Roma Teatro il Vascello Va in scena IL PRODIGIO -Biblioteca DEA SABINA
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Roma Teatro il Vascello va in scena IL PRODIGIO
Roma al Teatro Vascello Giacomo Bisordi porta in scena Il Prodigio, primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi Premio Intersezioni 2026, accolto con entusiasmo dalla critica, trasformandolo in un dispositivo scenico visionario che interroga il nostro bisogno di credere. Più che una semplice trasposizione, il lavoro prende forma come un’apocalisse contemporanea nel senso originario del termine: una rivelazione. Nel cielo di una grande città italiana appare un volto dai tratti rozzi, quasi infantili; all’inizio è un’anomalia, poi una presenza, infine un enigma capace di catalizzare desideri, paure e tensioni collettive. Attorno a quell’apparizione si moltiplicano segni, guarigioni, eventi inspiegabili: proiezione, inganno o manifestazione divina? Al centro di questo smottamento del reale ci sono Don Luca, sacerdote mediatico più abituato a raccontare la fede che a praticarla, Marta, figura enigmatica e sfuggente, e Folker, profeta magnetico capace di intercettare il bisogno di spiritualità e trasformarlo in una nuova, inquietante forma di culto.

Con la sua regia tesa e lucidissima, Bisordi attraversa il romanzo come un libro di visioni, costruendo una sequenza di immagini, crolli e apparizioni che incrinano ogni sistema di senso. In scena, Gabriele Portoghese, Federica Rosellini, Matilde Bernardi e Candida Nieri danno corpo a un universo sospeso tra desiderio, fede e dissoluzione. Di fronte all’inspiegabile, quando ogni certezza vacilla, a che cosa scegliamo di credere?

LA MACCHINA DEI RITI
Fabrizio Sinisi
Il prodigio è il mio primo romanzo. L’ho scritto durante la prima clausura del Covid. Ogni mattina, circondato da un silenzio siderale, entravo nella voce del mio personaggio e andavo avanti per otto o nove ore, a volte anche di più, chiuso in quel personaggio come un pilota in una navicella spaziale, in preda a una specie di piccola possessione privata. Non sapevo dove stavo andando, né perché. Mi limitavo a coltivare questa storia di follia collettiva come se fosse il mio giardino privato, senza troppe idee in testa su quello che stavo facendo. Scriverlo era diventato il mio piccolo rito di resistenza nel mondo. Solo dopo mi sono accorto che quel testo esisteva anche al di fuori dei cordoni sanitari. “Funzionava”: avevo tra le mani uno strano marchingegno letterario capace di raccontare qualcosa, di questo tempo, molto più attuale e contemporaneo di quanto credessi scrivendolo. Qualcosa che ancora oggi non riesco a definire con precisione, ma che riguarda l’epoca in cui viviamo. La letteratura, io credo, è fatta non solo di testimonianze, confessioni e memoir, ma anche di questi strumenti bizzarri, implausibili, a volte un po’ incoscienti, strani oggetti fatti di linguaggio che servono a processare cose altrimenti incomprensibili. E forse questi tempi folli richiedono strumenti altrettanto folli. Operazioni un po’ spericolate, come questa.
Il prodigio è un testo sul credere. Affronta la fede come concetto pratico, sistematico, non necessariamente religioso: la fede come operazione personale e collettiva, su cui si basano le esistenze singole e le strutture sociali. Lo Stato è un atto di fede, la nostra famiglia è un atto di fede, il patto sociale è un atto di fede. Ma cosa succede quando un atto di fede diventa così intenso e disperato da travolgere tutto? La storia del Prodigio sviluppa fino alle estreme conseguenze questo presupposto: il credere non è un atto mansueto, passivo, né tantomeno pio. Il credere può diventare – e qui appunto lo diventa – un’azione destabilizzante, perturbante, addirittura violenta, qualcosa che può andare fuori controllo, mettere in pericolo le vite e le strutture sociali.
Scrivo teatro da quindici anni. Se c’è una cosa di cui mi sono accorto scrivendo per la prima volta un testo narrativo e non drammaturgico, è questa: il teatro è sempre un discorso pubblico. Per quanto possa ovviamente occuparsi anche di argomenti privatissimi o usare un linguaggio intimo e personale, il teatro porta sempre in sé l’origine inestirpabile di un rito collettivo, una cerimonia comunitaria che coinvolge l’intera Città. La narrativa funziona al contrario: per quanto possa raccontare storie collettive, il rapporto che stabilisce con il suo destinatario è sempre individuale. In narrativa parlo a una persona per volta: ho davanti un lettore ignoto che se vuole si ferma a pensare, che rilegge, che zooma, che smonta e rimonta il testo come vuole e ne decide il tempo, il tono, lo interrompe quando vuole, lo abita a modo suo. Il romanzo è un messaggio in una bottiglia, una lettera in codice che mandi a uno sconosciuto. Il narratore scrive per una persona, il drammaturgo scrive per un luogo.
Per portare questo testo in teatro non si poteva semplicemente “adattarlo”. Bisognava riportarlo a una dimensione pubblica, comunitaria. Bisognava trasformare un rito privato in una cerimonia collettiva. Operazione ancora più acrobatica e difficile, visto che il romanzo è raccontato dalla voce di un sacerdote, e che tutta la storia è in fondo una storia di riti, di cerimonie, di preghiere esplicite o nascoste, di strane procedure mistiche e stravaganti tecnologie dello spirito. Bisognava procedere per flussi e campi di forza. Trasformare il romanzo in un libro di visioni, un vocabolario di deliri, sogni, manie, aspirazioni e follie. Per raccontare una storia di riti, serviva a sua volta un dispositivo rituale.
In questo spettacolo, quel dispositivo rituale è diventato l’Attore. Il corpo dell’attore, esattamente come il Volto nel romanzo, diventa qui una macchina di riti, capace di comprenderli ed evocarli tutti, quelli realistici e quelli impossibili, quelli già presenti e quelli ancora a venire. Lo spettacolo non si svolge come un racconto, ma come una cerimonia contemporanea in tre atti: il rito teatrale come il primo e il più antico fra tutti i nostri riti.

NOTE DI REGIA
L’insostenibile leggerezza della creduloneria
A Lugano, dove il prodigio vede la sua fase finale di prova, c’è una piccola monorotaia.
È stata dismessa nel 1987 dopo tanti utilizzi e tante epoche del secolo scorso.
Oggi rimane solo qualche segno: un’insegna che contrasta sommessamente contro le vetrine brillanti del centro e trova la solidarietà della vicina parete pietrosa e nitida della Chiesa di Santa Maria degli Angeli.
E un magnifico binario arrugginito che punta dritto verso il cielo.
“Un mito di progresso lanciato sopra i continenti” sembra dire, citando qualcuno che sa scrivere meglio.
Guardando quella rovina penso a quello che stiamo creando qua, la storia di chi crede ad un certo punto di avere un ponte diretto col cielo.
Ho incontrato il prodigio in un momento in cui guardare in alto era una minaccia: lo scorso inverno, a Stoccolma per un lavoro, sopra la testa c’era solo una massa nera e persistente.
Senza segni e senza possibilità d’immaginazione.
Rientrato a Roma, con l’improvvisa esplosione di un azzurro per quanto ancora freddo, sentii una gioia inedita.
E proprio in quell’istante incrociai il romanzo grazie alla segnalazione di un’amica e collega, Claudia Di Giacomo.
Una storia che si apriva con un’apparizione nel cielo era un segno da interpretare.
Ho scelto che fosse così.
Esattamente quello che accade ai protagonisti e alle protagoniste del racconto: un volto nel cielo non può che essere interpretato, non può non essere un messaggio.
Mi torna in mente una parola semplice: creduloneria, il desiderio di credere che tracima ogni argine razionale.
C’è ovunque nel racconto un’aspettativa di salvezza, la speranza che qualcosa dia finalmente un senso alla nostra esistenza.
Quel volto è lì per dire qualcosa a me.
Per dirmi che cosa sto a fare qua.
E conoscerlo finalmente mi salverà.
Nello scegliere che cosa portare in scena, tra le molte linee che compongono il romanzo, assieme a Sinisi, ho tenuto quello come punto di partenza.
E tranciato via tutto il resto.
Cos’è rimasto?
Giorno dopo giorno il cielo si è calato in un racconto terrestre, materiale, fatto di ferro e di elettrodomestici trasformati in altari di culti improvvisi, patetici e violenti.
E tra le pieghe di questa concretezza è nato inaspettato un racconto sull’amore.
Sul nostro desiderio – pericolosissimo quanto ineludibile – di salvare chi amiamo: una persona come un’intera comunità.
Quel desiderio, se esaudito, potrebbe giustificare la nostra esistenza.
Ma che succede se ad un tratto ci rendiamo conto che non possiamo farlo, che salvare chi amiamo è impossibile?
Voglio chiudere queste righe proprio ringraziando l’intera compagnia di interpreti – autori ed autrici della scena, registi e registe a loro volta, cui va il credito profondo della creazione – e di collaboratori e collaboratrici: la loro solidarietà artistica ha ridefinito ancora una volta la parola “amicizia”.
Buona visione.

BIOGRAFIA DI GIACOMO BISORDI
Giacomo Bisordi nasce a Lucca nel 1985. Si laurea in biologia molecolare prima di dedicarsi a un altro organismo: il teatro. Si diploma in regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” e si forma lavorando con Gabriele Lavia, Peter Stein, Matthias Langhoff, Giorgio Barberio Corsetti e Massimo Popolizio.
Dal 2018 è collaboratore artistico stabile di Milo Rau, per il quale lavora come dramaturg e regista collaboratore in numerose produzioni teatrali e operistiche internazionali. È stato capo dramaturg di NTGent e collabora con l’artista fiamminga Miet Warlop.
Come regista firma, tra gli altri, Uomo senza meta, Peng, La fabbrica degli attori, Giunsero i terrestri su Marte, non era così e Misura per misura. Insegna recitazione e regia all’Accademia “Silvio D’Amico”, alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano e al Théâtre National de Strasbourg.
Nei suoi spettacoli mescola testi, testimonianze, immagini e performance, alternando ironia e violenza, realismo e artificio. Al centro ci sono spesso famiglie e comunità attraversate da conflitti, in cui il bisogno di amare, credere e appartenere si confonde con il desiderio di esercitare potere sugli altri.

BIOGRAFIA DEL CAST DI INTERPRETI
Matilde Bernardi, classe 1998, si diploma presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, con il saggio “Hotel Goldoni” diretto da Antonio Latella.
Lavora come interprete con i registi Giacomo Bisordi, Massimiliano Farau e Fabio Condemi ed è assistente alla regia per “Veronica” di Federica Rosellini, Biennale Teatro di Venezia.
Nel 2023 è tra i selezionati per il progetto BAT (Bottega Amletica Testoriana) curato da Antonio Latella.
Nel 2024 debutta presso Roma Europa Festival con il progetto “Mine-Haha, ovvero dell’educazione fisica delle fanciulle”, regia di Marco Corsucci, di cui è interprete e coautrice.
Lo stesso anno partecipa alla serie RAI “L’altro ispettore”, per la regia di Paola Randi.
Nel 2025 debutta presso il Teatro Stabile di Bolzano con “Risveglio di Primavera”, per la regia di Marco Bernardi; presso il Teatro Stabile di Torino con “About Lolita”, progetto della compagnia Biancofango; al LAC di Lugano in “Dittico della Bufera – Il Gabbiano”, per la regia di Carmelo Rifici.
Nel 2026 partecipa a Biennale Teatro per la mise en espace a cura di Alessandro Businaro di “Bacio, sogno, autodistruzione”, testo di Davide Pascarella.
Candida Nieri si diploma nel 1999 presso la Scuola del Piccolo Teatro di Milano, appartenendo all’ultima generazione di allievi di Giorgio Strehler.
Lavora come interprete con registi tra cui Antonio Capuano, Maria Grazia Cipriani, Emil Hrvatin, Fabrizio Montecchi, Andrea De Rosa, Pierpaolo Sepe e Fabio Condemi.
Tra i suoi primi spettacoli figurano “Hamlet Machine”, per la regia di Antonio Capuano; “Le Troiane”, per la regia di Maria Grazia Cipriani; “Camillo. Memo 0.1”, per la regia di Emil Hrvatin; “Migrazioni”, di Marco Leone, e “Scrooge”, per la regia di Fabrizio Montecchi.
Nel 2010 entra a far parte della compagnia stabile del progetto “Fondamentalismo”, diretto da Antonio Latella presso il Teatro Nuovo di Napoli.
Con Antonio Latella sviluppa una lunga collaborazione artistica, prendendo parte a numerosi spettacoli, tra cui “Le lacrime amare di Petra von Kant” (2008), “Maria” (2010), “Don Giovanni a cenar teco” (2012), “C’è del pianto in queste lacrime” (2012), “Francamente me ne infischio” (2013), per il quale riceve il Premio Ubu come migliore attrice, e “Ti regalo la mia morte, Veronika” (2015).
Nel 2015 debutta al Festival delle Colline Torinesi con “MA”, monologo scritto da Linda Dalisi e diretto da Antonio Latella, ispirato alla figura materna nell’opera di Pier Paolo Pasolini. Lo spettacolo viene presentato anche a Londra, al Coronet Theatre, nel 2017. Per questa interpretazione riceve il Premio Duse Social nel 2015 e il Premio Adelaide Ristori nel 2016.
Nel 2019 è interprete de “La valle dell’Eden”, da John Steinbeck, per la regia di Antonio Latella. Nel 2021 partecipa a “La filosofia nel boudoir”, da Sade, per la regia di Fabio Condemi, vincitore del Premio Ubu per la migliore regia.
Nella stagione 2025/2026 interpreta la Regina Margherita in “Riccardo III” di William Shakespeare, per la regia di Antonio Latella, produzione del Teatro Stabile dell’Umbria e del LAC di Lugano.
Parallelamente all’attività teatrale si dedica alla musica come cantante e cantautrice, collaborando con I Matti delle Giuncaie e con il progetto S.Candidaproteggiimarinai!, con cui riceve nel 2002 il Premio Radio Rai 1 alla XIII edizione di Musicultura
Gabriele Portoghese si diploma presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” e inizia il suo percorso artistico sotto la guida di Carlo Cecchi.
Lavora come interprete con registi e artisti tra cui Andrea Baracco, Giorgio Barberio Corsetti, Valerio Binasco, Giacomo Bisordi, Ferdinando Bruni, Fabio Condemi, Fabio Cherstich e Gianluigi Toccafondo, Daria Deflorian, Luca Marinelli, Muta Imago, Giorgina Pi, Roberto Rustioni e Federica Santoro.
Nel 2017 riceve il Premio Stampa Siracusa.
Nel 2019 interpreta Amleto, per la regia di Valerio Binasco. Lo stesso anno cura, insieme a Fabio Condemi, la drammaturgia di “Questo è il tempo in cui attendo la grazia”, spettacolo diretto da Condemi di cui è unico interprete.
Nel 2020 debutta con “Tiresias”, monologo tratto dall’opera di Kae Tempest, per la regia di Giorgina Pi. Per questa interpretazione riceve nel 2021 il Premio Ubu come migliore attore o performer. Nello stesso anno vince il Premio Ivo Chiesa – Futuro della scena e il Premio Mariangela Melato.
Sempre nel 2021 scrive con Giorgina Pi “Guida immaginaria”, diretto dalla stessa Pi, e collabora con Cristiano De Fabritiis alla composizione delle musiche.
Nel 2023 dirige insieme a Federica Rosellini “Orgia”, reading dall’opera di Pier Paolo Pasolini. Nello stesso anno idea e scrive “Noi vogliamo essere una faccenda leggera”, nell’ambito della performance site-specific “Termini. In una qualunque parte del pianeta”, progetto di Daria Deflorian, Muta Imago e Antonio Tagliarini.
Nel 2024 è interprete de “La vegetariana”, dal romanzo di Han Kang, per la regia di Daria Deflorian, spettacolo per il quale riceve una candidatura al Premio Ubu come migliore attore o performer nel 2025.
Nel 2025 debutta in “La cosmicomica vita di Q”, ideato e diretto da Luca Marinelli, ed è interprete e collaboratore alla drammaturgia di “Atomica”, di Muta Imago.
Nel 2026 scrive e dirige “Preghierine”.
Al cinema lavora, tra gli altri, con Stefano Mordini e Lyda Patitucci.
Federica Rosellini, classe 1989, si diploma alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano dopo studi di canto e violino. Performer, regista, drammaturga, sound designer e curatrice artistica, è anche danzatrice e illustratrice. Nel 2023 un suo ritratto è esposto al MAXXI nella mostra Straordinarie, dedicata a artiste e intellettuali che si sono particolarmente distinte per la loro forte identità e la loro ricerca. In teatro lavora fra gli altri con Ronconi, Latella, De Rosa, Lacasadargilla, Watkins, Sinigaglia e Rifici, ottenendo premi Hystrio Vocazione e Mariangela Melato, Reiter e due Ubu come miglior performer under 35. Al cinema è protagonista di Dove cadono le ombre di Pedicini (premio Nuova Imaie attrice rivelazione, Venezia 2017) e nel 2024 di Confidenza di Luchetti (candidata Nastri d’Argento e Globi d’Oro) e Campo di battaglia di Amelio (candidata Nastri d’Argento). Come regista e autrice, artista associata al Piccolo Teatro, crea lavori come Carne blu, tratto dal suo omonimo libro. Collabora, fra gli altri, con Biennale Teatro, ERT, TPE–Teatro Piemonte Europa, Elsinor e Teatro Stabile di Bolzano; insegna e ha insegnato in diverse realtà fra cui la Silvio d’Amico ed è attualmente docente di Regia al DAMS di Torino. Tra le regie recenti iGirl e Ivan e i cani, in tournée. Dal 2026 è co-direttrice artistica del Festival delle Colline Torinesi.

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