Eleonora Duse nasceva il 3 ottobre 1858-Articolo di Daniela Musini
Eleonora Duse nacque per caso in un albergo, il Cannon d’Oro di Vigevano, durante una tournée dei genitori, attori anche loro, e morirà, sempre in un albergo, a Pittsburgh, il 21 Aprile 1924, durante la sua ultima tournée.
Eleonora Duse
Fu la più grande attrice di tutti i tempi, innovativa e geniale nella sua concezione del teatro e dell’interpretazione attoriale, che si distaccava dalla recitazione roboante ottocentesca per privilegiare una tecnica sottrattiva che rifiutava stereotipi e convenzioni a favore della intensità ed autenticità.
La sua grammatica mimica e gestuale era di straordinaria efficacia; dotata di carisma e di una eccezionale presenza scenica, ipnotizzava gli spettatori, e persino gli oggetti di scena, da lei maneggiati o solo sfiorati, diventavano veicolo di emozioni.
Il teatro fu per lei vertigine dell’anima e le creature che interpretò sulla scena (fossero personaggi di Goldoni, Dumas, Sardou, Verga, d’Annunzio o Ibsen) finivano tutte per assomigliarle, forti e complesse, fragili e sublimi.
Ammirata incondizionatamente da Cechov, Chaplin, Strasberg, Paul Klee, von Hoffmansthal, Rilke, George Bernard Shaw (solo per citare alcuni intellettuali che l’ammirarono sulle scene dal vivo) e idolatrata dal pubblico di ogni latitudine, la Duse fu donna indomita e inquieta, dalla vita costellata da successi ed eccessi, passioni rapinose e struggenti malinconie.
Eleonora Duse
Dal suo unico marito, l’attore Tebaldo Checchi, ebbe una figlia, Enrichetta, che amò in modo struggente di un sentimento innervato di sensi di colpa (a causa delle sue lunghe assenze causa tournée), profondo e vibrante, come testimoniano le tante, appassionate lettere che si scambiarono nella loro vita.
Dopo un rapporto burrascoso con lo scrittore e poeta Arrigo Boito (autore anche di alcuni libretti per Verdi), Eleonora si innamora, ricambiata, di Gabriele d’Annunzio, del quale fu la Musa più “Imaginifica” e l’amante più famosa e immortale .
Al Vittoriale, nell’Officina, il suo studio, è ancora presente il suo busto che il Vate, prima di accingersi al lavoro, ricopriva con un velo, quale «testimone velata» della sua opera.
Eleonora visse con d’Annunzio un rapporto sentimentale febbrile che fu anche uno splendido sodalizio artistico, “l’incantesimo solare” come il Poeta stesso lo ribattezzò.
Abitarono per un periodo alla Capponcina, una villa quattrocentesca sita a Settignano, vicino Firenze, dove lui scrisse per lei tragedie, come “La Gioconda”, “Francesca da Rimini”, “La città morta” che la Duse mise in scena con enorme successo e che sovvenzionò generosamente.
“Ghisola” lui la chiamava, giurandole eterno amore, ma la tradì con tutte le sue amiche e le attrici delle sue compagnie.
Eleonora sapeva e taceva, taceva e soffriva. Quando la sera lo vedeva andar via dalla Capponcina: «Figlio, dove vai?», gli chiedeva accorata, e lui: «Non dimandare» e usciva.
Lei, tutta la notte, a torcersi le mani e il cuore per la gelosia, lui a sollazzarsi con «due sorelle sonatrici di virginale ed esperte di giochi perversi».
E quando Eleonora gli urlava tutto il suo tormento di donna innamorata e ferita, egli ribatteva, cinico: «L’infedeltà fugace dà all’amore una novità inebriante (…) Non v’è menzogna sillabica più confusa e diffusa di questa: la fedeltà».
Le diede, è vero, imperitura fama, eternandola nell’eterea Ermione de “La pioggia nel pineto”, ma poi le graffiò il cuore tratteggiandola impietosamente nel personaggio della Foscarina de “Il fuoco”.
Eleonora Duse
E a chi le chiedeva come mai non ne avesse impedito la pubblicazione, lei rispondeva: «Ne ho autorizzata la stampa perché la mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta, quando si tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana. E poi ho quarant’anni… e amo!».
Dopo nove anni dall’inizio del loro legame, Gabriele perse la testa per Alessandra Starabba di Rudinì, e nel contempo scelse Irma Gramatica per il ruolo di Mila di Codra, protagonista del suo capolavoro teatrale “La figlia di Iorio”, che Eleonora avrebbe voluto così tanto interpretare.
Lei capì che tutto era finito e qualcosa morì in lei da quel momento.
Nel 1909 prese una decisione che lasciò tutti sgomenti: abbandonò le scene.
Era stanca, depressa, ma poi entrò nella sua vita, come una corroborante folata di vento, Lina Poletti, scrittrice e attivista femminista (a quel tempo legata sentimentalmente a Sibilla Aleramo) che la travolse in una passione tumultuosa durata due anni.
Dopo una parentesi cinematografica con il film muto “Cenere” del 1916 tratto da un’opera di Grazia Deledda, Eleonora tornò a calcare le scene.
Saranno ancora trionfi e tournée internazionali fino all’ultima, partita nel settembre 1923 da L’Havana, a Cuba, e che si concluderà a Pittsburgh, il 21 aprile 1924, quando, a 65 anni, una recrudescenza del suo antico male, la tisi, le sarà fatale.
Morì ed entrò nella leggenda, rimpianta da tutti e mai dimenticata.
Articolo di Daniela Musini -Sito web- LE DONNE NELLA STORIA
Questo è solo un breve estratto dall’appassionata e dettagliata biografia nel mio libro “LE MAGNIFICHE 33 donne che hanno fatto la storia d’Italia” il primo dei cinque libri (e audiolibri) che ho pubblicato con Piemme-Mondadori
Sibilla Aleramo Poesie, lettere a Dino Campana e Biografia-
Sibilla Aleramo
Nota-Quello fra Dino Campana e Sibilla Aleramo fu un amore tanto intenso quanto breve e tormentato. La loro relazione durò poco più di un anno, tra il 1916 e il 1917. La Aleramo era una donna bellissima e una scrittrice già nota (Una donna era uscito nel 1906 suscitando scalpore per la sua impronta femminista); Campana era un uomo solitario, malato, spesso aggressivo. Il loro amore fu disperato e folle, ma necessario.
Sibilla Aleramo Poesie
Ritmo
Ritrovata adolescenza, gioia del colore, occhi verdi di sole sul greto, scheggiato turchese immenso de l’onde, biondezza di cirri e di rupi, rosea gioia di tetti, colore, ritmo, come una bianconera rondine l’anima ti solca.
*
Son tanto brava
Son tanto brava lungo il giorno. Comprendo, accetto, non piango. Quasi imparo ad aver orgoglio quasi fossi un uomo. Ma, al primo brivido di viola in cielo ogni diurno sostegno dispare. Tu mi sospiri lontano: «Sera, sera dolce e mia!» Sembrami d’aver fra le dita la stanchezza di tutta la terra. Non son più che sguardo, sguardo sperduto, e vene.
*
Nuda nel sole
Nuda nel sole per te che dipingi sto immobile, il seno soltanto ritmando la vita gagliarda del cuore. Come un cielo soave d’aurora è per te questa mia forma lucente, un prato un’acqua una solitaria fiorita di petali, tralci di vigna in festività. E adori, e fervente le dolci dita su la tela conduci. Nuda nel sole ed immobile, frammento di natura, ti miro orante ed oprante. Da te invasa da te riassorbita, sei tu che mi divinizzi o la mia divinità è che ti crea, artista, arte, spirito? Tacitamente il seno respira.
*
Sibilla Aleramo
Charità notturna
Chiarità notturna, volo d’ore bianche, disteso cielo, tendo la mia mano che vi stringe, e v’offro, v’offro. Ci veda qualcuno. Non me, ma sola la mia mano che vi tiene, ore fruscianti, grande sereno, spiaggia d’astri.
*
Brucio la mia vita
S’io mi muovo, s’io mi sollevo, tutto svanisce, tutto s’aggela. Ma s’io resto così distesa, gli occhi chiusi, le labbra aureolate di brace, l’ardore della mia palma sul battito della mia gola, io brucio la mia vita, brucio la mia vita, il mio sangue si consuma nelle mie vene, io sento che si consuma solo nel ricordo d’un altro sangue, d’una voluttà data e provata, dell’amore lontano che forse non ritroverò.
*
Morte, m’hai sentita?
Morte, m’hai sentita? Nella notte ti ho invocata, piangendo e fors’anche ridendo per sedurti t’ho chiamata, ultima luce, speranza di due braccia accoglienti, un nome ancora da invocare, morte, madre, sorella, amata, una che mi prenda, una che mi voglia…. Ed eri lontana. Bianca e bella s’io ti pensavo su altri reclina, s’io t’imaginavo intenta a baciar altri, altri certo non più di me dolenti, oppur creature felici, morte, m’hai sentita s’anche non sei accorsa? Nessuno certo t’implorava quanto me, o cara quanto fu cara la vita, e tu chi sceglievi in vece mia? Ma forse, forse da lontano hai trasalito…. E ora non ti chiamo più. Stormi mi ventano dietro la fronte, aliante mondo inespresso del mio pensiero, parole che furono visioni e ch’io ancora non dissi, amore che tutti comprende i ruinati amori e li risolleva…. Verità della mia vita, incompiuta missione che nell’alba mi riappare, ch’era il miracolo, ed io forse l’ho tradita…. E forse, o morte, non venuta al mio richiamo delirante mi raggiungerai nel fervore del ripreso canto, troncherai nella mia gola il canto, un giorno chiaro…. Ch’io mi rammenti allora, ch’io mi rammenti come eri bella, come eri bella questa notte, morte, su le fronti che invece di me baciavi.
*
Sibilla Aleramo
Da Assisi
Sul colle una sta, sola, dinanzi a questo, nodo silente del mondo. Vento scende verde d’argento. Ode respiro d’assenti acque. Cantici cari dissennati ascolta, di sorrisi sorgivi, di baci ariosi, volatili delizie, e le tiene, quasi creature in grappolo, sola ne lo svariar de le luci, fra le braccia o tra l’ali, rondine e sorella, che nulla si sperda di nessuna primavera.
*
In quest’alba
In quest’alba, ricche le vene di melodia e dolenti, che tutti aduno e mesco i desideri eterni, uno, d’una rosa bianca sul cespo, solo m’avanza incontro al giorno, e il giorno è di gennaio, oh giardino che non vedrò!
*
Anche quest’ore
Passeran quest’ore di spasimo come passarono le mille di gioia. O fiore che avrei voluto soltanto baciare, o petto dolce dove imploravo festosamente la morte, ma quest’ore che vivo di strazio son più generose ancora dell’altre gridanti felicità. Mi tendo a te che ho colpito, da lontano mi tendo più pulsante di quando ridevamo nudi nel sole, la fronte più affocata, insaziata. Dono d’angoscia gemente che pur anche si dissolverà, lungo di febbre ansito verso la tua pena…. Tutti i miei capelli per addormirti da lungi!
*
Sibilla Aleramo
Una risata
Una risata. Forse un giorno la sentirò prorompermi dalla gola: giorno di gran sole, risata sopra il mondo, e poi due braccia che mi sollevino ansante verso la prima stella della sera.
*
Sibilla Aleramo
E’ IL LAVORO
OGGI L’AURORA
Entro il mio cuore
la tortura, oh tutta la tortura
del mondo patita
geme ch’io in parole la redima,
e io perdutamente balbetto,
il mio cuore ancora in sé sente
le infinite morti
da uomini inferte a uomini,
gli anni trascorrono
e sempre nel ricordo l’orrore
e sempre l’insostenibile vergogna
e sempre in me il gemito,
vano gemito anziché parole,
e il terrore che anche il più grande canto
vano pur esso sarebbe,
che mai l’ascolterebbe
se nuovamente domani sul mondo
la tortura infierisse
infanzia e vecchiaia insiem cancellando
e tutte le speranze?
Speranza aurora!
Chi guarda ancora l’aurora?
Mio cuore, tu lo sai!
E non è per essa che ancor batti?
Tanti e tanti e tanti,
vicino a te e lontano
ogni dì s’alzano e non armi impugnano,
o forse armi sono,
martelli, vanghe, libri
e vanno con questi lor vivi arnesi,
la terra è tutta un cantiere,
ogni dì è lavoro,
quanto lavoro su la terra intera,
da secoli da millenni
curvo era sino a ieri
ma ora di sé è fiero
s’anche duramente ancor soffre e lotta,
ben saldo nel voler mai più
guerre né torture,
nel volere il mondo
trasformato in fraterno giardino,
oh mio cuore, più non devi gemere,
abbi fede, tu vedi,
è il lavoro oggi l’aurora!
poesia di Sibilla Aleramo
“Le mie mani”
Le mie mani,
ricordando che tu le trovasti belle,
io accorata le bacio,
mani, tu dicesti,
a scrivere condannate crudelmente,
mani fatte per più dolci opere,
per carezze lunghe,
dicesti, e fra le tue le tenevi
leggere tremanti,
or ricordando te
lontano
che le mani soltanto mi baciasti,
io la mia bocca piano accarezzo.
Sibilla Aleramo (da ‘Poesie‘, Mondadori, 1929)
Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio detta “Rina” (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960), è stata una scrittrice, poetessa e giornalista italiana.
Sibilla Aleramo
lettera di Sibilla Aleramo a Dino Campana
Ecco la bellissima lettera che Sibilla scrisse all’amato:
Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo , 7 – 8 agosto 1916
Notte — Possa tu riposare, mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice.
M’hai promesso di farti rivedere ancor più bello, mia bella belva bionda.
Come passerai questi giorni e queste notti? Mi senti nella mia sciarpa azzurra, speranza, grazia? Riposa, riposa.
Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto. E avrai tanta dolcezza anche dal dimenticarti in me, qualche momento, dall’avermi dinanzi come qualcosa a cui la tua dedizione sia sacra, fertile e sacra. Ho tanta fede, Dino. Mi sento ancora così forte, per questo scambio del nostro sangue.
Sibilla Aleramo
Nota-Quello fra Dino Campana e Sibilla Aleramo fu un amore tanto intenso quanto breve e tormentato. La loro relazione durò poco più di un anno, tra il 1916 e il 1917. La Aleramo era una donna bellissima e una scrittrice già nota (Una donna era uscito nel 1906 suscitando scalpore per la sua impronta femminista); Campana era un uomo solitario, malato, spesso aggressivo. Il loro amore fu disperato e folle, ma necessario.
Sibilla Aleramo,Lettera a Dino Campana, (6 Agosto 1916).
Lo so, è un altra epoca, altro sentire, quì l’umanità si attacca alle tende,si consuma di tisi, assapora attimi persi, è il tempo in cui gli amori erano per sempre perche un solo bacio impegnava metà della vita, ed ogni momento passato insieme era chirurgicamente intagliato nei cuori.
Perché non ho baciato le tue ginocchia? Avrei voluto fermare quell’automobile giù per la costa, tornare al Barco a piedi, nella notte, che c’è il tuo petto per questa bambina stanca. Tornare. Come una bambina, questa del ritratto a dieci anni. Non quella che t’ha portato tanto peso di storie di memorie affannose, che t’ha parlato come se stesse ancora continuando il suo povero viaggio disperato, come se non ti vedesse, quasi, e non vedesse lo spazio intorno, le querce, l’acqua, il regno mitico del vento e dell’anima… Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia. Sentivi che la visione di grandezza e di forza si sarebbe creata in me non appena io fossi partita? Nella tua luce d’oro. E non ho baciato le tue ginocchia. I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo. Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m’avevi portata così lontano. Che il giorno innanzi ascoltavi soltanto l’acqua correr fra i sassi. Oh, tu non hai bisogno di me! È vero che vuoi ch’io ritorni? Come una bambina di dieci anni. È vero che mi aspetti? Rivedere la luce d’oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d’autunno. Ho paura di morire prima. Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che m’hai detto amore? Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è così forte. Son tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi!
Sibilla Aleramo
13 GENNAIO 1960 moriva SIBILLA ALERAMO
Come spesso accade, la sua attività letteraria ha origine da una situazione personale difficile: nel periodo della sua adolescenza la madre, in preda alla depressione e a causa dei conflitti con il padre, tentò il suicidio. Si salvò, ma fu presto internata nel manicomio di Macerata, dove rimase fino alla sua morte.
Un altro fatto fu decisivo per la giovane Maria: a quindici anni subì una violenza sessuale da parte di un impiegato della fabbrica diretta dal padre e presso cui lei stessa lavorava come contabile. Ne scaturì, come era usuale all’epoca e lo sarebbe stato fino al 1981, un matrimonio “riparatore”. La convivenza si rivelò subito insopportabile e nonostante l’amore per suo figlio Walter nato nel 1895, cadde in una profonda depressione, tanto da tentare, come sua madre, il suicidio.
È a questo punto che inizia ad affacciarsi l’attività letteraria come ancora di salvezza. A partire dal 1897 inizia a pubblicare articoli su vari giornali di ispirazione femminista e socialista. A Milano le fu affidata la direzione del settimanale socialista “L’italia femminile”, collaborando con intellettuali come Giovanni Cena, Maria Montessori, Ada Negri e Matilde Serao. Certamente queste attività la portarono ad una maggiore consapevolezza di sé e dei propri diritti e ad acquisire il coraggio necessario a lasciare il marito e il figlio per essere finalmente libera.
È in questo frangente che, trasferitasi a Roma e iniziata una relazione con Giovanni Cena, iniziò a scrivere quello che sarebbe stato uno dei primi libri femministi apparsi in Italia. Una donna, questo il titolo del romanzo, fu pubblicato nel 1906 e racconta la sua vita dall’infanzia fino alla decisione di abbandonare la famiglia, in nome di un’emancipazione femminile, ancora troppo spesso negata.
“Come può diventare una donna, se i parenti la dànno, ignara, debole, incompleta, a un uomo che non la riceve come sua eguale; ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinchè continui a baloccarsi come nell’infanzia?”
Per Una donna Maria utilizzò per la prima volta lo pseudonimo di Sibilla Aleramo, che le suggerì il compagno Giovanni Cena, ispirato dalla poesia Piemonte di Carducci («e l’esultante di castella e vigne / suol d’Aleramo», vv. 31-32: Aleramo era il nome di una potente famiglia medievale piemontese).
Da allora questo divenne il suo nome non solo nella letteratura, ma anche nella vita quotidiana.
Terminata la storia con Cena ebbe numerose altre relazioni, anche di carattere omosessuale. Ma fu probabilmente il legame con Dino Campana il più passionale e allo stesso tempo il più tormentato. Fu una storia d’amore e di follia, che precipitò a seguito del disagio psichico del poeta, a causa del quale fu rinchiuso in manicomio. Della relazione abbiamo testimonianza grazie alle poesie che i due amanti si scrivevano e si dedicavano, ma soprattutto grazie alle lettere che si inviavano.
Proprio dalla loro fitta corrispondenza epistolare ho preso questo testo:
In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perchè io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Con il nostro sangue e con le nostre lacrime facevamo le rose
Che brillavano un momento con il sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose
P.S. E così dimenticammo le rose.
Sibilla Aleramo
Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) nacque ad Alessandria il 14 agosto 1876. Trascorse un’adolescenza molto triste a causa della malattia mentale della madre; ancora giovanissima, fu costretta ad un matrimonio “riparatore” con un collega di lavoro che l’aveva violentata. La nascita del figlio Walter (1895) sembrò portare un soffio di gioia nella sua infelice vita coniugale; tuttavia, non bastò a riempire i vuoti della sua esistenza. Dopo un tentativo di suicidio, Rina cominciò a cimentarsi nella scrittura, nella quale trovò, oltre alla sua vocazione, anche il riscatto dall’esistenza gretta e stereotipata a cui le convenzioni sociali l’avevano sempre costretta.
Su varie riviste – come Gazzetta letteraria, L’Indipendente, Vita moderna, Vita internazionale – pubblicò soprattutto articoli di argomento femminista e socialista: questo suo impegno la portò ad avvicinarsi a Giorgina Craufurd Saffi, con la quale tenne una fitta corrispondenza. Punti nodali del suo impegno per l’emancipazione femminile furono la lotta contro la prostituzione e la campagna per il diritto di voto alle donne; si attivò, in tal senso, per promuovere manifestazioni, sezioni di movimenti femminili ed altre iniziative. Diresse inoltre il settimanale milanese L’Italia femminile,nel quale tenne una rubrica di discussione con le lettrici e ricercò la collaborazione di intellettuali progressisti come Giovanni Cena, Maria Montessori, Ada Negri e Matilde Serao; nello stesso periodo conobbe Anna Kuliscioff e Filippo Turati.
Nel 1901 le tensioni familiari, ormai divenute insostenibili, la spinsero ad abbandonare il marito e il figlio. L’anno successivo si trasferì a Roma, dove si legò sentimentalmente a Giovanni Cena e cominciò a collaborare con la Nuova Antologia. Nel 1906 diede alle stampe il suo romanzo autobiografico Una donna, nel quale descrisse minutamente il suo difficile percorso di vita dall’infanzia fino alla rottura del matrimonio. L’opera mirava ad affermare il diritto di tutte le donne ad una vita libera e consapevole, contro le costrizioni e le umiliazioni imposte dall’ideologia del sacrificio, uno dei valori-cardine della società borghese dell’epoca. In quell’occasione, fu proprio Cena a suggerirle lo pseudonimo Sibilla Aleramo, che sarebbe poi diventato il suo nome nell’arte e nella vita.
Il successo del libro concise con un profondo cambiamento nell’autrice, che rivide progressivamente le sue posizioni sul femminismo. Più che sulla parità fra i sessi, infatti, il suo impegno si concentrò da quel momento in poi sulla rivendicazione e sull’espressione della diversità femminile.
Dopo la fine della relazione con Cena, Sibilla cominciò a condurre una vita errabonda e bohémien; si avvicinò al Movimento Futurista, nonché ad altre avanguardie artistiche e letterarie. Destarono scandalo le sue numerose relazioni amorose; una delle più complesse, quella con Dino Campana, incontrato durante la prima guerra mondiale. Indipendente e anticonformista, Sibilla sfidò non solo la società perbenista del tempo, ma anche molti ambienti intellettuali, che la tennero in dispregio per i suoi costumi sessuali eccessivamente disinvolti.
Nel 1936 sembrò trovare un punto di riferimento stabile in un giovane studente, a cui restò legata per un decennio. Nel secondo dopoguerra, si iscrisse al Partito Comunista Italiano e svolse un’intensa attività politica e sociale, collaborando, fra l’altro, all’Unitàe alla rivista Noi donne. Morì a Roma il 13 gennaio del 1960, dopo una lunga malattia.
Sibilla Aleramo ci ha lasciato una ricca produzione letteraria tra romanzi, liriche, collaborazioni giornalistiche e diari. Tra gli scritti di maggior spicco, oltre al già citato Una donna, i romanzi Il passaggio (1919) e Il Frustino (1932), le raccolte poetiche Momenti (1921), Selva d’Amore (1947) e Luci della mia sera (1956). La sua figura di donna e di artista ha impresso solchi profondi nella cultura e nella memoria: lo testimoniano non solo le tante strade intitolate a suo nome in tutto il territorio italiano, ma anche l’interesse che la sua vicenda ha saputo ispirare a critici, studiosi, scrittori e artisti. Grande, in particolare, è stata nei suoi riguardi l’attenzione del cinema italiano, attraverso le due pellicole Inganni (1985) e Un viaggio chiamato amore (2002).
Le dieci poesie proposte sono tratte da Momenti, prima opera in versi della Aleramo. L’anelito alla libertà vi si esprime in uno stile innovativo, essenziale e nondimeno elegante, che intreccia in modo singolare carnalità e lirismo: una poesia di immagini, tutta fuoco e immediatezza, nella quale elementi del tardo Romanticismo, del Decadentismo e della Scapigliatura vengono rielaborati alla luce della nuova coscienza femminista e antiborghese. Vi si avverte la propensione dell’autrice nei confronti delle avanguardie letterarie, che l’eterogeneità dei temi e la rottura con gli schemi tradizionali della metrica e del verso rendevano congeniali alla sua sensibilità nervosa e al suo anticonformismo.
Donatella Pezzino
Sibilla Aleramo
Sibilla Aleramo
Pseudonimo di Rina Faccio, nasce ad Alessandria il 14 agosto 1876. Presto si stabilisce con la famiglia a Civitanova Marche dove sposa a quindici anni un giovane del luogo.
Nel 1901 abbandona marito e figli iniziando, come lei stessa amava dire, la sua “seconda vita”. Conclusa una relazione sentimentale con il poeta Damiani inizia una vita errabonda che la avvicina a Milano e al movimento futurista, a Parigi e ai poeti Apollinaire e Verhaeren, infine a Roma e a tutto l’ambiente intellettuale ed artistico di quegli anni (qui conosce Grazia Deledda). Durante la prima guerra mondiale incontra Dino Campana e con lui inizia una relazione complessa e tormentata.
Al termine della seconda guerra mondiale si iscrive al P.C.I. e si impegna intensamente in campo politico e sociale. Collabora, tra l’altro, all’«Unità» e alla rivista «Noi donne».
Muore a Roma nel 1960, dopo una lunga malattia. Opere principali: Una donna (1906), considerato il primo libro femminista apparso in Italia; Il passaggio (1919);Momenti (1920); Andando e stando (1920); Amo, dunque sono (1927); Gioie d’occasione (1930); Il frustino (1932); Orsa minore (1938); Dal mio diario (1945);Selva d’amore (1947); Il mondo è adolescente (1949); Aiutatemi a dire (1951); Luci della mia sera (1956).
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