Roma-Parco Archeologico dell’Appia Antica -Villa di Sette Bassi-
Roma, nel cuore del Parco Archeologico dell’Appia Antica, sono stati presentati al pubblico i risultati delle nuove indagini condotte nell’area delle cosiddette Terme dei Tritoni della Villa di Sette Bassi, uno dei complessi archeologici più affascinanti del suburbio sud-orientale della Capitale. L’appuntamento si è tenuto venerdì 5 dicembre davanti a un pubblico attento e numeroso, riunito per conoscere gli sviluppi di un progetto che unisce ricerca, tutela e valorizzazione grazie ai fondi del PNRR Caput Mundi. All’evento erano presenti il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, il dirigente delegato Luana Toniolo, e, a seguire, il già direttore del Parco dell’Appia Antica e attuale Direttore del Parco Archeologico del Colosseo, Simone Quilici, insieme a Raffaella Giuliani, segretaria della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Una squadra di nomi di primo piano che testimonia l’importanza dell’intervento e l’interesse crescente verso questo straordinario sito archeologico. Nel corso della presentazione, Luana Toniolo ha sottolineato come questi scavi aprano “un nuovo racconto della storia del settore sud-orientale del suburbio romano”, offrendo elementi fondamentali per comprendere l’evoluzione della villa, dalle strutture di età imperiale alle trasformazioni tardo-antiche. Il progetto prevede ora il restauro dell’imponente mosaico con thiasos marino, uno dei più estesi e meglio conservati della zona, oltre alla realizzazione di nuove coperture per garantirne la conservazione.
Roma-Parco Archeologico dell’Appia Antica -Villa di Sette Bassi-
Anche il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, ha messo in evidenza la portata scientifica della scoperta: un complesso termale di età medio-imperiale trasformato, tra IV e V secolo, in un edificio cristiano dotato di un raffinato fonte battesimale. Una trasformazione che arricchisce significativamente la conoscenza della Campagna Romana tardoantica, dimostrando l’efficacia di una ricerca fondata su metodologie solide e competenze integrate.
Lo scavo è stato diretto da Stefano Roascio, archeologo responsabile della Villa di Sette Bassi, che con la sua équipe ha documentato in modo estensivo l’antico complesso termale risalente alla metà del II secolo d.C. Le terme conservano un articolato impianto musivo in tessere bianche e nere che si estende per circa 60 metri quadrati, raffigurando un corteo marino di sorprendente qualità artistica.
Il dato più rilevante riguarda però la nascita, tra IV e V secolo, di un vero e proprio edificio liturgico, dotato di un fonte battesimale con due fasi costruttive. La presenza di rivestimenti marmorei, di un probabile tiburio e di un avanzato sistema idraulico testimonia un livello costruttivo paragonabile alle fondazioni urbane coeve. Particolarmente significativo il ritrovamento di una fistula plumbea in pressione, indizio di un apparato tecnico complesso e non comune in contesti rurali.
Le indagini stanno inoltre approfondendo l’ipotesi che la chiesa battesimale potesse ospitare la sede di una diocesi suffraganea di Roma, denominata Subaugusta o Subaugustana, finora conosciuta soltanto tramite scarse fonti documentarie. Una prospettiva che apre nuovi scenari per lo studio della cristianizzazione della Campagna Romana.
Roma-Parco Archeologico dell’Appia Antica -Villa di Sette Bassi-
La Villa di Sette Bassi, la cui imponenza emerge tra l’antica via Latina, l’acquedotto e le strutture rurali sopravvissute, conferma così il proprio ruolo centrale nella ricostruzione della storia archeologica della Capitale. Gli scavi, uniti al progetto di valorizzazione, stanno restituendo un sito vivo, capace di raccontare intrecci di storia, fede e architettura con un fascino che conquista studiosi e visitatori.
Per visitare l’area è necessario prenotare attraverso il portale Musei Italiani o l’App dedicata, oppure utilizzare il biglietto cumulativo settimanale o la Mia Appia Card, con accesso contingentato secondo le fasce orarie disponibili.
Fonte- Redazione giornale Anagnina- direttore responsabile: dott. Ivan Quiselli.
Plinio il Vecchio -Amore per la natura, la terra, le tradizioni agricole .
Il nome di Plinio è indissolubilmente legato all’immane tragedia dell’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., ed egli è diventato il simbolo dello studioso che sacrificò la propria vita alla scienza (“protomartire della scienza sperimentale” lo ha definito Italo Calvino), e dell’uomo generoso che accorse in aiuto degli sventurati còlti di sorpresa dal tremendo cataclisma. È necessario tuttavia notare che il suo interesse fu sempre rivolto all’osservazione e alla descrizione dei più minuti e svariati aspetti del mondo vegetale, minerale, umano, più che alla speculazione pura, o alla ricerca delle cause dei fenomeni naturali.
Con l’ascesa al potere di Vespasiano e il mutamento di clima politico seguìto alla morte di Nerone e al periodo di anarchia militare degli anni 68/69 d.C., Plinio (chiamato in seguito il Vecchio per distinguerlo dal nipote Plinio il Giovane), che aveva rifiutato ogni incarico sotto gli imperatori Claudio e Nerone preferendo dedicarsi agli studi, vide riaprirsi la strada della carriera politica. La sua fedeltà alla dinastia Flavia non era dovuta né a opportunismo personale, né a piaggeria di cortigiano,ma a condivisione ideale dei suoi valori. Accettò dunque di essere più volte procuratore in varie province dell’Impero,incarico che gli permise ampi sopralluoghi di carattere naturalistico, etnografico, geografico, in terre straniere. Fu poi nominato capo della flotta ancorata a capo Miseno, e qui trovò la morte durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. mentre si recava a portare soccorso alle popolazioni colpite da quel tragico evento naturale (della morte di Plinio durante l’eruzione del Vesuvio si è parlato in Umbrialeft del 27/2/2015)
Plinio il Vecchio naturalis
Nulla è rimasto di altre sue opere, ma la“NaturalisHistoria”, dedicata a Tito, figlio di Vespasiano e pubblicata nel 77, gli ha riservato nei secoli grande fama. L’importanza di questa poderosa opera enciclopedica, preziosa per quasi tutte le discipline scientifiche, è incalcolabile. Le notizie in essa riportate sono trentaquattromila (frutto della consultazione di duemila volumi di cinquecento autori), e spaziano dalla geografia alla cosmologia, dall’antropologia alla etnografia, dalla zoologia alla biologia e alla medicina, dalla metallurgia alla mineralogia, con ampi excursus anche di storia dell’arte.
Dovunque lo portarono i diversi incarichi della sua carriera, Plinio osservò con un genuino interesse naturalistico-scientifico l’infinita varietà dei fenomeni della natura, la fauna, la flora, gli usi e i costumi degli uomini. Annotava le osservazioni dal vivo, e gli appunti delle sue quotidiane letture che poi costituirono il materiale per la composizione della “NaturalisHistoria”, sintesi enciclopedica dell’universo naturale, ma scritta in funzione dell’uomo.
Al mondo vegetale Plinio dedica un’attenzione particolare: sorprendente è il suo spirito di osservazione rivolto alle più comuni piante spontanee. Troviamo dappertutto tracce di esperienze vissute, echi di cose viste e non soltanto lette: i luoghi dell’infanzia nella campagna lombarda, i paesaggi lacustri, i canneti, i salici presso le acque del lago Lario, la fertile e lussureggiante terra nei dintorni di Pompei dove egli soggiornò negli ultimi anni della sua vita, ma anche le fitte foreste di alberi di alto fusto che “aggiungono ombra al cielo” nei territori germanici dove si era recato come Ufficiale di cavalleria, i desolati paesaggi che si affacciano sul mare del Nord le cui terre flagellate continuamente dalle onde dell’oceano sono prive di alberi e di ogni vegetazione. Con semplicità e simpatia è svolta la trattazione delle più umili piante degli orti: la lattuga, il cavolo, il basilico, la rughetta, la ruta, la menta, la malva, l’origano, accompagnate sempre da brevi note sui rimedi contro le malattie o gli insetti che le infestano.
In giorni come i nostri, nei quali si fa un gran parlare di cibi transgenici, giova forse ricordare il sarcasmo di questo autore che non finisce mai di stupirci con le sue “anticipazioni”, contro i prodotti creati artificialmente, come ad esempio gli asparagi: la natura aveva creato gli asparagi di bosco, in modo che chiunque potesse raccoglierli dove spuntavano, ma “ecco che compaiono gli asparagi coltivati, e Ravenna ne produce di tali che raggiungono il peso di una libbra. Che prodigi operano i buongustai!” Parlando poi della differenza di sapore tra i frutti o gli ortaggi selvatici e quelli coltivati, egli nota che i primi hanno sempre un sapore più intenso e gradevole.
Plinio il Vecchio naturalis
Se i profumi dell’Arabia e dell’India e la loro importazione e diffusione gli suggeriscono considerazioni moralistiche contro il lusso, anche il desiderio di prodotti alimentari sempre più raffinati, riservati ai ricchi, suscitano la sua riprovazione: “la forza del denaro può tutto, e anche l’alimentazione si differenzia a seconda degli strati sociali: un pane raffinato, elaborato, prodotto con le migliori farine riservato ai ricchi e un altro più rozzo per la plebe”. Senza dubbio tale atteggiamento non è dettato da istanze di democrazia, ma da un’etica conservatrice diffidente nei confronti dell’evoluzione economica, della trasformazione dei metodi produttivi, dell’allargamento dei mercati, dell’importazione di prodotti stranieri che cambiano i costumi e le abitudini tradizionali. Tale posizione ideologica induce l’Autore a considerare l’eccesso di raffinatezza causa di decadenza, e le nuove inquietanti forme di lusso e di ricercatezza pericolose per gli equilibri sociali.
Trattando delle essenze odorose estratte dalle piante non potevano mancare le frecciate contro il lusso, tanto più deplorevole in quanto costringe a sborsare fino a quattrocento denari per poter disporre di modeste quantità di profumo, un lusso dunque “fra tutti il più vano; infatti le perle e le gemme almeno passano agli eredi, le vesti durano nel tempo: i profumi invece si dissolvono istantaneamente e muoiono appena nati. Il loro massimo pregio è che quando passa una donna, la sua scia attira anche chi è affaccendato in tutt’altre cose”.
Sempre in materia di divagazioni vegetali, l’uso di trattare gli alberi in modo da rimanere nani (come accade oggi, con una moda importata dal Giappone) induce il “naturalista” Plinio a scrivere con disgusto: “l’uomo ha inventato persino l’aborto degli alberi!” Non disdegna però, da uomo pratico e realista quale egli è, tutte le invenzioni della tecnica che hanno reso la vita dell’uomo, e soprattutto dell’agricoltore, notevolmente più agevole e produttiva: vere e proprie conquiste dell’ingegno umano sono dunque giustamente considerati l’aratro, la zappa, i rastrelli, le chiavi, le serrature.
In materia di agricoltura Plinio si mostra particolarmente esauriente: egli infatti scrive in modo che anche i contadini possano capire, e a tal fine lascia una numerosa serie di notizie a volte più accurate di quelle che scrittori dedicatisi esclusivamente ad argomenti agricoli, come Columella, avevano registrato.
Plinio giunge fino a informarci sull’uso e le qualità dei concimi animali. È perciò frequente imbattersi in consigli che restano validi ancora oggi e di uso comune nelle nostre campagne, ovviamente dove si coltiva ancora in modo non industriale: concimare il terreno irrorandolo con acqua dove sono stati messi a macerare i lupini, usare spruzzature di zolfo e calce sulle chiome e i fusti degli alberi per evitare malattie parassitarie, spargere il terreno di cenere per arricchirlo di sostanze minerali, rincalzare le radici di una pianta perché l’ardore del sole non le bruci, zappettarla all’intorno per rendere più friabili le zolle ed eliminare le erbacce, e tanti altri gesti millenari, nati dall’amore dell’uomo per la terra e dal suo bisogno di renderla più fertile.
Naturalmente anche non manca neanche un vero repertorio di notizie curiose sui primati in altezza o in larghezza, in peso o leggerezza, di alcuni esemplari di piante e di vegetali, oltre a una serie di consigli alimentari che anticipano i più moderni principi dietetici: ad esempio, poiché in una società opulenta i corpi sono appesantiti, Plinio propone fra i molti rimedi l’uso di vegetali e di carni bianche.
Alle proprietà medicamentose delle piante, delle erbe e degli ortaggi, è riservata una apposita trattazione. Singolare, ma completamente attendibile, è quanto Plinio dice dell’umile ma salutare lattuga e delle sue proprietà medicamentose: ha effetti rinfrescanti, elimina il senso di fastidio allo stomaco, stimola l’appetito, placa gli impulsi sessuali, concilia il sonno. A riprova delle prodigiose qualità di questo ortaggio, è riportato il fatto abbastanza noto che Augusto, il primo imperatore romano, grazie ai consigli di Musa, suo medico personale, riuscì a guarire dai suoi disturbi gastrici, proprio con l’uso della lattuga.
Campagna Romana
Nelle pagine dedicate alla coltivazione dei campi e degli orti, e ai consigli per i trattamenti delle piante tipicamente italiane, più che altrove si sente l’anima contadina di Plinio, il quale, anche mentre i suoi incarichi di funzionario del Palazzo lo tenevano chiuso nella sede degli archivi imperiali, non perdeva la mentalità e la sensibilità di chi ama la terra e le tradizioni agricole, come era stato per Virgilio. In tal modo mentre egli enumera le specie vegetali, abbandona spesso l’arida veste del compilatore o dell’agronomo, e il suo gusto per l’erudizione o il collezionismo di dati, per ascoltare l’anima della terra, il suo respiro quando viene liberata dalle erbacce, la sua felicità quando è vangata o arata per accogliere nuove sementi, e vede con stupore sempre nuovo il ripetersi miracoloso dei cicli produttivi, i colori dei suoi prodotti, lo spuntare di nuove gemme sui rami degli alberi dopo la potatura. Così egli sente gli alberi come creature viventi, che soffrono quando sono attaccate da parassiti, flagellate dalla grandine, o abbattute dal fulmine, ma ancor più quando è l’incuria degli uomini a procurare loro danni irreparabili.
Plinio aveva sempre vissuto con ammirevole “spirito di servizio”, distinguendosi in operosità, sete di sapere, interesse per ogni forma di conoscenza. Si era imposto di dedicare ogni momento disponibile del giorno e molte ore della notte allo studio diceva infatti che vivere è vegliare (“vita, vigilia est”).
Morì all’età di 56 anni, ma poté orgogliosamente consegnare ai posteri la sua miniera di notizie, documento d’inestimabile valore, ma anche testimonianza d’una eccezionale dedizione alla propria vocazione conoscitiva e insieme umanitaria, testimoniata da un quasi volontario incontro con la morte, mentre tutti, durante l’eruzione del Vesuvio, cercavano disperatamente di fuggirla.
Roma-Mostra personale di Verena D’Alessandro – Rȇverie-
Roma-Fondazione Marco Besso -Mercoledì 19 novembre (dalle ore 17,00 alle ore 19,30) verrà inaugurata la mostra personale di pittura Rȇverie. Viaggio tra memorie e immaginazione di Verena D’Alessandro nell’ambito di Studio Aperto-Arti visive alla Fondazione Marco Besso a Roma. In esposizione fino a venerdì 28 novembre una ventina di dipinti ad olio di formato medio-grande e piccolo, alcuni dei quali inediti, tutti incentrati sul tema del paesaggio.
Conosciuta per la sua peculiare pittura paesaggistica – genere a cui l’artista ha indirizzato la sua ricerca pittorica da più di vent’anni – Verena D’Alessandro realizza opere che evocano più che descrivere la realtà che ci circonda, andando ben oltre un racconto mimetico per immagini. La sua è una pittura dove si mescolano memorie personali di paesaggi incontrati nel corso di viaggi e riferimenti derivanti da pagine letterarie e da ambientazioni filmiche: un mix che conferisce al suo lavoro una forte originalità.
Verena D’Alessandro-Artista
Nella presente mostra Verena D’Alessandro espone una selezione di dipinti appartenenti a due cicli pittorici dove si possono scorgere tratti costanti che caratterizzano il suo lavoro e che la rendono ben riconoscibile nell’odierno panorama artistico: a cominciare dal segno sintetico ed essenziale eseguito per lo più a spatola, dalle atmosfere sospese e spesso enigmatiche dei suoi paesaggi, dal costante e avvolgente silenzio che li pervade e che lasciano allo spettatore spazio all’emergere dei propri ricordi ed emozioni. Come scrive Duccio Trombadori nella brochure che accompagna la mostra: “…sulla sostanziale differenza di qualità tra opera “dipinta” e quella semplicemente “tinta” si misura anche l’accento stilistico e l’espressione poetica di Verena che scommette sul valore puro della pittura e lo riscopre nell’atmosfera estatica e sognante dei suoi quadri migliori”.
Latina- Galleria Spazio Comel – “Sintonie” la mostra di Verena D’Alessandro
La mostra sarà visitabile fino al 28 novembre dal lunedì al venerdì dalle ore 10,00 alle ore 13,00 e dalle 14,30 alle 16,30.
Per partecipare all’inaugurazione o per accedere alla mostra i giorni successivi è necessario sul sito: www.fondazionemarcobesso.net/mostre
Roma-Una delle piazze più belle di Roma, deve il nome alla famosa “Bocca della Verità“, un chiusino a forma di mascherone, conservato nel portico dell’adiacente chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Secondo tradizione chiunque introducendo la mano non avesse detto la verità sarebbe stato mutilato con un taglio netto.
La piazza sorge dove si trovava il “mercato dei buoi” del Foro Boario: secondo antiche leggende, la zona era frequentata da genti provenienti dalla Grecia e dell’Asia anche prima della fondazione città. I ritrovamenti archeologici di ceramica greca dell’VIII secolo a.C. e di frammenti micenei confermano la tradizione.
La piazza racchiude una serie di monumenti di grande valore storico e artistico. Oltre alla già citata chiesa di Santa Maria in Cosmedin, si trovano il Tempio di Ercole erroneamente identificato con il Tempio di Vesta e il Tempio di Portunus, divinità del porto fluviale, entrambi del II sec a.C. Davanti ai due templi si erge laFontana dei Tritoni realizzata nel 1715 da Carlo Bizzaccheri su commissione di papa Clemente XI : a base ottagonale, rappresenta due tritoni che sorreggono una grande conchiglia da cui sgorga l’acqua. Qui fino al 1868 venivano eseguite le condanne capitali.Fonte Comune di Roma-
Roma-Piazza Madonna dei Monti per la sua bellezza e la sua atmosfera vivace, è una delle mete imprescindibili e dei principali punti di ritrovo del Rione Monti, il rione più antico della città ma anche, a dispetto della sua lunga storia, un quartiere “giovane” e dinamico punteggiato da localini caratteristici e alla moda, negozi vintage, bar per l’aperitivo e trattorie romane.
Roma-Piazza della Madonna dei Monti-
La piazza prende il nome dalla chiesa di Santa Maria dei Monti, che qui si affaccia con il suo fianco sinistro. Elegante e maestosa, con uno stile che segna il passaggio dal Rinascimento al Barocco, la chiesa fu fatta costruire da Papa Gregorio XIII sul sito di un più antico convento di suore Clarisse in seguito al ritrovamento di un affresco della Vergine a cui il popolo aveva attribuito svariati miracoli.
A essere incaricato del progetto fu l’architetto Giacomo Della Porta, autore qualche anno più tardi, sotto il pontificato di Sisto V, anche della bella fontana che orna la piazza, nota anche come fontana dei Catecumeni dal seicentesco Collegio dei Neofiti e Catecumeni costruito accanto alla chiesa. Il disegno semplice, una vasca di forma ottagonale entro cui si elevano due catini sovrapposti, e il materiale non prezioso, il travertino, confermano l’uso popolare e intensivo a cui la fontana, collocata in una piazza adibita allora a mercato, era fin dall’origine destinata.
Tra bei palazzi antichi e vissuti, sulla piazza si affaccia anche la piccola chiesa dedicata ai Santi Sergio e Bacco, ufficiali dell’esercito romano e martiri per la fede in Siria nel 303. Di origini molto antiche ma più volte ampiamente restaurato fino all’Ottocento, il complesso religioso fu affidato nel Seicento ai Monaci Ruteni di San Basilio che tuttora lo amministrano e dal 1961 è una delle tre chiese nazionali degli Ucraini di Roma.- Fonte Comune di Roma-
Ariccia (Roma)-Sabato 4 e domenica 5 ottobre 2025, presso la prestigiosa sede del Palazzo Chigi di Ariccia, Sala Maestra, si svolgerà la quarta edizione del “FESTIVAL DELL’ARCHEOLOGIA, STORIA, ARTE E TRADIZIONI AI COLLI ALBANI”.
La prima giornata, sabato 4 ottobre, sarà dedicata al convegno “LA VIA APPIA ANTICA REGINA VIARUM”, relatori: Mariano Malavolta, Anna De Santis, Claudio La Rocca, Rachele Dubini, Micaela Angle, Pamela Cerino, Andrea Pancotti, Maria Cristina Vincenti, Giuliana Galli, Riccardo Frontoni, Marco Placidi, Romano Moscatelli, Pino Pulitani, Luigi Ciotti, Alberto Silvestri, Deborah Chatr Aryamontri, Raffaella Silvestri, Alessandro Ercolin, Ciro Gravier, Nicoletta Cassieri.
Attraverso gli interventi dei vari relatori il pubblico potrà conoscere approfondimenti del tratto compreso tra Roma, Castelli Romani e Tres Tabernae (Cisterna di Latina).
Nella seconda giornata, domenica 5 ottobre, sarà presentato l’interessante volume, di Alberto Silvestri e Maria Cristina Vincenti, che raccoglie vent’anni di studi su Ariccia dal titolo “ARICIA ARICCIA. TREMILA ANNI DI STORIA”.
Il volume assume un significato speciale perché l’Archeoclub Aricino Nemorense aps celebra nel 2025 il suo ventennale, e testimonia l’impegno dei due studiosi nella pluriennale ricerca nell’ambito del patrimonio culturale della comunità.
Il pomeriggio sarà dedicato alla visita di alcuni tratti significativi della via Appia.
-Paolo Genovesi Fotoreportage –Concerviano-(RIETI)- Abbazia benedettina di San Salvatore Maggiore-
Descrizione-Paolo Genovesi Fotoreportage-L’Abbazia di San Salvatore Maggiore è uno dei più antichi e suggestivi monumenti della provincia di Rieti, prestigiosa testimonianza dell’Ordine Benedettino. Sorge sul pianoro Letenano, tra le vallate dei fiumi Salto e Turano, ed è costituita da una chiesa a navata unica, con cappelle laterali e presbiterio rialzato, da un imponente campanile e da tre edifici conventuali attorno a un cortile rettangolare di 50×50 metri. I tre edifici, con fasi costruttive e connotazioni architettoniche varie, hanno nel tempo ospitato funzioni diverse. L’ala est, annessa alla chiesa, ha accolto gli spazi comuni, come il refettorio, il capitolo, le cucine e gli ambienti dormitorio, ormai scomparsi dopo l’intervento del Genio Civile. È il più antico e in origine comprendeva l’intera struttura monastica. L’ala nord, nata con funzioni fortificatorie, di ricovero e di deposito, nel Rinascimento venne destinata a residenza. L’ala ovest ha avuto funzioni amministrative e di rappresentanza, quali Curia e Tribunale, e una parte più moderna, nata in fase post conventuale e destinata a cappella e a dormitorio per i seminaristi.
Fondata nel 735, fu distrutta dai saraceni intorno all’891 e ricostruita completamente nel 974, ampliata e trasformata più volte nel medioevo e in epoca moderna. Fino al XIII secolo fu al centro di numerose contese tra papato e impero e di dispute locali, con notevoli lavori di ampliamento. Continui lavori di riadattamento e ricostruzione ebbero luogo anche in seguito, a causa di assedi e danni accidentali. Con l’istituzione della commenda, verso la fine del XVI secolo, il complesso cominciò a trasformarsi in fortilizio e Ranuccio Farnese riadattò l’intera ala nord come propria residenza, aumentò lo spessore del corpo di fabbrica e realizzò il nuovo prospetto verso il cortile. Interventi di riadattamento più limitati sono poi dovuti a Francesco Barberini nel XVII secolo, commendatario che si adoperò, con successo, per la soppressione del monastero, sancita da Urbano VIII nel 1632. L’abbandono dei monaci e la nuova destinazione a sede del seminario diocesano provocò l’ultima grande trasformazione del complesso, che tra 1600 e 1700 aggiunse un nuovo corpo di fabbrica nell’ala ovest e fu riadattato per la nuova funzione. La storia secolare del monumento, che ebbe per lungo tempo stretto legame con l’abbazia di Farfa, è stata spesso tormentata, con ripetuti cambi di comunità religiose, e conosce dagli inizi del novecento un degrado sempre più evidente e un’accelerata distruzione.
Un intervento del Genio Civile, negli anni Trenta, ha prodotto un vero e proprio scempio delle strutture, vetuste, ma ancora resistenti, comportando numerosi crolli e distruzioni, soprattutto nel blocco est e il complesso ha vissuto un progressivo deterioramento sino alla metà degli anni Ottanta, che lo ha reso un rudere, fino all’intervento del Comune di Concerviano, guidato dal sindaco Damiano Buzzi, che lo ha acquisito nel 1986 e si è successivamente prodigato per avviarne valorizzazione e restauro.Fonte Regione Lazio-
Concerviano-(RI)- San Salvatore Maggiore
Pillole di storia–San Salvatore Maggiore è una abbazia Benedettina, sita sul monte Letenano nell’attuale frazione di Pratoianni del comune di Concerviano (RI). Fu fondata nel 735 d.C., in epoca longobarda, da monaci dell’abbazia di Farfa. Sorta sulle rovine di una preesistente villa romana, nell’891 d.C. fu incendiata dai Saraceni; successivamente ricostruita nella seconda metà del X secolo entrò in competizione con l’abbazia di Farfa nel controllo del territorio. Schieratasi con gli imperatori nella lotta per le investiture, è denominata per questo abbazia imperiale. Nel Trecento iniziò la decadenza, fino a che nel Seicento papa Urbano VIII, in forza della bolla Singulari diligentia del 12 settembre 1629, la soppresse unendola all’abbazia di Farfa.Negli ultimi anni è stata parzialmente ristrutturata grazie a fondi europei; attualmente è di proprietà del Comune di Concerviano.
Concerviano-(RI)- San Salvatore Maggiore
Paolo Genovesi Fotoreportage – Concerviano-(RIETI)- Abbazia benedettina di San Salvatore Maggiore-Paolo Genovesi Fotoreportage – Concerviano-(RIETI)- Abbazia benedettina di San Salvatore Maggiore-Concerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore Maggiore
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Antonio Gramsci: Perché studiare il latino e il greco? [Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55].
Antonio Gramsci: Perché studiare il latino e il greco?-Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità.
Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno.
Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti.
Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete.
Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola “formativa” immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come “democratica”, mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le differenze sociali. Il carattere sociale della scuola è dato dal fatto che ogni strato sociale ha un proprio tipo di scuola destinato a perpetuare in quello strato una determinata funzione tradizionale.
Se si vuole spezzare questa trama, occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovane fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come uomo capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige.
Il moltiplicarsi di tipi di scuole professionali tende dunque a eternare le differenze tradizionali, ma siccome, in esse, tende anche a creare nuove stratificazioni interne, ecco che nasce l’impressione della tendenza democratica. Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un manovale diventi operaio qualificato, ma che ogni “cittadino” può diventare “governante” e che la società lo pone sia pure astrattamente nelle condizioni generali di poterlo diventare.
Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perchè sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale.
È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi.
Ecco perchè molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste quistioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato.
Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.
Antonio GramsciAntonio Gramsci- AntologiaGramsci Antonio Jr.-
Pescara-PierGiò al Museo delle Genti d’Abruzzo-Pop visioni tra icone, colori e contraddizioni
Pescara, 11 settembre 2025-Un’esplosione di immagini, colori e provocazioni. Dal 13 al 30 settembre 2025 il Museo delle Genti d’Abruzzo, in via delle Caserme 24, ospita la mostra personale di PierGiò (Pierluigi Di Michele) dal titolo “Pop Visioni tra Icone, Colori e Contraddizioni”, a cura di Massimo Pasqualone.
PierGiò al Museo delle Genti d’Abruzzo-
Il percorso espositivo raccoglie una serie di lavori che re-interpretano lo spirito della Pop Art in chiave attuale e personale. PierGiò mescola frammenti visivi della cultura contemporanea – icone mediatiche, figure politiche, personaggi dello spettacolo, brand di moda, citazioni testuali e simboli social – trasformandoli in linguaggi visivi che diventano specchio dei nostri tempi.
La sua ricerca si sviluppa attraverso collage, acrilici materici, parole ritagliate e colori puri, dando vita a un’estetica immediata ed energica. Le opere catturano lo sguardo e invitano lo spettatore a riflettere sul rapporto tra società e individuo, ordine e caos, bellezza e contraddizione. In queste tele emergono icone come Freud, Lady Diana, Chiara Ferragni, Achille Lauro, ma anche creature fantastiche e simboliche, metafore di emozioni interiori e tensioni collettive.
La mostra si configura come un viaggio visionario e irriverente nel cuore della contemporaneità, in cui l’arte diventa strumento di critica, di dialogo e di provocazione. Un invito ad andare oltre la superficie per trovare senso nel caos visivo che ci circonda.
La mostra è visitabile negli orari di apertura del museo: info www.gentidabruzzo.com .
Soriano al Cimino (Vt). Al Castello di Corviano riemergono una chiesa altomedievale, il cimitero e le mura-
Soriano al Cimino -Si è conclusa la campagna di scavi 2025 al Castello di Corviano, nel comune di Soriano nel Cimino.Nel corso dei lavori sono stati aperti due saggi di scavo. Il primo, all’interno della rocca, ha portato alla luce un edificio ecclesiastico di età altomedievale circondato da un cimitero con tombe a fossa. Nell’aula è stato identificato un fonte battesimale e sono stati recuperati frammenti di arredi liturgici, tra cui resti di un ciborio e una colonna con capitello a foglie. Il secondo saggio, aperto lungo il perimetro fortificato, ha permesso di iniziare a leggere la complessità architettonica della struttura difensiva, sviluppata in più fasi tra l’Alto e il Basso Medioevo.
Attualmente i reperti sono in fase di studio nei laboratori dell’Università della Tuscia (Unitus) a Viterbo, dove si stanno effettuando le operazioni di pulitura, siglatura e catalogazione.
«I dati raccolti, riferisce l’Unitus in un comunicato, gettano nuova luce sulla vita religiosa e insediativa di Corviano, attiva almeno fino a fine XIII-inizi del XIV secolo, epoca in cui il sito è stato abbandonato».
La campagna, condotta sotto la direzione scientifica di Giuseppe Romagnoli, docente del Distu (Dipartimento di studi linguistico-letterari, storico-filosofici e giuridici), coinvolge gli studenti e le studentesse dell’Unitus (corsi di laurea triennale e magistrale in beni culturali e scuola di specializzazione in beni archeologici) e da altri atenei internazionali, in particolare dalla Francia e dalla Georgia.
Il progetto si svolge grazie a una concessione di scavo della Soprintendenza e si avvale dei sostegni del Museo dell’Agro cimino (diretto da Giancarlo Pastura) e del Comune di Soriano nel Cimino. I lavori di Corviano fanno parte di un più ampio programma di archeologia pubblica.
«L’iniziativa ha l’obiettivo, comunica ancora l’Unitus, di avvicinare il pubblico alla ricerca archeologica e rendere accessibile il sapere scientifico attraverso strumenti di comunicazione efficaci e inclusivi».
Dopo la pausa estiva, tra settembre e ottobre, riprenderanno le attività con il completamento della cartografia del sito, una ricognizione archeologica dell’area e nuovi momenti di incontro pubblico.
Nel 2026 la campagna riprenderà con nuovi saggi di scavo e ulteriori attività di archeologia pubblica, confermando il castello di Corviano come centro di riferimento per la ricerca scientifica sul Medioevo nella Tuscia e un modello di collaborazione tra istituzioni, università e territorio.
Nell’estremo settore nord del territorio di Soriano si svilupparono, nell’antichità, numerosi villaggi, i quali, in epoca romana, furono collegati tra loro da un tratto dell’importante Via Ferentiensis (procedente da Ferentum verso Falerii Novi) e da sue diramazioni locali. Alcuni di tali villaggi rimasero in vita anche nel medioevo. Tra le zone che presentano una maggiore quantità di emergenze archeologiche è quella in cui sorse l’insediamento di Corviano, ubicato su un altipiano boscoso di roccia vulcanica, che si protende a guisa di cuneo tra le valli di due piccoli corsi d’acqua (confluenti nel torrente Vezza), delimitato da alti strapiombi rocciosi, orridi e pittoreschi. Vi si conservano, tra l’altro: resti di mura etrusche e romane, un cospicuo raggruppamento di antiche abitazioni rupestri ipogee ed i ruderi di un castello medievale.
Il sito, già denominato Fundus Corbiani o Castrum Corbiani, nel medioevo fu a lungo possesso dei Benedettini dell’Abbazia di S. Andrea in Flumine, come molte altre parti del territorio sorianese. Tra i resti di antiche mura, meritano particolare attenzione quelli di una cinta etrusca (per complessivi circa 80 metri di lunghezza), che presenta tratti eseguiti con differenti tipologie costruttive. Uno di tali tratti, in particolare, risulta costruito con grossi blocchi a sezione pressoché rettangolare, con incastri angolari “a sedia” di tipo punico – ernico.
Le abitazioni ipogee, ricavate presso l’estremità dirupata del poggio, dovettero essere, in origine, circa una trentina; ma molte di esse risultano attualmente del tutto o in parte franate. Risalenti forse al tempo delle invasioni barbariche, tali abitazioni hanno subito modifiche e riutilizzazioni in tutto il medioevo ed in epoche successive (alcune servivano ancora come rifugio stabile a contadini e pastori all’inizio del ‘900). E’ presumibile che, in origine, le abitazioni medesime fossero formate in prevalenza da un solo vano, con una sola apertura verso l’esterno. I collegamenti tra più ambienti contigui, le attuali porte d’accesso e le scale che vi immettono non risultano originali. I primitivi accessi consistettero, invece, nelle odierne finestre, al tempo raggiungibili a mezzo di scale e passerelle lignee sospese sul dirupo (come è possibile rilevare da solchi ed incastri ancora presenti in alcune grotte).
Il castello, fatto costruire in data imprecisata da signori dei quali non ci è pervenuta notizia, nel 1278 passò ad Orso Orsini, nipote del papa Niccolò III. Fu poi a lungo conteso tra gli Orsini ed i Viterbesi, i quali ultimi lo diroccarono intorno al 1304. Ne restano vari ruderi del perimetro murario, che si affaccia con due lati su profondi dirupi naturali e, con un lato, su un vallo artificiale (forse più antico). Le sue fondamenta poggiano, in parte, su un resto di cinta muraria etrusco – romana. All’interno del suddetto perimetro murario castellano sono scarse tracce di una piccola chiesa. Tutta la zona prossima alle abitazioni rupestri ed al castello risulta poi interessata dalla presenza di altre notevoli emergenze archeologiche. Vi si conservano infatti, tra l’altro, i ruderi medievali di altre due chiese e di un mulino, una necropoli con tombe a fossa antropomorfe e varie pestarole (coppie di vasche ricavate nella roccia per la pigiatura e la raccolta del mosto).
BIBLIOGRAFIA
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PATRIZI D., La Selva di Malano, in Tuscia,IX, 29, Viterbo 1982.
RASPI SERRA J., Una necropoli altomedievale a Corviano e il problema delle sepolture a “logette” lungo le sponde mediterranee, in Bollettino d’arte LXI, 1976.
SANNA M. – PROIETTI L., Presenze archeologiche lungo la Via publica Ferentiensis e le sue diramazioni, Viterbo 2007.
SORIANO NEL CIMINO, a cura della CARIVIT (autori: D’ARCANGELI V. – SANTOCCHI A.), Viterbo 1993.
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