Guido Guidi Guerrera-Franco Battiato Niente è come sembra – Simbologia dei testi-
VERDICHIARO EDITORE
Franco Battiato
Descrizione del libro di Guido Guidi Guerrera-Franco Battiato Niente è come sembra – Simbologia dei testi-L’universo di Franco Battiato è spesso sinonimo di ricerca interiore. La sua lezione è costantemente quella del “niente è come sembra” e spinge a guardare oltre il velame delle apparenze.
Tutta la trama compositiva del suo repertorio è intessuta di citazioni evocative di esperienze personali dal cui narrato si indovinano volti e parole di grandi saggi del passato ma anche dei più prossimi al nostro tempo. In controluce si stagliano le figure di Gurdjieff, Mewlana, Guenon, Rajineesh, Cristo, Jodorowsky.
Così la visione sincretica della ricerca spirituale di Battiato si riversa in una vera e propria marea di simboli che vanno riconosciuti per essere decifrati e compresi con esattezza.
Individuarli e ben interpretarli è la condicio indefettibile per aprire quelle porte che il Maestro fa intravvedere con la forza di ogni parola, di ogni nota musicale.
Questo libro invita ad aprire quelle porte, e svela finalmente in modo compiuto e organico il pensiero di Franco Battiato spesso travisato, da molti ritenuto “astruso” e in tempi di gran frastuono come i nostri probabilmente neppure ascoltato con la dovuta attenzione.
“Attenzione”, parola chiave del pensiero di Gurdjieff, senza la quale entrare in sintonia con il genio di Franco Battiato non sarà mai agevole, né forse possibile.
Guido Guidi Guerrera
Guido Guidi Guerrera, giornalista e scrittore, collabora alle pagine de “La Nazione” e di “QN”. È inoltre “firma” del quotidiano online “Bergamo Post”. Considerato dalla stessa Fernanda Pivano “uno dei massimi esperti della vita e delle opere di Ernest Hemingway in Italia”, è relatore da molti anni del “Coloquio Internacional E. Hemingway” che riunisce studiosi dello scrittore.
Verdechiaro Pag. 192 – Anno: 2022 Formato: 14 x 21 cm. ISBN: 978-88-6623-433-3
Roma – La Galleria Studio CiCo ospita Omaggio a Yayoi Kusama-
Dal 8 al 22 giugno 2026 la Galleria Studio CiCo di Roma ospita Omaggio a Yayoi Kusama, una mostra collettiva di arte contemporanea dedicata a una delle figure più influenti del panorama artistico internazionale. L’esposizione sarà inaugurata l’8 giugno alle ore 18 negli spazi della galleria di via Gallese 8, in zona Cassia, e sarà visitabile a ingresso libero fino al 22 giugno.
Yayoi Kusama ha costruito una ricerca incentrata sui concetti di infinito, ripetizione, identità e relazione tra individuo e universo. Le sue celebri installazioni immersive, tra cui le Infinity Rooms, hanno ridefinito il rapporto tra opera d’arte e spettatore, influenzando generazioni di artisti e conquistando milioni di visitatori in tutto il mondo.
la Galleria Studio CiCo di Roma ospita Omaggio a Yayoi Kusama
L’esposizione riunisce le opere di dieci artisti chiamati a reinterpretare, attraverso linguaggi personali, alcuni dei temi più significativi della poetica dell’artista giapponese: Franco Bacci, Simona Capuano, Cinzia Cotellessa, Monica Galli, Barbara Maresti, Donatella Ricci Piccirilli, Elena Pietrangeli, Annalisa Sacchetti, Luca Theodoli e Federica Virgili. Ognuno affronta il confronto con l’universo creativo di Kusama attraverso linguaggi differenti, offrendo al pubblico prospettive eterogenee su temi che continuano a interrogare l’arte contemporanea.
Ad arricchire la serata inaugurale dell’8 giugno sarà la performance dell’attrice Chiara Pavoni, pensata appositamente in dialogo con il percorso espositivo. Un intervento performativo che accompagnerà il pubblico attraverso parola, gesto e presenza scenica, ampliando la dimensione immersiva e relazionale della mostra.
LETTERATURE Festival Internazionale di Roma – XXV edizione-
Roma– Torna “Letterature Festival Internazionale di Roma”, storica manifestazione della Capitale che vede protagoniste le più importanti voci letterarie di questi anni. Giunto alla sua 25ª edizione, Letterature Festival è promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale, curato dal Dipartimento Attività Culturali, con il coordinamento organizzativo di Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con Parco Archeologico del Colosseo.
Il titolo scelto per questa edizione, curata da Silvia Barbagallo e Anna Voltaggio, è Sconfinare.
LETTERATURE Festival Internazionale di Roma – XXV edizione-
La maestosa cornice dello Stadio Palatino, all’interno del Parco Archeologico del Colosseo, sarà ancora una volta lo straordinario scenario del Festival, con un calendario articolato in tre serate: 19, 20, 21 giugno, cui si aggiungerà, come lo scorso anno, un appuntamento extra Festival il 18 luglio all’Idroscalo di Ostia, ospitato dal Puntasacra Film Fest.
Sconfinare è attraversare i limiti imposti: quelli del corpo, del ruolo, della parola. In questo senso sconfinare diventa il verbo-identità di questa edizione dove ogni serata sarà declinata attraverso un tema: “Chi scrive il mondo. Donne e dinamiche di potere”, “Controvento. Storie di resistenza”, “Le mappe invisibili. Il potere delle parole”.
Sconfinare abbraccia questi temi e non è inteso soltanto con il senso di “andare oltre”, ma diventa superamento di un silenzio imposto, gesto fondativo di ogni Resistenza, dove infine la letteratura, che chiude l’ultima serata del Festival, si intende come la forma più potente di questo sconfinamento. Sconfinare è uscire da un tracciato, dalla Storia scritta da pochi, è la bussola per ogni resistenza a venire. Attraverso i libri e le parole, le donne hanno rotto steccati culturali, legali, affettivi, hanno raccontato le loro storie e affrontano le dinamiche di potere con gli uomini, non per ribaltarle ma per smontarle. Sconfinare trasforma l’esperienza personale in visione collettiva.
Le scrittrici e gli scrittori ospiti, grandi voci della scena letteraria internazionale e italiana contemporanea, saranno invitati a salire sul prestigioso palco del Palatino – luogo tra i più importanti al mondo per il valore storico e culturale che nel corso di questi anni ha riunito le figure più importanti del panorama letterario come i premi Nobel Jon Fosse e László Krasznahorkai, Annie Ernaux, Azar Nafisi, David Grossman, Peter Cameron, Margaret Atwood, Ali Smith, Georgi Gospodinov, William T. Vollmann e molti altri – per interpretare il tema di ogni serata provando a decifrare il nostro tempo.
Con uno sguardo nuovo e spericolato, un cambio di prospettiva che cerca una relazione più forte con la nostra contemporaneità, per conoscerla e interpretarla, Letterature quest’anno aggiunge alla tradizionale e amata lettura dei testi inediti, alcune grandi interviste di approfondimento condotte da giornalisti e intellettuali del nostro Paese. Agli autori letterari internazionali e italiani, si affiancheranno interpreti di linguaggi altri, artisti e musicisti, in un accostamento di voci differenti per un grande racconto composito sui temi contemporanei più urgenti dell’attualità e della letteratura.
Altra novità dell’edizione 2026 sarà la conduzione delle tre serate. Marino Sinibaldi, Eva Giovannini, Pegah Moshir Pour, accompagneranno il pubblico nelle due ore di spettacolo letterario, costruendo il filo narrativo che lega gli ospiti e i temi scelti.
Un evento eccezionale come La Tempesta Silenziosa – format di lettura ideato da Alessandro Baricco che sta chiamando a raccolta migliaia di persone allo Stadio Palatino per un’esperienza collettiva senza precedenti e che sta registrando migliaia di prenotazioni e adesioni – farà da apripista a Letterature, un appuntamento ormai storico che va ad inserirsi all’interno della trasformazione culturale che sta vivendo Roma, città stratificata dove tanti limiti sono stati imposti e poi superati, dove sconfinare è gesto quotidiano, rioccupazione di spazi, trasformazione urbanistica, convivenza di memoria e di nuovi linguaggi che attraversano il presente.
Letterature chiamerà sul palco del Palatino ogni sera un musicista diverso per un racconto musicale eseguito dal vivo che saprà intrecciarsi con quello degli inediti e delle interviste degli autori e delle autrici ospiti. Nella prima serata sarà protagonista la musica di Chiara Civello, cantante, compositrice e polistrumentista, artista avventurosa ed eclettica, nella seconda serata la musica di Gabriele Coen e di Ziad Trabelsi, esponenti di punta della cultura musicale ebraica e araba nel nostro Paese, nella terza serata la musica di Erica Mou, artista poliedrica che coniuga la grande tradizione cantautoriale italiana con le sonorità pop-folk del Nord Europa.
Il dialogo tra i diversi linguaggi artistici sarà arricchito da immagini e video che accompagneranno le performance degli ospiti sul palco del Palatino, in un affascinante e suggestivo racconto visivo.
La prima serata di venerdì 19 giugno, “Chi scrive il mondo. Donne e dinamiche di potere” è inaugurata dall’inedito della giornalista e scrittrice Concita De Gregorio, firma storica di “la Repubblica”, con alle spalle una lunga carriera nel giornalismo d’inchiesta, autrice del romanzo intimo La cura (Einaudi), libro che ha al centro il prendersi cura degli altri come unico modo per prendersi cura di sé, e che restituisce alla cura la sua dimensione di azione, di scelta politica e, soprattutto, di legame indissolubile tra gli esseri umani e di responsabilità collettiva.
Sarà poi la volta della scrittrice statunitense Rachel Kushner, tra le più originali e interessanti del panorama letterario americano, in dialogo con Marino Sinibaldi. Autrice dei romanzi tradotti in diverse lingue Telex da Cuba (Mondadori), Braci nella notte (Ponte alle Grazie), I lanciafiamme (Ponte alle Grazie), Mars Room (Einaudi), ha vinto il Prix Médicis étranger ed è stata finalista al Booker Prize, al National Book Critics Circle Award, al Folio Prize e per due volte al National Book Award in Fiction. Il lago della creazione (Einaudi), sua ultima pubblicazione, è un romanzo politico e magnetico che esplora lo spionaggio, l’ecologia e l’identità del nostro presente.
Salirà poi sul palco del Palatino, con un inedito, una delle più grandi poete del nostro tempo, Patrizia Valduga, voce libera, affilata e ironica, raffinata traduttrice delle opere di Donne, Mallarmé, Shakespeare, Valéry, Pound, Sade, autrice di numerose opere di poesia tra le quali il Premio Viareggio Opera Prima Poesia Medicamenta (Guanda), Libro delle laudi (Einaudi), Poesie erotiche (Einaudi), Lacrimae Rerum (Einaudi).
La serata continuerà con l’inedito della scrittrice, critica letteraria e traduttrice francese Neige Sinno, autrice del romanzo autobiografico Triste tigre (Neri Pozza), libro più premiato in Francia nel 2023, vincitore del Premio Strega Europeo 2024, che racconta la disgregazione di una famiglia e denuncia gli abusi subìti dal patrigno durante l’infanzia: la letteratura diventa lo strumento per uscire dal silenzio e da ciò che deve essere tenuto invisibile, trasformando la propria esperienza in testimonianza collettiva. L’autrice sarà anche in dialogo con la scrittrice Rosella Postorino.
A seguire, per la prima volta al Festival, l’inedito non sarà composto da un testo bensì disegnato dal vivo, ad opera della fumettista pluripremiata e attivista Fumettibrutti, autrice dirompente che attraverso le sue opere a fumetto ha saputo dare forma con forza e originalità a esperienze spesso invisibili, portando in primo piano tematiche legate all’identità di genere, alle persone trans e alla comunità LGBTQIA+. Ha esordito con Romanzo esplicito (Feltrinelli Comics), acclamato dalla critica fumettistica e non solo. La sua ultima graphic novel Tutte le cose belle sono rifatte (Feltrinelli Comics), opera intima e politica, racconta la transizione, il corpo e l’identità, riflette su inclusione e parità di genere e sfida ogni forma di discriminazione attraverso un dialogo aperto e attuale.
La seconda serata di sabato 20 giugno, “Controvento. Storie di resistenza”, sarà aperta da un ricordo della grande fumettista e regista iraniana naturalizzata francese Marjane Satrapi, scomparsa in questi giorni, voce impegnata per la libertà individuale, per i diritti delle donne e per la democrazia, autrice del grande romanzo a fumetti Persepolis, che ha raccontato l’Iran al mondo.
La serata ospiterà poi l’inedito della giornalista e scrittrice Widad Tamimi, figlia di un profugo palestinese fuggito dall’occupazione israeliana del 1967 e di una donna di origini ebree; cresciuta in Italia, autrice per Feltrinelli dei romanzi Il caffè delle donne, Le rose del vento. Storia di destini incrociati e Dal fiume al mare, ha fondato l’associazione IOIEN dedicata alla creazione di borse di studio per giovani in fuga da aree di guerra, collabora con diverse testate giornalistiche in Italia e all’estero.
Due le interviste della serata: nella prima sarà protagonista Ahmet Altan, che arriva per la prima volta in Italia dopo la sua scarcerazione, tra i più noti giornalisti e scrittori turchi contemporanei, prigioniero politico sotto il regime di Erdoğan per reati di opinione, condannato all’ergastolo per la sua attività di oppositore e critico del potere, poi liberato nel 2021 grazie al vasto movimento di solidarietà sviluppatosi nei suoi confronti in Turchia e in Europa. Con le edizioni E/O ha pubblicato i romanzi Scrittore e assassino e Signora Vita, la raccolta delle sue memorie difensive dal titolo Tre manifesti per la libertà, oltre ai primi tre volumi del Quartetto ottomano: Come la ferita di una spada, Amore nei giorni della rivolta, La lettera e il pianoforte.
Salirà poi sul palco del Palatino, per una vera e propria anteprima, Pietro Sermonti, attore, protagonista di commedie di successo in TV e al cinema (la serie Boris, la saga di Smetto quando voglio), che leggerà la Lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare, scritta da Rodolfo Walsh (scrittore, giornalista e attivista politico) il 24 marzo 1977, nel primo anniversario del golpe in Argentina: la mattina del giorno successivo, verrà assassinato per strada da un “Gruppo d’Azione” e il suo corpo non sarà mai ritrovato. Questa lettera si trova in Appendice al volume Operazione massacro (SUR) di Rodolfo Walsh che, un decennio prima di A sangue freddo e del New Journalism, ha rivoluzionato per sempre il modo di fare giornalismo. L’audiolibro, appena uscito, di Operazione massacro è stato letto da Sermonti che lo ha co-prodotto (con SUR e Emons) con la sua neonata produzione che, non a caso, si chiama WALSH PRODUCTION.
Nella seconda intervista sarà protagonista la scrittrice e giornalista Samar Yazbek, esule siriana tra le intellettuali più impegnate ed esposte nella lotta contro il regime siriano. Dopo aver subito minacce, intimidazioni e torture psicologiche è stata costretta a fuggire dal suo paese, trasferendosi in Francia. In Italia con Sellerio ha pubblicato nel 2017 il reportage autobiografico Passaggi in Siria, straordinaria testimonianza del conflitto siriano, secondo The Observer «uno dei primi classici politici del XXI secolo», vincitore del PEN Pinter Award in Inghilterra, Diciannove donne, dedicato alle protagoniste silenti della rivoluzione siriana, e nel 2025 La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite, dove ha raccolto testimonianze di centinaia di sopravvissuti di Gaza dopo il 7 ottobre 2023.
Sarà poi la volta di uno dei più noti e amati fumettisti italiani, Zerocalcare, che leggerà un testo inedito, suo primo testo non disegnato. Tra le sue graphic novel, edite da Bao Publishing, La profezia dell’armadillo, Dimentica il mio nome, proposto al Premio Strega 2015, Kobane Calling, reportage in cui ha raccontato la propria esperienza sul confine turco-siriano in supporto al popolo curdo. Il suo ultimo libro Nel nido dei serpenti (in collaborazione con Momo edizioni) raccoglie le storie di Zerocalcare sul processo ungherese che vede tra gli imputati Ilaria Salis, e una lunga storia inedita sulla vicenda giudiziaria di Maja T., nell’ambito dello stesso processo. Una storia sui rigurgiti di intolleranza con i quali l’Europa non ha mai fatto pienamente i conti, e che stanno portando al ritorno di ideologie odiose, a lungo ritenute sconfitte e in declino. Per Netflix ha realizzato le serie animate di successo Strappare lungo i bordi, Questo mondo non mi renderà cattivo e la sua più recente che chiude la trilogia Due spicci.
Chiuderanno la serata salendo sul palco di Letterature simbolicamente insieme, la scrittrice e giornalista ucraina Yaryna Grusha, membro dell’AISU e del direttivo del PEN Ukraine, curatrice del diario interrotto di Victoria Amelina (scrittrice ucraina uccisa nella strage di civili a Kramatorsk nel giugno del 2023) tradotto in diciassette lingue (in Italia edito con il titolo Guardando le donne guardare la guerra, Guanda), autrice del libro L’Album Blu (Bompiani editore), romanzo pieno di fierezza e di poesia, che attraverso le storie dei suoi protagonisti ci apre gli occhi sulla grande Storia e, con la forza della letteratura, ci chiede di prendere posizione, e la giornalista russa Vera Politkovskaja, figlia di Anna Politkovskaja assassinata nel 2006 per aver denunciato l’orrore della guerra in Cecenia, vissuta a Mosca fino all’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina e poi fuggita in una località sicura con la famiglia, anche lei forte oppositrice di Putin, autrice del libro con Sara Giudice Una madre (Rizzoli). Entrambe leggeranno un inedito.
Le letture della serata saranno a cura dell’attrice Maria Chiara Giannetta, protagonista di film come Muori di lei di Stefano Sardo, e volto della serie TV di successo Blanca.
L’apertura della terza serata di domenica 21 giugno, “Le mappe invisibili. Il potere delle parole”, è affidata all’inedito del poeta e narratore spagnolo Manuel Vilas, insignito di numerosi e prestigiosi premi, collaboratore di varie testate giornalistiche tra cui “El País”, autore dei romanzi editi da Guanda In tutto c’è stata bellezza, bestseller tradotto in oltre venti lingue e vincitore del Prix Femina in Francia, La gioia, all’improvviso, finalista al Premio Planeta 2019 in Spagna e al premio Jean Monnet di letteratura europea in Francia, I baci, Amor costante, Premio Nadal de Novela 2023, Il miglior libro del mondo e Se non ho nessuno accanto il mondo si fa tenebra, suo ultimo intimo libro sul tema dell’abbandono.
La serata proseguirà con un’intervista al grande scrittore, sceneggiatore e regista francese, tradotto in tutto il mondo e vincitore di numerosi riconoscimenti, Emmanuel Carrère. L’ultimo romanzo dello scrittore è Kolchoz (Adelphi), vincitore nel 2025 del Prix Médicis e del Prix Grand Continent, un grande romanzo familiare, omaggio alla propria madre. Tra i suoi romanzi di grande successo Vite che non sono la mia, Limonov, L’avversario, V13, Il Regno, tutti editi da Adelphi.
Sarà poi la volta dell’inedito della scrittrice e traduttrice Veronica Raimo, autrice, tra gli altri libri, di Niente di vero (Einaudi), tradotto in diversi paesi, finalista al Premio Strega 2022 e vincitore del Premio Strega Giovani 2022 e del Premio Viareggio Rèpaci Narrativa, inserito nella longlist del Booker Prize 2024, la raccolta di racconti La vita è breve, eccetera (Einaudi) Premio Chiara, Premio Scuola Karenin, Premio Fucini, e Non scrivere di me (Einaudi), suo ultimo romanzo che affronta il tema della violenza e della lingua che usiamo per raccontarla. I suoi racconti sono apparsi su diverse antologie e riviste, sia in Italia che all’estero. Ha co-sceneggiato il film Bella addormentata di Marco Bellocchio. Ha tradotto dall’inglese, tra gli altri, Francis Scott Fitzgerald, Octavia E. Butler, Ray Bradbury. L’Italia torna, dopo 18 anni, a essere Ospite d’Onore alla Feria Internacional del Libro de Guadalajara (FIL) in Messico a dicembre 2026, una delle principali fiere del libro al mondo e la più importante per l’editoria in lingua spagnola. La partecipazione italiana in qualità di Ospite d’Onore è resa possibile grazie al sostegno di numerose istituzioni e alla collaborazione dell’Associazione Italiana Editori. La fiera ospiterà l’Assessore alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale Massimiliano Smeriglio. Nel percorso di avvicinamento a questo importante appuntamento si inserisce l’incontro a Letterature con lo scrittore Yuri Herrera, una delle voci più autorevoli e originali della narrativa messicana contemporanea. I suoi romanzi Segnali che precederanno la fine del mondo, La ballata del re di denari e La trasmigrazione dei corpi, riuniti per la prima volta in un unico volume dal titolo Trilogia della frontiera (La Nuova Frontiera) hanno rinnovato profondamente il modo di raccontare il confine e i rapporti conflittuali tra Nord e Sud delle Americhe. La presenza dello scrittore, che sarà sul palco del Palatino con un inedito e un’intervista, è legata anche al sostegno di IILA-Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana, con la quale il Festival da quest’anno inizia un nuovo percorso di collaborazione inteso a valorizzare il dialogo con la cultura latinoamericana.
La serata si concluderà con l’inedito della scrittrice indiana Kiran Desai, figlia della scrittrice Anita Desai, vincitrice del Booker Prize 2006 e del National Book Critics Circle Award per la narrativa con il romanzo Eredi della sconfitta (Adelphi), che dopo vent’anni pubblica il suo atteso nuovo romanzo, La solitudine di Sonia e Sunny (Adelphi), un’opera complessa di oltre 700 pagine, finalista al Booker Prize 2025, che parte da una inusuale storia d’amore per poi intrecciare altri temi, come il vuoto della solitudine contemporanea e lo sgretolamento delle culture e delle tradizioni familiari, uno straordinario racconto dell’India di oggi e della spersonalizzazione che domina nel mondo occidentale.
Le letture della serata saranno affidate a Gaetano Bruno, versatile attore di teatro, cinema e televisione, ha collaborato continuativamente nel gruppo teatrale diretto da Emma Dante, ha esordito al cinema con Paolo Sorrentino in Le conseguenze dell’amore, ha recitato in molteplici pellicole di rilievo, tra cui Baarìa di Giuseppe Tornatore, La doppia ora di Giuseppe Capotondi, Il traditore di Marco Bellocchio, è apparso in produzioni internazionali tra cui House of Gucci e Mission: Impossible-Dead Reckoning-Parte uno, ha partecipato a serie di successo come M-Il figlio del secolo, e a Neri Marcoré, artista poliedrico noto per la sua versatilità come attore, doppiatore, conduttore, musicista e regista. Dopo gli esordi in radio e televisione si è affermato nel cinema con interpretazioni intense e misurate, come ne Il cuore altrove di Pupi Avati, che gli è valso la candidatura ai David di Donatello e il Nastro d’Argento come miglior attore protagonista. Ha lavorato anche con Cristina Comencini, Sidney Sibilia, Riccardo Milani e Paolo Genovese, distinguendosi per la sua duttilità e il suo stile misurato.
Si ringraziano le case editrici: Adelphi, Bompiani, Einaudi, Edizioni E/O, Feltrinelli, Guanda, La Nuova Frontiera, Neri Pozza, Sellerio, SUR.
Il programma completo sarà disponibile sul sito www.culture.roma.it/festivaldelleletteraturee sui social della manifestazione. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Per informazioni: 060608. Le serate avranno inizio alle ore 21 con accesso allo Stadio Palatino alle 20.30.
Letterature è realizzato con il sostegno di SIAE–Società Italiana degli Autori ed Editori. Si ringraziano AIE–Associazione Italiana Editori e IILA-Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana.
Loriana d’Ari – Poesie da “silenzio, soglia d’acqua”
Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su riviste e blog letterari e ricevuto riconoscimenti e segnalazioni in vari premi, tra cui “Ossi di seppia” e “Bologna in lettere”. Silenzio, soglia d’acqua, che è la sua opera prima, ha vinto la sesta edizione del premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di poesia ed è stata segnalata al premio “Lorenzo Montano”.
Loriana d’Ari
POESIE
canto il silenzio d’edera preghiera
spira dentata d’artiglio che affonda
sbalza la mappa, l’intaglio preciso
su questo corpo di scogliera franta
un ribollire ai bordi, una scampata
emorragia: tocca là dove brucia
non chiarire, non dire
*
questa la stanza o un’altra, questa o un’altra
l’ora, carta e matita a scarnificata memoria.
torvo il riflesso che ammicca a quel
davanzale, lasciarsi
abitare da un’altra qualsiasi morte incruenta
*
è saggezza di funambolo: troppo vero spezza il filo.
e barcolli in barbagli, cieco l’occhio che crede
svelto il piede che sfiora
lo strapiombo di essere intera.
*
silenzio, soglia d’acqua
fiore che sanguina in bocca
aspra nei tagli la trama di
nude corolle, sillabe cave.
per ogni spina che raschia
la gola, qualcosa scollina
si stacca: fogliolina
che cavalca nel vento la caduta
*
ora che più chiara è questa notte
una penombra di morbidi e saldi
contorni, lasciami aperta
ai volti di un volto soltanto.
stanno a un soffio l’antilope
e la tigre, la grandine e la rosa.
che continuino, io prego
e non dimentico.
*
Loriana d’Ari, silenzio, soglia d’acqua, prefazione di Mario Famularo, Arcipelago itaca, 2021
VAJONT
l’invaso ingravida la valle, singhiozza dalle crepe
non date da bere al monte marcio.
il versante dai piedi d’argilla
slitta. sappiamo ormai
le scosse, le strade palmo a palmo
sconnesse, le fondamenta fradicie. chiniamo
le schiene al tramonto sotto i larici
dove l’acqua che regge il monte gli erode
il fianco, mentre già ci trascina un vento denso
a svanire. e il monte non cessa di cadere
LA DONNA STAMBECCO
la s’indovina di notte dal biancore
della schiena, quasi un’altra concrezione
calcarea o formazione lattescente.
ma trascorre oscuramente nella coltre che
s’allenta e cede quando inarca
la fionda dei tendini ed è nuda la donna
stambecco ora spicca non resta che la scia
dei cristalli di salgemma e come brilla
lassù in alto il precipizio
KITESURFING
le insegne spettrali a mezzogiorno
sul promontorio una ciambella di nubi appollaiata
come un passero covando il sonno
la crêuza è un girotondo d’orme liquide, via
dal sale dei ciottoli, verso
la distesa dell’acqua un coperchio di cadmio e luce
di taglio agli occhi, quando
dal mare riaffiora il tuo corpo
scroscio. e la conca del tronco si
svuota prende quota i pugni stretti alla barra
dell’aquilone, gobba di gatto che s’ingoia il vento
Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari, e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari concorsi, tra cui il premio Gozzano, Bologna in Lettere, Poesia di Strada e la segnalazione per la raccolta inedita al Montano. La sua silloge d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice del VI premio Arcipelago Itaca per la raccolta inedita (opera prima).
Immanuel Kant, Riflessioni sulla Critica della ragion pura-a cura di Benno Erdmann-Orthotes Editrice
Immanuel Kant
Nel 1887 Hans Vaihinger definiva l’edizione delle Riflessioni di Kant sulla Critica della ragion pura “la pubblicazione più importante degli ultimi anni”. Con essa, infatti, iniziava l’interesse per le opere inedite e postume di Kant, che ha trasformato profondamente la nostra immagine della sua filosofia. Benno Erdmann, direttore delle edizioni delle opere di Kant per l’Accademia di Berlino dopo la morte di Dilthey, ha ricostruito, partendo da annotazioni manoscritte, le riflessioni di Kant sulla Critica della ragion pura, mostrando come il testo non sia un lavoro unitario (“completato” in pochi mesi, come dichiarato dallo stesso Kant), bensì un’operazione basata sulla ricostruzione e collazione di diversi manoscritti risalenti al periodo che va dal 1772 al 1780. Il criticismo, cioè il periodo della riflessione di Kant che culmina poi con la pubblicazione della Critica della ragion pura (1781), è dunque diretta conseguenza di una evoluzione che passa attraverso la precedente sconfessione della metafisica di Wolff e di Crusius, la formulazione di un nuovo concetto di metafisica intesa come “scienza dei limiti della ragion pura”, e la confutazione dei problemi messi in luce dalle antinomie, cioè da quei ragionamenti che sono egualmente veri e falsi poiché non basati sull’esperienza sensibile. Questa edizione ha dunque il pregio di restituire al lettore, anche grazie all’apparato di note di Erdmann che fanno da commentario al testo, la complessa maturazione di una delle più rivoluzionarie opere del pensiero filosofico.
Immanuel Kant
Immanuel Kant (1724-1804) è stato il più importante esponente dell’illuminismo tedesco, anticipatore della filosofia idealistica e della modernità. Con lui la filosofia perde l’aspetto dogmatico metafisico tradizionale e assume i caratteri di una ricerca critica sulle condizioni del conoscere.
Immanuel Kant
Biografia Ragionata di Immanuel Kant-
Fonte -Liceo Classico e Linguistico “Immanuel Kant di Roma”
Poichè mi sono accorto che molti studenti delle prime classi non conoscono chi fosse Immanuel Kant, a loro sono indirizzate le righe che seguono, nella speranza che l’interesse per questo grande filosofo umanista, alla cui memoria non a caso è stata dedicata la scuola, possa col tempo approfondirsi e tradursi in costante impulso verso un’analisi razionale della realtà e, al tempo stesso, verso un consapevole impegno morale.
IL FASCINO DELLA RAGIONE
kant Kant nacque il 22 Aprile 1724 a Kònigsberg, nella Prussia orientale, da una famiglia di origine scozzese. Il padre era un modesto artigiano del cuoio e la madre morì quando Immanuel, secondogenito di sei figli, aveva tredici anni. Fu educato secondo lo spirito religioso del pietismo nel Collegium Fridericianum; da ragazzo si mostrò distratto e smemorato, già destinato a diventare il filosofo con la testa tra le nuvole che ritroviamo negli aneddoti. Uscito dal collegio, studiò filosofia, teologia e matematica all’università di Kònigsberg e dopo gli studi universitari fu bibliotecario, precettore e segretario.
I suoi primi scritti riguardano una “teoria del cielo”, che fu poi detta “Teoria di Kant e Laplace” perchè Laplace, grande matematico e fisico francese, la teorizzò contemporaneamente a Kant. Tale teoria consiste nello spiegare la formazione del sistema solare e delle altre stelle come effetto di un processo di condensazione di una specie di antica polvere cosmica, che, raffreddandosi e condensandosi, avrebbe dato origine all’universo; grosso modo, la teoria di Kant – Laplace è ritenuta valida ancor oggi e, sotto certi aspetti, anticipa la moderna teoria del ” Big bang “.
Il re di Prussia Federico II volle ricompensare Kant per la sua “Teoria del cielo” e gli offrì di insegnare all’università di Halle, ma Kant non volle muoversi da Kònigsberg; attese quindi qui per alcuni anni la cattedra universitaria, che ottenne nel 1770 e che tenne fino alla morte avvenuta il 12 Febbraio 1804.
Dicono che fosse gentile, affabile e sempre pronto a rendere gradevoli le sue lezioni per mezzo di battute spiritose e di aneddoti. La sua forza, dicevano gli studenti, era di non far mai sentire gli altri ignoranti o incompetenti. Ma, accanto a questo, un altro elemento caratterizzò l’insegnamento di Kant: la volontà di accendere lo spirito critico di quanti lo ascoltavano. Io non voglio insegnare la logica, era solito dire, voglio insegnare a pensare.
Con il passar del tempo il filosofo acquisì, però, un temperamento quasi maniacale. Un nonnulla era sufficiente, spesso, a disturbarlo. Per esempio, una volta, dopo aver tenuto una lezione singolarmente sconclusionata, piena di silenzi e di distrazioni, confessò ad un amico che lo aveva disturbato il fatto che uno dei suoi ascoltatori aveva la giacca priva di un bottone: l’assenza di quel bottone lo aveva come ipnotizzato.
Ma, a parte i disturbi insorti nell’ultimo periodo della vita, è vero che la personalità di Kant si potrebbe prestare ad un’analisi di tipo psicoanalitico. Al riguardo va detto, per esempio, che non è un caso che nella visione di Kant, pure così aperta verso la rousseauniana scoperta dei sentimenti, manchi del tutto l’idea dell’inconscio emotivo, delle zone di buio e di oscurità, cui la ragione stenta ad avere accesso, per quanto si sforzi di penetrarle. E’ comunque probabile che a Kant le teorie psicoanalitiche di Freud sarebbero molto piaciute; del resto, Freud è anche lui, a ben vedere, un razionalista: il suo motto era: “Wo Es war, soll Ich werden” ( “Dove era l’inconscio deve arrivare l’Io (cioè la ragione) “).In conclusione, si può comunque dire che entrambi, Kant e Freud, hanno avvertito l’esigenza di far leva sulla ragione come strumento fondamentale di orientamento, ponendo l’uomo al centro dei problemi e della realtà.
Kant amava pensare di se stesso che era stato il “Copernico della mente umana”. Così come Copernico aveva dimostrato che non è il Sole a girare intorno alla Terra, ma la Terra e gli altri pianeti a girare intorno al Sole, allo stesso modo Kant ha dimostrato che non è la mente umana a recepire passivamente il mondo, ma piuttosto è il mondo a essere interamente sottoposto alle leggi della ragione umana.
Ci vien fatto di pensare, infatti, che esista una realtà, un mondo esterno fatto di oggetti. L’uomo guarda il mondo e vede gli oggetti. Da Kant in poi, invece, si è capito che è la struttura della mente umana che impone le sue “forme” agli oggetti, anzichè “subire” questi ultimi.
Alcuni filosofi, come Fichte, Schelling e Hegel, hanno finito per negare che esista una realtà che sia indipendente dal pensiero; essi hanno affermato che, in un modo o in un altro, il pensiero “crea” il mondo, e, dicendo ciò, hanno fatto di ogni uomo un Dio che crea il mondo. La teoria filosofica di questi filosofi, chiamata idealismo, è, secondo Kant, sbagliata. Per lui, qualunque sia la realtà in sé, essa non può diventare parte di noi restando intatta; essa non può, cioè, essere da noi percepita al di fuori dei nostri “modi” strutturali di conoscerla e di capirla. E questi “modi” sono dettati dalla nostra natura di uomini, sono intrinseci alla nostra precipua dimensione umana.
Per Kant bisogna dunque smettere di pretendere di conoscere le cose al di fuori dei filtri concettuali e percettivi che l’uomo, tutti gli uomini, si portano dentro. Questa è la rivoluzione copernicana di “Kant”. E’ razionalmente impossibile a noi uomini pretendere di fare filosofia immaginando come vedremmo il mondo se non fossimo fatti come siamo fatti. Per Kant i filosofi e i mistici, i fabbricanti di illusioni, sia pure nobili e belle, hanno preteso di far vedere agli uomini altri mondi, tutti ugualmente diversi da come la nostra struttura fondamentale di esseri umani ci consente realmente di percepire il mondo esterno.
E’ stato detto che Kant è il fondatore di una filosofia dei limiti della ragione. Cosa siano le cose in sé non lo saprò mai. Uomo, io posso solo sapere cosa sono le cose per l’uomo. Pretendere, afferma Kant, di saperne di più, è un’illusione. Tuttavia l’uomo, conscio dei suoi limiti e rassicurato dalla sua ragione, è di fatto un uomo adulto e libero. L’uomo dunque si dà da sè le proprie leggi e deve seguirle perchè, invero, il suo bene risiede nel giusto e misurato esercizio della ragione.
E’ tutto qui il fascino di Kant, il fascino della ragion pura; un fascino discreto, senza toni artificiosi e vani. La filosofia ha avuto i suoi eroi esaltanti e pericolosi: Hegel, il Napoleone della filosofia; Nietzsche, il trasgressore che voleva provocare, scandalizzare; Marx, secondo il quale spettava alle masse stravolgere il corso della storia. Ma, guarda caso, in Nietzsche ( a torto o a ragione ) ha trovato radici il razzismo, in Hegel e in Marx hanno trovato radice rivoluzioni cruente e ( a torto, ma ripetutamente ) lo stalinismo.
Kant è stato un eroe umile, per taluni dal carattere, forse, un pò freddo e misurato, nel cui nome, però, non sono mai state fatte stragi o spargimenti di sangue e dal cui pensiero non sono venuti fuori, nemmeno alla lontana, campi di sterminio o gulag.
In realtà la vera liberazione dell’uomo, che nell’età contemporanea è stata portata avanti in nome della sua parte migliore, la ragione, la dobbiamo proprio a Kant.
Tralasciando di prendere in esame le diverse opere del filosofo, talune delle quali molto complesse e ancora poco esplorate nelle loro implicazioni, per comprendere la tempra morale che caratterizzò Kant come uomo e come pensatore, può essere utile accennare ad alcuni temi di due sue opere , la ” Critica della ragion pratica “, scritta nel 1788, e “La Religione nei limiti della ragione”, scritta nel 1793.
Nella “Critica della ragion pratica” Kant affronta due tradizionali soluzioni del problema morale, ne dimostra le debolezze e finisce per proporre una sua originale prospettiva.
Prima soluzione: la volontà agisce sulla base di leggi e precetti morali dall’esterno, da qualcun altro.Per esempio, i comandamenti rivelati da un Dio oppure le norme collettive stilate da un consiglio di vecchi saggi. Inutile dire che ciò, a Kant, non piace affatto; egli considera un siffatto codice morale indegno della ragione umana. Kant scrive: ” Non dobbiamo considerare certe azioni come doverose perchè sono precetti di Dio, ma dobbiamo considerarle come precetti di Dio perchè sono interiormente doverose “. Anche un credente, ritengo, troverebbe notevole questa affermazione di Kant. In effetti, a suo modo, Kant ci dice che sono la religione e l’idea di Dio a discendere dalla volontà umana, non quest’ultima a discendere da Dio.
Seconda soluzione: la volontà umana agisce sulla base di criteri ricavati “a posteriori” dall’esperienza. Per esempio, sono disponibile verso il prossimo perchè tutti abbiano bisogno dell’aiuto reciproco. Kant non nega l’importanza di questi “imperativi ipotetici”, i quali si esprimono con la formula: ” se vuoi A, allora fai B “,però gli appaiono come poco significativi dal punto di vista della morale. Infatti, tutto il problema è in quel “se”: “se vuoi A…” Ma chi mi dice se “devo” o “posso” volere A ? La morale ipotetica di questo tipo è solo una specie di “regola della prudenza” e, tra l’altro, siccome cento uomini diversi possono desiderare cose diverse, avremmo cento moralità diverse. La morale fondata “a posteriori” è, dunque, una morale relativistica, e, pertanto, sempre diversa da uomo a uomo.
Kant cerca, e trova, una terza soluzione. Essa è basata sulla “sintesi a priori”.
Anche la morale, come la conoscenza, per Kant è costruita su una “forma” a priori e su dei “contenuti” a posteriori. Kant sottolinea che esistono degli imperativi di tipo diverso: gli imperativi “categorici”. Essi dicono semplicemente: “Sii una persona morale, datti delle regole interamente razionali di comportamento”. Gli imperativi categorici infatti, non possono essere che “formali”; dicono in che “forma” va vissuta la propria libertà, non dicono “che cosa fare”. Inoltre, gli imperativi categorici, non solo non hanno contenuti, ma non sono in alcun modo legati a premi o a castighi. Kant trova mostruosa l’idea del paradiso e dell’inferno, trova ignobile il concetto di ricompensa per i buoni e di castigo per i cattivi. La persona morale deve, infatti, trovare nella sua propria moralità l’unica e più ambita ricompensa: per Kant, dunque, si deve essere morali perchè l’essere morali è il migliore, anzi il solo modo, di vivere degnamente la propria condizione umana.
Cinque anni dopo la “Critica della ragion pratica” Kant pubblicò la “Religione nei limiti della ragione”, in cui, come dice il titolo stesso, Kant cercò di dimostrare che la religione si riduce, quanto alla sua forma, alla moralità e che perciò va capovolto il tradizionale rapporto, per cui la religione fonda la moralità, perchè non solo la moralità deve essere autonoma, ma la stessa idea di Dio è un postulato della moralità.
Secondo Kant, il fondamento di ogni religione è l’idea di un male “radicale”, da cui l’uomo si accorge di non potersi liberare e contro il quale sollecita l’intervento salvifico di Dio. Tale male radicale consiste nella stessa tendenza dell’uomo al male; tuttavia tale tendenza, per Kant, non è necessitante, ma libera, e proprio per questo l’azione immorale è riprovevole, in quanto è frutto dell’egoismo dell’uomo.
In realtà, la sola vera religione adatta all’uomo non può essere, per Kant, che quella “naturale”, per la quale l’unico culto possibile è la vita morale. Kant si dimostra molto rigoroso da questo punto di vista: di fronte alla religione rivelata che ammette, come culto divino, una serie di riti, Kant sostiene che Dio non può essere pregato se non con l’azione morale; ogni altra forma di preghiera o di attività religiosa è, per Kant, nient’altro che “superstizione”.
Piace concludere queste righe sul “fascino” della ragione in Kant, riportando alcune tra le ultime parole del filosofo, che suonano come un estremo messaggio trasmesso a tutti gli uomini.
Quando, negli ultimi anni della vita di Kant, i primi pensatori romantici affermarono l’esistenza di un organo di conoscenza – il sentimento o la fede – che confermasse all’uomo l’esistenza di una realtà trascendente, da Kant riconosciuta soltanto come “problematica”, Kant sentì il bisogno di avvertire che ogni tentativo di evadere dalla ragione è illusorio e che, in ultima analisi, anche quando si tratta di decidere ciò che si deve credere o meno, bisogna ricorrere alla ragione; così, infatti, egli ammonì:
Amici dell’umanità e di ciò che c’è di più santo per essa, accettate pure ciò che vi sembra più degno di fede dopo un esame attento e sincero, ma non contestate alla ragione ciò che fa di essa il bene più alto della terra: il privilegio di essere l’ultima pietra di paragone della verità.
Fonte -Liceo Classico e Linguistico I. Kant di Roma
Queste “ombre bianche”, cioè “storie brevi, divertimenti e dialoghi; infine occasioni, satire scritte negli ultimi quindici anni” che Flaiano radunò nel 1972 nella certezza che la realtà avesse ormai superato la satira, raccontano di «un “io” che detesta l’inesattezza ed è stato sopraffatto dalla menzogna». Vi ritroviamo dunque il Flaiano più risentito, impassibile e feroce, capace come pochi di mostrarci le allucinazioni di cui siamo vittime: e mentre legge e sorride è come se uno spiffero gelido investisse d’improvviso il lettore, perché nei mostri messi in scena riconosce, non solo la realtà che lo circonda, ma a tratti, e con raccapriccio, un po’ di se stesso.
Ennio Flaiano
Flaiano scrisse all’editor che l’apparente disordine delle parti del libro era voluto, calcolato. Ma così non sembra al lettore.
C’è un fil rouge che è il disincanto, la delusione, l’oppressione della condanna a un’esistenza che, per Flaiano, era diventata una gabbia; quel dolore interno che gli spezzò il cuore insomma.
Ma gli elementi che compongono questo pout-pourri, anche se scritti in un arco di tempo lungo – vent’anni più o meno – hanno in comune il lato lunare del pescarese, la sua famosa malinconia “canina”.
Non mancano guizzo e invenzione linguistica, battute e freddure. Ma prevale lo straniamento: il futuro è impossibile perchè lo sarebbe anche il presente, se non fosse umanizzato dalla parodia. Ed ecco cadere nella pretestuosità la fantasia: si tratti della vita su Marte, della corrispondenza impossibile, della cancellazione degli affetti verso quello che un giorno si immaginava sarebbe stato il mondo futuribile. “Nel duemila (cantava Bruno Martino) noi non mangeremo più le bistecche”, e Flaiano lo scrive e forse lo pensa.
I continui riferimenti erotici appartengono invece al Flaiano cinematografico, mente lucida del Fellini visionario, e gratta gratta anche qui sotto trovi la delusione personale di una vita familiare distrutta.
In sintesi, sembra di leggere il lungo percorso del brillante scrittore che si estingue giorno dopo giorno, non senza lo sberleffo che lo ha reso grande.
Ennio Flaiano
Flaiano scriveva col privilegiato disincanto di chi ormai si sente alieno a ogni passione, affrancato da ogni compromesso in una realtà che è riuscita a superare la satira, vittima di una quotidianità dove consumismo, conformismo e utilitarismo ormai non risparmiano nessuno.
Le sue ombre bianche disegnano sul muro i mostri di una commedia tutta italiana, da cui anche il mondo intellettuale ormai non è più esente, prigioniero di ghetti dorati da Basso Impero, lascivo di interminabili feste da Dolce Vita, dove il profumo delle “rose di Eliogabalo” segna il declino di quella grande bellezza, preda di marziani extraterrestri.
Perché è proprio in quel boom, le cui contraddizioni già denunciava Bianciardi nella sua “Vita agra”, che si intravedono i sinistri squarci di un Mondo Nuovo di barbari costruttori, di iene senza scrupoli a caccia di carogne, dove tutto fa notizia, tendenza, basta premere sull’acceleratore per non essere superati.
Non c’è curaro negli elzeviri di Flaiano, giacché anche il veleno è finito, non c’è speranza, si passa in rassegna ogni vizio endemico per enumerazioni, per mistificazioni, per aforismi. Per sconfinata desolazione, in odor di involontaria chiaroveggenza.
Patti Smith come l’amore per i libri ci trasforma-Articolo di Manuel Santangelo
Patti Smith sulle biblioteche
Quando, nel 2010, Patti Smithvinse il prestigioso National Book Awardper il suo libro Just Kidsnessuno si sorprese: l’autrice di canzoni iconiche come Because the Night era già conosciuta come “la poetessa del rock” e nessuno aveva mai messo in dubbio la sua abilità di scrittrice, affinata negli anni leggendo sempre moltissimo. Nonostante Just Kids sia prima di tutto il resocontodella sua relazione con uno dei fotografi più importanti del Novecento, Robert Mapplethorpe, Patti Smith dedica molte pagine alla sua passione per la lettura.
Una passione divorante, al limite dell’ossessione, nata già da piccolissima, quando Smith osservava sua madre bere caffè e fumare con un libro aperto sulle ginocchia. La bambina era colpita dalla concentrazione con cui la donna si buttava nella lettura e, prima ancora di imparare davvero a leggere, era già affascinata dai volumi che trovava in casa: “Benché non andassi ancora all’asilo, mi piaceva dare un’occhiata ai suoi libri, toccare la carta e sollevare il foglio di velina dal frontespizio. Volevo sapere che cosa nascondessero, cosa fosse in grado di catturare così profondamente l’attenzione di mia madre”. Si deve a questa figura genitoriale la precoce nascita della Patti Smith lettrice: quando la madre scoprì che aveva nascostoIl libro dei martiri di Foxe sotto il cuscino, nella speranza di assorbirne il contenuto, decise di insegnarle a leggere, anche se era presto per farlo. Racconta Smith: “Con grandi sforzi passammo da Mamma Oca al Dr. Seuss. Quando progredii al punto di non avere più bisogno di ulteriori direttive mi fu permesso di unirmi a lei sul divano imbottito; lei leggeva Le scarpe del pescatore, io Le scarpette rosse”.
La famiglia era molto povera ma i genitori della ragazzina, avidi lettori, non fecero mai mancare la presenza libri in casa. Non sorprende sapere che Patti Smith alla fine risentì del fatto di essere cresciuta in un ambiente del genere: “Mi lasciai ossessionare dai libri. Desideravo leggerli tutti, e ciò che leggevo suscitava in me altre smanie. Magari sarei partita per l’Africa e avrei offerto i miei servigi ad Albert Schweitzer oppure, col cappello di procione calcato bene in testa e un corno di polvere da sparo, avrei difeso il mio popolo come David Crockett.”
n un’intervista del 2016, Smith confessò di non aver mai smesso di rileggere i classici della sua infanzia, da Peter Pan a Alice nel Paese delle Meraviglie fino alla sua favola preferita: Pinocchio. In Just Kids, si riporta un episodio divertente legato a questi libri: l’allora undicenne Patti Smith andava in giro per il suo quartiere senza troppo curarsi dei vestiti che portava addosso e, quando la madre provò a obbligarla a indossare una camicetta perché “stava diventando una ragazza”, si vide rispondere dalla bambina che lei, come tutti i membri del clan di Peter Pan, non sarebbe mai cresciuta.
Con l’andare degli anni, in realtà Patti Smith maturò e lo fece anche grazie ai libri: la ragazza iniziò a trovare sempre più conforto nelle pagine che leggeva e la prima grande svolta nella sua vita di lettrice avvenne quando si imbatté in quello che lei stessa considera il primo libro importante da lei letto: Piccole donne. Patti Smith si identificava soprattutto con un personaggio del capolavoro di Mary Louise Alcott, la risoluta Jo. Molti anni dopo, ricorderà: “Piuttosto stranamente, è stata Louisa May Alcott a fornirmi una visione positiva del mio destino di donna. Jo, il “maschiaccio” delle quattro sorelle March di “Piccole donne”, scrive per aiutare la famiglia, sforzandosi di far quadrare i conti durante la Guerra Civile. Lei mi regalò il coraggio di perseguire nuovi obiettivi”.
Ispirata da quanto aveva letto, Patti iniziò presto a raccontare sue storielle e a inventare lunghi racconti a beneficio di fratelli e sorelle. Fu in quel periodo che si rese conto di come l’atto di leggere nutrisse la sua creatività: “Fui totalmente incantata dal libro. Bramavo leggerli tutti, e tutto quanto leggessi produceva nuovo desiderio di leggere ancora. L’urgenza di esprimere me stessa era il mio desiderio più grande, e i miei fratelli furono i primi entusiasti cospiratori a prelevare dalla mia immaginazione. Ascoltavano assorti le storie che raccontavo, e le mettevano in scena.”
In quegli anni, quando la nutrita collezione di volumi presenti in casa non era abbastanza per soddisfare la sua fame di libri e di storie, Patti Smith si rivolgeva alla biblioteca locale. In Year of the Monkey Patti racconta di come questo luogo la aiutò, durante l’infanzia, a coltivare la sua interiorità, determinando in maniera significativa la persona che sarebbe poi diventata in futuro.
Ogni sabato, la ragazzina andava in biblioteca e sceglieva i libri che avrebbe preso in prestito per quella settimana. Una volta però, Patti si trovò a fronteggiare una situazione imprevista e rischiò quasi di ammalarsi seriamente pur di portare a casa le sue nuove letture. L’autrice stessa ricorda: “Una mattina di autunno inoltrato, nonostante le nuvole minacciose, mi incamminai come sempre, oltre i frutteti di pesche, l’allevamento di maiali e la pista di pattinaggio fino al bivio sulla strada che conduceva alla nostra unica biblioteca. Quel giorno avevo trascorso un’enorme quantità di tempo a scegliere la mia pila di libri, mentre fuori il cielo si faceva sempre più inquietante. All’inizio non ero preoccupata perché avevo le gambe lunghe e camminavo piuttosto veloce, ma poi divenne evidente che non avrei mai potuto evitare la tempesta imminente. Si fece più freddo, i venti aumentarono di intensità e vennero seguiti da forti piogge, poi arrivò la grandine”.
Con la tempesta che infuriava, Patti Smith mise i libri sotto il cappotto e, una volta protetto il suo tesoro, si incamminò faticosamente verso casa. Arrivò bagnata fradicia e, nei giorni seguenti, saltò la scuola per una bronchite. Poco male: la sua spedizione le aveva comunque permesso di apprezzare libri meravigliosi , che non avrebbe mai potuto leggere, se non ci fosse stata la biblioteca locale.
Oggi questi spazi, come i libri che contengono, vengono spesso sottovalutati In realtà, come dimostra Patti Smith, le biblioteche sono luoghi pieni di ricchezza, da frequentare e valorizzare, templi in cui si pratica un’attività in grado di influenzarci e trasformarci in persone migliori: leggere. Perché, come dice Patti Smith stessa, non esiste un’altra occupazione in grado di liberare l’essere umano, al punto da fargli abbandonare la sua dimensione per guardare ciò che accade da una prospettiva diversa.
autobiografia di Giuseppe Carlo Airaghi-Sono nato e vivo in provincia di Milano.Una moglie, paziente. Due figli recentemente usciti incolumi dall’adolescenza.
A quel bambino mi rivolgo
C’è sempre un sottinteso
persino nella frasi più innocenti.
Le maestre correggono i compiti
occupandosi solo di sintassi
e ortografia. Il compito assegnato
è diventare un buon cristiano
che non corre lungo i corridoi.
Tutte le presunte certezze impartite
segnate bianco su nero alla lavagna
potremmo ora definirle ipotesi
non comprovate. E’ troppo tardi ormai
per alzare la mano.
Non resta che conformarci agli esempi,
sbirciare nel cuore del compagno di banco,
copiarne le risposte, sottrarsi alle domande,
controllare il dizionario alla ricerca
di un sinonimo accettabile che consenta
di declinare i verbi all’infinito.
Fuori dalle vetrate potrebbe esserci il mare.
C’è invece un muro bianco
decorato dalle ombre dei platani.
Luce su luce che danza a braccia nude
strette alle cose felici, alla frutta
poggiata sul tavolo della mensa
prima che la buccia avvizzisca
e risuoni la campanella.
A quel bambino mi rivolgo,
alle sue vastissime estati
attraversate correndo, trattenendo
il respiro, guardando dal basso,
sulle punte dei piedi.
A quel bambino racconto la parte
migliore dei ricordi, convinto che basti
voltare le spalle a ciò che non voglio
per decretarne l’inesistenza.
Non ignoro quanto siano tenaci
gli indesiderati, quali e quante
le forze scese in campo a fronteggiarsi
per lasciare una traccia o cancellarla.
In buona fede l’obiettivo è stato
cercare un luogo dove piantare
la mia presenza, dove verranno
a trovarmi per confermare la mancanza.
Come una sorta di nostalgia,
un’assenza dolce che resta,
che promette di mutarsi in ricordo.
A lui mi confesso quando scrivo,
al bimbo innocente che sono stato.
Lui il mio giudice,
il mio interlocutore.
Il mio accusatore.
Il gelsomino
Nel cortile lievita una parete
verde di gelsomino. Piantata
la primavera in cui di comune accordo
decidemmo di sfidare la sorte.
Ospitò in estate un nido di merli,
incauti. I gatti di casa
non gli lasciarono scampo.
Nella serena inquietudine propria
sconfina, d’estate, oltre il muro di cinta
per contrabbandare la gloria immodesta
dei suoi bianchissimi fiori.
La bellezza richiede la cura,
i rami vanno sfrondati, addomesticati,
che non soffochino la parabola
del televisore, non provochino
le lamentele, legittime, dei vicini
per l’incruenta invasione dei loro balconi.
A volte penso dovrei lasciare fare.
Vederla conquistare la via
ricoprire le auto in sosta, i cancelli chiusi,
sradicare i pali confitti nel cemento,
Vederla creare precari alloggi
per nuovi nidi di paglia,
dichiarare a squarciagola la rinascita
di un’antica sterminata nazione.
Elegia
All’ora di cena cominciavamo a bere.
Oltre la cornice della finestra
tutto il disordine della stanza
si manteneva a malapena in equilibrio
sopra i rami spogli del pino marittimo in giardino.
Con i silenzi edificammo muri
su cui incidere a punta di coltello
il poema delle nostre incomprensioni.
Aspettavamo come ombrelli
lasciati a sgocciolare
davanti alle porte d’ingresso
dei bar sulla spiaggia.
La reciproca fiducia inaridiva
come il pane avanzato a tavola,
persino l’attesa dell’alba sul mare
perdeva ogni senso del sacro.
Per trovare il coraggio di scriverci
attendemmo si consumasse la forza
della separazione, scemasse la magnitudine
dei nostri corpi che regolavano maree,
desideri, orologi da parete.
Pollice verde
1.
L’orto dietro casa è un quadrato
di terra fertile tre metri per tre.
Ai primi di Aprile ho piantato
parole comuni nell’angolo al sole
tra i pomodori, la lattuga e l’indignazione.
Sono germogliate quattro poesie
incivili, piccole piantine fragili.
Se annaffiate con cura, mi hanno detto,
daranno frutti all’inizio dell’estate.
2.
Strappo le erbacce con cura
per lasciare un silenzio pulito,
la misura a spanne dell’accudire,
lo sguardo quotidiano che salva.
3.
Ogni piantina è differente dall’altra.
Ogni frutto ha un gusto differente:
il seme di ogni parola
matura a suo modo.
Una, nata da un racconto di mare,
ha un gusto salato, una mi ha portato
le lacrime agli occhi, un’altra al suono
delle campane nei giorni di festa.
La quarta non è commestibile
ma il suo fiore è uno squillo,
è il più profumato.
Seduta numero 12 (settembre 2021)
È una questione di percentuali,
dottore, e di grumi di memorie
insolubili. Equilibri incerti
tra contrappesi, puntelli e zeppe
per non fare crollare lìimpalcatura.
Più parliamo del passato, dottore,
più lo riportiamo in vita.
Gli scheletri riesumati rischiano
di alterare la statica già precaria.
Se ogni sette anni,
secondo quanto la biologia suppone,
rinnoviamo ogni nostra particella
questi ricordi appartengono ora
ad un corpo differente dal mio.
Il mio corpo oggi è composto
per il 60 per cento di acqua,
10 per cento di rassegnazione,
un 6 per cento di irrisolte concessioni,
un 3 per cento di misantropia.
Qualche punto percentuale di compassione
e stupore ancora è presente
perlomeno se diamo credito
al referto degli esami.
Il resto è materia di analisi
biologica. Gli esami del sangue
evidenziano un eccesso di glicemia.
Eppure io, Dottore, non mangio dolci.
Sarò dolce di mio.
Giuseppe Carlo Airaghi
Breve autobiografia di Giuseppe Carlo Airaghi-Sono nato e vivo in provincia di Milano.Una moglie, paziente. Due figli recentemente usciti incolumi dall’adolescenza. Sul comodino mi ostino ad accumulare libri che tento di leggere contemporaneamente senza riuscire a terminarne uno. Malgrado abbia iniziato ad accumulare testi da riporre nei cassetti fin da quando ero ragazzo ho soltanto da poco trovato il coraggio è la sfacciataggine di condividerli.Ho pubblicato le raccolte di poesia “Quello che ancora restava da dire” (Fara Editore,2020), “La somma imperfetta delle parti” (Ladolfi Editore 2021), il poemetto “Monologodell’angelo caduto”(Fara Editore 2022), “Ora che tutto mi appare più chiaro” (PuntoaCapo Editrice 2023) e il romanzo “I sorrisi fraintesi dei ballerini” (Fara Editore 2021).
ANTONIO GRAMSCI, Quaderni del carcere, 1948/51: “Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stessi il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, sforzarsi di capire; ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, dì volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore in modo da essere pronti, secondo le necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato”.
Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937) la sua vita e le sue opere, dalla fondazione del partito comunista alla prigionia in epoca fascista. Un uomo il cui pensiero politico ha influenzato tutto il Novecento. In questo filmato, tratto dal programma Comunisti d’Italia di Rai Play, il regista Carlo Lizzani racconta la figura dell’uomo politico italiano, filosofo, politologo, giornalista, linguista e critico letterario, considerato uno dei più importanti pensatori del XX secolo.
Nome completo Antonio Sebastiano Francesco Gramsci, nasce nel 1891 ad Ales, in provincia di Cagliari, quarto di sette fratelli. Si trasferisce nel 1911 a Torino per frequentare la facoltà di Lettere e Filosofia, entra in contatto con il movimento socialista e si iscrive al Partito Socialista. Nel 1919 fonda L’Ordine Nuovo, che dissente col Partito Socialista e con l’Avanti! riguardo ai consigli di fabbrica che stanno occupando le industrie un po’ in tutta Italia. Nel 1921 a Livorno è tra i fondatori del Partito Comunista italiano, nel 1924 viene eletto deputato ed è segretario del partito fino al 1927. Delegato italiano nell’esecutivo dell’Internazionale, in Russia Gramsci studia gli sviluppi della dittatura del proletariato. A Mosca conosce la violinista Giulia Schucht, che diventa sua moglie e dalla quale ha due figli. L’8 novembre del 1926, a causa delle leggi eccezionali contro gli oppositori, è arrestato dalla polizia fascista e condannato a vent’anni di reclusione. In cella Gramsci scrive I Quaderni dal carcere, che saranno in tutto 33 e consistono in uno sviluppo originale ed estremamente approfondito della filosofia marxista. L’aggravarsi delle sue condizioni di salute portano prima al suo ricovero in clinica e poi alla libertà condizionale. Muore per un’emorragia celebrale il 27 aprile del 1937.
Miriam Sartori è nata in provincia di Mantova a inizio millennio, oggi studia Scienze Politiche all’Università di Trento. Lettrice entusiasta e viandante apprendista, cerca le parole da un Paese all’altro, senza mai prendersi troppo sul serio. Tra le varie arti a cui si dedica con passione, la condivisione -poetica- è una delle più recenti, su cui di certo ha ancora molto da imparare.
Mi precede un ricordo
alle prime ore del giorno.
È il suono di mattoni impilati
come impigliati segreti tra le crepe
di cinta muraria. Una costruzione
che perpetua e prostrata, si trascina.
Intono un ritornello
dalla voliera senza cielo:
“sono troppi”
*
Dalla buia fessura nei vetri
s’intrufola il bisbigliare d’una stella
solitaria
che mi sussurra l’incontro -e la sua distanza-
dei nostri sguardi, lucidati dall’amore.
Ora, bastasse a questa notte uno sfiorare lieve
di carezza resa o di comunione ripresa,
nel sangue mio il vibrare alto
s’infiammerebbe già d’ogni cosa viva
e per selvatico ardore – suo ultimo destino.
Invece sola resto lì a guardare
quel brillare fermo di lucciola siderale,
se presto un salto a sgusciare nella via
sotto il panno di cielo che porta il tuo nome
*
Presto sarà incisa in te
una nuova orbita. Presto
un altro fianco scottato dal sole.
*
Fu il suo cuore a salvarla,
e tutta l’acqua che ancora stava attraversando.
Il battito insistente non cercava un approdo
ma un fluire altrove, uno scorrere tra palmi aperti
e scoperti a questo esserci, da sempre
nel primitivo cuore delle cose.
*
Chiusi tra cinghie di sogni
additiamo le pagine voltate
le sponde già lontane
Ma non resisteremo, qui
trema il nostro corpo elettrico
di natura irrequieta e raminga.
Spacciatevi per confusi
figurate come persi, perdenti
che slacciano queste fibbie
E si fanno molli, vagabondi
del pianeta, come gli appena nati
che dall’acqua sono tutti cullati.
“Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo sì
le mie poesie
non cambieranno il mondo.”
Patrizia Cavalli
La poesia sfugge a ogni definizione rigida, poiché è l’arte stessa di dare forma alla realtà: il poeta plasma il mondo con le parole, e queste, a loro volta, forgiano il poeta. Possiamo procedere, in questa creazione continua, avvolti da ciò che ci ricorda il respiro sottile delle cose. Tra luci e ombre, nel punto esatto in cui l’inciampo si trasforma in slancio, le parole non trattengono, ma accompagnano, sfiorano e trasformano. Lasciamoci creare dunque, guidati dalle domande e dai silenzi degli spazi bianchi, verso ciò che va sempre ben oltre le parole.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza. Chiudendo questo banner o comunque proseguendo la navigazione nel sito acconsenti all'uso dei cookie. Accetto/AcceptCookie Policy
This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish.Accetto/AcceptCookie Policy
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.