Mompeo – 3 gennaio 2026 ”IL MORSO DELLA TARANTOLA “
di e con Renato Giordano -Auditorium San Carlo-
Mompeo (RIETI)- Il 3 gennaio 2026 serata concerto I”L MORSO DELLA TARANTOLA “Di e con RenatoGiordano -La serata concerto IL MORSO DELLA TARANTOLA a Mompeo unisce due anime, quella letteraria e quella musicale della TARANTA e della Pizzica con quella letteraria sul mito del morso mortale della tarantola che può essere curato solo con la Musica e con la Danza.
Renato Giordano ( recitazione e percussioni
RenatoGiordano ha ripercorso il mito antico che risale ai riti orfici del Morso del Ragno in un libro dal titolo IL MORSO DELLA TARANTOLA che comprende una parte scritta dal famoso medico del barocco Giorgio Baglivi che verra’ recitata in alternanza ad un concerto con musiche tradizionali e non, interpretate da un trio di eccezione : Clara Graziano, già componente dell’orchestra Popolare di Ambrogio Sparagna ed protagonista di molte edizioni della Notte della Taranta,al canto ed alla fisarmonica, Gabriele Coen al Sax ed elecronics, Claudia Ugenti, tamburello e danza. Il libro di riferimento da poco ripubblicato da Renato Giordano, Il Morso della Tarantola (De anatome, morsu et effectibus tarantulae ), scritto dal famoso medico Giorgio Baglivi (Ragusa 1668 – Roma 1707) ha avuto un’enorme fortuna editoriale ed è stato oggetto di numerosissimi studi. Ufficializzando nel mondo il collegamento tra il morso del ragno, la Musica e la Melanconia.
Claudia Ugenti (danza e tamburello)
”IL MORSO DELLA TARANTOLA “di e con Renato Giordano
Gabriele Coen (sax , clarinetto e tamburello),
L’ effetto del morso della tarantola ha una storia che si perde nel mito, nella tradizione pre-cristiana e si porta appresso un’aura magica. È’ un mito antico ma è con Giorgio Baglivi che si comincia a delineare la differenza tra Rito e Malattia. Baglivi si interroga sull’anatomia della tarantola, sul suo habitat, sulla natura del suo veleno e sugli effetti che esso produce sul corpo umano. L’analisi di questi elementi diventa l’occasione per tessere le lodi della regione in cui più si registrano casi di morso della tarantola, la Puglia e in particolare il Salento dove lui aveva vissuto, e per elencare i benefici della più efficace delle terapie: la Musica. Tra descrizioni di bellissimi paesaggi e racconti di esperienze si dimostra che l’unico antidoto contro il veleno del ragno è l’esecuzione di danze e tarantelle, che permettono al paziente di ballare senza freno e quindi espellere la malattia.
A Mompeo il 3 gennaio 2026 ore 17,30 Auditorium San Carlo
Ingresso libero fino a esaurimento posti
IL MORSO DELLA TARANTOLA (La serata dei ragni danzanti) Spettacolo concerto con Renato Giordano ( recitazione e percussioni), Clara Graziano ( Fisarmonica e Canto), Gabriele Coen (sax , clarinetto e tamburello), Claudia Ugenti (danza e tamburello).
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
2)Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo-
Roma -Murales Ospedale Spallanzani di Roma -Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo-Roma Portuense-Vigna Pia e Dintorni– Questo reportage, come quelli a seguire, vuole essere un viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sanno generare la curiosità dei passanti ,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino” . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico” che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia.
Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo
Roma,lungo via Folchi ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales che raffigurano gli scienziati che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio del 2018 e completata e inaugurata il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales, finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’Associazione Graffiti Zero che promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.
Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo
Verranno pubblicati le foto dei Murales di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera più completa possibile. Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese da Enciclopedia Treccani.on line e Wikipedia
Biografia du Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo
Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo
Biologo italiano (Perugia 1938 – Roma 2012). Introdotto allo studio scientifico dal padre (noto malariologo), ancora liceale ha pubblicato il suo primo contributo sulla resistenza al DDT dei vettori italiani di malaria (1956). Durante la formazione universitaria e post-universitaria in Malariologia, Genetica e Parassitologia ha continuato le ricerche sugli insetti responsabili della trasmissione e negli anni è giunto a riconoscere sei specie gemelle di zanzara Anopheles (arrivando a identificarne l’intero genoma). Nominato professore ordinario di Parassitologia alla Sapienza di Roma (1982, Facoltà di Medicina e Chirurgia), è stato direttore del Centro Collaboratore per l’Epidemiologia e il Controllo della Malaria dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Nel 2008 gli è stato consegnato il BioMalPar Life Award dal gruppo istituito dalla Commissione Europea per la biologia e la patologia del parassita della malaria; nel 2009 C. è diventato membro ordinario dell’Accademia dei Lincei.
Figlio dell’epidemiologo umbro Alberto Coluzzi, e di Anna Wimmer, educatrice tedesca di Passavia, ebbe come sorella l’attrice Francesca Romana Coluzzi. Visse i primi anni con la famiglia in Albania, dove il padre era stato inviato per svolgere attività di ricerca e lotta antimalarica dall’Istituto di MalariologiaEttore Marchiafava, durante il periodo di occupazione italiana. In seguito agli eventi legati all’Armistizio di Cassibile, il 14 ottobre 1943 la famiglia fece ritorno a Perugia, per poi trasferirsi alla fine del 1945 nella Casa delle Palme, una grande casa di campagna sita nella frazione di Monticelli, acquistata dal padre per insediarvi la famiglia, ed affittata dallo Stato Italiano per crearvi congiuntamente un laboratorio sperimentale di indagini malariologiche.
Dopo la laurea in Scienze Biologiche, si è sposato il 14 luglio 1963 con Adriana Sabatini, ricercatrice in Parassitologia all’Istituto Superiore di Sanità di Roma, con la quale ha portato avanti una fruttuosa collaborazione scientifica per anni, e dalla quale ha avuto una figlia, Barbara Coluzzi Bartoccioni, nata a Roma l’8 giugno 1970.[1]
È stato diagnosticato affetto da un Parkinson rigido nel 1994, ed è morto di polmonite ab-ingestio dopo una decina di anni da quando era rimasto immobilizzato in sedia a rotelle a causa della rottura a distanza di poco tempo di un femore dopo l’altro. Nel frattempo la malattia era stata più accuratamente diagnosticata come una paralisi sopra-nucleare progressiva, in base all’esame della RMN.
Contributi scientifici
Iniziato alla ricerca scientifica in giovane età dal padre Alberto (la sua prima pubblicazione risale ai tempi del Liceo classico), è stato autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche. Le ricerche di Mario Coluzzi hanno intanto messo in evidenza gli effetti disastrosi del DDT sull’equilibrio degli ecosistemi (laghetti e simili), quindi anche di medicinali quali la clorochina sull’insorgenza di fenomeni di resistenza del plasmodio responsabile della malaria nella zanzaraAnopheles, vettore della malattia.
Importanti sono i suoi contributi sulla genetica dei vettori malarici, che lo hanno portato al riconoscimento dell’esistenza di sei specie gemelle del genere Anopheles, ciascuna in possesso di diversa capacità di contribuire alla diffusione della malattia, che possono distinguersi solo in base all’esame intanto con microscopio ottico dei cosiddetti “cromosomi giganti”, presenti in particolare nelle ghiandole salivari per permettere la produzione rapida di un’abbondante quantità di saliva (che viene iniettata alla puntura per impedire la coagulazione del sangue, che poi è quella che produce la caratteristica reazione di prurito e nella quale si trovano eventualmente i plasmodi responsabili della malaria). Collegato a questo lavoro è l’ipotesi da lui avanzata negli ultimi anni, su una speciazione tuttora in atto nel complesso Anopheles gambiae, che è stata successivamente confermata da studi di biologia molecolare. Un’altra linea di ricerca originale importante è stata quella sull’origine e diffusione della forma di malaria che può rivelarsi fatale per l’Homo sapiens, dovuta all’opera di diverse specie di Anopheles divenute spiccatamente antropofile circa 6 000 anni fa, in concomitanza con il passaggio dell’Homo sapiens da arboricolo ed allevatore a coltivatore prevalentemente stanziale, dando inizio al processo che avrebbe portato all’espansione e diffusione attuale della malattia nella popolazione umana.
Le sue ricerche genetiche hanno poi portato alla pubblicazione dell’intero genoma dell’Anopheles e del Plasmodium. All’attività di Coluzzi si deve poi la creazione di una scuola scientifica, che conta decine di importanti scienziati, e la promozione e direzione di importanti collaborazioni scientifiche internazionali con paesi in via di sviluppo, per la lotta alla malaria, soprattutto in area sub-sahariana, finanziati dal Ministero degli affari esteri e dall’Istituto Pasteur-Fondazione Cenci Bolognetti. In particolare, è stato dedicato alla sua memoria il nome di una specie identificata in seguito nell’Africa sub-sahariana, l’Anopheles coluzzii.
Gli studi di Mario Coluzzi sui siti riproduttivi del vettore malarico Anopheles gambiae, costituiti da piccoli ed effimeri accumuli temporanei di acqua dolce, hanno mostrato come non sia acriticamente estensibile, all’Africa subsahariana, il modello sinergico che vede, nel mondo occidentale, le pratiche e lo sviluppo agricolo quali importanti elementi di contrasto alla riproduzione del vettore. In ambiente subsahariano, al contrario, i fattori di trasformazione ambientale indotti dall’uomo (deforestazione, irrigazione, desalinizzazione delle aree costiere), hanno il solo effetto di moltiplicare i siti e le opportunità riproduttive del vettore, incrementando la trasmissione del parassita.
^ Jeffrey R. Powell, Nora J. Besansky, Alessandra della Torre, Vincenzo Petrarca, Mario Coluzzi (1938–2012), in Malaria Journal, vol. 13, n. 1, 22 gennaio 2014, pp. 10, DOI:10.1186/1475-2875-13-10. URL consultato il 25 febbraio 2024.
Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologol’Associazione Graffiti Zero, associazione che promuove l’integrazione fra la Street ha realizzato i Murales dell’Ospedale Spallanzani di RomaOspedale Spallanzani di RomaRoma- Ospedale Lazzaro Spallanzani
Foto di Paolo Genovesi -Valle nel Cicolano-Lago del Salto –
Il Lago del Salto è il più grande lago artificiale del Lazio, situato in provincia di Rieti e creato nel 1940 dallo sbarramento del fiume Salto con la diga del Salto e la conseguente sommersione dell’omonima profonda Valle nel Cicolano.
Le sue acque sono condivise con quelle del vicino lago del Turano, altro bacino idroelettrico, mediante un canale artificiale lungo circa 9 km sotto la giogaia del Monte Navegna (1508 m s.l.m.). I due bacini artificiali del Salto e del Turano alimentano la centrale idroelettrica di Cotilia, costruita nel 1942 a servizio delle acciaierie di Terni.
Il lago di conformazione molto allungata, all’apparenza come un enorme fiume, e dall’importante perimetro per via anche della linea costiera molto frastagliata, segue fedelmente la stretta conformazione dell’omonima Valle del Salto ed è compreso prevalentemente nel comune di Petrella Salto, ma parte delle sue acque ricadono anche entro i confini dei comuni di Pescorocchiano, Fiamignano, Varco Sabino e Marcetelli.
Per la sua realizzazione sono stati cancellati e ricostruiti sulle sponde i centri abitati di Borgo San Pietro, Teglieto e Fiumata, frazioni di Petrella Salto, e Sant’Ippolito, frazione di Fiamignano. Di questi si ricorda il primo come marginale esempio di architettura razionalistica italiana in una provincia durante il Fascismo segnata prevalentemente da interventi rurali e forestali.
La diga del Salto e sullo sfondo Poggio Vittiano, frazione di Varco Sabino
Una grossa lapide incisa nella roccia presso la Diga del Salto, situata nel bordo nord-occidentale del lago, ricorda le vittime per la costruzione del possente sbarramento cementizio alto oltre 90 m, all’epoca della sua costruzione la diga più alta d’Italia.
Tutta la valle del Salto in corrispondenza del lago è coperta da fitti boschi lungo le pendici montuose dei monti che diradano bruscamente sul Lago…
Lago del Salto
Lago del Salto: uno degli itinerari più belli da scoprire nel cuore del Centro Italia
La storia del Lago del Salto, in provincia di Rieti, inizia nel 1940 e la sua nascita è tutto fuorché naturale. La creazione di questo bacino è stata voluta dall’uomo che ha deciso anche delle vite e del futuro degli abitanti di questi luoghi.
Con la costruzione della diga, che ha sbarrato il corso del fiume Salto e ha dato vita al lago, morirono anche i borghi che sorgevano in quell’area che fu completamente inondata dalle acque. Teglieto, Fiumata, Sant’Ippolito e Borgo San Pietro furono poi ricostruiti più in alto con quell’architettura razionalista tipica del ventennio fascista.
Questi piccoli borghi arroccati sulle alture, oggi si specchiano nell’azzurro lago e dalla loro posizione, quando le acque si abbassano – soprattutto in estate – vedono emergere qualche lembo di sé stessi, come piccole Atlantidi sommerse, e la sommità del campanile del vecchio Monastero duecentesco delle Clarisse fa capolino. Una visione molto commovente.
Il Monastero delle Clarisse, fondato originariamente dalla Santa nel vecchio Borgo San Pietro, attualmente si trova nel territorio del comune di Petrella Salto: qui è possibile ammirare l’antica cappella del Cinquecento, traslata prima dell’inondazione, scomposta pezzo per pezzo e rimontata nel nuovo complesso, che conserva dei magnifici affreschi cinquecenteschi.
La costruzione della diga che ha dato vita al Lago del Salto fu necessaria per alimentare la centrale idroelettrica di Cotilia, costruita un paio di anni più tardi, nel 1942, a servizio delle acciaierie di Terni. Per lo stesso scopo vide la luce anche il Lago del Turano, collegato a quello del Salto da un canale artificiale sommerso, lungo 9 km.
La costruzione della diga è coincisa sfortunatamente anche con eventi luttuosi e acuta si fa la nostalgia, per i pochi ormai ad aver vissuto lì in quell’epoca, al pensiero degli appezzamenti di quei campi fertili ormai sott’acqua e alla vista di quella grande lapide, incisa nella roccia, ad eternare il ricordo degli operai che morirono durante i lavori. Per gli anziani, è la voce degli abitanti di questo pezzo di Reatino, il lago è un po’ come un vecchio nemico, a cui non si sono mai veramente abituati.
Un paesaggio unico nel Lazio, tra i fiordi del Lago del Salto
Quasi interamente compreso nel territorio del comune di Petrella Salto, le acque del lago del Salto lambiscono anche Pescorocchiano, Fiamignano, Varco Sabino e Marcetelli. Il paesaggio è unico grazie ai fiordi, alle baie e alle insenature che rendono estremamente frastagliato il percorso del lago, che segue, sinuoso, la fisionomia della Valle del Salto. Il colpo d’occhio, dalla diga, ma anche dai sovrastanti centri abitati, è quello di un luogo totalmente immerso nella natura, seppure nato dalla mano dell’uomo. Infatti, i fitti boschi di querce e castagni digradano quasi bruscamente verso le acque del lago.
A proposito della fauna, un ambiente lacustre come questo offre grandi possibilità a pesci come persici, carpe, tinche, barbi e alborelle – prede ideali per i cultori della pesca sportiva che qui si danno appuntamento nel fine settimana.
Ma anche delle molte specie di uccelli che qui prosperano: lo svasso, il gabbiano, il germano reale. Anche i rapaci sono ampiamente rappresentanti: il falco pellegrino, l’allocco, il barbagianni e la civetta, e l’elenco non è esaustivo. Mammiferi come tassi, volpi e cinghiali prosperano nei boschi intorno, e le rive sono popolate da molte specie di anfibi.
Cosa fare al Lago del Salto
Cosa non da poco, le sue acque sono idonee alla balneazione. Nonostante le sponde scoscese e frastagliate, al Lago del Salto potrai goderti sole, relax e qualche tuffo rigenerante alla Spiaggia del Campeggio Diga Salto, a quella di Fosso Petrella, l’Altobelli, al Fosso Pratostretto di Fiumata e al Fosso delle Foche.
Qui potrai noleggiare ombrelloni, sdraio, pedalò e canoe o, perché no, provare il wakeboard, spettacolare sport acquatico che in questa zona viene regolarmente praticato. Sul Lago del Salto si organizzano anche competizioni a caratura nazionale!
Le immersioni per i subacquei, organizzate regolarmente da associazioni locali, se sei un appassionato, ti permetteranno di andare alla scoperta dei borghi sepolti sotto le acque del lago, le stesse acque che hanno sepolto storie e cancellato i ricordi di quelle famiglie spostando le loro vite e la memoria di esse poco più su. Non sarà una semplice immersione, ma anche una visita affascinante a quei fondali ricchi di vita ittica e di ricordi umani.
Chi invece desiderasse rimanere asciutto, o visitasse questo luogo durante la
stagione fredda, potrà dedicarsi alle lunghe passeggiate nei dintorni, anche in bicicletta.
Il wakeboard, una specie di surf, no, forse di skateboard sull’acqua…
Il wakeboard è una continua sfida alla forza di gravità: combinazione di snowboard, skate, surf, kitesurf e sci nautico, viene praticato da riders trainati da una barca, in piedi su una tavola di legno. Le evoluzioni dei riders, i cosiddetti tricks, che possono essere salti mortali, all’indietro, improvvise virate, lasciano gli spettatori con il fiato sospeso: l’onda creata dal movimento della barca diventa una vera e propria rampa di lancio. Un mix di tutti gli sport elencati, per trasformarsi in qualcosa di unico e spettacolare.
Altri spunti di viaggio
Non troppo distante dal Lago del Salto, ti imbatterei nel Castello di Poggio Poponesco, compreso nel territorio del comune di Fiamignano – appena fuori dai confini della Sabina. Fu edificato intorno al 1100 e ancora oggi è visibile dall’esterno in tutta la sua imponenza. Fiamignano attrae moltissimo gli amanti della natura e del trekking, grazie alle caratteristiche dell’Altopiano del Rascino. 1200 metri di altezza sul livello del mare, l’unico luogo dove viene coltivata la lenticchia di Rascino, presidio slow food e varietà antichissima del legume.
Il Lago del Salto, amato dai camperisti
L’affascinante lago sabino del Salto, con i suoi 57 km di perimetro, le coste frastagliate e i suoi caratteristici fiordi sono una delle mete preferite dai camperisti che decidono di trascorrere qualche giorno in Sabina nella loro casa su quattro ruote. Le zone in cui la costa si abbassa e lascia spazio alle spiagge è attrezzata e qui sorgono piccoli camping che potranno ospitare i turisti.
Se vuoi organizzare una vacanza in camper in Sabina, leggi la nostra guida di viaggio con le aree sosta e gli itinerari.
Come arrivare alla Valle del Salto
Non si tratta di un lungo viaggio, da Roma. I romani possono raggiungere questi luoghi grazie alla Strada Statale 578 Salto Cicolana, e all’Autostrada A24, uscita Valle del Salto. Tra l’altro, sono le stesse arterie che possono percorrere, in senso opposto, gli aquilani che avessero voglia di visitarla.
Cosa vedere qui
Abbiamo selezionato per te i principali luoghi d’interesse, le migliori cose da vedere, le attività e le attrazioni da non perdere!
Grotta di Santa Filippa Mareri
Religioso
Oltre ai ponticelli sui fiordi che potrai attraversare in auto con il finestrino leggermente abbassato per respirare l’odore della natura, dalle parti del Lago del Salto molto suggestive sono anche le grotte. Di grande fascino è la Grotta di Santa Filippa Mareri, nobildonna del XIII secolo, che qui si rifugiò con altre compagne per seguire una via religiosa in contrasto con il volere della sua famiglia. Oggi la grotta scavata nella roccia, sita nella frazione di Piagge, non è altro che una chiesetta con un piccolo altare in marmo, a cui si giunge tramite il Sentiero del Pellegrino. All’ingresso, ad attenderti, troverai una statua di Santa Filippa. Da qui, la vista sui circostanti Monti del Cicolano è mozzafiato.
Il Sentiero del Pellegrino, percorribile a piedi, a cavallo o in un mountain bike, è attraente non solo per gli sportivi e gli amanti del trekking, ma anche per i fedeli, che ogni anno organizzano, sul finire dell’estate, una processione, per rivivere idealmente il percorso della Santa.
Da segnalare anche il museo sulla vita della santa, che conserva preziosi cimeli, sue raffigurazioni, oggetti di uso comune, ricettari della farmacia, ma anche alcuni oli di Giorgio De Chirico.
Fonte-Scopri la Sabina, per la promozione del turismo in Sabina
Scopri la Sabina (scoprilasabina.it) è il sito web specializzato nel fornire informazioni per il turismo in Sabina e le vacanze nel Lazio.
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Arch. Maurizio PETTINARI-“Intorno al 1117 è nominato il castrum ed il podium di Poggio Bustone quando Berardo, signorotto del luogo, donò il territorio all’Abbazia di Farfa, ma il dominio dell’Abbazia durò pochi anni per passare poi al regno Normanno. Alla fine del XII secolo, il paese fu incluso nel territorio reatino.
San Francesco, con i suoi primi sei compagni, prese a predicare nel 1208 nella valle reatina prendendo dimora a Poggio Bustone.
Il paese fu completamente raso al suolo dal terremoto del reatino del 1298, che provocò la morte di 150 abitanti. Dal 1817 Poggio Bustone divenne sede di un governatorato che aveva alle sue dipendenze i comuni di Labro, Morro e Rivodutri. Poggio Bustone nella storia recente fu protagonista della lotta partigiana, nel mese di aprile del 1944, fu invaso dalle truppe nazi-fasciste che portarono morte e distruzione, in seguito per il coraggio dimostrato dalla popolazione il paese fu insignito di Medaglia d’Argento al valore.
Architetture religiose
Chiesa di San Giovanni Battista
La parrocchiale di S. Giovanni Battista è la principale chiesa del centro storico del paese. All’interno si trova un affresco quattrocentesco di S. Francesco che riceve le stimmate; sotto l’altare maggiore si conservano le reliquie di S. Felice martire. Secondo la leggenda il corpo del Santo fu portato su di un carro trainato da buoi che spontaneamente giunsero al castrum di Poggio Bustone.
Il Santuario di Poggio Bustone
Immediatamente fuori dal paese, sul lato della montagna, sorge il santuario francescano di Poggio Bustone, meta dei numerosi pellegrini che percorrono il Cammino di Francesco. Il santuario sorge nei pressi del romitorio dove, nel 1208, si fermò il santo di Assisi, che qui ebbe l’apparizione dell’angelo che gli annunciava la remissione dei peccati.
La costruzione del santuario iniziò nel Duecento e continuò nei secoli successivi. Il complesso comprende una chiesa, il convento di San Giacomo (ove risiedono i frati Francescani) e il tempietto della Pace.
La chiesa (che risale alla fine del Trecento) ospita degli affreschi che ritraggono la Madonna delle Grazie con il bambino e due angeli ai lati in adorazione, il castello di Poggio Bustone su cui vigilano San Francesco e Sant’Antonio oltre alle artistiche vetrate ed al tradizionale crocefisso in legno.
Il convento di San Giacomo (risalente al XV secolo) si sviluppa intorno a un chiostro dove si possono trovare un quadro con le parole del “Cantico delle Creature”, mentre nelle lunette sono raffigurati episodi della vita di San Francesco. Aperto al pubblico è il refettorio in cui si può trovare l’altare in legno con l’edicola dedicata a San Giacomo utilizzate da San Francesco e dai suoi primi seguaci.
Il santuario è collegato al Tempietto della Pace (XX secolo) per mezzo di un sentiero in cui sono poste le edicole della via crucis, ognuna composta da un diverso materiale (legno, marmo, bronzo, ceramica, ecc). Terminato il sentiero si può trova una statua in bronzo del Santo. (Informazioni tratte da Wikipedia).
Il patrimonio manoscritto della Biblioteca assomma attualmente a circa 450 volumi (secc. X-XX), circa 200 dei quali di carattere archivistico; a questi si aggiungono circa 270 pergamene datate tra i secoli XII e XVIII.
Biblioteca di FarfaBiblioteca di FarfaBiblioteca di FarfaBiblioteca di FarfaBiblioteca di FarfaBiblioteca di FarfaBiblioteca di FarfaBiblioteca di FarfaBiblioteca di Farfa
I Codici e i Manoscritti
Origine del manoscritto
L’Italia e l’Impero Romano d’Oriente sono i luoghi che tra il 400 e il 600 d.C. hanno visto nascere l’arte dei codici miniati. La natura di questi primi testi era prevalentemente religiosa, la maggior produzione è riscontrabile tra il Medioevo e il Rinascimento; dal IX secolo crebbe la loro diffusione tanto che ci rimangono circa settemila manoscritti di questo periodo. Sebbene con l’invenzione della stampa nel 1455 la produzione di queste piccole opere d’arte ebbe un repentino calo, ancora nel XVI secolo ricchi signori pagavano i monasteri affinché producessero codici miniati da inserire nelle loro collezioni.
Definizione di codice miniato
Un codice miniato è un manoscritto che ha al suo interno delle illustrazioni che potevano essere figure o anche semplicemente capolettera decorati con motivi floreali o religiosi. La maggior parte di questi codici furono realizzati su pergamena, derivante dalla lavorazione della pelle di animali come pecora, vitello o capra. La più preziosa qualità di questo materiale era il vellum, chiamato anche pergamena uterina, poiché erano spesso utilizzati feti o animali nati morti.
Con l’avvento del Tardo Medioevo la pergamena venne sostituita con la carta. I fogli venivano poi rilegati inserendoli in copertine chiamate piatti, costituite da cartoni rigidi, che potevano essere di legno o cartone. Venivano poi essi stessi rivestiti di una coperta, spesso in pelle. La rilegatura nell’Alto Medioevo aveva un profondo significato: doveva rispecchiare le parole dei testi miniati, la loro natura ultraterrena, ricordare la bellezza della verità divina contenuta in essi. Il lavoro era eseguito con grande precisione e perizia, sia perché la creazione di un codice era vista come un’azione ricca di sacralità, sia perché spesse volte erano lavori commissionati da ricchi committenti che desideravano poter esibire opere dall’alta fattura artistica.
Come già precedentemente accennato le prime produzioni di codici miniati erano soprattutto di carattere religioso, i Vangeli erano fra i testi più riprodotti, ma anche storie di Santi e i famosi Libri d’Ore.
I Libri d’Ore
Erano libri in cui venivano raccolte oltre che alle preghiere da recitare nella giornata, anche un calendario e spesso un salmerio, annotazioni musicali del canto liturgico; erano quindi raccolte delle giornate liturgiche che dovevano accompagnare il fedele nella sua quotidiana professione di Fede. Questi manoscritti erano decorati da miniature ed impreziositi da decori in oro ed argento. La loro diffusione fu dovuta soprattutto alla loro grande bellezza, tanto che venivano spesso regalati a familiari ed amici nelle occasioni più importanti.
A partire dal Basso Medioevo la riproduzione di testi sacri vide una lenta diminuzione, e a farla da padrone erano i gusti e le scelte personali dei committenti che utilizzavano spesso i manoscritti per evocare la loro grandezza personale e soddisfare il loro protagonismo. Questa secolarizzazione del libro portò ad una domanda sempre crescente di codici miniati e i monasteri, luoghi che fino a quel momento erano stati i soli detentori dell’arte della miniatura, dovettero assumere manovalanza esterna, amanuensi laici che lavoravano all’interno del convento senza consacrarsi alla vita religiosa.
Prima del XII secolo d.C. comunque erano soprattutto monaci ad occuparsi della scrittura e dell’illustrazione di questi piccoli capolavori. All’interno dei monasteri vi erano luoghi preposti esclusivamente per il lavoro degli amanuensi, gli Scriptoria, in cui i monaci, fino anche ad un numero di trenta, sedevano in piccole postazioni poste davanti alle finestre che generalmente davano sul chiostro.
Essendo in un’epoca in cui l’elettricità non esisteva, la luce naturale era preziosa e gli amanuensi scandivano le loro giornate fra le preghiere e il lavoro di copiatura e trascrittura evitando di lavorare con la luce artificiale delle candele per il timore di poter danneggiare il manoscritto. La copiatura di questi testi rivestiva un’importanza fondamentale non solo per la cultura religiosa, ma anche per la trasmissione e la salvaguardia di molte opere del periodo greco e romano.
Per dare vita ad un manoscritto miniato erano utilizzati diversi strumenti: penne, inchiostro, temperini, righelli, punteruoli ed ovviamente il leggio erano gli attrezzi del lavoro di ogni amanuense. Tradizionalmente si pensa che per ogni manoscritto a lavorare fosse un solo monaco, ma in realtà per la sua realizzazione il codice aveva bisogno di più figure preposte a diverse lavorazioni.
I calligrafi e i copisti
Erano coloro che si dedicavano alla trascrizione dei testi. Inizialmente veniva impostato il foglio di lavoro tracciando linee sottili con uno strumento in legno, successivamente l’amanuense procedeva con la trascrizione delle parole usando una piuma d’oca dal fine pennino e dell’inchiostro nero.
I correttori
Si occupavano poi di confrontare il testo copiato con l’originale in modo da evidenziare eventuali errori o dimenticanze. Entrava poi in gioco il rubricatore, colui che realizzava primariamente titoli e capolettera con colore rosso. L’azione del rubricare deriva proprio il suo nome dall’originaria usanza di utilizzare il colore rosso per queste decorazioni.
Alluminatori
Infine, lavoravano sul codice gli alluminatori, addetti all’applicazione delle foglie d’oro e gli illustratori che realizzavano le immagini necessarie a completare e a chiarire il testo. Le illustrazioni, inserite in spazi precedentemente lasciati vuoti, non solo fornivano un valore aggiunto al lavoro, ma erano anche utili a chiarire la narrazione agli analfabeti. Un primo disegno preparatorio veniva prodotto su tavolette di cera per poi essere trasferito sulla pergamena. Erano poi aggiunti i colori e le decorazioni dei bordi.
Se in una prima fase del medioevo i testi erano solo decorati nelle loro iniziali e le illustrazioni erano poche, con il periodo romanico le decorazioni subirono un aumento, i capilettera venivano istoriati fino ad arrivare al periodo gotico in cui i motivi floreali la facevano da padroni e le immagini superavano in quantità il testo.
L’uso dei colori
L’uso dei colori aveva precisi scopi: da un lato donavano all’immagine un’apparenza più realistica e meno bidimensionale, dall’altro la vivacità che donavano alle immagini potevano affascinare maggiormente i lettori. Questi pigmenti erano realizzati con sostanze primariamente naturali: per i rossi, l’ocra e il marrone erano utilizzate terre; per il verde, il blu e l’azzurro venivano polverizzate pietre dure e minerali, ma anche vegetali; per il bianco cenere o calce spenta; il giallo derivava dallo zafferano o da metalli. I colori in polvere erano così sciolti in una soluzione di acqua, miele, e una sostanza che facesse incollare il pigmento alla pergamena, molto spesso utilizzati chiara d’uovo o gomma arabica.
Sicuramente la parte però più importante era la doratura del manoscritto. Un codice infatti non si può ritenere miniato se almeno una o più miniature non sono decorate con foglia d’oro o spennellato con scaglie d’oro. Nei primi secoli del Cristianesimo alcuni manoscritti erano realizzati interamente in oro, questo perché la presenza di un così prezioso materiale celebrava il significato del testo.
Con le decorazioni in oro si lodava così Dio, mettendo in risalto anche la ricchezza del mecenate. La foglia d’oro derivava da piastre e monete martellate per ridurle allo spessore di meno di un millimetro. Poteva essere oro a 22 carati, ma anche leghe che ne riproducevano l’aspetto.
Con la foglia d’oro erano decorate le superfici su cui precedentemente erano stati stesi del gesso e della colla e della terra particolare, detta bolo, che essendo molto grassa permetteva alla foglia di aderire meglio e donava sfumature rossastre all’oro.
Per permettere una maggiore tenuta erano aggiunti anche delle sostanze aggrappanti come uovo, miele o zucchero candito. Infine, vi era il passaggio della brunitura, ossia la lucidatura dell’oro che avveniva con un dente di lupo o di vitello o diversamente con dell’ematite ed utilizzando utensili come punzoni per creare decorazioni e motivi floreali.
Come già raccontato con l’invenzione della Stampa la produzione di manoscritti subì una lenta discesa, poiché furono messi in commercio testi stampati che riproducevano però delle caratteriste dei codici miniati. Erano chiamati incunaboli ed erano testi stampati a caratteri mobili, più economici e quindi più apprezzati.
Erano imitati i caratteri amanuensi e il tipografo lasciava lo spazio del capolettera in bianco con una piccolissima lettera stampata che veniva poi riprodotta successivamente a mano da un rubricatore o copista. Questi esemplari si differenziano dai manoscritti poiché al loro interno è presente il colophon, con le note tipografiche e la disposizione del testo è su colonne. Inoltre sono spesso utilizzate abbreviazioni e contrazioni e sono inserite note a margine.
Patrimoni d’Arte e la riproduzione dei codici miniati
La nostra azienda nasce dalla volontà di recuperare la memoria umanistica e storica di antichi testi, realizzandone accurate edizioni in facsimile.
Per garantire al cliente repliche di prestigio dei migliori capolavori, lungo è il periodo di ricerca: un intervallo id tempo che va dai 2 ai 10 anni; vengono selezionati codici fra i più belli e rari tra le biblioteche e le fondazioni d’Europa.
Il primo passaggio fondamentale per la riproduzione è reperire fotografie che riproducano fedelmente ogni pagina del manoscritto, essendo spesso impossibile spostarli dalla loro sede originaria, poiché delicatissimi dal punto di vista strutturale, tanto che anche un semplice sbalzo termico di pochi gradi potrebbe rovinarli in modo irreparabile. Parallelamente a questo fattore, preminente è la figura di studiosi in grado di realizzare libri studio che accompagnino i clienti nella fruizione dell’opera, dando spiegazioni circa la natura storica e religiosa della stessa, insieme a notizie e curiosità che aiutino a meglio collocarla nel periodo storico di appartenenza.
La carta per realizzare i codici miniati è di assoluto pregio: viene prodotta in Italia solamente tre volte l’anno e per il trasporto sono necessarie misure straordinarie affinché mantengano la stessa temperatura e non subiscano bruschi sbalzi termici che ne possono rovinare la qualità.
La stampa è un altro delicato e particolare passaggio della produzione. I colori originari sono particolarmente difficili da riprodurre, numerose prove di stampa vengono effettuate prima di essere certi che il risultato finale riproduca fedelmente la bellezza dell’originale. Dei fogli è prima stampato il fronte e una volta asciutto il retro. L’applicazione dell’oro è particolarmente difficoltosa in quanto le parti dorate originali sono spesso molto piccole e i dettagli minuziosi.
L’ultimo passaggio è quello della rilegatura: un esperto di questa tecnica lega artigianalmente le pagine con fili di canapa e le inserisce nella copertina; tutti questi passaggi sono realizzati a mano affinché il codice possa essere una perfetta replica dell’originale. Sono poi aggiunti i dettagli, i fregi e le decorazioni che impreziosiscono l’esterno dell’opera e ne arricchiscono il valore.
Terminata la riproduzione dopo il lungo periodo di realizzazione ci troviamo davanti vere e proprie opere d’arte che trasmettono tutta la passione e la dedizione di chi ha lavorato alla loro produzione, ma anche e soprattutto permettono di vivere l’emozione di un’opera che racconta una storia che ha attraversato i secoli per arrivare fino al nostro tempo.
Fonte-Patrimoni d’Arte s.r.l
Sede Legale: Via Sebastiano Beato Valfré, 4 – 10121 Torino
Castello di ORVINIO(Rieti)- Fotoreportage in B/N del 1935
Orvinio è un comune italiano di 387 abitanti della provincia di Rieti, in Lazio, che si erge su un colle attorno al suo imponente Castello appartenente al Casato dei Marchesi Malvezzi Campeggi.Orvinio fa parte del club dei borghi più belli d’Italia
ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Ingresso dalla parte di Orvinio – foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Scalone principale- foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Salone da ricevimento a due stili- foto del 1935.ORVINIO (Rieti)- Il Castello-interno il Pozzetto del Silenzio – foto del 1935 ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Lo Studio- foto del 1935..ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Salone da ricevimento a due stili- foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-La Galleria- foto del 1935.ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Sala da fumo- foto del 1935.ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Salone da Ballo – foto del 1935.ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Interno del parco , la fontana – foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Interno la Madonnina del Castello- foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Interno del Parco una Torre- foto del 1935.ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Salone da ricevimento a due stili- foto del 1935.ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Interno del parco -dettaglio del terrazzo ed ingresso ad una delle Torri. – foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-la Cappella – foto del 1935.ORVINIO (Rieti)- Il Castello- Piazzale d’ingresso- foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Visione dell’antica Torretta e del Grande Torrione circondato dai cedri del Libano – foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Interno del Parco – foto del 1935ORVINIO (Rieti)-Il Castello-Ingresso-foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Interno del parco , la fontana – foto del 1935ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Veduta dal Castello delle Fattorie- foto del 1935.ORVINIO (Rieti)- Il Castello-Visione dell’antica Torretta e del Grande Torrione circondato dai cedri del Libano – foto del 1935ORVINIO-Veduta del Castello- foto del 1935
Tersilio Leggio -Alle origini di Poggio Mirteto–Edizioni Espera
Descrizione del libro di Tersilio Leggio-Il volume prende le mosse dal X secolo, quando avvennero significativi mutamenti nel paesaggio della Sabina tiberina generati dell’«incastellamento», fenomeno ben noto che ha portato alla nascita di insediamenti concentrati e fortificati. Ripercorse le tappe delle prime fasi dell’incastellamento, il volume si sofferma poi sul XIII secolo, momento nel quale si ebbe la penetrazione in Sabina delle aristocrazie romane, legate al papato ed ai cardinali di curia, mirata alla creazione di signorie territoriali. Il castello di Poggio Mirteto fu fondato in questa fase, con il probabile fondatore che fu Riccardo di Pietro Iaquinti, esponente della famiglia romana imparentata con gli Orsini. Dopo il declinare delle fortune di Pietro, il castello fu acquisito dall’abbazia di Farfa. Grazie alla sua centralità geografica, Poggio divenne dagli inizi del XV secolo la residenza degli abati commendatari del monastero e sede del governatorato della signoria farfense. La società locale, investita di questo importante ruolo crebbe nella sua influenza, tanto da diventare il baricentro territoriale di un’area molto vasta, conquistandone l’egemonia mantenuta fino ad oggi.
Prof. 𝗧𝗲𝗿𝘀𝗶𝗹𝗶𝗼 𝗟𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼
Breve biografia del Professor Tersilio Leggio è storico del medioevo, autore di oltre cento saggi sull’Italia mediana, ed in particolare sull’abbazia di Farfa, su Rieti e sulla Sabina. Ha collaborato con la British School at Rome, con l’Università di Sheffield e con l’Università di Leicester alla progettazione, alla preparazione e alla esecuzione di numerose campagne di ricerca archeologica in provincia di Rieti, curando la parte storica. Ha tenuto lezioni e corsi presso l’università di Viterbo, dell’Aquila, di Roma “La Sapienza” e di “Roma Tre”. Ha partecipato a numerosi convegni a livello nazionale e internazionale su argomenti di storia medievale e di trasformazioni del paesaggio sul lungo periodo. Dal 1997 è honorary fellow della British School at Rome. Tra i suoi titoli più recenti il volume Ad fines regni. Amatrice, la Montagna e le alte valli del Tronto, del Velino e dell’Aterno dal X al XIII secolo (L’Aquila 2011) e, curato insieme a Sofia Boesch Gajano, Da santa Chiara a suor Francesca Farnese. Il francescanesimo femminile e il monastero di Fara in Sabina (Roma 2013).
Tersilio Leggio La storia del territorio di Poggio Mirteto
-Indagini archeologiche Via Aurelia Antica-Località Malagrotta-(2011-2013)–
Malagrotta-Osteria a sinistra della Via Aurelia Antica, o strada di Civitavecchia, 8 miglia lungi da Roma , posta nel tenimento di Castel di Guido, poco prima del diverticolo di Maccarese. Essa è nella valle del Rio di Galeria, che si traversa sopra un ponte : ivi dappresso è un Casale , un granaio , la chiesa , ed un fontanile fornito di acqua da una sorgente condotta, i cui bottini veggasi a destra della strada. Il nome Malagrotta suol dirsi da una grotta che si vede sul colle a sinistra ; a me sembra però che sia un travolgimento del nome Mola Rupta, che almeno fin dal secolo X. questo fondo portava: dico fin dal secolo X, poiché non voglio fare uso della Carta di donazione di Santa Silvia per le ragioni che furono indicate nell’articolo su Maccarese. Or dunque negli annali de’ i Camaldolesi, ne’ quali si riporta quell’Atto di donazione , si trova pure riportata una Carta genuina pertinente all’anno 995, ( leggasi il tomo I.p.p.126) nella quale si ricorda la cessione e permuta fatta da Costanza nobilissima donna di una metà di un suo Casale denominato Casa Nobula, posto circa l’ottavo miglio fuori della porta San Pietro nella contrada che corrisponde appunto a Malagrotta. E questa contrada si ricorda ancora anche in altre Carte degli stessi annali, come in una dell’anno 1014 nella quale si pone fuori di porta San Pancrazio nella via Aurelia, e si nomina come Casale ,in un’altra carta del 1067 si nomina come affine al Rio Galeria, e nel secolo XIII. Col nome di Castrum Molarupta colle chiese di Santa Maria e di Santa Apollinare si designa nelle bolle di papa Innocenzo IV. Nel 1249 e di Papa Bonifacio VIII. Nel 1299, con le quali furono conferiti i beni di San Gregorio: come pure in due Atti pertinenti all’anno 1280 e 1296, documenti che sono inseriti nell’appendice del tomo V. degli Annali suddetti. Quindi il nome Molarupta rimaneva sul principio del secolo XIV. E quanto a questa denominazione così antica , che rimonta, come si vide , almeno al secolo X. facile è derivarne la etimologia da una mola ivi sul fiume Galeria esistente, la quale rottasi, ne derivò al fondo ed alla contrada il nome do Molarupta.
Roma: Malagrotta – via Aurelia-indagini archeologiche finalizzate all’individuazione ed all’apposizione del vincolo di un tratto della via Aurelia antica e della mansio di età imperiale ad essa afferente.Committente:Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma (dott.ssa Daniela Rossi)
Scavi a cura della Cooperativa Parsifal – Cooperativa di Archeologia.
Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)
Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)
Roma: Malagrotta – via Aurelia–indagini archeologiche finalizzate all’individuazione ed all’apposizione del vincolo di un tratto della via Aurelia antica e della mansio di età imperiale ad essa afferente.
Committente: Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma (dott.ssa Daniela Rossi)
Scavi a cura della Cooperativa Parsifal – Cooperativa di Archeologia.
Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Indagini archeologiche Via Aurelia-Località Malagrotta(2011-2013)Via Aurelia-Località Malagrotta-Rio GaleriaVia Aurelia-Località Malagrotta-Rio GaleriaVia Aurelia-Località Malagrotta-Rio GaleriaVia Aurelia-Località Malagrotta-Rio Galeria
Via Aurelia-Località Malagrotta-Rio GaleriaVia Aurelia-Località Malagrotta-Via Aurelia-Località Malagrotta-Via Aurelia-Località Malagrotta-
“Torre della Residenza Aurelia”-Conosciuta anche come Torre della Dea DEMETRA
Franco Leggeri-Fotoreportage–Roma Municipio XIII dalla raccolta:“Fotografie per raccontare Roma e la sua Campagna Romana”–La TorreAurelia oTorre della Dea DEMETRAè sita all’interno del Consorzio Residenza Aurelia , zona residenziale del Comune di Roma nel XIII Municipio. Si raggiunge dalla vecchia via Aurelia, ora via di Castel di Guido . La Torre sorge nel punto più alto della Valle Galeria e si trova di fronte alla Torre della Bottaccia e al sito archeologico Casale della Bottaccia.La Torre per un periodo è stata sede del Circolo LA Torre della Dea DEMETRA.
La Campagna Romana o Agro Romano, in senso storico o tradizionale, non coincide con nessuna delle odierne suddivisioni amministrative e neppure con l’area che potrebbe definirsi come banlieue di Roma. Essa comprende il comune di Roma (1507,6 km2) eccetto l’area occupata dalla città coi quartieri e suburbî (222 km2) cioè 1285,6 km2 cui sono peraltro da aggiungere il comune di Aprilia (177,6 km2) costituito nel 1937, e parte dei comuni di Anzio, Nettuno, Pomezia e Marino; in quest’ultimo comune si trova l’aeroporto di Ciampino coi nuclei abitati dipendenti, compresa la così detta Città giardino Appia (v. ciampino, in questa App.). Il fatto più notevole che caratterizza l’ultimo ventennio è il progressivo rapido ripopolamento della Campagna. Limitandoci al territorio pertinente al Comune di Roma, i 62.500 ab. (residenti) del 1936, sono divenuti 120.781 nel 1981 e 161.886 nel 1956. L’incremento è dovuto non tanto al moltiplicarsi delle case sparse, quanto al costituirsi di nuclei che sono spesso antichi casali trasformati, dotati di chiesa, scuola, stazione sanitaria, ovvero di nuove unità rurali, o infine di veri e proprî centri. Di questi il più recente censimento ne annovera 42, dei quali uno, il Lido di Ostia è ormai una cittadina di circa 20.000 ab., altri due o tre hanno popolazione superiore a 5000 ab. (oltre a Ciampino) e sette o otto popolazione superiore a 1000 ab. Il richiamo della popolazione verso il mare è evidente. Dopo il Lido, il centro più popoloso è Fiumicino, che acquisterà nuovo incremento con l’apertura al traffico (1961) del grande aeroporto intercontinentale; a nord di Fiumicino è Fregene; a sud del Tevere Tor Vaianica, a prescindere dalle altre recenti “marine” che si succedono fino ad Anzio. Altra ben visibile trasformazione della Campagna, del resto connessa con la precedente, è la riduzione delle aree pascolive a vantaggio delle coltivazioni. Tra queste predomina ancora il grano, ma nelle zone periferiche compare la vite (anche per frutto), altri alberi fruttiferi, prati da foraggio e, in plaghe più ricche di acqua, colture orticole. La Campagna comprende due grandi bonifiche effettuate secondo piani predisposti, la bonifica di Maccarese e quella di Porto-Isola Sacra, oltre ad altre minori; comprende anche taluni grossi centri di allevamento, come Torrimpietra. L’allevamento bovino si sviluppa, quello ovino declina a causa della accennata riduzione del pascolo naturale. Manifesta è anche la trasformazione o integrazione della rete stradale. Le antiche vie consolari irraggianti dalla città che ancora costituiscono lo schema fondamentale, sono collegate da vie trasversali (a cominciare dal “grande raccordo anulare” corrente a 11-15 km dal centro di Roma), da collegamenti secondarî, da strade vicinali e di bonifica.
La parte della Campagna più vicina alle aree suburbane viene a poco a poco assorbita dalla espansione del Suburbio stesso sia verso il mare (dove i quartieri dell’EUR sono, secondo il reparto del 1951, ancora fuori del Suburbio), sia verso est (via Tiburtina), sia verso sud-est (vie Prenestina e Casilina), sia anche verso nord (via Cassia).
Fonte-Istituto della Enciclopedia Italiana
Serbatoi idrici della Campagna Romana- Serbatoio della TORRE della RESIDENZA AURELIA di Castel di Guido
La dea Demetra e la sacralità della natura
(perché per gli antichi l’ambiente era la loro casa)
Erisittone aveva abbattuto senza alcun rispetto gli alberi di un bosco sacro a Demetra: la reazione della dea e il senso degli antichi per la natura.Fu così che Erisittone, bulimico, più mangiava più aveva fame, divorava tutto quello che gli capitava davanti agli occhi e un giorno mangiò anche il gatto di casa. E continuò sino a mandare la sua casa in rovina.
Ecologia è un calco costruito sul greco e (come anche economia) contiene la parola oikia, la casa, l’ambiente in cui viviamo e che dobbiamo proteggere.Ambiente ed ecologia sono parole moderne, ambiente viene dal verbo latino ambire, che vuol dire andare intorno, ed è un nome che indica lo spazio che ci circonda e nel quale ci muoviamo e viviamo assieme agli altri.
Curioso che ambiente e ambizione derivino dallo stesso verbo latino ambire che nel senso più positivo del termine è un desiderio legittimo di migliorarsi.
E uno dei nostri desideri più forti, sin da giovani, è la casa, il nostro posto in cui stare bene nel mondo, un posto da proteggere, l’ambiente nel quale cresciamo ogni giorno e facciamo crescere i nostri figli.
In fondo scriviamo ambiente, ma leggiamo casa.Nota di Cristina Dell’Acqua (pubblicato su corriere.it del 3 dicembre 2021)
Franco Leggeri-Fotoreportage-ROMA -Torre Aurelia
Il commento di Carlo Crovella Il mio professore di liceo mi assicurava che la cultura classica aveva già spolverato l’intero palinsesto dell’esistenza. Nei miti greci e latini c’era già “tutto” quello che riguarda la vita umana, caratteri, vizi, difetti, i pochi pregi. E c’era già l’intero universo. All’inizio ero perplesso: come potevano sapere, secoli e secoli fa, cosa sarebbe accaduto “dopo”, con la tecnologia, l’evoluzione, il progresso? Semplice: il lupo perde il pelo, ma non il vizio. La specie umana era già così. Il “dopo” ha solo amplificato gli effetti negativi dei suoi difetti per la combinazione fra progresso tecnologico e crescita esponenziale degli individui. Altro che un bosco, ci divoriamo oggi! Intere colline di silice sono state completamente spianate per utilizzare quel componente da inserire nei telefonini e pc.: saremo anche noi condannati alla stessa pena eterna di Erisittone? Peggio, siamo destinati all’estinzione: non riusciremo letteralmente più a sfamarci perché avremo consumato tutte le risorse del pianeta. Un’altra considerazione si lega al mito classico. Come ho già raccontato, purtroppo io non ho il dono di una profonda fede religiosa. Non sono proprio ateo, sono piuttosto un “laico”, credo in principi etici a-religiosi (correttezza, rigore, senso del dovere, ecc.). Tuttavia percepisco un che di sacro nell’essenza stessa nell’ambiente, è imperniato di qualcosa di “divino”. La nostra bulimia di risorse, oltre a distruggere noi stessi, ha un carattere addirittura blasfemo: uccidiamo Dio.
Ascoli Piceno- Palazzo dei Capitani del Popolo la Mostra: Luce nel silenzio Andrea Benetti e Dario Binetti-
Fino al 27 aprile 2025, lo storico Palazzo dei Capitani del Popolo di Ascoli Piceno ospiterà la mostra “Luce nel silenzio”, un’esperienza artistica e sensoriale unica, firmata da Andrea Benetti e Dario Binetti, con la curatela del prof. Stefano Papetti.
L’esposizione si articola in un dialogo tra la luce e l’oscurità, tra il visibile e l’invisibile, attraverso 21 opere che fondono bassorilievo e fotografia, immergendo lo spettatore in un’atmosfera evocativa e mistica. La mostra si ispira alle profondità delle Grotte di Castellana, luogo iconico di silenzi millenari, e porta in superficie suggestioni ancestrali e archetipi visivi che parlano direttamente all’anima.
Andrea Benetti, artista e ideatore del Manifesto dell’Arte Neorupestre, e il fotografo Dario Binetti hanno creato un percorso espositivo in cui le ombre e i bagliori si fondono, restituendo immagini che sembrano emergere da un tempo remoto, in un richiamo alla spiritualità primitiva e alla ricerca di significati nascosti.
Ascoli Piceno- Palazzo dei Capitani del Popolo la Mostra: Luce nel silenzio Andrea Benetti e Dario Binetti
La mostra è promossa da Italian Art Promotion e Alchemical Shadows, con il patrocinio del Comune di Ascoli Piceno e la collaborazione delle Grotte di Castellana, il cui fascino ha ispirato il progetto artistico.
Un ringraziamento speciale al Comune di Ascoli Piceno ed al Comune di Castellana e alla Dirigenza delle Grotte di Castellana per il supporto al progetto.
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