Wanda Marasco-Di spalle a questo mondo- Neri Pozza Editore-
Wanda Marasco vince la 63ª edizione del Premio Campiello 2025.Sinossi del libro di Wanda Marasco-Se è vero che ogni esistenza viene al mondo per incarnare un dramma, quello di Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova è tra i più dolenti e irriducibili: è il dramma dell’imperfezione. Fin da bambino Ferdinando ha odiato la morte al punto da fare della salvezza la sua ossessione di medico. Ma una vocazione così grande, scontrandosi con le iniquità subite, non può che fallire e trovare casa nella follia. Olga, nella sua infanzia a Rostov, ha dovuto misurarsi proprio con l’alienazione materna, quintessenza di Storia e fragilità. Unico scampo da essa la fuga, frenata da una radice nascosta sotto la neve e dalla zoppia, che diventa destino e comunione con l’imperfetto. Ma si può vivere a un passo dall’ideale? Ferdinando, dal buio della sua ratio opacizzata, continuerà a salvare asini e pupi; mentre Olga, pur guarita dalla scienza e dall’amore di Ferdinando, tornerà a claudicare. Voi non credete che quando ci spezziamo è per sempre? La domanda che Olga rivolge al pittore Edoardo Dalbono è sintesi di una irreparabilità e di una caduta che restano perenni.
Wanda Marasco-Di spalle a questo mondo
Il pendolo è muto. Ferdinando e io studiamo le grandezze del tempo sprofondate in un orologio fermo. C’è una gioia selvatica in questa stanza. Facciamo gli amanti in ginocchio, uno di fronte all’altra, con l’impulso a prenderci. Ma ci siamo intimiditi nella morte. Io gli dico che sento intorno a me una luce cieca. È uguale a quella delle primavere russe.
«In questo romanzo fatto di luci e ombre, in cui la storia individuale è sapientemente innestata in quella collettiva, Wanda Marasco raggiunge il culmine assoluto di un affondo nell’umano che da Il genio dell’abbandono non smette di abbagliare e di sorprendere. Ogni frase, ogni parola è sapienza e cura. E la cura – come scrive l’autrice – è quasi tutto». Elisa Ruotolo
«In Wanda Marasco colgo almeno due tratti decisivi: la raffinatezza della scrittura, che occupa tutte le gradazioni dei registri linguistici, e lo slancio drammatico portato entro la narrazione, che dà ai personaggi uno stacco e un dinamismo straordinari». Cesare Segre
Wanda Marasco-Scrittrice
Breve Biografia di Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni 2003) e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). I suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono (Neri Pozza 2015) è stato selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli per la regia di Claudio Di Palma. Nel 2017, sempre per Neri Pozza, è uscito il romanzo La compagnia delle anime finte, arrivato finalista al Premio Strega.
Quattro chiacchiere con Wanda Marasco
Amore, follia, storia: Wanda Marasco, in libreria con Di spalle a questo mondo, ci racconta il dramma dell’imperfezione di Ferdinando Palasciano e Olga de Vavilov.
Wanda Marasco
Il tuo romanzo Di spalle a questo mondo si basa sulla storia di Ferdinando Palasciano e Olga de Vavilov. Perché li hai scelto come protagonisti di questa storia?
È stato davvero naturale e necessario scegliere come protagonisti del mio romanzo Ferdinando Palasciano e Olga De Vavilov. Sono nata in una casa situata di fronte alla torre, la cui immagine fiabesca, in contrasto con le modeste abitazione del luogo, mi ha fatto da quinta dell’anima. Quando ho cominciato a indagare nella storia di Ferdinando e di sua moglie Olga, che qui hanno vissuto fino alla morte, ho sentito che dovevo assumerne la maschera per ricrearne le verità interiori. Il grande medico Palasciano, perseguitato dai mali del mondo, e sua moglie, una creatura bella e spezzata da un vecchio trauma, mi sono parsi personaggi che chiedevano di riesistere. Durante la pandemia, nella Storia del presente sconvolta da guerre e profondi mutamenti politici, l’attualità di queste due figure in rivolta, segnata dal dramma dell’imperfezione e dalla utopica ricerca di una felicità in terra, mi è parsa evidente. In più, la torre è nominata in ogni mio romanzo: aspettava da tempo che ne svelassi spettralità e segreti.
«La follia è la chiave che permette di scavare più a fondo nella creatura umana». Possiamo dire che la salute mentale sia la trama sotterranea dell’intero romanzo?
La follia in Ferdinando è un cammino che conduce alla sapienza. È la “cecità” che meglio consente di vedere uomini e vicende dal loro interno, nell’impasto grottesco e tragico che sono. Nutre la trama ma non la esaurisce in sé. È la voce del fool a cui è concesso di dire la verità. È un metodo di svelamento.
Quello tra Ferdinando e Olga è un grandissimo amore. Li unisce un sentimento più forte della malattia che è quasi più una comunione di anime e di intenti, e anche l’impossibilità condivisa di accettare l’imperfezione. Quanto ha pesato il loro rapporto nella vita di entrambi e nella scrittura del tuo romanzo?
L’amore tra Ferdinando e Olga è immenso. Per renderne la potenza mi sono ispirata agli archetipi dell’amore in Letteratura e in Teatro: Piramo e Tisbe, Eros e Psiche, Abelardo ed Eloisa, Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta… I due nutrono gli stessi ideali, sono animati dalle stesse utopie. Accetteranno il dramma della loro imperfezione soltanto alla fine, quando avranno la consapevolezza di essersi tramutati in poesia.
Chi è Ferdinando Palasciano, il protagonista del romanzo di Wanda Marasco Di spalle a questo mondo?
Ferdinando Palasciano
Ferdinando Palasciano è stato un celebre chirurgo partenopeo d’epoca risorgimentale. Laureato in Filosofia, Medicina e Veterinaria, è un uomo di scienza illuminato che si dedica all’ortopedia, all’anatomia patologica, alla diagnostica ed è precursore in molti ambiti, soprattutto nelle battaglie per i diritti alla neutralità dei feriti di guerra (rischia la fucilazione sul campo per insubordinazione), che gettano le fondamenta prima per la Convenzione di Ginevra, poi della Croce Rossa, e in quelle relative alle innovative profilassi igienico-sanitarie fino alla creazione dei reparti ospedalieri, con conseguente separazione dei malati infettivi.
Tutta la sua vasta ed eclettica attività di medico può riassumersi in due assunti: il rifiuto della violenza in ogni sua forma e l’ossessione per la cura, da perseguire sempre e con qualunque forma di malattia.
L’esigenza di portare a un livello più alto le convinzioni etiche e le riflessioni mediche lo convince a intraprendere la carriera politica e, dal 1876, è prima deputato e poi senatore del neonato Regno d’Italia, dividendosi tra Napoli e Roma. Il suo rapporto con il potere è sempre controverso: molti e prestigiosi sono gli incarichi che guadagna sul campo, le onorificenze nazionali e internazionali che gli vengono conferite, ma altrettanti sono i nemici e le sconfitte, come lo smantellamento della sua sala operatoria all’avanguardia e l’allontanamento dall’università, che forse segnano fatalmente il suo animo sensibile. A settantadue anni, nel 1887, viene internato in manicomio in seguito a un drammatico attacco psicotico. Dopo un anno di ricovero, torna a casa, alla Torre che aveva costruito a Capua insieme alla moglie Olga e che porta il suo nome, dove si rinchiude autoimponendosi un esilio dalla vita, fino alla morte. Non si può parlare di Ferdinando Palasciano senza citare lei, Olga de Vavilov, moglie, sodale, compagna non solo nella vita privata, ma motivatrice, sostenitrice di molti dei suoi ideali. E non si può tralasciare il gruppo di intellettuali, di amici cari, che continua a frequentare la Torre nonostante la malattia di Palasciano. Tra questi ricordiamo il pittore Eduardo Dalbono, il patriota e ministro Giovanni Nicotera e Antonio Ranieri, il letterato legato a Giacomo Leopardi. Anche con Giuseppe Garibaldi, a cui tenta, inascoltato, di curare una profonda ferita subita in battaglia, stringe un legame profondo e un lungo rapporto epistolare.
Alla sua morte, nel 1891, viene sepolto nel Quadrato degli uomini illustri, nel Cimitero monumentale di Napoli. La sua fine drammatica ricorda da vicino quella di un altro medico straordinariamente visionario, l’ungherese Ignác Semmelweis, eternato da un racconto di Céline.
Poesie Inedite di Gerardo Novi – Rivista L’Altrove-
Le poesie inedite di Gerardo Novi qui presentate rivelano una maturazione significativa rispetto alla precedente raccolta Acqua (Giulio Perrone, 2024), delineando un percorso poetico che interroga con rigore formale e profondità psicologica le dinamiche distruttive della famiglia attraverso il filtro degli archetipi classici.
Il corpus si articola intorno al nucleo tematico della relazione padre-figlio, declinato attraverso figure mitiche che fungono da strumento ermeneutico per decifrare i traumi generazionali: dal Crono divorante alla Medea filicida, fino al confronto diretto con la figura paterna nell’epistola conclusiva. Novi dimostra una notevole versatilità tecnica, alternando versi liberi, prosa poetica e strutture dialogiche con una sapienza compositiva che tradisce una solida formazione filologica.
Particolarmente efficace risulta la capacità dell’autore di trasformare il mito in dispositivo di analisi contemporanea, evitando sia la retorica dell’attualizzazione forzata sia il compiacimento erudito. Il linguaggio, sempre controllato, attinge tanto al registro colto quanto a quello quotidiano, creando un impasto linguistico che rende accessibile la complessità del discorso poetico senza tradirne la densità semantica.
La dimensione metaletteraria attraversa sottilmente l’intera opera, configurando la scrittura come tentativo di spezzare la catena della ripetizione traumatica. In questo senso, la poesia di Novi si distingue nel panorama contemporaneo per la capacità di trasformare il dolore privato in interrogazione etica universale, confermando la vitalità di una lirica che sa ancora interrogare i fondamenti dell’esistenza umana senza cedere al narcisismo autoreferenziale.
Un lavoro che preannuncia sviluppi interessanti per una delle voci più promettenti della giovane poesia italiana.
Crono divora i suoi figli
Dovrebbero i figli amare Crono? Dovrebbero essere contenti mentre si muovono tra i suoi denti? Contenti che il padre conservi il trono?
Cosa serve a Crono? Confermare se stesso? Raccontare ai posteri la sua gloria, il suo estro?
Vuole forse l’adorazione, la stirpe e un mondo composto solo da lui medesimo?
Il padre divora il figlio per conquistare il mondo, il SUO di mondo, perché ogni altro è inaccettabile. Perché nient’altro deve esistere al di fuori di Crono, nient’altro dev’essere giusto o bello come Crono, perché se persino lui non è altro che un puntino tra gli astri, allora tutto il resto diventa più grande di Crono, che diventa sempre più piccolo e piccolo come i cocci di un piatto rotto.
Tutto rotola via, tutto scorre via se Crono non uccide i suoi figli, e Crono non può vivere senza Crono. Come può esistere qualcosa senza sé stesso? Come può esistere il padre se parti di lui sono divise tra i figli? Crono allora mangia i suoi figli contento, come se riacquistasse una pezzo di sé, il sangue macchia i denti e le vesti e la terra. è finita la sua guerra.
Dismorfia
È un taglio fatto di sangue e bolle che si mischiano all’acqua dolce, dandoti vita e puro terrore.
Il bagno è pallido, la trincea è fredda, il lavandino fa resistenza.
Medea
La donna impiccò verso la fine d’estate i suoi figli, uscì nel giardino mentre calava la sera e si specchiò nella fontana. Ordinò poi di far pulire i corpi, mettere due monete sui loro occhi per Caronte il traghettatore e seppellirli sotto il pesco. I servitori, i giocolieri
di corte, i bardi e i cuochi, che avevano visto quei due fanciulli crescere e ridere con ossa forti, piansero fin quanto gli fosse possibile, tanto era il bene che volevano loro. La donna, dall’alto delle sue stanze ora silenziose, non proferì parola né espressione del volto. L’unica cosa che fece fu continuare a specchiarsi ogni giorno nella fontana.
Caro babbo
Caro babbo, mi sono rivisto allo specchio scoprendo per sbaglio ogni tuo tratto, sobbalzo e poi rimango affranto.
Seguo la scia della mia barba, scorgo gli zigomi, gli occhi stanchi e tutte le prime volte che mai m’insegnasti.
Dov’eri quando te lo chiedevo? Dov’eri quando ti chiamavo? Dov’eri quando urlavo? Dov’eri quando crollavo?
Prendevo il coltello dal cassetto, mi gettavo per terra per non trovare poi alcuno squarcio in un novembre dove il brandello si agita di febbre.
Faccio scorrere la lametta piano eppure ogni volta, sempre, mi taglio e il sangue scende come uno sbaglio, una lacrima di un vecchio pianto
di tutti i pianti messi insieme.
Caro babbo, ho il tuo stesso sguardo mesto, nel letto di tua moglie rimane un fuoco spento che lei ora ricopre di terra, un dolore onesto di moglie che si accarezza le gambe, cerca del pane.
Da te erediterò la stessa grazia in amore? Una casa spenta, un frigo vuoto, un rimpianto che cade sopra ogni volto che bacio? Caro babbo, anche ora il tuo sangue mi brucia ogni tratto.
L’AUTORE
Gerardo Novi, ha 25 anni e frequenta la facoltà di filologia alla Federico II di Napoli. Nel 2024, per la collana Affiori della casa editrice Giulio Perrone, ha pubblicato la raccolta di poesie dal titolo Acqua.
ROMA- Musei Capitolini -Agrippa Iulius Caesar, l’erede ripudiato. Un nuovo ritratto di Agrippa Postumo, figlio adottivo di Augusto.
Nella Sala degli Arazzi dei Musei Capitolini di Roma viene presentato al pubblico per la prima volta il ritratto di Agrippa Postumo della Fondazione Sorgente Group che dialoga idealmente con altri due ritratti di Agrippa: uno proveniente dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze ed un altro dalle Collezioni Capitoline. Aperta al pubblico fino al 27 aprile 2025, la mostra riunisce per la prima volta insieme questi tre capolavori marmorei che raccontano la storia dello sfortunato erede di Augusto, Agrippa Postumo, ultimo figlio di Marco Vipsanio Agrippa e di Giulia, unica figlia di Augusto.
Agrippa Postumo, figlio adottivo di Augusto
L’esposizione, a cura di Laura Buccino, Eugenio La Rocca e Valentina Nicolucci, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Fondazione Sorgente Group e il sostegno del Gruppo Sorgente e Condotte 1880. Servizi museali Zètema Progetto Cultura. Le tre sculture esposte, tra cui la testa di recente acquisizione della Fondazione Sorgente Group, rappresentano le repliche migliori conservate di un tipo di ritratto che la critica attribuisce ad Agrippa Postumo. I ritratti sono databili tra l’adozione del 4 e la condanna del 7 d.C., nel periodo in cui Agrippa Postumo ricevette onorificenze e dediche statuarie a Roma ed in tutti i territori soggetti all’impero. I ritratti di Agrippa Postumo ci riportano alle vicende della storia dell’Impero romano, quando, dopo il 4 d.C. e numerosi lutti per la morte precoce dei successori designati alla successione di Augusto, prima Marcello (figlio della sorella di Augusto Ottavia) e poi Lucio e Gaio Cesari (anch’essi figli di Marco Vipsanio Agrippa e di Giulia), l’imperatore fu costretto a rivedere la sua linea di successione adottando Tiberio Claudio Nerone, figlio di primo letto della moglie Livia, e Agrippa Postumo, l’ultimo dei cinque figli di Marco Vipsanio Agrippa, il più grande collaboratore di Augusto e di Giulia, sua figlia. Il nome “Agrippa” fu scelto dallo stesso Augusto, in quanto era nato poco tempo dopo la morte del padre, da cui il cognomen Postumus. Al momento dell’adozione, il giovane cambiò il suo nome in Agrippa Iulius Caesar, poiché era entrato a far parte della famiglia di Augusto, la Iulia, ed era così divenuto uno degli eredi designati (Caesar) alla successione. Nonostante Agrippa Postumo fosse l’unico nipote rimastogli, Augusto lo ripudiò ben presto, pare per ragioni caratteriali, allontanandolo da Roma e facendolo esiliare prima a Sorrento e poi a Pianosa, come riferiscono le fonti antiche, ma forse anche per le lotte di potere che animavano la corte negli ultimi anni di vita dell’anziano princeps. I tratti fisionomici delle tre sculture in mostra sono inconfondibili – la fronte accigliata, gli occhi stretti e allungati profondamente infossati, gli orbitali enfiati, la piccola bocca serrata, segnata da rigonfiamenti ai lati, le due fossette incavate, tra il naso e il labbro superiore e tra il labbro inferiore e il mento sporgente – e contribuiscono a conferire al volto giovanile un’espressione seria e concentrata, resa ancora più incisiva dalla torsione della testa. La principale caratteristica del ritratto è lo sguardo “torvo”, particolarmente evidente nella replica ai Capitolini, ma presente anche nelle altre. Il tipo ufficiale del ritratto di Agrippa Postumo della Fondazione Sorgente Group fu realizzato verosimilmente in occasione della sua adozione da parte di Augusto nel 4 d.C., quando Agrippa Postumo aveva 16 anni, e utilizzato per le onorificenze dedicategli in quanto erede designato, con il nome di Agrippa Iulius Caesar, almeno fino al suo allontanamento dalla famiglia e all’esilio nel 7 d.C. “Ci riempie di orgoglio l’aver promosso la Mostra monografica dedicata alla presentazione, per la prima volta al pubblico, del volto del giovane principe giulio-claudio, identificato dal prof. Eugenio La Rocca con Agrippa Postumo” – ha dichiarato Valter Mainetti, Presidente della Fondazione Sorgente Group –. “L’esposizione dei tre ritratti, riuniti per la prima volta, è un’importante occasione di conoscenza e di studio, e soprattutto un’opportunità che vede coinvolta la nostra Fondazione, quale istituzione privata, e la prestigiosa sede dei Musei Capitolini, guidati dal Sovrintendente Capitolino, Claudio Parisi Presicce, il cui rapporto di stima e di collaborazione ha consentito la realizzazione di molti progetti culturali”. “Una parte importante della collezione archeologica della nostra Fondazione – ha dichiarato Paola Mainetti, Vicepresidente della Fondazione Sorgente Group – riguarda proprio la ritrattistica dei protagonisti della gens giulio-claudia, in modo particolare degli eredi designati da Augusto alla sua successione imperiale. La Fondazione Sorgente Group ha proseguito in questi anni la sua attività con l’obiettivo di implementare la collezione dei ritratti imperiali, promuovendoli e valorizzandoli attraverso esposizioni e studi scientifici, così come è avvenuto anche per i volti di Lucio Cesare e Gaio Cesare, fratelli dello stesso Agrippa Postumo in mostra; poi Germanico, figlio di Druso e Antonia Minore, il cui ritratto è presente in collezione”.
Info:
Musei Capitolini – Sala degli Arazzi, fino al 27 aprile 2025
Ufficio Stampa Fondazione Sorgente Group
Ilaria Fasano (+39) 339 6409259 i.fasano@sorgentegroup.com
Beatrice Forti (+39) 345 2485682 – b.forti@sorgentegroup.com
-traduzione di Graziella Cillario-Editore Einaudi-
-Marguerite Yourcenar-Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. In essi si rivela la vera essenza di un individuo, prima o dopo gli sforzi, le aspirazioni, le ambizioni della vita.-
-Gli occhi del fanciullo e quelli del vecchio guardano con il tranquillo candore di chi non è ancora entrato nel ballo mascherato oppure ne è già uscito. E tutto l’intervallo sembra un vano tumulto, un’agitazione a vuoto, un inutile caos per il quale ci si chiede perché si è dovuto passare.–
Marguerite Yourcenar
Archivi del Nord(Archives du Nord) è il secondo capitolo della trilogia Il labirinto del mondo (Le labyrinthe du monde) di Marguerite Yourcenar del 1977, edito nella versione originale francese da Gallimard. Il libro è stato tradotto in almeno quattordici lingue;[1] in italiano è apparso nel 1982, pubblicato da Einaudi.
Marguerite Yourcenar (1903-1987)fut dès l’enfance, plus qu’une voyageuse, une nomade. D’où sans doute cette ouverture à toutes les cultures dont témoigne une œuvre multiforme et apparemment paradoxale : au plus haut point préoccupée des questions contemporaines, l’auteur des Mémoires d’Hadrien a trouvé dans le passé l’aliment essentiel de sa création. Mais doit-on s’étonner qu’une humaniste confie à l’histoire la tâche d’éclairer notre temps ?
La principessa Maria Cristina Barbiano di Belgiojoso Trivulzio.Articolo di Anselmo Pagani-
In piazza Belgioioso, in pieno centro di Milano, davanti al palazzo di famiglia una statua in bronzo in grandezza naturale riproduce le fattezze della padrona di casa: la principessa Maria Cristina Barbiano di Belgiojoso Trivulzio.
principessa Maria Cristina Barbiano di Belgiojoso Trivulzio
L’opera la mostra nell’attimo in cui si alza dalla scrivania per accogliere un visitatore, rendendo col bronzo il dinamismo di questa donna che, un tempo la più ricca ereditiera della nostra Penisola, rinunciò al patrimonio familiare per diventare patriota ed entrare nella Carboneria.
Nata il 26 giugno del 1808 a Milano, Maria Cristina Trivulzio discendeva da un’antica Casata nobiliare alla quale erano appartenuti podestà, capitani di ventura, alti prelati e un’infinità di personaggi illustri.
principessa Maria Cristina Barbiano di Belgiojoso Trivulzio
Rimasta orfana di padre, a 16 anni scelse come sposo il principe Emilio Barbiano di Belgiojoso, un “bello e dannato” che tornò subito alla vita di impenitente libertino e spendaccione.
Ma Maria Cristina per carattere, dignità e lignaggio, non era certo la donna che, di fronte alle ripetute infedeltà del consorte, potesse far finta di nulla, chinando il capo.
Accortasi dell’errore, dopo quattro anni di tribolata vita coniugale si separò da lui, riprendendo a vivere da libera, incurante dello scandalo causato agli occhi di tanti “benpensanti”.
principessa Maria Cristina Barbiano di Belgiojoso Trivulzio
Dopo relazioni fugaci e la nascita nel 1838 dell’unica figlia, si legò all’uomo che avrebbe rappresentato per lei l’amore della vita: il francese François Mignet.
Sul finire degli anni Venti del XIX secolo entrò nel mirino della polizia austriaca per le sue frequentazioni carbonare.
Onde evitare l’arresto, nel 1831 dovette riparare a Parigi, dove diede vita a un salotto di letterati, patrioti e musicisti sempre sostenendo la causa dell’indipendenza italiana, che non smise mai di aiutare anche raggranellando denaro con lezioni di musica e lingua italiana.
Tornata in Italia nel 1840, si stabilì nel Milanese facendo la spola fra il suo palazzo in pieno centro di Milano, il castello di Locate Triulzi e la villa di Merate, in Brianza.
Incapace di stare con le mani in mano, si dedicò al sociale favorendo l’apertura di asili, scuole, opifici e fornendo di dote le giovani in condizioni di povertà.
Sempre in prima linea, lo fu anche a Roma durante la sfortunata esperienza della Repubblica Romana del 1849, dove per supplire al caos degli ospedali organizzò un primo servizio di “crocerossine”, in anticipo sull’inglese Florence Nightingale.
Con la restaurazione papalina dovette rifugiarsi all’estero, prima in Grecia, poi Turchia e infine ancora a Parigi, da dove sarebbe rientrata a Milano nel 1861, giusto in tempo per festeggiare la nascita del Regno d’Italia, per cui si era tanto battuta.
principessa Maria Cristina Barbiano di Belgiojoso Trivulzio
Nel capoluogo ambrosiano avrebbe trascorso gli ultimi dieci anni di vita impegnandosi per il riscatto “della condizione delle donne e del loro avvenire”.
Quando spirò il 7 luglio del 1871, con lei si spense una pioniera dell’emancipazione femminile.
Accompagna un’immagine del “Monumento a Cristina di Belgiojoso Truvulzio”, di Giuseppe Bergomi, 2021, Milano – Piazza Belgiojoso.
Roma-Torna il Festival INTERAZIONI allo Spazio Diamante-
Roma-Dal 2 al 4 ottobre torna il FestivalInterazioni,il festival multidisciplinare di arti e culture contemporanee, che si svolgerà allo Spazio Diamante di Roma sotto la direzione di Salvo Lombardo e l’organizzazione di Chiasma, organismo romano di produzione multidisciplinare, di produzione, ricerca e curatela che quest’anno festeggia i suoi primi dieci anni di attività. Un decennio dedicato a scardinare la linearità dei linguaggi e a costituirsi come un vero e proprio hub di innovazione artistica e culturale e nucleo generativo di nuovi linguaggi.
Roma-Festival INTERAZIONI 2026
“Questa edizione è dedicata al re-incanto, inteso come atto di riappropriazione politica dell’immaginario, in un momento storico in cui il mondo è devastato, impoverito e ostinato a mascherare le esplosioni con vuoti scintillii, di facile consumo”, spiega il direttore artistico Salvo Lombardo. “Tornare a meravigliarsi non è un lusso intellettuale, quanto piuttosto la precondizione per la liberazione dalla paura, alimentata dall’insicurezza e dalla mancanza di orizzonti di significato e dalla caduta e la fine di tutte le grandi narrazioni che sono state a fondamento della nostra precaria, violenta, sfuggente e pretenziosa modernità.”
Il fitto programma di appuntamenti, alterna performance, di cui 3 in Prima Nazionale e 3 in Prima Regionale, concerti, proiezioni, workshop, progetti divulgativi e momenti di convivialità, mantenendo il focus sulla danza e sulla performance. Un’esplorazione di una scena contemporanea più che mai vitale e originale, che spazia dal coreografo spagnolo Quim Bigas, impegnato a ricreare uno spazio poetico e di contemplazione attraverso forme sofisticate di unisono, al Collettivo Amigdala, con i suoi canti a cappella che accompagnano lo spettatore in una durational performance dal tramonto all’alba; alla danzatrice, coreografa e regista egiziana Eman Hussein che indaga il rapporto tra lavoro, corpo e movimento attraverso una ricerca di lungo periodo come apprendista in contesti di lavoro operaio in Egitto, al duo di compositori e interpreti Aurora Bauzà e Pere Jou, la cui ricerca ruota intorno alla voce umana fino alla ricerca della coreografa e travesti Sara Manubens che affronta i meccanismi emotivi e di violenza sistemica sui corpi trans-femminili.
Roma-Festival INTERAZIONI 2026
E ancora, in questa polifonia di voci contemporanee, tra gli ospiti si alterneranno il produttore, compositore, sound artist e dj galiziano-portoghese Alejandro da Rocha, la danzatrice e coreografa Annika Pannitto, il performer Claudio Larena che si interroga sulla relazione maestro-allievo e sui rapporti di potere che possono attraversare i processi di formazione e trasmissione, la performer Marta Olivieri con il suo progetto di ricerca scenica che parte dall’approfondimento sulla genealogia familiare.
Chiasma, oltre all’abituale appuntamento autunnale con Interazioni Festival, introduce Mnemosyne_atlante del divenire, dal 9 al 12 novembre tra Largo Venue e Centrale Preneste. Un’occasione per celebrare l’incontro e la traiettoria del gruppo di artiste e artisti che negli ultimi dieci anni hanno formato l’ossatura di Chiasma come organismo di produzione delle arti dal vivo: Salvo Lombardo, Anna Basti, Marta Olivieri, Daria Greco, Fabritia D’Intino, Diana Anselmo, Edoardo Mozzanega, Claudio Larena, Valentina Sansone/Filippo Lilli.
In opposizione alle logiche di consumo estrattivo e accelerazione produttiva che spesso attraversano il settore culturale, Mnemosyne rivendica la necessità di creare spazi di profondità, immaginazione e reciprocità, in cui il tempo della creazione possa essere condiviso e abitato collettivamente. Con questa prospettiva – all’interno della rassegna e attraverso una forma di co-progettazione tra artiste e artisti di Chiasma – nasce il formato inedito Furoshiki, una pratica relazionale, un esercizio collettivo metaforicamente ispirato al tradizionale involucro giapponese, usato come tessuto per avvolgere e come custodia per trasportare oggetti. Con il meccanismo della open call le artiste e gli artisti di Chiasma diffonderanno una chiamata pubblica a un gruppo di operatori, intellettuali, critici da tutta Italia, con l’invito a dedicare un tempo prolungato e in presenza, alla conoscenza e all’approfondimento del lavoro di Chiasma.
Interazioni Festival promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura è vincitore dell’Avviso Pubblico Roma Creativa 365. Cultura tutto l’anno in collaborazione con Zètema Progetto Cultura ed è realizzato con il sostegno di Institut Ramon Llull e ATCL – Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio.
Roma-Festival INTERAZIONI 2026
Il programma giorno per giorno
Interazioni Festival si svolgerà a Spazio Diamante, che sarà la cornice di formati variegati: performance, talk, proiezioni e installazioni video.
Venerdì 2 ottobre – Ad inaugurare il festival alle ore 18.00, con due repliche alle 19.00 e alle 20.00, sarà la coreografa Annika Pannitto che presenta Anatomía imaginaria/ricerca, una sessione di lavoro condivisa che esplora il corpo, il movimento e la relazione con l’altra/o, interrogando le possibilità di immaginare attraverso il gesto nuovi spazi di dialogo e di critica. Alle 19.00, il festival ospita la presentazione del libro Stato di incanto. Danza, non-danza, post-danza e performance artdi Teresa Macrì, in dialogo con Paolo Ruffini e la moderazione di Salvo Lombardo. Il volume attraversa le trasformazioni della danza contemporanea e della performance, dalle esperienze della Judson Dance Theater fino alle pratiche che hanno messo in discussione i canoni tradizionali della danza come forma di dissenso all’egemonia conformista. Alle 21.00 Claudio Larena presenta Dedalo, progetto coreografico ancora in evoluzione che indaga il rapporto maestro-allievo e i dispositivi di potere insiti nei processi di formazione e trasmissione. A seguire, alle 21.30, un incontro con l’artista Chiara Organtini e Salvo Lombardo permetterà di approfondire i temi e le pratiche alla base del lavoro. La giornata si conclude alle 22.00, nella Sala White, con il dj set ambient di Alejandro da Rocha, un paesaggio sonoro immersivo costruito tra silenzi e trame elettroniche in continua evoluzione.
Sabato 3 ottobre – Il 3 ottobre, lo Spazio Diamante accoglie una giornata dedicata alla pluralità dei linguaggi della scena contemporanea. Alle 18.00 la proiezione di Femmenell di Andrea Fortis, un viaggio tra sacro e profano in cui i Femminielli, antica figura non-binaria napoletana, lottano per la loro sopravvivenza contro il mutare del tempo ei flussi globalizzanti. Alle 19.15 seguirà un incontro con Andrea Fortis e Rrrrosæ. Nella Sala White, alle 18.00 e alle 18.30, Marta Olivieri presenta LYRICA oggetto primo, una ricerca scenica presentata nel suo pieno svolgimento che parte dalla genealogia familiare per interrogare le genealogie femminili e il modo in cui immagini, memorie e percorsi del passato continuano a formare il presente. Alle 21.00, sarà la volta di D’ENÇÀ di Quim Bigas, in Prima Nazionale, una danza corale che costruisce nello spazio un luogo di incontro, cura e ascolto. Tra unisono e rottura, il movimento diventa strumento per esplorare nuove forme di relazione e possibili modi di abitare insieme lo spazio e il tempo. A chiudere la giornata, alle 23.45, Elementare del Collettivo Amigdala, per la prima volta nel Lazio, trasforma la notte in un’esperienza performativa di ascolto e condivisione. Sei voci a cappella accompagnano il pubblico dal tramonto all’alba, mentre una scrittura dal vivo si deposita su lenzuola bianche, costruendo progressivamente un paesaggio poetico collettivo.
Domenica 4 ottobre – L’ultima giornata si apre alle 18.45, nella Sala Grey dello Spazio Diamante, con Belia dell’artista egiziana Eman Hussein, un’installazione video proposta in loop fino alle 21.30. Il lavoro nasce dall’esperienza dell’artista in un’officina meccanica del Cairo, dove ha osservato e condiviso i gesti quotidiani delle lavoratrici e dei lavoratori. Tra documentario e danza, Beila trasforma il lavoro manuale, i suoi ritmi, i suoni e i movimenti in una nuova grammatica coreografica. Alle 19.00, nella Sala White, l’artista egiziana presenta in Prima Nazionale Smell of Cement, una performance che porta in scena il paesaggio fisico e umano del cantiere. Tra cemento, ferro, fatica e gesti ripetuti, il lavoro guarda agli operai come a danzatori e al capocantiere come a un coreografo, interrogando il rapporto tra lavoro, corpo e organizzazione del movimento. Alle 20.00, nella Sala Black, Sara Manubens presenta in Prima Nazionale Symphony of the Seas, un’indagine viscerale sulla trans-corporalità, sull’amore e sulla violenza esercitata sui corpi transfemminili. Tra melodramma, ironia e tensione performativa, l’artista costruisce uno spazio sospeso tra realtà e finzione, dove l’emozione stessa diventa un gesto di dissidenza. La chiusura del festival è affidata, alle 21.00, ad Aurora Bauzà & Pere Jou con A BEGINNING #16161D in Prima Regionale. Cinque performer attraversano il buio guidati da luci portatili, mentre voce, respiro, movimento e suono costruiscono progressivamente un paesaggio scenico. Un viaggio dal buio alla luce che interroga la relazione tra individuo e collettivo e immagina nuove possibilità di stare insieme.
Come raggiungere il festival:
Spazio Diamante (via Prenestina, 230/B)
bus: 150F, N12 – fermata Prenestina/Conti
tram: 5, 14, 19 – fermata Prenestina/Conti
metro: C – fermata Pigneto o Malatesta
Fu uno dei più notevoli esponenti letterari italiani del periodo a cavallo fra Settecento e Ottocento, nel quale si manifestarono e cominciarono ad apparire in Italia le correnti neoclassiche e romantiche, durante l’età napoleonica e la prima Restaurazione.
Ugo FOSCOLO
Costretto fin da giovane ad allontanarsi dalla sua patria (l’isola greca di Zacinto/Zákynthos, oggi nota in italiano come Zante), allora territorio della Repubblica di Venezia, si sentì esule per tutta la vita, strappato da un mondo di ideali classici in cui era nato e cresciuto, tramite la sua formazione letteraria e il legame con la terra dei suoi antenati (nonostante un fortissimo legame con l’Italia, che considerava la propria madrepatria). La sua vita fu caratterizzata da viaggi e fughe, a causa di motivi politici (militò nelle forze armate degli Stati napoleonici, ma in maniera molto critica, e fu un oppositore degli austriaci, a causa del suo carattere fiero, dei suoi sentimenti italiani e delle sue convinzioni repubblicane), ed egli, privo di fede religiosa e incapace di trovare felicità nell’amore di una donna, avvertì sempre dentro di sé un infuriare di passioni.[3]
Come molti intellettuali della sua epoca, si sentì però attratto dalle splendide immagini dell’Ellade, simbolo di armonia e di virtù, in cui il suo razionalismo e il suo titanismo di stampo romantico si stemperavano in immagini serene di compostezza neoclassica, secondo l’insegnamento del Winckelmann.[4]
Tornato per breve tempo a vivere stabilmente in Italia e nel Lombardo-Veneto (allora ancora parte del Regno d’Italia napoleonico) nel 1813, partì presto in un nuovo volontario esilio e morì povero qualche anno dopo a Londra, nel sobborgo di Turnham Green. Dopo l’Unità d’Italia, nel 1871, le sue ceneri furono riportate per decreto del governo italiano in patria e inumate nella basilica di Santa Croce a Firenze, il Tempio dell’Itale Glorie da lui cantato nei Sepolcri (1806).
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Biblioteca DEA SABINA- Michele Barbi – L’Edizione Nazionale del Foscolo e le “GRAZIE”-Rivista PAN-1 dicembre 1934Biblioteca DEA SABINA- Michele Barbi – L’Edizione Nazionale del Foscolo e le “GRAZIE”-Rivista PAN-1 dicembre 1934
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Il sentiero dei nidi di ragnoè il primo romanzo di Italo Calvino. Pubblicato nel 1947 da Einaudi, è ambientato in Liguria all’epoca della seconda guerra mondiale e della Resistenza partigiana. Nonostante una certa propensione per la dimensione fantastica, determinata dal fatto che gli eventi vengono narrati attraverso il punto di vista di un bambino, può ascriversi, assieme alla raccolta Ultimo viene il corvo (1949), alla corrente neorealista.
ITALO CALVINO
Trama
Italia, periodo della Resistenza, dopo l’8 settembre 1943. In una cittadina ligure della Riviera di Ponente, Sanremo, tra valli, boschi e luoghi impervi dove la lotta partigiana è più forte, Pin è un bambino ligure di circa dieci anni, orfano di madre e con il padre marinaio irreperibile, abbandonato a se stesso e in perenne ricerca di amicizie tra gli adulti del vicolo dove vive, e dell’osteria che frequenta dove viene preso in giro da tutti: Pin è canzonato a causa delle relazioni sessuali che la sorella prostituta ,che si intrattiene coi militari tedeschi; provocato dagli adulti a provare la sua fedeltà, Pin sottrae a Frick, un marinaio tedesco amante della donna, la pistola di servizio, una P38, e la sotterra in campagna, nel luogo, sconosciuto a tutti, in cui è solito rifugiarsi, dove i ragni fanno il nido. Il furto sarà poi causa del suo arresto e dell’internamento in prigione. Qui entra a contatto con la durezza della vita di carcerato e con la violenza perpetrata da uomini su altri uomini. In prigione incontra Pietromagro, il ciabattino di cui era garzone, ma specialmente Lupo Rosso, un giovane e coraggioso partigiano, che in prigione subiva interrogatori e violenze da parte dei fascisti. Lupo Rosso aiuta Pin ad evadere dal carcere, ma una volta fuori, per cause indipendenti dalla sua volontà abbandona Pin a se stesso, a girovagare nel bosco da solo, finché non incontra Cugino, un partigiano solitario alto, grosso e dall’aria mite. Questi lo condurrà sulle montagne, al gruppo segreto di militanti partigiani a cui appartiene, il distaccamento del Dritto. Qui Pin entra in contatto con una folta casistica umana di antifascisti, dalla dubbia eroicità e caratterizzati dai più comuni difetti umani: Dritto il comandante, Pelle, Carabiniere, Mancino il cuciniere, Giglia la moglie di Mancino, Zena il lungo detto Berretta-di-Legno o Labbra di Bue e così si sistema presso di loro.
Una sera Dritto appicca inavvertitamente il fuoco all’accampamento perché avvinto in un gioco di sguardi con Giglia, la moglie di Mancino; questa sua imprudenza costringe i compagni partigiani a fuggire e ad insediarsi in un vecchio casolare dal tetto sfondato. Un litigio col capo brigata irrita Pelle a tal punto da spingerlo al tradimento dei suoi compagni: parte per il villaggio e rivela ai tedeschi l’insediamento partigiano. In seguito la Resistenza provvederà a freddarlo in un gap. Il giorno seguente i comandanti partigiani, Kim e Ferriera, fanno sopralluogo nel distaccamento del Dritto e gli impartiscono le istruzioni per l’imminente battaglia. Al momento di partire però il Dritto, ormai ridotto all’ombra di se stesso, si rifiuta di scendere in battaglia e decide di restare con Giglia. Con loro resterà solo Pin che sin dall’incendio aveva compreso l’interesse dei due e li sorprenderà, una volta partiti tutti, a consumare il loro sesso adulterino. Il Dritto d’altronde sa di aver segnato il suo destino.
La battaglia si risolve con una ritirata strategica. Il bilancio è di un solo morto e di un ferito. Poiché l’accampamento non è più sicuro come prima, i partigiani si mettono in cammino e raggiungono la postazione di altre brigate partigiane. Presto la discussione si accende quando Pin comincia a rivelare la tresca amorosa tra il Dritto e la Giglia scoperta il mattino: il Dritto tenta allora di zittire il bambino, malmenandolo, tanto che Pin gli morde la mano. Con quel gesto rabbioso esce dal casolare e scappa via di corsa. Incontra di tanto in tanto dei tedeschi e dopo alcuni giorni di marcia, arriva al suo paesino o almeno quello che ne resta dopo il rastrellamento dei nazisti. Ancora una volta si rifugia nel suo luogo segreto, ma vi trova tutta la terra rimossa e la pistola scomparsa: è quasi sicuro che sia stato Pelle.
Sconvolto, si reca dalla sorella, ormai in combutta con i tedeschi ma suo unico contatto con il mondo, la quale è molto sorpresa di vederlo. Mentre conversa, viene a sapere che lei possiede una pistola datale da un giovane delle brigate nere, sempre raffreddato. Pin capisce che si tratta di Pelle e che la pistola è proprio la P38 che lui aveva sottratto al tedesco e che aveva sotterrato al sentiero dei nidi di ragno. Se la riprende con rabbia e, gridando contro la sorella, va via di casa. Si sente ancora più solo, fugge verso il sentiero dei nidi di ragno, dove incontra nuovamente Cugino. Durante la conversazione che intrattengono, Pin si rende conto che proprio Cugino è l’unico vero amico, un adulto che si interessa persino ai nidi di ragno scoperti da Pin. Ma Cugino dice a Pin che vorrebbe andare con una donna, dopo tanti mesi passati in montagna. Pin rimane male, proprio Cugino che era sempre stato così ferocemente critico verso le donne. Anche lui, pensa Pin, è come tutti gli altri adulti. Parlano della sorella prostituta, Cugino è interessato e si fa indicare la sua abitazione. Si allontana lasciando a Pin il suo mitra e portandosi dietro proprio la pistola del bambino, dicendo che aveva paura di incontrare dei tedeschi. Dopo pochi minuti Pin sente degli spari venire dalla città vecchia. Ma ecco, invece, che ricompare Cugino: troppo presto rispetto a quello che aveva detto di voler fare con la prostituta. Il bambino è felice: Cugino gli dice che ci ha ripensato, che non ha voglia di andare con una donna, che le donne gli fanno schifo. È probabile che abbia provveduto ad uccidere la sorella di Pin perché complice delle truppe tedesche, ma questo fatto rimane incerto, non detto, e Pin non collega gli spari sentiti alla rapidità del ritorno di Cugino. Nessuna consapevolezza o sospetto c’è da parte di Pin: è felice di aver ritrovato una figura di adulto che lo protegga e lo capisca. I due si tengono per mano e si allontanano, di notte, in mezzo alle lucciole.
ITALO CALVINO
Luoghi
Il romanzo è ambientato nei comuni montuosi dell’Estremo Ponente ligure, specie la parte collinare di Sanremo – città natale della famiglia dell’autore – dove esiste ancora oggi, nel centro storico detto “la Pigna”, un viottolo chiamato “Carruggio Lungo”, vicolo stretto ma carrabile: stradicciola tipica dei centri storici liguri, massime quello ben noto della città di Genova. Le azioni narrate sono proprio quelle, brulicanti di tedeschi, prima come alleati dell’Italia poi come nemici inferociti dall’armistizio di Cassibile (8 settembre ’43), dove si svolsero sanguinosissimi combattimenti tra partigiani e nazifascisti.
Qui si svolge la prima parte del libro, in cui Pin si trova ancora dalla sorella: la locanda degli adulti del vicolo, la casa di Pin, il luogo in cui lavora e le abitazioni di tutti gli altri personaggi del romanzo. Alla carcerazione del protagonista, la scena si sposta fuori dal “Carruggio Lungo”, così dalla prigione, fino al distaccamento del Dritto, insediato tra i boschi delle montagne liguri; tra i luoghi citati in questa parte c’è lo storico Passo della Mezzaluna[2]. Se il paese natale di Pin è sinonimo di consuetudine all’esclusione, ma punto di riferimento per il piccolo, il bosco e il distaccamento partigiano significherà disorientamento e precarietà. Esiste un ulteriore luogo, di decisiva rilevanza all’interno della trama, ovvero il sentiero dei nidi di ragno, uno spazio quasi surreale, dove la natura è complice di Pin, custode e sicura. Per il protagonista rappresenta l’Arcadia, l’ambiente quasi idilliaco e immaginifico dove Pin esprime unico la sua puerilità. Essendo questo posto anche conosciuto dal solo Pin, lo spinge ad escludere chiunque dal godimento di tal luogo, se non all’amico vero che lui per tutto il romanzo cerca velatamente.
Lessico e stile
Questo primo libro di Italo Calvino, scritto subito dopo la fine della guerra, è molto scorrevole, i dialoghi, scritti con un linguaggio quotidiano spesso scurrile, si alternano a descrizioni minuziose dell’animo dei personaggi principali (come quello di Lupo Rosso, o come il ritratto di Kim nel IX capitolo, infatti questo capitolo si distacca dal tono degli altri perché attraverso Kim il narratore può esprimere i suoi giudizi) e dei luoghi dove si svolgono le azioni di guerra.
Il narratore del libro è esterno e il libro è narrato in terza persona. Calvino sceglie di raccontare e descrivere i fatti e le paure di una guerra visti dal “basso”, da chi non può nulla nei conflitti eppure è costretto a farvi parte: l’ottica è quella di un bambino. Dietro lo sguardo un po’ spaesato di Pin c’è la vicenda biografica di Italo Calvino che, giovane universitario di estrazione borghese, lascia gli studi ed entra nella Resistenza, in clandestinità vive a contatto di operai, gente semplice, condividendo la vita partigiana ma facendo parte inesorabilmente di un altro mondo.
Nel testo sono riportati alcuni termini militari e partigiani che affascinano il protagonista come del resto tutto il mondo dei grandi, ad esempio gap che indica un’organizzazione partigiana, come un’altra parola “misteriosa” sim. Alcune parole di uso tipicamente militare sono sten e P38, che sono rispettivamente la pistola mitragliatrice di fabbricazione Inglese in uso durante la Seconda guerra mondiale e la pistola semiautomatica di fabbricazione tedesca in dotazione all’esercito nazista.
È frequente l’uso di figure retoriche da parte di Italo Calvino, come le similitudini per rendere il testo di più facile comprensione al lettore (es.con ansia un po’ voluta: a toccare la fondina ha un senso di commozione dolce, come da piccolo a un giocattolo sotto il guanciale.). I termini usati sono facili e non si presentano quasi arcaismi, solo qualche termine come “chetare” invece che calmare, oggi più usato.
Frequenti sono i riferimenti lessicali al dialetto, riconoscibili sulla bocca di alcuni personaggi, in altre opere più mature quest’esigenza di una lingua viva troverà sbocco nella vivacità di una lingua italiana nutrita di linfa anche dialettale e popolare. Il tempo della narrazione è il presente. Questa scelta stilistica dà al testo un ritmo veloce, rendendo il testo moderno e “nervoso”.
Tutto il racconto sottende una dimensione fiabesca, come notò per primo Cesare Pavese,[3] anticipando uno dei grandi temi della riflessione e della successiva produzione di Italo Calvino.
ITALO CALVINO
Personaggi
Pin
È il protagonista del racconto. È un bambino di bassa estrazione sociale, spesso maleducato, ribelle, pagliaccio e menefreghista. I suoi genitori sono scomparsi quando lui era ancora piccolo. Fin da allora ha cercato spazio nel mondo dei grandi pur non comprendendo il loro strano modo di ragionare, infatti durante la giornata cerca clienti per sua sorella, una prostituta conosciuta in tutto il paese come la Nera di Carrugio Lungo. Non gioca con i suoi coetanei, ma al contrario ha sempre cercato la stima degli adulti, che cercava di far ridere cantando canzoni su cose volgari e da grandi, per le quali manca di consapevolezza (come il sesso, la guerra e la prigione).
Nonostante la sua tenera età, Pin ha vissuto esperienze da adulto: lavorava in una bottega come calzolaio per il padrone Pietromagro e faceva “pubblicità” alla sorella, ma questo non ha cambiato il suo modo di ragionare e di sognare, tipico di un bambino, tanto che non riesce a distinguere il bene dal male a causa della superficialità con cui supera le difficoltà. Frequenta un’osteria dove si ritrovano gli adulti che con lui parlano molto, ma lo usano per calmare i momenti di tensione con le filastrocche cantate o per scopi personali, come quando gli ordinano di prendere una pistola.
Pin non ripone fiducia in quelle persone così diverse da lui, infatti non rivela a nessuno di loro il suo posto magico e segreto, il sentiero dove fanno il nido i ragni. È un personaggio sospeso tra il mondo dei grandi, nel quale cerca di entrare, e il mondo al quale appartiene, ma nel quale non ha mai voluto identificarsi. Pensa che nel mondo dei grandi lui possa trovare un grande amico sincero al quale confidare il suo segreto.
In questa strana ricerca Pin si fa più saggio, perché vive nuove esperienze con la guerra, ma le idee che si farà lo porteranno ad essere ancora più solo. Diventa crudele con la natura forse per sfogarsi, forse per vedere cosa provano gli uomini quando vogliono uccidere loro simili, così si chiede che cosa succederebbe a sparare ad una rana, infilza ragni, seppellisce freddamente il falchetto morto.
Alla fine del romanzo Pin rincontrerà Cugino e capirà di aver trovato un vero amico, a cui possa svelare dove si celano i nidi dei ragni.
ITALO CALVINO
Cugino
Il personaggio è descritto come di stazza imponente, un omone possente che assomiglia ad un orco, con baffi spioventi e rossicci, alto, curvo su sé stesso e vestito sempre con una mantellina e un berretto di lana. Il carattere si rivela però buono e caloroso. In seguito ai ripetuti tradimenti della moglie durante la sua missione di guerra, e una faccenda avvenuta con una sua amante poco prima, sviluppa una profonda avversione per le donne, che lo porterà a maturare la concezione che la causa delle tragedie accadute e della guerra siano proprio le donne.
Cugino fa la conoscenza di Pin dopo l’evasione dal carcere, proprio lui lo accompagna al distaccamento del Dritto, il gruppo dei partigiani di cui faceva parte, anche se solitamente preferisce agire da solo. Qui i due approfondiscono la loro conoscenza e Pin inizia a provare un sentimento di amicizia nei suoi confronti. Quest’uomo possente infatti nasconde in sé una dolcezza e una semplicità di sentimenti che lo portano ad essere un grande-piccolo, ma fermo negli ideali, proprio la persona che Pin il “bambino-vecchio”, stava cercando. Infatti Cugino pare non voler fare parte del mondo dei grandi con donne e guerra ma sembra interessato a discorsi infantili, ma in qualche modo ricchi di speranza, come quelli riguardanti i nidi di ragno.
Kim
È il dedicatario dell’opera, oltre ad essere il personaggio di spicco per un intero capitolo, in cui la storia principale resta per un po’ da parte. Il suo ritratto caratteriale rispecchia subito fedelmente la sua storia biografica: come studente universitario in medicina e futuro psichiatra, è un rigoroso e scrupoloso ricercatore di certezze. Da questa peculiarità nasce il discorso serio sulla ragione del furore dell’uomo. Sul rapporto tra storia e senso della storia. Nella trama il personaggio si dimostra profondamente convinto del suo importante ruolo di comandante delle truppe partigiane. Appare tardi sulla scena, infatti arriva la notte prima della battaglia e porta dentro la freddezza della guerra il bisogno di riflettere sulle motivazioni profonde che animano partigiani e repubblichini. Egli riconosce che entrambi gli schieramenti credono di essere nel giusto, ma che solo i partigiani lo sono. Sa che c’è bisogno di certezze, ma non può rinunciare alle domande, soprattutto a quelli più radicali.
Il personaggio di Kim (il nome di battaglia deriva dal Kim del romanzo di Rudyard Kipling) è ispirato al capo partigiano Ivar Oddone (che sarà un famoso medico del lavoro nel dopoguerra) conosciuto da Calvino durante il suo impegno nella Resistenza, e le sue argomentazioni nel suo discorso con Ferriera (che non lo capisce) e nel successivo monologo sono un sunto dei ragionamenti che Calvino e lui facevano fra loro, in quanto unici intellettuali in una brigata composta per lo più di operai e contadini.[4]
Alberto Asor Rosa riconosce in Kim Calvino stesso, che affida al suo alter ego l’unico momento di riflessione teorica presente nel romanzo.[5]
Ferriera
Egli entra in scena nel libro quando deve annunciare la battaglia insieme al commissario Kim. I due partigiani, come ci viene descritto nel capitolo IX, “sono di poche parole: Ferriera è tarchiato con la barbetta bionda e il cappello alpino, ha due grandi occhi chiari e freddi che alza sempre a mezzo guardando di sottecchi…”. Ferriera è un operaio nato in montagna e per questo il suo modo di fare è sempre schietto e limpido, a volte un po’ freddo come quello di tutti i montanari. È sempre disposto ad ascoltare tutti, ma dietro al suo sorriso di convenienza si nascondono le sue vere intenzioni e decisioni: come dovrà schierarsi la brigata, quando dovranno entrare in azione… Avendo sempre lavorato per anni in una fabbrica, è convinto che tutto debba muoversi con perfezione e regolarità, come in una macchina. Ecco perché la sua visione della guerra partigiana è perfetta come una macchina; è l’aspirazione rivoluzionaria cresciutagli nelle officine. A differenza del commissario Kim, il comandante Ferriera sostiene che nello squadrone del Dritto siano stati raggruppati gli uomini che valgono meno e per questo vorrebbe dividerlo. Durante la narrazione, il comandante ci spiega che non bisogna aspettarsi nulla dagli eserciti alleati, sostenendo l’idea che i partigiani da soli riusciranno a tener testa ai nemici. Dopo la scoperta del tradimento di Pelle e il dialogo avuto con il Dritto, Kim e Ferriera si allontanano, ma durante la camminata i due si confrontano. Secondo il comandante, l’idea di Kim era sbagliata, “È stata un’idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po’ qua un po’ là in mezzo ai buoni era più facile che rigirassero dritti”. Ma Kim non è dello stesso parere. Secondo lui infatti, quel distaccamento era uno dei migliori, uno dei quali era più contento. Questa opinione suscita in Ferriera una reazione scontrosa. Emerge particolarmente in questo passaggio la diversa formazione educativa dei due personaggi: da una parte abbiamo Kim, studioso e logico; dall’altro Ferriera particolarmente pragmatico. “Non è un laboratorio d’esperimenti” afferma Ferriera, “capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletario da una parte, contadini dall’altra (…). Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l’ha e raggiungere questa benedetta unità… senza contare il rendimento militare poi.” Kim si trova in difficoltà di fronte ai discorsi di Ferriera, ma in un secondo momento afferma che tutti gli uomini combattono nello stesso modo, ognuno con il proprio furore. Nell’analizzare le situazioni Kim è terribilmente chiaro e dialettico, nel parlare schietto e diretto “c’è da farsi venire le vertigini”! Al contrario il suo comandante vede le cose molto più chiaramente.
Il personaggio di Ferriera è ispirato al partigiano Giuseppe Vittorio Guglielmo conosciuto da Calvino durante il suo impegno nella Resistenza[6]
Lupo Rosso
È un sedicenne grande e grosso, con la faccia livida e i capelli rasi sotto un cappello a visiera alla russa. Ha scelto il suo nome durante un discorso con il commissario politico della Brigata. Dice di volersi chiamare come un animale forte (precedentemente era noto come Ghepeù fra gli operai suoi colleghi di lavoro, a causa delle sue continue citazioni di Lenin e della sua ammirazione per l’Unione sovietica, ma il nome non è stato considerato adatto), quindi il commissario gli ha suggerito di chiamarsi Lupo. Lupo Rosso sostiene che Lupo è un animale considerato fascista quindi aggiungono la parola rosso al fine di dare al suo nome di battaglia una sfumatura comunista. Dichiaratamente leninista e dal carattere impetuoso e deciso, è un grande appassionato di armi da fuoco, con cui ha preso particolare confidenza lavorando come meccanico alla Organizzazione Todt. Fa conoscenza con Pin in carcere, avvicinando per la prima volta il bambino alla Resistenza. È tisico, sputa spesso sangue in seguito alle percosse ricevute con frequenza disumana dalle squadracce. Da qui alcuni disturbi legati all’alimentazione, in quanto afferma che non può mangiare e dà a Pin la sua porzione di minestra. Possiede molta fama fra i partigiani e sono tanti a stimarlo per le sue azioni di guerra. Scappa dalla prigione con Pin per vedere con lui il posto magico del bambino e prendere la pistola P.38, ma durante il tragitto si perdono e si separano, a causa dei tedeschi. L’abbandono per Pin significa una dura delusione, Pin infatti vede Lupo Rosso come uno dei pochi esempi di coerenza e di fermezza, uno dei pochi disinteressati alle donne. Pin lo rivede poco tempo dopo, durante un incontro del distaccamento del Dritto con quello del Biondo, del quale Lupo Rosso fa parte. Successivamente Lupo Rosso partecipa all’azione punitiva contro i fascisti e contro Pelle, il partigiano traditore, e recupera molte delle armi collezionate da quest’ultimo.
Il personaggio di Lupo Rosso è ispirato al partigiano Sergio Grignolio (nome di battaglia Ghepeù), conosciuto da Calvino durante il suo impegno nella Resistenza.[6]
Il Dritto
È il comandante del gruppo partigiano a cui appartiene Cugino. Per tutta la durata del libro rimane un comandante forte, che sa guidare i suoi uomini in battaglia e sa farsi rispettare da loro, fino a quando per via dell’amore che prova per la Giglia, la moglie di Mancino, si distrae e lascia bruciare il capanno in cui risiedeva tutta la brigata. Quel gesto di incapacità attira i tedeschi nel luogo in cui erano nascoste tutte le brigate e lo porterà ad essere fucilato alla fine del libro. Il commissario Kim gli fa capire che se andrà in battaglia in prima linea contro i tedeschi potrà riscattarsi e salvarsi, ma lui non va per stare con Giglia (mentre tutti gli altri sono in combattimento), e alla fine – poco dopo la fuga di Pin – viene così arrestato da due partigiani mandati dal comando, per essere fucilato per insubordinazione, mentre il distaccamento verrà sciolto e gli uomini divisi in altri gruppi.
Pelle
Pelle è poco più di un ragazzo, sempre raffreddato e molto irascibile. Infatti, durante una lite col Dritto, si infuria al tal punto da tradire i partigiani. Pelle si occupa di procurare l’armamento ai partigiani (rubandolo) e per esso nutre una vera passione. Dopo una scommessa fatta con Pin, va in cerca della P38 che il ragazzino aveva nascosto nel sentiero dei nidi di ragno, la trova e la lascia in regalo alla sorella di Pin, perché resti in famiglia. Verso la fine del romanzo Lupo Rosso racconta la fucilazione di Pelle e la confisca di tutte le sue armi, tra cui, per l’appunto, si trova un’immensa varietà di fucili e pistole, ma non una P38.
ITALO CALVINO
Altri personaggi
Miscel il Francese, Gian l’Autista, Giraffa: uomini che si ritrovano con Pin all’osteria; finiranno a combattere chi con le brigate nere, chi con i partigiani.
Rina detta la Nera di Carrugio Lungo: sorella di Pin, prostituta che frequenta tedeschi e fascisti
Frick: marinaio tedesco, amante della sorella di Pin, a cui il ragazzino ruba la pistola; viene descritto come non molto sveglio e nostalgico della sua famiglia ad Amburgo
Mancino: cuoco del distaccamento del Dritto, comunista convinto e considerato estremista anche da Lupo Rosso, anche se evita spesso di andare in battaglia con varie scuse; ha un falchetto chiamato Babeuf, ma poi lo uccide su insistenza degli altri perché starnazzando attira i nazisti all’accampamento
Giglia: moglie di Mancino, amante del Dritto
Zena il Lungo detto Berretta-di-legno: partigiano genovese, non è comunista anche se sta con i garibaldini
Carabiniere: un carabiniere che ha disertato per combattere i fascisti
Duca, Conte, Marchese, Barone: quattro cognati calabresi
Pietromagro: ciabattino e piccolo truffatore, padrone della bottega dove lavora Pin
La Prefazione del 1964
Nel giugno del 1964 l’editore Einaudi propone una nuova edizione del “Il sentiero dei nidi di ragno”, riveduta e corretta, a cui Calvino scrive una lunga prefazione. La Prefazione o Presentazione diverrà subito un testo fondamentale, in cui Calvino esprime delle riflessioni sulla propria opera.[7] Calvino descrive le ragioni che l’hanno portato a scrivere il libro e parla della responsabilità che ha avvertito, come testimone e protagonista della Resistenza, a perpetuarne la memoria.[8] Avvertendo il tema come troppo impegnativo e solenne, decide di affrontarlo di scorcio, trattandolo cogli occhi di un bambino[3] e per andar contro la «rispettabilità ben pensante», sceglie non di rappresentare i migliori partigiani, ma i peggiori possibili. Ciononostante – dice – loro sono stati uomini migliori di coloro che sono rimasti al sicuro nelle città e nelle campagne, perché spinti da un’elementare voglia di riscatto sono diventati forze storiche attive.[3] Questa idea è riportata nel romanzo per bocca di Kim, il commissario politico.
Tuttavia esprime un senso di delusione: il suo libro, a suo dire, non è riuscito a rappresentare la Resistenza in modo pieno, cosa riuscita soltanto a Beppe Fenoglio in Una questione privata, capace di serbare per tanti anni limpidamente la memoria fedele e a rappresentarne i valori.[3] Scrivere Il Sentiero dei nidi di ragno conclude ha bruciato la sua memoria, ha cancellato i ricordi di
«quell’esperienza che custodita per gli anni della vita […] sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro, e non […] è bastata che a scrivere il primo»
(Italo Calvino, 1964.)
Premi e riconoscimenti
Nel 1947 il libro presentato al Premio Mondadori viene scartato. Lo stesso anno vince la prima edizione del Premio Riccione.
Influenza culturale
Il contenuto del libro è stato ripreso nel 2005 dai Modena City Ramblers nella canzone Il Sentiero contenuta nell’album Appunti Partigiani.[9]
Edizioni
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana I Coralli n.11, Torino, Einaudi, ottobre 1947.
Il sentiero dei nidi di ragno, Nota introduttiva dell’Autore, Collana Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria n.63, Torino, Einaudi, 1954. [edizione con testo modificato]
Il sentiero dei nidi di ragno, Con una prefazione dell’Autore, Collana I Coralli, Torino, Einaudi, 1964. [edizione definitiva con testo ancora riveduto, appare in anticipo presso il Club degli Editori]
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana Nuovi Coralli n.16, Torino, Einaudi, 1972-1991. – Collana Einaudi Tascabili, 2002.
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana Gli elefanti, Milano, Garzanti, 1987-1992.
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana Oscar Opere di Italo Calvino, Milano, Mondadori, settembre 1993. – Con uno scritto di Cesare Pavese, Collana Oscar, Mondadori, 2011; Collana Oscar Moderni n.55, Mondadori, 2016-2019.
John Ronald Reuel TolkienJohn Ronald Reuel Tolkien
John Ronald Reuel Tolkien- Il libro dei racconti perduti
– Bompiani- Giunti Editore-
Descrizione del libro di John Ronald Reuel Tolkien ha scritto nel corso della vita molti racconti e versi che arricchiscono la mitologia e le storie della Terra di Mezzo. Dopo la sua scomparsa il figlio Christopher per volontà del padre ha seguito con cura la pubblicazione di questo tesoro, portando alla luce nuovi personaggi, episodi epici e luoghi incantati. Il libro dei racconti perduti – seconda parte segna il ritorno di alcuni personaggi e vicende incontrati nel primo volume della Storia della Terra di Mezzo ma anche la comparsa di creature, episodi e leggende nuovi raccontati con tutta la forza creativa e il genio di J.R.R. Tolkien. Tra le narrazioni che costituiscono i pilastri su cui si regge la storia di Arda si trova la storia d’amore tra Beren e Lúthien, le avventure di Túrin Turambar e lo spaventoso confronto con il drago Glorund, ma anche la strenua resistenza dei signori elfici contro l’esercito di Morgoth e la creazione della collana dei Nani, la splendente Nauglafring. Le sei storie qui raccolte sono arricchite dai commenti e dalle note di Christopher Tolkien, che indica ai lettori riferimenti e percorsi per continuare ad esplorare la vastità e la profondità della fantasia ma anche della competenza storica e linguistica del padre. E il viaggio non è che all’inizio…
John Ronald Reuel Tolkien
Breve biografia di John Ronald Reuel Tolkiennacque il 3 gennaio 1892 a Bloemfontein, in Sudafrica, da genitori inglesi. Insegnò Lingua e letteratura anglosassone a Oxford, e poi Lingua e letteratura inglese. Morì a Bournemouth, nello Hampshire, il 2 settembre 1973. Tra le sue opere, tutte pubblicate da Bompiani, ricordiamo Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e I figli di Húrin. Sempre per Bompiani è in corso di pubblicazione il ciclo di volumi La storia della Terra di Mezzo, curato da Christopher Tolkien.
Bompiani è un marchio Giunti Editore Sede operativa Via Bolognese 165, 50139 Firenze
Post scritto da Mario Grasso:”Scrittrice raffinata e intensa, Rosetta Loy nasce a Roma il 15 maggio 1931. Scoperta da Natalia Ginzburg, il suo esordio letterario si registra nel 1974 con ‘La bicicletta’. Ha fatto parte della cosiddetta “generazione degli anni Trenta”, un nutrito gruppo di autori italiani comprendente anche Umberto Eco, Gesualdo Bufalino, Carmelo Samonà, Gina Lagorio e molte altre penne. Tra le sue opere più importanti si ricorda “Le strade di polvere” del 1987 – con il quale vince il Premio Viareggio e il Premio Campiello – un romanzo a sfondo storico e memorialistico tradotto in numerose lingue. Negli anni successivi scrive “Cioccolata da Hanselmann”, “Le strade della polvere, “Sogni d’inverno”, “La prima mano” e “Gli anni tra cane e lupo”. Alle pagine di “La parola ebreo” affida nel 1997 la sua dolorosa riflessione sulle radici ebraiche e sul segno delle leggi razziali nella sua infanzia. I temi preferiti delle sue opere sono l’amore, la morte, la guerra, i bambini. Il suo ultimo romanzo, “Cesare”, scritto nel 2018 all’età di 87 anni, è dedicato alla figura del critico letterario Cesare Garboli, con il quale ebbe una lunga e, a tratti, travagliata storia d’amore fino alla morte di lui, avvenuta nel 2004. Nel 2017 è stata insignita del premio Campiello alla carriera. A causa di un infarto, si spegne a Roma il 2 ottobre 2022.Di sé diceva: “Nella mia vita ho amato due uomini e la letteratura”.
Biografia di Rosetta Loy-Scrittrice italiana (Roma 1931 – ivi 2022); ha esordito con il romanzo La bicicletta (1974), vincitore del premio Viareggio. Nelle opere successive Le strade della polvere (1987), Sogni d’inverno (1992), Cioccolata da Hanselmann (1995), Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria (2004), La prima mano (2009), una scrittura limpida, essenziale, concreta le consente di riscoprire ogni volta i temi preferiti: l’amore, la morte, la guerra, i bambini. Ne La parola ebreo (1997) racconta la storia della sua famiglia, cattolica, e di una certa borghesia italiana che, anche se non apertamente schierate con il fascismo, accettarono le leggi razziali senza avere coscienza della tragedia che si stava compiendo: memoria individuale e memoria collettiva si sovrappongono, sottolineando il peso di una responsabilità storica e morale. In Cuori infranti (2010), nelle due favole nere che compongono il volume, la scrittrice racconta gli omicidi di Novi Ligure e di Erba. Nel 2013 ha pubblicato Gli anni fra cane e lupo, racconto che ripercorre la storia d’Italia dal 1969 al 1994, mentre è stato edito nel 2016 il testo autobiografico Forse, e nel 2018 Cesare, biografia del critico letterario C. Garboli. Nel 2017 la scrittrice è stata insignita del premio Campiello alla carriera.
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