Ismail Kadaré è nato nel 1936 ad Argirocastro, nell’Albania meridionale, si è laureato in filologia a Tirana e ha proseguito gli studi a Mosca. Tornato in patria, inizia la sua carriera come giornalista e divenne direttore di “Les lettres albanaises”. La poesia è stata la sua prima passione: Ispirazioni giovanili (1956), Il mio secolo (1961). E alla poesia è sempre tornato regolarmente: Perché pensano queste montagne (1964), Motivi di sole (1968), Il tempo (1976), Gocce di pioggia caddero sul vetro (2003).
Ismail Kadaré
Anche quando la memoria-
Anche quando la mia memoria fosse stanca
come quei tram dopo mezzanotte
che fermano solo nelle principali stazioni,
Io non ti dimenticherò.
Ricorderò
la silenziosa serata, infinita nei tuoi occhi,
il singhiozzo soffocato, caduto sulla mia spalla
come la perpetua neve.
L’addio è arrivato
me ne vado lontano da te …
Nulla di eccezionale,
solo qualche sera
le dita di qualcun altro, si intrecceranno tra i tuoi capelli
con le mie dita, chilometri lontane …
Cristallo-
Da tempo non ci vediamo e sento
come pian – piano ti dimentico
come muore il tuo ricordo in me
come muoiono i capelli e ogni cosa.
Adesso cerco in giù e in su
un posto dove lasciarti
una strofa o una nota, oppure un brillante
dove posarti, baciarti, vederti.
E se nessuna tomba ti accetterà
troverò una pianura o un oasi di fiori
dove posarti dolcemente come polena
ovunque, ovunque ti dispenso..
Ingannandoti, ma forse così
potrei baciarti andandomene senza ritorno
e non si saprà mai né da noi né da altri
se la dimenticanza è questa oppure no.
Tu piangesti-
Tu piangesti e a bassa voce dicesti
Che io ti tratto come fossi una prostituta.
A quel tempo non feci caso al tuo pianto
Ti amavo senza sapere di amarti.
Solo una mattina, all’improvviso mi svegliai
Senza te e il mondo mi sembrò vuoto,
Allora capii ciò che avevo perso
E capii altrettanto che cosa guadagnai.
Brillava su di me come un smeraldo tedioso
E la felicità si rabbuiò come il crepuscolo dietro le nubi
Non sapevo scegliere tra le due
Una più bella dell’altra mi sembrava.
Perché dev’essere così questa collezione di gioielli
Cui la luce e l’orrore la illuminavano allo stesso modo,
Che nel moltiplicare la brama la vita si accentuava
Ma anche la morte altrettanto evocava.
Ismail Kadaré
Breve biograia di Ismail Kadaré è nato nel 1936 ad Argirocastro, nell’Albania meridionale, si è laureato in filologia a Tirana e ha proseguito gli studi a Mosca. Tornato in patria, inizia la sua carriera come giornalista e divenne direttore di “Les lettres albanaises”. La poesia è stata la sua prima passione: Ispirazioni giovanili (1956), Il mio secolo (1961). E alla poesia è sempre tornato regolarmente: Perché pensano queste montagne (1964), Motivi di sole (1968), Il tempo (1976), Gocce di pioggia caddero sul vetro (2003).
Nel 1963 pubblicò il primo romanzo, Il generale dell’armata morta, e da allora si è dedicato intensamente alla narrativa. Ha pubblicato una cinquantina di volumi fra romanzi, racconti e saggi. Nel 1990 ha chiesto e ottenuto asilo politico in Francia, dove è membro onorario dell’Accademia. Nel 1992 ha ottenuto il Premio Grinzane Cavour per la narrativa straniera; nel 2005 l’International Booker Prize; nel 2009 il Premio Principe delle Asturie per la Letteratura. Sempre nel 2009 gli è stato conferito la Laurea Honoris Causa in Scienze della Comunicazione dall’Università di Palermo, riconoscimento voluto fortemente dagli “arberesge” di Piana degli Albanesi. Il Premio LericiPea “alla Carriera” nel 2010 è stato conferito a Kadaré, un poeta la cui voce magistrale è estremamente riconoscibile e si snoda in un vero e proprio “Universo Kadaré”, che dalla poesia al racconto e al romanzo si dilata in una dimensione storica e geografica dal passato al presente, collegando la letteratura albanese alle radici stesse della cultura europea. Kadaré costruisce un ponte tra la sua terra e i paesi che la circondano, trattando i caratteri specifici della storia e della cultura di quel paese, ridotto per lunghi periodi al silenzio, e gli aspetti generali che strutturano la vita di tutti i popoli, violenza e menzogna del potere, dedizione al dovere e varchi di libertà.
Con l’inedito Anche se è Aprile, da cui il titolo del volume che il LericiPea dedicò al poeta premiato, è giunta a noi in quest’occasione una perla, che ancora una volta dispiega l’opera di Kadaré nell’alveo di quella ribadita “unica Letteratura europea da Proust a Tolstoj”, che si evidenzia nel riallacciare la sua poesia, come scrive Marina Giaveri, “non solo ai grandi poeti russi del Novecento, ma ad un conosciuto e praticato panorama europeo”.
La sua opera ha ampia diffusione in Italia, dove sono usciti fra gli altri: Il mostro (Fandango 2010). L’incidente (Longanesi 2010), Il crepuscolo degli dei della steppa (Fandango 2009), Il generale dell’armata morta (Longanesi 2010), Aprile spezzato (ivi 2008), Dante l’inevitabile (Fandango 2008), Il successore (Longanesi 2008), La figlia di Agamennone (ivi 2007). Un invito a cena di troppo (ivi 2012), La bambola (La Nave di Teseo, 2017).
Poesie di Gëzim Hajdari : le poète de l’exil, par Laura Toppan-
Gëzim Hajdari s’est exilé en Italie en 1992. Il est l’auteur de nombreux recueils poétiques et livres de voyage. Certains de ses plus beaux poèmes ont été réunis dans l’anthologie « Poesie scelte » 1990-2007 (Ed. Controluce). Son oeuvre poétique migre continuellement de l’albanais vers l’italien et de l’italien vers l’albanais comme pour montrer que l’exil mène au dépassement du lien puissant avec une patrie terrestre et laisse le poète sans autre territoire que celui de son propre corps. Un article de Laura Toppan, Maître de Conférence à l’Université de Nancy2.
Gëzim Hajdaraj naît en 1957 en Albanie, à Lushnje, un petit village situé au cœur des collines de la province de Darsia. Après une maîtrise en Lettres albanaises à l’Université d’Elbasan, il revient au cours des années 80 dans sa ville natale pour y enseigner la littérature dans un lycée. En 1991, avec d’autres intellectuels, il crée le journal Ora e Fjalës («Le moment de la parole») et écrit sur le journal national Republika. Dans ses articles, il dénonce ouvertement les crimes et les abus de la dictature de Hoxha et du régime de Berisha et il se présente comme candidat au Parlement dans les listes du Parti Républicain Albanais, dont il est l’un des fondateurs.
A cause de ses idées, ses poèmes sont censurés et il est menacé de mort. Il s’exile en Italie, à Frosinone, où il vit encore aujourd’hui. Poète qui migre toujours de l’albanais vers l’italien et de l’italien vers l’albanais (ses poèmes sont toujours composés dans les deux langues), Hajdari introduit le rythme balkan dans la poésie occidentale, sur le sillage des grands poèmes épiques. Auteur des nombreux recueils, en 1997 il reçoit le prestigieux Prix Montale avec Corpo presente.
Publiée en 2008 chez Besa (en albanais signifie la “parole donnée, la promesse”), l’anthologie Poesie scelte (1990-2007) réunit des poèmes extraits des recueils Erbamara, Antologia della pioggia, Ombra di cane, Sassi controvento, Corpo presente, Stigmate, Spine nere, Maldiluna, Péligorga. Elle a été présentée en Italie, en France et en Allemagne. Dans ses vers, Hajdari universalise la condition de l’exil, qui pousse à rompre tout lien avec un territoire bien défini et à élire comme seule patrie son corps.
Prof.Laura Toppan
Domani ci vogliono in piazza amore mio,
da anni non ti chiamavo amore.
Domani dovremo vestirci con abiti nuovi
e sentirci gioiosi – domani,
perché – ci dicono – è giornata santa
per la patria.
Domani applaudiremo tutti
e offriremo sorrisi infiniti
al palco.
Domani dobbiamo dimenticare ciò
che abbiamo perso.
Da Antologia della pioggia
***
Un verso cieco
senza memoria
è il mio corpo,
nato in un paese povero.
Da Ombra di cane
***
Sei andata via,
sotto la pioggia d’autunno,
verso il mare
(evitando i boschi)
con i capelli lunghi
come un torrente
sanguinoso.
Da Ombra di cane
***
Canto il mio corpo presente
nato da questo freddo spazio
che nulla promette.
Di notte,
visioni di bianchi templi
mi richiamano nel vuoto.
Ho sognato campi solitari
per cercare i segni confusi
e capire la maschera dei cieli
che ama gli abissi.
Non so perché guardo a lungo
la linea sottile dell’orizzonte
o le cime brulle con uccelli neri.
Dove si nasconde ciò che non trovo
sulle tremule alghe
o nei licheni bianchi.
Procedo nel verde consumato
e non porto niente oltre il mio corpo.
Non lascerò niente!
Da Corpo presente
***
Sono campana di mare
di silenzio e voci
chiuso nel Tempo.
E nessun Dio sente i suoni
di acqua e di fuoco
della mia carne.
In Occidente
ogni primavera che passa
è ferita che si rinnova.
Ed io,
scavato da ombre e pietre,
trascorro le notti italiane
nel gorgoglio di sangue.
Da anni in ansia e paura di morire.
Ingannato dalle voci degli oracoli
richiamo volti conosciuti
che non tornano (e mai torneranno!)
Sterili sono i miei sogni
nel buio della stanza sgombra
e ogni giorno impazzisco un poco.
Da Corpo presente
***
Com’è triste Roma
senza di te amore mio,
senza i tuoi occhi,
le tue labbra
(rosse di sangue),
la tua ombra.
Accanto a me
sei come una collina,
campo di grano
o bosco vergine
dove bussano
la pioggia
e il mondo.
Se tu chiami,
ti rispondono gli angeli,
se tu gridi,
ti sente il mare,
se tu piangi,
ti accolgono le rovine.
Ti perdo e ti ritrovo
tra mura e grotte,
viva e uccisa
dalle stesse pietre,
dalle stesse ombre!
Da Corpo presente
***
Tirana,
sei il mio amore
e la mia tirannia.
Sono fuggito dai tuoi artigli
di notte, sotto la pioggia,
piangendo come un bambino
davanti alla fucilazione.
Tu mi hai fatto nascere e crescere
per divorarmi
tra i sassi.
Ho vissuto nella solitudine
del tuo sangue e della tua Ombra,
giorni, anni, secoli di follia.
Cosa non ho fatto per te!
Quante volte ho tentato di tagliarmi le vene
per nascondere l’ultima Parola, gli uccelli,
me stesso,
per nascondere te.
Ma tu, madre e gorgone,
hai maledetto il mio corpo, la mia lingua
e i miei occhi fino ad accecarmi.
Da Corpo presente
Fonte-Altritaliani est un journal on-line franco-italien, de culture, d’information et d’opinion dédié à l’Italie et aux rapports Italie/France.
Altritaliani vous invite à venir rencontrer le poète Gëzim Hajdari, de passage à Paris. Une personnalité forte, un parcours et une œuvre hors du commun. La conférence, en langue italienne, sera animée par Laura Toppan, Maître de Conférence à l’Université de Nancy2. Venez nombreux lui faire fête !
D’origine albanaise, Gëzim Hajdari s’est exilé en Italie en 1992. Il est l’auteur de nombreux recueils et Prix Montale de poésie en 1997. Hajdari écrit en albanais et en italien. Dans ses vers, il universalise la condition de l’exil, qui pousse à rompre tout lien avec un territoire bien défini et à élire comme seule patrie son corps.
Gëzim Hajdaraj naît en 1957 en Albanie, à Lushnje, un petit village situé au cœur des collines de la province de Darsia. Après des études en Lettres albanaises à l’Université d’Elbasan, dans les années 80 il revient dans sa ville natale pour y enseigner la littérature. En 1991, avec d’autres intellectuels, il crée le journal Ora e Fjalës (Le moment de la parole) et écrit également dans le journal national Republika.
Dans ses articles, il dénonce ouvertement les crimes et les abus de la dictature de Hoxha et du régime de Berisha. Il se présente comme candidat au Parlement dans les listes du Parti Républicain Albanais, dont il est l’un des fondateurs. En raison de ses idées, ses poèmes sont censurés et il est menacé de mort.
Il s’exile en Italie, à Frosinone, où il vit encore aujourd’hui et a été nommé citoyen honoraire pour ses mérites littéraires. Auteur des nombreux recueils, en 1997 Hajdari reçoit le Prix Montale pour la poésie inédite. Il écrit en albanais et en italien, rénovant ainsi une ancienne tradition de poètes qui ont écrit dans la langue du pays d’accueil.
Un choix de poèmes extraits des recueils Erbamara, Antologia della pioggia, Ombra di cane, Sassi controvento, Corpo presente, Stigmate, Spine nere, Maldiluna et Péligorga sont réunis dans l’anthologie, Poesie scelte (1990-2007), publiée par l’éditeur italien Besa (qui en albanais signifie la « parole donnée, la promesse »).
Michèle Gesbert est née à Genève. Après des études de langues et secrétariat de direction elle s’installe à Paris dans les années ’70 et travaille à l’Ambassade de Suisse (culture, presse et communication). Suit une expérience associative auprès d’enfants en difficulté de langage et parole. Plus tard elle attrape le virus de l’Italie, sa langue et sa/ses culture(s). Contrairement au covid c’est un virus bienfaisant qu’elle souhaite partager et transmettre. Membre-fondatrice et présidente d’Altritaliani depuis 2009. Coordinatrice et animatrice du site.
Se pur nelle poesie di Nerina Hysa si percepisce una palpitazione in tutto esclusiva e comunque sia per tutto giovanile e femminile, dove manca qualsiasi cardine storico-geografico (i suoi indirizzi sono pure intuizioni: tempo, spazio), la sua forma tramite sentieri misteriosi trova una sua Maniera, effettiva, alta, nitida. Questa è il caso fantastico in cui la natura porta alla Maniera, quando, perifrasando lo struggente John Keats, il poeta dà poesie naturalmente, come l’albero dà le foglie. E ci viene da pensare che la poesia non è in fondo una mania, ma è fortuna quindi talento.
Le poesie di Neri parlano in modo quasi impalpabile attraverso degli oggetti ideali: mare, cielo, pensatore, spiro, isola, vespro; carne come: chair, leib, flesh. I personaggi principali sono: un cane, i giorni della settimana, la nonna gracile e diletta (lontana e trasparente, senza l’ultima camicia per l’inverno); i fiori, l’unico fiore, la città… come le abbiamo sopraccennate. Nerinda H. è per me la poetessa più interessante della mia generazione, che vive in completo distaco dai mezzi di comucazione per comunicare ai pochi amici un po’ di vera magia.
Per ultimo l’autrice ha smesso di scrivere, ha smesso di essere poetessa, per diventare musa.
La mia sera
La mia sera
Questa è la mia sera
profonda
che respira
nel mio silenzio
Il cielo scuro,
teso,
senza stelle
il mare silvestre, intoccabile
e rigoglioso
La melodia raminga alle sponde
della cervella infastidite
Un aroma di nostalgia
veleggia
nello spazio serale
È una notte
fuggita
che non so da dove arrivi.
Essa mi sta
Di fronte ed io
A lei
Fo fronte
Nelle buie sponde
Degli animi ebri
I nostri contorni
S’elevano uno sull’altro.
Tenerezza d’acqua
Regalatemi il mio fango
i giardini con l’odore del mare
l’alito del cielo
sui tronchi rigogliosi…
Elargitemi tutte queste cose
e sparite
nella linfa di questo tronco…
Tigli
Le case con slanci primaverili
si svegliarono
dalla fanghiglia forestiera…
Il praticello è libero
così come le farfalle…
Si corre…
Oasi ci attendono
alle soglie del mare…
I bimbi si colmano di fiori
Nei piccoli fusti
Posando coroncine sulle chiome levigate
Poesie di N. Hysa
Nerinda Hysa
POEZI
(Carne in liceita’)
Sfogliando questo libro i titoli si riverseranno con celeste fluidità: Mercoledi delle ceneri, Acque, Umiltà per coloro che potranno venire, Aroma di rose, La spiaggia…, Coraggio d’orgoglio, Muri di vita, Catacombe…, Aroma…, Orizzonte, Isole dolenti (Sabrina). Ma anche: I gusti del’uomo soligno, Spiri, Elemosina tra fanghiglie, Tenerezza d’acqua… e così via, finchè non ci troviamo smarriti in un giardino profumante dove il capriccio artistico di madrenatura diviene rito, feretro, destino.
I personaggi del libro sono persone ideali (virtuali), che pure rivestono anche una parte non indifferente nell’economia dello sentire estetico quatidiano. I giorni della settimana, il cortile, il testamento, la terra, i muri, il cane, le acque, l’anima, il balcone; pergamene, archi; il mare, le porte, il silenzio, le radici, i fiori, la spiaggia, le carte, la notte, la vita, i prati, i nomi, i sogni, la polvere, l’orizzonte, le isole… Sono tutte travi del bastimento su cui naviga la personale mitologia della poetessa. Ma vi si trova cielo, cielo, cielo… Poi sfilano (esistono) anche persone-personaggi: SABRINA, IL GIACINTO, CAINO, TUNKA (fiore d’oblio), MAIA, DILA, il buon DIO. E sempre cielo, cielo, cielo.
Il tutto ha luoga tra il cielo e la terra ma ciò non sta a significare per l’io poetico solo che si trova in qualche luogo, ma anche che si trova a essere qualcuno; uno che non vivachia semplicemente tra la terra ed il cielo (convenzioni cosmogoniche), ma è anche fatto di terra e di cielo. Al quesito “chi sono” viene fornito così un primo riscontro.
Non ci stupiamo ché non si trova menzionato il sole, dacché è onnipresente. Come la parola “sole” anché “amore” non compare, eppure regna sovrano.
La poetessa si è persa nel suo ideale giardino, dove non c’è mai stato il ’97 (l’anno più nero della storia del nostro paese), chiusa in un altro tempo, che non è tempo: ma spazio tra sé e sé: illusoria distanza tra l’inizio e la fine. Qui la poesia funge anche da scudo magico contro il male.
Il procedimento tecnico di questa poesia sembra avere le radici nella pace: pace con sè e col mondo; camminando coi piedi per terra e cogli occhi rivolti al cielo. Lei ha eternato in questo libro il momento del (non)passaggio dall’infanzia nell’età adulta. Possiede certamente una verace percezione della realtà, pure sospende ogni principio di gerarchia quandi anche il conflitto in esso o con esso.
Ella non vorrebbe essere, è! Le interessa come ad ogni bambino solo ciò che la emoziona, non è adulta perché per un adulto l’unica emozione deriva dall’interesse. Essere, vuol dire, essere proiezione di un pensiero creatore compiuto. Questo pensiero compiuto, questa armonia in ritmo di divino silenzio, questo deserto, funge da principio di identità, come fondazione estetica dell’essere. Principio integrativo ed asse identitaria.
Leggendo le poesie di Nerinda Hysa, si entra in un teatro color miele, dove un unico attore gioca tutti i ruoli: un ragazzo nero con l’anima azzurra. Nero perché ha benconosciuto il sole; azzurro perché non ne è più di un bambino.
Cosa lo rende un libro? Cosa lo distingue, ad esempio, da una tempesta ormonale? Forse una forma, un’armonia cocciuta che di quando in quando sacrifica la significazione, per un significare più alto: quello della libertà. Nerinda Hysa poesiede un raro dono, l’unico che ci rende poeti: lei nei suoi componimenti non sembra fare granchè se non lasciar parlare la poesia. Ecco un assaggio:
Acque: Nei frangenti silenziosi dell’inverno/ son rimaste solo le ostriche dimenticate/ al solco della sabbia nomade // Il mare infangato/ con tono verde nereggiante/ e i coralli senza il bagliore rigoglioso …
Chi ha frequentato la grande poesia a cavallo dei secoli XIX-XX, si ricorderà de T.S.Eliot o Arthur Rimbaud. Ecco l’Eliot di A.Prufrock Love Song: […] The women to the room come and go/ talking of Michelangelo… Chi è che sta parlando, Eliot o la poesia? La poesia certamente. Se paralasse Eliot, egli ci direbbe semplicemente che le donne vanno e vengono per le stanze, parlando di Michelangelo – che consta in un’immagine (per quanto scelta) d’impronta borghese. Mentre, se intenderemo con la sensibilità che è la poesia che si apressa a dirlo, avremo:
The women to the room come and go
Talking of Michelangelo.
che è sicuramente una delle imagini più lussuose che la frequentazione della musa ci fornisce. Nel caso in cui fosse il copista Eliot a riferirla, la cifra nel migliore dei casi, sarebbe ironica; mitica è quando lo dice la poesia.
Uguale, anzi più spiccato quest’argomento in “O saisons, o châteaux“ di Rimbaud:
O saisons, o châteaux/ quel âme est sans defauts.
Ora se prendessimo ciò che dice il francese, ci deluderemmo : O stagioni o castelli, quale anima non ha difetti? Abbiamo a che fare con un scarsa domanda retorica, che impoverendole si rivolge alle stagioni e ai castelli di Francia, dell’Europa e dell’umanità. Che non richiederebbe risposta alcuna, se non negativa. Ma se sentiammo parlare la poesia intesa come canto, noi abbiamo
O saisons, o châteaux
Quel âme est sans defauts?
E si sale di livello, perché la domanda è estetica. Credo la differenza conti.
Nel volume “Carne in Liceità” vi affaccerete alla poesia come finestra dell’essere, come speculazione mitica. Ma sono poesie senza dubbio. Alcune poesia dalla Poesia, che è sintesi senza passare per tesi. Questa manciata di liriche consta in immagini della felicità, animate dal sentimento della felicità. La poetessa si è dissolta nel’oggetto del suo amore. La natura è la sua sola cultura.
Se pur nelle poesie di Nerinda Hysa si percepisce una palpitazione in tutto esclusiva e comunque sia per tutto giovanile e femminile, dove manca qualsiasi cardine storico-geografico (i suoi indirizzi sono pure intuizioni: tempo, spazio), la sua forma tramite sentieri misteriosi trova una sua Maniera, effettiva, alta, nitida. Questa è il caso fantastico in cui la natura porta alla Maniera, quando, perifrasando lo struggente John Keats, il poeta dà poesie naturalmente, come l’albero dà le foglie. E ci viene da pensare che la poesia non è in fondo una mania, ma è fortuna quindi talento.
Le poesie di Neri parlano in modo quasi impalpabile attraverso degli oggetti ideali: mare, cielo, pensatore, spiro, isola, vespro; carne come: chair, leib, flesh. I personaggi principali sono: un cane, i giorni della settimana, la nonna gracile e diletta (lontana e trasparente, senza l’ultima camicia per l’inverno); i fiori, l’unico fiore, la città… come le abbiamo sopraccennate. Nerinda H. è per me la poetessa più interessante della mia generazione, che vive in completo distaco dai mezzi di comucazione per comunicare ai pochi amici un po’ di vera magia.
Per ultimo l’autrice ha smesso di scrivere, ha smesso di essere poetessa, per diventare musa.
La mia sera
Questa è la mia sera
profonda
che respira
nel mio silenzio
Il cielo scuro,
teso,
senza stelle
il mare silvestre, intoccabile
e rigoglioso
La melodia raminga alle sponde
della cervella infastidite
Un aroma di nostalgia
veleggia
nello spazio serale
È una notte
fuggita
che non so da dove arrivi.
Essa mi sta
Di fronte ed io
A lei
Fo fronte
Nelle buie sponde
Degli animi ebri
I nostri contorni
S’elevano uno sull’altro.
–>
Tenerezza d’acqua
Regalatemi il mio fango
i giardini con l’odore del mare
l’alito del cielo
sui tronchi rigogliosi…
Elargitemi tutte queste cose
e sparite
nella linfa di questo tronco…
–>
Spiri
Isole amabili, fiumi
Arieggiati dolcemente
E terre di morte
Strade di cipressi
E campane alate
Piccole voci
E risa di lattante
Sopra il mio fiume…
–>
Tigli
Le case con slanci primaverili
si svegliarono
dalla fanghiglia forestiera…
Il praticello è libero
così come le farfalle…
Si corre…
Oasi ci attendono
alle soglie del mare…
I bimbi si colmano di fiori
Nei piccoli fusti
Posando coroncine sulle chiome levigate
–>
La spiaggia
La spiaggia, mandava lenti bagliori,
indugiava diabolicamente,
con labbra tratteggiate in blu,
combusto diamante
blu…
Essa perfidamente
mi origlia
senza chiedere
non fa che spiarmi
nei marosi
oscuri blu…
nei giorni sfinitamente blu…
Un cielo pedante,
sfuggente,
declinato, sbiadito
ma essenzialmente sfuggente,
dove hanno fine ed iniziano
si esecrano brutalmente
pure
iniziano…
–>
Davanti alla virtù…
Scendono piano i vespri sulle foglie
Sulla mia anima questo vespro è tentato
attutito, commovente…,
il mio vespro…
Questo vespro è tutto anima
e profondità…
Sapevi che parlavo ogni notte con la tua stella…?
Che mi lanciavo dalle roccie
Ogni alba?…
Morivo ogni notte, risorgevo
due volte… al tramonto…
e mi seppellivo nella polvere
delle tue ombre?…
Lo sapevi?
Ma sei morto ormai
E sei risorto
Nel mio tramonto…
………………………………………………………… ……… ….. …. .. . versione di A. Cani
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