Tuscia in pillole. Il Bosco dei Frati Cappuccini a Viterbo-di Vincenzo Ceniti-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Tuscia in pillole. Il Bosco dei Frati Cappuccini a Viterbo-di Vincenzo Ceniti-
Viterbo-Frugo tra i miei vecchi appunti e ne trovo uno che rileggo con salutare nostalgia. Mi ricorda il bosco dei Frati Cappuccini a Viterbo. Per noi ragazzi dell’immediato dopoguerra era il tempio del calcio. Per i nostri genitori, un luogo provvidenziale e sicuro. Per il padre guardiano e i suoi confrati, un rifugio di pace (interdetto alle donne), luogo di preghiera e di oratorio. Uno spazio esclusivo con querce, lecci, castagni, abeti, cipressi, stalla e orto che in quegli anni poche parrocchie di Viterbo potevano vantare.

Era circondato da un muro invalicabile (o almeno mi pareva tale), più alto delle case esterne, proprio per evitare sguardi indiscreti. Oggi è circondato da palazzoni che da tempo ne hanno infranto l’intimità. A confine con l’orto s’apriva una lega dove i più coraggiosi dei miei compagni si tuffavano d’estate. Io no. Avevo paura delle bisce. Ma li invidiavo.
Al centro del bosco, nell’unico spiazzo pianeggiante, coperto da alberi secolari, era ricavato un campetto di calcio, con terreno in lieve pendenza, percorso da rigagnoli scavati dall’acqua piovana. Nella porta “di sopra” faceva da palo un albero di castagno. In quella “di sotto” la stessa funzione era affidata a una robusta quercia di circa un metro di diametro. In ambo i casi le porte erano completate da filagne legate col fil di ferro o inchiodate.
Non esistevano i limiti sulle “fasce” laterali. La palla era sempre “buona”, per cui si poteva spaziare a volontà. Ci affidavamo solo al buon senso di chi l’aveva tra i piedi. Si giocava normalmente con un pallone n° 4 dotato di “curiolo” e camera d’aria, gonfiata col fiato. Era duro, pesante, rattoppato e deforme. Se restava impigliato tra i rami degli alberi, per recuperarlo lo prendevamo a sassate.
Raramente potevamo disporne di uno nuovo, a meno che qualcuno di noi non lo avesse ricevuto in regalo nel giorno della prima Comunione, come accadde a me nel maggio del 1946. Era un numero 3, cioè ne’ grande, né piccolo. Mi guardai bene dal gettarlo nella mischia. Me lo tenevo stretto e facevo giocare solo gli amici più fedeli.
Per fare le squadre si procedeva alla conta, di solito affidata a due tra i più bravi. In porta non ci voleva tare nessuno. Qualche volta ci giocavo io, bardato di ginocchini, guanti multiuso e cappelletto. Formammo una squadra di nove elementi, chiamata “I lupetti” che andò in trasferta perfino a Montefiascone per una partita contro i frati del posto che giocavano in tonaca, alcuni a piedi scalzi. Raggiungemmo il paese in treno. Dal momento che la stazione era distante dal convento, ci facemmo a piedi tre chilometri all’andata e tre al ritorno.
Per le divise ricorrevamo alle maglie di lana caprina, che d’inverno tenevamo a pelle, tinte di colore granata con un numero di stoffa bianca ritagliato a mano e cucito sulle spalle. In quegli anni ante-1949, la maggior parte di noi tifava per il Torino di Valentino Mazzola.
Poco distante dalla porta “di sotto” c’era la porcareccia. Nel tardo pomeriggio i maiali che pascolavano nel bosco venivano chiamati per il pappone dal frate-cuoco che batteva violentemente il pugno sulla lamiera della porta utilizzata a mo’ di gong. I maiali riconoscevano il suono e si scatenavano in una corsa inarrestabile verso il trogolo.
Per raggiungerlo convergevano al centro, attraversando il campetto dove giocavamo. Li prendevamo allora a calci e pallonate. Nel bosco c’era anche una piccola cappella con l’immagine della Madonna. Tra l’erba incolta attecchiva una pianta selvatica a forma di ruchetta, dal profumo intenso che non ho più sentito quando, da “grande”, ci sono ritornato.

Si accedeva al bosco da un cancelletto che lo separava da uno spazio destinato alla siesta e alle passeggiate dei frati. Doveva restare sempre chiuso, altrimenti i maiali sarebbero “scappati”. Quando nel primo pomeriggio, d’estate, col sole a picco, irrompevano nel convento e di corsa raggiungevamo il bosco, nessuno voleva chiuderlo e pertanto rimaneva aperto, con solenni rimproveri da parte dei frati. Per ovviare al tutto, dovevamo gridare “l’ultimo chiude!”. Ovviamente l’ultimo sarebbe stato anche l’ ultimo a dare il calcio al pallone.
Un giorno padre Camillo – il frate cui eravamo affidati – mi sospese per tre giorni poiché non ero andato come chierichetto alla funzione serale. Dopo alcune ore di forzata “astinenza”, mia madre fu costretta a telefonargli per farmi riammettere. Entrai nel bosco a testa bassa e la coda fra le gambe. Padre Camillo era seduto su un ciocco all’ombra di una quercia. Mi chiamò, mi dette un santino e mi disse “Non lo fare più”.
L’autore-Vincenzo Ceniti

Vincenzo Ceniti–Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.