Carlo Betocchi- Poesie e brani in prosa scelti da Marco Marchi

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Carlo Betocchi
Carlo Betocchi

Poeta Carlo Betocchi

Poesie e brani in prosa scelti da Marco Marchi-

 

Tetti del cielo

Certe volte capisco che il mio tono migliore per parlare di queste cose è quello della leggerezza. Se ci ripenso, credo proprio di essere nato ai miei esercizi di poesia per le vie dell’allegrezza. E sì che mi son capitati, forse, più malanni che contenti. Ma sarà per quell’accoglienza che gli faccio, quando il dolore capita, che per modo di dire chiamerò riflessiva, ma riflessiva non è – come sa chi mi conosce – perché per me non consiste che nell’adottare un comportamento, che in questo caso è la pa­zienza: la pazienza, poi, si fa compagnia col tempo che passa: sarà per questo, dico, che in tale passaggio anche i malanni, le pene, quand’hanno visto che la pazienza va d’accordo col tempo, cominciano a mutare viso.
Per cui mi torna spesso alla mente la frase che scrisse San Paolo ai Corinti, dopo aver recitato le sue infinite tribolazioni: «Se c’è da vantarsi, io vanterò gli atti della mia debolezza». Che stupenda parola! Anzi, proprio, che parola della poesia. Perché i poeti non sono mica de­gli spiriti forti. Spiriti forti sono quelli che discutono, oggi, l’inconciliabilità delle due culture, umanistica e scientifica, e che essendo sicuri e bastanti a se stessi, non hanno da compiere atti d’adorazione, e quindi son sempre lì, intorno al bindolo a tirar su l’acqua dal pozzo della loro sapienza, che poi, corri corri, finisce per tor­nare nel pozzo.
Il mio spirito, invece, è certo che non basta a se stesso. Lo vedevo e lo capivo persino in queste faccende della poesia. E fin da quando, – ero giovane – usavo molto la rima. La usavo sospinto da vaghezza di canto, ma poi capitava un furore in cui, il più spesso, la rima scopriva l’aspetto insospettato della sua natura: che era tale da rendere felice il mio spirito assetato di soccorso. Sì, perché la rima, come sa chi l’ha usata ispiratamente non nasce di certo stillandosi il cervello. Nasce remota, oltre ciò che capirebbe il discorso del poeta, a scioglierne il sangue che tanto spesso coagula: la rima è soprattutto un avamposto della poesia.

(da Diario della poesia e della rima)

***

Io un’alba guardai il cielo e vidi
uno spazioso aere sulla terra perduta;
negletta cosa stava tra i suoi lidi,
tra gli spenti smeraldi oscura e muta.

Innumerevoli angioli neri vidi
volanti insieme ad una plaga sconosciuta
recando seco trasparenti e vivi
diamanti d’ombra eternamente muta.

Andava questo furioso stuolo
estenuandosi verso il fil d’occidente
e lo seguia un intenerito volo
di cerulee colombe alte e lente.

E apparvero, con le puntute ali
di bianco fuoco vivo drizzate e ardenti
gli angeli dalle vallate orientali,
le estreme piume rosee e languenti.

In un immenso lago alto e candido
nascean singolari fronde meravigliose,
le rovesce vallate un lume madido
di rugiade correa, fonde e muschiose.

E dentro i nostri cuori era come
dentro valli ripiene di nebbie e di sonno
un lento ascendere dello splendore
che poscia illuminò i monti del mondo.

(da Realtà vince il sogno)

***

Carlo Betocchi
Carlo Betocchi- Foto giovane

Sulla natura dei sogni

Un giovane bruno e uno biondo
abbracciati se ne van danzando
fuor di questo corporal mondo
con un passo soave e blando.

Son essi i miei sogni, essi
i miei veri sogni notturni
che invano inseguo, desti
gli occhi già in sonno taciturni.

E nulla sapendo di queste
creature fuggitive e solenni
ne vedo la turbinosa veste
appena, e gli ombrati capelli.

Pur tanta è la lor potenza
che di essa mi si nutre il cuore
e attende (con mesta pazienza)
a ricordarli per lunghe ore.

Vanno instancabili per vie
stellate, o piene di rotti nuvoli?
son essi insieme, o malinconie
profonde in se stessi gl’isolano?

Io ignoro tutto; ché l’alba
me li rivela uniti insieme
danzanti, e non vuole che sappia
niente del loro profondo seme;

e lascia soltanto ch’io pianga
o rida lunghe giornate
camminando per la mia landa
tra l’altre cose rivelate:

come un oriente che beato
eppur mesto illumina un cielo,
tinge di se stesso il creato
d’un allegro, d’un triste velo.

(da Realtà vince il sogno)

***

Musici, giocolieri, bambini, gioia

Eccoli, dolci bruni di sole
i musicanti di cortile,
con le chitarre, con le viole
fan tutta l’aria risentire.
         Questo avveniva nel tempo piano,
         bianco, nel mite calor meridiano.

Gemmati, e roridi di colore
i giocolieri di cortile:
di questi salti si vive e muore
chi ci vuol bene sia gentile.
         Questo avveniva alla luna calante,
         piena l’estate, la spiga fragrante.

Semplici, candidi, fuggitivi,
sui prati morbidi di brine,
danzano, volano giulivi
bambini in bianche mussoline.
         Questo avveniva, fiorente aprile
         querule l’acque eran, l’erba sottile.

(da Realtà vince il sogno)

***

Vetri

Sei vetri della finestra
nell’angolo della stanza
sono la strada maestra
d’ogni nuvola che avanza.

Io, dal mio angolo pigro
tendo insidiosi agguati,
dai poveri tetti emigro
verso quei correnti prati.

Non sono prati, son lenti
sogni; sogni non è vero,
sono fuggitivi armenti:
e nemmen questo è più vero.

Vedi quell’azzurro. Cielo
è il cielo, bambino mio;
con la nuvola, nel cielo,
va la volontà d’Iddio.

Fumo che te ne vai solo,
spensierato, liberamente,
dal focolare del duolo
al cielo: prendimi la mente.

Sei vetri della finestra
nell’angolo della stanza
sono la strada maestra
della celeste abbondanza.

(da Realtà vince il sogno)

***

Domani

Se saran queste strade di sole
che un giorno (quando avremo ali)
ci porteran lontani;

e non più mireremo dai cari
colli le case gioviali
che c’invitano ai piani:

appena un persuasivo candore
vedremo, delle montagne,
come le vene d’erba,

e il mare, dentro nullo colore,
come un vano occhio che piagne,
come una gemma acerba.

In un aere senza il dolce azzurro
dove il sole è l’etern’onda
andremo via giulivi;

con stupend’ali senza sussurro
verso una riva gioconda,
profondamente vivi.  

(da Realtà vince il sogno)

***

Carlo Betocchi
Carlo Betocchi

Tu hai nel petto un garbuglio di cose che ronzano co­me un’arnia d’api al lavoro. S’apre uno spiraglio nell’ar­nia; il capo del verso, come un’ape d’oro, appare, sul­l’orlo, fremente, sta per spiccare il volo, e sdipanare il garbuglio dello sciame. E a un tratto, in quel deserto, appare un fiore giallo, a sinistra, lontano, poi un altro, ma sembra vicino, ed è rosso, sulla destra. Sono appari­zioni che sorprendono il poeta: e che fantasticamente si replicano. Altro rosso, altro giallo, e un violento azzurro punteggiano il deserto: e son parole che contengono un nesso segreto, quasi mostruoso, con quello che vuole il poeta, il suo discorso che ronza, lo sciame che vola. Quello che era intenzione della natura del discorso si eleva ad altra potenza correndo a investire questi sugge­rimenti di colori ritmati che moltiplicano secondo il bi­sogno le loro apparizioni, le loro corrispondenze. E il discorso che era tutto dentro l’arnia sta ormai sciamando a precipizio con l’ardente sua fame verso i ri­chiami dei fiori che sbramano la sua passione di impos­sessarsi di una ragione sconosciuta.
Ogni fiore era una rima, ed ora capisco che ognuno di essi conteneva un potenziale che il poeta non inventava da sé, ma che rispondeva, come predisposto, alla supplica ardente di quella fame compressa. Chi ha assistito a questa vicenda di parole che s’appostano lontano a creare la danza ancora insospettabile della poesia rimata, sa benissimo che da solo non ce l’avrebbe fatta. Una grande carità è scesa verso la fame d’esprimersi che lo divorava.

(da Diario della poesia e della rima)

***

Alla dolorosa Provvidenza

Quando su noi la povertà distende
la mano scarna, e coi dolori inquieti
il quotidiano, piccolo bisogno,
se anche mi sento qual t’avessi in sogno,
o Iddio, pregato, sull’alba che splende,
entra e soccorri a’ miei mali segreti.

Quella che io amo, allora, e il mio figliuolo,
stan muti in casa, mi seguon con gli occhi;
se sembro lieto, ed essi non mi credono,
se rido e canto, il canto non ha suono;
se vo per casa, anche i vecchi balocchi
presi e lasciati, mi lasciano solo.

Ma tu che all’alba, o Padre del creato,
mi hai detto: – Figlio, avviati al lavoro –
Tu in cui confido pieno di speranza,
con passo cauto di stanza in istanza
sempre mi segui e se non altro a un duolo
sciogli, più grande, il mai che mi ha legato.

Pianger mi sento e in quel sentir più sale
l’anima al pianto mista co’ miei errori:
che se i miei mali numero, rinumero
insieme le mie colpe, e per ognuno
d’essi e sorge una, una m’assale,
tante che dolgo come tanti cuori.

E forse l’albe infantili mie volgono
verso quest’alba più grande e severa
d’un’altra gioventù, non piena d’angeli,
umana, e sacra ai dolori di tanti
che come me, sulla terra, hanno sera
prima che cali il giorno, o come vogliono
i Tuoi decreti, Provvidenza vera.

(da Altre poesie)

***

Redivivo in Firenze

Mi balzò l’anima
quando vidi i tuoi tetti
diseguali

dopo che il treno una notte
lenta d’avvicinamento       
mi lasciò su una piazza desolata.

Due nottambuli parlavano,
eri sola, o Firenze,
e salii nella stanza d’albergo,

dormii nelle tue braccia,
nel tempo, nell’oasi di pietra,
di calce e travature cedevoli,

sotto le stelle supreme,
vivido di battesimi:
e nel mattino

nebbioso dell’inverno
fiorentino, secco di ricordi,
destandomi,

una frattura
solitaria divampò
dalla mia mestizia.

Lasciai l’arte per l’anima,
e al crollo silenzioso
del vivere invisibile

ancora una volta
un toscano senza pianto
s’inoltrò sulla soglia dell’Ade.

(da Tetti toscani)

***

Tetti

Tetti toscani secchi
fulvi di vecchi
tegoli, in cui al tempo che oblia
scotta sempre più mia
      l’arsura forte
       d’estati morte;

sui colmignoli smagra
il di più, flagra
l’incanto celeste, sdoppia
il miraggio che alloppia,
       e seccan vivi
       i sogni estivi.

Non so che solitaria
vita per l’aria
vagoli, che par vada e ritorni
da campestri soggiorni;
       mi punge il pruno
       del suo profumo.

Ma i tetti non han vizi,
a’ bei solstizi
d’estate; e l’anima viaggia,
che dai tetti s’irraggia,
      pei cieli asciutti,
      chiari per tutti.

(da Tetti toscani)

***

Carlo Betocchi
Carlo Betocchi

Un dolce pomeriggio d’inverno

Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era piú che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.

Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre piú in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era piú una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.

(da Altre poesie)

***

All’amata

I fior d’oscurità, densi, che odorano
dove tu sei, s’aggirano nell’ombra,
un’altra luce sento che m’inonda
queste pupille che l’ombra violano.

Quale tu sei, non so; forse t’adorano
le cose antiche in me, tutto circonda
te in un giardino dove i sensi all’ombra
tornano ad uno ad uno che ti sfiorano.

L’esser più soli, e l’aggirarsi dove
tu non sei più, od in remota stanza
dentro al mio petto, quando lento piove

l’amor di te che oltre di te s’avanza,
forse sarà per questo il dir d’amore
più dolce dell’amore che ci stanca.  

(da Altre poesie)

***

Oggi, qualche volta congetturando come mi capita di rado, e spesso dividendo il mio cuore fra i due grandi canoni che possono servire di base alla costruzione della poesia, poesia soggettiva, poesia oggettiva, mi par di ca­pire che la rima è stata il primo grandissimo mezzo per connaturare alla poesia il dono d’una sublime oggettivi­tà. La rima è in questo senso tutt’altro che abbandono alla musicalità: è figura dell’oggettività che riflette le grandi e superbamente ordinate costruzioni metafisiche dell’intelletto d’amore. Simula, e riecheggia, nelle sue, le corrispondenze che regolano le grandi forze dell’uni­verso, ed inquadra in esse il discorso fluente e corrusco della vita. […]
Si capisce, e va da sé, che la mia leggerezza non vuole tuttavia dare peso, per i casi miei, a queste vicende che mi capitavano, parallele a tant’altre, come quando, da giovane, la poesia passava come un’allodola per il mio cielo, e la mia crudeltà giovanile le sparava: e mi avveniva, per caso, di non fare cilecca: ma poi era un povero, uno stento pennuto, che raccoglievo. Ebbene, voglio dire che da quei casi pullulanti di parole quasi incomprese nell’atto che le conoscevo, deboli e forti d’amore e di peccati, ho appreso a considerare appunto le parole come un universo di persone straordinariamente libere, e capaci di tutti i tiri.

(da Diario della poesia e della rima)

***

Dai tetti

È un mare fermo, rosso,
un mare cotto, in un’increspatura 
di tegole. È un mare di pensieri. 
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento 
che mi parla. Da una tegola all’altra,
come da bocca a bocca, l’acre 
discorso fulmina il mio cuore. 
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore: 
dell’unico dolore: 
immerso nel sopore, 
unico anch’esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba, 
quieta, che vi si spiuma: ed ora l’ira 
sterminata, la vampa che rimbalza 
d’embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d’ombra. 
– Siamo – dicono al cielo i tetti –
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai. 
O come divino spazio su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.

(da L’estate di San Martino)

***

Di questo parlar mio

Di questo parlar mio, che si frantuma,
so così poco come il terrazziere
sa della tazza ritrovata in cocci
entro il suo sterro: e qualche coccio ha un suo
quieto brillare, un poco spento
dalla terra, che ricorda altri giorni,
ed altre forme, anzi l’intera forma,
la genuina e perfetta,
sotto un sole che fu per un momento
al suo apogeo, e brillò sulle labbra
giovanili che bevvero, fresche
come prugne a settembre,
de’ suoi colori, alle soavi nebbie
che li velavano: labbra,
tazza e bevanda ancora vive in questi
pochi frammenti; e il resto è sogno.

(da Diarietto invecchiando)

***

Così, da più oscure latebre

Così, da più oscure latebre, si libera
un io sconosciuto, invecchiando, cui
non badammo da giovani, o che intravisto
tememmo, e parevaci il peggio di noi,
il più abbandonato e senza speranza;
eppure era lui, nella sua essenza precaria
era l’uomo, nella triste sua carne,
e mortale destino, e ivi dentro
il suo amore, melanconico e vorace,
e fatuo, indegno di risposta: e ora che il crudo
suo vero rivelasi, tu, anima, specchio
d’eterno, che cosa farai? Così s’interroga
il vecchio, dondolando la testa, mentre
soffre e dubita.

(da Un passo, un altro passo)

***

Meno che nulla son io

Meno che nulla son io, nella mente
che invecchia e vaga incerta, e male
afferra le idee che vi divagano
fantasticanti: eppure sono ancora
creatura, e non è detto che da me
così squallido, così passivo e inerte,
non emani, come ora che scrivo,
il senso eterno di quell’eterna       
povertà che ci è propria, a noi che viviamo
nel tempo, sulla cui nera lavagna
scriviamo col gesso dei giorni parole
che sempre biancheggiano, per Lui che le legge,
pupilla d’aquila, solo compagno sapiente.

(da Poesie del Sabato)

***

Fraterno tetto

Fraterno tetto; cruda città; clamore
e strazio quotidiano; o schiaffeggiante 
vita, vita e tormento alla mia anziana 
età: guardatemi! sono il più càduco, 
tra voi; un rudere pieno di colpe sono… 
ma un segno che qualcosa non tramonta 
col mio tramonto: resiste la mia pazienza, 
è come un orizzonte inconsumabile, 
come un curvo pianeta è la mia anima.

(da Ultime)

***

Lo stravedere dei vecchi

Lo stravedere dei vecchi! Guardateli!
Ascoltatene uno, come son io, forse
il più debole! La mente che vacilla,
e l’azzurro che spera, mentre l’ombra
lenta, furtiva, risale i tetti:
alle mie spalle scompaiono ninnoli
e oggetti, caracollano via tavole
e sedie, s’involano alcove, trepide
masserizie amorose svaniscono
via leggere, la mia vita si spoglia,
tutta perduta vibra nell’azzurro.

(da Ultime)

***

Salmo

Quando invecchiamo, fatti più sordi alla rima
ed a quel mitico batter dei ritmi
che amore interno dettava, una cosa
sola, un esister confuso coi freschi
pimenti degli anni giovanili;

allora un ciuffo di pini su un monte,
una gran macchia verde ci commuovono
col silenzio, e siamo come silenzio
che non si perde nel nulla, ma entra
in noi per farsi conoscere, come

vampa di lauro profuma la macchia
nell’alido, col suo sentore amaro:
sì, la vecchiaia è una nuova stagione,
e la morte una stagione più alta, od umile,
di foglia secca per quei tabernacoli della

requie del canto che non serve più.

(da Poesie del Sabato)

***

Rotonda terra…

Rotonda terra; scena che si ripete,
in te, del saluto serale: consuetudine
mia planetaria, di tegola in tegola,
del mio vivere che se ne va col tuo
trapassare, lume diurno, lento,
sul tetto davanti casa; e mio formarsi,
intanto, un petto come di colomba;
e metter piume amorose per la notte
che viene; ravvolgermi unitario
con essa: pigolio interiore; perdita
dell’umano: divenire mio universale.

(da Poesie del Sabato)

Carlo Betocchi
Carlo Betocchi

Cinque poesie di Carlo Betocchi tradotte in francese da Jean-Charles Vegliante, Premio Betocchi 2018

 

Ode des oiseaux

Désirable vie
des oiseaux! Eux,
qui réjouissent les ombreux
recoins du bois de leurs doigts d’or!

J’en vis un, passereau
solitaire et lent
remplumé par le vent
délirer pour une aumône;

et j’entendis le chant modulé
intact, que va perdre
entre le ciel profond et l’herbe
une vertigineuse alouette.

Dans la pieuse nuit se tiennent
les rossignols;
rester avec la lune, seuls,
en ramées que le vent malmène!

Et, où les ondes font
un tranquille lac
habite le vol vague
de certains, charme et illusion.

Brûle l’oiseau phénix
de brûler, et ressurgit
l’oiseau phénix ; et nourrit
en soi le cygne un mal qui le mine.

Vivre indéfini
des oiseaux! Ils sont
chantés dans cette ode, messagers
de la vie que nous vivrons:

quand nous remonterons
par des fleuves d’azur
et célestes murmures
vers le vouloir du ciel.

(da Realtà vince il sogno)

Ruines 1947

Ce n’est pas vrai qu’ils ont détruit
les maisons, pas vrai:
seul est vrai dans ce mur en ruines
l’avancement du ciel

à pleines mains, à pleine poitrine,
où inconnus rêvèrent,
ou bien, vivant, crurent rêver,
ceux qui ont disparu…

Maintenant c’est à l’ombre brisée
de jouer comme autrefois,
sur les murs, dans l’aube au soleil,
imiter les aléas…

et dans le vide, à l’hirondelle qui passe.

(da Notizie)

 

Mais c’est vrai pourtant qu’aux vieux,
dépouillés de la beauté,
reste ce signe, dans l’âme,
de son rapide apparaître
et disparaître, ce sillon de chose
qui a été, qui saigne encore,
lourde, dans la conscience;
mais qui, goutte à goutte, ensuite
va lentement s’enfonçant dans une presque,
dans une presque rancoeur
de blanche innocence…

(da Disperse)

 

Très ronde terre; scène qui se répète,
en toi, du salut vespéral: habitude mienne
planétaire, avec toi et tes couchants:
brusque sursaut, de tuile en tuile,
de ma vie qui s’en va avec ton
effacement, lumière diurne, lente,
sur le toit devant la maison; et mon apprêt,
cependant, d’un plastron comme de colombe;
et arborer d’amoureuses plumes pour la nuit
qui vient; m’envelopper dans l’union
avec elle: pépiement intérieur; perte
de l’humain : mon devenir universel.

(da Poesie del Sabato)

Dans les champs

Nous un par un
comptons les jours
du blé d’azur
qui se tient droit:

dans l’enfantin
champ le murmure
sans un épi
craint: et s’en va

par le ciel vague
ment tintillant
pleine alouette
de son amour:

nous un par un
comptons les jours,
peines, et dur
espoir qui sait.

(da Poesie, Prime)

 

 

Sull’ore prime

 

Son l’ore prime, le solite, le ore

che la vita me ne ha chieste tante;

l’ora che al già Risorto, che «non è

più qui», tien dietro l’Angelo, distante

 

e vicino alla vita: che un motore

stacca in fondo alla via la sua fatica,

e parte: e ch’io resto, solo, all’antica

vicissitudine, cui non val arte

 

di sorta, altro che il principiare, e sia

come sia, con quel gettar di dadi

che è già scontato, che se stesso oblia,

 

che va crescendo d’effetto per gradi,

vola il colombo, si schiara la via,

o vita, come lenta persuadi.

 

 

Al fratello e alla sorella in giorni di dolore

 

Le foglie luccicano, l’estate

dalla forma crudele di gioia

ai seppelliti nel limbo

delle memorie d’infanzia

non reca che il lampo dei ricordi.

 

Ma a te dolore, eretto emblema

ch’entro gli sguardi ci precedi,

noi a te, fraterni, porgiamo il volto

lieti che tu ci trovi ancora uniti

oltre la linea delle apparenze,

con te, verso un paese eterno.

 

Dove non sia più luce sulle fronde

che questa, che dall’anima s’esala,

dove nell’ombra, la nostra mano unita

senta che sola forza al mondo è il cuore.

 

 

Una mattina

 

Ancora una mattina

che non potrei tradirmi

se non, nube su nube,

decidermi a rivivere

 

tutto nel cielo, al suo

fantastico passaggio

d’occidente in oriente,

da un mare senza mente

 

a un monte senza peso;

la verità che vive

nei cuori non si scrive

che misteriosamente.

 

 

Un passo, un altro passo (7)

 

Ma anche imparo,

giorno per giorno imparo,

che non c’è cosa in cui sia necessario

più il credere che l’operare; e che tra il fiore

del credere che amo, e il mio esserne degno,

che è il prezzo del mio esistere,

c’è di mezzo quello che ho fatto,

il mio consistere in opere e lavoro:

e ch’ivi è il tutto, tutto ciò che io posso

saper di vero, anche se avvolto nel mistero

della cosa fatta dall’uomo, e che dall’uomo

prega per il di più che non può fare,

e i doni per cui fece, alti, ringrazia.

 

 

In piena primavera, pel Corpus Domini (6)

 

Qui od altrove, a un poeta,

il suo tempo è fulmineo,

cometa che declina e scompare

lungo la chioma della sua pazienza.

E non può dire cose più alte di lui.

La gioventù gli è di lievito,

la vecchiaia di paragone,

e quando l’aria è sgombra di messaggi

incontra creature.

Il bene e il male in eguale misura

a lui non valgon rimpianti,

è come morto fin dalla nascita,

è come vivo dopo la morte.

Carlo Betocchi

 

Messa piana

 

Quando vado alla messa spesso non prego,

guardo. Sono come un bambino. Guardo,

e credo. E il Signore mi dice

(con povere fiammelle di candela,

mutamente entro me, nel mio guardare),

– Bravo, hai fatto bene a venire. –

E al segreto consenso la coscienza

s’indebita, riconoscente. E mormora:

– Basta, così sian tutti, tutti

oramai, con me. Anche quei pochi

cui ho fatto del bene. E solo mi lascino,

taciti, solo nel mio guardare. –

 

 

Messa solenne

 

Io non so se chiamarla la bellezza

quella che nasce in noi, dal più veridico

senso della nostra miseria. Parte di lì,

sprigiònasi, il capo di quel filo del bisogno

che tanto disegnò della bellezza, nel mondo.

E parve, ed era anche un miracolo: ma era

necessità all’esistere, non già per noi

ma per dire al Signore: – Se Tu esisti

anche noi esistiamo –. E per dirgli ubbidendo:

– Ho ritrovato in Te della bellezza il bandolo

originale, il seme. Ecco, fiorisce nell’umiltà

l’immortale coraggio del Tuo spirito,

la segreta e indicibile Tua gloria. –

 

 

Di quando in quando (14)

 

Se i morti sono veramente morti

allora noi non siamo vivi, ché

della loro già morta vita

andiamo tutti i giorni nutrendoci,

spesso inconsapevolmente, e quasi

dormendo, come bambini alle poppe

materne, a volte assopiti, e come in sogno.

Ché quanto la veglia ci nutre il sogno,

e i morti come la vita ci nutrono, in una

inestinguibile catena di tramonti.

 

 

Il vecchio: stravaganze, sventura, destino (5)

 

Lo stravedere dei vecchi! Guardateli!

Ascoltatene uno, come son io, forse

il più debole! La mente che vacilla,

e l’azzurro che spera, mentre l’ombra

lenta, furtiva, risale i tetti:

alle mie spalle scompaiono ninnoli

e oggetti, caracollano via tavole

e sedie, s’involano alcove, trepide

masserizie amorose svaniscono

via leggere, la mia vita si spoglia,

tutta perduta vibra nell’azzurro.

 

 

***

 

Questo color velenoso, di sera,

questo morir della luce sui vetri,

senza riflessi, che sarà rapido,

quest’ora tarda e mortale,

o tu che invecchi e non sai più se vedi

spettri o figure, credilo! ogni ora

è bambina, e se ne va innocente,

sparisce dal tuo cospetto la vita

ma torna per altri, sempre si rinnova,

la notte è un giardino di giovani tenebre.

 

 

***

 

Il mio cuore è debole, stasera,

come il sole che lento risale

i tetti, e profonde sono le mie colpe;

ahi! l’uomo, come sempre tramonta.

 

Come sempre, mentre lui tramonta,

resta l’orizzonte ineffabile

e sterminato il destino, a chiunque,

dell’esistere, sterminato!

 

Ciò che lasciamo indietro

si strascica verso il buio,

ciò che ci attende è incomprensibile

compreso il momento che passa.

 

Io sono: eccomi! io sono,

solo in quest’ora debole,

ciò che decide: io sono

la linea che divide

 

il passato dal futuro.

Momento eterno dell’essere

che ti stabilisci nell’attimo,

sei tu la mia grazia, decidi.

Carlo Betocchi nasce a Torino il 23 gennaio 1899 e muore a Bordighera il 25 maggio 1986. Si trasferisce ancora piccolo a Firenze per seguire il padre, impiegato delle Ferrovie dello Stato. Studia all’Istituto Tecnico fiorentino con l’amico Piero Bargellini. Consegue nel 1915 il diploma di perito agrimensore e prende parte, tra il 1917 e il 1918, alla Prima Guerra Mondiale. Inizia poi ad esercitare la professione di geometra nel campo edilizio, lavoro che lo porterà in Francia e in diverse località dell’Italia centro-settentrionale. Nel 1928, insieme a Bargellini, fonda la rivista «Il Frontespizio». Nel 1939 lascia Firenze e si trasferisce a Trieste. Insegna materie letterarie presso il conservatorio musicale di Venezia fino al suo ritorno definitivo a Firenze nel 1953. Numerose sono le sue raccolte poetiche, le più importanti delle quali sono Realtà vince il sogno (1932), L’estate di San Martino (1961), Un passo, un altro passo (1967), Prime e ultimissime (1974), Poesie del sabato (1980).

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Testi selezionati da Tutte le poesie (Mondadori, 1984)

Carlo Betocchi
Carlo Betocchi

Carlo Betocchi: biografia

Carlo Betocchi nasce a Torino il 23 maggio 1899 da padre ferrarese e madre toscana. Il padre, impiegato nelle Ferrovie dello Stato, nel 1906 viene trasferito con la famiglia a Firenze dove muore nel 1911. Il giovane Carlo, rimasto orfano con i fratelli Giuseppe e Anita, viene educato dalla madre la quale segue con particolare cura la sua formazione spirituale.

Dopo aver studiato all’Istituto Tecnico fiorentino con l’amico Piero Bargellini, consegue nel 1915 il diploma di perito agrimensore.

Nei primi mesi del 1917 è a Parma per frequentare il corso allievi ufficiali. Inviato al fronte qualche settimana prima della ritirata di Caporetto, partecipa alla prima resistenza sul Piave; successivamente è inviato in VaI Camonica e sull’Altopiano di Asiago.

Terminata la guerra, nel dicembre del ‘18 parte volontario per la Libia come ufficiale di guarnigione. Congedato nel ’20, lavora come geometra in Toscana nei cantieri allestiti per la ricostruzione delle case demolite dal terremoto, nelle Alpi francesi per dei lavori di condotte forzate in galleria e quindi nei cantieri stradali in Toscana e nell’Italia centro-settentrionale.

Nel 1923, con Piero Bargellini, Nicola Lisi e l’incisore Pietro Parigi, collabora alla prima rivista di carattere strapaesano «Il calendario dei pensieri e delle pratiche solari», e nel 1929 con gli stessi amici fonda «Il Frontespizio», la rivista d’ispirazione cattolica più nota negli anni del fascismo.

Tra il ’29 e il ’38 si occupa di una rubrica di poesia («Lettura di poeti») e in quegli anni collabora a varie riviste: «L’Orto», «Il Selvaggio», «Circoli», «Primato», «Campo di Marte», «Letteratura». Per le edizioni del «Frontespizio» viene pubblicata la sua prima raccolta di liriche: Realtà vince il sogno (1932). Seguono nel tempo Altre poesie e Notizie di prosa e poesia, comparse rispettivamente nel 1939 e nel 1947 e, in seguito, L’estate di San Martino (1961), Prime e ultimissime (1974) e Poesie del sabato (1980).

Gli impegni di lavoro lo portano nel 1939 a lasciare Firenze per risiedere a Trieste, dove si trasferisce con la famiglia fino al ’40; poi è a Bologna e quindi a Roma.

A seguito di una malattia contratta nei cantieri, nel 1953 è costretto ad abbandonare la professione di geometra. Sin dal 1942 è chiamato alla cattedra di materie letterarie presso il Conservatorio musicale di Venezia. Nel 1955 ricopre lo stesso insegnamento presso il Conservatorio «L. Cherubini» di Firenze dove insegna fino al 1969.

Tornato definitivamente a Firenze nel 1952, gli viene affidata nel ’58 la redazione della trasmissione radiofonica L’Approdo. Collabora a varie riviste, tra cui «La Chimera», «La Fiera letteraria» e «L’Approdo letterario» di cui è redattore fino al dicembre del 1977, anno di cessazione della prestigiosa rivista.

Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti: il Premio Feltrinelli per la poesia assegnatogli dall’Accademia dei Lincei, il Premio Viareggio (1955) e l’Elba (1968).

Nel 1981 il presidente della Repubblica Sandro Pertini gli conferisce «La Penna d’oro» per l’opera svolta (tra gli illustri premiati sono presenti Giuseppe Prezzolini e Mario Praz).

Nel 1984, in occasione della pubblicazione di Tutte le poesie (Mondadori), riceve il Premio «E. Montale» (Librex-Guggenheim) per la poesia.

Si spegne a Bordighera, all’età di ottantasette anni, il 25 maggio del 1986.

Carlo Betocchi
Carlo Betocchi

Il “Centro Studi e Ricerche Carlo Betocchi” svolge un’attività di promozione, conoscenza e divulgazione dell’opera del poeta. In particolare si propone i seguenti obiettivi:

– Organizzare ogni anno il “Premio Letterario Internazionale Carlo Betocchi-Città di Firenze”.

– Favorire indagini e ricerche sull’opera di Carlo Betocchi e su aspetti della poesia contemporanea a lui riferibili.

– Promuovere incontri di studio, letture e iniziative volte a diffondere e valorizzare la poesia in tutti i suoi aspetti.

– Svolgere attività editoriale finalizzata alla pubblicazione di testi di e su Carlo Betocchi.

La presidenza del Centro Studi è attualmente ricoperta da Marco Marchi.

La giuria del “Premio Letterario Internazionale Carlo Betocchi-Città di Firenze” è presieduta da Marco Marchi e composta da Sauro Albisani, Anna Dolfi, Antonia Ida Fontana, Francesco Gurrieri, Gloria Manghetti e Maria Carla Papini.

Si segnala che l’Archivio e la Biblioteca privata di Carlo Betocchi sono conservati presso l’“Archivio Contemporaneo A. Bonsanti” del “Gabinetto Scientifico-Letterario G. P. Vieusseux” di Firenze, in via Maggio n. 42.

Contatti

Per informazioni scrivere a marco.marchi@unifi.it