzionale. Nel 1846 promosse il rinnovamento dell’Ospedale valdese di Torre Pellice (fondato nel 1824) ottenendo la riorganizzazione dell’amministrazione con l’aiuto di diaconesse svizzere che si succedettero via via seguendo lo sviluppo dell’ospedale di Torre Pellice e di quello di Pomaretto autorizzato dal governo sabaudo a partire dal 1838.
Il 20 giugno 1850 sposò a Torino la giovane Carolina Volle (1826-1894), con la quale ebbe Charlotte (1863-1927).
Beckwith favorì l’orientamento della Chiesa Valdese verso l’Italia sollecitando e sostenendo l’invio di un professore del Collegio, Bartolomeo Malan (1836) in Toscana per l’apprendimento dell’italiano, lingua mal conosciuta nella élite valdese di quel tempo, del tutto francofona. Ugualmente, nell’autunno del 1848, anno della conseguita emancipazione dei Valdesi, allo stesso scopo finanziò il soggiorno di quattro pastori, sempre in Toscana: lo stesso Bartolomeo Malan, insieme a Giovanni Pietro Meille, Giovanni Francesco Gay, Bartolomeo Tron, richiedendo loro, dopo il loro ritorno, corsi intensivi di italiano per i maestri. E’ noto lo slogan con cui, nel gennaio del 1848, prospettò ai Valdesi il futuro che li attendeva una volta ottenuta la piena cittadinanza civile agli albori del Risorgimento: “O sarete missionari o non sarete nulla”.
L’opera di Beckwith a favore dei Valdesi fu estremamente generosa e del tutto disinteressata. Ma come spesso accade il dono non fu esente dal desiderio del donante che il donatario diventasse più simile a lui. Per la sua formazione anglicana, la struttura presbiteriana dell’amministrazione e del culto gli appariva inadeguata. Propose quindi ai Valdesi due sostanziali cambiamenti: che il Moderatore della Tavola Valdese, anziché ricevere un incarico a termine, diventasse il portatore di un incarico a vita, fosse cioè un vescovo pur sotto il nome di moderatore (1837-38); e che la Chiesa Valdese si dotasse di una liturgia che guidasse la vita cultuale della chiesa come dell’individuo in modo unitario e simile all’uso anglicano del Book of common prayer (1850-51). Né l’una né l’altra proposta furono accettate, la prima discussa e la seconda ignorata, senza che neppure arrivassero sulla scena dell’assemblea decisionale valdese, nei Sinodi del 1839 e 1851. Beckwith fu molto amareggiato per questi taciti rifiuti, soprattutto per il secondo. Così, dopo l’inaugurazione del tempio di Torino (1853) che costituiva il culmine della sua opera per i Valdesi, la interruppe.
Morì a Torre Pellice il 19 luglio 1862.
Fonti archivistiche
Archivio della Società di Studi Valdesi (in ATV), Fondo Carte famiglia Beckwith John Charles.
Archivio della Tavola Valdese (in ATV), Serie V, Corrispondenza, fascicoli 3-21 (1826-1862).
Pubblicazioni principali
Beckwith, Saggio di liturgia secondo le dottrine della Santa Scrittura ad uso dei semplici, Pinerolo, G. Chiantore, 1850.
Bibliografia
Obituary. Major-General Beckwith, in «The Gentleman’s Magazine», vol. 213, luglio-dicembre 1862. Annual register, 1862. Deaths: John Charles Beckwith, in «The Annual Register, or a view of the History and Politics of the year 1862», Londra, Rivington, 1863.
J. P. Meille, Le général Beckwith: sa vie et ses travaux parmi les vaudois du Piémont, Losanna, G. Bridel, 1872.
J. Jalla, Le général Beckwith, Monografie edite in occasione del XVII febbraio, Società di Studi Valdesi, 1927.
G. Ashdown, The general with the wooden leg; Londra, Protestant Alliance, 1980.
“O sarete missionari o non sarete nulla”: Charles Beckwith 1789 – 1989. Atti del Convegno promosso dall’Associazione F. Lo Bue a Torre Pellice, 22 luglio 1989, Torre Pellice, Tipografia Subalpina, 1989.
A. Comba, Gilly e Beckwith tra i valdesi, Monografie edite in occasione del XVII febbraio, Società di Studi Valdesi, 1990.
Hermann Hesse-Poesie-Premio Nobel per la letteratura nel 1946-
Hermann Hesse-Scrittore tedesco (Calw, Württemberg, 1877 – Montagnola, presso Lugano, 1962). Autore tra i più significativi della prima metà del Novecento, nelle sue opere esplorò i territori della ricerca spirituale individuale spingendosi oltre ogni convenzione culturale e letteraria. Influenzato di lontano dal pietismo fiorito nella patria sveva, si rivolse al mondo orientale alla ricerca di un’umanità purificata, al di là dei contrasti del mondo moderno; determinante a tale riguardo fu l’incontro con la psicanalisi. Premio Nobel per la letteratura nel 1946, tra le sue opere più importanti occorre citare Demian (1919), Siddhartha (1922) e Der Steppenwolf (1927).
IO TI CHIESI
Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.
Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.
“Tienimi per mano”
Tienimi per mano al tramonto,
quando la luce del giorno si spegne e l’oscurità fa scivolare il suo drappo di stelle…
Tienila stretta quando non riesco a viverlo questo mondo imperfetto…
Tienimi per mano…
portami dove il tempo non esiste…
Tienila stretta nel difficile vivere.
Tienimi per mano…
nei giorni in cui mi sento disorientato…
cantami la canzone delle stelle dolce cantilena di voci respirate…
Tienimi la mano,
e stringila forte prima che l’insolente fato possa portarmi via da te…
Tienimi per mano e non lasciarmi andare…
mai…
Felicità: finché dietro a lei corri
non sei maturo per essere felice,
pur se quanto è più caro tuo si dice.
Finché tu piangi un tuo bene perduto,
e hai mete, e inquieto t’agiti e pugnace,
tu non sai ancora che cos’è la pace.
Solo quando rinunci ad ogni cosa,
né più mete conosci né più brami,
né la felicità più a nome chiami,
allora al cuor non più l’onda affannosa
del tempo arriva, e l’anima tua posa.
CANZONE DI VIAGGIO
Sole, brilla adesso dentro al cuore,
vento, porta via da me fatiche e cure!
Gioia più profonda non conosco sulla terra,
che l’essere per via nell’ampia vastità.
Verso la pianura inizio il mio cammino,
sole mi fiammeggi, acqua mi rinfreschi;
per sentire la vita della nostra terra
apro tutti i sensi in festa.
Hermann Hesse
SCRITTO SULLA SABBIA
Che il bello e l’incantevole
Siano solo un soffio e un brivido,
che il magnifico entusiasmante
amabile non duri:
nube, fiore, bolla di sapone,
fuoco d’artificio e riso di bambino,
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
e tante altre fantastiche cose,
che esse appena scoperte svaniscano,
solo il tempo di un momento
solo un aroma, un respiro di vento,
ahimè lo sappiamo con tristezza.
E ciò che dura e resta fisso
non ci è così intimamente caro:
pietra preziosa con gelido fuoco,
barra d’oro di pesante splendore;
le stelle stesse, innumerabili,
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi
– effimeri-, non raggiungono il fondo dell’anima.
No, il bello più profondo e degno dell’amore
pare incline a corrompersi,
è sempre vicino a morire,
e la cosa più bella, le note musicali,
che nel nascere già fuggono e trascorrono,
sono solo soffi, correnti, fughe
circondate d’aliti sommessi di tristezza
perché nemmeno quanto dura un battito del cuore
si lasciano costringere, tenere;
nota dopo nota, appena battuta
già svanisce e se ne va.
Così il nostro cuore è consacrato
con fraterna fedeltà
a tutto ciò che fugge
e scorre,
alla vita,
non a ciò che è saldo e capace di durare.
Presto ci stanca ciò che permane,
rocce di un mondo di stelle e gioielli,
noi anime-bolle-di-vento-e-sapone
sospinte in eterno mutare.
Spose di un tempo, senza durata,
per cui la rugiada su un petalo di rosa,
per cui un battito d’ali d’uccello
il morire di un gioco di nuvole,
scintillio di neve, arcobaleno,
farfalla, già volati via,
per cui lo squillare di una risata,
che nel passare ci sfiora appena,
può voler dire festa o portare dolore.
Amiamo ciò che ci somiglia,
e comprendiamo
ciò che il vento ha scritto
sulla sabbia.
SULL’AMORE
Si chiama amore ogni superiorità,
ogni capacità di comprensione,
ogni capacità di sorridere nel dolore.
Amore per noi stessi e per il nostro destino,
affettuosa adesione ciò che l’Imperscrutabile
vuole fare di noi anche quando
non siamo ancora in grado di vederlo
e di comprenderlo –
questo è ciò a cui tendiamo.
Hermann Hesse
PERCHE’ TI AMO
Perché ti amo, di notte son venuto da te
così impetuoso e titubante
e tu non me potrai più dimenticare
l’anima tua son venuto a rubare.
Ora lei e’ mia – del tutto mi appartiene
nel male e nel bene,
dal mio impetuoso e ardito amare
nessun angelo ti potrà salvare.
TI PREGO
Quando mi dai la tua piccola mano
Che tante cose mai dette esprime
Ti ho forse chiesto una sola volta
Se mi vuoi bene?
Non è il tuo amore che voglio
Voglio soltanto saperti vicina
E che muta e silenziosa
Di tanto in tanto, mi tenda la tua mano
IL PRINCIPE
Volevamo costruire assieme
una casa bella e tutta nostra
alta come un castello
per guardare oltre i fiumi e i prati
su boschi silenti.
Tutto volevamo disimparare
ciò che era piccolo e brutto,
volevamo decorare con canti di gioia
vicinanze e lontananze,
le corone di felicità nei capelli.
Ora ho costruito un castello
su un’estrema e silenziosa altura;
la mia nostalgia sta là e guarda
fin alla noia, ed il giorno si fa grigio
– principessa, dove sei rimasta?
Ora affido a tutti i venti
i miei canti arditi.
Loro devono cercarti e trovarti
e svelarti il dolore
di cui soffre il mio cuore.
Devono anche raccontarti
di una seducente infinita felicità,
devono baciarti e tormentarti
e devono rubarti il sonno –
principessa, quando tornerai?
Hermann Hesse
VIENI CON ME
Vieni con me!
Devi affrettarti però –
sette lunghe miglia
io faccio ad ogni passo.
Dietro il bosco ed il colle
aspetta il mio cavallo rosso.
Vieni con me! Afferro le redini –
vieni con me nel mio castello rosso.
Lì crescono alberi blu
con mele d’oro,
là sogniamo sogni d’argento,
che nessun altro può sognare.
Là dormono rari piaceri,
che nessuno finora ha assaggiato,
sotto gli allori baci purpurei –
Vieni con me per boschi e colli!
tieniti forte! Afferro le redini,
e tremando il mio cavallo ti rapisce.
SONO UNA STELLA
Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.
Sono il mare che di notte si infuria,
che mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.
Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell’orgoglio e dall’orgoglio tradito,
sono il re senza terra.
Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.
ANNIVERSARIO
Nel suo vecchio splendore ardente
ed in tutto lo sfarzo voluttuoso
oggi si alza davanti a te l’intero sogno
di quella notte calda d’estate.
E tremando di passioni trasognate,
premi disperandoti con feroce ardore
le piene, belle, spesso baciate
e rosse labbra sulla mia immagine.
Hermann Hesse
STANCO D’AMORE
Nei rami s’addormenta cullando
il vento stanco. La mia mano
lascia un fiore rosso sangue
morire lacerato sotto un sole rovente.
Ho già visto fiorire e morire
molti fiori;
vengono e vanno gioie e dolori,
e custodirli nessuno può.
Anch’io ho sparso
nella vita il mio sangue;
non so però, se mi dispiace,
so solo, che sono stanco.
Hermann Hesse
ROSA PURPUREA
Ti avevo cantato una canzone.
Tu tacevi. La tua destra tendeva
con dita stanche una grande,
rossa, matura rosa purpurea.
E sopra di noi con estraneo fulgore
si alzò la mite notte d’estate,
aperta nel suo meraviglioso splendore,
la prima notte che noi godemmo.
Salì e piegò il braccio oscuro
intorno a noi ed era così calma e calda.
E dal tuo grembo silenziosa scrollasti
i petali di una rosa purpurea.
COME PESANO
Come pesano queste giornate!
Non c’è fuoco che possa scaldare,
non c’è sole che rida per me,
solo il vuoto c’è,
solo le cose gelide e spietate,
e perfino le chiare
stelle mi guardano sconsolate
da quando ho saputo nel cuore
che anche l’amore muore.
Hermann Hesse
Biografia di Hermann Hesse-Scrittore tedesco (Calw, Württemberg, 1877 – Montagnola, presso Lugano, 1962). Autore tra i più significativi della prima metà del Novecento, nelle sue opere esplorò i territori della ricerca spirituale individuale spingendosi oltre ogni convenzione culturale e letteraria. Influenzato di lontano dal pietismo fiorito nella patria sveva, si rivolse al mondo orientale alla ricerca di un’umanità purificata, al di là dei contrasti del mondo moderno; determinante a tale riguardo fu l’incontro con la psicanalisi. Premio Nobel per la letteratura nel 1946, tra le sue opere più importanti occorre citare Demian (1919), Siddhartha (1922) e Der Steppenwolf (1927). Figlio di un missionario protestante e della figlia di un missionario cultore di orientalistica, fu anch’egli avviato a studi teologici, che però non concluse. Dedito stabilmente alla letteratura a partire dal 1904, si trasferì in Svizzera, di lì intraprendendo viaggi fra cui particolarmente importante quello compiuto in India nel 1911. Durante la prima guerra mondiale, cui fu avverso quale pacifista e antinazionalista, si occupò di assistenza ai prigionieri. Divenne cittadino svizzero nel 1923. Fra i molti riconoscimenti che ottenne nella seconda parte della sua lunga vita figura anche il premio Nobel per la letteratura (1946). <em>Esordì con Romantische Lieder (1899), iniziando una maniera che ha fatto parlare di lui come dell'”ultimo paladino del Romanticismo”. Seguirono, sotto pseudonimo, Hinterlassene Schriften und Gedichte von Hermann Lauscher (1901), fogli di diario di un sognatore alla ricerca di una via per uscire dal proprio isolamento. Dopo le due biografie Franz von Assisi e Boccaccio (1904), prima autentica affermazione di H. fu il Peter Camenzind (1904). Autobiografico è il successivo romanzo Unterm Rad (1906). Melanconica ironia si nota nei racconti riuniti in Diesseits (1907), Nachbarn (1908), Umwege (1912) e Schön ist die Jugend (1916). Patetiche vicende di esseri umani infelici per naturale disposizione o per altrui incomprensione presentano i romanzi Gertrud (1910) e Rosshalde (1914), fra i quali cronologicamente si colloca il libro di memorie Aus Indien (1913). Al termine della guerra, pubblicava sotto pseudonimo (Emil Sinclair) il romanzo Demian (1919), contro il mondo fatiscente della borghesia. Sulla medesima traccia, ma con toni ancora più spietati specie in ordine alla critica sociale, si pone qualche anno dopo il romanzo Der Steppenwolf (1927), opera fondamentale nel suo genere, biografia di un individuo scisso in una doppia personalità, personaggio emblematico di una civiltà, come quella borghese postbellica, traversata da flussi di follia. Su un’altra linea è invece Siddhartha (1922), che segue la via che il figlio di un bramino percorre verso la purificazione, cui tenne dietro, sospeso fra sogno e realtà, il romanzo di ambiente medievale Narziss und Goldmund (1930). Il racconto surrealistico Die Morgenlandfahrt (1932) preannuncia il romanzo simbolistico Das Glasperlenspiel (1943), opera dal piano assai ambizioso, con un messaggio per la civiltà del futuro che risulta però di difficile decifrabilità. Ha lasciato inoltre altre numerose opere di saggistica, memorialistica, oltre a una vasta produzione lirica cui attese durante tutto il corso della vita (raccolta pressoché definitivamente nei due volumi di Gedichte del 1942 e 1947).
Roma Capitale-Dal 13 ottobre al 29 novembre 2026 la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea ospita la mostra Corpi speciali, dedicata a Luigi & Iango, duo fotografico tra i più autorevoli della scena internazionale contemporanea.
L’esposizione, curata da Francesca Alfano Miglietti e prodotta e organizzata da Tenderstories, gode del patrocinio di Regione Lazio, Roma Capitale e Archivio Storico Istituto Luce.
Roma-Galleria Nazionale d’Arte Moderna
L’esposizione presenta una selezione di oltre 200 fotografie — tra opere inedite e immagini iconiche – nella prima mostra di Luigi & Iango che sviluppa una riflessione sul corpo come luogo di identità, trasformazione e costruzione simbolica del presente. Gli scatti, dedicati a personalità della cultura contemporanea, performer, danzatori e icone internazionali, compongono un atlante umano capace di riflettere le tensioni e le metamorfosi del nostro tempo.
Le opere di Luigi & Iango, selezionate per questa esposizione da Francesca Alfano Miglietti oltrepassano i codici della fashion photography per aprirsi a una dimensione più ampia, in cui il ritratto assume una valenza poetica e politica. Corpi frammentati, sospesi tra vulnerabilità e monumentalità che attraversano lo spazio espositivo in una drammaturgia di luci e ombre che interroga il rapporto tra visione, desiderio e autenticità.
La ricerca visiva del duo si muove in un territorio di confine dove la fotografia supera la semplice rappresentazione e diventa uno strumento critico capace di indagare la condizione del corpo contemporaneo, elaborando immagini che mettono in discussione i meccanismi della visibilità e della costruzione identitaria.
Come sottolinea Francesca Alfano Miglietti: “Al centro del loro lavoro emerge una riflessione sul corpo come spazio politico, poetico e simbolico. Nelle loro fotografie non esiste un’identità stabile o definitiva: la figura umana appare piuttosto come materia in trasformazione, organismo attraversato da tensioni culturali, desideri, vulnerabilità e processi di ridefinizione del sé”.
E prosegue: “L’eredità delle pratiche performative, delle teorie post-identitarie e delle trasformazioni culturali che hanno segnato il secondo Novecento attraversa silenziosamente queste immagini. Luigi & Iango assorbono tali complessità in una grammatica visiva fatta di frammenti, sospensioni e disorganicità, dove il ritratto diventa luogo di rivelazione e insieme di inquietudine”.
Come dichiara Moreno Zani, fondatore di Tenderstories: “La mostra è progettata a partire da una riflessione intorno alla necessità di una fuga poetica fuori dalla spettacolarità, riflessione che diventa ricerca sulla dimensione di un corpo, quello umano, che diventa termometro del tempo contemporaneo, in cui l’identità è una scelta e una possibilità. La dimensione poetica, insieme a quella narrativa, caratterizza tutta l’esposizione”. E ancora: “L’appropriazione di linguaggi diversi – sia specificamente artistici, sia sociali in senso più ampio – fa entrare in collisione i margini dei vari codici, approdando a esiti inattesi. Si organizza così, nella mostra, una complessa drammaturgia ricca di rimandi a varie fonti. A volte sembra indispensabile il recupero della tradizione del reportage, altre volte prevale il richiamo a una poeticità struggente e malinconica, oppure al linguaggio della compassione. La caratteristica di tutte le opere è l’assoluta centralità del dialogo con il reale, poiché ogni opera recupera materiali di vita”
In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo contenente la riproduzione di tutte le opere esposte, un saggio di Francesca Alfano Miglietti, una conversazione della curatrice con gli artisti e ulteriori testi di approfondimento.
Main partner della mostra: ENEL
Partner: Tendercapital Alternative Funds | Lizard | Artemisia Lab
In collaborazione con: Ital Communications | Insideart | Massimo Leonardelli PR | Roma & Partners | èFuoriSala
Sponsor tecnico: Bang & Olufsen
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LUIGI & IANGO, NOTE BIOGRAFICHE
Luigi & Iango (Luigi Murenu e Iango Henzi) sono un duo italo-svizzero. Da quando hanno iniziato a lavorare insieme hanno realizzato più di 300 copertine per varie edizioni delle più importanti riviste di moda internazionali. Il lavoro di Luigi e Iango è stato presentato in diverse pubblicazioni d’arte, cataloghi di mostre ed esposizioni in musei, in particolare alla grande mostra itinerante su Thierry Mugler al Museo delle Belle Arti di Montreal (2019), alla Kunsthal Rotterdam (2020), all’Hypo-Kunsthalle di Monaco (2020), al Musée des arts décoratifs di Parigi (2021), al Brooklyn Museum (2022), e alle personali al Padiglione francese per l’Esposizione Universale 2020 di Dubai e a Palazzo Reale di Milano (2023).
FRANCESCA ALFANO MIGLIETTI
Conosciuta come FAM è docente all’Accademia di Belle Arti di Brera e autrice di oltre venti libri su vari aspetti delle teorie dell’arte contemporanea. Ha curato mostre e convegni in vari musei e gallerie internazionali ed è stata fondatrice e direttrice della rivista Virus Mutations, un punto di riferimento per la cultura della mutazione di inizio millennio.
TENDERSTORIES
Tenderstories è una casa di produzione indipendente, attiva nella creazione di contenuti artistici e cinematografici tra Europa e Stati Uniti. Specializzata in progetti che uniscono arte visiva, fotografia e narrazione, collabora con istituzioni museali e talenti internazionali per produrre mostre ed esperienze culturali ad alto impatto visivo e di contenuto.
Carlos Chávez,compositore e direttore d’orchestra messicano
Carlos Chávez, (nome completo Carlos Antonio de Padua Chávez y Ramírez) (Città del Messico, 13 giugno 1899 – Coyoacán, 2 agosto 1978), è stato un compositore e direttore d’orchestra messicano, teorico della musica, educatore, giornalista e fondatore e direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale. Fu influenzato da culture messicane indigene. Delle sue sei sinfonie, la seconda, o Sinfonía india, che utilizza strumenti a percussione Yaqui nativi, è probabilmente la più popolare.
Carlos Chávez-è stato un compositore e direttore d’orchestra messicano, teorico della musica, educatore, giornalista e fondatore e direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale.
Settimo figlio di una famiglia creola, Chávez nacque a Tacuba Avenue, Città del Messico, vicino al sobborgo di Popotla. Il nonno paterno, José María Chávez Alonso, fu governatore dello stato di Aguascalientes e fu giustiziato per ordine dell’imperatore Massimiliano nel 1864. Il padre, Augustín Chávez, aveva inventato un aratro che fu prodotto e utilizzato negli Stati Uniti, e morì quando Carlos aveva appena tre anni.
Prese le sue prime lezioni di pianoforte dal fratello Manuel che tuttavia lo affidò come allievo di Asunción Parra, Manuel Ponce e Pedro Luis Ozagón per il pianoforte, mentre più tardi Juan Fuentes fu il suo maestro per l’armonia, ma si considerò sempre autodidatta. La sua famiglia si recava spesso in vacanza a Tlaxcala, Michoacán, Guanajuato, Oaxaca e in altri luoghi in cui l’influenza culturale dei popoli indigeni messicani era ancora molto forte.
Nel 1916, Chávez e amici fondarono una rivista culturale, Gladios, e questo portò Chávez a unirsi allo staff del giornale di Città del Messico. El Universal nel 1924. Nei successivi 36 anni scrisse più di 500 articoli di questo giornale.
Dopo la rivoluzione messicana e l’insediamento del presidente Álvaro Obregón, Chávez diventò uno dei primi esponenti della musica nazionalista messicana con balletti su temi aztechi.
Nel mese di settembre 1922, Chávez sposò Otilia Ortiz e andarono in luna di miele in Europa, da ottobre 1922 ad aprile 1923, trascorsero due settimane a Vienna, cinque mesi a Berlino, e otto o dieci giorni a Parigi. Durante l’ultima visita conobbe Paul Dukas. Alcuni mesi dopo, nel dicembre 1923, Chávez visitò gli Stati Uniti per la prima volta, ritornando a marzo 1924. Chávez di nuovo andò a New York nel settembre 1926 e vi rimase fino al giugno del 1928. Al suo ritorno in Messico, Chávez divenne direttore dell’Orquesta Sinfónica Mexicana (Orchestra Sinfonica Messicana), in seguito ribattezzata Orquesta Sinfónica de México (Orchestra Sinfonica del Messico), prima orchestra stabile del paese, avviata dal sindacato dei musicisti. Chávez fu determinante nel portare l’orchestra in tour attraverso le aree rurali del Messico.
Nel 1928, Chávez fu nominato direttore del Conservatorio di Musica Nazionale del Messico, una posizione che tenne per sei anni. In tale veste, Chávez guidò i progetti per la raccolta della musica folk aborigena.
Nel 1937 Chávez pubblicò un libro, Verso una nuova musica, che è uno dei primi libri in cui un compositore parla di musica elettronica. Nel 1938 diresse una serie di concerti con la NBC Symphony Orchestra, durante l’assenza del direttore titolare dell’orchestra, Arturo Toscanini. Nel 1940 realizzò i concerti al Museum of Modern Art di New York e nel 1945 Chávez era arrivato ad essere considerato come il più importante compositore e direttore d’orchestra messicano.
Dal gennaio 1947 fino al 1952, Chávez fu direttore generale dell’Istituto Nazionale di Belle Arti. Nel suo primo anno, fonò l’Orchestra Sinfonica Nazionale, che soppiantò la vecchia OSM come orchestra primaria del Messico e portò allo scioglimento del complesso più vecchio. Per tutto questo tempo, Chávez mantenne un programma di tour internazionali molto impegnato.
Nel maggio 1953 fu incaricato da Lincoln Kirstein, direttore del centro di New York City di Musica e Dramma, di scrivere un’opera in tre atti su libretto di Chester Kallman basato su un racconto di Boccaccio, da intitolare The Tuscan Players. Destinato ad essere finito nel mese di agosto 1954 fu rinviato all’aprile 1955, ma fu finalmente completato solo nel 1956, quando il titolo era stato cambiato già due volte, prima in Pánfilo e Lauretta, poi in El amor propiciado. Il City Center rinunciò ai suoi diritti alla prima rappresentazione, che fu data con il titolo di Panfilo e Lauretta nel Brander Matthews Theatre alla Columbia University di New York il 9 maggio 1957, sotto la direzione di Howard Shanet. La regia era di Bill Butler, la scenografia di Herbert Senn e Helen Stagno, e i costumi di Sylvia Wintle. I principali cantanti erano Sylvia Stahlman, Frank Porretta, Craig Timberlake, Mary McMurray, Michael Kermoyan e Thomas Stewart. L’opera sarebbe stata modificata due volte ancora ed il titolo cambiato di nuovo in Los Visitantes (I visitatori), per le produzioni nel 1968 e nel 1973, rispettivamente a Città del Messico e Aptos, in California. Dal 1958 al 1959 fu il professor Charles Eliot Norton presso la Harvard University, e le conferenze pubbliche che diede furono pubblicate in un libro, Pensiero musicale.
Dal 1970 al 1973 Carlos Chávez fu direttore musicale del Festival di Musica Contemporanea Cabrillo. La sua composizione orchestrale Discovery (1969) era stata precedentemente commissionata dal Festival e fu eseguita lì per la prima volta.
La salute cagionevole e problemi di carattere economico costrinsero Chávez a vendere la sua casa nel quartiere Lomas de Chapultepec di Città del Messico e andare a vivere con la figlia Anita a Coyoacán, nelle frange della capitale messicana, dove morì tranquillamente il 2 agosto 1978.
I manoscritti e i documenti di Carlos Chávez si trovano nella Divisione Musica del New York Public Library for the Performing Arts e presso l’Archivio Nazionale del Messico, a Città del Messico.
Roma -Università la Sapienza-È stata fondata da papa Bonifacio VIII, il 20 aprile 1303, l’università più laica d’Italia: “La Sapienza”; la più grande d’Europa e la ventunesima ed essere nata al mondo.
Un papa che con il concetto di laicità aveva un rapporto molto personale. E cioè grande interesse, attenzione e rispetto, purché anch’essa fosse sottomessa completamente all’autorità religiosa.
A modo suo laicissimo, visto che era più interessato a cultura, politica e turismo ante-litteram che alla spiritualità, non riusciva però proprio a tollerare che tutto questo potesse muoversi autonomamente, senza riconoscere al vicario di Cristo il potere supremo. Mai contrappasso fu più sublime, di un’Università pontificia che oggi ostenta nel nome e nel suo monumento-simbolo una divinità pagana: Minerva, dea della Sapienza, la cui statua troneggia di fronte alla grande vasca nel mezzo della città universitaria e che non bisogna mai guardare – secondo una leggenda studentesca – prima di sostenere gli esami.
Forse fu il più teocratico dei pontefici dell’intera storia della Chiesa, Benedetto Caetani. Era nato ad Anagni, nel Lazio, intorno al 1230 e apparteneva ad una delle famiglie più importanti della Roma medievale che, originaria di Pisa, si spartiva con gli Orsini e i Colonna papi e potere.
Di temperamento energico e dotato di grandi capacità diplomatiche, rese ancora più decisive da una notevole cultura e da profonde conoscenze giuridiche, Benedetto aveva studiato prima a Todi e poi a Bologna, dove si era laureato in Diritto Canonico; poi aveva iniziato la carriera diplomatica in Laterano, prendendo parte anche ad una importante e delicata missione a Londra.
Diventato cardinale a 51 anni e sacerdote dieci anni dopo, nel 1291 era stato in missione in Francia per dirimere una controversia tra clero secolare e ordini religiosi e aveva partecipato a quattro conclavi: quello che aveva eletto Onorio IV nel 1285, quello da cui era uscito papa per la prima volta un frate francescano (Niccolo IV, nel 1288) e poi quello – lunghissimo – seguito alla morte di Nicolò nel 1292 e che era rimasto bloccato due anni a causa della lotta tra le famiglie rivali. Dall’impasse si era usciti quando era venuta fuori l’idea di eleggere una figura completamente al di fuori dei giochi di potere e sicuramente apprezzata dal popolo cristiano: Pietro dal Morrone, monaco eremita con fama di santità, che aveva preso il nome di Celestino V.
Dopo appena 6 mesi di pontificato Celestino, con un gesto del tutto inedito, aveva rinunciato spontaneamente al pontificato. Spontaneamente fino a un certo punto, secondo i suoi sostenitori che poi erano anche i nemici di Bonifacio, accusato di manipolare il papa santo per convincerlo a dimettersi. Quel che è certo è che il cardinale Caetani era diventato quantomeno un autorevole consigliere giuridico per il vecchio eremita finito sul trono più ambito e più scomodo del mondo. E quel che è certo è che appena dieci giorni dopo la rinuncia, i 22 cardinali riuniti in conclave a Napoli (di cui ben 13 erano stati scelti da Celestino) avevano eletto Benedetto, che aveva assunto il nome di Bonifacio VIII.
A scanso di equivoci, la prima cosa che aveva fatto Bonifacio era stata quella di arrestare e chiudere in carcere Celestino, per evitare che i suoi nemici ne facessero un antipapa. Intanto, gran parte del mondo spirituale e intellettuale, accusava il nuovo papa di simonia, ovvero di aver pagato i cardinali che lo avevano eletto.
Convinto assertore della superiorità del potere spirituale su ogni altro potere, dopo aver riportato ordine a Roma, Bonifacio VIII aveva ingaggiato una lotta con il re di Francia Filippo IV il Bello (che gli sarebbe costato il celebre “schiaffo di Anagni”), guadagnandosi – nel frattempo – un posto all’inferno all’interno della Divina Commedia.
Bonifacio VIII indice il giubileo del 1300, Giotto, affresco staccato in San Giovanni in Laterano (Roma)
Era stato proprio lui, nel 1300, a “inventare” il Giubileo moderno, grande evento turistico-spirituale, ma soprattutto segno tangibile della superiorità della Chiesa su qualsiasi altro potere. Solo lei può infatti perdonare ogni colpa e aprire la porte del cielo.
A rimarcare questa assoluta autorità, Bonifacio aveva aggiunto allo stemma papale la tiara pontificia con due corone, a rappresentare il potere temporale e quello spirituale.
Ultimo importante atto di Bonifacio, pochi mesi prima dell’umiliazione di Anagni e della morte, è la fondazione dell’Università di Roma, formalizzata con la bolla In Supremae praeminentia Dignitatis promulgata il 20 aprile 1303.
L’Università era allora un’istituzione ancora giovanissima, ma in piena espansione.
Con il decadere dell’impero romano, a lungo gli unici luoghi di insegnamento erano stati gli studia organizzati presso le sedi vescovili urbane per l’apprendimento dei fondamenti della grammatica e della retorica e la formazione teologica.
Presso alcuni di essi, a partire dalla fine del decimo secolo, un numero crescente di docenti e studenti provenienti da ogni parte d’Europa, aveva dato vita a gruppi di studio (studia generalia), inizialmente organizzati in modo spontaneo, sulla base della nazionalità, ma presto strutturatisi in corporazioni di docenti e studenti delle Universitates magistrotrum et scholarium. La prima a sorgere era stata Bologna nel 1088, alla quale era seguita Oxford nel 1167 e poi Parigi nel 1170. Nel corso del XIII secolo le università si erano andate moltiplicando in Italia, Francia, Inghilterra e nella penisola iberica, dove erano diventate un ponte tra mondo europeo e arabo e, tramite questo, veicolo della riscoperta della cultura greca.
Come tutte le corporazioni di mestieri, le università erano dotate di propri statuti e autonome autorità di governo: assumevano i docenti e organizzavano l’attività didattica in un ciclo introduttivo alle arti liberali (6 anni di frequenza), seguito dagli insegnamenti superiori di Diritto, Medicina (6 anni) e Teologia (8 anni), si preoccupavano di garantire gli alloggi e i locali per la comunità di studenti e maestri e ne curavano gli interessi di fronte all’autorità
Studenti a lezione in un frammento dell’arca di Giovanni da Legnano, Pierpaolo dalle Masegne, 1383, Museo medievale di Bologna
Dopo Parigi erano nate le università di Vicenza (1204), Valencia (1208), Cambridge (1209), Arezzo (1215), Padova (1222), Napoli (1224), Vercelli (1228), Tolosa (1229), Angers (1229), Salerno (1231), Salamanca (1242), Piacenza (1248), Siviglia (1254), Reggio Emilia (1276), Montpellier (1289), Lisbona (1290), Lerida (1300) e Avignone (1303).
A Roma, prima della istituzione dello “studio bonifaciano”, gli istituti di istruzione superiore erano esclusivamente rivolti al clero di Roma. Tra questi c’era la Scuola capitolare Lateranense, a indirizzo teologico e giuridico, destinata alla formazione dei quadri direttivi del governo ecclesiastico, la Universitas Romanae Curiae, istituita a Lione da Innocenzo IV intorno al 1245, aperta agli impiegati della curia, e che, senza sede stabile a Roma seguiva la corte papale “ubicumque Romanam Curiam residere contigerit” a causa di eventi religiosi o politici; gli Studi generali in teologia, tenuti dalla seconda metà del secolo XIII dagli Ordini mendicanti erano invece riservati ai frati. Mancava quindi un centro di studi superiori aperto alla cittadinanza romana e destinato a formare la futura classe dirigente.
Statua di Bonifacio VIII, Arnolfo di Cambio (1298 ca.), Museo dell’Opera del Duomo, Firenze
Bonifacio, che è tra i primi papi ad essersi laureato in un’Università (la prima al mondo, quella di Bologna, appunto) vuole dotare anche la sua città di una struttura simile, capace di offrire una formazione in tutte le discipline e aperta anche ai laici. Laici come lui stesso era stato, dopotutto, fino a 60 anni.
Quella di Roma diventa così la prima università ad essere fondata dall’autorità politica e religiosa e non costituita spontaneamente da un’associazione di studenti e insegnanti.
Bonifacio la chiama “Studium Urbis” (nome ancora oggi utilizzato nello stemma) e la colloca fuori dalle mura vaticane, ubicazione che segna l’inizio di un nuovo rapporto tra la città di Roma e gli studiosi che in essa giungono da tutte le parti del mondo.
L’università municipale di Roma comprende tutte le facoltà con una forte presenza degli studi giuridici. Nasce come istituzione laica ma subisce inevitabilmente le ingerenze del papato risentendo, nei suoi primi decenni di vita, del clima turbolento che i moti politici e gli scontri tra le fazioni guelfa e ghibellina provocano a Roma.
Nella seconda metà del Trecento, lo Studium è costretto a ricorrere a docenti non romani di Legge, Medicina, Grammatica e Logica, non compromessi nelle lotte politiche. I finanziamenti iniziali giungono dalla tassazione del vino forestiero, oltre che dalla munificenza di alcuni nobili romani. Quando la sede pontificia sarà spostata ad Avignone, la gestione dell’università sarà affidata al Comune di Roma.
Lo Studium Urbis acquista man mano importanza e prestigio e dal 1363 riceve dalla città di Roma un contributo stabile. La sede di Trastevere non è più sufficiente; così nel 1431 papa Eugenio IV, per dare all’Università una struttura più articolata, affianca al rettore quattro amministratori e provvede all’acquisto di alcuni edifici nel rione Sant’Eustachio, tra piazza Navona e il Pantheon. In quell’area sorgerà duecento anni dopo l’edificio della Sapienza.
Già nella seconda metà del ‘400, invece, il termine “Sapientia” viene usato nei documenti per indicare l’insieme di scuole e collegi riuniti nello Studium Urbis.
Con Niccolò V (1447-1455), papa mecenate e protettore di studiosi e letterati, il ginnasio attraverserà un periodo di rinascimento delle lettere latine e greche, con maestri illustri quali Lorenzo Valla, fondatore della critica filologica, Poggio Bracciolini, il grande letterato greco Crysoloras, il cardinal Bessarione e il poeta Enea Silvio Piccolomini, divenuto papa con il nome di Pio II.
In un periodo di espansione dell’università, Alessandro VI (1492-1503) ne amplierà la sede e i lavori saranno portati avanti da Pio VIII (1503) e Giulio II (1503-1513).
Nel Cinquecento sarà il figlio di Lorenzo De’ Medici, papa Leone X, a dare un forte impulso all’Università romana, chiamando da tutta Europa studiosi famosi. È a Roma che per la prima volta in Europa vengono introdotte materie come i simplicia medicamenta, base della spagirica, un sistema di cure che a partire dall’energia presente nell’uomo cerca di ristabilirne l’equilibrio turbato dalla malattia. È in quegli anni che lavora nello Studium Urbis Bartolomeo Eustachio, uno dei fondatori della scienza anatomica moderna. Sarà sempre papa Leone X a dare impulso agli insegnamenti storici, umanistici, archeologici e scientifici mentre nel 1592 papa Clemente VIII chiamerà a Roma Andrea Cesalpino che l’anno dopo fornirà la prova della circolazione sanguigna.
Papa Celestino V, oggetto di importanti studi proprio nell’università fondata da Bonifacio VIII, il pontefice che lo fece incarcerare
Sotto l’impulso di Paolo III Farnese (1534-1549), cultore di astronomia e di matematiche, l’università si aprirà inoltre alle scienze e all’archeologia. La crescita continuerà nel Seicento con l’inaugurazione nel 1660 – sotto Alessandro VII – del Palazzo della Sapienza e della chiesa annessa dedicata a Sant’Ivo, protettore degli avvocati. Sarà lo stesso Alessandro VII a fondare la biblioteca universitaria ancora oggi chiamata “Alessandrina”.
Nel 1870, dopo l’unità d’Italia, l’Università passerà al Regno d’Italia e nel 1935 la sede sarà trasferita nella Città piacentiniana, teatro di alcuni dei momenti più importanti della storia politica, sociale e culturale dell’Italia degli ultimi 60 anni. Qui insegnerà infatti Storia del cristianesimo uno dei più importanti teologi del Novecento: Ernesto Bonaiuti, antifascista e modernista, cacciato dall’università per una singolare convergenza di interessi di fascismo e Vaticano, formalizzata in un apposito articolo nei Patti Lateranensi; ma qui fiorirà negli anni ‘60 anche una delle più importanti cattedre di Storia Medievale, destinata a diventare con Raoul Manselli il più importante centro al mondo di studi francescani; e da qui partirà anche la riscoperta della figura di Celestino V, riabilitato in tutta la sua grandezza dopo secoli di luoghi comuni sulla sua presunta vigliaccheria dovuti a quel “fece per viltade il Gran rifiuto” di Dante Alighieri.
Chissà, se lo avesse saputo, cosa avrebbe detto Bonifacio.
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