BERLINO-10 maggio 1933 :”L’incendio di libri nella Germania nazista”-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
BERLINO-10 maggio 1933 :”L’incendio di libri nella Germania nazista”.


LA DANIMARCA E LA RESISTENZA NONVIOLENTA AL NAZISMO: UN’ESPERIENZA DA RISCOPRIRE
La nonviolenza è un metodo di lotta che può raggiungere risultati evidenti.
Soprattutto se, invece che i morti, si contano le vite strappate al nemico.
Forse in pochi conoscono la storia di resistenza nonviolenta al nazismo della Danimarca, eppure è unica ed interessante perché mostra la potenza della nonviolenza e della resistenza passiva, anche quando l’avversario è un regime estremamente sanguinario e gode di mezzi infinitamente superiori.

Riferendosi all’esperienza danese, Hannah Arendt sosteneva che su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università, ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per insegnare a quali risultati può arrivare una lotta nonviolenta, sorretta da un buon livello di coesione sociale e di riconoscimento popolare nelle istituzioni.
L’invasione nazista
Il 9 aprile 1940 la Danimarca viene invasa dalla Germania nazista. L’esercito danese in sole sei ore capitola, il governo socialdemocratico danese resta in carica e, pur protestando contro la violazione della neutralità, acconsente a misure come la messa al bando dei comunisti e al mantenimento di relazioni economiche con la Germania, diventando un simbolo di propaganda e lasciandosi usare come «vetrina democratica» del III Reich.
Alla limitata resistenza armata si affianca una più diffusa e sempre crescente non collaborazione civile incoraggiata e sostenuta dal re Cristiano X che sin da subito si era opposto all’obbligo per gli ebrei di portare la stella di Davide, e dal governo che già nell’ottobre 1942 era riuscito ad evitare l’introduzione delle leggi antiebraiche, minacciando di dimettersi e dichiarando che ogni attacco agli ebrei danesi avrebbe costituito un attacco alla Costituzione che garantiva l’uguaglianza di tutti i cittadini.
Dopo un primo periodo, in cui il Paese diventa una sorta di protettorato tedesco, con la Germania che si impegna a non ingerire negli affari interni danesi, nell’agosto del 1943 cessa la libertà relativa concessa alle autorità locali con l’introduzione della legge marziale.
La resistenza nonviolenta
La reazione del governo fu quella di dichiarare il proprio autoscioglimento, dando in tal modo legittimazione alla resistenza. Le istituzioni collaborazioniste vengono svuotate e delegittimate, la parvenza di normalità a cui aspirano gli occupanti fallisce.
È proprio in questo momento che la risposta nonviolenta della popolazione diviene fondamentale: viene attivato tutto il tessuto associativo, vengono nascosti i ricercati e viene raccolto il denaro per organizzare la loro fuga nella vicina Svezia, li si accompagna nella notte ai luoghi di imbarco mentre i membri della resistenza si occupano di sorvegliare le strade per permettere l’esodo. A queste operazioni collaborano molte associazioni della società civile ma anche organi amministrativi, polizia e guardia costiera, arrivando a pagare con la vita e le deportazioni il proprio impegno. Grazie a questa mobilitazione più del 90% dei 7.695 ebrei danesi viene portato in salvo.
A queste opere di supporto e resistenza si affianca, così come negli altri paesi scandinavi, un rifiuto diffuso da parte di professionisti quali insegnanti, magistrati, medici e sportivi (spesso appoggiati dalle Chiese) ad iscriversi ad associazioni di mestiere e corporazioni di stampo nazista. Tanto che nella vicina Norvegia, a causa di questa scelta, non si organizzano gare sportive fino alla fine della guerra, contribuendo in tal modo ad allontanare i giovani dal regime.
Il sangue risparmiato
Se questa storia è poco conosciuta la ragione è da ricercarsi nel disinteresse diffuso, fino almeno agli anni novanta, per le lotte disarmate. Le ricerche in queGermania, sto ambito erano condotte quasi esclusivamente da studiosi dell’area nonviolenta, tra cui lo storico francese Jacques Sémelin, che alla fine degli anni ottanta elabora il concetto di resistenza civile, dando a queste pratiche estremamente eterogenee, riscontrabili anche in altri Paesi europei (Italia compresa), uno statuto teorico, chiarendone le specificità: assenza delle armi e metodi in genere nonviolenti, i cittadini come protagonisti principali, autonomia degli obiettivi diretti a contrastare lo sfruttamento e il dominio nazista sulla società.
Che senso ha quindi oggi riscoprire questi atti di ottant’anni fa? E che legame possono avere con l’oggi? L’esperienza danese insegna che la lotta nonviolenta può essere più efficacie di quella armata e che una popolazione che coopera verso un fine comune può ottenere risultati difficili da immaginare. Insegna anche, come scrive Anna Bravo, che «la seconda guerra mondiale ha ancora molto da dire, a cominciare da quel che si intende per contributo di un Paese o di un gruppo alla lotta antinazista (e a qualsiasi lotta). Oggi lo si valuta ancora in termini di morti in combattimento; sarebbe giusto, tanto più in tempi di guerre contro i civili, misurarlo anche sulla quantità di energie, di beni, soprattutto di vite strappate al nemico; sul sangue risparmiato non meno che sul sangue versato”.
Per approfondire
La Danimarca per esempio – Azione nonviolenta
La Resistenza nonviolenta in Danimarca (aadp.it)
L’ esempio dei danesi – la Repubblica.it

Articolo di Esperance H.Ripanti-Che bene fanno le parole? Sono gli anni della guerra, della Germania glorificata e vincente e in un paesino accanto alla più grande e conosciuta Monaco, Liesel sopravvive alle conseguenze di un conflitto di cui è vittima innocente. Dodici anni sono troppo pochi per vedere suo fratello morire e vivere l’abbandono di una madre che non sa come convivere col peso dell’indigenza, del dolore troppo grande e del vuoto della solitudine. Proprio per questo viene affidata a una famiglia tedesca che la adotterà nonostante la povertà collettiva di un paese scosso.
Inizia così uno dei più famosi best seller letterari degli ultimi anni, Storia di una ladra di libri. La vita di Liesel stravolta e portata dentro le mura di una casa che l’accoglie con umanità e calore nonostante la sua identità sia un pericolo per tutti e non solo per lei. Liesel è ebrea; e la sua condizione la porta a convivere con un’angoscia costante che le si riversa addosso nelle fredde notti tedesche che solo una cosa riuscirà a calmare: i libri.
Il primo trovato accanto al fratellino morente, preso per curiosità; senza sapere cosa sia – arrivando da una realtà di analfabetismo e povertà – ma con la certezza che le appartenga. E così, il suo rapporto con questi oggetti che piano piano prendono significato oltre alla forma si fa sempre più forte, più intensa; fino a diventare una vera e propria ricerca, ossessione che supera tutti i divieti e addirittura le fiamme dei roghi di un passato che così vicino a noi non lo è mai stato.
Sarà tramite la pazienza quasi commovente dei suoi genitori adottivi che Liesel imparerà a leggere, andrà a scuola, familiarizzerà col quartiere trovando amici, complici e un pizzico di serenità. Ed è proprio tramite il piacere e l’amore per la lettura, la ragazzina, troverà la via migliore per liberarsi – per il tempo di un capitolo – dalla sua storia cruda e dagli strascichi feroci che la guerra le ha lasciato addosso senza pietà.
Un racconto che ha emozionato e continua a colpire le corde più profonde dei lettori che ad ogni lettura, nuova o ripetuta, riescono ad immedesimarsi nella passione ardente che una storia, un personaggio, la descrizione di un attimo importante riescono ad accendere.
Storia di una ladra di libri è diventato best seller e anche prodotto cinematografico di successo perché è riuscito a portare su carta e sugli schermi l’esatta sensazione che Liesle prova quando si chiede con innocenza e fervore “che bene fanno le parole?”.
La risposta a una domanda semplice e la certezza che una volta finito di leggere, questo libro, possa lasciare colme e complete le risposte grandi o piccole che fanno vagare per il mondo l’umanità da anni. Un’esperienza forte, una narrazione scorrevole e potente, perché reale e perché, dopo la sua lettura è impressionante il desiderio sempre impellente di andare a salvare i libri dai roghi di questo presente cupo ma pieno di speranza.
Articolo di Esperance H.Ripanti