Poesie Inedite di Gerardo Novi – Rivista L’Altrove-
Le poesie inedite di Gerardo Novi qui presentate rivelano una maturazione significativa rispetto alla precedente raccolta Acqua (Giulio Perrone, 2024), delineando un percorso poetico che interroga con rigore formale e profondità psicologica le dinamiche distruttive della famiglia attraverso il filtro degli archetipi classici.
Il corpus si articola intorno al nucleo tematico della relazione padre-figlio, declinato attraverso figure mitiche che fungono da strumento ermeneutico per decifrare i traumi generazionali: dal Crono divorante alla Medea filicida, fino al confronto diretto con la figura paterna nell’epistola conclusiva. Novi dimostra una notevole versatilità tecnica, alternando versi liberi, prosa poetica e strutture dialogiche con una sapienza compositiva che tradisce una solida formazione filologica.
Particolarmente efficace risulta la capacità dell’autore di trasformare il mito in dispositivo di analisi contemporanea, evitando sia la retorica dell’attualizzazione forzata sia il compiacimento erudito. Il linguaggio, sempre controllato, attinge tanto al registro colto quanto a quello quotidiano, creando un impasto linguistico che rende accessibile la complessità del discorso poetico senza tradirne la densità semantica.
La dimensione metaletteraria attraversa sottilmente l’intera opera, configurando la scrittura come tentativo di spezzare la catena della ripetizione traumatica. In questo senso, la poesia di Novi si distingue nel panorama contemporaneo per la capacità di trasformare il dolore privato in interrogazione etica universale, confermando la vitalità di una lirica che sa ancora interrogare i fondamenti dell’esistenza umana senza cedere al narcisismo autoreferenziale.
Un lavoro che preannuncia sviluppi interessanti per una delle voci più promettenti della giovane poesia italiana.
Crono divora i suoi figli
Dovrebbero i figli amare Crono? Dovrebbero essere contenti mentre si muovono tra i suoi denti? Contenti che il padre conservi il trono?
Cosa serve a Crono? Confermare se stesso? Raccontare ai posteri la sua gloria, il suo estro?
Vuole forse l’adorazione, la stirpe e un mondo composto solo da lui medesimo?
Il padre divora il figlio per conquistare il mondo, il SUO di mondo, perché ogni altro è inaccettabile. Perché nient’altro deve esistere al di fuori di Crono, nient’altro dev’essere giusto o bello come Crono, perché se persino lui non è altro che un puntino tra gli astri, allora tutto il resto diventa più grande di Crono, che diventa sempre più piccolo e piccolo come i cocci di un piatto rotto.
Tutto rotola via, tutto scorre via se Crono non uccide i suoi figli, e Crono non può vivere senza Crono. Come può esistere qualcosa senza sé stesso? Come può esistere il padre se parti di lui sono divise tra i figli? Crono allora mangia i suoi figli contento, come se riacquistasse una pezzo di sé, il sangue macchia i denti e le vesti e la terra. è finita la sua guerra.
Dismorfia
È un taglio fatto di sangue e bolle che si mischiano all’acqua dolce, dandoti vita e puro terrore.
Il bagno è pallido, la trincea è fredda, il lavandino fa resistenza.
Medea
La donna impiccò verso la fine d’estate i suoi figli, uscì nel giardino mentre calava la sera e si specchiò nella fontana. Ordinò poi di far pulire i corpi, mettere due monete sui loro occhi per Caronte il traghettatore e seppellirli sotto il pesco. I servitori, i giocolieri
di corte, i bardi e i cuochi, che avevano visto quei due fanciulli crescere e ridere con ossa forti, piansero fin quanto gli fosse possibile, tanto era il bene che volevano loro. La donna, dall’alto delle sue stanze ora silenziose, non proferì parola né espressione del volto. L’unica cosa che fece fu continuare a specchiarsi ogni giorno nella fontana.
Caro babbo
Caro babbo, mi sono rivisto allo specchio scoprendo per sbaglio ogni tuo tratto, sobbalzo e poi rimango affranto.
Seguo la scia della mia barba, scorgo gli zigomi, gli occhi stanchi e tutte le prime volte che mai m’insegnasti.
Dov’eri quando te lo chiedevo? Dov’eri quando ti chiamavo? Dov’eri quando urlavo? Dov’eri quando crollavo?
Prendevo il coltello dal cassetto, mi gettavo per terra per non trovare poi alcuno squarcio in un novembre dove il brandello si agita di febbre.
Faccio scorrere la lametta piano eppure ogni volta, sempre, mi taglio e il sangue scende come uno sbaglio, una lacrima di un vecchio pianto
di tutti i pianti messi insieme.
Caro babbo, ho il tuo stesso sguardo mesto, nel letto di tua moglie rimane un fuoco spento che lei ora ricopre di terra, un dolore onesto di moglie che si accarezza le gambe, cerca del pane.
Da te erediterò la stessa grazia in amore? Una casa spenta, un frigo vuoto, un rimpianto che cade sopra ogni volto che bacio? Caro babbo, anche ora il tuo sangue mi brucia ogni tratto.
L’AUTORE
Gerardo Novi, ha 25 anni e frequenta la facoltà di filologia alla Federico II di Napoli. Nel 2024, per la collana Affiori della casa editrice Giulio Perrone, ha pubblicato la raccolta di poesie dal titolo Acqua.
Poesie di Valentina Marzulli “Anche su Marte crescono i fiori”
Eretica Edizioni -L’Altrove-
Recensione –“Anche su Marte crescono i fiori” di ValentinaMarzulli (Eretica Edizioni, 2024) percorre la trasformazione e la rigenerazione della sensibilità poetica lungo il tragitto carezzevole e persuasivo dell’anima. Valentina Marzulli trasferisce su carta i propri pensieri evocativi, trascina la scia suggestiva dei propri ricordi, traduce l’incantevole natura delle emozioni e i mutamenti della propria esistenza, nell’offuscata e impercettibile visione del tempo, nella intenzionalità autobiografica, compie un viaggio iniziatico, attraverso una maturazione spirituale che irradia il coraggio e la passione della propria crescita evolutiva.
Valentina Marzulli-Poetessa
Il percorso poetico di Valentina Marzulli opera una conversione interiore, attinge alla conoscenza dell’ispirazione letteraria per avvicinare e comprendere l’essere nel mondo, rivela l’accidentalità e la consistenza dell’esistenza, collegando la prospettiva di ogni tentativo vitale di riflessione e di rinascita alla realtà del vissuto. Risveglia l’entità preziosa dell’energia rigeneratrice, arricchisce il desiderio delle esperienze di rinnovamento attraverso il passaggio necessario e inesorabile del rifugio spirituale, inteso come espressione di allontanamento e raccoglimento volontario, pausa appartata dalla vita, estende la capacità di cogliere lo spazio sconfinato e disarmante di ogni ritrovamento d’intimità, delle proprie ragioni, la proiezione della cura, tra l’invisibile affermazione del cuore e i tangibili strumenti di interpretazione.
Valentina Marzulli
Valentina Marzulli nomina il pianeta Marte come metafora, così come l’anno marziano si protrae quasi per il doppio di un anno terrestre, così la poetessa affronta l’orbita delle proprie inquietudini, dichiarandosi aliena a se stessa e al mondo, nella sorprendente e sconcertante sensazione di estraneità, in cui il conflitto indistinto e confuso, tra ciò che è l’origine e il centro dei sentimenti e ciò che si riscontra fuori di noi, intimorisce i nostri confini relazionali, non riconosce l’appartenenza della nostra vita, percepisce un’istintiva e immediata esigenza di protezione. Ma la resistenza adottata da Valentina Marzulli spiega la profonda connessione tra la scrittura e la coscienza, insegue l’approvazione del suo cammino, lo spunto della ricognizione delle reazioni umane e la meraviglia di riuscire a trovare nuove stagioni di fioritura, la ricchezza simbolica dei fiori, come germogli originari nobili di bellezza, congiungere alla disgregazione emotiva del passato il ripristino del presente, nella sua differenza significativa. Il libro analizza l’accattivante allegoria delle opportunità, comunica il ritorno dell’accoglienza oltre la desolazione dell’immobilità. La previsione degli anni accumula le coincidenze della celerità e dell’indugio, scorre intorno alla superficie fondamentale della quotidianità e permette all’autrice di distinguere inequivocabilmente la partecipazione comportamentale ed empatica verso luoghi e situazioni in apparenza ostili, disagevoli e inadeguati ma che nascondono una vicinanza favorevole, incrociano l’orientamento rivelativo del benessere e della serenità.
Valentina Marzulli
Valentina Marzulli riceve il dono della consapevolezza, in cammino dal principio di ogni avventura, ne riscopre il valore e ritrova, nell’alleanza temporale la direzione della salvezza, accoglie la generosità di ogni alterità donata con il riconoscimento dell’attualità esistenziale e ricompone l’identità verso se stessa.
NOTTE STELLATA
Il cielo notturno come specchio dell’anima. Ogni stella che cade è un ago nel cuore. Ogni punto di luce un bacio che non ti ho dato.
IL TUO SILENZIO
Il tuo silenzio è stato un insegnante severo. Io la sua allieva migliore.
DARKNESS
Mi trovo su questo volo circondata da luci e stelle, eppure non vedo la luce.
HIGH CONTRAST
E mentre altrove stanotte esplodono bombe, intorno a me le stelle.
CORRISPONDENZE
Non per il tuo tedio né per il mio volto. Non per il tuo ego né per il mio corpo. Non per farmi male né per soffocarmi. Non per possedermi solo per amarmi.
LA PRIMA NEVE
Dolore liquido, abeti a strapiombo sull’anima. La neve incanta, il ghiaccio pietrifica. Solo un passo e tutto si infrange. Fa’ attenzione, il cuore si spezza in un istante.
INVERNO
Come fiocchi di neve danzanti nuove parole arrivano e scaldano l’anima.
A cura di Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Valentina Marzulli-Poetessa
L’AUTRICE
Valentina Marzulli nasce a Taranto nel 1990. Ingegnere civile, vive attualmente in Germania, dove si è dedicata nell’ambito del dottorato di ricerca allo studio dei materiali lunari. Autrice della silloge poetica Divenire pubblicata a cura di Eretica Edizioni e creatrice del blog di poesia Lady Margot Stories, parallelamente alle sue attività scientifiche, si dedica allo studio della lingua e della letteratura tedesca e inglese, e coltiva la sua passione per la scrittura e per la traduzione letteraria.
Rivista L’Altrove
“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”. (Federico García Lorca)
Con questo presupposto, L’Altrove intende ripercorrere insieme a voi la storia della poesia fino ai giorni nostri.
Si propone, inoltre, di restituire alla poesia quel ruolo di supremazia che ultimamente ha perso e, allo stesso tempo, di farla conoscere ad un pubblico sempre più vasto.
Troverete, infatti, qui tutto quello che riguarda la poesia: eventi, poesie scelte, appuntamenti di reading, interviste ai poeti, concorsi di poesia, uno spazio dedicato ai giovani autori e tanto altro.
Noi de L’Altrove crediamo che la poesia possa ancora portare chi legge a sperimentare nuove emozioni. Per questo ci auguriamo che possiate riscoprirvi amanti e non semplici seguaci di una così grande arte.
Ricordo di Pietro Polverini, giovanissimo autore, poeta e filosofo.| L’Altrove-
Pietro Polverino era nato nel 1992 a Fiastra, in provincia di Macerata, ed era laureato in Filosofia all’università di Macerata con una tesi incentrata sulla figura e la poesia di Amelia Rosselli. Molti i suoi contributi critici pubblicati su diverse riviste e libri.
La sua era una scrittura elegante, elaborata in ogni sua parte. Il suo esordio, Indicesommario di sbiadimento pubblicato dalla Casa Editrice Italic Pequod, porta con sé un lavoro di grande attenzione durato anni. Una lirica non affatto semplice nella sua immediatezza di lettura, piena di ricordo, presenze tastate, pathos.
Vogliamo quindi ricordare con voi questo fine poeta leggendo alcuni suoi testi tratti proprio da Indice sommario di sbiadimento:
Pietro Polverini
Poesie di Pietro Polverini
Da sempre l’eternità è china su di voi: per commozione straniera vi slegate dagli oggetti, dall’ultimo lenzuolo verderame di cui sarete ospiti.
E dal velo della cresima cosparso sulla fronte, l’incidenza dell’aria vi sottrae dalla posa.
È questo poco sole nostro vero ricovero o fresca croce d’oblio l’obliquo uscio dalla nebbia latebra: la vita ch’era diventata seria al principio dell’azzurro dove s’assiepa il gelo parla stanca e scompare.
Vorrei sapere delle parole il numero: apprese obliate, annotate. Ora ho una corolla di nomi che si spunta e sbiadisce: non lasceranno traccia sulle increspature delle labbra. Delle parole vorrei sapere forse fiato, forse voce quale sarà la mia ultima: tutto pieno di sonno e nebbia potrei dire “acqua” o “lenzuolo”.
Pietro Polverini
È uno stelo, non una selva che si imbianca, perde liquore ora stilo senza vena.
È uno stelo poi torna in questo acquario terso senza selva
con luce che non torna: resta in un piccolo punto riportami là, lì ero tutto.
spesso a voi ritorno col pensiero che siate vivi o morti poco conta: circondati in un cerchio di betulla, senza ago di luce, ma di foschia solo lo spazio ha dovere di mischiare le acque, sporgersi di fronte ad un bosco – “locus a non lucendo” per dirti che se gli occhiali si fanno appannati di coltre biancofumo o di bruma senza visione, resti ancora in controcampo.
Fiastra piange la scomparsa di Pietro Polverini a soli 30 anni: comunità in lutto.
La comunità di Fiastra piange la scomparsa di Pietro Polverini, a soli 30 anni. Il giovane si è spento questa notte, intorno alle 5, a seguito dell’improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute mentre era ricoverato all’istituto Santo Stefano di Porto Potenza Picena. Pietro lascia la mamma Maria Grazia, il papà Emilio, il fratello Martino e la nonna Angela. Grande appassionato di poesia, ricopriva il ruolo di senior tutor all’università di Macerata.
“Di Pietro dovrei ricordare quella sua sensibilità uscita da un altro tempo, dominata dal presentimento di ciò che misteriosamente poi è accaduto e che non era solo un limite, erano le tenebre dentro cui vegliare quelle parole così dense ed eleganti che ha fatto appena in tempo a donarci in forma di poesie – così lo ricorda in un toccante post su Facebook il professor Sergio Labate, docente di filosofia teoretica dell’università di Macerata -. Ma non è solo questo che mi commuove. Mi commuove pensarlo mentre giocando a tennis si ostinava a giocare il dritto in back solo perché il suo modello tennistico era l’improbabile stile di Marion Bartoli, oppure quando ostentava il suo tifo per il Sassuolo. Una vita pesante che improvvisamente diventava leggera come quella dei bambini e si scioglieva in un sorriso”.
Il rito funebre si svolgerà martedì 14 novembre, alle ore 10:30, nella Basilica di San Nicola di Tolentino, muovendo dalla casa funeraria Rossetti in via La Malfa, a Tolentino. La salma verrà poi accompagnata al cimitero di Camporotondo di Fiastrone. Anche la redazione di Picchio News si stringe attorno al dolore della famiglia per l’improvvisa quanto dolorosa scomparsa di Pietro, ricordandone il sorriso e la competenza per il periodo in cui ci siamo pregiati della sua collaborazione.
“La notizia di una giovane vita spezzata crea sempre sgomento e smarrimento – sottolinea il rettore dell’università di Macerata, John McCourt in una nota di cordoglio -. Con ancora più forza vorrei far sentire ai genitori e a tutta la famiglia di Pietro la vicinanza dell’intera comunità universitaria e mia personale. Uno studente brillante e di spirito generosissimo, un ragazzo gentile il cui sorriso resterà per sempre nel ricordo dei suoi compagni di studio e dei professori che hanno avuto il privilegio di condividere con lui gli anni universitari, dentro e, soprattutto, fuori le aule”. Fonte–PICCHIO.news
Pietro Polverini
Addio a Pietro, poeta e filosofo
Pietro Polverini, poeta e filosofo originario di Fiastra, è scomparso a soli trent’anni. L’ultimo saluto sarà reso oggi a Tolentino. L’intero territorio si stringe alla famiglia. Ricordato con le sue parole, Pietro lascia un capolavoro e un pensiero profondo.
Se n’è andato a soli trent’anni il poeta e filosofo Pietro Polverini (nella foto), originario di Fiastra. Laureato in Filosofia all’università di Macerata, dove era diventato anche Senior Tutor, era anche redattore di MediumPoesia. In passato aveva lavorato anche alla scuola media di Fiastra. Si è spento domenica all’alba all’istituto Santo Stefano di Porto Potenza, dove era ricoverato a seguito di una malattia che affrontava da tempo. L’ultimo saluto è stato fissato per questa mattina alle 10.30 a Tolentino, basilica di San Nicola, muovendo dalla casa funeraria Rossetti; poi Pietro sarà accompagnato al cimitero di Camporotondo. L’intero territorio si stringe a mamma Maria Grazia, papà Emilio, al fratello Martino, a nonna Angela. In tanti hanno ricordato il giovane con le sue stesse parole, prese dal libro di esordio “Indice sommario di sbiadimento” (Pequod, 2022). “Ci hai lasciato tutti senza parole, dopo un anno sospeso e muto – scrive per lui un amico –. Si perdono una mente e una sensibilità rare, perdiamo un poeta e un pensatore visionario e profondo, perdo una delle poche persone davvero corrette e leali che ho incontrato nel mio percorso letterario. Ci resta tutto di te, i tuoi sguardi, i tuoi pensieri, i tuoi articoli critici per MediumPoesia e soprattutto il tuo breve unico capolavoro Indice sommario di sbiadimento”. Sullo stesso manifesto funebre ci sono alcuni versi di Pietro: “Dovremmo perdonarci tutto alla stregua dei giorni che si cancellano l’uno nella luce dell’altro”.Fonte- “Il Resto del Carlino”
Pietro Polverini
In lacrime per Pietro, poeta morto a soli 30 anni-
Il cordoglio del professore Labate dell’Università di Macerata
Fiastra piange la scomparsa di Pietro Polverini a soli 30 anni. Si è spento questa notte, a seguito dell’improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute mentre era ricoverato all’istituto Santo Stefano di Porto Potenza Picena. Grande appassionato di poesia, ricopriva il ruolo di senior tutor all’Università di Macerata. “Di Pietro dovrei ricordare quella sua sensibilità uscita da un altro tempo, dominata dal presentimento di ciò che misteriosamente poi è accaduto e che non era solo un limite, erano le tenebre dentro cui vegliare quelle parole così dense ed eleganti che ha fatto appena in tempo a donarci in forma di poesie – così lo ricorda in un post su Facebook il professor Sergio Labate, docente di filosofia teoretica dell’Università di Macerata -. Ma non è solo questo che mi commuove. Mi commuove pensarlo mentre giocando a tennis si ostinava a giocare il dritto in back solo perché il suo modello tennistico era l’improbabile stile di Marion Bartoli, oppure quando ostentava il suo tifo per il Sassuolo. Una vita pesante che improvvisamente diventava leggera come quella dei bambini e si scioglieva in un sorriso“.
Pietro lascia la mamma Maria Grazia, il papà Emilio, il fratello Martino e la nonna Angela. I funerali si terranno domani 14 novembre alle ore 10:30 nella Basilica di San Nicola di Tolentino.Fonte –yoy/tvrs
Rivista L’Altrove :Chi siamo
“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”. (Federico García Lorca)
Con questo presupposto, L’Altrove intende ripercorrere insieme a voi la storia della poesia fino ai giorni nostri.
Si propone, inoltre, di restituire alla poesia quel ruolo di supremazia che ultimamente ha perso e, allo stesso tempo, di farla conoscere ad un pubblico sempre più vasto.
Troverete, infatti, qui tutto quello che riguarda la poesia: eventi, poesie scelte, appuntamenti di reading, interviste ai poeti, concorsi di poesia, uno spazio dedicato ai giovani autori e tanto altro.
Noi de L’Altrove crediamo che la poesia possa ancora portare chi legge a sperimentare nuove emozioni. Per questo ci auguriamo che possiate riscoprirvi amanti e non semplici seguaci di una così grande arte.
Marisa Faioni ci offre tre composizioni inedite che rivelano una poetica matura e personale, capace di trasformare l’anatomia del corpo e i paesaggi naturali in territori dell’anima. La sua formazione psicoanalitica emerge non come sovrastruttura intellettuale, ma come sensibilità profonda verso le oscillazioni emotive, i flussi vitali, le presenze parasitarie che abitano la psiche. In Oscillazioni, il cuore diventa paesaggio mobile di un’instabilità esistenziale resa con linguaggio tecnico-medico fuso a metafore marine. Scorrere trasforma il movimento dell’acqua in riflessione sul tempo e il destino, mentre L’inquilina mia abusiva incarna con forza visionaria la voce interiore persecutoria. Faioni dimostra coraggio nel confrontarsi con la materialità corporea e psichica, costruendo immagini potenti attraverso una lingua che non teme la sperimentazione lessicale e sintattica. Una voce poetica autentica, che merita attenzione.
Marisa Faioni-Poetessa
OSCILLAZIONI
Il cuore disassato oscilla. Di qua. Di là. Accelera. Ritmo di tamburo impaurito. Bum bum bum. Scuffia. Immersa in gelide acque mascoline morirò di morte intirizzita. Con forza disperata al ventricolo destro mi aggrappo. La valvola tricuspide s’affanna. Tiro – spingo – tiro. Mi isso in bilico precario: un piede sull’atrio sinistro, l’altro sull’opposto. Afferro l’albero maestro dell’amaranta aorta che, assecondando, si raddrizza. Il peso tra una coscia e l’altra alterno. Boccheggio beccheggiando. Come gondoliere mi consolo dondolando. La canoa del mio cuore ora scivola leggera sulle onde del destino. Ma… coccolando dondolando slitto su sangue sdrucciolevole, all’indietro, sanguinando. Trascinato da sorte ondivaga è il ventricolo sinistro che se ne va sprofondando in acque tiepide. Uterine. S’inzuppa. Si gonfia. Come morto affogato. Lo sforzo è respirare. Rinascere all’ossigeno. Spaurita, brancolando, cerco: dov’è la vena cava inferiore?, l’ultimo degli appigli. Un colpo d’anche decentra e sfianca il baricentro a latere. Mi salvo. Sopravvissuta. Fino alla prossima giravolta. Troverò mai — circense — un asse di equilibrio nella mia arteria polmonare?
SCORRERE
Corre l’acqua scorre sulle levigate pietre fluttua la tenera verzura di torrente sotto la forza maggiore del trascorrere in avanti in avanti dell’acqua da un ciuffo all’altro da un sasso a un ghirigoro di un ingorgo dove l’ostinazione dell’andare si inceppa si sorprende a guardarsi intorno in tondo. in pozze che si slargano in cui girini rigirano vorticando incapaci di un perché finché da una scanalatura tra due rocce ritorna a scivolare – l’acqua – a scendere a precipitare per cascatelle gorgoglianti in giù in giù per la pura necessità dell’andare. Possibile che accada solo per una roccia che si sbalza? Non c’è tempo per risposte e nemmeno per domande che già riprende l’acqua seppure ad arrancare a sospingersi fiacca nella piana che laggiù si slunga striscia scintillante serpeggiante a stento fino a che — sgomento — l’occhio più nulla può scorgere al di là.
L’INQUILINA MIA ABUSIVA
Mi sta appresso mi si stringe contro e mentre spinge mi costringe a camminare rasentando i muri che la città mi affolla addosso. Lamento lavico le cola intanto da labbra raggrinzite come di vecchia prostrata dalla vita e pigola piagnucola già troppo ha patito — miserella — così mi guata con i suoi occhi cisposi sguardo puntuto di spillo vittima che incolpa. E mentre stilla dai pori resina di delusione mi tocca tutta dappertutto con le sue ditine appiccicose e mi si avvinghia che ciò che tocco mi si incolla addosso tutti i mali del mondo. Implora petulante insistente mi grida “non ti crederai per caso” di saperla colmare sino all’orlo — intende: vaso senza fondo se le parlo la voce si fa eco che rimbomba da lontananze di abisso. Invero è proprio quello che pretende esige questuante e mentre mi rimprovera che non le sono mai abbastanza mi respinge mi allontana, ma ancora mi reclama. Le porgo mani viscere giunture purché per carità! la smetta di gridare strillare squarciare il mio silenzio nulla però la placa la sazia la fa quieta anche se — parassita — circola nel mio sangue respira dai miei alveoli consuma il mio ossigeno e l’anima prosciuga l’inquilina mia abusiva.
L’AUTRICE
Marisa Faioni-Poetessa
Marisa Faioni (1964) è psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico relazionale. Ha pubblicato numerosi articoli di psicoanalisi su riviste specialistiche e coltiva da sempre una passione per la lettura e la scrittura. Si avvicina alla poesia come spazio di esplorazione del corpo, delle emozioni e delle dinamiche interiori, con uno sguardo attento alla dimensione relazionale e al linguaggio delle immagini. Ha completato un romanzo inedito.
Rivista L’Altrove
La poesia non cerca seguaci, cerca amanti. (Federico García Lorca).
L’Altrove è una rivista digitale indipendente dedicata alla poesia contemporanea e alle sue molteplici declinazioni. Fondata e diretta da Daniela Leone, la rivista nasce con l’intento di offrire uno spazio critico, plurale e interdisciplinare, in cui la poesia dialoghi con il pensiero, l’arte, la memoria, il corpo e le trasformazioni del presente.
Accoglie testi poetici, interviste, recensioni e rubriche tematiche, con particolare attenzione alle scritture femminili, migranti e marginali. Crede in una poesia capace di interrogare la realtà, di attraversare i confini, di generare riflessione e consapevolezza.
L’Altrove promuove un lavoro di ricerca e di ascolto radicale, valorizzando voci emergenti e consolidate, pratiche di traduzione, contaminazioni formali e linguistiche. Attraverso gli articoli pubblicati il progetto si propone come laboratorio di lettura e di pensiero poetico aperto e accessibile.
Ogni numero è curato con attenzione, passione, nella convinzione che la poesia sia una forma di conoscenza e di presenza nel mondo.
La poesia matura di Kiki Dimoulà (1931-2020) ha aggiunto una dimensione completamente nuova alla poesia greca moderna.
Avendo sperimentato il dramma della dissoluzione esistenziale dell’umanità del dopoguerra e, allo stesso tempo, il vicolo cieco di un mondo che ha perso il dono della fede, la sua poesia ha mappato un mondo che è allo stesso tempo “senza casa” e insicuro; un mondo in cui la poeta, per sopravvivere, ha dovuto immergersi nelle dinamiche fondamentali del processo creativo e interferire in modo decisivo con la loro logica. La sua scrittura rivoltava la grammatica della lingua greca contro il significato delle parole, tentando così di rafforzare la forza emotiva del verso attraverso lo stupore e la sorpresa. Tutti i suoi versi suggeriscono la stabilità di un mondo che gli occhi non possono vedere, ma che diventa intero attraverso la sua ricostruzione immaginaria all’interno della poesia come un tutto organico. Questa dimensione di stupore e sorpresa è diventata un fattore emotivo attivo nella poesia greca contemporanea.
Kiki Dimoulà
La poesia di Dimoulà tratta i temi dell’assenza e dell’oblio come in un caleidoscopio, dove colori e forme si dissolvono e si mescolano per essere ricostruiti in un’armonia e un ordine nascosti. Questa poesia trasforma la fluidità in un processo transustanziante: l’universo ridiventa mondo, l’agonia diventa nostalgia, l’assenza appare come redenzione del tempo. Il linguaggio della poeta rompe le consuetudini e nega le certezze di una tradizione romantica che non vede il tempo perduto come una presenza continua e attiva. Attraverso le sue linee il tempo personale rinasce e si compie per sempre come esperienza collettiva e immagine prismatica. La sua poesia, attraverso le analisi e gli studi di Eraclito, presenta il mondo migliore di un’ontologia personale e lo stabilisce come materiale sensoriale e fenomeno estetico.
Per Dimoulà il silenzio, la migrazione e la minimizzazione entrano nel linguaggio per dissolvere la coerenza di una logica incapace di decifrarne il messaggio. In essi la poeta scopre dimensioni esistenziali che errano nell’esperienza ma che il cervello, ottenebrato com’è dalla vertigine razionalistica, rifiuta di accettarle. È proprio questo lo scopo della poesia di Dimoulà: creare lo spazio per la realizzazione del mondo migliore. Ognuna delle sue poesie individua e registra le dimensioni di questo mondo multidimensionale e ordinato previsto.
La “o” disgiuntiva
Mi ha chiuso in casa la pioggia e ora dipendo dalle gocce.
Ma come sapere se è pioggia o lacrime dal cielo profondo di un ricordo? Sono troppo cresciuta per dare senza riserve un nome ai fenomeni: questa è pioggia e queste sono lacrime.
Rimango asciutta tra due possibilità: pioggia o lacrime, e tra tante ambigue realtà: pioggia o lacrime, amore o modo di crescere, tu o piccola oscillante ombra dell’ultima foglia che saluta. Ogni ultima cosa, la chiamo ultima senza riserve.
Sono troppo cresciuta perché questo sia motivo di lacrime. Lacrime o pioggia, come saperlo? E continuo a dipendere dalle gocce. E sono troppo cresciuta per aspettare una misura quando piove e un’altra quando non piove. Gocce per tutto. Gocce di pioggia o lacrime.
Dagli occhi di un ricordo o dai miei. Io o il ricordo, chi lo sa. Sono troppo cresciuta per distinguere i tempi. Pioggia o lacrime. Tu o piccola oscillante ombra dell’ultima foglia che saluta.
(Traduzione di Maria Paola Minucci)
da “L’adolescenza dell’oblio”, Crocetti Editore.
È per questo che ogni sua poesia mina il dominio del silenzio, ogni parola abolisce il potere dell’oscurità e dell’oscurità. La poeta vuole far luce su quelle forze mobilitanti della psiche – non il subconscio freudiano dei desideri repressi, ma l’area dell’Es, l’oscura Persefone che appartiene a ciascuno dei mortali e regna nel nostro Ade personale: una sorgente personale, una via verso la molteplicità. Ciascuna poesia di Dimoula è quindi un rito funebre omerico, una rievocazione dei morti attraverso la sottomissione del senso assente che hanno lasciato; e ciascuna sottomissione dona essenza alle sue linee, plasma essenza ed energia, corpo, linguaggio e calore umano.
Per Dimoula tutto vive di una simultaneità a più livelli, nel tempo della memoria dove non c’è distinzione tra istanti e tutto è identificato in modo assoluto e viene liberato alla salvezza attraverso lo stupore della memoria. Perché questa emozione iniziale domina nel suo lavoro: stupore per la perdita e la dissoluzione, per il tempo e la distanza, stupore per il potere del linguaggio che resuscita e sostituisce integralmente tutte quelle cose che sono scomparse e sono state dimenticate. Il poetare di Dimoulà illustra il ristabilimento di analogie simmetriche tra memoria e realtà, tra l’uomo e il suo spazio; infine, vede la possibilità della transustanziazione dalla decadenza, la resistenza concessa al caos e alla confusione della storia dalla potenza del linguaggio.
Cravatta nera
Innaffia tu la pianta e lasciami piangere. Scrivi però le ragioni, forse devo altro dolore. Voglio avere la coscienza in pace di avere sofferto per tutto.
Scrivi che piango per uno specchio. Un tempo oggetto ornamentale, oggi oracolo. Per la brusca buonanotte che danno le poche possibilità e si dileguano. Scrivi che piango per la tua finestra, chiusa e senza saluti, melanconica per nascita. Per gli uccelli dell’ultimo decennio. Il loro terrore delle antenne televisive. Per il loro adattarsi e svolazzare tra questi alberi di ferro.
Scrivi. Per questo sabato sera sepolto tra due cipressi nella chiesa di campagna. Per la luna in lutto – indossa una cravatta nera nuvola, scrivi che piange. Piango perché mi hai chiesto se ho visto la luna piena. No, non ho visto niente di pieno, non ho vissuto. Piango perché i ragazzi portano lo zaino come una conoscenza già completa, e non entrano nel tenero rassicurante delle ore ancora acerbe e non giocano.
Scrivi che piango per le madri. Le più antiche madri. Belle ed esili, amanti delle finestre, arpiste della vedetta che la morte ha colto impreparate e sono longeve materne nelle fotografie del salotto e nei ricami.
Piango perché hanno acceso le luci e la domenica gatta raggomitolata sulla mia finestra. Scrivi che piango per le bufere, il poco cibo, per tutto il Poco, per i terremoti senza preavviso. Piango perché va sprecata la notizia che mi hai dato della prima farfalla vista ieri. Piango perché non fa notizia l’effimero.
Scrivi. Piango perché la sorte si è chiusa in casa, la dilazione è arrivata al boia, la borraccia è arrivata nel deserto, la gioventù nella fotografia. Piango perché chissà chi chiuderà dei miei giorni gli occhi.
Innaffia tu la pianta e lasciami piangere perché…
Fotografia 1948
Ho un fiore in mano forse. Strano. Nella mia vita deve esserci stato un giardino un tempo.
Nell’altra mano stringo una pietra. Con fiera grazia. Nessun sospetto per preavvisi di mutamenti, sentore di difese piuttosto. Nella mia vita deve esserci stata ignoranza un tempo.
Sorrido. La curva del sorriso, il cavo del mio umore, somiglia a un arco ben teso, pronto. Nella mia vita deve esserci stato un bersaglio un tempo. E predisposizione a vincere.
Lo sguardo affondato nel peccato originale: assapora il frutto proibito dell’attesa. Nella mia vita deve esserci stata fede un tempo.
La mia ombra, nient’altro che un gioco del sole. Addosso un’uniforme d’incertezza. Non ha ancora fatto in tempo a essermi compagna o delatrice. Nella mia vita deve esserci stata abbondanza un tempo.
Tu non ci sei. Ma se c’è un precipizio nel paesaggio se io sto sull’orlo con un fiore in mano e sorrido, vuol dire che da un momento all’altro arriverai. Nella mia vita deve esserci stata vita un tempo.
(Traduzione di Maria Paola Minucci)
da “L’adolescenza dell’oblio”, CrocettiEditore.
Addio a Kiki Dimoula | L’Altrove
Kiki Dimoulà
25/02/2020 /Addio a Kiki Dimoula | L’Altrove
Ci ha lasciato, ad ottantanove anni, la poetessa greca Kiki Dimoula.
Kiki nacque ad Atene il 6 giugno 1931, nella vita fu impiegata nella Banca Nazionale Grecia, ma ebbe un grande successo con la sua poesia.
Esordì nel 1952 con la raccolta Poesie e successivamente pubblicò una decina di raccolte in versi. Le sue poesie vennero tradotte in molte lingue, in Italia fu la Crocetti Editore a pubblicarla. Con L’adolescenza nell’oblio, del 1994, vinse il prestigioso Premio dell’Accademia di Atene.
La ricordiamo con una sua poesia:
La pietra perifrastica
Parla. Dì qualcosa, qualsiasi cosa. Soltanto non stare come un’assenza d’acciaio. Scegli una parola almeno, che possa legarti più forte con l’indefinito. Dì: “ingiustamente” “albero” “nudo” Dì: “vedremo” “imponderabile”, “peso”. Esistono così tante parole che sognano una veloce, libera, vita con la tua voce. Parla. Abbiamo così tanto mare davanti a noi. Lì dove noi finiamo inizia il mare Dì qualcosa. Dì “onda”, che non arretra Dì “barca”, che affonda se troppo la riempi con periodi. Dì “attimo”, che urla aiuto affogo, non lo salvare, Dì “non ho sentito”. Parla Le parole hanno inimicizie, hanno antagonismi se una ti imprigiona, l’altra ti libera. Tira a sorte una parola dalla notte. La notte intera a sorte. Non dire “intera”, Dì “minima”, che ti permette di fuggire. Minima sensazione, tristezza intera di mia proprietà Notte intera. Parla. Dì “astro”, che si spegne. Non diminuisce il silenzio con una parola. Dì “pietra”, che è parola irriducibile. Così, almeno, che io possa mettere un titolo a questa passeggiata lungomare.
Da Il poco del mondo
Rivista L’Altrove
“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”. (Federico García Lorca)
Con questo presupposto, L’Altrove intende ripercorrere insieme a voi la storia della poesia fino ai giorni nostri.
Si propone, inoltre, di restituire alla poesia quel ruolo di supremazia che ultimamente ha perso e, allo stesso tempo, di farla conoscere ad un pubblico sempre più vasto.
Troverete, infatti, qui tutto quello che riguarda la poesia: eventi, poesie scelte, appuntamenti di reading, interviste ai poeti, concorsi di poesia, uno spazio dedicato ai giovani autori e tanto altro.
Noi de L’Altrove crediamo che la poesia possa ancora portare chi legge a sperimentare nuove emozioni. Per questo ci auguriamo che possiate riscoprirvi amanti e non semplici seguaci di una così grande arte.
Giornata contro la violenza sulle donne: la poesia africana
Rivista L’Altrove
Giornata contro la violenza sulle donne -la poesia africana-I dati riferiscono che nel mondo il 35% delle donne ha subito una forma di violenza. In Africa questi dati salgono ancora di più. Si parla del più del 50%; in alcuni Paesi come il Kenya, l’Etiopia, la Tanzania o il Sudafrica i casi di violenza sulle donne sono all’ordine del giorno, un uomo su quattro ha commesso un reato sessuale.
Giornata contro la violenza sulle donne
Giornata contro la violenza sulle donne
Giornata contro la violenza sulle donne
La povertà dilagante, la cultura, gli usi e i costumi di queste genti rendono la situazione ancora più drammatica. Essere donne in Africa significa essere private di qualunque cosa, della propria libertà, della propria femminilità, della propria dignità e soprattutto della propria vita.
La violenza assume diverse forme: discriminazioni, abusi, matrimoni forzati e precoci, mutilazioni genitali, malattie.
Le disuguaglianze di genere, l’analfabetismo obbligato, rendono le violenze ancora più diffuse e insensate. Le donne che non hanno un lavoro o un istruzione dipendono ancora di più dai loro mariti e vengono maggiormente sottomesse alla loro volontà.
Ancora oggi molte bambine vengono date in sposa prima che compiano la maggiore età e si ritrovano presto madri, ferite, scoraggiate e senza futuro. Sposandosi da bambine devono anche subire una delle pratiche più crudeli e atroci che una donna possa affrontare: la mutilazione. Più di duecento milioni di bambine e donne tuttora in vita hanno subito mutilazioni genitali. Le conseguenze delle mutilazioni genitali femminili sono diverse: infezioni, rapporti sessuali dolorosi, ripercussioni psicologiche, persino la morte della donna.
Ogni violenza porta con sé altra violenza.
A raccontarla ci pensano le poetesse. È una sola voce potente quella che ci arriva dallo Stato Africano. A portarla nel nostro Paese è l’iniziativa chiamata Afro Women Poetry, un progetto ambizioso che vuole far conoscere al pubblico italiano e internazionale l’Africa vissuta dalle donne. Le poetesse esprimono bene le violenze di genere di cui sono vittime; tra loro Mariska Araba Taylor-Darko, Maame Afia Konadu Sarpong e Line Zokro descrivono la brutalità della violenza domestica.
Sono poesie di facile lettura, che, nella loro semplicità di forma, provocano nel lettore tristezza e rabbia. Sono testi narrativi, lunghi monologhi liberatori, che somigliano alla spoken word poetry, la parola-poesia parlata, recitata e quasi urlata.
Sì, in questi versi è possibile sentire anche il grido di ogni donna africana, di richiesta d’aiuto, di ribellione.
Alcune poesie scelte per la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne:
Picchiare per amore
Il tuo pugno mi ha colpito in viso Sono rimasta sotto shock Senza muovermi né urlare La prima volta che è successo Dicesti che mi picchiavi perché mi amavi
Mi hai incolpata Non ricordo d’aver sbagliato Il tuo gioco d’azzardo e le bevute Il tuo andare a donne, il flirtare I tuoi problemi e preoccupazioni Era tutta colpa mia Dicevi che mi picchiavi perché mi amavi
Ti ho chiesto perché lo facevi “Mi hai costretto tu!” hai detto “Devo correggerti, amore mio” “Ti amo, per questo ti picchio”
Non sapevo l’amore fosse così Forse nessuno me l’aveva detto Pensavo l’amore fosse amare e prendersi cura Risate e felicità Non questo: paura ed essere picchiata “per amore”
Sono invecchiata nel cuore Il mio amore si è trasformato in paura e odio Vivevo solo nel terrore di quel pugno in faccia Perché non me ne sono andata, perché? La vergogna di affrontare il mondo di dire la verità Perché ti amavo Perché mi minacciavi Dicevi di amarmi, per questo mi picchiavi Mi addormentavo piangendo, in silenzio Perché lui non mi sentisse e non arrivasse un altro pugno in viso
È amore questo? Un pugno in faccia Devo aver sognato l’altro amore Quello delle stelle del cinema Quello dei libri Cosa ho fatto per meritarmi questo? Questo pugno “d’amore” in faccia
La mano che mi colpisce mi accarezza Non riesco ad andare via Né a dire cosa ho nel cuore Nessuno deve conoscere la mia vergogna Giaccio maltrattata e morta dentro Aggrappata a te, non per amore ma per paura Mentre temo il mattino perché avrò un altro pugno in faccia Mi chiederai, mentre io mi farò scudo “Sei sveglia?” E sussurrerai tra i baci “Ti picchio perché ti amo”
Di Mariska Araba Taylor-Darko.
Traduzione di Serena Piccoli
Non voglio sposarmi mai
Non voglio sposarmi Svegliarmi ogni mattina e vedere la faccia di mia mamma dipinta di sonori schiaffi dai palmi di papà, fa male all’anima Le cingeva il collo con le mani per prenderle la vita Dio sa quanto l’ha picchiata
Mio papà non mangia cibo stantio e mio papà è quel tipo pulito, sempre in ordine preciso, curato, il classico uomo alla moda di Bristol così la mamma ha dovuto lasciare il lavoro mollare la sua vita e fare lavori a domicilio: pompini, effusioni da letto sfruttando leve e controluce cucinare e pulire
Ogni notte lui abusava sessualmente di lei in svariati modi fino a toglierle il fiato, incessantemente Quello stesso fiato che le toglieva la mattina dopo picchiandola anche se aveva fatto tutto bene Mia madre era solo un manichino che indossava ferite come sciarpe e calci invece di camicie
Io, piccola bimba, sbirciavo tra i due cardini della porta per guardare la mamma che implorava che la lasciasse stare Quel che vedevo nei suoi occhi erano solo ferite nell’anima Mia madre cadeva in ginocchio e pregava come se Gesù dovesse prendere il posto di papà Piangeva e urlava a Dio di prendersi le sue pene o la sua vita Piangeva sempre
Quando la mamma disse che stava andando via tutto ciò che papà rispose fu “Ciao, Felicia” Non gli importava che lei stesse andando via Dopo tutto era solo un perfetto nessuno che nessuno era triste di veder partire Ma poi mia madre non è poi mai partita e questo per i suoi figli
Mia madre non ha sposato un uomo ha sposato la violenza Girata e rigirata come una trottola Era al suo servizio tutto il giorno e comunque la notte le squarciava la cervice L’amore era andato e lei aveva perso la fiducia e la capacità di parlare, a forza di nascondere le prove delle due azioni, eppure lui non si pentiva
Il suo corpo era una mappa Ogni linea un sentiero, una strada di classe una via verso una città Ogni città, un ricordo d’amore e dolore Il suo amore era un rapper e lei era tutto il suo pubblico I segni dei suoi pugni erano sofferenze d’amore nascoste Il corpo, l’ego, l’amore, lo spirito e l’anima di lei erano un mucchio di cicatrici incasinate
Non voglio mai sposarmi A volte mi chiedevo perché rimanesse. Ma se solo il dolore non facesse male se si potesse tornare indietro nel tempo senza rimpianti L’uomo di cui si era innamorata era cambiato era diventato uno squilibrato Ha lasciato che lui avesse il coltello dalla parte del manico e che stabilisse ogni quanto le fosse permesso di non poterne più di lui
Tutto questo mi cambiò Mi girava nella testa di giorno, di notte e proprio non trovavo pace La mia famiglia veniva presa in giro la gente spettegolava perché il matrimonio dei miei era diventato un incontro di boxe
Lei aveva perso il suo gusto per la moda il suo stile erano maniche lunghe occhiali scuri e trucco pesante Notti lunghe di chiacchiere piene di risate erano ora un disastro Ma mia madre non si è mai arresa
Mio padre era un cocainomane e quando lei si lamentava lui la prendeva a schiaffi e urlava “Me ne sbatto di quello che pensi!” Quindi un’altra guancia bluastra e un labbro rotto perché lei aveva cercato di distoglierlo dall’ennesima sniffata Fu troppo tardi quando realizzò che i suoi cieli blu erano diventati grigi e i suoi ricordi erano svaniti
Mia madre era incinta eppure mio padre la forzava a fare sesso con lui Stavano facendo a botte quando lei cadde dal settimo gradino E con la vista appannata, è rotolata giù giù, giù e ancora più giù fino a che la sua vita non si è spenta Era morta
Che gran dolore fu pensare che era l’ultima volta che vedevo mia madre E tutti continuavano a dire “va tutto bene”, “lui cambierà” “le cose andranno meglio” Mia madre è ora due metri sottoterra e io non so cosa sente Non può neanche sapere quanto mi manca né vedere come sto crescendo male e non c’è nessuno che mi dica “Ama, andrà tutto bene”
Sono stata stuprata più volte Sono diventata una dannata Mio fratello ora è un tossicodipendente e io una ninfomane perché non c’è nessuno con cui parlare e nessuna madre da cui andare Mio padre, mio padre è in prigione per droga Se solo potesse capire la bellezza della resilienza Se solo potesse capire la bellezza della resilienza non soffrirebbe le conseguenze di questo seguito grottesco ‘Mi dispiace’ ora è soltanto una parola
Fidatevi, c’è stato un tempo prima delle guerre un tempo prima delle cicatrici un tempo in cui per lei lui non era che dolce e adorabile un tempo in cui non si era accorta del difetto della sua stella candente C’è stato un tempo in cui lei era il suo mondo, la sua casa
Quando le promesse dovevano arare l’amore tra di voi perché hai consentito a te stessa di essere così acerba?
Non voglio mai sposarmi… con un uomo come mio padre
Innamorarsi di un violento è come vivere in un sacchetto di plastica Ti sembra di avere abbastanza aria per respirare ma sai per certo che morirai Allora prenditi un momento e ricordati che non c’è fretta per il matrimonio Prenditi tempo per trovare te stessa e migliorarti Le relazioni e i matrimoni di successo non prosperano di solo amore, ma di vera amicizia Non voglio mai sposarmi con un uomo come mio padre.
– Questo lavoro mi è stato ispirato dai fatti accaduti nella famiglia di una cara amica.
Di Maame Afia Konadu Sarpong
Traduzione di Serena Piccoli
L’amore
C’era una volta l’amore Un sentimento divenuto così raro che ogni cuore lo chiama con tutto se stesso C’era una volta l’amore E finalmente un giorno l’amore è venuto a lei Amore benedetto amore delirio amore commovente In nome di questo amore il suo cuore è rimasto sordo Sordo quando le si diceva che il suo era pesante, pesante per troppi sentimenti cattivi Rispondeva, io lo amo, non c’è amore senza dolore E durante questi giorni feroci In queste notti pungenti in un sanguinoso silenzio Ha sopportato la sua violenza In amore ci si mette in coppia per costruire e vivere insieme Lui preferisce distruggerla e ridere quando lei trema All’inizio era splendente e gioviale Colpo dopo colpo è sfiorita e divenuta pallida Le sue illusioni sul loro idillio sono scomparse Ormai nella sua vita accumula bile I suoi occhi sono un torrente inesauribile La sua vita un castello di sabbia Le sue promesse delle favole In amore ci si mette in coppia per rendersi felici Ma lui preferisce coprirla di lividi Un atto disumano non è quando un cane fa del male ad un altro cane È sicuramente un linguaggio che ogni cuore capirà L’amore non è mai stato compagno della violenza Se vivi questo calvario Sappi che hai il diritto di dire sì Sì a un cambiamento radicale Sì all’amore…
Biografia di Gioconda Belli (Managua 1948) poetessa nicaraguense di origine italiana. Il bisnonno, un agrimensore della provincia di Biella, lavorava nei cantieri del canale di Panama. Nel 1970 comincia a pubblicare le sue poesie ed entra nel Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale. Minacciata dagli sgherri di Somoza fugge in Costa Rica nel 1976, ma due anni dopo ritorna in Nicaragua per combattere. Con la vittoria del Fronte entra nel governo e vi resta fino al 1994, quando lascia la politica per divergenze col partito.
Il suo primo romanzo, La donna abitata (1989), a un tempo storico e autobiografico, conosce un successo planetario. Autrice di una ventina di libri – romanzi, poesia, racconti per bambini – riceve innumerevoli riconoscimenti in patria, nelle Americhe e in Europa. La Francia le ha conferito il titolo di Chevalier des Arts et des Lettres.
Dio mi fece donna
E Dio mi fece donna, con capelli lunghi, occhi, naso e bocca di donna. Con curve e pieghe e dolci avvallamenti e mi ha scavato dentro, mi ha reso fabbrica di esseri umani. Ha intessuto delicatamente i miei nervi e bilanciato con cura il numero dei miei ormoni. Ha composto il mio sangue e lo ha iniettato in me perché irrigasse tutto il mio corpo; nacquero così le idee, i sogni, l’istinto Tutto quel che ha creato soavemente a colpi di mantice e di trapano d’amore, le mille e una cosa che mi fanno donna ogni giorno per cui mi alzo orgogliosa tutte le mattine e benedico il mio sesso.
Eros è l’acqua
Tra le tue gambe il mare mi mostra strane scogliere coralline
rocce superbe coralli magnifici contro la mia grotta di conchiglie madreperlata
tu mollusco di sale segui la corrente l’acqua scarsa scopre le pinne mare nella notte con lune sommerse il tuo ondeggiare brusco il mio pulsare di spugna i cavalli minuscoli fluttuanti fra i gemiti aggrovigliati in lunghi pistilli di medusa
Amore tra delfini a balzi ti tuffi sul mio fianco leggero ti accolgo in silenzio ti guardo tra bollicine le tue risa cerco con la bocca spuma leggerezza dall’acqua ossigeno dalla tua
vegetazione di clorofilla
dagli occhi argentati fluisce il lungo sguardo finale ed emergiamo da corpo acquatico siamo di nuovo carne una donna e un uomo tra le rocce.
io sono la tua indomita gazzella
io sono la tua indomita gazzella, il tuono che rompe la luce sul tuo petto Io sono il vento sfrenato sulla montagna e il fulgore intenso del fuoco dell’ocote. Io scaldo le tue notti, accendendo vulcani nelle mie mani, bagnandoti gli occhi col fumo dei miei crateri. Io sono arrivata fino a te vestita di pioggia e di ricordi, ridendo la risata immutabile degli anni. Io sono l’inesplorata strada, la chiarezza che rompe la tenebra. Io metto stelle tra la tua pelle e la mia e ti percorro completamente, sentiero dopo sentiero, scalzando il mio amore, denudando la mia paura. Io sono un nome che canta e si innamora dall’altro lato della luna, sono il prolungamento del tuo sorriso e del tuo corpo. Io sono qualcosa che cresce, qualcosa che ride e piange. Io, quella che ti ama
Il tuo ricordo mi avvolge come una coperta
Il tuo ricordo mi avvolge come una coperta proteggendomi dal freddo, splende col mio corpo nel silenzio bagnato di questa sera in cui ti scrivo, nella quale non posso far altro che pensarti e pronunciare il tuo nome in segreto, dentro la mia bocca avvolgendolo nel recinto dei miei denti mordendolo fino a consumarne le lettere, fino a consumarlo tanto il nome tuo che mi ha accompagnato, per tornare a farlo rivivere cullandomi da me con la tua voce e i tuoi occhi, dondolandomi in questo tempo senza ore nel quale ti desidero in cui amo ogni minuto che è rimasto impresso nella mia memoria per sempre.
Io sono un nome che canta e si innamora
Io sono un nome che canta e si innamora dall’altro lato della luna, sono il prolungamento del tuo sorriso e del tuo corpo. Io sono qualcosa che cresce, qualcosa che ride e piange. Io, quella che ti ama.
La scomparsa di Elisabetta Destasio Vettori, avvenuta a Roma il 24 settembre 2025, segna la perdita di una voce che aveva costruito con rigore e coerenza una posizione riconoscibile all’interno del panorama poetico contemporaneo italiano. Le notizie recenti ne attestano la dipartita e ricordano il suo impegno culturale, il ruolo nell’organizzazione di rassegne e la pratica editoriale che fece da contrappeso alla sua attività di autrice.
Elisabetta Destasio Vettori
Nata a Roma nel 1968, Elisabetta DestasioVettori è stata figura poliedrica: editor, consulente editoriale, organizzatrice culturale e autrice di più sillogi poetiche. Dal 1995 operò nel campo delle produzioni teatrali e musicali; in tale ambito instaurò collaborazioni di rilievo con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e, a partire dagli anni 2010, avviò una significativa attività di curatela e direzione artistica, fra cui la rassegna “Poeti in itinere”. Negli ultimi anni fu inoltre attiva nel coordinamento di iniziative culturali presso istituzioni come la Casa delle Letterature di Roma.
Il profilo professionale di Destasio Vettori testimonia una pratica culturale che univa produzione poetica e cura istituzionale: non tanto una separazione tra scrittura e prassi curatoriale, quanto piuttosto un intreccio in cui la responsabilità pubblica (organizzazione di rassegne, coordinamento di progetti) costituiva l’altra faccia del lavoro di poeta. Questo doppio ruolo ha reso la sua esperienza particolarmente significativa per le comunità poetiche locali e nazionali, contribuendo a dare voce e visibilità ad autori emergenti e a nutrire un confronto critico fra pratiche diverse.
Opere
La produzione stampata di Destasio Vettori si articola in almeno tre raccolte principali riconosciute dalla critica: Sogno d’acciaio, Corpo in animae (entrambi pubblicati da Annales Edizioni) e Da luoghi profani (Les Flâneurs, collana Icone, 2023). Questa sequenza editoriale offre un percorso riconoscibile in cui si percepisce una progressiva tensione verso un linguaggio più compresso e una maggiore densità ermeneutica, pur mantenendo radici nette in un impianto lirico di matrice personale e civile.
La presenza di sue poesie anche in raccolte e agende poetiche (LietoColle, per l’Agenda Poetica) e la traduzione di alcuni inediti in arabo e in inglese – la cui circolazione avvenne anche per mezzo della rivista Alaraby Aljadeed – documentano la dimensione transnazionale, seppure limitata, di alcune sue scelte testuali. Inoltre, la sua opera è stata segnalata in “Atlanti” e portali accademici dedicati alla poesia contemporanea, a indicare una ricezione che supera la sfera locale.
Temi ricorrenti
Il nucleo tematico centrale dell’opera di Destasio Vettori ruota attorno alla tessitura di una memoria individuale che si fa topografia: Roma, la città-madre, emerge come corpo-matrice, luogo di ritorni, ferite e rescissioni. La raccolta Da luoghi profani concentra questa tensione, lavorando su uno slittamento semantico del sacro e del profano che attraversa relazioni famigliari, la dimensione affettiva e l’esperienza della malattia e del lutto. Il titolo stesso consegna una chiave interpretativa: «luoghi profani» intesi come spazi della vita quotidiana profanati dalla perdita o, al contrario, risignificati tramite la pratica poetica come luoghi di custodia e cura.
Parimenti, il corpo — nei suoi aspetti di ferita, resistenza e deposito di memoria — assume una funzione epistemica: è attraverso la scansione del corpo che la parola poetica si confronta con la realtà del dolore, con la necessità di una «scarnificazione» della lingua per poter essere testimone senza retorica. Critici e recensori hanno letto questa dinamica come una scelta stilistica di stringimento espressivo, una tensione fra lirismo e ermetismo che nel suo ultimo libro tende a privilegiare la parola come strumento di disvelamento radicale.
Elisabetta Destasio Vettori
Linguaggio, forma e tecnica poetica
Sul piano formale, la poesia di Destasio Vettori si caratterizza per un equilibrio tra ritmo melodico e frattura sintattica: si alternano versi che richiamano l’intonazione lirica tradizionale e sezioni più fratte, dove la punteggiatura e l’ellissi costruiscono una scansione che costringe il lettore a una lettura attiva. Tale alternanza produce un effetto di tensione interna — un ascolto della parola che è al contempo memoria e rimozione — e rappresenta una cifra stilistica che la distingue in un panorama contemporaneo nel quale la tendenza può oscillare fra l’oralità performativa e la radicale frammentazione sperimentale. Le recensioni contemporanee individuano questa doppia polarità come punto di forza: la lingua conserva un respiro lirico, ma ne contorce la sintassi per ottenere prendimenti etici e metaforici più consoni al dolore che descrive.
Un altro elemento tecnico significativo è l’uso delle immagini tratte dalla natura — terra, radice, arboreità — come simboli di tradimento e di nutrimento: l’amore, nelle sue poesie, è spesso rappresentato come «elemento terra/natura», humus tradito e insieme condizione di possibile rinascita. Tale topos consente di leggere le poesie non solo come confessione, ma come pratica di ri-costituzione, dove la parola poetica assume funzione terapeutica, rituale e insieme analitica.
La tua voce batte qui nell’`irriverente calura
– la febbre del glicine ha partorito grappoli d’ombra
scuoti senza tempo l’abisso chiuso tra le viscere
e il vento di levante
Ricezione critica e posizionamento nella poesia contemporanea
La ricezione critica di Destasio Vettori è stata fino ad oggi caratterizzata da toni di stima e da riconoscimenti locali e specialistici: recensioni sulle riviste di settore, partecipazioni a festival letterari (Bologna in Lettere, fra gli altri), e la cura di rassegne che ne hanno amplificato la visibilità come curatrice e mediatrice culturale. I commenti alla pubblicazione di Da luoghi profani sottolineano l’audacia di una poeta che, dopo anni di apparente silenzio editoriale, ritorna con una raccolta che «rompe» la propria cifra poetica pur mantenendone il filo lirico di fondo.
Da un punto di vista più ampio, il suo lavoro si colloca in un campo di attrito produttivo con alcune tendenze contemporanee: da un lato, la valorizzazione della performatività della voce poetica; dall’altro, la riaffermazione di una pratica della pagina come luogo di lavoro introspettivo e laboratoriale. In questo senso, la sua poesia può essere letta come proposta di mediazione fra partecipazione pubblica e riflessione privata, fra responsabilità civile e introspezione lirica.
Al di là delle sillogi, Destasio Vettori ha svolto attività di coordinamento e sensibilizzazione su temi quali la violenza di genere e la cura del dolore, collaborando con strutture sanitarie e centri di ricerca legati al Policlinico di Tor Vergata e partecipando a progetti di approfondimento sul tema della malattia. Questa dimensione del suo lavoro — meno visibile ma non meno significativa — conferma la centralità di una poesia che non si limita a testimoniare ma che intende intervenire nella scena pubblica con pratiche di cura e ascolto.
Elisabetta Destasio Vettori lascia una produzione poetica che, pur non essendo ampia in termini di volumi, è densa di implicazioni etiche e formali. Il suo percorso, caratterizzato dall’intreccio fra scrittura, curatela e impegno civile, costituisce un modello di lavoro intellettuale sapiente e coerente: la poesia come forma di conoscenza che non rinuncia al rischio della parola. È auspicabile che la comunità critica e le istituzioni culturali colgano ora l’opportunità per mettere a sistema le testimonianze, i testi e le pratiche curatorie che ella ha promosso, garantendo così che la sua voce continui a essere letta, discussa e messa in relazione con le linee necessarie alla storia della poesia contemporanea.
Se qualcosa siamo stati eravamo niente mare bianco marmo come l’aria si sposta dai pesci rossi
ma l’acqua cade obliqua bagna e semina – azzurro, azzurro sopra tutte le macerie
da qualche parte nasco senza ferita
Se poggio la bocca dove non sei
lecco il tuo nome
bianco vento corpo minotauro bianco fragile
– bianco il tempo della tua attesa
Poesie tratte dalla raccolta Da Luoghi profani, Les Flaneurs Edizioni
Nasceva l’11 novembre 1929 Hans Magnum Enzensberger, poeta, traduttore, editore e autore tedesco. Nato in Baviera, aveva solo 15 anni quando il Terzo Reich crollò. Dopo aver studiato letteratura, filosofia e lingua tedesca nelle università di Erlangen, Friburgo e Amburgo, Enzensberger conseguì il dottorato alla Sorbona di Parigi.
Hans Magnum Enzensberger, poeta, traduttore, editore e autore tedesco
Enzensberger scrisse sia in inglese che in tedesco. Oltre ai romanzi, pubblicò più di cinque volumi di poesie, tra cui raccolte per bambini. Il poeta Charles Simic elogiò la vasta portata della scrittura di Enzensberger in questo modo: «Hans Enzensberger ha la più vasta gamma di argomenti, impiega una varietà di stili… quasi tutte le sue poesie, siano esse liriche, drammatiche o narrative, hanno una qualità polemica».
Venne considerato come una delle figure fondanti della letteratura della Repubblica Federale Tedesca e fu uno dei principali autori del Gruppo 47, partecipando, nel 1968, al Movimento studentesco della Germania occidentale. Tra i suoi vari riconoscimenti e onorificenze ricordiamo il Premio Georg Büchner, il Premio Heinrich-Böll e il Premio Principe delle Asturie del 2002. Nel 2009 ricevette il prestigioso premio Griffin Poetry Lifetime Recognition Award.
Enzensberger scrisse molte delle sue poesie in tono sarcastico e ironico. Ne è un esempio, la poesia Middle Class Blues, composta da varie tipicità della vita della classe media, con la frase “non possiamo lamentarci” ripetuta più volte e si conclude con “cosa aspettiamo ancora”.
Qui la poesia in una traduzione di A. M. Giachino:
Non possiamo lamentarci. Abbiamo da fare. Siamo sazi. Mangiamo.
Cresce l’erba, il prodotto sociale, l’unghia delle dita, il passato.
Le strade sono vuote. Le chiusure sono perfette. Le sirene tacciono. Questo passa.
I morti hanno fatto il loro testamento. La pioggia è cessata. La guerra non è stata dichiarata. Questo non è urgente.
Noi mangiamo l’erba. Noi mangiamo il prodotto sociale. Noi mangiamo le unghie. Noi mangiamo il passato.
Non abbiamo nulla da nascondere. Non abbiamo nulla da perdere. Non abbiamo nulla da dire. Abbiamo.
L’orologio è caricato. La vita è regolata. I piatti sono lavati. L’ultimo autobus sta passando.
È vuoto.
Non possiamo lamentarci.
Cosa aspettiamo ancora?
da “Poesia Tedesca del Novecento”, Rizzoli.
Molte delle poesie di Hans Enzensberger presentano questi temi di disordini civili su questioni economiche e di classe.
Ne è un esempio anche Divisione del lavoro:
Che la stragrande maggioranza della stragrande maggioranza non capisca pressoché nulla, per es. poesia, diritti d’opzione, numeri pseudoprimi, e mettici perfino i massimi sistemi – è piú che comprensibile!
La stragrande maggioranza ha tutt’altre preoccupazioni, imperturbabile si tiene ai figli e alle mutue, letto soldi pop sport, a tutto ciò di cui la minima minoranza non vuol sapere nulla.
Dove andremmo a finire coi nostri cervellini se tutti pensassero su tutto?
Solo di quando in quando, in certe interminabili sere, un’occhiata dall’altra parte, alla finestra illuminata dove vivono altri, e la vaga sensazione di essersi persi qualcosa.
da “Piú leggeri dell’aria”, Einaudi. Traduzione di Anna Maria Carpi.
Hans Magnum Enzensberger, poeta, traduttore, editore e autore tedesco
Il lavoro di Enzensberger del 1974 L’industria della coscienza sulla letteratura, la politica e i media diede origine al termine “industria della coscienza”, che identifica i meccanismi attraverso i quali la mente umana è riprodotta come un prodotto sociale. I principali tra questi meccanismi sono le istituzioni di mass media e educazione. Secondo Enzensberger, l’industria della mente non produce nulla di specifico; piuttosto, la sua attività principale è quella di perpetuare l’attuale ordine di dominio dell’uomo sull’uomo. Hans elabora l’industria della coscienza in quanto si applica alle arti in un più ampio sistema di produzione, distribuzione e consumo. Il porta coinvolge specificamente i musei come produttori di percezione estetica che non riconoscono il loro intellettuale, politico e autorità morale: «Piuttosto che sponsorizzare una consapevolezza intelligente e critica, i musei tendono quindi a favorire la pacificazione».
Sebbene principalmente poeta e saggista, Hans Enzensberger si avventurò anche nel teatro, nel cinema, nell’opera, nel dramma radiofonico, nel reportage e nella traduzione. Il suo lavoro fu tradotto in oltre 40 lingue.
Nel 2000 inventò e collaborò alla costruzione di una macchina che compone automaticamente poesie (Der LandsbergerPoesieautomat) Questo dispositivo fu usato durante il Mondiale di calcio del 2006 per commentare i giochi. «Se non sai scrivere poesie meglio della macchina, faresti meglio a lasciar perdere», disse.
First things first
In fondo non abbiamo niente da obiettare a purgatorio, reincarnazione, paradiso. Se cosí dev’essere, prego! Al momento tuttavia abbiamo altre priorità.
Della toilette del gatto, del conto in banca e delle insostenibili condizioni del mondo dobbiamo assolutamente occuparci, già a prescindere da internet e dalle notizie sul livello delle acque.
Certe volte non sappiamo piú dove a forza di problemi sbattere la testa. Intanto c’è sempre qualcuno che muore, e di continuo qualcuno che nasce.
Non si arriva mai sul serio a fare delle riflessioni sulla propria immortalità. Prima bisogna gettare un occhio all’agenda, alle scadenze,
il resto si vedrà.
da “Piú leggeri dell’aria”, Einaudi. Traduzione di Anna Maria Carpi.
Enzensberger Hans Magnus
Hans Magnum Enzensberger, poeta, traduttore, editore e autore tedesco
Hans Magnum Enzensberger, poeta, traduttore, editore e autore tedesco-Scrittore tedesco (Kaufbeuren, Allgäu, 1929 – Monaco di Baviera 2022). Autore anticonformista e versatile (romanziere, autore di testi teatrali, radiofonici ecc.), è stato tra gli animatori del Gruppo 47 ed è una delle figure più interessanti della letteratura tedesca del secondo dopoguerra. I suoi scritti, in particolare i saggi, sono permeati da un profondo pessimismo e denunciano causticamente le storture e le debolezze della società contemporanea.
Opere
Ancora adolescente patì la dura esperienza della guerra a cui partecipò nel 1944-45. La sua poesia (Verteidigung der Wölfe, 1957; Landessprache, 1960; Blindenschrift, 1964; Gedichte 1955-70, 1971; Mausoleum, 1975, trad. it. 1979; Der Untergang der Titanic, 1978, trad. it. 1980), pur risentendo molto dell’insegnamento brechtiano, non vede tuttavia un mezzo di salvezza per l’uomo e si presenta come denuncia spietata di tutte le storture e debolezze della società di oggi. Essa si distingue per l’originalità dell’espressione volutamente antipoetica e provocatoria, ricorrendo sia ai mezzi più facili di rottura (abolizione delle maiuscole, introduzione del gergo commerciale, rottura sintattica, ecc.), sia alla più raffinata demitizzazione della letteratura “bella” nell’uso profanante della citazione. Lo stesso carattere aggressivo e accusatore si rivela nei saggi più strettamente letterari, in cui E., nella ricerca dell'”artista radicale” (Clemens Brentanos Poetik, 1961), denuncia ogni debolezza o inattualità del fenomeno letterario. Molto importante la sua attività giornalistica, sviluppatasi soprattutto su Kursbuch e su Trans-Atlantik, battagliere riviste da lui create rispettivamente nel 1965 e nel 1980, nonché la sua opera saggistica, sempre a contatto con l’attualità senza però mai ridurvisi: Einzelheiten (1962; trad. it. Questioni di dettaglio, 1965); Politik und Verbrechen (1964; trad. it. 1979); Deutschland, Deutschland unter anderem (1967); Das Verhör von Habana (1970; trad. it. 1971); Der kurze Sommer der Anarchie (sotto forma di romanzo, 1972; trad. it. 1973); Palaver. Politische Überlegungen (1974; trad. it. 1976); Ach, Europa! (1987; trad. it. 1989). Del 1995 è la raccolta di poesie Kiosk. Neue Gedichte (trad. it. 2013), mentre sono stati pubblicati nel 1997 ZichZack (trad. it. 1999) e il fortunato Der Zahlenteufel (trad. it. 1997), tra l’apologo e la fiaba, in cui la matematica diventa, per un alunno che non ne è attratto, un mondo quasi magico. Ha poi scritto, tra l’altro: Esterhazy. Eine Hasengeschichte (con I. Dische, 1998; trad. it. 2002); Die Elixiere der Wissenschaft (2002; trad. it. 2004), in cui racconta storie, vere e mitologiche, che orbitano intorno alla scienza; Schreckens Männer. Versuch über den radikalen Verlierer (2006; trad. it. 2007); Josefine und Ich. Eine Erzählung (2006; trad. it. 2010); Hammerstein oder der Eigensinn: eine deutsche Geschichte (2008; trad. it. 2008); la raccolta di poesie Rebus (2009); i saggi Fortuna und Kalkül. Zwei mathematische Belustigungen (2009), Meine Lieblings-Flops, gefolgt von einem Ideen-Magazin (2010; trad. it. 2012) e Sanftes Monster Brüssel oder Die Entmündigung Europas (2011). Tra i suoi lavori più recenti occorre ancora citare Tumult (2014; trad. it. 2016) e Immer das Geld! (2015; trad. it. Parli sempre di soldi!, 2017).
Fonte- Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani
Da Poesie ritrovata dalla Rivista L’Altrover-RENZO NANNI nasceva a Livorno il 4 marzo 1921-Già da bambino Nanni fu inoltrato verso l’amore per la scrittura e la poesia. Trasferitosi a Padova con la famiglia, terminò i suoi studi e iniziò ad interessarsi di politica militando nel Partito Comunista. Durante la Seconda guerra mondiale, fu impegnato sul fronte russo Per anni Renzo non riuscì a parlare di questa esperienza così traumatica. Solo quarant’anni dopo ne racconterà attraverso il poemetto Minuscolisu pagina bianca.
Dopo la guerra e la resistenza italiana, sposa Maria Germano e si laurea in lettere. È durante quegli anni che cresce il suo interesse verso la letteratura e l’arte, stringe amicizie importanti per la sua vita e la sua carriera e organizza eventi culturali
a favore della pace e della fratellanza fra i popoli. In particolare Nanni è l’animatore delle Olimpiadi culturali a Genova nel 1950, una grande kermesse a cui partecipano, oltre ai migliori artisti italiani, Picasso e Neruda, della cui conoscenza Nanni andrà sempre orgoglioso. Nel 1950 è 1° segnalato al Premio Chianciano, l’anno dopo è segnalato per l’Italia al Festival Mondiale della Gioventù a Berlino. Sono gli anni che lo vedono collaborare a Rinascita, L’Unità, Mondo operaio, Lavoro Nuovo. Nel 1952 esce il suo primo volumetto di poesie, L’avvenire non è la guerra, inserito nella rosa dei finalisti al Viareggio di quell’anno. Con questa opera, afferma Giuliano Manacorda, «viene in primo piano l’epos resistenziale, temperato dalla presenza di accenti civili o moralistico-descrittivi […]. Il tema resistenziale si riconnette senza fratture alle lotte per il lavoro: la “guerra nostra” ora si è spostata nelle campagne di Calabria e di Sicilia, dove i lavoratori cadono negli scontri con le forze dello Stato, alla Sardegna dei pastori, alle fabbriche in sciopero, ovunque è ancora tempo di “canti da gridare”».
Passano venticinque anni prima che Nanni pubblicasse il suo secondo libro di poesie. È del 1977 la raccolta Terra da amare. Intanto svolge il suo lavoro come professore in alcuni licei di Roma. Alla fine degli anni ’60 conobbe l’editore Signorelli che lo spinge a scrivere un manuale di letteratura italiana per le scuole secondarie: così nel ’73 esce Letteratura italiana: materiali per un programma, in quattro volumi.
Nel 1966 si trasferì con la famiglia a Velletri e qui si dedica alla terra e completamente alla scrittura poetica. A pochi anni di distanza l’uno dall’altro escono Braccialimitative e il mondo (1979), Minuscoli supagina bianca, poemetto nel quale riprende, a quarant’anni di distanza, il tema della ritirata di Russia (1982), Fasi di luna, nel quale annuncia agli «scolari diletti» la sua pensione affermando: «Lascio a voi […] / una parte vistosa di me» (1989), Fuoripista (1996), Una vita quasi un secolo (2003). A Velletri si inserisce nella vita culturale e sociale della città, collabora con il giornale locale “Il Cittadino” (sul quale cura dal giugno del 2001 al novembre del 2003 la rubrica di poesia Svegliati e canta) e, soprattutto, contribuisce alla nascita della associazione “La vigna dei poeti”, che diventa in poco tempo luogo di aggregazione e di elaborazione culturale delle migliori energie sul territorio. Si spense il 1º aprile 2004. Dopo la morte, Maria trovò, fra vecchie carte, le poesie giovanili di Renzo, scritte nel 1943: alcuni cari amici e l’editore Caramanica li pubblicano nel 2005 col titolo Questo mestesso. Nello stesso anno , a cura de “La vigna dei poeti”, il volume Omaggio a Renzo Nanni, che contiene, insieme a testi del poeta scomparso, ma anche i versi e le riflessioni di quelli che definiva i suoi «amici della poesia».
L’opera di Nanni è lontana dagli sperimentalismi di quegli anni, ma ciononostante è intensa e ricca. La sua poesia narra, con questo verseggiare classico e novecentesco, i tempi bui della guerra, del periodo post-bellico e della resistenza. È tutta una cronaca vissuta, grave, sprezzante, che ha come protagonista l’uomo. Sono memorie di un ragazzo che ha visto e sentito sulla propria pelle ogni orrore. Scriverne e attenzionare il pubblico verso tali realtà, ormai passate a sempre presenti, porta l’autore e il suo lettore a mai dimenticarsene.
Di seguito una selezione di poesie tratte da L’avvenire non è la guerra, edito da Il Canzoniere.
Presto ci desteremo
Presto ci desteremo coi morti sulle labbra divenuti canzoni, in un sole che spianerà le borgate di baracche e le memorie logore come vecchie tute operaie.
Coro dei compagni caduti
Nel giorno della resurrezione non saliremo le scale di vetro noi così carichi di dolore così poveri per le gemme del cielo così pieni di maledizione noi che morimmo per amore di terra di case diroccate sepolte ai margini della strada. Nel giorno della resurrezione busseremo alla vostra porta col mitra degli impiccati e secoli di pazienza operaia. Poi chiederemo conto a Dio: Mario di una ferita alla nuca Giulio della tisi del figlio consumata nella disoccupazione Agnese di quella sua malattia non voluta (costava troppo stare puliti costava troppo mantenere chi ha sempre fame) Luca della casa del padre sventrata con quattro bestie coi suoi vecchi col ramo di lillà rampicante nel sole noi di quel muro assolato del cortile dove cademmo senza bende senza preghiere. Poi torneremo per sempre sui monti il giorno della resurrezione…
Resistenza
Non fu solo una pagina di storia per dare nome a una strada. Furono lunghi anni di carcere spalancati alla libertà. Messaggio di morti dalla voce chiara, aria di monti e la villeggiatura dei poveri nelle ville dei signori. Di là, un’Italia avvilita, una classe disfatta, serva per denaro, obbediente per la paura a “leggi inique”, di qua, una società di eguali che morivano per i diritti dell’uomo. Resistenza fu la fabbrica salvata per il lavoro, furono i campi puliti dalle mine, le strade barricate, le case fatte trincee. E fu scritta sui muri anche se proibito diffusa sui giornali anche se proibito gridata per tutte le piazze anche se proibito. Uno scriveva e moriva uno fischiava in un cinema e moriva un altro cantava e moriva. Resistenza è ancora la stessa gente che si dà la mano e muore e vuole salvare le fabbriche per il lavoro, vuole la terra per il contadino, i campi puliti dalle mine una volta per sempre, le porte delle carceri spalancate alla libertà. E che non sia proibito leggere e che non sia proibito scrivere né cantare né lavorare in pace.
Liberate Nazim Hikmet
Compagni, liberate Nazim Hikmet il poeta cui vorrebbero tappare la bocca perché voi per sua bocca parlate ed essi temono le vostre parole temono un uomo perché temono milioni di uomini per questo essi vogliono tappare la bocca al poeta per questo lo lasciano consumare in carcere come una piccola fiamma non alimentata e non sanno che il fuoco cresce dentro di voi con le sue parole che ogni operaio oggi è anche poeta e sa morire piuttosto che tacere perché suo oggi è il canto e il mondo e la fiamma dell’avvenire.
L’avvenire non è la guerra
A Napoli ieri notte hanno sbarcato la guerra. L’hanno ancorata nel Golfo senza canzoni e la città della musica taceva come un gran pugno chiuso minaccioso. Nave nemica non arresterai l’avvenire nave che non risplendi alla luce del giorno, perché porti tenebre e ti muovi a lumi spenti sopra un mare vuoto. L’avvenire è il respiro del mondo fatto dall’alito di milioni di uomini uniti. Hanno sbarcato trecentonove tonnellate di guerra a Napoli fra case ancora diroccate dalla guerra. Ma l’avvenire non si misura a tonnellate è dentro il cuore gonfio delle madri è nella cronaca dello sciopero generale è sulle terre dei feudi dove si muore seminando il grano.
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