Tersilio Leggio-Abbazia di Farfa- L’anello sigillare dell’abate Benedetto (802-815)
Prof. 𝗧𝗲𝗿𝘀𝗶𝗹𝗶𝗼 𝗟𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼
Marca/Marche-rivista di storia regionale n°8/2017-
AndreaLivi Editore
Tersilio Leggio-Non avviene tutti i giorni che si possa scrivere una nuova pagina della storia dell’abbazia di Farfa nel periodo carolingio grazie al riapparire improvviso e del tutto inatteso di un nuovo documento, che, come si vedrà, cambierà dalle fondamenta le vicende delle strutture materiali del monastero sabino all’epoca di Carlomagno, colmando molti vuoti ed aprendo nuovi e stimolanti itinerari di ricerca.
L’8 dicembre scorso l’abbazia di Farfa ed il suo priore Dom Eugenio Gargiulo ricevevano una mail che li informava che il giorno successivo presso la casa d’a- ste parigina Piasa era in vendita tra i vari lotti uno che riguardava l’anello-sigillo dell’abate Benedetto (802-815). Molto cortesemente Dom Eugenio mi ha girato la mail chiedendo una mia opinione in merito. Debbo dire di essere andato immediatamente a controllare sul sito della Piasa con molta circospezione e con numerosissimi dubbi, convinto che non si trattasse di nulla di importante. Quando però ho visto l’oggetto in questione confesso di essere rimasto stupefatto ed attonito per la sua bellezza e per la sua importanza.
Battuto all’asta con un prezzo di stima che era molto elevato e compreso tra 35.000 e 45.000 euro data la rarità dell’oggetto, non è stato aggiudicato o almeno così sembra. Le sue dimensioni sono h 2,6 x l 2,5 cm; il peso 31,4 g, con leggere mancanze nella niellatura. L’anello è in oro con incastonato al centro un cristallo di rocca di forma quadrata intorno al quale si sviluppa la legenda:
+ S[IGILLUM] ·BENEDICTI ·AB[BATIS]· FARFENSI[S]
Abbazia di Farfa-Anello sigillo dell’abate Benedetto (Foto dal catalogo casa d’aste parigina Piasa)
Le spalle dell’anello sono ornate da motivi niellati costituiti da una croce greca con estremità svasate racchiusa in un doppio cerchio e da fogliame stilizzato. Quel che è maggiormente interessante è costituito dall’intaglio nel cristallo di rocca che rappresenta una facciata di una chiesa abbaziale fiancheggiata da due torri tonde, scandite da due cordonature, che culminano con un tetto conico con spiovente sormontato da due globi, mentre sul culmine del prospetto, che ha un frontone decorato , è rappresentata l’immagine della Madonna. Secondo gli esperti della casa d’aste, che escludono categoricamente la possibilità di un falso, il probabile luogo dove l’anello fu realizzato è da individuare in un atelier di Costantinopoli.
Il sigillo era appartenuto in passato al principe Ludovico Spada Veralli Potenziani di Rieti, con palazzo di abitazione anche a Roma, in via in Lucina. Il principe Potenziani era un personaggio di spicco dei suoi tempi. Governatore di Roma dal 1926 al 1928, senatore del Regno dal 1929, tanto per citare. Intimamente legato al periodo fascista, nel 1946 fu dichiarato decaduto dalla carica di senatore. Dopo la sua morte avvenuta nel 1971, l’archivio familiare è stato donato, quasi completa- mente a causa di alcune dispersioni, all’Archivio di Stato di Rieti1, nel quale sarà necessario indagare per chiarire come e quando l’anello-sigillo dell’abate Benedet- to sia finito nel possesso suo o della sua famiglia. Dalla collezione di Ludovico il sigillo passò nel 1919 al parigino Louis-Henri-Emile Moutier e da lui a Gustave Léon Schlumberger (1844-1929) ben noto storico e numismatico dell’impero bi- zantino, per finire poi in una collezione privata.
L’abate Benedetto
L’abate Benedetto, secondo il racconto della cosiddetta Constructio monasterii Farfensis2, era l’undicesimo abate eletto dopo la seconda fondazione avvenuta in età longobarda. Le brevi note con il quale l’anonimo monaco cronista della metà del IX secolo lo descrisse ne fanno un abate molto attento alla devozione verso Dio ed alla salvezza sua e dei confratelli. Molto premuroso nel curare l’aspetto esteriore degli ornamenti ritenuti più utili per i culti da celebrare nella chiesa monastica. Fu inoltre sagacissimo nel provvedere Farfa di libri, di paramenti sacri per l’altare e di altri strumenti, dei quali parte era sopravvissuta fino al momento nel quale il monaco cronista registrò la scheda a lui dedicata. Benedetto fu a capo della comunità monastica per dieci anni, cinque mesi e tre giorni e morì il 26 marzo. Da osservare comunque che è molto difficile far conciliare le note biografiche degli abbaziati con l’effettivo esercizio della funzione che si ricava invece dalla documentazione scritta conservata. Più concisa la nota biografica che lo riguarda premessa da Gregorio da Catino3 alle carte riguardanti il suo abbaziato, con la discrepanza di una diversa data di morte che sarebbe avvenuta l’11 agosto, anche se la durata la funzione riportata è identica. L’attività dell’abate Benedetto, del quale è omessa l’origine, fu molto intensa. Il suo pieno inserimento nel mondo carolingio è dimostrato dai diplomi che gli furono concessi a partire da quello emanato da Carlomagno il 13 giugno dell’803, che riconfermava tutti i possessi dell’abbazia su esplicita richiesta dello stesso Benedetto, ai due da Ludovico II il 3 agosto dell’815. Lo Schuster4, partendo da questa data, ha avanzato l’ipotesi che Benedetto in persona si sarebbe recato presso la corte imperiale a
2 Balzani, a cura di, Il Chronicon farfense di Gregorio da Catino, I, Forzani e C., Roma 1903,
21.
3 Balzani, a cura di, Il Chronicon farfense cit., pp. 170-178; I. Giorgi, U. Balzani, a cura di, Il Regesto di Farfa, II, Presso la Società, Roma 1878, pp. 143-177.
4 I. Schuster, L’imperiale abbazia di Farfa. Contributo alla storia del Ducato romano nel Medio Evo, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1921, pp. 62-63.
Francoforte per impetrare la concessione dei due diplomi, dove sarebbe morto l’11 agosto subito dopo averli ottenuti. L’anello-sigillo rappresentava un’immagine adeguata al rango sociale al quale apparteneva il suo possessore, sia per lo stato, sia per la funzione ricoperta. Diversamente dagli anelli-sigillo civili coevi non riproduceva la figura del possesso- re, basti ricordare la lunga e consolidata tradizione di età longobarda5, né è stato riutilizzato qualche oggetto che si richiamava al passato – cammei, monete od altro –, ma intenzionalmente si è voluto realizzare una tipologia nuova, volendo per certi aspetti guardare al futuro piuttosto che rifarsi all’antico, mostrando uno spiccato senso di affermazione di una precisa identità monastica e di una salda appartenenza ad una comunità di cui l’abate era il rappresentante pro tempore, mentre la chiesa abbaziale ne costituiva il carattere peculiare, fondante e nel contempo duraturo.
L’anello-sigillo di Benedetto costituisce, inoltre, un caso del tutto particolare, perché modifica nella sostanza la cronologia della loro presenza nello scenario europeo dove sarebbero apparsi soltanto in XI secolo, mentre in precedenza rappresentavano una prerogativa pressoche esclusiva delle cancellerie sovrane, regie o imperiali che fossero, nel campo dell’ordine temporale e di quella pontificia nello spirituale6. Credo che su questo punto si debba avviare una riflessione critica sull’uso degli anello-sigillo, seguendo le linee tracciate dalla Bedos-Rezak, la quale ha dimostrato, comparando i cartari medievali con i sigilli regi e vescovili, quanto fosse importante nelle società medievali comunicare, utilizzando gli strumenti simbolici a disposizione, un’immagine coordinata e forte della persona rivestita di un’autorità pubblica7 ed in questo caso specifico della auctoritas che derivava all’abate dall’essere a capo di una potente abbazia intimamente legata all’impero carolingio e che esercitava un potere quasi egemonico in una vasta zona dell’Italia centrale appenninica.
Un altro aspetto che merita di essere sottolineato è comprendere se, quando e su quali atti il sigillo venisse apposto dall’abate come strumento di validazione e con quale formula di corroborazione. Il fatto stesso che l’anello-sigillo si sia conserva- to quasi intatto induce ad inferire che ci si trovi di fronte ad un riferimento agli usi ed alle tradizioni di area germanica e in conseguenza abbia seguito il proprio possessore nella tomba, piuttosto che a quelle di area romana dove invece veniva spezzato o comunque reso inutilizzabile.
5 S. Lusuardi Siena, a cura di, Anulus sui effigii. Identità e rappresentazione negli anelli-sigillo longobardi, Atti della giornata di studi, Milano, Università Cattolica, 29 aprile 2004, V&P, Milano 2006.
6 Fabre, Sceau médiéval. Analyse d’une pratique culturelle, L’Harmattan, Paris 2013, pp. 31-32.
7 M. Bedos-Rezak, When Ego Was Imago. Signs of Identity in the Middle Ages, Brill, Leiden
2010, in particolare pp. 55-74.
Farfa in età carolingia: la chiesa abbaziale
Nel caso di Farfa, non ostante la ricchezza dei cartulari e delle fonti narrative per quanto riguarda in particolar modo il periodo altomedievale, non sono molte le in- formazione ed i dati che permettano di leggere meglio l’evoluzione delle strutture monastiche e le loro specifiche funzioni, importanti per identificare i vari aspetti della celebrazione delle funzioni liturgiche benedettine8, anzi le poche notizie con- tenute hanno alimentato interpretazioni fortemente divergenti. In parallelo si sono sviluppati molti studi e molte ricerche sull’argomento ad incominciare da Ildefon- so Schuster9. Intorno agli ’80 del secolo scorso le ricerche ebbero un notevole im- pulso grazie a Charles McClendon10 ed a David Whitehouse, sotto la cui direzione si sono avute alcune campagne di scavo, con pubblicazione di dati preliminari i cui risultati finali non sono mai stati editi compiutamente, con grave danno per la storia degli studi sul monastero e con la perdita di un’importante opportunità di conoscenza. Una ulteriore breve stagione fu effettuata nel 1993 ad opera sempre della British School at Rome11.
Uno dei temi maggiormente dibattuti sulle strutture monastiche altomedievali farfensi è senza dubbio quello dell’orientamento della chiesa altomedievale e della sua cronologia. Due in particolare gli elementi di forte dubbio: la datazione della cripta semianulare12, che era compiutamente emersa soltanto a cavaliere degli anni ’60 del secolo scorso, e la collocazione spaziale dell’oratorio del Salvatore che l’abate Sicardo (830-842) aveva aggiunto alla chiesa di S. Maria.
Le ipotesi più accreditate sembravano orientate verso una datazione al secolo IX della cripta ed al secolo XI della così detta abside quadrata, che si trova nel cortile seicentesco di ingresso al complesso monastico, fiancheggiata da due torri campa- narie, delle quali soltanto una è superstite.
8 W. Jacobsen, Il problema dell’utilizzazione: l’architettura altomedievale e la liturgia nei conventi monastici, in F. De Rubeis, F. Marazzi, a cura di, Monasteri in Europa occidentale (secoli VIII-XI): topografia e strutture, Atti del Convegno Internazionale, Museo Archeologico di Castel San Vincenzo, 23-26 settembre 2004, Viella, Roma 2008, pp. 309-319.
9 Se ne veda una rassegna in T. Leggio, L’abbazia di Farfa: fonti scritte, cultura materiale e strutture edilizie. Un profilo storico, in Farfa, storia di una fabbrica abbaziale, Vivi l’Arte, Farfa 20062, pp. 135-141. 10 Le sue ipotesi sono state edite separatamente: Ch.B. McClendon, The Imperial Abbey of Farfa. Architectural Currents of the Early Middle Ages, Yale University Press, New Haven and London 1987. 11 O. Gilkes, J. Mitchell, The early medieval church at Farfa: its orientation and date, in «Archeologia
medievale», XXII (1995), pp. 343-364.
12 Sulla diffusione delle cripte semianulari e sulla loro cronologia in Italia cfr. C.M.C. Mancuso,
Genesi e sviluppo della cripta semianulare in Italia, in «Quaderni del Centro di Studi Lunensi», ns 2 (1996), pp. 143-166, che data, p. 159, la cripta di Farfa alla metà del secolo IX. Cfr. anche F. Betti, Fondi e il Lazio meridionale. La formazione del Patrimonium Sancti Petri e la diffusione dell’arte carolingia nella regione, in M. Gianandrea, M. D’Onofrio, a cura di, Fondi nel Medioevo, Gangemi ed., Roma 2016, pp. 63-78.
Più recentemente, però, John Mitchell ha avanzato l’ipotesi che la cripta semia- nulare possa risalire alla seconda metà dell’VIII secolo, attribuendone la costruzio- ne all’abate Probato (770-779)13, e che la così detta abside quadrata possa essere attribuita invece all’abate Sicardo, riprendendo un’ipotesi che avevo formulato più di un trentennio fa14.
Del resto, anche da un punto di vista delle strutture edilizie del complesso monastico, le fonti scritte sembrano suggerire che Farfa già alla metà dell’VIII secolo avesse raggiunto aspetti monumentali caratterizzati da grandi effetti sia formali sia simbolici, adeguati al ruolo centrale che aveva assunto nel regnum Italiae. Come si può constatare, pur sommariamente riassunte, le posizioni sul- la dinamica temporale e sull’articolazione spaziale dei primi secoli di vita far- fense sono molte e variegate a testimoniare la complessità degli interventi che si sono succeduti, stimolati anche dalla ricchezza sempre crescente dell’abbazia sabina e, quindi, dalla possibilità per i suoi abati di poter investire molto sulla continua trasformazione delle sue strutture materiali e sul loro abbellimento, con chiari ed evidenti fini simbolici15. Un altro momento nel quale si sviluppa- rono interventi di grande importanza fu la prima metà del secolo IX, quando Farfa ormai costituiva un polo centrale del governo dell’impero carolingio nel regnum Italiae. È soprattutto nel periodo dell’abate Sicardo (830-842) che si concentrarono i lavori per la costruzione dell’oratorio dedicato al Salvatore, come sopra ricordato.
L’ultima rilettura delle architetture del monastero farfense e della loro storia, in particolare per il periodo altomedievale, è stata compiuta da Fabio Betti16, che ha sintetizzato le ipotesi precedentemente avanzate, mettendo nuovamente in evidenza la notevole produzione di capitelli a stampella, ben trentanove, inquadrabile cronologicamente tra il VI e l’VIII decennio dell’VIII secolo, realizzata da numerosi artisti con influssi e apporti, anche diretti, derivati dalle principali correnti artistiche altomedievali europee, dalla longobarda, all’aqui- tanica, alla visigotica, che avevano forse costituito ex-novo un’unica bottega
13 J. Mitchell, The display of cript and the use of painting in Longobard Italy, in Testo e immagine nell’alto Medioevo, Atti della XLI settimana di studio, Presso la sede del Centro, Spoleto 1994, p. 949 nota 149; Gilkes, Mitchell, The early medieval church cit., pp. 360-362.
14 Leggio, Farfa: problemi e prospettive di ricerca, in «Il territorio», 1 (1984), pp. 78-81.
15 Per una interessante e approfondita analisi della dinamica di accrescimento dei patrimoni
fondiari dei grandi monasteri benedettini italiani, F. Marazzi, San Vincenzo al Volturno tra VIII e IX secolo: il percorso della grande crescita. Una indagine comparativa con le altre grandi fondazioni benedettine italiane, in Id., a cura di, San Vincenzo al Volturno. Cultura, istituzioni, economia, Abbazia di Montecassino, Cassino 1996, pp. 58-66, in particolare per Farfa, pp. 46-51.
16 F. Betti, Farfa nell’Alto Medioevo fra storia, arte e archeologia, in I. Del Frate, a cura di, Spazi della Preghiera, Spazi della Bellezza. Il Complesso Abbaziale di Santa Maria di Farfa, Palombi ed., Roma 2015, pp. 29-45.
Fonte-Marca/Marche-rivista di storia regionale n°8/2017-AndreaLivi Editore
– Franco Leggeri Fotoreportage e Ricerca storica :“Origini della Diocesi di Porto e Santa Rufina”
Cattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e Maria
Franco Leggeri Fotoreportage e Ricerca storica “Origini della Diocesi di Porto e Santa Rufina”-La Diocesi di Porto con le altre di Ostia, Albano, Palestrina, Frascati e Sabina fa parte delle sedi suburbicarie. Fino al 1120, epoca in cui Callisto II unì alla diocesi di Porto quella delle Sante Rufina e Seconda, le diocesi suburbicarie furono sette. I vescovi suburbicari hanno grado di cardinali ed occupano il primo luogo ne sacro Collegio. La circoscrizione delle diocesi di Porto, dopo l’unione con quella delle Sante Rufina e Seconda, comprendeva i seguenti abitati e tenute: Porto-Maccarese-Palo-Santa Severa-Santa Marinella-Palidoro – Castel di Guido- Cerveteri-Ceri-Sasso- Giuliano- Santa Maria di Galera-Casaccia-Cesano- Isola Farnese-Storta-San Nicola-Olgiata-Vaccareccia-Riano-Primaporta-Bottaccio-Testa di Lepre-Leprignano-Castiglione Ricci-Tragliata-Magliana-Massimilla-Massimina-Pescaccio-Pisana-Ponte Galeria-Buccea-Porcareccia-Torrimpietra-Pisana.Castelnuovo. La Diocesi ebbe anche giurisdizione episcopale nel Rione Trastevere, e, dopo la ricordata unione con Santa Rufina, anche nella città Leonina. Sulle origini della sede Vescovile di Selva Candida e delle Ss.Rufina e Seconda il Moroni dà le seguenti notizie:” Nel martirologio di Adone, in Tillemont, T.4,p.5, ed in Bollando, T.3, Julii,p.28, si leggono gli Atti delle Sante Sorelle Rufina e Seconda vergini e martiri. Nate da Asterio ed Aurelia di stirpe romana, illustre e senatoria, furono fidanzate e promesse spose ad Armentario e Verino, i quali apostarono il cristianesimo nel 257 0 260 per la persecuzione di Valeriano e di Gallieno. Rufina e Seconda rigettarono con orrore la proposta che loro fu fatta di abiurare anch’esse la fede di Gesù Cristo. Volendosi rifugiare in una loro terra in Toscana, per delazione de’ due apostati furono inseguite da Archesilavo conte, e arrestate al 14° miglio della via Flaminia. Ricondotte in Roma dinanzi al prefetto Giunio Donato, questi, prima con le lusinghe , poi colle minacce di fieri tormenti, fece battere Rufina alla presenza della sorella per intimorirla, la quale invece si gravò perché a lei non fosse concesso tanto onore di patire per Gesù. Riportate in tetra prigione , ivi fu bruciato letame perché rimanessero , dal puzzo e dal fumo, soffocate, invece comparve splendida luce e si sentì in soave odore. Indispettito il prefetto le fece gettare in ardente bagno, dal quale uscite illese, ordinò che si precipitassero, con grosse pietre al collo, nel Tevere, ove un Angelo le prese , sciolse e condusse a riva. Allora Giunio le consegnò di nuovo ad Archesilavo perché o le facesse morire o le lasciasse libere a sua arbitrio. Ma il crudele conte le fece condurre in una selva folta ed oscura , perché appena vi penetrava il sole, chiamata Selva Nera, nel fondo di Busso o Buxo o Boccea nella via Aurelia o Cornelia, che conduceva a Porto e Civitavecchia, 10 miglia lontano da Roma (circa 8 delle moderne miglia). Ivi fece loro troncare le teste, lasciando i loro corpi insepolti esposti alle fiere. Comparse in visione a Plautilla matrona romana e signora del territorio, sebbene ancor gentile, l’esortarono a farsi cristiana ed a seppellirle. Tutto Plautilla eseguì, e trovati i cadaveri incorrotti diè loro sepoltura in onorevole monumento. Pel concorso de’ fedeli a venerarle , reso chiarissimo il luogo pel martirio più tardi patito anche dai SS.Marcellino e Pietro (V.Chiesa dei SS. Marcellino e Pietro) e pei miracoli da Dio operati, fu denominato Selva Candida, Sylva Candida. Vi fabbricò una magnifica basilica San Giulio I papa del 336, vi ripose i corpi delle dette Sante e Santi (secondo Piazza, che però nell’Emerologio di Roma dice che i corpi dei SS. Marcellino e Pietro furono sepolti nel Cimitero di Tiburzio in sontuoso mausoleo da Sant’Elena), ed in loro onore la dedicò prevalendo il nome delle Sante Rufina e Seconda, chiesa che San Damaso I nel 367 terminò. Frequentando la chiesa i cristiani, a poco a poco si fabbricarono abitazioni e si formò una popolata e nobile città, che meritò la Sede vescovile immediatamente soggetta alla Santa Sede, la seconda delle Suburbicarie dopo quella di Ostia. La città prese il nome delle Sante Rufina e Seconda e di Selva Candida, come vescovato.
Ricerca e trascrizione dal testo originario di Franco Leggeri
Foto originali di Franco Leggeri
Testi consultati,Papiri Diplomatici,Le origini delle Diocesi in Italia,Sedi Episcopali nell’antico ducato di Roma,Storia dell’Agro Romano.
S.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa RufinaCardinale EUGENIO TISSERANT Vescovo di Porto e Santa Rufina-Foto ,con dedica alla parrocchia dello Spirito Santo di Castel di GuidoDiocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale S.Eccellenza Cardinale EUGENIO TISSERANT benedice la campana (24 marzo 1955)Diocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale consacrata nel 1950 ANNO GIUBILAREDiocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale consacrata nel 1950 ANNO GIUBILAREDiocesi di Porto e Santa Rufina- Papa Pio XII visita la Cattedrale (29 ottobre 1957) ricevuto dal Cardinale TisserantDiocesi di Porto e Santa Rufina- Papa Pio XII visita la Cattedrale (29 ottobre 1957) ricevuto dal Cardinale TisserantS.E. Monsignor Tito Mancini, Vescovo Ausiliare per la Diocesi di Porto e Santa Rufina.Mons. Diego BONA- Vescovo della Diocesi di Porto e Santa RufinaS.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale consacrata nel 1950 ANNO GIUBILARES.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa Rufina
S.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaParrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaDiocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale della Diocesi di Porto e Santa Rufina a La Storta la tomba del Cardinale Eugenio Tisserant , Monsignor Luigi Martinelli, Monsignor Pietro Villa e Vescovo Andrea Pangrazio
Sede suburbicaria
Si dicono sedi suburbicarie le diocesi che si situano attorno alla diocesi di Roma. “Suburbicario” viene dal latinosuburbicarius, composto di sub, “sotto” e urbs, “la città” per antonomasia, Roma.
I cardinali vescovi esercitavano l’effettiva giurisdizione sulle loro sedi fino a quando papa Giovanni XXIII, con il motu proprioSuburbicariis Sedibus dell’11 aprile1962, attribuì il governo ai vescovi ausiliari (anticamente “suffraganei”), lasciando ai cardinali solo il titolo. La sede di Ostia, pur rimanendo una giurisdizione distinta, è amministrata dal cardinale vicario del Papa.
I cardinali vescovi titolari effettuano ancora un “presa di possesso” della diocesi, ma nella pratica i corrispondenti vescovi titolari esercitano tutte le funzioni della giurisdizione ordinaria.
Oggi solo il “titolo” è cardinalizio, mentre la diocesi è sempre affidata ad un vescovo ordinario che ne è comunque titolare.
Il territorio si estende su 2.000 km² ed è suddiviso in 57 parrocchie, raggruppate in 5 vicariati foranei: La Storta-Castelnuovo di Porto, Porto Romano, Selva Candida, Maccarese, Cerveteri-Ladispoli-Santa Marinella.
Elenco delle parrocchie della diocesi, aggiornato al 10 marzo 2025:[5]
Castelnuovo di Porto: Santa Maria Assunta, Santa Lucia (Pontestorto);
Cerveteri: San Martino Vescovo (Borgo San Martino), Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Ceri), Santissima Trinità, Santa Maria Maggiore, Sant’Eugenio (I Terzi), San Francesco d’Assisi (Marina di Cerveteri), Santa Croce (Furbara);
Fiumicino: Santa Maria degli Angeli, Nostra Signora di Fatima (Aranova), Santa Maria Porto della Salute, San Luigi Gonzaga (Focene), Assunzione della Beata Vergine Maria (Fregene), San Gabriele dell’Addolorata (Fregene), Santa Maria Madre della Divina Provvidenza (Isola Sacra), Santa Paola Frassinetti (Isola Sacra), Santa Maria Stella Maris (Lido del Faro), Sant’Antonio di Padova (Maccarese), San Giorgio (Maccarese), Santi Filippo e Giacomo (Palidoro), San Benedetto Abate (Parco Leonardo), Sant’Anna (Passoscuro), Santi Ippolito e Lucia (Porto), San Pietro Apostolo (Testa di Lepre), Sant’Antonio Abate (Torrimpietra), Sant’Isidoro (Tragliata), San Francesco d’Assisi (Tragliatella);
Ladispoli: Sacro Cuore di Gesù, San Giovanni Battista, Santa Maria del Rosario, Santissima Annunziata (Palo Laziale);
Riano: Beata Vergine Maria Madre della Chiesa (La Rosta), Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria;
Santa Marinella: San Giuseppe, Santa Maria del Carmelo, San Tito, Sant’Angela Merici (Santa Severa).
Storia
Questa diocesi è formata dall’unione di due antiche sedi suburbicarie: Porto, l’antico porto principale di Roma, situato sulla riva destra del Tevere prospiciente Ostia; e Selva Candida, un villaggio sorto intorno alla basilica delle sante sorelle martiri Rufina e Seconda, situata lungo la via Cornelia, che corrisponde all’attuale via Boccea.
Porto
La fede cristiana mise radici nella zona di Porto molto presto. Sono noti i nomi di vari martiri di Porto, tra cui Aconzio; Giacinto; Ercolano e Taurino; Eutropio, Zosima e Bonosa; Marziale, Saturnino, Epitteto, Maprile, Felice e compagni.
Il più importante e patrono della diocesi è sant’Ippolito, tradizionalmente conosciuto come primo vescovo di Porto, martire verso la metà del III secolo, il cui culto è documentato già alla fine del IV secolo;[6] ad Ippolito fu edificata una basilica extramurana sul luogo del martirio, riportata alla luce negli scavi di fine Novecento nel sito archeologico dell’Isola Sacra (Fiumicino). Un’altra basilica, chiamata “basilica urbana”, fu scavata a partire dal XIX secolo nei pressi del molo esagonale traianeo; benché non vi siano a tutt’oggi prove archeologiche, può essere identificata con la basilica dei Santi Pietro, Paolo e Giovanni Battista, prima cattedrale della diocesi, fatta edificare da Costantino Iiuxta portum urbis Romae, ossia “presso il porto di Roma”.[7]
Il primo vescovo storicamente documentato è Gregorio, che nel 314 partecipò al concilio di Arles nelle Gallie. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce due epigrafi con i nomi di due vescovi portuensi: una prima epigrafe, della fine del IV secolo, testimonia la costruzione della basilica di Sant’Ippolito per mano del vescovo Eraclida; una seconda iscrizione, datata tra IV e V secolo, riferisce della costruzione della basilica ai santi Eutropio, Zosima e Bonosa ad opera del vescovo Donato.
Nell’864 divenne vescovo di Porto Formoso, futuro papa; a causa della decadenza della città di Porto e delle incursioni dei saraceni, fu probabilmente Formoso a trasferire la sede episcopale e la cattedrale nell’isola Tiberina. Nel 1018 la bollaQuoties illa di papa Benedetto VIII[8] riferisce ormai di un totale abbandono e del definitivo trasferimento della cattedrale e dell’episcopio nella basilica di San Bartolomeo all’Isola.
Durante l’episcopato di Giovanni IV (1049-1066), papa Leone IX definì i confini della diocesi in rapporto a quella di Selva Candida:[9] la diocesi era compresa dal corso del Tevere a partire da Ponte Rotto, l’Isola Tiberina o Lycaonia fino a Porta Settimiana, da qui il confine saliva a Porta San Pancrazio e seguiva la via Aurelia fino al ponte sul fiume Arrone; si dirigeva verso il mare passando per Palidoro e, tenendo sulla destra il tenimento di Palo, passava per il tenimento di Maccarese; raggiunta la riva del mare il confine proseguiva fino alla foce del Tevere comprendendo l’Isola Sacra per risalire fino a Ponte Rotto; venivano quindi confermati a Porto tutta la zona di Trastevere e l’isola Tiberina, lasciando al vescovo il privilegio di datare i suoi documenti con la formula Datum Romae. Nel 1059 il vescovo di Porto vinse la controversia con il vescovo di Selva Candida relativamente all’intero possesso dell’Isola tiberina e delle chiese di San Bartolomeo e di San Giovanni Calibita.[10]
La diocesi di Selva Candida deve la sua origine alla basilica sorta sul luogo del martirio delle sante Rufina e Seconda sulla via Cornelia nel fundus de Buxus o de Bucca o Boccea.[11] Altri importanti santuari martiriali presenti nel territorio erano quelli dei santi persiani Maris, Marta, Audifax e Abacuc, anch’esso sulla via Cornelia, e quello dedicato ai santi Basilide e compagni sulla via Aurelia.
Il primo vescovo noto è Adeodato che presenziò nel 501 ad un sinodo convocato dal re Teodorico per giudicare l’operato di papa Simmaco; un omonimo è menzionato in un altro sinodo del 499 come Adeodatus Lorensis; ciò fa supporre che i vescovi di Lorium sulla via Aurelia abbiano trasferito la loro residenza a Selva Candida. Dopo Adeodato è noto il vescovo Valentino, vicario di Roma durante l’assenza di papa Vigilio, che ebbe le mani tagliate da Totila, e che condivise le sorti di Vigilio a Costantinopoli sulla questione dei Tre Capitoli. Valentino è documentato nelle fonti sia come episcopus ecclesiae Silvae Candidae, con indicazione del toponimo da cui la diocesi traeva il proprio nome, sia come episcopus a sanctae Rufina et Secunda, in riferimento al principale santuario che si trovava a Selva Candida.[12]
Probabilmente a partire dal VI secolo, la diocesi di Selva Candida assorbì il territorio dell’estinta diocesi di Acquaviva.
I successivi vescovi di Selva Candida sono noti per lo più per la loro partecipazione ai concili celebrati dai pontefici a Roma. Secondo le indicazioni riportate dal Liber Pontificalis,[13] la sede episcopale e la basilica delle Sante Rufina e Seconda vennero ristrutturate dai papi Adriano I (772-795) e Leone IV (847-855); distrutte dai Saraceni attorno al 900, furono ricostruite all’epoca di Sergio III (904-911) e del vescovo Ildebrando (905-910).
Tra i vescovi più importanti si ricorda nell’XI secolo Pietro, documentato come vescovo di Selva Candida tra il 1026 e il 1037. Nel 1026 papa Giovanni XIX gli confermò tutti i possedimenti dipendenti dalla sua giurisdizione vescovile, che vengono enumerati nella bolla del 17 dicembre;[14] tra questi si possono menzionare le località di Baccano, Bottaccia, Boccea, Castel di Guido, Castel Campanile, Cesano, Castel Giuliano, Formello, Isola Farnese, Leprignana, Luterno (Valle Luterana), Olgiata, Palidoro, Palo, Riano, Galeria, Santa Marinella, Santa Severa, Sasso, La Storta, Testa di Lepre, Torrimpietra, Tragliata. Nella stessa bolla il pontefice assegnava a Pietro e ai suoi successori la chiesa dei Santi Adalberto e Paolino sull’Isola Tiberina, quale episcopale domicilium et congruum receptaculum.[15] In una successiva bolla di novembre 1037, papa Benedetto IX, oltre a confermare i privilegi già concessi in precedenza, assegnò a Pietro e ai suoi successori, in perpetuo, il titolo di cancellieri e di bibliotecari della Sede Apostolica, che, dopo l’unione, passò ai vescovi di Porto.[16]
Con la bolla del 1026, ai vescovi di Selva Candida furono assegnate anche tutte le chiese della Città leonina, cinque monasteri e la facoltà di compiere le funzioni liturgiche e le ordinazioni nella basilica di San Pietro. Questi privilegi furono gradualmente aboliti solo dopo la fine della cattività avignonese, quando i pontefici trasferirono la propria residenza dal Laterano al Vaticano.
Gli ultimi due cardinali vescovi di Selva Candida furono Umberto (1051-1061) e Mainardo (1061-1073), stretti collaboratori dei pontefici nell’azione riformatrice della Chiesa, che passò alla storia come riforma gregoriana.
Porto e Santa Rufina
Papa Callisto II, nel 1119, unì in modo definitivo la sede di Porto con quella di Selva Candida (chiamata anche Santa Rufina), unione confermata da papa Adriano IV (1154-1159).[17]
Il 21 luglio 1452 la diocesi di Santa Rufina fu separata dalla sede suburbicaria di Porto, ma già l’anno successivo, dopo la morte del cardinale Francesco Condulmer le due sedi furono riunite.[18]
Dal XVI secolo la sede di Porto e Santa Rufina fu riservata al vice decano del Collegio cardinalizio; quando il decano cessava dal suo servizio per decesso o per elezione al papato, gli succedeva il cardinale vescovo di Porto e Santa Rufina, che optava per la sede suburbicaria di Ostia e Velletri, che era propria del decano. Questa prassi comportò episcopati generalmente molto brevi, anche di pochi mesi.
La diocesi era vastissima, andando dal Tevere a sud fino alla via Flaminia a est e ai Monti della Tolfa a nord, ma praticamente spopolata e devastata dalla malaria. Nel 1692 la popolazione residente si aggirava attorno alle 4.000 unità, mentre da una statistica ufficiale del 1853, risultava una popolazione complessiva di appena 3.030 abitanti. I centri abitati erano pochi e sparsi qua e là sul territorio; tra questi i maggiori erano Castelnuovo, Fiumicino, Cesano, Riano e Cerveteri, dove si trovavano le uniche parrocchie della diocesi. All’inizio del XIX secolo la diocesi si trovava in un tale stato di abbandono, che il cardinale Leonardo Antonelli la definì «uno scheletro arido e spolpato», indicandone le cause del declino nelle invasioni saracene del Medioevo e nell’insalubrità del clima. Tutto questo malgrado nella seconda metà del Settecento ci furono dei tentativi di mettere in atto una certa attività pastorale, con l’appoggio delle Maestre Pie, dei Gesuiti e la creazione di alcune parrocchie. La diocesi non aveva nemmeno una cattedrale, essendo quella di Sant’Ippolito a Porto oramai in decadenza, e un centro con il palazzo episcopale ed il seminario. Di fatto la sede esisteva solo perché associata al titolo cardinalizio.
Il cardinale Bartolomeo Pacca, tra il 1821 ed il 1830, restaurò la cattedrale di Sant’Ippolito, ristrutturò l’annesso episcopio e ornò il suo cortile con reperti provenienti dagli scavi dell’antica città di Porto.
Il 5 maggio 1914papa Pio X, con il motu proprioEdita a Nobis, abolì il conferimento della sede di Porto e Santa Rufina al vice decano del Collegio cardinalizio. Lo stesso motu proprio stabilì che da quel momento in poi il decano del Sacro Collegio avrebbe unito la sede di cui era titolare con quella di Ostia e conseguentemente gli episcopati dei vescovi di Porto e Santa Rufina hanno cessato di essere particolarmente brevi.
Nel 1921 la popolazione della diocesi era pari a circa 10.000 abitanti, a cui se ne aggiungevano circa 12.000 che vi risiedevano stagionalmente per i lavori agricoli. Sorgevano 19 parrocchie. Il territorio rimase pressoché spopolato fino alle bonifiche degli anni trenta, che estirparono la malaria. La crescita della città di Roma e dei suoi dintorni e la bonifica del territorio portò in pochi decenni ad un aumento notevole della popolazione diocesana, dai circa 50.000 abitanti nel 1950 ai circa 300.000 nel 2000.
Nel 1926 il gesuitatedesco Leopold Fonck diede inizio alla costruzione di una chiesa, in località La Storta, che avrebbe voluto dedicare a santa Margherita Maria Alacoque, i lavori rimasero incompiuti fino a quando nel 1948 il cardinale Tisserant non li riprese, progettando di istituire a La Storta il centro della diocesi. Nel giro di due anni la costruzione fu completata e dedicata ai Sacri Cuori di Gesù e Maria il 25 marzo 1950; il 7 marzo era stata elevata al rango di nuova cattedrale della diocesi, al posto della precedente chiesa dei Santi Ippolito e Lucia, con il decreto Episcopalis Cathedra della Congregazione Concistoriale.[19] Contestualmente furono edificati il palazzo vescovile, la sede della curia diocesana e il seminario. Il 25 febbraio 1953 fu istituito il capitolo della cattedrale con la bollaQui cognoverit di papa Pio XII.[20]
Con la riforma delle sedi suburbicarie decisa da papa Giovanni XXIII nel 1962 con il motu proprioSuburbicariis sedibus, ai cardinali di Porto e Santa Rufina rimase solo il titolo della sede suburbicaria, mentre il governo pastorale della diocesi venne affidato ad un vescovo residenziale pleno iure. Questa disposizione entrò in vigore con la nomina, il 2 febbraio 1967, di Andrea Pangrazio, il primo vescovo, non cardinale, di Porto e Santa Rufina.
Il 30 settembre 1986 la diocesi ha assunto la denominazione di sede suburbicaria di Porto-Santa Rufina per la plena unione delle due sedi.[23]
Cattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina-Foto di Alessandra Finiti-Cattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaOLYMPUS DIGITAL CAMERADiocesi di Porto e Santa Rufina
Diocesi di Porto e Santa Rufina
Cattedrale- Campanile-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa Rufina
Il Castello di Boccea- Articolo e Fotoreportage di Franco Leggeri-Roma Municipio XIV-Il Castello sorge sul “fundus Bucciea” che domina la valle del fiume Arrone e il fondo denominato anticamente “Ad Nimphas Catabasi”, sito al decimo miglio dell’antica via Cornelia,(domina il ristorante i SALICI sito sulla via Boccea). Si accede da una via sterrata all’interno della campagna e, come d’incanto, si vedono i resti del vecchio castello, luogo dove albergano le fiabe e ciò che rimane di una architettura delle allucinazioni per chi ha voglia di emozioni, le grandi emozioni, con un percorso iniziatico alla fantasia. Della vecchia costruzione , oltre ai cunicoli e gallerie, è visibile il Torrione, costruito in pietra selce e mattoni con rinforzi di possenti barbacani, necessari per contenere ed arginare il progressivo cedimento del banco tufaceo che costituisce la base naturale del fabbricato. Il Castello domina i boschi dove, nel 260 d.C. furono martirizzate S.s. Rufina e Seconda, mentre nelle vicinanze, al XIII miglio della stessa via Cornelia, nel 270 d.C. sotto l’Imperatore Claudio il Gotico, subirono il martirio Mario e Marta con i figli Audiface ed Abachum, famiglia nobile di origine persiana, come si legge nel Martirologio Romano”Via Cornelia melario terbio decimo ad urbe Roma in coementerio ad Nimphas, sanctorum Marii, Marthae, Audifacis et Abaci, martyrum”. Le prime tracce cartacee documentali del Castello si trovano nella bolla di Papa Leone IV, conservata negli archivi vaticani,tomo I pag. 16, con la quale si conferma la donazione al monastero di San Martino del “fundus Buccia” e delle chiese dei Santi Martiri Mario e Marta. Il Papa Adriano IV nel 1158 confermò alla basilica vaticana il Castello e i fondi di Atticiano, Colle e Paolo. In un antico atto conservato in Vaticano, al fascicolo 142,si legge che nel 1166 Stefano, Cencio e Pietro, fratelli germani e figli del fu Pietro di Cencio, cedettero a Tebaldo, altro fratello, la loro porzione del Castello di “Buccega”. Sempre dal medesimo archivio si apprende che Giacomo, Oddo, Francesco e Giovanni di Obicione, Senatori di Roma nell’anno 58 ( 1201), stabilivano che la basilica di San Pietro possedesse e godesse tutti i beni e gli abitanti del Castello di Buccia fossero sotto la protezione del Senato. Si stabilì che anche i canonici del Castello usufruissero dei privilegi e consuetudini accordati ai loro vicini, cioè come l’esercitavano nei loro castelli i figli di Stefano Normanno, Guido di Galeria e Giacomo di Tragliata (Vitale, “Storia diplomatica dei Senatori di Roma”, pag. 74 ). Da una bolla di Gregorio IX del 1240 si ha notizia di un incendio che distrusse il Castello e che il Pontefice ordinò di prelevare il denaro necessario alla ricostruzione direttamente dal tesoro della Basilica Vaticana (Bolla vaticana Tomo I, pag.124).In un lodo del 1270,che tratta di una lite di confini della tenuta,si menziona tra i testimoni Carbone,Visconte del Castello di Boccea. Il Castello subì nel 1341 l’attacco di Giacomo de’ Savelli, figlio di Pandolfo che, dopo averlo preso, scacciò gli abitanti e lo incendiò. Papa Benedetto XII, che era ad Avignone, scrisse al Rettore del patrimonio di San Pietro di”costringere quel prepotente a risarcire il danno”. Dopo il saccheggio da parte del Savelli il luogo rimase deserto secondo il Nibby mentre il Tomassetti, nella sua opera (pag.153) ci descrive il castello e la tenuta ancora abitato da una popolazione di 600 anime, cifra ricavata dalle quote sulla tassa del sale dell’anno 1480/81, durante il papato di Sisto IV. Della trasformazione da Castello a Casale di Boccea, moderna denominazione, si trova traccia nel Catasto Alessandrino del 1661,dove la costruzione viene indicata come “Casale con Torre”. Va ricordato che da 20 ettari di uliveto di Boccea si produceva l’olio destinato ai lumi della Basilica Vaticana, come si può desumere dalla cartografia seicentesca di G.B.Cingolani dove si legge”seguita a destra il procoio pure detto delle Vacche Rosse del Venerabile Capitolo di San Pietro, chiamato Buccea, olium Buxetum”. Attualmente il Casale di Boccea è in ristrutturazione con destinazione turistico-alberghiera, con un grande ristorante nel quale troneggia un imponente camino seicentesco in pietra. Altre tracce del passato sono i vari stemmi papali inseriti nei muri ed un frantoio manuale di recente ritrovamento, del tutto simile a quelli del Castello della Porcareccia e di Santa Maria di Galeria.
– articolo e foto di FRANCO LEGGERI
Castello di BocceaCastello di BocceaCastello di BocceaCastello di BocceaCastello di BocceaCastello di BocceaCastello di BocceaCastello di BocceaCastello di BocceaCastello di BocceaCastello di Boccea
–Fotoreportage di Franco Leggeri -Anno 2005-Villa Romana delle Colonnacce-
VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE
Fotoreportage di Franco Leggeri -Anno 2005-Castel di Guido- La Villa Romana delle Colonnacce è del II-III secolo d.C. è sita su di un pianoro all’interno dell’Azienda agricola comunale–La Villa ha strutture di epoca repubblicana che sono le più antiche e di epoca imperiale. La villa ha una zona produttiva di e la parte residenziale di epoca imperiale. La parte produttiva comprende l’aia o cortile coperto: il grande ambiente conserva le basi di tre sostegni per il tetto, mentre è stato asportato il pavimento, al centro si trova un pozzo circolare. Vi è una cisterna per la conservazione dell’acqua meteorica, all’interno della cisterna si trovano le basi dei pilastri che sorreggevano il soffitto a volta. A giudicare dallo spessore dei muri e dei contrafforti si può desumere che avesse un’altezza di circa 5 metri. Nell’ambiente di lavoro si trovano un pozzo e la relativa condotta sotterranea. Torcular : sono due ambienti che ospitavano un impianto per la lavorazione del vino e dell’olio. Vi era un torchio collegato alle vasche di raccolta, mentre in un ambiente più basso vi era l’alloggiamento dei contrappesi del torchio medesimo ed una cucina con contenitori in terracotta di grandi dimensioni (dolii). La parte residenziale ha un atrio, cuore più antico dell’abitazione romana, in cui si conservava l’altare dei Lari, divinità protettrici della casa. Al centro vi è una vasca ( compluvio) in marmo in cui si raccoglieva l’acqua piovana che cadeva da un foro rettangolare sito nel tetto (impluvio). Sale da pranzo, forse triclinari , ampie e dotate di ricchi pavimenti e di belle decorazioni affrescate sulle pareti. Cubicoli, stanze da letto . Vi erano dei corridoi che consentivano il transito della servitù alle spalle delle grandi sale da pranzo senza disturbare i commensali o il riposo dei proprietari. Il Peristilio o giardino porticato: era l’ambiente più amato della casa, di solito con giardino centrale ed una fontana. Dodici colonne sostenevano il tetto del porticato, che spioveva verso la zona centrale. I volontari del GAR –Zona Aurelio , scavano con perizia e recuperano frammenti, “i cocci”, li puliscono, catalogano e , quindi, li trasportano nella sede di via Baldo degli Ubaldi dove vengono restaurati e conservati . Nel 1976 la Soprintendenza Archeologica di Roma recuperò preziosi mosaici e pregevoli pitture che sono ora esposti al pubblico nella sede del museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. Se la Villa è visitabile e ben conservata lo si deve all’ottimo lavoro dell’Archeologa Dott.ssa Daniela Rossi che la si può definire “Ambasciatore e protettrice del Borgo romano di Lorium “. Ricordiamo il recente, superbo, lavoro della Dott.ssa Daniela Rossi nel quartiere Massimina sulla via Aurelia. La descrizione della Villa delle Colonnacce è una sintesi ,non esaustiva, di una conferenza-lezione che la Dott.ssa Daniela .Rossi -Archeologa ha tenuto nella sala grande del Castello nel borgo di Castel di Guido il 18/04/09 .Le foto sono di Franco Leggeri- Direttore Editoriale dei Quaderni della Campagna Romana.
Castel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco LeggeriCastel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco LeggeriCastel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco LeggeriCastel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco LeggeriCastel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco LeggeriCastel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco LeggeriFotoreportage di Franco Leggeri -Anno 2005-Castel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco LeggeriCastel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco LeggeriCastel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco LeggeriCastel di Guido-Villa Romana delle Colonnacce .Foto di Franco Leggeri
Roma-Di fondazione cinquecentesca e oggi sede della Fondazione Roma, Palazzo Sciarra Colonna fu condotto all’aspetto attuale nel XVII secolo dagli architetti Flaminio Ponzio e Orazio Torriani. Per il cardinale Prospero Colonna di Sciarra, tra il 1743 e il 1750, Luigi Vanvitelli progettò la decorazione in elegante rococò dell’appartamento al secondo piano (Biblioteca del Cardinale, Gabinetto degli Specchi) alla quale partecipò il pittore romano Stefano Pozzi. Alla fine dell’Ottocento il piano nobile, oggi parte integrante del percorso espositivo del Museo del Corso – Polo museale, è stato restaurato per volontà di Maffeo Barberini Colonna di Sciarra dall’architetto Francesco Settimi.
Roma-Palazzo Sciarra Colonna
Museo del Corso – Polo museale
Il Museo del Corso – Polo museale nasce dalla volontà della Fondazione Roma di donare alla Città un’istituzione museale a tutto tondo, in grado di mettere al centro il visitatore in accordo con i principi d’inclusione, d’impegno per il territorio e di promozione culturale che da sempre guidano l’azione della Fondazione nella comunità.
Partendo dal 1999, anno in cui si apre una prima sede espositiva dedicata a mostre di grande rilievo, il Museo del Corso si riconfigura oggi come vero e proprio Polo museale che unisce idealmente lo storico Palazzo Sciarra Colonna – unico nel suo genere per la presenza delle sale espositive ed archivistiche, nonché per la ricchezza degli ambienti settecenteschi progettati da Luigi Vanvitelli – con gli spazi espositivi di Palazzo Cipolla.
Roma-Palazzo Sciarra Colonna
Palazzo Sciarra Colonna – Collezione permanente
Palazzo Sciarra Colonna, antico palazzo nobiliare, è oggi la sede della Fondazione Roma e rappresenta il cuore del Museo del Corso – Polo museale.
Nelle sue sale viene custodita una preziosa Collezione permanente, costituita da una raccolta di opere che testimonia il rapporto tra l’arte e la Capitale attraverso i secoli.
Il Palazzo ospita anche un ricco e prestigioso medagliere di oltre 2.500 pezzi, alcuni dei quali unici o estremamente rari, la cui parte più consistente è rappresentata dalla serie di medaglie papali, che vanno dal XV secolo ad oggi.
Nel palazzo sono custoditi ambienti unici come l’Appartamento del Cardinale Prospero Colonna con il Gabinetto degli Specchi e la sua Biblioteca, progettati nel ‘700 da Luigi Vanvitelli e che rappresentano un esempio magistrale di stile rococò e rocaille.
Il palazzo è visitabile dal mercoledì alla domenica.
Archivio storico
Palazzo Sciarra Colonna custodisce al proprio interno anche un importante Archivio storico, il quale conserva i fondi archivistici prodotti da due istituti di credito romani: il Sacro Monte della Pietà e la Cassa di Risparmio di Roma di cui la Fondazione rappresenta oggi la continuazione storico-giuridica.
I due nuclei archivistici, strettamente connessi, hanno seguito le vicende della Cassa di Risparmio il cui percorso, attraverso trasformazioni e aggregazioni, è confluito infine nel gruppo Unicredit. Nel 2010 la Fondazione Roma ha ottenuto da Unicredit i due fondi in comodato, predisponendone la conservazione e la valorizzazione.
Roma-Palazzo Sciarra Colonna
Contatti
PRENOTAZIONI Si ricorda che è possibile prenotare le visite direttamente dalle pagine descrittive dei percorsi di visita. Prenota una visita.
INFORMAZIONI Per chiedere informazioni, prenotare una visita o mettersi in contatto con il Museo del Corso – Polo Museale chiamare i seguenti recapiti:
Numero di telefono: 0687153157
Call center attivo dal lunedì al sabato dalle ore 9.30 alle ore 17.30. Chiuso 1° gennaio, 6 gennaio, 25 aprile, domenica e lunedì di Pasqua, 1° maggio, 2 giugno, 29 giugno, 15 agosto, 1° novembre, 8 dicembre, 25 dicembre e 26 dicembre
Per informazioni scrivere a: info@museodelcorso.com
PER LE AZIENDE Il museo offre alle aziende la possibilità di visitare in esclusiva le mostre temporanee e la Collezione d’arte permanente, anche oltre il normale orario di apertura al pubblico.
Per eventi corporate è inoltre possibile usufruire degli ambienti storici di Palazzo Sciarra Colonna e Palazzo Cipolla.
Per informazioni scrivere a: ufficiomostre@fondazioneroma.it
Pomezia (Roma)-il Museo Civico Archeologico Lavinium festeggia 21 anni di attività.
Pomezia- Un importante traguardo per il Museo Civico Archeologico Lavinium, che martedì 31 marzo celebra
il ventunesimo anniversario dalla sua apertura, confermandosi come uno dei principali presidi culturali del territorio e punto di riferimento per la valorizzazione della storia e dell’archeologia dell’antica Lavinium.
Per l’occasione, alle ore 17:00, si terrà un evento istituzionale che vedrà la partecipazione delle autorità locali e dei rappresentanti della Soprintendenza, in un momento di condivisione e riflessione sul ruolo del museo nella tutela e promozione del patrimonio culturale.
Museo Civico Archeologico Lavinium
Ad aprire l’incontro saranno i saluti istituzionali del Sindaco del Comune di Pomezia, Veronica Felici, il Vicesindaco e Assessore alla Cultura Marco Marrone dell’Arch. Lisa Lambusier, Soprintendente della SABAP Area Metropolitana di Roma e Provincia di Rieti, e di Francesca Licordari, Funzionario Archeologo della medesima Soprintendenza.
Gli interventi offriranno l’occasione per ripercorrere i risultati raggiunti in questi anni e per delineare
le prospettive future del museo e del territorio.
Pomezia-Pratica di Mare (Roma)-Il Museo Civico Archeologico Lavinium
Nel corso dell’evento è previsto un momento particolarmente significativo: il saluto della Direttrice uscente,
la Dott.ssa Federica Colaiacomo, alla quale sarà rivolto un sentito ringraziamento per l’impegno, la professionalità e la dedizione dimostrati durante il suo incarico. Sotto la sua direzione, il museo ha consolidato il proprio ruolo scientifico e divulgativo, ampliando l’offerta culturale e rafforzando il legame con la comunità. La Direttrice lascia l’incarico per assumere la guida del Parco Archeologico di Ercolano prestigiosa istituzione di rilevanza internazionale.
La giornata sarà inoltre arricchita da una serie di iniziative speciali pensate per il pubblico: l’ingresso al museo sarà gratuito per l’intera giornata (ore 9:00-13:00/15:00-20:00), saranno organizzate visite guidate gratuite per accompagnare i visitatori alla scoperta delle sale del museo.
Per l’occasione il museo sarà straordinariamente aperto dalle ore 18:00 alle ore 20:00.
Un’occasione aperta alla cittadinanza e ai visitatori per celebrare insieme un anniversario significativo, riscoprire il patrimonio archeologico del territorio e rinnovare il legame tra istituzioni culturali e comunità.
Pomezia-Pratica di Mare (Roma)-Il Museo Civico Archeologico Lavinium
Redazione DEA SABINA
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Libro Edito: Formato elettronico (Pdf).
Opere di Pittura e Scultura almeno tre foto-Breve biografia dell’Artista
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Giovanni Ferrarese-Il caporalato – Carocci Editore Roma-
Descrizione in breve del libro di Giovanni Ferrarese-L’evoluzione del caporalato in Italia, dal secondo dopoguerra a oggi, restituisce la dimensione storica di una pratica che, pur trasformandosi, conserva rilevanza sociale e incidenza economica strutturale, essendo una realtà non confinabile al solo settore agricolo del Mezzogiorno, secondo una rappresentazione riduttiva ancora molto diffusa. Nel libro l’analisi delle dinamiche economiche e del mercato del lavoro si intreccia con i flussi migratori, gli sviluppi normativi, le risposte istituzionali e l’azione degli attori sindacali, evidenziando infine le connessioni del fenomeno con la criminalità organizzata, la violenza di genere e forme di sfruttamento del lavoro minorile.Giovanni Ferrarese- Assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, insegna Storia contemporanea nell’Università degli Studi di Salerno.
Giovanni Ferrarese-Il caporalato – Carocci Editore Roma-
Introduzione
1. La profondità storica del fenomeno Mobilità interna e caporalato: un lungo rapporto/ Il caporale: un possibile profilo/Collocamento e prime forme di legislazione anticaporalato 2. Il caporalato dalla transizione democratica al boom economico
Una stagione di scelte: i caporali di fronte alle lotte bracciantili del secondo dopoguerra/Una nuova disciplina per il collocamento/La meridionalizzazione del caporalato agricolo/Le condizioni di lavoro nell’agricoltura meridionale degli anni Cinquanta/L’intermediazione lavorativa non agricola nell’Italia del dopoguerra/Il lavoro a domicilio: la figura del gruppista/Caporalato e lavoro minorile 3. Le grandi trasformazioni del mondo agricolo
La femminilizzazione del bracciantato/La California nelle campagne meridionali/Dal caporale-trasportatore al “pulmanista”/Dalle esperienze territoriali alla riforma del collocamento: l’azione sindacale e politica/Nelle città del Nord Italia esplode il racket delle braccia 4. Il nuovo caporalato
Il caso della Piana del Sele/La nuova geografia meridionale del caporalato agricolo/La ricomparsa del caporalato agricolo nel Nord Italia/Prime presenze immigrate e caporalato/Lavorare nella “Piana”/Mobilitazioni sindacali, rapporti politici e risposte istituzionali 5. Gli anni Ottanta L’incidente di Ceglie Messapica: la piaga del caporalato assume una visibilità nazionale/La prima Commissione d’inchiesta sul caporalato e la riforma del collocamento/Organizzazioni criminali e gestione del mercato del lavoro agricolo/La tragedia dei “picchettini” e la scoperta del caporalato nei cantieri navali 6. La transizione
Il nuovo bracciantato migrante nel Mezzogiorno e gli accordi di Lavello/Dalle braccianti italiane ai braccianti extracomunitari/Il processo di “etnicizzazione” del caporale agricolo/Disperse, male rimesse, scinnute: caporalato e violenza di genere/Immigrazione e intermediazione di manodopera in edilizia 7. Un fenomeno in evoluzione
Le trasformazioni sociali nelle campagne all’alba del nuovo millennio/La legge 29 ottobre 2016, n. 199/Il caporalato digitale: le condizioni di sfruttamento dei riders
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Carocci Editore -Nata nel 1980 per iniziativa di Giovanni Carocci, la casa editrice si è ben presto affermata nel panorama italiano come una delle principali university press per il rigore delle scelte, l’affidabilità dei contenuti e la cura redazionale delle sue pubblicazioni.
Nel corso dei suoi quarant’anni di attività, accanto a libri rivolti al mondo degli studi e delle professioni – che restano comunque il cuore dell’attività della Carocci –, si è venuta ad affiancare una serie di proposte editoriali rivolte al lettore generale in una sempre più ampia gamma di ambiti disciplinari: dalla filosofia agli studi storici, dalla psicologia agli studi religiosi, dall’archeologia alla storia dell’arte, dalla linguistica alle letterature e, più recentemente, alle scienze e alla medicina.
Oggi, il suo catalogo si compone di circa 6.500 titoli e include ricerche specialistiche, manuali e monografie per studenti e professionisti, classici della letteratura e del pensiero, così come letture di approfondimento per il lettore generale, in una prospettiva di formazione e di arricchimento culturale permanenti.
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Roma-Nella sala al piano terra del Museo di scultura antica Giovanni Barracco perla nascosta tra i musei romani, arriva in esposizione il Nettuno, un prestito eccezionale dal Museo Lugdunum-Musée et Théâtres romains di Lione. Si tratta di un evento espositivo di assoluto rilievo, frutto di un importante scambio internazionale, che porta negli spazi del Museo, una tra le opere più significative provenienti dall’antica colonia romana di Lugdunum, l’attuale Lione.
Il Nettuno di Lione
Il Nettuno di Lione è una delle più grandi statue bronzee dell’antica Gallia, caratterizzata per l’adozione di un’iconografia tipicamente greco-romana, priva di eclettismi, generalmente molto frequenti nella scultura e nell’arte delle province romane. Realizzata nel III secolo d.C. da un atelier locale, l’opera a grandezza quasi naturale raffigura il dio del mare e delle acque nel momento in cui emerge dai flutti, identificabile per la disposizione dei capelli inanellati a “ricci bagnati”. Secondo un’iconografia mutuata dall’omologo greco Poseidon, si pensa che in origine la divinità recasse nella mano sinistra un tridente, suo attributo principale, e nella destra, forse, un delfino. La sua sede monumentale era probabilmente un tempio cittadino di Lugdunum, la città capitale della provincia della Gallia Lugdunensis e “metropoli” delle Gallie.
Significativa è la funzione di questo dio in quanto protettore e signore “delle acque”, ma non principalmente delle distese marine come presso Greci e Romani, bensì delle acque interne, fluviali. Interessante, al riguardo, il luogo della scoperta: la statua infatti venne ripescata nel Rodano nel 1859, nel tratto in cui il fiume attraversa la città di Lione, quasi a sottolineare il legame del dio col mondo acquatico fluviale, un legame da contestualizzare nella religiosità e nel culto dedicatogli in ambiente celtico.
L’iniziativa, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con Métropole Grand Lyon, nasce nell’ambito di un accordo per lo scambio di opere antiche stipulato tra il Museo di scultura antica Giovanni Barracco e il Museo Lugdunum-Musée et Théâtres romains, Métropole de Lyon, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione di quest’ultimo. Nel contempo, alcuni capolavori del Museo Barracco sono esposti nella mostra attualmente in corso a LioneC’est canon. L’art chez les Romains.
Roma Capitale- Era il 28 ottobre 1925 e nelle sale di Palazzo Caffarelli in Campidoglio vedeva la luce la Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale.
Esattamente 100 anni dopo, nell’odierna sede museale di via Francesco Crispi, sorta all’interno dell’ex convento delle carmelitane scalze a San Giuseppe Capo le Case, ne viene celebrata la fondazione con la grande mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925 – 2025.
Oggi, la Galleria ospita le oltre 3.000 opere della collezione, tra dipinti, sculture, disegni e opere grafiche che testimoniano i movimenti e le tendenze artistiche dal Diciannovesimo al Ventunesimo secolo.
Amedeo Bocchi – Nel Parco – 1919, Olio su tela
GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925 – 2025 è una finestra su queste esperienze, italiane ed europee, dal secondo Ottocento alle avanguardie come il Futurismo, la Secessione, la Scuola romana, il Novecento e il Ritorno all’ordine, il secondo dopoguerra e i nuovi canoni dell’Astrazione, dell’Informale e della Neoavanguardia.
Grazie alle oltre 100 opere selezionate, tra cui autentici capolavori di artisti del calibro di Giacomo Balla, Carlo Carrà, Mario Sironi, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Renato Guttuso, Giorgio de Chirico, Antonietta Raphaël Mafai, solo per citarne alcuni, potete attraversare un secolo di arte e storia, ripercorrendo al contempo l’evoluzione della Galleria capitolina attraverso sedi, date e avvenimenti fondamentali che l’hanno riguardata: dall’inaugurazione nel 1925 a Palazzo Caffarelli e la riapertura nel 1931 con il nome di Galleria Mussolini, curata da Antonio Muñoz, alla prima Quadriennale nel 1931 a Palazzo delle Esposizioni; dalla rinascita a Palazzo Braschi nel 1952 alla nuova sede a Palazzo delle Esposizioni (dal 1963 al 1972) a cura di Carlo Pietrangeli. Fino ad arrivare alla doppia inaugurazione del 1995 e del 2011 nella sede attuale.
Un secolo di cambiamenti, trasformazioni e stravolgimenti il cui unico scopo è stato quello di tutelare e valorizzare l’arte moderna.
In copertina: Amedeo Bocchi – Nel Parco – 1919, Olio su tela
Roma-Pinacoteca dei Musei Capitolini-Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva-
Roma-La Pinacoteca dei Musei Capitolini presenta la mostra Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva, un percorso dedicato al processo creativo e al valore estetico dell’incompiuto. L’esposizione vi invita a entrare “dietro le quinte” dell’opera d’arte, là dove il gesto dell’artista si interrompe, si trasforma o viene ripensato. Attraverso indagini diagnostiche non invasive, emergono pentimenti, modifiche e scelte tecniche che normalmente restano invisibili.
Guido Reni, Silvio, Dorinda e Linco, (Allegoria dell’amore rifiutato)
Le opere esposte sono state sottoposte a un programma di analisi scientifiche – tra cui riflettografia infrarossa, radiografia, imaging multispettrale e spettroscopia – che consente di ricostruire le diverse fasi esecutive. Tra i casi più significativi figurano il Cristo e l’adultera di Jacopo Palma il Vecchio e l’Anima beata di Guido Reni, opere segnate da profondi ripensamenti compositivi.
La mostra è curata da Costanza Barbieri e Claudio Seccaroni ed è realizzata nell’ambito del progetto europeo EAR – Enacting Artistic Research. Il progetto propone una lettura inedita di alcuni dipinti incompiuti della Pinacoteca Capitolina, restituendo l’idea di opere ancora in divenire, come se l’artista fosse sul punto di riprendere il lavoro.
Il percorso espositivo si apre con installazioni multimediali che introducono alle metodologie di indagine adottate dal team di ricerca, con l’obiettivo di “mostrare l’opera mentre accade”.
Nella Sala II il tema dell’incompiuto è affrontato attraverso il confronto tra un dipinto di Garofalo e un’opera analoga proveniente dalla Galleria Cantore di Modena, supportato da strumenti digitali interattivi che permettono di seguire l’avanzamento del lavoro.
Nella Sala III il Cristo e l’adultera di Palma il Vecchio rappresenta un caso di studio complesso, poiché l’opera rimase incompiuta alla morte dell’artista e fu successivamente parzialmente ridipinta. Le immagini diagnostiche consentono di osservare le modifiche apportate nel tempo e le parti lasciate irrisolte.
Il fulcro della mostra è la Sala VI, interamente dedicata a Guido Reni, che conserva il nucleo più consistente di opere non finite della Pinacoteca. Qui, potete seguire le fasi di lavorazione di dipinti come Silvio, Dorinda e Linco e l’Anima beata, di cui eccezionalmente si conserva anche il bozzetto. Il confronto con un disegno preparatorio per un Crocifisso suggerisce una possibile origine comune delle figure, mentre una ricostruzione 3D dell’Anima beata consente una fruizione accessibile anche a persone con disabilità visiva.
Il percorso si conclude con una selezione di macrofotografie che mette in evidenza l’energia della pennellata di Guido Reni, rapida e materica. Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva offre così una rara opportunità per comprendere il processo artistico attraverso strumenti solitamente riservati al restauro, riconoscendo all’incompiuto un ruolo centrale nella storia dell’arte e nel rapporto attivo con l’osservatore.
In copertina: Guido Reni, Silvio, Dorinda e Linco, (Allegoria dell’amore rifiutato)
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