L’Altrove -Blog di poesia contemporanea italiana e straniera
Uno dei giganti della poesia britannica del XX secolo è senza dubbio Ted Hughes
Ted Hughes nacque a Mytholmroyd, nello Yorkshire, nel 1930. Dopo aver prestato servizio nella Royal Air Force, frequentò Cambridge, dove studiò archeologia e antropologia, interessandosi in particolare di miti e leggende. Nel 1956 conobbe e sposò la poetessa americana Sylvia Plath, che lo incoraggiò a presentare il suo manoscritto a un primo concorso di libri organizzato dal The Poetry Center. Giudici dal calibro di Marianne Moore, WH Auden e Stephen Spender assegnarono il primo premio a TheHawk in the Rain (1957) cosa che assicurò a Hughes la reputazione come poeta di statura internazionale.
Secondo il poeta e critico Robert B. Shaw la poesia di Hughes ha segnato un drammatico allontanamento dalle modalità prevalenti del periodo. La poesia stereotipata dell’epoca era determinata a non rischiare troppo: educatamente domestica nell’argomento, sobria e leggermente ironica nello stile. Al contrario, Hughes ha schierato un linguaggio di risonanza quasi shakespeariana per esplorare temi che erano mitici ed elementari.
La lunga carriera di Hughes include volumi di successo senza precedenti come Lupercal (1960), Crow (1970), Selected Poems 1957-1981 (1982) e The Birthday Letters (1998), oltre a molti amati libri per bambini, tra cui The Iron Man (1968). Con Seamus Heaney curò due popolari antologie. Nominato esecutore testamentario del patrimonio letterario di Sylvia Plath, curò diversi volumi del suo lavoro. Fu anche traduttore di alcune opere di autori classici, tra cui Ovidio ed Eschilo.
Poeta, traduttore, editore e autore di libri per bambini incredibilmente prolifico, Ted Hughes venne nominato poeta laureato nel 1984, incarico che ha ricoperto fino alla sua morte. Tra i suoi numerosi riconoscimenti, la nomina all’Ordine al Merito, una delle più alte onorificenze britanniche.
Il paesaggio rurale della giovinezza di Hughes nello Yorkshire ha esercitato un’influenza duratura sul suo lavoro. Leggere la poesia di Hughes significa entrare in un mondo dominato dalla natura, soprattutto dagli animali. Questo vale per quasi tutti i suoi libri, da The Hawkin theRaina Wolfwatching (1989) e MoortownDiary (1989), due delle sue ultime raccolte. L’amore di Hughes per gli animali è stato uno dei catalizzatori nella sua decisione di diventare un poeta. Secondo il London Times, Hughes una volta ha confessato “di aver iniziato a scrivere poesie nell’adolescenza, quando si rese conto che la sua precedente passione per la caccia agli animali nel suo nativo Yorkshire si era conclusa con il possesso di un animale morto o, nel migliore dei casi, con una trappola. Voleva catturare non solo animali vivi, ma la vitalità degli animali nel loro stato naturale: la loro natura selvaggia, la loro quiddità, la volpe della volpe e il corvo del corvo. Tuttavia, l’interesse di Hughes per gli animali era generalmente meno naturalistico che simbolico. Utilizzando figure come “Crow” per approssimare un mitico uomo comune, il lavoro di Hughes parla della sua preoccupazione per i poteri vatici, persino sciamanici, della poesia. Lavorando in sequenze ed elenchi, Hughes ha spesso scoperto una sorta di lingua inglese autoctona, ma letteraria. Secondo Peter Davisonnel New York Times, “Mentre abita i corpi delle creature, per lo più maschi, Hughes si arrampica di nuovo lungo la catena evolutiva. Cerca in profondità anche negli enigmi del linguaggio, quelli che precedono ogni lingua data, lingua che puzza di foresta o addirittura di giungla. Tali poesie spesso contengono un tocco, o più di un tocco, di melodramma, delle brutali tragedie di Seneca che Hughes ha adattato per il palcoscenico moderno.
Le pubblicazioni postume di Hughes includono Selected Poems 1957-1994 (2002), una versione aggiornata e ampliata dell’edizione originale del 1982, e Letters of Ted Hughes (2008), che sono state curate da Christopher Reid e mostrano la voluminosa corrispondenza. Secondo David Orr le “lettere di Hughes sono immediatamente interessanti e accessibili a terzi a cui non sono indirizzate” , e le sue osservazioni disinvolte sulla poesia possono essere sorprendentemente perspicaci. La pubblicazione di Collected Poems (2003) ha fornito nuove intuizioni sul suo processo di scrittura. Sean O’Brien ha osservato: “Hughes ha condotto più di una vita come poeta”. Pubblicando entrambi i volumi singoli con Faber, Hughes ha anche pubblicato un’enorme quantità di lavoro attraverso piccole macchine da stampa e riviste. Queste poesie spesso non venivano raccolte e sembra che il poeta considerasse i suoi sforzi di piccola stampa come esperimenti per vedere se le poesie meritassero di essere collocate nelle raccolte. O’Brien ha continuato: “Chiaramente [Hughes] aveva bisogno di scrivere tutto il tempo, e molte delle poesie fino a quel momento non raccolte hanno l’aria provvisoria di riposare per un momento prima di essere portate a termine, tranne per il fatto che metà del tempo non è stato completato. e non era nemmeno il problema… per quanto riguarda l’intero corpus di lavoro, Hughes sembra essere stato più interessato al processo che al risultato”.
Sebbene Hughes sia oggi inequivocabilmente riconosciuto come uno dei più grandi poeti del XX secolo, la sua reputazione di poeta durante la sua vita fu forse ingiustamente incorniciata da due eventi: il suicidio di Sylvia Plath nel 1963 e, nel 1969, il suicidio della donna per la quale lasciò Sylvia, Assia Wevill, che a sua volta tolse la vita alla loro giovane figlia, Shura. In qualità di esecutore testamentario di Plath, la decisione di Hughes di distruggere il suo diario finale e il suo rifiuto dei diritti di pubblicazione delle sue poesie infastidirono molti nella comunità letteraria. Plath fu presa da alcuni come simbolo del genio femminile soppresso nel decennio successivo al suo suicidio, e in questo scenario Hughes fu spesso scelto come cattivo. Le sue letture furono interrotte da grida che lo indicavano come “assassino” e il suo cognome, che compare sulla lapide di Plath, fu ripetutamente deturpato. Le decisioni impopolari di Hughes riguardo agli scritti di Plath, su cui aveva il controllo totale dopo la sua morte, erano spesso al servizio della sua definizione di privacy; rifiutò perfino di discutere del suo matrimonio con Plath dopo la sua morte. Fu quindi con grande sorpresa che, nel 1998, il mondo letterario ricevette il ritratto piuttosto intimo di Plath di Hughes sotto forma di Birthday Letters, una raccolta di poesie in prosa che coprono ogni aspetto del suo rapporto con la sua prima moglie. La raccolta ricevette elogi e censure dalla critica; Il desiderio di Hughes di rompere il silenzio intorno alla morte della moglie venne accolto con favore, anche se le poesie stesse furono spesso esaminate. Tuttavia, nonostante le riserve, Hughes ricevette recensioni positive e in queste la raccolta venne definita come “emozionante e diretta”, le poesie più forti del libro come “tranquille, riflessive e colloquiali” e lo stesso poeta come “un vecchio marito che sfoglia un album di fotografie con un fantasma.”
Sebbene segnato da un periodo di dolore e polemiche negli anni ’60, la vita successiva di Hughes fu trascorsa scrivendo e coltivando la terra. Sposò Carol Orchard nel 1970 e con lei visse in una piccola fattoria nel Devon. Continuò a scrivere e pubblicare poesie fino alla sua morte, di cancro, il 28 ottobre 1998. Nel 2011 venne inaugurato un memoriale a Hughes nel famoso Poets Corner of Westminster Abbey.
Ted Hughes -Poeta inglese
TED HUGHES – 5 POESIE
TRATTE DA “PENSIERO-VOLPE E ALTRE POESIE” (MONDADORI – 1973)
DONNA CHE HA PERSO LA CONOSCENZA
Russia e America girano intorno l’una all’altra;
minacce dan di gomito a un atto che era senza dubbio
uno sciogliersi della matrice nella madre,
pietre in scioglimento intorno alla radice.
Spento il vivo della terra:
la fatica di tutte le nostre epoche una perdita
fino alla foglia e all’insetto. Tuttavia un pensiero fugace
(da non ritenersi ridicolo)
schiva il nero che cancella il mondo
nel gioco della sua ombra: ha imparato
che non vi sono date cui affidarsi (affidate alla fortuna)
quando è stabilito che il mondo brucerà;
che il futuro non è calamitoso mutamento
ma adesso un simulare malattia,
storie, città, volti che nessuna
malignità o disgrazia sconvolgono molto.
Sebbene bombe si contrappongono a bombe,
sebbene l’umanità intera spira e nulla sopravvive –
la terra finita in una vampata fulminea –
una minor morte giunse
sul bianco letto d’ospedale
dove una, stordita oltre i suoi ultimi sensi,
chiuse gli occhi sull’evidenza del mondo
ed affondò la testa nel guanciale
QUATTRO LUGLIO
Le calde secche e i mari da cui rechiamo il nostro sangue
scemarono adagio; raffreddate
in estuario d’acque di scolo, in laghetto vivaio di trote.
Persino il Rio delle Amazzoni è vessato e perlustrato
per stabilire leggi da parte di poche mascelle –
piranha e giaguaro.
Il fiato da venditore ambulante di Colombo
soffiò all’interno attraverso l’America del Nord
uccidendo l’ultimo dei mammut.
Le mappe giuste non hanno mostri.
Ora i vaneggianti spiriti della mente
scacciati dalle loro a detta di viaggiatori
irraggiungibili isole,
dai loro paradisi e dai loro brucianti inferi,
attendono ottusamente al semaforo,
o si curvano sui titoli, senza assimilare nulla.
LA PORTA
Fuori sotto il sole s’erge un corpo.
È crescita del mondo solido.
È parte del muro di terra del mondo.
Le piante della terra – quali i genitali
e l’ombelico infloreo
vivono nei suoi crepacci.
Pure alcun creature della terra – quali la bocca.
Sono tutte radicate nella terra, o mangiano terra, terrose,
ispessendo il muro.
Ma c’è un ingresso nel muro –
un nero ingresso:
la pupilla dell’occhio.
Per quell’ingresso giunse Corvo.
Volando da sole a sole, trovò questa dimora.
ESSERINO
O esserino, che ti nascondi dai monti tra i monti
ferito dalle stelle e che perdi ombra
che mangi la terra medicinale.
O esserino piccolo senz’ossi piccolo senza pelle
che ari con la carcassa di un fanello
che mieti il vento e trebbi le pietre.
O esserino, che tambureggi nel cranio di una mucca
che danzi con le zampette di un moscerino
col naso d’un elefante con la coda d’un coccodrillo.
Diventato così saggio diventato così terribile
suggendo i muffiti capezzoli della morte.
Siediti sul mio dito, cantami nell’orecchio, o esserino.
PENSIERO-VOLPE
Immagino la foresta di questo momento di mezzanotte:
altro è vivo
oltre la solitudine dell’orologio
e questa pagina bianca dove si muovono le mie dita.
Attraverso la finestra non vedo stelle:
qualcosa più vicino
sebbene sia più profonda entro l’oscurità
sta penetrando la solitudine:
freddo, delicatamente come la neve scura,
il naso di una volpe tocca un ramoscello, una foglia;
due occhi servono un movimento che adesso
e ancora adesso e adesso e adesso
depone chiare tracce sulla neve
tra gli alberi, e cautamente un’ombra
storpia si trascina tra ceppi e nell’incavo
di un corpo che ha l’audacia di giungere
attraverso radure, un occhio,
un verde fondo e dilatato,
brillante e concentrato,
che se ne viene per i fatti suoi
sino a che, con improvviso acuto caldo puzzo di volpe
non penetri la buca nera della testa.
Ancora senza stelle è la finestra; batte l’orologio,
la pagina è tracciata.
5 poesie di Ted Hughes (Mytholmroyd, 17 agosto 1930 – Londra, 28 ottobre 1998)
tratte da “Pensiero-volpe e altre poesie”, a cura di Camillo Pennati (Mondadori, 1973).
L’Altrove è un Blog di poesia contemporanea italiana e straniera
L’Altrove intende ripercorrere insieme a voi la storia della poesia fino ai giorni nostri.
Si propone, inoltre, di restituire alla poesia quel ruolo di supremazia che ultimamente ha perso e, allo stesso tempo, di farla conoscere ad un pubblico sempre più vasto.
Troverete, infatti, qui tutto quello che riguarda la poesia: eventi, poesie scelte, appuntamenti di reading, interviste ai poeti, concorsi di poesia, uno spazio dedicato ai giovani autori e tanto altro.
Noi de L’Altrove crediamo che la poesia possa ancora portare chi legge a sperimentare nuove emozioni. Per questo ci auguriamo che possiate riscoprirvi amanti e non semplici seguaci di una così grande arte.
e il fuoco della poesia: una voce che non si spegne-L’Altrove-
C’è un momento, nella storia della letteratura italiana, in cui la poesia smette di essere un esercizio riservato ai salotti borghesi e diventa qualcosa di più urgente, più carnale, più necessario. Quel momento ha un nome: Ada Negri. Nata il 3 febbraio 1870 a Lodi, in una famiglia di povertà estrema, la Negri entra nella letteratura italiana come una forza elementare — un terremoto che scuote le fondamenta di un genere ancora dominato da voci maschili, da toni elitari, da una poetica troppo spesso ancorata al sublime astratto. La sua opera, che si estende per oltre mezzo secolo di produzione lirica, rappresenta uno dei più significativi, e ancora troppo trascurati, contributi alla poesia italiana del Novecento. Questo saggio si propone di indagare, con la serietà che il tema merita, chi è stata Ada Negri, cosa ha scritto, e — soprattutto — perché la sua voce merita di essere ritrovata, riletta, rivalutata.
ADA NEGRI
La vita: dalla povertà alla parola
Ada Negri cresce in condizioni di povertà profonda nel lodesano. La madre, Vittoria Cornalba, è una tessitrice; la famiglia vive nelle due stanzette della portineria del palazzo Cingia-Barni, dove la nonna Peppina Panni lavora come custode. È proprio questa radice popolare, questa intimità con la miseria quotidiana, che diventerà il terreno fertile dalla quale sprucia la voce poetica della Negri. Non si tratta di un rapporto astratto con il popolo — si tratta di carne, di sudore, di notti in cui la madre conta i soldi per il pane. Il giovane poeta studia, diventa insegnante di scuola elementare a Motta Visconti a partire dal 1888, e proprio in questa funzione — a contatto con i bambini poveri, con le famiglie di operai — raffina la sua capacità di osservazione e di empatia verso gli ultimi.
Nel 1892, ad appena ventidue anni, pubblica la sua prima raccolta di poesie: Fatalità. Il libro è un caso letterario immediato. La critica italiana — in un panorama dove la poesia colta aveva ancora il monopolio sul discorso estetico — si divide: alcuni la celebrano come una voce genuinamente nuova, altri la percepiscono come pericolosa proprio perché non si cede alle convenzioni. Ada Negri diventa, da un giorno all’altro, una figura pubblica. È una poeta, è giovane, è povera di origine, e scrive di rabbia, di fame, di lotta. Il successo della raccolta porta con sé un cambiamento nella vita del poeta: la sua fama la porta all’attenzione della cultura italiana, ma non la libera dalle tensioni della sua esistenza.
Nel 1896 sposa Giovanni Garlanda, un industriale tessile di Biella. Il matrimonio, inizialmente segnato da un certo agio economico, si rivela nel tempo tormentato e infelice. La coppia ha una figlia, Bianca, che diventerà una presenza fondamentale nella poesia della madre, e un’altra bambina, Vittoria, che sopravive solo un mese di vita — un dolore devastante che marcia profondamente la poetica della Negri. La dissoluzione del matrimonio, le crisi economiche, la complessità della vita familiare alimentano la sua produzione poetica in modo profondo e costante. Nel primo decennio del Novecento la Negri pubblica una serie di raccolte che mostrano una maturazione inesausta: Maternità (1904), Dal Profondo (1910). Ogni libro è un passo più profondo verso l’interno, un approfondimento della sua capacità di trasformare l’esperienza in versificazione precisa e potente.
La separazione da Garlanda avvenne nel 1913, anno in cui la Negri si trasferì a Zurigo, dove rimase fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale. È un esilio volontario e doloroso al stesso tempo — un allontanamento dal territorio italiano che la ha formata, ma anche un spazio in cui la sua poesia trova nuovi motivi e nuovi paesaggi interiori; è proprio a Zurigo che scrive Esilio. Il ritorno in Italia coincide con una nuova fase della sua produzione: più meditativa, più incline alla contemplazione della natura e del tempo che passa. Ada Negri muore il 11 gennaio 1945 in Milano, pochi mesi prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, lasciando alle spalle un corpus poetico di circa dodici raccolte liriche, oltre a varie prose e racconti — sebbene questo saggio si concentri esclusivamente sulla sua produzione poetica.
Ada Negri
Fatalità: l’esplosione iniziale
Fatalità (1892) è il libro che introduce Ada Negri nella scena letteraria italiana con una forza che raramente si vede in un esordio poetico. La raccolta è attraversata da una rabbia che non è mai gratuita, mai retorica: è la rabbia di chi ha visto, di chi ha toccato con mano, di chi sa cosa significa non avere abbastanza. La poesia Senza nome, tra le più emblematiche della raccolta, ne incarna perfettamente lo spirito: qui l’autrice si presenta come voce degli invisibili, della «plebe triste e dannata», ma con un’«indomita fiamma» che non si lascia spegnere. A leggerla è immediato cogliere la tensione tra autoconoscenza e sfida: il soggetto poerico non si nasconde nella sua origine, la proclama.
Io non ho nome. — Io son la rozza figlia dell’umida stamberga; plebe triste e dannata è mia famiglia, ma un’indomita fiamma in me s’alberga. Seguono i passi miei maligno un nano e un angelo pregante. Galloppa il mio pensier per monte e piano, come Mazeppa sul caval fumante. Un enigma son io d’odio e d’amore, di forza e di dolcezza; m’attira de l’abisso il tenebrore, mi commovo d’un bimbo a la carezza. Quando per l’uscio de la mia soffitta entra sfortuna, rido; rido se combattuta o derelitta, senza conforti e senza gioie, rido. Ma sui vecchi tremanti e affaticati, sui senza pane, piango; piango su i bimbi gracili e scarnati, su mille ignote sofferenze piango. E quando il pianto dal mio cor trabocca, nel canto ardito e strano che mi freme nel petto e sulla bocca, tutta l’anima getto a brano a brano. Chi l’ascolta non curo; e se codardo livor mi sferza o punge, provocando il destin passo e non guardo, e il venefico stral non mi raggiunge.
La struttura della poesia è esemplare della poetica della Negri in questa fase: le quartine alternate (ABAB) ne governano il ritmo, ma il contenuto esplode oltre ogni contenimento formale. Il primo verso — «Io non ho nome» — è una dichiarazione di appartenenza alla massa anonima, eppure il «nome» viene subito rivendicato attraverso il canto stesso. La dialettica tra riso e pianto che attraversa la poesia non è accademica: è il ritmo della sopravvivenza.
ADA NEGRI
La Negri evoca la moltitudine degli ultimi — i poveri, gli operai, i dimenticati — come un corpo collettivo che pulsa sotto la superficie della società civile. I versi prendono vita attraverso immagini concrete, quasi fisiche: la povertà non è un concetto ma un sapore, un rumore, un peso.
Ciò che colpisce subito, dal punto di vista tecnico, è la padronanza della Negri del verso: sceglie forme classiche — quartine, sestine — ma le riempie di un contenuto che le trasforma completamente. Non c’è mai estetismo per sé; ogni scelta metrica è subordinata alla necessità di dire, di comunicare, di testimoniare. È questa tensione tra forma tradizionale e contenuto sovversivo che rappresenta la sua originalità più profonda in questa fase. La raccolta stabilisce un paradigma che resterà costante per buona parte della sua produzione: la poesia come atto di testimonianza, non di decorazione. La critica la saluta come una voce genuinamente nuova, e il mito della «vergine rossa», la maestrina proletaria, nasce proprio qui.
Nella stessa raccolta, la poesia Madre operaia offre un primo sguardo sulla figura della madre lavoratrice — tema che la Negri tornerà a esplorare con sempre maggiore profondità nelle raccolte successive. Qui la madre è ancora un oggetto di osservazione empatica, vista dalla figlia con un misto di tenerezza e terrore per il suo destino:
Nel lanificio dove aspro clamore cupamente la volta ampia percote, e fra stridenti rote di mille donne sfruttasi il vigore, già da tre lustri ella affatica. — Lesta corre a la spola la sua man nervosa, né l’alta e fragorosa voce la scote de la gran tempesta che le scoppia dattorno. — Ell’è sì stanca qualche volta; oh, sì stanca e affievolita!… Ma la fronte patita spiana e rialza, con fermezza franca; e par che dica: Avanti ancora!… […] Per aprirti la via morrà tua madre; all’intrepido suo corpo caduto getta un bacio e un saluto, e corri incontro a le nemiche squadre, e pugna colla voce e colla penna, d’alti orizzonti il folgorar sublime, nove ed eccelse cime addita al vecchio secol che tentenna: e incorrotto tu sia, saldo ed onesto… nel vigile clamor d’un lanificio tua madre il sacrificio de la sua vita consumò per questo.
La poesia è costruita interamente attorno a un’idea: il corpo della madre come offerta. Il lanificio diventa il luogo del sacrificio, e il figlio — la Negri stessa, implicita nel testo — è colui per cui quel sacrificio ha senso. È un motivo che la poeta non abbandonerà mai.
Ada Negri
Tempeste: la rabbia come forma poetica
Tre anni dopo l’esordio, nel 1895, Ada Negri pubblica Tempeste, una raccolta che radicalizza i temi già presenti in Fatalità e li porta verso una dimensione più universale. Il titolo stesso è rivelatore: non si tratta di tempeste meteorologiche, ma di tempeste interiori, sociali, storiche. La raccolta contiene alcune delle poesie più intense dell’intera produzione della Negri, poesie in cui la forma del verso si deforma sotto la pressione di un’emozione che non vuole essere contenuta.
La poesia Sgombero forzato è una delle più brucianti della raccolta: la scena dello sgombero — la roba gettata per strada, la pioggia che bagna i «cenci», i «mobili corrosi dal tarlo, denudati, vergognosi» — è notata con una precisione che ha la qualità della cronaca, ma trasformata dalla forma poetica in qualcosa di più universale. È qui che la Negri dimostra una capacità rara: trasformare un avvenimento di routine della miseria in un atto tragico.
Ancor più devastante è Fanciullo, poesia dedicata a Sofia Bisi, che racconta la vita e la morte di un bambino operaio nel lanificio. È un testo che non lascia via di scampo al lettore:
Irrequieto, scarno, adolescente: nato da un fabbro e da una tessitrice: fior di plebe cresciuto a la severa ombra d’una motrice: scalzo, in blusa stracciata e collo ignudo era bello nei fieri occhi selvaggi. Irrideva col fischio del monello ai lucidi ingranaggi: genio infantil perduto in un inferno, correa fra casse e sbarre audacemente, e ogni cinghia parea che l’afferrasse qual spira di serpente; ed ogni morsa lacerar parea volesse le sue carni a brano a brano, ed ogni uncino conficcar la punta in quell’esile mano. […] gli cantava!… del severo loco gli, alato ed indomito folletto, colle mani a la spola, un inno in bocca, e la tisi nel petto. […] In fondo alla corsia v’è un letto bianco: vi posa un volto dolce di pallore. Il folletto gentil de l’officina in quel lettuccio muore. Muore di tisi — gli dilania il petto tosse implacata, e il corpo è già spettrale. Crebbe nel chiuso orror d’un opificio: finisce a l’ospedale. […] Fanciullo, non temer — troppo hai sofferto, or finisti. — Riposa. —
La struttura della poesia è quella di una narrativa in versi: il bambino nasce, lavora, canta tra le macchine, si ammalà, muore. Ma la Negri non lascia che la morte sia l’ultimo parola: prima di congedarlo, chiede «sole», «libertà», «aria» — le cose che al bambino sono state negate dalla nascita. È un atto di accusa formale, formulato con la precisione di una sentenza. La forma del verso – spesso spezzata, irregolare, priva del decorativo — diventa essa stessa un mezzo per esprimere la frammentazione della vita sotto pressione.
La raccolta si chiude con La fiumana, una poesia che funziona come manifesto ideale di tutto il lavoro della Negri in questi anni:
… E sale, e sale. – Con sinistro rombo s’accavalla nel buio onda sovr’onda: qual torrente d’inchiostro urge a la sponda, e trema l’aria, pavida, al rimbombo. È la fiumana dei pezzenti. – E sale, — Son cenci e piaghe, son facce scarnate, braccia senza lavor, bocche affamate, cuori gonfi d’angoscia. — E sale, e sale, e con sé porta un greve tanfo umano, il tanfo dei tuguri umidi, infetti; e un grido erompe dai dolenti petti: «Dateci il nostro pane quotidiano.» Ma ognuno a la gran voce è sordo e cieco. — L’immota calma che precede i lampi del tonante uragan pesa su i campi, e il fiume ingrossa, il fiume avanza, bieco: i granitici, enormi argini atterra, lordo di sangue, livido di pianto: domani, in nome d’un diritto santo, mugghiando allagherà tutta la terra…
Ada Negri
«La fiumana» è l’immagine centrale della poetica di Negri in questa fase: la massa dei poveri come forza naturale inesorabile, che non può essere fermata, solo ignorata — fino a quando non allagherà tutto. Tempeste conferma che la Negri non è una poeta di un solo libro: è una voce che cresce, che si deforma, che cerca continuamente nuovi modi per dire ciò che siente e ciò che vede.
ADA NEGRI
Maternità: la madre come archetipo
Nella raccolta Maternità (1904), pubblicata dopo la nascita della figlia Bianca e dopo il dolore per la perdita della seconda figlia Vittoria, la Negri compie uno dei più profondi gesti poetici della sua carriera: trasforma la figura della madre — la sua madre Vittoria Cornalba, sì, ma anche la madre come archetipo universale — in un oggetto di indagine poetica totale. Non si tratta di una celebrazione sentimentale, né di un inno alla maternità nel senso retorico. Si tratta di un’analisi, profonda e spietata, di cosa significa essere madre in un mondo in cui la madre porta sulle spalle il peso invisibile di tutto.
La poesia titolare, Maternità, è uno dei testi più commoventi della letteratura italiana moderna. Scritta in distici di versi lunghi — almost whitmaniani nella loro capacità di contenere il mondo — la poesia mapa la gravidanza come un atto cosmico:
Io sento, dal profondo, un’esile voce chiamarmi: sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi? O vita, o vita nova!… le viscere mie palpitanti trasalgono in sussulti che sono i tuoi baci, i tuoi pianti: tu sei l’Ignoto. — Forse pel tuo disperato dolore ti nutro col mio sangue, e formo il tuo cor col mio core; pure io stendo le mani con gesto di lenta carezza, io rido, ebra di vita, a un sogno di forza e bellezza: t’amo e t’invoco, o figlio, in nome del bene e del male, poi che ti chiama al mondo la sacra Natura immortale. […] È sacro il germe: è tutto: la forza, la luce, l’amore: sia benedetto il ventre che il partorirà con dolore. […] uomini de la terra, che pure affilate coltelli l’un contro l’altro, udite, udite!… noi siamo fratelli. In verità vi dico, poiché voi l’avete scordato: noi tutti uscimmo ignudi da un grembo di madre squarciato. In verità vi dico, le supplici braccia tendendo: non vi rendete indegni del seno che apriste nascendo.
La poesia parte dall’esperienza sensoriale più intima — il movimento del feto nel ventre — e si espande fino a diventare un appello universale alla fraternanza umana. La struttura è quella di un rituale: la madre come sacerdotessa, il corpo come altare. Ma la Negri non lascia che il tema resti nella sfera del sublime: la nascita avviene spesso «su letto di tortura, talvolta su letto di morte», e la poesia non dimentica mai che la maternità dei poveri è anche una forma di martirio.
Accanto alla poesia titolare, L’estasi e Dialogo completano il trittico della maternità nascente. In Dialogo, la Negri compie un gesto poetico straordinario: dà voce al figlio non ancora nato, che parla dalla «penombra» del non-essere con una saggezza amara e disillusa:
È lui. — Dal mistero profondo dei sogni si desta, mi chiama, mi dice: «Nel pallido Ignoto vagavo, felice… perché tu mi vuoi nel tuo mondo?… È triste il tuo mondo. — Dai morti lo seppi, che ad esso non tornano più. O madre, io non chiesi di vivere. E tu perché nel tuo grembo mi porti?…» «O figlio, vi sono viole nei prati. Vi sono farfalle ne l’aria. È bello, da un ciglio di via solitaria, fissare lo sguardo nel sole.» «O madre, ho paura. Nel cozzo de l’ire terrene son troppi i caduti. Su l’erbe calpeste procombono, muti, con l’ultimo rantolo mozzo dal colpo di grazia.» «O figliuolo, temprando io ti vado la spada e la maglia: di atleti ha bisogno la santa battaglia: tu forse cadrai, ma non solo; ché al fosco tuo cor la mia voce dirà le parole d’un’unica fede; saprò, lacerando la veste ed il piede, portare con te la tua croce.» «O madre, nel sogno, fra queste penombre fiorite di strane corolle, per sempre abbandona colui che non volle venire a le vostre tempeste…» «O figlio, al solenne richiamo nessuno è ribelle. Se amore t’adduce, fiorisci al tuo sole, t’avventa a la luce, vivi, ardi, sorridimi, io t’amo.»
Ada Negri
Il dialogo è un capolavoro di equilibrio: il figlio parla della morte, della paura, dell’inutilità della vita; la madre risponde con la bellezza, con la lotta, con l’amore. Ma nessuno dei due ha torto. È una poesia in cui la Negri dimostra una capacità di contenere la contraddizione senza risolverla che la distingue nettamente dai suoi contemporanei.
Il tema della maternità nella povertà raggiunge un momento di acutezza straordinaria nella poesia Le dolorose, dove le voci delle madri povere si alzano come un coro antico:
«Noi concepimmo senza gioia il figlio che splende ai sogni come splende un giglio. Noi portammo nel sen la creatura con fatica, con fame e con paura. Ne le soffitte dove manca l’aria, ne le risaie infette di malaria, ne’ campi dove passa, orrida iddia, la pellagra con occhi di pazzia, ne’ luoghi di miseria e di servaggio, chiedemmo a Dio Signor forza e coraggio…»
E nella poesia Mara — dedicata alla madre di un regicida — la Negri indaga il dolore più estremo che una madre può conoscere: quello di un figlio che ha ucciso. La poesia è costruita come un ritratto silenziose, di quasi nessun movimento, dove la donna «fila, presso il focolare», con «le mani stanche»: il gesto manuale diventa emblema di un dolore che non ha parole.
La raccolta rappresenta, nel panorama della poesia italiana dell’inizio del Novecento, un contributo assolutamente originale alla comprensione di cosa significa essere donna in una società che della donna riconosce poco più del suo ruolo di madre e moglie. Eppure Negri non celebra quel ruolo: lo interroga, lo spezza, lo trasforma in materia poetica che riguarda tutti.
Ada Negri
Dal Profondo e Esilio: verso la maturità
Con Dal Profondo (1910) e Esilio (scritta durante il soggiorno a Zurigo dopo il 1913), la poesia della Negri entra in una fase di maturazione profonda. La rabbia degli anni giovanili non scompare, ma si trasforma: diventa più meditativa, più incline a interrogare non solo la condizione sociale degli ultimi ma anche la condizione umana in senso più largo. Dal Profondo è una raccolta in cui l’autrice esprime con immediatezza e spontaneità i sentimenti di vita familiare intima, i temi del dolore, della perdita, della memoria. La forma del verso — più libera, più flessibile rispetto ai primi anni — diventa essa stessa un mezzo per esprimere la complessità dell’esperienza interiore.
Esilio, scritta a Zurigo durante il periodo di allontanamento dall’Italia, porta questo tema ancora più in profondità. Il titolo evoca un esilio che non è solo geografico: è un esilio interiore, una sensazione di non appartenere completamente a nessun luogo, a nessun mondo. La raccolta è attraversata da una malinconia che non è mai passiva — è sempre una malinconia attiva, sempre una malinconia che cerca di capire, di articolare, di trasformare l’incomprensibile in parole. Da punto di vista formale, in questi anni la Negri raggiunge una maestria del verso che la distingue nettamente dai suoi contemporanei: i suoi versi hanno una musicalità che non è mai ornamentale, sempre organica al pensiero che esprimono.
Il libro di Mara: la poesia come confessione
Il libro di Mara (1919), pubblicata nell’anno in cui morì la madre Vittoria, rappresenta uno dei punti più intensi nella produzione poetica della Negri. La raccolta nasce da un’esperienza sentimentale profonda e, per la società cattolica e conservatrice dell’epoca, risulta inusuale nella sua onestà emotiva. È qui che la poesia della Negri diventa vera confessione: la scrittrice affronta direttamente le domande che la vita le ha posto — l’amore, la perdita, il dolore, la memoria della madre — senza mai nascondersi dietro maschere retoriche.
I versi sono prosciolti, diretti, senza ornamento: è una poesia che non ha paura di mostrarsi nuda. La raccolta segna anche un momento di profondo cambiamento nella poetica della Negri: dopo anni dedicati alla denuncia sociale e alla maternità, la poeta si guarda verso l’interno con una lucidità che è allo stesso tempo dolorosa e liberatoria. È in questa raccolta che la voce della Negri raggiunge una nuova autorità: non la voce di una poeta che cerca di convincere, ma di una che sa.
Ada Negri
Le raccolte della maturità: Finestre alte, Le strade, Sorelle
Tra il 1923 e il 1929 la Negri pubblica tre raccolte — Finestre alte (1923), Le strade (1929) e Sorelle — che rappresentano una fase di grande maturità nella sua produzione poetica. Queste raccolte sono dedicate a vite femminili: destini di donne osservati con una pietà che non è mai condescendente, sempre radicata nell’esperienza. La poeta guarda le donne intorno a sé — le sue vicine, le sue conoscenti, le donne della sua storia — e ne fa ritratti poetici di straordinaria intensità. È qui che la sua voce si trasforma ancora: diventa più meditativa, più incline alla contemplazione della natura e del tempo che passa.
Nel corso degli anni successivi la poesia della Negri si trasforma ancora. Entra nella sua produzione un nuovo elemento: la natura. Non la natura romantica del Settecento o dell’Ottocento — non è una natura decorativa o consolatoria. È una natura osservata con attenzione scrupolosa, una natura che diventa specchio della condizione interiore della scrittrice. La luce, il buio, le stagioni, il mare, i fiumi: tutti questi elementi vengono trasformati in oggetti di riflessione poetica profonda. È in questa fase che la Negri mostra la sua capacità di rinnovarsi continuamente, di non ripetere se stessa, di trovare sempre nuove forme per dire ciò che ha sempre avuto da dire. Nel 1926 e nel 1927 viene candidata al Premio Nobel per la Letteratura — un riconoscimento che, sebbene non si concretizzi, testimonia il peso che la sua opera aveva raggiunto nel panorama letterario internazionale.
Le ultime raccolte: verso il silenzio
Le ultime raccolte della Negri — tra cui I canti dell’isola, Vespertina, Il dono, e la postuma Fons amoris— rappresentano il punto di arrivo di una traiettoria poetica durata quasi mezzo secolo. È una poesia che guarda verso la fine, ma lo fa senza paura, senza sentimentalismo, senza cedere alla retorica della morte. Gli ultimi anni della vita della poeta sono segnati dalla sofferenza e dalla solitudine, ma la sua voce non si arresta: trova conforto nella religione e nella preghiera, e questa spiritualità infine entra nella sua poesia come un nuovo elemento, una nuova tonalità.
In Vespertina la poeta descrive la sera — un momento del giorno che ha sempre avuto un ruolo speciale nella sua poesia, dai primi anni fino alla maturità — con una delicatezza che non è mai debole. È una delicatezza conquistata, una delicatezza che viene dopo decenni di combattimento con la parola, con il dolore, con la vita stessa. Questa è la poesia di una poeta che sa di stare avvicinandosi alla fine e che ha scelto di accoglierla con gli occhi aperti, con la stessa onestà che ha sempre caratterizzato il suo rapporto con la parola. Fons amoris, uscita postuma nell’anno dopo la sua morte, rappresenta l’ultimo lascito di una voce che non ha mai smesso di parlare.
Prima di lasciare questa fase, vale la pena fermarsi su Ninna-nanna di Natale, che appartiene a Maternità ma rappresenta la cerniera tra la poetica sociale dei primi anni e quella spirituale degli ultimi. È una poesia in cui il rito della notte di Natale — la storia di Cristo narrata a un bambino povero — diventa un confronto tra la promessa evangelica e la realtà della miseria:
Ninna-nanna… — gelato è il focolare, fanciul: non ti svegliare. Per coprirti dal freddo, o mio bambino, cucio in un vecchio scialle un vestitino. Ma il lucignolo trema e l’occhio è stanco, bimbo dal viso bianco. […] «… Pace ed amor non avrem dunque mai?… O bimbo!… tu non sai. — La notte è santa. — Mulinando cade la neve bianca su le bianche strade; e domani, con l’alba, le campane diran: riposo e pane a gli uomini di buona volontà!… — Ma menzogna terribile sarà. Sarà menzogna sino a quando, o figlio, in ogni aspro giaciglio simile a questo, in ogni nuda stanza simile a questa, ove non è speranza, a l’alba di Natale ogni bambino che soffra il tuo destino e mangi pan con lacrime commisto, si sveglierà con l’anima di Cristo: […] e un giorno insorgeranno a milioni con fulmini e con tuoni questi profeti: e al loro impeto alato il vecchio mondo crollerà, stroncato: ed il Vangelo allor sarà sovrana legge a la vita umana: e — Pace —, allora, dire si potrà agli uomini di buona volontà!… Ne le viscere nostre oppresse e macre di popolane, sacre a la fatica ed al servaggio muto, il miracol di Dio sarà compiuto. Ed ora, o figlio, del tuo letto al piede, con inesausta fede questa leggenda di Natale io dico: — Cristo del sangue mio, ti benedico. —
«Menzogna terribile sarà» — questa è la Negri: non si accontenta della consolazione. La madre sa che la promessa di pace e pane è, per ora, una menzogna. Ma non per questo rinuncia a raccontarla al figlio. Il miracolo che la poesia descrive non è quello evangelico: è quello socialista — il giorno in cui «insorgeranno a milioni». È un testo in cui la spiritualità e la politica si fondono in modo che nessuna delle due possa essere separata dall’altra.
La forma e la tecnica: come Ada Negri scrive
Prima di parlare del perché la voce della Negri meriti di essere ritrovata, vale la pena soffermarsi sulla sua tecnica poetica, che è stata spesso trascurata dalla critica a favore dei contenuti. Ada Negri non è una poeta sperimentalista nel senso radicale — non rompe la forma del verso nel modo in cui lo faranno, decenni dopo, i poeti delle neoavantguardie. Ma questo non significa che sia una poeta conservativa. Al contrario: la sua innovazione è sempre funzionale, sempre al servizio della cosa che vuole dire. I suoi versi hanno un ritmo che è spesso legato al ritmo della vita quotidiana — il ritmo del lavoro, del camminare, del respirare — e questa capacità di trasformare il ritmo dell’esperienza in ritmo poetico è una delle sue conquiste più originali.
Dal punto di vista della tecnica, la Negri mostra una progressione chiara: dai versi più regolari dei primi anni a una forma sempre più libera, sempre più flessibile, degli anni della maturità. Non si tratta di una perdita di controllo — si tratta di un allentamento deliberato, un modo di lasciare che la forma si adatti alla pressione del contenuto. Le sue rime — quando le usa — non sono mai decorative: sono sempre necessarie, sempre sorprendenti, sempre capaci di creare un effetto di chiusura o di apertura che cambia il senso del verso. È questa combinazione di disciplina formale e libertà espressiva che rappresenta il suo contributo più originale alla poesia italiana.
Perché ritrovare la sua voce
La domanda di perché la voce di Ada Negri meriti di essere ritrovata — riletta, rivalutata, rimessa al centro del discorso sulla poesia italiana — non ha una risposta semplice. Non si tratta solo di una questione di giustizia storica, sebbene questa sia parte della risposta. Si tratta di qualcosa di più profondo: si tratta del fatto che la sua poesia risponde a domande che la poesia italiana del Novecento ha spesso evitato di porre direttamente.
La Negri ha scritto dalla posizione degli ultimi — dei poveri, delle donne, di chi la società ha sempre marginalizzato — senza mai cadere nella retorica della vittimità. La sua poesia è sempre stata una poesia di forza, non di debolezza. Ha trasformato il dolore in bellezza senza mai nasconderlo, senza mai renderlo consumabile. Ha mostrato che la poesia può essere allo stesso tempo popolare e raffinata, accessibile e profonda. Questa capacità di tenere insieme le tensioni — popolare e alto, personale e universale, semplice e complesso — è ciò che la rende ancora oggi essenziale. In un momento in cui la poesia italiana cerca di ritrovare il suo rapporto con il lettore, con il pubblico, con la vita reale, la voce della Negri offre un modello: non di come scrivere, ma di perché scrivere. La sua poesia è la prova che la parola poetica ha ancora la forza di cambiare il modo in cui vediamo il mondo.
ADA NEGRI
Un’eredità ancora viva
Ada Negri è stata per lungo tempo una figura marginale nel pantheon della poesia italiana del Novecento — citata nei manuali scolastici come esempio di poesia «sociale» o «proletaria», ma raramente analizzata con la profondità e la serietà che il suo lavoro merita. Questa marginalizzazione non è un caso: è il risultato di un sistema critico che ha a lungo privilegiato le voci maschili, le poesie più astratte e più distaccate dalla vita quotidiana, i temi più universali nel senso convenzionale. La Negri ha pagato il prezzo di essere troppo specifica, troppo radicata nell’esperienza, troppo onesta nel suo rapporto con il dolore e con la vita.
Eppure la sua poesia sopravive a questa marginalizzazione, proprio come sopravive a ogni tentativo di ridurla a un tipo, a una categoria, a un esempio. Ada Negri è stata un poeta che ha cambiato il modo in cui la poesia italiana pensa se stessa — non con un gesto brusco, non con una rivoluzione formale, ma con una pazienza infinita, una costanza inesausta, un rifiuto di smettere di scrivere ciò che vede e ciò che siente. La sua voce è ancora lì, nelle pagine dei suoi libri, aspettando di essere ascoltata di nuovo. E chi la ascolta scopre qualcosa che la poesia italiana, ancora oggi, ha bisogno di ricordare: che la parola più potente è quella che non ha paura di dire la verità.
Rivista L’Altrove
L’Altrove è una rivista digitale indipendente dedicata alla poesia contemporanea e alle sue molteplici declinazioni. Fondata e diretta da Daniela Leone, la rivista nasce con l’intento di offrire uno spazio critico, plurale e interdisciplinare, in cui la poesia dialoghi con il pensiero, l’arte, la memoria, il corpo e le trasformazioni del presente.
Accoglie testi poetici, interviste, recensioni e rubriche tematiche, con particolare attenzione alle scritture femminili, migranti e marginali. Crede in una poesia capace di interrogare la realtà, di attraversare i confini, di generare riflessione e consapevolezza.
L’Altrove promuove un lavoro di ricerca e di ascolto radicale, valorizzando voci emergenti e consolidate, pratiche di traduzione, contaminazioni formali e linguistiche. Attraverso gli articoli pubblicati il progetto si propone come laboratorio di lettura e di pensiero poetico aperto e accessibile.
Ogni numero è curato con attenzione, passione, nella convinzione che la poesia sia una forma di conoscenza e di presenza nel mondo.
Inediti di Valentina Casadei | L’Altrove – Appunti di poesia-
Valentina Casadei ci consegna una poesia inedita e coraggiosa. Sesto Mese affronta il territorio quasi indicibile della gravidanza interrotta, trasformando il lutto prenatale in materia poetica di straordinaria intensità. Non si tratta di versi confessionali nel senso più immediato: la poeta costruisce un’architettura lirica rigorosa, dove il dialogo impossibile con il figlio mai nato diventa strumento di indagine esistenziale.
La struttura tripartita orchestra sapientemente i registri emotivi: dalla richiesta di perdono iniziale, carica di sensi di colpa materni (“scusami per i pianti / quelli trattenuti o fragorosi”), alla rievocazione della presenza attraverso il gesto (“Ricordi il calore delle nostre mani su di te?”), fino all’accettazione paradossale del finale, dove persino i calci fetali diventano forma di comunicazione e resistenza.
Valentina Casadei, Poetessa
Il contesto di violenza domestica emerge per accenni, mai urlato ma costantemente presente: il padre “ubriaco a fare festa”, “steso dal whiskey”, “più ricco della notte”. Casadei evita ogni retorica vittimistica, costruendo invece una lucidità feroce che non risparmia nemmeno la voce narrante (“nascondevo dei chiodi / Mi pungevo”). Il corpo femminile si configura come spazio di battaglia silenziosa, dove convivono tenerezza impossibile e autodistruzione.
Notevole la gestione del ritmo: le interrogative serrate della prima sezione creano un’urgenza comunicativa che si placa nelle sezioni successive, dove il verso si distende in una meditazione più pacata. Il linguaggio corporeo, mai compiaciuto, raggiunge vertici di precisione anatomica ed emotiva. L’intuizione finale – “la tua assenza che continua a nutrire” – ribalta il paradigma del lutto in una forma di maternità fantasmatica che persiste oltre la perdita.
1.
Scusami per i pianti quelli trattenuti o fragorosi al lavoro, dietro al bancone o sola, nel cuore della notte mentre il padre ubriaco a fare festa con gli amici scusami se le implosioni sono state per te terremoti Tremavano le membrane? Scivolavi nella placenta? Hai sentito i tumulti il fiato corto il groppo in gola lo stomaco chiuso? Quelle settimane senza mangiare, avevi fame? Quelle settimane senza sonno, quando mi rigiravo nel letto, riuscivi a dormire? Quelle settimane senza sonno, quando mi rigiravo nel letto, sapevi che non era per te?
Scusami per il dolore non tuo, per il tuo destino breve Il padre al mattino steso dal whiskey ancora una volta in attesa, la madre a ingoiare rabbia come angelo muto
2.
Ricordi il calore delle nostre mani su di te? Solo la pelle sottile come muro fra i palmi e il naso abbozzato sentivi quell’amore mai pronunciato Interamente contenuto nel gesto? Sentivi la gioia, l’entusiasmo? E tutto quello che non avremmo mai potuto darti, lo sentivi? Sapevi che nascondevo dei chiodi? Mi pungevo perché tuo padre era più ricco della notte ma la notte lo ha divorato
3.
Non preoccuparti per i calci che mi davi erano carezze per me eri tu che scalciavi al posto mio nel momento in cui non ci riuscivo cresciuta nel mio silenzio nelle notti in cui restavo ferma a tenerti stretta, senza braccia a pensare alla madre che mai sarei stata al corpo che non diventa mai casa non preoccuparti per i calci che mi davi e chi l’avrebbe mai detto, che un calcio potesse lenirmi il sanguinamento come arrivederci e la tua assenza che continua a nutrire
L’AUTRICE
Valentina Casadei (1993), autrice e sceneggiatrice italiana, vive a Parigi dal 2014. Laureata in storia del cinema e diplomata in sceneggiatura alla Fémis, ha scritto e diretto due cortometraggi e sta sviluppando il suo primo lungometraggio. Le sue poesie e racconti sono apparsi su numerose riviste letterarie italiane e francesi, e ha pubblicato sei raccolte poetiche tra Italia e Francia. Collabora come lettrice, insegna sceneggiatura in una scuola di cinema, e conduce laboratori di poesia, in particolare rivolti a donne vittime di violenza.
Rivista L’Altrove
La poesia non cerca seguaci, cerca amanti. (Federico García Lorca).
L’Altrove è una rivista digitale indipendente dedicata alla poesia contemporanea e alle sue molteplici declinazioni. Fondata e diretta da Daniela Leone, la rivista nasce con l’intento di offrire uno spazio critico, plurale e interdisciplinare, in cui la poesia dialoghi con il pensiero, l’arte, la memoria, il corpo e le trasformazioni del presente.
Accoglie testi poetici, interviste, recensioni e rubriche tematiche, con particolare attenzione alle scritture femminili, migranti e marginali. Crede in una poesia capace di interrogare la realtà, di attraversare i confini, di generare riflessione e consapevolezza.
L’Altrove promuove un lavoro di ricerca e di ascolto radicale, valorizzando voci emergenti e consolidate, pratiche di traduzione, contaminazioni formali e linguistiche. Attraverso gli articoli pubblicati il progetto si propone come laboratorio di lettura e di pensiero poetico aperto e accessibile.
Ogni numero è curato con attenzione, passione, nella convinzione che la poesia sia una forma di conoscenza e di presenza nel mondo.
Questi inediti di Daniele Barni ci conducono in un territorio lirico essenziale e meditativo, in cui la parola si misura con le grandi domande dell’esistenza, cercando forme nuove per nominare l’assenza, la memoria, l’enigma dell’umano. La voce poetica si muove tra immagini nitide e suggestioni cosmiche, in un intreccio che unisce intimità e vastità, introspezione e universalità. Ne emergono silenzi che diventano sostanza, figure archetipiche di uomini e donne trasfigurate in astri, e ricordi che si muovono come onde inquiete.
Daniele Barni
La poesia di Barni si distingue per la sua capacità di fondere la concretezza dell’esperienza con un respiro filosofico e simbolico, restituendo al lettore una visione sospesa tra il lirico e il pensoso, tra il quotidiano e l’assoluto. Queste pagine confermano un autore che sa farsi interprete della fragilità e della grandezza umana con una voce personale e riconoscibile.
I SILENZI
Tanti sono i silenzi che udii. Quello negli occhi del cane morente. Quello sui palmi di mille e più addii. E del cipresso quando il vento è assente.
Il silenzio del bosco nell’eclissi. Del mare stupefatto dalle stelle. E dei tuoi baci prima che partissi, gelati dalla notte sulla pelle.
Ma mi tormenta il silenzio mai udito. Il fiore sconosciuto. Ciò che non fu vissuto. Il confine infinito.
DONNE E UOMINI
Ho conosciuto donne e uomini soli: non perché abbandonati, ma perché, come l’astro, sono poli da tutti corteggiati, che però non si lasciano accostare. Ho conosciuto donne e uomini luna, con la loro metà per sempre bruna, su cui nessuno sguardo può grattare. Ho conosciuto donne e uomini stella, che dall’orlo di notti carbonella tendono il loro fuoco agli sperduti. E ho conosciuto donne e uomini stella cadente: sono i soli che in acuti di luce sanno spegnersi. E anche stella cometa: lontanissime insegne, nel vuoto senza senso, di una meta. Ho conosciuto donne e uomini via lattea: cicatrici che si accendono attraverso la notte e non andranno via. E anche uomini e donne buconero: in mezzo al loro cuore sta lo zero di spazio e tempo, e bene e sentimento. E ho conosciuto donne e uomini terra: li ho visti: sono guerra tra fioriture e foglie arrese al vento, tra vette e abissi, zanne e agilità. Ho conosciuto tante donne e uomini, di molti non ricordo più i nomi: ma li ho tutti negli occhi, dietro a un velo di nostalgia, come stasera il cielo.
IL RICORDO
Come l’onda è il ricordo: approda alla battigia della mente e fa schiumare volti schizzare voci; e vi abbandona senza pietà relitti salsi di vite naufragate. Dentro alla sua risacca l’abisso si rimescola con i frangenti. E in aria frantumi di gabbiani. A noi che passeggiamo sulla riva basta un odore, perso nelle bore, per salpare all’ultima deriva.
L’AUTORE
Daniele Barni è nato nel 1973 e vive a Sansepolcro. Si occupa di poesia, narrativa e saggistica. Per Italic Pequod ha pubblicato, fra le altre, la raccolta poetica L’antologia (2021); per Cartman il saggio Lo sguardo della critica: i conoscitori d’arte in Italia tra XIX e XX secolo (2016); per Mimesis, collana di filosofia Jouvence, il saggio Il santo e l’eroe (2022).
L’Altrove è un Blog di poesia contemporanea italiana e straniera
L’Altrove -Chi siamo
“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”. (Federico García Lorca)
Con questo presupposto, L’Altrove intende ripercorrere insieme a voi la storia della poesia fino ai giorni nostri.
Si propone, inoltre, di restituire alla poesia quel ruolo di supremazia che ultimamente ha perso e, allo stesso tempo, di farla conoscere ad un pubblico sempre più vasto.
Troverete, infatti, qui tutto quello che riguarda la poesia: eventi, poesie scelte, appuntamenti di reading, interviste ai poeti, concorsi di poesia, uno spazio dedicato ai giovani autori e tanto altro.
Noi de L’Altrove crediamo che la poesia possa ancora portare chi legge a sperimentare nuove emozioni. Per questo ci auguriamo che possiate riscoprirvi amanti e non semplici seguaci di una così grande arte.
Giorgio Moio -Poesie dalla raccolta “Poesie sparse 2009-2023”-Rivista “L’Altrove”-
La raccolta Poesie sparse 2009-2023 di Giorgio Moio documenta un percorso poetico che attraversa quattordici anni di sperimentazione linguistica e riflessione sulla contemporaneità. Cinque componimenti emblematici restituiscono le coordinate di questa ricerca: Per i mieicinquant’anni (2009), Caos (2009), Ètempo di gridare (2019), Ad Auschwitz dionon c’era (2020) e Adesso è l’ora dellaresistenza (2023).
Giorgio Moio raccolta “Poesie sparse 2009-2023”-
Il nucleo generativo di questa poetica risiede nella sistematica decostruzione del linguaggio convenzionale attraverso deformazioni foniche, neologismi espressivistici e contaminazioni tra registri linguistici diversi. In Per i mieicinquant’anni“, l’autoritratto grottesco (“offeso / obeso / cerebroleso”) inaugura una strategia di dissacrazione che trasforma il bilancio esistenziale in performance verbale. Analoga operazione si ritrova in Caos, dove la riflessione metapoetica sulla “lingua muta” contrapposta al “caos di lingue incancrenite” definisce lo spazio residuale ma irriducibile della creazione poetica.
L’evoluzione verso una maggiore apertura tematica emerge chiaramente in È tempodi gridare, composizione bilingue che negozia la tensione tra silenzio e parola attraverso paradossi definitivi: la poesia sa “quando stare zitta” ma “adesso è tempo di gridare”. Questa dialettica si radicalizza nei testi della maturità, dove l’impegno etico-politico si salda con la sperimentazione formale senza rinunciare alla complessità espressiva.
Ad Auschwitz dio non c’era esemplifica la capacità di Moio di affrontare il trauma storico attraverso una scrittura che evita tanto la retorica commemorativa quanto l’indicibilità del dolore. La ripetizione ossessiva del verso-titolo funziona come litania laica che registra l’assenza di senso, mentre la traslazione dell’esperienza particolare in dimensione esistenziale universale (“la libertà è un concetto astrale”) conferisce al testo una portata che trascende il riferimento immediato.
La sintesi più matura di questo percorso si trova in Adesso è l’ora della resistenza, dove il continuum tra resistenza partigiana e opposizione contemporanea si realizza attraverso una struttura iterativa di matrice incantatorio-orale. L’inserimento di riferimenti alla politica italiana mediante deformazioni onomastiche satiriche (“salvigni”, “merlonix”, “berluscogno”) rivela la volontà di mantenere un ancoraggio al presente senza rinunciare alla dimensione mitopoietica del linguaggio.
La poetica di Moio si colloca nell’alveo delle sperimentazioni neoavanguardistiche, elaborando tuttavia una propria specificità attraverso l’uso sistematico della contaminazione linguistica (dialetto napoletano, neologismi, inserti stranieri) e della deformazione satirica. Se l’istanza critica risulta sempre chiaramente leggibile, l’eccesso di virtuosismo verbale rischia talvolta di prevalere sulla tensione comunicativa, mentre la moltiplicazione dei registri può produrre effetti di dispersione semantica. La sfida principale consiste nel bilanciare sperimentazione e comunicabilità, questione che l’autore affronta con consapevolezza critica e notevole inventiva espressiva, pur non sempre riuscendo a evitare gli scogli del manierismo linguistico.
Di seguito le poesie:
Per i miei cinquant’anni
oggi dovrei sentirmi addosso gli anni che passano come un offeso un obeso un cerebroleso sono arrivato alla cima con la girga lesa e che importa se la mente ancor mi sorregge anche se slurpa et alluppa incontinenza blesa ma riesco ancora a dire a qualcuno “vai a quel paese!” o se gli occhi provano ancora meraviglia vermiglia a… occhitania per una cosa bella che birifrangente mirveglia a zampillo fino a zanzibar zanzibarando come il sorriso di un bambino tra l’umidore sapore salino del sale
Caos
in questo caos di lingue incancrenite la mia lingua rimane muta martoriata d’ammassi d’inedie promesse salta come un saltimbanco blesa & inquieta s’infrange in sinuosi sussurri bigia & tigia & ligia nell’inesistente che spettacoloso affiora in mille ri-flessioni l’abbaglio non si può evitare
affonda profondo fòndafa fonprodo nello sguardo che si perde ma come l’acqua di un fiume fremito la lingua smussa sottende il pericolo frica serpentina col riso in riuso & suadente si porta in direzione di una piccola fessura ma piccola appena percettibile dalle pareti d’un bianco germinale dove il trambusto si fa poesia
È tempo di gridare
ho appena scritto una poesia / I just wrote a poem o per meglio dire una specie di poesia assonanzata una di quelle che non si scotta col sole ma non sopporta il caldo e le caldaie che non si bagna sotto la pioggia / that does not get wet in the rain non sente freddo d’inverno le basta guardare le stelle il sorriso di un bambino al luna park / the smile of a child at the amusement park il pianto di una madre per un figlio malato ma non ama la nostalgia men che mai la malinconia / less than ever melancholy parla poco e ascolta molto sa quando stare zitta / knows when to shut up ma adesso è tempo di gridare
Auschwitz dio non c’era
per la Giornata Mondiale della Memoria
Ad Auschwitz dio non c’era c’erano i miei fratelli nudi e affamati un acre fumo di uomini bruciati vivi oscurava il giorno scolorando il cielo ma giorno e notte non avevano più confini solo dai bambini si carpiva un sorriso le loro carni ora concimano la terra la libertà è un concetto astrale qualcuno dice che dio è morto non abita da queste parti ora ci vorrebbe il vento a spazzare via il dolore e la rassegnazione le ripartenze senza meta sono come un treno senza binari la neve non si scioglie per la vergogna o per solidarietà per questi uomini abbandonati come una fontana dalle fluttuazioni d’acqua come il sangue senza uno zampillo e si piange senza più lacrime stasera non si torna a casa si sta appollaiati sulle sponde dei letti come galline a contare le grida ormai sorde dimenticate tra gli orrori dell’olocausto un treno per trasportare bestie va e viene viene e va non conosce sosta trasportano uomini donne e bambini che non sono bestie ma da bestie s’incamminano verso l’inferno dei lager mentre il treno fa ritorno sbuffando rullando tra grida e lacrime di chi resta restare per non tornare più qui si odia il non saper odiare si attende un sorriso una mano tesa sullo sfondo un rumore sordo imbavaglia in bile bidonando la meraviglia: qui non si sogna
Adesso è l’ora della resistenza
adesso è l’ora della resistenza / mentre l’ordito / s’intreccia con la trama del mare / resistere per esistere / con una spruzzata di limone / vedrai che si resiste meglio / il meglio deve ancora venire / il peggio è già arrivato / nelle nostre case / nei vicoli del porto / tra la già fetida latrina / ma è lì che può nascere un fiore / di deandreana memoria / dalla latrina che lascia il mare / o dai morti dei nostri fratelli / che mai approderanno / sulla sponda dell’illusa et allusa / grassa terra dell’eldorado / ma qui a volte il mare / sa essere più aspro di un limone / i limoni di lampedusa / tra i profumi e sapori del mediterraneo / che resistono al vento / col malox all’apparire dell’indecenza / forse una mattina, oh bella ciao, ci sveglieremo e troveremo la libertà, con l’invasore che se l’è data a gambe nella notte. Oh, bella ciao, ma ora è ancora il tempo della resistenza, di raccogliere i nostri fratelli morti nella notte sotto le bombe e le fucilate, nell’atrocità di una guerra che nessuno vuole ma tutti a girar la faccia dall’altra parte resistere all’inflazione dei sentimenti / nell’ora in cui ci si prepara al massacro / tra la polvere acidula / di case abbattute / di parole strozzate in gola / che nessuno vuole ascoltare / tra le trincee sempre aperte / resisti oh bella ciao / nell’assurdità di tutte le guerre / di tutti i soprusi / tra le grida e il pianto di un bambino / resisti o bella ciao / che dopo salvigni ora c’è merlonix / a capo della ciurma di barbanera / ma vedi vedi chi si rivede / ancora berluscogno / a capo dei masnadieri schilleriani / e il resistere non è più un opzione / i derelitti trovino terre ferme / i fermenti una rinascita / senza pagare dazio al sazio / forse una mattina, oh bella ciao, ci sveglieremo e troveremo la libertà, con l’nvasore che se l’è data a gambe nella notte. Oh, bella ciao, ma ora è ancora il tempo della resistenza, di raccogliere i nostri fratelli morti nella notte sotto le bombe e le fucilate, nell’atrocità di una guerra che nessuno vuole ma tutti a girar la faccia dall’altra parte mentre l’ordito / s’intreccia con la trama del mare / e s’ingrossa come il mare d’inverno / a navigarlo basta un po’ di anice nel caffè / a volte il mare sa essere più nero del caffè / con tutta la lava putrescente / sotto la luna crescente / che da montecitorio il tevere sbologna nel tirreno / oh bella ciao c’è il brunettajetto / con la sua camicetta al nero di seppia / oddio c’è gelmini con la mini e il bikini / c’è ancora renzi con i suoi intrallazzi / a caccia di paparazzi / per la collezione di pupazzi / dellelenamariaboschi / zingaretti ormai / sembra il figlio perso di maria goretti / luigino da pomigliano / se lo sono giocato a ramino / e c’è chi viene e… chi viene non se ne va / piace a tutti vincere facile / ma chi resiste a questo gioco / si sono quasi tutti ammucchiati / nel grasso brodo di un grosso calderone / il dolce con l’amaro / l’insipido col salato / l’aglio con la cipolla / il pesce con la carne / ma chi resiste a questo gioco / dove abbiamo tutti da perdere / adesso è l’ora della resistenza / mentre l’ordito s’intreccia / ancora con la trama del mare / con una spruzzata di limone / e di anice nel caffè / ma chi resiste a questo gioco / dove abbiamo tutti da perdere /
L’AUTORE
Giorgio Moio -Poeta
Giorgio Moioè nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. È stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e diretto la rivista «Risvolti» (giorgiomoio) . Poeta e critico letterario molto attivo nella divulgazione della poesia e della letteratura (LucaniArt Magazine) , ha curato numerosi volumi collettanei e cataloghi d’arte. La sua attività si concentra sulla sperimentazione linguistica e sulla poesia verbovisuale, con particolare attenzione alle avanguardie del Novecento. È inoltre fondatore della collana “Avamposto” per le Edizioni Frequenze Poetiche, casa editrice di cui è direttore editoriale.
Rivista L’Altrove
La poesia non cerca seguaci, cerca amanti. (Federico García Lorca).
L’Altrove è una rivista digitale indipendente dedicata alla poesia contemporanea e alle sue molteplici declinazioni. Fondata e diretta da Daniela Leone, la rivista nasce con l’intento di offrire uno spazio critico, plurale e interdisciplinare, in cui la poesia dialoghi con il pensiero, l’arte, la memoria, il corpo e le trasformazioni del presente.
Accoglie testi poetici, interviste, recensioni e rubriche tematiche, con particolare attenzione alle scritture femminili, migranti e marginali. Crede in una poesia capace di interrogare la realtà, di attraversare i confini, di generare riflessione e consapevolezza.
L’Altrove promuove un lavoro di ricerca e di ascolto radicale, valorizzando voci emergenti e consolidate, pratiche di traduzione, contaminazioni formali e linguistiche. Attraverso gli articoli pubblicati il progetto si propone come laboratorio di lettura e di pensiero poetico aperto e accessibile.
Ogni numero è curato con attenzione, passione, nella convinzione che la poesia sia una forma di conoscenza e di presenza nel mondo.
Per informazioni: laltrovepoet@outlook.it
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