Kiki Dimoulà- La più grande poetessa greca dopo Saffo
Poesie di Kiki Dimoulà, pseudonimo di Vassichilì Radu- La critica Carla Saracino la definisce “la poetessa dei fotogrammi, delle cose immobili, del passato che rinasce” e spiega: “Cosa ha senso nella poesia di Dimulà? L’essere passati.
Artefice di 14 raccolte poetiche tradotte in sette lingue, tra cui il francese, l’inglese, il tedesco e l’italiano, l’autrice ateniese ha vinto nel 2009 il premio dell’Unione Europea per la letteratura ed è stata la prima donna vivente inserita nella prestigiosa pubblicazione francese ‘Gallimard’s poetry series’. Era sposata con il poeta Athos Dimoulas ed ha lavorato per tutta la vita come impiegata alla Banca nazionale greca.
Kiki Dimoulà-Poetessa greca
ESTATE
Quest’estate
è entrata come il disegno di bambinetto,
che per la prima volta mette in scena
paesaggi e stagioni
e non sa
che posizione, che distanza,
soprattutto che risalto dare
ai colori e alle cose.
E per imaginifica ignoranza
ha messo tutto quanto in primo piano,
in una confusione epica,
in un’improvvisa abbondanza, come se
un paesaggio vagabondo
fosse venuto ridendo a vuotarsi senz’ordine alcuno
dentro un altro paesaggio.
Lune sonnambule sul margine dei sogni,
lentischi malati del loro stesso odore,
piante di granoturco impettite e turgide
quasi ignare o quasi eroiche,
uliveti in preghiera
per tutta la lunghezza e la paura dello sguardo
– Dio mio, libera nos da lui –,
candide chiesette volanti,
con dietro crepuscoli lenti
come sacerdoti stanchi di suonare vespri,
mare adulatore
attorno all’ostinata asimmetria delle montagne
e mezzogiorni ritti
che si mettono sull’attenti davanti al sole.
E in alto
nuvole di calore innamorato.
Quest’estate
non se l’aspettava nessuno;
è arrivata come qualcuno che credevamo morto.
E ha portato anche un imbarazzo,
una tensione dimenticata
e un’insonnia
per cose che pensavamo anch’esse
morte.
(Faceva cosí caldo negli occhi,
c’erano certi bar svaporati,
certi canti infiammabili notturni,
certe mani ubriache che ballavano
e dicevano una cosa per un’altra ad altre mani.
In alto
scrivevano notti poetesse).
Quest’estate,
come un disegno di bambinetto,
completato da qualcuno
con cose che credeva morte
come poesia poggiata su poesia.
Adesso
quest’estate
sangue rappreso sopra i giorni.
L’abbiamo trovata morta
in qualche monologo carico di munizioni.
Kiki Dimoulà nata nel giugno 1931 ad Atene[2] con il nome da nubile di Vasiliki Radou e chiamata “Kiki”, nel 1952 sposò il poeta e ingegnere civile Athos Dimoulas, dal quale ebbe due figli, Dimitris (1955) ed Elsi (1957).
Carriera
Ha lavorato come impiegata presso la Banca di Grecia dal 1949 al 1973. È stata presidente della Fondazione Kostas ed Elenis Ourani (NPID di pubblica utilità sotto gli auspici dell’Accademia di Atene).
Fece la sua comparsa nel mondo delle lettere nel 1952, all’età di 19 anni, con la raccolta di poesie “Poesie”, ma dopo un po’ ripudiò quella prima raccolta. Il suo ingresso ufficiale nella poesia avviene nel 1956, con la raccolta “Erevos”. Successivamente sono usciti “Erimin”, “Epi ta ichni” e la raccolta “Un po’ di mondo” per la quale è stato insignita del 2º Premio di Stato per la poesia. Il Premio di Stato per la poesia è stato vinto dalla sua raccolta “Haire moti”, mentre le è stato assegnato il “Premio della Fondazione Ourani” per “Adolescence of Oblivion”, che include la poesia “Come se scegliessi”, dove la poetessa collega una passeggiata nel mercato pubblico con la fatalità della morte: “Faccio raramente acquisti. Perché lì ti dicono di scegliere./ È una comodità o un problema? Tu scegli e poi/ come porti il fardello/ che ha la tua scelta. […] Al massimo comprerò della terra. Non per fiori./ Per familiarità./ Lì non ha scelto. Lì con gli occhi chiusi”.
Seguono le raccolte “One Minute Together”, “Sound of Removals”, “Outside the Plan”, “Greenhouse Grass”, “Transported to the Side”, “The Euretra”, “Public Weather” e “Ano dot”.
In uno dei suoi discorsi sulla poesia, Dimoulà l’ha definita così:
«”Stai camminando in un deserto. Senti il cinguettio di un uccellino. Improbabile come un uccello sospeso nel deserto, sei obbligato a costruirgli un albero. Questa è la poesia”.»
Proposta per il Nobel per la Letteratura
Il 16 gennaio 2020, il Ministro della Cultura Lina Mendoni ha nominato Kiki Dimoulà, in una lettera ufficiale al Comitato, per il Premio Nobel per la Letteratura.[3]
Morte
Il 2 febbraio 2020, Kiki Dimoulà è entrata nell’unità di terapia intensiva di Atene a causa dell’insufficienza respiratoria cronica di cui soffriva.[4] Morì 20 giorni dopo, il 22 febbraio,[5][6], a causa di un arresto cardiaco dovuto a una grave broncopneumopatia cronica ostruttiva e insufficienza cardiaca.[7]
Fu sepolta il 25 febbraio nel Primo Cimitero di Atene, spese pubbliche, alla presenza di parenti, rappresentanti delle arti e del mondo politico, tra cui il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro[8][9]
Descrizione – Wisława Szymborska-Raccolta di Poesie “Canzone nera”-In una Varsavia che crolla a pezzi, i ragazzi di strada stringono fra le mani le bottiglie di benzina che sono impazienti di scagliare contro i carri armati tedeschi, mentre intorno a loro infuria quell’insurrezione che Białoszewski ha saputo miracolosamente farci vivere dall’interno. Gli spettri della guerra irrompono in Canzone nera, lasciando la giovane Szymborska con un nodo stretto in gola, «intriso d’ira», per la scomparsa dell’amato, ricca di una conoscenza del mondo che è il solo, amaro bottino, e alla ricerca di nuove parole: «A che serve la conoscenza della morte. / A causa sua si raffredda il tè sul tavolo. / Niente atmosfera. Di parole di sapone». I moltissimi, appassionati lettori abituati al suo bisogno di essere sempre universale rimarranno certo stupiti di fronte a testi che lasciano intravedere in filigrana le lacerazioni della Storia. Non a caso, dopo averli composti fra il 1944 e il 1948, Wisława Szymborska non ha voluto raccoglierli in volume, forse anche perché l’Unione degli scrittori polacchi si era nel frattempo pronunciata a favore del realismo socialista come unico stile ufficiale. Superato lo stupore, quei lettori non potranno tuttavia che riconoscere la sua impavida sicurezza di tocco, e rimanerne conquistati: «– è dallo stupore / che sorge il bisogno di parole / e perciò ogni poesia / si chiama Stupore –».
A cura di Andrea Ceccherelli.
Traduzione di Linda Del Sarto.
Edizione con testo a fronte.
Piccola Biblioteca Adelphi, 783
2022, pp. 154, 2 ill. in b/n
isbn: 9788845937149
Temi: Poesia
€ 14,00 -5% € 13,30
Wisława Szymborska-Poetessa polacca Premio Nobel per la letteratura-
Arsenij Tarkovskij è senza alcun dubbio uno dei più grandi poeti russi, con una potente intonazione lirica, una grande carica spirituale, per così dire, un poeta in forma pura, per il quale la cosa più importante è la propria concezione interiore della vita. E’ modesto. Non ha mai scritto nulla per diventare famoso. Non ha mai fatto nulla per mettersi in primo piano, per far carriera con la poesia.
Nota dalla recensione di Anna Achmatova a Prima della neve-1962- “Il libro di Arsenij Tarkovskij è un dono inaspettato e prezioso al lettore contemporaneo. Questi versi, che hanno atteso a lungo per venire alla luce, colpiscono per rare qualità, la più sorprendente delle quali è che da noi quotidianamente pronunciate si rivestono chissà come di mistero e suscitano echi inaspettati nel cuore. Se qualcuno non ha ancora questo libro, gli consiglio di procurarselo, in qualche modo, per giudicarlo nel modo più severo. Questo libro non teme nulla.”
Arsenij Tarkovskij
E lo sognavo e lo sogno
E lo sognavo, e lo sogno, e lo sognerò ancora, una volta o l’altra, e tutto si ripeterà, e tutto si realizzerà, e sognerete tutto ciò che mi apparve in sogno.
Là, in disparte da noi, in disparte dal mondo un’onda dietro l’altra si frange sulla riva, e sull’onda la stella, e l’uomo, e l’uccello, e il reale, e i sogni, e la morte: un’onda dietro l’altra.
Non mi occorrono le date: io ero, e sono, e sarò. La vita è la meraviglia delle meraviglie, e sulle ginocchia della meraviglia solo, come orfano, pongo me stesso,
solo, fra gli specchi, nella rete dei riflessi di mari e città risplendenti tra il fumo.
E la madre in lacrime si pone il bimbo sulle ginocchia.
Primi Incontri
Ogni istante dei nostri incontri lo festeggiavamo come un’epifania, soli a questo mondo. Tu eri più ardita e lieve di un’ala di uccello, scendevi come una vertigine saltando gli scalini, e mi conducevi oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti al di là dello specchio. Quando giunse la notte mi fu fatta la grazia, le porte dell’iconostasi furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva e lenta si chinava la nudità nel destarmi: “Tu sia benedetta”, dissi, conscio di quanto irriverente fosse la mia benedizione: tu dormivi, e il lillà si tendeva dal tavolo a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre, e sfiorate dall’azzurro le palpebre stavano quiete, e la mano era calda.
Nel cristallo pulsavano i fiumi, fumigavano i monti, rilucevano i mari, mentre assopita sul trono tenevi in mano la sfera di cristallo, e ” Dio mio! ” tu eri mia.
Ti destasti e cangiasti il vocabolario quotidiano degli umani, e i discorsi s’empirono veramente di senso, e la parola tua svelò il proprio nuovo significato: zar.
Alla luce tutto si trasfigurò, perfino gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando, come a guardia, stava tra noi l’acqua ghiacciata, a strati.
Fummo condotti chissà dove. Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi, città sorte per incantesimo, la menta si stendeva da sé sotto i piedi, e gli uccelli c’erano compagni di strada, e i pesci risalivano il fiume, e il cielo si schiudeva al nostro sguardo”
Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.
Arsenij Tarkovskij
Il bosco di Ignatij
L’ardere delle foglie in autocombustione totale si leva al cielo, e sul tuo cammino il bosco intero vive di un’eccitazione pari a quella che viviamo in quest’ultimo anno.
Negli occhi colmi di pianto si riflette la via come nella golena oscura si riflettono gli arbusti. Non fare i capricci, non minacciare, non toccare, non turbare la quiete del bosco sul Volga.
Puoi udire il respiro della vecchia vita: funghi viscidi crescono nell’erba bagnata, i lumaconi li hanno rosi fino al cuore ma una smania umidiccia ne vellica la pelle.
Il nostro passato è tutto simile a una minaccia: bada, ora torno, bada, ora ti uccido! Il cielo rabbrividisce e tiene l’acero come una rosa: che bruci di più, quasi sugli occhi. Riflessione
Sentivo amaramente di non aver fatto molto, la mia vita trascorreva senza concretezza, e in me il bene si ergeva contro il male, e la verità moriva dinanzi all’iniquità.
Non m’apparteneva l’infanzia, ma ero dove la vita era latenza, nel sangue degli avi, sotto erbe in luoghi inoperosi, e divenni il bersaglio dove iniziava la lotta e per miracolo oggetto della loro disputa.
Quando la sega penetra nel tronco, quando l’occhio divino dell’animale braccato è come acqua torbida imbevuta di caligine, quando un bambino soffre e nei medici non ha più fede, quando la prima gelata copre il grano, la taiga sconfinata arde dinanzi ai miei occhi, non posso dire: “questo è il destino”, e amaramente credo d’averne colpa.
La mia anima in tempo di guerra come le tenebre era nera. Ma è la vittima di tutte le lotte che genera come la bestia, anima mia, – mio genio protettore senza difesa – inghiottendo la morte si avvia ad aiutare il bene. Tutto si tiene a questo mondo e tutto è solidale, e se da sempre han combattuto per me le fronde del bosco – fronda io stesso devo diventare e ad ogni chicco devo prestare la mia voce.
Tutto si tiene a questo mondo e tutto è solidale: le costellazioni e la terra, l’uomo e l’uccello. E chi fa il bene si getta a capofitto in un vortice maestoso e non teme la morte, emerge ancora e subito, come un nuotatore, solidale per sempre all’onda e infine non potrà dire lui stesso cos’è, se stella, o terra, o uomo,
o uccello.
La lettera
Se oggi m’avessi scritto una lettera mi sarebbe giunta da sola, anche senza i francobolli, cassata o timbrata, anche senza poscritto o profumo di rose sui margini, anche senza l’indirizzo o le tue parole d’amore, oltre tutti i postini e i fermo posta militari, nel rifugio, sottoterra, fino a qui: da sola mi sarebbe giunta lo stesso!
Mandami almeno una riga, almeno una cinguettante riga di vocali, qui, al fronte. Ma cos’è una lettera! D’accordo, che non ce ne siano. Mi facevi impazzire anche senza di esse. Volgi il tuo viso ad occidente, oltre i monti, oltre i mari turchini.
Almeno un istante senza tempo né spazio, solo ali guizzanti nel sogno ingarbugliato, trattieni un attimo il respiro mentre spicchi il volo
oltre i mari ed i monti
Arsenij Tarkovskij
Ieri ti ho attesa fin dal mattino
Ieri ti ho attesa fin dal mattino, ma loro sapevano che non saresti venuta. Ricordi che bella giornata era? Una festa. Ed io uscivo senza il cappotto… Oggi sei venuta, e ci hanno preparato una giornata particolarmente grigia. La pioggia, l’ora così tarda, le gocce scorrono per i rami freddi… La parola non serve a placarle, né le asciuga il fazzoletto.
Brani scelti:Leonardo Sciascia – La mediocrità al potere-Brani scelti:, Il Globo, 24 luglio 1982.
Brani scelti: Leonardo Sciascia , Il Globo, 24 luglio 1982.Direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e nella privata, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese.
In queste persone la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – fantasia.
In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di “impiegati d’ordine”; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – come poveri “cavalieri d’industria”; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia.
Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto l’8 gennaio 1921, da Pasquale (1887-1957) e Genoveffa Martorelli (1898-1979); è il primo di tre fratelli, Giuseppe (nato nel 1923) e Anna (nata nel 1926): suo padre, emigrato negli Stati Uniti a venticinque anni, era rientrato in Sicilia dopo la Grande Guerra e si era sposato nel marzo del 1920. Racalmuto è per Sciascia il luogo del precoce apprendistato culturale: nelle scuole elementari frequentate dal 1927, nella sartoria dello zio Salvatore, nel teatro gestito dallo zio Giuseppe e adibito a cinema, in casa con la madre, una sua sorella insegnante elementare e le tre zie paterne, e soprattutto fra i libri che riusciva a reperire, fossero essi I promessi sposi o I miserabili, oppure le Memorie di Casanova, i Libelli di Courier, il Paradosso sull’attor comico di Diderot, o anche libretti d’opera.
«Isola nell’isola, come ogni paese siciliano», Racalmuto era un grosso borgo (13.045 abitanti nel 1921) con un’economia basata sull’estrazione dello zolfo e del sale, a metà strada tra Agrigento (allora Girgenti) e Caltanissetta: due città emblematiche, per aver dato i natali a Luigi Pirandello la prima, per esser diventata nel 1937-38 la destinazione scolastica di Vitaliano Brancati l’altra. Le due città divennero i poli di una formazione che per il giovane Sciascia coincise con l’affrancamento da un «pirandellismo di natura» in cui si sentiva ingabbiato: «sono nato e vissuto in un’area avant la lettre pirandelliana», scrisse nel 1986, «la provincia di Girgenti era il territorio che Pirandello aveva scoperto ed esplorato: e io mi ci sono maledettamente intricato – con lo stupore, l’ansietà, la febbre dell’adolescenza – appena cominciato a leggerlo».
Sciascia si trasferisce a Caltanissetta con la famiglia nel 1935 e lì intraprende gli studi magistrali nella stessa scuola dove insegnava Brancati, con cui però non ebbe all’epoca rapporti diretti.
La guerra di Spagna aveva rimosso definitivamente quel poco di nazionalismo mussoliniano che gli si era sedimentato dentro («a scuola», si legge in LaSicilia come metafora, «quando il maestro parlava del fascismo e di Mussolini, un po’ di entusiasmo mi veniva») e lo porta su posizioni convintamente antifasciste: si avvicina così a coetanei aderenti al Partito comunista clandestino animato a Caltanissetta da Pompeo Colajanni, come Luigi (Gino) Cortese ed Emanuele Macaluso, e agli ambienti antifascisti cattolici.
Nel 1941 si iscrive alla Facoltà di Magistero di Messina, supera 17 esami, ma non si laurea. Nel frattempo, dopo un primo impiego al consorzio agrario di Racalmuto come addetto all’ammasso del grano, inizia a insegnare nella scuola elementare del suo paese, ed è nell’ambiente scolastico che conosce Maria Andronico, che sposa nel 1944 e da cui ha due figlie, Laura (1945) e Anna Maria (1946).
1947- 1978
Conosce bene per tradizione familiare la realtà delle zolfare, perché suo nonno da caruso era diventato amministratore di una miniera, suo padre era contabile in una zolfara. Tutto ciò, insieme con la storia e la vita di Racalmuto, confluisce in quello che lo scrittore riteneva essere il suo vero primo libro, Le parrocchie di Regalpetra, pubblicato da Laterza nel 1956. Da più di dieci anni Sciascia scriveva saggi e articoli, soprattutto di letteratura siciliana, in particolare di poesia, e opere originali: nel 1950 aveva pubblicato Le favole della dittatura, nel 1952 la raccolta poetica La Sicilia, il suo cuore, nel 1953 il saggio Pirandello e il pirandellismo, dove pubblica delle lettere inedite di Pirandello al critico Adriano Tilgher.
Fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta si afferma nel mondo delle lettere grazie ai libri pubblicati dall’editore Einaudi: i racconti de Gli zii di Sicilia (1958) e due romanzi, Il giorno della civetta (1961) e Il consiglio d’Egitto (1963). Nel corso degli anni Sessanta gli interessi e l’attività di Sciascia si diversificano e si ampliano, pur restando fedeli a un nucleo che ha il suo centro in Sicilia: scrive di letteratura, di storia, di arte, di politica, continuando a pubblicare romanzi (A ciascuno il suo esce nel 1966), racconti, pièces teatrali, persino documentari filmati.
Nell’agosto del 1967 si trasferisce a Palermo (passando comunque le estati in Contrada Noce, nei pressi di Racalmuto, dove stende tutti i suoi libri), e da lì osserva le vicende che alla fine del decennio cambiarono profondamente la società. I riflessi sulla sua letteratura sono in un primo tempo mediati: la repressione sovietica della Primavera di Praga gli ispira una pièce teatrale su un episodio di storia siciliana del XVIII secolo, la Recitazione della controversia liparitana (dedicata a A. D.), ovvero a Alexander Dubček, il leader della Primavera di Praga. Ma già dai primi anni Settanta Sciascia scrive libri come Il contesto. Una parodia (1971) e Todo modo (1974) che affrontano tematiche d’attualità non più legate esclusivamente alla Sicilia, anticipando fenomeni politici e sociali e prefigurando eventi drammatici.
Il contesto genera forti polemiche con parte della sinistra italiana, ma ciò nonostante Sciascia prima partecipa accanto ai comunisti alla campagna referendaria in difesa della legge sull’aborto (1974), poi, l’anno successivo, si candida e viene eletto al Consiglio comunale di Palermo, come indipendente nelle liste del PCI. Dimessosi polemicamente dopo due anni (il romanzo del 1977 Candido. Un sogno fatto in Sicilia è in sostanza il racconto di quella delusione), Sciascia è protagonista di polemiche soprattutto ma non solo politiche, trovandosi a discutere con esponenti del mondo scientifico dopo la pubblicazione de La scomparsa di Majorana nel 1975.
Ma il culmine polemico viene raggiunto nel 1978 in occasione del rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e del pamphlet che scrive a ridosso dell’evento, L’affaire Moro. Un evento determinante nella decisione di candidarsi alle elezioni europee e politiche del 1979 nelle liste del Partito Radicale, e che avrebbe segnato la sua attività parlamentare.
1980 – 1989
Le opere dei primi anni Ottanta (Il teatro della memoria del 1981, in cui ripercorre la storia dello smemorato di Collegno; La sentenza memorabile del 1982, un commento al capitolo «Degli zoppi» degli Essais di Montaigne; Kermesse del 1982, una raccolta di detti popolari della sua Racalmuto, che costuisce il nucleo di Occhio di capra, apparso due anni dopo) sono appunto una sorta di ‘vacanza’ da quell’impegno per certi versi poco congeniale allo scrittore. Sono gli anni del suo impegno alla casa editrice Sellerio, di cui orienta molte scelte.
Approdato ormai alla grande stampa nazionale – scrive su «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «L’Espresso», pur senza abbandonare «L’Ora» e «Il Giornale di Sicilia» e altre testate –, sforna numerosi articoli di letteratura, storia e arte, che confluiscono nel 1983 in Cruciverba, terza raccolta di saggi, ormai di respiro europeo, dopo le raccolte siciliane Pirandello e la Sicilia (1961) e La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia (1970). E interviene su temi di scottante attualità, come mafia e terrorismo, e sui problemi e le distorsioni della giustizia: A futura memoria (se la memoria ha un futuro) raccoglie nel 1989 gli scritti più significativi. Quell’anno torna a occuparsi del suo padre letterario con Alfabeto pirandelliano, pubblicato da Adelphi, che da tre anni era diventata la sua casa editrice, e raccoglie da Sellerio gli ultimi saggi su temi culturali in Fatti diversi di storia letteraria e civile.
Negli ultimi anni, dopo tante inchieste e cronache, Sciascia torna alla narrazione: nel 1987 con Porte aperte, ispirato al giudice racalmutese Salvatore Petrone, poi con due veri e propri romanzi d’invenzione (o di fiction, se si preferisce) percorsi da allusioni autobiografiche: Il cavaliere e la morte (1988), che si può considerare lo splendido testamento letterario dello scrittore, e Una storia semplice, uscito pochi giorni prima della morte, che lo coglie a Palermo il 20 novembre 1989.
Sciascia aveva il culto della memoria. In vita fece almeno tre scelte volte a preservare la vitalità della sua produzione: disegnò con Claude Ambroise una raccolta di opere pubblicata da Bompiani tra 1987 e 1991, affidò ad Adelphi la gestione dei singoli libri (dal 1986 a oggi tutti disponibili nel catalogo della casa editrice, insieme con una nuova raccolta delle opere, e varie sillogi di scritti dispersi) e mosse i primi passi formali per la creazione della Fondazione a lui intitolata nel suo amato paese natale, mai davvero lasciato.
La Sicilia, il suo cuore, con disegni di Emilio Greco, Bardi, Roma, 1952.
Pirandello e il pirandellismo. Con lettere inedite di Pirandello a Tilgher, Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1953.
Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari, 1956; seconda ed. ampliata, Laterza, Bari, 1963; poi, insieme con Morte dell’inquisitore, Laterza, Bari, 1967, pp. 9-158.
Gli zii di Sicilia, Einaudi, Torino, 1958; seconda ed., Einaudi, Torino, 1960.
Pirandello e la Sicilia, Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1961.
Morte dell’inquisitore, Laterza, Bari, 1964; seconda ed., insieme con Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari, 1967, pp. 159-233.
L’onorevole, Einaudi, Torino, 1965.
Feste religiose in Sicilia, Fotografie di Ferdinando Scianna, Bari, Leonardo da Vinci Editrice, 1965, pp. 9-35 (poi in La corda pazza, 1970).
A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966.
Racconti siciliani, Istituto Statale d’Arte per la decorazione e la illustrazione del libro, Urbino, 1966 (poi in Il mare colore del vino, 1973, tranne Arrivano i nostri, incluso in Il fuoco nel mare, 2010).
Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D., Einaudi, Torino, 1969.
La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, Einaudi, Torino, 1970.
Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Edizioni Esse, Palermo, 1971.
Il contesto. Una parodia, Einaudi, Torino, 1971.
Il mare colore del vino, Einaudi, Torino, 1973.
Todo modo, Einaudi, Torino, 1974.
La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino, 1975.
Il fuoco nel mare, Illustrazioni di Simon Sautier, Emme, Milano, 1975 (poi in Il fuoco nel mare, 2010).
Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, Einaudi, Torino, 1977.
I Siciliani, Foto di Ferdinando Scianna, Testi di Dominique Fernandez e Leonardo Sciascia, Einaudi, Torino, 1977 (poi in Occhio di capra, 1984).
L’affaire Moro, Sellerio, Palermo, 1978; seconda ed. con la Relazione di minoranza presentata dal deputato Leonardo Sciascia, Sellerio, Palermo, 1983.
Dalle parti degli infedeli, Sellerio, Palermo, 1979.
Nero su nero, Einaudi, Torino, 1979.
Il teatro della memoria, Einaudi, Torino, 1981.
Leonardo Sciascia, La palma va a nord, a cura di Valter Vecellio, Quaderni Radicali, Roma, 1981; seconda ed., Gammalibri, Milano, 1982; poi parzialmente in Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, La Vita Felice, Milano, 2003.
La sentenza memorabile, Sellerio, Palermo, 1982.
Cruciverba, Einaudi, Torino, 1983
Il volto sulla maschera. Mosjouskine – Mattia Pascal, Mondadori, Milano, 1980 (poi in Cruciverba, 1983).
Kermesse, Sellerio, Palermo, 1982 (poi in Occhio di capra, 1984).
Storia della povera Rosetta, Sciardelli, Milano, 1983 (poi in Cronachette, 1985).
Occhio di capra, Einaudi, Torino, 1984.
Stendhal e la Sicilia, Sellerio, Palermo, 1984 (poi in Fatti diversi di storia letteraria e civile, 1989).
Per un ritratto dello scrittore da giovane, Sellerio, Palermo, 1985 (poi in Per un ritratto dello scrittore da giovane, 2000).
Cronachette, Sellerio, Palermo, 1985.
La strega e il capitano, Bompiani, Milano, 1986.
1912+1, Milano, Adelphi, 1986.
Ore di Spagna. Fotografie di Ferdinando Scianna e una nota di Natale Tedesco, Pungitopo, Marina di Patti, 1988.
Porte aperte, Adelphi, Milano, 1987.
Il cavaliere e la morte, Adelphi, Milano, 1988.
Il sale della terra, Fotografie di Ferdinando Scianna, a cura di Franco Sciardelli, Il Sole 24 Ore, Milano, 1989, pp. 5-7 (suppl. a «Il Sole 24 Ore», 16 aprile 1989).
Alfabeto pirandelliano, Adelphi, Milano, 1989.
Fatti diversi di storia letteraria e civile, Sellerio, Palermo, 1989.
Una storia semplice, Adelphi, Milano, 1989.
A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano, 1989.
Curatele e traduzioni
Il fiore della poesia romanesca (Belli, Pascarella, Trilussa, Dell’Arco), antologia a cura di Leonardo Sciascia, premessa di Pier Paolo Pasolini, Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1952.
Gonzalo Alvarez, Isla del recuerdo (Isola del ricordo), a cura di Leonardo Sciascia, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia, 1958.
Jaki (con 12 riproduzioni), a cura di Leonardo Sciascia, Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1965.
Manuel Azaña, La veglia a Benincarlò, traduzione di Leonardo Sciascia e Salvatore Girgenti, Einaudi, Torino, 1967.
Narratori di Sicilia, antologia a cura di Leonardo Sciascia e Salvatore Guglielmino, Mursia, Milano, 1967; seconda ed. a cura di Salvatore Gugliemino, Mursia, Milano, 1991.
La noia e l’offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani, [Ricerca antologica a cura di Elvira Giorgianni (ma in realtà a cura di Leonardo Sciascia)], Sellerio, Palermo, 1976; seconda ed., Sellerio, Palermo, 1991.
Acque di Sicilia, a cura di Leonardo Sciascia, fotografie di Lisetta Carmi, Dalmine, Bergamo, 1977 (poi in Cruciverba, 1983).
Alberto Savinio, Torre di guardia, a cura di Leonardo Sciascia, Con un saggio di Salvatore Battaglia, Sellerio, Palermo, 1977.
Delle cose di Sicilia. Testi inediti o rari, a cura di Leonardo Sciascia, Sellerio, Palermo, vol. I, 1980; vol. II, 1982; vol. III, 1984; vol. IV, 1986.
Omaggio a Pirandello, a cura di Leonardo Sciascia, Bompiani, Milano, 1986 (Almanacco Bompiani 1987) (poi in Alfabeto pirandelliano, 1989).
Vitaliano Brancati, Opere (1932-1946), a cura di Leonardo Sciascia, Bompiani, Milano, 1987 (introduzione inclusa in Per un ritratto dello scrittore da giovane, 2000).
Alla piacente, a cura di Leonardo Sciascia, contributi di Dario Del Corno, Pietro Gibellini e Leonardo Sciascia, Bompiani, Milano, 1988 (contributo incluso in Fatti diversi di storia letteraria e civile, 1989).
Alberto Savinio, Opere. Scritti dispersi tra guerra e dopoguerra (1943-1952), a cura di Leonardo Sciascia e Franco De Maria, Bompiani, Milano, 1989 (introduzione inclusa in Per un ritratto dello scrittore da giovane, 2000).
Raccolte di testi postume
Ricordare Sciascia, a cura di Paolo Cilona. Con Note di Matteo Collura e Antonio Maria Di Fresco, Publisicula, Palermo, 1991.
Leonardo Sciascia, Quaderno, Introduzione di Vincenzo Consolo. Con una Nota di Mario Farinella, Nuova Editrice Meridionale, Palermo, 1991.
Leonardo Sciascia e Malgrado Tutto. Scritti di Leonardo Sciascia sul giornale del suo paese, a cura di Salvatore Restivo, Editoriale «Malgrado Tutto», Racalmuto, 1991.
Sebastiano Gesù, Le maschere e i sogni. Scritti di Leonardo Sciascia sul cinema, Maimone, Catania, 1992.
Leonardo Sciascia, Per un ritratto dello scrittore da giovane, a cura di Maria Andronico Sciascia, Adelphi, Milano, 2000.
Giuseppe Giacovazzo, Sciascia in Puglia, Edisud, Bari, 2001.
Leonardo Sciascia, L’adorabile Stendhal, a cura di Maria Andronico Sciascia, con un saggio di Massimo Colesanti, Adelphi, Milano, 2003.
Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri, a cura di Salvatore Silvano Nigro, Sellerio, Palermo, 2003; seconda ed., con una Postfazione del curatore, 2019.
Storia d’una amicizia. Scritti di Leonardo Sciascia sull’opera di Bruno Caruso, Premessa di Antonio Di Grado. Postfazione di Antonio Motta, Kalós, Palermo, 2009.
Leonardo Sciascia, Il fuoco nel mare. Racconti dispersi (1947-1975), a cura di Paolo Squillacioti, Adelphi, Milano, 2010.
Troppo poco pazzi. Leonardo Sciascia nella libera e laica Svizzera, a cura di Renato Martinoni, con dvd allegato, Olschki, Firenze, 2011.
Leonardo Sciascia e la Jugoslavia. «Racconto ai miei amici di Caltanissetta della Jugoslavia e di voi: con entusiasmo, con affetto», a cura di Ricciarda Ricorda, Olschki, Firenze, 2015.
Leonardo Sciascia, Fine del carabiniere a cavallo. Saggi letterari (1955-1989), a cura di Paolo Squillacioti, Adelphi, Milano, 2016.
Leonardo Sciascia, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, a cura di Paolo Squillacioti, Adelphi, Milano, 2018.
Raccolte di opere
Leonardo Sciascia, Opere, a cura di Claude Ambroise, Bompiani, Milano, vol. I: 1956-1971, 1987; vol. II: 1971-1983, 1989; vol. III: 1984-1989, 1991.
Leonardo Sciascia, Opere, a cura di Paolo Squillacioti, Adelphi, Milano, vol. I: Narrativa – Teatro – Poesia, 2012; vol. II: Inquisizioni – Memorie – Saggi, tomo i: Inquisizioni e Memorie, 2014; tomo ii: Saggi letterari, storici e civili, 2019.
Restano esclusi dalle due raccolte di opere e dalle raccolte di testi (elencate al punto 3), numerosi scritti di carattere saggistico e pubblicistico: saggi letterari, storici e civili, interventi su quotidiani e periodici, recensioni, introduzioni, testi di accompagnamento a libri d’arte, cataloghi di mostre, risvolti e note editoriali, ecc. La produzione letteraria dispersa (racconti ed elzeviri, poesie e traduzioni poetiche, dialoghi e interviste impossibili) è invece inclusa nel volume I delle Opere Adelphi).
Interviste
Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, a cura Marcelle Padovani, Mondadori, Milano, 1979.
Leonardo Sciascia – Davide Lajolo, Conversazione in una stanza chiusa, Sperling & Kupfer, Milano, 1981.
Leonardo Sciascia, Fuoco all’anima. Conversazioni con Domenico Porzio, a cura di Michele Porzio, Mondadori, Milano, 1992.
Sciascia ha rilasciato inoltre numerose interviste pubblicate in quotidiani, periodici, volumi, solo in piccola parte raccolti in La palma va a nord, 1981.
Le ciliegie di Celleno(VT) protagoniste di una fiaba
Celleno (Vt)– Le ciliegie di Celleno diventano protagoniste di un libro per bambini e il filo conduttore di una storia che unisce fantasia, gastronomia, natura e scoperta del territorio. I ciliegi in fiore attraversano l’intero racconto di “Simonetta, Ruggero e il bosco di Celleno”, libro illustrato per bambini dai 4 agli 8 anni scritto da Giulio Gargiullo, romano con radici familiari nel borgo e Cittadino Onorario di Celleno.
Ciliege di Celleno (VT)
Il legame nasce dall’identità stessa del paese della Tuscia, conosciuto per le sue ciliegie e per la storica Festa delle Ciliegie, che si svolge all’inizio di giugno. Tra gli elementi reali inseriti nella fiaba compaiono anche le tradizionali frittelle alle ciliegie di Celleno, preparate secondo una ricetta considerata quasi “segreta” e tramandata da alcune famiglie del paese. Nel racconto vengono servite durante il matrimonio dei due protagonisti, Simonetta e Ruggero. Il rapporto tra libri e scoperta delle destinazioni rappresenta oggi anche un’opportunità per il turismo. Il Travel Trends 2026 di Skyscanner individua nel “Bookbound” uno dei trend emergenti: il 57% dei viaggiatori ha già prenotato o prenderebbe in considerazione un viaggio ispirato dalla letteratura.
“È un dato importante anche per lo sviluppo del turismo enogastronomico italiano”, osserva Gargiullo, esperto di comunicazione e marketing digitale. “Un libro può diventare un vettore di conoscenza di un territorio e far scoprire, prima ancora del viaggio, un prodotto tipico, una ricetta, una festa e la comunità che li custodisce. La lettura può contribuire così a creare viaggiatori più informati e consapevoli, interessati non soltanto a visitare un luogo, ma a conoscerne identità e tradizioni”.
È il meccanismo su cui è costruito il libro dedicato a Celleno. In un percorso nel quale fantasia, elementi storici e realtà si fondono, il bambino insieme al genitore viene accompagnato fino a una pagina in cui scopre che il Borgo Fantasma di Celleno esiste veramente. Da qui il libro diventa interattivo: un QR Code permette di vedere immediatamente un video panoramico realizzato con drone sul vero Borgo Fantasma e sul Castello Orsini. Il luogo viene prima immaginato attraverso la storia, poi osservato nella realtà e può infine diventare la meta di una visita in famiglia.
“Il libro diventa così uno strumento di scoperta del territorio per tutta la famiglia. È un modello potenzialmente replicabile anche da altre amministrazioni comunali: prodotti tipici, ricette, feste e patrimonio locale possono entrare in una narrazione autentica e diventare un primo punto di contatto tra il pubblico e una destinazione”, aggiunge Gargiullo.
Il progetto ha ricevuto il patrocinio del Comune di Celleno. “Simonetta, Ruggero e il bosco di Celleno” è disponibile in italiano e anche in lingua inglese con diffusione internazionale, con il titolo “Simonetta, Ruggero and the Cherry Forest of Celleno”, portando così la storia dei ciliegi, del borgo e delle sue tradizioni anche oltre i confini italiani. Giulio Gargiullo, nato e residente a Roma, ha radici familiari a Celleno da parte del nonno materno. Esperto di comunicazione e marketing digitale con esperienza internazionale, nel 2024 è stato nominato Cittadino Onorario del Comune di Celleno per l’attività svolta nella promozione del paese sui media italiani e internazionali.
Fonte (Agen Food)
Storia di Celleno (Viterbo)
Non si conosce la data esatta della fondazione di Celleno, anche se con tutta probabilità nel territorio sono presenti insediamenti etruschi a partire dal VII secolo a.C.
La cittadina viene poi sottomessa dai Romani che non la distruggono forse grazie alla sua posizione strategica.
Parla di un insediamento nel territorio anche Dioniso d’Alicarnasso (60 a.C. – 7 a. C.) che nei suoi scritti sostiene che la cittadina fu fondata da Italo in memoria di sua figlia Cilenia molti anni prima della fondazione di Roma.
Vista la sua importante funzione di raccordo tra le città di Volsini (Orvieto) e Ferento la cittadina nel corso della storia fu al centro di numerose contese che la vedono prima cadere in mano ai romani, poi ai Goti e, infine, ai Longobardi.
Nel 774 d.C. grazie all’intervento di Carlo Magno viene consegnata al dominio della Chiesa che la affida alla famiglia Monaldeschi della Cervara.
All’inizio del XII secolo il castello di Celleno compare tra gli alleati della Chiesa contro la minaccia imperiale.
In seguito sempre nel XII secolo rientra per lungo tempo nelle lotte tra Guelfi e Ghibellini che vedono opposte le città di Orvieto e Viterbo, al fianco della quale si schiera la cittadina che partecipa, sempre sotto la guida di Viterbo, anche alla vittoria ed alla distruzione di Ferento.
Nel corso del XIV secolo continua la sua alleanza con Viterbo, impegnandosi nelle dure dispute con Roma.
Dal 1527 al 1580 è un feudo della famiglia Orsini per poi entrare a far parte definitivamente, dalla fine del Cinquecento, dei domini dello Stato Pontificio.
Nel corso del XVI secolo perde la sua importanza come centro di traffici commerciali; nel 1696 subisce una fortissima scossa di terremoto che provoca gravissimi danni all’intero antico borgo.
Si ritiene che la valle che si trova a ridosso dell’antico abitato sia sia formata proprio durante il terremoto, lasciando il centro di Celleno Antica isolato rispetto alle zone vicine.
Ad aggravare la situazione già molto difficile della sopravvivenza dell’antico borgo sopraggiungono anche una serie di gravi epidemie tra il 1832 ed il 1833.
Nel 1855 si registra infine una nuova fortissima scossa di terremoto che costringe tutti gli abitanti ad abbandonare Celleno Antica per fondare, a circa un chilometro di distanza, un nuovo centro abitato.
Il borgo fantasma
Celleno è anche noto come il “borgo fantasma”, la “città perduta” o il “paese abbandonato” della Tuscia, attribuzioni che derivano dalle tragiche vicende legate alla sua storia che hanno portato al suo abbandono nel 1855.
All’interno di quel che resta dell’antico borgo troviamo edifici parzialmente crollati, piante che si arrampicano fondendosi con le architetture, finestre vuote che si aprono direttamente sul cielo, panorami mozzafiato sulle vallate ed i campi circostanti.
Come Civita di Bagnoregio, conosciuta come la “città che muore”, anche Celleno si trova su un poggio tufaceo che è soggetto ad una progressiva e lenta erosione.
Celleno Nuovo e la Borgata Luigi Razza
La nuova Celleno nasce per ovviare ai progressivi fenomeni di erosione della rupe tufacea su cui si trova il borgo antico; Piazza della Repubblica ne è il centro amministrativo e sociale.
Il 6 luglio 1935 l’allora Ministro del Lavori Pubblici Luigi Razza visita il borgo antico e viste le sue condizioni di pericolo incarica l’Ing. Prezioso di costruire un nuovo centro abitato, di cui la Borgata Luigi Razza ne costituisce il nucleo originario.
Il 18 marzo 1951 il consiglio Comunale decreta il definitivo abbandono di Celleno Antica.
Luoghi di interesse (Celleno Antica)
Chiesa di San Donato
La piccola chiesa del XIII secolo di stile romanico presenta ancora sul fianco destro i ruderi del portale laterale. Dietro il portale il tetto crollato consente l’ingresso di alberi e piante nella chiesa. Affianco un bel campanile quadrato.
Chiesa di San Carlo
La chiesa del XVII secolo a navata unica presenta ancora un bel portale di basalto ed al suo interno sono tuttora visibili gli stucchi barocchi delle pitture.
Chiesa di San Rocco
La sola chiesa del borgo antico ancora in uso presenta un portale in peperino con lo stemma della famiglia Orsini ed un bell’altare dorato. Al suo interno troviamo un prezioso crocifisso ligneo risalente al 1600 conservato presso l’altare. Il Crocifisso si trova su una croce dipinta in nero e oro interamente circondata da un apparato barocco di raggi dorati, intervallati da nubi argentate da cui fuoriescono teste di cherubini. Nella parte superiore troviamo due angeli dalle chiome e dai panneggi dorati che sorreggono una corona posta sulla testa del Cristo. Il Crocifisso è inserito all’interno della macchina dell’altare di stile barocco.
Convento di San Giovanni Battista
Situato subito fuori l’antico borgo viene edificato nel 1600. All’interno troviamo un chiostro con affreschi che risalgono al 1700; all’esterno un grande parco, un orto e un giardino.
Castello Orsini
Al castello, che nel Cinquecento ha ospitato la famiglia Orsini, si accede attraverso la via del Ponte che immette nella piazza principale da Porta Vecchia o da Piazza del Mercato. Della costruzione è ancora visibile la cortina difensiva, il fortilizio, la possente muratura di rinforzo e la stupenda duplice arcata del ponte levatoio.
Feste
Festa Patronale
La festa del SS. Crocifisso si svolge il 14 settembre per esaltare la Croce ed il prestigioso crocifisso ligneo che si trova nella Chiesa di San Rocco. Nel corso dei festeggiamenti nel borgo antico si svolge la celebrazione religiosa, con la tradizionale processione, oltre che vari eventi folcloristici.
Festa delle ciliegie
Si svolge la seconda domenica di Giugno per celebrare la ciliegia oro rosso di Celleno con degustazioni, sfilate di carri allegorici, gruppi mascherati, musica, cene in piazza. A caratterizzano la festa la crostatona di oltre 20 metri e la gara dello sputo del nocciolo.
Presepe vivente
Nell’area del Castello decine di comparse riportano in vita la rappresentazione della natività
Poesie di Rosaria Ragni Licinio, “Viatico per peccatori”
da Ensemble –Rivista Atelier
Rosaria Ragni Licinio (Taranto, 1978) è scrittrice, pittrice e giornalista.Ha fondato il litblog Poesiaealtreparole e lavora in ambito editoriale. Alcune sue poesie sono presenti in antologie e riviste sia nazionali che internazionali, come ad esempio: Metafory Współczesności, (Polonia, 2018), Advaitam Speaks Literary Vol.3-Issue 2 (India, 2019), Frequenze Poetiche (2021), I cieli della preistoria. Antologia della nuovissima poesia pugliese, A. A. V. V. (Marco Saya, 2022), Fissando in volto il gelo, A. A. V. V. (Terra d’Ulivi, 2023). Nel 2021 è risultata tra i vincitori del premio di poesia Marco Di Meola. Interno rosso Marte (Gattomerlino/Superstripes, 2021) è la sua opera prima.
Nascere dall’acqua
nel DNA la deriva
il destino dell’incompiuto
o qualsivoglia vergogna
– la torre del lancio è alta –
resta la paura
e la terra così ansiosa
e la cultura radicata
– quel peccato immorale –
lasciarsi andare
senza sapere la morte.
*
Nessuna carne
la caduta del non essere
soltanto il rumore
la cosa che resta.
Chi muore non assomiglia a nessuno
– nomina l’inizio – ha un altro passo
tolti i giorni alla paura
ruba la notte e le infelicità
d’improvviso spargono stelle.
È successo anche a me
voler recitare la fine
e poi ricevere un pugno.
*
Il giudizio della madre si scontra
dove cade la distanza
e il parlare è cieco
si perde la sagoma di figlia
e la mano nella tasca insiste
il perdono, un cuneo nel petto
tornare bambina
che si svela tardi e scava
un altro sì, una nuova
data di nascita.
*
L’estasi è la nostra consapevolezza
un’altra esperienza del tempo ci fissa
e la schiera di rinnegati risponde
dentro la virtù una totalità
sta per punire l’incendio
l’uomo nudo è in conflitto con la luce
nasconde il marchio della fiamma.
Di questo taglio nessuno s’è accorto
l’isolamento di un dettaglio – la realtà –
l’ultimo vezzo prima di svanire.
*
Ogni giorno staccarsi piano
come le foglie d’autunno
che non sono morte
dimenticare la mancanza di luce
per qualcosa sulla terra
ancora restare.
Biblioteca DEA SABINA- La rivista «Atelier»
La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Direttore responsabile: Giuliano Ladolfi Coordinatore delle redazioni: Luca Ariano
Redazione Online Direttori: Eleonora Rimolo, Giovanni Ibello Caporedattore: Carlo Ragliani Redazione: Mario Famularo, Michele Bordoni, Gerardo Masuccio, Paola Mancinelli, Matteo Pupillo, Antonio Fiori, Giulio Maffii, Giovanna Rosadini, Carlo Ragliani, Daniele Costantini, Francesca Coppola.
Redazione Cartaceo Direttore: Giovanna Rosadini Redazione: Mario Famularo, Giulio Greco, Alessio Zanichelli, Mattia Tarantino, Giuseppe Carracchia, Carlo Ragliani.
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La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale e si occupa di letteratura contemporanea.
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Per tutte le comunicazioni e proposte per Atelier Online, sia di pubblicazione di inediti che di recensioni vi preghiamo di scrivere al seguente indirizzo mail di direzione: eleonorarimolo@gmail.com
Chiara Colombini-Storia passionale della guerra partigiana- Editore Laterza-
Il successo editoriale della Storia passionale della guerra partigiana di Chiara Colombini era intuibile fin dai primi commenti attorno alla sua uscita nel 2023. Il saggio, oggi in edizione economica, è già considerato un riferimento nel dibattito sulla Resistenza. La sua originalità sta non soltanto nell’affrontare la storia dal basso attraverso le lettere, i diari, i messaggi di servizio fra le bande partigiane, ma soprattutto nella selezione dei materiali, una scelta che ammette esclusivamente gli scritti prodotti a caldo, limitati cioè al periodo 1943-45.
Chiara Colombini
I protagonisti si esprimono nel momento della tensione e del pericolo, in qualche caso nell’attesa della morte, quindi vivendo una prospettiva corta, limitata al presente, senza la visione ampia del grande fenomeno storico analizzato con il senno del poi. Sono testimonianze a volte frammentarie e disordinate nella forma: immagini istantanee in cui vengono impresse le emozioni di chi è gettato traumaticamente in un’avventura spesso non cercata, dove abitudini, relazioni, visioni etiche sono stravolte.
La ricerca esclude i testi e i diari successivi alla Liberazione, talvolta condizionati da politiche e linguaggi nuovi. Conta invece la rappresentazione anteriore al 25 aprile, quando i partigiani che combattevano il più forte esercito europeo, quello tedesco, limitavano la prospettiva alla propria collina o al borgo urbano, lontani dall’immaginare la vittoria.
Chiara Colombini, fra l’altro responsabile scientifica dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” (Istoreto), componente del comitato scientifico dell’Istituto “Ferruccio Parri” di Milano, raccoglie senza filtri storie di donne e uomini che non lottano per apparire eroi, e che non nascondono debolezze, contrasti, dubbi.
Giaime Pintor, giovane studioso della cultura tedesca chiamato a una luminosa carriera di intellettuale, tra i primi collaboratori dell’editrice Einaudi, muore a 24 anni su una mina tedesca nel dicembre 1943 mentre cerca di raggiungere il sud per organizzare la resistenza. Nei giorni precedenti Pintor scrive: «L’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione [invernale] mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un buon traduttore e un buon diplomatico, ma un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo».
Un altro intellettuale, Giorgio Agosti, commissario politico regionale di Giustizia e libertà, lamenta di non avere il tempo di elaborare con calma un pensiero politico ben strutturato, di poter scrivere documenti in bello stile alla scrivania fumando nervosamente sigarette come nei film, perché travolto dalla realtà più prosaica: è necessario infatti trovare cibo e scarpe per chi lotta, produrre documenti falsi, scovare alloggi vuoti da trasformare in rifugi, sempre con la polizia che t’incalza, e soprattutto occorre procacciarsi carta, molta carta per le comunicazioni, i volantini, i giornali clandestini. La carta è un bene prezioso che richiede attenzione, perciò Agosti reagisce seccamente a Dante Livio Bianco che si lamenta della lentezza di approvvigionamento: «Capisco che un soldato, una volta letto il giornale, si pulisce il sedere col medesimo; ma mi raccomando a te perché questo succeda solo dopo che almeno cinque o sei lo hanno letto».
Interrogarsi sulle passioni, sulle reazioni agli episodi più cruenti della guerra, sulle relazioni personali fra chi vive in banda è una chiave insostituibile per capire che cosa abbia spinto uomini e donne pacifiche a rischiare tutto. Si scoprirà che proprio da quelle passioni sono nate occasioni di confronto fra classi e ideologie prima separate da alte mura, un confronto che a sua volta ha creato le regole di una vita comunitaria nuova, che affrancandosi dalla dittatura si avviava verso istituzioni democratiche inedite.
Le pagine del libro mostrano la paura dei protagonisti in attesa del combattimento, della cattura, della tortura, della morte, paura tanto più viva quanto apparentemente repressa. E quindi le ossessioni, gli incubi, il dolore per la perdita dei compagni, la disperazione, l’odio, la voglia di vendetta, l’ansia di giustizia, l’eros. Si fanno avanti questioni etiche laceranti che la vita normale non ha mai lasciato supporre: come reagisce un partigiano credente, cristiano, di fronte alla necessità di giustiziare un prigioniero che chiede pietà in ginocchio, seppur colpevole di crimini orrendi? Nulla di quanto accade è più neutro.
Scrive Chiara Colombini: «L’esperienza vissuta nella Resistenza cambia le persone. Sono le situazioni che vivi, le decisioni e le responsabilità che devi prendere, i rischi che affronti, il dolore che attraversi, le persone che incontri, quelle che perdi, che ti fanno dare un nome e una direzione a ciò che speri, che ti fanno comprendere chi sei e che cosa vuoi fare».
Questa prospettiva è uno strumento in più per difendere la Storia dalle distorsioni interpretative del presente, dai revisionismi che giudicano i drammi della guerra partigiana in base alla prassi del nostro tempo, e cioè senza rispetto della Storia stessa. Non c’è modo peggiore di calpestare la verità che estrarre dalla narrazione piccole porzioni, e giudicarle come se fossero il fenomeno complessivo. Analisi parziali che non considerano quanto passioni del conflitto come la vendetta e la rivalsa siano originate dalle responsabilità delle origini, causate cioè da chi ha imposto la dittatura e ha scatenato la guerra. Senza il fascismo, la Resistenza non avrebbe avuto ragion d’essere.
Chiara Colombini
Storia passionale della guerra partigiana
Laterza, Bari-Roma 2025
248 pagine, 12 euro
Chiara Colombini
Chiara Colombini
Chiara Colombini lavora presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, di cui è responsabile scientifica, e fa parte del comitato scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Ha curato, tra l’altro, Resistenza e autobiografia della nazione. Uso pubblico, rappresentazione, memoria (con Aldo Agosti, Edizioni SEB27 2012) e Scritti politici. Tra giellismo e azionismo (1932-1947) di Vittorio Foa (con Andrea Ricciardi, Bollati Boringhieri 2010). Per Laterza ha pubblicato Anche i partigiani però… (2021) e Storia internazionale della Resistenza italiana (a cura di, con Carlo Greppi, 2024).
Breve biografia di Nicole Brossard-Poetessa, narratrice e saggista del Québec, Nicole Brossard è nata a Montréal nel 1943. A partire dal 1965 ha elaborato un’opera – nei vari campi della scrittura – tra le più importanti del periodo contemporaneo, riuscendo ad immergersi in modo dirompente nel tumulto della modernità. L’autrice ha infatti rinnovato, in modo radicale, con rigore e lucidità, il campo letterario precedentemente esistente, diventando “l’emblema stesso della nuova scrittura quebecchese” (Pierre Nepveu, ndr). Non meno importante l’attività di divulgatrice e teorica della letteratura del Québec.
La voce di Nicole Brossard, definita in un primo tempo “femminista”, è quella sontuosa e mai scontata di una cittadina del pianeta che naviga al di sopra della questione dei generi, nei mari aperti della parola piena e consapevole. È colei che osa dire: “ascolto ancora / al confine delle lingue / il rumore degli incendi / le domande, l’arte”. Sa benissimo che l’inferno è qui “sul bordo rovesciato di vivere”, ma continua per la sua strada avendo davanti a sé l’infinito da esplorare, per quel desiderio inarrestabile di “spargere baci tra i continenti” e forse per l’utopia di lenire il dolore del mondo.
Va detto, in conclusione, che Nicole Brossard non si compiace nei propri sogni, va oltre, tuffandosi “nel gran vivaio dei mormorii” (non a caso nella sua poesia appaiono Joyce e Svevo) per donare una parola d’eclissi e di riflessi capace di fondare le relazioni tra le cose, tra gli esseri.
Nicole Brossard ha pubblicato una trentina di libri tra i quali Le Centre blanc, La lettre aérienne, Le désert mauve, Hier, Cahier de roses et de civilisation. I più recenti sono: Je m’en vais à Trieste (2003) e L’horizon du fragment (2004). Le è stato conferito due volte il Prix du Gouverneur Général (1974, 1984) per la poesia. Ha cofondato nel 1965 la rivista letteraria “La Barre du Jour” e, nel 1976, il giornale femminista “Les Têtes de Pioche”. Ha corealizzato il film Some American Feminists (1976). Nel 1991, ha pubblicato insieme a Lisette Girouard Anthologie de la poésie des femmes au Québec (Des origines à nos jours), e nel 2002 l’antologia Poèmes à dire la francophonie. Nel 1991, le è stato conferito il Prix Athanase-David, la più alta onorificenza letteraria del Québec, e nel 1994 è entrata a far parte della Académie des Lettres du Québec. Nel 1999, ha ricevuto per la seconda volta il Grand Prix du Festival International de la Poésie de Trois-Rivières per le raccolte poetiche Musée de l’os et de l’eau e Au présent des veines. Premio W.O. Mitchell (2003). Inoltre: Prix Molson del Conseil des Arts du Canada (2006) e il titolo di Chevalier de l’Ordre de la Pléiade e Membre de la Société Royale du Canada.
L’insieme della sua opera, tradotta in molte lingue, fa di Nicole Brossard una scrittrice di livello internazionale.
ogni sete è una conca di luce
nel dolore ancestrale
nel grande casellario dei pronomi
dimmi se la mia morte va veloce dall’uno
all’altro secolo se con gli anni dovrò dimenticare
l’orchidea, aggiornare il delirio
dimmi se questa fame che ho dell’alba
si aggirerà tra i campi
tremante come un’ossessione, un orizzonte
*
non sarà facile dire io
se tutto questo gira male, valanga
o eternità e malinconia
so che abbiamo toccato
troppi orizzonti
l’infinito nelle nostre bocche
tradotto con pazienza
*
non ho ancora parlato di scomparsa
qualche detrito a monte di tutti i pronomi
la vita prende delle decisioni
e sotto la pelle ci prepara
ruote della fortuna e rompicapi
futuro e funerali
adesso ecco i ghiacciai
qualche materiale
di alba e sofferenza
*
essere là tutta una vita nella specie flessibile
con questo riflesso che persiste a volere
rappresentare tutto dell’ebbrezza e dei gesti
i morsi, le camere con le loro nicchie
di ombra soffice, le fronti preoccupate
nostra fragilità
e certo siamo senza risposta
ad ogni bacio!
*
idee di caduta e labirinto
come se al fondo delle nostre braccia
tutto quello che esiste fosse
fatto nell’attesa di spostare l’alba
scoprire il velo sopra il regno animale
allora io resto sveglia
tra temperini e cenere
*
non ci sarà ritratto
di mia madre né un’acquaforte o un gesto
né frase memorabile
o resisterà una scena ancora in piedi
nella città e nel vento
un fruscio di sciami che l’alba
avrà rapito veloce e intenso
*
e se l’angoscia se ciò che anima
le tue notti di letture e sogni
if dust on you fingers vibrates
avvolgiti nell’ombra
in un posto con del blu e del vuoto
ci sarà certo dell’acqua nei tuoi occhi
modernità e paura nei tuoi vestiti
*
stringiti al silenzio
all’alba il verbo essere pulsa più veloce
dentro le vene, fila una cometa
come dopo l’amore o un granello di sale
sulla lingua di mattina, gusto d’immensità
che ci riporta
dentro la primigenia umidità
abbracciami
l’acqua può fare di noi due
lo stesso luogo
CHARLES WRIGHT-Poesie scelte- pubblicate da Avamposto
Charles Wright è unanimemente considerato uno dei maggiori poeti statunitensi dell’ultimo secolo. Ha frequentato il Davidson College e lo Iowa Writers’ Workshop, e ha fatto parte per quattro anni nell’esercito americano, periodo durante il quale – di stanza a Verona – Wright ha cominciato a leggere e scrivere poesia.
CHARLES WRIGHT-Poesie scelte-
La terra è saliva, ciò che s’attacca come colla fresca.
È per camminarci, è per distendersi,
un lenzuolo sicuro per la resurrezione.
La terra è quel che viene dopo di te,
seguendo i tuoi passi, contandoti i denti, padre
e figlio, padre e figlio del figlio,
un coltello, un seme, ognuno piantato profondo quanto basta.
Si comincia da lì. Gli uccelli erompono in fiamme nella tua manica;
ti s’incendiano le scarpe, le scarpe buone;
i calzini affondano nel terreno, passato tutto il dolore;
le caviglie affondano nel terreno, le tibie, le gambe…
post-procreatore di necessità,
infuocato come asparago nel campo notturno,
cerchi la via di fuga alla luce di te stesso.
Charles Wright -Poeta statunitense
Riunione
Di già un giorno s’è staccato da tutto il resto laggiù.
Ha la mia foto nella sua soffice tasca.
Vuole portare il mio respiro nel passato nella sua borsa di vento.
Scrivo poesie per liberarmi, espiare e sparire
dall’angolo alto a destra delle cose, per rendere grazie.
Autoritratto
Un giorno scopriranno me e le mie mani bucate,
il plenilunio alle spalle, la nebbia in cerca dell’orizzonte perduto, il bordo
del continente marcato di giallo, ansietà di luci,
schiene bianche di frangente, una sabbia nerofumo,
le ceneri e schegge di carbone che discolperanno il mio nome.
Intanto mi canticchierò una cantilena e farò ordine qui intorno.
Le piante di giada e d’oleandro fluttuano splendenti.
Le foglie del pepe s’inverdiscono.
La mia figura si profila in inchiostro nero e draga lentamente nel cielo
in attesa d’essere riempita.
Mano che una volta mi sollevasti, sollevami ancora,
tirami fuori in carne e ossa, aggiustami gli occhi.
Dal marciume e dal sottobosco, proteggimi e
spingimi oltre.
Dalle mie parole e dalle mie carezze,
dalla rosa e dal gesto scemo, liberami e spingimi oltre.
***
E ora a valle, te stesso, e l’ombra di te stesso,
tutto quello che porti indietro.
Eppure, è abbastanza: cassa di risonanza, corrimano,
apparecchio acustico e occhio introspettivo…
indietro dalla montagna delle sette caverne, la sua croce
dove è inchiodato il serpente; indietro
dal ceppo di querce e dalla rosa, il loro rivolo
ricercato dai ciechi col loro tocco asciutto; indietro
dagli Innocenti, quella tinozza dove il sole e la luna
s’immergono nel loro bagno rosso…
l’Eco è arbitraria: fiamma, vento, diluvio
e suolo, ognuno un sopravvissuto, ognuno
erede dell’impronta digitale, il lapsus linguae.
Ognuno è il suo inizio; ognuno, in sé, un fine…
Notte chiara
Notte chiara, punta del pollice d’una luna, cielo in controluce.
Dita di luna dispongono la stessa routine
sulla pedana laterale e sulla soglia, le chiavi bianche e le chiavi nere.
Silenzio d’uccelli e canto d’uccelli. Cade un fiore di cassia.
Voglio essere illividito da Dio.
Voglio essere impiccato in una luce forte e prescelto.
Voglio essere steso come musica estorta da un seme caduto.
Voglio essere penetrato e raccolto pulito.
E il vento mi dice «Cosa?».
E i semi di ricino, coi loro orecchini di morte, mi dicono «Cosa?».
E le stelle si risvegliano sul loro freddo sdrucciolo nel buio.
E gli ingranaggi cadono nelle loro tasche e i motori girano.
Charles Wright -Poeta statunitense
Ultimo diario
Condannati dalla nostra stessa bocca,
noi che riponiamo fiducia nelle cose visibili.
Ben presto dimenticheremo il mondo.
E ben presto il mondo dimenticherà noi.
Il soffio della vita, da questa all’altra trapassando,
è quel che dice il vento, nella sua sola parola
la gioia della terra.
Lussuria della lingua, lussuria dell’occhio,
condannati dalla nostra stessa bocca…
Orsa nordamericana
Inizio di novembre nell’anima,
pioggia forte e oro scuro
dagli alberi, luce obliqua
del pomeriggio inoltrato e greve peso sul cuore.
Come sempre svigorito e spento.
Sessantaduenne, voce incolta, incline alla notte,
sono in piedi e tranquillo sul vialetto vuoto.
Sblocca il mio habitat, luce stellare, fammi insolubile;
negativa del mio post-panorama
muovi furtiva l’ombra sulla mia bocca.
———————————-
Casuale geometria delle stelle,
casuali stringhe di parole
belle come l’alfabeto.
O così le ricordo,
Orsa nordamericana,
Orione, Cassiopea e le Pleiadi,
che cuciono la loro sintassi sul cielo profondo del North Carolina
mezzo secolo fa,
la lingua perduta di notti estive, la pergamena muta
del tempo,
trafitta sul suo scuro cilindro celestiale.
———————————-
Cosa c’è per noi d’imperturbabile nelle stelle?
Quale impulso, quale bassa marea
ci attrae lassù come vertigine, quale
inversione di quota ci spinge verso i loro abissi chiari?
Stanotte, per esempio,
qualcosa ruota dietro i miei occhi,
qualcosa d’illacrimato, qualcosa d’innominabile,
filando veloce la tela.
Chi dirà che il cuore dirottato non è tornato alla sua gabbia?
Chi dirà che il respiro d’un angelo non m’ha
sfiorato l’orecchio?
———————————-
Cammino nel freddo della notte d’autunno pieno
come Orfeo,
pensando il mio canto, ansioso di voltarmi,
la mia vita svanita un ornamento, una nuvola alla deriva, dietro di me,
leggera trascendenza di cenere
sepolta e risorta una volta, e poi ancora e ancora.
Il marciapiede si srotola come sonno profondo.
Sopra di me le stelle, stelle austere,
scoprono il volto.
Nessun cuore batte alle mie spalle, nessun passo.
———————————-
Charles Wright -Poeta statunitense
La stagione ci viene incontro, foglie morte e erbe appassite
incerate dal vento ovunque guardi,
il cielo chiaro della notte
acceso di stelle e da stelle trafitto, quella costellazione, quelle sette stelle lassù,
il Generale Ke-Shu che solleva la spada, dicono i cinesi.
O lo disse uno di loro,
uno del Fronte Occidentale, come parte del suo esercito senz’altro.
Posso quasi vederlo anch’io,
spada lunga sopra il collo dell’Orsa,
il suo carro senza ruote, spolverío dell’oscurità come tempesta di sabbia a occidente.
———————————-
Alcuni di questi fuochi stellari devono essere certo cenere ormai.
Mi gingillo per il giardino,
canticchio vecchie canzoni che non interessano più nessuno.
Il cappello d’oscurità cala sul cielo notturno
pollice dopo pollice, piede dopo piede nero,
sopra i Blue Ridge.
Com’era vivo il fuoco del mondo, mi dico,
prima dei capelli bianchi e la cenere dei giorni.
Scruto le costellazioni,
dimenticando qualunque cosa avessi da dire.
———————————-
Ancora il marciapiede che si srotola grigio e lungo. 9 di sera.
Un vento freddo dal cielo lontano.
C’è un’ultima solitudine che non ho raggiunto ancora,
stanchezza in gola come polvere.
Fremo dentro il suo contorno,
e mi sento sicuro però, mentre le stelle si spargono, per un’altra notte
da viandante medievale affrescato col suo poema in mano,
i cieli che restano il mio rione.
E come lui, anche con qualcosa di rosso e inviolato
sotto i piedi.
Charles Wright -Poeta statunitense
Charles Wright è nato nel 1935 a Pickwick Dam, in Tennessee. Ha studiato al Davidson College, all’Università dell’Iowa e all’Università di Roma. Dal 1957 al 1961 ha prestato servizio nell’Intelligence Service dell’esercito americano a Verona. Qui ha iniziato la sua vicenda di poeta sollecitato dalla lettura della poesia di Ezra Pound e dai paesaggi del nord Italia che l’avevano ispirata. Borsista Fulbright a Roma dal 1963 al 1965 con il progetto di tradurre La bufera e altro di Eugenio Montale, si è avvicinato in questo periodo anche alla poesia di Dante e a quella di Cesare Pavese. Ha insegnato all’Università di Padova e all’Università della California a Irvine; dal 1983 è professore d’inglese, titolare della Souder Family Chair, all’Università della Virginia. Ha avuto incarichi accademici anche alle Università di Princeton, Columbia e Iowa, e, nella primavera del 1992, all’Università di Firenze. Alla sua opera sono andati numerosi riconoscimenti, fra cui il Premio Pulitzer e l’Ambassador Book Award nel 1998, il National Book Critic Circle Award nel 1997, il Lenore Marshall Poetry Prize nel 1996, il Ruth Lilly Poetry nel 1993, il PEN Translation Prize nel 1979. Nel 1998 ha ricevuto a Firenze il Premio Antico Fattore.
Testi selezionati da Breve storia dell’ombra (trad. di A. Francini, Crocetti, 2006) e Crepuscolo americano e altre poesie (trad. di A. Francini, Jaca Book, 2001)-Fonte – Avamposto
Rivista Avanposto
«Avamposto» è uno spazio di ricerca, articolato in rubriche di approfondimento, che si propone di realizzare un dialogo vivo rivolto allo studio della poesia attraverso un approccio multidisciplinare, nella consapevolezza che una pluralità di prospettive sia maggiormente capace di restituirne la valenza, senza mai sfociare in atteggiamenti statici e gerarchizzanti. Ma «Avamposto» è anche un luogo di riflessione sulla crisi del linguaggio. L’obiettivo è interrogarne le ragioni, opponendo alla tirannia dell’immediatezza – e alla sciatteria con la quale viene spesso liquidata l’esperienza del verso – un’etica dello scavo e dello sforzo (nella parola, per la parola). Tramite l’esaltazione della lentezza e del diritto alla diversità, la rivista intende suggerire un’alternativa al ritmo fagocitante e all’omologazione culturale (e linguistica) del presente, promuovendo la scoperta di autori dimenticati o ritenuti, forse a torto, marginali, provando a rileggere poeti noti (talvolta prigionieri di luoghi comuni) e a vedere cosa si muove al di là della frontiera del già detto, per accogliere voci nuove con la curiosità e l’amore che questo tempo non riesce più a esprimere.
Poemas de Maria do Rosário Pedreira- Poetessa e scrittrice portoghese-
Maria do Rosário Pedreira è un’editrice, scrittrice, poetessa e paroliera portoghese. Laureata in Lingue e letterature moderne, con specializzazione in studi francesi e inglesi, ha insegnato per cinque anni negli anni ’80.Nel 1987 diventa editrice grazie all’impegno del prof. Antonio Manuel Baptista, iniziando questa attività nel campo dei libri di divulgazione scientifica.
Non c’è piùnessun nome
Non c’è più nessun nome. Dopo di te mi destinarono solo nomi che non amai, volti sui quali non volli posare gli occhi per paura di fissarli, mani che erano sempre l’ombra delle tue mani sotto le lenzuola. Mai neanche le vidi né toccai quelle dita che, nel buio, celebravano nella mia la tua carne – se un altro motivo le portò, per quanto vago, anche non volli udirlo, mai lo seppi. Dopo di te, dopo gli altri uomini, è ancora il tuo nome che dico. E nessun altro.
Lascia il tempo cadere sul tuo nome
Lasciai cadere il tempo sul tuo nome, come si adagia il marmo sulla terra e l’acqua si sparge sulle braci. Mi vestii di lutto come le donne che disfano le culle vuote da tanto le guardano; e vidi il sangue scendere finalmente sulla ferita, come la cera che si rapprende sul palmo della mano prima di perdersi nelle dita in polvere. Se ti dimenticai, fu perché volli qualcuno che mi chiamasse, un corpo che fosse un altro sul mio corpo, una voce offerta per la mattina. Ma niente, ma nessuno. Se il tempo non si fosse abbattuto sul tuo nome, avrei potuto almeno ora ricordarti – poiché non c’è lapide senza corpo né cenere che non abbia arso. E la casa è oggi più fredda che mai: lasciai passare il tempo sul tuo nome, e non c’è focolare, non c’è nido, non ci sono figli che si possano perdere da me, né candele per riempire di memoria questo silenzio.
So chi sei, ma mi manca il tuo nome
So chi sei, ma mi manca il tuo nome – né sempre le parole arrivano agli occhi. Ma non dare importanza: ci sono altre cose che non dimenticherò mai – le mie braccia ancorate al tuo corpo, una cecità, e il mondo improvvisamente tanto piccolo – e queste, tu non lo sai, mi mancano anche. Il tuo volto, dammelo per un secondo, La tua bocca, chiaro. Sono tanti gli anni senza te nelle pieghe della mia gonna, tanta vita custodita per un giorno così. Adesso ritorna, dunque. Lascia cadere quel sorriso delle tue labbra, – nelle mie deve distendersi come il sole, all’imbrunire, quando di nuovo sopra di loro respirerai con il profumo salato delle maree. Ma non dire niente del mio corpo stanco – è una camicia d’estate dimenticata sulla spiaggia, e l’abito è sempre il meno, tanto fa. Non vedi chi sono? Il tempo non può aver castigato solo il mio sguardo. Vieni più vicino e spia adagio: sono tanti gli anni senza le tue braccia nelle maniche del mio vestito, tanto sangue custodito nelle vene per una notte così. E tu già te ne vai?
Fra noi c’è una ferita
Fra noi c’è una ferita che ormai non sanguina, ma non si rimargina – un amore che dura ancora ed è perso. Se rimaniamo insieme, non vediamo mai passare la lamina del tempo, ma diventiamo sempre più vecchi di quando partimmo. Dicono che ci sono bende e bavagli tra di noi, ma sono tanti i lacci, tante le fasciature, che mi domando perché si allontanano gli occhi nel toccarsi, perché solo dice il silenzio ciò che non dura. Non ci sono parole possibili – fra di noi – il vento è sempre più vento nella camicia e il dolore più dolore nelle mani quando le sciogliamo. Ma niente di questo conta, perché gli occhi che ridono tanto nelle pieghe del vestito sono i più tristi del mondo se li guardiamo. So che mento quando paragono ciò che la vita ci rubò a ciò che ci ha dato; ma, se mi tocco e ormai non sono un corpo, mi limito a indovinare un nome per ciò che non sento e mi rifiuto di credere che sia il tuo.
Maria do Rosário Pedreira
Ho messo un abito scollato
Ho messo un abito scollato e non so se ritorni, ma le parole sono pronte sulle labbra come segreti imperfetti o germogli di acqua custoditi per l’estate. E, se di notte le ripeto in sordina, nel silenzio della stanza, prima di addormentarmi, è come se all’improvviso gli uccelli fossero già arrivati a sud e tu ritornassi in cerca di questi antichi messaggi lavati dal tempo: Andiamo a casa? Il sole dorme sui tetti la domenica e c’è un intenso odore di lino sparso sui tetti. Possiamo rivoltare i sogni al rovescio, dormire dentro il pomeriggio e lasciare che il tempo si occupi dei gesti più piccoli. Andiamo a casa. Ho lasciato un libro aperto a metà sul pavimento della stanza, sono sole nella scatola le vecchie foto del nonno, c’erano le tue mani strette con forza, quella musica che eravamo soliti ascoltare d’inverno. E io voglio rivedere le nuvole ritagliate nelle finestre rosse del crepuscolo; e voglio andare di nuovo a casa. Come le altre volte. E così mi preparo per il sonno, notte dopo notte, dipanando la lenta matassa dei giorni per scontare l’attesa. E, quando la nidiata allontanerà alla fine le ali della chiglia al suo primo volo, di certo mi troverò ancora qui, ma potrò dire che, per lo meno qualche volta, già inviai i messaggi, già dalla mia bocca udii queste parole, che tu ritorni o non ritorni.
Non ho saputo il tuo nome
Non ho mai saputo il tuo nome. Entrasti un pomeriggio, per sbaglio, a domandare se io ero un’altra persona – un sole che improvvisamente aggiungeva calce ai muri, un incendio capace di divorare il cuore del mondo. Non ti mentii; mi alzai e ti condussi alla porta giusta come un veliero trascina i sogni in mare; ma, prima di lasciarti, ti dissi ancora che in quel pomeriggio mi sarebbe piaciuto molto chiamarmi un’altra cosa – o essere un gatto, per poter avere più di una vita.
Il cammino fino a te
È sempre stato così incerto il cammino fino a te: tanti mesi di pietre e di spine, di cattivi presagi, di rami che graffiavano la carne come tridenti, di voci che mi dicevano che non valeva la pena continuare, che il tuo sguardo era già una menzogna; e il mio cuore sempre così sordo a tutto questo, sempre a gridare qualcos’altro più alto affinché le gambe non potessero ricordare le loro ferite, perché i piedi ignorassero le pene del viaggio e avanzassero tutti i giorni di un poco, quel poco che era tutto per raggiungerti. Fu per questo che, al contrario di te, non volli dormire quella notte: i tuoi baci si trovavano ancora tutti sulla mia bocca e il disegno delle tue mani sulla mia pelle. Io sapevo che addormentarsi era smettere di sentire, e non volevo perdere i tuoi gesti sul mio corpo un secondo che fosse. Allora mi sedetti sul letto a guardarti dormire, e sorrisi come mai avevo sorriso prima di quella notte, sorrisi tanto. Ma tu parlasti improvvisamente nel sonno, allungasti il braccio verso me e chiamasti sottovoce. Chiamasti due volte. O tre. E sempre così sottovoce. Ma nessuna fu per dire il mio nome.
Maria do Rosário Pedreira
A cosa mi è servito correre
A cosa mi è servito correre per tutto il mondo, trascinare, di città in città, un amore che pesava più di mille valigie; mostrare a mille uomini il tuo nome scritto in mille alfabeti e un’immagine del tuo volto che io giudicavo felice? A cosa mi è servito respingere questi mille uomini, e gli altri mille che fecero di tutto perché mi fermassi, mille volte pettinando le pieghe del mio vestito stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome così bello in mille lingue che io mai avrei compreso? Perché era solo dietro te che correvo il mondo, era con la tua voce nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello dell’amore di città in città, il tuo nome sulle mie labbra di città in città, il tuo volto nei miei occhi durante tutto il viaggio.
Si ricordava di lui
Si ricordava di lui e, per amore, anche se pensava a un serpente, avrebbe detto solo un arabesco; e avrebbe nascosto nella gonna il morso caldo, la ferita, l’impronta di tutti gli inganni, avrebbe fatto quasi tutto per amore: avrebbe dato il sonno e il sangue, la casa e la felicità, e avrebbe custodito silenziosi i fantasmi della paura, che sono i padroni delle piú grandi verità. Già un’altra volta aveva mentito e per amore si sarebbe seduta alla tavola di lui e avrebbe negato che lo amava, perché amarlo era un inganno ancora piú grande che mentirgli. E, per amore, si mise a disegnare il tempo come una linea stordita, sempre al cadere di una pagina, a prolungare il mancato incontro. E faceva stelle, anche se pensava alle croci; arabeschi, anche se ricordava solo serpenti.
Non dire per cosa vieni.
Non dire per cosa vieni. Lasciami indovinare dalla polvere dei tuoi capelli che vento ti ha mandato. È lontana la … tua casa? Ti do la mia: leggo nei tuoi occhi la stanchezza del giorno che ti ha vinto; e, sul tuo volto, le ombre mi raccontano il resto del viaggio. Dai, vieni a dar riposo ai tormenti del cammino nelle curve del mio corpo – è una meta senza dolore e senza memoria. Hai sete? Avanza dal pomeriggio solo una fetta d’arancia – mordila nella mia bocca senza chiedere. No, non dirmi chi sei né per che cosa vieni. Decido io.
Paura dell’amore
Non aver paura dell’amore. Posa la tua mano lentamente sul petto della terra e senti respirare i nomi delle cose che lì stanno crescendo: il lino e la genziana, la verzura odorosa e le campanule blu; la menta profumata per le bevande dell’estate e l’ordito delle radici di una pianticella d’alloro che si organizza come un reticolo di vene nella confusione di un corpo. Mai la vita è stata solo inverno.
Maria do Rosário Pedreira
Questa mattina
Questa mattina il sole è passato improvvisamente dall’altra parte della via – sono così in ombra le case quando di loro si perde il nome di qualcuno, così scuri i cuori di quelli che restano là dentro per abitare il dolore.
Maria do Rosário Pedreira
Maria do Rosário Pedreira (Lisbona , 21 settembre 1959) è un’editrice, scrittrice, poetessa e paroliera portoghese.Laureata in Lingue e letterature moderne, con specializzazione in studi francesi e inglesi, ha insegnato per cinque anni negli anni ’80.
Nel 1987 diventa editrice grazie all’impegno del prof. Antonio Manuel Baptista, iniziando questa attività nel campo dei libri di divulgazione scientifica.
Dal 1989 al 1998 è stata autrice della raccolta giovanile “Clube das Chaves”, con Maria Teresa Maia Gonzalez, pubblicandone 21 titoli. In seguito, nel 2000, ha pubblicato la raccolta giovanile “Detective Maravilhas”, con 17 volumi.
Cura attualmente autori come Nuno Camarneiro, Ana Cristina Silva, Vasco Luís Curado, Gabriela Ruivo Trindade, Norberto Morais, Nuno Amado, Cristina Drios, Carlos Campaniço, João Rebocho Pais e Paulo Moreiras.
Come scrittrice ha pubblicato diverse opere di narrativa, poesia, cronaca e letteratura giovanile, ricercando in quest’ultimo genere la trasmissione di valori umani e culturali. Per l’autrice, già premiata con alcuni premi letterari, la casa può essere considerata come un mondo dove tutto ciò che dura è contenuto, anche se sotto forma di memoria, con nostalgia.
È autrice di diversi testi musicali di fado, cantati da Carlos do Carmo, António Zambujo, Aldina Duarte, Ana Moura e, più recentemente, da Salvador Sobral.
Maria do Rosário Pedreira-Nació en Lisboa, Portugal, en 1959. Esta reconocida poeta, escritora y editora estudió Lenguas y Literaturas Modernas en la Universidad Clásica de Lisboa.En 1996 publicó su primer libro de poesía, A Casa e o Cheiro dos Livros, y desde entonces ha sido autora tanto de poesía como de novelas, literatura juvenil, ensayos, crónicas y letras para fado. Como editora, estuvo detrás del surgimiento de varios de los autores contemporáneos más destacados de Portugal, como José Luís Peixoto y Valter Hugo Mãe, y también publicó las colecciones de literatura juvenil O Clube das Chaves y Detective Maravilhas, las cuales han tenido una excelente acogida en Portugal. Entre sus libros publicados está su antología Poesía reunida, que en 2012 ganó el premio de literatura de la Fundación Inês de Castro.
Poemas de Maria do Rosário Pedreira
Maria do Rosário Pedreira
Arte poética
Num romance, uma chávena é apenas uma chávena — que pode derramar café sobre um poema, se o poeta, bem entendido, for a personagem.
Num poema, mesmo manchado de café, a chávena é certamente a concha de uma mão — por onde eu bebo o mundo em maravilha, se tu, bem entendido, fores o poeta.
No nosso romance, não sou sempre eu quem leva as chávenas para a mesa a que nos sentamos à noite, de mãos dadas, a dizer que a lata do café chegou ao fim, mas a pensar que a vida é que já vai bastante adiantada para os livros todos que ainda pensamos ler.
No meu poema, não precisamos de café para nos mantermos acordados: a minha boca está sempre na concha da tua mão, todos os dias há páginas nos teus olhos, escreve-se a vida sem nunca envelhecermos.
Arte poética
En una historia, una taza es tan sólo una taza, que puede derramar café sobre un poema, si el poeta, entiéndase bien, es el personaje.
En un poema, así esté manchado de café, la taza es con seguridad el cuenco de una mano; por donde yo bebo el mundo en éxtasis si tú, entiéndase bien, eres el poeta.
En nuestra historia, yo no soy siempre quien lleva las tazas a la mesa donde nos sentamos cada noche, enlazando las manos, para comentar que la lata del café se terminó, pero pensando que es la vida la que ya ha avanzado mucho para los libros que todavía quisiéramos leer.
En mi poema no necesitamos café para mantenernos despiertos: mi boca está siempre en el cuenco de tu mano, todos los días hay páginas en tus ojos, la vida se escribe y nunca envejecemos.
***
O meu mundo tem estado à tua espera; mas não há flores nas jarras, nem velas sobre a mesa, nem retratos escondidos no fundo das gavetas. Sei
que um poema se escreveria entre nós dois; mas não comprei o vinho, não mudei os lençóis, não perfumei o decote do vestido.
Se ouço falar de ti, comove-me o teu nome (mas nem pensar em suspirá-lo ao teu ouvido); se me dizem que vens, o corpo é uma fogueira — estalam-me brasas no peito, desvairadas, e respiro com a violência de um incêndio; mas parto antes de saber como seria. Não me perguntes
porque se mata o sol na lâmina dos dias e o meu mundo continua à tua espera: houve sempre coisas de esguelha nas paisagens e amores imperfeitos — Deus tem as mãos grandes.
Maria do Rosário Pedreira
***
Mi mundo ha estado esperándote; pero no hay flores en los jarrones, ni velas sobre la mesa, ni retratos escondidos al fondo de los cajones. Sé
que un poema se escribiría entre nosotros dos; pero no compré el vino, no cambié las sábanas, no perfumé el escote del vestido.
Si oigo hablar de ti, me conmueve tu nombre (pero ni pensar en suspirarlo a tu oído); si me dicen que vienes, el cuerpo es una hoguera: me crepitan brasas en el pecho, trastornadas, y respiro con la violencia de un incendio; pero parto antes de saber cómo sería. No me preguntes
por qué el sol se mata en el filo de los días y mi mundo continúa esperándote: siempre hubo cosas de soslayo en los paisajes y amores imperfectos; Dios tiene las manos grandes.
Fado
Dizem os ventos que as marés não dormem esta noite. Estou assustada à espera que regresses: as ondas já engoliram a praia mais pequena e entornaram algas nos vasos da varanda. E, na cidade, conta-se que as praças acoitaram à tarde dezenas de gaivotas que perseguiram os pombos e os morderam.
A lareira crepita lentamente. O pão ainda está morno à tua mesa. Mas a água já ferveu três vezes para o caldo. E em casa a luz fraqueja, não tarda que se apague. E tu não tardes, que eu fiz um bolo de ervas com canela; e há compota de ameixas e suspiros e um cobertor de lã na cama e eu
estou assustada. A lua está apenas por metade, a terra treme. E eu tremo, com medo que não voltes.
Fado
Dicen los vientos que las mareas no duermen esta noche. Estoy asustada esperando que regreses: las olas ya se tragaron la playa más pequeña y derramaron algas en las macetas del balcón. Y, en la ciudad, se cuenta que la plazas acogieron por la tarde a decenas de gaviotas que persiguieron a las palomas y las mordieron.
La chimenea crepita lentamente. El pan todavía está tibio en tu mesa. Pero el agua ha hervido ya tres veces para el caldo. Y en casa la luz se debilita, no tardará en apagarse. Y tú no tardes, que hice una tarta de hierbas con canela; y hay mermelada de ciruelas y merengues y una manta de lana en la cama y yo
estoy asustada. Sólo está la mitad de la luna, la tierra tiembla. Y yo tiemblo, temiendo que no vuelvas.
Maria do Rosário Pedreira
***
Mãe, oxalá eu nunca tivesse largado a tua mão: com o menino ao colo, fez-se a estrada maior do que o meu desespero, amarrotou-se de velho meu coração tão claro. Eu tinha catorze anos antes
do estrondo, catorze anos e meio antes do teu grito, quinze anos cumpridos quando afastei o véu dos teus cabelos: se me dizias sempre que não fosse para longe, porque pediam o contrário os teus olhos parados? Ainda por cima, mãe, chegar
ao campo foi como bater a uma porta cansada – mil tendas que eram velas remendadas, barcos para ficar de novo pelo caminho. Trouxeram-nos mantas cheias de perguntas; tentaram-me com doces para me pôr no lugar; mudaram ao meu irmão a fralda com as mãos frias. Mãe, eu disse-lhes que
o menino era meu; e agora, quando ele procura os teus seios no meu corpo sem formas, cubro com o teu véu os meus cabelos e canto-lhe baixinho canções de açúcar. Não sei que idade tenho, mãe, mas oxalá eu nunca tivesse largado a tua mão.
***
Madre, ojalá yo nunca hubiera soltado tu mano: con el niño en brazos, se hizo el camino más largo que mi desesperación, se arrugó de viejo mí corazón tan claro. Yo tenía catorce años antes
del estruendo, catorce años y medio antes de tu grito, quince años cumplidos cuando alejé el velo de tus cabellos: si me decías siempre que no me alejara, ¿por qué pedían lo contrario tus ojos parados? Además, madre, llegar
al campo fue como llamar a una puerta cansada; mil tiendas que eran velas remendadas, barcos para quedarse de nuevo por el camino. Nos trajeron cobijas llenas de preguntas; me tentaron con dulces para ponerme en mi lugar; con las manos frías le cambiaron el pañal a mi hermano. Madre, yo les dije que
el niño era mío; y ahora, cuando él busca tus senos en mi cuerpo sin formas, cubro con tu velo mis cabellos y le canto bajito canciones de azúcar. No sé qué edad tengo, madre, pero ojalá yo nunca hubiera soltado tu mano.
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