Edoardo Amaldi- Da via Panisperna all’America. I fisici italiani e la Seconda guerra mondiale-
Descrizione del libro di Edoardo Amaldi– Da via Panisperna all’America. I fisici italiani e la Seconda guerra mondiale- Editori Riuniti -ROMA-A cura di Giovanni Battimelli, Michelangelo De Maria e Adele La Rana.Con una premessa di Ugo Amaldi.Questo testo scritto verosimilmente negli anni Settanta, doveva costituire nelle intenzioni di Amaldi il nucleo di un libro sulla storia della fisica a Roma. In esso Amaldi ricostruì le drammatiche vicissitudini della comunità dei fisici italiani nel periodo che va dalle leggi razziali, promulgate dal regime fascista nell’autunno del 1938, alla fine della seconda guerra mondiale. In un racconto fitto di episodi in gran parte sconosciuti, rivivono le vicende legate all’emigrazione di Enrico Fermi, Franco Rasetti, Emilio Segré, Bruno Rossi e di molti altri scienziati, e le strategie per la “sopravvivenza scientifica” accettate dai colleghi rimasti in Italia, che permetteranno loro di conseguire importanti risultati negli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra.
Il volume è completato da lettere e documenti inediti che fanno luce sui rapporti fra i fisici italiani costretti all’emigrazione e quelli rimasti in patria, sulle diverse posizioni assunte dai vari scienziati sul problema della bomba atomica e sulla politica della ricerca che i fisici italiani adottarono negli anni della ricostruzione.
Pubblicato a giugno 2022.
INDICE
Premessa di Ugo Amaldi
Nota introduttiva alla seconda edizione di Giovanni Battimelli, Michelangelo De Maria, Adele La Rana
Prefazione alla prima edizione di Giovanni Battimelli, Michelangelo De Maria
Nota al manoscritto
Il collasso e la ricostruzione di Edoardo Amaldi
Lettere scelte 1939-1946
Note biografiche
Indice delle lettere
Indice dei nomi
Edoardo Amaldi
Breve biografia di Edoardo Amaldi
Edoardo Amaldi (1908-1989), fisico nucleare, fu dapprima allievo, poi amico e stretto collaboratore di Enrico Fermi a Roma negli anni Trenta. È stato una figura chiave nella rinascita della scienza italiana ed europea nel dopoguerra. Fu tra i padri fondatori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e del Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire (CERN, Ginevra), oltre che promotore della nascita dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Operoso sostenitore del disarmo nucleare e della cooperazione scientifica internazionale, accanto ai numerosi impegni politici proseguì per tutta la vita la ricerca attiva e di frontiera. Fu tra i pionieri nella ricerca sperimentale delle onde gravitazionali.
Tuscia in pillole. Il Bosco dei Frati Cappuccini a Viterbo-di Vincenzo Ceniti-
Viterbo-Frugo tra i miei vecchi appunti e ne trovo uno che rileggo con salutare nostalgia. Mi ricorda il bosco dei Frati Cappuccini a Viterbo. Per noi ragazzi dell’immediato dopoguerra era il tempio del calcio. Per i nostri genitori, un luogo provvidenziale e sicuro. Per il padre guardiano e i suoi confrati, un rifugio di pace (interdetto alle donne), luogo di preghiera e di oratorio. Uno spazio esclusivo con querce, lecci, castagni, abeti, cipressi, stalla e orto che in quegli anni poche parrocchie di Viterbo potevano vantare.
Il Bosco dei Frati Cappuccini a Viterbo
Era circondato da un muro invalicabile (o almeno mi pareva tale), più alto delle case esterne, proprio per evitare sguardi indiscreti. Oggi è circondato da palazzoni che da tempo ne hanno infranto l’intimità. A confine con l’orto s’apriva una lega dove i più coraggiosi dei miei compagni si tuffavano d’estate. Io no. Avevo paura delle bisce. Ma li invidiavo.
Al centro del bosco, nell’unico spiazzo pianeggiante, coperto da alberi secolari, era ricavato un campetto di calcio, con terreno in lieve pendenza, percorso da rigagnoli scavati dall’acqua piovana. Nella porta “di sopra” faceva da palo un albero di castagno. In quella “di sotto” la stessa funzione era affidata a una robusta quercia di circa un metro di diametro. In ambo i casi le porte erano completate da filagne legate col fil di ferro o inchiodate.
Non esistevano i limiti sulle “fasce” laterali. La palla era sempre “buona”, per cui si poteva spaziare a volontà. Ci affidavamo solo al buon senso di chi l’aveva tra i piedi. Si giocava normalmente con un pallone n° 4 dotato di “curiolo” e camera d’aria, gonfiata col fiato. Era duro, pesante, rattoppato e deforme. Se restava impigliato tra i rami degli alberi, per recuperarlo lo prendevamo a sassate.
Raramente potevamo disporne di uno nuovo, a meno che qualcuno di noi non lo avesse ricevuto in regalo nel giorno della prima Comunione, come accadde a me nel maggio del 1946. Era un numero 3, cioè ne’ grande, né piccolo. Mi guardai bene dal gettarlo nella mischia. Me lo tenevo stretto e facevo giocare solo gli amici più fedeli.
Per fare le squadre si procedeva alla conta, di solito affidata a due tra i più bravi. In porta non ci voleva tare nessuno. Qualche volta ci giocavo io, bardato di ginocchini, guanti multiuso e cappelletto. Formammo una squadra di nove elementi, chiamata “I lupetti” che andò in trasferta perfino a Montefiascone per una partita contro i frati del posto che giocavano in tonaca, alcuni a piedi scalzi. Raggiungemmo il paese in treno. Dal momento che la stazione era distante dal convento, ci facemmo a piedi tre chilometri all’andata e tre al ritorno.
Per le divise ricorrevamo alle maglie di lana caprina, che d’inverno tenevamo a pelle, tinte di colore granata con un numero di stoffa bianca ritagliato a mano e cucito sulle spalle. In quegli anni ante-1949, la maggior parte di noi tifava per il Torino di Valentino Mazzola.
Poco distante dalla porta “di sotto” c’era la porcareccia. Nel tardo pomeriggio i maiali che pascolavano nel bosco venivano chiamati per il pappone dal frate-cuoco che batteva violentemente il pugno sulla lamiera della porta utilizzata a mo’ di gong. I maiali riconoscevano il suono e si scatenavano in una corsa inarrestabile verso il trogolo.
Per raggiungerlo convergevano al centro, attraversando il campetto dove giocavamo. Li prendevamo allora a calci e pallonate. Nel bosco c’era anche una piccola cappella con l’immagine della Madonna. Tra l’erba incolta attecchiva una pianta selvatica a forma di ruchetta, dal profumo intenso che non ho più sentito quando, da “grande”, ci sono ritornato.
Cappella nel Bosco dei Frati Cappuccini a Viterbo
Si accedeva al bosco da un cancelletto che lo separava da uno spazio destinato alla siesta e alle passeggiate dei frati. Doveva restare sempre chiuso, altrimenti i maiali sarebbero “scappati”. Quando nel primo pomeriggio, d’estate, col sole a picco, irrompevano nel convento e di corsa raggiungevamo il bosco, nessuno voleva chiuderlo e pertanto rimaneva aperto, con solenni rimproveri da parte dei frati. Per ovviare al tutto, dovevamo gridare “l’ultimo chiude!”. Ovviamente l’ultimo sarebbe stato anche l’ ultimo a dare il calcio al pallone.
Un giorno padre Camillo – il frate cui eravamo affidati – mi sospese per tre giorni poiché non ero andato come chierichetto alla funzione serale. Dopo alcune ore di forzata “astinenza”, mia madre fu costretta a telefonargli per farmi riammettere. Entrai nel bosco a testa bassa e la coda fra le gambe. Padre Camillo era seduto su un ciocco all’ombra di una quercia. Mi chiamò, mi dette un santino e mi disse “Non lo fare più”.
L’autore-Vincenzo Ceniti
Vincenzo Ceniti -Console di Viterbo del Touring Club Italiano
Vincenzo Ceniti–Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.
Lord Frederik Leighton , British 1830-1896, Orfeo e Euridice, olio su tela 1864.
Il mito di Orfeo ed Euridice-articolo di Luisa Oranti-
Il mito di Orfeo ed Euridice è una delle leggende più note della mitologia greca.Questo mito narra di una forte storia d’amore tra due giovanissimi innamorati: Orfeo, un poeta e musicista, ed Euridice, una bellissima ninfa.
Il mito di Orfeo ed Euridice è considerato una delle storie più commoventi e strazianti, tanto da ispirare artisti e letterati di tutti i tempi.
Ogni creatura amava Orfeo per le sue doti artistiche. La poesia e la musica che produceva con la sua preziosa lira affascinava chi lo ascoltava. Quest’ultimo però aveva occhi soltanto per la bellissima ninfa Euridice, figlia di Nereo e di Doride. Dopo aver conquistato l’amore della fanciulla, Orfeo ed Euridice si sposano e iniziano un matrimonio radioso.
La loro felicità purtroppo svanisce quando il giovane Aristeo, figlio del dio Apollo, si innamora perdutamente della bellezza di Euridice. La ninfa non ricambia l’amore del Dio e rifiuta le sue continue attenzioni, fino ad esserne spaventata.
Un giorno infatti, nel tentativo di sfuggire ad Aristeo, Euridice scappa nell’erba alta e inciampa in un serpente velenoso. Il rettile, di conseguenza, le morde una caviglia e il veleno la uccide in poco tempo.
Orfeo si disperò terribilmente per la morte dell’amata e produsse diverse canzoni cariche di dolore, che commossero tutte le ninfe, gli dei e persino le Erinni.
Alla fine, Orfeo impazzì dal dolore. Non riusciva ad immaginare la sua vita senza Euridice. Decise, così, di riprendersi a tutti i costi la sua amata. Incurante del destino, prese la decisione di scendere negli inferi per rivolgersi ad Ade e Persefone, re e regina del mondo dei defunti. Il regno dei morti è molto pericoloso per un comune mortale come Orfeo, ma i due dei erano gli unici in grado di restituirgli la moglie.
Orfeo dovette affrontare numerosi ostacoli per raggiungere Ade e Persefone.
Incontra per primo, ad esempio, il terribile Caronte: il traghettatore di anime. Orfeo riesce ad incantare con la sua musica il traghettatore, che acconsente ad accompagnarlo sull’altra riva dello Stige.
Orfeo ed Euridice
Con lo stesso metodo riesce a ‘’sedare’’ anche Cerbero: l’enorme cane a tre teste di Ade, guardiano dell’ingresso degli inferi.
Dopo aver superato altri ostacoli, Orfeo giunge al cospetto degli dei degli inferi e chiede loro di restituirgli l’amata donna.
Persefone, intenerita dall’amore di Orfeo, permette all’innamorato di poter riavere l’amata ad una condizione. Durante il tragitto che avrebbe condotto entrambi fuori dall’Ade, Orfeo non avrebbe mai dovuto voltarsi per guardare Euridice. Ad accompagnarli c’era Ermes, il messaggero degli dei, che doveva assicurarsi che il patto venisse rispettato.
I due innamorati iniziano così il tragitto insieme, nel tentativo di ritornare nel mondo dei vivi. Euridice, che non era a conoscenza del patto tra Persefone e Orfeo, continua a chiamarlo con fare malinconico. Il giovane però, colmo di dolore, continua il percorso senza mai voltarsi indietro per non rischiare.
Una volta raggiunta la soglia e la luce, Orfeo crede di essere uscito dagli inferi e si volta. Purtroppo Euridice, che era ancora dietro di lui, avverte un forte dolore alla caviglia, lì dove era stata morsa dal serpente in vita. Si ferma e, di conseguenza, non supera l’uscita con l’amato. Orfeo rompe così l’unica condizione da rispettare e vede Euridice scomparire per sempre.
Per il mito di Orfeo ed Euridice esistono diverse versioni e conclusioni.
Ad esempio, secondo Ovidio, che lo descrive nelle Metamorfosi, Orfeo pianse dal dolore per sette giorni. Morì inoltre dilaniato dalle Menadi, infuriate con lui poiché iniziò ad essere attratto dagli uomini.
Invece, secondo Virgilio che lo rappresenta al termine delle Georgiche, Orfeo pianse per ben sette lunghi mesi, continuando a suonare la sua lira tristemente. Successivamente, viene ucciso dalle donne dei Ciconi, infuriate per la fedeltà del giovane verso la sposa scomparsa. Inoltre, dopo la sua morte, Orfeo viene accolto nei Campi Elisi : una sorta di paradiso.
Ciononostante, in tutte le versioni esistenti si narra che la testa di Orfeo viene separata dal suo corpo e gettata nel fiume Ebro. Si narra che la sua testa, nonostante sia separata dal corpo, continui a cantare tristemente le canzoni e le poesie scritte per Euridice.
4 volumi indivisibili: 1. Le origini – 2. La ricerca – 3. Sorelle della Sacra Famiglia – 4. Progetti e approvazioni
L’Epistolario di Leopoldina Naudet si colloca nelle convulse fasi storiche che attraversano l’Europa, tra Rivoluzione francese e piena Restaurazione: in esse si muovono i tanti personaggi che Leopoldina incontra nel suo impegnativo cammino di fondatrice delle Sorelle della Sacra Famiglia di Verona.
Opera composta di 4 volumi curata da Adriana Valerio
Volume 1: L’EPISTOLARIO (1799-1819) ~ Le Origini L’Epistolario di Leopoldina Naudet si colloca nelle convulse fasi storiche che attraversano l’Europa, tra Rivoluzione francese e piena Restaurazione: in esse si muovono i tanti personaggi che Leopoldina incontra nel suo impegnativo cammino di fondatrice delle Sorelle della Sacra Famiglia di Verona. Marianna d’Asburgo Lorena, Niccolò Paccanari, Maddalena di Canossa, Gaspare Bertoni sono alcuni dei nomi che incontriamo in questo primo volume delle Lettere, scritte nel periodo degli inizi, dal 1799 al 1807. È in questi anni, infatti, che Naudet è alla ricerca di una originale dimensione di vita religiosa mettendo insieme vita contemplativa e apostolica, attraverso un’attenzione, rara e significativa per l’epoca, rivolta all’alta formazione culturale e spirituale delle donne.
Volume 2: L’EPISTOLARIO (1820-1827) ~ La ricerca
Gli anni 1820-1827 sono caratterizzati da una costante ricerca di identità e di autonomia da parte di Leopoldina Naudet. Anche se don Gaspare Bertoni non si ritiene più suo direttore spirituale, i rapporti con lui tuttavia si intensificano ampliandosi in una relazione di amicizia, di confidenza e di reciproco ascolto. In questo periodo, comunque, la sua maggiore preoccupazione è dare identità alla comunità – attraverso la formulazione di una Regola – e ricevere il riconoscimento per l’Istituto sia da parte delle autorità civili sia di quelle religiose. Un intenso scambio epistolare con il gesuita Ludovico Rozaven ci mette a conoscenza non solo di un originario progetto di Leopoldina di voler fondare una comunità femminile di stampo gesuitico di alto livello, ma anche del suo ridimensionamento da parte di Rozaven che non lo vedeva realizzabile nel contesto della Chiesa del tempo per delle donne, limitate nei movimenti e nelle possibilità di formazione. Sono questi gli anni in cui la Naudet è alla ricerca di un luogo più ampio e idoneo per poter portare avanti l’opera e anche di una denominazione da dare alla comunità. Prende così corpo il suo antico desiderio di mettere l’Istituto sotto la protezione della Sacra Famiglia.
Volume 3: L’EPISTOLARIO (1828-1831) ~ Sorelle della Sacra Famiglia Il carteggio relativo al periodo che va dal 1828 al 1831 è particolarmente denso di avvenimenti: ruota intorno alle pratiche di approvazione dell’Istituto, all’uso dei beni economici da gestire, al lavoro di organizzazione delle scuole, alla messa a punto delle Regole. Sono anni decisivi per l’identità della nuova comunità e delle compagne che con Leopoldina si riconoscono sempre più come Sorelle della Sacra Famiglia, nome che scelgono per caratterizzare la loro spiritualità, intima e accogliente.
Volume 4: L’EPISTOLARIO (1832-1834) ~ Progetti ed approvazioni
Ci vogliono anni di lunghe e interminabili pratiche per giungere finalmente alle sospirate approvazioni che arrivano il 7 giugno 1833, per il riconoscimento civile, e il 20 dicembre 1833, per l’approvazione pontificia da parte di papa Gregorio XVI. Le lettere di questi anni (1832-1834) testimoniano le difficoltà, sia di ordine amministrativo che ecclesiale, che Leopoldina deve superare per ottenere la legittimazione dell’Istituto delle Sorelle della Sacra Famiglia nato per «ravvivare lo spirito religioso» del tempo.
AUTORE
Adriana Valerio
-Adriana Valerio è docente di Storia del Cristianesimo e delle Chiese presso il Dipartimento di Studi Umanistici della Federico II di Napoli. Dal 2003 al 2007 è stata presidente dell’AFERT (Associazione Femminile Europea per la Ricerca Teologica) e dal 2004 al 2014 della Fondazione Valerio per la Storia delle Donne.
Attualmente dirige il progetto internazionale e interconfessionale “La Bibbia e le donne. Collana di esegesi, cultura e storia”. Molte le conferenze in Italia e all’estero. Tra le sue ultime pubblicazioni:
Madri del Concilio. Ventitré donne al Vaticano II (Carocci 2012);
Donne e Bibbia nel Medioevo (cur. con Kari E. Børresen, Il Pozzo di Giacobbe 2011);
Donne e Bibbia nella crisi dell’Europa Cattolica (cur. con Maria Laura Giordano, Il Pozzo di Giacobbe 2014);
Le ribelli di Dio. Donne e Bibbia tra mito e storia (Feltrinelli 2014)
Misericordia. Nel cuore della riconciliazione (Gabrielli 2015).
GABRIELLI EDITORI -Via Cengia, 67 – 37029 San Pietro in Cariano (Verona)
Roma-Richard Avedon. In the American West. 1979-1984-
Roma- Organizzata dalla Fondation Henri Cartier-Bresson, con opere di Richard Avedon in prestito da The Richard Avedon Foundation, e curata da Clément Chéroux, la mostra a Palazzo Esposizioni presenta la storica serie di ritratti del fotografo americano Richard Avedon, nata su commissione dell’Amon Carter Museum of American Art di Fort Worth, in Texas, e poi pubblicata nel 1985 nel volume “In the American West” edito da Harry N. Abrams (New York).
Richard Avedon-Fotografo
Alla fine degli anni Settanta Avedon era noto principalmente per le fotografie di moda pubblicate su riviste come Harper’s Bazaar e Vogue e per i ritratti di artisti e personalità pubbliche. Già nel 1962 lo Smithsonian Institution di Washington gli aveva dedicato una retrospettiva e nel 1978 il Metropolitan Museum of Art di New York aveva ospitato una sua mostra personale. Il ritratto del caposquadra di un ranch, scattato dal fotografo nel 1978 durante un periodo di convalescenza in Montana e pubblicato su Newsweek, attirò l’attenzione di Mitchell A. Wilder, allora direttore dell’Amon Carter Museum, che propose ad Avedon di sviluppare un progetto dedicato all’Ovestdegli Stati Uniti.
Richard Avedon-FotografoRichard Avedon-Fotografo
Nei mesi estivi del 1979 e degli anni successivi fino al 1984, il fotografo attraversò così ventuno Stati, dal Colorado al Montana, dal Wyoming al Texas e alla California. Fermandosi nelle aree di sosta per camionisti, nei mercati di bestiame, negli accampamenti minerari e nei giacimenti petroliferi o aggirandosi tra la folla di fiere, rodei e luna park, Avedon fotografò oltre mille persone davanti a un semplice fondale bianco appeso all’aperto e all’ombra, senza luci artificiali: privato di riferimenti ambientali, ogni soggetto fotografato è sottratto al proprio contesto immediato e presentato allo spettatore attraverso la relazione diretta con l’obiettivo, assumendo una dimensione più ampia e diventando una rappresentazione di un Paese attraversato da cambiamenti economici e sociali.
Richard Avedon-Fotografo
Insieme alle 110 fotografie pubblicate nel libro, la mostra espone materiali d’archivio della Richard Avedon Foundation, che documentano il metodo di lavoro del fotografo: manoscritti, polaroid di lavoro e altri documenti provenienti dai fascicoli che raccoglieva sui singoli soggetti, compresa la corrispondenza intercorsa con le persone fotografate.
Dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle 20.00Ultimo ingresso alle ore 19.00 Lunedì chiuso
Richard Avedon-Fotografo
Biografia di Avedon, Richard
Richard Avedon-Fotografo
Avedon, Richard Fotografo statunitense, nato a New York il 15 maggio 1923. Dopo aver trascorso il periodo bellico prestando servizio nella sezione fotografica della marina mercantile statunitense, ha iniziato nel 1945 la propria attività sotto la guida di A. Brodovitch e la decisa influenza del fotografo ungherese M. Munkacsi, proponendosi all’attenzione per un’interpretazione della fotografia di moda in senso decisamente naturalistico e dinamico. A partire dall’inizio degli anni Cinquanta ha collaborato con prestigiosi periodici come Life, Look e Graphics, acquistando nel campo della foto di moda una tale notorietà da diventare modello ispiratore del personaggio interpretato da F. Astaire nel musical Funny face (1957) per il quale A. fu consulente del colore e degli effetti fotografici. Sempre più costretto nel ruolo di semplice fotografo di moda, A. ha abbinato le realizzazioni per periodici come Vogue, con cui collabora dal 1966, o per importanti aziende, con un’intensa attività nel campo del ritratto.
Richard Avedon-Fotografo
La ricerca di A. nel campo della foto di moda ha subito un’evoluzione costante partendo dalle immagini realizzate in esterni e contraddistinte dalla estrema naturalezza degli ambienti e della illuminazione, per arrivare alle foto in studio che isolano il soggetto dall’ambiente e ne esaltano la vitalità contro uno sfondo neutro grazie alla fredda e calibrata luce del flash. Analogamente nel ritratto, coerente con una teoria più volte dichiarata (“Il ritratto è la fotografia di qualcuno che sa di essere fotografato, e questa consapevolezza è parte integrante della foto tanto quanto lo sono gli abiti e lo sguardo del soggetto”), A. si è prima imposto con immagini, in cui il soggetto, sempre appartenente a un’élite culturale o sociale, è ritratto frontalmente contro uno sfondo bianco e partecipa emotivamente al confronto con il fotografo, per poi sviluppare, negli anni Ottanta, una linea più raffinata anche se certamente meno intensa, con immagini piene di solitudine e di alienazione dove comunque il soggetto è spinto a divenire simbolo di se stesso.
Richard Avedon-Fotografo
Tra i volumi da lui pubblicati ricordiamo Nothing personal con un testo di J. Baldwin (1964), Portraits (1976) e il più recente In the American West (1985). Nel 1996 è stato pubblicato Evidence 1944-1994, catalogo della retrospettiva dedicata alla sua opera e allestita al Whitney Museum of American Art di New York nel 1993.
bibliografia
Hall-Duncan, History of fashion photography, New York 1979.
Barthes, La chambre claire. Note sur la photographie, Paris 1980 (trad. it. Torino 1980).
Contemporary photographers, ed. M. Marix Evans, New York 1995.
Poesie di Zinaida Gippius ,Poetessa, romanziera, saggista.russa
Poesie di Zinaida Gippius Poetessa, romanziera, saggista. Per almeno tre decenni, dal 1889 al 1919, lei e il marito Merežkovskij furono al centro della vita intellettuale di Pietroburgo. Nel gennaio 1920 emigrarono stabilendosi prima a Varsavia e poi a Parigi, dove la coppia diventò il punto di riferimento dell’emigrazione russa. Morirono in povertà a Parigi.
Poesie di Zinaida Gippius Poetessa, romanziera, saggista russa
UN FILO DI RAGNO
(Zinaida Nikolaevna Gippius)
Attraverso un sentiero del bosco, in un comodo cantuccio,
un elastico e lindo filo di ragno,
asperso di allegria solare e di ombra,
è sospeso nei cieli; e con tremito impercettibile
il vento lo fa vibrare, tentando invano di strapparlo;
il filo è saldo, sottile, diafano e semplice.
È tagliata la viva cavità dei cieli
da una linea sfavillante, da una corda policroma.
Noi siamo avvezzi a stimare solo ciò che è confuso.
Con falsa passione nei nodi ingarbugliati
cerchiamo sottigliezze, ritenendo impossibile
congiungere nell’anima semplicità e grandezza.
Ma sono meschine, ruvide e smorte le cose complesse;
e l’anima sottile è semplice come questo filo.
Nella sua spudorata e meschina viltà,
Lei è polvere, zolfo, cenere.
E io sto morendo per la sua vicinanza,
per il legame indissolubile che ci unisce.
Lei è ruvida, è pungente,
Lei è fredda, è una serpe.
Mi infligge ferite brucianti
con le sue squame taglienti.
Oh, quel pungiglione appuntito!
È maldestra, ottusa, silenziosa.
Così pesante, così inerte,
che è impenetrabile – lei è impassibile.
Con le sue spire lei, implacabile,
mi accarezza, mi stritola.
Lei è morta, lei è nera,
lei è terribile – è la mia anima.
Mostra meno
Splendore
Lo splendore delle parole… esiste una cosa simile?
Lo splendore delle stelle, lo splendore delle nuvole –
Tutto ho adorato e adoro… Ma se
Mi dicessero: ecco, lo splendore delle parole –
Risponderei, senza timore di rivelarmi,
Che persino il beato splendore della santità
Sarei pronto a sacrificare per esso…
Tutto per uno sfavillio di parole!
Lo splendore delle parole? Oh, ripetilo ancora
Mio fragile essere umano – poeta,
Cosa posso dire io dello splendore della Parola?
Che sulla terra non esistono altri splendori.
(1937)
La sarta
È già il terzo giorno che non parlo con nessuno…
E i pensieri si fanno avidi e cattivi.
Mi fa male la schiena; ovunque io guardi –
Dappertutto macchie blu.
La campana della chiesa tace;
Io sono sola con me stessa.
Scricchiola e si piega la seta scarlatta
Sotto l’ago maldestro.
Su tutte le cose è impresso un sigillo
L’una con l’altra fuse insieme.
Ne prendo una – provo a indovinare
Cosa c’è oltre – nascosto.
E questa seta mi sembra – Fuoco.
Ed ecco, non più fuoco ma – Sangue.
E il sangue – solo segno di ciò che chiamiamo
Nella nostra umile lingua – Amore.
Amore – solo un suono…ma in questa ora tarda
Ciò che significa – non so spiegarlo.
No, non è fuoco, né sangue – ma solo seta
Che scricchiola sotto il mio timido ago.
(1901)
Lei
Nella sua spudorata e meschina viltà,
Lei è polvere, zolfo, cenere.
E io sto morendo per la sua vicinanza,
Per il legame indissolubile che ci unisce.
Lei è ruvida, è pungente,
Lei è fredda, è una serpe.
Mi infligge ferite brucianti
Con le sue squame taglienti.
Oh, quel pungiglione appuntito!
È maldestra, ottusa, silenziosa.
Così pesante, così inerte,
Che è impenetrabile – lei è impassibile.
Con le sue spire lei, implacabile,
mi accarezza, mi stritola.
Lei è morta, lei è nera,
lei è terribile – è la mia anima.
(1905)
Elettricità
Due fili sono intrecciati insieme,
Nude le loro estremità.
I “sì” e i “no” – opposti,
Opposti – ma intrecciati.
Scura è la loro trama
E fitta, e inerte.
Ma la resurrezione li attende
E loro l’aspettano.
Le estremità si sfioreranno –
I “sì” e i “no” si toccheranno,
E gli altri “sì” e “no” risorgeranno,
Gli intrecci si stringeranno in uno,
E la loro morte sarà – Luce.
(1905)
Disamore
A Z. Vengerova
Come il vento del mare, fai sbattere le finestre,
Come il vento del deserto, canti: sei mio!
Io sono il caos primordiale, tuo vecchio amico,
Tuo solo amico, – Apri, apri!
Tengo chiuse le imposte, non oso aprirle,
Mi aggrappo alle finestre, tremo di paura,
Proteggo con tenerezza, proteggo con rimpianto,
Il mio ultimo raggio di sole – il mio amore.
Il caos ride, mi dice furioso:
Morirai in catene, spezzale se ci riesci!
Conosci la felicità, ma ora sei sola,
La felicità risiede nella libertà – e nel Disamore.
Mentre divento gelida inizio a bisbigliare
la preghiera dell’amore che ricordo a malapena …
Le mani si indeboliscono, la battaglia giunge al termine,
Le mani si indeboliscono, e io apro le finestre.
(1907)
GIPPIUS, Zinaida NikolaevnaPoetessa simbolista russa, nata a Belev nel governatorato di Tula l’8 novembre del 1869 e morta a Parigi il 9 settembre 1945; moglie del romanziere e poeta D. S. Merežkovskij. Temperamento polemico e attivo, era già nota in Russia prima della rivoluzione avendo cominciato a poetare a diciannove anni e avendo partecipato alle polemiche letterarie e all’intensa vita culturale che animò gli intellettuali russi prima della rivoluzione, collaborando alle riviste Severnyj vestnik (“Il messaggero nordico”) e Zolotoe runo (“Il vello d’oro”), esponenti del movimento simbolista e decadente. Fu anche animatrice di riunioni di carattere religioso-filosofico e fondatrice e redattrice della rivista Novyj put′ (“La via nuova”, 1903-1909); firmava gli articoli di critica letteraria con lo pseudonimo Anton Krajnij. Di questa intensa vita culturale ella diede in seguito un quadro, vivo e interessante come un romanzo, sebbene a volte tendenzioso – dato il temperamento passionale dell’autrice, inasprito ancora dalla rivoluzione – nella sua autobiografia (Peterburgskij dnevnik “Diario pietroburghese”) e nei due volumetti sui poeti che le furono amici (Živye lica, “Volti vivi”, Praga 1925). Nel 1919 lasciò la Russia insieme a Merežkovskij, di cui fu fedele e intelligente collaboratrice durante tutta la vita e su cui lasciò interes Come scrittrice in prosa ha lasciato numerosi romanzi e racconti (Rasskazy, 6 voll., 1906-12) oggi quasi dimenticati, mentre come poetessa ha trovato un linguaggio suo proprio, sincero, vivo, ricco di esperienze artistiche e sentimentali, degno di stare accanto a quello dei migliori poeti russi dell’emigrazione. Le principali raccolte di sue poesie sono uscite in Russia (Stichotvorenija, “Poesie”, 1904 e 1910, Poslednie stichi–
Bibl.: A. Belyj, in Arabeski, Mosca 1911; V. Brjusov, Z. N. G., in Ruskaja literatura XX veka (1890-1910), a cura di S. A. Vengerov, I, Mosca 1914; Vl. Zlobin, Z. N. Gippius (Eë sud′ba), in Novyi Žurnal, XXXI, New York 1952; A. M. Ripellino, Poesia russa del Novecento, 2ª ed., Milano 1960.Istituto della Enciclopedia Italiana
Poesie di Zinaida Gippius Poetessa, romanziera, saggista russa
Zinaida Gippius<<Se mi dicessero, “ecco, lo splendore delle parole!”, risponderei, senza timore di rivelarmi, che persino il beato splendore della Santità sarei pronto a sacrificare per esso. Tutto per uno sfavillio di parole!>>
*Versi della poetessa e scritttice Zinaida Gippius (Belëv, 1869 – Parigi, 1945), originale esponente del Simbolismo russo.
Discendente della nobile famiglia tedesca dei von Hippius, giunta in Russia nel XVI secolo, Zinaida sposò all’età di 19 anni il famoso scrittore e filosofo Dmitrij Merežkovskij, autore della trilogia di romanzi storici ‘Cristo e Anticristo’, stabilendosi con lui a San Pietroburgo.
Da allora, la sua casa divenne un vero e proprio cenacolo culturale in cui si riunivano gli artisti ed i letterati più celebri dell’epoca per dibattere argomenti politici e religiosi. La giovane ed anticonformista autrice, che indossava spesso abiti da uomo e si firmava con uno pseudonimo maschile, ‘Anton Krajnij’, ovvero ‘Antonio l’Estremista’, suscitava grande scandalo presso i benpensanti per le sue idee eccentriche sulla religione e sulla fluidità sessuale, venendo apostrofata dai detrattori come ‘Zarina della doppiezza’, ‘Madonna indecente’ e ‘petulante androgina’.
Così la rievocava il piu importante slavista italiano, Angelo Maria Ripellino: “A leggere i libri di questa poetessa, che parla di sé sempre al maschile, ci par di vederla nel suo salotto di Pietroburgo, così come la descrivono le cronache letterarie del primo Novecento. Accovacciata su un divano, fumando raffinatamente le sigarette odorose che le stavano dinanzi in una scatola laccata di rosso, affascinava i suoi ospiti con paradossi ed enigmi filosofici. Non dissimile spunta ancor oggi la Gippius dalle quinte delle sue liriche, immerse in un clima infuocato di allucinazioni e di sortilegi”.
Convinta antibolscevica, alla fine della Rivoluzione d’ottobre fuggì col marito all’estero, vivendo prima a Varsavia, poi a Wiesbaden ed infine a Parigi, dove morì in povertà. Zinaida Gippius
<<Se mi dicessero, “ecco, lo splendore delle parole!”, risponderei, senza timore di rivelarmi, che persino il beato splendore della Santità sarei pronto a sacrificare per esso. Tutto per uno sfavillio di parole!>>
*Versi della poetessa e scritttice Zinaida Gippius (Belëv, 1869 – Parigi, 1945), originale esponente del Simbolismo russo.
Discendente della nobile famiglia tedesca dei von Hippius, giunta in Russia nel XVI secolo, Zinaida sposò all’età di 19 anni il famoso scrittore e filosofo Dmitrij Merežkovskij, autore della trilogia di romanzi storici ‘Cristo e Anticristo’, stabilendosi con lui a San Pietroburgo.
Da allora, la sua casa divenne un vero e proprio cenacolo culturale in cui si riunivano gli artisti ed i letterati più celebri dell’epoca per dibattere argomenti politici e religiosi. La giovane ed anticonformista autrice, che indossava spesso abiti da uomo e si firmava con uno pseudonimo maschile, ‘Anton Krajnij’, ovvero ‘Antonio l’Estremista’, suscitava grande scandalo presso i benpensanti per le sue idee eccentriche sulla religione e sulla fluidità sessuale, venendo apostrofata dai detrattori come ‘Zarina della doppiezza’, ‘Madonna indecente’ e ‘petulante androgina’.
Così la rievocava il piu importante slavista italiano, Angelo Maria Ripellino: “A leggere i libri di questa poetessa, che parla di sé sempre al maschile, ci par di vederla nel suo salotto di Pietroburgo, così come la descrivono le cronache letterarie del primo Novecento. Accovacciata su un divano, fumando raffinatamente le sigarette odorose che le stavano dinanzi in una scatola laccata di rosso, affascinava i suoi ospiti con paradossi ed enigmi filosofici. Non dissimile spunta ancor oggi la Gippius dalle quinte delle sue liriche, immerse in un clima infuocato di allucinazioni e di sortilegi”.
Convinta antibolscevica, alla fine della Rivoluzione d’ottobre fuggì col marito all’estero, vivendo prima a Varsavia, poi a Wiesbaden ed infine a Parigi, dove morì in povertà.
Pubblicazioni (relative al periodo dell’emigrazione) Stichi. Dnevnik. 1911-1921, Berlin 1922. Živye lica, Praga 1925. Sijanie, Paris 1939. Dmitrij Merežkovskij, Paris 1951. Vospominanija, Tbilisi 1991. Poet i Tarpejskaja skala, in L. Ivanova, Vospominanija, Moskva 1992, pp. 371-373. Ital’janskijdnevnik, a cura di A. I. Serkov, «Novoe Literaturnoe Obozrenie», 1997, n. 27, pp. 237-251. Avtobiografičeskaja zametka, in Russkaja literatura ХХ veka 1890-1910, a cura di S. A. Vengerov, t. I, Мoskva 2000, pp. 171-175.
Opere tradotte in italiano Diari pietroburghesi 1914-1919: (dal 1914 al 1917), a cura di D. Di Sora, Roma, Biblioteca del vascello, 1993. L’eterno femminino, a cura di D. Di Sora, Roma, Biblioteca del Vascello, 1993.
L’introspezione poetica di Francesco Scarabicchi |Blog L’Altrove-
Francesco SCARABICCHI
Francesco SCARABICCHI (Ancona, 10 febbraio 1951 – Ancona, 22 aprile 2021),ha pubblicato, in versi: La porta murata (Residenza, 1982), Il viale d’inverno (L’obliquo, 1989), Il prato bianco (L’obliquo, 1997), l’auto-antologia Il cancello (Pequod, 2001), con una nota di Pier Vincenzo Mengaldo, che raccoglie una scelta dai tre libri precedenti e copre un arco di tempo dal 1980 al 1999. In collaborazione con il pittore bresciano Giorgio Bertelli ha realizzato, fra l’altro, Via Crucis (Sestante, 1994) e Diario di Càlena (Stamperia dell’Arancio, 1995). Ha tradotto da Machado e da Lorca raccogliendo una selezione di brani in Taccuino spagnolo (L’obliquo, 2000). Si occupava di arti figurative. Alcune delle sue cronache d’arte (1974-2006) sono state edite in L’attimo terrestre (Affinità elettive, 2006). Ha ideato e coordinato la rivista semestrale di scritture, immagini e voci «nostro lunedì». Per i tipi della Donzelli ha pubblicato nel 2003 L’esperienza della neve, con cui ha vinto il Premio Crati e il Premio Metauro nel 2004.
Francesco Scarabicchi è stato un poeta la cui opera merita sicuramente un’analisi. La sua poesia si distingue per una profonda introspezione e una raffinata ricerca stilistica, elementi che riflettono una sensibilità unica nel panorama della letteratura italiana contemporanea.
Nato nel 1951 ad Ancona, Scarabicchi ha iniziato la sua carriera letteraria in un contesto culturale ricco e complesso, che ha influenzato notevolmente il suo sviluppo artistico. La sua produzione poetica si caratterizza per l’uso di un linguaggio preciso e evocativo, in grado di trasmettere emozioni e riflessioni profonde. Le sue opere esplorano temi universali come l’identità, la memoria e il rapporto tra l’individuo e il mondo circostante.
Un aspetto distintivo della poesia di Scarabicchi è la sua capacità di fondere elementi autobiografici con riferimenti culturali e storici. Questa fusione conferisce alle sue poesie una dimensione di universalità, permettendo al lettore di identificarsi con le esperienze e le emozioni espresse. La sua scrittura, pur mantenendo una forte personalità, si apre a una pluralità di significati, invitando a una lettura critica e riflessiva.
Scarabicchi ha pubblicato numerose raccolte di poesia, ognuna delle quali contribuisce a delineare il suo percorso artistico. Tra le opere più significative si possono citare Il prato bianco (Einaudi), L’esperienza della neve (Donzelli) e La figlia che non piange (Einaudi), le quali esplorano temi di memoria, perdita e identità.
Nella sua opera, La figlia che non piange, la poesia di Francesco Scarabicchi riflette sulla fugacità del tempo e sull’esperienza umana, utilizzando immagini evocative di luoghi e momenti significativi. Attraverso dediche e riferimenti a figure letterarie, Scarabicchi esprime una sensibilità profonda verso il passato e l’assenza, evidenziando la fragilità della vita e l’importanza delle parole come unico legame con ciò che è stato. La sua scrittura, caratterizzata da una sobrietà lirica, si confronta con la fine della vita, offrendo uno sguardo contemplativo e malinconico sul mondo e sulle generazioni future. La raccolta, pubblicata postuma, rappresenta un testamento poetico che invita alla riflessione sulla condizione umana e sulla ricerca di significato in un’esistenza transitoria. Le poesie si caratterizzano per un lirismo essenziale e sobrio, riflettendo una profonda introspezione e una meditazione sulla condizione umana, il tempo e la memoria con una sensibilità acuta, evidenziando come il passato influisca sull’identità presente.
Francesco SCARABICCHI
La casa
Chissà chi era quella luce bassa che illuminava appena il tavolino, bagliore calmo tra la sponda e il libro, chissà se si chiamava come allora o dalle vele degli anni trasformava la voce in lume dell’inverno bianco?
La figura della “figlia che non piange”, (ripresa da un verso di Vittorio Sereni) simboleggia una perdita silenziosa, un’assenza che pesa sull’anima e sulla scrittura. La memoria diventa un luogo di rifugio, ma anche di dolore, poiché porta con sé il peso di ciò che è andato perduto. Versi come “Si decida il contabile del tempo a restituirci gli anni non vissuti” mettono in evidenza il desiderio di recuperare il passato, un’aspirazione che si scontra con la realtà dell’esistenza. L’epilogo e le dediche rappresentano una sorta di chiusura, ma anche un’apertura verso il dialogo con altre voci poetiche e letterarie, sottolineando l’importanza della comunità e dell’amicizia nella vita dell’autore.
Nel civile umanesimo
in memoria di Paolo Volponi
Cos’è l’Italia di questi anni e adesso, nell’ardere colpevole del niente? Un sogno infranto, un’utopia perduta e sempre la tua voce che pronuncia, nel civile umanesimo, la vita, i fiori sulla strada a illuminare.
«Porca – vociferando – porca» recita il Saba di Sereni e ancora è contro la Nazione il grido; il male non è in lei, ma in noi, nel disumano conquistarci la quotidiana miseria del dolore.
Il volume Il prato bianco, si caratterizza per un’atmosfera invernale e malinconica, in cui la natura e i suoi elementi diventano metafore di cura e accudimento. Le immagini di prati, serre e fiori riflettono una realtà coltivata, simbolo di un’umanità che si prende cura di ciò che è destinato a svanire. La scrittura di Scarabicchi è segnata da una malinconia composta, che affronta con intensità il tema della morte, rendendo le sue poesie tra le più toccanti del libro. Il prato bianco rappresenta una riflessione profonda sul tempo, la memoria e la solitudine, con un linguaggio che invita alla contemplazione e alla serenità, anche di fronte alla perdita.
La poesia che dà il titolo alla raccolta è dedicata a Franco Scataglini ed evoca un senso di protezione e cura nei confronti delle parole e dei ricordi. L’immagine del “prato bianco” diventa simbolo di un luogo di rifugio, dove il poeta conserva il nome di una persona amata, come un lume per affrontare l’inverno della vita. La luce notturna e l’ombra dell’erba suggeriscono un contrasto tra vita e morte, presenza e assenza. La cura per la natura e i ricordi si intrecciano, creando un’atmosfera di malinconia e speranza. La poesia trasmette una sensazione di attesa, suggerendo che, anche nei momenti più bui, ci sia sempre un barlume di luce che può guidarci.
In Primo preludio l’autore esplora il tema della solitudine e dell’assenza. L’assenza di musica e la descrizione di un’inferno che non brucia evocano un senso di vuoto e di silenzio. La neve che copre la collina rappresenta un paesaggio inerte, ma al tempo stesso, la luce e il sguardo del poeta cercano di risvegliare una realtà che sembra distante. La riflessione sul tempo, sul sogno e sulla vita dei vivi si combina con immagini di un mondo che sembra trasparente e lontano. La poesia si chiude su un sentimento di eternità e di desolazione, dove il “nulla muto” diventa una presenza opprimente, ma anche una condizione inevitabile della vita.
Primo preludio
a Massimo Recalcati
Non la musica, non la sua rovina, ma un’assenza di niente che declina
come di neve bianca una collina senza il gelo del mese, senza inverno;
cosí è stato l’inferno che non brucia di anni votati al vetro che traspare
tutto il mondo di là che, in lontananza, è dato di vedere e non toccare,
vuoto di voce voce di sembianza persa nell’aria che non sa tornare.
Anni di fiume fermo, acqua nel sonno della pena che tace e che si insinua
dove il sogno finisce e in lui cammina la luce dello sguardo, il suo ritardo
sulla vita dei vivi che continua dominata dai passi del riguardo.
Seduto a lume spento, ho visitato il mondo senza me, quel nulla intero
nel mistero del nome che si stanca fino alla fine che non ha sentiero.
Il tempo chiede il tempo che gli manca nel perdono dei giorni, la distanza
che separa il dolore e lo cancella come gesso sul nero di lavagna.
Ecco cos’è, ogni volta, la vacanza nel lontano da sé, la strada bianca
su cui l’ombra di un’ombra un’ombra affianca al nulla muto che non ha speranza,
quel povero deserto d’ore insonni in cui tutto, per sempre, è eterno e niente.
Francesco Scarabicchi ha rappresentato un’importante voce nel panorama della letteratura italiana contemporanea. La sua opera, caratterizzata da una profonda introspezione e da un linguaggio ricercato, offre un contributo significativo alla comprensione delle complessità dell’esperienza umana. Una sua analisi non solo arricchisce il dibattito letterario, ma invita anche a una riflessione più ampia sulle questioni che ci riguardano come individui e come società.
La sua era definita una poesia realistica[7][8] e le sue tematiche furono concentrate sui temi del ricordo, del tempo e della morte[9]. Si occupò sempre di arti figurative. Una scelta delle sue Cronache d’arte 1974-2006 è in L’attimo terrestre (Affinità elettive, Ancona 2006). Per Donzelli, nella collezione di poesia, pubblicò L’esperienza della neve (2003) e L’ora felice (2010). Per Liberilibri nel 2010 curò lo scritto del libro di Fabian Negrin La via dell’acqua.
Ideò, diresse e coordinò con Francesca Di Giorgio, dal febbraio del 2002, la rivista periodica di scritture, immagini e voci “nostro lunedì“[10], dopo altre esperienze[11].
Tradusse da Federico García Lorca e da Antonio Machado[12].
Nel 2013 pubblicò Con ogni mio saper e diligentia. Stanze per Lorenzo Lotto (Liberilibri, Macerata 2013). Scrive Massimo Raffaeli nella nota introduttiva dell’opera: «Questi non sono versi di illustrazione a Lorenzo Lotto, un pittore a lungo vulnerato da incomprensione e oblìo, ma piuttosto sono i versi, legati in stanze e alla maniera di un poemetto, in cui Francesco Scarabicchi assume su di sé il destino di un artista “solitario e febbrile”, come lo definì una volta. Dunque non è tanto la voce del Lotto a parlare nei versi quanto, viceversa, è la parola della integrità esistenziale e della compiutezza artistica a manifestarsi per tramite loro»[13]. L’amore di Scarabicchi per Lorenzo Lotto parte da lontano, dall’adolescenza, e da almeno trent’anni si insinua nella sua scrittura. Ma l’esigenza di dare voce, attraverso la poesia, a quell’esistenza alquanto misteriosa (tranne quanto si legge nel Libro di spese diverse e in alcune lettere) nasce tra il 2008 e il 2011.
Morì ad Ancona, dove era ricoverato, il 22 aprile 2021.[14][15]
Opere
La porta murata, Introduzione di Franco Scataglini, Ancona, Residenza, 1982.
Il viale d’inverno, postfazione di Massimo Raffaeli, Brescia, L’Obliquo, 1989.
Frammenti dei dodici mesi, con quattordici fotografie di Giorgio Cutini, con uno scritto di Goffredo Fofi, Brescia, L’Obliquo, 2010.
L’ora felice, Roma, Donzelli, 2010.
Nevicata, con incisioni di Nicola Montanari, Macerata, Liberilibri, 2013.
Con ogni mio saper e diligentia. Stanze per Lorenzo Lotto, con una nota di Massimo Raffaelie postfazione di Michele Polverari, Macerata, Liberilibri, 2013.
La figlia che non piange, Einaudi, Torino, Collezione di poesia, 2021, ISBN 978-88-06247997.
Traduzioni
Federico García Lorca, Gli istanti feriti, Ancona, Università degli Studi, 2000.
Francesco Scarabicchi, Taccuino spagnolo, Brescia, L’Obliquo, 2000.[16].
Le giullarate di Dario Fo: Parabole dialogiche al servizio degli oppressi – Articolo di Pina Piccolo
Nel corso di tutta la sua lunga carriera Dario Fo dimostra un intenso interesse per produzione di conoscenza e saperi utili agli oppressi. Mentre il grottesco costituisce una sorta di suo paradigma onnicomprensivo e la demistificazione l’obiettivo principale, nella produzione successiva al 1968 Fo utilizza due strutture drammatiche distinte per trasmettere tipi di conoscenza e saperi diversi. Nonostante la presenza costante di elementi appartenenti al genere della farsa e della giullarata [1] e il loro sapiente dosaggio e miscelazione in tutte le sue opere, Fo utilizza prevalentemente la prima struttura quando desidera offrire controinformazioni su eventi politici specifici mentre la seconda struttura gli risulta maggiormente utile per trasmettere un tipo di conoscenza generale derivante da divisioni e binarismi universali, come, ad esempio, la dicotomia oppressore/oppresso, eroe/cattivo, egemone /subalterno e così via.
Dario Fo in mistero Buffo
Pertanto, la struttura della farsa viene, ad esempio, utilizzata per demistificare gli eventi che circondano la morte di Pinelli (Morte accidentale di un anarchico), le ripercussioni storiche del collaborazionismo di classe (Tutti uniti! Tutti insieme! Ma scusa quello non è il padrone?), o per portare alla luce e denunciare le basi di potere e le divisioni interne della Democrazia Cristiana (Il Fanfani rapito). Parrebbe infatti che le caratteristiche meccaniche della farsa, il suo ritmo parossistico e le sue sequenze alogiche riproducano con le modalità più adatte il modus operandi tipico della politica borghese contemporanea. Tuttavia, quando si presentano problemi legati alla posizione ideologica e alla visione del mondo, la struttura dialogica della giullarata offre la cornice binaria necessaria a focalizzare l’attenzione sullo scontro di interessi tra oppressore e oppresso.
Un’indagine più approfondita del legame tra tipo di conoscenza e forma drammatica è pertanto utile per una migliore comprensione delle scelte drammaturgiche di Fo e per sondare alcune questioni che possono essere state trascurate nello studio del teatro popolare. Nel tentativo di formulare una tipologia delle giullarate di Fo, in questo articolo verrà esaminato il legame tra la struttura del dialogo e il tipo di conoscenza che esso produce. Le indicazioni di Bachtin sul grottesco in generale e sulla satira menippea[2] in particolare serviranno da sfondo per proiettare il debito di Fo nei confronti della tradizione e nel contempo esplorare l’innovatività dei suoi contributi.
Mistero buffo
Messo in scena per la prima volta nel 1969, il Mistero buffo è una delle opere teatrali di Fo più rappresentate e conosciute a livello mondiale e rappresenta il culmine di anni di sperimentazione e di rielaborazione di tecniche teatrali che fanno parte del bagaglio culturale di Fo. È nelle fasi preparatorie di quest’opera che compare per la prima volta la figura del giullare [3] , proprio nel momento in cui la compagnia teatrale Fo-Rame inizia una scrupolosa ricerca e indagine sul significato della cultura popolare. La compagnia non è isolata in questi sforzi, gli anni ’60 sono stati infatti il periodo in cui veniva valorizzata l’egemonia culturale teorizzata da Gramsci come pure le sue formulazioni sulla creazione di una cultura proletaria autonoma come prerequisito alla rivoluzione politica. Migliaia di intellettuali progressisti si sono trovati impegnati a dibattere e sperimentare su tali argomenti, e non solo in Italia.
Negli anni precedenti alla comparsa del personaggio del ‘giullare’ e della giullarata come struttura drammaturgica sia Dario Fo che Franca Rame avevano collaborato con musicologi ed etnografi alla serie di spettacoli itineranti intitolata Ci ragiono e canto, un tentativo di recupero dei canti della tradizione popolare che aveva riscosso grande successo a livello nazionale. Nel caso di Fo, l’aver respirato fin dall’infanzia la tradizione orale dei fabulatori [4] era parte integrante del suo bagaglio personale. Si potrebbe infatti speculare che una sedimentazione dei racconti dei fabulatori fosse alla base dei suoi primi ribaltamenti del punto di vista espressi nello spettacolo radiofonico Poer nano (1952), che gli valse per la prima volta ampi consensi a livello di pubblico. Nello spettacolo radiofonico Fo utilizzava la struttura di una cronaca ininterrotta del narratore, scandendo con la voce in modo “virgolettato” i dialoghi dei personaggi, i quali miravano a ribaltare quello che poteva essere il ‘senso comune’ tradizionale su figure storiche o mitologiche come Caino e Abele, Isacco e Giacobbe, Garibaldi e così via. Questa struttura sperimentata la prima volta alla radio servirà come base rudimentale per le successive giullarate di Fo sul palcoscenico.
In Mistero buffo questa alternanza spontanea tra narratore e dialogo citato trova una giustificazione teorica. Secondo Fo, il compito degli artisti progressisti contemporanei era infatti quello di allearsi con la causa degli oppressi, prestando le proprie capacità artistiche per esprimere le esperienze e il punto di vista dei più deboli. Utilizzando categorie analitiche gramsciane, Fo insisteva sul fatto che storicamente i giullari erano una tipologia di intellettuale dotato di legami organici alle classi oppresse; di conseguenza, le strutture artistiche da essi create erano “del popolo” piuttosto che “per il popolo” [5]. Seguendo tale modello, Fo desiderava diventare un moderno giullare del popolo, basandosi su forme che si erano evolute nella tradizione popolare e che venivano regolarmente distrutte dall’avvento della cultura di massa creata dalla borghesia. In Mistero buffo, Fo appare nel ruolo di moderno giullare, da solo sul palcoscenico, in un ambiente spoglio, prestando la sua voce sia al commentatore/cronista che ai personaggi che “citano” dalla Bibbia. A livello drammaturgico questi ultimi erano stati reinventati attraverso una miscela di citazioni da dialoghi tratti da testi medievali intrisi del grottesco della tradizione carnevalesca e con riferimenti a eventi contemporanei. Il palcoscenico nudo aiuta a mantenere l’attenzione focalizzata sull’attore che, attraverso spostamenti e movimenti del corpo, mutamenti nella mimica facciale, segnala al pubblico che sta citando personaggi diversi. L’espediente di Fo richiede da parte dello spettatore un tipo di ascolto attivo mentre il personaggio del giullare insiste a concentrare l’attenzione sulla relazione tra le voci dialoganti, puntando senza tregua sulle differenze di posizione sociale, sugli obiettivi e gli interessi di classe che si manifestavano nello sviluppo di una particolare situazione.
Michail Bachtin dedica una parte considerevole dei suoi studi alla questione del dialogico e quindi anche alle analisi della forma ‘dialogo’ sin dall’antichità come strumento particolarmente efficace per focalizzare le questioni filosofiche; basti pensare ai dialoghi socratici. In quelle opere, la forma letteraria del dialogo era stata scelta non tanto come espediente estetico, quanto piuttosto come parte del processo epistemologico stesso. Infatti, una delle premesse di quelle narrazioni è che la conoscenza non sia un “oggetto” già posseduto da una delle voci dialoganti, ma piuttosto debba essere scoperta nel processo dello scontro tra le opinioni [6]. Nella satira menippea, una evoluzione successiva dei dialoghi socratici, di solito un saggio viene posto in una situazione liminale, cioè viene calato all’interno di una serie di circostanze straordinarie come i momenti che precedono la propria morte, in cui ci si libera da una partecipazione meccanica e oggettivata alla vita. Da questa prospettiva “purificata”, quindi, il personaggio dialoga con i morti o con altri interlocutori insoliti, discutendo di questioni filosofiche di grande profondità. Il carattere aulico dell’impresa era di solito controbilanciata da quelli che Bachtin chiama elementi di naturalismo dei bassifondi, come, ad esempio, l’uso del linguaggio quotidiano o i riferimenti a eventi contemporanei (Bachtin, Problems 106-10). Questi insegnamenti della tradizione popolare erano giunti a Fo attraverso la fabulazione dei fabulatori che utilizzavano tecniche simili.
Nella composizione del Mistero buffo Fo utilizza come base brani teatrali, poesie e racconti della tradizione popolare medievale raccolti in varie parti d’Europa e in varie regioni d’Italia. L’eterogeneità di tali testi di partenza era controbilanciata dall’uso uniforme di un dialetto trecentesco inventato da Fo, il grammelot, che utilizzava sintassi e termini presi in prestito dai dialetti della pianura padana. Seguendo lo stile della satira menippea, l’alone aulico potenzialmente derivante dall’antichità dei testi veniva mitigato dal continuo riferimento a eventi e problemi contemporanei.
È significativo che nell’introduzione Fo si preoccupi di offrire una giustificazione per la sua impresa: la necessità che il movimento marxista si allei con il movimento cattolico progressista di base, affinché “i ricchi non ereditino né il regno dei cieli né questo mondo” [7]. Questa richiesta di alleanza programmatica portava in primo piano le questioni ideologiche legate alla tradizione di resistenza condivisa dal movimento operaio e dal movimento cattolico di base nei confronti del potere e delle istituzioni. Così facendo egli avvia un dialogo concreto tra queste due tendenze molto importanti della società italiana sotto forma di dialogo teatrale.
Osservati dal punto di vista dell’interlocuzione e del contenuto, i dialoghi che compongono Mistero buffo possono essere suddivisi in tre grandi categorie: (1) i dialoghi a due voci che mettono a fuoco interessi contrastanti; (2) i dialoghi a due voci che portano all’unità tra gli oppressi; (3) i dialoghi polifonici che creano un senso corale della ricchezza multiforme delle esperienze degli oppressi. Così, nella prima categoria la struttura dialogica e binaria mette in risalto la divisione, il dissenso e l’inconciliabilità. Nelle ultime due, invece, si sottolinea invece l’unità e la fusione della diversità. Queste due operazioni sono fondamentalmente riconducibili al funzionamento del grottesco, paradigma di fondo dell’intera opera di Fo.
Allineandosi alla tradizione menippea, i dialoghi di Mistero buffo affrontano argomenti piuttosto ampi, che convergono e si incentrano tutti sulla questione del potere. A differenza della farsa, che mobilita la propria inclinazione proteiforme ai colpi di scena, alla rapidità del ritmo, al travestimento e alla disinvoltura della logica, tutti elementi che portano alla dispersione in una specie di movimento centrifugo, il dialogo ha il potere di concentrarsi, di mantenere l’attenzione su una particolare relazione, quindi si esprime come forza centripeta. In questo caso, il binomio oppressione/resistenza è quello dominante. Infatti, Roberto Nepoti osserva che, nonostante l’apparente focalizzazione storica, nelle giullarate la controstoria non è l’obiettivo primario, ma piuttosto la sfida al punto di vista imposto da chi detiene il potere e in molti casi accettato senza discussione da chi si trova in posizione subordinata [8].
A differenza dei dialoghi socratici, che presupponevano la mancanza di una verità conosciuta anteriormente, in Mistero buffo gli oppressi sono i detentori della verità, mentre i potenti ne rappresentano la negazione e l’usurpazione con la forza. Questa divisione carica di conflitti è particolarmente vera nei dialoghi del primo tipo, mentre la possibilità dell’ignoranza o dell’errore si trova più facilmente in assenza dell’oppressore, nei dialoghi tra chi ha similarità di interessi.
Così, il comportamento degli oppressi, più che svolgere una funzione di controinformazione, funge da parabola per i moderni eredi della divisione oppressore/oppresso. La comprensione di Fo dell’importanza degli exampla spiega forse la preferenza che egli accorda all’inversione di episodi storici, biblici o mitologici. A causa del peso della tradizione, gli esempi del passato sono di solito incorporati a un livello molto profondo, quasi inconscio, e servono come modelli di azione più forti e radicati degli episodi di vita contemporanea.
Mistero buffo: Il conflitto
L’episodio di Mistero buffo che forse si basa in maniera più esplicita sullo scontro di punti di vista è la lite tra l’Angelo e l’ubriaco mentre ciascuno cerca di raccontare la propria versione del miracolo compiuto da Cristo alle nozze di Canaa. La creatura alata ed elegante inizia con un prologo aulico e accondiscendente, volto a radunare il popolo per ascoltare la storia: “Deime rason. …bona zente. . ‘scoltime con atenzion imparché ve voj contare. . .” (Mistero buffo 15). Interrotto dalle chiassose osservazioni dell’ubriaco che sta decantando gli effetti delle abbondanti libagioni a cui si è abbandonato durante le nozze, l’Angelo perde il tono magnanimo iniziale e inasprisce le sue minacce contro l’ubriaco, prima con un “in silensio”, poi con un “cito” e infine con un “vaj si no to vol che at traga fora a pesciadi. …”. .” (Mistero buffo 16). Cogliendo le opportunità offerte dagli attributi fisici della creatura celeste, l’ubriaco inizia a spennarlo per poi lanciarsi in una descrizione in prima persona e piuttosto mondana delle nozze. A differenza dell’Angelo, che aveva dichiarato che la sua storia era vera perché tratta dal Libro Sacro, l’ubriaco si basa sulla propria esperienza. Così, fin dall’inizio, la verità non è stabilita da un’autorità pre-esistente bensì dall’esperienza. Nella dinamica dello scambio tra angelo e ubriaco il discorso del potere rivela la sua doppia faccia, fingendo inizialmente aulicità e magnanimità per minacciare poi in realtà di ricorrere alla forza.
Anche se l’ultima parte dell’episodio della lite è un assolo dell’ubriaco, la voce di contrasto implicita è la versione dei fatti del Nuovo Testamento. La ricchezza di osservazioni derivanti dal “basso-materiale-corporeo” [9] del grottesco nel monologo dell’ubriaco viene utilizzata qui in chiave parodica nei confronti dei monologhi che riguardano questioni filosofiche profonde o scelte di carattere tragico tipiche dei monologhi della tradizione elevata. L’oppressione è vissuta dai personaggi di Fo come fenomeno di classe piuttosto che come condizione individuale. Pertanto, i monologhi non sono strutturati come dibattiti interiori; non sono mai soliloqui, ma piuttosto narrazioni dirette ad altri.
Un altro importante alterco in Mistero buffo ha come protagonisti la Madonna e l’Arcangelo Gabriele ai piedi della croce. L’emissario di Dio si avvicina a Maria per porgerle le sue condoglianze e, temendo di non essere riconosciuto, si ripresenta con un discorso altisonante: “Gabriel, l’angiol de deo, sent mi quelo vergen, ol nunzi d’ol to solengo e delicat amor” (Mistero buffo 23). Noncurante del tono lirico, la Madonna replica con un’invettiva, affidandosi ancora una volta alle opportunità offerte dall’iconografia cattolica: “Torna a slargat i ali Garbriel, torna indre al to bel ciel zojoso che no ti g’ha riente a far chi loga in sta sgarosa tera, in stu turmento mundo” (Mistero buffo 23). Con l’ottusità tipica del potere, l’Arcangelo prosegue offrendo rime consolatorie: “Dona indulurada. . .che fin ‘ndol venter t’ha scarpada di patiment, oh mi ol cognosi ciaro sto turment che t’hait catat mirand ol segnor zovin deo inciudat. . . ” (Mistero buffo 23). Imperterrita la Madonna respinge la pretesa dell’Angelo a una pari sofferenza: “At n’e sgagniat ti i labri par no criar di duluri ‘ndol parturil? At l’ahit nutregat ti? Dait de teta ol latt, ti, Gabriel?”. (Mistero buffo 23).
Come nell’episodio precedente, l’oppresso si basa sui dati della propria esperienza, mentre i potenti si affidano a una conoscenza vicaria e surrogata. La diversità dell’esperienza degli oppressi fornisce inoltre al drammaturgo materiali variegati per comporre i suoi esempi di resistenza: così l’ubriaco si affida a metafore scatologiche di abbondanza, la mater dolorosa al dolore e al sacrificio dell’esperienza biologica femminile. Questa diversità contribuisce a mitigare la pesantezza didascalica della parabola.
Nella farsa, invece, gli scambi legati al conflitto presentano una maggiore mobilità. Ad esempio, in Morte accidentale di un anarchico, sia nei monologhi che negli scambi verbali, Il Matto si affida a una molteplicità di discorsi per sovvertire il punto di vista: basti pensare alla sua appropriazione dei gerghi settoriali del grammatico, dello psicologo, della burocrazia poliziesca, dell’esercito, della chiesa[10]. Mentre nella giullarata si riscontra una certa uniformità all’interno di ogni episodio per cui ci si può aspettare una risposta derivante dall’esperienza diretta di ogni personaggio, la farsa è svincolata da tali limitazioni logiche, come ci si potrebbe aspettare da un genere a carattere dispersivo. Anche nei monologhi presenti nell’opera si può individuare una gamma più ampia di esperienze. Ad esempio, nel monologo che porta alla descrizione dei giudici, II Matto offre al pubblico un intero catalogo degli effetti della vecchiaia su lavoratori che vanno dai minatori agli impiegati di banca.
Nel contrapporre la credibilità agli occhi della legge degli operai in pensione a quella dei vecchi magnati, Il Matto non si basa sull’esperienza diretta, ma su elenchi di immagini popolari degli stili di vita di ciascuna categoria (Morte accidentale 79-80), poiché lo scopo della commedia è offrire controinformazione piuttosto che fornire spunti didascalici.
Mistero buffo: Le alleanze
L’episodio del cieco e dello zoppo appartiene alla categoria dei dialoghi all’insegna della “alleanza”. Due mendicanti, uno cieco e l’altro zoppo, sono bloccati in una piazza; ciascuno si lamenta della propria disgrazia con un passante. Mentre lo zoppo invoca Dio chiedendogli il dono delle ruote, il cieco gli si avvicina ed escogita un sistema di mutuo soccorso: il cieco porterà in braccio lo zoppo che a sua volta farà da guida ad entrambi. Poiché la manovrabilità della macchina umana si rivela problematica prende il timone il linguaggio del basso-materiale-corporeo; tuttavia,alla fine prevale lo stato d’animo che concilia all’alleanza tra i due. L’intensità della cooperazione aumenta quando si rendono conto che si stanno avvicinando a Gesù, uno stregone di grande fama per la sua capacità di guarire gli afflitti. Lo zoppo, particolarmente sensibile ai suoi interessi di lungo termine, suggerisce di passare oltre rapidamente: “Pensaghe un poc, se davero ghe cata a tuti e doj la desgrazia de sì liberadi di nostri desgrazi. D’un boto ag strovariam in la cundision d’es obligat a for via un mestier per impoder campare” (Mistero buffo 27). Entrambi i personaggi emarginati concordano nella loro valutazione della reazione del mondo del lavoro a una loro eventuale guarigione:
At gnirat miracolat, bon, e at tocherà crepar de fame. . .che toeti i te criaran: vagj’ a lavorar!
. .Vag-j a lavorar vagabondo. . .i te diserà. . .brasce robade a la galera. . .e a perderesmio ol gran previlez che g’avemo in pari ai siori, ai paroni, de for gabela: Lori col slongar i truchi de la lege, nojaltri con la pità. Li doi a gabar cojoni! (Mistero buffo 27)
Nel dialogo si avverte chiaramente una comunità di interessi da parte dei mendicanti nell’affrontare la questione del lavoro che li distingue sia dagli operai che dai padroni, e dal punto di vista della loro marginalità sono anche in grado di imitare in chiave parodica le voci delle altre classi.
La comunanza regna anche nei dialoghi polifonici, ad esempio nella resurrezione di Lazzaro. L’opera si apre con le proteste di uno spettatore ritardatario che, al cancello del cimitero viene affrontato dal custode dotato di forte senso di imprenditorialità che vuole fargli pagare sia l’ingresso che il posto a sedere. Mentre il ‘teatro’ inizia a riempirsi, una donna avverte: “uei scomingion mica a spinger”, mentre altre voci soffocate ipotizzano l’arrivo del Messia. Quando Cristo appare sulla scena si ascolta la sua descrizione dal punto di vista degli spettatori che dialogano tra di loro:
-Ol riva!! A l’è chi… .
-L’è quelo là?… .
-Si, quelo cont la barbeta bionda. . .oh me l’è zovin. . .ol par un bagai. . . E quela lie la sua mama de lu. . . .voj!! Bela dona eh? (Mistero buffo 20)
Mentre l’attenzione si sposta sul miracolo che sta per compiersi, una voce lamentosa allude al movimento in avanti della folla: “No sti a sping. . .am versit buta anc mi la tomba?”. Nel frattempo, si sentono altre voci che si lamentano per il fetore del corpo in decomposizione e altre che scommettono sulla capacità di Gesù di compiere un miracolo. Tuttavia, non tutti sono pienamente soddisfatti della performance miracolosa di Gesù: un lamentatore cronico preferisce le qualità di showman di Giovanni Battista: “o quel si che ne faseva de quei. . .che miracol fioi! Roba de no crederghe! pecad che g’han taiad ol colo. . .” (Mistero buffo 21). È l’esigenza umana del meraviglioso, del trascendente invocati per contrastare i limiti umani che accomunano il mondo dello spettacolo e della magia ed essi permettono a Fo di esercitare il grottesco mentre dà una rappresentazione corale del mondo degli oppressi in cui sono ammesse le idiosincrasie, l’ignoranza e le stranezze, in assenza della voce del potere che deve essere contrastata.
A differenza della focalizzazione fissa del dialogo di contrasto, il senso di dispersione tipico della farsa si ritrova anche nei dialoghi corali in cui si può osservare un alto grado di mobilità, e la tendenza centrifuga dal gran numero di voci ascoltate. Ad esempio, le battute non sono necessariamente una risposta a una domanda precedente; anzi, spesso portano a cambiamenti di direzione che sembrano omologhi ai colpi di scena della farsa.
L’entusiasmo per la sfida al punto di vista dell’oppressore che caratterizza soprattutto i dialoghi conflittuali può essere messo in relazione alle tendenze del periodo storico in cui essi sono stati rappresentati. Saranno le esperienze della Rivoluzione culturale cinese e dalle ribellioni giovanili del 1968 diffuse in Europa e negli Stati Uniti a offrire terreno fertile per parabole di resistenza con esiti positivi per gli oppressi. L’attenzione agli elementi comuni presenti nell’esperienza degli oppressi, sia che si tratti della resistenza di cattolici messi a freno dall’istituzione ecclesiastica favorevole ai ricchi (illustrata dall’episodio di Bonifacio VIII in Mistero buffo), sia che si tratti dell’insubordinazione dei lavoratori, è finalizzata a formare un’alleanza in nome della sfida al potere. In un momento in cui su scala mondiale si sfidavano istituzioni e nazioni potenti (la resistenza del popolo vietnamita, la Rivoluzione Culturale, le lotte dei neri negli Stati Uniti, ecc.), Fo metteva in scena attraverso le sue parabole la forza del popolo quando è insubordinato, unito e consapevole dei propri interessi. Già a metà degli anni Settanta, tuttavia, una nuova serie di problematiche ideologiche e programmatiche avrebbe assalito il movimento rivoluzionario e il suo spazio teatrale.
Le parabole degli anni ’70 e ’80
Il cambiamento del clima ideologico nel movimento rivoluzionario a livello mondiale era già ben evidente nel 1977. Tale mutamento si nota anche nel tono delle parabole dialogiche che Fo mette in scena in quel periodo. Storia della tigre fu rappresentata per la prima volta in occasione di un incontro nazionale di diverse organizzazioni e realtà anti-istituzionali che si riunirono a Bologna nel settembre 1977 in un convegno contro la repressione [11].
Il protagonista e narratore di Storia della tigre è un soldato cinese, ferito e abbandonato dai suoi compagni durante la Lunga Marcia. Il soldato trova rifugio in una grotta e si addormenta, per poi essere svegliato dal rumoroso ritorno dei suoi legittimi occupanti, una tigre e il suo cucciolo mezzo annegato. Segue uno scambio piuttosto inarticolato tra uomo e bestia, uno scambio basato sulla paura e sull’incomprensione. Gradualmente si passa a un modello di cooperazione “scettica”, quando la tigre e il soldato scoprono di potersi aiutare reciprocamente. Infatti, la tigre guarisce il soldato leccandogli la ferita con la sua saliva curativa e, a sua volta, il soldato fa conoscere alle bestie selvatiche il gusto raffinato della carne cotta. Quando il soldato si riprende, lascia la grotta e cerca di ritrovare il suo distaccamento dell’esercito di liberazione. Adirate per l’improvvisa partenza del soldato, le tigri lo seguono in città e lo aiutano a scacciare le forze del Kuomintang scese nel frattempo nel villaggio. I felini vengono poi presi in prestito da tutti i villaggi vicini ogni volta che il Kuomintang tenta di invadere. Il dialogo passa poi da uno scambio all’insegna di una difficile alleanza a un dialogo caratterizzato dal conflitto quando le autorità locali del partito insistono perché le tigri vengano mandate via: la loro vigilanza non è più necessaria perché il partito, ora al potere, governerà nell’interesse del popolo:
Bravi, bravi! Questa invenzione della tigre è straordinaria. Il popolo ha un’inventiva e un’immaginazione, una fantasia che nessuno ha! Bravi! Bravi! Adesso le tigri però, non si possono tenere con voi, bisogna mandarle nella foresta come erano prima. (Storia della tigre 56)
Incurante delle proteste del popolo, il burocrate insiste:
Non possiamo, le tigri, sono gente anarcoide, mancano di dialettica, non possiamo dare un ruolo alla tigre nel partito, e se non può stare nel partito, non può stare neanche nella base. Dialettica non ha. Ubbidite al partito. Mettete le tigri nella foresta. (Storia della tigre 56)
Fingendo obbedienza alle autorità, gli astuti abitanti del villaggio nascondono le tigri in un pollaio e le camuffano da galli e ciò induce il burocrate formalista che ispeziona il pollaio a registrarle come esemplari di “Gallo tigrato”. La storia prosegue con altri episodi che illustrano la necessità di essere autonomi e di non delegare mai i propri interessi e il proprio potere alle autorità. Il passaggio di Fo da un ottimistico invito a sfidare l’autorità all’esortazione ad essere autonomi e a resistere agli attacchi dei potenti sembra derivare dai cambiamenti che si verificano nella situazione mondiale, come le battute d’arresto subite in Cina dalle forze rivoluzionarie dopo la morte di Mao, e in quella italiana, con l’aumento della repressione a seguito della Legge Reale, nonché la confusione ideologica all’interno del movimento.
Un’ulteriore minaccia per il movimento già indebolito di suo fu costituita dalla defezione di molti giovani che reagirono al momento storico sfavorevole con l’evasione e le soluzioni utopiche. Di nuovo Fo affronta questo problema anche di carattere ideologico facendo affidamento sulla struttura del dialogo della tradizione menippea rielaborandolo con contestualizzazioni contemporanee. I dialoghi scritti da Luciano di Samosata consistevano in scambi tra Icaro e lo stesso Luciano. La versione rielaborata da Fo inizia sul modello di un litigio familiare, quando Icaro rimprovera al padre di aver costruito il labirinto in cui sono imprigionati. Dopo numerosi tentativi falliti di trovare una via d’uscita, riescono a uscire all’aria aperta e, attirando gli uccelli di passaggio, raccolgono le materie prime per costruire le ali necessarie alla fuga. Icaro è alla ricerca (letteralmente) di un volo verso l’utopia. Vedendo un’isola in lontananza, dice: “Che Bela e! Gh’è pescadori. . . varde, dei contadini. . . Varda, anco qui a gh’è i solda! Varda anco qui gh’è i soldà. Varda che i masa! E le preson piene! Patre, scapemo! Dai, patre, andemo, scapo!”.
Dedalo cerca di contrastare l’impulso del figlio a fuggire dal conflitto consigliandogli di sbarcare sull’isola piena di problemi:
Perché a l’è inutile andare cercando un’altra isola nova. . . bela. . . dove tuto l’è aprontà, tranquillo. Dove te rive e i te dise: “Bona sera, vegne, te speciava!”. No! No! troverai gimai l’isola tranquilla già fata! Ne toca farla. . . farla co’ le mani dentro la palta. . . dentro il sangue. . . nei sogni trovar isole. Vegne, ‘des. (Storia della tigre 158)
Il carattere allegorico di entrambi i brani, il primo che raccomanda la fiducia in se stessi, il secondo la perseveranza, si riferisce inequivocabilmente ai problemi contemporanei che il movimento si trova ad affrontare. Tra i mutamenti che si possono riscontrare, una maggiore problematicità per cui il conflitto si estende anche all’interno degli oppressi stessi su come procedere, sostituendo così la versione tendente all’unità che caratterizzava il periodo di Mistero buffo in cui la divisione principale era sempre tra oppressori e oppressi.
Nelle giullarate e nei monologhi successivi, come Fabulazzo osceno [12] e Una madre, la situazione di confusione e di arretramento delle forze rivoluzionarie è rispecchiata sia dall’eterogeneità dei materiali prodotti da Fo sia dai cambiamenti nella struttura dei monologhi, che danno più spazio alle riflessioni della voce narrante/ commentatore. Ad esempio, in Fabulazzo osceno l’intenzione programmatica di Fo è quella di sfruttare l’effetto liberatorio dell’osceno come rivolta contro i metodi e le categorie ritenute rispettabili dalle autorità. I materiali raccolti a questo scopo sono estremamente eterogenei e vanno da un fabliau provenzale e da un racconto menippeo di Luciano di Samosata, entrambi basati su questioni di politica sessuale, a una cronaca della “rivolta di Bologna”, basata sulla controstoria di uno storico medievale, fino al monologo immaginario di Ulrike Meinhoff nelle ultime ore prima del suo “suicidio” da parte dello Stato della Germania Ovest. L’elaborazione di temi non strettamente ‘politici’ nel senso istituzionale del termine suggerisce l’influenza di questioni portate alla luce dal movimento femminista e da varie correnti post-strutturaliste dei filosofi francesi. La frammentazione e la mancanza di un centro organico rispecchiano in un certo senso la perdita di quella visione alquanto unitaria che aveva caratterizzato le prime fasi dei moti del ’68, provocando quindi uno spostamento verso territori più problematici. Ciò si ripercuote anche sulle situazioni degli apologhi di Fo che si spostano verso protagonisti, sia uomini che donne, messi alla prova nel loro rapporto con la conoscenza e nel loro rapporto con il potere. Così il saggio di origine menippea curiosamente converge sempre di più verso quei personaggi ingenui/candidi del primo Fo, il cui rapporto con la conoscenza cresce nel corso di un viaggio (come, ad esempio, “il Lungo” de Gli arcangeli non giocano a flipper).
Nel monologo Una madre, scritto insieme a Franca Rame (1983) [13], Fo sembra miscelare le caratteristiche di contro-informazione di cui si fa portavoce la forma farsa con le tendenze prescrittive della giullarata. Un approccio più complesso alla conoscenza si riscontra in Una madre, la cui protagonista è una madre che ha appena appreso dal telegiornale che suo figlio è stato arrestato e accusato di far parte delle Brigate Rosse. Mentre viaggia nel mondo delle Leggi d’emergenza [14], affronta l’isolamento dei suoi ex compagni, che, piegati dalla pressione del riflusso, proclamano di aver compreso l’ingenuità e l’inutilità del movimento del ’68, di averne previsto l’inevitabile sbocco nel terrorismo (Una madre ii-v). A differenza delle eroine di Mistero buffo, la madre non si basa solo sulle proprie esperienze. Infatti, nel corso del racconto, per illustrare la situazione disperata della gioventù italiana, traccia un continuo parallelo tra la sua situazione e quella della madre di un giovane tossicodipendente, altra vittima della crisi politica ed economica. Ancora una volta la forma del dialogo viene utilizzata per esprimere un senso di sofferenza comune. Quando affronta il giudice nelle battute finali, la madre solleva anche una critica al ruolo istituzionale della maternità:
“Signora, dove è detenuto il bambino? Lei è responsabile. . .lo aveva in custodia!”
Affondo la mano sotto il livello della nebbia: “Eccolo! L’ho preso! Signor giudice!”
Ma questo non è mio figlio! È il ragazzo drogato. . . Sanguina! Ha il corpo cosparso di ustioni! Che è successo?!
“Mi hanno torturato! Mi hanno bruciato anche i testicoli! Voglio sporgere denuncia contro cinque poliziotti!”
“Taci! È mio figlio! L’ho preso signor giudice! Ho catturato mio figlio! Ho fatto il mio dovere di cittadina democratica che ha fiducia nelle istituzioni! Oh! Mi spiace. . . L’ho stretto troppo! L’ho strangolato! Ѐ morto!” (Una madre xvii)
In Una madre si passa decisamente dall’ottimismo a una riflessione più problematica: mentre si elogia e si prescrive la resistenza, si sollevano altre questioni non facilmente risolvibili che fanno parte della lotta per risolvere la crisi ideologica della sinistra rivoluzionaria.
Le ripercussioni della perdita di un centro unitario sono osservabili anche nelle farse successive di Fo che, a differenza di quelle caratteristiche della fine degli anni Sessanta e dell’inizio degli anni Settanta, sono più dispersive, vanno in più direzioni contemporaneamente e spesso sollevano il problema della politica “personale” (Clacson trombette e pernacchi [1981] o Coppia aperta [1983].
Fino ad oggi, le farse di Fo sono state soprattutto indicatori degli ultimi intrighi e scandali politici, mentre i monologhi sono serviti come barometro del clima ideologico e della situazione del movimento rivoluzionario. La sua ultima produzione, che comprende sia le giullarate che le farse, appare a prima vista meno raffinata e più frammentaria rispetto ai suoi lavori precedenti. Questi cambiamenti sono stati interpretati da alcuni come segni di stanchezza, confusione e incapacità dell’autore di stare al passo con i tempi. Sebbene alcuni elementi di questa critica siano validi, si può vedere in alcuni degli ultimi lavori di Fo un tentativo di crescita artistica e ideologica, il riconoscimento della necessità di sviluppare approcci più complessi alla questione del potere e della conoscenza. Tenendo presente la natura flessibile e in progress dello stile di lavoro di Fo, si può sperare che le sue ultime sperimentazioni siano segni di nuove opere, potenziate e più mature.
[1] Il termine giullarata si riferisce alla struttura teatrale utilizzata dai giullari e rielaborata da Fo, in cui il narratore racconta una storia offrendo sia i propri commenti, sia prestando la propria voce e i propri gesti per “citare” i discorsi dei personaggi narrati.
[3] I giullari erano artisti itineranti che nel Medioevo e nel Rinascimento si esibivano nelle strade e nelle piazze. Anche se scarse e contrastanti sono le informazioni sulle loro forme di spettacolo e sulla loro funzione sociale, Fo concorda con gli storici che li considerano veri e propri creatori di un’arte popolare che si oppone ai canoni della classe dirigente. Secondo critici come Cesare Molinari, i giullari svolgevano anche una funzione di informazione in quanto i loro commenti demistificavano gli eventi politici e sociali dell’attualità.
[4] Il termine generico di fabulatore si riferisce a un narratore orale. Nel caso di Fo, egli fu molto influenzato dai pescatori abusivi del paesino lombardo della sua infanzia vicino al confine svizzero, le cui storie, come quelli della tradizione carnevalesca, si basavano sul paradosso, sull’iperbole e sul rovesciamento. Claudio Meldolesi, riferendosi al giullare di Fo, lo ha caratterizzato come una “persona della tradizione orale”, dando così continuità alle radici artistiche di Fo.
5) Le affermazioni di Fo sulla funzione “sovversiva” del giullare sono state oggetto di un vivace dibattito sulle pagine dei Cahiers du Cinema. Infatti, nell’articolo intitolato “Culture populaire et travail militant: Dario Fo et le collectif La Comune”, 250 (1974), pagg. 11-25, la rivista contestava le affermazioni di Fo sottolineando il rapporto di alcuni tipi di giullari con le corti.
[6] I diversi punti di vista sulla funzione e sul significato del dialogo come forma d’arte sono rappresentati nel volume Il dialogo-scambi e passaggi delle parole (Palermo: Sellerio, 1985), curato da Giulio Ferrone. Nella sua introduzione, Ferrone sottolinea la posizione di Hans-Georg Gadamer che individua nel dialogo il principio di ogni conoscenza storica.
[7] Fo, Dario, “Mistero buffo”, in Compagni senza censura, (Milano: Mazzotta, 1970), p. 13. Tutti i riferimenti saranno a questa edizione.
[8] Nepoti, Roberto e Cappa Marina, Dario Fo (Roma: Gremese, 1982), p. 7.
[9] Secondo Bachtin, gran parte della tradizione del grottesco si basa sulle immagini del basso-materiale-corporeo come come espressione dei cicli vitali di nascita, morte e rigenerazione. Si veda a proposito il capitolo VI di Rabelais and His World (Cambridge, MA: MIT Press, 1968).
[10] Fo, Dario, Morte accidentale di un anarchico, (Torino: Einaudi, 1974). Tutti i riferimenti saranno a questa edizione.
[11] Fo, Dario, Storia della tigre ed altre storie, (Milano: F. R. La Comune, 1980).
[12] Fo, Dario, Fabulazzo osceno, (Milano: F. R. La Comune, 1982).
[13] Fo, Dario, “Una Madre” in Dario Fo e Franca Rame: Laboratorio teatrale ai Riverside Studios, London (Londra: Red Notes: 1983/pp. i-xvii).
[14] Dopo il rapimento e l’uccisione dell’ex Presidente del Consiglio Aldo Moro nel 1978, furono emanate leggi di emergenza temporanea che limitavano i diritti civili degli indiziati accusati di appartenenza a organizzazioni terroristiche. Tali leggi prevedevano l’istituzione di carceri speciali per detenuti politici sospettati di terrorismo, permettevano che l’opinione politica fosse considerata alla stregua di evidenza a fini penali, e concedevano pene lievi o l’immunità agli indiziati che si fossero ‘pentiti’ e avessero fornito informazioni su altri. Un numero relativamente ristretto di intellettuali, artisti e magistrati democratici si unì attivamente agli sforzi per ottenere l’abrogazione di tali leggi emergenziali. Tra questi vi erano Dario Fo e, soprattutto, Franca Rame. Nel 1985 è stata fondata la rivista Antigone per per dare spazio all’attivismo anti-emergenza; tuttavia, a tutt’oggi, le leggi d’emergenza non sono ancora state completamente abrogate.
[15] In un’intervista rilasciata ai Riverside Studios, Fo definisce disastrosa la situazione ideologica della sinistra italiana. Afferma inoltre che l’unico fattore che ha aiutato Franca Rame e lui stesso a sfuggire all’immobilismo di gran parte della sinistra un tempo rivoluzionaria è la loro continua associazione con la lotta popolare.
Traduzione italiana di Pina Piccolo del suo articolo “Dario Fo’s Giullarate :Dialogical Parables in the Service of the Oppressed”, pubblicato nella rivista accademica statunitense Italica, Vol. 65, No. 2 (Summer, 1988), pp. 131-143 (13 pages).
Riguardo il macchinista
Pina Piccolo -traduttrice e scrittrice –
Pina Piccoloè una traduttrice, scrittrice e promotrice culturale che per la sua storia personale di emigrazioni e di lunghi periodi trascorsi in California e in Italia scrive sia in inglese che in italiano. Suoi lavori sono presenti in entrambe le lingue sia in riviste digitali che cartacee e in antologie. La sua raccolta di poesie “I canti dell’Interregno” è stata pubblicata nel 2018 da Lebeg. È direttrice della rivista digitale transnazionale The Dreaming Machine e una delle co-fondatrici e redattrici de La Macchina Sognante, per la quale è la cosiddetta macchinista -madre con funzioni di coordinamento. Potete trovare il suo blog personale digitando http://www.pinapiccolosblog.com
Gloria Zanardo Scene madri Gabrielli editori Casa Editrice Verona
GLORIA ZANARDO SCENE MADRI-
Testo pensato per una lettura ad alta voce
postfazione di Donatella Franchi-Gabrielli editori
Descrizione del libro della filosofa Gloria Zanardo, “Scene madri” Sul rapporto madri e figlie :«A commuoverla profondamente era la percezione della fragilità di un lavoro amorevole di cura, fatto con chissà quali attenzione e assiduità e che non ci metteva niente a lacerarsi, scombinarsi, perire. Era forse la fragilità stessa della condizione umana a mostrarsi quel giorno, fragilità che si percepisce in tutta la sua portata quando si mostra nello sforzo degli umani di dare forma e senso all’esistenza.»
il libro della filosofa Gloria Zanardo, “Scene madri”
Il libro di Gloria Zanardo ripercorre il rapporto con la vecchiaia estrema della madre, di un prendersi cura che ha mobilitato tutte le energie vitali della figlia. Le è stato necessario ripercorrere l’intera sua relazione con lei. Il libro ricostruisce il prisma di questa legame in tutte le sue sfaccettature, dove uno dei fili segreti va forse cercato nell’arte del dono. La pratica di scrittura poetica, che l’autrice ha seguito, le ha permesso di stare accanto alla madre attingendo a quelle risorse indispensabili alla vita che la creazione simbolica offre.
Il testo è impreziosito dalle fotografie di Donatella Franchi tratte dal suo libro d’artista “A Clotilde”
Dalla postfazione di Donatella Franchi
“Il rapporto con la vecchiaia della propria madre è un corpo a corpo a volte drammatico.
Può essere molto doloroso, induce ad una riflessione senza scampo su di sé, la propria fragilità e le insoddisfazioni, ci mette di fronte alla nostra finitezza umana, crea una lacerazione tra la necessità del rapporto di cura e l’urgenza di progetti su cui ognuna di noi aveva investito la propria esistenza.
Ma è anche una grande esperienza di vita, che ci aiuta a mettere a fuoco e a capire meglio noi stesse e gli altri. È quello che Gloria sta facendo, come ho cercato di fare anche io, faticosamente: trasformare il rapporto di cura nei confronti delle nostre madri in una esperienza di vita.”
L’autrice: GLORIA ZANARDO è nata e vive a Verona, dove ha insegnato nella scuola superiore. Partecipa al lavoro della comunità filosofica di Diotima fin dalle origini. Il suo percorso di pensiero trova espressione sia nella scrittura filosofica, sia in quella letteraria. Ha pubblicato due raccolte di racconti, Presente remoto (Tufani, Ferrara 2000) e Salnitro (L’Iguana, Verona 2012). Ha scritto, per volumi collettivi, saggi su Luce Irigaray, Jacques Lacan, Simone Weil. È del 2017 il saggio Un’apertura di infinito nel finito. Lettura dell’impersonale di Simone Weil (Mimesis, Milano).
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Sonia Gentili-L’idea di poesia nel Medioevo- Viella Libreria Editrice-
Sinossi del libro di Sonia Gentili-Che cos’è la poesia e da dove nasce? Qual è il suo oggetto e che rapporto ha con la vita?A queste domande il Medioevo ha dato risposte inaspettatamente “moderne”, liberandosi progressivamente dell’idea platonica di una poesia ispirata da Dio e specchio di verità eterne, e approdando pian piano alla rappresentazione della poesia come traccia del vissuto, cioè di oggetti immersi nel flusso dell’esperienza, per questo mutevoli, instabili e destinati a scomparire e del poeta come di un essere che trasforma il proprio desiderio in produzione di immagini.
Ne emerge una diversa idea di mimesis – non lo specchio di un oggetto immutabile, ma la traccia della sua epifania momentanea e della malinconia del poeta – che comporta un riposizionamento del Medioevo nella storia dell’idea di poesia.
Sonia Gentili-L’idea di poesia nel Medioevo- Viella Libreria Editrice
Indice
Introduzione
I termini del problema e l’eredità antica
Tecnica poetica e questione della poesia
Mimesis: molteplicità
Mimesis: vanità, instabilità
La varietà dei suoni
Poesia e frammentazione dell’anima
Il male dell’elegia e la medicina della filosofia
Poesia come ispirazione divina
Poesia come talento individuale
Poesia come desiderio
Immagine contro numero
Boezio e la poesia
Il bando della poesia delle passioni: dalla polis platonica al conflitto interiore
Poesia delle passioni: elegia, fantasma del vissuto, catabasi
Le «scenicae meretriculae» e la «scaena» dell’esistenza
Molteplicità, caducità: la forma del mondo
Lamento contro preghiera, immagine contro numero
Il poeta al bivio
Strutture boeziane nel canzoniere d’autore
La frattura tra poesia d’amore e poesia filosofica nel canzoniere di Guittone d’Arezzo
La poetica del frammento e il titolo del Canzoniere di Petrarca
Perché il Convivio non «intende … derogare» alla Vita Nova
L’Orfeo del Convivio
Verità e immagine
Il realismo di Boccaccio
Medioevo e lunga durata
Un’altra idea di mimesis
Poesia come elegia e catabasi
Le voci del mondo: mimesis come metamorfosi
Poesia e numero
Bibliografia
Indice dei nomi
Autore-Sonia Gentili
Sonia Gentili-Professore ordinario di Letteratura Italiana Sapienza Università di Roma
Sonia Gentili insegna Letteratura italiana (Sapienza Università di Roma). I suoi saggi (tra cui si ricordano L’uomo aristotelico alle origini della letteratura italiana, Carocci, 2005; Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento, Carocci, 2008; Novecento scritturale. La letteratura Italiana e la Bibbia, Carocci, 2016) sono spesso al crocevia tra filosofia e letteratura. Come autrice di poesia ha ottenuto, tra gli altri riconoscimenti, il premio Viareggio e il premio Pisa.
Sonia Gentili è professoressa ordinaria di Letteratura italiana presso il Dipartimento di Lettere e Culture moderne di Sapienza Università di Roma.
Attività Accademica e di Ricerca
Ruolo: Professore ordinario di Letteratura Italiana.
Interessi di ricerca: Letteratura medievale (con particolare attenzione a Dante e all’aristotelismo), Otto-Novecento e i rapporti tra letteratura e filosofia.
Incarichi: Membro del direttivo della Società Dantesca Italiana e Fellow all’Institut d’Études Avancées di Parigi nel 2021-2022. [1, 2, 3]
Attività Letteraria
Saggistica: Ha pubblicato volumi come L’uomo aristotelico alle origini della letteratura italiana (Carocci, 2005) e Novecento scritturale. La letteratura e la Bibbia (Carocci, 2016). [1]
Poesia e Narrativa: È autrice di raccolte poetiche, tra cui Viaggio mentre morivo (vincitrice del Premio Viareggio nel 2016) e Un giorno di guerra (2024), oltre a romanzi come I filosofi (Castelvecchi, 2019). [1, 2]
Giornalismo: Collabora con il quotidiano «il manifesto». [1]
La storia di Viella Libreria Editrice
Viella, fondata nel 1978 a Roma da Gian Chiarion Casoni e Sandra Crespi, nasce come libreria internazionale specializzata in Medioevo e Rinascimento. Il nome e il logo – opera dell’artista Guido Strazza – si ispirano a uno strumento musicale ad arco largamente diffuso in epoca medievale.
In un primo momento si afferma come libreria commissionaria, pubblicando un catalogo delle novità editoriali internazionali: edizioni di fonti, storia, arte, filosofia, filologia, dalla tarda antichità alla prima età moderna. Diventa così un punto di riferimento per gli studiosi, le biblioteche universitarie e gli istituti culturali in Italia e all’estero e avvia ben presto una propria produzione editoriale incentrata inizialmente sull’archeologia e sulla storia dell’arte.
La collana I Libri di Viella, creata nel 1993, permette poi alla casa editrice di affermarsi come una delle più intraprendenti nel campo degli studi medievali e rinascimentali, promuovendo, a fianco di autori già noti, anche le ricerche di giovani studiosi. In questa prima fase l’attività editoriale si consolida con il varo di alcune collane fortunate, come Altomedioevo, La corte dei papi e Sacro/Santo. Sono anni di crescita, in cui la progettualità interna si allarga di pari passo con le collaborazioni esterne (con singoli studiosi e alcuni tra i più importanti centri di ricerca italiani e non). Il nucleo originario degli specialismi – storia medievale, storia del diritto, filologia romanza, agiografia, paleografia, storia dell’arte – si apre così all’intero ventaglio delle discipline storiche. Uno dei segni di tale apertura è già in questa prima fase – e continua a esserlo – l’investimento nelle riviste scientifiche – i luoghi che più immediatamente reagiscono ai nuovi impulsi della ricerca.
All’inizio del nuovo millennio la proposta editoriale si arricchisce ulteriormente, allargandosi sempre più verso la storia contemporanea e le altre discipline umanistiche. Con l’obiettivo di raggiungere un pubblico più vasto senza rinunciare a un alto profilo scientifico – grazie a rigorose procedure di valutazione e al giudizio di consulenti esterni (blind peer review) – nel 2006 nasce la collana La storia. Temi. A questa si è affiancata, nel 2009, La storia. Saggi, che ospita opere di studiosi autorevoli ritenute importanti punti di riferimento per la ricerca scientifica.
La casa editrice, luogo di incontro e di dibattito, entra in contatto nel corso degli anni con nuove sensibilità storiografiche che trovano spazio nel catalogo attraverso la traduzione di alcune delle più originali ricerche prodotte a livello internazionale e attraverso nuovi progetti editoriali: significativa e caratterizzante è la creazione, nel 2013, a partire dalla stretta e consolidata relazione con la Società italiana delle storiche, della collana Storia delle donne e di genere, destinata a diventare uno spazio privilegiato per gli studi del settore.
Nel 2015, a testimonianza di una collaborazione sempre più stretta con il mondo accademico internazionale, vengono inaugurate due collane in lingua inglese, che accolgono ricerche originali e traduzioni di opere già edite, con l’obiettivo di ampliare i confini della circolazione e dello scambio culturale negli studi storici e umanistici (collane Viella Historical Research e Viella History, Art and Humanities Collection).
In un panorama in rapida evoluzione, il progetto editoriale tiene insieme innovazione e continuità: prosegue e si allarga la produzione di libri e riviste, mentre si investe nella digitalizzazione e nell’accessibilità dei titoli, con gli eBook e oggi anche con la pubblicazione in Open Access.
La produzione attuale si attesta sui 120 titoli all’anno e 19 periodici.
Viella è un ponte fra accademia, ricerca e pubblico: fin dalla sua nascita come libreria commissionaria ha saputo costruire una rete di relazioni sempre più ampia (fatta di singole e singoli studiosi, di centri di ricerca e istituti, di fondazioni e società storiche, italiane e straniere) e grazie a questo continuo scambio da oltre quarant’anni cresce e si rinnova.
Registro delle Imprese e Tribunale di Roma: RM 091-1978-2411
CCIAA: RM-428417
La casa editrice
Viella Libreria Editrice
Via delle Alpi 32 – 00198 Roma
Tel. 06.8417758
E-mail info@viella.it
Posta Elettronica Certificata: viella@pec.it
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