LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini – Trama, Libretto, Opera completa e Personaggi–
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini
La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo è un’opera lirica in due Atti di Gioachino Rossini su libretto di Jacopo Ferretti.Come suggerisce il nome, il soggetto dell’Opera è tratto dalla celebre fiaba di Charles Perrault; in realta, più ancora che alla favola, il testo del romano Jacopo Ferretti si rifà ad altri due libretti d’opera: “Cendrillon” di Charles Guillaume Etienne per Nicolò Isouard (1810) e “Agatina, o la virtù premiata” di Stefano Pavesi per Francesco Fiorini (1814).
Il riferimento principale però è quello alla favola di Charles perrault, soprattutto per ragioni morali: a differenza di alcune versioni più aspre e violente del racconto, lo scrittore francese enfatizzò nella sua favola gli elementi del perdono e della virtù. Valori molto vicini alla sensibilità del tempo e certamente graditi al vaglio Pontificio.
Sullo sfondo della vicenda, però, fa capolino una società degradata, calata a pennello nell’atmosfera romana di quegli anni, pervasa dalla corruzione, da una nobiltà decadente e scialacquante, da gravi disagi tra i ceti sociali più poveri.
Sotto le spoglie di un buonismo (obbligato dalla pesante censura pontificia), si intravede la lettura sarcastica di una fiaba amara più che zuccherosa.
La prima rappresentazione ebbe luogo il 25 gennaio 1817 al Teatro Valle di Roma. Il contralto Geltrude Righetti Giorgi (già la prima Rosina del Barbiere di Siviglia), interpretò il ruolo di Cenerentola.
Il debutto, pur non provocando uno scandalo paragonabile a quello del Barbiere di Siviglia, fu un insuccesso.
Solo dopo alcune recite, l’opera incontrò il favore del pubblico, diventando molto popolare, sia in Italia che all’estero.
Don Ramiro, principe di Salerno – tenore
Dandini, suo cameriere – baritono
Don Magnifico, barone di Montefiascone, padre di Clorinda e Tisbe – basso buffo
Clorinda, figlia di Don Magnifico – soprano
Tisbe, figlia di Don Magnifico – soprano
Angelina, sotto il nome di Cenerentola, figliastra di Don Magnifico – mezzosoprano
Alidoro, filosofo, maestro di Don Ramiro – basso
Dame che non parlano – comparse
Coro di cortigiani del Principe
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini
ATTO I In un salone del decadente castello di don Magnifico
Le due figlie di don Magnifico, Clorinda e Tisbe, si pavoneggiano alla specchio. La figliastra di don Magnifico, Angelica (Cenerentola), da par suo canta lamentando la sua situazione. Le sorellastre la zittiscono proprio mentre entra in scena Alidoro (precettore del principe don Ramiro), sotto le false spoglie di mendicante. Il suo scopo è spiare le tre fanciulle e riferire al principe i loro comportamenti, Il principe è infatti in cerca di una moglie alla sua altezza.
Il falso mendicante viene maltrattato da Clorinda e Tisbe; solo Angelica lo aiuta, dandogli di nascosto un po’ di caffè. Mentre Alidoro se ne va, alcuni cavalieri segnalano l’arrivo a castello del principe. Le fanciulle vanno prontamente a svegliare don Magnifico; egli raccomanda alle fanciulle di fare una buona impressione sul principe.
A seguire entra il principe don Ramiro, vestito da paggio; egli ha infatti scambiato le vesti con il servo Dandini, per spiare di nascosto le fanciulle.
Tra il principe in incognito e la giovane Cenerentola scocca subito l’amore.
Entra in scena Dandini, insieme ala famiglia reale, in pompa magna. Nessuno dei presenti si accorge dello scambio di persona attuato dai due. Dandini mantiene la messa in scana, lusingando le sorelle con fare civettuolo. Cenerentola chiede al padre il permesso di andare alla festa organizzata dal principe a cui tutti si stanno recando, ma egli le nega con sdegno il permesso.
Alidoro comprende l’animo gentile della giovane Cenerentola e decide di aiutarla.
Nel palazzo reale, donRamiro e Dandini (ancora con le vesti scambiate), parlano con le figlie di don Magnifico e decidono di metterle alla prova: Dandini (vestito da principe) informa che una ragazza sarà sua sposa, mentre la sorella andrà a don Ramiro. Nessuna delle due giovani accetta il corteggiamento del finto servo.
Una strana ragazza, vestita elegamentemente e con il volto celato, giunge a castello: si tratta di Cenerentola, vestita per l’occasione dal fido Alidoro.
Don Magnifico e le figlie, per un attimo, colgono una somiglianza tra la giovane misteriosa e Cenerentola; i loro dubbi vengono però subito smentiti.
Dandini intanto richiama gli invitati a tavola.
LA CENERENTOLA di Gioacchino Rossini
ATTO II
Don Magnifico riconosce senza ombra di dubbio Cenerentola nella giovane donna con il volto celato, ma è sicuro che il principe sceglierà o Clorinda o Tisbe. L’anziano barone confida anche alle due ragazze che ha potuto farle vivere nella ricchezza, appropriandosi e sperperando il patrimonio di Angelina.
Cenerentol dal canto suo, rifiuta infastidita le proposte di Dandini, dicendogli di essere innamorata del suo “paggio”; queste parole riempiono di gioa don Ramiro, il quale riceve un braccialetto da Cenerentola, dicendogli che se veramente vuole amarla, dovrà cercarla e restituirglielo. La giovane ragazza fugge, mentre Ramiro è più che mai deciso a ritrovarla.
Dandini rivela a don Magnifico di essere in realtà il servo del principe; don Magnifico, adirato e indignato, se ne va. Nel frattempo Cenerentola, tornata a casa, ripensa alla magia di quella sera alla festa. I suoi pensieri vengono interrotti dal ritorno a casa di don Magnifico e le sorellastre, irati per la rivelazione.
Inatnto un violento temporale (e il provvidenziale aiuto di Alidoro), fanno in modo che la carrozza del principe si rompa proprio davanti il palazzo di don Magnifico.
Don Magnifico non demorde, è ancora intenzionato a far sposare al principe una delle sue figlie; chiede quindi a Cenerentola di porgere una sedia al regale ospite. Cenerentola porge una sedia a Dandini, ma il barone le svela lo scambio di abiti, rivelando la vera identità di don Ramiro. I due giovani si riconoscono immediatamente, mentre i parenti sfogano la loro ira contro Cenerentola.
Dandini e don Ramiro la difendono, reclamando vendetta verso la famiglia di lei. L’animo nobile e gentile di Cenerentola la spinge a chiedere la grazia al principe per la sua famiglia, nonostante le tante angherie subite, rendendo il perdono la sua unica vendetta.
Mentre i due promessi sposi si riuniscono, arriva anche Alidoro, tutto contento per la sorte capitata alla giovane Angelina.
Divenuta ormai principessa, Cenerentola concede il perdono ai suoi familiari, i quali sottolineano la sua nobiltà d’animo affermando che nessun trono sia veramente degno di lei.
– Eugenio Montale-Le occasioni-Giulio Einaudi Editore Torino 1939
Eugenio Montale
Eugenio Montale- Le occasioni. Torino, Giulio Einaudi Editore, 1939 (14 Ottobre).Edizione originale della seconda raccolta poetica di Montale in cui viene pubblicato pubblica tutto il composto dal 1928, data della seconda edizione aumentata degli «Ossi di seppia», al 1939, comprese le poesie edite in tiratura limitatissima nel 1932 come «La casa dei doganieri». L’opera è considerata tra le più significative produzioni liriche europee del Novecento, in cui ancora più forte è, rispetto agli “Ossi di seppia”, il ricorso all’analogismo, mediato soprattutto attraverso T. S. Eliot.
EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939
EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939EUGENIO MONTALE Le occasioni Giulio Einaudi Editore Torino 1939
Biografia di Eugenio Montale-Fonte Enciclopedia Treccani
Eugenio Montale-Poeta italiano (Genova 1896 – Milano 1981). Tra i massimi poeti italiani del Novecento, già dalla prima raccolta (Ossi di seppia, 1925; ed. defin. 1931) fissò i termini di una poetica del negativo in cui il “male di vivere” si esprime attraverso la corrosione dell’Io lirico tradizionale e del suo linguaggio. Questa poetica viene approfondita nelle Occasioni (1939), dove alla riflessione sul male di vivere subentra una ‘poetica dell’oggetto’: il poeta concentra la sua attenzione su oggetti e immagini nitide e ben definite che spesso provengono dal ricordo, tanto da presentarsi come rivelazioni momentanee destinate a svanire. M. ricercò una densità e un’evidenza simbolica del linguaggio, portando a perfezione lo stile alto novecentesco, dove i termini rari o preziosi si adeguano a esprimere l’irripetibile singolarità dell’esperienza.
Vita e opere
Dopo aver seguito studi tecnici, si dedicò per alcuni anni allo studio del canto. Chiamato alle armi (1917-19), prese parte alla prima guerra mondiale come sottotenente di fanteria. Legato ai circoli intellettuali genovesi, dal 1920 ebbe rapporti anche con l’ambiente torinese, collaborando al Baretti di P. Gobetti. Trasferitosi a Firenze (1927), dove frequentò il caffè delle Giubbe Rosse e fu vicino agli intellettuali di Solaria, dal 1929 fu direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, incarico da cui fu rimosso nel 1938 perché non iscritto al Partito fascista (nel 1925 aveva aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti di B. Croce). Svolse allora un’intensa attività di traduttore, soprattutto dall’inglese (da ricordare il suo contributo all’antologia Americana di E. Vittorini, 1942). Iscritto per breve tempo al Partito d’azione, collaborò con Bonsanti alla fondazione del quindicinale Il Mondo di Firenze (1945-46). Nel 1948 si trasferì a Milano come redattore del Corriere della sera, occupandosi specialmente di critica letteraria (e di quella musicale sul Corriere d’informazione). Importanti riconoscimenti gli giunsero con la nomina a senatore a vita (1967) e il premio Nobel per la letteratura (1975).
Con la sua prima raccolta di poesie (la già citata Ossi di seppia, pubblicata a Torino da Gobetti,) M. fissò i termini, che sarebbero divenuti popolari, di una filosofia scettica e pessimista in cui il “male di vivere” discende infallibilmente dalla inaccessibilità di ogni trascendenza. Nelle due raccolte successive che probabilmente costituiscono il risultato più alto della poesia di M. (Le occasioni, il cui primo nucleo è costituito da La casa dei doganieri e altri versi, 1932; La bufera e altro, 1956, che include anche i versi di Finisterre, 1943), a un approfondirsi della crisi personale, cui non furono estranei i drammatici avvenimenti dell’epoca, corrispondeva la ricerca di una densità simbolica e di un’evidenza nuove del linguaggio, con la rinuncia a quanto di impressionistico e ingenuamente comunicativo sopravviveva negli Ossi (nei loro modi di ascendenza pascoliana-crepuscolare, e vociana-ligure secondo la linea Sbarbaro-Roccatagliata Ceccardi) e con il coraggioso riconoscimento della inevitabile parzialità della rappresentazione e della inaccessibile privatezza dei referenti.
Prendeva forma così quella peculiare interpretazione montaliana della lezione simbolista (per la quale si è parlato di “correlativo oggettivo” e il suo nome è stato accostato a quello di Th. S. Eliot), che è altresì all’origine dello stile illustre novecentesco proprio da M. portato a perfezione: una sorta di classicismo virtuale, in cui il poeta riesce a fornire un equivalente (e non un’imitazione) delle forme chiuse e della precisa definizione dell’enunciato, proprie della tradizione, e a far convivere l’aulico e il prosaico in un processo di scambio delle rispettive funzioni, dove i termini rari o preziosi naturalmente si adeguano a esprimere l’irripetibile singolarità dell’esperienza così come le parole del linguaggio quotidiano e “parlato” si caricano di un più inquieto rapporto con le semplici cose da esse designate. L’ultimo tempo della poesia montaliana, inaspettatamente fecondo e cordiale, prende l’avvio da Satura (1971), in cui confluiscono anche, con altre successive, le liriche del volumetto Xenia (1966), scritte per la morte della moglie Drusilla Tanzi, e prosegue, come un’ininterrotta rivelazione, attraverso Diario del ’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977) e Altri versi (1981), una raccolta quest’ultima già anticipata nell’ed. critica complessiva, L’opera in versi (a cura di M. Bettarini e G. Contini, 1980), che comprende anche il Quaderno di traduzioni (1948; ed. accr. 1975), con versioni poetiche da Shakespeare, Hopkins, Joyce, Eliot, ecc., e offre una sezione di Poesie disperse edite e inedite.
Ma proprio la finale correzione di tiro compiuta da M., con l’esplicitezza dei riferimenti alla società contemporanea, la passione militante delle prese di posizione e l’ammirevole stile colloquiale degli ultimi libri, autorizza una lettura unitaria di tutto il suo percorso, evidenziandone, sia pure in una sorta di esagerazione didattica, l’aspirazione di fondo a far uscire la poesia fuori di sé, nella direzione di una ritrovata pertinenza e concretezza. Alla sua lunga attività pubblicistica e giornalistica si devono gli altri libri di M.: dai “bozzetti, elzevirini, culs-de-lampe” riuniti sotto il titolo Farfalla di Dinard (1956; edd. accr. 1960 e 1969) alle prose di viaggio di Fuori di casa (1969), dalle prose saggistiche di Auto da fé (1966) e di Nel nostro tempo (1972) a quelle riunite in Sulla poesia (1976). Accanto al critico letterario, cui si deve fra l’altro il “lancio” italiano di Svevo (sulla rivistaL’esame, 1925), va ricordato il critico musicale di Prime alla Scala (1981). Postumi sono apparsi un volume Sulla prosa (1982), le note del Quaderno genovese (1983), risalenti al 1917, il Diario postumo, prima parte: 30 poesie (1991), a cura di A. Cima. Dell’epistolario si hanno edd. parziali, tra cui quella del carteggio con Svevo (1976); dei Mottetti, che costituiscono la 2ª parte delle Occasioni, D. Isella ha curato un’ed. separata con commento (1980); una Concordanza di tutte le poesie di E. M. è stata pubblicata da G. Savoca (2 voll., 1987).
Roma-Appia Day, il decennale con tante iniziative dedicate alla “Regina Viarum”
Roma-Appia Day, iniziativa nata per valorizzare la Regina Viarum, festeggia il suo decimo anniversario. Il 3 e il 4 ottobre torna uno degli eventi più attesi dell’anno, con aperture e visite straordinarie, incontri, laboratori e attività sportive. Appia Day nasce nel 2016 dall’idea di VeloLove, rassegna di eventi dedicati alla mobilità urbana, di valorizzare territorio e mobilità sostenibile. L’evento coinvolge 74 Comuni, 4 regioni (Lazio, Campania, Basilicata e Puglia) e oltre 60mila partecipanti, espandendosi da Roma a Brindisi.
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.
«“Nata per Unire” è lo slogan scelto per l’edizione di questo anno con l’intento di rafforzare il legame tra cultura, storia e ambiente», dichiara l’assessore all’Agricoltura, ambiente e ciclo dei rifiuti di Roma Capitale Sabrina Alfonsi. Dal 2024 infatti la via Appia è sito Unesco: si riconosce l’importanza universale della Regina Viarum e, soprattutto, la necessità di unire in senso culturale, artistico e ambientale i territori che attraversa. «La forza di Appia Day, in questi dieci anni, è stata riuscire a coinvolgere e tenere insieme realtà molto diverse: istituzioni, associazioni, territori e cittadini uniti dalla volontà di valorizzare e vivere l’Appia in maniera sostenibile», le parole di Anna di Paolo, founder Appia Day.
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.
L’iniziativa non ha solo dimensione territoriale, ma fortemente europea. È infatti una Mobility action della European mobility week, con l’obiettivo di valorizzare la sostenibilità dei modelli di mobilità urbana, e dispone di due appuntamenti riconosciuti come Climate actions dello European climate pact. La Climate Walk, prevista per domenica 4 ottobre alle 10.30 alla Villa di Massenzio e organizzata insieme al dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, accompagnerà ricercatori, docenti e cittadini a scoprire gli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi urbani lungo l’Appia; mentre la giornata di domenica sarà scandita da vari laboratori didattici per scoprire il mondo delle plastiche e microplastiche.
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.
Le parole chiave di Appia Day-Nata per Unire sono, appunto, unione e sostenibilità. Tra sabato e domenica si alterneranno eventi di vario tipo (qui il programma dettagliato), ma l’intento comune rimane far incontrare luoghi e persone, conservando il carattere originario dell’Appia e promuovendo un approccio sostenibile lungo i 600 chilometri che la compongono. Domenica 4 se ne potranno percorrere 20 grazie all’iniziativa ArcheoGrab, con un percorso guidato dall’archeologo Francesco Laddaga, presidente del VII municipio, e composto da sette tappe. Non mancheranno appuntamenti con le istituzioni: nella giornata di sabato alle 11 al Mausoleo di Cecilia Metella è previsto un confronto incentrato sul futuro dell’Appia Antica; mentre, domenica alle 12 nel Castrum Caetani si terrà un incontro con il sindaco Roberto Gualtieri e altri rappresentanti di Roma Capitale e Città Metropolitana.
Appia Day-Nata per Unire si propone di essere sostenibile e accessibile; per questo Metur metterà a disposizione 10 golf car gratuite per favorire gli spostamenti di persone fragili e con mobilità ridotta e Lime fornirà oltre 150 biciclette con attivazione gratuita. Tutte le informazioni su eventi e modalità sono disponibili oneline sul sito della manifestazione. (Margherita Gonnelli)
2 ottobre 2026
Via Appia: la Regina Viarum è Patrimonio Mondiale UNESCO-
Roma via Appia antica
La 46a sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, svoltasi a New Delhi in India ha iscritto il sito “Via Appia. Regina viarum” nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.
Con i suoi 2300 anni di storia, in effetti, Via Appia Antica custodisce un patrimonio storico, archeologico e architettonico unico al mondo. Passeggiare o andare in bicicletta tra le straordinarie testimonianze del passato che vi si incontrano ad ogni passo è un’esperienza indimenticabile da fare almeno una volta nella vita.
Roma-La via Appia e la via Latina nei disegni di Maria Barosso-
Fu progettata nel 312 a.C. dal censore Appio Claudio Cieco che intendeva creare un punto di collegamento veloce tra Roma e Capua per facilitare lo spostamento delle truppe verso sud. In seguito, il tracciato fu prolungato fino Brindisi per una comunicazione diretta con la Grecia, l’Oriente e l’Egitto, per le spedizioni militari, i viaggi e i commerci.
Fu così che Via Appia Antica divenne la “regina viarum” (la regina delle strade), la strada più importante dell’epoca romana. Nel corso del tempo, la strada fu ampliata, per questo il sito Patrimonio Mondiale comprende anche la variante al tracciato originale, fatta costruire da Traiano nel 109 d.C.
Via Appia fu inoltre la prima delle grandi strade che attraversavano l’impero, costruita con tecniche ingegneristiche innovative, sorprendente esempio di edilizia e architettura capace di illustrare una fase significativa nella storia umana, come stabilito dal criterio iv della Convenzione UNESCO per la Protezione del Patrimonio Mondiale e Culturale del 1972.
Appia Antica
Le prime 12 miglia della strada, caratterizzate da numerosi e celebri monumenti, costituiscono uno dei tratti dell’itinerario più celebrati nell’arte attraverso i secoli; in quanto materialmente associata opere artistiche o letterarie, presenta caratteristiche che soddisfano il criterio vi della Convenzione del 1972.
Oltre al tracciato stradale, però, Via Appia comprende diverse e numerose tipologie di manufatti coerenti con la fase storica cui si riferisce il sito candidato; tra questi: opere ingegneristiche utili alla sua realizzazione, varie infrastrutture di servizio, insediamenti, monumenti funebri, luoghi di culto, porti e approdi, sculture ed epigrafi, manifestazioni tangibili della storia e delle tradizioni che hanno interessato questa strada unica, da millenni luogo della memoria e crocevia di culture.
Con l’iscrizione della via Appia, l’Italia raggiunge il numero di 60 siti iscritti nella prestigiosa Lista del Patrimonio Mondiale, della quale continua a detenere il primato.
Roma- Scuderie del Quirinale la mostra dedicata a Jacopo da Pontormo-
Roma-Le porte delle Scuderie del Quirinale stanno per riaprire: con la mostra dedicata Jacopo da Pontormo aprirà al pubblico venerdì 9 ottobre per terminare domenica 7 febbraio.
La mostra è la prima grande monografica dedicata a Pontormo, capofila assoluto della grande stagione del Cinquecento fiorentino che incarna il passaggio dal pieno Rinascimento alla Maniera, innovatore eccentrico dei modelli classici e per questo oggetto di una vasta fortuna novecentesca, da Pasolini a Bill Viola, venerato oggetto del desiderio di collezionisti di tutto il mondo ma popolare ed amato anche dal grande pubblico per i tratti di forte originalità della sua personalità creativa.
Jacopo da Pontormo
La mostra promossa da Ales – Scuderie del Quirinale in partnership con le Gallerie degli Uffizi, prodotta insieme alla casa editrice Electa, è curata da Cristina Acidini, tra i maggiori esperti di Cinquecento fiorentino, con il supporto di un team di autorevoli studiosi che annovera Elena Capretti, Philippe Costamagna, Bruce Edelstein e Carlo Falciani.
La mostra sarà l’occasione per vedere riuniti tutti i principali capolavori dell’artista, insieme a una straordinaria selezione di opere su carta. Oltre al cospicuo numero di opere in arrivo dalle Gallerie degli Uffizi, eccezionali prestiti provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo (la Galleria dell’Accademia e Musei del Bargello, l’Istituto Centrale per la Grafica, il Louvre, la National Gallery, il British Museum, il Metropolitan Museum of Art, la National Gallery of Art di Washington, l’Art Institute di Chicago, il Getty Museum di Los Angeles ed altri) saranno messi a confronto nelle sale delle Scuderie del Quirinale a cominciare dal capolavoro più noto e riconosciuto di Pontormo, la Visitazione proveniente dalla Chiesa di San Michele Arcangelo di Carmignano, presso Prato.
Un percorso di grande spettacolarità prevalentemente cronologico ma non privo di affondi tematici. Per chi vorrà approfondire sarà sempre disponibile la nostra ampia offerta didattica per adulti e bambini con visite guidate e laboratori per bambini e scuole di ogni ordine e grado.
Scuderie del Quirinale
Costruito nell’arco di un decennio, tra il 1722 e il 1732, il palazzo delle Scuderie al Quirinale delimita, con il Palazzo del Quirinale e il Palazzo della Consulta, lo straordinario spazio urbano al centro del quale è posta la fontana con le statue dei Dioscuri e l’obelisco ritrovato nell’Ottocento nei pressi del Mausoleo di Augusto. L’edificio delle Scuderie è collocato a ridosso del muro che chiude il giardino Colonna e poggia sui resti, in parte ancora visibili, del grandioso tempio romano di Serapide.
Scuderie del Quirinale
La superficie complessiva delle Scuderie Papali è di circa 3000 metri quadrati, distribuiti su più piani. In particolare, al primo e al secondo piano ampi spazi di circa 1500 metri quadrati costituiscono la zona espositiva. Al piano ammezzato è allestita una caffetteria mentre il piano terra ospita i servizi di accoglienza, la libreria, il negozio di oggettistica e spazi riservati a iniziative collaterali alle mostre.
Il primo progetto per le nuove Scuderie si deve ad Alessandro Specchi, che per volere di papa Innocenzo XIII, ricevette l’incarico di realizzare un edificio per sostituire quello semplice e dimesso costruito da Carlo Fontana all’inizio del XVIII secolo. La morte del Papa interruppe i lavori per sei anni fino a quando, nel 1730, Clemente XII decise di completare l’opera affidandola a Ferdinando Fuga. Fuga volle mantenere la struttura architettonica del suo predecessore ma trasformò il prospetto esterno, alzando il piano mezzanino, ridisegnando la facciata e arricchendo i portali centrali. L’ingresso del palazzo, costituito da due scalinate semiellittiche, rese dal Fuga ancora più scenografiche con un’elegante balaustra, fu demolito nel 1865 durante i lavori della salita di Monte Cavallo. L’edificio delle Scuderie al Quirinale ha mantenuto la sua funzione originaria di rimessa per carrozze e poste di cavalli fino al 1938, anno in cui venne adattato ad autorimessa.
Le non perfette condizioni dell’edificio delle Scuderie Papali e la necessità di rendere lo spazio idoneo alla sua nuova funzione, hanno reso indispensabile un significativo lavoro di restauro. L’intervento, progettato dall’architetto Gae Aulenti e diretto dalla Soprintendenza per i beni architettonici e ambientali di Roma, ha consentito di recuperare un’opera architettonica di straordinaria posizione urbana e di valorizzare spazi che per prestigio e dimensioni costituiscono un luogo espositivo di ineguagliabile valore.
L’iniziativa che ha portato al restauro integrale dell’edificio risale al 20 febbraio 1997, data in cui la Presidenza della Repubblica concede in uso al Comune di Roma le Scuderie. Il 10 luglio dello stesso anno il Comune affida all’Agenzia per il Giubileo l’utilizzo e la gestione dell’edificio settecentesco.
Dopo due anni e mezzo di lavori, il 21 dicembre 1999, alla presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si inaugura la nuova sede espositiva con una mostra I cento capolavori dell’Ermitage. Non solo una rassegna di grandi maestri, ma anche un documento sulla storia del gusto e del collezionismo del primo Novecento. È la prima volta, infatti, che dal Museo di San Pietroburgo esce una così ampia selezione delle celebri collezioni russe. Un centinaio di dipinti e disegni di Degas, Monet, Renoir, Cézanne, Gauguin, Rousseau le Douanier, Vlaminck, Derain, Vallotton, Vuillard, Sisley, Pisarro, Matisse e Picasso rimangono alle Scuderie fino al giugno 2000.
Nel corso degli anni, le linee guida che legano, con scientifica continuità, la scelta delle mostre e la loro programmazione alle Scuderie, si incentrano su un programma di divulgazione dell’arte italiana classica e moderna con grandi esposizioni dedicate ad artisti del calibro di Caravaggio, Antonello da Messina, Lorenzo Lotto, Filippino Lippi e Sandro Botticelli, Tintoretto, Tiziano e Raffaello, nonché sulla riflessione approfondita e innovativa sui rapporti reciproci tra l’Italia e la grande arte internazionale con quelle dedicate a Rembrandt, Velazquez, Bernini, Luca Giordano, da Giotto a Malevic.
Fonte-Comune di Roma Capitale-
Indirizzo
Via 24 Maggio, 16
Orari
Le Scuderie del Quirinale sono aperte al pubblico e visitabili solo quando ospitano una mostra.
Roma | Convegno “Tutto è documento?” all’Archivio di Stato-
L’archivio, come è noto, “archivizza” tutto quello che vi si sedimenta, conferendogli autenticità, situandolo nel tempo, rendendolo documento. E negli archivi, oltre e accanto alle carte, si trova infatti sedimentata spesso e volentieri una varietà di risorse non documentarie, fatta, oltre che di foto e materiale grafico, di risorse bibliografiche (manifesti, statuti, bandi, periodici, opuscoli, libri, letteratura grigia) e di beni mobili di ogni specie (oggetti di uso quotidiano, corpi di reato, contrassegni, campioni etc.). Non di rado, gli uni e le altre costituiscono oltre tutto pezzi rari, a volte unici, che sempre o quasi rischiano di restare nascosti in un cono d’ombra conoscitivo che li sottrae all’attenzione di ricercatori e di professionisti. Questi materiali, sempre a rischio di venire trascurati per mancanza di tempo, di fondi, di competenze specifiche o di un adeguato strumentario concettuale, pongono sfide specifiche e affascinanti alla comunità archivistica dal punto di vista della descrizione e della valorizzazione.
Il convegno vuole quindi offrire uno spazio di incontro, confronto e apprendimento su queste entità archivistiche atipiche, parte integrante e a pieno titolo del complesso archivistico, e che si trovano ad essere collegate ai documenti “classici” in modi molto variabili dal punto di vista genetico, concettuale e materiale, tanto da configurare, in qualche caso, forme inattese di vincolo. Da qui i temi affrontati negli interventi presentati: come gettare luce su oggetti culturali apparentemente anomali perché sedimentati in contesti inattesi, in cui nessuno li cercherebbe mai? Come comunicare la complessità (e quindi la ricchezza) informativa di materiali che sono, per un verso, beni dotati di valore individuale (bibliografico, storico-artistico, demoetnoantropologico, etc.) e, per altro verso, parti di complessi organici di documenti? Come affrontare le sfide della loro rappresentazione, digitalizzazione, valorizzazione? Quali i possibili spazi virtuali per queste risorse? E ancora: come gestire la sedimentazione ibrida di beni in ottica MAB, e la sua natura (occasionale? necessaria?) dal punto di vista concettuale, descrittivo, conservativo?
Nel proposito di misurarsi con questi interrogativi, il convegno riunirà docenti, ricercatori, professionisti delle scienze archivistiche e, più in generale, esperti a vario titolo di risorse MAB, con l’obiettivo di condividere esperienze, discutere criticità e questioni metodologiche, promuovere approcci interdisciplinari.
Comitato scientifico-organizzativo
Riccardo Gandolfi, Claudia Ambrosio, Maria Boccuzzi, Eleonora Lattanzi, Angelo Restaino (Archivio di Stato di Roma)
Flavia Bruni (Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane – ICCU)
Marco Lanzini (Università di Bergamo)
Maria Onori (Museo delle Civiltà)
Segreteria amministrativa
Martina Barile
Archivio di Stato di Roma – Sala Alessandrina
INFORMAZIONI PRATICHE
Sede: Archivio di Stato di Roma, Sala Alessandrina – Complesso di Sant’Ivo alla Sapienza, Corso del Rinascimento 40
Data: martedì 6 – mercoledì 7 ottobre 2026
In presenza fino ad esaurimento posti, oppure in diretta streaming
Informazioni: as-rm@cultura.gov.it
Ufficio stampa: Archivio di Stato di Roma · 06 6723 5600 · as-rm[at]cultura.gov.it
Rome | Conference titled “Is Everything a Document?” at the State Archives
The Rome State Archives, upon completion of the Re.Wi.Re. project—“Resources Within Resources: The Processing of Non-Documentary Resources Accumulated in an Archival Context”—is holding a conference titled “Is Everything a Document?” Reflections and Practices on MAB Resources in an Archival Context, which will take place on October 6 and 7, 2026, in the Sala Alessandrina.
As is well known, an archive ‘archives’ everything that accumulates within it, conferring authenticity upon it, situating it in time, and transforming it into a document. And in archives, alongside and in addition to papers, one often finds a variety of non-documentary resources, comprising not only photographs and graphic material but also bibliographic resources (posters, statutes, notices, periodicals, leaflets, books, grey literature) and movable objects of all kinds (everyday objects, evidence from criminal cases, badges, samples, etc.). Not infrequently, both types of material consist, above all, of rare, and sometimes unique, items that almost always risk remaining hidden in a shadow of ignorance that keeps them out of the sight of researchers and professionals. These materials, which are constantly at risk of being overlooked due to a lack of time, funding, specialist expertise or an adequate conceptual framework, present specific and fascinating challenges to the archival community in terms of their description and promotion.
The conference therefore aims to provide a forum for meeting, discussion and learning about these atypical archival entities, which form an integral and fully-fledged part of the archival complex and which are linked to ‘classic’ documents in ways that vary greatly from a genetic, conceptual and material perspective, to the extent that, in some cases, they give rise to unexpected forms of connection. Hence the themes addressed in the presentations: how can we shed light on cultural objects that appear anomalous because they have become embedded in unexpected contexts, where no one would ever look for them? How can we communicate the informational complexity (and therefore the richness) of materials which are, on the one hand, assets possessing individual value (bibliographic, historical-artistic, demo-ethno-anthropological, etc.) and, on the other hand, parts of organic document complexes? How can we tackle the challenges of their representation, digitisation and promotion? What are the possible virtual spaces for these resources? And furthermore: how should we manage the hybrid accumulation of assets from a MAB perspective, and its nature (accidental? necessary?) from a conceptual, descriptive and conservationist point of view?
With a view to addressing these questions, the conference will bring together lecturers, researchers, professionals in the field of archival science and, more generally, experts in various capacities on MAB resources, with the aim of sharing experiences, discussing critical issues and methodological questions, and promoting interdisciplinary approaches.
Scientific and Organising Committee
Riccardo Gandolfi, Claudia Ambrosio, Maria Boccuzzi, Eleonora Lattanzi, Angelo Restaino (Archivio di Stato di Roma)
Flavia Bruni (Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane – ICCU)
Marco Lanzini (Università di Bergamo)
Maria Onori (Museo delle Civiltà)
Administrative Secretariat
Martina Barile
Roma | Convegno “Tutto è documento?” all’Archivio di Stato-
Fiumicino-Maccarese-Campagna Romana- “I pirati della costa tirrenica” –
Fiumicino Maccarese-Campagna Romana – Lo spunto per questo scritto mi è venuto osservando una stampa che riproduce il quadro del pittore francese, ma di formazione fiamminga, Adrien Manglard (1695 – 1760)
Il quadro, proveniente dalla collezione Rospigliosi – attualmente si trova a palazzo Braschi, a Roma – rappresenta la cattura di alcuni turchi nella campagna di Maccarese.
Il quadro non è di grande valore artistico, ma è interessante, perché ritrae un fatto realmente accaduto nel 1748.
Fra l’altro vi si può osservare la torre Primavera, (ancora esistente a Maccarese), che era uno dei numerosi avamposti fatti costruire dal papa Pio V, per avvistare e contrastare l’arrivo dei vascelli della marineria turco – piratesca.
Stando alle cronache dell’epoca si racconta che i contadini di Maccarese, terre di proprietà allora della famiglia Rospigliosi, riuscirono a ricacciare in mare i pirati che erano sbarcati su quel tratto di costa laziale.
Il fatto, a mio giudizio, può sollevare una certa meraviglia perché le incursioni dei pirati avevano seminato, per secoli, un vero terrore lungo le cittadine rivierasche, con devastazioni, uccisioni e rapimenti.
La memoria dei saccheggi e delle brutalità piratesche è stata, per lungo tempo, viva nella tradizione popolare. Chi non ha mai sentito l’espressione “Mamma, li turchi! … “ ?
Maccarese(Roma)-Torre Primavera-ph Franco Leggeri
Ed inoltre è ancora in voga la canzone, nel cui testo si legge “A tocchi, a tocchi, la campana sona, li turchi so’ sbarcati alla marina … “
Invece a metà del XVIII secolo bastavano (pochi?) contadini per sconfiggere e ricacciare in mare i predoni della Mezzaluna.
Che cosa era successo? Come mai quelle che una volta erano delle efficienti e feroci compagini, militarmente organizzate, che solcavano le acque tirreniche con temibili flotte, venivano respinte da gente – si suppone – male armata ?.
La spiegazione può essere ricercata, in prima approssimazione, nelle sorti dell’Impero Ottomano. Il nucleo del futuro impero fu un piccolo regno dell’Anatolia (attualmente territorio della Turchia) sorto sulle rovine del sultanato di Rum.
Gli Ottomani, così chiamati dal loro fondatore Osman, erano i Turchi della stirpe selgiuchide, appartenevano a popolazioni provenienti dalle steppe dell’Asia Nordorientale, erano di lingua altaica e di fede mussulmano – sunnita.
Con le loro conquiste subentrarono, in modo anche violento, agli Stati precedentemente fondati dagli Arabi; nel 1453 posero fine all’Impero Bizantino e scelsero come capitale Costantinopoli, ribattezzata Istanbul. L’Impero Ottomano era vastissimo; infatti i suoi domini si estendevano, dall’odierno Iran fino all’Europa Mediterranea e Balcanica.
Nel Nord Africa, lungo la fascia costiera, ad ovest dell’Egitto, gli Ottomani costituirono una serie di Stati, sui luoghi che, precedentemente, i conquistatori Arabi avevano definito come Maghreb(tramonto). La superficie del Maghreb è ora politicamente coperta dagli attuali Marocco, Algeria, Tunisia e Libia
Questi Stati, ( ma il termine appare alquanto improprio ), agli inizi dell’era moderna, furono designati come barbareschi, anche detti Barberia o Costa berbera. Il termine barbareschi deriva da berberi, abitanti originari. Sotto il dominio degli Ottomani, il Maghreb venne diviso in tre province, Algeri, Tunisi e Tripoli.
Maccarese(Roma)-Torre Primavera-ph Franco Leggeri
Conviene qui di seguito accennare alle vicende ed ai complessi rapporti tra queste province e la Grande Porta, così era denominato il sultano di Istambul.
Cominciamo da Algeri.
Maccarese-Artista-Adrien Manglard (1695 – 1760)-
Nel 1525, Hayreddin, Barbarossa, ( Kair – Al – Din ) detto anche Adrianino, agli ordini del sultano, conquista Algeri ed il territorio circostante, che sommariamente, all’epoca, ricopriva l’area della moderna Algeria settentrionale. Barbarossa, come altri corsari, era un valente stratega tanto da diventare ammiraglio della flotta ottomana. In seguito alla sua impresa questo territorio, con il nome di Reggenza di Algeri, diventa governatorato ottomano ed il principale centro della potenza dell’impero nel Maghreb.
Nel 1574 è la volta di Tunisi. Sinan Pascià, agli ordini del sultano Selim II, la conquista.
Tunisi, in precedenza era un dominio spagnolo ed era governata, in stato di vassallaggio dalla dinastia berbero – musulmana degli Hafsidi.
Per quanto riguarda Tripoli, gli Ottomani la conquistarono nel 1540 su richiesta della locale popolazione di religione musulmana, per liberare la città dal dominio dei Cavalieri di Malta.
Nel 1553 gli europei furono espulsi da Tripoli dai corsari turchi Dragut e Sinan Pascia.
Dragut fu successore di Hayreddin , come comandante della flotta turca e si distinse nella battaglia di Prevesa ( 1538 ) contro la flotta cristiana. Dopo la morte di Dragut i legami tra Costantinopoli e Tripoli si allentarono.
La conquista del Maghreb rafforzò la presenza degli Ottomani nello scacchiere mediterraneo per tutto il XVI e fino al XVIII secolo e permise loro di diventarne i veri dominatori.
Soprattutto dalle piazzeforti di Algeri, Tripoli e Tunisi i vascelli barbareschi (più propriamente erano fuste e galeotte e sciabecchi) si potevano spingere fino nella lontana Liguria ed anche sulle coste francesi e, in mare, attaccavano i convogli e galeoni del cristianissimo Sacro Romano Impero e di altri Paesi Europei.
E il ricco bottino, acquisito con la predazione, non solo arricchiva i turchi – barbareschi, ma diveniva oggetto di un florido mercato. Non di rado gli acquirenti erano quegli stessi Paesi che li combattevano. La guerra da corsa diviene in tal modo un vero e proprio affare economico, un investimento finanziario capace di attirare l’interesse non solo di avventurieri senza scrupoli, ma anche di mercanti ed esponenti di spicco dell’élite cittadina e della nobiltà
E Cesare Ciani, in cronache livornesi, così si esprime “… da alcuni anni in qua sono capitati in Livorno molti corsari con prede fatte ne’ mari di Levante, ovvero altre persone che in Barbaria e in Sicilia hanno comprato le prede; ed in virtù di questa franchigia sono stati sicuri, prendendo essi però il nome di “mercanti” e non di corsari».
Il fatto (più) triste era che di questo mercato facevano parte (la gran parte!) esseri umani, che venivano venduti come schiavi oppure erano impiegati come rematori sulle navi ottomane.
I barbareschi erano disposti a rilasciare lo schiavo cristiano dietro il pagamento di una consistente somma di denaro.
l professor Robert Davis, insegnante di storia alla Ohio State University, descrive la tratta bianca degli schiavi come minimizzata dalla gran parte degli storici moderni nel suo libro “ Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast and Italy, 1500-1800”.
Davis stima che, solamente da parte di razziatori provenienti da Tunisi, Algeri e Tripoli, più di un milione di cristiani europei vennero schiavizzati in Maghreb dall’inizio del XVI secolo alla metà del XVIII
Occorre chiarire che la definizione di pirati per i componenti della marineria ottomana che partivano dagli stati del Magreb non è del tutto esatta. Infatti costoro non assaltavano mai naviglio musulmano; erano più esattamente corsari, che è quanto dire soggetti autorizzati dal proprio Stato di appartenenza ad attaccare imbarcazioni nemiche. Il pirata, invece, è colui che naviga a scopo di depredare e razziare per lucro personale, inalberando un proprio vessillo.
Si era poi formata poi una pirateria anglo – turca, con elementi di fede protestante e barbareschi, ai danni degli stati cattolici. Ne è testimone una lettera di un contemporaneo del XVI secolo «Un’infinità di beni, mercanzie, gioielli e tesori presi dai nostri pirati inglesi ogni giorno ai cristiani e portati ad Allarach, Algeri e Tunisi per arricchire mori e turchi e impoverire i cristiani»
D’altra parte non era raro che i pirati (e qui il termine non è inesatto), “in proprio”, anche in piccoli gruppi, senza un’organizzazione “imprenditoriale”, senza dover render ragione ai vari bey e/o al sultano, decidessero di lasciare le basi africane sperando in facili e lucrose sortite.
L’Impero Ottomano forniva loro supporto logistico e protezione e gli Stati Barbareschi, come a Lepanto, erano presenti nella flotta del sultano ottomano.
Con la crisi dell’Impero e prima ancora, con il cessare delle ostilità di guerra guerreggiata, tra le opposte sponde del Mediterraneo, questi rapporti si affievolirono tanto che partire dal 1620 questi paesi erano di fatto indipendenti. Significativo è il fatto che, dopo il 1565, l’autorità amministrativa di Tripoli divenne un pascià nominato dal sultano di Costantinopoli (Istambul). Il sultano forniva il pascià di un corpo di giannizzeri, che a sua volta venne diviso in un certo numero di compagnie sotto il comando di un bey.
Il termine bey designava i sovrani degli Stati vassalli della Turchia, ma era anche un titolo semplicemente onorifico per funzionari civili e militari, principi e capi tribù.
I giannizzeri divennero la forza politica e militare della Tripolitania ottomana, relegando il pascià a un ruolo prettamente formale.
I Barbareschi continuarono le loro feroci e… lucrose incursioni sulle coste europee senza dover rendere conto ad Istambul, senza averne (più) l’appoggio, la protezione e il coordinamento.
Per contro gli Stati Europei, che si sentivano direttamente minacciati dai “pirati” organizzarono vere e proprie spedizioni militari avvalendosi di poderose flotte e di valenti strateghi.
Uno dei primi fu Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero che, nel 1530, conquistò Tunisi.
Fallimentare, invece, si rivelò l’azione delle marinerie borboniche del Regno delle Due Sicilie contro i barbareschi nei secoli XVIII e XIX; anzi nonostante l’impiego di unità militari da guerra i “pirati” più di una volta arrivarono a cannoneggiare Ischia e Procida.
Ma bisogna aspettare il 1830 con la conquista di Algeri e la colonizzazione dell’Algeria da parte dei Francesi perché il fenomeno piratesco fosse completamente debellato nel Mediterraneo.
Inadempienze, ritardi (incapacità?) dei governanti a contrastare il fenomeno piratesco, spinsero talvolta cittadini e comunità, soprattutto quelle più vicine all’Africa, a dotarsi di corpi di combattimento. Emblematico è il caso di Lipari.
Meno devastanti e meno frequenti furono le incursioni dei barbareschi nell’ Adriatico per merito dei Veneziani e per la lontananza dalle basi di partenza.
Riassumo e concludo.
E’ fin troppo facile dare una lettura riduttiva del fenomeno piratesco nel Mediterraneo ponendosi dalla parte dei “cristiani” e definendo come “brigantaggio del mare” le azioni dei Maghrebini.
Le colpe e le atrocità ci sono state da entrambe le parti e spesso gli assalti dei barbareschi era una ritorsione ed una pura vendetta. La fede religiosa (mussulmana e cristiana), in più di un caso, si rivelò un pretesto per coprire nefandezze e saccheggi.
In realtà, come ho cercato di dimostrare, il fenomeno è più complesso; arriva fino al paradosso di essere una guerra parallela a quella tra i due grandi imperi dell’epoca, di tutti contro tutti, dove partecipano a vario titolo ed in diversi momenti, minoranze etniche come gli Uscocchi della costa Dalmata ed anche staterelli italiani come quello sabaudo.
Una guerra che vedeva in mare galeoni genovesi e veneziani ed ancora pirati “cristiani” quali corsi, catalani e greci; veniva così a costituirsi una forza navale, ragguardevole per quei tempi, complessiva di circa venticinquemila uomini., tra uno schieramento e l’altro, tra i secoli XVI e XVIII.
Attribuire poi la crisi della pirateria al decadere degli Ottomani non mi sembra che corrisponda alla realtà storica, come ho cercato di dimostrare.
La vera crisi della pirateria e la sua definitiva scomparsa coincidono invece con il nascere del colonialismo europeo (e siamo alle soglie del XIX secolo) quando potenze come Francia ed Italia decidono di porre sotto il loro controllo la costa africana che si affaccia sul Mediterraneo.
E la realtà coloniale, intesa come forma di occupazione violenta, favorisce nei Paesi del Maghreb l’acuirsi di fenomeni di nazionalismo, di radicalizzazione dell’islamismo, di rivolte e ribellioni ed anche l’assurgere di regimi autoritari. Ma questa è un’altra storia…
Articolo di Silvio Vitone
Silvio Vitone
Silvio Vitone, classe 1949, vive attualmente a Ladispoli(Roma), ma è nato in Molise, a Mafalda, in provincia di Campobasso.Laureato in Giurisprudenza, è stato funzionario del Ministero delle Finanze, prima a Parma e poi a Roma.E’ appassionato principalmente di storia ed archeologi Scrive anche racconti e poesie .Ha, al suo attivo, numerose pubblicazioni, sia di carattere scientifico – fiscale, sia di carattere saggistico.
Poesie di Velimir Chlebnikov caposcuola del Futurismo russo
Secondo il grande semiologo Romàn Jakobsòn, Velimir Chlebnikov fu l’autore avanguardista più importante del ‘900. Majakovskij, viceversa, lo bollò come “poeta per poeti” ed i suoi contemporanei lo ritennero un genio squilibrato.
Di certo, fu un instancabile sperimentatore, inventore di neologismi ed artefice di una nuova lingua poetica, lo zaum o zanghesi.”I versi -affermava- somigliano a viaggi, bisogna andare lì dove nessun ancora è stato.”
Nel suo saggio ‘La Radio del Futuro’ prefigurò l’odierna civiltà digitale, ipotizzando un avvenire in cui le informazioni trasmesse dalla Radio sarebbero apparse automaticamente su enormi pannelli dislocati lungo le vie cittadine.
Spiega il critico e traduttore Paolo Nori: “Šklovskij diceva che era ‘un campione’, Jakobson diceva ‘il più grande poeta del novecento’, Tynjanov diceva ‘una direzione’, Markov diceva ‘il Lenin del futurismo russo’, Ripellino diceva ‘il poeta del futuro’, e avevan ragione, secondo me, tutti, però avevano torto, anche, secondo me, e avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più.”
Velimir Chlebnikov caposcuola del Futurismo russo.
Dal sacco si sparsero
Dal sacco
si sparsero al suolo le cose.
Ed io penso
che il mondo
è soltanto un sogghigno,
che luccica fioco
sulle labbra di un impiccato.
Poco, mi serve
Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.
Se voi amate anche voi stessi
Se voi amate anche voi stessi,
allora in voi non sarò mai preghiera, io.
Ma uno sguardo azzurro è un dono eterno,
e l’ombra torce il tempo in querce.
PER ME
Per me è molto più piacevole
guardare le stelle
che firmare una condanna a morte.
Per me è molto più piacevole
ascoltare la voce dei fiori,
che sussurrano “È lui”
chinando la testolina,
quando attraverso il giardino,
che vedere gli scuri fucili della guardia
uccidere quelli
che vogliono uccidere me.
Ecco perché io non sarò mai,
e poi mai, un Governante.
Vento-canto
Vento-canto.
Di chi e su che cosa?
Impazienza
ha la spada d’esser palla.
Gli uomini vezzeggiano il giorno della morte,
come un fiore prediletto.
Sulle corde dei grandi, credete,
suona adesso l’Oriente.
Forse un nuovo orgoglio ci darà
il mago delle splendide montagne,
e, battistrada di molta gente,
indosserò la ragione come un bianco ghiacciaio.
Preposto al servizio delle stelle,
Io giro, come una ruota,
Che s’invola all’istante sull’abisso,
Che finisce sull’orlo del precipizio,
Io imparo le parole.
QUANDO STANNO MORENDO
Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo, gli uomini cantano.
LA LEGGE DELLE ALTALENE
La legge delle altalene prescrive
che si abbiano scarpe ora larghe, ora strette.
Che sia ora notte, ora giorno.
E che signori della terra siano ora il rinoceronte, ora l’uomo.
Uma breve coletânea de poemas do poeta russo Velimir Khlébnikov (1885-1922), que foi, segundo Roman Jakobson, um dos mais inventivos autores do século XX. Khlébnikov foi mentor da vanguarda cubo-futurista e criou a linguagem zaúm, ou transmental, que é formada por sons abstratos. Seu trabalho exerceu forte influência na obra de Vladimir Maiákovski e em todo o movimento vanguardista da poesia russa.
Velimir Chlebnikov
Os poemas:
calçando botas de olhos negros,
nas flores de meu coração.
Meninas que pousam as lanças
no lago de suas pupilas.
Meninas que lavam as pernas
no lago de minhas palavras.
Девушки, те, что шагают
Сапогами черных глаз
По цветам моего сердца.
Девушки, опустившие копья
На озера своих ресниц.
Девушки, моющие ноги
В озере моих слов.
1921
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
Bem pouco me basta!
A crosta de pão
a gota de leite.
E mais este céu,
com as suas nuvens!
.
Мне мало надо!
Краюшку хлеба
И каплю молока.
Да это небо,
Да эти облака!
1912-1922
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
Anos, homens e povos
fogem para sempre,
como água corrente.
No espelho dúctil da natureza
somos os peixes – rede, as estrelas,
os deuses: fantasmas e trevas.
.
Годы, люди и народы
Убегают навсегда,
Как текучая вода.
В гибком зеркале природы
Звезды — невод, рыбы — мы,
Боги — призраки у тьмы.
1915
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
A noite é sombria,
e o álamo, frio,
o mar ressoante,
e tu, bem distante!
.
И вечер темец,
И тополь земец,
И мореречи,
И ты, далече!
1921
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
A lei dos balanços determina
o uso de sapatos ora largos, ora apertados.
Que faça dia e faça noite,
que reinem sobre a terra, ora o rinoceronte, ora o homem.
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Закон качелей велит
Иметь обувь то широкую, то узкую.
Времени то ночью, то днем,
А владыками земли быть то носорогу, то человеку.
1912
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
EU E A RÚSSIA
A Rússia libertou milhares e milhares.
Um gesto nobre! Um gesto inesquecível!
Mas eu tirei a camisa
e cada arranha-céu espelhado de meus cabelos,
cada ranhura
da cidade do corpo
expôs seus tapetes e tecidos de púrpura.
As cidadezinhas e os cidadãos do estado Mim
juntavam-se às janelas dos cabelos,
as olgas e os ígores,
não por imposição,
para saudar o Sol olhavam através da pele.
Caiu a prisão da camisa!
Nada mais fiz que tirá-la.
Estava nu junto ao mar
Dei Sol aos povos de Mim!
Assim eu libertava
milhares e milhares
as brônzeas multidões.
.
Я И РОССИЯ
Россия тысячам тысяч свободу дала.
Милое дело! Долго будут помнить про это.
А я снял рубаху,
И каждый зеркальный небоскреб моего волоса,
Каждая скважина
Города тела
Вывесила ковры и кумачовые ткани.
Гражданки и граждане
Меня — государства
Тысячеоконных кудрей толпились у окон.
Ольги и Игори,
Не по заказу
Радуясь солнцу, смотрели сквозь кожу.
Пала темница рубашки!
А я просто снял рубашку —
Дал солнце народам Меня!
Голый стоял около моря.
Так я дарил народам свободу,
Толпам загара.
1921
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
Os homens, quando amam,
dão longos olhares
e longos suspiros.
As feras, quando amam,
turvam os olhos,
dando mordidas de espuma.
Os Sóis, quando amam,
vestem a noite com tecidos de terra,
e dançam majestosos para a amada.
Os deuses, quando amam,
prendem o frêmito do cosmos,
como Puchkin – a chama de amor da criada de Volkónski.
.
Люди, когда они любят,
Делающие длинные взгляды
И испускающие длинные вздохи.
Звери, когда они любят,
Наливающие в глаза муть
И делающие удила из пены.
Солнца, когда они любят,
Закрывающие ночи тканью из земель
И шествующие с пляской к своему другу.
Боги, когда они любят,
Замыкающие в меру трепет вселенной,
Как Пушкин — жар любви горничной Волконского.
1911
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
O camponês, deixando a enxada,
contemple o voo de um corvo
e diga: em sua voz ressoa
a Guerra de Tróia,
a ira de Aquiles,
o pranto de Hécuba,
enquanto volteia
sobre nossas cabeças.
Que a mesa empoeirada
deixe desenhos
nas pardas profundezas das ondas.
Estranhos desenhos.
Um menino curioso dirá:
Essa poeira é Moscou
talvez o pasto de Pequim ou de Chicago.
A rede de um pescador
entrama as capitais da Terra
com os laços da poeira,
na malha sonora dos séculos.
E a noiva não desejando
trajar debrum de unhas fúnebres
afirme, ao limpá-las: aqui resplandecem
vivos Sóis e tantos mundos
de todo inatingíveis,
que a unha cobriu com carne fria.
Creio que Sirius resplandece sob as unhas
rompendo com seu brilho a escuridão.
.
Пусть пахарь, покидая борону,
Посмотрит вслед летающему ворону
И скажет: в голосе его
Звучит сраженье Трои,
Ахилла бранный вой
И плач царицы,
Когда он кружит, черногубый,
Над самой головой.
Пусть пыльный стол, где много пыли,
Узоры пыли расположит
Седыми недрами волны.
И мальчик любопытный скажет:
Вот эта пыль — Москва, быть может,
А это — Пекин иль Чикаго пажить.
Ячейкой сети рыболова
Столицы землю окружили.
Узлами пыли очикажить
Захочет землю звук миров.
И пусть невеста, не желая
Носить кайму из похорон ногтей,
От пыли ногти очищая,
Промолвит: здесь горят, пылая,
Живые солнца и те миры,
Которых ум не смеет трогать.
Закрыл холодным мясом ноготь.
Я верю, Сириус под ногтем
Разрезать светом изнемог темь.
1921-1922
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
Noite cheia de constelações.
De que destino e informações,
brilhas, ó livro, intensamente?
Será por jogo ou livremente?
Ler a sorte, quando me basta,
à meia noite, em céu tão vasto?
.
Ночь, полная созвездий.
Какой судьбы, каких известий
Ты широко сияешь, книга?
Свободы или ига?
Какой прочесть мне должно жребий
На полночью широком небе?
1912
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
Dostoievismo de nuvens fugaz!
Puchkínotas de um lento meio-dia!
A noite tiucheviza sempre mais,
cobrindo de infinito as cercanias.
.
О, достоевскиймо бегущей тучи!
О, пушкиноты млеющего полдня!
Ночь смотрится, как Тютчев,
Безмерное замирным полня.
1908-1909
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
NÚMEROS
Eu vos contemplo, ó números!,
E vós me vedes, vestidos de animais, em suas peles,
As mãos sobre carvalhos destroçados,
Ofereceis a união entre o serpear
Da espinha dorsal do universo e a dança da balança.
Permitis a compreensão dos séculos, como os dentes numa breve gargalhada.
Meus olhos se arregalam intensamente.
Aprender o destino do Eu, se a unidade é seu dividendo.
.
ЧИСЛА
Я всматриваюсь в вас, о, числа,
И вы мне видитесь одетыми в звери, в их шкурах,
Рукой опирающимися на вырванные дубы.
Вы даруете единство между змееобразным движением
Хребта вселенной и пляской коромысла,
Вы позволяете понимать века, как быстрого хохота зубы.
Мои сейчас вещеобразно разверзлися зеницы
Узнать, что будет Я, когда делимое его — единица.
1912
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
Rá vê seus olhos no pântano ferruginoso e avermelhado,
contemplando a si mesmo e a seu sonho
no ratinho que rouba delicado o cereal pantanoso,
na jovem rã que incha bolhas brancas em sinal de desafio,
na grama verde que corta com escrita vermelha o corpo
[da moça curvada como a foice,
enquanto reúne carriços para o fogo e para a casa,
na correnteza de peixes que movem as matas e soltam
[pequenas bolhas para a superfície,
cercado por um Volga de olhos.
Rá – prolongado em milhares de plantas e animais;
Árvore de folhas vivas, fugazes, pensantes, que sibilan e gemem.
Um Volga de olhos,
mil olhos o seguem, mil raios.
E Rázin
após lavar os pés,
ergue a cabeça contemplando Rá,
até que o pescoço se adelgace num filete avermelhado.
.
Ра — видящий очи свои в ржавой и красной болотной воде,
Созерцающий свой сон и себя
В мышонке, тихо ворующем болотный злак,
В молодом лягушонке, надувшем белые пузыри в знак мужества,
В траве зеленой, порезавшей красным почерком стан у
[девушки, согнутой с серпом,
Собиравшей осоку для топлива и дома,
В струях рыб, волнующих травы, пускающих кверху пузырьки,
Окруженный Волгой глаз,
Ра — продолженный в тысяче зверей и растений,
Ра — дерево с живыми, бегающими и думающими листами,
[испускающими шорохи, стоны.
Волга глаз,
Тысячи очей смотрят на него, тысячи зир и зин.
И Разин,
Мывший ноги,
Поднял голову и долго смотрел на Ра,
Так что тугая шея покраснела узкой чертой.
1921
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
O CARVALHO DA PÉRSIA
Na trama de espessas raízes,
como um cântaro vazio,
ergue o carvalho as flores seculares
com uma gruta para anacoretas.
Ao som dos ramos
sibila a consonância
de Marx e Mazda.
“Chamau, chamau!
Uach, uach, chagan!”
Quais lobos açulados
Espalham-se os chacais.
E o ressoar da ramagem recorda
a melodia dos tempos de Báty.
.
ДУБ ПЕРСИИ
Над скатертью запутанных корней
Пустым кувшином
Подымает дуб столетние цветы
С пещерой для отшельников.
И в шорохе ветвей
Шумит созвучие
С Маздаком Маркса.
«Хамау, хамау,
Уах, уах, хаган!» —
Как волки, ободряя друг друга,
Бегут шакалы.
Но помнит шепот тех ветвей
Напев времен Батыя.
1921
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
– Senta, Gul Mulá!
Uma bebida quente banhou o meu rosto.
– Água negra? Olhou-me Ali Mohammed, pondo-se a rir:
– Eu sei quem você é.
– Quem?
– Um Gul Mulá.
– Um sacerdote das flores?
– Sim-sim-sim,
Rema e sorri.
Navegamos num golfo espelhado
junto a uma nuvem de amarras e monstros de ferro
chamados “Trotski” e “Rosa Luxemburgo”.
.
— Садись, Гуль-мулла.
Черный горячий кипяток, брызнул мне в лицо?
Черной воды? Нет — посмотрел Али-Магомет, засмеялся:
— Я знаю, ты кто.
— Кто?
— Гуль-мулла.
— Священник цветов?
— Да-да-да.
Смеется, гребет.
Мы несемся в зеркальном заливе
Около тучи снастей и узорных чудовищ с телом железным,
С надписями «Троцкий» и «Роза Люксембург».
– Velimir Khlébnikov (Велимир Хлебников), em “Eu e a Rússia: poemas de Khlébnikov”. [seleção, tradução e notas Marco Lucchesi; ilustrações Rita Soliéri]. Rio de Janeiro: Bem-Te-Vi, 2014.
Leia aqui a entrevista de Marco Lucchesi PRESTES, Zóia. Marco Lucchesi e a tradução. in: Agulha Revista de Cultura, 30 de agosto de 2017. Disponível no link. (acessado em 19.4.2018)
Nacque nel villaggio di Malye Derbety (in russo: Ма́лые Дербе́ты; in calmucco: Баһ Дөрвд, Bağ Dörvd), situato nell’Oblast’ di Astrachan’. Nel 1909 incontrò Vladimir Majakovskij, Aleksej Kručënych, David Burljuk e Benedikt Livšic,[2] con cui entrò successivamente a far parte del gruppo futurista Gileja. Già in precedenza aveva scritto però molte opere significative. Tra i contemporanei, era considerato “un poeta per poeti” (così Majakovskij nel suo necrologio) e un genio squilibrato.
Nella sua opera abbondano le sperimentazioni linguistiche, con l’invenzione di un numero enorme di neologismi. Insieme a Kručënych, diede vita alla lingua poetica “trasmentale”, detta zaum o zanghesi (Зангези).[3]
Scrisse anche saggi sulle future, possibili evoluzioni dei mezzi di comunicazione (“La Radio del Futuro”), dei trasporti e delle abitazioni (“Noi stessi e i nostri edifici”). Descrisse un mondo in cui la gente vive e viaggia in cubi di vetro mobili e in cui tutta la conoscenza umana può essere diffusa attraverso la radio e mostrata automaticamente su giganteschi pannelli simili a libri collocati per strada.
“Zangezi” traduzione e note di Carla Solivetti, Carte Segrete 53, marzo 1987, Serafini Editore, nello stesso numero due “mostre libro”, Mario Coppola “Adventum”, Zao Wou-Ki “Il Pittore Di Due Mondi”.
Su Chlebnikov
Nel romanzo Pancetta (2004) di Paolo Nori si descrivono la vita e le opere del poeta; lo stesso autore racconta ampiamente di Chlébnikov nel suo romanzo Vi avverto che vivo per l’ultima volta che parla di Anna Achmàtova.
Biografia di Mario Rivosecchi e Poesie in copia anastatica del suo libro edito a Roma nel 1954 da Bardi Editore.Mario Rivosecchi. nasce a Grottammare nel 1894 e qui trascorre i primi 10 anni di vita. Mario Rivosecchi è Conosciuto soprattutto per le sue raccolte di poesie, in cui spesso evoca i paesaggi e i luoghi della sua terra natìa, Il Rivosecchi visse poco a Grottammare, dove sicuramente non avrebbe potuto compiere gli studi formativi che ai suoi tempi si realizzavano soprattutto negli Atenei delle grandi città. Ebbe la fortuna di vivere a Roma , Firenze e Bologna, respirando l’aria dei ferventi moti artistici e letterari dell’epoca. In queste città d’arte, la cui atmosfera è ricca di storia e cultura, si appassiona e si avvicina allo studio dell’arte. Le sue origini sono modeste: il padre, ferroviere, nel 1904 si trasferisce a Bologna e successivamente a Roma e Firenze, dove Mario finisce il Liceo e inizia a frequentare il caffè “Giubbe Rosse”, ritrovo di molti poeti, scrittori e pittori del movimento “Futurista”. Nel 1915 entra nell’esercito e parte per il fronte. Reduce di guerra, nel 1918 si sposa e si laurea in giurisprudenza per poi iscriversi alla facoltà di Filosofia e, una volta laureato, ottiene l’incarico in materie letterarie presso “L’Istituto Tecnico” di Tolentino dove si trasferisce con la famiglia. Uomo dai mille interessi culturali studioso di letteratura e Storia dell’Arte, dimostra una volontà e una passione incrollabile nell’arricchire con nuove esperienze culturali e artistiche la propria cultura. Nel 1925, pubblica la sua prima raccolta di liriche: “MENTASTRO”. Conseguita l’abilitazione all’insegnamento di Storia dell’Arte, si trasferisce a Roma insegnando al Liceo “Visconti” e al Liceo Artistico di via Ripetta; malgrado vivesse da anni a Roma non dimenticò tuttavia il suo paesino d’origine dove, d’estate, ritornava spesso per ritrovare gli amici dell’infanzia, in particolare Vittorio Fazzini, ebanista e scultore, padre di Pericle. Fu proprio Mario a convincere Vittorio ad assecondare il talento artistico del figlio convincendolo a farlo studiare a Roma, aiutandolo ad entrare all’Accademia di Belle Arti e successivamente a vincere una borsa di studio che gli permise di mantenersi a Roma per continuare gli studi. Allievi di Mario Rivosecchi al Liceo “Visconti” furono molti giovani antifascisti: Antonello Trombadori, Bufalini, Giorgio Amendola. Nel 1938, Rivosecchi assume la direzione del Liceo Artistico e dell’Accademia di Belle Arti di Roma, mentre il primogenito, Ivo, viene arrestato per attività antifascista. Al termine della guerra trascorre un periodo difficile, sia per motivi di salute, sia per le ingiuste accuse mosse da alcuni colleghi che lo additarono come “colui che aveva tratto profitto dal fascismo”, solo perché nel 1932 fu costretto a prendere la tessera del partito a pena di esclusione dall’insegnamento. Nel 1954 esce la 1ª edizione di “Pietra e Colore”, una raccolta di liriche arricchita di disegni di Fazzini e Guttuso; quasi tutte le poesie scritte da Rivosecchi nascono durante i soggiorni estivi a Grottammare, dove il luogo preferito per ispirarsi è la “Vedetta Picena”. Nel 1974, vince il premio “SYBARIS” per la poesia. Tra le raccolte di poesie ricordiamo: “Mentastro”, “Fiore di Vento”, “Alberi amici”, “Pietra e colore”, “Ascesi”. Nelle poesie di Rivosecchi vi è un’identità di musica, pittura e poesia con connotati descrittivi ed evocazioni atmosferiche tali da rendere ogni poesia un piccolo “quadretto” contemplativo. Fonte –Sito web del Comune di GROTTAMMARE (Ascoli Piceno)
Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-Poesie di Mario RIVOSECCHI-“PIETRA e COLORE”-
Mario RIVOSECCHI-
Biografia di Mario Rivosecchi,conosciuto soprattutto per le sue raccolte di poesie, in cui spesso evoca i paesaggi e i luoghi della sua terra natìa, nasce a Grottammare nel 1894 e qui trascorre i primi 10 anni di vita. Il Rivosecchi visse poco a Grottammare, dove sicuramente non avrebbe potuto compiere gli studi formativi che ai suoi tempi si realizzavano soprattutto negli Atenei delle grandi città. Ebbe la fortuna di vivere a Roma , Firenze e Bologna, respirando l’aria dei ferventi moti artistici e letterari dell’epoca. In queste città d’arte, la cui atmosfera è ricca di storia e cultura, si appassiona e si avvicina allo studio dell’arte. Le sue origini sono modeste: il padre, ferroviere, nel 1904 si trasferisce a Bologna e successivamente a Roma e Firenze, dove Mario finisce il Liceo e inizia a frequentare il caffè “Giubbe Rosse”, ritrovo di molti poeti, scrittori e pittori del movimento “Futurista”. Nel 1915 entra nell’esercito e parte per il fronte. Reduce di guerra, nel 1918 si sposa e si laurea in giurisprudenza per poi iscriversi alla facoltà di Filosofia e, una volta laureato, ottiene l’incarico in materie letterarie presso “L’Istituto Tecnico” di Tolentino dove si trasferisce con la famiglia. Uomo dai mille interessi culturali studioso di letteratura e Storia dell’Arte, dimostra una volontà e una passione incrollabile nell’arricchire con nuove esperienze culturali e artistiche la propria cultura. Nel 1925, pubblica la sua prima raccolta di liriche: “MENTASTRO”. Conseguita l’abilitazione all’insegnamento di Storia dell’Arte, si trasferisce a Roma insegnando al Liceo “Visconti” e al Liceo Artistico di via Ripetta; malgrado vivesse da anni a Roma non dimenticò tuttavia il suo paesino d’origine dove, d’estate, ritornava spesso per ritrovare gli amici dell’infanzia, in particolare Vittorio Fazzini, ebanista e scultore, padre di Pericle. Fu proprio Mario a convincere Vittorio ad assecondare il talento artistico del figlio convincendolo a farlo studiare a Roma, aiutandolo ad entrare all’Accademia di Belle Arti e successivamente a vincere una borsa di studio che gli permise di mantenersi a Roma per continuare gli studi. Allievi di Mario Rivosecchi al Liceo “Visconti” furono molti giovani antifascisti: Antonello Trombadori, Bufalini, Giorgio Amendola. Nel 1938, Rivosecchi assume la direzione del Liceo Artistico e dell’Accademia di Belle Arti di Roma, mentre il primogenito, Ivo, viene arrestato per attività antifascista. Al termine della guerra trascorre un periodo difficile, sia per motivi di salute, sia per le ingiuste accuse mosse da alcuni colleghi che lo additarono come “colui che aveva tratto profitto dal fascismo”, solo perché nel 1932 fu costretto a prendere la tessera del partito a pena di esclusione dall’insegnamento. Nel 1954 esce la 1ª edizione di “Pietra e Colore”, una raccolta di liriche arricchita di disegni di Fazzini e Guttuso; quasi tutte le poesie scritte da Rivosecchi nascono durante i soggiorni estivi a Grottammare, dove il luogo preferito per ispirarsi è la “Vedetta Picena”. Nel 1974, vince il premio “SYBARIS” per la poesia. Tra le raccolte di poesie ricordiamo: “Mentastro”, “Fiore di Vento”, “Alberi amici”, “Pietra e colore”, “Ascesi”. Nelle poesie di Rivosecchi vi è un’identità di musica, pittura e poesia con connotati descrittivi ed evocazioni atmosferiche tali da rendere ogni poesia un piccolo “quadretto” contemplativo. Fonte –Sito web del Comune di GROTTAMMARE (Ascoli Piceno)
Augusta Perusia gennaio-febbraio 1907Copertina del primo numero della rivista diretta da Gnoli
Inizia una collaborazione con Trabalza, dedicandosi soprattutto al reperimento di immagini fotografiche[2] e all’impostazione redazionale della rivista che però, a causa degli alti costi, uscirà per soli tre anni[3].
Nel 1909 fonda una propria rivista dal titolo Rassegna d’arte umbra; si avvale del contributo di Dante Viviani, in qualità di garante scientifico, e del sostegno di intellettuali stranieri come Bernard Berenson, di politici come Cesare Fani e di molti esponenti della nobiltà perugina come Vittoria Aganoor (che sostiene economicamente la rivista), Rodolfo Pucci Boncambi, Vincenzo Ansidei e la contessa Margherita Hummel. Anche Rassegna d’arte umbra sarà pubblicata per soli tre anni, con un’interruzione di dieci anni fra la prima serie (1909-1911) e la seconda (1921). Nei primi numeri vengono trattate e valorizzate opere di Niccolò di Liberatore, detto l'”Alunno”, Pietro Vannucci, detto il “Perugino”, e Pietro Lorenzetti. Nel frattempo collabora ripetutamente con la rivista ufficiale del Ministero della pubblica istruzione, il Bollettino d’Arte.
Incarichi e collaborazioni
Sempre nel 1909 viene nominato Ispettore storico dell’arte presso la Soprintendenza ai Monumenti dell’Umbria. Nel 1921 è direttore della Regia Galleria dell’Umbria e soprintendente alle Gallerie, ai musei medievali e moderni e agli oggetti d’arte[4]. Redige un nuovo inventario della Galleria e si adopera per una nuova sistemazione espositiva, ampliando la sede museale ai piani superiori del Palazzo dei Priori. Promuove l’incremento del patrimonio con nuove acquisizioni, acquisti o donazioni. Entrano al museo opere di Arnolfo di Cambio, alcune tele settecentesche, una raccolta di tessuti umbri donata da Mariano Rocchi, un’opera di Francesco di Gentile da Fabriano. Si impegna nel 1923 per la valorizzazione di importanti collezioni ecclesiastiche favorendo l’istituzione del Museo dell’Opera del Duomo di Perugia. Durante l’incarico, durato venti anni (interrotti per partecipare alla prima guerra come tenente di artiglieria), pubblica numerose opere e favorisce la conoscenza in ambito nazionale e internazionale dell’arte umbra, intento condiviso con alcuni colleghi stranieri come Raimond van Marle, Frederick Mason Perkins e Walter Bombe, anche loro residenti a Perugia[5]. Insieme incentivano l’attività di recupero e restauro delle numerose testimonianze artistiche del territorio, contenendone la dispersione.
Si impegna anche per la salvaguardia dell’immenso patrimonio artistico dello Stato italiano, spesso trascurato e dimenticato, lasciato in rovina. Suo principale obiettivo è:
«…render conto di quanto si fa dagli enti e dai privati per la protezione del patrimonio artistico e riassumere quanto in Italia e all’estero si scrive sull’Arte umbra… e illustrare la regione ne’ suoi monumenti, far conoscere le opere inedite o mal note e pubblicare nuovi documenti»
(Umberto Gnoli. Introduzione al primo numero di Rassegna d’arte umbra[6])
Nel 1923 dà alle stampe Pittori e miniatori nell’Umbria con introduzione di Federico Zeri, testo che ancora oggi costituisce un importante strumento di informazione storico-artistica.
Viaggia molto in Italia e in Europa al fine di studiare chiese, musei e monumenti e fare ricerche nelle biblioteche e archivi. Si reca spesso anche negli Stati Uniti perché nominato nel 1927 rappresentante Europeo del Metropolitan Museum di New York, con l’incarico di acquistare opere d’arte in Europa[7]. Inoltre collabora alla rivista Art in America, bimestrale edito a New York da Frederic Fairchild Sherman.
Tra il 1926 e il 1929 per motivi di salute sospende l’attività lavorativa e da Perugia si trasferisce a Roma. Qui riprende gli studi iniziati dal padre circa la toponomastica della città, studi che nel 1939 saranno pubblicati in Topografia e toponomastica di Roma medioevale e moderna. Il Ministero dell’Educazione Nazionale non rinnoverà il suo rapporto di lavoro, probabilmente per crescenti incomprensioni con il regime che non vedeva di buon occhio l’attività di consulente da lui svolta negli Stati Uniti anche per antiquari privati[8].
Nel 1908 sposa la contessa Margherita Hummel (1884-1922) con cui ha quattro figli tra il 1909 e il 1921; tre di loro muoiono in tenera età, sopravvive solo Claudine, nata nel 1917. Nel 1922 muore prematuramente anche la moglie[10]. Nel 1927 sposa in seconde nozze la giovane ceramista Annie de Garrou (1900-1994) con cui ha due figli: Domenico, artista di fama internazionale, e Marzia (1934). La famiglia De Garrou possiede una villa a Monteluco di Spoleto, alternano quindi la residenza fra Roma e l’Umbria. Il secondo matrimonio finisce nel 1940; Gnoli si ritira a Campello sul Clitunno restando molto presente nella vita e nell’educazione dei figli.
Muore a Campello sul Clitunno il 15 gennaio 1947.
Pubblicazioni
(Elenco parziale)
Le origini dell’architettura lombarda, Roma, Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice, 1908.
I documenti su Pietro Perugino, Perugia, Unione tipografica cooperativa, 1923.
La Pinacoteca di Perugia, Firenze, F.lli Alinari, Soc. An. Idea, 1927.
Giulio Urbini, Disegno storico dell’arte italiana preceduto da un trattatello sulla tecnica delle arti figurative, a cura di Umberto Gnoli, Torino, Paravia, 1931.
Alberghi e osterie di Roma nella rinascenza, Spoleto, C. Moneta, 1935.
Topografia e toponomastica di Roma medioevale e moderna, Roma, Staderini, 1939.
Cortigiane romane: note e bibliografia, Arezzo, Edizioni della Rivista Il Vasari, 1941.
Piante di Roma inedite, Istituto di studi romani, 1941.
Raffaello e la Incoronazione di Monteluce, in Bollettino d’Arte, 1917.
Topografia e toponomastica di Roma medioevale e moderna: Supplement, ristampa, Foligno, Edizioni dell’Arquata, 1984 [1939].
Note
^ Umberto Gnoli, L’arte romanica nell’Umbria, in Augusta Perusia. Rivista di topografia, arte e costume dell’Umbria, I, Perugia, Unione tipografica cooperativa, 1906, pp. 22-25, 41-43. URL consultato il 7 marzo 2020.
^Una corposa raccolta fotografica di Gnoli è confluita nella fototeca di Federico Zeri. Cfr.: Giulia Alberti, Il fondo fotografico di Umberto Gnoli, su fondazionezeri.unibo.it. URL consultato il 6 marzo 2020.
^ Maria Raffaella Trabalza, Regionalismo nella cultura del primo Novecento: storia di una rivista umbra: Augusta Perusia (1906-1908), Le Monnier, 1981.
Umberto GNOLI-Stufe romane della rinascenza-Umberto GNOLI-Stufe romane della rinascenza-Umberto GNOLI-Stufe romane della rinascenza-Umberto GNOLI-Stufe romane della rinascenza-MATHIEU DE NOAILLES-Poetessa francese
“Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa”.
Breve biografia di Agostino Gallo-(1499-1570) Nasce ,con tutta probabilità, prima del 14 maggio del 1499, a Cadignano, odierna frazione di Verolanuova, nella piana bresciana, a poco più d’una ventina di chilometri da Brescia.E’ stato uno dei protagonisti dell’agronomia cinquecentesca.
Il Gallo pubblica, nel 1564, “Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.” L’opera conosce l’immediato successo, che nel Cinquecento si traduce nella ristampa abusiva, a Venezia, di una successione di edizioni che sottraggono all’autore ogni guadagno. Pubblichiamo 12 belle tavole xilografiche a piena pagina alcune delle quali acquarellate (vedi foto).Costretto dalle abitudini dei librai veneziani l’autore bresciano amplia, per ripubblicarla, l’opera, che si converte prima nelle Tredici giornate, la cui seconda edizione porta un’appendice di sette giornate, che in un’edizione successiva sono ricomposte, nel 1572, secondo un piano espositivo nuovo, nelle Venti giornate. La discutibile correttezza dei librai veneziani ha obbligato l’autore a ristrutturare l’opera, nella versione definitiva un capolavoro che riedita, in veste originalissima, tutto lo scibile agronomico di quei tempi. Lo scibile agronomico di Gallo, fu il primo ad introdurre in Italia la coltivazione del riso e del trifoglio,si fonda su quello dei grandi autori latini, in primo luogo di Lucio Columella, il massimo agronomo dell’antichità, ma l’agricoltura che prende corpo nelle pagine dell’opera rinascimentale è radicalmente diversa da quella del mondo latino, è la nuova agricoltura irrigua della Val Padana, l’agricoltura in cui l’acqua spezza la sovranità del frumento inserendo nella rotazione le foraggere che consentono il più ricco allevamento, l’allevamento da cui derivano i formaggi Piacentini e Lodigiani, gli antenati del Parmigiano Reggiano e grana padano. È l’agricoltura in cui hanno conquistato il proprio posto, nei campi lombardi, il mais, pianta americana, il riso, coltura araba proveniente dall’Andalusia, il gelso, destinato al baco da seta, una coltura fino a pochi decenni prima siciliana e calabrese, di cui Gallo comprende per primo le straordinarie potenzialità nel pedecollina prealpino.Autentico teorico delle nuove colture foraggere, Gallo propone la prima analisi razionale della tecnologia casearia lombarda, la tecnologia del formaggio grana, una tecnologia unica nel vastissimo panorama caseario europeo.Altrettanto interessanti di quelle casearie le pagine sulla trasformazione dell’uva in vino, nelle quali Gallo attesta la radicale differenza tra i vini italiani e quelli della Francia, dove si è già imposto il gusto moderno del vino, tanto che, come ricorda l’autore bresciano, i cavalieri francesi sono incapaci di bere il vino lombardo, che è ancora il vino medievale, acetoso, oscuro e torbido, privo di ogni aroma, perduto nella troppo lunga fermentazione. Non meno significative le pagine sull’agrumicoltura del Garda, al tempo di Gallo ricchissima attività economica fondata su una tecnologia sericola eccezionalmente avanzata.Iniziata con Gallo, l’agronomia europea del Rinascimento si compirà col capolavoro dell’epoca, l’opera del francese Olivier de Serres, che non cita mai l’autore italiano.
Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.
Il Libro-
Agostino Gallo “Le venti giornate dell’agricoltura e dei piaceri della Villa” stampato a Torino appresso gli eredi di Bevilacqua nel 1580.
Rara edizione cinquecentesca torinese di questa celebreopera, apparsa per la prima volta a Brescia nel 1564 col titolo di ”Le dieci giornate” e successivamente ampliata fino a diventare ”Le tredici giornate” (Venezia, 1566; col complemento delle ”Sette giornate” apparse nel 1569) ed infine ”Le vinti giornate” (Venezia, Percaccino, 1569). Sotto forma di dialogo tra Vinceno e Giovan Battista, l’opera affronta una moltissimi argomenti riguardanti l”agricoltura, la gastronomia: alimenti e loro conservazione, animali, , apicoltura, caccia e pesca, floricoltura e frutticoltura, olio, vino, risicoltura.
Agostino Gallo- (1564) stemma del dedicatario Emanuele Filiberto di Savoia sul frontespizio. acquerellato all’epoca-Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.
Bello stemma del dedicatario Emanuele Filiberto di Savoia sul frontespizio. acquerellato all’epoca.
Illustrato con 12 belle tavole xilografiche a piena pagina alcune delle quali acquarellate (vedi foto).
Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1499-1570)
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