Massimiliano De Luca- Una Repubblica all’italiana-Casa Editrice Tra le righe Libri-
In questo libro di Massimiliano De Luca si parla di un intero popolo che non è riuscito a raccogliersi attorno a valori condivisi, cercando di ricostruirne cause e responsabilità e offrendo uno strumento di analisi a tutti coloro che sentono il dovere di contribuire a portare a termine quel processo di crescita interrotto che conferisce ad uno Stato la dignità etica di nazione, e a coloro che lo abitano, la percezione di essere parte di un tutto, realizzando quell’idea di cittadinanza che comprende e mette in relazione i diritti con i doveri.
Massimiliano De Luca- Una Repubblica all’italiana
Un lungo viaggio che inizia dalle speranze suscitate dalla lotta di Liberazione, e prosegue attraverso l’imposizione di un modello di sviluppo che ha stravolto la vita di milioni di persone, la promozione di insostenibili stili di vita e consumo, la contestazione studentesca e l’autunno caldo degli operai culminati nei sanguinosi attentati che hanno paralizzato ogni ipotesi riformistica, quindi la mancata risposta sul piano politico alle esigenze di rinnovamento che ha aperto la strada agli Anni di piombo, sino alla pacificazione forzata degli anni Ottanta.
Tra le righe Libri è una casa editrice indipendente nata nel 2013 (il primo libro è uscito nel febbraio 2014) a Lucca con il preciso scopo di riannodare e intrecciare i fili con il passato. E’ dunque una casa editrice che pubblica libri di memorie, diari, saggi e documenti per mantenere inalterata e viva la ricerca storica e l’interesse per le radici della nostra società. Un continuo esercizio e lavoro di scandaglio alla ricerca di storie e mille rivoli che formano la tela del nostro paese. Tralerighe – e si legge nel nome – corre tra le pagine, incessantemente, in un lungo e paziente lavoro di proposta. Il compito dunque non è solamente quello di stimolare la lettura, ma di difendere e rinnovare le fondamenta della pietra d’angolo sulla quale ci siamo formati.
Tralerighe è curata dal suo direttore Andrea Giannasi, laureato in Storia contemporanea all’Università di Pisa.
FONTE- Toscanalibri.it, attivo dal 2008, è il primo portale interamente dedicato all’editoria e alla cultura toscana. Qui trovate tutto su libri, notizie, appuntamenti culturali, incontri con gli autori.
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Il portale è un’iniziativa editoriale di Primamedia, società di comunicazione, con sede a Siena, composta da un gruppo affiatato di giornalisti e professionisti ma anche di organizzatori di eventi e responsabili di progetto. In questi anni abbiamo ideato e realizzato prodotti culturali come “I colori del libro”, rassegna di incontri con gli autori, “I colori del libro-Mostra mercato”, rassegna di incontri ed esposizione e vendita di libri usati e rarità, “Passeggiate d’autore”, itinerari nelle città con gli scrittori sui luoghi della storia, e “Treno letterario”, tappe realizzate su temi e autori specifici.
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Roma-Paesaggi Agricoli delle Aree Protette d’Italia-
Roma-la mostra fotografica “Paesaggi Agricoli delle Aree Protette d’Italia“, nell’ambito di “Fai la differenza, c’è… alla ricerca della sostenibilità – il Festival“.
L’esposizione, un’accurata selezione di immagini dal contestnazionale “Obiettivo Terra”, è promossa come ogni anno dalla Fondazione UniVerde, dalla Società Geografica Italiana e daFederparchi in collaborazione con “Fai la differenza, c’è… alla ricerca della sostenibilità – il Festival“, alla sua VII edizione, e con il Centro Commerciale Euroma2.
Roma-Paesaggi Agricoli delle Aree Protette d’Italia
All’evento inaugurale parteciperanno: Giuseppe Di Duca (Direttore della Fondazione UniVerde), Francesco Carlucci (Direttore di Federparchi), Silvia Stecconi (Vice Segretario Generale della Società Geografica Italiana) il Direttore di Euroma 2 Paolo Proietti e tra i promotori del Festival, Stefano Bernardini (giornalista e founder del progetto).
La mostra fotografica “Paesaggi Agricoli delle Aree Protette d’Italia“, che sarà visitabile gratuitamente al pubblico – negli orari di apertura del Centro Commerciale – fino al 9 settembre 2026, accompagna gli spettatori in un viaggio attraverso i volti rurali, storici e naturalistici della nostra Penisola, con l’obiettivo di svelare ed esaltare la realtà agricola, presidio insostituibile dei territori, incoraggiando un turismo responsabile e rispettoso dei luoghi e della straordinaria biodiversità custodita dalle Aree Protette.
Una selezione di immagini che si unisce idealmente alle celebrazioni del 2026 proclamato dalle Nazioni Unite “Anno internazionale della Donna Agricoltrice” e “Anno internazionale dei Pascoli e dei Pastori” e racconta storie di resilienza, tradizioni e grazia immutate. Un invito a riscoprire l’Italia delle Aree Protette con uno sguardo nuovo, nella consapevolezza che custodire i paesaggi agricoli significa preservare la biodiversità, la cultura e l’identità del nostro Paese.
Antonio Bucci-Architettura di Pietra , Confini di Sangue e Spazi Sacri nel Cicolano-L’orografia tormentata dell’alto bacino del Salto ha dettato le forme dell’architettura militare degli Equi, la cui perizia si esprime nell’impiego diffuso dell’opera poligonale per il consolidamento di recinti difensivi e terrazzamenti urbani. Questa tecnica costruttiva, applicata su postazioni d’altura strategiche come i recinti di Arencuncola, Collevetere e Sant’Angelo in Vatica a Pescorocchiano, si basava sulla pura forza di gravità e sulla sapiente lavorazione a secco di enormi blocchi calcarei estratti in loco.
L’evoluzione tecnologica della facciavista, catalogata dagli archeologi in distinte maniere strutturali, rivela il passaggio da una prima fase di semplici giustapposizioni di pietre grezze, selezionate in natura e colmate nei vuoti da cunei lapidei, a una fase successiva di terza e quarta maniera, visibile anche nell’area sacra di Sant’Erasmo a Corvaro. In questi complessi monumentali, i blocchi venivano sbozzati accuratamente con giunti perfettamente combacianti, piani di posa leggermente inclinati verso l’interno per scaricare le spinte del terreno e contrastare i movimenti franosi dell’Appennino. Tali strutture non rispondevano solo a necessità belliche di protezione contro le incursioni, ma fungevano da monumentali infrastrutture per stabilizzare i percorsi di transumanza e i piccoli centri di pianura che gravitavano attorno ai santuari emporici.
L’erudito secentesco Antonio Bucci, nella sua preziosa relazione manoscritta del 1682, descriveva queste vestigia rilevando come si scorgessero ancora “grandi e smisurate mura di sassi vivi, senza calcina alcuna congegnati, posti sulle cime di questi monti a perpetua memoria della passata possanza di quelle genti antiche”.
Queste maestose strutture in pietra non erano isolate, ma dialogavano costantemente con una complessa topografia sacra che univa i santuari d’altura alle vette montane. Luoghi sacri come il complesso di Sant’Erasmo a Corvaro sorgevano in punti dominanti e snodi viari nevralgici, assolvendo a una duplice funzione religiosa e politica: essi erano centri di aggregazione per le tribù sparse, ma anche spazi protetti in cui regolare gli scambi economici stagionali e i trattati tra comunidade montane. Molti di questi santuari d’altura, posizionati su terrazzamenti poligonali, ospitavano altari all’aperto dedicati a divinità protettrici della pastorizia, della fertilità e delle acque, elementi vitali per l’economia pastorale degli Equi.
La vita quotidiana e l’organizzazione sociale di queste genti si articolavano al di fuori dei recinti fortificati, strutturandosi in un sistema insediativo sparso basato sui vici e sui pagi. In epoca repubblicana, i vici si configuravano come piccoli villaggi di pianura o mezza costa, privi di cinte murarie autonome ma strettamente legati a un’altura fortificata circostante che fungeva da rifugio comune in caso di pericolo. Questi aggregati rurali ospitavano modeste abitazioni in legno, argilla e pietra, stalle, laboratori artigianali per la filatura e la metallurgia, e piccoli mercati dove confluivano le eccedenze agricole della valle, delineando un modello democratico e orizzontale di gestione del territorio che resistette a lungo alla centralizzazione urbana di tipo romano.
La sfera del sacro e della ritualità funeraria trova la sua massima espressione monumentale nel grande tumulo di Corvaro di Borgorose. Le campagne di scavo condotte all’interno della piana hanno rivelato una complessa stratificazione sociale attraverso l’analisi dei corredi funebri di oltre trecento sepolture, distribuite lungo un arco temporale che va dalla prima Età del Ferro all’epoca romana. Nelle deposizioni maschili della seconda fase, datata tra il VI e il V secolo a.C., predomina l’ideologia del guerriero della montagna, palesata da set completi di armi da offesa in ferro: spade a doppia lama, pugnali corti da corpo a corpo, punte di lancia e giavellotti da lancio, talvolta associati a rari elementi di protezione come i dischi-corazza in bronzo sbalzato.
Parallelamente, le tombe femminili e infantili, disposte concentricamente attorno al nucleo originario del tumulo, restituiscono la dimensione quotidiana ed economica della comunità equicola mediante preziosi elementi di ornamento personale e strumenti legati alla toeletta e al rango sociale. I corredi delle donne di rango presentano una ricca varietà di fibule metalliche in bronzo e ferro utilizzate per fermare le vesti, collane composte da vaghi e perline in pasta vitrea policroma azzurra e gialla, elementi in osso lavorato, specchi circolari in bronzo e argento lucido di forte influsso ellenistico e balsamari fittili destinati a contenere oli profumati.
I dettagli sui riti di sepoltura a inumazione all’interno del tumulo evidenziano pratiche cerimoniali rigidamente codificate, incentrate sulla deposizione del defunto in posizione distesa all’interno di fosse terragne, spesso delimitate o protette da casse lignee di cui permangono i chiodi strutturali. I corpi venivano orientati secondo assi costanti, deponendo gli oggetti personali e le offerte alimentari in punti precisi della fossa per simboleggiare il viaggio del defunto nell’oltretomba. La ritualità comprendeva la consumazione di banchetti funebri collettivi ai margini del tumulo, attestata dai resti faunistici e dai frammenti di vasellame potorio rinvenuti nelle colmate di terra, consolidando il legame identitario della comunità dei vivi attraverso la memoria ancestrale dei morti.
Il quadro materiale emerso dal tumulo di Corvaro rivela profonde specificità se confrontato con i corredi delle necropoli sabine limitrofe, come quelle della conca reatina o di Campo Reatino. Mentre nelle sepolture sabine si riscontra una precoce e massiccia penetrazione di manufatti di lusso di importazione etrusca e campana, inclusi vasi in bucchero, bronzi figurati e ceramiche raffinate, i corredi degli Equi mantengono un carattere più austero e strettamente legato alla produzione locale o all’interscambio appenninico. L’armamento equo si differenzia per una maggiore standardizzazione delle armi in ferro da combattimento ravvicinato, specchio di una società a forte vocazione militare stanziale, laddove las necropoli sabine mostrano più ampie variazioni nei simboli di prestigio aristocratico legati al commercio e alla diplomazia con le aree tirreniche.
La definizione spaziale del territorio equicolo si sviluppava lungo frontiere mobili e contese con le altre grandi nazioni italiche confinanti, prima fra tutte quella dei Sabini. La ricostruzione geografica degli antichi confini colloca la linea di demarcazione settentrionale a ridosso del bacino del fiume Velino, dove le propaggini montuose del Cicolano digradavano verso la conca reatina, un’area di forte attrito culturale ed economico legata allo sfruttamento delle vie del sale e dei pascoli invernali. In quest’ottica, l’impatto dei trattati della Via del Sale sugli equilibri confinari della conca reatina si rivelò determinante: il controllo del tracciato della primitiva Via Salaria e dei depositi salini alla foce del Tevere generò precoci intese e pesanti attriti doganali, trasformando la conca in una zona cuscinetto militarizzata, dove i Sabini fungevano da intermediari commerciali e gli Equi tentavano continue incursioni per garantirsi l’accesso diretto a una risorsa fondamentale per la conservazione dei cibi e la pastorizia.
Queste rotte venivano intercettate e plasmate dai percorsi della transumanza legati alla rete viaria della Via Salaria, che collegava l’Appennino centrale ai mercati costieri del Tirreno e dell’Adriatico. I pastori del Cicolano sfruttavano i tratturi e le varianti interne della Salaria per spostare stagionalmente le greggi dalle vette montane ai pascoli invernali della pianura laziale, trasformando l’infrastruttura commerciale del sale in un corridoio logistico e di scambio economico fondamentale. Tale mobilità antropica favoriva un flusso continuo di informazioni, beni e manufatti di pregio che, pur non intaccando la severità dei costumi locali, garantiva agli Equi contatti commerciali regolari con le culture dell’Italia centrale.
Verso sud-est, lungo la vasta pianura dei Piani Palentini e l’alveo del torrente Imele, si consumava invece il contatto diretto e osmotico con il popolo dei Marsi. Questo confine, che correva idealmente tra le odierne località di San Sebastiano e Scurcola Marsicana, era rigidamente presidiato da una corona di centri d’altura fortificati equi, tra cui spiccano i nidi d’aquila di Monte San Felice, Cimarani e Rotella di Collalto. Nonostante le fonti storiche classiche tendano a descrivere gli Equi in costante attrito bellico con le popolazioni circostanti per via delle loro frequenti scorrerie, l’archeologia moderna dimostra una profonda affinità culturale ed etnica proprio con i Marsi. Entrambe le genti condividevano una comune radice safina e schemi insediativi di tipo pagano-vicano, gestendo pacificamente per lunghi periodi i pascoli d’altura e i nodi commerciali stradali prima che la violenta avanzata delle legioni romane e la successiva fondazione della colonia di Alba Fucens nel 303 a.C. scardinassero definitivamente gli equilibri confinari di questa porzione d’Appennino.
Tale mutamento radicale fu l’esito della rigorosa organizzazione militare orchestrata dai consoli romani Publio Sulpicio Saverrione e Publio Sempronio Sofo durante la fulminea campagna del 304 a.C. Le legioni romane applicarono una strategia bellica di penetrazione profonda, coordinando attacchi simultanei lungo le valli fluviali per isolare e assediare sistematicamente oltre quaranta insediamenti fortificati equi. La mobilità e la disciplina tattica della macchina militare di Roma, supportate da efficienti linee di rifornimento retrostanti, neutralizzarono i vantaggi difensivi offerti dalle asperità del terreno del Cicolano, spezzando la resistenza indigena in soli cinquanta giorni e decretando la capitolazione politica dell’intera nazione equicola. Come annotava ancora Antonio Bucci, l’urto delle legioni costrinse le genti locali a piegare “la fiera natura a i costumi della gran Madre Roma”, mutando per sempre i “nidi di pietre scoscese su l’alture” in un ordinato sistema di colonie.
La ridistribuzione delle terre espropriate ai veterani delle legioni romane nel Cicolano provocò una radicale ristrutturazione agraria e sociale dell’intera valle del Salto. I lotti agricoli sottratti alle comunità eque furono assegnati ai soldati in congedo attraverso la pratica della centuriazione, frammentando le tradizionali proprietà collettive italiche dedicate al pascolo e introducendo un modello intensivo di coltivazione stanziale. Questa colonizzazione militare non solo scardinò l’antica economia transumante degli Equi, ma fu normata dalle riforme giuridiche della tribù Fabia in merito ai diritti di proprietà dei coloni veterani. L’iscrizione d’ufficio dei nuovi proprietari e dei pochi indigeni superstiti in questa tribù urbana comportò l’applicazione del diritto quiritario (ius Quiritium), che tutelava la proprietà privata individuale ed escludeva le forme tradizionali di possesso collettivo agro-pastorale tipiche dei pagi equi. Le riforme stabilirono l’esenzione decennale dai tributi fondiari per i veterani e regolarono i diritti di successione, trasformando legalmente la terra conquistata in un bene ereditario inalienabile. Questo quadro normativo garantì la stabilità giuridica della colonia, legando indissolubilmente la sussistenza economica dei veterani alla fedeltà politica verso le istituzioni della Repubblica romana.
Le conseguenze materiali di questa colonizzazione sono chiaramente visibili nella mappatura archeologica delle ville rustiche romane scoperte nel fondo valle del Salto. Le ricognizioni di superficie e gli scavi stratigrafici hanno identificato una densa rete di insediamenti produttivi collocati strategicamente lungo le sponde del fiume e i terrazzamenti fluviali inferiori, come nei siti archeologici individuati nei pressi di Borgo Pietro, Fiamignano e della piana di Corvaro. Queste ville rustiche, caratterizzate da una pianta bipartita che separava la pars urbana (la residenza del proprietario) dalla pars rustica (gli ambienti di lavoro), erano dotate di torchi vinari, frantoi oleari, grandi magazzini per le derrate (cellae vinariae e granaria) e ampie stalle. La distribuzione geografica di questi complessi ricalca l’andamento della viabilità di fondovalle, dimostrando come l’aristocrazia coloniale avesse scientificamente pianificato lo sfruttamento intensivo della valle per l’esportazione di grano, vino e legname verso i mercati di Alba Fucens e di Roma, soppiantando definitivamente le preesistenti strutture abitative d’altura.
La ridistribuzione delle terre espropriate ai veterani delle legioni romane nel Cicolano provocò una radicale ristrutturazione agraria e sociale dell’intera valle del Salto. I lotti agricoli sottratti alle comunità eque furono assegnati ai soldati in congedo attraverso la pratica della centuriazione, frammentando le tradizionali proprietà collettive italiche dedicate al pascolo e introducendo un modello intensivo di coltivazione stanziale. Questa colonizzazione militare non solo scardinò l’antica economia transumante degli Equi, ma fu normata dalle riforme giuridiche della tribù Fabia in merito ai diritti di proprietà dei coloni veterani. L’iscrizione d’ufficio dei nuovi proprietari e dei pochi indigeni superstiti in questa tribù urbana comportò l’applicazione del diritto quiritario (ius Quiritium), che tutelava la proprietà privata individuale ed escludeva le forme tradizionali di possesso collettivo agro-pastorale tipiche dei pagi equi. Le riforme stabilirono l’esenzione decennale dai tributi fondiari per i veterani e regolarono i diritti di successione, trasformando legalmente la terra conquistata in un bene ereditario inalienabile. Questo quadro normativo garantì la stabilità giuridica della colonia, legando indissolubilmente la sussistenza economica dei veterani alla fedeltà politica verso le istituzioni della Repubblica romana.
L’imposizione forzata di questo sistema scatenò profondi conflitti legali documentati tra i coloni della tribù Fabia e le popolazioni italiche sottomesse, i cui riflessi emergono dalle testimonianze epigrafiche e dalle formule giuridiche giunte sino a noi. Le dispute giudiziarie nascevano principalmente dall’usurpazione dei confini (de fine regundo) e dalla violazione dei diritti d’acqua, fondamentali per l’agricoltura di fondovalle. I fieri nativi equi, seppur formalmente privati della sovranità politica, intentarono azioni legali dinanzi ai magistrati coloniali per difendere l’accesso ai tradizionali sentieri montani e alle sorgenti irrigue. Le sentenze conservate dimostrano come l’apparato romano tendesse a tutelare rigidamente i titoli di possesso agrario dei veterani rispetto alle antiche consuetudini d’uso orale della popolazione autoctona, esasperando le tensioni sociali e spingendo le famiglie indigene verso una progressiva marginalizzazione o verso una totale sottomissione economica tramite contratti di bracciantato precario.
Le conseguenze materiali di questa colonizzazione sono chiaramente visibili nella mappatura archeologica delle ville rustiche romane scoperte nel fondo valle del Salto. Le ricognizioni di superficie e gli scavi stratigrafici hanno identificato una densa rete di insediamenti produttivi collocati strategicamente lungo le sponde del fiume e i terrazzamenti fluviali inferiori, come nei siti archeologici individuati nei pressi di Borgo Pietro, Fiamignano e della piana di Corvaro. Queste ville rustiche, caratterizzate da una pianta bipartita che separava la pars urbana (la residenza del proprietario) dalla pars rustica (gli ambienti di lavoro), erano dotate di torchi vinari, frantoi oleari, grandi magazzini per le derrate (cellae vinariae e granaria) e ampie stalle. La distribuzione geografica di questi complessi ricalca l’andamento della viabilità di fondovalle, dimostrando come l’aristocrazia coloniale avesse scientificamente pianificato lo sfruttamento intensivo della valle per l’esportazione di grano, vino e legname verso i mercati di Alba Fucens e di Roma, soppiantando definitivamente le preesistenti strutture abitative d’altura.
L’analisi ravvicinata delle tecniche di produzione olearia e vinaria all’interno delle specifiche planimetrie delle ville rustiche del Salto rivela l’adozione di standard tecnologici d’avanguardia importati dall’area laziale e campana. All’interno dei quartieri produttivi (torcularia), lo scavo archeologico ha evidenziato grandi basamenti in pietra calcarea modanata destinati a ospitare i torchi a leva e vite del tipo descritto da Catone e Plinio. I pavimenti di questi ambienti erano accuratamente rivestiti in opus signinum (cocciopesto impermeabile) e dotati di canalette per il deflusso dei liquidi, che convogliavano il mosto e l’olio appena spremuti all’interno di capienti vasche di decantazione intonacate. Per il vino, la planimetria prevedeva una adiacente cella vinaria, un ambiente parzialmente interrato orientato a nord per mantenere costanti i parametri termici, dove grandi contenitori fittili da magazzino (dolia defossa) venivano incassati nel pavimento per favorire il delicato processo di fermentazione. Nel caso dell’olio, la spremitura delle olive, agevolata dall’uso di frantoi a mole rotante (trapeta), veniva stoccata in contenitori sollevati da terra per impedire l’irrancidimento, attestando una produzione specializzata che andava ben oltre l’autoconsumo locale.
Questa complessa filiera agro-alimentare trovava il suo sbocco logistico naturale nelle acque del fiume Salto, come confermato dall’esame dei reperti ceramici da trasporto, in particolare le anfore, rinvenuti in grande quantità nei pressi delle sponde fluviali e degli antichi scali d’imbarco. I frammenti fittili recuperati appartengono principalmente alle celebri classi anforiche Dressel 1 (A e B), destinate al trasporto del vino, e alle successive anfore olearie di produzione centro-italica. La massiccia presenza di questi contenitori lungo l’alveo e le immediate vicinanze dimostra che il fiume Salto, in epoca tardo-repubblicana e imperiale, manteneva un regime idrico tale da consentire la fluitazione del legname e il trasporto commerciale tramite piccole imbarcazioni a fondo piatto (caudicariae). I bolli impressi sulle anse delle anfore permettono di risalire alle officine di produzione e ai nomi dei ricchi proprietari terrieri della tribù Fabia, svelando un circuito mercantile integrato che, tramite il Salto e il Velino, immetteva i prodotti agricoli del Cicolano nella grande arteria fluviale del Tevere, destinandoli direttamente ai magazzini annonari dell’Urbe.
Le fasi della romanizzazione del territorio dopo la caduta di Alba Fucens segnarono così lo smantellamento definitivo dell’autonomia degli Equi attraverso un piano sistematico di destrutturazione sociale e controllo infrastrutturale. I vecchi insediamenti d’altura in opera poligonale vennero definitivamente abbandonati a favore dello sviluppo di nuovi centri di fondazione romana a fondovalle, culminando nella creazione del municipio di Res Publica Aequiculanorum nel corso del I secolo a.C., che centralizzò l’amministrazione, aprì nuove arterie viarie e impose i modelli architettonici, monumentali e linguistici dell’Urbe nell’intero Cicolano.Le ampie iscrizioni epigrafiche latine rinvenute nell’area monumentale e nei fori del municipio della Res Publica Aequiculanorum documentano l’avvenuta assimilazione istituzionale, politica e religiosa delle vecchie élite locali. I testi lapidei superstiti, catalogati nel Corpus Inscriptionum Latinarum, attestano la presenza di magistrature romane standardizzate come i quattuorviri giusdicenti e i duoviri, incaricati della gestione dell’ordine pubblico e delle opere civiche. Le dediche sacre documentano inoltre la sostituzione o l’assimilazione dei culti ancestrali italici con il pantheon ufficiale romano, celebrando la costruzione di templi, terme e monumenti pubblici finanziati da notabili locali ansiosi di dimostrare la propria assoluta fedeltà ed emulazione culturale nei confronti dell’apparato imperiale di Roma.
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𝗡𝗼𝘁𝗲 𝗮 𝗽𝗶𝗲̀ 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮.
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[1] G. Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo all’opera poligonale, Bardi, Roma 1957, pp. 45-48.
[2] L. Quilici, S. Quilici Gigli, Fortificazioni e opere di difesa dell’Italia antica, L’Erma di Bretschneider, Roma 2001, pp. 112-115.
[3] E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, Torino 1985, pp. 62-65 (per il sistema dei pagi e dei vici nelle popolazioni osco-sabelle).
[4] G. Alvino, Il tumulo di Corvaro di Borgorose, in “Archeologia Laziale” XI, 1993, pp. 241-246.
[5] A. M. Bietti Sestieri, The Iron Age in Community and State Development in Central Italy, Cambridge University Press, Cambridge 1992, pp. 182-185.
[6] M. Cristofani, Dizionario della civiltà etrusca, Giunti, Firenze 1985, pp. 104-106 (per i confronti sugli influssi degli specchi ellenistici e dei balsamari).
[7] E. Menotti, La necropoli di Campo Reatino e i rapporti culturali nella conca, in “Studi Etruschi”, LVI, 1990, pp. 89-94.
[8] N. Alfieri, La via Salaria e le via della transumanza nell’Appennino centrale, in “Rivista di Topografia Antica”, III, 1993, pp. 54-58.
[9] C. Letta, I Marsi e gli alleati italici nella guerra sociale, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1975, pp. 34-37.
[10] Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro IX, 45 (sulla sottomissione degli Equi e la fondazione delle colonie di Alba Fucens e Carseoli).
[11] Umberto Laffi, Studi di storia romana e di diritto pubblico, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001, pp. 156-159.
[12] C. Reggiani, Res Publica Aequiculanorum: assetto territoriale e strutture epigrafiche, in “Epigraphica”, LXII, 2000, pp. 77-82.
[13] A. Bucci, Relazione manoscritta sopra l’antico stato degli Equicoli nel Contado di Cicoli, ms. 1682, c. 12r.
[14] A. Bucci, ivi, c. 31r.
[15] J. R. Patterson, Samnium and the North-West Apennines, in “Journal of Roman Studies”, Vol. 75, 1985, pp. 220-226 (per i modelli di distribuzione delle ville rustiche nell’Appennino centrale).
[16] M. Crawford, Roman Statutes, Institute of Classical Studies, London 1996, pp. 415-422 (per la casistica dei conflitti confinari agrari nelle aree coloniali).
[17] J. J. Rossiter, Roman Farm Buildings and Roman Agriculture, British Archaeological Reports, Oxford 1978, pp. 88-94 (relativo alle planimetrie dei quartieri produttivi oleari e vinari).
[18] D. P. S. Peacock, D. F. Williams, Amphorae and the Roman economy: an introductory guide, Longman, London 1986, pp. 142-147 (per la classificazione e i bolli delle anfore Dressel 1 lungo le rotte fluviali appenniniche).
𝐎𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐦𝐨𝐧𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐆𝐫𝐨𝐬𝐬𝐢.
Grossi G., Alla ricerca di Marsi ed Equi (XVI-XXI secolo), Nuova Edizione Ampliata, AEVUS arc, 2024. (Monografia cardine che raccoglie, ordina e corregge l’intera storiografia scientifica sulle due popolazioni italiche, sfrondandola da inesattezze storiche).
Grossi G., Insediamenti italici nel Cicolano: territorio della “res publica Aequiculanorum”, in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, L’Aquila, voll. vari. (Studio topografico incentrato sulla transizione dagli insediamenti fortificati d’altura al municipio di fondovalle).
Grossi G., Topografia antica della Marsica (Aequi–Marsi e Volsci): quindici anni di ricerche, 1974–1989, in Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità, Atti del Convegno di Archeologia, Avezzano, 1991.
Grossi G., La frontiera italo-romana: il confine settentrionale dei Marsi con gli Equi e i Sabini, in “Quaderni di Archeologia d’Abruzzo”, n. 2, Edizioni All’Insegna del Giglio, Firenze 2010.
Alvino G., Il tumulo di Corvaro di Borgorose, in “Archeologia Laziale” XI, CNR, Roma 1993, pp. 241-246.
Alvino G. (a cura di), I Guerrieri della Montagna: gli antichi Equi e il tumulo monumentale di Corvaro, Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma 2004.
Quilici L., Quilici Gigli S., Fortificazioni e opere di difesa dell’Italia antica: l’opera poligonale nei territori equi e sabini, L’Erma di Bretschneider, Roma 2001.
Laffi U., Studi di storia romana e di diritto pubblico: l’assegnazione agraria ai veterani e le tribù rustiche, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001.
Patterson J. R., Samnium and the North-West Apennines: The Romanization of the valleys, in “Journal of Roman Studies”, Vol. 75, 1985, pp. 220-226.
Reggiani C., Res Publica Aequiculanorum: assetto territoriale, riforme della Tribù Fabia e strutture epigrafiche, in “Epigraphica”, LXII, 2000, pp. 77-82.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma 4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma 4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Premessa-Franco Leggeri Fotoreportage:4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità – Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni-Murales Ospedale Spallanzani di Roma- Questo reportage, come quelli a seguire, vuole essere un viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sanno generare la curiosità dei passanti ,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino” . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico” che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma 4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Roma,lungo via Folchi ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales che raffigurano gli scienziati che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio del 2018 e completata e inaugurata il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales, finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’Associazione Graffiti Zero che promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.
Verranno pubblicati le foto dei Murales di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera più completa possibile. Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese da Enciclopedio Treccani.on line e Wikipedia
Il 2 maggio 2014 è deceduto a Roma all’età di 93 anni il Prof. Elio Guzzanti, già Ministro della Sanità. Il Prof. Guzzanti è stato tra i primi in Italia ad occuparsi ad alto livello di programmazione, organizzazione e gestione dei servizi ospedalieri e sanitari.
Ha trasferito la sua straordinaria esperienza prima clinica e poi organizzativa maturata, anche come sovrintendente sanitario dal 1976 al 1980 del Pio Istituto di Santo Spirito Ospedali Riuniti di Roma, nell’attività scientifica e poi nella legislazione sanitaria e nella pratica amministrativa.
Nel corso della sua lunga e brillante carriera è stato Direttore Sanitario degli Ospedali San Camillo, Santo Spirito ed Umberto I di Roma, componente del Consiglio Superiore di Sanità, Direttore dell’Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali e Commissario ad acta per la Sanità del Lazio.
Modelli organizzativi sanitari attualmente di uso comune come i dipartimenti, i ricoveri in day-hospital e day-surgery, la preospedalizzazione e le dimissioni protette debbono essere fatti risalire in gran parte all’attività prima teorico-scientifica e poi di “letteratura grigia” con la quale il Prof. Guzzanti ha contribuito alla stesura di leggi sanitarie promulgate da vari governi.
Quando egli stesso fu chiamato alla responsabilità di Ministro della Sanità nel governo Dini dal 1995 al 1996 produsse una serie di atti di indirizzo e coordinamento alle Regioni per la realizzazione dei modelli organizzativi di cui abbiamo parlato. Il suo ministero si è caratterizzato in particolare per l’introduzione in Italia del sistema DRG che non è soltanto un metodo di remunerazione per prestazione, ma anche un sistema di valutazione comparata di qualità e quantità delle prestazioni ospedaliere stesse.
Credo però che sia un dovere ricordarlo anche sul nostro Giornale Italiano di Cardiologia per i suoi contributi alla crescita nel nostro Paese dei settori della Cardiologia, Cardiologia Pediatrica e Cardiochirurgia. Fin dai primi anni ’80 infatti, prima con la presidenza del Prof. Stefanini, poi con quella del Prof. Donato, il Prof. Guzzanti è stato vice-presidente della Commissione Nazionale del Ministero della Sanità per la Cardiologia e Cardiochirurgia. Tale Commissione ha introdotto per la prima volta in Italia gli standard internazionali di attività e gestione per questi settori.
Sulla base di questa esperienza e in qualità di Sovrintendente Sanitario e Direttore Scientifico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma il Prof. Guzzanti realizzò nel 1982 il primo Dipartimento Medico-Chirurgico di Cardiologia Pediatrica che vedeva l’attività integrata di cardiologi, cardiochirurghi e intensivisti formalizzata in procedure che prevedevano responsabilità specifiche. Questo Dipartimento Medico-Chirurgico, che è stato nei primi anni diretto dal Prof. Guzzanti stesso, ha rappresentato in Italia un modello organizzativo sia per le specialità cardiologiche che per quelle neurologiche e gastroenterologiche.
Il Prof. Guzzanti è stato un maestro per molte generazioni di direttori sanitari e manager della sanità. Il suo tratto umano, la sua ironia e la sua profonda cultura per tutti gli aspetti della medicina come scienza, ma principalmente come applicazione pratica, ne facevano una guida per chiunque entrava in contatto con lui. Tutti gli operatori sanitari e in particolare quelli del settore della Cardiologia e Cardiochirurgia del nostro Paese avranno sempre un debito di riconoscenza per il Prof. Elio Guzzanti.
Fonte –Giornale italiano di Cardiologia-Articolo di Bruno Marino-
Bruno Marino
U.O.C. Cardiologia Pediatrica
Dipartimento Attività Integrata di Pediatria
Sapienza Università di Roma
Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Elio Guzzanti, un padre putativo e un maestro- Fonte –Il Sole24Ore
di Giuseppe Ippolito (National Institute forInfectious Diseases Lazzaro Spallanzani)
È morto Elio Guzzanti, per me un padre, e per la sanità italiana, oltre che per le malattie infettive, un grande stratega. Avevo avuto la fortuna di incontrarlo all’inizio degli anni ’80 quando mi suggerirono di rivolgermi a Lui per avere suggerimenti per uno studio di incidenza sulle infezioni ospedaliere nei reparti di terapia intensiva. Lo studio l’avevo scritto come prova di ammissione a un corso negli Stati Uniti e volevo sapere se fosse realizzabile in Italia. Volevo presentarlo al Programma del Cnr sulle malattie da infezione, all’epoca diretto da Ferdinando Dianzani. Elio Guzzanti mi diede appuntamento una domenica mattina nel suo studio, mi ascoltò, s’informò sui miei programmi, cercò di sondare se ero conscio della difficoltà dell’avventura. Mi diede suggerimenti preziosi e si attivò per farmi incontrare le persone del mondo della rianimazione che potevano consentirmi di realizzare lo studio.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
Da quel momento è diventato per me un punto di riferimento. Solo pochi giorni fa mi chiese di trovargli la Sua famosa circolare su Ebola del 1996, con la quale aveva definito la strategia nazionale contro le febbri emorragiche. Ero in partenza e avevo lasciato la copia della circolare al portiere, perdendo così l’occasione di salutarlo per l’ultima volta. Avevamo continuato a discutere del permanere della validità dei contenuti e di come una costante attenzione verso le malattie infettive sia la migliore linea di risposta per affrontare l’inatteso.
Era stato così che si era confrontato, nella seconda metà degli anni ’80, nella realizzazione del grande piano contro le malattie infettive alla comparsa dell’Aids. Erano anni terribili: l’incredulità e il preconcetto dominavano; i pazienti non avevano alcuna speranza; il personale sanitario era impaurito.
Con una grande attenzione e con un metodo stringente aveva iniziato a studiare il fenomeno con rigore scientifico e curiosità organizzativa, a valutare i bisogni assistenziali, a dare attenzione ai sentimenti e alle paure, a cercare un dialogo con le associazioni dei pazienti e le organizzazioni sindacali, gli scienziati puri, a visitare gli ospedali e le carceri. Sono fiero di averlo aiutato in questo lavoro, ho visto come gestiva il rapporto con i politici con sereno distacco, come affrontava persone e situazioni “difficili”. Non si arrendeva mai, era pronto al confronto, ma senza perdere mai di vista il proprio obiettivo.
Quando lo conobbi aveva già molte esperienze positive e difficili alle spalle, era il riferimento della programmazione sanitaria nazionale, della costruzione e della gestione degli ospedali. Per Lui non faceva differenza se era Pronto Soccorso, Cardiochirurgia, Rianimazione o Malattie infettive. Lui applicava un metodo che partiva da una conoscenza degli ospedali dall’interno, delle persone che ci lavorano e di quelli che ci vanno per farsi curare. Amava dire che gli ospedali erano fatti di tecnologie e di contatto umano, di insegnamento continuo, di cambiamento giorno per giorno.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
Quando mi scelse come collaboratore per l’avventura del piano Aidsiniziammo una stretta frequentazione, soprattutto domenicale. Nel corso di tali incontri commentava i materiali prodotti, scrivendo a mano appunti con penne di più colori. Aveva letto sempre un lavoro nuovo, un nuovo modello di valutazione, dei dati di prevalenza. Di aggiustamento in aggiustamento, il piano prendeva corpo per coprire non solo la costruzione degli ospedali, ma anche la prevenzione, la ricerca, l’introduzione dell’innovazione.
Questo permise all’Italia di avere un piano organico, strutturale e finanziato, prima che la stessa Organizzazione mondiale della sanità redigesse il documento per la preparazione dei piani nazionali.
Che dire poi delle sue capacità di gestire il confronto nelle commissioni e nelle audizioni, alle quali arrivava preparato nei minimi dettagli, con un piano generale e un’exit strategy, senza mai perdere la calma, senza mai una parola di troppo. Anche quando si trovava a frenare posizioni intemperanti, incluse le mie, lo faceva con estremo garbo, cercando sempre di costruire, anche nelle difficoltà, nei dissidi, nelle posizioni contrastanti. Amava investire sui giovani e sul fatto che da tutti si poteva apprendere, ma prima di tutto dalla frequentazione delle biblioteche. Teneva rigidamente distinto il professionale dal personale e limitava al massimo gli eventi sociali e conviviali.
Ma era ed è stato fino all’ultimo sempre disponibile a letture critiche di documenti e a fornire suggerimenti o a scrivere piani. È questa la fase in cui le attività di Guzzanti si legano al destino dello Spallanzani, che lui vedeva come punto centrale dell’intero piano. Conosceva in dettaglio lo Spallanzani come Ospedale e la sua esperienza pregressa di medico impegnato sulle malattie infettive faceva il resto. Eravamo in un momento in cui sembrava che solo il nord Italia avesse ospedali, conoscenze e competenze uniche per affrontare l’epidemia. Non era vero. Già da circa 10 anni lavorava al progetto per la costruzione del nuovo Spallanzani e l’Aids gli dava la possibilità di portarlo a termine, grazie anche al senso di appartenenza e al desiderio di riscatto degli operatori tutti dell’Ospedale che con lui, e grazie a lui, vedevano la realizzazione di un miraggio.
Fu così che mentre era ministro, a metà degli anni ’90, a un consiglio dei ministri europei, si impegnò affinché ogni Paese europeo identificasse una istituzione nazionale per le malattie infettive e avviò la realizzazione presso l’Istituto del laboratorio Bsl4 e la trasformazione in Irccs.
Da allora ha sempre seguito con la massima attenzione le vicende dell’Istituto con un affetto da padre nobile che gioiva in maniera sincera e assolutamente disinteressata degli sviluppo dell’Istituto. Fino alla fine è stato lucido e lungimirante, ottimista anche quando sembrava che non ci fossero speranze. Con la sua morte l’Italia perde un grande uomo, io un padre putativo e lo Spallanzani un grande supporter.
Sento di poter dire che tutti quelli dello Spallanzani che lo hanno conosciuto, e anche quelli che ne hanno solo sentito parlare, condividano il profondo dolore per la perdita di un grande uomo e per me un grande maestro.
Grazie Elio Guzzanti
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma 4)Prof.Elio Guzzanti già Ministro della Sanità
Specialist in respiratory diseases and in hygiene, he was director of the hospitals Santo Spirito, San Camillo and Policlinico Umberto I in Rome. From 1976 to 1984 and from 1991 to 1993 he was a member of the Italian Superior Council of Health. From 1985 to 1994 he was health director of the Bambino Gesù Children’s Hospital and from 1996 to 1998 he was director of the Agency for Regional Health Services.
Author of numerous publications on health organization, from 17 January 1995 to 17 May 1996 he was Minister of Health with the Dini Cabinet.
He was president of the scientific committee of the Cesare Serono Foundation. On 28 October 2009, following the resignation of the President of the Lazio Region, Piero Marrazzo, he was appointed by the Berlusconi Cabinet as Commissioner for Health in the same Region.
He was scientific director of the Institute for Scientific Hospitalisation and Care IRCCS Oasi di Troina (Enna).
È stato presidente del comitato scientifico della Fondazione Cesare Serono. Il 28 ottobre 2009, in seguito alle dimissioni del presidente della Regione LazioPiero Marrazzo, è stato nominato dal Governo Berlusconi commissario ad acta per la Sanità nella stessa Regione[1].
È stato direttore scientifico dell’Istituto di ricovero e Cura a Carattere Scientifico IRCCS Oasi di Troina (Enna).
Morte
È morto il 2 maggio 2014 all’età di 93 anni al Policlinico Gemelli di Roma, dove era ricoverato da qualche giorno[3].
Premessa-Franco Leggeri Fotoreportage-5)Giovan Battista Grassi- medico, zoologo, botanico ed entomologo–: Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni-Murales Ospedale Spallanzani di Roma- Questo reportage, come quelli a seguire, vuole essere un viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sanno generare la curiosità dei passanti ,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino” . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico” che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia
Roma,lungo via Folchi ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales che raffigurano gli scienziati che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio del 2018 e completata e inaugurata il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales, finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’Associazione Graffiti Zero che promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.
Verranno pubblicati le foto dei Murales di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera più completa possibile. Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese da Enciclopedio Treccani.on line e Wikipedia
Rovellasca (Como)-Casa natale di Giovan Battista Grassi, scienziato e Senatore del Regno
Giovan Battista Grassi- medico, zoologo, botanico ed entomologo
Giovan Battista Grassi, scienziato di fama mondiale per gli studi di zoologia e per l’individuazione del vettore della malaria, nacque a Rovellasca il 27 Marzo 1854 da Luigi Battista Grassi, funzionario pubblico, e Costanza Mazzucchelli di origine contadina.
Nel 1872 si diplomò presso il Regio Liceo Volta di Como e nel 1878 si laureò in medicina all’Università di Pavia. Si dedicò alla biologia e alla zoologia. A Heidelberg, in Germania, incontrò la ricercatrice Marie Koenen, dapprima sua assistente e poi sua moglie. Nel 1883, a soli 29 anni, fu nominato Professore di Zoologia, Anatomia e Fisiologia Comparata all’Università di Catania.
Le sue ricerche gli procurarono fama internazionale e nel 1895 ottenne il trasferimento all‘Università di Roma.
Il 28 Novembre 1898 dichiarò, in una nota all’Accademia dei Lincei, di aver ottenuto la prova sperimentale della trasmissione del parassita della malaria e l’identificazione della specie di zanzara vettrice nell’uomo.
Dopo la delusione per il Premio Nobel al britannico Ronald Ross per un analogo studio sulla malaria, Grassi iniziò a dedicarsi alla medicina sociale e all’entomologia. Intanto, si diffuse l’idea che quel Premio Nobel spettasse a Grassi e nel 1910 la prestigiosa Università di Lipsia gli conferì la Laurea Honoris Causa per le sue “subtilissima sagacissimaque investigationes” sul contagio malarico, sottolineandone la preminenza (in primis vero).
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
Dopo la prima Guerra Mondiale, con un nuovo picco di diffusione della malaria in Italia, tornò ad occuparsi di questa malattia, scoprendo l’esistenza di una specie di anofele (zanzara) che non punge l’uomo, ma solo gli animali; ipotesi poi confermata da Falleroni (1926). Grassi venne insignito di numerose medaglie e onorificenze da tutto il mondo; fu anche nominato nel 1908 Senatore del Regno.
Grassi morì a Roma il 4 Maggio 1925 e fu sepolto, secondo le sue ultime volontà, nel piccolo cimitero di Fiumicino.
Giovan Battista Grassi- medico, zoologo, botanico ed entomologo
Giovan Battista Grassi- medico, zoologo, botanico ed entomologo.
Biologo italiano (Rovellasca 1854 – Roma 1925), prof. di zoologia a Catania (1883) e di anatomia comparata a Roma (1896); socio nazionale dei Lincei (1897). Le sue prime ricerche vertono sui vermi parassiti, di molti dei quali fece conoscere il ciclo di sviluppo; si dedicò poi a lavori di zoologia e anatomia comparata su altri gruppi, fra cui notevoli la monografia sui Chetognati (1883), e le sette memorie sui progenitori dei Miriapodi e degli Insetti (1886); del 1893 è la fondamentale memoria sulla costituzione e lo sviluppo della società dei Termitidi; del 1892-93 la dimostrazione della trasformazione del leptocefalo in anguilla. Negli stessi anni iniziò le ricerche sulla malaria degli uccelli, estese poi alla malaria umana, che lo condussero a determinare l’agente trasmettitore (1898). Al problema della malaria il G. dedicò in seguito tutta la propria attività fino alla morte, iniziando la profilassi antimalarica nell’Agro Romano. Si occupò anche dei Flebotomi e della fillossera, nonché di problemi generali e storici. Uomo di vastissima cultura, d’attività instancabile e d’inesauribile passione per la ricerca, ebbe notevolissima influenza anche come insegnante. Nel 1908 fu nominato senatore del Regno.
Fonte- Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma -Muro di cinta-Logo Associazione Graffiti Zero-Foto di Franco Leggeri
Mentana (Roma)-Villa Zeri-Firmato l’Accordo tra il Ministero della Cultura e l’Università di Bologna-
Mentana (Roma)-È stato sottoscritto l’Accordo di valorizzazione tra il Ministero della Cultura e l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna per la valorizzazione di Villa Zeri, la storica dimora di Mentana, vicino Roma, appartenuta a Federico Zeri, tra i più autorevoli storici dell’arte italiani del Novecento. La villa dell’Alma Mater entrerà così a far parte della rete museale nazionale quale luogo della cultura affidato all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione musei nazionali della città di Roma.
“Villa Zeri entra a far parte della rete museale nazionale e si prepara a diventare un luogo di studio, formazione e produzione culturale – dichiara il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli – La dimora di Mentana custodisce la memoria di Federico Zeri, uno dei più autorevoli storici dell’arte del Novecento, insieme al suo metodo e alla sua idea della conoscenza come esercizio critico. L’accordo con l’Università di Bologna consentirà di consegnare progressivamente questo patrimonio alla fruizione pubblica e di aprirlo a studiosi, artisti e cittadini. È compito delle istituzioni trasformare le grandi eredità della cultura italiana in capitale pubblico e consegnarle alle giovani generazioni per generare ricerca, creatività e nuova partecipazione”.
L’intesa è stata siglata dal Direttore del Pantheon e Castel Sant’Angelo Luca Mercuri, e dal Rettore dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna Giovanni Molari.
L’Accordo, promosso dalla Direzione generale Musei del MiC, affida all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione musei nazionali della città di Roma, d’intesa con l’Università di Bologna e la Fondazione Federico Zeri, la realizzazione del programma di valorizzazione, gestione culturale e apertura al pubblico della villa, inaugurando un progetto pluriennale destinato a trasformare il complesso in un centro permanente di ricerca, esposizione, formazione e produzione culturale dedicato all’eredità scientifica dello studioso. Edificata all’inizio degli anni Sessanta su progetto di Andrea Busiri Vici, Villa Zeri fu concepita come spazio unitario di vita, studio e conservazione. Per decenni la residenza ha rappresentato un punto di riferimento per studiosi, collezionisti e istituzioni culturali, custodendo la memoria del metodo di lavoro di Zeri e del suo rapporto con le immagini.
Il programma prevede interventi progressivi di riqualificazione, conservazione e valorizzazione della villa, finalizzati a garantirne l’accessibilità e la futura apertura al pubblico. Tali attività accompagneranno la trasformazione del complesso in un luogo della cultura stabilmente inserito nel Sistema museale nazionale, capace di coniugare ricerca, formazione e fruizione pubblica.
Il programma, significativamente intitolato “Villa Zeri. Abitare le immagini”, prevede la realizzazione di mostre temporanee dedicate ai principali temi di ricerca dello storico dell’arte, convegni, seminari specialistici, attività didattiche, progetti editoriali e iniziative di alta formazione sviluppate insieme all’Università di Bologna, alla Fondazione Federico Zeri e in dialogo con una rete di università, musei e istituti di ricerca italiani e internazionali. Il programma prevede inoltre la progressiva musealizzazione di una parte della villa, l’attivazione di attività di conservazione e restauro e la realizzazione di residenze d’artista, in un dialogo continuo tra memoria, ricerca e contemporaneità.
L’iniziativa si inserisce nella strategia condivisa dalla Direzione generale Musei e dall’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo volta al consolidamento e all’ampliamento, a Roma e nel suo territorio, di una rete integrata di case museo, luoghi della memoria e dimore di studiosi e artisti, di cui già fanno parte la Casa Museo Mario Praz, la Casa Museo Boncompagni Ludovisi, la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, Casa Pasolini e Casa Balla. Villa Zeri contribuirà così al rafforzamento di un sistema culturale diffuso dedicato alla valorizzazione delle grandi personalità della cultura italiana attraverso i luoghi che ne hanno custodito la memoria e il lavoro intellettuale, promuovendo al tempo stesso nuove forme di partecipazione culturale e di sviluppo territoriale anche al di fuori dei tradizionali poli centrali della città, in linea con gli obiettivi di diffusione culturale e riequilibrio territoriale promossi dal Piano Olivetti.
Alessandro Giuli Ministro della Cultura
“Con questo accordo assicuriamo una prospettiva di lungo periodo alla valorizzazione di Villa Zeri, un luogo di straordinario valore culturale e simbolico legato alla figura di Federico Zeri. Grazie alla collaborazione con il Ministero della Cultura e con l’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo, la Villa potrà svilupparsi come casa-museo, centro di ricerca e spazio aperto alla comunità, nel segno della divulgazione, dello studio e della fruizione pubblica del patrimonio culturale. È un risultato importante che consente di trasformare Villa Zeri in un polo museale e culturale stabile dedicato alla figura e all’eredità di Federico Zeri. Siamo molto grati a Federico Zeri che ha scelto l’Università di Bologna quale custode della sua eredità culturale, affidandole un patrimonio che continua a essere fonte di ricerca, conoscenza e crescita per la collettività“, sottolinea Giovanni Molari, Rettore dell’Università di Bologna.
“Con Villa Zeri si amplia la rete dei luoghi della cultura affidati all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo, che negli ultimi anni si è progressivamente consolidata attorno alle case museo, alle dimore d’autore e ai luoghi della creatività contemporanea. Dopo l’acquisizione di Casa Pasolini e quella, più recente, di Casa Balla, Villa Zeri aggiunge un tassello fondamentale a un progetto che sta trasformando questi luoghi in centri vivi di ricerca, esposizione, formazione, produzione culturale e partecipazione, profondamente connessi con le comunità e con le istituzioni dei territori nei quali sorgono. Con il programma Abitare le immagini vogliamo restituire pienamente alla collettività non soltanto la casa di Federico Zeri, ma anche il suo metodo di lavoro, il suo sguardo e la sua idea di storia dell’arte, facendo della villa un punto di riferimento nazionale e internazionale per gli studi, la divulgazione e la produzione culturale“, aggiunge Luca Mercuri, Direttore dell’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione musei nazionali della città di Roma.
“Villa Zeri rappresenta un caso emblematico di come la valorizzazione del patrimonio culturale possa svilupparsi dalla collaborazione virtuosa tra istituzioni diverse e tradursi in nuove opportunità di partecipazione e sviluppo dei territori. Avevo avuto modo di conoscere e apprezzare questo luogo straordinario già nel corso del mio precedente incarico come Soprintendente sul territorio, cogliendone le significative potenzialità culturali, che oggi trovano piena espressione in questo accordo. L’ingresso della villa nel Sistema museale nazionale consentirà di restituire progressivamente questo luogo alla fruizione pubblica e di rafforzare la rete delle case museo e delle dimore d’autore attraverso un progetto aperto, accessibile e rivolto a pubblici sempre più ampi e diversificati“, afferma Alfonsina Russo, Capo del Dipartimento per la Valorizzazione del patrimonio culturale.
“È motivo di particolare soddisfazione vedere oggi prendere forma un progetto al quale avevo dato impulso come Direttore generale Musei e che il Dipartimento per le Attività culturali potrà continuare a sostenere nelle sue future prospettive di sviluppo. Villa Zeri rappresenta un modello innovativo di istituzione culturale, nel quale patrimonio culturale, ricerca, produzione artistica e formazione dialogano in modo permanente. Non soltanto una casa museo, ma un luogo capace di generare nuove conoscenze, ospitare attività culturali, mostre, residenze d’artista, iniziative formative e occasioni di confronto tra discipline e linguaggi diversi, restituendo piena attualità all’eredità intellettuale di Federico Zeri. Un progetto che il Dipartimento sarà lieto di accompagnare, nella convinzione che il patrimonio debba diventare sempre più un motore di creatività, produzione culturale e partecipazione, capace di mettere in relazione memoria e contemporaneità“, conclude Massimo Osanna, Capo del Dipartimento per le Attività culturali.
Fabrizio Carotti. Ritratti post-umani al Museo Arturo Ghergo di Montefano (MC)
Montefano (MC)- La mostra al Museo Arturo Ghergodi “Fabrizio Carotti. Ritratti post-umani”, propone una riflessione sul ritratto nell’età digitale. Il volto non è più l’unico centro della rappresentazione: l’identità si manifesta anche nello spazio abitato, nella luce, nella memoria, nel rapporto fra corpo, architettura e tecnologia. Il ritratto diventa così immagine di una condizione umana in trasformazione, sospesa fra presenza fisica e metamorfosi digitale.
Nelle opere di Carotti la città assume la forma di un organismo mentale. Architetture brutaliste, torri, corridoi, scale, ponti e superfici di cemento costruiscono spazi sospesi, insieme reali e immaginari. Il cemento perde la propria apparente freddezza e si trasforma in materia sensibile, capace di custodire ombre, attese, ferite e possibilità di vita. L’intelligenza artificiale non è celebrata come forza autonoma, ma diventa uno strumento espressivo, guidato dallo sguardo dell’autore.
Museo Arturo Ghergo di Montefano
«Carotti ripensa il ritratto oltre il volto», dichiara Andrea Carnevali, curatore della mostra.
Un nucleo significativo dell’esposizione è dedicato alla maternità. Le immagini del rapporto fra madre e bambino introducono una dimensione intima e universale, nella quale il corpo, la luce e l’architettura diventano meditazione sulla nascita, sulla custodia e sulla trasmissione della vita.
Il tema materno, in dialogo con la metamorfosi digitale, restituisce alla ricerca dell’artista una profondità umana che attraversa la tecnologia senza esserne assorbita.
«Il Museo Ghergo custodisce la memoria e dialoga con il presente», afferma Claudia Scipioni,presidente dell’Associazione Effetto Ghergo.
La mostra “Fabrizio Carotti. Ritratti post-umani” si inserisce nel percorso di valorizzazione del Museo Arturo Ghergo come luogo di memoria fotografica e di confronto con le nuove forme della visione. Nel nome di Arturo Ghergo, maestro dell’immagine e della costruzione del volto pubblico,il lavoro di Carotti apre una riflessione sul destino del ritratto nell’epoca contemporanea: non più semplice somiglianza, ma spazio di attraversamento, trasformazione e interrogazione del presente.
Informazioni
Mostra: Fabrizio Carotti. Ritratti post-umani
Artista: Fabrizio Carotti
Curatore: Andrea Carnevali
Sabato 18 luglio 2026, ore 18.00
Museo Arturo Ghergo
Piazza Bracaccini, Montefano
Per informazioni: effettoghergo@gmail.com – tel. 347 1422378
Sito: www.festivalarturoghergo.com/museo-ghergo/
Social: Instagram @museo_ghergo – Facebook: Effetto Ghergo / Museo Ghergo
On. Elettra POLLASTRINI-L’unica donna della provincia di Rieti eletta alla Costituente-
On.Elettra Pollastrini -P.C.I.Nata a Rieti il 15 luglio 1908, deceduta a Rieti il 2 febbraio 1990, operaia e parlamentare Comunista.La sua famiglia di antifascisti nel 1934 fu costretta a emigrare in Francia per sottrarsi alle persecuzioni del regime. Trovato un lavoro la giovane Elettra, che aveva aderito al Partito Comunista, fece l’operaia alla Renault e nell’azienda francese fu alla testa delle lotte di quei lavoratori. Incaricata della redazione di Noi Donne, allo scoppio della guerra civile nella penisola iberica si portò in Spagna. Al rientro in Francia fu arrestata e rinchiusa nel campo di Rieucross. Riuscita a rientrare in Italia, nel 1941 la Pollastrini tornò a Rieti dove riprese l’attività antifascista clandestina e, dopo l’annuncio dell’armistizio, entrò nella Resistenza romana. Arrestata dai tedeschi e tradotta in Germania trascorse venti mesi nel carcere di Aichach. Dopo la Liberazione, tornata in Italia, fu una delle nove donne comuniste entrate a far parte della Consulta nazionale e, nel 1948, fu eletta deputata del PCI alla Camera, dove restò per due Legislature. Nel 1958 si trasferì in Ungheria dove, per 5 anni, lavorò a Radio Budapest. A Rieti, a Elettra Pollastrini è stata intitolata una strada; porta il suo nome anche una Sezione dell’ANPI, che vi si è recentemente costituita.
Fonte- ANPI nazionale-L’On.Elettra Pollastrini , nella foto in B/N è quella seduta a dx dell’On. Nilde Jotti-(Foto Archivio Camera dei Deputati)-
On.Elettra POLLASTRINI-Partito Comunista ItalianoScheda della Camera dei Deputati con le coordinate anagrafiche dell’On. Elettra Pollastrini.La pagina di giornale con le 21 Onorevoli elette alla Costituente è del Corriere della Sera -1946-
Nota- A)L’On.Elettra Pollastrini , nella foto in B/N è quella seduta a dx dell’On. Nilde Jotti-(Foto Archivio Camera dei Deputati)- B)La pagina di giornale con le 21 Onorevoli elette alla Costituente è del Corriere della Sera -1946- C) Scheda della Camera dei Deputati con le coordinate anagrafiche dell’On. Elettra Pollastrini. ANPI COMITATO ANTIFASCISTA DELLA SABINA-
Quaderni della Campagna Romana-Il lancio del trattore FIAT 180-90, uno dei modelli base di quella che viene definita “la serie 90 alta” di Fiatagri, risale al 1984. Fu senza dubbio il modello di maggior successo della gamma, elegante, aggressivo e potente, grazie al motore Fiat-OM 8365.25 a 6 cilindri turbo oilcooler da 8.102 centimetri cubi.
Quaderni della Campagna Romana
Questo motore, tarato in fabbrica a 180 cavalli a 2.200 giri, aveva un “difetto” particolare: poteva essere facilmente manipolato e portato a potenze ben superiori ai 200 cavalli. Ne furono trovati alcuni con 220 CV alla presa di forza, che corrispondevano a circa 240 CV al volano. Chiaramente, una trasmissione tarata per un massimo di 200 CV non poteva non risentire di tale sbalzo di potenza e questo spiega perché una parte di contoterzisti non “manipolatori” non abbia mai avuto problemi di affidabilità, mentre altri sì. Anche non manipolato il 180-90 “tirava” sul serio, e non era neppure assetato di carburante: test ufficiali attestavano un consumo di 32 kg di gasolio per ora alla potenza massima, e di 23 a coppia massima: un buon risultato per un motore di 8,1 litri con quel rendimento.
Al momento del suo lancio erano offerte due trasmissioni meccaniche a marce e gamme sincronizzate: una 24+8 con superriduttore, con velocità da 0,2 a 31 km/h, oppure una 16+16 con inversore al posto del superriduttore e velocità da 2,2 a 31 km/h. Tuttavia i concorrenti in questa fascia di potenza, quasi tutti americani, offrivano già cambi idraulici in powershift, meno efficienti ma più moderni e versatili. Per questo motivo, a due anni dal lancio, alla Fiera di Verona del 1986, la Fiatagri aggiornò la serie 90 gamma alta rendendo disponibile a richiesta il cambio in powershift, il sollevatore elettronico e la presa di forza con sollevatore anteriore. Il powershift consentiva di inserire le quattro marce di ogni gamma sotto carico, in movimento, senza l’uso della frizione, e di adattare istantaneamente il trattore alle variazioni di sforzo di trazione, con vantaggi anche per l’affidabilità del cambio e per il comfort di guida.
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Robert Capa e Gerda Taro:la fotografia, l’amore, la guerra
in mostra fino al 2 giugno 2024 a CAMERA-
– Centro Italiano per la Fotografia di Torino –
Robert Capa e Gerda Taro
TORINO-A CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino continua la mostra Robert Capa e Gerda Taro: la fotografia, l’amore, la guerra, con 120 immagini che raccontano una delle stagioni più intense della storia della fotografia del XX secolo: il rapporto professionale e affettivo fra Robert Capa e Gerda Taro. Dai cafè della Parigi degli anni Trenta ai campi di battaglia della Guerra civile spagnola, il percorso espositivo segue le vicende di Endre – poi francesizzato André – Friedmann e Gerta Pohorylle (questi i loro veri nomi). Fuggita dalla Germania nazista lei, emigrato dall’Ungheria lui, si incontrano nella capitale francese nel 1934. In un momento in cui trovare committenze è sempre più difficile, i due inventano il personaggio di Robert Capa, un famoso fotografo americano arrivato da poco nel continente, alter ego con il quale André si identificherà per il resto della sua vita. Anche Gerta cambia nome e assume quello di Gerda Taro.
La svolta decisiva però arriva nel 1936, con l’inizio del conflitto civile spagnolo. Proprio nello scenario della prima guerra ‘fotografica’ della storia, Capa e Taro realizzano i loro scatti più noti – immagini realizzate seguendo da vicino le battaglie ma anche i momenti di vita quotidiana dei miliziani – trovando in questo impiego terreno fertile per esprimere le proprie idee antifasciste. Un impegno che costerà la vita di Gerda nel luglio del 1937, nel mezzo di una ritirata a Brunete, rendendola la prima reporter a morire sul campo. La mostra è curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi, attraverso le fotografie e la riproduzione di alcuni provini della celebre “valigia messicana”, scomparsa dal 1939 e ritrovata a fine anni Novanta, contenente 4.500 negativi scattati in Spagna dai due fotoreporter e dal loro amico David Seymour, detto “Chim”.
Informazioni 14 febbraio – 2 giugno 2024 camera.to
Orari di apertura (Ultimo ingresso, 30 minuti prima della chiusura)
Lunedì 11.00 – 19.00
Martedì 11.00 – 19.00
Mercoledì 11.00 – 19.00
Giovedì 11.00 – 21.00
Venerdì 11.00 – 19.00
Sabato 11.00 – 19.00
Domenica 11.00 – 19.00
Sede espositiva
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, via delle Rosine 18, Torino
Fred Stein, Gerda Taro e Robert Capa, Cafe de Dome, Parigi, 1936
Estate Fred Stein. Courtesy International Center of Photography
Robert Capa, Morte di un miliziano lealista, nei pressi di Espejo Fronte di Cordoba, Spagna, inizio settembre, 1936
The Robert Capa and Cornell Capa Archive, Gift of Cornell and Edith Capa, 2010. Courtesy International Center of Photography
Gerda Taro, Miliziana repubblicana si addestra in spiaggia. Fuori Barcellona, 1936
Gift of Cornell and Edith Capa, 1986. Courtesy International Center of Photography
Nota per i suoi reportage di guerra, è anche conosciuta per essere stata la compagna di Robert Capa[1] e per aver stabilito con il fotoreporterungherese un forte sodalizio professionale. È considerata insieme a Capa una dei più importanti fotografi di guerra. La sua morte violenta a 26 anni (fu travolta da un carro armato durante la Guerra civile spagnola [2]) contribuì a mitizzarla come donna rivoluzionaria e coraggiosa caduta per le proprie idee e per il suo lavoro[3].
Biografia di Gerda Taro
Gerda Taro gettyimages-
Gerda Taro, il cui vero nome era Gerta Pohorylle, nasce da una famiglia di ebrei polacchi. È portata per lo studio, è una buona giocatrice di tennis, ama vestirsi bene e fin da bambina dimostra di avere un carattere forte. Nonostante le sue origini borghesi, giovanissima entra a far parte di movimenti socialisti e di lavoratori. Per questo motivo e per la sua origine ebraica, l’avvento del nazismo in Germania le crea molti problemi. Finisce in carcere in quanto attiva nel Partito Comunista Tedesco, interrogata non parla e, grazie al suo passaporto polacco, viene liberata. Con un amico lascia la Germania alla volta di Parigi, mentre i suoi genitori decidono di rifugiarsi in Palestina ed i fratelli in Inghilterra[4].
Gerda Taro i funerali
Nel 1935 a Parigi grazie alla sua intelligenza e adattabilità, la poliglotta Gerta trova lavori come dattilografa e segretaria. Tramite l’amica e coinquilina Ruth conosce l’ungherese Endre Friedman. Come lei è ebreo, comunista, antifascista e ha conosciuto il carcere e sbarca il lunario facendo il fotografo. Endre e Gerta si fidanzano e sarà proprio lui ad iniziarla alla fotografia. Insieme, un po’ per sfida, un po’ per opportunità, inventano il personaggio “Robert Capa”, un fantomatico celebre fotografo americano giunto a Parigi per lavorare in Europa. Grazie a questo curioso espediente la coppia moltiplica le proprie commesse e guadagna parecchi soldi.
Nel 1936 entrambi decidono di seguire sul campo gli sviluppi della guerra civile spagnola, guerra che inciderà parecchio sulla vita dei due. Giunti in Spagna diventano immediatamente importanti testimoni della guerra, realizzando molti reportage pubblicati in periodici come “Regards” o “Vu.”
Nota fra le milizie antifasciste per la sua freschezza, coraggio ed eccezionale bellezza, rischiò sempre la vita per realizzare i propri servizi fotografici. All’inizio il marchio “Capa-Taro” fu usato indistintamente da entrambi i fotografi. Successivamente, i due divisero la ‘ragione sociale’ – CAPA – e Endre Friedman adottò definitivamente lo pseudonimo Robert Capa per sé[6].
Gerda realizzò, in un periodo in cui Capa era per alcuni giorni a Parigi per rapporti con le agenzie, il suo più importante reportage durante la battaglia di Brunete. All’inizio parve una grande vittoria repubblicana. Il contrattacco franchista ribaltò presto la situazione e Gerda fu allora testimone dei selvaggi bombardamenti dell’aviazione nazionalista, scattando numerose fotografie sempre con estremo rischio per la propria vita.
Testimoni raccontano che spesso incitava lei stessa i combattenti “all’attacco”; la sua fede rivoluzionaria e antifascista era puro slancio. L’articolo che venne pubblicato sulla rivista Regards, diede un grande lustro alla reporter tedesca.
Gerda-Taro-prima-fotogiornalista-guerra-di Spagna
La morte
Al ritorno dal fronte di Brunete, Gerda Taro perse la vita a causa di un terribile incidente. Gerda viaggiava aggrappata al predellino esterno della vettura del generale polacco “Walter” (Karol Świerczewsky), colma di feriti; Walter era un noto comandante delle Brigate Internazionali. Quando aeroplani tedeschi volarono a bassa quota sul convoglio repubblicano mitragliandolo, nel trambusto generale un carro armato urtò l’auto alla quale era aggrappata Gerda, che cadde sotto i cingoli del carro armato restando schiacciata dallo stomaco in giù.
Gerda Taro
Gerda non perse conoscenza e durante il penoso trasferimento, che durò ore, all’ospedale di Madrid ‘El Goloso’ (zona dell’Escorial) si mantenne le viscere in sede con la pressione delle proprie mani; i testimoni ricordano un’incredibile freddezza e coraggio nella ragazza. Alcuni tra i migliori medici delle Brigate Internazionali le trasfusero plasma e tentarono di operarla senza anestetici e senza antibiotici (di cui non vi era disponibilità), di suturare la devastante ferita ma si resero subito conto che ogni tentativo non l’avrebbe mai salvata; il suo organismo non poteva più svolgere alcuna funzione vitale che si protraesse oltre le poche ore.
Gerda Taro_Photo Robert Capa
All’infermiera che dovette vegliarla fu indicato di somministrarle tutta la morfina possibile per non farla soffrire, in quanto il decesso era inevitabile. La ragazza si preoccupava comunque delle proprie macchine fotografiche chiedendo “se si erano rotte”. Restò in vita e vigile sino all’alba del 26 luglio 1937; morì intorno alle ore 5 semplicemente “chiudendo gli occhi”. Gerda aveva 26 anni.
Gerda Taro
Il suo corpo fu traslato a Parigi e, accompagnato da 200.000 persone, fu tumulato al Père-Lachaise con tutti gli onori dovuti ad un’eroina repubblicana. Allo scultore Alberto Giacometti venne chiesto di realizzare il monumento funebre. Pablo Neruda e Louis Aragon lessero un elogio ‘in memoriam’. Il suo compagno Capa non si riprese mai più dalla morte della dolce e vivacissima Gerda, prima donna reporter a morire sul lavoro. Da allora anch’egli rischierà sempre la morte sul lavoro, incontrandola poi nel 1954 nella guerra d’Indocina.
Gerda Taro
Un anno dopo la morte di Gerda, nel 1938, Robert Capa pubblicherà in sua memoria Death in the Making, riunendo molte foto scattate insieme. La sua tomba a Parigi giace dimenticata nella zona del Père-Lachaise dedicata ai rivoluzionari e alla Resistenza, vicino al noto “Mur des Federés”.
Nel 1942 il regime collaborazionista fascista francese censurò l’epitaffio inciso sulla tomba di Gerda, epitaffio mai più restaurato. La tomba, dopo le modifiche occorse nel 1953, è accessibile da un viottolo posteriore, quindi posta “alla rovescia” rispetto a quando fu costruita. La tomba di Gerda Taro fu l’unica ad essere violata dalla mano nazi-fascista, forse per l’influenza che la giovane rivoluzionaria, caduta nella guerra contro il fascismo, ancora esercitava sulla crescente Resistenza francese.
Rimasta a lungo nell’ombra del più noto fidanzato Robert Capa e relegata al ruolo di sua compagna (e in qualche cronaca anche di moglie), dalla metà degli anni 1990 Gerda Taro è oggetto di interesse storico per il suo ruolo di giovanissima donna contro-corrente, rivoluzionaria militante sino al sacrificio massimo e protagonista della storia della fotografia e della resistenza al fascismo[6][7][8].
Robert Capa- Nasce in Ungheria da una famiglia ebrea proprietaria di una avviata casa di moda. Capa è un bambino vitale e rissoso che in famiglia viene soprannominato “Cápa”, squalo in ungherese. Ha appena diciassette anni quando viene arrestato per le sue simpatie comuniste; appena liberato abbandona la terra natale alla volta di Berlino. Là s’iscrive all’università alla facoltà di scienze politiche, sognando di diventare giornalista. Per mantenersi trova un impiego presso uno studio fotografico, cosa che lo avvicina al mondo della fotografia. Inizia a collaborare con l’agenzia fotogiornalistica Dephot sotto l’influenza di Simon Guttmann[3]. Autodidatta, nel 1932 è a Copenaghen, dove Lev Trockij tiene una conferenza. Nonostante il divieto di fare fotografie, elude la sorveglianza e realizza alcuni scatti. È il suo primo servizio pubblicato[4].
A causa dell’avvento del nazismo, Capa nel 1933 lascia Berlino per Vienna, per poi, l’anno successivo, partire alla volta di Parigi. Ma in Francia incontra difficoltà nel trovare lavoro come fotografo freelance. Al caffè A Capoulade, nel Quartiere Latino, nel settembre 1934 fa la conoscenza di Gerda Taro, una studentessa tedesca di origine galiziana, anch’essa fotografa autodidatta. Robert e Gerda stabiliscono un solido rapporto sentimentale e professionale[4].
A Parigi Capa conosce anche David Seymour (nato Szymin), che a sua volta lo presenterà ad Henri Cartier-Bresson, tutti giovani fotografi di origini sociali e geografiche diverse, ma legati dal linguaggio dell’immagine. Il suo primo servizio importante è quello del maggio 1936 che documenta le manifestazioni per l’ascesa al potere del Fronte Popolare; una sua foto diventa la copertina della rivista «Vu» (“Visto” in italiano).
Nell’agosto del 1936 Gerda Taro riesce a procurargli un accredito stampa per documentare la guerra civile spagnola ed assieme prendono un aereo per Barcellona.[5] Qui, un po’ per sfida, un po’ per opportunità, i due inventano il personaggio di “Robert Capa”, un fantomatico fotografo americano giunto a Parigi per lavorare in Europa. Lo pseudonimo Robert Capa viene scelto per il suono più familiare all’estero e per l’assonanza con il nome del popolare regista italo-statunitense Frank Capra. Grazie a questo curioso espediente, la coppia moltiplica le proprie commesse e guadagna parecchi soldi. All’inizio, in effetti, il marchio “Capa-Taro” fu usato indistintamente da entrambi i fotografi. Successivamente i due divisero la “ragione sociale” CAPA e Endre Friedmann adottò definitivamente lo pseudonimo Robert Capa per sé.
Foto Robert Capa. SPAGNA -Vallecas en 1938
Il 26 luglio 1937 Gerda muore tragicamente a Brunete, nei pressi di Madrid (rimane schiacciata durante un errore di manovra di un carro armato “amico”). L’anno dopo Robert pubblica un libro in omaggio alla sua amata, Death in making, che contiene anche le fotografie, scattate da entrambi, della guerra in Spagna.
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