Latina- Premio COMEL -Annunciati i finalisti della XIII e ultima edizione-
Città di Latina-È uno dei momenti più attesi di ogni edizione del Premio COMEL: dopo settimane di lavoro e un’attenta valutazione delle opere candidate, la giuria ha scelto i 13 artisti che prenderanno parte alla mostra conclusiva della XIII e ultima edizione del Premio COMEL, in programma allo Spazio COMEL Arte Contemporanea di Latina dal 17 ottobre al 7 novembre 2026.
Latina- Premio COMEL
Oltre 300 le candidature arrivate dall’Italia, da numerosi Paesi europei ma anche da altre parti del mondo (Australia, Cina, Colombia, Ecuador, Giappone, Iran e Messico) che, pur non potendo essere ammesse al concorso perché varcano i confini europei, testimoniano la crescente attenzione internazionale conquistata dal Premio nel corso degli anni.
La scelta non è stata semplice. La giuria ha attraversato un panorama ricco e variegato di linguaggi, tecniche e interpretazioni dell’alluminio, chiamata a individuare le opere capaci di valorizzare al meglio le potenzialità espressive del metallo e, allo stesso tempo, di interpretare il tema di questa ultima edizione, “Intrecci di Futuro”.
Scultura, pittura, installazione e incisione raccontano così, attraverso sensibilità e percorsi differenti, le molte possibilità di un materiale che nel Premio COMEL è diventato negli anni non soltanto materia da plasmare, ma occasione per sperimentare, ricercare e dare forma a nuove idee.
Le loro opere saranno protagoniste della mostra “Alluminio, Intrecci di Futuro”, che accompagnerà il pubblico verso l’ultimo capitolo della storia del Premio COMEL. Un appuntamento che non sarà soltanto un momento di confronto tra opere e artisti, ma anche l’occasione per celebrare tredici anni di ricerca, incontri e relazioni costruite intorno all’arte e all’alluminio.
Durante la giornata conclusiva della mostra, il 7 novembre, saranno proclamati il vincitore della XIII edizione del Premio COMEL e il vincitore del Premio del Pubblico, assegnato all’opera più votata dai visitatori.
“Intrecci di Futuro” è dunque pronto a prendere forma: tredici opere, tredici artisti e altrettanti modi di interpretare l’alluminio si incontreranno a Latina per l’ultima mostra del Premio COMEL, in un intreccio di visioni che guarda al futuro proprio nel momento in cui si conclude un importante percorso.
I 13 finalisti:
Caterina Arcuri (Catanzaro) scultura e installazione
Roberta Bertazzini (Torino) scultura e installazione
Mariangela Cacace (Vituliano – CE) pittura
Irene Capuano (Monte di Procida – NA) pittura
Giulia Facchin (Cornedo Vicentino – VI) scultura e installazione
Giulia Fulgenzi Maiesta (Santa Maria Nuova – AN) scultura e installazione
Dimitri Likissas (Bruges/Belgio- St. Maarten/Grecia) scultura e installazione
Paola Maccioni (Vicenza) incisione
Ferruccio Maierna (Montecompatri – RM) scultura e installazione
Frank Martinageli (Melbourne/ Roma) incisione
Nadia Nespoli (Cormano – MI) pittura
Diana Pintaldi (Roma)scultura e installazione
Caterina Zen (Cittadella – PD) pittura
La giuria:Giorgio Agnisola, presidente di giuria e direttore artistico del premio, critico d’arte, scrittore e professore emerito di Arte Sacra e Beni Culturali presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale; Mariantonietta Picone Petrusa, scrittrice, studiosa e professore emerito di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università Federico II di Napoli; Ilia Tufano, artista, studiosa, docente e gallerista; Federico Romanelli Montarsolo, presidente e fondatore dell’Associazione Montarsolo – AMITALIA.”; Maria Gabriella Mazzola in rappresentanza della COMEL Industrie, azienda promotrice e unico sostenitore del Premio.
ROMA. La Tomba François entra nel patrimonio dello Stato italiano-
ROMA-Con la firma dell’atto di compravendita, avvenuta oggi al Ministero della Cultura alla presenza del Ministro Alessandro Giuli, la celebre Tomba François di Vulci entra ufficialmente a far parte del patrimonio dello Stato italiano. Uno dei più importanti capolavori della pittura etrusca e della pittura antica sarà così definitivamente consegnato alla piena fruizione pubblica e troverà collocazione permanente presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Giunge così a compimento un percorso avviato oltre un secolo fa, quando già nel 1921 lo Stato manifestò il proprio interesse per l’acquisizione della Tomba François.
Alessandro Giuli Ministro della Cultura
“L’acquisizione della Tomba François rappresenta un risultato di straordinario valore per il patrimonio culturale nazionale e testimonia l’impegno del Ministero della Cultura nel rafforzare le collezioni pubbliche attraverso la restituzione alla collettività di opere fondamentali della nostra storia – dichiara il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli – Con questo atto lo Stato acquisisce uno dei più importanti capolavori della pittura etrusca e dell’arte antica mediterranea, consegnandolo definitivamente alla fruizione pubblica e alla ricerca scientifica. La Tomba François è una testimonianza identitaria della civiltà etrusca e del ruolo centrale che essa ha avuto nella formazione culturale dell’Italia antica. Questa acquisizione conferma la volontà del Ministero di investire nella tutela, nella valorizzazione e nell’accessibilità del patrimonio culturale come bene comune e strumento di conoscenza condivisa”.
Il Ministero della Cultura raggiunge così un risultato di eccezionale rilievo per il patrimonio culturale nazionale, riportando sotto tutela pubblica un monumento fondamentale per la conoscenza della civiltà etrusca e dell’immaginario figurativo del Mediterraneo antico. L’operazione, del valore complessivo di 15 milioni di euro, rappresenta uno dei più importanti investimenti realizzati negli ultimi anni dal Ministero della Cultura nel campo delle acquisizioni patrimoniali. L’acquisizione è stata resa possibile grazie alla collaborazione degli eredi delle famiglie Torlonia, Sforza Cesarini e Gaetani, proprietari dell’opera ed al lavoro congiunto della Direzione generale Musei, diretta da Massimo Osanna e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, diretto da Luana Toniolo.
La Tomba François
La Tomba François-Scoperta il 1° maggio 1857 dall’archeologo Alessandro François nei terreni del principe Alessandro Torlonia, nella necropoli di Ponte Rotto a Vulci, la tomba è scavata nel tufo e composta da trentasette pannelli dipinti e da due cippi litici rinvenuti nel corridoio di accesso. Realizzata tra il 340 e il 320 a.C., rappresenta una delle più alte testimonianze della pittura etrusca e, più in generale, della pittura antica giunta fino a noi. La decorazione pittorica della Tomba François costituisce uno straordinario intreccio tra mito greco, memoria storica etrusca e costruzione dell’identità aristocratica di Vulci. Attraverso iscrizioni dipinte accanto ai personaggi, le scene permettono ancora oggi di riconoscere nomi, volti ed episodi che intrecciano storia, leggenda e rappresentazione del potere.
Tra le immagini più celebri spicca il grande pannello con il sacrificio dei prigionieri troiani presso la tomba di Patroclo: al centro compare Achille, mentre il mito greco viene reinterpretato secondo la sensibilità etrusca attraverso la presenza del demone Charun, dalla pelle bluastra e armato del martello, accompagnato dalla figura alata di Vanth. Sulla parete opposta è invece rappresentata la liberazione di Celio Vibenna da parte del fratello Aulo e di Macstarna, identificato dalla tradizione con il futuro re di Roma Servio Tullio, in una scena di eccezionale importanza storica e politica. A completare il ciclo corre il più lungo fregio animalistico noto dell’antichità, popolato da grifoni, leoni, pantere, cervi, cinghiali e altre creature reali e fantastiche, testimonianza della straordinaria qualità artistica dell’opera.
Per celebrare questa importante acquisizione, il prossimo 25 giugno sarà inaugurata al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (Roma) una grande esposizione dedicata alla Tomba François. Grazie alla collaborazione di alcune delle più prestigiose istituzioni museali italiane e internazionali, sarà possibile ricomporre idealmente il contesto originario del monumento. Il Musée du Louvre, il British Museum, il Royal Museum of Art and History di Bruxelles, il Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna, i Musei Vaticani e l’Istituto Archeologico Germanico di Roma hanno concesso prestiti eccezionali che permetteranno di riunire reperti, documenti, copie storiche e opere provenienti dal corredo della tomba o connesse alla sua vicenda collezionistica. L’allestimento, concepito secondo i più avanzati criteri di accessibilità fisica e cognitiva, consentirà al pubblico di approfondire la conoscenza del monumento attraverso strumenti innovativi, tavoli tattili e contenuti in Lingua dei Segni Italiana.
Fonte: Ufficio Stampa e Comunicazione MiC 29 maggio 2026
Ilaria Giovinazzo nasce a Roma nel 1979. Laureata in Lettere. Nel 1999 vince il premio Segnalazione speciale della Giuria al concorso europeo di poesia e narrativa “Massimo Grillandi”. Ha pubblicato i seguenti romanzi “Anime perdute (Effedue, 2001), “Non posso lasciarti andar via” (Prospettiva, 2005), “Donne del destino” (Besa, 2007) e le raccolte poetiche “Come un fiore di loto” (Ensemble, 2020), “La simmetria dei corpi” (Ensemble, 2021). Sue poesie sono state pubblicate su riviste specializzate e blog (De sur a sur, Atelier, Metaphorica, Transiti Poetici, La Bottega della Poesia de giornale La Repubblica, Centro cultural Tina Modotti). Con Fuorilinea nel 2022 pubblica il libro illustrato per bambini “Life. 10 cose importanti” e nel 2023 cura la plaquette, edita da Ensemble, dell’evento “Sinfonie Poetiche. Concerto per corde e fiati” da lei concepito e diretto. Attualmente vive e lavora tra le colline sabine.
Appartenere alle nuvole,
porsi come girasole alla luce,
libera ghianda in evoluzione di destino.
Sciogliersi e sorridere
come il ghiaccio innamorato del sole,
senza dolore.
Essere. Essere. Essere.
Senza convincimento di peccato.
*
Lo senti questo logorio continuo
delle corde intorno all’argano?
L’incontro perfetto del corpo
che aderisce all’ombra?
Sei nelle armonie improvvise
a cui accedo negli attimi illuminati
delle mie giornate.
Sotto il peso delle cose
questo muscolo idiota schianta.
Dimmi solo che la vita non tradisce
Dimmelo ancora. Menti.
*
Sono le illuminazioni del vento,
il canto ripetuto del cuculo
sul ramo di magnolia
a darmi la consistenza del seme,
l’efflorescenza del respiro,
a dirmi: taci.
La dea Tara sorride al Caos
mentre prego le cime innevate
del mio Himalaya personale.
Inspira. Espira.
Tutto sta lì a dirmi: taci.
*
Ho tentato di ricomporre
le ossa della bambina spezzata,
quella che nessuno vede
nascosta dentro i vestiti
incisa nella carne
che sorride a tutti
senza trovare la via di casa.
*
Sono composta di silenzi
e ubriacature d’anima
che non riesco a nascondere
e fede in orizzonti lontanissimi.
Paio vivere di poco
ma l’infinito abita
dentro le mie cellule.
La rivista «Atelier»ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Direttore responsabile: Giuliano Ladolfi Coordinatore delle redazioni: Luca Ariano
Redazione Online Direttori: Eleonora Rimolo, Giovanni Ibello Caporedattore: Carlo Ragliani Redazione: Mario Famularo, Michele Bordoni, Gerardo Masuccio, Paola Mancinelli, Matteo Pupillo, Antonio Fiori, Giulio Maffii, Giovanna Rosadini, Carlo Ragliani, Daniele Costantini, Francesca Coppola.
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Frasso Sabino (Rieti)- Arch. Carlo Cusin :”Il MAUSOLEO dei MASSACCI”
Frasso Sabino -“Il MAUSOLEO dei MASSACCI
Arch.Carlo Cusin:”Frasso Sabino (Rieti)-Il “MAUSOLEO dei MASSACCI”,noto anche come “Grotta dei…grandi massi”,è uno straordinario monumento funerario che esiste da 2000 anni ma non si vede,in Comune di Frasso Sabino,inglobato com’è da un edificio settecentesco,ad uso dei viandanti,costruito dai Cesarini di Frasso,accanto ad un nodo stradale antico di grande importanza per la Sabina,dove la Via Salaria si univa alla Via Caecilia,al miglio 35,vicino alla “Statio ad Novas”,che il toponimo di Osteria Nuova ricorda ancora ! Questo “monvmentvm”,in latino “sepolcro”,fu costruito in “opvs qvadratvm” con enormi blocchi di bianco calcare,non locale (solo il loro trasporto e montaggio a secco mostra il ricco e nobile potere dei committenti) con un ricercato arcaismo,un “mos maiorvm” Repubblicano,perché appariva come un enorme tumulo con un lungo dromos d’accesso,a volta ribassata,una cella con 3 nicchie rettangolari,per sarcofagi,coperta con una volta a crocera,ed un pozzo con “vera” quadrata. Questo tipo di “sepvlcrvm” dinastico/familiare,costruito con un’antica tecnica,complessa e di lunga fattura,ricorda molto quello di Ummidia Quadratilla a “Casinvm”-Cassino e la cella del Mausoleo di Adriano in Roma,e viene datato alle prime decadi del II sec dC.. La “Gens” committente ,di un così imponente sepolcro,nei dintorni di “Trebvla Mvtvesca”-Monteleone Sabino,accanto a strade antiche per commerci di sale/olio/bestiame,viene identificata,con epigrafi e storie imperiali,nei “Brvtii Praesentes” o nei “Laberii Maximi”,cui appartenne “Manivs Laberivs Maximvs”,un valoroso Generale che compare,al fianco di Traiano,anche sulla sua colonna “centenaria”,mentre supera il Danubio alla testa delle Legioni e,poi,catturo’ anche la sorella di Decebalo Re dei Daci ! Ringrazio il Sindaco ed il personale del Comune di Frasso Sabino per la cordiale collaborazione ed ospitalità !”.
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Ida Pfeiffer, viaggiatrice, esploratrice, scienziata-Articolo di Rossella Perugi-
Ida Pfeiffer è stata una delle viaggiatrici più intrepide del XIX secolo: non solo per il numero di chilometri percorsi, ma anche per la sua capacità di far fronte a situazioni critiche, sempre con un budget ridotto all’osso.Ida Pfeiffer ha visitato regioni pericolose in tutti i continenti, pubblicando resoconti che hanno intrattenuto e istruito innumerevoli lettori e lettrici.Era amata dal pubblico e rispettata da scienziati e geografi, e divenne la prima donna ad essere ammessa come membro onorario alle Società Geografiche di Berlino e Parigi.
Pfeiffer, 50 Schilling, 1995.
La piccola Ida Reyer nasce a Vienna nel 1797, in una famiglia benestante di commercianti; è la terza nata, insieme con sei fratelli e una sorella. Il padre, Aloys, è un convinto assertore della parità fra i sessi e i suoi figli sono educati insieme, incoraggiando la competizione tra loro ma insegnando anche solidi valori di onestà, lealtà, determinazione e richiedendo a tutti di esercitare la parsimonia, temprare il fisico e imparare a resistere al dolore. Questo tipo di educazione paritaria e spartana dura fino ai 9 anni: «Non ero timida – scrive nella sua autobiografia – ma selvatica come un ragazzo, più coraggiosa e sfrontata dei miei fratelli maggiori». Nel 1806 la morte del padre mette fine a questa situazione, la madre cerca di intervenire e fare di lei una heiratsfähig, una ragazza da marito: deve indossare abiti femminili, imparare a suonare il pianoforte, applicarsi al lavoro a maglia e al ricamo. Pfeiffer reagisce duramente alle imposizioni, arrivando a procurarsi tagli alle dita e bruciature alle mani con la cera dei sigilli pur di non eseguire queste attività tipiche delle donne.
Una figura importante nella sua educazione è l’istitutore Franz Emil Trimmer: sensibile e aperto, oltre a istruirla nelle materie convenzionali previste per una ragazza dell’epoca, le fornisce libri di viaggio che le rivelano un mondo esotico di avventure. Ida si innamora perdutamente di lui, ma non può sposarlo per questioni di censo; la loro relazione finirà con il licenziamento di Trimmer, che lascia però un segno indelebile nella ragazza. Dopo aver rifiutato per anni una serie di richieste di matrimonio, la giovane acconsente infine a sposare Mark Anton Pfeiffer di Leopoli (oggi L’viv, in Ucraina), un vedovo benestante di 24 anni più anziano. Trasferitasi a Leopoli dà alla luce due figli e una bambina, che morirà subito dopo la nascita. Quando il marito, un avvocato onesto, scopre un grave caso di corruzione, il suo studio viene boicottato e Pfeiffer deve sostenere il bilancio familiare dando informalmente lezioni di disegno e musica ai rampolli della ricca borghesia cittadina. Anche a causa di queste difficoltà finanziarie la coppia si separa, seppure ufficiosamente, e a partire dagli anni Venti il marito si sposterà per cercare lavoro in Galizia, in Svizzera e a Vienna, mentre Ida si occuperà dell’educazione dei due figli maschi. L’eredità della madre, morta nel 1831, le consente una piccola rendita che le permette di separarsi definitivamente, tornare a Vienna e offrire ai ragazzi una buona istruzione.
Dopo la morte del marito nel 1838, con i figli ormai adulti, Pfeiffer considera i suoi impegni familiari esauriti e può finalmente seguire la sua passione per i viaggi e l’avventura. Durante una gita di famiglia a Trieste vede il mare per la prima volta e, afferma, si risveglia in lei «un’irrefrenabile voglia di viaggiare». Alcuni fattori, oltre alla modesta rendita, favoriscono la sua indipendenza: innanzitutto, la severa educazione ricevuta durante l’infanzia l’ha abituata a vivere parsimoniosamente, perciò, pur avendo impegnato quasi tutto il patrimonio per l’istruzione dei figli e per sanare i debiti del marito, Pfeiffer amministra i suoi scarsi beni con oculatezza. Inoltre, pur vivendo in un ambiente borghese che prevede una rigida separazione dei ruoli in base al genere, riesce a sfruttare la relativa libertà che le concede l’età avanzata: infatti il controllo sociale sulle donne anziane, ormai meno importanti di quelle giovani perché non più fertili, è notevolmente inferiore. Infine, non deve più preoccuparsi del suo aspetto fisico e gode di più libertà sia nel comportamento che nelle opinioni. Le sue avventure possono avere inizio.
È il 22 marzo 1842, ha 44 anni: Pfeiffer parte per il primo dei suoi cinque viaggi. Deve comunque trovare un valido pretesto: con i 600 fiorini risparmiati scende lungo il Danubio per raggiungere Costantinopoli e visitare un lontano parente. Una volta arrivata, il rientro a Vienna non è certo fra le sue priorità: il viaggio prosegue verso la Terra Santa, una meta decorosa e appropriata per una donna sola che aveva ormai adempiuto agli obblighi familiari. Prosegue attraverso Beirut fino a Gerusalemme, visita il Mar Morto, Damasco, Baalbek e si dirige ad Alessandria d’Egitto; di qui tornerà verso est visitando Il Cairo e raggiungerà Suez a dorso di cammello. Per il rientro sceglie un percorso del tutto diverso: dal Nord Africa si imbarcherà per la Sicilia, farà tappa a Napoli, Roma e Firenze; rientrerà infine a Vienna solo dopo nove mesi, nel dicembre del 1842.
Le sue avventure e i suoi racconti destano grande interesse e, incoraggiata dalle amicizie, l’anno seguente pubblica il suo diario di viaggio, rigorosamente anonimo: non è infatti opportuno, per una donna del suo ambiente, esporsi dichiarando la “maternità” di un testo di questo genere. Tuttavia, per il suo stile sobrio e la credibilità delle descrizioni Reise einer Wienerin in das Heilige Land (Viaggio di una viennese in Terra Santa) ottiene un grande successo di pubblico. Il nome di Pfeiffer apparirà solo nella quarta riedizione del 1856, ma intanto le vendite le permettono di finanziare altri viaggi. Pfeiffer si rivolge adesso all’estremo nord d’Europa. Innanzitutto impiega i primi mesi del 1845 per prepararsi coscienziosamente: consapevole dei propri limiti culturali si impegna a studiare le scienze naturali, impara le basi della tassidermia e della botanica, qualche rudimento di fotografia, l’inglese e il danese (l’Islanda e la Norvegia sono ancora parte del regno di Danimarca). In aprile parte e attraversa Praga, Amburgo, Kiel; raggiunge Copenaghen e si imbarca per l’Islanda. Sbarca nel sud dell’isola il 15 maggio e vi rimane fino al 29 luglio, poi rientrerà in Danimarca e proseguirà per la Norvegia e la Svezia. Tornata a Vienna nell’ottobre del 1845 riordina i suoi appunti e l’anno successivo appaiono i due volumi di Reise nach dem Skandinavischen Norden (Viaggio nel nord scandinavo), apprezzato non solo dal pubblico ma anche dagli studiosi: le informazioni sul nord in generale sono scarse, in particolare quelle sull’Islanda, lontana dalle rotte atlantiche e dagli interessi geopolitici dell’Europa continentale. Inoltre, Pfeiffer ha riportato una collezione di esemplari di animali, piante, minerali e oggetti tradizionali da vendere a musei o collezionisti. Con il ricavo può finanziare i suoi nuovi, e più ambiziosi, viaggi.
Ida Pfeiffer, viaggiatrice, esploratrice, scienziata
Nel maggio del 1846 riparte, questa volta per il Sud America; per risparmiare raggiunge il Brasile a bordo di un cargo danese; qui, tra le altre avventure, sfugge a un tentativo di omicidio. A febbraio 1847 attraversa il tempestoso Capo Horn e giunge a Valparaíso in Cile. Prosegue per Tahiti, dove la riceve la regina; si imbarca nuovamente per raggiungere l’Asia, visita Macao, Hong Kong e Canton. Nell’ottobre del 1847, via Singapore e Ceylon, raggiunge l’India. Qui visita Calcutta, Benares e Bombay. Ospitata da indiani facoltosi, che apprezzano la compagnia di questa donna esotica e colta, partecipa alla caccia alla tigre. Nell’aprile del 1848 prosegue attraverso la Persia e raggiunge Baghdad; con una carovana visita le rovine di Babilonia e Ninive, dove ha un burrascoso incontro con una tribù nomade. A Tabriz frequenta il console britannico, profondo conoscitore dell’area, che rimane molto impressionato dalle sue imprese. Attraverso l’Armenia, la Georgia, Odessa, Costantinopoli e Atene rientra a Vienna nel novembre del 1848, subito dopo la repressione dei moti rivoluzionari che hanno scosso l’Impero. La narrazione di questo viaggio è pubblicata nel 1850 in tre volumi, con il titolo Eine Frauenfahrt um die Welt (Il viaggio di una donna intorno al mondo).
Giunta all’età di 54 anni, sembrerebbe decisa ad abbandonare i viaggi; invece, nel maggio 1851 decide di lasciare Vienna diretta a Londra, per arrivare poi in Sudafrica. Da Città del Capo si sposta a Singapore per esplorare l’attuale Indonesia, con Borneo, Giava e Sumatra. È così la prima donna occidentale ad attraversare l’isola di Borneo; sull’isola di Sumatra incontra la popolazione dei Dyak, che avevano fama di praticare il cannibalismo. Non sembra aver avuto conflitti con questa gente, che ricorderà sempre con affetto: nel suo resoconto afferma di averla convinta lei stessa a non cibarsi delle sue carni, ormai troppo vecchie e rinsecchite. Si trasferisce in Cina dove, nuovamente grazie al suo aspetto fragile di donna anziana, riesce a evitare di essere assimilata agli odiati imperialisti inglesi.
Pfeiffer riparte e riattraversa l’Oceano Pacifico: sbarca prima alle Isole della Sonda, quindi alle Molucche; nel settembre 1853 giunge in California. Qui visita alcune cittadine di minatori e assiste alle fasi finali della corsa all’oro. Si dirige quindi in Sud America, soggiornando in Ecuador e Perù. A causa di una rivolta deve abbandonare il progetto di attraversare le Ande per andare in Brasile; ritorna in Ecuador, risale il continente e nel maggio del 1854 rientra negli Stati Uniti passando da Panama. A New Orleans assiste alla vendita degli schiavi: un evento che la impressiona profondamente e che riporterà nel suo resoconto, deplorandolo. Risalendo il corso del Mississippi, raggiunge Chicago, i Grandi Laghi e le cascate del Niagara. Dopo aver soggiornato a New York e Boston, nel novembre 1854 rientra a Londra. Nel 1856 pubblica la descrizione del viaggio in quattro volumi, intitolati Meine zweite Weltreise (Il mio secondo viaggio intorno al mondo). A questo punto è così nota che la rivista di moda viennese Die Wiener Elegante pubblica un’illustrazione, rimasta famosa, di Ida Pfeiffer in “abito da viaggio” con un retino per farfalle.
Ormai quasi sessantenne parte nuovamente nel maggio del 1856 per quello che sarà il suo ultimo viaggio: si imbarca a Rotterdam con l’intenzione di raggiungere l’Australia, l’unico continente che non ha ancora visitato. Invece rimane diversi mesi alle Mauritius e nell’aprile del 1847 prosegue per il Madagascar. Qui intrattiene un rapporto di amicizia con la regina Ranavalona, nonostante la nota ostilità della sovrana verso le persone straniere; ha così occasione di visitare la capitale Antananarivo e l’interno dell’isola. A causa della presenza dei francesi, che intendono annettere l’isola alle proprie colonie e provocano sommosse e disordini, Pfeiffer viene accusata di spionaggio e incarcerata insieme ad altri cinque europei. Riesce a fuggire e, solo dopo una marcia di 53 giorni in terreni paludosi e infestati dalla malaria, raggiunge la costa e si imbarca nuovamente per Mauritius; nel febbraio del 1858, dato il suo stato di salute, è costretta a rientrare in Europa, ma riesce a raggiungere Vienna solo nel settembre. Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, in seguito alle conseguenze della malaria, Pfeiffer muore, lasciando incompiuta la sua testimonianza di questo ultimo viaggio: il libro in due volumi Reise nach Madagaskar (Viaggio in Madagascar) sarà pubblicato postumo dal figlio Oscar.
Ida Pfeiffer è stata una studiosa autodidatta, un’esploratrice e un personaggio pubblico. I suoi libri furono molto apprezzati come lettura divulgativa nell’alta borghesia. Benché riflettano il modo di pensare del suo tempo, l’autrice offre un’interpretazione personale, adeguatamente motivata, di quanto espone, allontanandosi dagli stereotipi. Ad esempio, quando definisce le donne mediorientali ignoranti e pigre, benché amichevoli e fiduciose, aggiunge che le ritiene più felici, nel complesso, delle loro controparti europee. Molte delle sue opinioni sono in aperto contrasto con i tempi e l’ambiente dal quale proviene: Pfeiffer si dimostra sempre sensibile verso quegli individui ― in particolare donne e bambini ― che sopportano terribili sofferenze in fondo alla piramide sociale. Se la schiavitù colpisce il suo senso di giustizia e viene condannata duramente, non esita però a paragonarla alla situazione di molti contadini europei e dei fellah egiziani. L’indignazione di fronte alle ingiustizie è una costante della sua narrazione, così come la sua simpatia per le donne delle classi inferiori. Precorrendo le più moderne tesi femministe intersezionali, Pfeiffer esprime la ferma convinzione che solo le donne del mondo occidentale, peraltro già privilegiate, avrebbero tratto vantaggio dai movimenti di emancipazione: un punto di vista che sarebbe stato confermato proprio dalle sue esperienze lontano dall’Europa. La sua lucida consapevolezza non viene meno neppure quando descrive i grandi monumenti, come ad esempio il Taj Mahal: oltre ad ammirare la squisita ricchezza architettonica degli edifici non manca di ricordare a lettori e lettrici il loro altissimo costo in termini di manodopera e sacrificio dei lavoratori.
Pfeiffer si mostra critica verso gli sforzi vani dei missionari occidentali: le ragioni della generale indifferenza, quando non dell’ostilità, dei popoli “primitivi” (soprattutto delle grandi civiltà asiatiche) sono da ricercare nell’atteggiamento di superiorità dei religiosi. Afferma che la maggior parte di loro non adatta il proprio stile di vita né il modo di vestire alle condizioni locali, ma soprattutto evita il contatto con le masse povere, preferendo vivere in comunità chiuse, nelle parti più ricche delle città. Pfeiffer non esita a mettere in discussione neppure l’orrore che gli europei “civilizzati” esprimono verso le usanze dei cacciatori di teste: l’autrice rileva infatti un’allarmante somiglianza tra questi trofei e le sanguinose immagini delle battaglie europee. Durante una visita a Versailles era rimasta sconvolta dai dipinti esposti che glorificavano le battaglie: quelle carneficine erano paragonabili, a suo parere, all’usanza dei Dyak di mostrare le teste rimpicciolite. È invece proprio questo popolo a meritare il suo elogio: «Mi sarebbe piaciuto passare più tempo tra i Dyak liberi, poiché li ho trovati, senza eccezioni, onesti, bonari e modesti nel loro comportamento. Aspetti che me li fanno collocare al di sopra di qualsiasi altra razza che abbia mai conosciuto».
Il soggiorno in America la porta a formulare una serie di osservazioni sulle tragiche conseguenze del pregiudizio razziale contro i nativi. Avendo constatato la rapida diminuzione della popolazione indiana della California, osserva che «in questo deserto gli uomini si annientano a vicenda per trovare un pezzo d’oro!». Prova invece ammirazione per le capacità artigianali degli indiani d’America: «Non sanno fare altro che intrecciare cesti, ma in quest’arte hanno raggiunto la perfezione: sanno come rendere i loro cesti perfettamente stagni e riescono persino a bollirvi il pesce». Anche sulla loro indole ha un’opinione personale: «Questi indiani sono presentati come traditori, codardi, vendicativi e vili, che attaccano i bianchi solo quando sono superiori in numero. Ma, dopotutto, come potrebbero attaccare dei bianchi ben armati ― quella razza prepotente che ha provocato loro tante sofferenze? La vendetta è del tutto naturale per l’uomo; se i bianchi avessero subito dai nativi tanti torti quanti loro stessi dai bianchi, anche loro avrebbero provato il desiderio di vendetta».
Ida Pfeiffer, viaggiatrice, esploratrice, scienziata
Le informazioni di Pfeiffer non erano sempre esatte, ma destarono grande interesse fra gli etnologi: vi erano descritte le caratteristiche fisiche di popoli lontani, le loro forme di convivenza e le regole ereditarie, l’aspetto delle abitazioni, degli insediamenti e dei villaggi, i riti dei matrimoni e dei funerali. Spesso infatti, solo per il fatto di essere una donna, aveva accesso a molti luoghi altrimenti preclusi al viaggiatore maschio. Infine, la viaggiatrice raccoglieva e catalogava con precisione campioni naturali: alcune migliaia di piante, insetti, farfalle, pesci, uccelli, piccoli mammiferi, minerali e oggetti di interesse etnologico e storico arrivarono in Europa nei suoi bauli e furono offerti ai musei europei, in particolare al Museo di storia naturale e al Museo di etnologia di Vienna. Alcuni animali da lei raccolti portano il suo nome ancora oggi: un gambero del Borneo (Palaemon Pfeifferae), un fasmide (Myronides Pfeifferae), una lumaca (Vaginula Pfeifferae) e una rana del Madagascar (Rana Pfeifferae).
Grazie alla diffusione dei suoi resoconti Pfeiffer divenne un personaggio conosciuto anche in ambiti specialistici. Alexander von Humboldt, che incontrò a Berlino, le procurò un invito alla corte prussiana, dove nel 1856 le venne conferita la Medaglia d’oro per le scienze e le arti dal re Federico Guglielmo IV. Inoltre von Humboldt, insieme con il geografo Carl Ritter, la accolse come membro onorario alla Berliner Ethnographische Gesellschaft, dove fu la prima donna ad accedere. Anche la Société géographique française la nominò membro onorario, mentre la Royal Geographical Society inglese, che non ammetteva le donne per statuto, le conferì altri riconoscimenti e contribuì alle spese dei suoi viaggi. Pure le Società zoologiche tedesca e olandese la ebbero come membro onorario. Se non fosse stato introdotto l’euro, a Ida Pfeiffer sarebbe stata dedicata la banconota da 50 scellini della serie 1995/1997.
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Rossella Perugi-Giornalista
Rossella Perugi-Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il Premio Nobel: Hertha Ayrton -Articolo di Rinaldo Cervellati.
I primi di gennaio del 1902 il Segretario della Royal Society ricevette una breve lettera dal membro John Perry[1], contenente in allegato la proposta di nomina a membro di Mrs. Hertha Marks Ayrton.
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il PPremio Nobel Hertha Ayrton (1854-1923) La Chimica e la Società
Era la prima volta che veniva richiesta l’elezione di una donna alla Royal Society. Nonostante il supporto di nove membri, la nomina venne rifiutata dopo un lungo iter che è stato poi definito “un episodio imbarazzante nella storia della Royal Society” [1].
Ma, chi è stata e cosa ha fatto Hertha Marks Ayrton ?
Nasce Phoebe Sarah Marks il 28 aprile 1854 a Portsea (contea di Hampshire, Inghilterra) terza figlia di Levi Marks, immigrato giudaico polacco di professione orologiaio e di Alice Teresa Moss, sarta, figlia di un commerciante di vetro. Nel 1861 la madre divenne vedova con sette figli e un ottavo in arrivo, due anni dopo la piccola Phoebe Sarah fu invitata dagli zii, Marion e Alphonse Hartog, a andare a vivere con loro e i suoi cugini a Londra. La famiglia Hartog, che gestiva una scuola nel nord-ovest di Londra, le assicurò una ampia educazione comprendente lingue antiche e moderne e musica. I cugini la introdussero alla matematica e alle scienze. Alla scuola degli Hartogs, Sarah si fece conoscere sia come eccellente negli studi, sia come combattente per la causa dei diritti civili alle donne. Furono questi principi che in seguito portarono al suo coinvolgimento nel movimento delle “suffragette”.
A 16 anni iniziò a lavorare come istitutrice, potendo così aiutare anche economicamente madre e fratelli. E’ probabilmente in questo periodo che l’amica Ottilie Blind Hancock[2], cominciò a chiamarla Hertha (dal nome della protagonista di un poema di Swinburne[3] sulla dea scandinava della Terra, Erda), forse a causa della sua vitalità. Fatto è che Phoebe Sarah Marks mantenne questo nome per tutto il resto della vita. Cominciò anche a studiare per l’esame per donne dell’università di Cambridge, aspirando a frequentare il College femminile fondato da Emily Davies, trasferitosi nel 1873 a Girton (Cambridge) come Girton College. In questo fu aiutata da Barbara Bodichon[4], co-fondatrice del Girton College che divenne sua amica e benefattrice. Attraverso Bodichon conobbe George Eliot[5] che in quel momento era impegnata a scrivere il suo ultimo romanzo Daniel Deronda. I biografi sono concordi nell’affermare che molte caratteristiche di Mirah, personaggio principale del romanzo, siano comuni a quelle di Hertha. Superato l’esame con onori, Hertha fu ammessa al College nel 1877 e sostenne l’esame del Progetto Scientifico Tripos nel 1880, ma l’Università di Cambridge non le rilasciò un diploma accademico perchè all’epoca concedeva alle donne solo certificati. Durante il college Hertha ideò e costruì un apparecchio per misurare la pressione del sangue (sfigmomanometro) e uno strumento per disegno tecnico in grado di dividere una linea in un numero qualsiasi di parti uguali e per ingrandire o ridurre le figure, quest’ultimo fu molto utilizzato da ingegneri, architetti e artisti. I due strumenti ottennero il brevetto nel 1884. I suoi biografi sostengono che Hertha ereditò queste capacità manuali dal padre, costruttore di orologi.
Al Girton, Hertha formò, insieme alla compagna Charlotte Scott un club matematico per “trovare problemi da risolvere e discutere eventuali questioni matematiche che possono sorgere”. Formò anche la Girton Fire Brigade, un gruppo di ragazze addestrate come vigili del fuoco e fu tra le leader del locale Coro.
Indispettita dall’atteggiamento antifemminista dell’Università di Cambridge, superò con successo un esame esterno ottenendo il B.Sc. dall’Università di Londra nel 1881.
A Londra Hertha lavorò come insegnante privata di matematica e altre materie fino al 1883. Fu anche attiva nel progettare e risolvere problemi matematici, molti dei quali furono pubblicati nella rubrica “Mathematical Questions” e “Their Solutions” dell’ Educational Times. J. Tattersall e S. McMurran [2] scrivono: Le sue numerose soluzioni indicano indubbiamente che possedeva una notevole intuizione geometrica ed era un’eccellente studentessa di matematica.
Continuò a studiare scienze, nel 1884 seguì il corso serale sull’elettricità al Finsbury Technical College[6], avendo come docente il professor William (Bill) Ayrton[7]. L’anno successivo sposò il professore diventando così Hertha Ayrton. Per qualche tempo dopo il matrimonio, le responsabilità domestiche assorbirono gran parte delle energie di Hertha, tuttavia mantenne vivo l’interesse per le scienze e nel 1888 tenne una serie di conferenze per donne sull’elettricità.
Il testamento di Barbara Bodichon, morta nel 1891, contemplava un generoso lascito a Hertha, ciò che le permise di assumere una governante e dedicare la sua attenzione in modo più completo alla ricerca scientifica. Tuttavia un altro episodio fu determinante a convincere Hertha a approfondire le indagini sperimentali sull’arco elettrico. Infatti Bill Ayrton che si occupava di questo tipo di ricerca non collaborava con la moglie, consapevole del fatto che lavori in collaborazione sarebbero comunque stati attribuiti solo a lui dalla comunità scientifica. Ma nel 1893 il testo in copia unica di una sua conferenza tenuta a Chicago sulla dipendenza della differenza di potenziale dell’arco elettrico da diversi fattori andò accidentalmente distrutto, da quel momento Bill Ayrton decise di occuparsi di altri problemi. Quindi Hertha potè proseguire le indagini sull’arco elettrico con sue proprie ricerche.
Verso la fine del diciannovesimo secolo, l’arco elettrico era ampiamente utilizzato per l’illuminazione pubblica. La tendenza degli archi elettrici a tremolare e sibilare era però un grosso problema. Nel 1895, Hertha Ayrton scrisse una serie di articoli per la rivista The Electrician, stabilendo che questi fenomeni erano il risultato dell’ossigeno che veniva a contatto con le barre di carbonio usate per l’arco. Nel 1899 fu la prima donna a esporre il proprio lavoro all’Institute of Electrical Engineers (IEE, attualmente IET, Institute of Engineering and Technology).
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il PPremio Nobel Hertha Ayrton (1854-1923) La Chimica e la Società
Il suo articolo, intitolato “The Hissing of Electric Arc” [3] fu determinante per il miglioramento della tecnologia degli archi. Poco dopo, Ayrton fu eletta membro dell’IEE, prima donna a ottenere quel riconoscimento. Come detto all’inizio non andò così con la Royal Society a causa del suo sesso[8] e la sua comunicazione “The Mechanism of the Electric Arc” [4] fu letta in sua vece da John Perry nel 1901.
Alla fine del XIX secolo, il lavoro di Hertha Ayrton nel campo dell’ingegneria elettrica fu ampiamente riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Al Congresso internazionale delle donne tenutosi a Londra nel 1899, presiedette la sezione di scienze fisiche. Ayrton intervenne anche all’International Electrical Congress tenutosi a Parigi nel 1900 con un comunicazione dal titolo: L’intensité lumineuse de l’arc à courant continu. Il suo successo ha portato l’Associazione Britannica per l’Avanzamento della Scienza a consentire alle donne di far parte a comitati generali e settoriali.
Nel 1902, Ayrton pubblicò il volume The Electric Arc [5], una sintesi delle sue ricerche e lavori sull’arco elettrico, comprendente le origini dei suoi primi articoli pubblicati su The Electrician tra il 1895 e il 1896. Con questo volume, il suo contributo nello sviluppo dell’ingegneria elettrica fu definitivamente riconosciuto. Scrivono Tattersall e McMurran [2] in proposito:
The text included descriptions and many illustrations of her experiments, succinct chapter reviews, a comprehensive index, an extensive bibliography, and a chapter devoted to tracing the history of the electric arc. Her historical account provided detailed explanations of previous experiments and results involving the arc and concluded with the most recent research of the author and her colleagues…The book was widely accepted as tour de force on the electrical arc and received favorable reviews on the continent where a German journal enthusiastically praised if for its clear exposition and relevant conclusions.
Dopo l’uscita e il successo del libro sull’arco elettrico, Hertha Ayrton rivolse la sua attenzione all’origine, alla forma e al movimento delle increspature nella sabbia e nell’acqua esposte al vento, compresa la formazione di vortici. Nel 1904 fu la prima donna a esporre una comunicazione alla Royal Society. In questo lavoro presentava evidenze sperimentali e interpretazioni teoriche per la forma di due differenti strutture per le increspature sabbiose, la pubblicazione del lavoro nei Proceedings Transactions fu posposta al 1910 su richiesta dell’autrice [6].
Nel 1906, fu insignita della prestigiosa Medaglia Hughes della Royal Society “per le sue indagini sperimentali sull’arco elettrico e anche sulle increspature di sabbia”. Fu la quinta persona (prima donna) a vincere questo premio, assegnato annualmente dal 1902 in riconoscimento di un scoperta originale nelle scienze fisiche, in particolare elettricità e magnetismo o loro applicazioni, per la seconda (Michele Dougherty) sono dovuti passare 102 anni. Dopo la morte del marito nel 1908, Ayrton proseguì le ricerche sulle increspature utilizzando apparecchiature costruite appositamente in proprio [7]. Una serie di esperimenti convalidò la teoria matematica dei vortici di Lord Rayleigh. Inventò anche un particolare ventilatore che avrebbe potuto creare vortici a spirale in grado di respingere gli attacchi coi gas [8]. Diventarono noti come ventilatori di Ayrton; secondo J. Mason [9] ne furono impiegati circa 100000 sul fronte occidentale, un altro biografo sostiene però che non furono praticamente impiegati [10].
Partecipò a tutte le principali marce per l’emancipazione femminile negli anni 1910, 1911 e 1912, fu malmenata e rischiò il carcere. Successivamente Ayrton contribuì a fondare l’International Federation of University Woman (1919) e la National Union of Scientific Workers (1920).
Muore per avvelenamento del sangue, causato da una puntura d’insetto, il 26 agosto 1923 a New Cottage, North Lancing, Sussex.
[6]Mrs. H. Ayrton, The Origin and Growth of Ripple Marks, Proceedings of the Royal Society of London. Series A, 1910, 84, 285-310.
[7]Mrs. H. Ayrton, Local Differences of Pressure Near an Obstacle in Oscillating Water., Proceedings of the Royal Society of London. Series A,1915, 91, 405-410.
[8] Mrs. H. Ayrton, On a New Method of Driving off Poisonous Gases., Proceedings of the Royal Society of London. Series A,1919, 96, 249-256.
[9] J. Mason, Hertha Ayrton (1854-1923) and the Admission of Woman to the Royal Society of Chemistry, Notes. Rec. R. Soc. Lond., 1991, 45, 201-220.
[1] John Perry (1850-1920) ingegnere e matematico irlandese, allievo di Lord Kelvin, poi professore di ingegneria meccanica al Finsbury Technical College di Londra, è noto per la disputa con il suo vecchio maestro sulla valutazione dell’età della Terra. Fu Presidente dell’Institution of Electrical Engineers e della Physical Society of London.
[2] Ottilie Blind, poi sposata Hancock, figlia di Karl Blind (1826-1907) rivoluzionario tedesco dopo i moti del 1848 e un periodo di prigione rifugiatosi con la famiglia in Inghilterra nel 1852, divenne attivista del movimento femminista inglese. Il padre mantenne costanti rapporti di amicizia con Mazzini, Garibaldi e Louis Blanc.
[3] Algernon Charles Swinburne (1837-1909) poeta britannico di epoca vittoriana, rivoluzionario fustigatore dei costumi e dell’ipocrisia dei suoi tempi, più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura fra il 1906 e il 1909.
[4] Barbara Leigh Smith Bodichon (1827-1891) britannica, leader del movimento per i diritti civili alle donne co-fondò finanziandolo, il primo College femminile, insieme alla altrettanto famosa leader Emily Davies (1830-1921).
[5] Pseudonimo di Mary Anne (Marian) Evans (1819-1880), una delle principali scrittrici dell’epoca vittoriana. Come molte altre scelse uno pseudonimo maschile sia per “essere presa sul serio”, sia per la sua situazione di compagna di un uomo sposato (cosa scandalosa all’epoca). Mantenne lo pseudonimo anche dopo aver rivendicato di essere l’autrice dei romanzi.
[6] Nel 1926 il Finsbury Technical College è incorporato nell’Imperial College London (The Imperial College of Science, Technology and Medicine).
[7] William Edward Ayrton (1847-1908) fisico e ingegnere inglese, oltre ai suoi studi pionieristici sull’arco elettrico, ha inventato, insieme a John Perry diversi strumenti per misure elettriche fra i quali un amperometro e un wattmetro. Hanno contribuito all’elettrificazione della linea ferroviaria.
[8] In sintesi la motivazione fu: Married women could not be made eligible by Statutes (Una donna sposata non può essere eleggibile per Statuto) [1].
Hertha Ayrton
C’era una notte… Hertha Ayrton
LE INTERVISTE IMMAGINARIE ALLE DONNE DI SCIENZA A CURA DI FRANCESCA FRASSINO
L’ingegnera vestita di bianco
È una prima notte di primavera perfetta, si respira un’aria tiepida che profuma di fiori.
Esco in terrazzo, appoggio il bicchiere di rum sul muretto e mi fermo ad osservare la Luna piena, grande e rosata di fronte a me; il vento è leggero, si fa sentire ma non infastidisce. Non vedo luci nelle case colorate, sembra quasi non esserci respiro; nel frattempo, i cani randagi si stanno appropriando delle strade che noi umani, in queste notti, non stiamo vivendo.
Così, tra lo zampettìo rapido degli animali e il leggero fruscìo delle foglie dei pochi alberi nel cuore della città, Hertha Ayrton si sistema sul muretto affianco a me e mi trasporta in un’Inghilterra di fine ‘800.
Comincia nel raccontarmi della sua infanzia nell’Hampshire, della morte prematura di suo padre e della responsabilità di doversi occupare dei suoi altri sei fratelli prima di trasferirsi a nord di Londra per studiare in una scuola gestita da una zia materna.
Lì si appassiona alla matematica e – dopo aver lavorato come governante per mantenere economicamente la madre invalida – andò a studiarla al Girton College, esclusivamente riservato alle donne dell’Università di Cambridge.
Mi racconta dell’amicizia con George Elliot e Barbara Bodichon – fondatrice del College, femminista, artista e scrittrice che incontrò per la prima volta ad un incontro del movimento delle suffragette e che le lasciò in eredità le sue battaglie femministe ma anche del denaro per poter realizzare le sue invenzioni e diventare una delle più geniali ingegnere del suo tempo; mi parla anche dell’amicizia con Marie Curie e delle lezioni di matematica che impartiva alla figlia – poi premio Nobel – Irène. Un circolo di amicizie fatto di donne determinate e intelligenti. Le immagino e non posso non pensare alla bellezza dei loro pensieri, alla passione che le guidava nel dimostrare di poter fare grandi cose, combattendo contro l’ostilità di una società pensata dal maschio per il maschio. Le dico che oggi si pensa che la sua persona abbia ispirato sia la protagonista Mirah del romanzo “Daniel Deronda” di Elliot sia, probabilmente, la scienziata protagonista del romanzo “The Call”, scritto dalla figliastra dopo la sua morte.
Sistemandosi i capelli ricci e neri passando una mano tra le ciocche scomposte, mi disse che la sua verve da inventrice si manifestò già dai tempi del college, quando realizzò lo sfigmomanometro – lo strumento per la misurazione della pressione arteriosa, precisa prima che io abbia il tempo di interromperla. E inventò anche il “divisore di linea” cioè uno strumento che divideva una linea in parti uguali e che artisti, architetti e ingegneri utilizzavano per ingrandire e rimpicciolire le figure – invenzione che venne poi esposta al Exhibition of Women’s Industries. E mi dice anche che in quegl’anni l’Università di Cambridge non rilasciava titoli alle donne ma solo attestati di partecipazione quindi, nonostante avesse superato il corso di matematica del Girton, per ottenere una laurea dovette superare un esame esterno all’Università di Londra.
Dopo la laurea insegnò matematica e frequentò corsi serali di fisica al Finsbury Technical College. Mi parla di quei corsi tenuti da William Ayrton, un importante ingegnere elettronico e membro della Royal Society che divenne suo marito nel 1885. Con lui ebbe una figlia che in età matura, seguendo l’esempio della madre e delle altre suffragette, partecipò attivamente alle proteste e divenne una delle fondatrici di United Suffragists – movimento aperto a donne e uomini che chiedevano e lottavano per il suffragio universale. Il sorriso sul viso di Hertha mi fa intendere la soddisfazione per i risultati di quelle proteste ma anche la fatica e le vessazioni subite per portarle avanti. Battaglie e storie che adesso si considerano risapute ma di cui, forse, si conosce ben poco. Non lasceremo che ci si dimentichi del loro coraggio, le dico.
Sorride e, un po’ divertita, mi racconta di quando gli scritti del marito sull’arco elettrico andarono distrutti e lei decise di aiutarlo a replicare i suoi esperimenti. Mi spiega che l’arco elettrico – una scarica elettrica seguita da un’emissione luminosa dovuta all’applicazione di una differenza di potenziale tra due elettrodi di carbonio aventi carica opposta – era un sistema utilizzato nell’illuminazione pubblica dell’epoca.
Con quegli esperimenti, il suo nome divenne noto nei circoli scientifici inglesi perché lei riuscì a capire che il sibilìo emesso dall’arco elettrico prima della stabilizzazione della luce emessa era dovuto alla presenza di aria a contatto con l’elettrodo di carbonio, causandone l’ossidazione. Sembra molto orgogliosa di quei risultati e continua parlando del suo libro “The Electric arc” in cui aveva racchiuso tutti i suoi lavori.
Lei riprende fiato sistemandosi l’abito un po’ sgualcito mentre io vado a prendere il computer per farglielo vedere, quel suo libro; il file digitale della versione originale. Scorriamo le pagine giallognole di quel grosso lavoro e mi dice che con quella sua ricerca divenne la prima donna a leggere un proprio articolo scientifico all’Istituto di Ingegneria Elettronica diventandone, ovviamente, anche la prima membra. Ancora oggi si parla fin troppo spesso di prime donne a fare cose, ad assumere una carica o a trovarsi in una posizione di estremo rilievo per la società; aspettiamo con trepidazione il momento in cui si smetterà di sentirlo, le dico mentre sposto il computer per farmi spazio sul muretto. Siamo nel cuore della notte ma ci pensa la Luna a renderla meno buia.
Mi racconta di essere stata, naturalmente, anche la prima donna ad essere candidata come membro della Royal Society per le sue ricerche sulle origini delle increspature della sabbia e gli studi di idrodinamica correlati. Però, continua, a quanto pare “la Royal Society non poteva accettare una donna sposata”. Sembra quasi divertita dalla mia espressione incredula mentre cerco di capire se il problema fosse lo stato civile o il genere d’appartenenza; forse l’uno e l’altro, risponde mentre ride prima di ricordarmi che, qualche anno più tardi, divenne la prima donna a leggere un proprio articolo scientifico anche alla stessa Royal Society che le consegnò la “Medaglia Hughes” per il suo importante contributo alla fisica dell’epoca con gli studi sull’arco elettrico e sull’origine delle increspature della sabbia. Una piccola rivincita, conveniamo.
La notte comincia a schiarirsi; le luci dell’alba che cominciano a farsi spazio dietro alle montagne mi ricordano che è tempo di tornare alla realtà prima che le case, i vicoli e i colori del giorno riprendano prepotentemente vita. Hertha Ayrton e le sue amiche geniali hanno dimostrato che risolutezza e ostinazione sono le armi vincenti per farsi spazio all’interno della società e per pretendere la considerazione che ci si merita, in quanto donne e in quanto scienziate. Dall’ingegnera suffragetta originale e perseverante, di cui avevo letto, ho ancora tanto da imparare e chiudo la porta alle mie spalle.
Laureata in chimica, considero la scienza l’espressione massima del genere umano e mi piace raccontarla. Appassionata di biografie per la sensazione che resta quando si concludono: aver vissuto in ogni epoca e in ogni strada ed aver creato un legame con il personaggio di turno. Per questo scrivo storie in prima persona.
L’espressione che maggiormente mi rappresenta è: “Sono io Paperino!”
Hertha Marks Ayrton
British physicist
Hertha Marks Ayrton (born April 28, 1854, Portsea, Eng.—died Aug. 26, 1923, North Lancing, Sussex) was a British physicist who was the first woman nominated to become a fellow of the Royal Society. In 1861 Marks’s father died, and two years later she went to live with her aunt, author Marion Moss Hartog, who ran a school in London. When she was a teenager, Marks changed her first name to Hertha, after the German earth goddess of Algernon Swinburne’s poem “Hertha” (1869), and renouncedJudaism to become an agnostic.
Scienziate che avrebbero dovuto vincere il PPremio Nobel Hertha Ayrton (1854-1923) La Chimica e la Società
In 1876 Marks entered Girton College at the University of Cambridge, where she studied mathematics. There she became a friend of Barbara Bodichon, who had cofounded Girton College, and the writer George Eliot, who based the character of Mirah Cohen in her novel Daniel Deronda (1876) on Marks. Cambridge did not offer degrees to women, but Marks did complete her education by taking Cambridge’s mathematics examinations, the tripos, in 1881. She then became a teacher of mathematics at high schools in London. In 1884 she invented a type of line divider for use in drafting.
Marks in 1884 attended classes in electricity at Finsbury Technical College that were taught by electrical engineer William Ayrton. They married in 1885. Aside from a series of lectures on electricity to women in 1888, she did not return to science until 1891. In 1893 William was attending a meeting on electricity in Chicago, and in his absence she continued her husband’s experiments with the electric arc, which was then used as a lighting source in arc lamps. Electric arcs had a tendency to hiss and sputter before settling down and delivering a consistent light. Ayrton discovered the origin of the hissing in the oxidation of the positive carbon electrode and proposed changes in the shape of the carbon electrodes that greatly reduced the period of hissing.
In 1899 Ayrton read her paper on the hissing of the electric arc to the Institution of Electrical Engineers (IEE). She was the first woman to do so and also became the first woman member of the IEE. That same year she demonstrated her arc experiments at the Conversazione, a public event sponsored by the Royal Society. In 1901, when William was recovering from exhaustion at the seaside town of Margate, Ayrton became interested in the patterns formed by ripples in the sand. She conducted experiments in hydrodynamics to explain the formation of sand ripples. She was nominated to become a fellow of the Royal Society in 1902; however, lawyers advised the Royal Society that its charter would not allow the admission of married women members. Ayrton became the first woman to read a scientific paper (“The Origin and Growth of Ripple-mark”) before the Royal Society in 1904. In 1906 the Royal Society awarded her the Hughes Medal, which is awarded for distinguished work in the physical sciences, for her arc and sand-ripple experiments.
Ayrton became active in the woman suffrage movement, and she joined the Women’s Social and Political Union (WSPU) in 1907. She became one of the WSPU’s largest contributors; in some years she donated more than £1,000. Suffragettes, such as Emmeline Pankhurst, who had gone on hunger strikes often recuperated at her home. In 1912 Ayrton received £7,000 from the WSPU to forestall government seizure of the WSPU’s account. That same year her friend Polish-born French physicist Marie Curie stayed with her as Curie recovered from a kidney operation.
During World War I Ayrton’s interest in hydrodynamics led her to invent a cotton fan that would disperse poison gas from trenches. About 100,000 of the “Ayrton fans” were produced, but they proved ineffective in actual combat conditions. After the war she worked on modified versions of the fan for use by workers in mines and sewers.
Hertha Ayrton
In un’epoca in cui la voce di una donna era a malapena udibile oltre le mura domestiche, Hertha Ayrton fece sì che il mondo ascoltasse con la forza della sua mente. Nata Phoebe Sarah Marks nel 1854 e rimasta orfana in tenera età, crebbe in condizioni modeste, ma la sua ambizione era tutt’altro. Contro ogni previsione, si guadagnò un posto al Girton College di Cambridge, dove studiò matematica in un’epoca in cui a poche donne era permesso entrare in classe. Non solo eccelleva, ma inventava. Il suo divisore di linea, uno strumento di precisione per artisti e ingegneri, segnò l’inizio di un viaggio straordinario.
La sua vera svolta arrivò quando affrontò uno dei problemi più enigmatici dell’ingegneria elettrica: l’arco elettrico. Sibilava, scoppiettava e sfidava ogni facile spiegazione, finché Ayrton non intervenne. Identificò la causa del suono imprevedibile dell’arco e sviluppò un’equazione per spiegarne il comportamento. Le sue scoperte cambiarono il campo e le portarono riconoscimenti, ma anche questo aveva dei limiti. Nel 1902 fu candidata a far parte della Royal Society. Il suo lavoro era impeccabile, la sua mente brillante. Eppure, la sua domanda fu respinta, non per motivi scientifici, ma perché era sposata.
Hertha non si fermò. Andò avanti. Nel 1906, divenne la prima donna a ricevere la Medaglia Hughes per il suo lavoro rivoluzionario. E quando il mondo entrò in guerra, mise il suo intelletto al servizio dei soldati. Inventò il ventilatore Ayrton, un dispositivo per eliminare i gas tossici dalle trincee, salvando vite non con le armi, ma con la conoscenza.
Fuori dal campo di battaglia, era altrettanto feroce. Amica leale di Marie Curie e suffragetta appassionata, Hertha Ayrton aprì la sua casa alle donne in sciopero della fame in fase di recupero e lottò per i diritti delle donne con la stessa determinazione che metteva in ogni invenzione.
Non era solo una donna nella scienza. Era una forza che si rifiutava di essere messa a tacere. Hertha Ayrton non aspettò di sedersi al tavolo delle trattative: costruì invece un futuro più luminoso.
L’indocile scrittura di Anna Franchi, paladina dei diritti femminili- Articolo di Laura Candiani-
Anna Franchi, paladina dei diritti femminili
Anna Franchi è stata una pioniera del femminismo, attenta e sensibile ai diritti delle donne in un’epoca in cui se ne parlava con prudenza e i soprusi venivano taciuti per ipocrisia e perbenismo. Non solo; è stata anche musicista, scrittrice, traduttrice, giornalista, biografa e critica d’arte; una intellettuale completa, i cui interessi hanno spaziato in molteplici campi. Di tutto ciò ci parla la bella, esauriente biografia dal titolo significativo Anna Franchi: l’indocile scrittura-passione civile e critica d’arte, scritta dalla studiosa toscana Elisabetta De Troja e pubblicata nel 2016 a cura dell’Università di Firenze. Il libro è anche arricchito da una scelta di testi significativi e da un album fotografico. Anna Franchi era nata il 15 gennaio 1867, quando Firenze era capitale del Regno d’Italia, figlia unica di una famiglia livornese benestante; Cesare, il padre, era commerciante, la madre, Iginia Rugani, una casalinga molto riservata. Anna aveva maggiori affinità con il padre e la nonna Ernesta con i quali condivideva gli interessi e l’amore per la letteratura e la musica. Comincia presto ad attingere alla biblioteca paterna e legge avidamente Giusti, Dumas, Guerrazzi, romanzi sentimentali, patriottici e storici. Diventa un’ottima pianista e a soli 16 anni, nel 1883, sposa il suo insegnante, il violinista Ettore Martini. La coppia si trasferisce ad Arezzo e poi a Firenze (1889), città nelle quali il marito è direttore teatrale.
Fra una tournée e l’altra in cui si esibiscono insieme, nascono quattro figli: Cesare, Gino, Folco (che muore bambino) e Ivo; tuttavia il matrimonio è infelice: Ettore contrae debiti, mantiene a fatica il lavoro solo grazie all’impegno della moglie, la tradisce, non sa fare il padre; sarebbe un bravo violinista ma è incostante e instabile, finché parte per l’America con i due figli maggiori (1903). Di fatto il matrimonio è finito da tempo e Anna è stata costretta a vendere la casa di Livorno e a mantenere i figli (pure affidati legalmente al padre). Intanto trova il tempo per migliorarsi studiando con Ettore Janni ed Ernesta Bittanti, allora universitari molto promettenti. Inizia a scrivere e comincia a pubblicare: escono le novelle Dulcia-Tristia (1898) e un libro illustrato per bambini (I viaggi di un soldatino di piombo). Negli anni di fine secolo si impegna nella Lega Femminile (che aderisce alla Camera del Lavoro) e poi nella Lega Toscana; è attiva a fianco delle “trecciaiole” nelle agitazioni del biennio 1896-97 e, pur non essendo iscritta ad alcun partito, è vicina all’ideologia socialista. Nel 1900 è ammessa nell’associazione dei Giornalisti milanesi (seconda donna, dopo Anna Kuliscioff) e scrive su quotidiani e periodici, fra cui il “Corriere dei piccoli” (con lo pseudonimo “nonna Anna”). Con brevi articoli di informazione artistica e corrispondenze (da Venezia e Parigi, ad esempio) collabora a varie testate; risulta essere la prima donna editorialista dei quotidiani “Lombardia” e “La Nazione”. Gli anni 1902-3 rappresentano il periodo in cui più si impegna per una causa che le sta a cuore: il divorzio. Il Codice civile (1865) e l’enciclica Arcanum divinae sapientiae (1880) attraverso il potere dello Stato e della Chiesa ribadiscono la subordinazione femminile all’uomo padrone e signore in famiglia, ma anche nella vita sociale e professionale. Le donne non possono conseguire titoli di studio superiori, né decidere sui propri beni né stipulare contratti; la moglie deve condividere la residenza scelta dal marito e ne deve avere l’autorizzazione se vuole esercitare il commercio o compiere operazioni bancarie. Questa «mostruosa catena» (Sibilla Aleramo) si spezza nell’opera di Anna perché la protagonista del suo romanzo Avanti il divorzio rifiuta le convenzioni e un matrimonio iniziato con un vero e proprio stupro: «La prese brutalmente, violando quella purezza che gli si abbandonava quasi con incoscienza, la prese spudoratamente, nulla attenuando con gentilezza amorevole, senza risparmiarla (…)». Significativi i nomi della coppia: perché il riferimento autobiografico risulti ben chiaro, cambiano solo i cognomi (Mirello lei e Streno lui). Anna Mirello cresce, matura, rischia e cambia grazie a un nuovo amore, ma soprattutto grazie alla propria realizzazione attraverso il lavoro, la letteratura, l’indipendenza economica. La vera nemica della donna infatti è la rassegnazione (come spiegherà la scrittrice nel saggio Il divorzio e la donna). Interessante risulta anche il confronto con la posizione assunta dalla contemporanea Grazia Deledda che, nel medesimo anno 1902, pubblica il romanzo Dopo il divorzio, mentre veniva discussa e respinta la proposta di legge del Governo Zanardelli. Nel 1909 compare il secondo importante romanzo: Un eletto del popolo in cui la protagonista Mariangela viene abbandonata con un figlio da un deputato avido e arido preoccupato dalla carriera. Una vicenda che non può non ricordare quella personale vissuta dalla scrittrice e che rappresenta comunque una vittoria del coraggio e dell’anticonformismo perché la “sora Lange” rifiuta il cognome dell’uomo per il figlio e lo dispensa dall’obbligo del mantenimento. Nel 1910 esce un romanzo in forma di diario: Dalle memorie di un sacerdote, in cui Angelo, curato nella campagna toscana, soffre per le maldicenze dopo aver salvato da morte certa un neonato abbandonato dalla madre disperata sul greto di un fiume. Don Angelo prova pietà, sa capire e perdonare, mentre il Codice penale (art. 369) distingue fra omicidio e infanticidio (“omicidio scusato”), e libera l’uomo (padre/seduttore) da qualsiasi responsabilità. Per di più il Codice civile (art. 340) proibisce la ricerca del padre con ipocrite motivazioni. Oppresso dalla cattiveria dei parrocchiani e dai dubbi sulla propria fede, disgustato dai compromessi e dall’autorità ecclesiastica, don Angelo arriva al suicidio.
Anna Franchi, paladina dei diritti femminili
Nel periodo fiorentino Anna frequenta assiduamente i Macchiaioli e in particolare lo studio di Telemaco Signorini di cui parla ampiamente nella autobiografia (La mia vita-1940), in biografie specifiche e in saggi (Arte e artisti toscani dal 1850 ad oggi), accompagnati da conferenze molto apprezzate. La sua fama raggiunge la Francia – che frequenta durante le esposizioni internazionali – dove diviene affettuosamente “Franscì” per gli amici intellettuali, fra cui Matisse. Trasferita a Milano prosegue con fervore la sua attività di intermediaria fra i pittori, i galleristi e i collezionisti e scrive la biografia di Fattori (1910) di cui con sapienza mette in luce le doti nel saper rielaborare l’oggetto in modo tutt’altro che fotografico. Negli stessi anni varie testimonianze ricordano l’impegno di Anna sul fronte anticlericale messo in atto con scritti e conferenze; nel 1913 entra nella loggia massonica torinese “Anita Garibaldi” e nel 1914 fonda a Milano la loggia “Foemina superior”, il cui nome indica sia l’intento di «mettere sulla via della verità le giovani menti nelle quali si sviluppa uno spirito di osservazione critica» sia «l’aspirazione della donna verso il miglioramento spirituale». Siamo ormai alla vigilia della Grande guerra e Anna prende posizione da interventista con le opere Città sorelle (1915) e Il figlio della guerra (1917). Le tragiche vicende nazionali e internazionali la colpiscono duramente: il figlio Gino muore al fronte e il suo corpo non verrà mai ritrovato. Anna fonda allora la Lega d’Assistenza per le madri dei caduti, allo scopo di sollecitare la politica a prendere a cuore la situazione delle madri che non possono avere benefici economici nel caso i figli uccisi siano coniugati. Nel dopoguerra con coerenza Anna non entra nelle file del Partito fascista e invece si avvicina ai Valdesi tanto da diventare “direttore responsabile” del loro periodico “L’Appello”. Intanto continua a pubblicare saggi, romanzi, biografie (Caterina de’ Medici– 1932), racconti per bambini (Gingillo-1946) e a impegnarsi in pubbliche conferenze. Durante la Seconda guerra mondiale opera nelle file della Resistenza e, con la pace ritrovata, il 1946 è per lei un momento di grande soddisfazione: finalmente le donne italiane hanno accesso al voto attivo e passivo; si realizzava dunque il sogno di quelle pioniere come Anna Kuliscioff e Anna Maria Mozzoni che tanto a lungo e con tenacia si erano battute. Per l’occasione scrive Cose d’ieri dette alle donne di oggi. Ormai anziana prosegue tuttavia il lavoro e nei primi anni Cinquanta escono ancora sue opere.
Muore a Milano il 4 dicembre 1954, ma il funerale si svolge a Livorno dove è sepolta nella cappella di famiglia. «L’equilibrio dovrebbe nascere da una coscienza morale, da una dignità diversa tanto nel maschio quanto nella femmina (…) uguale al maschio? No. Inferiore? Nemmeno. Diversa ma non meno degna di tutte le considerazioni». (Per le donne, 1913) Le sono state intitolate una via a Olbia, una a Roma e un largo a Livorno.
Laura Candiani
Articolo di Laura Candiani-Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.
Rivalutiamo Anna Franchi
scrittrice, giornalista, donna di cultura e di impegno civile per l’emancipazione femminile
Rivalutiamo Anna Franchi
Con questo progetto il Club intende rivalutare Anna Franchi una delle figure più significative del panorama intellettuale livornese e nazionale del primo Novecento per il coraggioso impegno messo nella lotta per la conquista di diritti allora solo maschili.
Cresciuta ed educata in un ambiente familiare ricco di memorie risorgimentali, porterà sempre con sé i valori della democrazia e dell’uguaglianza ricevuti dal padre, dalla nonna e dagli amici di famiglia che frequentavano la casa paterna.
Le sue vicende personali, poi, la spingeranno a battersi per una identità nuova della donna nella società e nel mondo del lavoro con chiari collegamenti agli ideali risorgimentali.
Anna Franchi, sostenitrice delle idee progressiste che fioriscono nella stampa femminista del tempo, si trova a vivere in questa fase di trapasso epocale e decide, a seguito del fallimento matrimoniale e delle difficoltà economiche, di lottare come giornalista affinché possa realizzarsi l’uguaglianza tra uomo e donna.
Anna Franchi nasce a Livorno nel 1867 e ottantasettenne muore in povertà a Milano nel 1954. La salma, rispettando le sue volontà, viene traslata a Livorno al cimitero dei Lupi dove si trova tuttora.
Alla Biblioteca Labronica Guerrazzi la Franchi lascia in dono numerose sue opere, articoli, manoscritti che oggi costituiscono il Fondo Anna Franchi ovvero la testimonianza di vita di una donna semplice, onesta e coraggiosa.
Il progetto prevede le seguenti 3 attività:
allestimento di una mostra delle sue opere artistiche e manoscritti secondo il seguente calendario:
– 28 novembre 2024 inaugurazione della mostra presso la Biblioteca Comunale Guerrazzi con apertura straordinaria domenica 1 dicembre e termine il 7 dicembre
– 6 dicembre 2024 presso la sala degli specchi del Museo Fattori conferenza conclusiva sull’attività letteraria, giornalistica e politica della Franchi
febbraio 2025 apposizione di una lapide commemorativa presso il Famedio del Santuario di Montenero dove a ora sono presenti solamente figure di grandi uomini illustri livornesi, sarebbe la prima donna ad avere questo riconoscimento ( data da definire)
marzo 2025 Intitolazione del plesso secondaria di 1° nel quartiere La Rosa dell’istituto comprensivo Bartolena ( data da definire)
Anna Franchi, la prima e l’ultima macchiaiola
Conferenza del critico d’arte Jacopo Suggi all’interno del Progetto Rivalutiamo Anna Franchi
Rivalutiamo Anna Franchi
Venerdì 6 dicembre, presso il salone degli specchi, all’interno della Villa Mimbelli sede del Museo G.Fattori ha avuto luogo una conferenza del giornalista e critico d’arte Jacopo Suggi dal titolo “Anna Franchi, la prima e l’ultima macchiaiola“.
Anna Franchi, paladina dei diritti femminili
Anna Franchi è stata una personalità eclettica, moderna scrittrice e giornalista d’arte, autrice di oltre sessanta pubblicazioni e innumerevoli saggi, drammaturga, musicista, ma anche attivista, mossa da una complessa coscienza sociale che la portò a combattere per tante cause, in particolare per i diritti delle donne.
Davanti a un pubblico attento e appassionato Jacopo Suggi ha messo in luce un altro aspetto di questa donna eccezionale: la sua passione per l’arte, i contributi dati come critica d’arte e i legami con il movimento dei Macchiaioli. Anna Franchi è stata infatti la prima donna che ha creduto nel movimento macchiaiolo: ne ha scritta la storia, ha conosciuti gli artisti, ha cercato per loro un mercato che ne riconoscesse il valore. Importante l’amicizia con Giovanni Fattori e la corrispondenza con molti pittori: le lettere ricordano non soltanto le loro intenzioni artistiche ma anche gli stati d’animo, le relazioni, i viaggi, i successi e anche i momenti di tristezza che venivano confidati all’amica Anna.
A seguire ha avuto luogo una visita guidata al museo G. Fattori, dove sono allocate le opere dei pittori macchiaioli. In alcune stanze sono state allestite bacheche con documenti e opere che mostravano l’interesse e il legame di Anna con gli artisti di quel movimento pittorico.
Un bel pomeriggio, il finissage della mostra che chiuderà i battenti sabato 7 dicembre, che ha avuto un grande interesse e partecipazione pertanto… è stata chiesta un proroga, speriamo di ottenerla!
Gemma Biroli nata a Novara da genitori lombardi, e` vissuta per molti anni a Milano.Tra le sue prime raccolte di versi l’indimenticabile LA NUOVA FRONDA, segnalazione di merito Premio Fusinato 1937, a cui seguirono altri volumi di inimitabile poesia, TEMPESTA SUL MARE (1948), TERRA LONTANA (1962) e OLTRE IL TEMPO (1969), un trittico lirico di ampio respiro e di calda ispirazione che le valse il riconoscimento di critici insigni e il cordiale consenso del pubblico. Nella produzione di poesia in versi si inseriscono la raccolta di prose UNO STRANO PAESE (1950) e RINTOCCHI DELLA SERA (1972) in cui il suo spirito, uscito da una estenuante lotta con il dolore, si innalza a considerazioni e contemplazioni di drammatica intensita`, sullo sfondo di due paesaggi a lei particolarmente se pur diversamente cari, quello ligure e quello della BASSA LOMBARDA, che sono come i motivi dominanti in una appassionata e dolente musica interiore. Collaboro` a quotidiani e periodici con elzeviri, liriche e saggi di critica letteraria. Coltivo` anche la pittura, a cui fu avviata giovanissima, da un valente pittore vigevanese Ambrogio Raffaele, della scuola del grande Fontanesi. Mostro` sempre un particolare gusto per i paesaggi delle terre che amava ed espose in mostre personali e collettive a Milano e in altre citta`.
Gemma Biroli
TEMPESTA SUL MARE: le liriche
LA BIMBA SU LO SCOGLIO
Io vedo vedo, là su la scogliera
che s’avanza nel mar come una frana
di ciclopici mondi, una bambina :
forse, dieci anni ; nera una treccina
su l’omero le scende,
ed il grande occhio assorto
ha una dolcezza grave
nel puro ovale del visetto smorto
sopra una personcina agile e dritta
ma tute asprezze come a marzo i pruno.
Presso la bimba ora non c’è nessuno.
Innanzi e intorno il mare :
calmo, sereno, che riflette il cielo.
E quella bimba solitaria sta,
come un’agave strana
che in alto avventa il lungo esile stelo,
sul dirupato scoglio ;
e immobilmente esplora,
fisso lo sguardo nell’immensità.
Quel ch’ella pensi, quel che sogni o senta
forse ridir non sa.
Ella è tuttor bambina,
e nera una treccina
su l’omero le scende
e il dolce viso ancora
di materne carezze si compiace
e la bocca di baci s’insapora.
Pur ella è sola, su lo scoglio infido,
sola di fronte all’infinito : e a un tratto,
come ciò avvenga ignora,
la vertigine folle
su l’orlo de l’abisso la sospinge.
Trema la bimba, ma si vince : e in cuore
forte premendo un grido,
da sua madre ritorna
come l’uccello al nido.
GOCCIA NEL MARE
Anche da bimba ella saliva un giorno
su un ermo picco in cima alla scogliera
donde mirava, nel più vasto giro
dell’orizzonte, il ciel sereno e l’acque.
Un’oscura vertigine d’un tratto
verso il baratro fondo la sospinse,
ma in tempo si ritrasse, e salva fu.
Su lo scoglio più alto di sua vita
or è giunta la donna e immota sta
come allor, solitaria, fisso l’occhio
nella remota e glauca immensità.
Non più acque, ma terra : la sua terra ;
non più l’urlo del mar ma uno stormire
di pioppi al vento e d’alte messi al sole.
Che più sogna la donna e spera e vuole ?
Strappare un canto alle sue zolle, un senso
dare alla vita, un’ala anche al dolore,
e poi tornar, goccia nel mar, perduta
nel seno immenso dell’eterno Amore.
I rintocchi della sera
dalla raccolta di prose “I rintocchi della sera” (Prefaz. di Cesare Angelini- Ed.Pan-Milano 1972)
Ampiezza di orizzonte sul mare, dominato dalla piccola chiesa eretta in cima alla scogliera. Su lei, nell’alto, placate distese di azzurro o incombenti minacce di nuvole nere nell’avvicendarsi inquieto dei giorni e delle stagioni. Sotto, ai suoi piedi, sciabordare di acque smeraldine o fragore di onde in tempesta. Una piccola chiesa, tra tanto spazio di cielo e di mare. Un punto fermo nel susseguirsi perenne delle generazioni, nel variare continuo degli eventi.
Come le ondate si accavallano per rompersi alla fine contro questi scogli e riconfondersi nel mare, così il flusso di innumeri vite umane batte alternamente a queste mura sacre per poi rifluire e disperdersi nelle oceaniche correnti dell’umanità.
Parole grandi ha la piccola chiesa: parole di eternità. un respiro più vasto di quello del mare la solleva al di sopra degli uomini e degli eventi, e dà alla sua voce una potenza che vince l’urlo del vento e il fragore delle onde in tempesta. Donde le viene tanto potere ? Un divino messaggio le fu affidato, si che essa non teme assalto di forze nemiche, nè confini di terra o di mare. Per ogni uomo di ogni generazione che passa, essa ha parole che non passeranno.
All’alba, a mezzodì, a sera parlano le campane della piccola chiesa con rintocchi gravi e imploranti che il vento porta lontano. ma il cuore in ascolto li sente vicino, li fa voce della sua voce, espressione dei suoi sentimenti. E se i rintocchi dell’alba e del mezzodì sembrano colorirsi di composta letizia, quelli della sera si fanno densi di presagio, come l’ultimo appello del giorno sulle soglie del mistero notturno.
Già il sole è sparito all’orizzonte lasciando ricordo di sè alle nubi vaganti che si arrossano del suo infocato addio. Già di viola si tinge la scogliera superba, che porta al sommo una cupa selva di pini. E una falce di luna affiora nel cielo, e qualche stella, lì accanto, ne trema di dolcezza.
Vasto il mare che sfugge lontano, dietro l’ultima carezza di luce; vasto il cielo che sopra gli incombe col suo pullulante ammiccare di costellazioni. La notte è vicina.
E il cuore in ascolto sente che non potrà affrontarla senza sgomento, e teme per quel che sarà. Ma ecco, dall’alto del campanile, quei rintocchi soavi solenni. Essi afferrano l’anima che sta per naufragare e piano, senza sussulti, la riportano a galla ancorandola ad una segreta speranza. Il giorno è finito. La notte imminente: quel che resta di vita è simile al riverbero del sole scomparso che arrossa le nubi, al suo estremo riflesso di luce sul mare.
Ma una certezza affiora dal fondo dell’anima, si accende come gli astri del cielo, prorompe in ardente preghiera coi rintocchi della piccola chiesa cui è affidata la grande promessa di un domani senza tramonto.
“Un descrivere che è un dipingere…”
dalla prefazione di Cesare Angelini
Gemme di Poesia
Destarmi, un’ alba, dopo greve sonno,
immemore di tutto: e ritrovarmi
in cuor soltanto la dolcezza strana
della stupita adolescenza
da ‘Alba’ (La Nuova Fronda)
Non me: quell’ altra tu volevi: quella
che da tant’ anni senza te rimasta
a Dio chiedeva la sua mamma. Intesi
con uno schianto il vero. E la sorella,
piccola e sola, paga fu nel cielo.
da ‘La piccola Gemma’ (La Nuova Fronda)
The early days
GEMMA BIROLI, nata a Novara a molta distanza dai fratelli, aveva appena compiuto i nove anni quando il padre morì. Tutta chiusa nella sua precoce esperienza di dolore, che ne aveva scossa profondamente la delicata sensibilità, pur dando segni di particolare amore allo studio, mal si adattava alle formalità della vita scolastica.
Da parte sua la madre non aveva nessuna intenzione di farle conseguire un diploma, convinta com’era che la più alta missione della donna fosse quella di dedicarsi alle cure della casa e della famiglia.
Intanto il primogenito alla vigilia della laurea era stato costretto a interrompere gli studi per la lunga e estenuante degenza del padre al quale aveva dovuto in qualche modo sostituirsi nel disbrigo degli affari di famiglia. Per di più allo scoppio della grande guerra il secondogenito partiva per il fronte, ove rimase per tutta la durata delle ostilità compiendo interamente il proprio dovere con entusiasmo e con elevato spirito di abnegazione.
Quegli anni trascorsi tra continue apprensioni e timori non dovevano certamente contribuire a rendere gaia e spensierata la prima giovinezza di Gemma Biroli.
Nel frattempo la famiglia si era trasferita a Vigevano ove la madre, dopo tante dolorose vicende, poteva finalmente trovare una relativa quiete nella vicinanza del suo paese natio e dei congiunti ivi rimasti. Nella ridente e industre cittadina lombarda la giovinetta frequentò i corsi magistrali presso l’Istituto S. Giuseppe saggiamente retto dalle Suore Dominicane e nel tempo stesso si dedicò anche alla pittura sotto la guida di Ambrogio Raffele, insigne paesista già allievo di Fontanesi, ormai ritiratosi nella natia Vigevano dopo lunga e feconda carriera.
Ma una più profonda e segreta passione Gemma nutriva in cuore per la poesia sulla quale doveva particolarmente influire l’elegiaca bellezza della pianura Lomellina e quella così diversa di un impervio lembo di riviera ligure ove ella di frequente soggiornava.
Nella definitiva residenza di Milano, ove la famigliola aveva raggiunto il primogenito che già vi esercitava la sua professione, la giovane scrittrice non potè fare a meno di manifestare la sua ormai meditata tendenza artistica, e per incitamento di amici e intenditori si indusse a pubblicare il volume Le Prime Liriche.
“Spalancar le finestre, a notte fonda,
su uno stellato ciel di chiaro autunno:
null’altro udir per le campagne assorte,
fuse nell’ombra, che il frusciar in sogno
d’un pioppo giovinetto e lo sciacquio
roco d’un’acqua tra celate sponde:
sentir la terra piccoletta e muta
sotto l’immensa cavità stellare
riscintillante come un mar senz’onde
nell’infinito seno: in un pio slancio
alzar la fronte e tendere il pensiero
sino a sfiorar l’eterno: e poi tornare
con umiltà sul proprio stento umano,
chiudendo in cuore un palpito di stelle.”
Piero Ciampi nasce a Livorno il 28 settembre del 1934. Il padre, Umberto, è un piccolo commerciante di pellami. Delle prime fasi della sua vita, complice il conflitto bellico, non si sa granchè [1]; le prime notizie si hanno dal momento in cui si iscrive alla facoltà di ingegneria dell’Università di Pisa. Quando si trova a circa metà degli esami decide di lasciare l’Università per ritornare a Livorno e provare l’avventura musicale[2]. Nel frattempo, per guadagnare qualche soldo, fa, qua e là, qualche lavoretto.
Piero Ciampi: il nostro Grande Poeta maledetto-
Piero Ciampi – Canzoni e poesie
IL TUO RICORDO
Il tuo ricordo è una strada piena di luce, una cometa luminosa, mi segue sempre, ovunque vada, sempre. Ora che non ci sei più credo ancora di averti vicina e torno ogni sera dove tu stringevi la mia mano. Ed il tuo viso è una sera piena di ombre ed il ricordo dei tuoi passi mi segue sempre, ovunque vada, sempre. Ora che tu non ci sei più io desidero silenzi, infiniti silenzi, infiniti deserti, usignoli tutti bianchi e pensieri sereni su una strada piena di luce che non ha mai fine.
…..
L’ULTIMA VOLTA CHE LA VIDI
I miei occhi erano pieni del suo sguardo, poi vidi i suoi passi allontanarsi sulla spiaggia… e fu l’ultima volta che la vidi L’ultima volta che la vidi mi chiese di fermare il tempo e mi dette uno scrigno pieno di comete. Io non posso ormai più andare tra i sorrisi della gente né chiedere alle cose un posto in mezzo a loro. L’ultima volta che la vidi mi chiese di fermare il tempo e mi dette una mano piena di carezze. Fu una lacrima candida e lunga che cadendo sopra un fiore mi fece ricordare che se bianco è bianco e nero è nero in questa vita io sono uno straniero. Senza di lei il giorno non ha né alba né tramonto e l’arcobaleno e il canto degli usignoli sono cose perdute…. Ed ogni sera ritornano su quella spiaggia processioni di stelle e di comete come l’ultima volta che la vidi.
Piero Ciampi: il nostro Grande Poeta maledetto-
….. ADIUS
Il tuo viso esiste fresco mentre una sera scende dolce sul porto. Tu mi manchi molto, ogni ora di più. La tua assenza è un assedio ma ti chiedo una tregua perchè un cuore giace inerte rossastro sulla strada e un gatto se lo mangia tra gente indifferente ma non sono io, sono gli altri. E così… Vuoi stare vicina? nooo? Ma vaffanculo. Sono quarant’anni che ti voglio dire… ma vaffanculo. Ma vaffanculo te e tutti i tuoi cari. Ma come? Ma sono secoli che ti amo, cinquemila anni, e tu mi dici di no? Sai che cosa ti dico? va-ffan-culo. Te, gli intellettuali e i pirati. Non ho altro da dirti. Sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba? Perché io sono bello, sono bellissimo, e dove vai? Ma vaffanculo. E non ridere, non conosci l’educazione, eh? Portami una sedia, e vattene.
….. MISERERE
A mille anni ho dimenticato in treno la mia borsa, dentro: le poesie, una camicia e qualche fazzoletto. Ho messo a soqquadro mezza polizia, la stazione, e mi guardavano co- me un pazzo. A Ponte Sisto ho bevuto sei litri al cubo, in Piazza del Biscione… sono morto. Questo è un miserere per te, per me, che non abbiamo saputo amarci. Noi, per colpa di quattro scemi, abbiamo dovuto subire l’equivoco e siamo soli. Questo è un miserere per te e per me, che non abbiamo mai capito che dovevamo difenderci. Gli uomini quando sono scemi sono nemici, tu non l’hai capito ed ora sei sola. Questo è un miserere per te e per me
….. TU CON LA TESTA IO CON IL CUORE
Tu, tu mi hai amato con la testa. Io, io ti ho amato con il cuore. Forse il tuo amore è più giusto forse il mio è più forte. Io ho paura della tua memoria perché fai troppi conti col passato e castighi i miei errori ignorando i tuoi e poi tu hai sposato il tuo orgoglio con la vanità. La nostra è una battaglia molto dura perché noi non ci concediamo mai un perdono, io col sentimento ti spavento tu con la logica mi sgomenti. Se dici che siamo soli su questa terra cerchiamo di evitare un addio: andiamo avanti con questo amore andiamo avanti tu con la testa, io con il cuore. Questo nostro amore è una cosa… una delle tante della vita. Noi stiamo rovinando tutto con le parole queste maledette parole…
….. L’AMORE E’ TUTTO QUI
Se sono solo come mai, non ho una lira e tu lo sai, perdonami; sono uno strano uomo che può frequentare solo te, abbracciami. Non sono morto e tu lo sai, se ti procuro tanti guai perdonami. Il dolce non lo mangi mai ma qualche volta ti rifai, abbracciami. tutte le cose che non hai accanto a me le troverai nel mondo dell’illusione. Tu vai sicura, vai così, perché io sono sempre qui qui!
….. VA
Va il suo corpo in ogni cuore, sembra un coltello. Lei apre senza pietà altre ferite oltre la mia e va con il suo corpo lungo la strada ed il cemento, è un teatro per le sue gambe sempre pronte ad una danza. Se ritardi, così viene l’attesa, la mia unica arma è un lungo silenzio. Io tra milioni di sguardi che si inseguono in terra ho scelto proprio il tuo ed ora tra miliardi di vite mi divido con te. Se perdi la pazienza grazie a un sorriso ritorni mia, poi apri la tua mano in un disegno sovrumano. La tua anima sta giocando in giardino, mi nascondo e la scruto ma il tuo corpo dov’è? Noi per nutrire l’amore ci sfidiamo a duello, sarà sempre così. Ma amore, non esiste un nemico più bello di te.
….. L’INCONTRO
Domani la mia camicia sarà pulita, le mie pupille bianche, il mio passo fermo, i calzoni stirati, le scarpe lucide, e la mano non deve tremare, costi quel che costi. Non ti potrò baciare perché anche tra noi due l’attesa è sacra e la diffidenza necessaria. Forse comincerò a prenderti la mano, poi non saprò come continuare, farò di tutto perché tu non capisca l’indifferenza che in questo mondo ci perseguita. Stanotte allenerò le mie labbra a sorridere e dovrò quindi pensare a lavarmi fino alla morte i denti. Vorrei piacerti come un tempo ma la mia pelle è stanca e non posso nascondere il mio volto. Dovresti essere forte e dirmi, lasciandomi alla mia vita di sempre, che ormai per te sono un estraneo e che ha ragione la gente quando dice che merito la solitudine. Ma guarda tu che cosa ti dico; sarebbe molto meglio per te che te ne andassi prima di incontrarmi.
….. CHIEDER PERDONO NON E’ PECCATO
Buongiorno, amore: sei ritornata, niente è cambiato, siamo gli stessi innamorati come una volta, tu sei la stessa, quella che amavo, le stesse mani, lo stesso viso, la stessa ansia nei nostri cuori. Quando mi hai visto tu hai sorriso: chieder perdono non è peccato. Sei ritornata, niente è cambiato, siamo gli stessi innamorati.
tratte da “Canzoni e poesie”
Lato side, Roma, 1980
Piero Ciampi: il nostro Grande Poeta maledetto-
La vita agra, 53 poesie di Piero Ciampi
L’unico Ciampi a cui dovremmo dedicare piazze e strade in ogni angolo d’Italia è Piero, perché era tutto quello che non vogliamo più che gli artisti siano: l’amarezza della vita agra, il dolore di essere meschini e non saper essere altro, il sarcasmo, il cinismo, talvolta pure la violenza, in versi, narrata, che è la violenza più dannata, contro quel problema volgare che ci attanaglia tutti: andare, camminare, lavorare. Campare. E farlo per quegli spiccioli con cui comprarsi un’ora di sollievo sopra il collo di una bottiglia, tra le cosce di una sconosciuta, dentro un taxi per nessuna parte o una frittata di cipolle, «cose che non ho mai avuto tutte insieme», raccontò in un’intervista: la felicità è una sigaretta consumata; se arriva, arriva a mozziconi.
Piero Ciampi era un Modigliani anacronistico, uno nato nella città giusta – a Livorno, in via Roma, praticamente di fronte alla casa natale di Modì – ma pareva avesse sbagliato epoca pur azzeccandola in pieno. Non c’è niente di romantico o decadente nella sua vita raminga e balorda, da bohémienne ottocentesco fuori tempo massimo. Non era uno scapigliato o un dandy; tendeva piuttosto a un epicureismo istintivo e dannato, da eterno insoddisfatto che se ne fotteva della ricerca estetica: era lui stesso l’estetica, la sua vita, la disperazione che gli tallonava il culo, sulla strada, come i poeti beat. Ciampi era il Majorana di Sciascia in fuga dal proprio talento, uno della genia dei Morselli o dei Campana, quelli che faticano a starsi dietro. La sua esistenza accadde tutta dentro al proprio tempo, fu tragicamente novecentesca e tragicamente italiana. Lo intuiva probabilmente pure lui, che non a caso nei primi dischi degli anni sessanta si firmava con lo pseudonimo di Piero Litaliano, tutto attaccato perché la sua era grammatica da osteria, una zuppa preparata con gli scarti di senso. Gliel’avevano dato i francesi, quel soprannome, accentando la O finale, in virtù del pathos tipicamente italico che infondeva alle sue interpretazioni canore. In realtà dentro quella voce, prima ancora che l’Italia, c’era Livorno; e nemmeno tutta: c’era soprattutto il quartiere Pontino dove Ciampi era nato tra il profumo del cacciucco e quello delle puttane, le urla dei portuali e le proteste dei disoccupati, quei vicoli che portavano nomi di canzoni come «via della Disperazione», strada senza autore in attesa del suo Bob Dylan. Processione di un’umanità dolente, assetata di tutto, affamata dalla miseria ma pure da qualcosa che si trova fuori dallo stomaco, fuori dalla pelle, fuori persino dal creato.
È l’umanità protagonista di canzoni che sovvertono Dickens intorno a un fuoco natalizio dove l’apologo si fa cenere per rinascere controfavola (Il Natale è il 24), che evocano Edgar Allan Poe in una nuova ornitologia dell’orrore, l’orrore squallido dello stentare quotidiano (Il merlo), che erigono monumenti all’artista solo se l’uomo è un irredimibile, un irrecuperabile, un irregolare (Ha tutte le carte in regola). Per certi versi Piero Ciampi è stato il nostro Céline – che conobbe durante il periodo di vagabondaggio in Francia nei locali in cui si esibiva Georges Brassens – il primo punk italiano, però con la chitarra classica: mentre Celentano e Buscaglione accoglievano l’America nel rock’n’roll e nello swing, Ciampi se l’andò a prendere in Francia. Nella sua carriera è venuto alle mani con Califano al bancone di un bar, ha insultato i giurati del premio Tenco, ha mandato a fare in culo il mago Silvan e più volte il proprio pubblico, soprattutto quello dei circoli d’élite, i borghesi, gli intellettuali, di cui gli interessavano solo i soldi. Una volta a Firenze abbandonò il palco dopo aver eseguito a malapena il primo brano, e non sazio sbeffeggiò il pubblico proclamandosi «il cantante più pagato d’Italia, trecentomila lire per mezza canzone»; un’altra volta dilapidò l’anticipo in contanti dalla RCA, ottenuto grazie all’intercessione dell’amico Gino Paoli, spendendolo tutto all’osteria di via dell’Oca, metà in vino e un’altra metà regalata a una prostituta «così stasera puoi fare a meno di lavorare». Era insofferente al successo, più che cercarlo sembrava fuggirlo. Spariva per mesi interi, diceva agli amici di essere in partenza per Tokyo o per l’America, ma poi lo ritrovavano ubriaco al porto di Livorno, isola-mondo di cui si sentiva il Robinson Crusoe; altre volte invece partiva davvero, improvvisamente, senza dire niente a nessuno, per Barcellona, per Stoccolma, per Dublino. A causa di queste fughe mandò in vacca numerose occasioni di svoltare la carriera, come quella volta nel 1974 quando a cercarlo fu Ornella Vanoni e lui risultava irrintracciabile anche al fido collaboratore Gianni Marchetti.
Era un emarginato, Ciampi, sapeva di esserlo e forse voleva esserlo; si definiva un arrabbiato, descrivendosi con tre aggettivi che sono un preciso identikit caratteriale – livornese, anarchico e comunista – però sul passaporto, alla voce professione, ci fece scrivere «poeta».
Come poeta Ciampi realizzò una sola raccolta, 53 poesie; gliela pubblicò nel 1973 Ennio Melis per la RCA in un’edizione elegante e spartana, dalla copertina totalmente bianca come il White Album dei Beatles. Resta forse il primo e unico caso in Italia in cui un’etichetta discografica abbia pubblicato un libro di poesie di un cantautore, riaffermando con una sola operazione editoriale quella continuità tra poesia e canzone ben presente alla tradizione romanza, dai trovatori provenzali agli stilnovisti, e poi sdoppiatasi in diramazioni distinte seppur tangenti. Quel volumetto torna adesso in libreria grazie a Lamantica Edizioni, arricchito da una premessa di Enrico De Angelis, curatore dell’ultima pubblicazione in cui vennero ristampate le 53 poesie (Piero Ciampi. Tutta l’opera. Arcana, 1992), un’introduzione critica di Diego Bertelli – che analizza l’esclusività della poetica ciampiana e la sua distanza tanto dalla tradizione lirica italiana quanto dalla sperimentazione novecentesca, mettendo altresì in risalto le affinità tematiche col concittadino Caproni e con la versificazione frammentata di Ungaretti – e una postfazione dell’editore Giovanni Peli.
Molti dei versi qui raccolti nacquero originariamente come estensioni delle canzoni, alcuni vennero pubblicati nei libretti allegati ai dischi, altri recitati da Ciampi nei concerti tra un brano e l’altro, altri ancora furono direttamente integrati alle canzoni, quasi che quei versi fossero protesi, rinforzi, aggiunte senza le quali la forma-canzone iniziale sarebbe rimasta monca, in qualche modo incompleta. Nell’universo lirico di Ciampi non c’è soluzione di continuità tra i due codici espressivi, poesia e canzone sono forme bastarde, promiscue come un fiammifero / ed una latta di benzina / fanno l’amore / sotto il tetto / di una mano. Si rincorrono a vicenda, l’una strattona l’altra a sé: se nelle canzoni ciampiane la melodia doveva farsi marcia irregolare per stare al passo di una metrica dispari, etilica, frantumata – un mucchio d’ossa raccolte dentro un fosso – in queste poesie i versi cantano da soli, senza musica, echeggiando la voce barcollante e insolente del loro autore.
Anche nella forma lirica pura la poetica di Ciampi rimane quello che è sempre stata: fragilità in rivolta, vita come strage continua, stupore amaro di animali chini «a sverginare stelle». E quando certi versi d’amore appaiono un po’ troppo aggressivi, è perché l’amore si dà in relazione, e la relazione è sangue e merda: un insetto che disfa «la nostra sottile e dolorosa ragnatela», dolori che si aggiungono addosso, mani che sfuggiranno sempre. E se per Ciampi non c’è redenzione nell’amore, tanto meno ce n’è in Cristo, figura poetica che ritorna spesso nelle sue poesie, ma è il Cristo di un ateo, il figlio di un cane non certo di Dio: ora muore investito da un’automobile, ora crepa di emorragia, ora si impicca in mezzo a scimmie che lo emulano. È lo stesso Cristo tra i chitarristi di una sua canzone, un acrobata in bilico su un tubo da cui cade di continuo, un viaggiatore incerimonioso che dimentica la valigia su quel treno schifoso da cui non voleva scendere:
«A mille anni
ho dimenticato
in treno
la mia borsa.
Dentro
le poesie
una camicia
e qualche fazzoletto.
Ho messo a soqquadro
mezza polizia
la stazione
e mi guardavano
come un pazzo.
A Ponte Sisto
ho bevuto
sei litri
al cubo.
In Piazza del Biscione
sono morto»
Piero Ciampi nasce a Livorno il 28 settembre del 1934. Il padre, Umberto, è un piccolo commerciante di pellami. Delle prime fasi della sua vita, complice il conflitto bellico, non si sa granchè [1]; le prime notizie si hanno dal momento in cui si iscrive alla facoltà di ingegneria dell’Università di Pisa. Quando si trova a circa metà degli esami decide di lasciare l’Università per ritornare a Livorno e provare l’avventura musicale[2]. Nel frattempo, per guadagnare qualche soldo, fa, qua e là, qualche lavoretto.
Chiamato al servizio militare, Piero parte per il CAR (Centro Addestramento Reclute nella terminologia del servizio di leva obbligatorio) a Pesaro. Durante le libere uscite va a suonare nei piccoli locali pesaresi, dove suscita l’interesse di Gianfranco Reverberi, che ne coglie la vena artistica e successivamente proverà ad inserirlo nel difficile mondo musicale. Inizialmente Piero suona il contrabbasso (suo primo strumento musicale che aveva imparato a suonare da autodidatta) in alcune orchestre del posto, ma in realtà si sente un cantautore e un poeta.
Nel 1957 senza soldi, con solo una chitarra e un biglietto di sola andata in mano, passa prima a Genova, dove va a trovare Reverberi, poi prosegue per Parigi, dove stringe amicizia con Louis-Ferdinand Céline, e va ad ascoltare il grande Georges Brassens. È proprio in Francia che nasce il “Ciampi chansonnier”.
Nel 1959 ritorna nell’amata Livorno, sempre senza alcun soldo in tasca. Per un mese se ne sta in giro per la città, ubriacandosi e pensando di fare il pescatore, ma l’amico Reverberi se lo porta a Milano convincendolo a lavorare per lui. Quando Crepax, amico di Reverberi, passa alla CGD, si porta dietro Piero Ciampi come cantautore “di scuderia”; gli fa incidere alcuni dischi e prova pure a venderli, con il nome artistico di Piero Litaliano. Nel 1963, comunque, “Piero Litaliano”, pubblica il suo primo LP che contiene, tra le altri, Autunno a Milano, Fino all’ultimo minuto e, soprattutto, Lungo treno del sud. Da questo momento però inizia il suo isolamento, un po’voluto dai suoi colleghi, che mal sopportano il suo carattere poco incline alla conciliazione, e molto cercato e voluto da Piero Ciampi stesso. La critica, a parte qualche eccezione, è severissima e stronca l’album, che infatti non ha successo (sarà poi inaspettatamente ristampato dalla CGD nel 1990). Piero allora lascia Milano e ritorna a Livorno, da dove, abbandonato il nome “Piero Litaliano”, inizia a scrivere e cantare con il proprio nome e cognome.
È questo però un periodo di non alta produzione artistica: produce un 45 giri di Georgia Moll e una canzone per Gigliola Cinquetti (“Ho bisogno di vederti“). Quello che Ciampi sembra non riesca a smettere è vagabondare (Svezia, Spagna, Inghilterra e probabilmente anche Giappone, tra le sue mete) e bere.
La sua vita amorosa è ugualmente difficile: dopo il fallito matrimonio con Moira – donna irlandese che, dopo meno di un anno di matrimonio, andrà via portandosi dietro il loro figlio Stefano (nato nel 1966) – anche con Gabriella, che gli darà una figlia, Mira, la convivenza finisce ben presto [3].
Nel 1967 produce un disco intero per Lucia Rango; Gino Paoli, uno dei suoi pochi “amici-colleghi” prova a portarlo con sé alla RCA, ma Piero, dopo aver preso un anticipo del contratto, non scriverà nemmeno una canzone. Nel frattempo coltiva anche la passione per la poesia, e in effetti egli si sente più un poeta che un cantante; scrive poesie scarne e brevi, quasi che fossero una metafora della sua vita.
Gli anni fra il 1973 e il 1974 avrebbero veramente potuto essere quelli della svolta artistica, ma i problemi con l’alcool e quelli con l’ambiente musicale in cui si deve confrontare, hanno oramai raggiunto un punto di non ritorno: sono di questo periodo diversi litigi con artisti di svariati campi. Tra i cantautori apprezza solo Fabrizio De André. Trova comunque il tempo per scrivere Io e te, Maria (rifiutata in un primo momento da Nicola Di Bari, che poi però la inciderà…), Bambino mio (cantata da Carmen Villani e scritta con Pino Pavone, un cantautore calabrese). Nel 1974 Ornella Vanoni vorrebbe produrre un album intero con canzoni di Ciampi, ma alla fine non se ne farà niente. Piero si ritrova a cantare in piccoli locali, dove non manca di insultare il ricco pubblico pagante.
Nel 1976 registra una serata al Club Tenco, che anni dopo viene pubblicata anche su CD. Tra la fine del 1976 e gli inizi del 1977 Ciampi si esibisce in concerto, senza tuttavia molto successo, con una serie di artisti conosciuti alla RCA: Paolo Conte, Nada e Renzo Zenobi; viene anche registrata una trasmissione televisiva, che però la Rai non trasmetterà mai. In compenso, in questi stessi anni diviene molto popolare agli ascoltatori di Radio Capodistria (emittente jugoslava all’epoca molto seguita in Italia centro-settentrionale), visto che non passa giorno che non venga mandato in onda un suo brano.
Negli ultimi anni Piero Ciampi torna sempre più frequentemente a Livorno. Il 19 gennaio1980, ricoverato a Roma, muore per un cancro alla gola, assistito da un medico-cantautore: Mimmo Locasciulli (che per ricordare l’amico Piero inciderà anni dopo una delle sue più belle canzoni: Tu no).
Piero Ciampi: il nostro Grande Poeta maledetto-
Articolo di Cristina Valentini -Livornese, classe 1934, Piero Ciampi è stato uno dei cantautori più importanti del ‘900 italiano.
Oggi, 19 gennaio, in occasione dell’anniversario della morte del poeta, abbiamo voluto ricordarlo così.
Anticoformista, controcorrente e senza ombra di dubbio riconoscibile come poeta maledetto a tutti gli effetti. Ci teneva così tanto da essersi fatto scrivere “poeta” alla voce “professione” sul passaporto.
Come cantante non raccoglie mai i favori della critica, nonostante le stupende pubblicazioni insieme all’amico di sempre Reverberi e al maestro Marchetti. L’attività di paroliere sembra invece regalargli più soddisfazioni: nel 1965 la sua Ho bisogno di vederti, cantata da Gigliola Cinquetti, arriva seconda al festival di Sanremo; negli anni ’70 invece scrive testi per Nada, che avrà poi un grande successo nel mercato discografico.
Ciampi passa la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 a vagabondare per i paesi più disparati. Nel ’57, a 23 anni, parte per la Francia senza una lira in tasca, ma riesce in qualche modo a mantenersi cantando le sue poesie per strada. Qui diventa un conoscitore ed estimatore della chanson francese e gli viene affibbiato il nome d’arte che lo accompagnerà durante i primi passi della sua carriera: “L’italianó“, poi trasformato in “Piero Litaliano“.
“Ha tutte le carte in regola per essere un artista: ha un carattere melanconico beve come un irlandese se incontra un disperato non chiede spiegazioni divide la sua cena con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi”
Ha tutte le carte in regola (per essere un artista)è il manifesto artistico e culturale di Piero, dove l’autore parla del suo stile di vita assolutamente e incofutabilmente lontano dai canoni della società occidentale.
Le sue canzoni sono delle vere e proprie poesie. Malinconiche ma capaci di affondarti e affascinarti sin dal primo ascolto.
Ciampi è il perfetto esempio di tutta quella schiera di artisti incompresi in vita e celebrarti e osannati dopo la loro morte.
Dal 1995 proprio a Livorno è nato il Premio Ciampi, concorso riservato a canzoni inedite. Sono assegnati inoltre un premio per la miglior cover di una canzone di Piero, il premio al miglior esordio discografico dell’anno e un premio alla carriera.
Un bohémienne livornese, patrimonio artistico e culturale del nostro paese da consevervare e tramandare alle future generazioni, con cura.
Descrizione del libro di Ilse Aichinger- La speranza più grande-Sullo sfondo di una città in guerra Ellen, una ragazzina per metà ebrea, fa amicizia con un gruppo di coetanei «con i nonni sbagliati». Tra giochi, paure, sogni, desiderio di fuga e addii, Ellen e i suoi compagni fanno esperienza della crudele realtà della persecuzione razziale e della minaccia costante della deportazione e della morte, affrontando un mondo assurdo e incomprensibile. La speranza iniziale di una fuga possibile, al di là dell’oceano, sembra destinata a svanire entro gli angusti e invalicabili confini della città assediata, ma si trasforma in una speranza più grande – forse meno terrena della prima, ma non per questo meno tangibile – che dischiude la possibilità di raggiungere la terra promessa, «dove tutto diventa azzurro». Un viaggio in dieci stazioni nelle pieghe profonde dell’esistenza e di una Vienna ferita, raccontato dalla voce corale dei perseguitati, sul crinale di una quotidianità che sconfina nella dimensione del sogno. Il romanzo di Ilse Aichinger è un coraggioso atto di resistenza al nulla esistenziale, un gesto di interrogazione del mondo e della lingua volto a restituire alla realtà devastata dalla guerra un senso nuovo, e a indicare, come fa la stella di David con Ellen, una strada da seguire.
Ilse Aichinger
L’autore-Ilse Aichinger
Ilse Aichinger è nata a Vienna il 1° novembre 1921 da un’insegnante austriaca e da un medico di origine ebraica. Trascorre gli anni della Seconda guerra mondiale a Vienna insieme alla madre, mentre la sorella gemella, la pittrice Helga Michie (1921-2018), riesce a emigrare in Inghilterra. Nel 1942 gran parte della famiglia materna viene deportata e uccisa nel campo di sterminio di Malyj Trostenec. Uscito nel 1948, La speranza più grande è il primo e unico romanzo di Ilse Aichinger. Autrice di numerosi racconti, radiodrammi, poesie, aforismi e diari, Aichinger partecipa agli incontri del Gruppo 47, vincendo il premio nel 1952 con il racconto Spiegelgeschichte (Storia allo specchio). Nel 1953 sposa il poeta e drammaturgo tedesco Günter Eich. Insignita di molti e prestigiosi premi, nel 1995 riceve il Großer Österreichischer Staatspreis, premio di Stato austriaco per la letteratura. Muore a Vienna l’11 novembre 2016
Ilse Aichinger-La speranza più grande
Traduzione di Ervino Pocar A cura di Matteo Iacovella
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