Étienne de La Boétie-poeta e pensatore -Articolo di Danilo Di Matteo-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Étienne de La Boétie-poeta e pensatore -Articolo di Danilo Di Matteo-
Étienne de La Boétie-il 18 agosto 1563 –moriva, a neppure 33 anni, il poeta, pensatore e giurista Étienne de La Boétie, amico del grande Montaigne. Proprio l’autore degli Essais ha reso immortale la loro amicizia, una delle più belle di tutti i tempi. Ascoltiamo: «Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: “Perché era lui; perché ero io”. […] Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l’uno dell’altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi. E al nostro primo incontro, che avvenne per caso, in occasione di una grande festa e riunione cittadina, ci trovammo tanto uniti, conosciuti e legati l’uno all’altro, che da allora niente fu a noi tanto vicino quanto l’uno all’altro». Una vera e propria amicizia amorosa, diremmo noi oggi. Con l’amore per il nome dell’altro che sembra precedere quello per l’intera persona.

E La Boétie scrisse giovanissimo, forse neppure ventenne, un saggio, pubblicato postumo, motivo di ispirazione per gli ugonotti e, in generale, per i calvinisti e in seguito quasi copiato dal grande ideologo e rivoluzionario giacobino Jean-Paul Marat, l’“amico del popolo” (a proposito di amicizia): Discours de la servitude volontaire ou le Contr’un. Perché il popolo, appunto, accetta di farsi servo, e di restar tale, dell’arbitrio di un tiranno o di pochi oligarchi? Nessuno, prima di lui, aveva posto la questione in maniera tanto netta e trasparente.
Poniamoci per un istante in ascolto: «la natura, ministro di Dio, la governante degli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma, e, a quanto pare, con lo stesso stampo, al fine di riconoscerci tutti, tra di noi, come compagni o piuttosto come fratelli […] ma piuttosto si deve credere che facendo così le parti, agli uni più grandi, e più piccole agli altri, essa volesse fare posto all’affetto fraterno, perché avesse dove esplicarsi, avendo gli uni potere di dare aiuto, gli altri bisogno di riceverne. Poiché quindi questa madre buona ci ha dato, a tutti, tutta la terra come dimora, ci ha sistemati tutti nella stessa casa». E quindi «non bisogna dubitare della nostra naturale libertà, poiché siamo tutti compagni, e non può passare per la mente a nessuno che la natura abbia messo chicchessia in servitù, avendoci tutti messi in compagnia». La servitù, evidentemente, nella prospettiva dell’autore, è un artificio, una finzione umana, qualcosa di innaturale. E ciò, si badi bene, senza che egli misconosca le differenze, le quali servirebbero, però, a rafforzare la coesione tra gli umani, vincolandoci ancor più l’un l’altro. Su di esse, invece, troppe volte si fa leva per giustificare la sopraffazione.

A conferma della prossimità che ci lega ad alcune pagine del passato, quasi a dispetto della distanza.
Étienne de La Boétie nacque a Sarlat, Dordogna, il 1° novembre 1530. Il padre era luogotenente del re, ma morì quando il figlio era ancora ragazzo, per questo Étienne andò a vivere con lo zio, curato di Bouilhonnas.
Si laureò in giurisprudenza a Orléans, nel 1553, e subito ottenne la carica di consigliere al Parlamento di Bordeaux. Oltre all’esercizio di questa attività, egli si dedicò allo studio delle lingue classiche, divenne un esperto ellenista e un conoscitore del pensiero e della saggezza antiche e traduttore di opere classiche latine e greche (Senofonte, Aristotele e Plutarco, tra gli altri).
Tra il 1546 ed il 1550 scrisse il Discours de la servitude volontaire, o Contr’un, che fu, dopo il 1550, rimaneggiato, ma pubblicato da S. Goulard solo nel 1576, postumo, in una raccolta miscellanea.
Tra il 1560 e il 1562 fu designato a svolgere varie missioni in qualità di consigliere e nel 1557, alla riunione della Cour des Aides al Parlamento, conobbe Montaigne. Ebbe inizio tra i due un intenso rapporto di amicizia; Montaigne fu un grande ammiratore di La Boétie, che lo aveva iniziato alla filosofia stoica, e contribuì a consolidarne la fama dedicandogli alcune pagine dei suoi Essais.
La Boétie morì giovanissimo (il 18 agosto 1563), nella casa di campagna del cognato di Montaigne, nei pressi di Bordeaux, assistito dallo stesso Montaigne, il quale nel 1580 curò un’edizione delle opere dell’amico.
Le opinioni circa l’interpretazione della sua opera sono state svariate; da taluni si considerava il Discours un’esaltazione in senso classico della libertà umana contro la tirannide, altri vi leggevano una chiara presa di posizione politica sul problema della libertà in campo religioso. Montaigne suggerisce che l’opera debba essere considerata un apolitico esercizio oratorio, espressione dell’umanesimo e dell’erudizione dell’autore. Resta il fatto che l’opera è stata ripresa e reintepretata a sostegno di ogni rivolta dal momento della sua pubblicazione in poi, dalla battaglia dei protestanti alla rivoluzione del 1789, alla Comune.
Importante il contributo che questa opera diede al dibattito politico del secondo Cinquecento influenzando da un lato i libellisti protestanti ed il loro antidispotismo, dall’altro politici e giuristi e quanti, come Bodin, intesero pervenire a un’idea nuova di potere monarchico. Il ritrovamento alla biblioteca Méjanes di Aix-en-Provence di un Mémoire sur l’édit de janvier (1562), in cui La Boétie auspicava il ritorno a un solo culto autorizzato, in nome dell’armonia e dell’unità del regno e si faceva promotore di una forte monarchia antifeudale in grado di tenere a freno sia i riformatori che i cattolici reazionari, fa oggi propendere per l’interpretazione che ne diede Montaigne. In pratica si ritiene che il Discors sviluppi considerazioni astratte e generali sulla politica, forse in risposta agli scritti di Machiavelli.
La Boétie fu anche autore di 29 sonetti d’amore di tipo petrarchista e di diverse poesie in francese e in latino.
Bibliografia
Poesia:
- Vers français de feu E. de La Boétie, pub. par Montaigne (1571);
- Vers français (1572);
- 29 sonetti in: Essais de Montaigne (1580).
Saggistica:
- Discours de la servitude volontaire, ou Contr’un, in: S. Goulart, Mémoires de l’estat de France sous Charles IX, vol. III (1577).
Traduzioni:
- La mesnagerie de Xénophon.
- Les règles de mariage de Plutarque.
- Lettre de consolation de Plutarque à sa femme (1571).
Edizioni:
- Oeuvres complètes, éd. P. Bonnefon, Bordeaux et Paris, 1892 (Genève, Slatkine Reprints, 1967);
- Discours de la servitude volontaire, suivi du Mémoire touchant l’Edit de Janvier (1562) et d’une lettre de M le Conseiller Montaigne, éd. P Bonnefon, Paris, Bossard, 1922;
- Vers français de feu Étienne de La Boétie – Six sonnets, vingt-neuf sonnets, in Poètes du XVIe siècle, éd. A. M. Schmidt Paris, Gallimard (Bibliothèque de la Pléiade) 1953;
- Oeuvres politiques, prés. F. Hincker, Paris, Editions sociales, 1963;
- Discours de la servitude volontaire, R Léonard, Paris, Payot, 1976;
- Discours de la servitude volontaire, éd. S. Goyard-Fabre, Paris, Flammarion, 1983;
- Mémoire sur la pacification des troubles, éd. crit. M. Smith, Genève, Droz, 1983.
Traduzioni italiane:
- Il contr’uno, tr. P. Fanfani, Firenze, Le Monnier, 1944;
- Discorso sulla servitù volontaria, cur. L. Geninazzi, Milano, Jaca Book, 1979.
Fonti:
- Notizia bio-bibliografica in “Discorso sulla servitù volontaria” (Traduzione di Giuseppe Pintorno) – La vita felice, Milano 1996.
- Lionello Sozzi: voce ” Discorso sulla servitù volontaria” in Dizionario dei capolavori, volume I. Torino, 1987.
Nota biografica a cura di Paolo Alberti.

Etienne de LA BOETIE
1530 – 1563
Amour, lors que premier ma franchise fut morte
Amour, lors que premier ma franchise fut morte,
Combien j’avois perdu encor je ne sçavoy,
Et ne m’advisoy pas, mal sage, que j’avoy
Espousé pour jamais une prison si forte.
Je pensoy me sauver de toy en quelque sorte,
Au fort m’esloignant d’elle ; et maintenant je voy
Que je ne gaigne rien à fuir devant toy,
Car ton traict en fuyant avecques moy j’emporte.
Qui a veu au village un enfant enjoué,
Qui un baston derriere à un chien a noué,
Le chien d’estre battu par derriere estonné,
Il se vire et se frappe, et les enfans joyeux
Rient qu’il va, qu’il vient, et fuyant parmy eulx
Ne peut fuir les coups que luymesme se donne.
J’allois seul remaschant mes angoisses passes
J’allois seul remaschant mes angoisses passes :
Voici (Dieux destournez ce triste mal-encontre !)
Sur chemin d’un grand loup l’effroyable rencontre,
Qui, vainqueur des brebis de leur chien delaissees,
Tirassoit d’un mouton les cuisses despecees,
Le grand deuil du berger. Il rechigne et me monstre
Les dents rouges de sang, et puis me passe contre,
Menassant mon amour, je croy, et mes pensees.
De m’effrayer depuis ce presage ne cesse :
Mais j’en consulteray sans plus à ma maistresse.
Onc par moy n’en sera pressé le Delphien.
Il le sçait, je le croy, et m’en peut faire sage :
Elle le sçait aussi, et sçait bien d’avantage,
Et dire, et faire encor et mon mal et mon bien.
Au milieu des chaleurs de Juillet l’alteré
Au milieu des chaleurs de Juillet l’alteré,
Du nom de Marguerite une feste est chomee,
Une feste à bon droit de moy tant estimee :
Car de ce jour tout l’an ce me semble est paré.
Ce beau et riche nom, ce nom vrayment doré,
C’est le nom bienheureux dont ma Dame est nommée,
Le nom qui de son los charge la renommee,
Et qui, maugré les ans, de vivre est asseuré.
Ou l’encre et le papier en ma main faillira,
Ou ce nom en mes vers par tout le monde ira.
Il faut qu’elle se voye en cent cartes escripte.
Et qu’un jour nos nepveux, estonnez en tous temps,
Soit hyver, soit esté, sans faveur du printemps,
Voyent dans le papier fleurir la Marguerite.
Ce dict maint un de moy : De quoy se plaint il tant
Ce dict maint un de moy : ” De quoy se plaint il tant,
Perdant ses ans meilleurs, en chose si legiere ?
Qu’a il tant à crier, si encore il espere ?
Et, s’il n’espere rien, pour quoy n’est il content ? ”
Quand j’estois libre et sain, j’en disois bien autant ;
Mais certes celuy là n’a la raison entiere,
Ains a le coeur gasté de quelque rigueur fiere,
S’il se plaint de ma plainte, et mon mal il n’entend.
Amour, tout à un coup, de cent douleurs me point :
Et puis l’on m’advertit que je ne crie point !
Si vain je ne suis pas que mon mal j’agrandisse,
A force de parler : s’on m’en peut exempter,
Je quitte les sonnetz, je quitte le chanter
Qui me deffend le deuil, celuy là me guerisse.






