Poesie di Elena Mearini, “Sottozero”, Marco Saya Edizioni-
Elena Meariniè autrice di narrativa e poesia. Da diversi anni insegna scrittura creativa e ha lavorato sui percorsi di scrittura autobiografica nelle carceri e in istituti di riabilitazione psichiatrica. È fondatrice, direttrice e docente della “Piccola Accademia di Poesia” di Milano.
Elena Mearini-Poetessa e scrittrice
Dove sono le tue vene
il sangue sul dorso
che sapevi
si sarebbe fermato
dove sono le pietre
di parole e quella voce
che usciva dal taglio dell’onda
e che ora viaggia sui tram
*
Cadevi dal tempo
uguale al cielo
sedevi in poltrona
assente al tuo nome
*
Aprivi e chiudevi la porta
senza passare da una stanza all’altra
aprivi e chiudevi per sentire
il lamento dei cardini così uguale
alla sillaba che ti urlava dentro
allora veniva meno
il tuo sentirti solo
nella vertigine
*
Questo buio che si mescola
è sotto copertura
a indagare il tuo palmo
quest’uomo che saluta il mio cane
il pieno esposto alla notte
un pugno ancora umano
che alla luce del lampione esplode
*
La tua mano si consolava
forse nel girare il colore
nel secchio di vernice
volevi fare il più bianco
quello che nessuno vede
volevi fare l’assenza
e poi darla alle pareti
perché si dice che i muri
reggano bene
il vento delle scomparse
*
Assolvo il compito
e so di sbagliare
la traccia che porta
a metà pomeriggio
so dei passi fiutati male
delle porte mattutine
so del centro che mi aspetta
so del buco dell’alba
*
Elena Mearini-Poetessa e scrittrice
Elena Mearini si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo Trecentosessanta gradi di rabbia, (Excelsior 1881) con cui vince il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”; nel 2011 pubblica Undicesimo comandamento (Perdisa pop) con cui vince il premio Speciale UNICAM – Università di Camerino e il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”. Nel 2015 pubblica il romanzo A testa in giù (Morellini editore) e firma due raccolte di poesie: Dilemma di una bottiglia (Forme Libere editore) e Per silenzio e voce (Marco Saya editore). Nel 2016 esce Bianca da morire (Cairo Editore). Nel 2023 il suo romanzo Corpo a corpo (Arkadia) viene Presentato al Premio Strega da Ilaria Catastini.
Marco Saya Edizioni
Editore.Marco Saya Edizioni è una casa editrice costituita nel 2012 che si occupa prevalentemente di poesia contemporanea e saggistica letteraria. La linea editoriale prevede un catalogo che oltre la poesia contemporanea include poesia emergente, poesia tradotta, saggistica varia e contributi sulla musica jazz. Le pubblicazioni sono suddivise, al momento, in sei collane: Poesiaoggi (dedicata alla poesia), Graffiature (saggistica varia), Assoli (poesia jazz), Kelen (poesia tradotta), Sottotraccia (poesia emergente) e La costante di Fidia (saggistica sulla letteratura classica).
L’esordio poetico di Francesco Gallina: Medicinalia-Par Cinzia Demi-Marco Saya Edizioni
Francesco Gallina, classe 1992, laureato in Filologia moderna, docente di Lettere nelle scuole secondarie di secondo grado, è dottore di ricerca in Scienze filologico-letterarie, storico-filosofiche e artistiche presso l’Università degli Studi di Parma, dove si occupa prevalentemente della storia del genere novellistico e della fortuna dantesca in ambito letterario e figurativo. È autore di saggi di letteratura italiana, curatele e contributi su riviste scientifiche tra le quali: Studi e Problemi di Critica Testuale, Parole Rubate, Italianistica, Studi Pasoliniani, Griseldaonline, Campi Immaginabili, Oblio, Ricerche di S/Confine. Della sua produzione scientifica si menziona il recente «Speculando per sapienza». Vita, opere e poetica di Giovanni Gherardi da Prato (Rubbettino, 2022), volume monografico interamente dedicato all’intellettuale toscano. In ambito narrativo ha pubblicato racconti su quotidiani come la «Gazzetta di Parma» e antologie fra le quali Parma. I nuovi narratori raccontano la loro città (Diabasis, 2021).
Medicinalia, edito da Marco Saya Edizioni nel 2022, segna il suo esordio poetico: con questo lavoro Francesco Gallina ha vinto nello stesso anno il Premio Siae Under 35 nell’ambito del XXXIV Premio Letterario Camaiore – Francesco Belluomini, su giudizio della giuria composta dalla Presidente del Premio Rosanna Lupi e dal Presidente della Società italiana degli autori ed editori Giulio Rapetti Mogol.
Conosco Francesco Gallina per aver letto questa sua prima opera ed esserne rimasta colpita, come penso molti, per la particolarità del tema e l’assoluta scioltezza, ma anche complessità, con la quale lo tratta. Ho pensato di invitarlo alla rassegna Un thè con la poesia a Bologna, per l’appuntamento di giugno, per conoscerlo personalmente, per approfondire con lui le intenzioni del libro e per comprendere appieno questa sua esperienza, a mezza via tra la medicina e la poesia, che ci riporta indietro nel tempo, ricollegandosi ampiamente alla tradizione della Commedia dantesca.
Medicinalia
Francesco Gallina
Medicinalia è un titolo non proprio consueto per un libro di poesia, così come potrebbe far pensare il suo stesso contenuto. Eppure, a ben guardare, il nostro passato letterario è pieno di riferimenti a una tradizione che, su argomenti medici in poesia, affonda le sue radici addirittura nell’opera di Dante. E, certo, viene da chiedersi se Francesco Gallina, che per altro è anche dedito agli studi sul Poeta, non si sia ispirato in prima battuta proprio a lui per scrivere il suo lavoro. Dante, certamente, non era un medico ma sappiamo che a Firenze egli aveva scelto di iscriversi, tra le corporazioni, a quella dell’Arte dei medici e degli speziali, iscrizione che non è improbabile possa aver comportato il superamento di un esame non solo formale per verificare la capacità di esercitare il mestiere; sappiamo che ha avuto molti contatti con alcuni medici all’Università di Bologna, frequentando le lezioni di Taddeo Alderotti, professore di medicina, il quale a sua volta aveva legami con altri medici quali Fiduccio de’ Milotti e Mondino de’ Liuzzi; sappiamo che tra il 1304 e il 1306 Dante fu a Padova, dove frequentò Pietro D’Abano e, sicuramente, assistette alle dissezioni nel Teatro anatomico, le prime autorizzate dalla Chiesa… insomma molti indizi ci portano a credere che nella Commedia, in particolare nella cantica infernale, i riferimenti che confermano come Dante avesse una conoscenza di autori medici, e una grande capacità di descrivere le questioni inerenti agli argomenti da loro trattati, era considerevole, tanto da saperci restituire nella loro intensità e veridicità le pene inflitte ai dannati, le ambientazioni ospedaliere del tempo, il dolore fisico e psichico, le malattie dell’epoca come uno che ha davvero molta familiarità con la medicina.
Oltre a Dante, ovviamente, la schiera dei poeti che si sono cimentati in una scrittura che avesse come fondamento la medicina, e in specie la malattia, è lunga e se ne ritrovano tracce nella poesia classica e nella poesia contemporanea e ancora, come qualcuno sottolinea, in quella ipercontemporanea… Lo stesso Gallina apre il primo capitolo del libro o introduce alcune poesie con versi che ne dimostrano la frequentazione. Questi sono alcuni esempi: Ecco il bianco drappello che semina la pace/in punta di siringa (Margherita Guidacci, Iniezione serale); Splendido, certo, s’annuncia il continente profondo del cancro (Tiziano Rossi, Sotto cancro); Con non altri che te/è il colloquio (Vittorio Sereni, Via Scarlatti); Da che fatto fu poi il sangue brino,/ricominciò a dir: «Perché mi scerpi ?/non hai tu spirto di pietade alcuno ?» (Dante, Inferno)… e molti altri, non riportati, se ne potrebbero citare.
Resta da capire come sia stato sviluppato il tema e quale stile abbia scelto l’autore per i testi di questo libro che forse non ci sorprendono ma, di certo, non ci lasciano neanche indifferenti perché la malattia, la sofferenza, la partecipazione al dolore fanno parte della vita di tutti noi, rientrano nella nostra esperienza del quotidiano e non possiamo ignorarle. Tuttavia, l’approccio proposto da Gallina, di primo acchito, appare distaccato, e con il piglio quasi didascalico di chi descrive una realtà che, in fondo, sembra non appartenergli, egli si appresta a introdurci in stanze ben igienizzate, in sale operatorie illuminate da una luce neutrale, in resoconti clinici di mali, in elencazioni di organi più o meno vitali sottoposti a terapie, in sentimenti che non contemplano la compassione: tutto sembra non commuoverlo, come ci aspetteremo, tutto sembra raccontato con lucida perfezione come se visto in prima persona, ma attraverso un vetro, o uno specchio che ne riflette da lontano le immagini, le azioni, i volti, financo i pensieri: nessun coinvolgimento da parte del poeta, quasi nessun segno di quell’empatia che risulterebbe necessaria per affrontare l’argomento. Questo è quello che sembra. Ma noi non ci crediamo, e scandagliando bene le parole tra i versi dell’autore, ricominciamo a leggere per trovare quello che cerchiamo, quello che ci rende umani, quello che da sempre ci separa dal nulla, dal vuoto: il sentimento. Infatti, a ben guardare, ci imbattiamo – già dalle prime pagine – in alcuni versi che lasciano trapelare qualcosa di diverso da quella che è stata la prima impressione e che, se pure mimetizzata da un filo lieve d’ironia, soprattutto come vedremo più avanti, si apre nella prima sezione del libro alla presentazione di quella che è – o che vogliamo pensare sia -, in fondo, la dichiarazione di poetica di Francesco Gallina. Così scopriamo che la creazione dell’uomo nasce da un gesto d’amore: se qualcuno – il nome è un mistero -/non ci avesse messo l’impegno, la cura, un preistorico/storicissismo atto d’amore; che il pensiero sull’uomo porta alla considerazione che c’è qualcosa di più nel corpo umano, oltre agli organi che lo compongono: non è una macchina, l’Uomo/non è calcolo o matematica/non è certezza algoritmo equazione […] ma un magnetico puntino su tela/di Fénéon; che la razionalità sulla nostra esistenza dev’essere filtrata dalla bellezza e dell’arte, dimensione con cui convivere a pieno titolo: ché la vita è una questione di grafite,/roba fragile, fragile detrito//ma passata al filtro dell’arte/pulsa di nuovo colore.
Da qui il passaggio, quasi obbligatorio e di considerevole efficacia, ci conduce ai successivi capitoli, nei quali, come detto, attraverso una cifra stilistica forgiata da una lieve ironia che cattura al suo interno le figure retoriche tipiche della poesia, il ché ne denota l’ottima conoscenza, quali la metafora, l’allitterazione, l’iperbole, se pure rivisitate in chiave moderna, da qui, dicevamo, vengono poste al lettore – quasi inconsciamente – alcune domande basilari sulla funzionalità e intenzionalità delle scienze mediche, vengono rivisitate le storie degli esperimenti esperiti spesso senza alcuna etica professionale o umana, il tutto filtrato attraverso un percorso su alcune tipologie di malattie e la reazione ad esse da chi ne viene colpito (secondo capitolo: dal sentimento al sintomo), o addentrandosi nella dimensione ospedaliera vera e propria, con elencazione di mezzi e strumenti utilizzati, di patologie più gravi, di cure specifiche (terzo capitolo: minimo abbecedario ospedaliero).
E infine, arriviamo all’epilogo, ovvero all’ultima sezione del libro dove ci imbattiamo nella dimensione delle tematiche bioetiche anch’esse, in apparenza, trattate con distacco. Diciamo sempre in apparenza perché, non abbiamo nessuna convinzione in merito all’accennato atteggiamento del distacco: anche qui, infatti, come nella prima parte del libro ci sembra affiorare invece un sentimento, che potremmo definire quasi religioso di osservazione, cosparso di termini biblici ed evangelici, intriso di quella spiritualità che si porta necessariamente con sé il confronto tra la vita e la morte, tra il partire e il restare, tra la rianimazione e la resurrezione: corpo di pillola che si spezza come ostia/nella tua bocca, vecchio: nell’ora del vespro/la tua comunione contro l’ipertensione sono i versi che accompagnano questa visione liturgica dei gesti di cura; profondissima è la forza che separa/ “rianimazione” e “resurrezione” […] «alzati e cammina»/può diventare un protocollo umano,/troppo umano dove il miracolo di Lazzaro è il termine di paragone per il tentativo di rianimare un corpo da riportare in vita; si sfaldano come alghe le madri,/curve di nervi nelle camere ardenti//asciutta l’acquasantiera/ l’utero s’involve, secca dove l’elemento dell’acquasantiera asciutta si rapporta con l’utero seccato nel momento in cui la madre subisce la morte prematura del figlio… e gli esempi potrebbero continuare. Come parlare dunque di distacco, di assenza di coinvolgimento, di neutralità di fronte alle esperienze dolorose della vita, accorgendosi dell’uso di termini di paragone, metafore, similitudini di questa portata?
Per concludere possiamo solo dire che siamo grati a Francesco Gallina per averci condotto su questa strada dove ognuno vedrà sicuramente ciò che più gli è caro o vicino ma dove, inevitabile sarà il confrontarsi anche con questa prospettiva, molto meno laica di quanto si pensi.
Alcuni testi da: Medicinalia
L’atlante di Netter
se perdessi la strada che porta all’arteria
col dito potresti intercettare la sim
del sangue, risalire al pin
che ci tiene in vita, messo su carta
da Frank Netter in punta di matita,
ché la vita è una questione di grafite,
roba fragile, fragile detrito
ma passata al filtro dell’arte
pulsa di nuovo colore:
anche un tumore
acquista dignità, l’orrore
la rappresentazione del male
l’inferno senza girone
che incappi sfogliando l’Atlante
diventa il manifesto dell’iperreale
più vivo della carne
che ogni giorno ti carichi sulle spalle
***
La grafia del medico di famiglia
è una in gamba
la farmacista sotto casa
si dice abbia
avuto maestri illustri (Champollion,
Evans, Ventris), che persino
Dan Brown l’abbia chiamata
in consultazione privata
sulla decodifica di antichi alfabeti in codice
dunque, cari miei, nessuno stupore
se ha antenne per captare
la calligrafia e la sua mistica,
l’arzigogolo arabeggiante, l’esotico
ondeggiare dell’inchiostro
sulla stele di Rosetta
fresca di cartuccia
***
Il cuore
sono lontani i tempi in cui Magrelli
cantava di DNA di lucciole
innestati nelle fragole
oggi la musica è cambiata: la poesia
può permettersi solo un impoetico
cuore di porco, geneticamente
modificato, installato nel corpo
di un uomo, (in attesa che il cuore umano
palpiti un giorno nel costato di un porco
per permettere il passaggio di specie
forse già in atto, senza trapianto).
***
La risonanza magnetica
le bobine di gradiente
inglobano il corpo del piccolo Mircea,
lo risucchiano nel buco nero
di un solenoide: dentro
si gioca una guerra di acufeni,
frequenze acustiche all’impazzata,
onde magnetiche, picchi di martello
la testa di Mircea si apre a ombrello sul monitor:
vediamo il cervello e le radici
del tronco encefalico, vediamo
le cause dei suoi capogiri, la vertigine
cosmica, i suoi sogni in tomografia
***
La terapia intensiva
sotto la tonda plastica dei caschi
a ventilazione non invasiva
simile con simile qui è sepolto
inclinando oltre la parabola del mondo
raddrizzata sulla carreggiata l’anima
l’angelo intubatore, l’idraulico
celeste sotto lo scafandro, sillaba
alle valvole parole d’amore
la turbolenza dei flussi d’aria
è il soundtrack che tiene in vita chi da vita
sfugge
Cinzia Demi
Bologna, maggio 2023
Cinzia Demi
https://cinziademi.it/
Cinzia Demi
Cinzia Demi (Piombino – LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige insieme a Giancarlo Pontiggia la Collana di poesia under 40 Kleide per le Edizioni Minerva (Bologna). Cura per Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Tra le pubblicazioni: Incontriamoci all’Inferno. Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); Il tratto che ci unisce (Prova d’Autore, 2009); Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); Ero Maddalena e Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri (Puntoacapo , 2013 e 2015); Nel nome del mare (Carteggi Letterari, 2017). Ha curato diverse antologie, tra cui “Ritratti di Poeta” con oltre ottanta articoli di saggistica sulla poesia contemporanea (Puntooacapo, 2019). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, rumeno, francese. E’ caporedattore della Rivista Trimestale Menabò (Terra d’Ulivi Edizioni). Tra gli artisti con cui ha lavorato figurano: Raoul Grassilli, Ivano Marescotti, Diego Bragonzi Bignami, Daniele Marchesini. E’ curatrice di eventi culturali, il più noto è “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri con autori di poesia contemporanea, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna.
Poesie di Sonia Lambertini da “Perlamara”- Marco Saya Edizioni-
Sonia Lambertini vive a Ferrara. Sue poesie sono state pubblicate su «La clessidra», Semestrale di cultura letteraria, Joker Edizioni, 2015. Ha pubblicato la raccolta poetica Danzeranno gli insetti (Marco Saya Edizioni, 2016). Una selezione di poesie è stata tradotta in inglese e pubblicata nel «Journal of Italian Translation» – Volume XII, Number 1, Spring 2017. Ha pubblicato il racconto Les incurables in AA.VV, Anatomè (Ensemble, 2018).
Sonia Lambertini
Cosa ne faccio dei fiori
gingilli a strappo,
sul corredo corrono a crocchio
soffio di aliti pollini
e l’antèra mia dondola,
auto fertile il mio fiore
ha il fiato corto giù, nell’anello
ancora il centro del mondo, pare.
Tagliatemi le mani, la corolla
tagliate i ponti, la coda del serpente
le antenne pettinate della bella di notte.
Tagliate la strada all’architetto, i suoi calcoli celesti
seguite il volo della foglia, ala gentile degli uccelli.
Tagliatemi il respiro, il calice leggero del sonno
pesate le pietre argento a metà nel petto.
Tagliate la lingua al merlo, il suo canto arriva ai morti
mangiate il grano nero che ho rubato dal becco.
Vesto il giglio rosso della Landstrasser
estetica del pensiero, dice l’architetto
una strana filogenetica la mia, vita di un petalo
pianta annua a vita breve, mostro denti profumati agli scarabei.
Sprofonda la colpa, buco della terra
rincuora il buio, se non è ombra
morte del respiro sul cuore stretto
aggiusta la giacca, scardina
il centro, dormi verticale
si fa per dire, malanotte accendo
parole secche, uccelli storditi
smorzano il fuoco. Le ali, dicono.
Qui non c’è corpo
non c’è un filo di luce, da infilare gli aghi
da cavarsi gli occhi, non c’è lingua
che mangi le parole, da scavare il petto
c’è un buco a forma di peccato
un vuoto esilio, suono assoluto
da stare piegati in due centimetri
di terra, a guardarsi i piedi
da cavarsi gli occhi
non ricordo nulla dei rammendi
dei miei ritagli, solo pause
ritmi irregolari, da tremare in testa
da scordare il mondo.
Offro sputacchio a fil di fiore
goccia verde di fine estate
o se volete, occhio di luna
buffo gioiello di famiglia,
in cambio di veste terrestre
seta, cravatta rosso vino.
indecente morte, quaggiù
sempre a mostrare le interiora
Nel campo dei fusti recisi, immaginaria
avvolgo piedi e punte di spalla, copro il capo
di lino bianco, sciolgo la lingua dei corvi e dico
è morto il sole
non ricordo i vostri nomi severi, apro bocche
scarno rubino, celebro messa ancora una volta
nel campo dei fiori recisi, teste di girasole
si piegano alla notte, autunno di esili colli.
io sono un po’ dura con loro
dico, dovete resistere
Sonia Lambertini, da “Perlamara”, Marco Saya Edizioni 2019, nota di Laura Caccia
Il corpo estraneo della poesia
Dentro quali profondità, quali dolori, si forma, da un intruso che ferisce e si insinua nel profondo del corpo e del pensiero, la bellezza straniante di perlamara? Sonia Lambertini vi riversa, congiuntamente, il male che taglia corolle e ali al respiro e la parola che resiste al corpo estraneo e vi innesta sementi e spore di vita.
Una sofferenza cosmica e personale, a partire da “un vuoto esilio, suono assoluto”, colma i versi che si fanno strappo sintattico, insieme ai nomi che ne richiamano il patire: in un “mal stare”, tra il buio che rincuora e la “malanotte” tra lo stato di “mala grazia” e la ricerca di un centro, di un senso, a “malapena a stento”.
La parola diventa perciò l’alleata del vivere, scioglilingua che forma in bocca la sua sofferta perla ,“Giocavo a rotola parola / corpocarta perla amara”, così come urto sonoro in combattimento: “Staglia la lingua, battaglia / striscia”. Con un respiro breve e affannato, a volte, con il fiato che si alza leggero, altre, a ossigenare il dire di inedite figure.
Muovendosi nei sottofondi, “Sottoterra bisbigliano, / sottoterra. Gridano i folli”, a partire dal buio e dall’assenza di sé, dove “Qui non c’è corpo // non c’è un filo di luce” per arrivare al chiarore affidato a una medusa abissale, la cui “gola è acqua nera e il buio / fa brillare di luce propria chi può”, Sonia Lambertini dà vita, nei suoi versi, alla perla sofferta e preziosa della poesia.
Sonia Lambertini – perlamara – Marco Saya Edizioni, 2019-La perla è bellezza generata dall’intrusione, è difesa e tentativo di espulsione dell’estraneo. E’, alla fine, inclusione in sé, accettazione a certe condizioni, come quella di ridurre l’estraneo a presenza incastonata. E’ su questo simbolo che Sonia Lambertini costruisce il suo libro. Che sia amarezza, anche, cioè un sentimento non risolutore ma che accompagna una memoria dolente, questo va da sé. E in genere è quella che va a finire nella poesia, più del dolore medesimo. Con l’esito, lo sappiamo, di elegia e compianto, roba rischiosissima da mettere in versi.
Ma sulla sua vicenda, su quel qualcosa che ha percosso il suo corpo, e che ignoro ma che è manifesto, Sonia costruisce una raccolta (breve e di testi brevi) di grande equilibrio e, direi, di una notevole raffinatezza. Se la leggerezza è un valore (non sempre lo è, lasciamo in pace Calvino), qui lo è alla maniera di quei tagli che sulle prime non si sentono, poi fanno male. Già dicendo questo mi rendo conto che forse si cede ad una impressione anch’essa emotiva e di difficile argomentazione. Meglio andare al sodo. Cominciando magari dalla considerazione, questa sì reale, che in questi testi la leggerezza e la brevità sono inversamente proporzionali al raggiungimento del senso, alla sua felice compiutezza. Non sono necessarie tante parole, a Sonia, come se tutta la complessità di quanto è passato fosse già decantata, anzi sublimata. Deve averci pensato parecchio a cosa e come scrivere. Deve aver lavorato parecchio a sottrarre. C’è nel dire questo anche un raffronto, una misura con quanto ho letto e scritto a proposito del suo precedente lavoro del 2016, Danzeranno gli insetti, stesso editore (v. QUI ), dove i testi avevano certo un diverso sviluppo, forse la necessità di più fiato, forse perché i temi (la morte, il distacco) erano più difficili da incastonare con quella capacità di dire multa paucis, qui brillante. Lì il confronto del resto era con una angoscia fondamentale perché riferita al destino di tutti, ma in qualche modo posticipata, rimandata ad un futuro certo e tuttavia inconoscibile, prefigurato da uno “scivolamento continuo nelle tenebre della nullificazione” (Mario Fresa). Qui non c’è prefigurazione di quanto avverrà, è già accaduto, la riflessione è sui segni del corpo, la poesia è eleborazione dell’evento, inteso come crisi e come avvertimento, e come tale va, diciamo così, risemantizzato nella sua concretezza, bisogna dargli le giuste parole. Non è strano, né contraddittorio, che queste siano poche, essenziali, legate da fili sottili a volte non subito annodabili ma che esistono, costituiscono elementi connettivi di quel senso. Sono tra questi, ad esempio, tutti i termini che rientrano nel campo semantico del corpo. Ma il corpo di cui parla Sonia, e le sono grato di questo, non è il corpo feticcio o il corpo vessillo di battaglia di una parte della poesia femminile, e soprattutto non è topos o topografia di sé stesso, e questo perché ogni sua parte nominata non è “cosa” ma, come ho accennato, “segno” e linguaggio, veicolo espressivo e relazione col mondo. Così bocca, lingua, ossa, ventre, nelle loro reiterazioni da un testo all’altro (e a questo proposito aggiungo che pur brevi queste poesie hanno bisogno, davvero, di essere lette in sequenza), ed anche altri “oggetti” simbolici che sul corpo si insediano, quasi organicamente, metamorfizzano in esso come buchi, becchi, ali, ed anche un cuore citato pochissimo ma per così dire “mediale”, cioè risimbolizzato come non solo anima non solo sangue; insomma per me, parlo di me lettore, sono segni assai indicativi, mi danno l’impressione di non essere impersonali, di non essere puro soma né sole parole, ma, diciamo, “punti di ascolto” (“c’è un buco a forma di peccato //un vuoto esilio, suono assoluto”), o di visione, come gli occhi, “sotto sale”, a “un centimetro di terra vuoto” (sì, c’è spesso questo vuoto, vuoto di memoria, vuoto da anossia ecc.). E poi, certo, altri simboli, quelli che rimandano agli uccelli, sopra accennati, un naso-becco per “setacciare le sementi / setacciare il mio embrione”, come un organo esplorativo (mi viene in mente l’airone di Porta) che rimanda a capacità conoscitive “naturali”, ma anche a un rapporto basico, quasi animale, col dolore, con la ferita. Con quel taglio, forse, più volte evocato: “tagliatemi le mani, la corolla // tagliate i ponti, la coda del serpente / le antenne pettinate della bella di notte”; “non ricordo nulla dei rammendi / dei miei ritagli, solo pause / ritmi irregolari…”; “nel campo dei fusti recisi, immaginaria // avvolgo piedi e punte di spalla, copro il capo / di lino bianco…”). Poi c’è altro, naturalmente, come la memoria, almeno un paio di volte assimilata ad un guscio d’uovo, forse qualcosa di fragile che si è rotto e che mostra un vuoto inquietante, forse proprio un elemento di realtà, come riprendersi vuota da un trauma o da un sonno chimico. Ma forse serve poco analizzare tutto questo, e altre cose che tralasciamo. Mi pare più interessante nella poesia di Lambertini apprezzare la disposizione di questi elementi, la loro organizzazione prosodica per intenderci, la loro informazione (il dato) e la loro suggestione/ connotazione, e un certo senso di sospensione, in qualche raro caso anche sintattica, che rappresenta bene la materia stessa, il tema “amaro” e irrisolto di questa raccolta. Nella quale, in riferimento a quanto afferma Elio Grasso in una introduzione che peraltro aiuta poco il lettore, non trovo affatto quella “controversia formale (che) viene risolta nella sua brevità, da leggersi come prima qualità della sperimentazione”. Al contrario, mi pare che a Sonia non debba essere accreditato, nemmeno come qualità, alcun sperimentalismo, se non quello della ricerca di uno stile del tutto personale che aderisca alla sua sentita verità. (g. cerrai)
Langston Hughes, “Queer Negro Blues” Marco Saya Edizioni,
Descrizione-Le « chansons vulgaires » di Langston Hughes-Nota a cura di Luca Cenacchi, introduzione al testo e traduzione di Alessandro Brusa-Rivista«Atelier»-Queer Negro Blues (Marco Saya Edizioni, 2023) raccoglie le prime due raccolte pubblicate dal poeta: The Weary Blues (1926) e Fine Clothes to the Jew (1927). Alessandro Brusa, curatore del libro, decide di tradurre quella parte dell’opera di Hughes talvolta lasciata a piè di pagina e in un’articolata quanto ben documentata introduzione argomenta le ragioni dell’audace titolo, il quale ben contestualizza i testi di questa antologia all’interno del panorama culturale dell’Harlem Renaissance. Hughes interseca nelle sue chansons vulgaires il concetto di New Negro, il blues il jazz e rappresentazioni queer. In questo articolo ci si occuperà principalmente della rappresentazione dei night club di Harlem e in che modo essa possa essere letta come una vera e propria “eterotopia blues e queer”. Per chiarezza espositiva si riporteranno le traduzioni delle poesie citate nei paragrafi e in calce all’articolo il testo in lingua.
Regolamentazione della vita notturna durante l’Harlem Renaissance
Le rappresentazioni queer presenti in questa antologia dei night club di Harlem differiscono notevolmente dall’immaginario odierno: i testi stessi, infatti, non descrivono apertamente la queerness dell’autore, ma al contrario tendono a dissimularla lasciando il tutto, o quasi, all’interpretazione. Pertanto non ci sono elementi probanti sull’orientamento effettivo di Hughes e questo è ancora territorio di speculazione. Tale elemento però, come rimarca Brusa stesso, è irrilevante poiché lo statuto di queer di questi luoghi ha una motivazione prima di tutto storica: infatti i night clubs coinvolgono un bacino di utenza estremamente diversificata per orientamenti sessuali, costumi ecc… e proprio per questa loro eterogeneità sono luoghi che hanno visto una severa regolamentazione e soventemente subivano incursioni della polizia.
Il provvedimento più importante a danno di questi spazi è la normativa statunitense??? del 1907 che interdiceva l’attività dei night club oltre un orario specifico. Infatti l’after-hours notturno ad Harlem poteva essere il lasso temporale in cui si espandevano i limiti della socialità tradizionale e pertanto divenivano centri di tolleranza per la cultura LGBTQI+, la quale si mescolava ad altre realtà come quella criminale. Come riporta Shane Vogel, a molti di questi locali veniva revocata la licenza a causa di una sorta di oltraggio alla decenza: «In una lettera al commissario di polizia, in cui lo informava del cambio legislativo, il sindaco dichiarò: “Le persone che frequentano questi luoghi dopo l’orario di chiusura non sono di norma persone rispettabili. Sono volgari, rozzi e spesso apertamente immodesti. Si ubriacano, si comportano in modo chiassoso e si abbandonano a balli lascivi in sale dedicate a tale uso. È ora di porre fine a tutte queste orge volgari. Ho revocato tutte queste licenze a partire dal 1° aprile prossimo”. L’una di notte divenne nota come “ora di Gaynor”; di frequente si sentivano storie di gestori e avventori che sfidavano la polizia e che venivano allontanati con la forza.»[1]
Questa specifica direttiva storiografica aiuta quindi a mettere in prospettiva i vari elementi disseminati da Hughes all’interno di alcune poesie presenti all’interno di questa antologia e a comprendere come l‘autore unisse l’ondata New Negro alla queerness dei locali di Harlem rappresentando pertanto all’interno delle proprie chansons vulgaires (canzoni volgari) un’eterotipia blues e queer.
Le “canzoni volgari” di Hughes: l’eterotipia dei night clubs
Il night club delle poesie di Hughes, quindi, non è solo l’ambiente in cui la socialità queer emerge, ma essa è inserita in un ampio “ecosistema” notturno dalle complesse dinamiche. Questo rende i locali di Harlem una vera e propria eterotipia di deviazione secondo la definizione foucaultiana dell’omonimo saggio: spazi differenti […], luoghi altri, una specie di contestazione al contempo mitica e reale dello spazio in cui viviamo. Queer Negro Blues, per l’eterogeneità intrinseca di questi ambienti, è un insieme di “canzoni volgari”, come le definisce l’autore, di grande eterogeneità. Infatti la figuralità naturalistica – quasi da egloga – tipica di alcune poesie per descrivere le spogliarelliste (Nude Young Dancer) viene affiancata da altri componimenti dal tono cronachistico, i quali descrivono la drammaticità della vita delle sex workers africane del primo Novecento (Young Prostitute).
Giovane ballerina nuda
Sotto quale albero hai dormito nella giungla,
Notturna anima danzante nell’ora più confusa?
Quale immensa foresta ha steso il proprio profumo
Che come dolce velo sul tuo giaciglio riposa?
Sotto quale albero hai dormito nella giungla,
Tu nera come la notte e dalle anche vivaci?
Quale livida luna ti è stata madre?
A quale candido ragazzo hai offerto i tuoi baci?
*
Giovane prostituta
Quella sua faccia scura
È come un fiore appassito
Su di uno stelo spezzato.
Quelle così vengono via a poco ad Harlem
O almeno così si dice.
L’eterogeneità, tuttavia, non è il solo risultato dell’unione dei molteplici tasselli con cui Hughes fornisce un’immagine di Harlem, ma, coerentemente con il saggio foucaultiano precedentemente citato, il night club è anche il luogo in cui le barriere della società diurna vanno a cadere, permettendo l’interazione di molteplici tipi sociali. Pertanto, oltre al loro intrinseco statuto contestativo, questi luoghi raccontano – anche attraverso personaggi – la vita del tempo senza censure, o quasi. Questo dettaglio acquisisce ulteriore rilevanza se si pensa che le leggi Jim Crow (1870-1964), che prevedevano la segregazione razziale nei servizi pubblici e passate alla storia col motto separate but equal [separati ma uguali], erano ancora in vigore.
Ballerini Negri
“Me e il mio amore
Abbiamo un po’ di modi,
Un po’ di modi per ballare Charleston!”
Da, da,
Da, da, da!
Un po’ di modi per ballare Charleston!”
Luci soffuse sui tavoli,
Musica allegra
Delinquenti dalla pelle scura
In un cabaret.
Amici bianchi, ridete!
Amici bianchi, pregate!
“Me e il mio amore
Abbiamo un po’ di modi,
Un po’ di modi per ballare Charleston!”
Raccontare la vita senza barriere, però, significa anche farne emergere la complessità e soprattutto la contraddittorietà; per questo, in Queer Negro Blues, immagini ricorrenti come la notte e il rapporto tra l’autore e gli altri afro-americani è spesso ancipite, come ad esempio in Mulatto (o High Yellow, nella versione inglese).
Il night club, quindi, anche in relazione al contesto storico-politico del tempo, si impone come spazio altro non normato, in cui le divisioni della vita diurna venivano totalmente ristrutturate.
Alcune osservazioni sulla queerness dell’antologia: la wilderness marittima
Come si anticipava inizialmente, la queerness dell’autore è stata ampiamente dibattuta e le aperte rappresentazioni letterarie che egli ne dà (poesie come Café: 3 a.m. o la descrizione del ballo in drag nella sua autobiografia oppure il racconto Blessed Assurance sul rapporto tra un ragazzo omosessuale e suo padre) sono successive ai testi riportati in questa antologia. Come il traduttore, però, fa notare: «Nei testi di Hughes, così come in quelli di McKay, di Cullen e ovviamente di Nugent, il desiderio omosessuale è spesso nascosto o mistificato.»[2]. Questo era dovuto alla persistente omofobia della comunità nera tutt’ora perdurante, come testimonia Michael L. Cobb che: «non esita a dare la colpa alla forte omofobia presente, ora come allora, nella comunità artistica, e non solo di colore; si veda, ad esempio, ancora ai giorni nostri, l’omofobia presente nei testi di numerosi artisti neri». Brusa, pertanto, osserva come Hughes ed altri, soprattutto nei primi lavori, avrebbero tutti ereditato il topos whitmaniano dei loving comrades per celare la propria queerness. È interessante notare che molte delle poesie in questione (Long-trip, Boy, Water-Front Trips Port Town ecc…) connotino il mare come utopia (Water-Front Streets) oppure come luogo selvaggio/incontaminato connesso ad una pulsionalità vitale, giocando sulla polisemia di wilderness e sull’ambiguità intrinseca di verbi come dip, dive, rise e roll all’interno del componimento, che rendono le descrizioni metafora tanto dell’amplesso quanto della burrasca, per non parlare dei verbi hide/hidden che sono la prova più ovvia della dissimulazione di cui parlava Brusa. Se il night club era il luogo in cui inedite interazioni sociali emergevano, il mare è territorio liminale in cui l’umano viene lasciato a piè di pagina e di conseguenza ogni rapporto di forza viene realmente a cadere: la wilderness pertanto non è uno spazio cronachistico, ma eminentemente lirico. Infatti le miserie dei personaggi, la lotta razziale, la scansione della giornata e infine l’alternanza stessa di genere si dissolvono.
Fronte del Porto
La primavera qui non è così bella,
Ma navi da sogno prendono il mare
Verso luoghi di primavere meravigliose
E la vita è gioia da amare
La primavera qui non è così bella
Ma i ragazzi si avventurano in mare
Portano bellezze nel cuore
E sogni, come anche io so fare.
*
Porto di Mare
Hey, marinaio,
Rientrato dal mare!
Hey, marinaio,
Con me devi venire!
Dai su, bevi un cognac.
O forse vuoi del vino?
Dai su vieni qui, io ti amo.
Vieni qui e non dirmi di no.
Dai su, marinaio,
Uscito dal mare.
Andiamo, dolcezza!
Con me devi venire.
*
Lungo Viaggio
Il mare è desolata distesa d’onde,
Un deserto d’acqua.
Ci tuffiamo e ci immergiamo,
Ci innalziamo e barcolliamo,
Ci nascondiamo e veniamo nascosti
Nel mare.
Giorno, notte,
Notte, giorno,
Il mare è un deserto d’onde,
Una desolata distesa d’acqua.
Testi in inglese
Nude young dancer
What jungle tree have you slept under,
Midnight dancer of the jazzy hour?
What great forest has hung its perfume
Like a sweet veil about your bower?
What jungle tree have you slept under,
Night-dark girl of the swaying hips?
What star-white moon has been your mother?
To what clean boy have you offered your lips?
*
Young prostitute
Her dark brown face
Is like a withered flower
On a broken stem.
Those kind come cheap in Harlem
So they say
*
Negro Dancers
“Me an’ ma baby’s
Got two mo’ ways,
Two mo’ ways to do de Charleston!”
Da, da,
Da, da, da!
Two mo’ ways to do de Charleston!”
Soft light on the tables,
Music gay,
Brown-skin steppers
In a cabaret.
White folks, laugh!
White folks, pray!
“Me an’ ma baby’s
Got two mo’ ways,
Two mo’ ways to do de Charleston!”
*
Water-Front Streets
The spring is not so beautiful there,-
But dream ships sail away
To where the spring is wondrous rare
And life is gay.
The spring is not so beautiful there,
But lads put out to sea
Who carry beauties in their hearts
And dreams, like me.
*
Port Town
Hello, sailor boy,
In from the sea!
Hello, sailor,
Come with me!
Come on drink cognac.
Rather have wine?
Come here, I love you.
Come and be mine.
Lights, sailor boy,
Warm, white lights.
Solid land, kid.
Wild, white nights.
Come on, sailor,
Out o’ the sea.
Let’s go, sweetie!
Come with me.
*
Long Trip
The sea is a wilderness of waves,
A desert of water.
We dip and dive,
Rise and roll,
Hide and are hidden
On the sea.
Day, night,
Night, day,
The sea is a desert of waves,
A wilderness of water.
Langston Hughes
Alessandro Brusa è nato a Imola nel 1972 e vive a Bologna.Ha pubblicato due romanzi: Il Cobra e la Farfalla (Pendragon 2004) e L’Essenza Stessa (L’Erudita 2019) e tre raccolte di poesia: La Raccolta del Sale (Perrone 2013), In Tagli Ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) (Perrone 2017) e L’Amore dei Lupi (Perrone 2021). Suoi testi poetici ed in prosa sono apparsi su antologie e riviste, cartacee ed online, sia in Italia sia, in traduzione, negli Stati Uniti, Francia, Belgio, Romania, Spagna ed America Latina. Accompagna il lavoro di scrittura a quello di traduzione dall’inglese con testi pubblicati su riviste online e cartacee (Testo a Fronte, NazioneIndiana, MediumPoesia, InversoPoesia, Le Voci della Luna, PoetarumSilva, La Macchina Sognante). A maggio 2023 esce Queer Negro Blues (Marco Saya 2023) traduzione e curatela di una selezione antologica di testi del poeta americano Langston Hughes.
Luca Cenacchi si occupa principalmente di critica letteraria con particolare interesse verso la poesia queer italiana. Ha collaborato con varie riviste online e cartacee tra cui: Argoonline, Poetarum Silva, Atelier (cartaceo), Niederngasse, FaraPoesia e altri. Ha collaborato con diverse case editrici, per cui ha firmato prefazioni e interventi, tra cui: Oedipus, Atelier, Fara editore e Tempo al Libro. È stato giurato presso vari concorsi letterari tra cui Bologna in Lettere (Dislivelli 2018). Attualmente collabora con il collettivo forlivese Candischi con cui organizza presentazioni di poesia.
La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Direttore responsabile: Giuliano Ladolfi Coordinatore delle redazioni: Luca Ariano
Redazione Online Direttori: Eleonora Rimolo, Giovanni Ibello Caporedattore: Carlo Ragliani Redazione: Mario Famularo, Michele Bordoni, Gerardo Masuccio, Paola Mancinelli, Matteo Pupillo, Antonio Fiori, Giulio Maffii, Giovanna Rosadini, Carlo Ragliani, Daniele Costantini, Francesca Coppola.
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Poesie di Elena Mearini, “A molti giorni da ieri”, Marco Saya Edizioni –Articolo di Ernesto Jannini-
Articolo di Ernesto Jannini-Nella nuova raccolta di Poesie di Elena Mearini, “A molti giorni da ieri”, edita per i tipi di Marco Saya, la poesia diventa gesto etico e linguistico che unisce l’individuo alla comunità, tra verità e finzione, memoria e desiderio, Si ritorna al tema della Poesia, già affrontato su queste pagine, del suo rapporto con la comunità, su cui esercita la potenza trasformatrice. Si parla non soltanto dei versi scritti, cantati o declamati, ma anche di ciò che si esprime in musica, in pittura, in teatro e finanche nello sport, quando il gesto dell’atleta si fa “arte” attraverso l’unità psico-fisica del linguaggio del corpo. Pertanto il poeta, chiunque artefice esso sia, si trova impegnato a risolvere il gigantesco problema del linguaggio, le cui implicazioni sono strettamente legate al momento storico, al proprio tempo.
E quindi coniugare il proprio personale “sentire”, con ciò che accade ed è accaduto nella storia, richiede un super sforzo che contraddistingue le dinamiche di tutti i veri processi creativi. Di questo si può e si deve parlare; di questo impegno reale che il poeta, con i suoi frutti, offre alla comunità di appartenenza; un impegno che tocca la dimensione morale dell’io.
Così si esprimeva Giuseppe Ungaretti in una prolusione ai Corsi di Cultura per Adulti dell’Unione Coscienza tenuta a Milano nel lontano 1957: «Uno scrittore, il poeta, è sempre, secondo me, impegnato indagando i propri tempi per conoscerli e in rapporto ad essi indagando sé per conoscersi, impegnato a far ritrovare all’uomo le fonti della vita morale che le strutture sociali, di qualsiasi costituzione siano, hanno sempre tendenza a corrompere ed a disseccare».
Ora, qui si accenna al corruttibile, che porta al disseccamento delle fonti, riducendo la coscienza individuale e sociale a un arido cretto argilloso. E dunque si parla di poesia, che porta l’acqua che manca, che salva i semi condannati all’arsura: un frutto che l’artefice pazientemente elabora ed offre a sé stesso e alla comunità. Egli è sempre in ansia di verità, quella che gli è data vedere ed esprimere attraverso la “menzogna” del linguaggio.
«È una bugia per dire la verità». In tal modo rispondeva Pablo Picasso, a coloro che gli chiedevano che cos’è la pittura. Il processo che porta dal subiettivo all’obiettivo, a mettere nero su carta, questo sforzo immane, implica l’accettazione cosciente dei cardini su cui si fonda l’esistenza; una “tensione” esistenziale sempre tesa all’ascolto profondo della parola che vede, che si immerge nei piani profondi della coscienza quando più naviga in superfice, tra le cose del mondo, tra il sorriso e il dolore degli uomini nello scorrere del tempo. Uno sforzo da compiere ogni volta; come se si cominciasse sempre da capo. E questo perché all’origine di ogni poesia c’è un punto origine da sviluppare, nelle coerenze che esso stesso contiene in nuce e che, se maturato, può portare alla realizzazione di un’opera autentica, che diventa “una realtà d’anima” per l’artefice e per chi l’ascolta (Ungaretti, 1957).
E dunque ritornano al pettine i nodi cruciali del destino individuale e delle sorti dell’intero mondo; in quel recinto “sacro” in cui si spendono le nostre esistenze per cercare un senso all’esistenza che, inevitabilmente si intreccia con l’alterità, con quel TU, (fosse anche quel tu che emerge quando l’io interroga se stesso) come emerge con molta chiarezza dalle bellissime poesie di Elena Mearini raccolte nel volume A molti giorni da ieri, uscito per i tipi di Marco Saya Edizioni.
Autrice di poesia e narrativa (vincitore premio Gaia Mancini-vincitore Premio Università di Camerino con Undicesimo comandamento, Perdisa Editore) da diversi anni insegna scrittura creativa. Ha lavorato sui percorsi di scrittura autobiografica nelle carceri e istituti di riabilitazione psichiatrica. Fondatrice della Piccola Accademia di Poesia di Milano, insieme allo stesso editore Marco Saya e a Angelo De Stefano, filosofo e poeta, Elena Mearini con A molti giorni da ieri dà corpo a un florilegio composto da 66 poesie, alcune delle quali volutamente ripetute per sottolineare i gangli nodali tra passato e presente.
È un invito all’ascolto profondo, quello della Mearini; ad aprire i pori della nostra sensibilità verso un mondo che lancia il suo “grido di fondo”; a vedere la perdizione sui volti dei giovani, a sentire che qualcosa di essenziale “ci manca” e per questo la “parola rifiuta di fiorire in voce”; a uscire dall’ombra e dal “chiuso della stanza”; ad aprire i dubbi sulla consapevolezza dell’esserci veramente, quando, al contrario, si ha la certezza della «nostra falcata/quando l’osso/bussava alla carne/ e tu aprivi/ la porta del pane». Insomma, un invito, forse anche una esortazione, a imparare «l’avvio delle cose/ il piccolo punto di partenza/ che fa silenzio/ che fa risveglio/impara l’esordio del tremore/quando la prima luce/nella casa s’accende/la prima foglia/sull’albero oscilla/metti a memoria la nota minore/ripetila quando la voce muore».
La poesia indica, ci accompagna al risveglio, e ciò accade perché l’artefice lavora instancabilmente con le parole perché, come lucidamente scrive Lello Voce nel suo noto Piccola cucina cannibale, «La poesia è fatta di parole e soprattutto delle loro reciproche relazioni. La poesia non inventa solo neologismi, ma neogrammatiche e neosintassi, essa stira la lingua, ne sfrutta tutte le possibilità, fa del fraintendimento, dell’ambiguità del codice, dell’errore, una via per scoprire scampoli di verità, non realizza i sogni, ma dando loro un nome, ci permette di immaginarli, non compie rivoluzioni, ma inventando nuove parole per la rabbia e per il desiderio, ci suggerisce, ogni giorno, che esse sono possibili, immaginabili».
Elena Mearini a questo ci introduce, all’apertura spirituale attraverso il linguaggio poetico. Tutto ciò non è semplice. Come affermava Ugaretti, «Avere luce nel cuore è difficile, soffrire e morire non sono che la sorte di tutti».
Elena Mearini
Elena Mearini
Elena Mearini
Nata nel 1978 e vive a Milano. Si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo 360 gradi di rabbia, edito da Excelsior 1881, e nel 2011 pubblica per Perdisa pop il romanzo Undicesimo comandamento. A gennaio 2015 pubblica il romanzo A testa in giù (Morellini editore). Firma due raccolte di poesie: Dilemma di una bottiglia (Forme Libere editore) e Per silenzio e voce (Marco Saya editore). Il suo ultimo romanzo è Bianca da morire (Cairo Publishing 2015).
Nel 2011 nell’ambito della rassegna “Umbria Libri” ha ricevuto il Premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti” per il romanzo 360 gradi di Rabbia, e lo riceve anche l’anno successivo per Undicesimo Comandamento. Nel 2012 le viene assegnato il Premio UNICAM – Università di Camerino, per il romanzo Undicesimo comandamento, terzo classificato al Concorso Nazionale di Narrativa “Maria Teresa di Lascia”.
Elena Mearini
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