Breve biografia di Valentina Furlotti nasce a Parma nel 1993, città dove vive e insegna. Laureata con lode in Filosofia con una tesi sull’autore letterario, ad oggi sta ultimando la sua prima raccolta poetica. Suoi testi appaiono in Farapoesia.
Pasqua in RSA
Te lo presentano tirato a lucido
capelli argentati e barba fatta
solo qualche pelo sugli zigomi
sfuggito alla lama del rasoio.
Siede nel bianco come chi pretende;
calze nei sandali, piede che ondeggia.
Ornata di perle lo interroghi
su proverbi e tabelline, narri di un uovo
di cioccolato fondente
disciolto nell’auto. Labbra succhiano
dalla tua mano nido, finché la porta
spalanca luce e polvere.
*
Insegni come domare gli animali
al mendicante che osa chiedere;
sai piegare i vitelli in una pentola
e fingi di mangiarli in cinque
bocconi esatti. Ti accogliamo
al buio, sull’erba di candele:
è arrivato il Rabbunì. Lascia
che ti mostri la mia gratitudine
mentre ti prego di non sparire.
*
Stoviglie che tintinnano e limoni
tra le vie di Malaga, banchi
vendono mandorle e al mattino
biglietti della lotteria. Un genio levita
sotto l’ombra della Manquita,
da ventiquattr’ore a bordo strada
uno scarafaggio a gambe all’aria.
Biblioteca DEA SABINA -La rivista «Atelier»
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La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Direttore responsabile: Giuliano Ladolfi Coordinatore delle redazioni: Luca Ariano
Redazione Online Direttori: Eleonora Rimolo, Giovanni Ibello Caporedattore: Carlo Ragliani Redazione: Mario Famularo, Michele Bordoni, Gerardo Masuccio, Paola Mancinelli, Matteo Pupillo, Antonio Fiori, Giulio Maffii, Giovanna Rosadini, Carlo Ragliani, Daniele Costantini, Francesca Coppola.
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Marian Drăghici-“Illimitato – De necuprins” Giuliano Ladolfi editore
Nota di Sonia Elvirenau, traduzione di Giuliano Ladolfi-
Rivista Atelier
Descrizione del libro di Marian Drăghici si distingue nella lirica contemporanea per l’audace tentativo di scrivere il “Libro della sua vita”, sempre rivisto, levigato, per cogliere nel poema l’illuminazione, come Brâncuși, il volo dell’uccello nelle sue sculture, seguendo così l’esortazione di Stéphane Mallarmé: «Vincere significherebbe comporre, finalmente, l’Opera, il Libro – l’unico –, trionfare, quindi, sulle fatalità e le leggi del mondo, su tutto ciò che il pensiero non può sottomettere al suo impero, sul Destino». [Lettera a Verlaine (1885), citata da J. Royère nel suo libro Mallarmé]
Nel 2022 è apparsa in Italia la sua raccolta bilingue italo-romena illimitato/ de necuprins, tradotta dal poeta, critico e traduttore Giuliano Ladolfi in un’armoniosa composizione poetica che comprende la maggior parte delle poesie della raccolta leggero, lentamente (2013), un minimo di versi del volume păhăruțul (2019), poesie nuove, pubblicate su riviste e inedite. Eccellente critico letterario, Giuliano Ladolfi intuisce nella creazione di Marian Drăghici una radicale trasformazione della sua coscienza attraverso l’arte e il suo dramma esistenziale, accogliendo il libro come «testimonianza di una graduale “metanoia”».
La struttura del libro rivela il percorso seguito dal poeta, dal sacro estetico al religioso, dall’amore per la poesia all’amore per Dio, dall’intuizione della presenza divina nell’uomo all’attivazione dell’archetipo della divinità nella mente e nel cuore, dalla poesia che salverà il mondo alla fede che salverà l’uomo attraverso la sua rinascita nello spirito, nella divinità, nel cammino ascetico da uomo a santo.
La poesia e l’amore sono per Marian Drăghici forme per sperimentare l’illuminazione, passi verso la “metanoia” annunciata dal titolo stesso della precedente raccolta, luce, lentamente. L’esperienza esicasta, per mezzo della grazia acquisita con la preghiera, sulle orme dei Santi Padri, della tranquillità interiore attraverso la comunione con Cristo, è testimoniata nella poesia Il gatto faustiano, un racconto invernale incompiuto.
La raccolta illimitato/ de necuprins si apre con la poesia, che richiama le parole del Vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio». Il poeta cerca la parola illuminata attraverso la quale si rivela la divinità, la traccia del “seme degli angeli” nell’uomo, il legame con Dio.
Tutta la sua esistenza poetica è giustificata dalla ricerca incessante dello «sfolgorio di Dio» nell’uomo. Poiché la grazia poetica è di essenza divina, il poeta assume questo dono come una sorta di apostolato, rivelando fin dall’inizio il suo percorso spirituale verso la scoperta della divinità e il legame con il sacro religioso:
Ora, questo libro è il luogo illimitato/indefinito
dove l’angelo entra nell’uomo, per suonare l’armonica rossa,
quando ancora lo stava visitando.
Più precisamente, una fotografia sfocata, una mappa imperfetta di questo luogo.
«Ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro…».
Logicamente, la traccia rimasta in quel luogo battuto dall’uomo,
dopo la partenza intempestiva dell’angelo,
è la poesia.
Il mio lavoro di una vita: fare la fotografia, la grande fotografia –
In realtà, preservare un bagliore di angelità
prima che si cancelli completamente dalla memoria di questo luogo
la traccia del guizzo di Dio nell’uomo.
(All’inizio)
Su questo filo si costruisce la sua nuova raccolta tra l’amore per la poesia e l’amore per Dio, fondendo in essa il dramma di se stesso, dell’essere umano. Il poeta confessa infine la sua conversione, rinunciando alla vanità mondana:
ormai, il solo premio che riceverò con gioia
(ma che possa darlo proprio a me!)
è di essere in vecchiaia pazzo per Cristo
come ero in gioventù pazzo per la poesia».
(prezzo)
Marian Drăghici trasforma la sua poesia in una forma di conoscenza ontica e metafisica, giustificando così la sua esistenza di poeta. Dal rifiuto della parola di posarsi sulla pagina bianca alla vertigine delle sue visioni, le parole scorrono in poesia sulla poesia, l’amore, la sofferenza, la morte, la divinità, la rinascita, nel gioco raffinato dell’immaginario poetico passato attraverso sottili stratificazioni esistenziali e libresche. Si aprono così finestre successive sulle profondità non illuminate della conoscenza, sulle molteplici iniziazioni acquisite dal poeta attraverso la sperimentazione e la lettura.
La lucida confessione conserva l’essenza delle sue esperienze drammatiche: il male terrificante proiettato dal subconscio nell’onirico, la morte della giovane moglie dopo atroci sofferenze, la solitudine, la desolazione dell’anima, l’alcolismo, la messa in discussione della divinità, la scoperta del senso della sofferenza, l’invocazione della divinità, l’aspirazione ad accedere alla Gerusalemme celeste, la conversione.
Il poeta sopravvive alle molteplici forme di morte credendo nell’arte e nella divinità. La memoria affettiva si intreccia con la memoria culturale, substrato leggero della lirica di Marian Drăghici, formata spiritualmente alla fonte della grande letteratura universale e romena. Le sue letture si irradiano nel palinsesto del testo poetico. I riferimenti letterari, mitologici, religiosi, pittorici, psicanalitici sono precisi, diluiti o fusi nel testo. L’autenticità della vita, dell’esperienza personale, prevale nelle sue poesie, la cui espressione si diversifica metaforicamente e visionariamente.
Il lettore è contemporaneamente invitato a scoprire la complessità di una poesia in cui l’orizzonte si estende dall’interiorità del poeta all’esteriorità sociale, dalla realtà fisica a quella metafisica, dall’esperienza individuale a quella collettiva, dal conscio all’inconscio. Un poema elegiaco, mistico, salmico, ermetico, di strana bellezza, con un evidente taglio sarcastico quando si parla di sociale.
Il poeta scrive una vita all’interno delle stesse ossessioni, racchiudendosi nel suo mito personale. La sua poesia gravita a spirale intorno a un nucleo orfico, in variazioni di motivi ricorrenti. Apparentemente, la lirica di Marian Drăghici si chiude sulla sua esperienza, in una ripresa dei nuclei tematici, con un doppio ruolo. Da un lato, crea un modo specifico di lavorare in poesia, assunto con lucidità; dall’altro, permette di sfumare, aprendosi a una sfera più ampia di conoscenza e autoconsapevolezza: dal sé all’altro, dal profano al sacro, dal reale al metafisico.
Le metafore ricorrenti, che rivelano le sue ossessioni, operano all’interno delle poesie come un segno poetico riconoscibile, come la firma di un pittore su un quadro. Si riconosce così il poeta nelle varianti delle sue opere e contemporaneamente si ha la strana sensazione di conoscere la sua poesia ma di non averla decifrata, di essere ancora un enigma, di trovarsi di nuovo, come al primo contatto con la sua poesia, nello stesso stadio iniziatico. I versi non hanno perso la loro freschezza, come se il vecchio si rigenerasse incessantemente assorbito in una nuova forma. È come trovarsi di fronte a una casa con due ingressi, uno ti porta in uno spazio familiare, l’altro ti porta fuori da esso, in una zona crepuscolare in cui non riconosci più le cose.
Il nucleo della creazione di Marian Drăghici è orfico, generato dalla morte della giovane e amata moglie dopo una lunga sofferenza. Sono le poesie d’amore più belle e autentiche, che sublimano il sentimento e possono sempre stare accanto a quelle della lirica universale:
forse esiste
qualcosa di più reale del nulla, signor Beckett,
l’amore di una donna che non esiste più
(la morte non ci ha separati né l’oblio)
e che improvvisamente ti viene voglia di rivedere a tal punto che
vorresti lasciare la terra
vorresti lasciare la terra
ma non è ancora il momento.
basta dire che presto forse rivedrò il tuo volto, mia amata,
come tante volte ho guardato la morte in faccia
o probabilmente di profilo
nei giorni tumultuosi della rivolta vagando per le strade
nella speranza di ritrovarti,
sì, ti troverò
da qualche parte lontano la sera dopo la morte
vicino a un piccolo fuoco di ramoscelli presso la sorgente,
assolutamente al sicuro dagli uomini,
assolutamente al sicuro dalle belve
al solo luccichio delle stelle del cielo e nei tuoi movimenti
con la grazia della nudità originaria
(qualcosa di più reale del nulla).
Il poeta reprime il suo dolore, rivelando il vuoto dell’anima causato dall’assenza dell’amata, rappresentata figurativamente da un albero che continua a crescere dal suo cuore verso il cielo, una scala verso l’Aldilà:
senza amore sono veramente capace
di far crescere in me l’assenza
un lussureggiante albero, soffice, fino al cielo.
– come dal cuore dei morti?
– come dal cuore dei morti! Lassù,
sul ramo dell’apice ti culli nuda
tra le tue braccia l’uovo primordiale appena deposto
dall’uccello di Char, spirituale.
(ramo inclinato sul mare)
Lo shock della morte è così intenso che la voce del poeta tace per un po’, sostituita dalla voce stellare e dalla luminosa evanescenza dell’amata. Quando poi la ritrova, l’ispirazione, il tono lirico, la struttura, il linguaggio e l’atteggiamento cambiano. Da elegiaco, il poeta diventa parodia, ironia, sarcasmo, anche nelle poesie incentrate sull’atto della creazione poetica, sui metapoemi, sulla vera arte poetica.
La poesia autentica, infatti, è di natura sacra, la scrittura non è che una trascrizione imperfetta della poesia nascosta, invisibile, rivelata in sogno, un’arte povera nella concezione del poeta. Da qui lo stato di veglia per cogliere il momento di grazia e l’incapacità di creare la poesia sognata in uno spasmo letale. Ogni poesia scritta è percepita come una morte simbolica per la sopravvivenza della parola che dovrebbe essere illuminazione e salvezza.
L’esperienza della morte nelle sue molteplici forme (malattia, sofferenza, morte, guerra, alcool) è il filone su cui si costruisce la poesia di Marian Drăghici e giustifica la sua solitudine e la sensazione di esilio permanente, il suo vivere “con gli esiliati e i morti”. Ma il brivido tanatologico è superato dalla rinascita in una nuova luce, dalla graduale rivelazione di Dio non solo come ispirazione poetica, amore per l’altro (la moglie), ma soprattutto come esperienza religiosa: ” è tempo di avere un cristallo nel pensiero – / è così che io vedo Cristo – / un’assenza piena di lacrime / che non cadono a terra. // è tempo di avere un cristallo nel cuore – / è così che io sento Gesù – / un’assenza piena di lacrime / che salgono in alto” (luce, dolcemente, ultima variante).
Per Jung, la scoperta di Dio equivale alla riattivazione della funzione religiosa che esiste come archetipo nell’uomo, quindi alla connessione con il divino, alla riscoperta dell’angelo nell’essere umano. Il percorso di sopravvivenza del poeta è quello spirituale invocato nella poesia Gerusalemme, un percorso drammatico, perché passa attraverso la morte, la rivolta, l’incomprensione, l’interrogazione, la decadenza, la ricerca, l’esperienza mistica per la resurrezione nello spirito santo, l’esperienza esicasta, la comunione con la Divinità. Dal bambino affascinato dal cielo riflesso nell’acqua dello stagno, all’adolescente terrorizzato da uno spirito maligno, al fumatore malinconico e solitario, dall’ Harrum solitario e alienato al poeta oltraggiato dal declino della società, dallo scriba mortificato dall’impotenza al mistico illuminato, c’è il cammino dell’ascesa spirituale, del graduale avvicinamento a Dio, della rinascita attraverso la fede autentica. La tragedia dell’esistenza umana viene superata dalla rinascita nello spirito, grazie alla grazia acquisita con la preghiera costante, realizzando così la “metanoia” del poeta. L’edizione bilingue illimitato/ denecumpris rappresenta il risultato più elevato della lirica di Marian Drăghici, la traduzione nella lingua di Dante la impone nel circuito universale. Il testo in lingua rumena è pubblicato sul sito della rivista letteraria «Apostrof» https://www.revista-apostrof.ro/arhiva/an2023/n3/a13/
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Enrico Marià (Novi Ligure, 1977)ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004); Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006); Precipita con me (Editrice Zona 2007); Fino a qui (puntoacapo 2010); Cosa resta (puntoacapo 2015), I figli dei cani (puntoacapo 2019). Ha preso parte alle antologie: Genovainedita (Galata 2007); Atti della II Fiera dell’Editoria di Poesia. Pozzolo Formigarogiugno 2008 (puntoacapo 2008); Dolce Natura, almeno tu non menti (Zona 2009); La giusta collera (CFR 2011); Oltre le nazioni (CFR 2011); Poesia in Piemonte e Valled’Aosta (puntoacapo 2012); Il ricatto del pane (CFR 2013); Poeti di Corrente (Le Voci della Luna 2013); Cronache da Rapa Nui (CFR 2013); La festa e la protesta. Atti della XVI Biennale di Poesia di Alessandria (puntoacapo 2013); Poesia in provincia di Alessandria (puntoacapo 2014); Comunità nomadi (deComporre 2014); Bukowski. Inediti di ordinaria follia (Giovane Holden 2014); Ad limina mentis (deComporre 2014), Il Fiore della Poesia Italiana (puntoacapo 2016). È tradotto in lingua inglese e spagnola.
Enrico Marià -Poesie
Per i dimenticati
Dormire con la luce accesa
alla tosse dei ragni
la sensazione che quasi tutto si fermi
prima dell’inutile provarci
che i bambini lo sanno
come in carcere
i nuovi arrivati.
*
Eco del mio sangue
tu, giostra incarnazione
la lacrima candela
padre patria
l’angelo profano.
*
La carne degli affetti
una sfera che si schiude
quando scarcerato dal corpo
il cielo ulteriore.
*
Sembrano un parto
i monconi felici
a morirsi ali di fionda
questa luna tagliata
gli argini impotenti
dell’abbandonare
l’impossibile
cancro delle rose.
*
Il sacro amore
di chi non può il toccare
che con la cinghia degli occhi
tavola bianca
le vostre mani.
*
Ci sono di nuovo
i servizi del Diurno
docce e guardaroba
che non m’interessa
la prevenzione dal contagio
spiegami la morte
il fare da madre
alle macchie sul lenzuolo
lo stato brado
di un ragazzo lupo.
*
Che cos’è il mio vuoto
un vangelo di orchidee
le rose sdentate
la sacra luce
del cielo spaventato.
*
Tu dentro il cielo
un’ansia di neve
che impara l’estate.
*
Nel cognome di mia madre
sono iridi pozzi gli zigomi
l’armistizio dei suoi occhi
l’astinenza dal morire.
*
Dimmi il valere
ancora il qualcosa
l’essere assolto
abitando cani carezze
le palpebre del costato.
*
Dentro i lupi
la lobotomia
degli angeli
l’allearsi a morire
con le siepi del vetro.
*
Restami incrollata
tu ti prego
nebulosa e netta
seno di foglia.
“Terrore di amarti in un posto così fragile come il mondo / pena di amarti in questo luogo di imperfezione / dove tutto ci spezza e ammutolisce / dove tutto ci mente e ci separa.”
Il mondo come luogo fragile, imperfetto, manchevole dove tutto frana e immobilizza, dove il sentimento più alto trema come un astro, già nel suo dirsi, traccia l’anatomia del distacco. In esergo le parole della poetessa portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen come manifesto per questa raccolta di amara bellezza di Enrico Marià La direzione del sole, per la Collana “i Venti”, La Nave di Teseo, 2022 con una luminosa prefazione dei fratelli D’Innocenzo: “Sentiamo che Marià, quando mise il primo misero piede in quel mistero non interessante che era l’infanzia, per prima cosa abbia avuto il coraggio e l’infamia di prendere un pezzo di carta e mettersi a scrivere. […] la sua poesia è un inferno strabico […] Uno così non viene perdonato”. Gli afflitti, i diseredati, i dimenticati, tutte le categorie degli ultimi trovano qui il loro spazio, fulgore dei vinti e dei martirizzati. Nella crepa che fa il mondo, quel dirsi umani più del vetro, fallaci, fallibili, in una disperata ricerca di riscatto, incontra un cielo strappato che mendica l’azzurro innocente dell’infanzia, terreno onirico e ancestrale per eccellenza. Sull’orlo dell’abisso che si mostra in tutto il suo indicibile oltraggio, ad elevare il canto è il corpo “fratturato”, un dolore denso e bianco di linfa, ammutolito e immobilizzato in un silenzio di neve “Le brusche fratture / d’ogni impulso d’amore / che ci spaesano saliva / aghi di pioggia / gli oceani cani”. L’innocenza spalancata di fronte alla pungente celebrazione della sua fine, la cruda cessazione dell’ingenuo “l’eterna vergogna / di noi scimmie bambine”, e al contempo un tenace “addestramento alla purezza”. Versi che incidono la pagina con il bisturi della parola, una parola asciutta, furibonda, efferata. Una favola nera dell’infanzia, nella quale riverbera l’eco del sangue, uno struggente spaccato dell’anima che come un ritratto caravaggesco mostra le sue zone lacerate di ombra e di luce agognata. Un furore di tenebra che scrive con il fuoco e con un grido acuto, soffocato, lontanissimo “Margini muti d’attrito / la presa spalancata bocca / papà, tu il mio grido / i globuli della luce nera”.
L’abuso del corpo “bersaglio” e dell’anima straziata, dopo l’incestuosa e dolente conquista di quella regione profonda del cuore, scardinata dalla colpa di un altro “Dopo il mondo sarà d’amore / la colpa di essere vivi / e non la luce che non scrive / ma l’alba, le sillabe del fuoco”. Tutta la tragicità del mondo si rivela nella essenzialità dei componimenti, in alcuni casi veri e propri frammenti, uno stile netto con picchi metaforici di nostalgica memoria, una scelta lessicale che scoperchia ogni lemma e fredda il lettore con il bagliore di una lama silenziosa, facendo sanguinare l’urlo più coriaceo e antico, “l’orfano remoto”. L’abuso, la violenza, il carcere, la psicosi, la droga, una notte nera e infinita che stenta a lasciar intravedere una scheggia di luce nel corpo trafitto, esposto come un sacrificio “Di un bianco sacrificio agnello”. Marià fa cadere ogni orpello, ogni eccesso interpretativo, ogni artificio a favore di una lingua che non conosce tregua né compromesso, una fibra nervosa impastata di natura materica e celeste, sviscerata e profetica, sempre in punta di perdono “La carne degli affetti / una sfera che si schiude / quando scarcerato dal corpo / il cielo ulteriore”.
La sua architettura di significati è un terreno di fantasmi dal quale la scrittura, con la sua potenza di memoria, morte e redenzione, tenta disperatamente di raschiare via la più piccola particella di abominio. La parola poetica si fa perla e fluorescenza, lo spettro visibile di una regione del cuore segregata che riflette le miserie dell’esistenza nel suo pronunciare tutti i toni del vero “Coni di luce contrapposti / noi i disabbracciati / a cicatrice dei nomi”. E su questo scenario di macerie e tirannie, su questi “cani crocifissi” una presenza materna e connaturale alla terra sembra muoversi a passi lenti nello spazio del racconto, gravida di carezze mancate, implorate e negate dall’eterno coro dei “bambini spalancati” “Una grondaia d’ali / e strati di foglie, / come una delicatezza di cani / la mia fredda pancia di madre”. Marià ci fa entrare in zone oscure del vivere per poi risalire dal fondo nero del paesaggio, brandendo il candore di un’ala angelicata, il soffio fugace di farfalla, la spina dolorosa, il fiore trafitto dell’innocenza, il bocciolo perduto, mentre l’ombra del sopruso, della barbarie, della fragilità offesa e vituperata sembra cannibalizzare l’intera scena. Creature antichissime popolano la scena, oniriche presenze quasi a voler testimoniare le miserie della creaturalità tutta “I delfini madre e le foglie / che al seno degli alberi / si issano gusci i tossici / quando in branco di latte / corrono neve vergine / “la rotta dei suicidi”.”
E in chiusura di prefazione i fratelli D’Innocenzo, nel riportare un passo di Antonio Moresco “E vorrei una lettura che non lasci residuo, come la fiamma brucia tutto ciò che incontra, e se anche la scrittura di questo libro è così, allora che sia una fiamma che brucia un’altra fiamma” rifilano la fredda lama della parola incendiaria di Marià, quel suo condurci in un “potentissimo altrove”, dove riecheggia senza sosta “questo restare non nati”, noi tutti, ugualmente “corpi fragili, nostalgia di creature”.
Paola Mancinelli (Taranto, 1974). Approfondisce gli studi filosofici e teologici, ottenendo il titolo di Magistero in Scienze Religiose. È poeta e artista visuale. È presente nel volume Taranto, citta della poesia, a cura di Silvano Trevisani, Macabor (2022), nel volume Sud. Viaggio nella poesia delle donne (Volume secondo), a cura di Bonifacio Vincenzi, Macabor (2020). Ha pubblicato il libro di poesie La resa del grazie, Ladolfi (2019). È presente nelle raccolte poetiche Sud. I poeti (Volume sesto), a cura di Bonifacio Vincenzi, Macabor (2019), Il corpo, l’eros, Ladolfi (2018), Close up. 0.10 Atti introspettivi di Sara Liuzzi, Gangemi (2018), Parole Sante, Kurumuny (2015). Ha pubblicato il libro d’artista Poesia, tempo presente. La parola e il tempo, Print Me (2014). Ha curato insieme ad Antonella De Biasi l’Antologia di AA.VV. Cartoline dalla Puglia per L’Erudita, Giulio Perrone (2023). Riceve il Premio Speciale della Giuria nella 2ª Ed. del “Premio Poesia Inedita Poeti Oggi 2022”, il Primo Premio della 9ª Ed. del Concorso Internazionale di Poesia “Parasio – Città di Imperia” 2022 e il Gran Premio della Giuria nella 29ª Ed. del Premio Nazionale di Poesia Inedita “Ossi di seppia”. Fa parte della redazione online della rivista Atelier per la quale cura la rubrica Visuale sul Novecento.
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Poesie di Iya Kiva-poetessa ucraina, “La guerra è sempre seduta su tutte le sedie” -Editrice La Vita Felice-
Iya Kiva è una poetessa ucraina, traduttrice, membro di Pen Ukraine. Nata nel 1984 a Donetsk, si è trasferita a Kyiv nel 2014 a causa della guerra russo-ucraina. Autrice delle raccolte di poesie Подальше от рая (Più lontano dal paradiso, 2018), Перша сторінка зими (La prima pagina dell’inverno, 2019), Сміх згаслої ватри (La risata del falò estinto, 2023), nonché dei libri di interviste con autori bielorussi Ми прокинемось іншими: розмови з сучасними білоруськими письменниками про минуле, теперішнє і майбутнє Білорусі (Ci sveglieremo diversi: Conversazioni con scrittori bielorussi contemporanei su passato, presente e futuro della Bielorussia, 2021), dedicato alle proteste del 2020-2021 in Bielorussia. Le sue poesie sono state tradotte in oltre 30 lingue. Nel 2022, la sua raccolta di poesie Свидетел на безименност (Testimone dell’anonimia) è stata pubblicata in bulgaro (trad. Denis Olegov) e un’altra raccolta di poesie Чорні ружі часу/Czarne róże czasu (Le rose nere del tempo) è stata pubblicata in polacco (trad. Aneta Kaminska). Traduce poesia polacca e bielorussa; come traduttrice e redattrice di libri per l’infanzia dall’inglese collabora con il progetto “PJ Library” in Ucraina. Ha partecipato al programma Gaude Polonia Fellowship del Ministro della Cultura polacco (2021), è stata borsista dell’International Writing Program (2023, Usa) e altri. È entrata nella rosa dei candidati per il premio 2024 “Donne nelle arti: La resistenza” promosso dall’Ente delle Nazioni Unite Donne: Ucraina. Attualmente vive a Leopoli.
Iya Kiva-poetessa ucraina
Poesie diIya Kiva-Traduzione dall’ucraino di Yulia Chernyshova e Pina Piccolo
il mio paese ora somiglia a un ghetto
dal perimetro circondato di sangue di grida di pianto
(storto e di fretta — come al buio si tracciano le labbra con un rossetto unto)
dove tutti i pensieri tutte le parole persino il silenzio sono soffocati dal cuscino della censura:
la guerra della guerra alla guerra dalla guerra nella guerra
(declinare questa unica parola — ancora e ancora e ancora una volta —
ora per gli scrittori ucraini questo è il lavoro del cuore)
la frontiera di questo ghetto è trasparente come il moto dei rondoni:
puoi entrarci uscirne ed entrarci di nuovo
è come infilare le dita nel guanto di un altro
puoi serrare le palpebre e giocare a nascondino con la guerra
sapendo in anticipo che (ti trufferà e) vincerà
ma tutti questi esercizi sono ginnastica per chi ha l’immaginazione invecchiata
il tuo corpo non lascia mai il luogo di residenza —
quel nulla bombardato all’infinito dalla furia —
e il tuo passaporto con quell’uccello dorato di tridente
ti consente di muoverti per il portone mezzo illuminato della storia
ma non ti dispensa dalla guerra nel tuo sangue nella tua urina nella saliva nelle lacrime
come Sisifo gli abitanti di questo ghetto rigirano la morte nella bocca
rompendo i denti e persino le loro radici
ma neppure a quel punto si fermano — muovono con la lingua ciò che è rimasto
anche se che cosa di preciso (e quanto ancora) sia rimasto nessuno lo sa
simile al buco della serratura è il tempo in questo ghetto — stare davanti e guardare
come la luce sfonda le porte del futuro raggricciandoci come un bruco —
un monumento alla stanchezza il diritto ad un lungo protrarsi un’inquietante tenacia
ma la spensieratezza di risate sincere non passa attraverso la toppa —
al massimo penetra come un’ombra come l’umorismo nero della memoria
nel ghetto c’è anche un fiume — non per annegare (anche se può capitare )
ma per guardare il cielo da tutte le rive
*
magari potessi dirti che la terra qui non è cambiata affatto,
ma non sarebbe la verità, sarebbe una menzogna crudele e vana,
raccontata per placare la curiosità di un bambino
qui, gli alberi fanno solo finta di essere alberi, qui gli alberi crescono a stento,
e sollevano i rami, come se si stessero arrendendo
ai propri simili e agli altri e a questa fottuta epoca
dai cui germogli spuntano subito fiammiferi
e il fiume della vita arde così bene, s’inaridisce,
bruciando dalla vergogna di non poter più riempire
l’estate delle risate di bombi e l’inverno del miele della cura
così tanto la terra qui è invecchiata in un anno,
che, dove per secoli scorgevi bei lineamenti lisci dell’acqua
ora solo rughe profonde un palmo,
e talvolta accade anche di peggio, come se il sole
risplendesse capovolto, ma chi, di questi tempi, guarda ancora verso l’alto
tanto silente è il cielo, qui, lanciagli un coltello e vedrai che non si muove,
sopporterà che questo, inghiottendo in silenzio pugnale dopo pugnale,
lacerando a sangue le guance, come brandelli di abiti strappati
quando non proteggono più; sai, il malocchio
ti palpeggia da dentro come mani lascive in mezzo alla folla,
tranquillo, senza vergogna, con quel senso di crimine senza fretta,
arrivando fino al cuore; poi smette e tu continui a vivere;
ma in silenzio, senza cuore; senza speranza; in balia della fortuna
e ora anche la terra qui è senza più cuore, come terriccio in un museo,
stesa davanti a tutti, mezza morta, priva di sensi,
senza nemmeno il tempo di respirare una boccata d’aria che è già avvelenata —
e graffia e ringhia, come un vecchio cane che sta per morire
e tutto questo, sai, è così ingegnoso, che tutti hanno già imparato
a fingere di non sentire l’odore della propria decomposizione,
e ora la puzza è tale che puoi riconoscere i tuoi solo da questo fetore —
così orgogliosi, così avviliti, così spietatamente belli
la morte, sai, accresce sempre la bellezza; fino al riso convulso;
non è forse curioso percorrere la stessa strada per tutta la vita
per poi perdere te stesso al primo incrocio?
è mai possibile che sia così; ma non è stufa questa terra
di condurci bendati in girotondo, come giocando a mosca cieca;
ehi, tu, prova a indovinare dove cadrai e non potrai più rialzarti
tante brave persone qui, sai, ma tutte impantanate nel fango;
stipate; a braccia aperte; senza teste, così come capita
questa terra è come una cicatrice sul volto; tutti la vedono
ma manca il coraggio di chiedere che cosa sia successo;
la vita è troppo breve, sai, per scrutare la terra
specialmente quella altrui; vi è qualcosa di adultero
come se d’improvviso l’amore fosse diventato una lingua artificiale
che studiamo e studiamo e studiamo invano
volevo dirti che questa terra è poesia
e tu sai bene, forse meglio di me, quanti siano i suoi lettori.
Iya Kiva-poetessa ucraina
Biblioteca DEA SABINA- La rivista «Atelier»
La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Redazione DEA SABINA
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Libro Edito: Foto Copertina( formato Jpg) e Breve Sinossi-
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AUTORE-Alessandra Raffin è psicologa esperta in neuropsicologia clinica e terapia autogena. Vive e lavora tra Italia e UK. La poesia è parte integrante della sua vita da sempre. Solitude è la sua prima pubblicazione.
DESCRIZIONE-Solitudine e solitudini, simboli vuoti dentro le braccia, come mali di pancia e ricerche d’aria. La solitudine prende fiato, nella sua stasi la calma. La solitudine prende il fiato, nella sua morsa lo spago. Come si va noi di qua e di là dal ponte, a volte soli per necessità, a volte nella pena dell’abbandono, a volte in fuga dalle prese strette, e forse alla ricerca di tiepide pozze. Siamo soli. Siamo soli? Oppure circondati, come le mosche, in un cielo di saline.
Nota di Michele Paladino
Se guardiamo all’entopico panorama poetico italiano, all’alluvionale e straripante conceria di poetesse mellifluamente noiose, falsamente avvitate alla sprezzatura, statiche nella loro melodia kitsch-misticheggiante, non possiamo non guardare al passato dei bardi o ritirarci nei culti snob della diffidenza. Opzioni inutili quanto deleterie. Ma prima di abbandonarci alla moneta poetica di vecchio corso, potremmo imbattertici in opere che del sentimentalismo abusato, e tanto dissodato, ne fanno, invece, una disarmante quanto misurata diagnosi di quella rara, ineffabile, esperienza poetica del quotidiano. L’esordio di Alessandra Raffin, Solitude, si presenta già nella dedica in epigrafe ad Alejandra Pizarnik come una suite di attraversamento, di dolorosa ricerca della grazia, compostamente orfica e confessional nel suo verso nominale ed empiricamente performativo dal dettato rapido, esile, concreto, per certi invasivo di una spettroscopia al nero di un sentimento amoroso in fase terminale o disfatto, osservato in decomposizione. Ciò che colpisce nella prima parte della raccolta è la netta cesura che la Raffin muove dal conformistico senso comune di fallimento: “[…] Icona di consolazione / Sotto cui giaccio ritorta / Come una cagna addormentata.” Da qui parrebbe muoversi la dimensione di una poesia non-rituale, infallibilmente simbolica, viscerale, alimentata da una trenodia perentoria che spinge sul pedale dei tessuti connettivi – le catabasi dei templi-ossari lirici pizarnkiani – del silenzio, supplice all’assoluto fatalismo di un rapporto paracadutato negli universi algidi, introversi, dalle venature domestiche inquietanti: “Uccidimi ti prego / Ho fatto la guerra / Con pentole / Mestolo e coperchi […] Uccidimi ti prego / Non ne ho colpa / O tienimi nell’ombra.” La scrittura della Raffin sfiora la dimensione terribilmente ironica delle lallazioni di un Io fatto dirozzare dal pensiero autoindotto alla solitudine. Ne conviene nella parte centrale della raccolta una liricità frammentata, abissale, dimidiata. Quel duplice poetico fattosi interlocutore privilegiato cade negli stagni narcisistici. Gli specchi si frangono e ogni tema e oggetto diventa universale nel suo rovesciamento al negativo. Tutto è condotto ad un grigio reductio ad absurdum. La seconda parte della raccolta sconta una larga, a tratti dozzinale, concessione divergente di toni e registri – si passa da elargizioni kitsch a impennate penniane affettuose e generiche, ritmi prosaici che in alcuni casi non rendono verosimile quel duplice interlocutore faustiano – che in sostanza non fanno cadere le atmosfere miracolosamente tetre di una fenomenologia di totale autonegazione adombrata dallo stupore. Come in questo caso, in uno dei passaggi più felici di Solitude:
[…]
Se ogni luogo crea confusione
Sapere che il posto non è mio
Quando la cremazione
Cenere su cenere
Come polvere d’amianto
La prende il vento
Il vento la porta
Perle dentro nuvole di ferro
Ho aperto una finestra su un giardino
Ho visto l’erba verde
E la primula gialla
Si apriva alla luce
Ciò che in qualche modo Solitude mostra è essenzialmente il referto psichico, nel suo stato più educatamente nobile, di una poesia che non teme le effusioni indocili di una Patrizia Cavalli atrabiliare, di una Sexton de-erotizzata, di un Larkin lasciato sbrigliare nei territori del pathos dissociativo. Insomma, Solitude di Alessandra Raffin inaugura con le sue mistioni estatiche, e le sue livide zone venate d’ombra, una aggiunta deformante e larvatamente inquieta alla statica e irritante poesia italiana di oggi.
Michele Paladino
Fonte -La rivista «Atelier»-
http://www.atelierpoesia.it
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Sonia Elvireanu, “Ensoleillements au cœur du silence” –
“Scintillii nel cuore del silenzio”
(Giuliano Ladolfi editore, 2022) dalla Rivista Atelier-
Nota di Claude Luezior, traduzione a cura di Giuliano Ladolfi
Nella raccolta di Sonia Elvireanu la contemplazione della natura si nutre di profonda riflessione secondo due diverse modalità: una poetica e una esistenziale. Il titolo “Scintillii nel cuore del silenzio” ci indirizza nella lettura: il primo termine ribadisce la vocazione della poetessa a procedere mediante “illuminazioni” o “fulgurazioni”, momenti di grazia in cui la visione poetica viene fermata sulla carta, senza alcun obbligo di trovare tra di essi nessi, consequenzialità, coerenza, sviluppo. Ma questa è la vita che procede in modo desultorio e contraddittorio; è il nostro modo di rapportarci con il reale, modo sempre esposto a una quantità di moti interiori in cui presente, passato e futuro si uniscono e discordano, in cui ricordi e speranze rivivono nella dimensione conscia e inconscia e creano quel magma che nessun tipo di analisi riesce a razionalizzare completamente.
Premio d’Onore al concorso “Exellence 2022”, Accademia poetica e letteraria della Provenza, Francia.
Nella raccolta di Sonia Elvireanu la contemplazione della natura si nutre di profonda riflessione secondo due diverse modalità: una poetica e una esistenziale. Il titolo Scintillii nel cuore del silenzio ci indirizza nella lettura: il primo termine ribadisce la vocazione della poetessa a procedere mediante “illuminazioni” o “fulgurazioni”, momenti di grazia in cui la visione poetica viene fermata sulla carta, senza alcun obbligo di trovare tra di essi nessi, consequenzialità, coerenza, sviluppo. Ma questa è la vita che procede in modo desultorio e contraddittorio; è il nostro modo di rapportarci con il reale, modo sempre esposto a una quantità di moti interiori in cui presente, passato e futuro si uniscono e discordano, in cui ricordi e speranze rivivono nella dimensione conscia e inconscia e creano quel magma che nessun tipo di analisi riesce a razionalizzare completamente.
Dans le recueil de poèmes de Sonia Elvireanu, la contemplation de la nature se nourrit d’une réflexion profonde selon deux modalités différentes : poétique et existentielle. Le titre Ensoleillements au cœur du silence nous guide dans notre lecture : le premier terme réitère la vocation du poète à procéder par “ illuminations “, moments de grâce où la vision poétique s’arrête sur le papier, sans obligation de trouver entre eux des connexions, des conséquences, des cohérences, des développements. Mais c’est la vie, qui se déroule de façon désordonnée et contradictoire ; c’est notre façon de nous rapporter à la réalité, une façon qui est toujours exposée à une quantité de mouvements intérieurs dans lesquels le présent, le passé et le futur s’unissent et discordent, dans lesquels les souvenirs et les espoirs revivent dans la dimension consciente et inconsciente et créent ce magma qu’aucun type d’analyse ne parvient à rationaliser complètement.
Sonia Elvireanu è poetessa, romanziere, critico letterario, saggista, traduttore, membro dell’Unione degli Scrittori della Romania. Ha conseguito il dottorato in Filologia, è professoressa; membro del Centro di ricerca sull’immaginario e del Centro di ricerca filologica per il dialogo multiculturale dell’Università “1 dicembre 1918”, Alba Iulia; è membro della Federazione internazionale degli insegnanti francesi (FIPF), vicepresidente e coordinatore culturale dell’Associazione franco-rumena AMI.
Con la casa editrice Giuliano Ladolfi ha pubblicato la raccolta di poesie Il canto del mare all’ombra dell’airone cinerino (2021).
Peindre les mots: l’expression est connue et a été employée en particulier par l’écrivain suisse Jacques Chessex. De plus, celui qui sait exactement d’avance ce qu’il va peindre est-il vraiment un artiste ? Celui qui connaît précisément ce qu’il va écrire en renvoyant les muses accrochées à ses lignes est-il poète ?
Lire Elvireanu, c’est s’immerger dans un monde onirique qui nous fait penser à celui de Claude Monet, comme nous l’avons déjà noté dans notre recension de son recueil, Le souffle du ciel. Monde enchanté où l’on picore les miettes de la couleur, des ensoleillements où chantent espaces et quiétudes…
Ne t’en vas pas, Lecteur : prends la pause sur le pont japonais du génial impressionniste : écoute la poétesse, susurre, psalmodie ses lignes au goût de miel. En français qu’Elvireanu maîtrise avec une aisance déconcertante, mais ici également en italien, la langue des anges que nous propose avec élégance son traducteur, préfacier et éditeur Giuliano Ladolfi.
Idiomes peints par des créateurs, au-delà du descriptif, propres au rêve, tout à la fois profanes et sacrés, intimistes et fantastiques, dans un au-delà de la texture grammaticale, dans un dépassement de soi.
Dans le brouillard (p.56)
Une brume bleuâtre
enveloppe l’argile au crépuscule,
le murmure d’un bourgeon
meurtri,
sous l’écorce,
le frémissement du silence,
l’iris de l’épanouissement
esseulé.
Brouillard, teintes bleuâtres, murmures, sous l’écorce, touches verbales mais aussi fascination transculturelle d’une écrivaine roumaine nous prenant par la rétine, avec, en miroir, les sonorités transalpines si riches de leurs voyelles! Les nymphéas de Monet en frémissent d’aise… Déambulation délicate, sécrétions de pétales et de mots en un silence feutré…
La poésie, telle la peinture, est souvent faite de surprises, d’émotions, d’inconscient à la marge du narratif : j’ai l’impression d’être dans l’attente du mystère / avec son pouvoir de te prendre aux tréfonds / pour te faire sentir la vie, aux mille visages / s’émerveillant de ses mots, de ton image (p. 106).
On se rapproche du passage entre le formel et le non-figuratif. L’académicien Henri Troyat ne disait-il que, même dans un roman, les personnages prennent le pouvoir ? Ici, c’est l’âme qui, dans l’éclat / de l’argile / céleste (p. 210), occupe toute la scène.
Peintre des mots : Sonia Elvireanu serait-elle un auteur impressionniste ?
Écrivain suisse romand (francophone), Claude Luezior est médecin, spécialiste en neurologie (son nom civil est Claude-André Dessibourg) et ancien professeur à l’Université. Par ailleurs, il a publié une cinquantaine d’ouvrages littéraires, dont une majorité à Paris : romans, nouvelles, recueils de poésie, une biographie romancée à propos du peintre Armand Niquille, un essai concernant la cathédrale de Fribourg ainsi que des ouvrages d’art. Plusieurs livres de Luezior sont traduits en langues étrangères et en braille. Huit d’entre-eux sont enregistrés en livres parlés pour les malvoyants de langue française. Il reçoit plusieurs distinctions, dont le Prix européen ADELF-Ville de Paris au Sénat en 1995 ainsi qu’un Prix de poésie de l’Académie française en 2001 (Hélène Carrère d’Encausse). Fasciné par le monde des idées et des mots, à la fois prosateur (Urbs), poète (Haute Couture) et homme de plume engagé (Nourrir les Colombes contre la guerre en Irak), Claude Luezior défend l’exclu (Monastères), celui que le sort fragilise (Impatiences) ou ceux atteints de handicaps (Rebelles).
Claude Luezior
Sonia Elvireanu
Sonia Elvireanu è poetessa, romanziere, critico letterario, saggista, traduttore, membro dell’Unione degli Scrittori della Romania. Ha conseguito il dottorato in Filologia, è professoressa; membro del Centro di ricerca sull’immaginario e del Centro di ricerca filologica per il dialogo multiculturale dell’Università “1 dicembre 1918”, Alba Iulia; è membro della Federazione internazionale degli insegnanti francesi (FIPF), vicepresidente e coordinatore culturale dell’Associazione franco-rumena AMI. Ha scritto diverse opere molto apprezzate in patria e all’estero. Con la casa editrice Giuliano Ladolfi ha pubblicato la raccolta di poesie Il canto del mare all’ombra dell’airone cinerino (2021).
Claude Luezior è uno scrittore svizzero di lingua francese, medico specializzato in neurologia (il suo nome civile è Claude-André Dessibourg) ed ex professore universitario. Ha pubblicato una cinquantina di opere letterarie, la maggior parte delle quali a Parigi: romanzi, racconti, raccolte di poesie, una biografia romanzata del pittore Armand Niquille, un saggio sulla cattedrale di Friburgo e libri d’arte. Molti dei libri di Luezior sono stati tradotti in lingue straniere e in Braille. Otto di essi sono registrati come libri parlanti per ipovedenti in francese. Ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Premio europeo ADELF-Città di Parigi al Senato nel 1995 e il Premio di poesia dell’Accademia di Francia nel 2001 (Hélène Carrère d’Encausse). Affascinato dal mondo delle idee e delle parole, scrittore di prosa (Urbs), poeta (Haute Couture) e scrittore impegnato (Nourrir les Colombes contre la guerre en Irak), Claude Luezior difende gli esclusi (Monastères), i fiaccati dal destino (Impatiences) o i disabili (Rebelles).
Traduzione a cura di Giuliano Ladolfi
Dipingere le parole: l’espressione è ben nota ed è stata utilizzata in particolare dallo scrittore svizzero Jacques Chessex. Inoltre, la persona che sa esattamente in anticipo che cosa dipingerà è davvero un artista? È poeta colui che sa esattamente cosa scriverà licenziando le muse aggrappate ai suoi versi?
Leggere Elvireanu comporta immergersi in un mondo onirico che ricorda quello di Claude Monet, come abbiamo già notato nella nostra recensione della sua raccolta Le souffle du ciel: un mondo incantato dove si beccano le briciole del colore, scintillii dove cantano spazi sereni…
Non andare via, lettore: fai una pausa sul ponte giapponese del genio impressionista; ascolta la poetessa, sussurra, canta i suoi versi dal sapore di miele: in francese, lingua che Elvireanu padroneggia con sconcertante facilità, ma qui anche in italiano, la lingua degli angeli, che il suo traduttore, prefatore e curatore Giuliano Ladolfi ci offre con eleganza.
Modi di dire dipinti dai creatori, al di là di una descrizione, affini al sogno, profani e sacri insieme, intimi e fantastici, in un al di là della trama grammaticale, in un superamento di sé.
Nella nebbia (p. 57)
Una nebbia azzurrina
al crepuscolo avvolge l’argilla,
il mormorio di una gemma
straziata
sotto la corteccia,
il sussulto del silenzio,
l’iris della fioritura
solitaria.
Nebbia, sfumature bluastre, sussurri, sotto la corteccia, tocchi verbali ma anche fascino transculturale di una scrittrice rumena che ci prende per la retina, con, di riflesso, i suoni transalpini così ricchi di vocali! Le ninfee di Monet fremono di gioia… Passeggiata delicata, secrezioni di petali e parole in un silenzio sommesso…
La poesia, come la pittura, è spesso fatta di sorprese, di emozioni, di inconscio al margine della narrazione: Mi sento come se stessi aspettando il mistero / con il suo potere di portarti nelle profondità / per farti sentire la vita, dai mille volti, / che si meraviglia delle sue parole, della tua immagine (p. 107).
Ci stiamo avvicinando alla transizione tra il formale e il non figurativo. L’accademico Henri Troyat non diceva forse che, anche in un romanzo, i personaggi prendono il sopravvento? Qui è l’anima che, nel bagliore / dell’argilla / celeste (p. 211), occupa tutta la scena.
Pittrice di parole: Sonia Elvireanu è un’autrice impressionista?
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Redazione Online Direttori: Eleonora Rimolo, Giovanni Ibello Caporedattore: Carlo Ragliani Redazione: Mario Famularo, Michele Bordoni, Gerardo Masuccio, Paola Mancinelli, Matteo Pupillo, Antonio Fiori, Giulio Maffii, Giovanna Rosadini, Carlo Ragliani, Daniele Costantini, Francesca Coppola.
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Adrienne Rich- Poesie da”Tonight no Poetry will serve”
(Norton, 2011 – l’ultima raccolta pubblicata in vita)
traduzione dall’inglese di Maria Luisa Vezzali
-Rivista Atelier-
Biografia di Adrienne Rich (Baltimora, 1929 – Santa Cruz, 2012) è stata una poeta, saggista, insegnante e femminista statunitense.Poco dopo essersi laureata al Radcliff College nel 1951 vince il premio “Yale Series of Younger Poets” per i poeti emergenti che le permette di pubblicare la sua prima raccolta , A Change of the Wolrd con introduzione di W.H. Auden, presidente di giuria di quell’anno. L’anno seguente ottiene una borsa di studio per viaggiare in Europa. Sposa nel 1953 l’economista Alfred Conrad e nel 1955 pubblica la sua seconda raccolta, The Diamond Cutters.Con la pubblicazione del terzo libro avvenuta nel 1963, Snapshots of a Daughter-in-Law, viene riconosciuta una delle scrittrici più importanti a livello nazionale sia per la sua voce poetica che per i temi femministi dei testi. Nel 1966 si trasferisce a New York e i libri che seguono sono influenzati dal fermento culturale e dall’attivismo politico del periodo: Necessities of Life (1966), Leaflets (1969), Will to Change (1971). Nel 1969 la Rich si allontana dal marito e diviene attivista dei movimenti di liberazione femminile. Pubblica nel 1974 Diving into the Wreck che riceve il “National Book Award for Poetry”. La Rich rifiuta di ricevere il premio a titolo personale preferendo invece accettarlo -assieme ad altre due poete- a nome di tutte le donne condannate al silenzio. Nel 1976 si dichiara lesbica e nel 1977 pubblica Twenty-One Love Poems successivamente incluso in Dream of a Common Language del 1978. In questo stesso periodo da alle stampe il più importante e influente contributo da saggista: Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence. Nel 1997 rifiuta la “Medical Medal of Art” affermando che non poteva accettare un premio dalla presidenza Clinton in quanto “(cit) l’arte, per come la concepisco io, è incompatibile con la politica di questa amministrazione”. Nel 1999 si trasferisce a Santa Cruz, in California, assieme alla compagna Michelle Cliff (romanziera, poeta ed accademica). Le due donne stavano assieme dal 1976. Nel 2003 Adrienne Rich -assieme ad altri poeti- per protesta contro la guerra in Iraq rifiuta di partecipare ad una conferenza alla Casa Bianca. Nel 2011 viene pubblicata la sua ultima raccolta: Tonight no Poetry will serve. Adrienne Rich si spegne nel Marzo 2012 a Santa Cruz all’età di 82 anni.
Adrienne Rich
Leggendo l’ Iliade (come) per la prima volta [1]
Violento, sgargiante, squarcio
una creatura dilaniata arranca per alzarsi, correre
con il ventre che cola
Il sangue rende tutto più reale
pulsa nel braccio armato d’asta come nel
collo del cecchino l’attimo
presente – Ora! – prima di
far fuori i bastardi
*
Splendore in nero e ocra su un’urna greca
Bellezza come verità
Il mare come sfondo
battuto da nere navi lunghi-remi
a riva carri scudi gambe muscolose dai buoni schinieri
cavalli che impennano Bellezza! carne prima della cancrena
*
Dei dalla mente cangiante corrono avanti e indietro Inganno [2]
una figlia afferrata per i capelli scagliata per confondere uomini
Tutto qui è conflitto ed è chiamato destino dell’uomo
*
Gloria orrenda: ferite spalancate
nutrono mosche enormi
Zoccoli sdrucciolano su smalto di sangue
I cavalli distolgono il capo
versando lacrime equine [3]
Bellezza?
un muro con i nomi dei caduti
da entrambe le parti appassionata imparzialità
.
.
[1 Cfr. Simone Weil, L’ Iliade o il poema della forza (traduzione di Francesca Rubini, a cura di Alessandro di Grazia, Asterios, Trieste 2012), p. 39: «Chi aveva sognato che, grazie al progresso, la forza appartenesse ormai al passato, ha potuto scorgere in questo poema solo un documento; chi invece, oggi come allora, individua nella forza il centro di ogni storia umana, trova qui il più bello, il più puro degli specchi.»
[2 Cfr. Iliade, XIX 91-130: «Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, / funesta; essa ha piedi molli; perciò non sul suolo / si muove, ma tra le teste degli uomini avanza, / danneggiando gli umani: un dopo l’altro li impania… pena acuta colpì Zeus nel petto profondo, / e subito afferrò Ate, che tutti fa errare: / dicendo questo la scagliò giù dal cielo stellato, / roteandola con la mano; e giunse subito nei campi degli uomini» (versione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1950).
[3 Cfr. Iliade, XVII 426-440: «Ma i cavalli d’Achille fuori della battaglia / piangevano, da che avevano visto l’auriga / caduto nella polvere sotto Ettore massacratore… così restavano immobili, col carro bellissimo, / in terra appoggiando le teste; e lacrime calde / cadevano loro giù dalle palpebre, scorrevano in terra; piangevano, / nel desiderio del loro auriga; e si sporcavano la ricca criniera / cadendo dal soggolo, di qua e di là lungo il giogo» (versione di Rosa Calzecchi Onesti, cit.).
Adrienne Rich
[N.d.A.]
.
.
Benjamin rivisitato
L’angelo
…della storia è
volato via
.
ora incontra l’usciere
…….giù
nel seminterrato che
………….a petto nudo fuma
.
ha il compito di attizzare
…il cosiddetto passato
……nel cosiddetto presente
.
.
In quarto
1.
Chiamatemi Sebastiano, frecce piantate su tutta
la mappa dei miei campi di battaglia. Maratona.
Wounded Knee. Vicksbug. Gerico.
Battaglia dell’Overpass.
Vittorie rivoltate
Ma nessuna resa
Cimiteri di rimorso
Il campione sconfitto singhiozza
Spettri accorrono per nascondergli le lacrime
2.
Nessuno scrive liriche su un campo di battaglia
Su una mappa trapunta di frecce
Ma io credo di potere se solo striscio
Nella mia tenda fingendo di
Ripiumare le mie frecce
Vengo subito! grido
Quando arrivano con balestre e fosforo bianco
Ad arruolarmi
Rannicchiata sui miei abbozzi
Per paura che mi scoprano
E mi sparino
3. Appoggi la guancia sulle mie medaglie, attraverso ascolti il mio cuore Dottore, riesce a vedermi se sono nudo?
Ho trascorso più tempo qui che al fronte Nessuno viene se non di rado e non so nemmeno per cosa
Ho raggiunto quel deserto come molti prima Addii e fede e speranza di non morire
Speranza di non morire e cosa era la vita Che pensavamo ci aspettasse dopo
Posi lo stetoscopio rispolveri le sue abilità Dottore riesce a vedermi quando sono nudo?
4.
Vi racconterò della sirena
Che muta la coda da pesce Prende gambe per danzare
Canta come il mare con la gola strozzata
Lame piantate nella schiena
Ferite a ogni passo
C’è un prezzo
C’è un prezzo
Per ogni dono
E tutti i consigli
Adrienne Rich
Maria Luisa Vezzali (Bologna 1964), docente di Materie letterarie nella scuola superiore, è traduttrice di Adrienne Rich (Cartografie del silenzio, Milano, Crocetti 2000, e La guida nel labirinto, Ibid., 2011; premio per la traduzione dell’Università di Bologna) e Lorand Gaspar (Conoscenza della luce, Roma, Donzelli 2006). Ha curato l’edizione di Saint-John Perse, Anabasi (Raffaelli 2011). In poesia ha pubblicato L’altra eternità (Edizioni del Laboratorio 1987), Eleusi marina (in Terzo quaderno italiano a cura di Franco Buffoni, Guerini e Associati 1992), dieci nell’uno (Eidos 2004, disegni e sculture di Mirta Carroli), lineamadre (Donzelli 2007, premio Anterem/Montano), Forme implicite (Allemandi 2011, con gioielli e disegni di Mirta Carroli). Suoi testi sono tradotti in inglese, spagnolo, francese, tedesco e svedese. E’ comparsa in numerose riviste e antologie.
Biblioteca DEA SABINA
-La rivista «Atelier»-
http://www.atelierpoesia.it
La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Direttore responsabile: Giuliano Ladolfi Coordinatore delle redazioni: Luca Ariano
Redazione Online Direttori: Eleonora Rimolo, Giovanni Ibello Caporedattore: Carlo Ragliani Redazione: Mario Famularo, Michele Bordoni, Gerardo Masuccio, Paola Mancinelli, Matteo Pupillo, Antonio Fiori, Giulio Maffii, Giovanna Rosadini, Carlo Ragliani, Daniele Costantini, Francesca Coppola.
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Breve biografia di Mia Lecomte (Milano, 1966) è una poetessa e scrittrice di nazionalità francese e di lingua italiana che risiede in Svizzera. Tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano: la silloge poetica Lettere da dove (InternoPoesia, 2022) e il libro per bambini Gli spaesati/Les dépaysés (VerbaVolant, 2019). Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue, pubblicate all’estero nelle raccolte For the Maintenance of Landscape (Guernica, 2012), Là où tu as ton corps (Apic, 2020. Prix Vénus Khoury Ghata 2021), e in numerose riviste e antologie. Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, a cui ha dedicato alcune antologie e il saggio Di un poetico altrove. Poesia transnazionale italofona. 1960-2016 (Franco Cesati, 2018). È redattrice del semestrale di poesia comparata Semicerchio, del periodico letterario indiano online The Antonym, e della rivista del festival anglo-francese di poesia La Traductière. Collabora all’edizione italiana de Le Monde Diplomatique. Nel 2017, con altri studiosi e scrittori attivi tra Francia e Italia, ha fondato l’agenzia letteraria transnazionale Linguafranca. È ideatrice e membro della Compagnia delle poete. Le fotografie di Mia Lecomte sono tratte da mialecomte-ph.
Dopo tutto il tuo tempo
Le date
Ho trovato la tomba
prima di trovare la casa
il mio cimitero
prima della mia città
Può iniziare l’inverno
in alto il cuneo delle anatre
gli stambecchi sulle lapidi di sale
Ho trovato e mi lascerò
per una scommessa d’esilio:
salutarmi da sola
ogni volta che se ne vanno gli altri
Crepa cuore
L’ippopotamo è un animale enorme
considera una distanza da qui a lì
l’aspetto placido trae in inganno
i canini possono misurare mezzo metro
se lo ostacoli sulla via dell’acqua
verrai dilaniato in maniera atroce
Il leone è possente
ma interviene soltanto all’ultimo
quando ne vale la pena
solo dopo che le sue leonesse
hanno fatto il resto
ti finirà in maniera atroce
L’orso non sa sbranare
non controlla la mascella
un’insolita formazione dentale
unita a un difetto dell’articolazione
puoi correre quanto vuoi
ti strazierà in maniera atroce
L’elefante ti sorprende
perché in realtà è leggerissimo
non lo senti arrivare
se ti fermi per qualche motivo
in un soffio alle tue spalle
ti calpesterà in maniera atroce
Domani ti porterò allo zoo
l’ippopotamo il leone l’orso l’elefante
chiusi nei recinti nelle gabbie
così ti sentirai al sicuro
amore mio atroce
potrai godere della cattività
della senilità
subito ti dimenticherai di me
Ultimo post it
Ora sono io a partire
altrimenti ne morirei
ne moriresti
ne moriremmo
Io declino
perché risulti meno grave
Dopo tutto il tuo tempo
ti lascio la mia fine
in monoporzioni
nel congelatore Penel.
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Breve biografia di Vladislav Karaneuski dalla Rivista Atelier (Minsk, Bielorussia, 1999) vive a Monza, è laureato in lettere all’Università degli studi di Milano con una tesi in filologia romanza, sta attualmente continuando gli studi specializzandosi nella medesima disciplina. Suoi articoli di letteratura, critica, storia, linguistica e filologia romanza sono usciti per riviste online come ilSuperuovo, Frammenti Rivista, Magma Magazine e Arateacultura. In via di pubblicazione è una sua plaquette poetica per un progetto antologico sostenuto dall’Università IULM di Milano.
In fondo all’anima c’è la notte,
non la muta il desiderio,
e non sprofonda tra le necessità, i vizi.
Ma non è oggi, è domani
per guardare indietro
con gli orologi che non scattano
e il sapere che nel buio
il bagliore, a scatti, scava sotterranei
sincopati, e non si torna indietro
ma si lascia la briglia
il cavallo veloce, primo a vittoria.
Ritornare dove i morti parlano
Nel nucleo delle cause
in scatti insensati
e sfioriture turbate
da un’immensa e tanto sola notte,
nel fondo quieto in ripidi ripari. Anima al fondo in.
*
Our enemy, our own loss how repair,
How overcome this dire calamity
What reinforcement we may gain from hope,
If not, what resolution from despair
Paradise Lost, Milton
Sono l’angelo scartato da Dio
che la fede non prese
nelle schiere delle antitesi dei contrari.
l’ammissione dell’accettazione
di un vuoto che sapeva di candido
ma che la maldestra natura
saturava tra gli intervalli
spazi dove il vento
Lambisce il sole
dichiarando morti i tempi
sfumate le stagioni
nella nebbia in fondo ai ponti
di collegamenti mancati.
Il dolore che mi portò
a voler uccidere Dio
è lo stesso silenzio
del boia
nel minuto prima
Ricordati,
nell’indifferenza
tra i tagli
ci hai condannati ad amarti.
*
Vivere nell’angolo
svoltare in un incontro
Tradire gli incroci
Perdonare i lati opposti,
Rincorrere gli intrecci
sdraiarsi nei margini.
Siamo nelle direzioni spezzate,
senza toccarle e senza soffrirne
l’assenza.
È nell’esercizio di caduta
Che s’acquista la vita.
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Francesca Saladino – POESIE inedite pubblicate dalla Rivista Atelier
Breve biografia di Francesca Saladinonasce e vive a Caserta dal 1994, laureanda in psicologia clinica presso l’Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli della stessa città, porta avanti un progetto di poesia estemporanea componendo “ritratti poetici” ispirati da un breve colloquio col committente. È stata co-fondatrice del collettivo campano CASPAR per la diffusione e la valorizzazione della poesia orale e performativa sul territorio. In collaborazione con Officina Teatro ha ideato ed organizzato “Pop Poetry”, rassegna teatrale di spettacoli in versi e spoken poetry. Attualmente sta lavorando alla sua prima raccolta poetica, che comprenderà i componimenti nati negli ultimi due anni.
Ho due diavoli sulle spalle
che mi spezzano il collo a colpi
sul bordo del tavolo a cui siedo con lei.
Mi girano le orecchie e i piedi,
mi spostano i nei ridendo
e di noi vedo soltanto
futuri senza sonoro
in cui non puoi riconoscermi. Loro
hanno il profumo del primo vitello
che ho mangiato piangendo,
profumo di alloro. Si leccano i calli,
masticano poco vecchio tabacco
e fanghiglia mista a feci.
Me lo sputano in bocca
imitando i piccioni coi loro piccoli.
Io lo ingoio tutto, avida e putrida,
nuda in un angolo come i polli,
come una vacca il giorno del macello,
a contarmi i capelli, a tirarmi i denti.
*
2.
La quinta figlia femmina
legata nella stalla
di fianco alle mucche
ha dovuto imparare
a infilare il dito nell’ano
della gallina – per sentirne l’uovo.
Sfilare nuda
con gli scarafaggi in testa.
Scuoiare conigli
e farsi piacere le cavallette.
Ecco,
la nostra condizione per essere amati.
L’ora del bagno,
qualcosa di cui non si deve parlare.
Come il desiderio d’essere morta
per non attirare più l’attenzione.
Chi ha il cuore tenero
non sa proteggersi.
Qualcuno forse
sì, servendo allo scopo maggiore.
Non si vive di assoluti
quando si ha bisogno
disperato d’amore.
*
3.
Carezza la pelle dell’albero
senza arrossire, pronuncia
scoprendone il corpo
le cicatrici:
“corteccia”, “radici”.
Tieniti stretto
al frutto, al tempo
come i serpenti.
Scandita tra i denti
la resina tronca
di netto l’abbraccio,
pendono, legati a un laccio
i rami, i morti, i canti.
*
4.
Ho nascosto la fonte
sotto l’occhio celeste
del primo assente,
una torre di corpi
putrefatti, mentre
attorno a me scorre
sperma pesante e corre
aborrito nella pozza
del dover fare, dover essere,
sboccia dal suolo di sborra
la meraviglia:
piccola dea figlia, bocca infernale
aperta come aiuole da calpestare
e nel profumo autunnale
d’orrore che piove
anche i diavoli sono in fiore
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