Pasolini. Una sconcertante attualità di Sergio Labate
Non c’è, da parte nostra, alcun elemento retorico nella scelta di raccogliere insieme all’interno di una “Talpa” gli articoli che negli ultimi mesi abbiamo pubblicato su Pier Paolo Pasolini. Certamente la ricorrenza dei cinquant’anni dalla sua morte violenta ha prodotto un’ondata di commozione e di “nostalgia sentimentale”, così si potrebbe definire. Nulla di male. Ma non è questo pur legittimo sentimento che unisce gli articoli che qui presentiamo. Nel metterli insieme uno dopo l’altro ci siamo infatti resi conto che emerge un accordo di fondo che val la pena non disperdere. Perché riguarda noi, molto più che lui. Dice molto più del nostro tempo, che del suo. In sintesi, ciò che emerge trasversalmente è una doppia tesi politica.
La prima tesi è quella per cui la figura intellettuale di Pasolini non possa in alcun modo essere strumentalizzata dalla destra, nonostante i tentativi un po’ grotteschi. Piuttosto proprio Pasolini aveva colto con largo anticipo la mutazione antropologica del capitalismo e, con essa, anche la trasformazione valoriale della destra. Il nuovo fascismo: innervato di consumismo, individualismo, elitismo e profondo disprezzo per tutto ciò che è mediazione e cultura. La trasformazione neoliberista delle destre sta già dentro le pagine pasoliniane. Se Pasolini è un critico accanito delle destre – del resto lo rivendica esplicitamente – è proprio perché aveva colto verso dove le destre stavano andando. Pasolini critico del nostro presente, molto più che del suo.
La seconda tesi è analoga. Quella mutazione antropologica non stava contagiando solo le destre, ma stava corrompendo nel profondo anche la sinistra. È probabilmente proprio il referendum sul divorzio l’esempio più eloquente di questo malessere che preoccupava lo sguardo di Pasolini. E in particolare la sua critica al PCI e ad Enrico Berlinguer (un altro che probabilmente aveva compreso la trappola dentro cui il suo partito stava precipitando suo malgrado). Non si poteva che sostenere il divorzio, ma non si poteva neanche non riconoscere in quel particolare frangente una rottura rispetto all’alterità del comunismo, un cedimento all’ordine dell’individuale che avrebbe avuto come conseguenza il trauma della discontinuità con la propria tradizione e i propri valori. Un evento necessario ma perverso, dentro cui intravvedere un futuro sinistro delle sinistre, incapaci di rappresentare culturalmente un’alternativa e destinata al conformismo del neoliberismo. Cosa sia accaduto dopo, lo vediamo ancora adesso. Quanta ragione avesse Pasolini.
Un intellettuale del nostro tempo, dunque. Di un tempo che non è abitato più da intellettuali, ma solo da popstar che vendono le proprie parole in cambio della soddisfazione del proprio narcisismo. Senza più sgradevolezza, senza più conflitto, senza più autonomia. Soprattutto senza più poesia. Un intellettuale di un altro tempo che è uno dei pochi che dice cose che riguardano il nostro tempo. Questo è Pasolini, adesso più di ieri. Una sconcertante attualità. E questo il tema che unisce le pagine che offriamo in lettura.
Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).
Fonte -VOLERE LA LUNA – Laboratorio di cultura politica e di buone pratiche
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Elsa Morante è nata nel 1912 a Roma, dove è vissuta e dove è scomparsa nel 1985. Le sue raccolte di poesia sono Alibi (Longanesi 1958, Garzanti 1988, Einaudi 2004) e Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi (Einaudi, 1968, 2006, 2012). I suoi romanzi: Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo (1957), La storia (1974), Aracoeli (1982). Numerosi i racconti e gli scritti vari, saggi e interventi. È uno dei maggiori narratori italiani.
Elsa Morante -Poesie-
POESIE
da IL MONDO SALVATO DAI RAGAZZINI
Addio Dal luogo illune del tuo silenzio
mi riscuote ogni giorno l’urlo del mattino.
O notte celeste senza resurrezione
perdonami se torno ancora a queste voci.
Io premo l’orecchio sulla terra
a un’eco assurda dei battiti sepolti.
Dietro la belva in fuga irraggiungibile
mi butto sulla traccia del sangue.
Voglio salvarti dalla strage che ti ruba
e riportarti nel tuo lettuccio a dormire.
Ma tu vergognoso delle tue ferite
mascheri i cammini della tua tana.
Io fingo e rido in un ballo disperato
per distrarti dall’orrenda mestizia
ma i tuoi occhi scolorati di sotto le palpebre
non ammiccano più ai miei trucchi d’amore.
Alla ricerca dei tuoi colori del tuo sorriso
io corro le città lungo una pista confusa.
Ogni ragazzo che passa è una morgana.
Io credo di riconoscerti, per un momento.
E mendicando rincorro lo sventolio di un ciufietto
o una maglietta rossa che scantona…
Ma tu rintanato nel tuo freddo nascondiglio
disprezzi la mia commedia miserabile.
Buffone inutile io deliro per le vie
dove ogni fiato vivente ti rinnega.
Poi, la sera, rovescio sulla soglia deserta
un carniere di piume insanguinate.
E chiedo una tenerezza al buio della stanza,
almeno una decadenza della memoria,
la senilità, l’equivoco del tempo volgare
che medica ogni dolore…
Ma la tua morte cresce ogni giorno.
E in questa piena che monta io vado e mi riavvento
in corsa dirotta, per un segno,
un punto nella tua direzione.
O nido irraggiungibile e caro,
non c’è passo terrestre che mi porti a te.
Forse fuori dai giorni e dai luoghi?
La tua morte è una voce di sirena.
Forse attraverso una perdizione? o vna grazia?
o in quale veleno? in quale droga?
forse nella ragione? forse nel sonno?
La tua morte è una voce di sirena.
Voglia di un sonno che pare una tua dolcezza
ma è stata già l’impostura dove ti ho perso!
La tua morte è una voce di sirena
che vorebbe sviarmi da te nelle sue fosse.
Forse, io devo accettare tutte le norme del campo:
ogni degradazione, ogni pazienza.
Non posso scavalcare questa rete spinata
mentre al tuo grido innocente non c’è risposta.
La tua morte è una luce accecante nella notte,
è una risata oscena nel cielo del mattino.
Io sono condannata al tempo e ai luoghi
finché lo scandalo si consumi su di me.
Io devo, qui, trescare e patteggiare con la belva
per rubarle il segreto del mio tesoro.
O pudore d’una infanzia uccisa,
perdonami questa indecenza di sopravvivere.
Tu sei partito credendo di giocare alla fuga.
Era per fare il bravo, la tua smorfia d’addio.
Al solito! Che poi ti bandisci nella tua stanzuccia
minaccioso dietro le porte sbarrate
come un gran capitano nel suo forte supremo.
Guai per l’audace che si arrischi all’assedio!
Ma ti conosco. Che invece se nessuno si arrischia
ti strazi, e piangi nella tua rabbia infantile
perché non c’è amore al mondo e ti lasciano solo.
Ma stavolta, la tua porta fu sbattuta dagli uragani.
Le piogge entrarono nel vano abbandonato
e una fanghiglia come sangue ha imbrattato i muri.
Quando eri vivo, la tua stanza era la stella del quartiere,
ricercata da tutti. E adesso
tutti ne rifuggono, come fosse appestata.
Il mio piede incíampa nella tua camiciola
che nessuno ha più raccolto da terra. Sul terrazzo
devastato dagli inverni, le piante sono morte.
Perfino i ladri hanno schifato questo tuo feudo estremo
dove infatti c’era poco di valore, da rubare!
Ritagliàti dalle riviste, i ritratti dei tuoi eroi
adornano ancora le pareti: Gautarna il Sublime,
il barbuto Fidel, Billie Holiday la suicida.
In un angolo, c’è ancora la scodella della tua gatta.
Una cravattina rossa pende nell’armadio.
Alla partenza, ti caricasti dei tuoi beni principali:
il canestro con la gatta e il fonografo a valigia.
«Il resto dei bagagli, speditelo per via mare».
Trecento volte quella nave ha ripercorso quel mare
e i tuoi tesori sono dispersi, e io sono qui, vivente.
Anche se vivo tremila anni, e se corro tutti i mari,
non posso più raggiungerti per riportarti indietro.
Lo so che tu credevi di giocare all’addio.
Era una braveria, la tua smorfia…
Ma contro una scommessa impaziente di ragazzo
è un’altra lunga agonia la posta che qui si chiede.
La ladra delle notti è una cammella cieca e folle
che gira per Sahara incantati, fuori d’ogni pista.
L’itinerario è lunatico, non c’è destinazione.
Le sabbie disfanno le tracce dei suoi furti.
Le sue pupille bianche fanno crescere miraggi
dai corpi lacerati che lei semina per le sabbie.
E i miraggi si spostano a distanze moltiplicate
irraggiungibili nei loro campi solitari.
Amputati dai corpi, si disperdono separati
senza rimedio, eterne mutilazioni.
Nessun miraggio può incontrare un altro miraggio.
Non ci sono che solitudini, dopo il furto dei corpi.
da ALIBI
Solo chi ama conosce Solo chi ama conosce. Povero chi non ama!
Come a sguardi inconsacrati le ostie sante,
comuni e spoglie sono per lui le mille vite.
Solo a chi ama il Diverso accende i suoi splendori
e gli si apre la casa dei due misteri:
il mistero doloroso e il mistero gaudioso.
Io t’amo. Beato l’istante
che mi sono innamorata di te.
Qual è il tuo nome? Simile al firmamento
esso muta con l’ora. Sei tu Giulietta? o sei Teodora?
ti chiami Artù? o Niso ti chiami? Il nome
a te serve solo per giocare, come una bautta.
Vorrei chiamarti: Fedele; ma non ti somiglia.
La tua grazia tramuta
in un vanto lo scandalo che ti cinge.
Tu sei l’ape e sei la rosa.
Tu sei la sorte che fa i colori alle ali
e i riccioli ai capelli.
La tua riverenza è graziosa come l’arcobaleno.
Sono i tuoi giorni un prato lucente
dove t’incontri con gli angeli fraterni:
il santo, adulto Chirone,
l’innocente Sileno, e i fanciulli dai piedi di capra,
e le fanciulle – delfino dalle fredde armature.
La sera, alla tua povera cameretta ritorni
e miri il tuo destino tramato di figure,
l’oscuro compagno dormiente
dal corpo tatuato.
Tu eri il paggio favorito alla corte d’Oriente,
tu eri l’astro gemello figlio di Leda,
eri il più bel marinaio sulla nave fenicia,
eri Alessandro il glorioso nella sua tenda regale.
Tu eri l’incarcerato a cui si fan servi gli sbirri.
Eri il compagno prode, la grazia del campo,
su cui piange come una madre
il nemico che gli chiude gli occhi.
Tu eri la dogaressa che scioglie al sole i capelli
purpurei, sull’alto terrazzo, tra duomi e stendardi.
Eri la prima ballerina del lago dei cigni,
eri Briseide, la schiava dal volto di rose.
Tu eri la santa che cantava, nascosta nel coro,
con una dolce voce di contralto.
Eri la principessa cinese dal piede infantile:
il Figlio del Cielo la vide, e si innamorò.
Come un diamante è il tuo palazzo
che in ogni stanza ha un tesoro
e tutte le finestre accese.
La tua dimora è un’arnia fatata:
narcisi lontani ti mandano i loro mieli.
Per le tue feste, da lontani evi
giungono luci, come al firmamento.
Ma tu in esilio vai, solo e scontento.
Il mio ragazzo non ha casa
né paese.
La bella trama, adorata dal mio cuore,
a te è una gabbia amara.
E in tua salvezza non verrà mai la sposa
regina del labirinto.
Per il sapore strano del bene e del male
la tua bocca è troppo scontrosa.
Tu sei la fiaba estrema. O fiore di giacinto
cento corimbi d’un unico solitario fiore!
La folla aureovestita del tuo bel gioco di specchi
a te è deserto e impostura.
Ma dove vai? che mai cerchi? invano, gatta-fanciulla,
il passaggio d’Edipo sul tuo cammino aspetti.
O favolosa domanda, al tuo delirio
non v’è risposta umana.
Riposa un poco vicino a chi t’ama,
angelo mio.
Quando mi sei vicino, non più che un fanciullo m’appari.
Le mie braccia rinchiuse bastano a farti nido
e per dormire un lettuccio ti basta.
Ma quando sei lontano, immane per me diventi.
Il tuo corpo è grande come l’Asia, il tuo respiro
è grande come le maree.
Sperdi i miei neri futili giorni
come l’uragano la sabbia nera.
Corro gridando i tuoi diversi nomi
lungo il sordo golfo della morte.
Riposa un poco vicino a chi t’ama.
Lascia ch’io ti riguardi. La mia stanza percorri spavaldo
come un galante che passa
in una strage di cuori.
Allo specchio ti miri i lunghi cigli,
ridi come un fantino volato al traguardo.
O figlio mio diletto, rosa notturna!
Povero come il gatto dei vicoli napoletani
come il mendico e il povero borsaiolo,
e in eleganza sorpassi duchi e sovrani
risplendi come gemma di miniera
cambi diadema ogni sera
ti vesti d’oro come gli autunni.
Passa la cacciatrice lunare con i suoi bianchi alani…
Dormi.
La notte che all’infanzia ci riporta
e come belva difende i suoi diletti
dalle offese del giorno, distende su noi
la sua tenda istoriata.
Nella funerea dimora, anche di te mi scordo.
Il tuo cuore che batte è tutto il tempo.
Tu sei la notte nera.
Il tuo corpo materno è il mio riposo.
Elsa Morante
Canto per il gatto Alvaro Tra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s’incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s’inseguono nei dolci deliri.
Poi riposi le fatue lampade
che saranno al mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello. E t’ero uguale!
Uguale! Ricordi, tu,
arrogante mestizia? Di foglie
tetro e sfolgorante, un giardino
abitammo insieme, tra il popolo
barbaro del Paradiso. Fu per me l’esilio,
ma la camera tua là rimane,
e nella mia terrestre fugace passi
giocante pellegrino. Perché mi concedi
il tuo favore, o selvaggio?
Mentre i tuoi pari, gli animali celesti
gustan le folli indolenze, le antelucane feste
di guerre e cacce senza cuori, perché
tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,
e io tre cose ho in sorte:
prigione peccato e morte.
Tra lune e soli, tra lucenti spini, erbe e chimere
saltano le immortali giovani fiere,
i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,
Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,
nel fastoso uragano del primo giorno…
E tu? Per amor mio?
Avventura per Luchino Visconti Hai tu un cuore? La leggenda vuole che tu non l’abbia.
Al vedermi, che per te mi consumo d’amore,
tutti mi dicono: «Ah, pazza, mangiata dalle streghe, rosa dalle fole,
soldato d’imprese disperate, marinaio senza veli né remi,
dove t’avventuri? in quali deserti di sabbia,
dietro Morgane, e fuochi fatui, e larve canzonatrici
tu vuoi spegnere la tua sete nella solitaria morte!
Ah, chi ti gettò questa rete, povero pesciolino?»
Così dice la gente; ma lasciamo che dica!
A chi di te mi sparla, nemica io mi giurai.
Per te, mio santo capriccio, volto divino,
senz’armi e senza bussola sono partita.
Non v’è riposo alla speranza mai.
A difficili amori io nacqui.
Come una rosa in un giardino
d’Africa o d’Asia assai lontano,
come una bandiera alzata
in cima a una nave pirata,
come uno scudo d’argento
appeso in un barbaro tempio,
difficile splende il tuo cuore
il tuo frivolo, indolente cuore,
l’eroico, femmineo tuo cuore.
il tuo regale, intatto cuore,
il cuore dell’amore mio.
Io credo nel tuo cuore!
Le caverne terrestri son tutte una gioielleria.
Funerea primavera per le mie feste vanesie,
l’ametista viola e l’agata lunare
e i diamanti simili a rose cangianti
e il topazio vetrino, il topazio d’oro.
Hanno i cristalli aloni e code di fuoco,
mille comete e lune per la mia notte.
M’offron conchiglie i golfi, e giochi oceanici,
e il cielo boreale riposi e meditazioni.
Dolcezze ha l’aranceto, come salive d’amore,
e l’Asia graziose belve, mie tenere schiave.
Le Maestà dei re conversazioni m’accordano,
e al mio comando s’accendono circhi e teatri.
Ma alla conquista io partii d’un frutto aspro.
Il tuo cuore: altro frutto non voglio mordere.
Non voglio i doni terrestri, al mio potere mi nego.
Il solo mio volere è questa impresa!
Alla conquista d’un frutto amaro andai.
Le cose amare sono le più care.
Segreta, lo so, è la stanza del prezioso cuore ch’io cerco.
Lungo e incerto il viaggio fino al nido
di questa civetta-fenice.
Inesperta son io,
compagno né guida non ho,
ma giungerò alla camera felice
del mio bell’idolo.
Addio, dunque, parenti, amici, addio!
Prima bisogna guadare il lago stagnante
della paura,
e i Grandi Orgogli oltrepassare,
fastosa catena di rupi.
Snidare bisogna l’invidia che s’imbosca
e i mostri di gelosia mettere in fuga,
(ah, San Michele e San Giorgio, datemi il vostro scudo!)
per notti occhiute, selve purpuree,
dove incontrare potrò centauri e ippogrifi,
e bere il magico sangue dei narcisi.
Si levan poi le triplici mura di Sodoma
intorno a campo straniero
dalle sette torri merlate.
Incantare dovrò i guardiani,
riscattare le spose comprate,
e a lungo errerò per corti e fughe di scale,
fra un popolo d’echi e d’inganni
fino alla cara porta, che reca la scritta crudele:
Indietro, o pellegrina. Non riceve.
Ah, fossi alato usignolo, foss’io centaura,
ah, sirena foss’io,
foss’io Medoro o Niso,
che forse a te più amico
sarebbe il nome mio, grazioso cuore!
Invece, Lisa è il mio nome, nacque nell’ora amara
del meriggio, nel segno del Leone,
un giorno di festa cristiana.
Fui semplice ragazza,
madrina a me fu una gatta,
e alla conquista partii d’un dolce cuore.
Or che mi presentai, siimi cortese, o amore.
Di che temi, o selvatico? d’esser preso al laccio?
Ah, no, dell’amara pampa la figlia io non sono.
D’esser trafitto? Io non ho coltello, né pungiglione.
Né son io sbirra, per gettarti in carcere,
né fata, per averti compagno notte e giorno,
mutato in corvo, dentro gabbietta d’oro.
Ah, dall’impresa non giudicarmi eroe!
Leggera è la mia mente più del fuoco,
più che un riccio dei tuoi fulvi capelli.
Per la mia pena, per il tuo vinto amore,
con te soltanto un poco giocare io voglio
come una foglia scherza con l’ombra e il sole,
o una ragazza col suo gatto rosso.
E poi ti dirò addio.
Tu dirai: Lisa! supplicherai: Lisa!
Ah, Lisa! Lisa! chiamerai. Ma io
ti dirò addio.
Elsa Morante
MORANTE, Elsa. – Nacque a Roma il 18 agosto 1912 da Irma Poggibonsi, maestra, ebrea modenese, e da Francesco Lo Monaco, siciliano, morto suicida nel 1943; padre anagrafico, marito di Irma, fu Augusto Morante, istitutore al Riformatorio per minorenni. A Elsa, secondogenita – il primogenito, Mario, morì a pochi mesi – seguirono i fratelli Aldo e Marcello e la sorella Maria.
Per motivi di salute non frequentò le elementari ma studiò privatamente, trascorrendo parte dell’infanzia presso la madrina, Maria Guerrieri Gonzaga, in una villa sulla via Nomentana. Giovanissima scrisse poesie, fiabe e racconti, molti fra i quali pubblicati ne Il Corriere dei piccoli, e I diritti della scuola. Dopo il ginnasio e il liceo svolti presso celebri istituti romani (Ennio Quirino Visconti e Terenzio Mamiani), si iscrisse all’Università che presto però interruppe «per conoscere la vita»: a 18 anni, infatti, lasciata la famiglia andò a vivere da sola dando lezioni private, scrivendo tesi di laurea e pubblicando regolarmente racconti in riviste e rotocalchi. Giacomo Debenedetti, che ebbe modo di conoscerla in quegli anni, apprezzò i suoi racconti e li fece pubblicare nella rivista Meridiano di Roma.
Quando nel 1948 apparve Menzogna e sortilegio, il primo grande romanzo di Morante, molti si stupirono dell’apparizione di una scrittrice senza precedenti; tuttavia la stesura delle opere maggiori fu di fatto preceduta e accompagnata da una fitta produzione di racconti in cui compaiono personaggi e motivi talvolta ripresi e amplificati nelle opere maggiori.
Pubblicato postumo per Einaudi, il volume dei Racconti dimenticati (Torino 2002) riunisce testi esclusi dalle raccolte precedenti e in particolare – nella sezione Aneddoti infantili – quelli più chiaramente autobiografici. Nella prefazione Cesare Garboli precisa: «Morante sviluppò negli anni Trenta (1933-1941) un’attività pubblicistica, col proprio nome o sotto pseudonimo, che comprende più o meno 125 collaborazioni tra racconti, fiabe, fantasie, articoli di costume, racconti storici, aneddoti infantili, con una media […] di un racconto ogni venticinque giorni per nove anni filati […]» (p. VI). Quello che si può considerare come l’apprendistato della narrativa morantiana ha i tratti e lo stile del romanzo d’appendice, del feuilleton, della fiaba. Le «stralunate creature» di questo feuilleton giovanile compongono, pertanto, un «deforme campionario di personaggi veristi, commercianti, impiegati, bottegai, stallieri, cocchieri, corrieri, nobildonne fittizie e immaginarie, baroni ossessi e infermiere assassine, folla indiscriminata di esseri dall’apparenza normale quanto intimamente malati e tarati» (ibid., p.VII).
Negativo bianco e nero 7883 da Archivio Elsa Morante. Foto originale 10 x 7 cm. Riproduzioni di fotografie originali che erano in possesso di Elsa Morante e che alla sua morte sono passate a Patrizia Cavalli e Carlo Cecchi, eredi della scrittrice. Moravia ritratto con cappello. Giugno 1934.
Nel 1936 Elsa Morante incontrò Alberto Moravia, già assurto alla notorietà col romanzo d’esordio, Gli indifferenti (1929): in questi primi anni di una relazione alquanto tormentata, segnata da separazioni e riavvicinamenti, Morante tenne un diario (pubblicato postumo e, così come altre pagine diaristiche degli anni Cinquanta, parzialmente riprodotto nella Cronologia delle Opere per la collezione mondadoriana «I Meridiani»).
Diario 38 (ma il titolo originale è Lettere ad Antonio, a cura di Alba Andreini, Torino 1989) contiene – come indicano in modo eloquente le epigrafi: «Libro dei sogni», «La vida es sueño» nonché una citazione tratta dalla Commedia – la trascrizione dei sogni della giovane autrice ventiseienne, oltre a pensieri, ricordi e immagini da questi suscitati. Vi compaiono a più riprese allusioni a una figura maschile A. (Moravia) e ad altre persone della famiglia: la madre, il padre, la sorella, i fratelli, alcuni amici. Tuttavia soggetto principale dell’introspezione è lei stessa, la giovane Elsa, con i propri desideri, la relazione col proprio corpo, i fantasmi sessuali. Da tale esplorazione dell’inconscio affiorano interrogativi talvolta angosciosi, relativi all’infanzia, alla maternità, alla sensualità femminile, all’erotismo e alla vita sessuale, ma vi convergono ugualmente riflessioni su poeti e narratori che costituiscono preziose indicazioni sulla sua ricerca di scrittura (Dante, Kafka, Proust, Rimbaud, Freud, Manzoni, Verga).
Elsa Morante
Morante e Moravia si sposarono il lunedì dell’Angelo del 1941 in una cappella della chiesa del Gesù, a Roma; il rito fu celebrato da padre Pietro Tacchi Venturi, confessore e guida spirituale di Elsa.
Nello stesso anno venne pubblicato Il gioco segreto (Milano 1941), una prima raccolta di 20 racconti fra quelli ch’erano apparsi a stampa tra il 1937 e il 1941; fra questi alcuni furono poi selezionati dall’autrice per un secondo volume, Lo scialle andaluso (Torino 1963). L’anno seguente apparve un racconto scritto alcuni anni prima, illustrato dall’autrice: Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (ibid. 1942).
I personaggi di questi racconti si delineano come cifre dell’ambiguità: i toni spesso cupi e inquietanti, la morte come personaggio o come presentimento (La nonna), il diffuso sentimento di colpa (Il ladro dei lumi), l’incertezza e l’oscillazione tra delirio e lucidità, conscio e inconscio, angelico e demoniaco (Via dell’Angelo), e più in generale le atmosfere e la nota di fondo che vi sottostanno sono propri della letteratura fantastica, in cui si moltiplicano gli effetti del «perturbante» secondo la definizione freudiana (Umheimlich); vi si ritrovano ugualmente notevoli somiglianze con il mondo onirico e metafisico dell’immaginario di Kafka e di Poe. I protagonisti, spesso bambini e adolescenti, inseguono i miraggi dell’immaginazione e del sogno, fin quando la visione è bruscamente infranta e precipitano in una vita priva di desideri, avvolta nell’inconsolabile melanconia del paradiso perduto. La madre e il padre sono raffigurati come oggetto di passioni, veri e propri miti dell’infanzia e della giovinezza, ma destinati a essere rigettati o demoliti nell’età adulta. Ne Il gioco segreto, che dà il titolo alla raccolta, il teatro è metafora della fuga verso un tempo mitico: un’epopea notturna nella quale Antonietta e i fratelli inventano e inscenano storie di donne e cavalieri d’altri tempi, fin quando, scoperti dalla madre, puniti e ricondotti alla realtà, sono ormai dolorosamente esiliati dal mondo onirico. Lo scialle andaluso, uno dei racconti più amati dall’autrice e fra i più significativi, è invece incentrato sul legame geloso e intenso di Andrea per la madre Giuditta che, dopo una carriera fallita di ballerina, rinuncia al suo grande amore per il teatro per ritornare a vivere con il figlio.
Elsa Morante
Dopo l’8 settembre 1943, con l’intensificarsi della persecuzione antisemita e della repressione tedesca, Moravia venne avvisato del pericolo di un arresto in quanto ebreo, e con Morante – anch’essa ebrea per parte di madre – decisero di lasciare precipitosamente Roma. Giunto a Fondi, il treno non poté proseguire a causa della linea ferroviaria interrotta: costretti a scendere dal treno, arrivarono a piedi nel paesino di Sant’Agata dove si rifugiarono fino alla fine della guerra. Per nove mesi la coppia condivise le condizioni di vita disagiate e precarie dei residenti, con soltanto due libri (la Bibbia e i Fratelli Karamazov), cibo frugale e un’unica stanza con un pagliericcio per dormire. All’inizio dell’inverno Morante decise di ritornare a Roma per recuperare il manoscritto di Menzogna e sortilegio. Nel 1944, dopo un breve periodo a Napoli, la coppia fece ritorno a Roma (dapprima in via Sgambati, poi in un attico acquistato in via dell’Oca). Morante riprese la scrittura del romanzo e lo inviò alla casa editrice Einaudi dove fu accolto favorevolmente soprattutto da Natalia Ginzburg e quindi da Italo Calvino. Pubblicato nel 1948, fu insignito nello stesso anno del premio Viareggio.
Elsa Morante
Il primo romanzo morantiano è una storia di famiglia che si svolge tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in un Sud imprecisato (presumibilmente Palermo e dintorni): Elisa, ormai orfana, reclusa e quasi «sepolta viva» nella cameretta insieme al fedele gatto Alvaro, rimemora e racconta le vite dei cari fantasmi che continuano ad affascinarla e a tormentarla con i loro enigmi: la nonna Cesira e il nonno Teodoro, la loro figlia e madre di Elisa, Anna, il padre Francesco, la seconda madre e amante del padre Rosaria, il misterioso cugino Edoardo. La narrazione assume i toni della saga, dell’epopea che registra il rapido declinare delle illusioni e dell’agiatezza verso la decadenza, la miseria sociale e il turbamento psichico: al centro la figura della madre della narratrice, Anna, che, innamorata di Edoardo, accetta di sposarne l’amico Francesco De Salvi, quando costui, gravemente malato di tisi, lascia improvvisamente la città, e muore poco dopo. Francesco è figlio naturale di una relazione fugace tra Alessandra, contadina analfabeta, e l’amministratore delle terre dei Cerentano, Nicola Monaco, ma crede a lungo di essere il figlio del marito, Damiano. Morto Edoardo, Anna inventa un epistolario tra lei e il cugino, nell’intento di consolarne la madre Concetta. Questa menzogna ed estrema finzione, la conduce rapidamente alla follia e alla morte.
Elsa Morante
Temi, personaggi e stile della narrazione riprendono, trasformandoli, quelli del grande romanzo ottocentesco, proprio quando nella letteratura e nel cinema si imponevano la poetica e le forme del neorealismo: la scrittura morantiana sembra percorrere una strada originale, eccentrica rispetto alle correnti dominanti e ai canoni prevalenti del periodo. Fin da questo primo grande libro, Morante persegue una poetica della realtà di cui la formulazione forse più completa e stringente si situa a livello teorico nel saggio Sul romanzo (1959), in cui viene definito come «ogni opera poetica, nella quale l’autore […] dà intera una propria immagine dell’universo reale (e cioè dell’uomo, nella sua realtà)» (cfr. Sul romanzo, in Pro o contro la bomba atomica e altri saggi, p. 44). Nell’ampiezza e nel vigore narrativo si ritrova quella cattedrale sognata di cui l’autrice annotava in Diario 38: «[…] discorrendo dell’arte nel romanzo e nell’intreccio con V. ricordo di avere di sfuggita paragonato la costruzione del racconto a un’archittettura, a una cattedrale, le scene isolate alle vetrate» (p. 20). All’uscita del romanzo la maggior parte della critica rimase sorpresa dalla novità dell’autore Morante. Molti furono i tentativi per delineare accostamenti e influenze letterarie: il Settecento francese di Marivaux, o l’Ottocento del romanzo inglese (Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen), per altri il riferimento era più vicino all’ambientazione siciliana verista (Verga, De Robertis). Tuttavia, fu soprattutto l’apprezzamento di György Lukács che, decretando Menzogna e sortilegio come «il più grande romanzo italiano moderno», inaugurò una nuova fase critica. Studi successivi hanno mostrato l’importanza della scrittura pubblicistica e narrativa precedente e gli accostamenti ai pensatori fondamentali del XX secolo: Sigmund Freud, Otto Rank e Carl Jung, Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Arthur Schopenhauer, Simone Weil (si vedano, in particolare: Per Elisa, 1990; nonché Bardini, 1999). D’altro canto si è cercato di inserire l’opera nel panorama letterario novecentesco con un ampio ventaglio di possibili accostamenti (Marguerite Yourcenar, Virginia Woolf, Anna Maria Ortese, Pier Paolo Pasolini), ma anche, in filigrana, con quegli autori che ne hanno ripreso i modi o il programma poetico e etico (cfr. Under Arturo’s star …, 2006).
Dal 1949 Morante curò per la RAI-Radio Televisione italiana la rubrica «Cronache del cinema»; tuttavia si dimise due anni dopo rifiutando di cedere alle pressioni della direzione, volte ad «attenuare le punte critiche » (cfr. Opere, I, Cronologia, p. LVIII). Pubblicò vari racconti tra cui Amalia (1950) e Lo Scialle andaluso (1953). In quegli anni conobbe la filosofa spagnola María Zambrano e sua sorella Aracoeli, con la quale strinse un’intensa amicizia.
Elsa Morante -Poesie-
Nel 1957 uscì il secondo romanzo, L’isola di Arturo, che ricevette nello stesso anno il premio Strega.
Arturo, adolescente orfano di madre, vive in compagnia del balio Silvestro e della cagna Immacolatella, nella Casa dei guaglioni, sulle alture dell’isola di Procida. Il padre, Wilhelm Gerace, è quasi sempre assente e, nell’immaginazione febbrile ed esaltata del figlio, che lo dipinge come idolo ed eroe, parte per viaggi misteriosi e avventurosi nel grande mondo, al pari dei personaggi dei suoi libri. L’arrivo di Nunziata, nuova sposa del padre, poco più grande di lui, turba profondamente il ragazzo suscitando rivalità e gelosia. La maternità di costei e, nello stesso tempo, la rivelazione degli amori omosessuali del padre che sono alla base dei suoi misteriosi viaggi, sanciscono per il protagonista l’uscita dal mondo circoscritto e felice dell’infanzia, nonché l’accesso all’universo adulto e della guerra imminente.
Romanzo di formazione, ma innervato da un’immaginazione favolistica che affonda nel sottofondo del mito, L’isola di Arturo ottenne consenso unanime coniugando felicemente i suggerimenti della realtà con la capacità evocativa e le illuminazioni liriche.
Nel maggio del 1958 fu data alle stampe una prima raccolta di poesie (Alibi, Milano) di cui alcune erano già apparse come epigrafi dei romanzi. In quegli anni Morante effettuò numerosi viaggi all’estero: in Grecia, in Unione Sovietica e in Cina con Giacomo Debenedetti, insieme con Moravia in Brasile, con Pier Paolo Pasolini e Moravia in India. Nel settembre 1959, incontrò a New York Bill Morrow, un pittore ventitreenne con cui strinse un’intensa relazione e che aiutò insieme a Moravia nell’organizzazione di diverse mostre in Italia, in Francia e negli Stati Uniti.
Nell’aprile del 1962, poco dopo il suo rientro negli Stati Uniti, Morrow morì tragicamente cadendo dalla finestra di un grattacielo, non si sa se accidentalmente o volontariamente. Morante sprofondò nella desolazione e nel lutto e abbandonò tutti i progetti di scrittura in corso, tra cui il romanzo Senza i conforti della religione.
Il ritorno alla pagina scritta avvenne gradatamente, e soprattutto attraverso la poesia. Con Pasolini, cui era unita dalla consuetudine di una profonda amicizia, curò la scelta delle musiche de Il vangelo secondo Matteo (1964) e più tardi di Medea (1970).
Nel 1965 pronunciò la conferenza Pro o contro la bomba atomica al teatro Carignano di Torino, che costituì poi la parte centrale del volume Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (Milano 1987) in cui sono esplicitati la concezione dell’arte del romanzo, le idee sulla letteratura, sui personaggi e sul rapporto tra vita, scrittura e realtà.
Oltre a testi brevi, come Navona mia sull’amata piazza Navona o la serie Rosso e Bianco, vi figura l’articolo I personaggi (1950) in cui Morante individua tre tipologie di personaggio la cui combinazione informa la maggior parte delle opere narrative: Achille, il greco dell’età felice, Don Chisciotte che, insoddisfatto della realtà, cerca salvezza nella finzione, e infine Amleto, che rifiuta la realtà e la finzione, e sceglie di non essere.
In Sul romanzo – nato in risposta a un’inchiesta promossa dalla rivista Nuovi Argomenti nel 1959 – Morante travalica la distinzione tra prosa e poesia, considerando nel novero di «romanzo » anche i sonetti di Shakespeare, il Canzoniere di Saba, i poemi epico-cavallereschi o il teatro; ciò che le interessa non è tanto il genere letterario quanto il fare poetico, l’essenza dell’opera che giunge attraverso la «realtà degli oggetti » a una forma di «verità». La preferenza di Morante va alle opere in cui l’autore si cela dietro la «pura rappresentazione»: prendendo le distanze sia dal realismo socialista sia dal neorealismo, approda a una propria definizione di realismo il cui fondamento è la molteplicità della realtà trasformata in verità poetica, così come l’esperienza dell’artista deve diventare universale, «valore per il mondo».
Nel saggio Pro o contro la bomba atomica la fiducia nella trasformazione poetica della realtà viene controbilanciata dalla necessità di una lotta contro l’irrealtà, configurata come i mostri che il poeta deve combattere. La bomba atomica è metafora e segno minaccioso dell’epoca della guerra fredda e della corsa all’armamento nucleare tra le potenze mondiali che rischia di annientare la Terra e l’umanità intera. Tale minaccia di disintegrazione riguarda in primo luogo l’interezza dell’universo reale che l’opera invece deve ricercare: «l’arte è il contrario della disintegrazione. […] la sua funzione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola la realtà […]. La realtà è perennemente viva, accesa, attuale […] è una, sempre una» (cfr. Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, pp. 101 s.). Lo scrittore-poeta non può che resistere alla disintegrazione e all’alienazione della cultura piccolo-borghese delle classi dominanti, anche se si rifugia nel deserto o in paesi lontani (Rimbaud).
Il messaggio di Pro o contro la bomba atomica è in fondo ottimistico: l’atto poetico è un’azione necessaria di fronte all’orrore, e nel contempo testimonianza e risposta. Come esempio probante della straordinaria gioia che può provocare la poesia nella sua lotta contro la morte, Morante evoca il giovane poeta ungherese Miklós Radnóti, deportato e ucciso, di cui furono recuperati i versi, scritti fin sull’orlo della fossa in cui cadde.
Sovversivi, rivoluzionari, capaci di meraviglia, di allegria, di fantasia tali sono i bambini, i giovani, i poeti come Umberto Saba cui è dedicato il saggio Il poeta di tutta la vita (pp. 33- 39), o come il Beato Angelico, il pittore che da «Beato propagandista del Paradiso», avendo veramente creduto, ha visto e dipinto le creature angeliche, tutti i corpi celesti del Paradiso, la festa invisibile dei corpi di luce.
Diversi viaggi negli Stati Uniti e in Messico, dal fratello Aldo, poi nello Yucatán, nonché la collaborazione con Pasolini permisero a Morante di elaborare il lutto per la morte del giovane pittore. Frutto dell’intensa attività poetica di quegli anni furono le poesie de Il mondo salvato dei ragazzini (Torino 1968).
La quarta di copertina chiarisce il titolo della raccolta in modo provocatorio e sorprendente: «un manifesto/ un memoriale/ un saggio filosofico/ un romanzo / un’autobiografia/ un dialogo/ una tragedia/ una commedia/ un documentario a colori/ un fumetto/ una chiave magica/ un testamento/ una poesia». Sul frontespizio, la riproduzione di un quadro di Bill Morrow richiama l’attenzione sul lungo poema Addio che ne intende evocare la figura. Rispetto alla prima raccolta Alibi, pubblicata nel 1958, Il mondo salvato dai ragazzini, dispiega una grande varietà di forme poetiche, dalla poesia in versi liberi alla canzone, dal poemetto epicodrammatico al testo teatrale, fino alle forme anarchico-futuriste della «Grande Opera», la cui esplosione riproduce visivamente e fonicamente la frammentazione e dispersione del mondo, prima di una nuova genesi. Apparso nel maggio 1968 il poema morantiano è un’eco quasi profetica dei movimenti studenteschi, giovanili e operai di quella primavera, anche se La canzone degli F.P. e degli I.M. era stata precedentemente edita in Nuovi Argomenti nel 1967: i Felici Pochi (F.P.) si distinguono dagli Infelici Molti (I.M.), per la loro persistente allegria contro tutti i tentativi di sopraffazione, intimidazione, oppressione. Sono i rappresentanti dell’utopia e dell’immaginazione poetica, portatori di una felicità incarnata soprattutto dai personaggi bambini (Arturo, Useppe, il pazzariello). I Felici Pochi portano di volta in volta nomi diversi: alcuni come Mozart e Rimbaud, sono figure fondamentali dell’ispirazione morantiana, altre come Simone Weil nutrono il pensiero etico della scrittrice. A essi si aggiungono pittori, visionari, rivoluzionari, pensatori: Edipo, il Cristo, il pazzariello impersonano la visione leggendaria e drammatica dell’umanità attratta dalla luce, dalla felicità, dalla gioia, ma spesso minacciata e travolta dalla tragedia, dalla sofferenza, dalle innumerevoli forme di tristezza e di potere.
Il mondo salvato dai ragazzini è un inno all’allegria anarchica e denuncia di tutte le forme di totalitarismo e di ideologia distruttrice e repressiva. I continui e ripetuti riferimenti al supplizio, alla tortura e all’orrore contrassegnano la riflessione di Morante sulla storia, sul Novecento come secolo delle guerre mondiali, dei genocidi, del nazismo e fascismo.
In una recensione lucida e ironica, stesa in forma di poesia, Pasolini definì l’autrice «nonna- bambina» e «madre idealizzatrice e piena di certezza» dell’anacronistico «pazzariello […] straordinariamente attuale», evocando in raffronto i vari ragazzini, gli studenti nipoti che invita a leggere la nonna Morante (cfr. Pasolini, 1971, pp. 27-43).
Nel 1971 cominciò la stesura del suo terzo romanzo, La Storia, che uscì nel 1974. Pubblicato da Einaudi in edizione economica per volontà della stessa Morante, affinché potesse essere immediatamente accessibile a un più vasto numero di lettori, il libro ottenne grande successo di pubblico. Tuttavia restie, se non dichiaratamente ostili, furono le reazioni di parte della critica: il dibattito sviluppatosi sul Manifesto e su giornali e riviste della sinistra (Quaderni piacentini, Ombre rosse, Rinascita, l’Unità) stigmatizzò la mancanza di ideologia nel libro morantiano, e in particolare furono denunciati il pessimismo e la sfiducia sulla possibilità di cambiare la storia, senza rilevare la fondamentale «ammonizione della Morante sulla tragicità della storia» e la «radicalità senza ideologia» del suo pensiero poetico e politico (per cui si veda: M. Sinibaldi, in Vent’anni dopo «La Storia», 1994, p. 215). Pasolini, che aveva riservato un’accoglienza entuasiasta a Il mondo salvato dai ragazzini, stroncò viceversa il romanzo (cfr. Tempo illustrato, 26 luglio e 2 agosto 1974) rimproverando lo stile manieristico sia nella costruzione dei personaggi sia nelle scelte linguistiche (il dialetto romano), nonché la stessa concezione della storia e delle sue vittime. L’intervento mise fine a una lunga relazione intellettuale e affettiva: e non ci fu alcun riavvicinamento prima dell’assassinio di Pasolini avvenuto un anno dopo, il 2 novembre 1975.
È indubbio che il romanzo, come accadde per Menzogna e sortilegio, giunse di sorpresa, quasi controcorrente. Anche La Storia attiva i meccanismi della memoria, soprattutto quelli della memoria collettiva, come testimonia la «cornice» che precede ogni capitolo declinando una cronologia precisa degli avvenimenti mondiali dal 1900 al 1967 e oltre. Il pretesto della narrazione è un fatto di cronaca: il ritrovamento in un appartamento del quartiere romano di Testaccio di una madre impazzita, del figlioletto morto e di una cagna imbestialita. Si palesa così l’intento di raccontare le pur brevi esistenze di coloro che vivono nei margini della trama implacabile della storia: i senza nome, soppressi senza testimonianze che ne possano riscattare l’esistenza. Tali sono i protagonisti principali: Ida, maestra di scuola elementare, vedova, i suoi figli Antonio, detto Nino e Giuseppe, detto Useppe, i cani Blitz e Bella. Ida, d’origine ebrea per parte di madre, un giorno del gennaio 1941 viene seguita da un giovane soldato tedesco ubriaco, in partenza per l’Africa (dove poi morirà), che le usa violenza. Rimasta incinta, si reca per partorire il piccolo Useppe nel Ghetto, assistita da un’ostetrica ebrea. In seguito ai bombardamenti del quartiere San Lorenzo, la famiglia è costretta a riparare in un capannone alla periferia di Roma dove, in un unico stanzone, risiede fino alla fine della guerra. Qui, una notte, si presenta Carlo Vivaldi che, legatosi di amicizia con Nino, diventa partigiano e soltanto in seguito rivelerà la sua vera identità (si tratta dell’ebreo Davide Segre) e le sue idee anarchiche. Dopo la fine della guerra, Ida e Useppe fanno ritorno in città: il bambino, di un’intelligenza e d’una vivacità fuori del comune ma affetto da epilessia, muore a soli 6 anni. Un anno prima erano scomparsi anche Nino e Davide Segre, il primo vittima di un incidente stradale, il secondo, con ogni probabilità, in seguito a una overdose di barbiturici. Ida sopravvive ai propri figli, ma è ormai lontana dal mondo e dalla vita.
Il romanzo consegna al lettore una visione tragica e fatalistica della storia, e tuttavia vuol essere atto di testimonianza dell’avvento umano e del desiderio di felicità dei suoi protagonisti. Trovare le parole per raccontare l’orrore è il fine del progetto morantiano, che la scrittrice realizza ne La Storia con maggiore respiro forse rispetto agli altri romanzi: «l’unica felicità possibile: non essere sé, ma tutti», appunta significativamente in una nota del suo diario del 1964 ( per cui cfr. Opere, I, Cronologia, p. LXXVIII).
Nel 1976 cominciò la stesura di un nuovo romanzo, Aracoeli, per il quale Morante si recò più volte in Andalusia. Dopo il sequestro di Aldo Moro, il 20 marzo 1978 scrisse una «Lettera alla Brigate Rosse» rimasta incompiuta (e apparsa postuma nel 1988). Nel 1980, dopo una caduta rovinosa che le provocò la rottura del femore, soggiornò in convalescenza per un lungo periodo presso la clinica Quisisana di Roma. Ritornata a casa, proseguì la stesura di Aracoeli ultimandolo nel dicembre 1981. Dato alle stampe nel novembre 1982, nel 1984 fu insignito del prestigioso Prix Médicis Étranger.
Protagonista e narratore del quarto e ultimo romanzo della scrittrice è Manuel, un omosessuale di 43 anni ossessionato dalla memoria d’infanzia al cui centro è la madre, Aracoeli, spagnola, andata in sposa giovanissima a un ufficiale dell’esercito italiano. La lingua materna delle nenie e delle canzoncine dell’infanzia continua a risuonare nell’orecchio di Manuel, che, ormai alle soglie della maturità, rimpiange insieme con la perdita della madre quella della propria bellezza. Rispetto alla storia di Arturo, ci troviamo dinanzi a «una Bildung all’inverso» (cfr. Rosa, 1995, p. 309): in un viaggio a ritroso della memoria e del tempo egli si reca a El Almendral, villaggio d’origine di Aracoeli, ormai scomparsa da anni, per tentare di ritrovare le tracce di sua madre bambina, dello zio scomparso di cui porta il nome, di una preistoria antecedente la propria nascita. Aracoeli, in un modo ancora più intenso e drammatico dei romanzi precedenti, mette in primo piano la coppia madre figlio, raccontando attraverso la giustapposizione dei piani temporali e l’uso calibrato del flashback tanto l’autentico splendore quanto la discesa agli inferi dell’età adulta. La tragedia comincia dopo la nascita della seconda figlia, morta pochi mesi dopo; Aracoeli cade dapprima in uno stato di sconforto totale, poi è afflitta da una frenetica smania sessuale, sintomo della malattia incurabile che la porterà alla morte. Crollato il mito dell’infanzia, la realtà appare come una sassaia deserta, solitaria e misera, in cui ritrova nel finale il padre Eugenio, ormai invecchiato e senza i fasti del passato, ma per il quale sussiste in fondo a sé l’amore.
Dopo la consegna del manoscritto, la scrittrice cominciò a soffrire nuovamente di forti dolori alla gamba, ma rifiutò una nuova operazione. Nell’aprile del 1983 tentò il suicidio, ma venne salvata in extremis e trasportata d’urgenza all’ospedale dove le fu diagnosticata una grave idroencefalia. L’operazione cui fu sottoposta non riuscì a migliorare il suo stato.
Dopo una seconda operazione, morì d’infarto a Roma, nella clinica Villa Margherita ov’era ricoverata, il 25 novembre del 1985. Le sue ceneri furono sparse nel mare di Procida.
Fin dagli inizi l’opera morantiana fu apprezzata e sostenuta da critici di vaglio; lo stesso Moravia riconobbe a varie riprese la sua profonda ammirazione. Nel corso degli anni numerosi saggi critici, monografie, biografie e volumi collettanei sono stati consacrati alla narrativa morantiana e in misura minore alla poesia. La sua opera si è ormai imposta come una delle più rilevanti del Novecento.
Opere: Il gioco segreto. Racconti (Milano 1941); Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (Torino 1942); Menzogna e sortilegio (ibid. 1948); L’isola di Arturo (ibid. 1957); Alibi, Milano 1958; Le straordinarie avventure di Caterina.Nuova ed. riveduta con l’aggiunta di altre bellissime storie (Torino 1959); Lo scialle andaluso (ibid. 1963); Il mondo salvato dai ragazzini (ibid. 1968); La Storia (ibid. 1974); Aracoeli (ibid. 1982); Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (Milano 1987); Opere («I Meridiani »), I-II, a cura di C. Cecchi – C. Garboli, ibid. 1988-90; Diario 1938 (Torino 1989); Racconti dimenticati (ibid. 2002); Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe né partito) (Roma 2004). Ha inoltre tradotto Il libro degli appunti di K. Mansfield (Milano-Roma 1945).
Fonti e Bibl.: P.P. Pasolini, Il mondo salvato dai ragazzini, in Id., Trasumanar organizzar, Milano 1971, pp. 27-43; G. Venturi, Elsa Morante («Il Castoro», n. 130), Firenze 1977; A. Nozzoli, E. M.: la fuga nell’utopia, in Id., Tabù e coscienza. La condizione femminile nella letteratura italiana del Novecento, Firenze 1978, pp. 129-146; D. Ravanello, Scrittura e follia nei romanzi di E. M., Venezia 1980; G. Debenedetti, L’isola della Morante (1957), in Id., Saggi (1922-66), Milano 1982, pp. 379-396; S. Petrignani, Le signore della scrittura, Milano 1984, ad ind.; Letture di E. M., a cura del Gruppo La Luna, Torino 1987; E. Cecchi, E. M., in Id., Prosatori e narratori, in Storia della letteratura italiana (Garzanti), Il Novecento, nuova ed. accr. e agg., II, Milano 1987, pp. 419-423; G. Pampaloni, Modelli ed esperienze della prosa contemporanea, ibid., pp. 439-441; F. Fortini, Nuovi saggi italiani, Milano 1987, pp. 240-247; G. Fofi, E. M., in Id., Pasqua di maggio. Un diario pessimista, Genova 1988, pp. 36-42; Per Elisa. Studi su «Menzogna e sortilegio», Pisa 1990; M. David, E. M., in Id., La psicanalisi nella cultura italiana, Torino 1990 (1ª ed, ibid. 1966), pp. 528 s.; G. Bernabò, Come leggere «La Storia» di E. M., Milano 1991; G. Ferroni, E. M., in Storia della letteratura italiana (Einaudi), Il Novecento, Torino 1991, pp. 551-561; G. Agamben et al., Per E. M., Milano 1993; B. Frabotta, Fuori dall’harem: l’alibi di E. M., in Les femmes écrivains en Italie aux XIXe et XXe siècles, Aix-en-Provence 1993; C. Sgorlon, Invito alla lettura di E. M., Milano 1994; Vent’anni dopo «La Storia». Omaggio a E. M., a cura di C. D’Angeli – G. Magrini, Pisa 1994; P.V. Mengaldo, E. M., in Storia della lingua italiana. Il Novecento, Bologna 1994, pp. 161- 167; Cahiers E. M., a cura di N. Orengo – T. Notarbartolo, Salerno 1995; C. Garboli, Il gioco segreto: nove immagini di E. M., Milano 1995; G. Rosa, Cattedrali di carta: E. M. romanziere, Milano 1995; S. Lucamante, E. M. e l’eredità proustiana, Firenze 1998; M. Bardini, M. E., italiana, di professione poeta, Pisa 1999; C-K. Jørgensen, Visione esistenziale nei romanzi di E. M., Roma 1999; D. Van Der Fehr, Violenza e interpretazione. «La storia » di E. M., Roma-Pisa 1999; H. Serkowska, Uscire da una camera delle favole. I romanzi di E. M., Kraków 2002; C. D’Angeli, Leggere E. M., Roma 2003; E. Martínez Garrido et al., E. M.: La voce di una scrittrice e di un’intellettuale rivolta al secolo XXI, Madrid 2003; M.R. Gilio, Le lusinghe di Maria nell’opera di E. M., Roma 2003; Una Signora di mio gusto, E. M. e le altre, a cura di M.P. Mazziotti – S. Lattarulo, Sant’Oreste (Roma) 2005; Under Arturo’s Star, The cultural legacies of E. M., a cura di S. Lucamante – S. Wood, West Lafayette 2006; C. Cazalé Bérard, Donne tra memoria e scrittura, Fuller, Sachs, M., Roma 2009, ad ind.; L. Tuck, A Woman of Rome, New York 2009; N. Setti, La sapienza degli inermi. «La Storia» di E. M., in Il simbolico in gioco. Fra te e il testo un’altra donna, Padova 2010; Festa per Elsa, a cura di G. Fofi – A. Sofri, Palermo 2011.
Elisabetta Destasio Vettori-Omaggio alla poetessa romana-
Giudizio della critica Tullia Bartolini sulla poetessa Elisabetta Destasio Vettori<Profonda, tagliente e netta era la sua voce poetica, capace di lasciare segni, di vincere la fragilità e l’impermanenza delle cose umane. Forte e dolente, la sua parola resterà a lungo.>>
Elisabetta Destasio Vettori-Poetessa romana
SE QUALCOSA SIAMO STATI
(Elisabetta Destasio Vettori)
Se qualcosa siamo stati
eravamo niente
mare bianco marmo
come l’aria si sposta
dai pesci rossi
ma l’acqua cade obliqua
bagna e semina
– azzurro, azzurro
sopra tutte le macerie
da qualche parte
nasco senza ferita
AUTUNNO
La schiena di Roma
nell’incurvarsi dei platani,
sul lungotevere
in autunno rifiorisce
il gelsomino
ci arrendiamo
agli dei degli stracci
e alle cose abbandonate
C’ERANO DEI ROSETI SFIORITI
C’erano dei roseti sfioriti
nelle cose che dicevi
voci
uscite da finestre
con gli scuri accostati
il tuo corpo all’ombra
negli anfratti fradici
fra i lungofiume,
i lampioni balenanti
lo smarrimento
ora
mi dispongo a mani giunte
ora
lascio aperta la porta e
la luce accesa
che tu possa entrare
bandire il vuoto attorno
come un grillo
una falena
un gigante piccolo
– addormentato sui gomiti
Elisabetta Destasio Vettori-Poetessa romana
C’È UN PUNTO ESATTO
C’è un punto esatto in cui
i corpi si riconoscono
come le edere
aderiscono uno all’altro
– senza penetrarsi
seguono la linea che giunge
alla prima sillaba del nome:
la linfa è pronta,
si dice cielo
ENTRA
Entra – piano
vieni,
stenditi accanto:
restami nel tempo
di questa nascita
fatti pioggia che non batte,
entra
PROMETTE PIOGGIA
La conseguenza
delle ossa che non si toccano
non sapere più l’insieme,
il battito, la cruna di piacere:
promette pioggia
mio corpo andiamo
Elisabetta Destasio Vettori-Poetessa romana
Giudizio della critica Tullia Bartolini
<Profonda, tagliente e netta era la sua voce poetica, capace di lasciare segni, di vincere la fragilità e l’impermanenza delle cose umane. Forte e dolente, la sua parola resterà a lungo.>>
*Giudizio della critica Tullia Bartolini sulla poetessa Elisabetta Destasio Vettori (Roma, 1968 – Roma, 2025), scomparsa lo scorso 24 settembre a soli 57 anni, dopo una lunga malattia.
Organizzatrice di eventi culturali, l’autrice romana ha lavorato come consulente editoriale ed editor ed ha coaudiuvato importanti produzioni teatrali e musicali della capitale, collaborando tra gli altri con grandi attori come Carmelo Bene, Lina Sastri e Monica Guerritore e musicisti di fama mondiale quali Ennio Morricone, Luciano Berio e Keith Jarrett.
Alla poesia si era accostata da adolescente perchè influenzata dalla conoscenza infantile di Pier Paolo Pasolini, che frequentava casa sua in qualità di amico del padre. E, come da insegnamento del compianto intellettuale e regista assassinato ad Ostia, anche lei era convinta che la letteratura dovesse avere una missione civile: “la poesia -ribadiva spesso- è un atto politico, oggi più che mai”.
Dalla Rivista L’Altrove
Le seguenti liriche sono tratte dalla sua ultima raccolta, ‘Da luoghi profani’, pubblicata nel 2024 da Les Flâneurs Edizioni, un’opera più intimista ed ermetica rispetto alle sue precedenti, di cui dice il poeta Roberto Deidier nella prefazione: “Non si avverte fragilità in questo libro che si attesta come l’opera di una maturità ormai raggiunta; ogni frase è come scolpita, ogni singola immagine è un distillato finanche feroce.”
La scomparsa di Elisabetta Destasio Vettori, avvenuta a Roma il 24 settembre 2025, segna la perdita di una voce che aveva costruito con rigore e coerenza una posizione riconoscibile all’interno del panorama poetico contemporaneo italiano. Le notizie recenti ne attestano la dipartita e ricordano il suo impegno culturale, il ruolo nell’organizzazione di rassegne e la pratica editoriale che fece da contrappeso alla sua attività di autrice.
Nata a Roma nel 1968, Elisabetta DestasioVettori è stata figura poliedrica: editor, consulente editoriale, organizzatrice culturale e autrice di più sillogi poetiche. Dal 1995 operò nel campo delle produzioni teatrali e musicali; in tale ambito instaurò collaborazioni di rilievo con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e, a partire dagli anni 2010, avviò una significativa attività di curatela e direzione artistica, fra cui la rassegna “Poeti in itinere”. Negli ultimi anni fu inoltre attiva nel coordinamento di iniziative culturali presso istituzioni come la Casa delle Letterature di Roma.
Il profilo professionale di Destasio Vettori testimonia una pratica culturale che univa produzione poetica e cura istituzionale: non tanto una separazione tra scrittura e prassi curatoriale, quanto piuttosto un intreccio in cui la responsabilità pubblica (organizzazione di rassegne, coordinamento di progetti) costituiva l’altra faccia del lavoro di poeta. Questo doppio ruolo ha reso la sua esperienza particolarmente significativa per le comunità poetiche locali e nazionali, contribuendo a dare voce e visibilità ad autori emergenti e a nutrire un confronto critico fra pratiche diverse.
Opere
La produzione stampata di Destasio Vettori si articola in almeno tre raccolte principali riconosciute dalla critica: Sogno d’acciaio, Corpo in animae (entrambi pubblicati da Annales Edizioni) e Da luoghi profani (Les Flâneurs, collana Icone, 2023). Questa sequenza editoriale offre un percorso riconoscibile in cui si percepisce una progressiva tensione verso un linguaggio più compresso e una maggiore densità ermeneutica, pur mantenendo radici nette in un impianto lirico di matrice personale e civile.
La presenza di sue poesie anche in raccolte e agende poetiche (LietoColle, per l’Agenda Poetica) e la traduzione di alcuni inediti in arabo e in inglese – la cui circolazione avvenne anche per mezzo della rivista Alaraby Aljadeed – documentano la dimensione transnazionale, seppure limitata, di alcune sue scelte testuali. Inoltre, la sua opera è stata segnalata in “Atlanti” e portali accademici dedicati alla poesia contemporanea, a indicare una ricezione che supera la sfera locale.
Temi ricorrenti
Il nucleo tematico centrale dell’opera di Destasio Vettori ruota attorno alla tessitura di una memoria individuale che si fa topografia: Roma, la città-madre, emerge come corpo-matrice, luogo di ritorni, ferite e rescissioni. La raccolta Da luoghi profani concentra questa tensione, lavorando su uno slittamento semantico del sacro e del profano che attraversa relazioni famigliari, la dimensione affettiva e l’esperienza della malattia e del lutto. Il titolo stesso consegna una chiave interpretativa: «luoghi profani» intesi come spazi della vita quotidiana profanati dalla perdita o, al contrario, risignificati tramite la pratica poetica come luoghi di custodia e cura.
Parimenti, il corpo — nei suoi aspetti di ferita, resistenza e deposito di memoria — assume una funzione epistemica: è attraverso la scansione del corpo che la parola poetica si confronta con la realtà del dolore, con la necessità di una «scarnificazione» della lingua per poter essere testimone senza retorica. Critici e recensori hanno letto questa dinamica come una scelta stilistica di stringimento espressivo, una tensione fra lirismo e ermetismo che nel suo ultimo libro tende a privilegiare la parola come strumento di disvelamento radicale.
Linguaggio, forma e tecnica poetica
Sul piano formale, la poesia di Destasio Vettori si caratterizza per un equilibrio tra ritmo melodico e frattura sintattica: si alternano versi che richiamano l’intonazione lirica tradizionale e sezioni più fratte, dove la punteggiatura e l’ellissi costruiscono una scansione che costringe il lettore a una lettura attiva. Tale alternanza produce un effetto di tensione interna — un ascolto della parola che è al contempo memoria e rimozione — e rappresenta una cifra stilistica che la distingue in un panorama contemporaneo nel quale la tendenza può oscillare fra l’oralità performativa e la radicale frammentazione sperimentale. Le recensioni contemporanee individuano questa doppia polarità come punto di forza: la lingua conserva un respiro lirico, ma ne contorce la sintassi per ottenere prendimenti etici e metaforici più consoni al dolore che descrive.
Un altro elemento tecnico significativo è l’uso delle immagini tratte dalla natura — terra, radice, arboreità — come simboli di tradimento e di nutrimento: l’amore, nelle sue poesie, è spesso rappresentato come «elemento terra/natura», humus tradito e insieme condizione di possibile rinascita. Tale topos consente di leggere le poesie non solo come confessione, ma come pratica di ri-costituzione, dove la parola poetica assume funzione terapeutica, rituale e insieme analitica.
La tua voce batte qui nell’`irriverente calura
– la febbre del glicine ha partorito grappoli d’ombra
scuoti senza tempo l’abisso chiuso tra le viscere
e il vento di levante
Elisabetta Destasio Vettori-Poetessa romana
Ricezione critica e posizionamento nella poesia contemporanea
La ricezione critica di Destasio Vettori è stata fino ad oggi caratterizzata da toni di stima e da riconoscimenti locali e specialistici: recensioni sulle riviste di settore, partecipazioni a festival letterari (Bologna in Lettere, fra gli altri), e la cura di rassegne che ne hanno amplificato la visibilità come curatrice e mediatrice culturale. I commenti alla pubblicazione di Da luoghi profani sottolineano l’audacia di una poeta che, dopo anni di apparente silenzio editoriale, ritorna con una raccolta che «rompe» la propria cifra poetica pur mantenendone il filo lirico di fondo.
Da un punto di vista più ampio, il suo lavoro si colloca in un campo di attrito produttivo con alcune tendenze contemporanee: da un lato, la valorizzazione della performatività della voce poetica; dall’altro, la riaffermazione di una pratica della pagina come luogo di lavoro introspettivo e laboratoriale. In questo senso, la sua poesia può essere letta come proposta di mediazione fra partecipazione pubblica e riflessione privata, fra responsabilità civile e introspezione lirica.
Al di là delle sillogi, Destasio Vettori ha svolto attività di coordinamento e sensibilizzazione su temi quali la violenza di genere e la cura del dolore, collaborando con strutture sanitarie e centri di ricerca legati al Policlinico di Tor Vergata e partecipando a progetti di approfondimento sul tema della malattia. Questa dimensione del suo lavoro — meno visibile ma non meno significativa — conferma la centralità di una poesia che non si limita a testimoniare ma che intende intervenire nella scena pubblica con pratiche di cura e ascolto.
Elisabetta Destasio Vettori lascia una produzione poetica che, pur non essendo ampia in termini di volumi, è densa di implicazioni etiche e formali. Il suo percorso, caratterizzato dall’intreccio fra scrittura, curatela e impegno civile, costituisce un modello di lavoro intellettuale sapiente e coerente: la poesia come forma di conoscenza che non rinuncia al rischio della parola. È auspicabile che la comunità critica e le istituzioni culturali colgano ora l’opportunità per mettere a sistema le testimonianze, i testi e le pratiche curatorie che ella ha promosso, garantendo così che la sua voce continui a essere letta, discussa e messa in relazione con le linee necessarie alla storia della poesia contemporanea.
Se qualcosa siamo stati
eravamo niente
mare bianco marmo
come l’aria si sposta
dai pesci rossi
ma l’acqua cade obliqua
bagna e semina
– azzurro, azzurro
sopra tutte le macerie
da qualche parte
nasco senza ferita
Se poggio la bocca
dove non sei
lecco il tuo nome
bianco vento
corpo minotauro
bianco fragile
– bianco il tempo
della tua attesa
Poesie tratte dalla raccolta Da Luoghi profani, Les Flaneurs Edizioni
– Anna Maria ORTESE– Poesie da “Terra oltre il mare”
Copia anastatica da NUOVI ARGOMENTI-numero dicembre 1974
Rivista diretta da
ALBERTO MORAVIA-PIER PAOLO PASOLINI-ENZO SICILIANO
Anna Maria ORTESE nasce a Roma il 13 giugno da una famiglia numerosa e molto povera, che si trasferisce in diverse città prima di stabilirsi nel 1928 a Napoli.Quasi autodidatta – la formazione scolastica costituita solo dalle scuole elementari e da un anno di una scuola commerciale – Anna Maria Ortese si cimenta nel disegno e nello studio del pianoforte, ma infine si appassiona alla letteratura e scopre la propria vocazione di scrittrice. La mancata formazione scolastica fa risaltare ancor più la perfezione stilistica della sua opera, e lo stupore e la meraviglia che essa suscita, in chi vi si accosta, sono se possibile amplificati da questo dato. Nel 1933 il fratello marinaio Manuele muore al largo dell’isola di Martinica; l’eco della tragedia, velata di rimpianto e ricordo, ricorrerà in tutta l’opera della scrittrice. Il 1933 è anche l’anno del debutto con la pubblicazione di tre poesie su «La Fiera Letteraria», tra cui una intitolata Manuele: «(…)Tutto/ che ci rimane ormai di te, Manuele, è un nome solo; e dentro al petto un male/ che a questo nome si confonde» (La Luna che trascorre, ed. Empiria). Anche un altro fratello marinaio, Antonio, da lì a poco morirà al largo delle coste dell’Albania e dal 1952, a seguito della morte di entrambi i genitori, il nucleo familiare della scrittrice si ridurrà alla sorella Maria, con la quale Anna Maria vivrà tutta la vita.
Anna Maria ORTESE
Tra il 1945 e il 1950 comincia a collaborare con la rivista «Sud», il che non le impedirà di trasferirsi da una città all’altra inseguendo un lavoro che le permetta di sopravvivere, quasi sempre accompagnata dalla sorella. Il rapporto sororale, essenziale nella vita della Ortese, sarà per lei anche fonte di perenne rimorso per la vita sacrificata della sorella. Infatti Maria non si sposerà per rimanerle accanto e il suo lavoro, e successivamente la pensione (da impiegata alle poste), saranno quasi le sole fonti di sostentamento per entrambe, essendo i ricavi delle pubblicazioni sempre molto modesti. La sorella Maria, così come gli altri componenti della famiglia, prenderà corpo trasfigurandosi in alcuni personaggi dolorosi, eterei e senza tempo, fondamentali nell’opera della scrittrice (uno su tutti, Juana de Il Porto di Toledo). La stessa Ortese, forse, si trasporrà nell’iguana dell’opera omonima: in un’isola perduta nell’Oceano, una piccola iguana, fatta serva da una famiglia di miseri antichi nobili spagnoli, parla e si veste come una donna e si innamora di un uomo, un nobile milanese venuto a comprare l’isola per farne un paradiso per ricchi; presto saprà quanto è crudele il mondo degli uomini, di chi si ritiene arbitro di tutto e tutti. L’iguana e le altre creature della Natura hanno sempre tratti “umani” (Il Cardillo Addolorato, il puma di Alonso e i visionari) mentre i rari umani nell’opera della Ortese sono angelici e bestiali (il monaciello, le persone incontrate in Silenzio a Milano o nei reportage giornalistici di «La Lente Oscura»).
Anna Maria ORTESE
Tra una città e l’altra, Ortese comincia a pubblicare alcune opere che non avranno mai un vero successo di vendite, solo qualche «eco di polemica», come avrà modo di ricordare in Corpo Celeste, ultima opera, anzi opera-testamento che condensa lucidamente il pensiero e la vita della scrittrice: «[…]E penso di non essere un vero scrittore se, finora, non mi è riuscito di dire neppure lontanamente in quale terrore economico – e quindi impossibilità di scrivere – viva, in Italia, uno scrittore che non prenda gli Ordini. E che non abbia avuto, nascendo, nulla di suo, neppure un tetto». Poco successo di pubblico e scarsa attenzione da parte della critica non le impediranno di avere però dei sostenitori nel mondo letterario, uno fra tutti Pietro Citati che la definirà “la zingara sognante”, cogliendo l’essenza stessa della Ortese: «Malgrado la mia vita non sia ciò che si dice una vita realizzata, devo considerarmi fortunata perché, su un totale di almeno cinquant’anni di vita adulta, riuscii qualche volta ad accostare questa riva luminosa – io che mi considero un eterno naufrago – dell’espressione o espressività che avevano per scopo questo eterno interesse: cogliere e fissare… il meraviglioso fenomeno del vivere e del sentire[…].Tale sentimento può essere meglio definito dalle parole: estasi, estatico, fuggente, insondabile.» (Corpo Celeste). Quella descritta da Ortese è l’esperienza della realtà in cui non è possibile separare la veglia dal sogno. «[…]questo, donna, è il mondo: una cosa fatta di vento e voci – fatta di attese e rimpianto di apparizioni, fatta di cose che non sono il mondo» ( In Sonno e In Veglia) È la “stranezza” continua che suscita l’esperienza della vita stessa, che in Ortese non è mai egocentrata, ma sempre “cosmica”, una viva relazione fra tutte le creature viventi, da cui non è esclusa la pietra (e dunque la terra e i suoi abitanti come “corpo celeste”, mai separato dall’universo): la scrittura può raccogliere e restituire questa relazione solo assecondandone il movimento, quindi operando nello stesso senso della vita e della natura, per somiglianze, per spostamenti, per metafore.
Anna Maria ORTESE
«Potrei ricominciare da capo, se volessi, aggiungendo tante altre cose che mi sono sfuggite. Ma tutto quello ch’è passato davanti ai miei occhi, in tutti questi anni, si stende già in un solo tono uniforme, in un solo colore azzurro, dove questo o quel particolare non hanno più importanza di un vago arricciarsi di spume o brillare di pagliuzze d’argento. Il mare! Ecco cos’è una vita quando gli anni si mettono a correre tra noi e la riva diafana sulla quale siamo apparsi la prima volta: assopito, remoto, mormorante mare» (Il Porto di Toledo). Sarà il mare e il movimento marino, che tanto ricorda il flusso di coscienza di Virginia Woolf e le intermittenze del cuore di Proust, ad avere un ruolo centrale nell’opera della Ortese, indubbiamente per il segno portato nella biografia dalla morte dei fratelli e il pensarsi “naufraga” o per le città marine che sceglierà; in secondo luogo come analogo del Tempo, “insondabile” e insieme superficie e sostanza sempre identica e sempre diversa; e inoltre come figura analoga al lavoro della sua scrittura, sulla quale pensieri, ricordi, percezioni, agiscono con un moto continuo, modellando, aggiungendo, levigando la frase, nella struttura e nella sostanza, fino a farne una concrezione mirabile in cui sembra impossibile distinguere i singoli elementi.
Anna Maria ORTESE
Con Il Mare Non Bagna Napoli, nel 1953, arriverà una labile notorietà, non scevra da forti polemiche per via delle critiche mosse nel libro al gruppo di intellettuali napoletani che si raccoglie intorno alla rivista «Sud»; la scrittrice mai rinuncerà a posizioni critiche nei confronti del mondo letterario dal quale si sente ingiustamente respinta e a cui sente di appartenere a tutti gli effetti. Dalle lettere agli amici, dalle rare interviste concesse, il desiderio di essere riconosciuta come “scrittrice”, come “narratrice”, sarà sempre un punto dolente nella vita di Ortese. Dagli intensi scambi epistolari fra la scrittrice e amici, quali Citati e Dario Bellezza, si possono cogliere momenti intimi e aneddoti, di alcuni dei quali è possibile trovare un’eco nell’opera della Ortese. Sarà Bellezza a raccontare, con discrezione, l’amore per Marcello Venturi, «una delusione d’amore» come avrà modo di dirgli la stessa Ortese (che la farà apparire agli occhi del poeta, nell’occasione del loro primo incontro, con un aspetto “monacale”, “senile”, sebbene non lo fosse). Sarà ancora Bellezza nel 1986 a promuovere la raccolta di firme fra amici e intellettuali affinché le venga assegnata la pensione prevista dalla legge Bacchelli. La scrittrice confessò, in una lettera al poeta-amico, di essere stata sfrattata dalla casa di Rapallo, città scelta come ultimo porto. Bellezza rese pubblico quanto successo e avviò la petizione. Solo in tarda età, esattamente nel 1993 a 79 anni, la Ortese riuscirà ad avere un maggior successo di pubblico con Il Cardillo Addolorato, edito da Adelphi, casa editrice che già dal 1986 cominciò a ristampare tutte le sue opere (in collaborazione con l’autrice stessa) in modo da formare un corpus rivisitato e organico. La Ortese muore il 9 marzo nel 1998, tre anni dopo la sorella Maria.
Biografia scritta da Emanuele Pozzi-Da tempo immemorabile studente fuori corso di Storia all’università Stataledi Milano, è appassionato di letteratura femminile e di storia del pensierofemminile. Melomane, jazzofilo e amante dei viaggi in Oriente.Nessun merito accademico, forse un giorno nell’età senile si metterà astudiare seriamente tutto quello che in corso di laurea si deve studiare enon solo quello che gli piace. Ha una nipote bellissima, Sofia.
FONTE -Enciclopedia delle donne-
Fonti, risorse bibliografiche, siti
Referenze iconografiche: Ritratto di Anna Maria Ortese, Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication.
Anna Maria ORTESE-Terra oltre il mareAnna Maria ORTESE-Terra oltre il mareAnna Maria ORTESE-Terra oltre il mareAnna Maria ORTESE-Terra oltre il mareAnna Maria ORTESE-Terra oltre il mareAnna Maria ORTESE-Terra oltre il mareAnna Maria ORTESE-Terra oltre il mare
Biografia di Anna Maria Ortese
scritta da Emanuele Pozzi- FONTE -Enciclopedia delle donne
Anna Maria Ortese
Anna Maria ORTESEAnna Maria ORTESEAnna Maria OrteseAnna Maria ORTESE
Anna Maria ORTESEAnna Maria ORTESE
Anna Maria ORTESEAnna Maria OrteseAnna Maria ORTESEAnna Maria ORTESE
Roma- La mostra fotografica di Danilo Malatesta “Quel che rimane”
Roma- La mostra fotografica di Danilo Malatesta “Quel che rimane” è un viaggio nella memoria e nella materia. Un attraversamento dell’Africa reale e simbolica, filtrata dallo sguardo di Danilo Malatesta, che con le sue tecniche analogiche artigianali ha esplorato per oltre dieci anni i confini del visibile, del tempo, dell’identità.
In questo progetto, il fotografo si muove tra popoli, culture e territori spesso sospesi tra la sopravvivenza e la scomparsa: i Masai, i Samburu, i Mursi, i lottatori del Lamb. Ogni immagine è una soglia, un varco, un taglio sulla superficie del mondo. Talvolta la visione è filtrata da cellophane, altre da specchi strappati, da fenditure come quelle di Fontana. La fotografia non si limita a documentare: interroga, smaschera, resiste.
Il titolo, “Quel che rimane”, è un atto di resistenza poetica. È ciò che resta dopo il passaggio della Storia, dopo lo sfruttamento, dopo i piani economici calati dall’alto. È ciò che resiste nei volti, nei corpi, nei gesti quotidiani. È anche ciò che resta nell’anima di chi guarda.
Il lavoro dialoga con l’intuizione pasoliniana di “Appunti per un’Orestiade africana” (1968-69), dove il regista cercava in Africa quei volti mitici e tragici che l’Italia aveva smarrito nel boom economico. Ma trova eco anche in un’altra narrazione: quella di Ettore Scola, Alberto Sordi e Nino Manfredi in “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa” (1968). Un film solo apparentemente leggero, ma che in realtà smaschera lo sguardo coloniale, le ipocrisie, l’assurdità del rapporto tra Occidente e Africa.
Danilo Malatesta
Danilo Mauro Malatesta si inserisce in questa traiettoria con una voce personale, con uno sguardo non esotico, non invasivo, ma profondamente coinvolto. Le sue fotografie non sono rubate, sono restituite. E sono domande aperte.
Quel che rimane è anche la memoria delle zanne d’avorio in fiamme, dei corpi consumati dalla fame, della dignità scolpita nella carne. Ma è anche lo sguardo che resiste, l’umanità che non si piega, la bellezza che sopravvive nei dettagli.
Non è una mostra di denuncia, né una celebrazione estetica. È una soglia da attraversare. Un laboratorio visivo, politico, umano. Una coesistenza umana da ricostruire, pietra dopo pietra.
Danilo Mauro Malatesta non fotografa per possedere, ma per chiedere, per ascoltare, per ricordare.
Quel che rimane, forse, è proprio questo.
La mostra fotografica, realizzata con il sostegno dell’Archivio Appetito e curata da Marina Sonzini, sarà visitabile con ingresso libero dal 19 settembre al 18 ottobre, dal LUN al VEN, ore 10,30-13 e 15–19,30. Via Monte Santo, 26 – ROMA.
Vernissage giovedì 18 settembre ore 18.
Il Poeta dialettale Biagio Marin, l’autore friulano ha scritto la maggior parte dei suoi componimenti nel vernacolo del suo paese. Tutti i critici che si sono occupati della sua opera, da Pasolini a Zanzotto, da Carlo Bo a Claudio Magris, concordano su una peculiarità delle sue liriche: la limitatezza del mondo evocato dallo scrittore di Grado, ridotto a pochi elementi tipici del territorio lagunare in cui è nato, e la povertà del suo lessico.
Biagio Marin
Questa cifra stilistica e tematica scarna, quasi dimessa, non è però un difetto, ma si traduce piuttosto in un dettato poetico di misteriosa bellezza.
Osserva Carlo Bo: “Vedete come nel giro di una pagina è costretto a ritornare su pochi oggetti: il lido di sabbia, il mare, la laguna. Un mondo circoscritto e nello stesso tempo infinito. Fare poesia sarebbe stato per Marin insistere fino alla disperazione e alla solitudine su quei pochi tasti. Ma ciò che la parola non gli consentiva in lunghezza, lo riscattava in profondità: probabilmente a forza di riprendere, di rimasticare quelle parole, egli rompeva i limiti del suo mondo originario, restava nell’ambito della realtà, trasfigurandola.”
Dal canto suo, in un’intervista concessa poco prima di scomparire, dichiarava lo stesso Marin: “L’essenza della poesia consiste nella possibilità di astrarre la quotidianità e convertirla in eternità.”
Versi di Biagio Marin (Grado, 1891 – Grado, 1985).
ESTATE CHE BRUCI IL CUORE
(Biagio Marin)
Primavera pazza,
estate che bruci il cuore,
sole che fai luce,
nel sangue che baccano!
E NULLA MAI MUORE
Niente è passato
e tutto vive ed è presente;
un cielo solo levante e ponente,
un solo sole m’ha illuminato.
I primi occhi che m’hanno innamorato
sono quelli che adesso ridono,
e infinite onde
baciano giorno e notte il lido di Grado.
Ogni ieri è oggi,
anzi è adesso,
ogni vento è il messo
di Dio, nel cielo di velluto.
E nulla mai muore
nel mondo:
uno solo, ma fondo,
è il corso delle ore.
La mutazione origina il canto;
non aver paura di sparire;
dura un attimo il giorno,
ma è eterno l’incanto.
ANTIFONA
Stelle filanti siamo,
piccole scaglie che si bruciano in volo;
si snoda il filo, così si disfa il gomitolo,
quando il gioco ha fine,
più nulla in cuore ci duole.
PREGHIERA
Preghiera a Dio non è parola:
è fioritura silenziosa in cielo
l’aprirsi nel sole di un fiore di melo
e, in cima ad un rosaio, di una rosa sola.
Le parole il silenzio le distrugge
e solo nel silenzio Dio si prega
quando l’anima si piega
ad essere solo luce.
Si prega persi, senza sentimento,
fiumi che scorrono verso la loro pace,
forse un cantare che, sparso in aria, tace,
abbandonato nel vento.
Biagio Marin
BIAGIO MARIN-Poeta italiano (Grado 1891 – ivi 1985). Nel dialetto nativo evoca, spesso con modi insieme popolari e raffinati (dagli echi vagamente pascoliani), il piccolo mondo della sua terra, nel quale si riflettono, con un tono che sempre più inclina all’elegia, i suoi affetti, affanni, travagli. Le sue numerose raccolte (tra cui: Fiuri de tapo, 1912; Cansone picole, 1927; Sénere calde, 1953; L’estadela de San Martin, 1958; Elegie istriane, 1963; Pan de pura farina, 1976; ecc.) sono via via confluite nei volumi: I canti de l’isola (1951); I canti de l’isola 1912-1969 (1970); I canti de l’isola 1970-1981 (1981). M. ha scritto poesie in italiano (Acquamarina, 1973) e, sempre in lingua, prose sui luoghi a lui cari (L’isola d’oro, 1934; Gorizia, 1940) e alcuni saggi (Parola e poesia, 1974). Importanti antologie della poesia di M. sono state curate da P. P. Pasolini (Solitàe, 1961) e C. Magris (La vita xe fiama, 1970).
POESIE
Sielo stelao Sielo stelao
sito, solene
che vol le pene
del zorno tribolao.
Calda parola
che ne conforta
che in alto porta
la creatura più sola.
Stele che no ha fin
e ne insegna el respiro
de sto mondo divin
arioso in giro.
E quel splendor mortal
ne mantien e alimenta;
qua zo la vita stenta,
ogni ora xe mortal.
Cielo stellato, / silenzioso, solenne, / che vuole le pene / del giorno pieno di triboli. / Calda parola / che ci conforta, / che in alto porta / la creatura più sola. / Stelle infinite, / e ci insegnano il respiro / di questo mondo divino / arioso in giro. / Quello splendore mortale / ci mantiene e alimenta; / quaggiù la vita stenta: / ogni ora è mortale.
Maravegiusi ingani
Maravegiusi ingani
dei fiuri che no’ dura
dei nuòli sensa afani
che navega per l’aria asura.
Me mai ve disdirè
de voltri hè senpre sé,
e co’ la mente inferma
piú v’amo de la tera ferma.
Feste dei mili
che l’alto siel ‘nbriaga
e púo un’ariosa maga
disperde i petali sutili;
primavera matana
istàe che ‘l cuor tu brusi,
sol che tu lusi
nel sangue che bacana:
senpre ve benedisso
co’ boca tonda me ve lodo:
in ogni modo,
me vogio el vostro abisso.
Meravigliosi inganni / di fiori che non durano / di nuvoli senza affanni / che navigano per l’aria azzurra. // Io mai vi disdirò, / di voi ho sempre sete, / e con la mente ammalata / vi amo più della terraferma. // Feste dei meli / che l’alto cielo ubriaca / e poi un’ariosa maga / disperde i petali sottili; // primavera pazza, / estate che bruci il cuore, / sole che fai luce / nel sangue che baccana: // sempre vi benedico, / a bocca tonda io vi lodo / in ogni modo, / io voglio il vostro abisso.
Biagio Marin con il figlio Falco
E ‘ndéveno cussì le vele al vento
E ‘ndéveno cussì le vele al vento
lassando drìo de noltri una gran ssia,
co’ l’ánema in t’i vogi e ‘l cuor contento
sensa pinsieri de manincunia.
Mámole e mas-ci missi zo a pagiol
co’ Leto capitano a la rigola;
e ‘ndéveno cantando soto ‘l sol
canson, che incòra sora ‘l mar le sbola.
E l’aqua bronboleva drío ‘l timon
e del piasser la deventava bianca
e fin la pena la mandeva un son
fin che la bava no’ la gera stanca.
E andavamo così, le vele al vento / lasciando dietro di noi una gran scia, / con l’anima negli occhi e il cuor contento / senza pensieri di malinconia. // Fanciulle e ragazzi seduti giù a pagliolo / con alla barra Leto capitano; / andavamo cantando sotto il sole canzoni / che ancora volano sul mare. // L’acqua ribolliva dietro il timone / e dal piacere diventava bianca, / persino la penna suonava: / fin che la bava non era stanca.
Paese mio
Paese mio,
picolo nío
e covo de corcali,
pusào lisiero sora un dosso biondo,
per tu de canti ne faravo un mondo
e mai no finiravo de cantâli.
Per tu ‘sti canti a siò che i te ‘ncorona
comò un svolo de nuòli matutini
e un solo su la fossa de gno nona
duta coverta d’alti rosmarini.
Paese mio, / piccolo nido / e covo di gabbiani, / posato leggero su di un dosso biondo, / per te di canti ne farei un mondo / e mai non smetterei di cantarli. // Per te questi canti, perché ti incoronino / come un volo di nuvoli mattutini / e uno solo sulla fossa della nonna mia / tutta coperta di alti rosmarini.
Biagio Marin
Una canson de fémena
Una canson de fémena se stende
comò caressa colda sul paese;
el gran silensio fa le maravegie
per quela vose drío de bianche tende.
El vespro setenbrin el gera casto:
fra le case incantàe da la so luse
se sentiva ‘na machina de cûse
sbusinâ a mosca drento el sielo vasto.
Inprovisa quel’onda l’ha somerso
duto ‘l paese ne la nostalgia:
la vose colda i cuori porta via
nel sielo setenbrin, cristalo terso.
Una canzone di donna si stende / come carezza calda sul paese; / il gran silenzio fa le meraviglie / per quella voce dietro bianche tende. // Il vespro settembrino era casto: / fra le case incantate della sua luce / si sentiva una macchina da cucire / ronzare a mosca entro il cielo vasto. // Improvvisa quell’onda ha sommerso / tutto il paese nella nostalgia: / la voce calda i cuori porta via / nel cielo settembrino, cristallo terso.
Biagio Marin
Biagio Marin (1891-1985) is one of the twentieth century greatest dialect poets in Italy. The dialect employed by the poet to celebrate life, death, the surrounding nature and his own innermost feelings is an ancient Venetian dialect, the “gravisano”. Marin’s theme lyrics are love and feminine charm, but also the profound loneliness of the twentieth century man. The poet publicly announced that he had left the Catholic Church, but in spite of this his “Canzoniere” contains also lyrics celebrating God and his immensity. Marin’s poems portraying the most impressive and charming places of his beloved homeland, Grado island, are here presented.
Biagio Marin (1891-1985) è uno dei poeti dialettali maggiori del Novecento italiano. Il dialetto usato dal poeta per cantare la vita, la morte, la natura che lo circonda e le sue sensazioni intime è il gravisano, un dialetto veneto antico. Il poeta si contraddistingue come cantore della donna, dell’amore, ma anche della profonda solitudine patita dall’uomo del xx secolo. Nonostante Marin abbia dichiarato apertamente di essere uscito dalla Chiesa cattolica, nel suo Canzoniere troviamo anche un poeta che canta Dio e la sua immensità. Vengono qui offerte le poesie di Marin legate ai luoghi più suggestivi della sua amata terra, l’isola di Grado.
Roberto Carnero -Pier Paolo Pasolini. Morire per le idee
Descrizione del libro di Roberto Carnero-Le opere di Pier Paolo Pasolini (dalla poesia alla narrativa, dal teatro al cinema, dal giornalismo alla critica letteraria) vanno lette come un tutt’uno, in cui le diverse fasi di un lavoro artistico articolato si intersecano continuamente in un discorso creativo in costante evoluzione. Roberto Carnero indaga questa “opera totale” senza scinderne i vari generi, ma riportando le molteplici esperienze alla coerenza di un percorso artistico unitario. In particolare vengono scanditi in modo lineare i grandi temi pasoliniani: la giovinezza in Friuli, la vocazione poetica e la scoperta dell’omosessualità; il contrastato rapporto con la religione e con la politica; la scoperta del sottoproletariato romano negli anni cinquanta; la nostalgia del passato e la fuga verso un impossibile altrove spazio-temporale; la fase apocalittica degli ultimi anni, prima di una morte tragica ancora avvolta nel mistero.
Roberto Carnero
L’Autore–Roberto Carnero insegna Letteratura italiana all’Università di Bologna, presso il Dipartimento di Interpretazione e Traduzione (Campus di Forlì). Critico letterario ed editorialista per varie testate, tra cui “Avvenire”, “Il Piccolo” e “Famiglia Cristiana”, per Bompiani è autore dei saggi Pasolini. Morire per le idee, Il bel viaggio. Insegnare letteratura alla Generazione Z e Lo scrittore giovane. Pier Vittorio Tondelli e la nuova narrativa italiana. Presso Giunti TVP – Treccani ha pubblicato con Giuseppe Iannaccone una fortunata storia e antologia della letteratura italiana per le scuole superiori, la cui nuova editio maior si intitola Il magnifico viaggio.
Pier Paolo Pasolini– nasce a Bologna il 5 marzo 1922. Poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista, è uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani. Dotato di un’eccezionale versatilità culturale, si distinse in numerosi campi, lasciando contributi come cineasta, pittore, romanziere, linguista, traduttore e saggista non solo in lingua italiana, ma anche friulana. Attento osservatore dei cambiamenti della società italiana dal secondo dopoguerra sino alla metà degli anni Settanta, suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della nascente società dei consumi, come anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti. Il suo rapporto con la propria omosessualità è stato al centro del suo personaggio pubblico. Semplicemente un grande classico del Novecento.
Pasolini. Morire per le idee
Pier Paolo Pasolini, poeta della contraddizione
Il critico letterario Guido Davico Bonino racconta il poeta Pasolini e la sua complessità dovuta proprio alle sue molte contraddizioni umane e artistiche. Luciano Virgilio legge un testo giovanile di Pasolini, “En lenga furlana”, e alcune poesie estratte da “La meglio gioventù”, “Mi contenti” (traduzione “Mi accontento”); da “L`usignolo della Chiesa Cattolica”: “Carne e cielo”; da “Poesie inedite”: “Correvo nel crepuscolo fangoso”; da “Le ceneri di Gramsci”: “Il pianto della scavatrice” (parte II); da “Poesia in forma di rosa”: “Frammento epistolare, al ragazzo di Codignola”. Un percorso attraverso lo sfogo commosso e la confessione dolorosa tipici della poetica pasoliniana.La personalità, il pensiero e la creatività di Pasolini, figlio della maestra casarsese Susanna Colussi, animò geniali esperimenti didattici alternativi che gli valsero l’appellativo di “maestro mirabile”. La prima scuola fu aperta con la madre a Versuta, in provincia di Pordenone, nell’ottobre del 1944. Nel villaggio mancava la scuola e i ragazzi dovevano percorrere più di un chilometro per raggiungere la loro sede scolastica, Susanna e Pierpaolo decidono così usare la loro casa come scuola gratuita. Poi arriva l’incarico ufficiale: per due anni, dal 1947 al 1949, a Pasolini è affidato l’incarico di insegnare materie letterarie alla prima media della scuola di Valvasone, che raggiungeva ogni mattina in bicicletta. Denunciato per corruzione di minore e atti osceni in luogo pubblico, perde la cattedra e viene espulso dal PCI di Udine. Nel 1950 è a Roma e riesce a ottenere un posto di insegnante presso una scuola media di Ciampino, dove insegnerà fino al 1953. Il didatta Pasolini rimane sempre in prima linea, nel fuoco di una militanza pedagogica tanto dolcemente affettuosa verso il popolo e i suoi giovani figli, quanto implacabilmente violenta contro la borghesia neocapitalistica, imputata dell’imposizione totalitaria di modelli mercantili e edonistici. Un “pedagogo di massa”, lucido e combattivo anche nel disperato periodo corsaro degli anni Settanta. Dice Vincenzo Cerami: “Anche la sua saggistica aveva un fondo pedagogico, la sua era un’ispirazione filologica, una spinta all’indagine”.
Pasolini uomo contro
Pasolini si è sempre distinto per l’indipendenza del pensiero, caratteristica che lo ha portato ad essere osteggiato continuamente da fronti diversi. Fanno molto scalpore, ad esempio, le sue dichiarazioni a seguito dei fatti di Valle Giulia del 1968, i suoi giudizi sulla televisione e le sue personali letture del Vangelo. Quando nel 1968 presenta il film “Teorema” alla mostra del cinema di Venezia le reazioni sono violente. La Procura di Roma sequestra il film “per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava”. Poco dopo la Procura di Genova mette al bando il film con un analogo provvedimento. Il processo contro Pasolini e il produttore Donato Leoni si apre il 9 novembre 1968 con l’escussione del regista. Il Pubblico Ministero Luigi Weiss chiede la reclusione di sei mesi di entrambi gli imputati e la distruzione integrale dell’opera. Il 23 novembre 1968, dopo un’ora di camera di consiglio, il Tribunale di Venezia assolve Pasolini e Leoni dall’accusa di oscenità annullando il bando del film con la seguente sentenza: “Lo sconvolgimento che Teorema provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un’opera d’arte, Teorema non può essere sospettato di oscenità”.
Pasolini uomo di fede
In primo piano le origini di Pasolini: la religiosità popolare che incontra il comunismo, il fascino esercitato dalla figura di Gesù di Nazareth che lo porta, nel 1963, a un lungo viaggio in Palestina e, poi, al film “Il Vangelo secondo Matteo”. Anche in altri film affronta le tematiche religiose e progetta una pellicola dedicata a san Paolo, rimasta solo sulla carta.
I giudizi su di lui sono contrastanti: da una parte papa Giovanni XXIII “benedice” il Vangelo secondo Matteo, dall’altra Pasolini viene processato, e assolto, per vilipendio alla religione dopo il cortometraggio “La ricotta”. Ma a chi lo accusa di offendere la fede, Pasolini risponde che il vero nemico della religione è un altro: il consumismo. Anche se si rende conto che questa è una battaglia persa. L TEMPO e LA STORIA”
Comunista, ateo, anarchico. Eppure religiosissimo. Una contraddizione apparente, in uno dei più complessi e trasgressivi intellettuali italiani: Pier Paolo Pasolini raccontato dal professor Alberto Melloni.
La morte
Nella notte tra il 1º novembre e il 2 novembre 1975 Pasolini fu ucciso in maniera brutale: percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, vicino Roma. Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6:30 circa. Sarà l’amico Ninetto Davoli a riconoscerlo. L’omicidio fu commesso da un “ragazzo di vita”, Pino Pelosi di Guidonia, di diciassette anni, già noto alla polizia come ladro di auto, fermato la notte stessa alla guida dell’auto di Pasolini. Pelosi affermò di essere stato avvicinato da Pasolini nelle vicinanze della Stazione Termini, presso il Bar Gambrinus di Piazza dei Cinquecento, e da questi invitato sulla sua vettura, dietro la promessa di un compenso in denaro.
Dopo una cena offerta dallo scrittore, nella trattoria Biondo Tevere nei pressi della Basilica di San Paolo, i due si diressero alla periferia di Ostia. Secondo le carte processuali la tragedia sarebbe scaturita a seguito di una lite per pretese sessuali di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, degenerata in un alterco fuori dalla vettura. Il giovane sarebbe stato minacciato con un bastone del quale si sarebbe impadronito per percuotere Pasolini fino a farlo stramazzare al suolo. Quindi, salito a bordo dell’auto dello scrittore, l’avrebbe travolto più volte con le ruote, sfondandogli la cassa toracica e provocandone la morte.
Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti. Il 4 dicembre 1976 la Corte d’Appello, pur confermando la condanna dell’unico imputato, riformava parzialmente la sentenza di primo grado escludendo ogni riferimento al concorso di altre persone nell’omicidio. Dopo aver mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza per trent’anni, nel corso di un’intervista televisiva nel maggio 2005, Pelosi ha affermato a sorpresa di non essere l’esecutore materiale del delitto e che l’omicidio era stato commesso da altre tre persone, giunte su una autovettura targata Catania, che a suo dire parlavano con accento “calabrese o siciliano”.
Molti intellettuali e amici dello scrittore (da Laura Betti a Oriana Fallaci, da Enzo Siciliano a Sergio Citti) hanno avanzato dubbi sulla ricostruzione del delitto. Il 22 marzo 2010 Walter Veltroni ha scritto all’allora Ministro della Giustizia Angelino Alfano una lettera aperta, pubblicata sul Corriere della sera, chiedendogli la riapertura del caso e sottolineando che Pasolini è morto negli anni ’70, “anni cui si facevano stragi e si ordivano trame”. Il 1º aprile del 2010 l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno raccolto la dichiarazione di un nuovo testimone che ha aperto indagini che sono state definitivamente archiviate all’inizio del 2015. Le nuove indagini non hanno portato infatti a nulla di nuovo rispetto alla sentenza, se non ad alcune tracce di Dna sui vestiti dello scrittore. Tracce però di impossibile attribuzione e impossibili da collocare temporalmente.
-Giulia Ananìa L’AMORE È UN ACCOLLO Poesie romantiche -Editore -Red Star Press- Giulia Ananìa
Poesie Erotiche e ironiche, tenere e al tempo sferzanti, innamorate persino nella disillusione e dolci anche quando piangono e, nel sorridere, riflettono, commuovono e feriscono…L’AMORE È UN ACCOLLO Così sono le parole cantate da Giulia Ananìa: romane come la lingua universale che fu di Pier Paolo Pasolini e di Gabriella Ferri, stradaiole per vocazione girovaga di un’autrice dalle radici capaci di estendersi da Trastevere a Bombay; e, come uno scalpello, capaci di cesellare in un tempo via via crudele e indifferente quegli attimi di assoluto stupore a cui si dà il nome di Poesia.
-Editore -Red Star Press- ROMA-
Quella della cooperativa editoriale Red Star Press è la storia di un piccolo gruppo di lavoratrici e lavoratori che, dopo aver prestato a lungo il proprio braccio e la propria mente all’industria editoriale, prendono la decisione di fare una cosa diversa: creare loro stessi, e senza padroni, una casa editrice in grado di dare il giusto spazio ai temi relativi alla storia e alla memoria del movimento operaio. Correva l’anno 2012 e, nel mese di aprile, vedeva la luce il primo titolo con la stella in copertina.
Si trattava de “Il libretto rosso della Resistenza”, destinato a inaugurare la collana “I libretti rossi”, pensata per offrire in chiave divulgativa i testi dei giganti del pensiero politico rivoluzionario e in modo sintetico quelli che sono stati i grandi momenti di riscossa popolare. Insieme ai “Libretti rossi”, nel giro di pochi mesi arrivano in libreria e negli infoshop di movimento i volumi della collana “Unaltrastoria” e “Tutte le strade”: libri concepiti per durare nel tempo, concentrandosi, rispettivamente, sulla storia delle grandi lotte di liberazione e, in modo meno convenzionale, su generi come il reportage, la biografia, il memoir, il fumetto, la narrativa e la poesia, per tradurre con la carta e con l’inchiostro quelle che sono le aspirazioni di cambiamento provenienti da ogni tempo e da ogni paese. Con gli anni, a questa programmazione, si sono affiancati i contenuti ospitati nelle collane “Le Fionde” (saggistica politica), “Barrio Chino” (urbanistica, geografia sociale e antropologia urbana) e, dedicata ai bambini e alle bambine, la nuova collana “Red Star Kidz”: materiale che, fedeli alla nostra vocazione “stradaiola”, abbiamo avuto l’occasione di diffondere nel corso dei principali appuntamenti dedicati ai libri in giro per l’Italia. costruendo un punto di riferimento orgogliosamente antifascista, antisessista e antirazzista agli ingranaggi collettivi della memoria.
Ci sono altri temi particolarmente cari alla Red Star Press. La musica, la controcultura e lo sport popolare – un campo rispetto al quale, dalla Red Star, nasce l’etichetta Hellnation Libri – e poi l’arte contemporanea e ipercontemporanea, di cui, in modo sistematico, si occupa l’altra etichetta della cooperativa: Bizzarro Books.
Nella sede di viale di Tor Marancia 76, a Roma, in ogni caso, la Red Star Press non si occupa solo di libri. Dalla serigrafia, infatti, escono le t-shirt ispirate alle pubblicazioni e fedeli alla stessa linea editoriale: pensiamo ciò che siamo e stampiamo ciò che pensiamo; e ciò che siamo lo indossiamo! O, convinti che muri puliti possano solo significare popoli muti, lo appendiamo: come accade con le grafiche dedicate ai grandi personaggi della storia popolare.
Questa, in sintesi, è la storia della Red Star Press. E identici sono i motivi che ispirano il suo lavoro. Affinché l’editoria torni a dare spazio ai sogni. In attesa di assaltare il cielo.
Red Star Press
Viale di Tor Marancia 76
Roma, Italia
CAP 00147
«Giulia mi sembrava quella che ho spesso cercato e non ho mai trovato» (Carlo Verdone)
Giulia Ananìa
Erotiche e ironiche, tenere e al tempo sferzanti, innamorate persino nella disillusione e dolci anche quando piangono e, nel sorridere, riflettono, commuovono e feriscono… Così sono le parole cantate da Giulia Ananìa: romane come la lingua universale che fu di Pier Paolo Pasolini e di Gabriella Ferri, stradaiole per vocazione girovaga di un’autrice dalle radici capaci di estendersi da Trastevere a Bombay; e, come uno scalpello, capaci di cesellare in un tempo via via crudele e indifferente quegli attimi di assoluto stupore a cui si dà il nome di Poesia.
Com’è che te chiami stavolta?
Qual è il tuo nome d’arte?
Marta? Federico? Carlotta?
Vabbè è inutile che te cerchi un nome
te chiami Amore-
Giulia Ananìa
Introduzione di Carlo Verdone-Postfazione di Irene Ranaldi
Edizioni Red Star Press Viale di Tor Marancia 76 Roma, Italia CAP 00147
Mario Castellani è stato per Totò la spalla ideale-
𝙈𝙖𝙧𝙞𝙤 𝘾𝙖𝙨𝙩𝙚𝙡𝙡𝙖𝙣𝙞 𝙉𝙖𝙩𝙤 𝙖 𝙍𝙤𝙢𝙖 𝙣𝙚𝙡 𝟭𝟵𝟬𝟲. 𝙈𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙖 𝙍𝙤𝙢𝙖 𝙞𝙡 𝟮𝟲 𝙖𝙥𝙧𝙞𝙡𝙚 𝟭𝟵𝟳𝟴-Mario Castellani è stato per Totò la spalla ideale. Ha preso parte a ben quarantadue dei circa cento film “girati” dal grande comico napoletano. Probabilmente un record di “coppia cinematografica”, quantomeno italiana. Iniziata nel 1945 con il film “Il ratto delle sabine”, la collaborazione tra i due aveva però radici precedenti. Il primo riscontro lo fornisce il cartellone di Madama follia, uno spettacolo di rivista del 1928.
Mario Castellani con Totò
Si tratta del primo spettacolo, di livello nazionale, in cui compare per la prima volta il nome di Totò accanto a quello della diva del momento, Isa Bluette, e tra i protagonisti c’è anche Mario Castellani. E’ la loro prima esperienza professionale in comune. Resterà un episodio isolato.
Sino a quando i due non si ritroveranno. Come racconta lo stesso Castellani: “Incontrai Totò nel 1927. Lui proveniva dal varietà, io dall’operetta. Allora le riviste erano a filo conduttore ed eravamo i due comici della rivista. Poi ci lasciammo per delle vicissitudini dovute alla tremenda crisi del teatro e ci riunimmo nel 1941.
In compagnia c’era Anna Magnani e facemmo teatro assieme e poi ho continuato con lui per anni anni e anni, in teatro e in cinema.” (Mario Castellani – intervista alla Rai dopo la morte di Totò, nel 1967). Nel 1941, dunque, i due si ritrovano, ancora una volta in uno spettacolo di rivista, Quando meno te l’aspetti.
Non sarà stato da questo momento che il “comico” Castellani si trasforma in “spalla” di Totò. Certo è, però, che tra i due non c’è più il rapporto che intercorre tra i “due comici della rivista”. Totò ha già raggiunto il successo.
A teatro ha il nome “in ditta”, come si dice. Ed è già iniziata la sua esperienza cinematografica. Lo riconosce lo stesso Castellani, quando, alla morte di Totò, dichiara: “Totò è stato un caposcuola, ha insegnato un po’ a tutti, tutti hanno attinto e attingeranno ancora da lui per molto tempo.
Le cose che Totò poteva insegnare sono innumerevoli. La meccanica, la tecnica, l’improvvisazione, il gioco mimico, perché era un grandissimo mimo.” Una dichiarazione che lascia intuire una profonda ammirazione, la stessa che ha alimentato e sviluppato in simbiotico il rapporto “spalla-comico”, così come Totò evidentemente l’intendeva.
Castellani era un buon attore e aveva tutte le caratteristiche artistiche per essere una “buona” spalla, ma avrebbe ridotto il suo il ruolo a poco più che una presenza, a fronte dell’aggressività di Totò, se non avesse integrato, con le sue qualità umane e intellettuali, il rapporto con il grande comico. La loro diviene un’amicizia profonda che ha riverberi anche in palcoscenico e a cinema. Tant’è che Totò lo considera indispensabile. Lo vuole sempre accanto e, quando nel cast non c’è posto per lui, chiede e ottiene che sia scritturato come aiuto-regista.
Questo capita, in particolare, dopo il 1957, quando Totò, colpito da una grave malattia agli occhi, diviene semi-cieco. Da allora in poi il rapporto, umano e artistico, ha modo di evidenziarsi nella sua totale completezza. Castellani, che sia o meno nel cast, resta sempre al fianco di Totò, gli legge la parte, gli spiega, a lui quasi cieco, come è disposta la scena e i movimenti che deve fare.
Già prima, però, di questo dramma che colpisce Totò, Castellani-spalla ha accettato il ruolo di “vittima” al quale lo costringe la comicità esuberante ed aggressiva dell’amico. Racconta Totò: “Nello sketch del vagone letto, qualche volta finiva per arrabbiarsi sul serio perché io lo angariavo in ogni modo, gli impedivo di dormire, gli gettavo la valigia dalla finestra, gli ripetevo una dopo l’altra le mie solite frasi di disturbo: “lei non sa chi sono io, ma mi facci il piacere….”. Insomma un tormento! A cui evidentemente Castellani si sottopone volentieri, e non solo per amicizia.
La sua carriera professionale è indissolubilmente legata a Totò e questo lo sa bene, tant’è che in seguito si limitano alle dita di una mano le altre occasioni di lavoro che gli capitano, e tutte di routine. Mentre Totò completa la sua carriera lavorando con registi di fama internazionale (Lattuada, Pasolini, Dino Risi) Una dedizione, per concludere, assoluta che, sul piano artistico, si è, nella sostanza, trasformata in plagio. E questa non è un’accusa al grande comico. Totò era Totò e la sua carica di prevaricazione era una connotazione naturale e ineliminabile della sua comicità. Che è stata certamente esaltata dalla recitazione remissiva e accondiscendente di Castellani.
Entrambi ne erano perfettamente coscienti, diversamente non avrebbero lavorato tanto assieme. Il merito maggiore di Castellani sta proprio in questo: nell’aver capito che, attraverso il suo modo di essere attore, si esaltavano le qualità migliori di Totò.
Elsa Morante fin da giovanissima iniziò a scrivere racconti e poesie. Dopo aver completato gli studi, lasciò la famiglia, mantenendosi dando lezioni di greco e latino. I suoi primi racconti sono stati pubblicati su riviste come Il Corriere dei Piccoli, I diritti della scuola e Oggi, alcuni di essi pubblicati con lo pseudonimo di Antonio Carrera.
Da: Alibi -Longanesi, 1958- Da: Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi-Einaudi, 1968-
Da: Alibi -Longanesi, 1958-
ALIBI
Solo chi ama conosce. Povero chi non ama! Come a sguardi inconsacrati le ostie sante, comuni e spoglie sono per lui le mille vite. Solo a chi ama il Diverso accende i suoi splendori e gli si apre la casa dei due misteri: il mistero doloroso e il mistero gaudioso.
Io t’amo. Beato l’istante che mi sono innamorata di te.
Qual è il tuo nome? Simile al firmamento esso muta con l’ora. Sei tu Giulietta? o sei Teodora? ti chiami Artù? o Niso ti chiami? Il nome a te serve solo per giocare, come una bautta. Vorrei chiamarti: Fedele; ma non ti somiglia.
La tua grazia tramuta in un vanto lo scandalo che ti cinge. Tu sei l’ape e sei la rosa. Tu sei la sorte che fa i colori alle ali e i riccioli ai capelli. La tua riverenza è graziosa come l’arcobaleno.
Sono i tuoi giorni un prato lucente dove t’incontri con gli angeli fraterni: il santo, adulto Chirone, l’innocente Sileno, e i fanciulli dai piedi di capra, e le fanciulle-delfino dalle fredde armature. La sera, alla tua povera cameretta ritorni e miri il tuo destino tramato di figure, l’oscuro compagno dormiente dal corpo tatuato.
Tu eri il paggio favorito alla corte d’Oriente, tu eri l’astro gemello figlio di Leda, eri il più bel marinaio sulla nave fenicia, eri Alessandro il glorioso nella sua tenda regale. Tu eri l’incarcerato a cui si fan servi gli sbirri. Eri il compagno prode, la grazia del campo, su cui piange come una madre il nemico che gli chiude gli occhi. Tu eri la dogaressa che scioglie al sole i capelli purpurei, sull’alto terrazzo, fra duomi e stendardi. Eri la prima ballerina del lago dei cigni, eri Briseide, la schiava dal volto di rose. Tu eri la santa che cantava, nascosta nel coro, con una dolce voce di contralto. Eri la principessa cinese dal piede infantile: il Figlio del Cielo la vide, e s’innamorò.
Come un diamante è il tuo palazzo che in ogni stanza ha un tesoro e tutte le finestre accese. La tua dimora è un’arnia fatata: narcisi lontani ti mandano i loro mieli. Per le tue feste, da lontani evi giungono luci, come al firmamento. Ma tu in esilio vai, solo e scontento. Il mio ragazzo non ha casa né paese.
Elsa Morante
La bella trama, adorata dal mio cuore, a te è una gabbia amara. E in tua salvezza non verrà mai la sposa regina del labirinto. Per il sapore strano del bene e del male la tua bocca è troppo scontrosa. Tu sei la fiaba estrema. O fiore di giacinto cento corimbi d’un unico solitario fiore!
La folla aureovestita del tuo bel gioco di specchi a te è deserto e impostura. Ma dove vai? che mai cerchi? invano, gatta-fanciulla, il passaggio d’Edipo sul tuo cammino aspetti. O favolosa domanda, al tuo delirio non v’è risposta umana. Riposa un poco vicino a chi t’ama angelo mio.
Quando mi sei vicino, non più che un fanciullo m’appari. Le mie braccia rinchiuse bastano a farti nido e per dormire un lettuccio ti basta. Ma quando sei lontano, immane per me diventi. Il tuo corpo è grande come l’Asia, il tuo respiro è grande come le maree. Sperdi i miei neri futili giorni come l’uragano la sabbia nera. Corro gridando i tuoi diversi nomi lungo il sordo golfo della morte.
Riposa un poco vicino a chi t’ama.
Lascia ch’io ti riguardi. La mia stanza percorri spavaldo come un galante che passa in una strage di cuori. Allo specchio ti miri i lunghi cigli ridi come un fantino volato al traguardo. O figlio mio diletto, rosa notturna! Povero come il gatto dei vicoli napoletani come il mendico e il povero borsaiolo, e in eleganza sorpassi duchi e sovrani risplendi come gemma di miniera cambi diadema ogni sera ti vesti d’oro come gli autunni.
Elsa Morante
Passa la cacciatrice lunare coi suoi bianchi alani…
Dormi. La notte che all’infanzia ci riporta e come belva difende i suoi diletti dalle offese del giorno, distende su noi la sua tenda istoriata. I tuoi colori, o fanciullesco mattino, tu ripiegasti. Nella funerea dimora, anche di te mi scordo.
Il tuo cuore che batte è tutto il tempo. Tu sei la notte nera.
Il tuo corpo materno è il mio riposo.
(1955)
Elsa Morante
MINNA LA SIAMESE
Ho una bestiola, una gatta: il suo nome è Minna.
Ciò ch’io le metto nel piatto, essa mangia, e ciò che lemetto nella scodella, beve.
Sulle ginocchia mi viene, mi guarda, e poi dorme, tale che mi dimentico d’averla. Ma se poi, memore, a nome la chiamo, nel sonno un orecchio le trema: ombrato dal suo nome è il suo sonno.
Se penso a quanto di secoli e cose noi due livide, spaùro. Per me spaùro: ch’essa di ciò nulla sa. Ma se la vedo con un filo scherzare, se miro l’iridi sue celesti, l’allegria mi riprende.
I giorni di festa, che gli uomini tutti fan festa, di lei pietà mi viene, che non distingue i giorni. Perché celebri anch’essa, a pranzo le do un pesciolino; né la causa essa intende: pur beata lo mangia.
Il cielo, per armarla, unghie le ha dato, e denti: ma lei, tanto è gentile, sol per gioco li adopra. Pietà mi viene al pensiero che, se pur la uccidessi, processo io non ne avrei, né inferno, né prigione.
Tanto mi bacia, a volte, che d’esserle cara io m’illudo, ma so che un’altra padrona, o me, per lei fa uguale. Mi segue, sì da illudermi che tutto io sia per lei, ma so che la mia morte non potrebbe sfiorarla…
(1941)
Elsa Morante
AMULETO
Quando tu passi, e mi chiami, assente son io. Per lunghe ore ti aspetto, e tu, distratto, voli altrove. Ma tanto, il mezzano serafico del nostro amore, il sultano dello zenit che muove sul quadrante le sfere con le dita infingarde e sante, ha già segnato l’istante del nostro convegno. Molli si volgono i miei giorni a quella imperiosa stagione. Candida e glaciale essa risplende alta salendo, come fuoco. Ah, nostra incantevole stanza! Che importa a me, infido spirito, dei tuoi diversi pensieri? Il presagio inchina già la fronte all’annuncio. Sorte e amore ti congiungono a me.
(1945)
LETTERA
Tutto quel che t’appartiene, o che da te proviene, è ricco d’una grazia favolosa: perfino i tuoi amanti, perfino le mie lagrime. L’invidia mia riveste d’incanti straordinari i miei rivali: essi vanno per vie negate ai mortali, hanno cuore sapiente, cortesia d’angeli. E le lagrime che mi fai piangere sono il mio bel diadema, se l’amara mia stagione s’adorna del tuo sorriso.
Stupisco se ripenso che avevo tanti desideri e tanti voti da non sapere quale scegliere. Ormai, se cade una stella a mezzo agosto, se nel tramonto marino balena il raggio verde, se a cena ho una primizia nella stagione nuova, o m’inchino alla santa campana dell’Elevazione, non ho che un voto solo: il tuo nome, il tuo nome, o parola che m’apri la porta del paradiso.
Nel mio cuore vanesio, da che vi regni tu, le antiche leggi del mondo son tutte rovesciate: l’orgoglio si compiace d’umiliarsi a te, la vanità si nasconde davanti alla tua gloria, la voglia si tramuta in timido pudore, la mia sconfitta esulta della tua vittoria, la ricchezza è beata di farsi, per te, povera, e peccato e perdono, ansia e riposo, sbocciano in un fiore unico, una grande rosa doppia.
Ma la frase celeste, che la mia mente ascolta, io ridirti non so, non c’è nota o parola. Ti dirò: tu sei tutto il mio bene, ad ogni ora questa grazia di amarti m’è dolce compagnia. Potesse il mio affetto consolarti come mi consola, o tu che sei la sola confidenza mia!
Elsa Morante
(1946)
CANTO PER IL GATTO ALVARO
Tra le mie braccia è il tuo nido, o pigro, o focoso genio, o lucente, o mio futile! Mezzogiorni e tenebre son tue magioni, e ti trasformi di colomba in gufo, e dalle tombe voli alle regioni dei fumi. Quando ogni luce è spenta, accendi al nero le tue pupille, o doppiero del mio dormiveglia, e s’incrina la tregua solenne, ardono effimere mille torce, tigri infantili s’inseguono nei dolci deliri. Poi riposi le fatue lampade che saranno al mattino il vanto del mio davanzale, il fior gemello occhibello. E t’ero uguale! Uguale! Ricordi, tu, arrogante mestizia? Di foglie tetro e sfolgorante, un giardino abitammo insieme, tra il popolo barbaro del Paradiso. Fu per me l’esilio, ma la camera tua là rimane, e nella mia terrestre fugace passi giocante pellegrino. Perché mi concedi il tuo favore, o selvaggio? Mentre i tuoi pari, gli animali celesti gustan le folli indolenze, le antelucane feste di guerre e cacce senza cuori, perché tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo, e io tre cose ho in sorte: prigione peccato e morte. Tra lune e soli, tra lucenti spini, erbe e chimere saltano le immortali giovani fiere, i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto, Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba, nel fastoso uragano del primo giorno… E tu? Per amor mio?
AVVENTURA
per Luchino Visconti
Hai tu un cuore? La leggenda vuole che tu non l’abbia. Al vedermi, che per te mi consumo d’amore, tutti mi dicono: «Ah, pazza, mangiata dalle streghe, rosa dalle fole, soldato d’imprese disperate, marinaio senza veli né remi, dove t’avventuri? in quali deserti di sabbia, dietro Morgane, e fuochi fatui, e larve canzonatrici tu vuoi spegnere la tua sete nella solitaria morte! Ah, chi ti gettò questa rete, povero pesciolino?» Così dice la gente; ma lasciamo che dica! A chi di te mi sparla, nemica io mi giurai. Per te, mio santo capriccio, volto divino, senz’armi e senza bussola sono partita. Non v’è riposo alla speranza mai. A difficili amori io nacqui. Come una rosa in un giardino d’Africa o d’Asia assai lontano, come una bandiera alzata in cima a una nave pirata, come uno scudo d’argento appeso in un barbaro tempio, difficile splende il tuo cuore il tuo frivolo, indolente cuore, l’eroico, femmineo tuo cuore. il tuo regale, intatto cuore, il cuore dell’amore mio. Io credo nel tuo cuore! Le caverne terrestri son tutte una gioielleria. Funerea primavera per le mie feste vanesie, l’ametista viola e l’agata lunare e i diamanti simili a rose cangianti e il topazio vetrino, il topazio d’oro. Hanno i cristalli aloni e code di fuoco, mille comete e lune per la mia notte. M’offron conchiglie i golfi, e giochi oceanici, e il cielo boreale riposi e meditazioni. Dolcezze ha l’aranceto, come salive d’amore, e l’Asia graziose belve, mie tenere schiave. Le Maestà dei re conversazioni m’accordano, e al mio comando s’accendono circhi e teatri. Ma alla conquista io partii d’un frutto aspro. Il tuo cuore: altro frutto non voglio mordere. Non voglio i doni terrestri, al mio potere mi nego. Il solo mio volere è questa impresa! Alla conquista d’un frutto amaro andai. Le cose amare sono le più care. Segreta, lo so, è la stanza del prezioso cuore ch’io cerco. Lungo e incerto il viaggio fino al nido di questa civetta-fenice. Inesperta son io, compagno né guida non ho, ma giungerò alla camera felice del mio bell’idolo. Addio, dunque, parenti, amici, addio! Prima bisogna guadare il lago stagnante della paura, e i Grandi Orgogli oltrepassare, fastosa catena di rupi. Snidare bisogna l’invidia che s’imbosca e i mostri di gelosia mettere in fuga, (ah, San Michele e San Giorgio, datemi il vostro scudo!) per notti occhiute, selve purpuree, dove incontrare potrò centauri e ippogrifi, e bere il magico sangue dei narcisi. Si levan poi le triplici mura di Sodoma intorno a campo straniero dalle sette torri merlate. Incantare dovrò i guardiani, riscattare le spose comprate, e a lungo errerò per corti e fughe di scale, fra un popolo d’echi e d’inganni fino alla cara porta, che reca la scritta crudele: Indietro, o pellegrina. Non riceve. Ah, fossi alato usignolo, foss’io centaura, ah, sirena foss’io, foss’io Medoro o Niso, che forse a te più amico sarebbe il nome mio, grazioso cuore! Invece, Lisa è il mio nome, nacque nell’ora amara del meriggio, nel segno del Leone, un giorno di festa cristiana. Fui semplice ragazza, madrina a me fu una gatta, e alla conquista partii d’un dolce cuore. Or che mi presentai, siimi cortese, o amore. Di che temi, o selvatico? d’esser preso al laccio? Ah, no, dell’amara pampa la figlia io non sono. D’esser trafitto? Io non ho coltello, né pungiglione. Né son io sbirra, per gettarti in carcere, né fata, per averti compagno notte e giorno, mutato in corvo, dentro gabbietta d’oro. Ah, dall’impresa non giudicarmi eroe! Leggera è la mia mente più del fuoco, più che un riccio dei tuoi fulvi capelli. Per la mia pena, per il tuo vinto amore, con te soltanto un poco giocare io voglio come una foglia scherza con l’ombra e il sole, o una ragazza col suo gatto rosso. E poi ti dirò addio. Tu dirai: Lisa! supplicherai: Lisa! Ah, Lisa! Lisa! chiamerai. Ma io ti dirò addio.
Elsa Morante
Da: Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi (Einaudi, 1968)
ADDIO
Dal luogo illune del tuo silenzio mi riscuote ogni giorno l’urlo del mattino. O notte celeste senza resurrezione perdonami se torno ancora a queste voci. Io premo l’orecchio sulla terra a un’eco assurda dei battiti sepolti. Dietro la belva in fuga irraggiungibile mi butto sulla traccia del sangue. Voglio salvarti dalla strage che ti ruba e riportarti nel tuo lettuccio a dormire. Ma tu vergognoso delle tue ferite mascheri i cammini della tua tana. Io fingo e rido in un ballo disperato per distrarti dall’orrenda mestizia ma i tuoi occhi scolorati di sotto le palpebre non ammiccano più ai miei trucchi d’amore. Alla ricerca dei tuoi colori del tuo sorriso io corro le città lungo una pista confusa. Ogni ragazzo che passa è una morgana. Io credo di riconoscerti, per un momento. E mendicando rincorro lo sventolio di un ciufietto o una maglietta rossa che scantona… Ma tu rintanato nel tuo freddo nascondiglio disprezzi la mia commedia miserabile. Buffone inutile io deliro per le vie dove ogni fiato vivente ti rinnega. Poi, la sera, rovescio sulla soglia deserta un carniere di piume insanguinate. E chiedo una tenerezza al buio della stanza, almeno una decadenza della memoria, la senilità, l’equivoco del tempo volgare che medica ogni dolore… Ma la tua morte cresce ogni giorno. E in questa piena che monta io vado e mi riavvento in corsa dirotta, per un segno, un punto nella tua direzione. O nido irraggiungibile e caro, non c’è passo terrestre che mi porti a te. Forse fuori dai giorni e dai luoghi? La tua morte è una voce di sirena. Forse attraverso una perdizione? o vna grazia? o in quale veleno? in quale droga? forse nella ragione? forse nel sonno? La tua morte è una voce di sirena. Voglia di un sonno che pare una tua dolcezza ma è stata già l’impostura dove ti ho perso! La tua morte è una voce di sirena che vorebbe sviarmi da te nelle sue fosse. Forse, io devo accettare tutte le norme del campo: ogni degradazione, ogni pazienza. Non posso scavalcare questa rete spinata mentre al tuo grido innocente non c’è risposta. La tua morte è una luce accecante nella notte, è una risata oscena nel cielo del mattino. Io sono condannata al tempo e ai luoghi finché lo scandalo si consumi su di me. Io devo, qui, trescare e patteggiare con la belva per rubarle il segreto del mio tesoro. O pudore d’una infanzia uccisa, perdonami questa indecenza di sopravvivere. Tu sei partito credendo di giocare alla fuga. Era per fare il bravo, la tua smorfia d’addio. Al solito! Che poi ti bandisci nella tua stanzuccia minaccioso dietro le porte sbarrate come un gran capitano nel suo forte supremo. Guai per l’audace che si arrischi all’assedio! Ma ti conosco. Che invece se nessuno si arrischia ti strazi, e piangi nella tua rabbia infantile perché non c’è amore al mondo e ti lasciano solo. Ma stavolta, la tua porta fu sbattuta dagli uragani. Le piogge entrarono nel vano abbandonato e una fanghiglia come sangue ha imbrattato i muri. Quando eri vivo, la tua stanza era la stella del quartiere, ricercata da tutti. E adesso tutti ne rifuggono, come fosse appestata. Il mio piede incíampa nella tua camiciola che nessuno ha più raccolto da terra. Sul terrazzo devastato dagli inverni, le piante sono morte. Perfino i ladri hanno schifato questo tuo feudo estremo dove infatti c’era poco di valore, da rubare! Ritagliàti dalle riviste, i ritratti dei tuoi eroi adornano ancora le pareti: Gautarna il Sublime, il barbuto Fidel, Billie Holiday la suicida. In un angolo, c’è ancora la scodella della tua gatta. Una cravattina rossa pende nell’armadio. Alla partenza, ti caricasti dei tuoi beni principali: il canestro con la gatta e il fonografo a valigia. «Il resto dei bagagli, speditelo per via mare». Trecento volte quella nave ha ripercorso quel mare e i tuoi tesori sono dispersi, e io sono qui, vivente. Anche se vivo tremila anni, e se corro tutti i mari, non posso più raggiungerti per riportarti indietro. Lo so che tu credevi di giocare all’addio. Era una braveria, la tua smorfia… Ma contro una scommessa impaziente di ragazzo è un’altra lunga agonia la posta che qui si chiede. La ladra delle notti è una cammella cieca e folle che gira per Sahara incantati, fuori d’ogni pista. L’itinerario è lunatico, non c’è destinazione. Le sabbie disfanno le tracce dei suoi furti. Le sue pupille bianche fanno crescere miraggi dai corpi lacerati che lei semina per le sabbie. E i miraggi si spostano a distanze moltiplicate irraggiungibili nei loro campi solitari. Amputati dai corpi, si disperdono separati senza rimedio, eterne mutilazioni. Nessun miraggio può incontrare un altro miraggio. Non ci sono che solitudini, dopo il furto dei corpi.
…
Elsa Morante
A P. P. P.
In nessun posto
E così, tu – come si dice – hai tagliato la corda. In realtà, tu eri – come si dice – un disadattato e alla fine te ne sei persuaso anche se da sempre lo eri stato: Un disadattato. I vecchi ti compativano dietro le spalle pure se ti chiedevano la firma per i loro proclami e i “giovani” ti sputavano in faccia perché fascisti come i loro baffi: (già, tu glielo avevi detto, però avevi sbagliato in un punto: questi sono più fascisti dei loro baffi) ti sputavano in faccia, ma ovviamente anche loro ti chiedevano la propaganda per i loro volantini e i soldi per le loro squadrette.
E tu non ti negavi, sempre ti davi e ti davi E loro pigliavano e poi: “lui dà” – bisbigliavano nei loro pettegolezzi – “per amore di se stesso”. Viva, viva chi ama se stesso e gli altri ama come se stesso. Loro odiano gli altri come se stessi e in tale giustizia magari si credono di fondare una rivoluzione. Loro ti rinfacciavano la tua diversità dicendo con questo: l’omosessualità. Difatti, loro usano il corpo delle femmine come gli pare. Liberi di usarlo come gli pare. Il corpo delle femmine è carne d’uso ma il corpo dei maschi esige rispetto. E come no!
Questa è la loro morale. Se una femminella di strada avesse assassinato uno dei loro non la giustificherebbero perché immatura. Ma in verità in verità in verità quello per cui tu stesso ti credevi un diverso non era la tua vera diversità. La tua vera diversità era la poesia.
È quella l’ultima ragione del loro odio perché i poeti sono il sale della terra e loro vogliono la terra insipida. In realtà, LORO sono contro-natura. E tu sei natura: Poesia cioè natura. E così, tu adesso hai tagliato la corda. Non ti curi più dei giornali– [la] preghiera del mattino – con le crisi di governo e i cali della lira, e decretoni e decretini e leggi e leggione. Io spero che un’ultima sola grazia terrena ti resti ancora – per poco – ossia ridere e sorridere. Che tu di là dove sei– ma per poco ancora – di là, dal Nessun Posto dove ti trovi ora di passaggio – che tu sorrida e rida dei loro profitti e speculazioni e rendite accumulate e fughe dei capitali e tasse evase e delle loro carriere ecc. Che tu possa riderne e sorriderne per un attimo prima di tornartene al Paradiso.
Tu eri un povero E andavi sull’Alfa come ci vanno i poveri per farne sfoggio tra i tuoi compaesani: i poveri, nei tuoi begli abitucci da provinciale ultima moda come i bambini che ostentano di essere più ricchi degli altri per bisogno d’amore degli altri. Tu in realtà questo bramavi: di essere uguale agli altri, e invece non lo eri. DIVERSO, ma perché?
Perché eri un poeta. E questo loro non ti perdonano: d’essere un poeta. Ma tu ridi[ne]. Lasciagli i loro giornali e mezzi di massa e vattene con le tue poesie solitarie al Paradiso. Offri il tuo libro di poesie al guardiano del Paradiso e vedi come s’apre davanti a te la porta d’oro Pier Paolo, amico mio.
(1976)
Breve Biografia di ELSA MORANTE
Elsa Morante
ELSA MORANTE – nata a Roma il 18 agosto del 1912 – morì a Roma il 25 novembre 1985– la maggiore di quattro figli, figlia di Francesco Lo Monaco e Irma Poggibonsi. Elsa è cresciuta credendo che il secondo marito di sua madre, Augusto Morante, fosse suo padre. Nel 1922 a famiglia si trasferì a Monteverde Nuovo dove Elsa Morante fin da giovanissima iniziò a scrivere racconti e poesie. Dopo aver completato gli studi, lasciò la famiglia, mantenendosi dando lezioni di greco e latino. I suoi primi racconti sono stati pubblicati su riviste come Il Corriere dei Piccoli, I diritti della scuola e Oggi, alcuni di essi pubblicati con lo pseudonimo di Antonio Carrera.Grazie al pittore Capogrossi, nel 1936 conosce Alberto Moravia il grande scrittore romano, autore tra gli altri de Gli indifferenti e La noia. Il matrimonio della Morante con Alberto Moravia, oppositore del governo fascista di Mussolini, la mise in contatto con i maggiori scrittori e intellettuali italiani dell’epoca, tra cui Umberto Saba e Pier Paolo Pasolini. Le sue raccolte di poesia sono Alibi (Longanesi 1958, Garzanti 1988, Einaudi 2004) e Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi (Einaudi, 1968, 2006, 2012). I suoi romanzi: Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo (1957), La storia (1974), Aracoeli (1982). Numerosi i racconti e gli scritti vari, saggi e interventi. È uno dei maggiori narratori italiani. Menzogna e sortilegio viene pubblicato nel 1948 vincendo il premio Viareggio, con L’Isola di Arturo Elsa Morante divenne la prima donna a vincere il Premio Strega.
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