Giorgio Amendola- Intervista sull’antifascismo-Editori Laterza

 

Biblioteca DEA SABINAGiorgio AmendolaGiorgio Amendola- Intervista sull’antifascismo

a cura di P. Melograni- nuova edizione con prefazione di P. Melograni

Editori Laterza-Bari

 

SINOSSI

“Errata. Ma non solo quella dei comunisti. L’analisi della situazione italiana nel ’21 fatta da tutti i gruppi dirigenti socialisti era errata. Anche Turati, su cosa puntava? Puntava su un risanamento della borghesia, del gruppo dirigente della borghesia; puntava su una vittoria di Giolitti, su un ritorno al buon governo: qualche cosa che non soltanto non era accettabile dal movimento operaio, ma che era anche utopistico, perché ormai la borghesia aveva altri disegni, lo sono pronto ad accettare una critica che riguarda gli errori di prospettiva allora commessi dai comunisti; ma allargo questa critica a tutti i socialisti. Nessuno comprese questa critica a tutti i socialisti. Nessuno comprese che cosa era il fascismo, l’originalità di questo movimento di massa.” In questo libro-intervista Giorgio Amendola fa un’analisi originale e spregiudicata dell’antifascismo, per coglierne meriti storici e debolezze politiche e culturali.

Giorgio Amendola
Giorgio Amendola

 

L’AUTORE-

Giorgio Amendola (Roma, 1907-1980), politico di rango, storico protagonista della lotta al fascismo e della edificazione della nuova Italia nata dalla Resistenza, è stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, prima nel governo Parri e poi nel primo governo De Gasperi, e deputato al Parlamento nelle fila del Partito comunista italiano.

Giorgio Amendola
Giorgio Amendola

 

RECENSIONE DEI LETTORI

Sono più che mai convinto che sia necessario in questi anni tornare a leggere di antifascismo: anche e soprattutto in mezzo a questa pandemia, che è percepita da molti come una versione adeguata al mondo globalizzato di una guerra mondiale. E anche solo l’idea di una guerra mondiale (lasciando da parte per un momento le decine di migliaia di vittime innocenti che le guerre mietono, pandemie incluse) evoca nella mia testa sinistri fantasmi, dal punto di vista politico.
Naturalmente non era solo questa la ragione che mi ha spinto ad aprire una intervista ad un vecchio partigiano di 45 anni fa; ci può stare l’amor di simmetria (se esiste una intervista sul fascismo ed una intervista sul capitalismo, perchè non ci deve essere una intervista sull’antifascismo?), ci può stare anche un approfondimento sia pur blando di quello che è accaduto negli anni dal 1919 al 1925, stimolato anche e soprattutto da quella inquietante e bellissima lettura (che consiglio a tutti) di “M”, di Scurati.

Che uomo Giorgio Amendola! Nessuno, forse nemmeno Sandro Pertini, è capace di impersonare il mondo della resistenza come lui. A 19 anni perde il padre, spezzato in due dalle bastonate delle squadracce mussoliniane: giura una vendetta così feroce che neppure 50 anni dopo, ai tempi di questa intervista, è del tutto compiuta. Il capo partigiano che ordinò l’attentato di via Rasella non si accontenta di contribuire a distruggere il fascismo ma vuole anche garantirsi che i colpi della storia non gli diano la possibilità di tornare. E lo fa anche con questa semplice, lineare, chiara, affilata disamina di 20 anni di esilio, clandestinità e lotta dura.

Quello che fa specie è che in politica Amendola è stato in realtà un moderato. Figlio di un democratico di matrice liberale, è ideologicamente molto più vicino a Giustizia e Libertà ed al partito d’Azione che al comunismo (al quale mi sembra aderisca perchè la forza rivoluzionaria dei rossi meglio si addice alla sua vendetta). Si legge tra le pagine di questo libro l’ammirazione per Emilio Lussu, Carlo Levi, Aldo Garosci, Piero Gobetti, i fratelli Rosselli e tante altre grandi personalità di primo piano lottarono nel nome di un progetto purtroppo senza futuro.

Anche negli anni settanta Amendola era uomo di Berlinguer. Un uomo la cui idea politica estremamente pragmatica ed aperta all’autocritica, per nulla ideologicizzata su assiomi marxisti (mentre Amendola scriveva questo libro al povero Karl saranno fischiate le orecchie) rendeva adatto al compromesso storico, alla lotta contro le BR partendo da un partito di sinistra, al servizio dello stato in generale. Ne emerge una grande statura istituzionale, che fa capire in modo chiaro e tutto cose cosa voglia dire essere al servizio della democrazia, e questo fattore è una delle ragioni che rendono grande questo libro.

Ma il fascismo? Come è stato possibile che sia accaduto quello che è accaduto? La parte dell’intervista relativa agli anni venti è secondo me la più interessante in assoluto, anche perchè si ritrovano le risposte a tutte le domande che “M” aveva sollevato. L’autocritica, direi quasi l’attacco al PCI ed alle forze democratiche di quegli anni è di una onestà disarmante.
Mussolini ha potuto prendere il potere perchè le altre forze non hanno capito i tempi. I liberali sono rimasti legati alla rassegnazione di Benedetto Croce, che predicava non di attaccare il fascismo ma di prepararsi alla sua caduta, vista come inevitabile (ci sono voluti vent’anni di dittatura e settecentomila morti, ma tant’è). I comunisti ed i socialisti avevano davvero molta carne al fuoco in tempi in cui Lenin e la sua URSS sconvolgevano il mondo: si sono molto più preoccupati del socialismo reale che dell’ Italia, che in quei tempi col socialismo reale non aveva nulla a che vedere.
Alla ricerca di strategie, e nello sforzo di correre dietro al pensiero marxista che improvvisamente sembrava diventato vincente, i politici di sinistra hanno pensato troppo ed agito poco. Agito poco anche in nome di quel determinismo ottocentesco che ha colpito i liberali di cui sopra, laddove nell’epoca delle avanguardie e delle guerre mondiali davvero il mondo dell’ Ottocento era qualcosa di pericolosamente obsoleto.

Il troppo pensiero divide, ed infatti la nascita del PCI in quegli anni spacca in due la sinistra in un momento in cui avrebbe dovuto essere più unita che mai. Il marxismo feroce ha reso deterministi i comunisti dell’epoca. Li ha resi passivi, certi dell’inevitabilità di una rivoluzione che era tutto meno che inevitabile, come la storia ha dimostrato. Li ha resi certi che il popolo era pronto a rivoltarsi, senza tenere conto che le masse contadine uscite distrutte dal macello della prima guerra mondiale non volevano affatto la rivoluzione. Volevano quella parte di bottino che era stata loro promessa, e che prontamente i fasci di combattimento hanno sventolato davanti al loro naso. Li ha resi ideologicamente chiusi nei confronti di quella parte di forze interventiste più moderate, consegnando di fatto il concetto di patria alla destra (cosa vera ancora oggi!). Li ha resi insensibili nei confronti di un distacco delle generazioni giovanili dalla politica attiva, con la conseguenza che queste ultime sono andate alla ricerca del salvatore della patria, del capo carismatico al quale delegare tutto, di una azione feroce che permettesse di sfogare la disillusione della guerra e del dopoguerra.

Di come il radicalismo ideologico comunista abbia allontanato l’antifascismo di sinistra da quella potente forza antifascista che era il voto cattolico facente capo a Don Luigi Sturzo, è cosa così banale che forse non vale la pena di parlarne. Con ben altro pragmatismo e cinismo politico si muoverà Mussolini, una volta preso il potere.

In alcuni passaggi sembra davvero che si stia parlando di oggi. L’avvento del populismo, i disastri sociali ed economici causati dalla pandemia, la disaffezione alla politica attiva e l’incapacità di formarsi delle idee sono quelli di allora. Così come l’incapacità di certa sinistra non solo di unirsi, ma anche di guardare alle necessità primarie (l’appellativo di radical-chic, come tutte le esagerazioni, ha un fondo di verità) della gente impoverita ed incattivita. Bisogna davvero tenere sul comodino libri come questo, consapevoli delle inevitabili differenze, per capire certi rischi.

Poi ci sono le lotte clandestine contro il fascismo al potere, la debolezza e le strategie dei partiti in esilio, la sofferta formazione di una nuova democrazia, di cui la guerra partigiana (della quale Amendola parla assai poco qui) è stata la necessaria incubatrice: non è dal punto di vista militare che la resistenza è stata importante. Lo è stata perchè ha reso possibile la formazione di una nuova classe dirigente. Terrò a fianco questo libro, quando aprirò la prima pagina degli altri due capitoli di “M”.

Ma anche quando verrà il momento di nuove elezioni politiche. Secondo me bisognerà ricordarsi di verificare l’atteggiamento che terranno i nuovi candidati nei confronti di certi temi.
Nel frattempo 5 stelle. Secche, pulite, brillanti.