La dialettica dell’imperialismo e dell’antimperialismo
Articolo di Renato Caputo
Articolo di Renato Caputo-La logica dei rapporti tra paesi imperialisti è quella dei fratelli coltelli, in alcuni momenti prevale il primo aspetto, il fronte unico contro gli antimperialisti, in altri i conflitti interimperialisti. Allo stesso modo fra gli antimperialisti deve prevalere in alcuni momenti la logica internazionalista di concentrare la lotta contro l’imperialismo più aggressivo o impegnato contro paesi governati da forze che lo contrastano, in altri la necessità di dover combattere in primo luogo il proprio imperialismo, prima sul piano nazionale, poi continentale.
Un po’ come per la guerra in Ucraina, si sente spesso parlare di una politica suicida dell’Unione Europea nella trattativa sui dazi con gli Stati Uniti. Inizialmente si era provato, in modo un po’ sessista, a scaricare la colpa sull’imperizia di Ursula von der Leyen. Naturalmente non vogliamo in nessun modo rivalutare questa politicante aristocratica e militarista espressione della destra reazionaria e guerrafondaia. Ma come si è visto alla conclusione della partita sui dazi, nel secondo e conclusivo round la situazione non è affatto migliorata per l’Ue, a dimostrazione che non poteva trattarsi di un incidente di percorso imputabile a un singolo, per quanto autorevole. Anche in questo caso lo spiegare questa tragica vicenda con le tendenze masochiste dell’UE o con le porte girevoli, per cui i leader europei si venderebbero per avere un posto di rilievo nei grandi fondi di investimento statunitensi sono delle pseudo spiegazioni. Naturalmente anche in questo caso hanno certamente un fondo di verità, ma sarebbe da complottisti fare di questa parte di verità il tutto.
Pure in tal caso, come già riguardo alle posizioni prese sul vertice in Alaska, è evidente che un po’ tutti (o quasi) i leader dell’Unione Europea temono una nuova Jalta, cioè che le due superpotenze mondiali si spartiscano il mondo in aree di influenza, tagliando fuori l’Ue. In effetti, il summit non aveva tanto o solo e nemmeno principalmente lo scopo di individuare una exit strategy per consentire agli Stati uniti sotto la presidenza Trump di non emergere come i principali sconfitti della guerra della Nato alla Russia per interposta Ucraina. Si è trattato di una logica monopolistica, per cui due dei paesi più importanti per la produzione di materie prime strategiche alimentari ed energetiche, hanno preso atto che un accordo che gli consentirebbe di fatto di fare cartello sia più utile a entrambe del precedente tentativo di resuscitare fuori tempo massimo la guerra fredda. Naturalmente questo potenziale accordo fra grandi produttori rischia di tagliare fuori i due maggiori consumatori, nonché alleati traditi: Ue e Repubblica popolare cinese. Ma mentre quest’ultima è stata in grado di tenere testa all’offensiva statunitense gettando sul piatto della bilancia le terre rare, di cui è decisamente il massimo produttore mondiale, l’Ue sembra aver accettato di acquistare il gas statunitense con un assegno in bianco. In effetti, l’Ue si è impegnata a spendere miliardi per acquistare il gas statunitense a prescindere dal prezzo, proprio nel momento in cui gli Usa si riavvicinano alla Russia per rideterminarlo a proprio vantaggio.
Per chi ragiona in senso intellettualistico, economicista, si tratta di una mossa decisamente masochista. A stupire negativamente è che tale interpretazione sia fatta propria da diversi analisti che in un modo o nell’altro pretenderebbero di rifarsi a Marx o al marxismo. In effetti l’economicismo non solo tradisce l’intento marxiano della critica dell’economia politica, ma pretende, esattamente come gli apologeti del capitalismo, di separare l’economia dalla politica. In tal modo si rinuncia anche al concetto fondamentale e indispensabile per comprendere criticamente l’attuale economia politica, cioè il concetto di imperialismo.
Quest’ultimo non può essere considerato una categoria puramente economica, in quanto presuppone necessariamente un sostrato politico-militare, ossia la capacità di difendere i capitali sovraprodotti in patria e, perciò, investiti all’estero.
Ora come dimostra in modo lampante l’imbarazzo in cui si trova l’Ue, quest’ultima rischia di apparire un generale senza esercito, in quanto non appare in grado in nessun modo di tenere testa da sola alla Russia sul piano politico-militare e, di conseguenza, economico.
Anche i capitali esportati dall’Ue all’estero senza l’aiuto statunitense sono decisamente più a rischio, senza contare che l’alleanza militare con gli Usa garantiva contro l’ipotesi stessa di una rivoluzione, dal momento che la determinatezza e la potenza militare statunitense appariva capace di stroncarla appena concepita.
Del resto la questione fondamentale del comando sulla forza lavoro acquistata, a partire dalla questione decisiva dell’orario e dei ritmi di lavoro, dipende fondamentalmente dai rapporti di forza fra le classi anche a livello internazionale. In questo caso un occidente diviso e privato del supporto della santa alleanza con gli Stati uniti, comporta una ridefinizione meno vantaggiosa dei rapporti di forza non solo verso i paesi sfruttati dall’imperialismo, ma anche verso le classi subalterne nel proprio paese.
Il fatto che l’Unione europea si lascia bullizzare da Trump dipende dal fatto che ha assolutamente bisogno dell’imperialismo guerrafondaio statunitense per poter svolgere la propria funzione imperialista sul piano internazionale e mantenere sotto botta i subalterni nella politica interna.
Siamo alla solita logica per cui la ricca borghesia, in questo caso dell’Unione europea, ha paura a ragione dei diseredati sia sul piano internazionale che nazionale, anche perché sa che non hanno nulla da perdere, nel ribellarsi, che le proprie catene, mentre lei rischia di perdere gli enormi privilegi di cui gode grazie allo sfruttamento e all’oppressione dei subalterni. Perciò delega le funzioni di polizia e di repressione dei subalterni a professionisti della violenza o legalizzata, i militari, o illegale, dagli squadristi agli squadroni della morte. La differenza non è poi così significativa, perché l’esercito per fare il lavoro sporco per la classe dominante non può farsi imbrigliare dalla legge e, quindi, tende a sviluppare vieppiù azioni illegali. Al contrario squadristi e squadroni della morte debbono essere progressivamente integrati negli apparati repressivi regolari dello Stato. Anche perché non si può mettere in discussione, per quanto per scopi reazionari, troppo a lungo il monopolio della violenza legalizzata dello Stato.
La questione è che tanto l’esercito quanto squadristi e squadroni della morte – quando comprenderanno quanto la classe dominante ha bisogno di loro e quanto il non prendere il potere sia rischioso dopo un uso così ampio e spudorato della violenza extralegale – tenderanno a prendere direttamente nelle loro mani il potere. Così la classe dominante finisce per divenire in qualche modo ostaggio delle forze del terrore bianco che ha suscitato, ma di cui ha finito per perdere il controllo.
Gli Stati uniti dimostrano ancora una volta la loro notevole capacità di rovesciare le alleanze repentinamente nel momento in cui gli appare utile. Tale virtù camaleontica che caratterizza un po’ tutta la storia degli Usa raggiunge un proprio apice con il governo repubblicano di destra radicale di Trump, che non ha nessun bisogno di mascherare ideologicamente la propria politica imperialista, come aveva fatto il governo democratico di Biden.
Al contrario l’Unione europea neanche in questa situazione pone in atto una ritorsione adeguata, cioè nel momento in cui gli Usa sconvolgendo le precedenti alleanze trovano un accordo con i Russi, di fatto contrario agli interessi dell’Ue e della Cina, i rappresentanti dell’Europa centro-occidentale portano avanti una politica, di fatto, sinofoba.
Come è noto, ma non perciò conosciuto, i rapporti fra potenze imperialiste seguono la logica dei fratelli coltelli. Sono fratelli nel combattere socialismo, antimperialismo, anticolonialismo etc., ma sono al contempo in una acerrima concorrenza che può trascendere in una lotta per la vita e per la morte nel momento in cui i paesi in crisi di sovrapproduzione si sono già spartiti il mondo in aree di influenza imperialista.
Se la logica dei fratelli coltelli è la regola, il modo di applicarla dipende dalla libera scelta politica di ogni paese. Ora, come è evidente, mentre il governo statunitense ha l’attitudine di fomentare i contrasti interimperialisti, ogni volta che gli pare utile, l’Unione europea preferisce, in questa fase, la politica del fronte unico imperialista contro chiunque osi resistergli sul piano internazionale.
Purtroppo diversi analisti di geopolitica, anche di sinistra radicale, non riescono a tenere fermo il concetto dei fratelli nemici e sviluppano delle interpretazioni e, di conseguenza, delle mosse politiche completamente schiacciate sulle apparenze empiriche. Così nei momenti in cui prevale la politica imperialista degli Stati uniti e alcuni paesi dell’Unione europea si rifiutano di seguirla, ecco giungere alla conclusione che esisterebbe un unico superimperialismo o impero, di contro al quale anche paesi in realtà decisamente imperialisti diverrebbero dei preziosi alleati. Mentre quando prevale l’accordo in funzione antimperialista ecco di nuovo la teoria del superimperialismo in questo caso occidentale a trazione statunitense. In ogni caso si evita, in modo inconsapevolmente opportunista, di denunciare le politiche imperialiste, in primo luogo, del proprio paese e, in secondo luogo, dell’Unione europea di cui l’Italia è parte.
Si badi bene di volta in volta può tornare utile individuare quale potenza imperialista è più pericolosa dal punto di vista internazionale, sino a trovare dei possibili accordi persino con le forze imperialiste che in quel momento, per i propri interessi, frenano le politiche più scopertamente guerrafondaie. Il punto è però quello di avere ben chiaro che fino a che ci sarà l’imperialismo ci saranno sempre, aperti o latenti, conflitti interimperialisti che l’internazionale degli oppressi dovrebbe poter sfruttare a proprio vantaggio. Questo è il compito dell’internazionale, che anche quando non esiste nella realtà deve sempre rimanere nell’ideale di ogni comunista, anche se sempre dialetticamente connessa con il compito, talvolta addirittura opposto, di contrastare in primo luogo il proprio imperialismo, in quanto la lotta di classe e la politica rivoluzionaria va declinata, in primis, sul piano nazionale.
Articolo di Renato Caputo-Fonte Associazione Città Futura-Roma
Nel 1853 Marx affermò che «il governo di coalizione (‘tecnico’) rappresenta l’impotenza del potere politico». I governi non adottano più gli indirizzi economici, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi
In pochi sanno che, tra i numerosi temi ai quali dedicò il suo interesse, Marx si occupò anche della critica dei cosiddetti «governi tecnici». In qualità di giornalista del New-York Tribune, uno dei quotidiani più diffusi del suo tempo, Marx osservò gli avvenimenti politico-istituzionali che portarono alla nascita di uno dei primi casi di «governo tecnico» della storia: il gabinetto di lord Aberdeen, il primo ministro che rimase alla guida dell’Inghilterra dal dicembre 1852 al gennaio 1855.
In un articolo del 1853, intitolato Un governo decrepito. Prospettive del ministero di coalizione, Marx irrise la pretesa del Times di rappresentare come «tecnici» gli esponenti del potere dominante che avevano un’agenda eminentemente politica. Ciò che il Times considerava un modello moderno e avvincente costituiva per lui una farsa. Quando il giornale di Londra annunciò un «ministero composto da uomini nuovi», Marx dichiarò che «il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori ottuagenari».
Accanto al giudizio sulle persone, c’era quello, ben più importante, sulle loro idee politiche. Marx si chiese: «Ci viene promessa la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi la scomparsa dei partiti stessi. Che cosa vuol dire il Times?». Negli ultimi anni, questa domanda è ritornata di attualità.
La separazione tra «economico» e «politico», che differenzia il capitalismo dai modi di produzione che lo hanno preceduto, pare avere raggiunto il culmine. L’economia non solo domina la politica, dettandole agenda e decisioni, ma è oramai posta al di fuori delle sue competenze e del controllo democratico, al punto che il cambio dei governi non modifica più gli indirizzi di politica economica e sociale. Essi devono essere immutabili.
Negli ultimi trent’anni si è proceduto a trasferire il potere decisionale dalla sfera politica a quella economica. Possibili decisioni politiche sono state trasformate in incontestabili imperativi economici, che sotto la maschera ideologica dell’apoliticità nascondevano, al contrario, un impianto eminentemente politico e dal contenuto reazionario. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio di potere dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue oligarchie, costituiscono gravi impedimenti democratici del nostro tempo. I rating di Standard & Poor’s, gli indici di Wall Street – questi enormi feticci della società contemporanea – valgono più della volontà popolare. Nel migliore dei casi, il potere politico può intervenire nell’economia (talvolta le classi dominanti ne hanno bisogno per mitigare le distruzioni prodotte dall’anarchia del capitalismo e dalle sue violente crisi), ma senza mai poterne ridiscutere le regole e le scelte di fondo.
Eminente rappresentante di questa politica è stato l’ex presidente del consiglio italiano Mario Draghi, per 17 mesi alla guida di un’amplissima coalizione comprendente il Partito democratico, Forza italia, il Movimento 5 stelle e la Lega nord. Dietro l’impostura del termine «governo tecnico» – o, come si usa dire del «governo dei migliori» o «governo di tutti i talenti» – si cela la sospensione della politica. Nell’articolo del 1853 Operazioni del governo, Marx affermò che «il governo di coalizione (‘tecnico’) rappresenta l’impotenza del potere politico». I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi.
Negli ultimi anni, in Europa si è ripetuto il mantra neoliberista secondo cui, per «ristabilire la fiducia» dei mercati occorreva procedere spediti sulla strada delle «riforme strutturali» (espressione divenuta sinonimo di scempio sociale), ovvero: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici circa le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. I nuovi «governi tecnici», con a capo gli uomini cresciuti nelle stanze di alcune delle istituzioni economiche maggiormente responsabili della crisi economica, hanno amministrato il potere compiendo queste scelte. Ovviamente, con la pretesa di farlo per il «bene del paese» e per il «futuro delle prossime generazioni». Al muro ogni voce fuori dal coro.
Oggi Draghi non è più il presidente del consiglio, la sua maggioranza è implosa e ci saranno elezioni anticipate il 25 di settembre. Se la sinistra non vuole scomparire deve avere il coraggio di proporre le necessarie risposte radicali per uscire dalla crisi. Gli ultimi che possono portare avanti un’agenda politica ecologica e di trasformazione sociale sono i «tecnici» – in realtà molto politici – come il banchiere Draghi. Goodbye Mario. Non sentiremo la tua mancanza.
*Marcello Musto è Professore di Sociologia alla York University (Toronto – Canada) ed è un esperto del pensiero socialista e della storia del movimento operaio. I suoi scritti – disponibili su www.marcellomusto.org – sono stati pubblicati in venticinque lingue
Descrizione -Prefazione-Quando incontrai per la prima volta Zygmunt Bauman a casa sua, la cosa che mi colpì soprattutto fu lo stridente contrasto fra la persona che mi trovai davanti e la sua opera. Il più autorevole sociologo d’Europa, che in ogni riga dei suoi scritti lascia trasparire l’irritazione per le situazioni di vita e le società esistenti, incantava col suo spirito arguto, col suo charme disarmante e con la sua contagiosa gioia di vivere.
Dopo aver lasciato per raggiunti limiti di età la cattedra all’Università di Leeds nel 1990, Zygmunt Bauman pubblicò in successione un libro dopo l’altro, a una velocità davvero prodigiosa, su un ampio ventaglio di argomenti che andavano dalla vita intima alla globalizzazione, dalla tv dei reality all’Olocausto, dal consumismo al cyberspazio. Letto in tutti i continenti, lo studioso indicato come «capo dei nemici della globalizzazione», «guida del movimento Occupy» e «profeta del postmoderno», ha rappresentato un fenomeno straordinario nel mondo delle scienze dello spirito. Animato dalla curiosità insaziabile di un uomo del Rinascimento, egli ignorò la frammentazione del sapere in specializzazioni nettamente definite e accanitamente difese. Nelle sue riflessioni, il politico e il personale non sono separati; i motivi per cui stiamo disimparando ad amare o per cui non ce la caviamo agevolmente con i giudizi morali, sono questioni che Zygmunt Bauman scandaglia con pari profondità tanto nei loro aspetti sociali quanto in quelli individuali. I suoi risultati non sono affatto tranquillizzanti come non lo è l’ammonimento che lo sterminio di massa attuato con metodo industriale non è una barbarie relegata in un passato che non può tornare.
Fu la visione epica del mondo che mi affascinò, quando cominciai a leggere i suoi libri. Quello che Zygmunt Bauman scrive non lascia mai indifferenti, anche se il lettore non concorda con lui su questo o quel punto o addirittura dissente del tutto con la sua visione. Chi si confronta con la sua opera, è indotto a vedere il mondo e sé stesso in maniera diversa da prima. Per lui, questo appunto era il suo compito: di rendere non familiare ciò che è familiare, e familiare ciò che è non familiare; che è poi, secondo Bauman, il compito della sociologia in generale.
E questo lo può fare solo chi si preoccupa di avere davanti agli occhi tutto l’uomo, di guardare al di là della propria specializzazione, ha conoscenza di filosofia e psicologia, di antropologia e storia, di arte e letteratura. Zygmunt Bauman non è uomo dei dettagli minuti, delle analisi e inchieste statistiche, delle cifre, dei nudi dati e dei sondaggi. Egli dipinge con pennellate larghe su ampia tela, propone asserzioni, lancia tesi nel dibattito e provoca discussioni. Nella famosa distinzione stabilita da Isaiah Berlin ispirata a un antico detto del poeta greco Archiloco tra due categorie di pensatori e scrittori – «La volpe sa molte cose, ma il riccio sa una grande cosa» –, Zygmunt Bauman è insieme riccio e volpe. Egli ha coniato l’espressione «modernità liquida», che con una rapidità finora sconosciuta muta tutti i rapporti di vita – amore, amicizia, lavoro, libertà, famiglia, comunità, società, religione, politica e potere. «La mia vita», dichiarò una volta, «consiste nel riciclare l’informazione». È una dichiarazione che suona modesta, non appena ci si rende conto di quale portata siano le trasformazioni in gioco.
In un tempo di paura e incertezza, in cui tanti si lasciano abbagliare dalla panacea del populismo, l’analisi critica dei problemi e delle contraddizioni della nostra società e del mondo è più che mai necessaria. È il presupposto perché si possa pensare ad alternative, anche se magari al momento sono fuori della nostra portata. Nonostante tutte le speranze deluse, Zygmunt Bauman, da buon comunista, non ha mai rinunciato a credere nella possibilità di una società migliore. Il suo interesse era concentrato non sui vincitori ma sui perdenti, sugli sradicati e su quelli spogliati di diritti, sul numero crescente di sottoprivilegiati, di cui fanno parte ormai non più solo povere persone di colore di terre lontane, ma anche molti lavoratori occidentali. La paura di vedersi sfuggire da sotto i piedi il terreno, che nei prosperi anni del dopoguerra appariva di solida roccia, è oggi un fenomeno di massa a raggio mondiale: nemmeno il ceto medio ne è risparmiato. In un clima che richiede di fare i conti con la realtà e di accettare questo mondo come il migliore dei mondi possibili nel senso di Leibniz, Bauman difende l’utopia. Non come manuale per la costruzione di un castello in aria del futuro, ma come stimolo al miglioramento delle condizioni in cui viviamo qui e ora.
Zygmunt Bauman mi ricevette per quattro lunghe conversazioni sull’opera complessiva della sua vita nella casa di Leeds, in Inghilterra. Un piccolo giardino incantato davanti all’edificio, con sedili sovrastati dal muschio e il tavolo ingoiato dagli arbusti, separa l’abitazione da una strada molto trafficata, quasi a indicare plasticamente che solo il contrasto mette nel giusto risalto le cose. Fisico asciutto, alto, coi suoi novant’anni Bauman era vivacissimo e lucidissimo; con ampi movimenti delle mani disegnava nell’aria le sue considerazioni, come se dirigesse un’orchestra, o picchiava col pugno sul bracciolo della poltrona, per dare forza a una affermazione. Quando ogni tanto parlava della morte vicina, lo faceva con la serenità di uno che, soldato nella Seconda guerra mondiale, ebreo polacco profugo in Unione Sovietica e vittima della «pulizia etnica» antisemitica della Polonia nel 1968, ha sperimentato sulla propria carne il lato oscuro della «modernità liquida», di cui è diventato il teorico.
Il tavolino era sempre ingombro di vassoi con croissant e fette biscottate, pasticcini e dolcetti alla frutta, tartine e crema di scampi, accompagnati da bevande calde e fredde e succhi di frutta come il «kompot» polacco, e il padrone di casa conduceva il suo ospite lungo il percorso dei suoi pensieri, senza dimenticare di sollecitarlo ripetutamente a servirsi e assaggiare un po’ di tutte quelle prelibatezze che aveva preparato.
Bauman parlò della vita, dei tentativi di costruirla continuamente frustrati dal destino, e dello sforzo di rimanere ciononostante un uomo che può guardarsi negli occhi. Alla fine delle nostre conversazioni, a mo’ di congedo, tenendo strette le mie mani nelle sue, mi disse che mi augurava di vivere a lungo come lui, ma che comunque ogni età, pur con tutte le difficoltà, ha i suoi lati belli.
Zygmunt Bauman è morto il 9 gennaio di quest’anno nella sua casa di Leeds.
Questi ultimi colloqui che io ho avuto con lui vogliono essere un invito alle lettrici e ai lettori, a proseguirli dove e con chi meglio credono.
gennaio 2017
Peter Haffner
Zygmunt Bauman
Amore e sesso
Scelta del partner: perché stiamo disimparando ad amare
Peter Haffner Cominciamo con la cosa più importante: l’amore. Lei afferma che stiamo disimparando ad amare. Come è arrivato a questa conclusione?
Zygmunt Bauman Dopo la tendenza a fare shopping su internet, è venuta subito la tendenza a cercarvi un partner. Anche io personalmente non amo girare per negozi, e compro la maggior parte delle cose online – libri, film, vestiti. Se vuoi una giacca nuova, ecco il sito del commercio online che ti propone un catalogo. Se cerchi un partner, ecco ugualmente il sito di incontri online che ti offre un catalogo. Il modello dei rapporti fra clienti e merci diventa il modello delle relazioni fra gli uomini.
P.H. Che differenza c’è rispetto a prima, quando uno conosceva la propria futura compagna di vita a una festa del villaggio o a un ballo in città? Non si facevano anche in quel caso delle scelte secondo le proprie preferenze?
Z.B. Per le persone timide, internet può essere di certo un aiuto. Qui infatti non sono costrette a doversi fare forza per trovare il coraggio di rivolgere la parola a una ragazza, non hanno timore di arrossire. Sono agevolate nell’allacciare un legame, non si sentono troppo bloccate. Certo, nei siti di incontri c’è da fare lo sforzo di indicare le qualità del partner che corrispondono ai propri desideri e alle proprie aspettative. Lo si sceglie per colore dei capelli e della pelle, per statura, aspetto, dimensioni del seno, età, interessi e hobby, propensioni e avversioni. Dietro tutto questo c’è l’idea che si possa comporre l’oggetto d’amore come un puzzle con un certo numero di qualità fisiche e sociali misurabili. Così si perde di vista l’elemento essenziale: la persona umana.
P.H. Ma anche quando uno si costruisce a questa maniera il tipo corrispondente alle proprie fantasie, le cose cambiano non appena incontra la persona in carne e ossa. Che è sempre molto più della somma di quei tratti esteriori.
Z.B. Il pericolo è che in questo modo il modello dei rapporti assuma i connotati della relazione con un oggetto d’uso. A una sedia non si giura fedeltà. Perché mai dovrei giurare che siederò su questa sedia fino alla morte? Quando non mi piace più, ne compro un’altra nuova. Non si tratta di un processo cosciente, ma diventa la modalità in cui impariamo a vedere il mondo e gli uomini. Che succede quando incontriamo qualcuno che ci colpisce e attrae? È come con la bambola Barbie. Arriva sul mercato una nuova versione, e cambiamo la vecchia con la nuova.
P.H. Intende dire che ci si separa in maniera precipitosa?
Z.B. Intraprendiamo una relazione perché ci ripromettiamo una soddisfazione. Se ho l’impressione che un altro partner può darmi di più, tronco la relazione in corso e ne avvio una nuova. Per far nascere una relazione, serve l’accordo di due persone. Per spezzarla, basta una sola. Il che significa che i due partner vivono nella paura costante di essere lasciati. Di essere buttati via come una giacca passata di moda.
P.H. Ma questo è nella natura di ogni accordo.
Z.B. Certo, ma in passato era difficile spezzare un legame, anche quando non dava più soddisfazione. La separazione era complicata, era l’alternativa a un matrimonio – diciamo così – inesistente. Si soffriva, ma si rimaneva insieme.
P.H. E allora la libertà di potersi lasciare è peggio della costrizione a vivere insieme in uno stato di infelicità?
Z.B. Si guadagna qualcosa, ma si perde anche qualcosa. Uno è più libero, ma purtroppo deve subire il fatto che anche il partner è più libero. E questo porta a una vita in cui le relazioni e le unioni vengono formate secondo il modello del leasing. Chi può sciogliersi dai legami, lo farà subito senza fare alcuno sforzo per mantenerli. Le persone contano solo fin tanto che producono soddisfazione. Dietro di questo c’è la convinzione che i legami duraturi siano in contrasto con la ricerca della felicità.
P.H. E sarebbe un errore, come Lei scrive in Amore liquido, il Suo libro sull’amicizia e i legami affettivi.
Z.B. È il problema dell’amore liquido. In tempi turbolenti ognuno ha bisogno di amici e partner che non lo abbandonino. Che siano presenti nel momento del bisogno. I 16 miliardi di dollari nelle casse di Facebook non fanno che capitalizzare questa esigenza di non essere soli. D’altronde, tutti sentiamo l’urgenza di affidarci a qualcuno e di legarci. Temiamo di perdere qualcosa. Cerchiamo un porto sicuro, ma allo stesso tempo vogliamo avere le mani libere.
P.H. Lei è stato sposato con Janina Lewinson, deceduta nel 2009, per 61 anni. Dal momento del vostro primo incontro – scrive Sua moglie nelle sue memorie Un sogno di appartenenza – Lei non si staccò mai dal suo fianco. Ogni volta che la chiamava al telefono, «guarda caso!», Lei aveva un impegno che La portava proprio là dove Sua moglie voleva andare. E quando Janina Le comunicò che era incinta, Lei si mise a ballare per strada e la baciò, nonostante fosse in uniforme da capitano dell’esercito polacco, cosa che fece scalpore. Ancora decenni dopo il matrimonio, scrive Janina, Lei continuava a mandarle lettere d’amore. In che consiste il vero amore?
Z.B. Quando incontrai Janina, capii subito che non avevo bisogno di cercare ancora. Fu amore a prima vista. Nel giro di nove giorni le feci la proposta di matrimonio. Il vero amore è quel piacere – difficile da capire, ma travolgente – dell’«io e tu», dell’esserci l’uno-per-l’altro, del diventare uno. Il godimento che trovo in qualcosa che non è importante solo per me. Essere usato o diventare addirittura insostituibile è un sentimento che dà felicità! Arrivarci non è facile. Diventa irraggiungibile se uno continua a rimanere nella solitudine dell’egoista, interessato solo a sé stesso.
P.H. L’amore, dunque, impone un sacrificio.
Z.B. Se l’essenza dell’amore sta nell’attitudine a prendersi cura dell’oggetto d’amore in tutto e per tutto, vuol dire che colui che ama deve essere pronto a mettere in secondo piano la preoccupazione per sé stesso rispetto a quella per la persona amata. Dev’essere disposto a trattare la propria felicità come secondaria, come un effetto collaterale della felicità della persona amata. Per essa, colui che ama – per dirla col poeta greco Luciano – «ipoteca il suo destino». In una relazione d’amore, altruismo ed egoismo non sono, come si pensa di solito, in antinomia inconciliabile. Si legano, invece, si mescolano tanto che alla fine non si possono più distinguere fra loro o essere separati.
P.H. L’americana Colette Dowling ha chiamato la paura delle donne davanti all’indipendenza «complesso di Cenerentola». La voglia di sicurezza, di calore e di sentirsi accudita è un’«emozione pericolosa», afferma Dowling e ammonisce le donne a non rubarsi da sole la loro libertà. Che cosa non la convince in questo ammonimento?
Z.B. Dowling metteva in guardia dalla spinta a preoccuparsi degli altri col rischio di perdere la possibilità di balzare a piacimento su un nuovo carro. È tipico delle utopie private di ragazzi e ragazze dell’età consumistica rivendicare per sé enormi spazi di libertà. Si ritengono l’ombelico del mondo e pensano di poter giocare sempre da solisti. E non ne hanno mai abbastanza.
P.H. La Svizzera, in cui sono cresciuto, non era una democrazia. Fino al 1971 le donne, cioè la metà della popolazione, non avevano il diritto di voto. A tutt’oggi continua a non esserci uguaglianza retributiva a parità di lavoro, e ai livelli dirigenziali delle imprese le donne sono sottorappresentate. Non hanno dunque le donne tutti i motivi per affrancarsi dalle dipendenze?
Z.B. La parità negli ambiti citati è importante. Ma nel femminismo vanno distinte due correnti. Una, è quella che vuole rendere le donne indistinguibili dagli uomini. E così le donne vogliono essere arruolate nell’esercito e partecipare alle guerre, e si domandano: perché non ci è permesso di uccidere persone, come è consentito fare agli uomini? L’altra corrente mira a rendere il mondo più femminile. La vita militare, la politica, tutti gli organismi istituzionali che sono stati creati, sono stati fatti da uomini per uomini. Se molte cose oggi vanno male, è conseguenza di questo fatto. Uguali diritti, certo. Ma è proprio necessario che le donne seguano anche valori che sono stati creati da uomini?
P.H. In una democrazia, non si dovrebbe forse lasciare questa decisione alle stesse donne?
Z.B. In ogni caso, non credo proprio di potermi aspettare che il mondo migliori di molto, se le donne ricalcano pari pari quello che hanno fatto e fanno tuttora gli uomini.
P.H. Nei primi anni del Suo matrimonio Lei fu un casalingo ante litteram. Cucinava, accudiva i due figli piccoli, mentre Sua moglie lavorava in ufficio. Era piuttosto insolito per la Polonia di allora, non è vero?
Z.B. Non era tanto insolito, anche se la Polonia era di stampo conservatore. Sotto questo aspetto i comunisti erano rivoluzionari, nel senso che consideravano uomini e donne come lavoratori senza distinzione. La novità nella Polonia comunista fu che erano moltissime le donne che andavano in fabbrica o in ufficio. Per portare avanti una famiglia c’era bisogno all’epoca di due salari.
P.H. Ciò ebbe come conseguenza un cambiamento della posizione della donna e quindi un cambiamento nel rapporto fra i sessi.
Z.B. Fu un fenomeno interessante. Le donne cominciarono a guardare a sé stesse come fattore economico. Nella vecchia Polonia il marito era l’unico ad assicurare il sostentamento, responsabile dell’intera famiglia. Ma in realtà il contributo delle donne all’economia era enorme. Le donne svolgevano tutta una serie di lavori, che però non venivano considerati e non erano valutati in termini economici di mercato. Un esempio: quando in Polonia fu aperta la prima lavanderia pubblica, divenne possibile portarvi la propria biancheria sporca per farla lavare, cosa che ovviamente significava un enorme risparmio di tempo. Mi ricordo che mia madre passava due giorni a settimana per lavare, asciugare e stirare la biancheria per la famiglia. Ma le donne erano restie a fare uso della nuova possibilità. I giornalisti si chiedevano perché, e dicevano alle donne che far lavare la biancheria costava loro molto meno che lavarla personalmente. «Non è possibile!?», gridavano le donne, e facevano i conti davanti ai giornalisti: i costi dei detersivi, del sapone e del combustibile per la stufa per far bollire l’acqua sommati insieme erano inferiori a quanto pagavano per far lavare la biancheria dalla lavatrice della lavanderia. Non mettevano minimamente in conto il loro lavoro. Non veniva loro in mente che esso pure ha un prezzo.
Zygmunt Bauman
P.H. In Occidente le cose non andavano diversamente.
Z.B. Ci vollero parecchi anni perché la società si abituasse al dato di realtà che anche le prestazioni delle donne nelle attività casalinghe hanno l’etichetta con un prezzo. Ma dal momento in cui questo fatto entrò nella coscienza, ben presto in Polonia diventarono pochissime le famiglie con donne casalinghe tradizionali.
P.H. Nelle sue memorie Janina scrive che Lei si occupò di tutto quando, dopo la nascita delle due gemelline, lei fu colpita da febbre puerperale. Si alzava di notte, quando le due bambine Lydia e Irena strillavano, dava loro le poppate, cambiava le fasce, che poi lavava al mattino nella vasca da bagno e appendeva ad asciugare dietro la stufa. Portava Anna, la primogenita, all’asilo, andava a riprenderla e faceva la fila pazientemente davanti ai negozi per fare le compere. Tutto ciò, mentre al contempo svolgeva tutti i Suoi compiti di docente, seguiva i Suoi studenti, scriveva la Sua tesi di dottorato, e partecipava agli incontri politici. Come è riuscito a star dietro a tutti questi impegni?
Z.B. Com’era consuetudine nella vita accademica dell’epoca, avevo ampia possibilità di organizzarmi da solo il mio tempo. Andavo all’università, quando dovevo tenere un seminario o una lezione. A parte questo, ero totalmente libero. Potevo rimanere nella mia stanza, andarmene a casa, a passeggiare, a ballare o a fare quel che volevo. Janina invece lavorava in un ufficio. Doveva valutare copioni, fare traduzioni e redazioni presso la società cinematografica statale polacca. Era tenuta a timbrare il cartellino, ed era quindi necessario che io rimanessi a badare ai bambini e a fare le faccende domestiche, quando lei era in ufficio o ammalata. Era una cosa ovvia… Non ci furono conflitti di sorta.
P.H. Janina e Lei siete cresciuti in contesti differenti. Janina proveniva dalla famiglia benestante di un medico, mentre in quella che era la Sua famiglia, quella in cui è nato, il denaro era sempre scarso. Probabilmente Janina non era preparata a fare la donna di casa, a cucinare, fare le pulizie, sbrigare tutte le faccende alle quali nella casa dei genitori provvedevano dei collaboratori familiari.
Z.B. Io sono cresciuto in cucina: cucinare per me era una attività normale. Janina pure cucinava, ma solo quando era necessario. Lei cucinava secondo le ricette, tenendo un libro di cucina davanti agli occhi, una cosa terribilmente noiosa. Per questo non le piaceva nemmeno, farlo. Io invece avevo osservato giorno dopo giorno mia madre, in che modo faceva miracoli ai fornelli, creava manicaretti con niente. Non avevamo molto denaro, ma lei, partendo da prodotti alimentari molto scadenti, riusciva a preparare piatti gustosi. Così ho assorbito l’abilità in cucina in modo naturale. Non è un talento, e non mi è stato nemmeno insegnato. Semplicemente avevo osservato come si facevano le cose.
P.H. Janina diceva di Lei che era una perfetta «madre ebrea». Ancor oggi Lei ama cucinare, anche se non dovrebbe più mettersi ai fornelli.
Z.B. Mi piace farlo, perché la cucina è creatività. Mi sono reso conto che quello che si fa in cucina assomiglia molto a quello che si fa davanti al computer, quando si scrive: si crea qualcosa. È un lavoro creativo, interessante, nient’affatto noioso. D’altronde: una buona coppia non è la combinazione di due persone identiche. Una buona coppia è quella in cui i due partner si completano a vicenda. Quello che manca a uno, ce l’ha l’altro. Janina e io eravamo così. Lei non amava cucinare, io sì, e così ci completavamo reciprocamente.
Esperienza e memoria
Destino: come facciamo la storia, da cui siamo fatti
Peter Haffner Lei aderì al Partito del Lavoro polacco PPK, il partito comunista della Polonia, nel 1946, un anno prima di Leszek Koakowski, il filosofo deceduto nel 2009, che una volta espatriato si era dedicato alla ricerca presso l’All Souls College di Oxford. Lei uscì dal partito nel 1968, lui ne era stato espulso due anni prima. A differenza di Lei, Koakowski fu in seguito un dichiarato antimarxista.
Zygmunt Bauman Koakowski e io non abbiamo concordato fra noi la nostra adesione al partito comunista. All’epoca, non sapevamo nulla l’uno dell’altro, non ci conoscevamo. Quando, in seguito, cercammo di richiamare alla memoria retrospettivamente i nostri sentimenti di allora, prima in Polonia poi in esilio e infine dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, ci trovammo d’accordo su un punto: entrambi avevamo creduto che il programma dei comunisti polacchi del 1944-45 fosse l’unico in grado di tenere viva la speranza di far uscire il nostro paese dall’arretratezza d’anteguerra e dalla devastazione della guerra. L’unico programma che potesse portare la nazione fuori dalla distruzione morale, dall’analfabetismo, dalla povertà e dall’ingiustizia sociale. I comunisti volevano distribuire la terra ai contadini impoveriti, volevano migliorare le condizioni di vita dei lavoratori nelle fabbriche, nazionalizzare le industrie. Volevano occuparsi di assicurare l’istruzione per il più ampio numero di persone possibile, e questa promessa in effetti l’hanno mantenuta. Ci fu una rivoluzione nel campo della formazione, la cultura fiorì, nonostante i favoritismi; il cinema polacco, il teatro, la letteratura raggiunsero vette altissime. Tutto questo oggi non c’è più in Polonia. Nel mio volumetto L’arte della vita…
P.H. …un libro stupendo, il mio preferito fra quelli da Lei scritti…
Z.B. …in questo libro, dunque, discutevo l’idea che il cammino della vita umana poggia su due fattori che interagiscono fra loro. Uno è il destino. Il destino è l’etichetta sintetica con la quale indichiamo tutto ciò che è al di là del nostro controllo. L’altro fattore è costituito dalle opzioni realistiche, che il destino consente. Una ragazza di New York nata a Harlem ha un destino diverso da quello di una ragazza nata a Central Park. Perché il set di opzioni disponibili per ciascuna di esse è diverso.
P.H. Entrambe, comunque, hanno un set di opzioni, hanno da scegliere. Che cosa decide, dunque, quale delle loro possibilità ciascuna di esse cercherà di realizzare?
Z.B. Il carattere. Il fascio delle opzioni realistiche, offerte a ognuno dal destino, non può essere superato. Ma persone diverse opereranno una scelta diversa, e questa è questione di carattere. C’è quindi motivo allo stesso tempo per il pessimismo e per l’ottimismo. Per il pessimismo, perché ci sono limiti insuperabili alle possibilità che ci vengono offerte, e questo è ciò che chiamiamo destino. Per l’ottimismo, perché ciascuno può lavorare sul proprio carattere, cosa che non può fare sul destino. Per il mio destino io non porto alcuna responsabilità, è decisione di Dio, se vogliamo. Porto invece la responsabilità per il mio carattere, perché questo è qualcosa che può essere formato, purificato e migliorato.
P.H. Come questi due elementi hanno giocato nella Sua vita personale?
Z.B. Anche il mio cammino, come quello di chiunque altro, è stato una combinazione di destino e carattere. Contro il destino non potevo fare nulla. Quanto a quello che chiamiamo carattere: non pretendo che sia perfetto, ma io mi assumo la responsabilità di ogni decisione che ho preso. Tutto questo è irreversibile. Ho fatto quello che ho fatto, e il destino da solo non può spiegarlo.
P.H. Guardando indietro alla Sua vita, che cosa avrebbe fatto diversamente?
Z.B. Che cosa avrei fatto di diverso? Oh no, a questo tipo di domande non rispondo.
P.H. D’accordo.
Z.B. Che cosa avrei fatto di diverso? Da giovanissimo, anzi ancora ragazzo, scrissi un romanzo, una biografia dell’imperatore romano Adriano. Nel corso della ricerca preparatoria mi imbattei in una frase che non ho più dimenticato. Parlava di quanto fosse insensato riflettere su interrogativi come questo, che cosa avresti fatto in maniera diversa. La frase è questa: «Se il cavallo di Troia avesse figliato, il sostentamento dei cavalli sarebbe costato pochissimo».
P.H. Potenza e impotenza della parolina «se».
Z.B. Il punto, naturalmente, è che il cavallo di Troia non poteva avere figli, perché era fatto di legno. Questa è la risposta alla domanda, che cosa avrei fatto di diverso. Come si sarebbe sviluppata la storia successiva, se avessi fatto scelte differenti? Non attribuisco alle mie decisioni una particolare importanza. Seguirono la logica del momento. Svolte molto importanti nella mia vita si verificarono senza che io avessi fatto nulla, non furono frutto della mia iniziativa. Che io fuggissi da Pozna, che fossi costretto ad abbandonare la Polonia quando arrivarono i nazisti, non fu mio desiderio né mia volontà. Da solo ho deciso, dopo la guerra, di aderire al partito comunista. Nelle circostanze date e dopo l’esperienza che avevo fatto questa era la cosa migliore che potessi immaginare e fare. In questa convinzione non ero solo: molti di quelli che più tardi sarebbero diventati accesi anticomunisti, fecero la mia stessa scelta, ad esempio Leszek Koakowski.
P.H. Janina, che sotto la Sua influenza aderì al partito comunista, descrive l’orrore da cui Lei fu colto quando si rese conto che le informazioni su una collega che aveva dato a un compagno, avevano portato alla destituzione di quella collega. A Janina Lei spiegò in quella occasione che il partito era purtroppo «ancora pieno di individui che non meritavano fiducia, di carrieristi senza scrupoli e gente immatura», ma che esso era tuttavia «la più potente forza motrice della giustizia sociale». In seguito, Koakowski e Lei non avete voluto mai più trincerarvi dietro giustificazioni del genere.
Z.B. I nostri processi individuali di disinganno, di presa di coscienza – lenta, e tuttavia inarrestabile – dell’abisso che separa la teoria dalla prassi, di conoscenza dei deleteri effetti morali dell’ipocrisia che vi era connessa, andarono avanti più o meno in parallelo. Fino a un punto: l’illusione che il partito potesse pur sempre essere riportato sulla retta via, da cui si era allontanato, che i suoi grandi errori potessero essere corretti dall’interno, durò in me uno o due anni più a lungo che in Leszek, e di ciò continuo a vergognarmi. In seguito, in esilio, i nostri percorsi si divaricarono ampiamente. A differenza di Leszek, io non feci mai nessun passo verso la controparte politica, e ancor meno mostrai mai alcun entusiasmo per essa. Io rimango ancor oggi un socialista.
P.H. Lei militò come soldato nella divisione polacca dell’Armata Rossa e, dopo la guerra, come ufficiale nel Korpus Bezpieczestwa Wewntrznego (KBW), il corpo della Sicurezza interna. Vi erano previsti, accanto all’addestramento militare, anche corsi di formazione politica o, come sarebbe meglio dire, di indottrinamento?
Z.B. Finché la nostra guerra fu contro gli occupanti tedeschi, non ci fu molto di tutto ciò. L’unico obiettivo era mettere fine all’occupazione, mentre il pensiero di come la Polonia dovesse essere organizzata dopo la guerra, rimaneva in secondo piano. Le cose cambiarono quando le operazioni militari finirono. I soldati del KBW rappresentavano una sezione trasversale della popolazione. I modi di vedere e le preferenze erano quindi diversi, uno specchio delle tensioni esistenti all’interno della società polacca. L’argomento principale dell’istruzione politica affiancata alle consuete virtù militari era la questione sempre aperta: «di quale Polonia i polacchi hanno bisogno con la massima urgenza?». Il «marxismo-leninismo» contro la «filosofia borghese» era forse il tema principale nel mondo accademico. Ma coi soldati io discutevo di interrogativi come: «A chi appartengono le fabbriche?», «A chi appartiene la terra coltivabile?».
P.H. Nel 2007 lo storico tedesco-polacco Bogdan Musia La attaccò per il fatto che Lei aveva lavorato per il KBW. Ma Musia non trovò alcuna prova che Lei avesse avuto a che fare con gli assassinii, le torture e lo spionaggio di partigiani anticomunisti, che vengono rimproverati al KBW.
Z.B. Quel che è vero nell’articolo di Musia pubblicato dalla «Frankfurter Allgemeine Zeitung» non era nuovo. Tutti sapevano che ero stato comunista, e precisamente dal 1946 al 1967, e anche che avevo prestato servizio per diversi anni nella cosiddetta «Armata Interna». Quel che c’era di nuovo in quell’articolo era semplicemente che avevo lavorato anche per il servizio di spionaggio militare. All’epoca avevo 19 anni, e vi rimasi solo tre anni. Non ho mai reso pubblico questo fatto perché avevo sottoscritto un impegno a tenere il segreto.
P.H. E qual era il compito che vi svolgeva?
Z.B. Niente di particolare, banale lavoro d’ufficio. Facevo parte della sezione per la propaganda e l’agitazione. Dovevo preparare il materiale per la formazione teorica e politica degli arruolati al servizio militare di leva, compilare pamphlet ideologici. Per mia fortuna, finì presto.
P.H. In un documento, citato da Musia, si parla dell’«informatore Semjon», che era il Suo nome di copertura: «Le sue informazioni sono preziose. Data la sua origine semitica, non può essere impiegato in ruoli operativi». Il Suo compito era di raccogliere informazioni sui nemici del regime?
Z.B. Era, con ogni probabilità, quello che si aspettavano da me, ma non ricordo assolutamente di aver mai fornito materiale del genere. Io stavo nell’ufficio e scrivevo, non proprio il luogo più adatto per raccogliere simili informazioni. Quello che Musia non dice è che ho lavorato è vero per tre anni nei servizi segreti militari, ma io stesso sono stato perseguitato per quindici anni dai servizi segreti. Fui spiato, furono compilati rapporti su di me, fu intercettato il mio telefono, furono installate cimici nella mia abitazione ecc. Poiché ero un critico del regime, fui prima espulso dall’esercito e poi dall’università e quindi dalla Polonia.
P.H. Dal tempo della rivoluzione ungherese del 1956 Lei fu inserito nella categoria dei ribelli del partito. Janina racconta al riguardo come Lei e la Sua famiglia foste incalzati con varie molestie. Per sposarsi, doveva avere l’autorizzazione del Suo superiore militare, il colonnello Zdzisaw Bibrowski. Che era come Lei comunista, ma anche lui chiaramente non troppo fedele alla linea del partito.
Z.B. Da Bibrowski imparai a distinguere le parti sane della società dalle formazioni cancerose. Mi aprì gli occhi davanti all’abisso che si apriva fra l’idea socialista, cui aderivo con tutto il cuore, e il «socialismo reale», che facevo non poca fatica ad accettare, già molto prima che il dissidente tedesco-orientale Rudolf Bahro nel 1977 coniasse l’espressione. E molto prima che fossi costretto ad abbandonare la Polonia. Bibrowski mi mostrò che la fedeltà all’idea del socialismo richiede che si lotti con le mani e con i piedi contro il suo annacquamento e la sua corruzione. Una volta imparata questa lezione, non l’ho più dimenticata.
Zygmunt Bauman
P.H. Janina scrive che Bibrowski nel 1952 fu allontanato dal suo incarico perché ebreo.
Z.B. Credo che, considerate le sue opinioni, prima o poi se ne sarebbe andato via comunque. Era un intellettuale di altissimo livello, un uomo di spirito aperto e critico, che aveva raccolto intorno a sé ufficiali con analoghe qualità e li aveva protetti dalle «epurazioni». Fu giudicato inadattto a realizzare la rapida professionalizzazione della Sicurezza dello Stato. Bibrowski non era anticomunista, al contrario. In nome della propria fede, in nome del comunismo, si ribellava al cattivo uso che di esso si faceva, al suo screditamento e alla sua perversione. Era un uomo che voleva servire il regime ma insieme conservare la sua umanità, per proteggere l’umanità degli altri. Ma per l’appunto: Amicus Plato, sed magis amica veritas, come recita il detto attribuito ad Aristotele. Amo Platone, ma ancora di più amo la verità. Bibrowski ritornò alla sua professione di ingegnere. Di lì a poco il piccolo gruppo, che aveva sotto le sue ali, ne seguì l’esempio, e con esso anch’io che ne facevo parte.
P.H. Lei pure non lo fece spontaneamente. Nel gennaio 1953 fu congedato dall’esercito come politicamente inaffidabile. Due mesi dopo morì Josif Stalin, allora ammirato anche in Occidente come «grand’uomo», il quale, come Janina ricorda, «con pugno di ferro [aveva] sfracellato la mostruosità del fascismo». Come visse Lei la morte di Stalin?
Z.B. Lo choc fu forte. In fondo, per 13 anni avevo vissuto, e con me molti altri ben più intelligenti di me avevano vissuto, all’ombra gigantesca di quest’uomo, totalmente fiduciosi nella sua saggezza e abbandonati al suo giudizio. Ancor oggi faccio fatica a comprendere appieno come sia stato possibile accettare quel vero e proprio soffocamento spirituale, nonostante tutte le conoscenze che nel frattempo ho acquisito sulla psicologia del totalitarismo. Sono stati scritti volumi sul culto di Stalin e di Hitler. Il fenomeno è stato descritto con acume, ma continua ad essere riconosciuto come disperatamente inafferrabile. Chi voglia farsi una chiara idea dell’esperienza di questo culto della personalità, non può far di meglio che leggere il libro Tempo di seconda mano, di Svetlana Aleksievi, premio Nobel per la letteratura. Anche se non è in grado di spiegarlo, l’autrice si avvicina il più possibile al fenomeno. Illumina il mistero e consente a chi non ha vissuto personalmente quell’esperienza di percepirne la complessità. Al momento presente, peraltro, mi perseguita l’incubo che un simile culto possa tornare in auge in un futuro forse non troppo lontano.
P.H. Quanto La attirava il marxismo come teoria, come edificio concettuale intellettualmente impegnativo?
Z.B. Non credo che una qualsiasi riflessione sui rapporti di produzione e le forze produttive, sulla legge del valore o sulla emancipazione della classe operaia e cose simili abbia avuto un’importanza decisiva nell’orientarmi verso il comunismo. Non vi entrai attraverso le porte della filosofia o dell’economia politica. Fu piuttosto il frutto di un esame della situazione esistente, unito a una concezione romantica, ribellistica, della storia, e del ruolo che noi giovani dovevamo giocare nella realizzazione di quella concezione. Come scrisse splendidamente nel 1956 Leszek nel suo saggio La morte degli dei, ci affascinava il «mito di un mondo migliore», il sogno di un «regno di uguaglianza e libertà», il sentimento di essere «fratelli dei comunardi parigini, dei lavoratori della Rivoluzione russa, dei soldati della guerra civile spagnola».
P.H. Dopo che fu congedato dall’esercito, ci risulta dalle memorie di Janina che la contraddizione fra le parole e i fatti del «socialismo reale» La portò a concepire l’idea che anche la teoria marxista avesse bisogno di essere reinterpretata, a cent’anni di distanza della sua formulazione. Come la pensa oggi, che cosa rimane valido di Marx?
Z.B. La sua analisi dei meccanismi economici, naturalmente, è superata. Marx scriveva nella metà del XIX secolo, in una situazione del tutto diversa. E tuttavia ci sono osservazioni molto importanti da lui enunciate, che mi guidano ancora oggi nel mio lavoro. Una di esse, quella che è la mia preferita, è la giustificazione che egli dava della sociologia, l’individuazione di quel che era la sua vera ragion d’essere. Marx afferma: «Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione». In questa considerazione trova il suo fondamento l’esistenza della sociologia come scienza. Uno può passare tutta una vita ad approfondire questo fondamento. Le situazioni sono date, non le abbiamo scelte noi. La domanda è: come sono nate e a che cosa ci costringono, come ci confrontiamo con esse e come possiamo cambiarle. Come possiamo noi, sotto la pressione delle condizioni esistenti e con la conoscenza che ne abbiamo, fare storia in maniera consapevole? Qui è il segreto della nostra esistenza.
P.H. Che cosa significa questo per la Sua sociologia in particolare?
Z.B. Mi ha ispirato soprattutto il modo in cui Antonio Gramsci, filosofo, marxista e fondatore del Partito comunista italiano, ha utilizzato questo pensiero di Marx. Lo seguo nella forma che io chiamo «ermeneutica sociologica», da non confondere con la sociologia ermeneutica, che è una scuola della sociologia. Si tratta di ragionare sulle idee di fondo che le persone adottano, le linee guida che seguono. L’ermeneutica sociologica riflette su quelle che sono le condizioni, le circostanze e la concezione della società. Noi siamo una specie all’interno della Natura, quella di Homo sapiens, condannata a pensare, noi facciamo esperienza di qualcosa (erfahren) e la viviamo (erleben) non soltanto a livello fisico. Le esperienze (Erfahrungen) sono pezzettini di informazione e disinformazione, da cui noi cerchiamo di ricavare un senso, di concepire idee, di elaborare piani. L’ermeneutica classica invece fa derivare le idee attuali da idee precedenti, le interpreta sulla base del loro passato, mette in luce come si moltiplicano, producono nuovi germogli, si prostituiscono. Ma secondo me le cose non funzionano così. Dalle idee che dominano lo spirito umano, che vanno a impattare sul corpo della società, dobbiamo cercare di capire come si legano il primo con la seconda. È qui il problema: perché ci dividiamo in campi politici, partiti, appartenenze e lealtà differenti? Per la semplice ragione che interpretiamo in maniera diversa la medesima esperienza. La concezione di Gramsci era quella della filosofia egemonica, comunemente chiamata buon senso. La filosofia egemonica non è filosofia nel senso della critica filosofica: nessuna discussione su Kant, Leibniz ……
Autore-Zygmunt Bauman è stato uno dei più noti e influenti intellettuali del secondo Novecento, maestro di pensiero riconosciuto in tutto il mondo. A lui si deve la folgorante definizione della «modernità liquida». Ha insegnato Sociologia presso l’Università di Leeds. Laterza ha pubblicato quasi tutti i suoi libri, tra cui: Voglia di comunità; Modernità liquida; Amore liquido; Vita liquida; Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido; Paura liquida; Capitalismo parassitario; “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti”. Falso!; Danni collaterali; Babel (con E. Mauro); Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi; Stranieri alle porte; Retrotopia; L’ultima lezione (con W. Goldkorn); Il disagio della postmodernità; Cecità morale (con L. Donskis); A tutto campo. L’amore, il destino, la memoria e altre umanità (con P. Haffner); Male liquido (con L. Donskis); Un mondo fuori asse.
L’ultima intervista a uno dei più grandi intellettuali del Novecento.
Un estratto da “A tutto campo”, l’ultima intervista a Zygmunt Bauman
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Modernità: della costrizione a non essere nessuno, o a diventare un altro
Peter Haffner Fra gli autori che L’hanno influenzata in maniera significativa, ce ne sono due che non provengono dal recinto della Sua specializzazione, cioè dalla sociologia: lo scrittore Franz Kafka e lo psicologo Sigmund Freud. Che cosa hanno da dirci sulla conditio humana del presente, sulla nostra vita?
Zygmunt Bauman È difficile rispondere a questa domanda. Come si può indicare a dito quello che ci insegnano oggi? Il pensiero del presente è un prodotto collettivo di autori come loro. Una volta che un’idea diventa di dominio comune, è morta, perché nessuno si ricorda più da dove viene. Appartiene ormai alla classe delle cose autoevidenti. Kafka fu assolutamente rivoluzionario, e Freud fu assolutamente rivoluzionario. Ma quando noi oggi riflettiamo su di loro, ci appaiono semplicemente ortodossi. Le idee cominciano la loro vita come eresie, la proseguono fino a diventare ortodossia, e la finiscono come superstizioni. Questo è il destino di ogni idea nella storia. Kafka e Freud sono già uniti nella «doxa», nel senso della filosofia greca, cioè come opinione universalmente riconosciuta.
P.H. Che cosa c’era, dunque, di rivoluzionario in Kafka?
Z.B. La sua analisi del potere e della colpa. Il processo e Il castello sono due documenti fondamentali della modernità. A mio avviso, nessuno dopo Kafka è riuscito a migliorare l’analisi del potere. Prendiamo Il processo. Un tale viene accusato. Egli vorrebbe sapere di che cosa è accusato, ma non ha modo di scoprirlo. Vorrebbe giustificarsi, ma non sa per che cosa. È pieno di buona volontà e deciso a pellegrinare presso tutte le istituzioni che possano dargli informazioni al riguardo. Cerca inutilmente di arrivare al processo. Alla fine, viene giustiziato senza sapere in che cosa consista la sua colpa. La sua colpa consiste nel fatto di essere stato accusato.
P.H. Il principio base della procedura penale di uno Stato di diritto è la presunzione di innocenza: fin tanto che la colpa non è provata, chiunque va considerato innocente.
Z.B. Kafka mostra che le cose vanno in maniera diversa. Poiché gli innocenti non sono accusati, chi è accusato dev’essere colpevole. Il fatto di essere ritenuto colpevole rende Josef K., il protagonista del romanzo, criminale. È lui che deve dimostrare la sua innocenza. Ma per poterlo fare, deve sapere di che cosa viene incolpato. Ma non lo sa, e nessuno glielo dice. È una situazione tragica.
P.H. E nel Castello?
Z.B. L’eroe del romanzo, un certo K., presume che delle persone molto in alto nel castello siano esseri razionali. Certo, non ha confidenza con loro né loro ne hanno con lui; tutto è misterioso, non trasparente e inavvicinabile. Egli lotta inutilmente per ottenere il riconoscimento della propria esistenza professionale e privata. Ma K. crede comunque che i funzionari del castello si comporteranno in maniera razionale, e che lui potrà parlare con loro del motivo, della causa della sua sconfitta. Kafka ci dice poco su questo K., ma dal testo si capisce che è presumibilmente una persona colta. È un uomo razionale, uno che, come dice Max Weber, sceglie i mezzi giusti per i suoi obiettivi dando per presupposto che gli altri pure operino in maniera razionale. Ma le cose non stanno così, e questo è il suo errore peggiore. Poiché il potere degli abitanti del castello consiste proprio nel fatto che si comportano in modo irrazionale. Se si comportassero in maniera razionale, si potrebbe trattare con loro, li si potrebbe probabilmente convincere o si potrebbe combattere contro di loro e forse vincere. Ma se sono irrazionali, se il loro potere consiste nella irrazionalità, è impossibile farlo.
[…]
P.H. Che cosa significa Sigmund Freud per Lei?
Z.B. Freud, come Kafka, è diventato parte del nostro pensiero. Un bene comune, per così dire. Per noi, oggi, concetti come inconscio, «Es» e «Io» e «Super-io», sono familiari. Il filosofo, sociologo e psicologo americano George Herbert Mead, che ha fornito un contributo essenziale alla questione della identità, non usa questi termini, ma intende sostanzialmente la stessa cosa quando parla di I e Me, di «Io» e «Me». «Io» sono quello che viene dal mio pensiero, quello che sono veramente, quello che è autentico. Ma io sono diviso in due, perché a questo «Io» che viene dall’interno si aggiunge dall’esterno il «Me», quello che le persone intorno a me pensano di me, come mi vedono, come credono che io sia in realtà. La nostra vita è una lotta per la coesistenza amichevole fra l’«Io» e il «Me». Questo è un altro modo di raccontare la storia raccontata da Sigmund Freud.
P.H. Mead diceva che l’individuo riceve la sua identità tramite l’interazione con altri individui. Ci sono più «Me» diversi, e compito dell’«Io» è di sintetizzarli in una immagine unitaria di sé. L’identità nella modernità «liquida» o «fuggevole» di oggi ha qualcosa a che fare con questa interazione, ma è molto più complessa. Ognuno ha ora non più solo tanti «Me» ma anche tanti «Io». Di questo Lei si è occupato soprattutto.
Z.B.L’identità è oggi una questione di negoziazione. È, in effetti, liquida: noi non siamo nati con una identità data una volta per tutte, che non cambia mai. Di più: possiamo avere diverse identità contemporaneamente. In una conversazione su Facebook Lei può scegliere una identità, nella successiva conversazione un’altra. Può cambiare di volta in volta la Sua identità, ci sono identità che vanno di moda. Questo gioco combinato di «Io» e «Super-io» o di «I» e «Me» è parte del nostro compito quotidiano. Freud preparò il terreno per questo gioco.
[…]
P.H. L’identità, oggi – dice il sociologo francese François de Singly –, non ha più radici. Alla metafora delle radici, egli preferisce quella dell’àncora. Diversamente dall’abbandono delle proprie radici, che è rinuncia alle tutele sociali, il levar l’àncora non ha niente di irrevocabile o definitivo. Che cosa non La convince in questa impostazione?
Z.B. Può diventare un altro solo chi cessa di essere chi era. Egli deve rigettare continuamente quello che è stato il suo Io fino ad allora. Di fronte alle continue nuove possibilità quel suo Io gli appare ben presto come non moderno, inappropriato e insoddisfacente.
P.H. Non ha qualcosa di liberatorio, il fatto che uno possa cambiare? In America, nel Nuovo Mondo, il mantra era ed è: scopriti di nuovo!
Z.B. Per la verità, non è una strategia nuova quella di darsela a gambe quando la situazione diventa scabrosa. È quello che sempre hanno cercato di fare gli uomini. Ma è nuovo il desiderio di sottrarsi assegnandosi un nuovo Sé scelto dal catalogo. E quello che all’inizio poteva essere stato l’approdo consapevole su nuove sponde, si trasforma rapidamente in una ossessiva routine. Il liberatorio «puoi diventare un altro» diventa il costrittivo «devi diventare un altro». Questo «devi» ha poco a che fare con l’agognata libertà, e molti vi si ribellano proprio per questo motivo.
P.H. Che significa, allora, essere libero?
Z.B. Essere liberi vuol dire poter perseguire i propri desideri e obiettivi. L’arte di vivere orientata al consumo, che è tipica della modernità liquida, promette certo questa libertà, ma non realizza quel che promette.
[…]
P.H. Quali altri autori oltre a Kafka, Freud e Simmel citerebbe, fra quelli che L’hanno influenzata in maniera particolare?
Z.B. Molti hanno avuto un ruolo nel mio pensiero, ognuno col suo stile, la sua peculiarità. Antonio Gramsci l’ho già ricordato: non potrò mai sottolineare abbastanza quanto io gli sia debitore. Egli mi ha permesso una onorevole presa di distanza dal marxismo. Solo grazie a lui riuscii a cessare di essere un marxista ortodosso senza diventare un antimarxista. Il mio amico Leszek Kołakowski non poté farlo. Egli riuscì a prendere congedo dal marxismo solo diventando antimarxista. Probabilmente non aveva letto Gramsci, non so. Antonio Gramsci è uno dei filosofi più brillanti, umani, che io conosca.
P.H. E fra i pensatori più recenti?
Z.B. Fra questi ultimi, mi è particolarmente vicino Claude Lévi-Strauss, che va considerato come il fondatore dello strutturalismo etnologico. C’è stato un tempo della mia vita, alla fine degli anni Sessanta, in cui ero completamente preso, incantato da Lévi-Strauss. Che cosa ho preso da lui? Devo precisare che io sono molto eclettico, attingo dovunque trovi qualcosa di eccitante, che si innesta bene nel mio pensiero, ma non mi sento obbligato ad accettare il pensatore in sé. Da Lévi-Strauss ho preso l’abolizione dell’idea di cultura come corpo unitario. Anziché riflettere sulle culture, sulla loro diversità, egli parlava di modalità di approccio universali. Non usava la parola «cultura», ma la parola «struttura». È entrato nella storia come strutturalista. Ma in realtà egli ha rinunciato all’idea di una struttura, di un’organizzazione data, di un assetto fisso delle cose. Insisteva sulla universalità dello strutturarsi. La struttura è per lui un’attività. Non un corpo, ma un’attività in un certo senso incerta, che non finisce mai. Nulla è costituito una volta per tutte, le strutture non sono fossilizzate, pietrificate, immutabili. E proprio così io cerco di descrivere la realtà, le realtà sociali, la loro dinamica. La cultura sta al centro delle mie ricerche come un processo dinamico, che non è mai compiuto.
Fino all’ultimo, dovunque spirasse un sia pur flebile vento di sinistra, Valentino c’era.
Roma- 2 maggio 2017-E’ morto all’età di 86 anni Valentino Parlato, fondatore e direttore del Manifesto. “Comunista per tutta la vita, ha militato nel Pci fino alla radiazione, ha lavorato a Rinascita, fondato e difeso il manifesto in tutta la sua lunga storia. Per ora ci fermiamo qui, abbracciando forte la sua splendida famiglia e tutti i compagni che, come noi, l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene”, si legge sul sito del Manifesto.
“Non possiamo non tener conto di quel che sta cambiando: dobbiamo studiarlo e sforzarci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà”: suonano come un testamento politico queste ultime parole, scritte il 9 aprile scorso per un suo pezzo sul Manifesto intitolato Cambio d’Epoca. Quasi un congedo con dentro tutto quello che Valentino Parlato, morto oggi a 86 anni, ha praticato per una vita: la sinistra, Marx, il comunismo e la voglia di capire, andando controcorrente.
Nato a Tripoli in Libia il 7 febbraio 1931 da famiglia siciliana, dopo gli studi a Roma nel ’51 dove conobbe Luciana Castellina, s’iscrisse al Partito Comunista. Dopo un inizio da funzionario del partito ad Agrigento, a metà Anni ’50 comincia a collaborare con l’Unità per poi passare a Rinascita, il mensile allora diretto da Giancarlo Pajetta. Al Congresso del ’69 però lo strappo: il tema del centralismo democratico con il vietare del formarsi di frazioni organizzate, lo porta insieme ad altri ad aperti dissensi sulla strategia generale del Partito che lui vorrebbe di attacco frontale al governo. Viene espulso dal Pci e qualche mese dopo, insieme ad altri dissenzienti, fonderà Il Manifesto. Il primo numero, uscito il 23 giugno 1969, porta le firme di Parlato, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina e Ninetta Zandegiacomi. I direttori erano Lucio Magri e Rossana Rossanda. Un’Olimpo di intellettuali con l’aspirazione di incidere sulla sinistra da sinistra, un collettivo pronto ad incendiarsi, a discutere animatamente ogni fatto di politica e di cronaca, ogni riga di pezzo, divisi tra elaborazione politica e giornale. Le foto delle riunioni del Manifesto, con Valentino Parlato sempre in primo piano, sigaretta tra le dita, restituiscono questo sogno quasi romantico di giornalismo militante. La vita di Parlato coincide con quella del suo giornale, diretto a più riprese o co-diretto secondo l’usanza, fino al 2010. Titoli di una memorabile efficacia, pagine strette sotto il braccio a cortei e comizi, analisi e giudizi critici, controcorrente, coraggiosi, una spina nel fianco della sinistra al Governo o no. Storie ricordate dallo stesso giornalista in due libri, La Rivoluzione non russa (Manni editore) e Se trentacinque anni vi sembrano pochi (Rizzoli), mentre la sua vita è stata filmata dal figlio Matteo insieme a Marina Catucci e Roberto Salinas nel documentario ‘Vita e avventure del Signor di Bric à Brac’. Fumatore accanito, dedicò a quella passione anche il libro Segnali di fumo. Locali per fumatori, Roma-Milano (edito dal Manifesto).
Le crisi economiche del giornale negli ultimi anni, giornalisti in cassa integrazione, lo mettono a dura prova nonostante fosse Parlato tra i fondatori con più senso pratico.
Il lavoro di questo gruppo d’intellettuali comunisti fino al midollo diventa quasi un lavoro volontario sostenuto grazie alla mobilitazione dei suoi elettori. Un’istituzione del giornalismo italiano indipendente più moderna di quello che forse si pensa visto che Il Manifesto è stato il primo quotidiano italiano a dotarsi di un sito internet nel 1995. Poi nel 2012 la messa in liquidazione della cooperativa. Parlato è l’ultimo dei padri fondatori a lasciare il giornale che risorge – non senza fatica – con una nuova generazione, e una nuova direzione, quella di Norma Rangieri. Ma il legame con Il Manifesto casa e partito al tempo stesso è più forte di tutto anche delle polemiche interne e Parlato continuerà a scrivere regolarmente, una volta al mese, spesso costretto a parlare di compagni di una vita che se ne vanno, come Alfredo Reichlin, Renzo Testi, Nino Caruso. Sempre combattente e battagliero, ma anche con un grande senso dell’ironia. A febbraio aveva raccontato sul suo giornale di essersi iscritto a Sinistra Italiana “in contrasto alla mia attuale tendenza a dimettermi da tutto. Sinistra Italiana perché, già nella sua formulazione, non vuole essere un partito ma una corrente politico-culturale di ricostruzione di una vera sinistra, fondata sui contrasti della nostra società”. Con lo stesso impeto un anno prima aveva dichiarato di aver votato per Virginia Raggi sindaco di Roma, ammettendo “di aver tradito per la prima volta la sinistra, sperando fosse anche l’ultima”. Ma era un tradimento passeggero, di quelli che si perdonano. ‘Ciao Vale’ titolano i compagni del collettivo del Manifesto. E dal neosegretario del Pd Matteo Renzi agli amici della Sinistra Italiana, al premier Gentiloni che ne sottolinea la coerenza, sono in tanti commossi a salutarlo.
Valentino Parlato fotografato al Manifesto dopo la diffusione del video di Giuliana Sgrena nel 2005 PERI/ANSAValentino ParlatoValentino ParlatoValentino Parlato
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