Archivio di Stato di Rieti-BERNINI E SANTA BARBARA-Congregazioni, Affari per la V Cappella di S. Barbara.,
Archivio di Stato di Rieti “Nell’ultima lettera che io ho ricevuto dalle Signorie Loro Illustrissime ho inteso le risolutioni che anno preso per la Cappella di S. Barbara, et io in conformità di quelle subito che il tempo melo permetterà non mancherò di farne i disegni necessari nel miglior modo che saprò servirli. Facendoli profondissima Reverenza”.
Roma, 17 agosto 1652
GIO: LORENZO BERNINI
(Archivio di Stato di Rieti, Congregazioni, Affari per la V. Cappella di S. Barbara)
Un eccezionale documento a cui Sacchetti Sassetti dedica queste parole:
“Bernini, venuto a Rieti, dove, nel monastero di S. Lucia, aveva tre nipoti, era stato pregato dal Gonfaloniere e dai deputati di fare un nuovo disegno della cappella ed egli li aveva contentati. […] Mentre disputava sul rifinimento da darsi alla cappella con stucchi, pitture, marmi, la Congregazione trattava col Bernini per la statua. Anche in questo il sommo artista la contentò”.
Come noto la cappella della cattedrale dedicata a santa Barbara fu realizzata su disegno di Gian Lorenzo Bernini. Sull’altare della cappella è, inoltre, collocata la statua della santa, realizzata anch’essa su bozzetto del grande artista del Seicento.
Nell’Istituto reatino confluirono immediatamente l’archivio notarile distrettuale di Rieti (con protocolli risalenti alla metà del Trecento), la documentazione prodotta fino al XVIII secolo dal governatore pontificio di Rieti, l’archivio ottocentesco della Delegazione apostolica e, infine, il ricchissimo archivio storico del Comune di Rieti, con documentazione trecentesca e un fondo di 239 pergamene a partire dal 1226.
Attualmente, l’Archivio di Stato di Rieti custodisce un patrimonio documentario di quasi 11.000 metri lineari (ml). Ai nuclei documentari acquisiti nei primissimi anni molti altri se ne sono aggiunti. Alcuni sono stati restituiti dall’Archivio di Stato di Roma, ove erano stati versati prima del 1953, ma la maggior parte di essi è pervenuta dopo il 1983, quando il trasferimento dell’Istituto nell’attuale sede assicurò una certa disponibilità di spazi e attrezzature. I documenti del circondario di Cittaducale, già facente parte del regno delle Due Sicilie e poi, fino al 1926, della provincia dell’Aquila, furono versati nell’Archivo di Stato di quella città, salvo le carte di alcuni giudicati pervenute all’Archivio di Stato di Rieti. Per il periodo napoleonico e per la Restaurazione le ricerche vanno estese alla Sezione di Archivo di Stato di Spoleto e all’Archivio di Stato di Perugia, dal momento che la Prefettura del dipartimento del Clitunno e la Delegazione apostolica di Spoleto compresero nell’ambito delle loro circoscrizioni il territorio di Rieti, nonché, naturalmente, all’Archivio di Stato di Roma e, per il circondario di Cittaducale, all’Archivio di Stato dell’Aquila e a quello di Napoli.
Gli uffici giudiziari e gli organi periferici dello Stato – di rango provinciale soltanto da quando fu istituita, nel 1927, la provincia di Rieti – hanno cominciato a versare regolarmente le carte relative agli affari esauriti da oltre un quarantennio, così come prevedeva la legge che ora ha ridotto il termine a 30 anni. Si sono così ricevuti i consistenti fondi archivistici della Prefettura, della Questura, degli Uffici distrettuali delle imposte dirette, del Tribunale di Rieti e delle diverse Preture funzionanti in ambito provinciale, molto spesso inconsapevoli depositarie di documentazione prodotta dagli organi giudiziari pre-unitari.
L’Archivio di Stato, nella sua capacità di istituto di conservazione, ha ricevuto numerosi depositi di archivi di enti pubblici, in primo luogo di quello dell’Amministrazione provinciale, e ha acquisito svariati archivi e collezioni documentarie di famiglie e di persone, tra i quali si segnalano l’archivio Potenziani, di rilevante interesse per la storia economica e agraria del Reatino negli ultimi due secoli, nonché gli archivi Vincentini e Vecchiarelli, ricchi di documenti a partire dalla fine del XVI secolo.
Più di recente, l’Istituto ha iniziato ad accogliere anche archivi d’impresa, come quelli della Snia Viscosa e dell’opificio Nicoletti-Rinaldi.
Contatti
Archivio di Stato di Rieti
viale Ludovico Canali 7
02100 Rieti
I ruderi della chiesa di Santa Maria del Piano e dell’attiguo monastero sorgono isolati sull’altopiano semideserto che si estende tra i due Borghi di POZZAGLIA e di ORVINIO subito a ridosso dei monti sabini all’estremità sud-orientale dell’antica Diocesi di Sabina.
L’edificio presenta delle originali rispondenze di carattere ubicazionale con la chiesa di Vescovio. Infatti entrambe le costruzioni sono isolate rispetto all’agglomerato urbano più vicino sia un CASTRUM o un semplice nucleo abitativo formatosi in epoca successiva.
La chiesa abbaziale dista dal Castrum di Canemorto, oggi ORVINIO circa 4 km. E sono collegati da una carrareccia rulare semiabbandonata, e questo fatto, evidentemente poco comune per un complesso edilizio di proporzioni così rilevanti, non trova giustificazione alcuna se non nella leggenda secondo la quale la chiesa costituirebbe un gesto di ringraziamento da parte di Carlo Magno per una vittoria da lui riportata nella zona. A questo proposito negli Atti della Visita Corsini (Acta sacrae visitationisPuteale) si legge:”eam a Carlo Magno ob insignem de Longobardis victoriam aedificatam fuisse atque in gratiarum actionem Deiparae Virginis dicatum, memoriae proditum est.” Questa traduzione del 1781 , è in contrasto palese con quella riferita da altri scrittori, quali F. Fiocca, F.Palmegiani e F.Di Geso, secondo i quali la chiesa sarebbe stata edificata da Re Carlo per una vittoria riportata su saraceni “tanto da costringerli ad abbandonare la zona”.
Archivio di Stato di Rieti BOLLA PAPALE DEL XIII SECOLO
Pozzaglia in Sabina-Santa Maria del Piano
Pozzaglia in Sabina-Santa Maria del Piano
Autore dell’Articolo-Avv. Paolo Amoroso.
Pozzaglia in Sabina -2 novembre 2015-Santa Maria in Valle è stato un monastero rurale benedettino oggi in rovina che si trova nel comune di Pozzaglia in Sabina sul limitare dell’esteso altopiano che costituisce il fondovalle del torrente Muzia, un insignificante ma perenne corso d’acqua tributario del Fosso Corese. Fondato probabilmente nel corso del X secolo, rimaneggiato ed ingrandito prima nel XIII secolo ed ancora nel trecento, quindi abbandonato all’inizio dell’ottocento ed infine utilizzato come cimitero fino al parziale restauro risalente alla metà del novecento, conserva i ruderi della chiesa conventuale dalla facciata a capanna risalente al secolo XI, torre campanaria ed abside duecenteschi.
La valle del torrente Muzia ben si prestava all’insediamento umano malgrado la sua altitudine – circa 700 metri sul livello del mare – sia già montana. Il fondovalle del torrente infatti è composto da un esteso altopiano solcato da ruscelli e punteggiato da collinette dai fianchi poco acclivi lungo i quali era semplice praticare l’agricoltura. Il terreno era ovunque morbido ed ubertoso, le vicine montagne offrivano abbondanti pascoli estivi nonché molto legname, l’altitudine proteggeva dalla malaria ed anche l’acqua era abbondante per tutto l’anno.
Anche se né l’ulivo né la vite riescono a crescere ad un’altitudine così elevata, i terreni pianeggianti del fondovalle potevano comunque essere utilizzati indifferentemente come pascoli invernali, impiego per il quale erano molto versati, oppure per la coltivazione di legumi, cereali minori e forse anche del grano mentre i poderi adiacenti al greto del torrente potevano essere adibiti ad orti senza particolari difficoltà e con buone rese. Tutte queste risorse garantivano con poco sforzo una produzione alimentare largamente superiore alle necessità di una piccola comunità monastica, ragione della prosperità dell’abbazia.
Altro vantaggio della Valle del Muzia era l’isolamento, che proteggeva chi ci viveva dai pericoli esterni, conseguenza dell’orografia molto accidentata della porzione orientale dei Monti Lucretili che la rende ancora oggi la loro parte meno popolata. Quando i monaci giunsero in quella contrada, in un momento per noi insondabile nel corso del X secolo, si stabilirono sulla cima di una collinetta bassa ma dai fianchi abbastanza ripidi, prossima al corso d’acqua, in un posto protetto dal vento e dai ladri, vicino all’acqua e non distante dai campi. Non sembra che temessero granché per la loro incolumità perché non risulta che abbiano fortificato, neppure debolmente, il luogo dove pure vivevano, circostanza che lascia supporre che i dintorni fossero al tempo completamente spopolati.
Appena qualche decennio dopo la sua fondazione e comunque non molto dopo l’anno mille, il cenobio raggiunse un livello di prosperità tale da potersi permettere il lusso di una grande chiesa conventuale in pietra ad una sola navata e con la facciata decorata in stile a capanna, che era quello in voga al tempo. Per tutto il XI secolo costruire edifici in pietra nelle campagne era un’impresa non banale: bisognava trovare personale capace di edificarli in un’epoca in cui i lavori edilizi erano infrequenti, convincerlo ad andare a lavorare in un posto comunque sperduto e disagevole, dargli da mangiare ed un riparo per i diversi anni necessari al completamento dell’opera quindi occorreva in qualche modo remunerare chi la costruiva.
La lavorazione della pietra coinvolgeva tante professionalità diverse: c’era il cavatore che estraeva il blocco dalla cava, lo scalpellino che rendeva i blocchi di dimensioni regolari, il facchino che li trasportava fino al cantiere, l’addetto alla fabbricazione della calce, che comunque doveva avvenire nei dintorni, ed il mastro che costruiva il muro pietra dopo pietra. Gli interni dovevano poi essere abbelliti e ciò richiedeva l’impiego di altri artigiani che dovevano essere anche loro trovati, convinti ad occuparsene quindi retribuiti.
Della chiesa edificata nel XI secolo altro non si è conservato che la facciata e non è chiaro se il suo perimetro ricalcasse quello dell’edificio duecentesco oggi visibile. Le dimensioni di ciò che ne resta, però, lasciano intendere che fosse una chiesa molto grande per gli standard del tempo, sicuramente molto più delle necessità della relativamente piccola comunità monastica che gli viveva intorno. Come sempre nel medioevo, la chiesa conventuale serviva ad ostentare la ricchezza del monastero molto più che come luogo di preghiera anche perché, così grande e non riscaldata, doveva essere anche molto fredda specie in inverno. In ogni caso, già nel XI secolo l’abbazia – che era indipendente da quella di Farfa con cui confinava – possedeva la quasi totalità dei terreni intorno e parecchi castelli nei dintorni, sintomo del suo non modesto benessere.
Il XIII secolo sembra sia stato il periodo d’oro del monastero anche se le fonti scritte sono scarse e lacunose. Nel 1219 un certo abate Lanfranco commissionò estesi lavori di restauro della chiesa conventuale che la portarono ad assomigliare a ciò che ne resta al giorno d’oggi. A questo periodo risale il campanile a pianta quadrata, il reperto di maggior pregio e meglio conservato del complesso. La torre, alta circa venti metri, si presenta divisa in due zone separate da una sottile cornice: quella inferiore priva di aperture ed una superiore con quattro ordini di finestre secondo la successione di monofore, bifore e di due piani di trifore.
Malgrado sia stata più volte danneggiata dai fulmini si presenta in discreto stato di conservazione e quasi intatta ad eccezione del tetto, mal ricostruito negli anni ’50. Sempre al duecento sembra risalga l’abside sopraelevato della chiesa che pure si è ben conservato. Costruito in pietra del luogo e rivestito di lastre regolari di buona fattura su cui era probabilmente steso l’intonaco poi affrescato, venne in seguito chiuso da un muro ben conservatosi, fornito di una porta e di una finestra dipinta probabilmente per puntellarne la struttura vistosamente pericolante.
Nulla resta del sottostante altare. L’unica navata era separata dall’abside da un largo transetto, quasi certamente duecentesco, che collegava la chiesa al retrostante convento, il cui tetto era sorretto da quattro grandi archi a sesto leggermente ribassato con ghiera a conci squadrati poggiati su tozze semicolonne dai capitelli di forme diverse, probabilmente materiale di spoglio. Sotto l’altare doveva essere presente una cripta, costruita in epoca ignota ed adibita fino alla metà dell’ottocento ad ossario, di cui resta un buco nel pavimento del transetto in corrispondenza del luogo in cui doveva trovarsi l’altare maggiore.
La chiesa subì ulteriori rimaneggiamenti nel corso del XIV secolo come testimoniano gli archi a sesto acuto che costituiscono gli architravi delle porte oggi murate ma ancora visibili lungo il suo perimetro. Il trecento, del resto, sembra sia stato un periodo ancora di prosperità per il monastero che è citato in due missive risalenti all’epoca del pontificato di Papa Giovanni XXII, inviate rispettivamente nel 1330 e nel 1333, tramite le quali all’abate di Santa Maria vengono affidati incarichi nel territorio della Sabina. Nel 1343 una visita apostolica elenca beni e proprietà dell’Abbazia e ne evidenzia la prospera situazione amministrativa.
Trenta anni dopo, nel 1373,
Pozzaglia in Sabina-Santa Maria del Piano
incarica da Avignone l’abate di San Lorenzo fuori le mura, di riportare all’ordine una serie di monasteri tra i quali spicca proprio l’Abbazia di Santa Maria del Piano. A partire dalla metà del quattrocento, la prosperità dell’abbazia si ridusse fortemente anche se non sono ben chiare le ragioni economiche di questo declino. Comunque, seppur lontano dai fasti del passato, il convento continuò ad essere abitato fino al tardo settecento, quando ancora vi viveva ancora un singolo eremita, e venne infine soppresso nel 1809 quando gli edifici che lo componevano erano ancora in buono stato di conservazione.
Nel 1855 Orvinio venne colpito da un’epidemia di colera ed in mancanza di un cimitero in cui inumare i morti si pensò di utilizzare a questo scopo il monastero ormai in abbandono. Per trasformarlo in un camposanto la struttura venne stravolta: furono infatti scardinate le porte, scoperchiato il tetto, divelto il mattonato e murato l’ingresso principale. Inoltre si procedette ad uno scavo continuato al di sotto del pavimento ed in tutta l’area del Monastero al fine di ricavare i loculi entro cui inumare i cadaveri.
Un secolo dopo, nel 1952, quando ormai l’abbazia era completamente in rovina, la chiesa di Santa Maria, unico edificio di cui si fosse conservato qualcosa, venne restaurata dalla sovrintendenza ai ben culturali con grandi spese per riportarla allo stato originario. In questa occasione furono anche disseppelliti i morti collocati dentro il monastero un secolo prima a cui venne data migliore sepoltura nel cimitero di Orvinio. Tuttavia, alla fine dei lavori il complesso venne di nuovo abbandonato senza nessuna sorveglianza né alcun tentativo di valorizzazione turistica peraltro difficile perché il luogo in cui si trova Santa Maria del Piano è indubbiamente molto sperduto.
Così, nel corso degli anni ’70, i ruderi dell’abbazia furono depredati di qualunque oggetto artistico potesse essere rimosso senza pregiudicare la stabilità dei muri superstiti fra cui il rosone duecentesco rubato nel 1979. Del monastero al giorno d’oggi resta poco o nulla, tranne forse alcuni muri di difficile lettura sul lato della chiesa sul quale si affaccia il campanile. Della chiesa si sono ben conservati i muri perimetrali, la facciata e l’abside mentre del transetto resta abbastanza poco. Peraltro, sono in corso lavori di restauro volti ad arrestare il degrado della struttura che vengono compiuti però con poca attenzione alla conservazione delle murature originali e con gusto artistico a volte molto discutibile.
L’autore dell’articolo è Paolo Amoroso, soprannominato Aioe fin da ragazzo, di professione Avvocato penalista, con la passione per l’aria aperta, la storia medievale e l’informatica.
La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –
-Pillole di storia a cura di Franco Leggeri-
Pozzaglia in Sabina-Santa Maria del Piano
I ruderi della chiesa di Santa Maria del Piano e dell’attiguo monastero sorgono isolati sull’altopiano semideserto che si estende tra i due Borghi di POZZAGLIA e di ORVINIO subito a ridosso dei monti sabini all’estremità sud-orientale dell’antica Diocesi di Sabina.
L’edificio presenta delle originali rispondenze di carattere ubicazionale con la chiesa di Vescovio. Infatti entrambe le costruzioni sono isolate rispetto all’agglomerato urbano più vicino sia un CASTRUM o un semplice nucleo abitativo formatosi in epoca successiva.
La chiesa abbaziale dista dal Castrum di Canemorto, oggi ORVINIO circa 4 km. E sono collegati da una carrareccia rulare semiabbandonata, e questo fatto, evidentemente poco comune per un complesso edilizio di proporzioni così rilevanti, non trova giustificazione alcuna se non nella leggenda secondo la quale la chiesa costituirebbe un gesto di ringraziamento da parte di Carlo Magno per una vittoria da lui riportata nella zona. A questo proposito negli Atti della Visita Corsini (Acta sacrae visitationisPuteale) si legge:”eam a Carlo Magno ob insignem de Longobardis victoriam aedificatam fuisse atque in gratiarum actionem Deiparae Virginis dicatum, memoriae proditum est.” Questa traduzione del 1781 , è in contrasto palese con quella riferita da altri scrittori, quali F. Fiocca, F.Palmegiani e F.Di Geso, secondo i quali la chiesa sarebbe stata edificata da Re Carlo per una vittoria riportata su saraceni “tanto da costringerli ad abbandonare la zona”.
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Pozzaglia Sabina–Santa Maria del Piano-Bolla papale del XIII sec. Biblioteca DEA SABINA
Archivio di Stato di Rieti
UNA BOLLA PAPALE DEL XIII SECOLO NEL PATRIMONIO DEL NOSTRO ARCHIVIO
Il patrimonio dell’Archivio di Stato di Rieti
si arricchisce di un importante e antico documento. Si tratta di una bolla papale, una “lettera graziosa”, di Onorio III indirizzata all’abate di Santa Maria del Piano a Pozzaglia Sabina e risalente al 1218.
L’acquisizione al patrimonio dell’Archivio reatino è stata possibile grazie all’impegno congiunto della Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio e della Direzione generale archivi del Ministero della Cultura.
Tra alcuni giorni, dopo le necessarie fasi di catalogazione, il documento sarà disponibile per la consultazione al pubblico.
Da sottolineare, inoltre, la particolare importanza di questa bolla poiché coeva al periodo di massimo splendore dell’abbazia e che ci fornisce nuovi e utili dati sul medioevo nel territorio reatino.
Archivio di Stato di Rieti BOLLA PAPALE DEL XIII SECOLOArchivio di Stato di Rieti BOLLA PAPALE DEL XIII SECOLO
Museo Civico di Rieti presenta “Sabato è Museo, incontri tra Arte, Storia e Archeologia”
Descrizione-L’Ufficio Museo del Comune di Rieti informa che dall’8 marzo si aprirà il ciclo di incontri e approfondimenti “Sabato è Museo” presso le sedi del Museo Civico di Rieti del Palazzo Comunale in piazza Vittorio Emanuele II, sezione Storico-Artistica e via S. Anna 4, sezione Archeologica.
RIETI-Il Museo Civico
Il primo evento, curato dalla dott.ssa Laura Saulli, si terrà l’8 marzo dalle ore 17 presso la sezione Storico Artistica e sarà dedicato alla pittrice Clotilde Sabucchi e prevederà una visita guidata speciale in occasione della chiusura della mostra dedicata all’artista.
“Sabato è Museo, incontri tra Arte, Storia e Archeologia”, è un ciclo di appuntamenti dedicati alla divulgazione del patrimonio come occasione di incontro. Il progetto nasce da un’idea dalla direzione del Museo e si è concretizzato grazie al serrato lavoro degli Uffici del Museo e alla disponibilità degli operatori.
Ogni mese, presso una delle due sedi museali studiosi e professionisti racconteranno le proprie ricerche e il proprio lavoro.
Tutti gli appuntamenti saranno a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, e saranno ospitati a seconda dei temi trattati nella Sala 2 della sezione Storico-Artistica o in sala Mostre della sezione Archeologica.
È possibile prenotare in anticipo il posto sulla piattaforma Eventbrite.
Il ciclo di Arte è intitolato “Firma d’Autore” e sarà a cura di Laura Saulli, curatrice della collezione per la sezione storico-artistica. Gli incontri prevedranno visite e conferenze di approfondimento su opere del Museo legate tra loro proprio dalla firma dell’autore.
Il ciclo di Storia si intitola “Di chiavi, armi e monete” e vuole approfondire alcune tematiche legate agli oggetti artistici e documenti storici da collezione
Il ciclo di Archeologia intitolato “Ricerche in archivio e in campo” è a cura di Francesca Lezzi, direttrice del Museo Civico di Rieti, e si pone l’obiettivo di mostrare il rapporto poco noto che lega gli scavi archeologici e gli archivi, spesso importanti fonti di informazione e documentazione.
Con questo ciclo di appuntamenti il Museo Civico di Rieti vuole offrire al pubblico una proposta culturale di profilo scientifico e dalla forte connotazione divulgativa.
-Atti del convegno dell’Archivio di Stato di Rieti –
A cura di Renato Covino e Roberto Lorenzetti-
Editore Il Formichiere
Descrizione
Per un lungo arco di tempo a Rieti di Resistenza si era parlato davvero poco. Pochissime le pubblicazioni e pressoché nulle le iniziative convegnistiche o che, in ogni caso, proponessero una riflessione sull’argomento. Il settantesimo della liberazione, sia quello della città nel 2014 che quello dell’Italia nel 2015, si è rivelata l’occasione affinché questo tema ricevesse quella giusta attenzione che attendeva da anni.
RIETI- Dall’Archivio di Stato la storia del mobilificio Nicoletti-Rinaldi-
a cura di Alfredo Pasquetti e Daniele Scopigno
«Il mobilificio Nicoletti-Rinaldi e l’armadio della memoria», il nuovo libro dell’Archivio di Stato. La presentazione domenica 8 ottobre 2023.E’ prevista l’apertura straordinaria della mostra sul Terminillo
In occasione della presentazione saranno distribuite delle copie del libro.
RIETI- 3 ottobre 2023- Ferro e legno, vernici e cere, squadre e scalpelli. È la ditta Fratelli Nicoletti, una fabbrica di mobili tra arte e artigianato che ha segnato la storia imprenditoriale della città, divenendo prima il tema di una mostra dell’Archivio di Stato di Rieti, nel 2021, e ora una raccolta di saggi.
Il volume, dal titolo I Nicoletti-Rinaldi di Rieti e l’armadio della memoria. Un archivio e una storia d’impresa, a cura di Alfredo Pasquetti e Daniele Scopigno per le edizioni Il Formichiere, sarà presentato l’8 ottobre alle 16,30 nella sede dell’Istituto archivistico reatino in occasione della Domenica di Carta, l’iniziativa del Ministero della cultura dedicata al patrimonio di archivi e biblioteche. Alla presentazione interverrà Edoardo Currà, presidente dell’Associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale.
Il testo è, infatti, il frutto della collaborazione dell’Archivio di Stato di Rieti con l’Aipai e la Alessandro Rinaldi Foundation e fa il punto sul lavoro che l’Istituto reatino svolge ormai da quattro anni sul complesso documentario dell’azienda nata nel 1914 con i fratelli Nicoletti e poi prosperata sotto la guida di Alberto Rinaldi fino al 1989. La ditta si è dedicata per decenni soprattutto alla produzione di mobili in legno e serramenti in ferro, la sensibilità di Rinaldi ha preservato una parte considerevole dell’«archivio del prodotto»: quasi 7mila progetti di squisita qualità grafica che, unitamente ai registri, ai cataloghi, al materiale fotografico e tecnico, sono stati donati all’Istituto reatino del MiC nel 2019 dagli eredi di Alessandro Rinaldi, figlio di Alberto.
Il volume, che fa parte della collana Quaderni di Aipai de Il Formichiere, vede i contributi, oltre che dei curatori, di Renato Covino, Roberto Lorenzetti, Ilaria Camerini, Martina Marconi e Antonella Mulè, mettendo a fuoco la storia del fondo, le vicende dei suoi soggetti produttori, il tema delle committenze (spesso di altissimo livello) e le questioni conservative, oltre a situare le carte e l’avvincente epopea aziendale che raccontano nel più ampio panorama nazionale degli archivi d’impresa e nel contesto socio-economico che ha visto compiersi la parabola dell’opificio.
Un’appendice è, inoltre, dedicata al Terminillo attraverso la raccolta fotografica di Alberto Rinaldi, già presidente del Cai di Rieti come il fratello Domenico. Un aspetto che si lega alla mostra in corso, L’invenzione del Terminillo. Rieti e la «montagna di Roma», allestimento che in occasione della presentazione sarà visitabile con un’apertura straordinaria con orario di ingresso 16,30-18,30.
Nel corso dell’incontro sarà, infine, presentata la “mostra virtuale” dedicata alle carte Nicoletti, consultabile da domenica 8 ottobre sulla piattaforma digitale Movio (Mostre virtuali online) messa a disposizione dall’Istituto centrale per il catalogo unico del Ministero della cultura.
In occasione della presentazione saranno distribuite delle copie del libro.
Luigi Melilli :Poeta, Scrittore, Saggista, Musicista, Direttore Didattico –
La sua vena poetica, repressa da tanti interessi , preoccupazioni di ordine familiare, sociale scolastico e politico gli impone , di tanto in tanto, una tregua, uno spazio considerevole per cui comincia a pubblicare le sue prime Poesie nel 1957. Luigi Melilli, scrittore alquanto versatile, oltre a comporre liriche, inventa racconti per gli alunni, scrive articoli per riviste scolastiche ed anche un melodramma in versi da musicare. Per un uomo colto e studioso come Luigi Melilli, scrivere poesie è un modo di chiarire a se stesso i problemi esistenziali di ogni giorno; è un modo di appropriarsi delle cose senza essere costretto ad analizzare sempre la logicità; è un modo di dare spazio alla emotività , alla sua sensibilità, facoltà ugualmente importanti per esprimere la propria personalità in quanto ne fanno parte integrante.
Archivio di Stato di Rieti-Fotoreportage”Pergamene che passione!”-
Archivio di Stato di Rieti-Fotoreportage Pubblicato il: 14 Ott 2022 alle 17:09
ARCHIVIO di STATO di RIETI
Archivio di Stato di Rieti-FotoreportagePubblicato il: 14 Ott 2022 alle 17:09
RIETI-Studiosi, esperti, famiglie e appassionati curiosi hanno riempito i due appuntamenti della nostra “Domenica di Carta”, dedicata, in questa occasione, al patrimonio membranaceo che custodiamo.Dalla mostra “I gamberi del papa” fino alle tecniche di restauro, è stato possibile capire i compiti di tutela, conservazione, studio e valorizzazione della nostra preziosa documentazione, con la storia che si rivela anche agli occhi meno abituati.
ARCHIVIO di STATO di RIETI
L’Archivio di Stato di Rieti conserva, tutela e valorizza circa undici chilometri lineari di materiale documentario. L’istituto, in esecuzione della normativa vigente, conserva la documentazione storica prodotta dagli uffici statali compresi nel territorio provinciale, nonché archivi di enti pubblici e archivi privati ritenuti di notevole interesse storico. Questo patrimonio archivistico costituisce una fonte di primaria importanza per la storia del territorio della città e dell’attuale provincia di Rieti a partire dai secoli dell’antico regime fino ai giorni nostri.
Da diversi anni l’Archivio di Stato di Rieti è impegnato in un’ampia opera di ricognizione del proprio patrimonio, funzionale alle attività di riordino e all’approntamento di strumenti di ricerca in grado di facilitare ai ricercatori l’accesso ai fondi. A tale riguardo, negli ultimi tempi si sta tornando a lavorare con intensità al Sistema informativo degli archivi di Stato – SIAS, giunto a pubblicazione nazionale il 18 giugno 2021 e in costante implementazione.
Nella sezione di questo sito relativa al patrimonio si illustrerà sommariamente la documentazione conservata dall’Istituto per consentire di farsene un’idea anche da remoto e per orientare la ricerca degli utenti. Una ricerca che ha le sue peculiarità. Quanti intendono accedere alla sala di studio dell’Istituto potranno anche arrivare senza avere contezza delle possibilità di esplorazione offerte dal patrimonio che esso custodisce, ma dovrebbero quantomeno giungere con una consapevolezza di base: l’archivio non è come la biblioteca. I documenti non sono, cioè, “catalogati” secondo un qualche ordine alfabetico, né esiste un soggettario da interrogare per individuare le carte di proprio interesse. Le fonti che si studiano in archivio, infatti, sono organizzate in fondi sulla base dei soggetti (istituzioni pubbliche, enti, persone, famiglie) che, per le proprie finalità, li hanno prodotti, ricevuti, raccolti, ordinati e/o conservati nel corso del tempo. Per indirizzare il proprio studio, pertanto, occorre in primo luogo appurare il nesso fra l’oggetto della ricerca e le competenze, le finalità, la storia di un determinato soggetto produttore, e di conseguenza il fondo archivistico che raccoglie la documentazione di quel soggetto.
Le varie tipologie di strumenti di ricerca approntate dagli archivisti – le guide, gli inventari, gli elenchi sommari, gli schedari – servono a facilitare questo percorso di chiarificazione degli obiettivi del ricercatore (cui naturalmente concorrono l’aiuto e la consulenza del personale della sala di studio) e, allo stesso tempo, assolvono alla funzione imprescindibile di «comunicare» il patrimonio, assicurandogli quelle possibilità di fruizione ordinaria da parte degli utenti rispetto alle quali ogni iniziativa di valorizzazione è soltanto un prezioso corollario.
Il materiale proposto in questa sezione si caratterizza per la diversità dei livelli informativi. Propedeutico alla presentazione del patrimonio è l’approfondimento sul territorio reatino, che inquadrando storicamente le sue vicende amministrative cerca di dare conto del modo in cui il patrimonio stesso si è venuto costituendo alla luce dell’applicazione, problematica per la provincia reatina, dei criteri di pertinenza territoriale. L’elenco alfabetico dei complessi archivistici fornisce la denominazione del complesso archivistico, i suoi estremi cronologici e, quando già disponibile, il collegamento diretto con la corrispondente scheda SIAS, che informa più accuratamente sul fondo e sui suoi livelli di articolazione, sui soggetti produttori, sugli strumenti di ricerca e sulla bibliografia correlata. Sempre nell’elenco saranno via via caricati gli strumenti di ricerca in formato digitale, così da consentire la richiesta dei pezzi da remoto prima dell’accesso diretto alla sala di studio. Quanto alla guida alla consultazione, essa cercha di ovviare alla momentanea assenza di elementi descrittivi più particolareggiati nell’elenco alfabetico, introducendo a livello discorsivo alle potenzialità di ricerca dischiuse dai vari complessi, distinti per periodi e per tipologie.
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Diritto di consultare, dovere di mediare
L’Archivio di Stato di Rieti garantisce la consultazione del patrimonio archivistico conservato attraverso il servizio di sala di studio, cheassicura la libertà e la gratuità della ricerca per motivi di studio e per finalità amministrative e personali per tutti coloro che abbiano compiuto 18 anni e siano in possesso di un documento d’identità valido, previa autorizzazione della direzione.
I funzionari di sala e i loro collaboratori sono a disposizione dei ricercatori per l’orientamento archivistico, previa prenotazione,dal lunedì al venerdì, dalle ore 8.30 alle ore 15.30, con il termine delle prese del materiale archivistico fissato alle ore 14.30. Nella giornata di venerdì, considerata la concomitanza delle ricerche catastali, si accorda l’accesso alla sala di studio ai ricercatori che abbiano già documentazione in deposito da consultare o che siano in grado di formulare autonomamente le richieste dei pezzi di proprio interesse. Per quanto riguarda gli studenti universitari e i ricercatori privi di una formazione specialistica in discipline storico-archivistiche è opportuna una preliminare preparazione di base all’uso delle fonti documentarie. Pur assicurando la massima disponibilità, infatti, il personale scientifico dell’Istituto non è nelle condizioni di prestare assistenza costante agli utenti su questioni (per esempio la lettura di scritture antiche) che non siano di consulenza o di facilitazione dell’accesso al patrimonio.
Le ricerche catastali hanno luogo nell’apposita sala catasti, ubicata in uno stabile attiguo ma distinto da quello che ospita la sala di studio. Tale circostanza, unita al fatto che spesso le indagini di questo tipo si rivelano lunghe e rischiano di sottrarre indefinitamente i funzionari alle loro altre incombenze in sala di studio, ha indotto a riservare per la consultazione dei catasti la mattina del venerdì dalle ore 9 alle ore 13, previa prenotazione.
Le informazioni sul patrimonio e i consigli per orizzontarsi al suo interno sono forniti, oltre che in presenza, anche mediante il servizio delle ricerche per corrispondenza. Tale opzione può essere utilmente sfruttata sia per le richieste della documentazione necessaria alle pratiche per l’ottenimento della cittadinanza italiana iure sanguinis, sia per un sondaggio dei fondi preliminare alla ricerca in sala di studio.
Accanto all’orientamento archivistico a cura del personale scientifico, gli studiosi possono usufruire della biblioteca interna a supporto delle ricerche documentarie e di un altro prezioso servizio accessorio alla fruizione, quello di fotoriproduzione,che provvede, sempre nel rispetto delle esigenze della tutela e comunque dopo valutazione di fattibilità da parte del funzionario di sala, alla fotocopiatura o all’acquisizione digitale del materiale archivistico e bibliografico. Fermo restando che dal 2017 è consentita la riproduzione con mezzi propri di beni archivistici (a eccezione di quelli sottoposti a restrizioni di consultabilità) svolta senza scopo di lucro, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, nonché per promozione della conoscenza del patrimonio culturale, le apparecchiature impiegate dal laboratorio digitale offrono agli utenti, qualora ne avessero bisogno, l’opportunità di procurarsi riproduzioni professionali. L’Istituto rilascia inoltre su richiesta copie conformi dei documenti conservati.
Tutte le attività rivolte al pubblico hanno un fine comune: assicurare il diritto degli utenti alla consultazione svolgendo l’irrinunciabile funzione di mediazione tra i bisogni di questi ultimi e il patrimonio documentario, qui declinata anzitutto nel servizio di reference garantito a quanti sono ammessi alla sala di studio. Una simile mediazione, se ben esercitata, può alleviare le difficoltà di un tipo di ricerca, quella archivistica, che difficilmente risponde subito alla sollecitazione di chi interroga i fondi, ma che al contrario procede quasi sempre per approssimazioni successive. Coniugata però con l’altra mediazione fondamentale, quella tecnica degli strumenti di descrizione e di “comunicazione” del patrimonio, essa può aprire la via a esplorazioni inaspettate.
ARCHIVIO di STATO di RIETIARCHIVIO di STATO di RIETI
Patrimonio da valorizzare, Istituto da vivere
La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina di tutte quelle attività, a cura dell’amministrazione dei Beni culturali, volte a promuovere la conoscenza del patrimonio e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione del patrimonio stesso a ogni tipo di pubblico, al fine di incentivare lo sviluppo della cultura. La valorizzazione comprende, inoltre, finalità educative di stretto collegamento con il patrimonio, al fine di migliorare le condizioni di conoscenza e, conseguentemente, anche di conservazione dei beni culturali e ambientali, incrementandone la fruibilità. Anche la promozione e il sostegno di interventi di conservazione dei beni culturali rientrano nel concetto di valorizzazione.
Ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio (art. 111), la valorizzazione si consegue mediante la«costituzione ed organizzazione stabile di risorse, strutture o reti, ovvero nella messa a disposizione di competenze tecniche o risorse finanziarie o strumentali, finalizzate all’esercizio delle funzioni ed al perseguimento delle finalità», come indicate nell’art. 6 dello stesso Codice. Questa impostazione, se da un lato si conforma ai principi e alle strategie della valorizzazione integrata territoriale del patrimonio culturale, dall’altro rispecchia il ruolo di centralità assunto dai cittadini nell’ambito dell’azione generale dello Stato.
Oltre che dai preziosi orientamenti della normativa e dalle più generali e ormai ineludibili istanze della promozione culturale (per le quali si rimanda al sito dell’ex Direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale),l’Archivio di Stato di Rieti si lascia ispirare, nel perseguimento della sua missione di valorizzazione del proprio patrimonio, dal desiderio di inserirsi e di radicarsi con una voce originale nel tessuto culturale della città e del territorio, della cui identità e della cui anima esso custodisce una parte di certo non trascurabile. Le presentazioni, i convegni, le mostre documentarie, gli appuntamenti associativi e i vari progetti scientifici ed editoriali intrapresi diventano così un’opportunità per aprire sempre di più l’Istituto e per far sì che si popoli di cittadini interessati e consapevoli, in una logica di autentica condivisione della cultura e non solo di organizzazione di eventi e iniziative.
L’Archivio di Stato di Rieti possiede una biblioteca interna che, accessibile negli orari di apertura al pubblico (lunedì – venerdì, ore 8.30 – 15.30), è a disposizione di tutti gli utenti della sala di studio per il supporto alla consultazione della documentazione archivistica. Parte del patrimonio librario è conservata a scaffale aperto ed è accessibile direttamente in sala, mentre per i volumi conservati nei depositi è necessario fare richiesta al personale addetto, che cura in entrambi i casi la ricollocazione. Non è consentito in nessun caso il prestito esterno.
La consistenza della biblioteca ammonta attualmente a più di 6000 monografie e oltre 3000 periodici culturali, nazionali e locali, per complessive 182 testate, cui va aggiunta una raccolta di 78 unità tra manoscritti, stampe, CD-Rom e videocassette.
Fra le opere possedute dalla biblioteca si ricordano in particolare quelle attinenti alla storia di Rieti e del suo territorio, alla storia delle istituzioni, all’archivistica, alla paleografia e alla diplomatica, oltre ai periodici di carattere storico e archivistico. Nella raccolta dei rari figurano la cinquecentina dello statuto medievale del comune di Rieti e diverse opere risalenti al XVII e al XVIII secolo. Preziosa si rivela inoltre la raccolta delle leggi italiane, serie che data a partire dal 1861.
Accanto ai volumi acquistati direttamente o ricevuti per diritto di copia dagli autori che hanno utilizzato la documentazione dell’Istituto, l’Archivio di Stato di Rieti conserva diverse biblioteche private, spesso pervenute unitamente agli archivi dei rispettivi titolari. Tra le principali:
la biblioteca Petrini, con testi di letteratura italiana e di critica otto-novecenteschi;
la biblioteca Brucchietti, incentrata sulla storia dell’arte;
la biblioteca Pannunzio-Paris, sulla storia sociale e politica del XX secolo;
la biblioteca Di Flavio, che ha arricchito notevolmente il patrimonio librario relativo alla storia locale;
la biblioteca Zelli, che ha incrementato il novero delle pubblicazioni sia di storia generale sia di storia del territorio, soprattutto del Leonessano.
Il catalogo informatizzato della biblioteca è consultabile QUI. Oltre a questo, l’Istituto dispone di cataloghi cartacei per titoli, autori e soggetto, nonché di schedoni amministrativi di periodici e collane che, redatti secondo le Regole italiane di catalogazione per autori (RICA) e strutturati secondo lo schema degli standard internazionali dell’ISBD, sono stati a loro volta tutti informatizzati. Si è altresì approntato un catalogo speciale, anch’esso informatizzato, per lo spoglio di un buon numero di periodici, atto a fornire informazioni più dettagliate sulle pubblicazioni. Per il momento l’operazione riguarda le riviste attinenti alla storia locale.
Le edizioni rare sono già state acquisite digitalmente e di esse si può richiedere il numero di pagine consentito in stampa digitale.
Nel rispetto della normativa vigente (art. 108 del d.lgs. 42/2004 così come modificato dall’art. 1, comma 171 della l. 124/2017), la riproduzione per uso personale di studio, ricerca e comunque per le attività svolte senza fini di lucro delle opere possedute dalla biblioteca è libera e per effettuarla è sufficiente compilare l’apposita dichiarazione. La riproduzione si attua, come indicato dalla legge suldiritto d’autore, nei limiti del 15% di volumi o fascicoli di periodici in commercio.
Le domande per le riproduzioni che devono invece essere effettuate a cura del servizio di fotoriproduzione dell’Archivio di Stato di Rieti possono essere presentate compilando l’apposito modulo. Le cifre che gli utenti devono corrispondere sono quelle stabilite dal tariffario d’Istituto.
Contatti
Archivio di Stato di Rieti
viale Ludovico Canali 7
02100 Rieti
Tel. (+39) 0746/204297
Fax (+39) 0746/481991
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