Martirio delle sante Rufina e Seconda,Opera conosciuta come il “Quadro delle tre mani”-
Martirio delle sante Rufina e Seconda-La tela raffigura il “Martirio delle sante Rufina e Seconda”, ed è meglio conosciuta come il “Quadro delle tre mani” perché compiuta oltre che dal Cerano, da Giulio Cesare Procaccini e dal Morazzone, due degli interpreti più raffinati dell’ambiente lombardo del primo Seicento.
Un’occasione utile, quasi un compendio, voluto dal raffinato committente, Scipione Tosi, per mettere alla prova sullo stesso campo tre diversissimi modi di interpretare la pittura e la società al tempo dei Borromeo.
Descrizione del dipinto-
Il soggetto del dipinto è il martirio di due sorelle, Rufina e Seconda, avvenuto durante le persecuzioni della Roma imperiale. Lo spazio dell’opera è interamente saturato dalle figure, mostrando un accurato studio compositivo. A motivo di questo calcolo, la struttura generale, nonostante i tre distinti interventi, si mostra organica ed unitaria. Lo stile dei tre maestri mostra, al di là delle differenziazioni formali, una comune matrice culturale. La composizione infatti è un chiaro esempio dell'”intellettualismo artificioso e barocco” caratteristico del tempo
Santa Rufina è raffigurata nell’angolo destro della tela, inginocchiata in attesa del martirio, con le mani giunte e gli occhi rivolti al cielo. La macchia chiara del suo collo scoperto offerto al carnefice spicca violentemente dal fondo scuro della tela, cogliendo l’attenzione dello spettatore. Accanto a lei un angelo le posa delicatamente una mano sul braccio, fissandola negli occhi. L’eleganza delle figure, la dolcezza degli incarnati rosacei e dei panneggi, la delicatezza con cui sono descritte le mani affusolate della santa, rendono facilmente riconoscibile la mano del Procaccini in questo gruppo. Dietro la santa emerge dalla penombra la mole scura e teatrale del carnefice che brandisce la spada, in contrasto con le figure retrostanti, dell’angioletto che porge la palma del martirio, dell’uomo dalla veste dorata e del giovinetto di cui si scorge solo il viso incorniciato dai riccioli biondi. Il gruppo, tratteggiato con forti accenti luministici, rappresenta il contributo del Morazzone. Al Cerano sono infine dovuti il cavaliere sullo sfondo e l’angelo che trattiene il cane che sta per avventarsi sul corpo decapitato di Seconda. La resa più scultorea e naturalistica degli incarnati lividi e degli animali caratterizza il suo intervento-
sante Rufina e Seconda, Martiri di Selva CANDIDA
(Breve Storia)-Sono due celebri martiri romane ricordate in tutti i più antichi elenchi e in molti documenti storici. La loro morte avvenne durante la persecuzione di Valeriano e Gallieno, attorno al 260. Nel racconto del loro martirio sono presentate come sorelle, fidanzate con due giovani cristiani che per timore della morte avevano rinnegato la fede. A causa del rifiuto del matrimonio esse furono denunciate ed imprigionate mentre fuggivano da Roma. In seguito al loro diniego di sacrificare agli idoli le due giovani furono condotte in un bosco sulla via Cornelia, a dieci miglia da Roma in un terreno detto “Buxo”, dove vennero uccise e lasciate insepolte. Plautilla, matrona romana, che le aveva viste in sogno, provvide alla loro sepoltura in quello stesso luogo dove, già nel sec. IV, fu eretta una basilica, iniziata da Giulio 1 (336) e completata da papa Damaso, rinnovata con l’aggiunta del battistero da Adriano 1 (772-95) ed arricchita di doni da Leone IV (847–55). A questa chiesa si fa riferimento nei diplomi pontifici anche oltre l’ XI secolo, essendo divenuta Cattedrale della diocesi di Lorium, che presumibilmente ebbe un suo Vescovo proprio per provvedere alla quotidiana celebrazione dei sacri misteri nei tre santuari del territorio (sante Rufina e Seconda, san Mario e compagni e san Basilide) e per il decoro della vicina residenza imperiale. Il primo vescovo del quale si ha certezza storica è Pietro nell’anno 487. Attorno a quel luogo di culto, divenuto celebre meta di pellegrinaggio assieme alle catacombe di san Mario, era sorta gradualmente una città, che fu saccheggiata e distrutta dai Saraceni nell’847 e poi nell’870. Sergio III, nel 904, provvide alla riparazione della Chiesa, ma il centro abitato era oramai quasi del tutto abbandonato a causa dei pericoli delle incursioni barbariche e dello squallore del luogo. Papa Anastasio IV, nel 1153, fece trasportare il corpo delle due Sante nel
dove venne loro dedicata una cappella che fu posta Sotto la giurisdizione del vescovo di Porto e Santa Rufina, come è provato dalla bolla di Gregorio IX del 1236. A Trastevere, in via della Lungaretta, esiste ancora un antico monastero loro intitolato e che si dice edificato nel luogo dove era la loro casa natale. Della chiesa adiacente, ornata con un campanile del XIII sec., si hanno notizie fin dal 1123, dato che in una bolla di Callisto Il è annoverata fra le filiali di santa Maria in Trastevere. I resti archeologici sulla via Boccea (loc. Porcareccina), gi–á individuati e descritti da Antonio Bosio (1632), furono di nuovo studiati nel nostro secolo.
S.E.Monsignor GINO REALI Vescovo di PORTO e SANTA RUFINA –
Festa delle Sante Rufina e Seconda, patrone della Diocesi –
Preghiera di S.E.. Monsignor GINO REALI in onore della Sante Patrone della nostra Diocesi
Padre di misericordia,
che hai chiamato alla gloria del martirio le sante sorelle Rufina e Seconda,
congiunte in vita e in morte dall’amore per l’unico Sposo,
e le hai donate alla nostra Chiesa come modello di fede e di fortezza,
concedi a noi, per il loro esempio e la loro intercessione,
di seguire il Signore Gesù con fede viva, speranza ferma e carità ardente.
Questa terra, bagnata dal sangue dei Martiri,
germogli ancora il frutto della santità e dell’amore.
Per la loro comune intercessione, dona alle nostre famiglie unità e pace;
per il loro esempio rafforza i nostri giovani nella lotta per la virtù ed il bene,
e dona loro limpidezza di cuore e generosità d’impegno;
per i loro meriti, sostieni i nostri passi nel cammino verso la patria eterna.
A te, o Padre, affidiamo la nostra vita:
liberaci da ogni pericolo dell’anima e del corpo,
e donaci la grazia che ti chiediamo …
Tu che vivi e regni, con Cristo tuo Figlio e lo Spirito Santo,
nei secoli glorioso. Amen.
+ Gino Reali Vescovo di Porto – Santa Rufina 7 giugno 2007
Nadia Maria Filippini- “Mai più sole” contro la violenza sessuale
– Viella Libreria Editrice-
Sinossi del libro di Nadia Maria Filippini- Il libro ricostruisce una vicenda che ha segnato uno snodo cruciale nella lotta contro la violenza sulle donne. È la prima manifestazione femminista in un processo per stupro, a Verona nel 1976, che vede il movimento, d’intesa con la parte civile, chiedere il dibattimento a porte aperte e trasformare il processo in un’azione di denuncia contro la parzialità dei giudici, la vittimizzazione secondaria e la cultura solidale con lo stupro.
Nadia Maria Filippini-In copertina: Manifestazione femminista nell’aula del Tribunale di Verona, 1976. Archivio Lucas Uliano.
Il valore emblematico e l’impatto mediatico della vicenda, seguita per la prima volta in diretta anche dalla Rai, portano il tema della violenza di genere al centro del dibattito pubblico e inaugurano una stagione di mobilitazioni e iniziative delle donne, con l’apertura di centri antiviolenza e la modifica del codice Rocco, che ancora derubricava lo stupro come reato contro la morale.
La ricca documentazione, per la maggior parte inedita, di cui si è avvalsa la ricerca, ha consentito di mettere in luce le figure delle protagoniste, i contenuti e le sfaccettature di questa battaglia, le sue ripercussioni sociali e politiche, collocandola nel contesto della storia delle donne degli anni Settanta.
2. La violenza carnale nei codici e nella tradizione giuridica
3. Il femminismo italiano alla metà degli anni Settanta
4. Il contesto veronese
5. Lo spartiacque del delitto del Circeo
2. «Ogni processo per violenza carnale è un processo politico»
1. L’incontro con il movimento femminista
2. Rompere il silenzio!
3. L’antecedente del processo per aborto di Padova
4. La mobilitazione delle donne
5. La strategia processuale: l’istruttoria di parte civile
6. Per un processo a porte aperte!
3. La contestazione in Tribunale
1. La scelta di Tina Lagostena Bassi e Maria Magnani Noya
2. La ricusazione della Corte
3. La conclusione del processo
4. La risonanza mediatica
5. L’impossibile rientro nel paese
4. «Non è che l’inizio!»: la lotta contro la violenza sulle donne nella seconda metà degli anni Settanta
1. Il proliferare delle manifestazioni
2. Nascita dei centri antiviolenza autogestiti
3. Verso una nuova legge sulla violenza contro le donne
Appendice
Indice dei nomi
L’Autrice-Nadia Maria Filippini ha insegnato Storia delle donne presso l’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Ha fatto parte del direttivo della Società italiana delle storiche, di cui è fra le socie fondatrici, e della redazione della rivista «Genesis». Per i nostri tipi ha già pubblicato: Corpi e storia. Donne e uomini dal mondo antico all’età contemporanea (2002), Donne dentro la guerra. Il primo conflitto mondiale in area veneta (2017) e Generare, partorire, nascere. Dal mondo antico alla provetta (2017; trad. ingl. Pregnancy, Delivery, Childbirth. A Gender and Cultural History from Antiquity to Test Tube, Routledge, 2020).
In copertina: Manifestazione femminista nell’aula del Tribunale di Verona, 1976. Archivio Lucas Uliano.
Viella Libreria Editrice-
Via delle Alpi 32 – 00198 Roma
Tel. 06.8417758 – Fax 06.85353960
Ilse Weber- Il libro Quando finirà la sofferenza? Lettere e poesie da Theresienstadt-
SHOAH- Versi dal lager. Il caso Ilse Weber-
Articolo di Anna Foa-
Fonte Avvenire giornale della CEI- mercoledì 16 gennaio 2013-
Ilse Weber
Il libro Quando finirà la sofferenza? Lettere e poesie da Theresienstadt, di Ilse Weber , è il frutto di due ritrovamenti: il primo del 1945, quando il marito di Ilse, Willi Weber, tornato da Auschwitz, riportò alla luce da dove le aveva sepolte, a Theresienstadt, una cinquantina di poesie composte nel campo dalla moglie Ilse, assassinata insieme con il figlio Tomáš ad Auschwitz. Il secondo è del 1977, ed è il ritrovamento delle lettere scritte da Ilse alla sua più cara amica, Lilian von Löwenadler, figlia di un diplomatico svedese che viveva in Inghilterra, a cui nel 1939 aveva affidato il primo figlio, Hanuš, per sottrarlo ai nazisti. Ebrea, nata a Witkowitz nel 1903, Ilse, nata Herlinger, scrisse poesie e fiabe per bambini fin da giovanissima, entrando a far parte del grande mondo intellettuale ceco. Come tutti gli ebrei cechi, era di lingua tedesca. Sposatasi con Willi Weber, Ilse si dedicò poi alla famiglia, pur senza interrompere la sua attività di scrittrice. Nel 1930 aveva già pubblicato tre fortunati libri di fiabe ed era divenuta una valente musicista. Patriota della sua Cecoslovacchia, diede al suo secondo bambino il nome di Tomáš in onore del presidente Masaryk. La Cecoslovacchia degli anni Trenta era un’isola di democrazia e una crogiolo di attività intellettuali, che spiccava nel panorama degli altri Stati dell’Europa orientale, sottoposti a regimi dittatoriali e caratterizzati dal prevalere dell’antisemitismo. Nel 1939, dopo l’occupazione nazista, i Weber decisero di mandare il primo figlio Hanuš in Inghilterra, affidandolo all’amica di Ilse, che lo avrebbe lasciato in Svezia presso sua madre e che sarebbe poi morta nel 1941. Il piccolo Weber partì così insieme ad oltre seicento bambini ebrei, sottratti ai nazisti grazie all’attività di salvataggio di un agente di borsa inglese, Nicolas George Winton, e spediti in treno nell’unico paese europeo che accettò di accoglierli, l’Inghilterra. Ilse non lo avrebbe più rivisto. Nel 1942, Ilse con il marito e il piccolo Tomáš furono deportati a Theresienstadt, “il ghetto modello” da cui partivano i trasporti per Auschwitz. Qui Ilse fece l’infermiera nell’ospedale dei bambini, creando per loro e per gli altri prigionieri poesie e canzoni, suonando per loro il liuto e la chitarra. Una sua poesia, <+corsivo>Le pecore di Lidice<+tondo>, suscitò violente reazioni da parte delle SS, senza fortunatamente che Ilse ne fosse individuata come l’autrice. Un’altra, Lettera al mio bambino, indirizzata al figlio Hanuš, fu tradotta e pubblicata nel 1945 in Svezia e Hanuš poté così leggerla. Nel 1944, Willi fu per primo deportato ad Auschwitz. Poco dopo anche Ilse e Tomáš furono inseriti in un “trasporto all’Est”. Sembra che Ilse abbia scelto volontariamente la deportazione per non abbandonare i bambini a lei affidati. E qui, insieme con loro, Ilse e Tomáš furono subito mandati alle camere a gas. Tornato a Praga dopo la guerra, Willi riprese con sé il figlio, che era vissuto in Svezia affidato alla madre di Lilian, Gertrud. Un ricongiungimento difficile, perché il ragazzo, dopo quei sei anni lontano, rifiutava di parlare con il padre su quanto era avvenuto durante la Shoah. Nel 1968, dopo l’invasione da parte dei russi, divenuto giornalista e legato alla primavera praghese, Hanuš fuggì in Svezia dove si stabilì. Lentamente, alla rimozione dei suoi primi anni si sostituì il desiderio di ricostruire la sua storia. Nel 1974, Willi si preparava a raggiungere in Svezia il figlio per collaborare ad un film sui campi di concentramento che questi stava preparando, quando morì improvvisamente d’infarto. Ora questo libro, con la presentazione di Hanuš e un’ampia prefazione di Ulrike Migdal, viene a riproporci la storia di Ilse e della sua famiglia.Se la storia dei Weber è in sé una storia straordinaria, le poesie composte nel campo da Ilse sono di una struggente bellezza, mentre le sue lettere a Lilian, che vanno dal 1933 al 1944, cioè fino alla deportazione a Auschwitz, sono un eccezionale e vivissimo ritratto, oltre che della sua vita, dei suoi affetti e della sua arte, anche del suo paese, la Cecoslovacchia, man mano che l’ombra dell’antisemitismo e di Hitler si faceva più vicina. Dopo la partenza del figlio, nel 1939, la maggior parte delle lettere sono indirizzate al bambino, che Ilse cerca di seguire a distanza, della cui educazione si preoccupa, di cui lamenta la pigrizia nello scrivere, di cui sollecita il mantenimento dell’appartenenza ebraica. Le ultime lettere sono da Theresienstadt, dove Ilse fa ancora in tempo, prima della deportazione, a piangere in una lettera alla madre di Lilian la morte dell’amica. Subito dopo, Auschwitz.
Articolo di Anna Foa-Fonte Avvenire giornale della CEI- mercoledì 16 gennaio 2013-
Ilse WeberIlse Weber
ILSE WEBER
antologia di versi poetici da Theresienstadt
di Rita Baldoni
Nei primi di ottobre del 1944, un gruppo di internati del campo di concentramento di Theresienstadt (Cecoslovacchia) ricevette l’ordine di salire su un convoglio destinato ad Auschwitz. Fra questi vi era anche una scrittrice ebrea di lingua tedesca, Ilse Weber, insieme a suo figlio Tommy e ad altri quindici bambini malati dell’infermeria dei quali si prendeva cura.
Quando Willi Weber, marito di Ilse, detenuto nello stesso campo, venne destinato ad Auschwitz, prima di partire nascose sotto terra in tutta fretta, nel capanno degli attrezzi, più di sessanta fra poesie e canti che la moglie Ilse aveva composto nei due anni di internamento a Theresienstadt. Queste composizioni testimoniano le innumerevoli tragedie di tanti bambini e anziani che si sono consumate in quel campo di concentramento.
A Theresienstadt, dunque, c’era una tomba che custodiva poesie; forse altri versi giacciono sepolti in altri campi, versi che nessuno può leggere, perché sono morti coloro che li hanno scritti. In questo caso però sono stati ritrovati, non da Ilse, eliminata assieme a tutti i suoi piccoli malati nei gas di Auschwitz, ma da suo marito, scampato all’olocausto.
Vogliamo immaginare che Willi si sia salvato perché la sorte lo aveva destinato a tornare a Theresienstadt per scavare tra le macerie del capanno e riportare alla luce e a noi le parole, i versi e gli spartiti musicali che la moglie aveva composto durante i due anni di internamento.
Quelle poesie sono ora diventate patrimonio comune dell’umanità. Erano parole di conforto e di speranza per i detenuti che le imparavano a memoria e vi si aggrappavano; luce nel buio profondo di quel Lager che la storia ricorderà come il Lager dei bambini. Sono ninne nanne, filastrocche, versi nati nelle notti insonni che Ilse passava in infermeria accanto ai piccoli malati, dopo le lunghe giornate trascorse ad accudirli con lo stesso amore che avrebbero avuto le loro madri se fossero state con loro.
Ilse Herlinger Weber, nata a Wikowitz in Cecoslovacchia, autrice affermata di letteratura per bambini e programmi radiofonici ( fiabe trasmesse alla radio), aveva 39 anni quando fu deportata a Theresienstadt nel 1942. Fu lei stessa a chiedere di potersi occupare dei bambini malati rinchiusi in quel campo; in ognuno di loro vedeva i suoi due figli, Hanuš, mandato a soli otto anni in Svezia, in salvo presso la sua più cara amica Lilian von Löwenadler, e Tomáš, più piccolo, costretto a condividere l’amara sorte dei suoi genitori.
Molte delle sue composizioni, cariche di struggente nostalgia, sono dedicate a Hanuš; altre ai bambini di Theresienstadt; altre ancora ci rappresentano ciò che provava, vedeva e viveva all’interno di quel quotidiano inferno.
Lo scrittore vivrà secondo una legge: nessuno sia respinto nel nulla… si indaghi sul nulla con l’unico intento di trovare la strada per uscirne, e questa strada la si mostri ad ognuno…
(Elias Canetti, La missione dello scrittore Monaco di Baviera, 1976).
150.000 furono gli ebrei adulti deportati a Theresienstadt. Questi organizzarono per i piccoli una scuola clandestina, dove i bambini potevano disegnare, scrivere e persino recitare. 15.000 furono
i bambini e neonati ebrei deportati a Theresienstadt. Dopo la guerra ne ritornarono solo un centinaio. Nessuno di questo centinaio aveva meno di quattordici anni.
Questi bambini ci hanno lasciato in eredità circa 4.000 disegni e 60 poesie conservate nel Museo Ebraico di Praga, testimonianze quasi fotografiche, o forse più che fotografiche, di ciò che vivevano ogni giorno all’interno del Lager.
Al capolinea del treno su cui Ilse era salita volontariamente per non abbandonare i suoi bambini malati, arrivata ad Auschwitz, pienamente consapevole della sorte che l’attendeva, fu riconosciuta da un detenuto che era stato deportato con lei a Theresienstadt; lui la vide che cercava di consolare i suoi bambini messi in fila davanti alle docce e le si avvicinò, mentre le sentinelle erano lontane. Ilse chiese:
“È vero che possiamo fare la doccia dopo il viaggio?”. Egli non volle mentirle e rispose: ”No, questa non è una doccia, è una camera a gas e ora ti do un consiglio. Ti ho spesso
sentito cantare nell’infermeria. Entra con i bambini cantando nella camera a gas il più in fretta possibile. Siediti con i bambini per terra e continua a cantare. Canta con loro ciò che hai sempre cantato. Così inalerete il gas più velocemente, altrimenti verrete uccisi dagli altri quando scoppierà il panico”.
La reazione di Ilse fu strana. Rise, come assente, abbracciò uno dei suoi bambini e disse: “Allora non faremo la doccia”.
La canzone che cantò insieme a suo figlio Tommy e agli altri bambini quel 6 ottobre 1944 entrando nelle docce di Auschwitz fu una sua ninna nanna: “Wiegala”. Da quel giorno, questa ninna nanna fu cantata da altri bambini prima che entrassero nei gas di Auschwitz e rimase nella memoria dei sopravvissuti come simbolo del massacro degli innocenti.
Questa è la strada per Theresienstadt
Questa è la strada per Theresienstadt che a migliaia percorrevano a stento e lo stesso torto ha subito
ognuno di loro, a migliaia.
La attraversavano col capo chino
– la stella di Davide sul cuore – stanchi, coperti di polvere, i piedi feriti, gli animi straziati di dolore.
La mano lacerata da carichi pesanti da rudi ordini sospinta.
Oh strada infinita nel sole rovente con le gole piagate dalla sete.
Questa è la strada per Theresienstadt che il sangue ci ha bevuto del cuore, ove più d’un anziano, stanco, è crollato sul sentiero pietroso spirando.
È una strada ricolma d’orrenda miseria, di fiumi di lacrime versate
di bimbi piangenti e donne ansimanti, cosparsa di cupo dolore.
Qui con lo sguardo smarrito, anziani dal passo malfermo docili trottavano in gregge.
Quanti di loro mai più percorreranno indietro la strada, ché la terra li abbraccia pietosa.
E questa è anche la strada che rombando in giù percorrevano in furia i motori,
a trasportare i destinati alla morte,
in incessante carico gemente.
Questa è la strada per Theresienstadt, smisurata di dolore,
e mai più la dimenticherà
chi una sola volta l’ha vista.
Caserma amburghese*
Visibile già da lontano, il rettangolo marrone, casa e prigione, caserma amburghese,
dalla facciata fredda e ordinata.
Spesse le mura che tutte ci uniscono,
cingono uno stato di donne in piccolo, stringono un piccolo mondo a sé.
Soldati qui c’erano un tempo, e solo più tardi occupammo i settanta centimetri,
spazio di vita a noi destinato.
Mille soldati un tempo, è lontano quel tempo, cinquemila ora siamo in caserma
e per tutti noi verde si fa un albero soltanto.
* Il campo di concentramento di Theresienstadt nasce come fortezza militare nel 1780, da qui la presenza di caserme.
Una valigia parla
Sono una valigetta di Francoforte sul Meno
e cerco il mio signore, ma dove sarà? Portava una stella ed era vecchio e cieco
e mi teneva con sé, così bene come un figlio. Faceva spesso il mio nome ai suoi compagni, sento ancora la sua mano premurosa.
Sono in pura fibra vulcanizzata, lo si può leggere ancora ed ero lustrata e pulita allora.
Anno dopo anno sono stata compagna al mio signore. Anche stavolta sono andata con lui. Ora è solo.
Era vecchio e cieco, dove è andato?
E perché mi hanno levata a lui?
Perché mi hanno lasciata nel cortile in caserma? Sul mio abito c’è scritto il suo nome.
Sono sporca ora, il mio lucchetto non tiene più, mi hanno saccheggiata, sono vuota quasi del tutto. è rimasto soltanto un fazzoletto, un vasetto
e la sua tavoletta di piombo per ciechi.
D’altro non v’è più nulla, medicamenti, pane. Certamente mi cerca, forse è nel bisogno.
Deve esser difficile certo per un cieco,
trovarmi in un mucchio di valigie accatastate
e non capisco neppur bene
perché ci logoriamo qui inutilizzate.
Sono una valigetta di Francoforte sul Meno, vorrei andare dal mio signore, è così solo.
Quadretto
Al carro funebre nero
molte persone rivolgono lo sguardo. Quattro colonne argentate sostengono il tetto riccamente ornato.
Non trasporta silenziosi morti il cupo mezzo,
ma porta per vicoli
centinaia di pani bruni.
La neve inzuppa la terra, sui campi sibila il vento, non cavalli, no, trainano il carro, bambini.
Tirano la stanga
e con passo greve si muovono accanto, c’è sudore su fronte e guancia,
ma quel carico pesa tanto?
E l’espressione seria dei bimbi, le guance rosse di freddo,
se lo devono guadagnare a forza quel loro misero pane nero.
Il titolo per il quadro?
Se lo porta da solo, o guardate,
grande sul carro un’insegna
c’è scritto “Assistenza per giovani bisognosi”.
Helga Weissowa
Theresienstadt: i bambini trasportano il pane con il carro funebre
Vita di famiglia
Lui nella caserma dei Sudeti ed io qui nell’amburghese. Un figlio in un lontano paese l’altro neppure accanto a me.
Attorniati da tante persone, estranee e indifferenti,
ognuno vive la sua vita per sé – il marito, la moglie, il figlio.
Il figlio ha scordato da tempo, essere a casa, che cos’è.
Il mangiare se lo prende da sé
e la scodella se la lava per bene.
Per piangere, non viene da me, il letto se lo rifà da solo.
Mi pare alle volte
di non avere più un figlio.
Se talvolta viene in caserma, guarda di soppiatto il mio pane,
io glielo do e lo faccio col cuore, ne avrebbe bisogno di molto di più.
Incontro talvolta
per strada anche mio marito: lui tira il carro dei morti
e mi sorride muto.
Viene per due ore brevi
di sera, alle otto è finita,
e va, prima d’aver trovato tempo per un bacio fugace.
Poi cala la notte,
vado a letto immersa nel buio. Oh, come vorrei di nuovo
mio marito e i miei figli, con me.
La preghiera della sera del piccolo Tommy
Caro Dio, fammi essere pio che mi venga la varicella
e in infermeria possa restare. Perdona i miei peccati
e lieto fa’ che io sia ogni giorno
e che non sia a terra il mio giaciglio.
Mettimi da qualsiasi altra parte
ove non sia d’intralcio a tutti.
Ma pur senza letto, ché è difficile trovarne uno,
fa’ che in infermeria possa restare.
Sono piccolo ancora , puro è il cuore mio,
può anche non esser varicella,
gli orecchioni però li ho avuti già e il morbillo pure e se avessi la scarlattina dovrei superare l’infezione. Mandami una malattia che non mi dia dolore, sorella Mizzi è immensamente buona
e sorella Emma cucina così bene.
Qui si può ridere ed esser anche lieti.
Rimetti a me tutti i miei torti,
il nostro signor dottore è così caro.
Come sarebbe se avessi l’itterizia
in un letto vero?
Ah, caro Dio, oh fa’ per favore
che stia male alla visita domani
e il signor dottore, serio in volto, dica:
“Il ragazzo non mi piace affatto,
teniamolo qui in osservazione”.
E fa’ che di sera la febbre aumenti, sì?
Non arrabbiarti se ti chiedo così tanto,
ma ho una gran paura
di quella camerata così affollata.
E fa’ di me un bambino buono.
Domani però non mandarmi il mal di stomaco perché a pranzo c’è il pasticcio di fegato,
il pasticcio con patate mi piace così tanto.
Proteggi la mia mamma
e il babbo nella caserma dei Sudeti
e tutti coloro a cui voglio bene,
la signora che oggi ci ha dato dello zucchero
e le sorelle e il signor dottore. Amen.
Piccola ninna nanna*
La notte s’insinua pian piano nel ghetto
nera e muta.
Prendi sonno, scorda il mondo tutt’intorno. Abbandona al mio braccio il tuo capo piccino,
si dorme di gusto e al caldo con la mamma vicino.
Dormi, di notte tanto può avvenire,
di notte tutto l’affanno può svanire.
Figlio mio, vedrai:
un giorno, al tuo risveglio, la pace troverai.
* Lo spartito musicale originale di questa ninna nanna è presente in: Weber I., Ich wandre durch Theresienstadt. Lieder für Singstimme und Klavier, Bote & Bock, Berlin 2008
Il blu del crepuscolo nella stanza dei piccoli malati
Si stinge a ovest il bagliore del giorno, nell’infermeria scivola la luce del crepuscolo, lieve sfiora i letti dei piccoli malati
e posa su guance che la febbre arrossa.
È l’ora blu delle fiabe
e nell’aria è tutto un bisbiglio e un sussurro.
“Oggi in sogno” dice un bimbo, il capo fasciato, “ero nel paese della cuccagna.
Me ne stavo seduto sotto un albero
e potevo mangiare e mangiare all’infinito”.
“Che cosa hai mangiato”? vuol sapere una bambina, occhi grandi su un cuscino colorato,
“Allora, dolci, salsicce e di tutto,
beh, tutto quel che si mangia nel paese della cuccagna”.
“Ah, dolci” borbotta quello con l’ittero,
già da giorni a digiuno.
“Quanto vorrei del purè di patate”.
“Ed io”, una vocina squillante,
“Vorrei un uovo”.
Un’eco a più voci risuona per la stanza:
“Un uovo, tutti noi ne vorremmo uno!
È da dieci mesi che non ne mangiamo nessuno
e non ce ne ricordiamo più il sapore”.
Rauca si leva una voce:
“A casa avevamo un melo,
se solo potessi averne un frutto”.
Da un angolo della stanza, dal letto
del piccolo Heinz malato di tbc,
bianche le guance e trasparenti come la neve,
arriva la sua voce:
“Se solo potessi avere
ciò che a casa lasciavo nel piatto.
Non mi piaceva la minestra, la carne e neppure il purè,
ogni pasto era un urlo.
Ora mamma è malata e papà è morto
e io vorrei tanto del pane raffermo”.
“Una volta mio zio”, si vanta la piccola Eva e ride
“mi ha portato un maialino di marzapane”.
Il piccolo Peter trasognato guarda lontano:
“Quanto mi piaceva la cioccolata!”.
“Macché cioccolata e marzapane!”,
lo riprende risoluto il vicino stizzito
“Ah, poter mangiare una volta lenticchie, piselli gialli e fagioli in giuste, grandi porzioni”! “Sì”, interrompe la piccola Ilse con fervore,
“e poi ancora tanta verdura,
spinaci e cavoli, rape e carote
me li mangerei volentieri anche crudi…”.
Ascolto inosservata i loro discorsi e mi fa male il cuore, c’è del caffè nero per cenare.
Giro l’interruttore, chiare risplendono le luci
a illuminare scarni visi di bimbi,
segnati dalla fame e dagli stenti,
dalla dura matita della mancanza di alimenti.
A voi, vittime innocenti di una violenza cieca, giunga presto difesa
e vi liberi da questa palude di putrefazione per portarvi salvezza e guarigione.
Ah, possiate esser di nuovo bambini,
con il diritto all’amore e alla luce del sole, alla felicità serena d’una infanzia piena,
alle guance tonde e allo sguardo di bagliore. E che possiate mangiare di nuovo a sazietà, voi, poveri bambini di Theresienstadt.
Malva Schalek1: Ilse Weber, Theresienstadt 1943
1Malva Schalek (Malvina Schalkovà) artista nata a Praga nel 1882, deportata a Theresienstadt, morì ad Auschwitz nel 1944.
Malva Schalek: Ilse Weber, Theresienstadt 1944
Sguardo verso la libertà
Ecco si schiudono i portoni
e noi, come i bimbi, fiumana impetuosa corriamo all’aperto. Qui, in filari verde scuro, è tutto un fiorire di tigli
e il profumo è avvolgente.
C’è sole sulla volta celeste
e si legge estate in ogni angolo.
Le bacche son mature, è il tempo delle rose, la terra trema già per il raccolto.
Segue adagio il pastore il suo gregge, starnazzano le oche, uscendo dalle stalle
e pascolano attorno alla fortezza, nel verde del fossato, e tutto è d’una serenità piena e silente.
Ci guardiamo intorno con dolore stupito. Reclusi d’inverno entro pareti ammuffite, la primavera è passata ed è estate ora.
Per quanto durerà ancora?
Ferree ci trattengono le odiose mura
e del sole ci impediscono ogni raggio.- Perché?
Trepida vagando lontano il nostro sguardo. Ma perché ci è stata distrutta la vita?
Terra era stata data a noi tutti.
Ti schiuderai ancora per noi, celeste infinito? Ora nella caserma si chiudono i portoni
e in silenzio ritorniamo alle nostre prigioni.
A casa
“Voglio andare a casa” – per la prima volta
ho sentito questa frase, colma di straziante lamento esclamata al palazzo della fiera, prima di partire da Praga.
Era d’inverno. Fuori, la neve ancora alta sui tetti e sui rami, sporca si scioglieva nel salone della fiera.
Non una stufa a darci calore, neppure la porta si chiudeva, tremanti di freddo ci mettemmo in terra a giacere coperti e infagottati, le assi bagnate
e in breve il tramestìo cessò.
D’improvviso nel salone, da un angolo estremo, gemente risuonò da una bocca di bimbo innocente
– e miglior espressione non c’era della nostra miseria – “Voglio andare a casa”.
Un anno è trascorso, un anno di pena infinita. Invisibile ci rinchiude la parete del ghetto.
In balìa costante di sfortuna e invidia,
i giorni una catena di dolore colma,
torturati e affamati, perseguitati e braccati, feriti nel più intimo da mille sofferenze, saccheggiati, umiliati, privati del bene più caro, polvere ciò in cui abbiamo creduto,
spesso ci pare tutto così estremamente duro che crediamo di non farcela più.
E come una preghiera in tutto quell’orrore prorompe dal cuore: “Vorrei andare a casa”.
Lettera a mio figlio *
Figlio mio caro, oggi di tre anni fa
sei partito per il mondo tutto solo.
Ti rivedo ancora là alla stazione di Praga,
dallo scompartimento, gonfio di lacrime e impaurito inclinare verso me i riccioli castani
e implorare: fammi stare con te.
Duro t’è parso che t’abbiam fatto partire,
otto anni avevi soltanto ed eri piccolo e tenero.
E quando tornammo a casa senza te
mi sembrò che il cuore m’andasse in pezzi.
Ho pianto molto spesso, credimi,
eppure son felice che tu non sia qui.
Andrà un giorno in cielo di sicuro
la signora straniera che ti ha accolto.
Ad ogni respiro la benedico
e il tuo amore per lei non sarà mai troppo.
È così cupo attorno a noi,
tutto ci hanno portato via, nulla più ci è rimasto.
La casa, la terra natale, neanche più un cantuccio si è salvato e neppure un qualcosa di caro.
Il tuo trenino persino
e il cavallino a dondolo di tuo fratello.
Neanche il nome ci hanno lasciato.
Con numeri intorno al collo
andiamo per vicoli marchiati come bestie
– ma ciò non sarebbe niente, se almeno fossi
con tuo padre nella stessa casa.
E neppure il piccolo può stare assieme a me,
mai in vita mia sono stata così sola.
Sei ancora piccolo e perciò non puoi capire
in quanti ci accalchiamo in una stanza.
Corpo sta a corpo e ti porti addosso la pena altrui
e senti la tua solitudine in un dolore estremo.
Figlio mio, sei in salute e studi da bravo?
Nessuno ti canta più ora per farti addormentare?
Talvolta di notte mi pare
di risentirti affianco a me.
Ma pensa, un giorno quando ci rivedremo,
non ci capiremo l’un l’altra.
In Svezia tu da lungo tempo hai già scordato il tuo tedesco ed io, io non so parlare lo svedese.
Non sarà strano? Ah, fosse già arrivato il tempo
d’aver così d’un tratto un figlio grande.
Ti piace ancora tanto giocare con i soldatini di piombo?
Io abito in una caserma vera
con mura scure e stanze cupe.
Non si ha idea di ciò che il sole sia, né di fogliame o d’alberi.
Sono infermiera di bambini qui
ed è bello aiutare e lenire.
Di notte talvolta veglio su di loro, una luce molto fioca illumina la sala. Siedo là e vigilo sulla loro pace,
e ogni bimbo mi par che sia un pezzetto di te. Allora mi vola via verso te più d’un pensiero – eppure son felice che tu non sia qui.
La vita mi ha preso molto di bello
e quanta felicità ho appena toccato, con te, e subito perso. Tuttavia lo sopporto di cuore, anche se talvolta è duro, molto male ti è stato risparmiato.
E volentieri soffrirei mille tormenti,
se con essi potessi ricompensare la tua felicità di bimbo. – Ora è tardi e voglio andare a dormire.
Ti potessi vedere anche solo un istante!
Non posso far altro invece che scrivere lettere
piene di nostalgia – e rimanere ferma con loro.
* Questa lettera non fu mai spedita, fu bloccata dalla censura delle SS di Theresienstadt. Venne consegnata dopo la guerra ad una scrittrice svedese Amelie Posse da una donna, Margarete Waern, sopravvissuta al lager di Ravensbrück. Amelie Posse tradusse la poesia in svedese e la fece pubblicare in un quotidiano. Fu così che il figlio Hanuš lesse la lettera che sua madre gli aveva scritto sei anni prima.
Le pecore di Lidice*
Soffici pecore dai pallidi fiocchi trottano lungo la via, seguono il gregge due pastorelle, del loro canto
fa eco il tramonto.
È un’immagine colma di pace, ma tu che di fretta vai e lì ti arresti,
è l’alito della morte quello che provi.
Soffici pecore dai pallidi fiocchi, distante è la loro terra, arse le stalle, uccisi i pastori.
Ah, son morti tutti della stessa sorte gli uomini di quel villaggio, un piccolo borgo boemo e tanta sventura e pena.
Deportate le donne solerti che accudivano il gregge con cura, dispersi i gioiosi bambini che tanto degli agnelli eran lieti, distrutte le piccole case in cui pace albergava,
annientato un intero villaggio, solo il bestiame per pietà risparmiato.
Sono le pecore di Lidice e proprio qui, in questo posto,
nella città dei senza patria, gli animali senza patria.
Stretti da un muro, uniti da un caso crudele,
il popolo più tormentato della terra e il gregge più triste del mondo. Il sole è tramontato, l’ultimo raggio s’immerge
e in qualche caserma s’intona un canto ebraico.
*Nei primi anni successivi alla guerra Willi e Hanuš Weber ricevettero poesie dai più diversi paesi, poesie che Ilse aveva scritto a Theresienstadt e della cui esistenza Willi Weber fino a quel momento non aveva mai saputo nulla. Persone che erano sopravvissute ad Auschwitz e ad altri campi di concentramento descrivevano nelle loro lettere quanto le poesie di Ilse Weber li avessero aiutati a non perdere la volontà di vivere. Una di queste poesie provocò nella storia dei campi di concentramento una reazione senza pari da parte delle SS. Il 27 maggio 1942 fu commesso un attentato a Reinhard Heydrich, il capo del protettorato della Boemia, e le SS liquidarono in un crudele atto di vendetta un intero villaggio ceco. Gli uomini furono tutti fucilati, le donne e i bambini deportati nei campi di annientamento e il gregge di pecore del villaggio fu portato a Theresienstadt. Ilse Weber dedicò alle vittime la poesia “Le pecore di Lidice” in cui parlò chiaramente del massacro di centinaia di uomini. I versi chiamarono in campo non solo la Gestapo, ma anche Adolf Eichmann in persona. La poesia, fatta uscire fuori dal campo di nascosto, provocò retate e perquisizioni all’interno e all’esterno di Theresienstadt. Tuttavia nessuno dei prigionieri tradì Ilse Weber. Benché minacciati di morte e sotto tortura nessuno la denunciò, al contrario, i detenuti trassero da ciò un rinnovato coraggio di vivere, come ricorda Jiri Lauscher, sopravvissuto e instancabile testimone di fatti come questo.
Portale della caserma di Brandeburgo*
C’è una fiaba d’un tempo antico d’una principessa che dolori e affanni subì e uno strano destino.
Con la testa del suo destriero ella parlava, sempre nel varcar la soglia del portale scuro, lacera e polverosa di strade percorse:
“O Fallada, sospeso per le corde”.
Come lei, povera principessa, mi sento,
mentre stanca varco,
del portale di Magdeburgo, l’antica soglia.
Sospesa vi è là, erosa dal tempo, una testa di cavallo e mentre la oltrepasso, privata d’ogni gioia,
una voce mi giunge da un lontano tempo: “O fanciulla, che sei partita”.
Tu, antico portale di Theresienstadt,
quanto sono malata ed esausta
di strade che i miei piedi hanno percorso.
Su più d’una pietra ho battuto, ferita,
il cuore sanguina e di troppo dolore sussulta
e spesso, ahi quanto spesso, dentro di me risuona: “Se tua madre lo sapesse,
nel petto le si spezzerebbe il cuore”.
*Qui l’autrice, scrittrice ed esperta di fiabe, si riferisce a “La piccola guardiana di oche”dei fratelli Grimm, di cui ricorda a memoria le frasi riportate fra virgolette. Nell’originale dei Grimm si racconta di una principessa che, nel lungo percorso per raggiungere il suo sposo, viene derubata dalla serva e privata del suo cavallo “Fallada” e delle vesti. Giunte poi insieme al castello del principe, la serva si finge principessa, fa tagliare la testa dell’animale e costringe la vera principessa all’umile ruolo di guardiana di oche. Quest’ultima però, poiché era affettivamente molto legata al suo cavallo , chiede che il suo capo venga appeso sopra il portone, da cui era solita passare con le oche. Il cavallo aveva poteri speciali : sapeva parlare e parlava anche dopo essere stato ucciso. Sarà esso stesso poi a rivelare la verità e la fiaba avrà un lieto fine.
Un ultimo particolare ritengo sia importante per comprendere al meglio la poesia della Weber. Il campo di Theresienstadt era stato creato nel 1780 per una divisione di cavalleria. Qui alloggiarono fino a 424 cavalli e 686 uomini e sopra il portone d’ingresso della caserma di Magdeburgo una testa di cavallo testimonia ancora oggi il ruolo che la fortezza rivestiva ai tempi dell’impero austro-ungarico. La Weber quindi per associazione collega quella testa di cavallo, sopra al portone della caserma, alla fiaba dei Grimm e alla sua stessa triste sorte.
I Sette*
Una nuvola cupa oscura la terra. In sette vanno mano nella mano. Che il Signore lo veda?
Soldati infilano armi in spalla. Nessuno che abbia compassione. Uno intona una canzone.
Canta al mondo, al vasto –
agli amici che avanzano a morte, tuona della ribellione un canto. Lo intona sull’orlo della fossa,
al declinar d’un giorno senza luce. Il vento lo disperde via di lì.
Fratelli, non chinate il capo!
Libertà s’annuncerà infine un giorno pur fra tante avversità.
Cessate lacrime e pianti,
sostenete orgogliosi la nostra sorte. Qui si va a morte di giovani vite.
E ci spezzino pure le ossa, ascoltate, il loro reato
non resta occultato.
Le loro vite finiranno dannate, e fiumi di lacrime germogliano dalle sementi di drago.
Sette candele per i morti.
Al buio fitto la caserma.
Sette lumi per i morti.
Sette stelle di Davide
ardono d’oro nella notte colma d’orrore. Sette lumi i loro sguardi.
Oh, nei lumi sono rigidi gli sguardi – Signore, fai scomparire la gentaglia questa ripugnante ciurmaglia. Quando ci solleverai, Signore,
dal peso dei tempi, malvagi,
quando vendicherai sangue senza macchia?
Il nostro popolo non deve sparire. In cielo ci sarà di nuovo
la stella di Davide d’oro.
Sì, tu ci riporterai la libertà
su forti ali di ferro – foss’anche da tanto lontano.
*Il 26 febbraio 1942 per ordine delle SS sette giovani uomini e poco dopo nove membri del reparto operativo addetto alla costruzione furono condannati all’impiccagione. Il loro “crimine”: avevano spedito lettere a casa senza permesso. Jiri Lauscher, testimone dell’accaduto ricorda che poco prima dell’ esecuzione della pena di morte uno degli impiccati cantò una canzone: “Finché noi a milioni marceremo controvento…”. Di sera a Theresienstadt furono celebrate funzioni religiose (l’originale della poesia andò perduta; traduzione dal ceco in tedesco di Hans Gärten). Ilse Weber era stata deportata nel campo il giorno 8 febbraio 1942. Questa poesia quindi è fra le prime composte.
Canto della sera
Luna dorata e stelle dorate
sopra la caserma.
Di tutta la grande terra
ci è rimasta solo la volta del cielo.
Luna dorata e stelle dorate –
son lontane quelle che ho amate. Quando la nostalgia mi assale, troppo piccola è la volta del cielo.
Culle non mie*
Siedo accanto a culle non mie, così spesso alla luce del tramonto: piccolissime dita
si stringono fra le mie.
Occhi grandi di figli non miei
mi osservano
così limpidi, così fidenti
come solo un bimbo sa.
Intorno a me svanisce allora
la greve tristezza
e provo un tale amore
come se mio fosse quel bimbo. Voi, care pupille,
su cui dolore ancora non ha inciso, forse là lontano
anche mio figlio
qualcuno lo ama!
* Con questa composizione Ilse Weber partecipò ad un concorso di poesie, organizzato clandestinamente a Theresienstadt. da un detenuto, Philipp Manes. Fra le duecento poesie presentate, questa di Ilse ebbe il 1° premio.
Prima di prender sonno
Dormi, mio piccolo Pierino Porcospino, con te spartisco
settantacinque centimetri di spazio.
Da tempo è ferma sopra la nostra caserma la luna con le stelle,
ché quelle qui ci sono ancora.
Non colpirmi con le tue gambette, piccolino mio, sogna casa tua, sogna il tuo letto.
Era bianco, con le sbarre verdi, liscio e non scheggiato
come questo tavolaccio.
Ma dove te ne stai ora in sogno? Trenta siam qui nella stanza,
è un po’ tanto.
Sopra di noi i letti scricchiolano, sotto due ragazze ridono
e l’aria soffoca.
Buona notte! E avvicinati un pochino così, ora ti do ancora un bacino,
lieve sfrontatezza!
Passerà presto la notte scura,
il sole sarà chiaro in cielo e poi tutto andrà bene.
E scivola la pioggia, goccia dopo goccia*
E scivola la pioggia, goccia dopo goccia,
è buio e penso a te, figlio mio.
Alte son le montagne e profondo il mare,
il mio cuore è stanco e colmo di struggente nostalgia. E scivola la pioggia, goccia dopo goccia,
perché sei così lontano, figlio mio?
E scivola la pioggia, goccia dopo goccia, è Dio che ci ha separati, figlio mio! Affinché tu non veda il dolore e lo strazio, affinché tu non percorra vicoli pietrosi.
E scivola la pioggia, goccia dopo goccia – Non mi hai dimenticato, figlio?
Ilse mentre suona a Theresienstadt 1944. Disegno di Malva Schalek
* Lo spartito musicale originale di questo canto è presente in: Weber I., Ich wandre durch Theresienstadt. Lieder für Singstimme und Klavier, Bote & Bock, Berlin 2008
Un prato sul bastione
È una bella serata calda
il cielo azzurro terso, lontani salutano i monti. Siedo su un prato del bastione
accanto al tetto in piano della caserma di guardia.
Come pare tutto strano qui sopra,
è la prima volta che vedo un prato come questo. Maggio è pur sempre maggio, ma da noi a casa non crescevano foglie di porri sui prati verdi.
Da noi a casa – mi viene sempre in mente.
Se solo per un breve tratto si riuscisse a dimenticare, potremmo esser felici almeno una volta.
Poiché qui è bello, pur con quel cibo grigio,
bella è la parete verde dei castagni,
con le mille candele bianche in fiore
e bello l’incendio porpora scuro del biancospino rosso ove il sole si trattiene quando spegne il suo bagliore.
Lieve, un alito di vento mi sfiora, soave e fresco.
Non son battute le sette e mezza sull’orologio del municipio? Faccio rientro e in me sento,
che posso riuscire a sopportare ancora.
Gli affamati
Camminano per la loro strada con passo stanco, la fame, la fame, la fame sta loro accanto. Scava il ventre e rode le ossa
e si imprime nel viso che infossa.
E ciò che nobilita l’uomo e lo onora,
la fame, la fame, la fame annienta.
La lealtà tradita, i principi violati,
la coscienza venduta per del pane indurito.
E ciò che né arbitrio né potere realizza, la fame, la fame, la fame forza. Inflessibile orgoglio, spirito altero, come neve si disfano al sole.
Prolifera il livore, cresce l’invidia, ciechi si diventa e duri all’altrui dolore. Che valore ha, ciò che il prossimo sente, se la fame scava nel ventre ?
Difficile è passar loro innanzi,
mentre mendicano ai lati della via.
Tuttavia vergogna sia su colui che allontana da sé i più miseri e della propria sazietà non prova imbarazzo.
Helga Weissowa: una donna rovista fra la spazzatura in cerca di cibo.
Helga Weissowa (Praga 1929) aveva 12 anni quando nel 1941 venne internata a Theresienstadt. Il padre le aveva chiesto di disegnare tutto ciò che vedeva intorno a se. Rimase nel ghetto-campo per tre anni, poi fu mandata ad Auschwitz e infine a Mauthausen, da dove fu liberata nel maggio 1945.
Cammino vagando per Theresienstadt *
Cammino vagando per Theresienstadt, greve il cuore come piombo,
finché brusco il mio tracciato termina, là accanto al bastione.
Là, ferma sul ponte,
rivolgo lo sguardo alla vallata: quanto vorrei proseguire, quanto vorrei andare ‘a casa’!
‘A casa’ – tu meravigliosa parola, tu mi gravi nel petto,
me l’hanno portata via la mia casa, non ne ho più una ora.
Mi volto affranta ed esausta, quanto affanno in quel gesto, Theresienstadt, Theresienstadt
– ma quando avrà fine il dolore? – quando saremo liberi di nuovo?
* Lo spartito musicale originale di questo canto è presente in: Weber I., Ich wandre durch Theresienstadt. Lieder für Singstimme und Klavier, Bote & Bock, Berlin 2008
Musica proibita
Cammino per Theresienstadt
e passo avanti ad un severo soldato,
il liuto prestato,
avvolto come un bimbo fra le braccia.
Il cuore s’accelera, le guance un fuoco, mentre m’avvicino al soldato temuto. Che ne sarebbe del liuto
se lo vedesse con me…
Siamo sì condannati in questo luogo all’infamia e all’angoscia più estrema, gli strumenti ce li portano via,
illecita merce di scambio.
Fame sopportiamo e libertà sottratta e tutti i tormenti delle loro pene, eppure lo spirito violato
riscatta sempre la sua dignità.
Circondati da morte e terrore, abbiamo un dovere, mantenere di noi stessi la fede
e costruire altari alla gioia
nei tetri alloggi di massa.
Musica e poesia
per poter sfuggire al male,
e far sbocciare da scarni canti,
un grammo di felicità e un balsamico oblìo.
E quando alcuni già prossimi a cedere riconoscon fra sé
“che ancora un po’di bello c’è
per cui poter continuare”,
allora si sente attorno a sé una felicità così piena, d’aver alleviato ad alcuni la pena,
e si riporta indietro il liuto
senza provar più paura dello sguardo temuto.
Privi d’ogni bene
Quasi tutto ci hanno preso
di quel che un tempo era nostro, siamo giunti qui
privi d’ogni bene.
Duri tavolacci abbiamo avuto per giacigli, patito fame e stenti,
lottato invecchiati e scarni
di sventura amara e morte.
Eppure coraggio e tenacia ci hanno sostenuto, con la fiamma di mille candele,
a custodire nella mente e nei cuori, sacro,
un bene prezioso.
Ah, ci tormentino pure quelli là fuori, e ci minaccino il trasporto in Polonia, qui anime assetate hanno sorbito
del poeta, l’eterna parola.
Abbiamo udito versi di luoghi lontani d’incanto, raccontarci di vita libera e felice,
per tornare poi nelle caserme,
che più leggero batteva il nostro cuore.
Canto dell’emigrante
Ingoia le lacrime, soffoca il dolore, non udire insulti e ingiurie,
ma dura sia d’acciaio la tua volontà di superare le estreme difficoltà.
Ché tutto andrà bene, ché tutto andrà bene, sopporta paziente l’attesa,
confida nel futuro, non perderti di coraggio: Il mondo tornerà un giardino di maggio!
Allora cesseranno dissidi, odio e avidità
e tutto il dolore finirà,
“Fratello Uomo” ti chiamerà il tuo nemico allora e provando vergogna ti tenderà le mani.
Ché tutto andrà bene, ché tutto andrà bene, sopporta paziente l’attesa,
confida nel futuro, non perderti di coraggio: Il mondo tornerà un giardino di maggio!
E non dovrai più stare in disparte, mentre altri gioiscono e ridono, per te pure il sole sorgerà,
per te si sveglierà l’uccellino!
Ché tutto andrà bene, ché tutto andrà bene, sopporta paziente l’attesa,
confida nel futuro, non perderti di coraggio: Il mondo tornerà un giardino di maggio!
Per te il sole splenderà, per te l’albero fiorirà, avrai di nuovo patria e fratelli,
il male svanirà come un incubo lontano,
e la vita ti renderà felice di nuovo.
Ché tutto andrà bene, ché tutto andrà bene, sopporta paziente l’attesa,
confida nel futuro, non perderti di coraggio: Il mondo tornerà un giardino di maggio!
Trasporto in Polonia
Trasporto in Polonia: la lista è consegnata – si diffonde fra tutti un’angoscia opprimente, frenetici all’opera gli Anziani del Consiglio simulano una calma apparente.
Furtivi e ansiosi li sfiorano gli sguardi
e un pensiero raggela la mente: “E se riguardasse anche te?” E vorresti fuggire il più possibile lontano
da quel fatale elenco di carta.
È come se per la caserma s’aggirasse funesto un male strisciante.
Del trasporto in Polonia abbiamo orrore
e di questo terrore non sappiamo il perché.
Che là ci attenda dolore o rovina,
nessuno lo rivela,
eppure andare in Polonia è peggio che morire, perché nella morte c’è pace.
Domani ci sei tu, se oggi tocca agli altri, privati dei diritti, siamo tutti esposti, povera stirpe tormentata di Ahasvero*, condannata a vagare senza pace.
.
* Nella Bibbia: l’Ebreo errante.
A raccolta per un trasporto
Un trasporto gigantesco per domani è previsto, cinquemila saranno a partire: Polonia la destinazione. Cinquemila persone, amici,
compagni di sofferenze e privazioni.
Con un Leb wohl* li salutiamo e con ciò auguriamo che tutto il tormento sia infine passato.
Spinti nell’ignoto altri, e noi qui a rimanere, proviamo un’ansia indefinita.
A visi spenti raccolgono muti i fagotti,
e già si spalanca a dividerci un abisso.
È solo un caso che siamo rimasti, saremo noi i prossimi esposti?
Che cosa ci tiene legati qui, che ci fa gemere in pianti? È la patria a cui ci stringiamo forti?
Straniera è l’altra terra, minacciosa, fredda, spaventosa e dell’amico non sosteniamo lo sguardo.
Che possa perdonarci e comprenderci
se, mentre lui parte, noi preferiamo restare?
Poi lui si stacca da noi nell’altra fila
e noi si rimane indietro, confusi nell’imbarazzo e piccoli. No, non siamo nobili, non siamo grandi,
non ne usciamo da tutto questo ciarpame umano
ed è passato appena un istante, che già prendiamo distanza
e siamo pronti a dimenticare, i nostri amici di quel treno in partenza.
* Tradotto usualmente in italiano con “Addio”, in realtà letterale “Vivi bene!”.
Ninna nanna del trasporto polacco
Dormi, piccolo amico, sei così stanco, il treno intona il suo monotono canto la notte arriva di soppiatto.
Sei ancora piccolo e trovi pace ancora, chiudi gli occhi tuoi cari,
si va via in Polonia ora.
Dormi, piccino, siamo già così distanti. Ah, da tanto nel buio è sparita
la patria rubata.
L’abbiamo amata, ce l’hanno sottratta,
e ora sediamo muti e ci mancano le parole e andiamo lontano – in Polonia.
Dormi, piccolo amico, ti guardo
e mi consola e mi conforta la tua dolce pace. Luminose e pure risplendono le stelle,
non voglio rattristarmi più a lungo.
Dio c’è anche in Polonia.
Ninna nanna*
Ninna nanna ti culla il vento
e soffia lieve sul liuto lento. Sfiora dolce il verde campo
e l’usignolo intona il suo canto. Ninna nanna ti culla il vento
e soffia lieve sul liuto lento.
Ninna nanna ti culla la luna
e s’illumina a lanterna.
Volge lo sguardo sul mondo intero dalla volta scura del cielo.
Ninna nanna ti culla la luna
e s’illumina a lanterna.
Ninna nanna… riposa, riposa; or la terra è silenziosa.
Non un suono nel tuo sonno, dolce e calma è questa quiete. Ninna nanna… riposa, riposa; or la terra è silenziosa.
* Lo spartito musicale originale di questa ninna nanna è presente in: Weber I., Ich wandre durch Theresienstadt. Lieder für Singstimme und Klavier, Bote & Bock, Berlin 2008
CONCLUSIONI
LA RESISTENZA SPIRITUALE ILSE WEBER E LA POESIA IN RIMA
( Tratto da “Ma quando avrà fine il dolore”, inedito di Rita Baldoni )
… Ilse Weber risorge da quel sepolcro attraverso queste parole salvate e ciò che più colpisce il lettore non è solo la poesia – documento, che già in sé è d’immenso valore, ma lo stile che non è cambiato, dai suoi anni giovanili, quando pubblicava le poesie nella rivista Kränzchen: solo qui cambiano i contenuti. Non più l’elogio stupito di una natura perfetta, ringraziamento di Dio e riflesso di Dio, ma un mondo in cui Dio ha bisogno d’aiuto perché si riveli. Rimangono però intatte la ricerca accurata della rima e quella musicalità del verso, che ci ricordano Heine, Eichendorff, e che rappresentano il trait d’ union fra il suo mondo di prima e il suo mondo di poi, fra l’ordine della normalità e il caos di vite costrette a “tenere il passo con la morte”. In questo accurato ricamo di suoni, in questa lingua legata con estrema precisione, la memoria trova i suoi ancoraggi. E allora ecco che quelle menti stanche e annebbiate per la fame e il dolore continuo, aggrappano a quei suoni la loro possibilità di salvare ciò che di umano in loro, è ancora, tuttavia rimasto. Ogni poesia diventa quindi una sorta di “formula magica”, si cerca di ricordare i suoni, mentre per ore e ore ad Auschwitz si sta fermi all’appello. È il canto di Ulisse di Primo Levi che ad Auschwitz cerca di ricordare i versi: «Considerate la vostra semenza. Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza», mentre si trascina con le stanghe della zuppa sulle spalle. Le poesie di Ilse vengono imparate a memoria, escono da Theresienstadt, custodite nelle menti di quei poveri corpi stremati e sono la loro eredità spirituale, la loro resistenza, l’opposizione alla morte.
Ilse, scrittrice nel più alto significato del termine, erede di Kraus, si contrappone al nulla, dominando il caos per gli altri e per se stessa e in questo consiste la sua grande lezione di resistenza alla morte, a cui riesce a contrapporre la forza impetuosa della speranza. Ilse Weber rappresenta in sé tutto ciò che uno scrittore dovrebbe essere, secondo la grande lezione di Canetti.
Entra cantando una sua Wiegenlied, Ilse, il 6 ottobre nei gas di Auschwitz, con i bambini malati e Tommy al suo fianco e regala loro, con la sua ninna nanna, il più alto conforto della letteratura, la dolce melodia amata di una mamma.
NOTA DEL CURATORE
Questo lavoro si basa su una ricca documentazione: lettere, poesie, testimonianze presenti nella raccolta Ilse Weber, Wann wohl das Leid ein Ende hat, curata da Ulrike Migdal e in Hanuš Weber, Ilse, A love story without a happy ending.
Il primo nucleo di quest’opera, la traduzione di una scelta delle poesie di Ilse Weber in prima traduzione italiana, nasce nel 2009 nell’ambito del Concorso per le scuole “I giovani ricordano la Shoah” (a.s. 2009-2010). La Commissione incaricata dall’U.S.R. Marche di valutare i progetti, espresse il seguente giudizio: “Questo lavoro, unico e di grande valore storico e letterario, merita un’attenzione particolare per la ricostruzione storica, per la ricerca dei documenti, per la dedizione con la quale docente e studenti hanno lavorato per la riscoperta di questa poetessa e con lei dei tanti bambini senza nome, che qui ritrovano volto e memoria. Tutto ciò ne fa un’opera di grande valore umano: la poesia, attraverso la sensibilità estetica e il senso di comunione che evoca, riscatta quell’impercettibile senso di bellezza, che solo la compassione e una sorta di maternità sociale riescono a salvare dalla brutalità degli eventi. La potenza espressiva di quest’opera sta proprio nel risvegliare il senso di innocenza: storie senza voce, che finalmente ritrovano la strada della memoria e del ricordo, e rinascono qui, nel sentimento e nella dedizione di chi le ha riportate alla luce” (la Commissione: Rosella Bitti, Margherita Mariani, Paola Martinelli).
La traduzione integrale dell’opera della Weber, da cui è stata tratta questa raccolta di liriche e canti, consiste di un lunghissimo carteggio (settanta lettere) e di tutte le poesie, sessanta composizioni in totale, presenti nella raccolta inedita “ Ma quando avrà fine il dolore”, da me curata e tradotta nel 2011, in prima traduzione italiana con autorizzazione di Hanus Weber .
Il volume è stato concepito ad uso didattico ed è corredato di spiegazioni storiche, oltre che arricchito di particolari, relativi alla scrittrice nelle varie fasi della vita.
di Rita Baldoni, 2011
Chi era Ilse Weber che morì nella camera a gas di Auschwitz cantando con i bambini
Ilse Weber ha sempre avuto i bambini nel suo cuore, e a loro ha dedicato tutta la sua vita, fino all’ultimo. Fino a quando, spinta nelle camere a gas di Auschwitz assieme a molti di loro, per non averli voluti abbandonare al loro atroce destino, cantò per loro canzoni e recitò poesie per tenerli sereni. Come Etty Hillesum, anche Ilse Weber scelse coscientemente la propria sorte, pur potendo salvarsi; lo fece per amore di ciò in cui credeva, per quell’istinto di protezione naturale che la spinse a sacrificare se stessa per i “suoi” bambini; perché così, “suoi” erano diventati i bambini di Terezin con cui condivise la prigionia. Ilse Herlinger Weber nasce a Witkowitz, in Repubblica Ceca, nel 1903; poetessa e scrittrice di testi teatrali per bambini, nel 1930 sposa Willy Weber e si trasferisce a Praga, continuando a scrivere per periodici per bambini e lavorando per la radio ceca. Con l’occupazione nazista del ’39 Ilse Weber riesce a mettere in salvo il figlio maggiore, Hanus, mandandolo in Svezia con un Kindertransport, un’enorme operazione di salvataggio dei bambini dalle zone occupate dai tedeschi che ebbe luogo nei nove mesi precedenti allo scoppio della guerra; nel suo caso, per merito dell’azione organizzata da un agente di borsa inglese, Nicolas George Winton, grazie al quale il piccolo raggiunge il Paese scandinavo passando prima dall’Inghilterra. Weber non riesce però a fare lo stesso con il secondogenito Tommy, che finisce nel ghetto di Praga assieme a lei e al padre. È il 1942 quando l’intera famiglia viene trasferita nel campo di concentramento di Terezin (Theresienstadt in tedesco), e proprio lì Ilse Weber si prende cura dei bambini del campo, occupandosi anche della loro salute nonostante l’assenza di medicinali, proibiti agli ebrei. Nei mesi della prigionia compone oltre 60 poesie, di cui una intitolata proprio Theresienstadt, e non smette di intrattenere i piccoli con una chitarra e delle simpatiche canzoncine, con cui cerca di allontanare da loro tutto l’orrore che li circonda. Passano due anni quando Willy Weber viene trasferito ad Auschwitz, e la moglie sceglie di seguirlo, assieme al piccolo Tommy; una volta arrivati al campo di sterminio, Ilse Weber e i bambini vengono immediatamente mandati alle camere a gas. Muoiono tutti il 6 ottobre 1944.
Fabia Tolomei- Le cose che importano--Samuele Editore-
Augusto Pivanti:”Fabia Tolomei è “una di famiglia”: della sua – di quella dalla quale proviene, alla quale geneticamente appartiene – e, in lettura più vasta, di una famiglia che – se anche non fosse, ma è, altroché se è – sarebbe stata “inventata” dall’autrice, debitrice come ella appare, in questa opera prima, ad un senso di adesione alla circolarità degli affetti, ad un desiderio incontenibile e incomprimibile di essere parte (de)scrivente in una forma di “partecipazione che tutto vede”, a cui nulla sfugge e dalla quale nulla fugge per manifesto bene-essere nel collocarsi entro il proprio fotogramma.”
Fabia Tolomei
Incroci
Non vorrei mandare via i fantasmi da queste stanze – vorrei solo non facessero più male i lettini rossi ancora intatti la crema per le mani della mamma e la mia voce che anticipa il ritornello della fiaba. È un dolore che mi incastra sulla soglia di ogni stanza, e sa di vita che è stata in questa casa vuota e piena mentre mi muovo scoordinata pensando da che parte cominciare ad aprirla.
Chi resta
Nel toccare le camicie e i pantaloni, di vigogna e le scarpe con i lacci è rapita da ogni gesto che una volta scivolava senza quel nitore strano. Dopo un anno la stupisce la memoria delle dita – l’abitudine è un cassetto che si chiude inosservato.
Fabia Tolomei
La mia casa
Sulla soglia del silenzio resta tutta la memoria delle voci che avevamo. Io le avverto rare, vere e le faccio balenare tra il passo e il cuore.
Nel giardino milanese due note di lettura
Guido Oldani:”Nella Milano in cui alberga ancora la zavorra del tardo serenismo, da un lato continua un certo tratteggio del mitomodernismo, dall’altro dò vita al realismo terminale quale possibile poetica non legata alle singole culture. È Augusto Pivanti che mi indica il presente lavoro di Fabia Tolomei. Siamo al tempo del progressivo impoverimento del linguaggio e proprio qui sta la ragione della leggibilità di questi versi. La giovane Tolomei, infatti, dispone di un suo respiro verbale adeguato e consistente. Nel giardino che sembra quasi essere quello del privato, colloquia con il proprio tempo che le fa da specchio e gli interlocutori sono sempre modicamente presenti, così da non ramificare troppo la scrittura in risaputi generi poetici”.
Augusto Pivanti:”Fabia Tolomei è “una di famiglia”: della sua – di quella dalla quale proviene, alla quale geneticamente appartiene – e, in lettura più vasta, di una famiglia che – se anche non fosse, ma è, altroché se è – sarebbe stata “inventata” dall’autrice, debitrice come ella appare, in questa opera prima, ad un senso di adesione alla circolarità degli affetti, ad un desiderio incontenibile e incomprimibile di essere parte (de)scrivente in una forma di “partecipazione che tutto vede”, a cui nulla sfugge e dalla quale nulla fugge per manifesto bene-essere nel collocarsi entro il proprio fotogramma.”
Le cose che importano Fabia Tolomei
Pagine 70
Prezzo 13 euro
ISBN 978-88-94944-66-2
-Roma, MunicipioXIII: il Castello della Porcareccia-
Roma, Municipio XIII -Franco Leggeri Fotoreportage- : il Castello della Porcareccia – Quartiere Casalotti. Fuori dal traffico della Via Boccea, in una discontinuità edilizia, c’è il Castello della Porcareccia, noto anche con il nome “Castello aureo”, che domina il suo borgo medievale. Il fortilizio, in posizione strategica, è costruito su di uno sperone roccioso. Anticamente vi era una torre di avvistamento, ora scomparsa. Il Castello nel corso dei secoli è stato, più volte, rimaneggiato e, rispetto alla costruzione originale, ora si vedono modifiche strutturali evidenti. Il toponimo deriva da “Porcaritia”.
Il Castello della Porcareccia-cortile interno
Nel passato questa era una località al centro di boschi di querce e, quindi , luogo più che mai adatto all’allevamento dei maiali. Il primo documento che parla del Castello è una lapide del 1002, che si trova nella Chiesa di Santa Lucia delle Quattro Porte ,dove si legge che un prete “romanus” dona la tenuta della Porcareccia ai canonici di Monte Brianzo. Nel 1192 Papa Celestino III dà la cura del fondo ai canonici di Via delle Botteghe Oscure. Il Papa Innocenzo III affidò una parte della tenuta all’Ordine Ospedaliero di Santo Spirito. La tenuta passò, dopo la crisi fondiaria del 1527, ai principi Massimo e nel 1700 ai Principi Borghese, quindi ai Salviati e ai principi Lancellotti, ora la proprietà del Castello è della Famiglia Giovenale che lo possiede dal 1932.
Il Castello della Porcareccia
Il portale d’ingresso è imponente e su di esso vi è lo stemma di Sisto IV. Prima di accedere al cortile interno, nel “tunnel”, in alto, si notano dei fori passanti sedi di una grata metallica che, alla bisogna, era calata per impedire assalti e irruzioni di nemici . Nel giardino interno del Castello vi è, in bella mostra, una stele commemorativa di un funzionario imperiale delle strade di Roma . La stele probabilmente era riversa in terra perché presenta evidenti segni di ruote di carro. Vicino vi è una lapide funeraria con incisi dei pavoni, antico simbolo di morte. Sono visibili altri reperti di epoca romana, come frammenti di capitelli e spezzoni di colonne. In bella mostra, montata alla rovescia, vi è una vecchia macina a mano per il grano, una simile è nel cortile della chiesa di Santa Maria di Galeria. Nel piazzale interno c’è la chiesetta di Santa Maria la cui costruzione risale al 1693.
Il Castello della Porcareccia
Ciò che colpisce nella chiesa è la bellezza dell’Altare realizzato in legno intagliato, come dice uno dei proprietari, il Sig. Pietro Giovenale:”l’Altare è stato costruito dai prigionieri austriaci della Grande Guerra che qui erano stati internati”. Nel 1909, giusto un secolo fa, in questa chiesa celebrava la Messa il giovane prete Don Angelo Roncalli, il futuro Papa Buono, Giovanni XXIII il quale veniva in questi luoghi per goderne la bellezze naturali e gustare ”la buona ricotta” della via Boccea che Gli veniva offerta dai pastori ; a ricordo di questa visite, all’interno della chiesa, per desiderio della Famiglia Giovenale, il Vescovo della Diocesi di Porto e Santa Rufina, Mons. Gino Reali, nel 2004 inaugurò una lapide. La tenuta della Porcareccia fu anche antesignana della “guerra delle quote latte”; Ci narra la storia che nel periodo di carestia si diede il massimo sviluppo all’allevamento dei suini per sfamare la popolazione di Roma, come si legge in una bolla di Papa Urbano V nel 1362 che decretava “libertà di pascolo ai suini in qualsiasi terreno e proprietà…”. Per segnalare la presenza degli animali furono messi dei campanelli alle loro orecchie e chiunque ne impediva il pascolo incorreva in pene severissime.
Articolo e Fotoreportage di Franco Leggeri
N.B. Le foto originali sono di Franco Leggeri- Fonte articolo: Autori Vari- Si Evidenzia e voglio ricordare che gli Alunni di Casalotti hanno realizzato un pregevole lavoro sulle origini e la Storia del Castello. L’Intervista con il Sig. Giovenale è di Franco Leggeri- Si chiarisce che l’articolo è solo una piccola sintesi ricavata da un lavoro molto più esaustivo e completo relativo al Medioevo e i sistemi difensivi della Campagna Romana – TORRI SARACENE-TORRI DI SEGNALAZIONI – Monografia e ricerca storica i biblioteca di Franco Leggeri pubblicazione a cura dell’Associazione DEA SABINA.
Il Castello della PorcarecciaIl Castello della PorcarecciaIl Castello della Porcareccia
Dorothea Lange ha scattato Foto fra il 1930 e il 1950
che l’hanno resa tra le più importanti fotografe del Novecento
Dorothea Lange nacque a Hoboken, in New Jersey, nel 1895 e morì di cancro a 70 anni, nel 1965. È stata una delle più importanti e famose fotografe del Novecento, conosciuta soprattutto per il suo lavoro al progetto fotografico della Farm Security Administration (FSA) – l’agenzia federale statunitense fondata nel 1937 dal presidente Franklin Delano Roosevelt per contrastare la povertà nelle zone rurali degli Stati Uniti, aggravata in quegli anni dalla Grande Depressione – con l’obiettivo di documentare la povertà di alcune fasce della popolazione americana.
Dorothea LangeEx-Slave with a Long Memory, Alabama, 1937 (Dorothea Lange)
Lange fotografò soprattutto i contadini che avevano abbandonato la campagna a causa del cosiddetto “Dust Bowl”, la siccità e le tempeste di sabbia che negli anni Trenta desertificarono grandi zone del Texas, del Kansas, dell’Oklahoma e delle aree attorno. Una delle sue foto è tra le più famose del Novecento: si intitola Migrant Mother e fa parte di una serie di ritratti a Florence Owens Thompson e ai suoi figli che Lange scattò tra febbraio e marzo nel 1936 a Nipomo, in California. Negli anni successivi continuò a occuparsi di reportage a sfondo sociale viaggiando in diversi paesi con il marito, l’economista Paul Taylor.
Migrant Worker on California Highway, 1935 (Dorothea Lange)
«La macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza la macchina»
Dorothea Lange fu una delle più importanti e famose fotografe del Novecento, tra i fondatori dell’agenzia Magnum. Lavorò al progetto fotografico della Farm Security Administration (FSA) – l’agenzia federale statunitense fondata nel 1937 dal presidente Franklin Delano Roosevelt per contrastare la povertà nelle zone rurali degli Stati Uniti, aggravata in quegli anni dalla Grande Depressione – con l’obiettivo di documentare la miseria di alcune fasce della popolazione americana. Lange fotografò soprattutto i contadini che avevano abbandonato la campagna a causa del cosiddetto Dust Bowl, la siccità e le tempeste di sabbia che negli anni Trenta desertificarono grandi zone del Texas, del Kansas, dell’Oklahoma e dalle aree attorno. Negli anni successivi continuò a occuparsi di reportage a sfondo sociale, raccontando la vita di operai, immigrati e senzatetto.
Migrant Mother, Nipomo, San Luis Obispo County, California, 1936 (Dorothea Lange)
Almeno una sua foto la conoscete tutti: si intitola Migrant Mother e fa parte di una serie di ritratti a Florence Owens Thompson e ai suoi figli che Lange scattò tra febbraio e marzo nel 1936 a Nipomo, in California. La donna aveva 32 anni e sette figli. Nel 1960 Lange raccontò che:
Newspaper Boy, California, 1944 (Dorothea Lange)
«Vidi quella madre affamata e disperata e mi avvicinai, come attratta da un magnete. Non ricordo come le spiegai perché ero lì e che ci facevo con la macchina fotografica, ma ricordo che non mi fece domande. Feci cinque scatti, avvicinandomi sempre di più nella stessa direzione. Non le chiesi come si chiamava, né qual era la sua storia. Lei mi disse la sua età, aveva 32 anni. Mi raccontò che vivevano mangiando verdura gelida dai campi vicini, e uccelli catturati dai bambini. Aveva appena venduto le gomme dell’auto per comprarsi il cibo. Se ne stava seduta con i suoi figli accovacciati attorno a lei, e sembrava consapevole che la mia fotografia l’avrebbe potuta aiutare, e per questo lei aiutò me. Ci fu una sorta di equo scambio».
La vita e la carriera della grande fotografa americana Dorothea Lange con le immagini che scattò fra il 1930 e il 1950, per cui è considerata tra le più importanti fotografe del Novecento.
La mostra Dorothea Lange. Racconti di vita e lavoro, che si compone di 200 immagini ed è curata dal direttore artistico di CAMERA Walter Guadagnini e dalla curatrice Monica Poggi, presenta la carriera di Dorothea Lange (Hoboken, New Jersey, 1895 – San Francisco, 1965), autrice che è stata, come scrisse John Szarkowski, “per scelta un’osservatrice sociale e per istinto un’artista”.
Il percorso di mostra, visitabile dal 19 luglio all’8 ottobre , si concentra in particolare sugli anni Trenta e Quaranta, picco assoluto della sua attività, periodo nel quale documenta gli eventi epocali che hanno modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti. Fra il 1931 e il 1939, il Sud degli Stati Uniti viene infatti colpito da una grave siccità e da continue tempeste di sabbia, che mettono in ginocchio l’agricoltura dell’area, costringendo migliaia di persone a migrare. Dorothea Lange fa parte del gruppo di fotografi chiamati dalla Farm Security Administration (agenzia governativa incaricata di promuovere le politiche del New Deal) a documentare l’esodo dei lavoratori agricoli in cerca di un’occupazione nelle grandi piantagioni della Central Valley: Lange realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti, riportati poi nelle dettagliate didascalie che completano le immagini.
È in questo contesto che realizza il ritratto, passato alla storia, di una giovane madre disperata e stremata dalla povertà (Migrant Mother), che vive insieme ai sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse.
La crisi climatica, le migrazioni, le discriminazioni: nonostante ci separino diversi decenni da queste immagini, i temi trattati da Dorothea Lange sono di assoluta attualità e forniscono spunti di riflessione e occasioni di dibattito sul presente, oltre a evidenziare una tappa imprescindibile della storia della fotografia del Novecento.
La mostra offre quindi ai torinesi e ai turisti un’occasione imperdibile per conoscere meglio l’autrice di una delle immagini simbolo della maternità e della dignità del XX secolo e interrogarsi sul presente.
Franco Leggeri Fotoreportage “Il Giardino Antico” VILLA ROMANA delle COLONNACCE-
ROMA MUNICIPIO XIII- Castel di Guido-Franco Leggeri Fotoreportage “Il Giardino Antico” VILLA ROMANA delle COLONNACCE-I visitatori , anche a seguito delle varie manifestazioni organizzate dalla LIPU, ospiti del GAR nella Villa Romana delle Colonnacce, sono stati guidati dal mitico Archeologo Luca nel tour tra gli scavi archeologici. Durante la visita alla Villa Romana, molti partecipanti sono stati incuriositi dalla presenza di alcuni alberi con alla base un cartello con la descrizione dell’essenza tratta dalle Opere di Plinio. Gli alberi costituiscono una riproduzione di un”GIARDINO ANTICO” e si trovano in un angolo in fondo all’area archeologica. Ne elenco alcuni esemplari : CIPRESSO,LECCIO,FRASSINO e NOCCIOLO.
Questi alberi sono qui nella antica Villa Romana delle Colonnacce a testimoniare che, tra fine dell’età repubblicana e primi decenni dell’epoca imperiale, come si può anche leggere nelle Opere di Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Catone e Columella , il giardinaggio non è più considerato un’occupazione produttiva, ma anche attività svolta per piacere e diletto. Celebre il brano di Plinio il Vecchio: “I decoratori di giardini distinguono, nell’ambito del mirto coltivato, quello tarantino a foglia piccola, il nostrano a foglia larga, l’esastico a fogliame densissimo, con le foglie disposte a file di sei” ed ancora: “Esistono anche dei platani nani, che sono costretti artificialmente a rimanere di piccola altezza”.
CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”
CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”
ROMA MUNICIPIO XIII- Castel di Guido-I visitatori , anche a seguito delle varie manifestazioni organizzate dalla LIPU, ospiti del GAR nella Villa Romana delle Colonnacce, sono stati guidati dal mitico Archeologo Luca nel tour tra gli scavi archeologici. Durante la visita alla Villa Romana, molti partecipanti sono stati incuriositi dalla presenza di alcuni alberi con alla base un cartello con la descrizione dell’essenza tratta dalle Opere di Plinio. Gli alberi costituiscono una riproduzione di un”GIARDINO ANTICO” e si trovano in un angolo in fondo all’area archeologica. Ne elenco alcuni esemplari : CIPRESSO,LECCIO,FRASSINO e NOCCIOLO.
Questi alberi sono qui nella antica Villa Romana delle Colonnacce a testimoniare che, tra fine dell’età repubblicana e primi decenni dell’epoca imperiale, come si può anche leggere nelle Opere di Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Catone e Columella , il giardinaggio non è più considerato un’occupazione produttiva, ma anche attività svolta per piacere e diletto. Celebre il brano di Plinio il Vecchio: “I decoratori di giardini distinguono, nell’ambito del mirto coltivato, quello tarantino a foglia piccola, il nostrano a foglia larga, l’esastico a fogliame densissimo, con le foglie disposte a file di sei” ed ancora: “Esistono anche dei platani nani, che sono costretti artificialmente a rimanere di piccola altezza”.
Articolo e foto sono di Franco Leggeri per l’Associazione CORNELIA ANTIQUA-
CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”Associazione CORNELIA ANTIQUA- Siete appassionati della Storia poco raccontata, quella da riscoprire e vi piace l’ Avventura ,oppure siete affascinati dalla bellezza della Campagna Romana ? Allora unisciti a noi. Ecco cosa facciamo: Produciamo Documentari e Fotoreportage, organizziamo viaggi ,escursioni domenicali e tantissime altre iniziative culturali. Tutti sono benvenuti nella nostra Associazione, non ha importanza l’età, noi vi aspettiamo ! Per informazioni – e.mail.: cornelia.antiqua257@gmail.com- Cell-3930705272-CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”Associazione CORNELIA ANTIQUA- Siete appassionati della Storia poco raccontata, quella da riscoprire e vi piace l’ Avventura ,oppure siete affascinati dalla bellezza della Campagna Romana ? Allora unisciti a noi. Ecco cosa facciamo: Produciamo Documentari e Fotoreportage, organizziamo viaggi ,escursioni domenicali e tantissime altre iniziative culturali. Tutti sono benvenuti nella nostra Associazione, non ha importanza l’età, noi vi aspettiamo ! Per informazioni – e.mail.: cornelia.antiqua257@gmail.com- Cell-3930705272-CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”CASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico” IL Mitico LUCA-Archeologo e storico della Villa Romana delle ColonnacceCASTEL DI GUIDO, VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE : “Il Giardino Antico”Castel di Guido- – 22 aprile 2017-GAR- Sessione di scavo Villa Romana delle Colonnacce .Castel di Guido- – 22 aprile 2017-GAR- Sessione di scavo Villa Romana delle Colonnacce .Castel di Guido- – 22 aprile 2017-GAR- Sessione di scavo Villa Romana delle Colonnacce .
Biografia di Eugénio de Andrade è nato nel 1923 a Póvoa da Atalaia, piccolo borgo della Beira Baixa, all’interno del Portogallo, ed è scomparso di recente, a ottantadue anni, nella sua casa di Oporto, il 13 giugno 2005. Ha avuto un’infanzia povera nella quale, di abbondante, c’era soltanto il vento, la luce, gli alberi, l’azzurro del cielo, l’immanenza delle cose concrete e essenziali. È un mondo in cui il bianco abbagliante dei muri si interseca con le forme ardite dei tronchi d’ulivo, elementi di una geografia spiccatamente mediterranea che entra con prepotenza nell’architettura dei suoi versi, versi spogli e severi come il paesaggio della sua terra, ma illuminati da intuizioni folgoranti che sembrano sgorgare direttamente dall’inconscio. Poeta dell’amore, è stato definito più volte. Ed effettivamente l’Eros occupa una parte importante nella sua opera, un Eros spontaneo e solare. Il rilievo che il corpo assume in questa poesia rivela il desiderio profondo di ridare dignità a ciò che nell’uomo è stato disprezzato e vituperato da sempre: la gioia dei corpi, la sensualità, la passione concreta per le cose terrene, il miracolo dell’incontro profondo e misterioso fra due esseri. Nella sua poesia il corpo, limpido ed apollineo, diventa quasi un’anima carnale: si cancella il dualismo caratteristico della nostra cultura cattolico-occidentale e l’uomo risorge integro, nella sua dimensione assoluta. Poesia intensamente terrena (oserei dire disperatamente terrena, se ciò non fosse fuori luogo in questa poetica di equilibrio), quasi da diventare metafisica del fisico, parola che si fa corpo e corpo che si smaterializza in parola. Per Eugénio de Andrade l’atto poetico è “l’impegno totale dell’essere per la sua rivelazione”. L’ansia di riscatto dell’uomo totale, pertanto, la fedeltà assoluta alla vita, il desiderio di esprimere una coscienza – coscienza infelice – del mondo, è ciò che più contraddistingue questo grande lirico.
Il volto originale della sua poesia sta probabilmente anche nel sincretismo delle sue radici, nelle fonti molteplici alle quali ha attinto, dai classici greci – sopratutto Esiodo, Omero,
Eugénio de Andrade, poeta portoghese
– alla tradizione lirica medioevale gallego-portoghese, passando attraverso la componente ispanica (la nonna materna era spagnola), in particolare García Lorca, Antonio Machado, Vicente Aleixandre, Luis Cernuda, fino ai più importanti lirici portoghesi quali Luís de Camões, Camilo Pessanha, António Nobre, Casais Monteiro, Fernando Pessoa.
Dalla pubblicazione del libro As mãos e os frutos, nel 1948, assistiamo ad un crescendo di rigore e depurazione linguistica che lo portano, in certi momenti, quasi alle soglie del silenzio, ai versi ridotti all’osso. Ma la parola è sempre limpida e immediata, quelle stesse parole nude e dirette – afferma il poeta – del cerimoniale arcaico della comunicazione delle prime necessità del corpo e dell’anima. E tuttavia è una poesia estremamente raffinata e di grande ricchezza verbale e musicale, segnata da una polifonia ritmica pari solo, in lingua portoghese, a quella di Camilo Pessanha. Fra l’altro, Eugénio de Andrade ha coltivato, con uguale sobrietà e maestria, anche il poème en prose.
La sua bibliografia comprende più di venti libri di poesia, due di prosa, un libro per l’infanzia, diverse opere di traduzione. È uno dei poeti portoghesi contemporanei di maggiore notorietà e ciò si deve anche all’immediatezza del suo mezzo espressivo. È stato tradotto in inglese, tedesco, italiano, spagnolo, francese, olandese, ceco, rumeno.
Poesie di Eugénio de Andrade, poeta portoghese
VEDERE CHIARO
Tutta la poesia è luminosa, persino
la più oscura.
È il lettore che ha talvolta,
al posto del sole, nebbia dentro di se.
E la nebbia non permette mai di vedere chiaro.
Se ritornerà
un’altra volta e un’altra volta
e un’altra volta
a queste sillabe infiammate
rimarrà cieco da tanto chiarore.
Sia felice se arriverà.
***
QUASI NIENTE
L’amore
è un uccello tremante
nelle mani di un bambino.
Si serve di parole
perché ignora
che le mattine più limpide
non hanno voce.
***
TO A GREEN GOD
Portava con sé la grazia
delle fonti quando fa notte.
Era il corpo come un fiume
in serena sfida
con i margini quando cala.
Camminava come chi passa
senza aver tempo di fermarsi.
Erbe crescevano dai passi,
crescevano tronchi dalle braccia
quando le alzava in aria.
Sorrideva come chi danza.
E sfogliava al danzare
il corpo, che gli tremava
in un ritmo che lui sapeva
che gli dei devono usare.
E seguiva il suo cammino,
perché era un dio che passava.
Estraneo a tutto ciò che vedeva,
avvinto nella melodia
di un flauto che suonava.
***
IMPETUOSO IL TUO CORPO È COME UN FIUME
Impetuoso, il tuo corpo è come un fiume
in cui il mio si perde.
Se ascolto, sento solo il tuo rumore.
Di me, neanche il segno più breve.
Immagine dei gesti che tracciai,
irrompe puro e completo.
Per questo, fiume fu il nome che gli diedi.
E in esso il cielo diventa più vicino.
***
GLI AMANTI SENZA DENARO
Avevano il viso aperto a chi passava.
Avevano leggende e miti
e freddo nel cuore.
Avevano giardini dove la luna passeggiava
mano nella mano con l’acqua
e un angelo di pietra come fratello.
Avevano come tutta la gente
il miracolo di ogni giorno
sgocciolando dai tetti;
e occhi di oro
in cui ardevano
i sogni più dispersi.
Avevano fame e sete come le bestie,
e silenzio
intorno ai loro passi.
Ma ad ogni gesto che facevano
un passero nasceva dalle dita
e abbagliato penetrava negli spazi.
***
ADDIO
Come se ci fosse una tempesta
a scurire i tuoi capelli,
o se preferisci, la mia bocca nei tuoi occhi,
carica di fiore e delle tue dita;
come se ci fosse un bambino cieco
a inciampare dentro di te,
ho parlato di neve, e tu trattenevi
la voce in cui con te mi persi.
Come se la notte venisse e ti portasse,
era fame l’unica cosa che sentivo;
ti dico addio, come se non tornassi
al paese in cui il tuo corpo inizia.
Come se ci fossero nuvole su nuvole,
e sulle nuvole mare perfetto,
o se preferisci, la tua bocca pura
ad avanzare largamente nel mio petto.
URGENTEMENTE
È urgente l’amore.
È urgente una barca in mare.
È urgente distruggere certe parole,
odio, solitudine e crudeltà,
alcuni lamenti,
molte spade.
È urgente inventare allegria,
moltiplicare i baci, i raccolti,
è urgente scoprire rose e fiumi
e mattine limpide.
Cade il silenzio sulle spalle e la luce
impura, fino a dolere.
È urgente l’amore, è urgente
Restare.
***
LE PAROLE
Sono come un cristallo,
le parole.
Alcune, un pugnale,
un incendio.
Altre,
rugiada appena.
Segrete vengono, piene di memoria.
Insicure navigano:
barche o baci,
agitano le acque.
Abbandonate, innocenti,
leggere.
Tessute sono di luce
e sono la notte.
E persino pallide
ricordano ancora verdi paradisi.
Chi le ascolta? Chi
le raccoglie, così,
crudeli, disfatte,
nei loro gusci puri?
***
I FRUTTI
Così io vorrei la poesia:
fremente di luce, aspra di terra,
rumoreggiante di acque e di vento.
***
METAMORFOSI DELLA CASA
Si innalza aerea pietra dopo pietra
la casa che solo possiede nella poesia.
La casa dorme, sogna nel vento
la delizia improvvisa di essere albero.
Come sussulta un busto delicato,
così una casa, così una barca.
Un gabbiano passa e un altro e un altro,
la casa non resiste: anch’essa vola.
Ah, un giorno la casa sarò bosco,
alla sua ombra incontrerò la fonte
dove un rumore d’acqua è solo silenzio.
***
NELLE PAROLE
Respiro la terra nelle parole,
nel dorso delle parole
respiro
la pietra fresca della calce;
respiro una vena d’acqua
che si perde
tra le spalle
o le natiche;
respiro un sole recente
e raso
nelle parole,
con lentezza d’animale.
***
SCRIVO
Scrivo già con la notte
in casa. Scrivo
sulla mattina in cui ascoltavo
il rumore della calce o del fuoco,
e eri tu soltanto
a dire il mio nome.
Scrivo per portare alla bocca
il sapore della prima
bocca che baciai tremante.
Scrivo per arrivare
alle origini.
E tornare a nascere.
Valeria Serofilli è nata a Parma nel 1964 e vive a Pisa. Le sue raccolte di poesia: Acini d’Anima (Pisangrafica, 2000, Premio Astrolabio), Tela di Eràto (Sovera Multimedia, 2002, nota critica di Giorgio Bàrberi Squarotti), Fedro rivisitato (Bastogi, 2004, prefazione di Dino Carlesi e nota critica di Giorgio Bárberi Squarotti), Nel senso del verso (ETS, 2006, con audiolibro), Chiedo i cerchi (puntoacapo, 2008), Nel senso del verso – Nuovo Volume (Leonida Edizioni, 2009, Premio Gaetano Cingari), Amalgama in La parola e la cura (puntoacapo Editrice, 2010), I Quaderni dell’Ussero (puntoacapo, 2013), Resoconto e senso (LaRecherche, 2013, e-book antologico), Vestali ( Ibiskos Ulivieri, 2015), Taranta d’inchiostro (Oèdipus Edizioni, 2020, prefazione di Antonio Spagnuolo). È autrice di racconti, apparsi in varie antologie e raccolti in Ulisse (LaRecherche, 2013, e-book antologico) e Ulisse (Ibiskos Ulivieri, 2015, versione cartacea). Numerosi i suoi interventi critici in riviste, rassegne, antologie. Sue liriche sono state tradotte in inglese, francese, spagnolo, giapponese. È presidente di AstrolabioCultura, del Premio Nazionale di Poesia “Astrolabio” e degli Incontri Letterari presso il Caffè storico dell’Ussero di Pisa, presso la libreria Blu Book di Palazzo Blu e il Relais dell’Ussero di Villa di Corliano.
Valeria Serofilli-Poetessa
POESIE
Resoconto (in morte di Mario Luzi) L’eredità non so del mio strano / rapporto
con la vita o meglio / il suo diporto
Ora / altro poco conta, caro
né più né meno di come ti ricordo
Col vivere si versa / al vivere un acconto
ma sempre infine ti si riversa il conto
in scomodo ritardo, prolisso contrattempo
Fili di carrucola dipanano
strane circostanze / meccanismi
ricordi a branchi / brancolano il buio
ed io qui in attesa di dire, cosa? –
Quello che è stato, o quel ch’essere poteva?
Qui con i miei fantasmi (a) tracimare
sciogliendo il giusto, il vero dal superfluo
scandagliandone il ritmo ed il meandro
scindendo l’essere dal non
l’ora dal quando
Lo strano riversarsi / lo strasogno
tra annichilimento e resoconto, catarsi
a summa del percorso,
quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi
aspersi di consenso, di non detto
Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi
e sui ricorsi:
il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto
l’ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno
l’altra metà è fine del sentiero
Ed ora qui a riflettere se è vero
se esista un senso al verso del pensiero
o se tutto è già scritto falso e vero
Se è nel libro che ti addossi contro
in quel palmo riverso, nascita e mescita
rimescolìo d’intenti / fraintendimenti
E noi assuefatti (ad) ossigeno e certezze
in bilico tra un se stessi e il niente…
Ah, se potessi, al vivere
non dover mai / dare un resoconto.
da NEL SENSO DEL VERSO
Flusso Oltre il niente
fluidificato fluire
di passato e presente
Rinascere ad oltranza
se stessi e gente:
flusso interminabile
dalla foce / al suo risorto
di sorgente.
Nel senso del verso Ricordo cominciare un tempo alterno
e dal fulcro sgorgarne il riassumibile
Scandivan le parole / il loro senso
ed ecco a questi loro sensi aprirsi:
io ore a rovistarne gli interstizi
Parole stese al sole / ad essiccare
magma di come, quando
magma di parole
per farne uscire il senso il verso il canto
Arresta il perfetto / l’ansia
di superamento / ma noi
la cui misura è l’imperfetto
la ricerca intraprendiamo di quel senso
per rivestire larve di non detto!
Ebbra Ora tu qui / alchemica mistura
ed il pallore si farà dunque rubino
fecondo di ebrezza e dolci attese
paghe di amplessi e di sorprese
Nata appena / come d’uva il mosto
Appena sorta / com’alba da tramonto
Schiusa / pistillo da corolla:
liquida / com’acqua di sorgente
Tempo è di berci / chimerico piacere
tempo è di sorsi, aliti ed essenze:
il tuo fiato da noi trasfonde
e si alimenta
e ne accresce l’orlo e lo trabocca
Vendemmia di pelle / occhi negli occhi.
Se è tutto inganno
inganno sia
perché è questo
il più dolce annegamento!
Acqua d’Arno (Omaggio a Vittorio Vettori) Lento l’Arno scorre
il suo elemento / nel senso
che del verso in sé condensa
l’azzurro dell’intero firmamento
Non più d’argento ma bello lo stesso/ d’oro
semmai / che indora
dall’Orologio al Corso
il bel passeggio
E del contesto / di riflesso
il resto / nel tratto che sancisce
sotto al Ponte
il suo passaggio
ché in Arno si specchia
e d’Arno si bagna
l’anima di Pisa!
da TARANTA D’INCHIOSTRO
Lettera al figlio Vorrei vedere nel film dei tuoi occhi
scorrere le favole di una volta
Riccioli d’oro/ nel bosco del tuo disincanto
Risuscitare elfi/ vorrei, per guardia a castelli
e draghi per assalti fuori porta
Raccogliere gocce per farne stagno
e ogni filo d’erba intrecciarlo a parco
perché non siano stanche le fate
mentre mi scuso per il dolore che ti darò
Il destino/ figlio è cosi:
siam tutti condannati ad essere estratti a sorte
ma tu e non io/ mi hai dato la vita.
Iª SEZIONE: LA TARANTA
La notte della taranta (22 agosto 2015) Quale ragno mi ha morso?
Prova col nastrino colorato/ amore
ma tanto già ne conosco il nome
come già ne so l’antitodo:
tu il veleno / il contro veleno
la mia terapia coreutica
E abbracciati balliamo
in pizzica lenta
ad uccidere un ragno che non c’è.
Conoscenza È questa verità, tardiva
o il raggiungimento
di essa / mio malgrado?
La ragnatela non serve
più / me ne distacco:
ingombrante scaleo
di sapienza cui
ogni gradino ha acuito conoscenza.
IIª SEZIONE: RAGNATELA DEL MONDO
Africa Vorrei farmi Africa
per scacciare insetti
dagli occhi dei bambini
e recargli tra il fango
aliti di fresco
Delle capanne / fare castelli
ma in solida zolla
e non in aria
Finché una nuova aurora sorgerà
da poterla rivivere
con occhi nuovi
senza mosche.
III SEZIONE: LUZIANE
Per sua significazione Per sua significazione
la non parola
chiese al Poeta
e si fece Poesia e significanza.
Forse che il cielo ci ha salvato entrambi Forse che il cielo ci ha salvato
entrambi / da una inutile vecchiezza
preservandoci
senza dubbio uguali
e quant’altro donandoci
ad uno ad uno e insieme
un paio d’ali?
Si cristallizza nel momento della recisione Il fluire di sempre
si cristallizza nel momento della recisione
dal sé / dall’altro, dal resto
Questo da sempre temeva/ questo ormai sapeva
per sempre impresso/ acquisito
nel momento in cui
non seppe più.
VI SEZIONE: PAGANELLIANE
Funzione religiosa Gremita era la Chiesa:
non mancava nemmeno / la sua migliore amica
con quel cappellino
accessorio integrante / di quell’ultimo acquisto di Mo-
schino
La chiesa era gremita:
il prete che tesseva / le lodi di una vita.
Più pregi o più difetti?
Difettava semmai, la necessaria volontà di elencazione
non trattandosi, stavolta, di confetti
E tanti fiocchi
– Ma non rovinavano le panche? –
– Se al Matrimonio no, almeno adesso
le è concesso, anche se neri e non bianchi
Qualche pianto, più che altro rimpianto:
sensi di colpa per non averle più telefonato
o non averla invitata a quel concerto
Ormai non usciva che di rado, del resto
Tanti i convitati al lugubre banchetto:
chi si batte a croce il petto,
chi ricerca / disperato, un fazzoletto
Amava scrivere, soprattutto accanto al caminetto
– Una pura, direi, –
– ma la pigrizia, poi, dove la metti? –
Sì/ perché c’era anche quella
in sapida componente con l’ingegno
La Chiesa era gremita. C’è chi pensava,
tra un pianto ed una rosa
che forse, in fondo, era più pazza che estrosa
inadatta alla vita, al contingente
C’era anche il Sindaco: non poteva mancare
In quanto pisana, se non una strada
almeno questa presenza
se la meritava
C’era il Prefetto,
dispiaciuto per non averle concesso
il patrocinio
a quel suo ultimo progetto
– Se n’era andata così, mentre scriveva – Leggeva? –
– No, scriveva. A leggere le cose altrui non ci teneva.
Ma aveva il Premio… –
– si, ma la Giuria leggeva anche per lei –
Tanti i discorsi
sommessi
in fondo all’androne
C’era anche il ladro
col sacchetto vuoto / del suo ultimo misfatto
C’era anche il gatto / col fiocco nero d’organza:
non si è mai capito se l’amava
certo la seguiva ovunque
anche se a debita distanza
C’era la zia, più vecchia di lei
– L’avevo sognato: perdita di dente
morte di parente –
E c’era lui, assenza / presenza
che di lei sapeva tutto e non aveva niente
vestito a lutto impeccabilmente
ma un lutto artistico, con quella penna all’occhiello
ed il suo piccolo, immancabile ombrello
che forse pioveva e
nero per fortuna, che si addiceva
La Messa è finita: andate in pace
No, aspettate, c’è una postilla
o forse un refuso:
“Da leggersi al momento opportuno: istruzioni per l’uso”.
Valeria Serofilli-Poetessa
TRADUZIONI
Eclipse You dress and undress yourself in colours
sun, give your rays as a gift, and
in a second make yourself moon as well,
to be in the meantime night also, as they tell.
Fairy tale in which,
changed
in daytime, she in a bird of prey
an in a wolf, he, by night
only one was the moment that clasped
one to the other:
when the sun married the moon and kissed,
at midday, to blend with her forever in
eclipse! (Traduzione in inglese di Ivano Mugnaini)
Letter to my Father (in skies more serene) Now that you are more missed/you are not missed
And the memory of you at this hour
Is steeped in light
Even here, amidst the crowd/drunk with life
Shouts cries applause
You keep me company
More present than when/in the morning
You arose tired already and stilled
Your mind, before starting the day
Who knows what your day is like now
May it not be a leaving without a return
A dream without waking
A strange sweetness here in the air
And certainly it is not all that remains
And while the calm water of the River continues to frame Pisa
I have your embrace in me/abstract but not less warm because of it
Is it you who no longer suffers/dear
Or is it the memory of you/that re-flowers inside me
Without a goodbye?
Now that I know you quiet/at ease on that part of me
That belong to you
I once again become a child, fresh and agile
To write, “My Father, I love you.” (Traduzione in inglese di Emanuel Di Pasquale)
Eclipse Tu t’habilles et déshabilles de couleur
soleil
qui offre le cadeau de ses rayons et
en un instant
se fait lune aussi
pour etre en meme temps
jour nuit
Conte de fées où,
transformés
en rapace, elle, de jour,
et en loup, lui, la nuit,
un moment seulement serra
l’une a l’autre dans les bras:
quand soleil a midi
épousa lune
pour se fondre en
éclipse! (Traduzione in francese di Ivano Mugnaini)
Eclipse 11 de Agosto del ’99 Te vistes y te desvistes de colores.
Sol / que regala sus rayos y
en un instante también hay luna,
para volverse al mismo tiempo día y noche.
Como la fábula en que,
mutan
de día, ella en ave de rapiña
y de noche él en lobo,
uno sólo fue el momento en que se unieron
el uno con la otra:
cuando el sol al mediodía desposó a la luna
para fundirse en un eclipse! (Traduzione in spagnolo di Javier Tucat Moreno)
El color de la vida
He caminado la ciudad sin tí.
todo en blanco y negro
La ciudad he caminado
sin tus ojos y los negocios
espejo de mi soledad
El color de la vida
a tu regreso! (Traduzione in spagnolo di Javier Tucat Moreno)
El Tiempo del Amor No de es de reloj el tiempo del amor
Otros ritmos, otros latidos
No conosce el acero un corazon que late:
en dulces nudos envueltos tus cabellos
para recordarme nuestras citas
Y sobre la piel tengo los dias tatuados
No de almanaque
el papitante tiempo en que vivimos:
tiempo en el tiempo, tiempo de “te amo”
Los dias no son tales
ni tales los sitios
Qué edad tengo?
En què tiempo?
Nacita contigo
de ti me alimento,
muero en tu ausencia
Aureas la horas
contigo a mi lado;
eterna duration
de nuestro encanto!
Hace frio o calor?
Verano o inverno? Es de dia o de noche?
Flautilla sopla en tramontana
a susurrarme al oido
el nombre?
Cada ruido absorbe
respiro de amor
y da en silencio
el enceder de las horas…
Cuantas de nuestro encuentro? Y en el año?
Quedate / Para el latido
que deja eterno
este nuestro tiempo! (Traduzione in spagnolo di Analuz Cisneros)
África Quisiera viajar por África
para alejar a los insectos
de los ojos de los niños
y llevarlos entre el aroma a lodo
fresco de las cabañas
Hacer castillos/pero en tierra sólida
y no en el aire
hasta que una nueva aurora surja
para poderla revivir con ojos nuevos
sin moscas.
Carta al hijo Quisiera ver pasar las fábulas de una vez
en la película de tus ojos.
Rizos de oro/en el bosque de tu desencanto
Resucitar elfos/para proteger castillos,
y dragones para asaltos fuera de la puerta
Recoger gotas para hacer estanques
y cada hilo de hierba/tejerlo en un parque
para que no se cansen las hadas mientras
me disculpo por el dolor que te causará
El destino hijo/es así: estamos todos
condenados a ser extraídos por suerte
pero tú -y no yo-/me has dado la vida! (Traduzione di Sergio Serafin)
Valeria Serofilli È nata a Parma il 25 ottobre 1964, ma fin da bambina vive a Pisa presso la cui Università si è laueata in Lettere moderne nel 1990 (Dip.to di Storia delle Arti).
Ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento di Storia dell’Arte nel 2001.
Nell’agosto del 2001 ha conseguito l’abilitaz
ione all’insegnamento di materie letterarie alle Scuole Medie e Secondarie a seguito dell’esame di Stato finale della SSIS dell’Università di Pisa.
Ha pubblicato il libro “I gigli di Nola”. 1 Vol., pp. 254, Rotary Club, Nola – Pomigliano d’Arco, 1993.
Ha pubblicato “Acini d’anima” nella Collana la Pagina d’oro (diretta da Renata Giambene), Pisangrafica Snc – Pisa 2000 e le è stato assegnato il premio nazionale “Astrolabio 2000”, con l’opera prima “Acini d’Anima”.
Fa parte del Gruppo Internazionale di Lettura, fondato dalla scrittrice Renata Giambene e partecipa a varie attività culturali, fra cui incontri tenuti presso librerie pisane.
È stata premiata nella sezione poesia singola al XXI premio nazionale di poesia e prosa “Il Portone” e nella sezione Silloge edita al XXII.
Ha conseguito il 1° premio internazionale di poesia “Litorale pisano” per la sezione libro di poesia; per la sezione volumi di poesia, le è stato assegnato il 4° premio “Rivalto”, come anche il 4° Premio “Gronchi” sempre per la stessa sezione.
Le è stata conferita per l’opera poetica la medaglia d’argento della Provincia di Pisa e la Targa d’argento della 46° Brigata aerea di Pisa.
Redazione DEA SABINA
Per la Pubblicazione GRATIS delle vostre Opere ecco tutti i dettagli su come inviare il vostro materiale: Sito-www.abcvox.info
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Fotoreportage – Almeno dieci foto con didascalia e un articolo di presentazione Marca Fotocamera-Obiettivo utilizzato
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A questi fare seguire sempre:
Breve presentazione / Sinossi dell’opera.
Biografia dell’Autore (in terza persona).
Fotografia dell’Autore (non selfie e rinominata con nome e cognome, in formato Jpg o Png).
Immagine copertina per libro edito (Rinominata con titolo e autore in Jpg, Png).
Per i Giovani autori: età dai 18 ai 28 anni, biografia, tre testi o più e breve presentazione.
Riceverete una risposta nel più breve tempo possibile. Daremo spazio solo alle raccolte, agli autori o alle poesie che riterremo interessanti e in linea con la nostra attività.
Scriveteci anche per segnalazioni o collaborazioni.
Valeria Serofilli, I Quaderni dell’Ussero- nota di lettura di Ivano Mugnaini
La raccolta inedita “Dai tempi” di Valeria Serofilli pubblicata all’interno del volume appartenente alla collana “I Quaderni dell’Ussero” da lei curata, è un ulteriore e coerente tessera del mosaico espressivo dell’autrice.Il termine mutuato dalle arti figurative appare consono e coerente nel contesto specifico del libro per varie ragioni. In primo luogo per la natura composita del volume, costituito da differenti componenti: poesia, narrativa, testi con traduzione a fronte, note critiche e varianti di uno stesso testo, proposto nelle diverse redazioni, in un mutamento progressivo che conduce alla versione definitiva.
Valeria Serofilli-Poetessa
Il riferimento al mosaico è tuttavia funzionale anche al rafforzamento di quella immediatezza fotografica che rappresenta il primo impulso del poieo dell’autrice. Quella sua aderenza al motto “ut pictura poesis” già ampiamente messa in pratica in altre sue raccolte edite nel corso degli anni, in particolare “Tela di Erato”, ma anche altre, sia più recenti che distanti nel tempo.
Anche nelle liriche della raccolta “Dai tempi” la Serofilli fa subentrare a questo input iniziale una seconda fase, puntuale, seppure proposta in maniera differente, in alcuni casi in modo esplicito, in altri allusivo, ironico, indiretto. Questa fase ulteriore è quella del ragionamento, della riflessione. Il raziocinio comunque non annienta la sorpresa, l’emozione. La incanala, semmai, la fa fluire in un alveo che è costituito anche dalla terra e dalle pietre del reale. È fatto anche di tempo e di verità. Per sintetizzare il tutto potremmo utilizzare due versi tratti dalla lirica “Lettera a mio padre”: “Qui nell’aria una strana dolcezza/ non è certo tutto quel che resta”. Il prima e il dopo, l’innocenza e la scoperta della ferita del vero. Ma il ragionamento non annienta mai del tutto il sentire: “Ho in me il tuo abbraccio/ astratto, ma non per questo meno caldo”.
In questo volume agile ma multiforme e in qualche modo antologico la Serofilli riassume il suo percorso. Sia nelle liriche della raccolta sopra citata sia nei brevi racconti di cui è autrice ripercorre passato e presente, sogno e memoria. Chiama in causa uno a uno gli istanti, gli incontri, le persone del suo mondo sia di donna che di autrice. Le radici familiari, innanzitutto, i genitori, con l’affetto profondo, le contraddizioni, i dolori ma anche la tenacia di un legame che resta vivido a dispetto di tutto. Vivido come l’immaginazione, vera protagonista del racconto “Qui c’è il sole”, in cui il personaggio che rappresenta la madre pur non potendo uscire dalla casa per problemi di salute riesce a percepire il mondo esterno tramite la memoria e in tal modo riesce a trasmettere il calore di un sole solo sognato ma nitido e tenace.
Questa stessa nitidezza è possibile percepirla nelle liriche e nei racconti dedicati al figlio, i rami dell’affetto che crescono rapidi esplorando l’aria e nuovi tempi. Lo stesso vale per le liriche il cui cardine è l’amore, attrazione che, spesso espressa partendo da modelli classici o riferimenti letterari, acquista poi una propria impronta personale tramite un verso, un dettaglio.
Come già annotato in precedenza questo volume contiene una sezione a parte riservata alla varie stesure di alcune liriche particolarmente care all’autrice e già pubblicate in altre raccolte tra cui “Eclisse” e “Preghiera per la pace”, depositate al Centro di documentazione sulla poesia contemporanea Lorenzo Montano di Verona. Ciò conferma l’impronta attribuita dalla Serofilli al percorso della genesi poetica, e ribadisce, in un’ottica più ampia, il carattere multiforme del volume in oggetto.
Una raccolta interessante, così come interessante è il Quaderno nel suo complesso, anche per la sua natura non definitiva: proprio per la capacità di far presagire nuovi sviluppi e ulteriori varianti e traiettorie differenti che partono dai sentieri già percorsi. Così come, facendo riferimento alla lirica “Ab ovo”, da un antico guscio può nascere nuova vita, espressioni fresche in grado di rifarsi ai tempi andati, generandone di nuovi.
Ivano Mugnaini
I Quaderni dell’Ussero – Valeria Serofilli, Collezione Letteraria di puntoacapo, Novi Li
Profilo storico-linguistico della poesia galego-portoghese medievale
Viella Libreria Editrice-ROMA
SINOSSI del libro di Simone Marcenaro-La lingua dei trobadores-Viella Editrice- Che cos’è il galego-portoghese? La lingua dei poeti, dagli ultimi anni del XII secolo fino alla metà del Trecento, è la stessa usata per le opere in prosa o nei documenti giuridici e notarili? Quali sono le sue principali caratteristiche? Il manuale prova a rispondere a queste domande, seguendo un’impostazione didattica rivolta anzitutto agli studenti di Filologia romanza e Letteratura portoghese che si misurino per la prima volta con questa affascinante tradizione letteraria. Il volume si divide in due parti: nella prima si propongono i lineamenti di grammatica storica della lingua galega, soffermandosi in particolare sul rapporto che la lega al portoghese e prestando attenzione alle prime attestazioni scritte. La seconda parte affronta invece la lingua dei trobadores, offrendone una descrizione il più possibile esaustiva che prenda in esame – per la prima volta in un manuale di questo genere – le variazioni grafiche, fonetiche e morfologiche inferibili esclusivamente dall’analisi diretta dei canzonieri.
INDICE
Avvertenze
Introduzione
Cenni di storia della lingua e grammatica storica
Breve profilo di storia della lingua galega dalle origini al XII secolo
I primi documenti del galego-portoghese (sec. XII-XIII)
Galego e portoghese dal XIII secolo
La nascita della poesia trobadorica (sec. XII-XIV)
Lineamenti di grammatica storica: fonetica
1. Vocalismo tonico
2. Vocalismo atono
3. Dittonghi e iato
4. Nasalizzazione
5. Consonantismo
5.1. In posizione iniziale; 5.5.2. In posizione intervocalica; 5.5.3. In posizione finale; 5.5.4. I principali nessi consonantici; 5.5.5. L’azione di iod e di wau ; 5.5.6. La lenizione.
6. Altri cambi fonetici
6.1. Assimilazione e dissimilazione; 5.6.2. Cambi per sottrazione: aferesi, sincope, apocope; 5.6.3. Cambi per addizione: protesi, epentesi, epitesi; 5.6.4. Cambi per trasposizione: metatesi e spostamento dell’accento.
Lineamenti di grammatica storica: morfosintassi
1. Sostantivi e aggettivi
1.1. Derivazione da casi diversi dall’accusativo; 6.1.2. La sparizione del neutro; 6.1.3. Classi sostantivali; 6.1.4. La formazione del plurale; 6.1.5. L’aggettivo.
8.1. Generalità; 6.8.2. Tema del presente; 6.8.3. Tema del perfetto; 6.8.4. Futuro e condizionale; 6.8.5. Infinito e participio; 6.8.6. Il passivo; 6.8.7. Verbi irregolari.
I canzonieri galego-portoghesi
I manoscritti: tra grafia e fonetica
1. Panoramica sui principali fenomeni grafematici
2. Alcune particolarità fonetiche
2.1. Alternanza di vocali toniche e atone; 7.2.2. Nasalizzazione e denasalizzazione; 7.2.3. Casi di conservazione di -l e -n-; 7.2.4. Nasali e laterali palatali; 7.2.5. Fenomeni di fonetica sintattica; 7.2.6. Epitesi di -e.
Particolarità morfosintattiche
1. Sostantivi e aggettivi
1.1. Affissazione; 8.1.2. Castiglianismi, provenzalismi e oitanismi; 8.1.3. Hapax e nomi composti.
2. Pronomi
2.1. Forme toniche e atone; 8.2.2. Possessivi; 8.2.3. Dimostrativi e indefiniti.
3. Articoli
4. Preposizioni
5. Congiunzioni
6. Verbi
6.1. Particolarità nel tema del presente; 8.6.2. Particolarità nel tema del perfetto; 8.6.3. Particolarità del futuro e del condizionale; 8.6.4. Tempi composti; 8.6.5. Affissazione; 8.6.6. Incoativi; 8.6.7. Castiglianismi e forestierismi; 8.6.8. Tavole dei verbi più importanti
7. Avverbi
7.1. Principali avverbi; 8.7.2. Locuzioni avverbiali; 8.7.3. Avverbi pronominali.
Bibliografia
L’Autore-Simone Marcenaro-Ha conseguito il Dottorato di ricerca presso la Scuola di Dottorato europeo in Filologia romanza dell’Università di Siena.Si è occupato di lirica satirica galegoportoghese, in una prospettiva comparatistica con la poesia trobadorica occitana. Ha curato l’antologia di testi con traduzione a fronte e commento Canti di scherno e maldicenza e sta lavorando con Pilar Lorenzo Gradín all’edizione critica del trobador portoghese Roi Queimado.
Viella Libreria Editrice
Via delle Alpi 32 – 00198 Roma Tel. 06.8417758 – Fax 06.85353960
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