A cinque anni dalla sua scomparsa, Franco Battiato. Un’altra vita rende omaggio al genio umano e musicale di una figura irripetibile che ha saputo attraversare linguaggi, epoche e sensibilità con libertà assoluta.
Ricordi, documenti e materiali inediti vi accompagnano in un viaggio profondo e coinvolgente che ripercorre la sua vita e la sua opera: un’esperienza emotiva che va oltre la musica, oltre il tempo, toccando corde intime e universali.
Talentuoso cantautore, musicista, poeta, filosofo, intellettuale spazia dall’avanguardia al pop, dall’elettronica alla dimensione mistica, reinventando la canzone italiana, grazie a testi visionari, armonie raffinate, melodie senza tempo e un sound inconfondibile.
Il percorso della mostra si articola in sette sezioni che raccontano la sua evoluzione artistica e umana:
L’inizio (dalla Sicilia a Milano)
2. Sperimentare (dall’acustica all’elettronica)
3. Il successo (dall’avanguardia al pop)
4. Mistica (tra Oriente e Occidente)
5. L’uomo (il ritorno alle origini)
6. Il Maestro
7. Dal suono all’immagine (il cinema di Battiato)
Franco Battiato
Al centro dello spazio espositivo, un ambiente ottagonale, richiamo simbolico all’ottava musicale, rappresenta il cuore pulsante della mostra: qui, un sistema di ascolto avvolgente vi conduce in un’esperienza sonora immersiva e quasi meditativa.
Copertine iconiche, poster storici, fotografie e cimeli rari restituiscono tutta la poliedricità di Battiato: innovatore, sperimentatore, precursore. Accanto alla musica, emerge il suo universo pittorico, fatto di fondi dorati, simboli e archetipi, visioni dense di spiritualità che richiamano l’estetica e l’immaginario mediorientale tanto caro al Maestro siciliano.
Franco Battiato
Negli ultimi vent’anni della sua produzione, prende forma anche la sua ricerca cinematografica: film narrativi e documentari che dialogano con la musica e ne amplificano il pensiero, offrendo uno sguardo lucido e profondo sulla contemporaneità e sull’interiorità dell’uomo.
Arricchita da momenti di approfondimento, la mostra è un tributo alla vita che continua oltre la morte, all’anima luminosa e gentile di uno dei più grandi geni italiani contemporanei. Un invito a ritrovare, attraverso le sue opere, quel “centro di gravità permanente” che, in fondo, ognuno di noi continua a cercare.
Coprodotta dalMinistero della Cultura e dalMAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, la mostra è curata da Giorgio Calcara con Grazia Cristina Battiato ed è organizzata daC.O.R. Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia, in collaborazione con laFondazione Franco Battiato ETS.
Città del Vaticano-Lontano da secoli, un antico codice ritorna in Vaticano
Città del Vaticano-Al di là di ogni luogo comune, la Biblioteca Apostolica Vaticana non è solo un luogo di studio e conservazione di libri. È una comunità viva, mai statica. Un polo in cui confluiscono persone di varia provenienza, geografica e storica in un intreccio di vita e sapere. Chi opera in questo ambito ne è ben consapevole, ma ci sono circostanze ed eventi che rendono tale fecondità visibile anche ai non addetti ai lavori. È il caso dell’incredibile rientro in Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV) di un antico manoscritto scomparso dagli scaffali da almeno tre secoli.
Lontano da secoli un antico codice ritorna in Vaticano – Vatican News
Si tratta del Pal. lat. 851, riemerso sul mercato antiquario, di inestimabile valore per i testi veicolati e per la sua appartenenza al fondo storico dei Palatini conservati nelle collezioni pontificie.
Piena sinergia
A ridosso delle trascorse festività natalizie la presenza del volume nella libreria Inlibris di Vienna ha richiamato l’attenzione del direttore dell’Universitätsbibliothek di Heidelberg, Jochen Apel. Insieme a Karin Zimmermann, direttrice della sezione manoscritti, si è subito messo in contatto con la BAV nella persona del prefetto, don Mauro Mantovani e della direttrice del Dipartimento Manoscritti Claudia Montuschi. «Una comunicazione rapida, in piena sinergia che ha messo in moto subito lo staff scientifico», commenta quest’ultima. Ci accoglie nella Sala degli scriptores che anticamente costituiva l’ingresso dell’antica biblioteca fatta costruire da Sisto V.
Un manoscritto cinquecentesco
Fin dalle sue origini questo è «un luogo di apertura e servizio allo studio». Nel solco di questa vocazione si inserisce la recente acquisizione: «È un manoscritto cartaceo del XVI secolo. Il primo testo ha un colophon del 1501». Una datazione confermata anche dalle filigrane della carta. «È stato trascritto da più copisti» e consta di 115 fogli, più due “fogli di guardia” moderni, ovvero i fogli messi a protezione tra la legatura e il corpus del testo. Questi risalgono all’Ottocento ma si rivelano preziosi. per le informazioni che tramandano rispetto a chi ha studiato e posseduto il volume.
Lontano da secoli un antico codice ritorna in Vaticano – Vatican News
Un testo agiografico rarissimo
Il contenuto è nella prima parte agiografico, con le vite dei Santi Ciriaco, Gallo, Mauro abate, Goar, Burcardo; la seconda parte contiene invece l’Historia Langobardorum di Paolo Diacono. «Salta subito agli occhi la selezione dei testi agiografici per i quali il testo si presenta, da una prima occhiata ai repertori, rarissimo; la raccolta riconduce a un’area precisa tedesca, probabilmente Worms», diocesi retta da Burcardo. A Lorch farebbe invece pensare San Ciriaco.
Il valore
«Il codice – prosegue Claudia Montuschi – non si presenta in modo lussuoso: non ha miniature, ma iniziali decorate». La sua importanza risiede nel valore storico e, circostanza rarissima, «nel poter essere ricollocato all’interno di una collezione storica, nella compagine in cui è stato pensato e consegnato alla Vaticana».
Il riconoscimento
Un elemento inequivocabile per il suo riconoscimento è la legatura con il ritratto dell’Elettore Palatino Ottheinrich, la data (1556) e il suo motto M(it) D(er) Z(eit). «I Palatini storicamente arrivano da Heidelberg e facevano parte di un sistema bibliotecario ante litteram, costituito da tre nuclei. Questo grande patrimonio viene donato da Massimiliano I di Baviera a Papa Gregorio XV durante la Guerra dei Trent’anni come segno di riconoscimento per il sostegno ricevuto».
Il dono a Gregorio XV e l’epigrafe di Urbano VIII
I volumi giungono a Roma dopo un impegnativo viaggio coordinato da Leone Allacci, Scriptor Graecus della Biblioteca Vaticana. Le casse con i libri arrivano nell’estate 1623, tra la morte del Papa Ludovisi l’elezione di Urbano VIII. È il Pontefice Barberini a riceverle, come ricorda un’epigrafe, oggi nel percorso di visita dei Musei Vaticani, che in poche righe riassume la vicenda storica, la consistenza della biblioteca, l’allestimento degli spazi per accogliere la donazione.
Foto epigrafe
L’indagine sulla scomparsa
Se il confronto tra gli inventari della Vaticana e della biblioteca di Heidelberg ha portato all’identificazione certa del volume, ancora in corso è lo studio di come questo abbia abbandonato la biblioteca pontificia. «Risulta assente dal 1798: un periodo storico segnato dalle requisizioni napoleoniche. Tuttavia il manoscritto non compare nelle liste di quei movimenti. Dobbiamo seguire altre strade. Possiamo già restringere la forbice temporale e affermare che il testimone si è allontanato dalla Biblioteca Vaticana dopo il 1751 e prima del 1798». Nessuna pista al momento può essere esclusa.
Lo stato di conservazione
Le buone condizioni conservative del volume lasciano intendere che chi lo ha preservato in questi ultimi secoli fosse ben consapevole del suo valore. «Conserva la sua legatura originale. La carta è ben conservata, naturalmente con i segni del tempo e dell’usura normale. È stato utilizzato, studiato, annotato. Il dorso, la parte più fragile del libro, come spesso succede, è rifatto».
L’emozione e la gioia
Il ritrovamento del Pal. lat. 851 ha sicuramente sconvolto l’agenda e le priorità di studio e ricerca di Claudia Montuschi e dei suoi colleghi in Vaticano e in Germania, ma l’impegno delle ultime settimane è stato ripagato. Ricollocare il volume nella collezione di appartenenza significa renderlo disponibile per lo studio, obiettivo condiviso dalle due Istituzioni: «È stata un’emozione grande che abbiamo provato insieme a tutti gli studiosi coinvolti. Abbiamo sperimentato una vera sinergia in cui ogni traguardo si consegue insieme e non per il merito di uno solo. Ed è una gioia vedere subito il frutto del nostro annuncio: nei repertori online vediamo scomparire la notizia “perduto”».
Il libro nella storia
Nel giro di due mesi, il tempo di mettere in atto il protocollo conservativo e la digitalizzazione, il manoscritto sarà messo a disposizione con tutti gli altri nelle sale di consultazione. La Biblioteca Apostolica Vaticana si conferma così un luogo di grande vitalità e dialogo interistituzionale in cui i libri oltre a tramandare cultura, sono – nel loro aspetto materiale – ambasciatori delle vicende dell’umanità.
Articolo di Paolo Ondarza – Città del Vaticano-Fonte VaticaNew
ROMA via delle Botteghe Oscure-Sede storica del PCI-
Francesco Riccio-Lo rifarei. Vita di partito da via Barberia a Botteghe Oscure –
prefazione di Gianni Cuperlo
Francesco Riccio-Lo rifarei
DESCRIZIONE- del libro di Francesco Riccio -Una serie di racconti, un viaggio nella vita del Partito, del Pci, con il dichiarato intento di rendere omaggio alle donne ed agli uomini, alle compagne e ai compagni con i quali l’autore ha trascorso (da militante-funzionario-dirigente) un importante trentennio. Un omaggio a quelle figure sconosciute al grande pubblico e spesso genericamente indicate come “apparato”, anche con un certo disprezzo. In realtà si trattava di una comunità che ha dedicato la propria vita agli ideali della solidarietà, della difesa dei più deboli, del progresso sociale. Donne e uomini che non avevano nulla di quel grigiore con il quale venivano descritti. Anzi, attraverso la caratterizzazione di ciascuno si disegna il quadro di un popolo che sapeva coniugare la massima serietà dell’impegno politico con lo spensierato divertimento. Certo, c’è nostalgia di quel tempo e di quel popolo. La storia ha assegnato a quella vicenda un esito ben noto. Ciò non può impedire che ciascuno di quelli che l’hanno vissuta avverta un sentimento di nostalgia e di rimpianto. Nella consapevolezza che i sentimenti possono sempre reinventarsi se non si nega il loro valore profondo.
Gianni Cuperlo, che ha curato la prefazione, coglie brillantemente gli aspetti principali del racconto. Bruno Magno, storico grafico del Pci, li sintetizza con maestria nella copertina. Due omaggi all’autore per tanti anni loro compagno in quel viaggio.
Partito Comunista Italiano
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Antonio Fogazzaro nacque a Vicenza il 25 marzo 1842 da una agiata famiglia borghese saldamente ancorata ai valori tradizionali, cattolici, liberali e patriottici. Il padre, Mariano, combattente contro gli austriaci durante l’assedio di Vicenza del 1848, poi costretto all’esilio a Torino nel 1859, fu eletto deputato nel Parlamento del nuovo Regno d’Italia. La madre, Teresa Barrera, era originaria di Oria, in Valsolda, un piccolo borgo affacciato sulle sponde del lago di Lugano al quale Antonio rimase sentimentalmente legato per tutta la vita. Il matrimonio dei genitori fu aspramente contrastato dal padre di Mariano e diventò fonte di ispirazione per la trama del più celebre romanzo fogazzariano: Piccolo mondo antico. Negli anni della formazione, lo zio paterno, don Giuseppe, sacerdote di liberali idee rosminiane, ebbe una notevole influenza sull’educazione del giovane Antonio, il quale, proprio allo zio, sottopose le sue primissime prove poetiche. Dopo aver compiuto privatamente gli studi ginnasiali, nel 1856 Antonio entrò nel liceo di Vicenza, dove insegnava l’abate Giacomo Zanella, poeta e scrittore di aperto spirito religioso e non pregiudizialmente ostile alle idee del progresso scientifico. Proprio per queste aperture il suo magistero ebbe sul giovane Fogazzaro una notevole influenza. Dopo aver conseguito la maturità classica, nel 1858 Antonio, che già sentiva l’urgenza di una vocazione letteraria, si iscrisse senza entusiasmo alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova, poi, nel 1859, in quella di Torino, dove la famiglia fu costretta ad attendere in esilio la liberazione del Veneto e dove Antonio si laureò nel 1864. Seppur con scarsa convinzione, il giovane Fogazzaro iniziò a far pratica negli studi legali di Torino, poi, nel 1865, a Milano. In quell’anno, rientrato temporaneamente a Vicenza, si fidanzò con Margherita dei conti di Valmarana, che sposò l’anno seguente contro la volontà paterna. I due sposi si stabilirono a Milano. Pressato dalle nuove responsabilità del matrimonio, nel 1868 dette gli esami di avvocato, riprendendo così l’attività legale. Nel frattempo, l’inquieto Fogazzaro era entrato in contatto con l’ambiente anticonformista della Scapigliatura milanese, il movimento letterario e artistico che si proponeva di liberarsi dell’eredità manzoniana. Ma fu soprattutto l’amicizia con lo scrittore e musicista Arrigo Boito, uno degli “scapigliati” più promettenti e geniali, che fece maturare in lui, sempre più forte, la vocazione per la letteratura. L’anno successivo Antonio e Margherita si stabilirono definitivamente a Vicenza, dove nacque la primogenita, Gina: a partire da quella prima nascita e fino al 1882, i coniugi Fogazzaro tennero un diario nel quale registrarono impressioni e considerazioni sulla vita e l’educazione dei figli. Fogazzaro fu un padre amoroso e sollecito, affabulatore seducente nonché attento educatore dei suoi figli. Scrisse per la figlia Maria ammalata di polmonite alcune fiabe che la bimba apprezzò molto. Il padre così ricordò in una lettera a Ellen Starbuck il piacere provato dalla piccola ammalata nell’ascoltare Malgari o la perla marina o Il folletto nello specchio: «La povera bambina gemeva, si doleva giorno e notte; era una pietà di udirla respirare tanto affannosamente da non poter articolar bene le parole. In pari tempo la sua intelligenza era più viva, più acuta che mai. Il solo suo conforto era quello di farsi raccontare storie d’ogni genere. Le ascoltava con avidità instancabile fissando il narratore con i suoi begli occhi lucenti di febbre» Nel 1872, l’avvocato Fogazzaro, che fino a quel momento aveva pubblicato solo alcuni versi d’occasione, tenne all’Accademia Olimpica di Vicenza un significativo discorso su L’avvenire del romanzo in Italia, in cui tratteggiava le linee guida di quella che sarebbe stata, di lì a poco, la sua autentica vocazione. Infatti, dopo il rifiuto di alcuni editori, nel 1873 pubblicò a proprie spese il poemetto Miranda. La novella in versi ebbe una discreta attenzione e convinse il padre, allora deputato a Roma, ad appoggiare la carriera letteraria di Antonio, il quale, superata la profonda crisi religiosa degli anni universitari, ritornava alla fede cattolica. Dopo la nascita del secondo figlio, Mariano (1875), Fogazzaro pubblicò la sua prima raccolta di versi, Valsolda (1876), un omaggio appassionato a “un’amica tenera dei primi anni”, la materna Valsolda delle sue “ore felici”, come, anni dopo, ebbe a ricordare di quel primo ma non troppo fortunato libro di liriche. Ma sono anni di preparazione al grande passo: nell’anno della nascita della figlia Maria, il 1881, l’editore Brigola di Milano, pubblicò il suo primo romanzo, Malombra. La tumultuosa passionalità dei personaggi e quella vena di esoterismo che percorre tutto il romanzo, ne decretarono il vasto successo presso i lettori. Nel 1883 conobbe il drammaturgo Giuseppe Giocosa, suo sincero estimatore, e fu l’inizio di una lunga amicizia e di un sincero sodalizio intellettuale. In quello stesso anno, a Lanzo d’Intelvi, Fogazzaro incontrò la pittrice americana Ellen Starbuck, una delle donne che accesero in lui una sofferta passione rigidamente idealizzata in ascesa mistica. Esperienza sentimentale alla quale si ispirò per la tormentata e tragica Violet, l’eroina del suo terzo romanzo, Il mistero del poeta, che pubblicherà nel 1888. Nel frattempo, nel 1884, moriva in Valsolda lo zio materno, Pietro Barrera, dal quale, nei suoi primi anni di matrimonio, Fogazzaro aveva ricevuto aiuto morale ed economico. Lo rievocherà con tenerezza nel personaggio dello zio Piero in Piccolo mondo antico. Nel 1885 pubblicò il suo secondo romanzo, Daniele Cortis. Subito dopo Fogazzaro intraprese un viaggio in Germania, la patria dei suoi poeti prediletti, Heine e Goethe. Di quell’anno sono i primi abbozzi del nuovo romanzo, Il mistero del poeta, che uscirà in volume nel 1888 e immediatamente tradotto e pubblicato in Francia, dove Fogazzaro veniva indicato, con D’Annunzio, autorevole esponente della nuova letteratura italiana. Sarà però lo stesso D’Annunzio a stroncarlo, definendo Il mistero del poeta “un mediocre romanzo”. Del 1887, l’anno della morte del padre, è la raccolta di novelle Fedele e altri racconti e il saggio Un’opinione di Alessandro Manzoni, frutto di un discorso tenuto a Firenze sulla tematica sentimentale e amorosa in letteratura, nel quale sosteneva il necessario superamento delle reticenze manzoniane in fatto di amore, ma non per cedere alla sensualità, bensì per superarla e approdare, attraverso l’amore sublimato, a Dio. Sono questi, per Fogazzaro, anni di intensa ricerca religiosa, mosso dall’esigenza di trovare una conciliazione tra scienza e fede, soprattutto dopo la divulgazione delle teorie darwiniane sull’evoluzionismo, alle quali Fogazzaro si dedicò con aperta disposizione intellettuale. Il risultato di questi approfonditi studi si concretizzarono in due importanti interventi: Per un recente raffronto di Sant’Agostino e di Darwin circa la creazione (1891), e L’origine dell’uomo e il sentimento religioso (1893), con i quali egli cercava di armonizzare l’evoluzionismo di Darwin con la dottrina della Chiesa. Matilde Serao, che conobbe a Roma in occasione della seconda conferenza, lo esortò a farsi fondatore e guida di una nuova letteratura spirituale, in grado di offrire “un senso più alto e più nobile della vita interiore”. Il 1895 fu funestato dalla improvvisa morte per tifo, a soli vent’anni, del figlio Mariano, evento che segnò profondamente l’animo di Fogazzaro. In quello stesso tragico anno, dopo dieci lunghi anni di gestazione, pubblicò il suo capolavoro, Piccolo mondo antico, primo romanzo di una tetralogia di cui faranno parte Piccolo mondo moderno (1901), Il Santo (1905) e Leila (1911). L’enorme successo di Piccolo mondo antico lo impegnò sempre di più nella vita pubblica – nel 1896 venne nominato senatore del Regno – imponendolo ancora di più sul piano internazionale. Nel 1898 e nel ‘99 viaggiò tra Parigi e il Belgio, entrando in relazione con il cardinale Mathieu e impegnandosi in conferenze filosofico-religiose che lo avvicinarono sempre più profondamente al modernismo, il movimento cattolico riformatore che si proponeva di conciliare la fede religiosa con le conquiste della cultura moderna. L’eco di tali interventi preoccuparono le autorità ecclesiastiche che accusarono Fogazzaro di sostenere le tesi del modernismo, movimento già condannato da Pio X, condannando all’Indice il romanzo Il Santo (1906). Fogazzaro, da cattolico osservante e obbediente, si piegò alla condanna imponendosi il silenzio, senza però rinunciare alle sue intime convinzioni, che ripropose anche nel suo ultimo romanzo, Leila, che il Sant’Uffizio puntualmente pose all’Indice. Antonio Fogazzaro non seppe mai di quest’ultima censura: ricoverato all’Ospedale Civico di Vicenza per una grave crisi epatica, morì il 7 marzo 1911 dopo un estremo intervento chirurgico.
Il 7 marzo 1911 muore a Vicenza dove era nato nel 1842 lo scrittore Antonio Fogazzaro autore di “Malombra”e “Piccolo mondo antico”.
Profondamente malato aveva subito un intervento chirurgico il 4 marzo e per il repentino aggravarsi delle condizioni poche ore prima era stata amministra l’estrema unzione.
“Guarda la forma di questa rosa, guarda il portamento, guarda le sfumature, le venature di questi petali, guarda quella stria rossa; e senti che odore, adesso! E lascia star la filosofia.» «Lei è nemico della filosofia?», osservò il professore, sorridendo. «Io sono amico», rispose Franco, «della filosofia facile e sicura che m’insegnano anche le rose.”
-Rivista Collettivo R -Poesie –pubblicate sul N°unico 26/28-Giugno 1981/Maggio 1982
Rivista Collettivo R -Poesie pubblicate sul N°unico 26/28-
Rivista Collettivo R-La casa editrice venne fondata nel dicembre 1970 su inizativa di Luca Rosi, Ubaldo Bardi e Franco Manescalchi all’interno del movimento dell’underground culturale ed editoriale fiorentino in stretto collegamento con l’associazionismo politico culturale e ricreativo (Arci, Circoli culturali, Case del popolo, partiti della sinistra storica, sindacati e movimento studentesco). Lo scopo era di collegare la contestazione politica con orizzonti culturali più ampi attraverso la proposta della riflessione di scrittori e poeti, in particolare italiani e latinoamericani, poco noti al grande pubblico. L’iniziativa si concretizzò nella pubblicazione della rivista «Collettivo R», un nome derivato dalle unioni spontanee di quegli anni e una lettera simbolica R ad indicare un triplice richiamo: Resistenza, Ricerca, Rivoluzione.
La rivista mosse i suoi primi passi come “rivista al ciclostile” e visse nei luoghi di cui si volle fare icona e portavoce. Si interessò e propose accanto alla poesia anche lavori grafici, critiche letterarie, racconti. A fianco della rivista uscirono le serie dei “Quaderni” con raccolte poetiche contemporanee. Nel 1980 fu pubblicata L’utopia consumata: Antologia 1970-1980 che riassume le iniziative e le proposte del primo decennio di esperienza di “poesia militante”. Nel 1981 con la Casa della Cultura e il Consiglio di Quartiere 7 diede vita al Centro Due Arti di documentazione poetica e grafica e affiancò all’attività editoriale la produzione di spettacoli culturali, recital poetici e incontri di divulgazione nelle scuole. Tradusse, pubblicò e introdusse in Italia numerosi poeti latinoamericani in collaborazione con le cattedre di ispanistica delle università di Firenze, Siena e Venezia, tra questi ricordiamo Ernesto Cardenal padre trappista e ministro della cultura del Nicaragua rivoluzionario. Il primo maggio del 1994 Luca Rosi, Franco Varano e Paolo Tassi diedero vita all’attuale configurazione societaria l’Associazione culturale Athaualpa finalizzata al perseguimento di soli obiettivi culturali con il sostegno e l’impegno pratico di numerosi soci che dedicano gratuitamente la loro attività professionale alla realizzazione delle edizioni.
Rivista Collettivo R -Poesie pubblicate sul N°unico 26/28-Rivista Collettivo R -Poesie pubblicate sul N°unico 26/28-Rivista Collettivo R -Poesie pubblicate sul N°unico 26/28-Rivista Collettivo R -Poesie pubblicate sul N°unico 26/28-Rivista Collettivo R -Poesie pubblicate sul N°unico 26/28-Rivista Collettivo R -Poesie pubblicate sul N°unico 26/28-Rivista Collettivo R -Poesie pubblicate sul N°unico 26/28-
La Rivista Collettivo R mosse i suoi primi passi come “rivista al ciclostile” e visse nei luoghi di cui si volle fare icona e portavoce. Si interessò e propose accanto alla poesia anche lavori grafici, critiche letterarie, racconti. A fianco della rivista uscirono le serie dei “Quaderni” con raccolte poetiche contemporanee. Nel 1980 fu pubblicata L’utopia consumata: Antologia 1970-1980 che riassume le iniziative e le proposte del primo decennio di esperienza di “poesia militante”. Nel 1981 con la Casa della Cultura e il Consiglio di Quartiere 7 diede vita al Centro Due Arti di documentazione poetica e grafica e affiancò all’attività editoriale la produzione di spettacoli culturali, recital poetici e incontri di divulgazione nelle scuole. Tradusse, pubblicò e introdusse in Italia numerosi poeti latinoamericani in collaborazione con le cattedre di ispanistica delle università di Firenze, Siena e Venezia, tra questi ricordiamo Ernesto Cardenal padre trappista e ministro della cultura del Nicaragua rivoluzionario. Il primo maggio del 1994 Luca Rosi, Franco Varano e Paolo Tassi diedero vita all’attuale configurazione societaria l’Associazione culturale Athaualpa finalizzata al perseguimento di soli obiettivi culturali con il sostegno e l’impegno pratico di numerosi soci che dedicano gratuitamente la loro attività professionale alla realizzazione delle edizioni.
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IN RICORDO DI LUCA ROSI direttore della rivista di poesia “COLLETTIVO R- ATAHUALPA”
Sabato 21 settembre u.s. è morto Luca Rosi. Quanti l’abbiamo conosciuto abbiamo perso non solo il poeta, ma l’amico leale e sensibile, sempre vicino nei problemi di vita quotidiana; tutti noi dopo la sua morte siamo orfani di qualcosa,sentiamo la sua assenza come un vuoto e siamo affranti, questo vuoto era la sua dolcezza nei rapporti con tutti e il suo impegno tenace, di una persona forte e resistente moralmente, con la sua orientazione a portare a termine impegni di traduzione dei testi della rivista, di redazione dei “quaderni” di poesia o della preparazione dei diversi numeri della rivista. In questo impegno in cui si riconosceva pienamente e attraverso esso comunicava con tutti noi ed era felice quando inviava la rivista e spesso aggiungeva in un foglio allegato un caro saluto. Luca, con me, che abito a Roma, spesso era presente con una telefonata o con una lettera. Qualche volta veniva a Roma per i suoi impegni nel sindacato dell’editoria,ed era un’occasione di incontro e di riflessione, ugualmente avveniva nei miei ritorni a Firenze, anche dopo la conclusione del periodo universitario.
Luca era nato settanta quattro anni fa. L’ho incontrato la prima volta a Firenze, nella sua abitazione, per una riunione della redazione della rivista “Collettivo R”, fondata da Franco Manescalchi insieme allo stesso Luca. Quella sera, ricordo ci fossero Silvano Guarducci, Ubaldo Bardi e Paolo Tassi. Ero stato invitato, dopo aver scritto una lettera alla redazione in seguito alla presa visione di uno dei primi numeri che era arrivato alla redazione dei “Quaderni Calabresi” di Vibo Valentia. Siamo nei primi anni ’70, molto ricchi di fermenti culturali, e io ero alla ricerca di un percorso personale, che coniugasse politica e poesia. Allora mi sembrò – e fu poi così – di averlo trovato nella rivista fiorentina e nel gruppo di persone che l’animava.
Quando i rapporti redazionali divennero più frequenti con Luca, si andava formando anche una sincera amicizia, che col tempo si è consolidata, diventando molto preziosa. Io lo apprezzavo molto e gli volevo bene, e lui non mancava di farmi sentire il suo affetto e la sua stima, giudicando positivamente non solo i miei primi testi poetici per la rivista, ma spesso mi incoraggiava tantissimo a continuare a scrivere durante i miei periodi di dubbi e di insicurezza nel trovare un mio percorso. Io intanto scorgevo in lui (anche in Franco e Silvano e Paolo) l’unione tra intelligenza e sforzo morale: cioè l’attenzione che riversava verso la storia coniugata con la poesia. Lui , figlio di emigranti italiani in Venezuela, ritornato in Italia per studiare all’Università, aveva cominciato con l’interesse per i problemi degli studenti stranieri in Italia, con la redazione di un giornale degli studenti immigrati. Nel frattempo aveva avviato con la scrittura di testi poetici una comprensione del mondo e della sua storia. Penso alle prime due raccolte: “TERRA CALCINATA” E “AMORE SENZA TEMPO”. Per la prima volta ho cominciato a sentire da lui ( e da Franco) l’espressione caratterizzante: la poesia comepoesia della tensione. Essa era il risultato di riflessioni sul giusto rapporto morale con il mondo di quella storia che allora era divisa tra oppressione e movimenti di rivolta e rivoluzione. In quella concezione della poesia mi sembrava abitasse qualcosa di spirituale unito al politico. Luca era così, racchiudeva l’uno e l’altro. Lo spirituale mi sembrava basato su ciò che chiamiamo scelta, responsabilità, disponibilità all’apertura al mondo della storia. Così era fatto il suo mondo di poeta e di intellettuale, di poeta-intellettuale. Lui proponeva una poesia fatta con la passione della politica e con una tensione spirituale verso le singole persone oltre che per i fatti storico-collettivi. In Luca era molto presente anche l’orizzonte esistenziale, credo per dare un senso maggiore alla storia e alla vita stessa. Luca, già nei primi numeri della rivista “Collettivo R” individuava il ruolo del poeta come politico, con una sensibilità e una “tensione” verso le classi sfruttate e oppresse. Lui pensava possibile una <<lunga marcia>> in cui i poeti avrebbero lasciato da parte le ambizioni piccolo-borghesi, ogni prestigio personale per identificarsi con i problemi storici dell’oppressione. Luca è stato un innovatore : attraverso i testi classici del marxismo, denunciava nei primi scritti l’alienazione del lavoro intellettuale nell’industria, tra cui quello del poeta, che avrebbe perso l’aureola, e proponeva l’uscita dall’editoria tradizionale, con l’esoeditoria e il ciclostile e la diffusione a braccio della poesia tra gli strati popolari (case del popolo, scuole, ecc), collegandosi con le forze sociali che agivano a livello di massa. Così individuava il ruolo del poeta come ruolo politico in senso lato, con una tensione verso le classi oppresse. La Sua presenza alle feste dell’Unità, in alcune scuole, presso le Case del Popolo, e altri luoghi pubblici era determinante e necessaria: lui non riservava le sue energie che a questa attività di pedagogo, di amante della poesia, per far altresì innamorare gli altri. Una sua grande gioia era quella di poter invitare in questi incontri il poeta Cardenal o Rafael Alberti, o di tradurre dallo spagnolo moltissimi poeti latino-americani, per poterli far conoscere ai lettori italiani, cominciando dall’ antologia collettivamente tradotta: “Poeti a Cuba”. Il suo amore intenso per la poesia lo portava spesso a organizzare cene di sottoscrizione per continuare la pubblicazione della rivista, o a passare giorni interi a correggere le bozze di più di 50 libri di poesia di altrettanti autori, o a interessarsi alla redazione dell’antologia “L’Utopia Consumata” (o Anti-Antologia),o a curare periodicamente e con assiduità la corrispondenza con i poeti della rivista , o a tener testa ai diversi progetti culturali, relativi alla fondazione del Centro Eielson per la conoscenza della poesia latino-americana, o alla fondazione dell’Associazione culturale “ATAHUALPA, o alla edizione della nuova serie della rivista a cominciare dal 2006, o a preparare presso la biblioteca Marucelliana di Firenze la mostra di tutti i materiali di “COLLETTIVO R” e i diversi incontri di presentazione di libri per il quarantesimo anniversario della rivista.In questo suo impegno tenace era sempre sostenuto da una famiglia molto generose e a lui vicina: dalla moglie Felis, dalle figlie e dai nipoti, a cui ha saputo trasmettere con molto affetto il valore della poesia. Ecco, quando prendiamo in mano o pensiamo un numero della rivista o uno dei libri editati da Colletttivo R, pensiamo a Luca, al suo grande amore perché la poesia giungesse a tantissimi, perciò pensiamo a Lui come poeta, intellettuale e pedagogo. Oraquesto suo mondo apparentemente trascorso vivrà nel futuro, nella misura in cui noi lo ricordiamo riproponendolo. (Luca un grazie infinito da parte mia e a nome anche di coloro che ti hanno conosciuto attraverso la Rivista).
Andrea Pozzetta-Lui solo non si tolse il cappello-Editore Interlinea
Descrizione del libro di Andrea Pozzetta-Lui solo non si tolse il cappello-Vita e impegno politico di Ettore Tibaldi, protagonista della Repubblica dell’Ossola-Tra la provincia di Pavia e la val d’Ossola, passando per la Svizzera e per il più vasto continente europeo, la vita avventurosa di Ettore Tibaldi (1887-1968)si dipana in una biografia che per la prima volta ne ricostruisce il lungo e tortuoso percorso politico e civile. Medico, scienziato, docente, militante socialista, repubblicano, interventista durante gli anni della prima guerra mondiale, organizzatore degli ex combattenti e reduci, antifascista, dirigente della Resistenza, ideatore e presidente del governo della Repubblica partigiana dell’Ossola, esule, protagonista della vita politica del secondo dopoguerra fino al raggiungimento della carica di vicepresidente del Senato: questi sono solo alcuni dei principali risvolti di un’esistenza vissuta lungo una precisa linea di condotta etica e morale, fondata sulla lotta per la democrazia e la giustizia sociale. In nome dei suoi ideali Ettore Tibaldi fu perseguitato dal regime fascista, perse il lavoro di docente universitario, fu allontanato dalla famiglia, ma seppe anche resistere e offrire un esempio di azione, come durante le settimane di libertà della Repubblica dell’Ossola. La storia di Ettore Tibaldi è la storia di un uomo che ha dato tutto di se stesso per un’idea di civiltà e di democrazia.
Ettore Tibaldi(1887-1968)
Titolo
Lui solo non si tolse il cappello
Sottotitolo
Vita e impegno politico di Ettore Tibaldi, protagonista della Repubblica dell’Ossola
Da “la Provincia“, Roberto Lodigiani su Lui solo non si tolse il cappellodi Andrea Pozzetta
«A questa figura di medico e antifascista militante, ancora oggi molto conosciuta in Val d’Ossola, relativamente poco a Pavia, ha dedicato una dettagliata biografia Andrea Pozzetta, ricercatore storico e docente delle superiori: “Lui solo non si tolse il cappello. Vita e impegno politico di Ettore Tibaldi, protagonista della Repubblica dell’Ossola” (Interlinea) verrà presentato domani nel Salone Teresiano della Biblioteca Universitaria (ore 17); dialogheranno con l’autore Elisa Signori e Marina Tesoro».
Andrea Pozzetta
Da “La Stampa Novara“, su Lui solo non si tolse il cappello di Andrea Pozzetta
«“Lui solo non si tolse il cappello” è il libro dedicato a Ettore Tibaldi che viene presentato oggi alle 17,30 a Casa Ceretti a Intra. Il volume, opera di Andrea Pozzetta, è edito da Interlinea e l’autore, proprio per questo libro, ha di recente vinto il premio “Repubblica partigiana dell’Ossola” assegnato dal Comune di Domodossola.»
Andrea Pozzetta
Andrea Pozzetta
Andrea Pozzetta
Andrea Pozzetta, dottore di ricerca in Storia, è insegnante, ricercatore e direttore scientifico presso la Casa della Resistenza di Verbania. Collabora in particolare con le attività del Centro di documentazione.
Nelle sue ricerche si è occupato di storia politica dell’Italia repubblicana, di storia culturale della prima guerra mondiale, di storia delle culture politiche, di antifascismo e Resistenza.
POZZETTA Andrea
Casa della Resistenza, Centro di documentazione, via Turati 9, 28924 Verbania (VB)
BIOGRAFIA
Studi e formazione
Dottorato di ricerca in Storia (XXIX ciclo) presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Pavia. Tesi: «Tutto il partito è una scuola». Le scuole di partito del Pci e la formazione dei quadri (1945-1981) (tutor prof. Pietro Angelo Lombardi).
Laurea specialistica in Storia dell’Europa moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Pavia, anno accademico 201o/2011. Tesi in storia contemporanea: Essere comunista tra Italia e Unione Sovietica. Luigi Longo 1922-1969, relatore professoressa Marina Tesoro.
Diploma di master universitario di primo livello in Professioni e prodotti dell’editoria, anno accademico 2011/2012, presso Collegio Santa Caterina da Siena-Università degli Studi di Pavia.
Laurea triennale in Scienze Politiche (curriculum storico-politico), anno accademico 2007/2008, all’Università di Pavia.
PUBBLICAZIONI
Monografie
Passaggi di speranza. Contrabbandieri, passatori, fuggiaschi e partigiani in Ossola e Verbano, Verbania, Tararà 2024.
Lui solo non si tolse il cappello. Vita e impegno politico di Ettore Tibaldi, protagonista della Repubblica dell’Ossola, Novara, Interlinea 2021.
«Tutto il Partito è una scuola». Cultura, passioni e formazione nei quadri e funzionari del Pci (1945-1981), presentazione di Albertina Vittoria, Milano, Unicopli, 2019.
Industriarsi per vincere. Le aziende e la Grande Guerra, presentazione di Alessandro Barbero, Interlinea, Novara 2018.
Curatele
Leopoldo Bruno Carabelli, Memorie di un ribelle, a cura di Andrea Pozzetta, Interlinea, Novara 2018.
Articoli
«Morire stroncati dal piombo era preferibile». Lettere di rifugiati ossolani in Svizzera (1944-1945), in «I sentieri della ricerca», 2018.
«Tutto il Partito è una scuola». Esperienze formative nelle scuole di partito del Pci degli anni Settanta, in «Contemporanea», n. 3 (2016)
Un medico sovversivo: Ettore Tibaldi tra garibaldinismo e antifascismo, in «I sentieri della ricerca. Rivista di storia contemporanea», n. 19/20 (2014/2015).
Luigi Longo e la costruzione del “nuovo internazionalismo”: 1964-1969 in «Storia e Futuro», n. 35, Giugno 2014.
Contributi e capitoli in opere collettanee
«Nel collettivo apprendo un metodo di lavoro». Pratiche di formazione delle scuole di partito del Pci tra secondo dopoguerra e anni Settanta, in Maestri e pratiche educative dall’Ottocento a oggi. Contributi per una storia della didattica, a cura di Monica Ferrari e Matteo Morandi, Scholé, Brescia 2020
La prima guerra della modernità. Esperienze tra economia e società nel Piemonte Orientale, in La città di Novara e il Novarese nella prima guerra mondiale,a cura di Cristina Vernizzi, Interlinea, Novara 2018.
Tra «eroi capovolti» e «custodi del disordine». Curzio Malaparte interprete della storia europea (1921-1931), in “Chroniques italiennes web” 35 (1/2018) Curzio Malaparte Esperienza e scrittura a cura di Maria Pia De Paulis-Dalembert.
Un «luogo venerato, che virtù d’avi consacrava al sapere». Momenti celebrativi e autorappresentazioni nell’Università di Pavia, in Almum Studium Papiense. Storia dell’Università di Pavia, vol 2, tomo II, a cura di Dario Mantovani, Cisalpino Istituto Editoriale Universitario, Milano 2017.
Schede: Il Circolo di studi sociali: Carlo Bianchi e le origini del socialismo pavese e Le reti di sociabilità di studenti e professori, in ibidem.
«Ci sono veramente delle canaglie fra i soldati!» Curzio Malaparte: da Viva Caporetto! a La rivolta dei santi maledetti, in Inchiostro proibito, Libri censurati nell’Italia contemporanea, presentazione di Roberto Cicala, Edizioni Santa Caterina, Pavia 2012.
In difesa del “Buon costume”. A proposito delle forme di censura nell’Italia contemporanea, in Inchiostro proibito, Libri censurati nell’Italia contemporanea, presentazione di Roberto Cicala, Edizioni Santa Caterina, Pavia 2012.
Curatele di mostre
Mostra documentaria e fotografica Ettore Tibaldi: medico sovversivo. Da Certosa di Pavia alla Repubblica dell’Ossola (Comune di Domodossola, sala esposizioni, 2-26 ottobre 2019).
Mostra documentaria e fotografica Mino Milani: una città, la guerra, la giovinezza (Musei civici del Castello Visconteo di Pavia 30 ottobre-11 novembre 2018).
Les décors peints de l’avant-nef de Farfa en Sabine- Préface par Herbert L.Kessler-
Viella Libreria Editrice
Sinossi del libro di Julie Enckell Julliard-Au seuil du salut offre, pour la première fois, une étude approfondie des décors peints dans l’abbatiale de Farfa entre le XIème et le XIIIème siècles. Les vestiges, qui se trouvent dans la partie Est de l’église médiévale, sont tour à tour identifiés, analysés dans leur fonction symbolique et liturgique, puis replacés dans le contexte spécifique de leur réalisation. L’ouvrage permet ainsi de mesurer, par le biais de l’analyse du décor mis en ouvre dans la deuxième partie du XIème siècle, l’importance capitale que revêtit l’abbaye de Farfa dans le cadre de l’essor du mouvement de la Réforme grégorienne. Le deuxième volet de l’étude met en lumière les spécificités d’un Jugement dernier plus tardif en grande partie resté inédit.
«Au seuil du salut redonne […] à Farfa sa juste place sur la carte de l’art médiéval italien et européen, à un moment critique et encore trop sous-estimé. […] En tenant pleinement compte de la complexité des ambitions, des fonctions, des sources et de la réception d’un monument aussi significatif, ce livre nous offre un paradigme de la recherche en histoire de l’art» (d’après la Préface de Herbert L. Kessler).
INDICE
Herbert L. Kessler, Préface
Introduction
I. Le développement du monastère
1. Les faits historiques. 2. Les données archéologiques.
II. La premiere phase de décoration
1. Fragments, formes, couleurs. 2. Dater les peintures. 3. Un sarcophage déplié. 4. L’incidence de la liturgie. 5. Saint Benoît et Grégoire le Grand : modèles des réformateurs au XIe siècle.
III. La deuxieme phase de décoration
1. Les fragments peints du chœur carré. 2. Datation des peintures.
Conclusion
Liste des abbés de Farfa
Bibliographie
Crédits des illustrations
L’Autore Julie Enckell Julliard ha conseguito il dottorato in Storia dell’arte all’Università di Losanna ed è attualmente conservatrice al Musée Jenisch di Vevey in Svizzera
Viella Libreria Editrice
Via delle Alpi 32 – 00198 Roma Tel. 06.8417758 – Fax 06.85353960
Conferenza di Chiara Monterumisi e Monica Prencipe:
La costruzione dell’Istituto Svedese di Roma tra visioni culturali e realtà materiali
Roma-Conferenza Martedì 3 febbraio, ore 18:oo-Il contributo propone una rilettura critica della costruzione della sede dell’Istituto Svedese come esito di un processo articolato, in cui visioni culturali, strategie diplomatiche e condizioni materiali si intrecciano ben oltre il momento del cantiere. L’edificio viene interpretato non soltanto come manufatto architettonico, ma come punto di condensazione di pratiche, relazioni e negoziazioni che attraversano contesti nazionali e temporali differenti. L’intervento si articola in due parti strettamente interconnesse, fondate su un’analisi incrociata di fonti documentarie in parte ancora poco esplorate, conservate presso l’archivio dell’Istituto Svedese a Roma e numerosi archivi pubblici e privati a Stoccolma. Tali materiali costituiscono il nucleo di una recente ricerca condotta dalle due relatrici.
ISTITUTO SVEDESE DI STUDI CLASSICI A ROMA
La prima parte ricostruisce il lungo percorso che precede l’avvio dei lavori, a partire dalla fondazione dell’Istituto negli anni Venti, in un contesto segnato dal progressivo consolidarsi della presenza svedese a Roma con lo scopo di ricerche ed insegnamento nel campo umanistico. L’analisi prende in esame le reti accademiche e personali, il ruolo della diplomazia culturale e le ambiguità del quadro politico degli anni Trenta, soffermandosi in particolare sull’accordo bilaterale italo-svedese del 1937, che rese possibile la concessione dell’area a Valle Giulia. In questa prospettiva, la costruzione dell’Istituto emerge come l’esito di una serie di scambi scientifici, economici e simbolici già attivi negli anni precedenti.
La seconda parte si concentra sulla dimensione materiale e operativa del cantiere (1938–1940) della nuova sede progettata da Ivar Tengbom sotto la direzione di Einar Gjerstad. Il cantiere stesso viene interpretato come uno spazio di mediazione transnazionale, in cui convergono pratiche culturali, competenze tecniche e relazioni istituzionali. Attraverso fotografie, corrispondenze e dettagliati diari di cantiere, l’analisi restituisce la complessità del processo costruttivo e mette in luce il ruolo di attori spesso marginalizzati dalla storiografia architettonica, quali direttori dei lavori, ingegneri, imprese, fornitori e mediatori linguistici. Particolare attenzione è riservata alle modalità di adattamento del progetto al contesto romano, tra vincoli tecnici, disponibilità dei materiali e crescente instabilità politica alla vigilia del conflitto.
La conclusione sposta infine lo sguardo sul secondo dopoguerra, evidenziando la persistenza degli effetti dell’accordo del 1937 oltre il cambio di regime. L’intesa che portò alla costruzione dell’Istituto Svedese a Roma costituì infatti la base giuridica e simbolica per la fondazione dell’Istituto Italiano di Cultura a Stoccolma, segnando il passaggio da una logica di propaganda culturale a una più articolata forma di diplomazia e soft power. Letti in parallelo, i due istituti si configurano come “avamposti culturali” di una relazione bilaterale capace di attraversare profonde fratture storiche, mostrando come l’architettura possa operare simultaneamente come infrastruttura materiale, strumento politico e dispositivo di lunga durata nelle relazioni internazionali.
Chiara Monterumisi è architetta e assegnista di ricerca presso l’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, dove ha avviato una collaborazione con l’archivio CSAC di Parma. È stata ricercatrice Post-Doc all’EPFL – École Polytechnique Fédérale de Lausanne
(2016–2020 presso il LCC Lab, prof. Luca Ortelli), dove ha svolto la ricerca Stockholm: Housing in the Interwar Period (progetto finanziato dallo FNS – Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica), seguita dal progetto Copenhagen Housing Types. Nel 2015 ha conseguito il dottorato di ricerca in Architecture and Design Cultures presso l’Università di Bologna e in co-tutela con il KTH- Kungliga Tekniska högskolan di Stoccolma. Con il sostegno della Fondazione C. M. Lerici ha pubblicato Ragnar Östberg. Villa Geber: a house in the archipelago (Edibus, 2017), rielaborazione della sua tesi di dottorato. È stata co-curatrice di numeri monografici di riviste scientifiche (Urban Planning, 2019; Planning Perspectives, 2025) e co-editor del volume Kay Fisker. Copenhagen Housing Types (1936) and Row-house Types (1941) (EPFL Press, 2024). Ha inoltre co-curato diverse mostre, tra cui HOUSING Frankfurt Wien Stockholm (EPFL Losanna, 2018) e una sezione della mostra Landscape Archive (CSAC Parma, 2024).
Monica Prencipe è architetta e storica dell’architettura. Nel 2018 ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura moderna presso l’Università Politecnica delle Marche, con una tesi dal titolo Building Exchanges (1895–1953): International Exhibitions and Swedish Resonances in Italian Modern Architecture, sviluppata in parte come Visiting Scholar al KTH- Kungliga Tekniska högskolan di Stoccolma (2017). Dal 2016 conduce un’ampia ricerca sulle biografie delle architette italiane, collaborando tra il 2019 e il 2022 al progetto Tecniche Sapienti, al fianco della prof.ssa Claudia Mattogno, presso la Sapienza Università di Roma. Sta attualmente completando la prima monografia su Elena Luzzatto, prima donna laureata in architettura in Italia, e il volume è di prossima pubblicazione. Nel 2022 ha ottenuto una borsa di ricerca della Fondazione C. M. Lerici per il progetto Italian Designers and the Role of the Nordiska Kompaniet (1902–1968) grazie alla quale ho svolto un periodo di ricerca a Stoccolma. Dal 2024 fa parte del progetto PRIN 2022 WAA – Women Atlas Archive.
Assieme Monterumisi e Prencipe hanno svolto ricerche in numerosi archivi a Stoccolma e Roma relativamente agli istituti dei due paesi, partecipando a pubblicazioni e seminari, nonché hanno curato la sezione svedese di Buone Nuove. Women in Architecture (Italienska Kulturinstitutet e MAXXI, Stoccolma 2023) incentrata su Ingeborg Wærn Bugge e Ingrid Wallberg, e sono co-editrici del volume collettaneo Canons and Icons. Re-wondering a Transcultural contamination (Quasar 2025).
SVESVENSKA INSTITUTET I ROM
ISTITUTO SVEDESE DI STUDI CLASSICI A ROMA
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Gramsci e la questione coloniale. Articolo di Renato Caputo
Antonio Gramsci considera la spartizione del mondo fra grandi potenze imperialiste come un tentativo della grande borghesia di ovviare alla prima grande crisi di sovrapproduzione di fine Ottocento innescata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, che imponeva alle potenze a capitalismo avanzato “di ampliare l’area di espansione dei suoi investimenti redditizi”. [1] Tale politica – che segna il passaggio dalla fase concorrenziale e liberale del capitalismo alla superiore fase monopolista e imperialista – interessa solo marginalmente nazioni come l’Italia in cui il capitalismo si è da poco affermato e che sono, perciò, ancora prive di capitali sovraprodotti da investire all’estero. In particolare, l’“imperialismo straccione” italiano, non avendo delle ragioni economiche strutturali per espandersi imperialisticamente, segue nella sua espansione coloniale una logica sovrastrutturale tutta politica, avendo principalmente quale obiettivo il rafforzamento dell’unità nazionale sotto l’egemonia dei conservatori. Dinanzi alle resistenze economicamente motivate degli industriali non legati alle commesse statali, il colonialismo in Italia si afferma principalmente, a parere di Gramsci, per la necessità della classe dirigente di esercitare la propria egemonia sulle masse rurali del sud, restie a riconoscersi nel Regno d’Italia. Non potendo, né volendo, rompere il blocco sociale dominante costituito dall’alleanza fra industriali settentrionali e grandi proprietari terrieri meridionali, la classe dirigente italiana non aveva altro modo di rispondere alle esigenze di terra delle masse dei braccianti se non, come denuncia Gramsci, “deviandone la soluzione all’infinito”, ovvero prospettando “il miraggio delle terre coloniali da sfruttare” (19, 24: 2018). [2] In particolare, come ricorda Gramsci, “la politica coloniale di Crispi è legata alla sua ossessione unitaria e in ciò seppe comprendere l’innocenza politica del Mezzogiorno; il contadino meridionale voleva la terra e Crispi che non gliela voleva (e poteva) dare in Italia stessa, che non voleva fare del ‘giacobinismo economico’, prospettò il miraggio delle terre coloniali da sfruttare. L’imperialismo di Crispi fu un imperialismo passionale, oratorio, senza alcuna base economico-finanziaria” ( 19, 24: 2018).
Antonio Gramsci
Del resto, l’interesse di Gramsci per la questione coloniale è rivolto, in primo luogo, all’analisi dei “rapporti tra le nazioni industriali e quelle agrarie” da cui ricavare spunti per affrontare la questione “della situazione di semi colonie dei paesi agrari (e delle colonie interne nei paesi capitalistici)” (8, 193: 1057) arretrati come l’Italia alla fine del XIX secolo. La politica liberale dominante si fondava su “un blocco urbano” fra industriali e aristocrazie operaie del nord che preservava la sua egemonia sul resto del paese mediante il protezionismo. Tanto più che, in paesi a capitalismo arretrato, le industrie, non ancora in grado di fronteggiare la concorrenza internazionale, hanno bisogno del protezionismo. La produzione non è finalizzata alla soddisfazione di un mercato interno reso debole dalla politica dei bassi salari, ma è volta a conquistare, come osserva Gramsci, “mercati all’estero con un vero e proprio dumping permanente” (6, 135: 799). Il Mezzogiorno era così ridotto, denuncia Gramsci “a un mercato di vendita semicoloniale, a una fonte di risparmio e di imposte ed era tenuto ‘disciplinato’ con due serie di misure” (19, 26: 2038): la repressione violenta d’ogni forma di organizzazione delle masse rurali e la “corruzione-cooptazione” degli intellettuali. In tal modo, “lo strato sociale che avrebbe potuto organizzare l’endemico malcontento meridionale diventava invece uno strumento della politica settentrionale” (ivi: 2039). [3] La repressione dei disorganici tentativi di ribellione delle masse meridionali, che si manifestavano nel brigantaggio, erano condotti dai liberali con la brutalità tipica delle “spedizioni coloniali” (6, 2: 685). [4] Ciò avviene, come sottolinea a ragione Gramsci, in “certi paesi di capitalismo arretrato [come l’Italia liberale] e di composizione economica in cui si equilibrano la grande industria moderna, l’artigianato, la piccola e media cultura agricola e il latifondismo, le masse operaie e contadine non sono considerate come un ‘mercato’. Il mercato per l’industria è pensato all’estero e in paesi arretrati dell’estero, dove sia più possibile la penetrazione politica per la creazione di colonie e di zone d’influenza. L’industria, col protezionismo interno e i bassi salari, si procura mercati all’estero con un vero e proprio dumping permanente. Paesi dove esiste nazionalismo ma non una situazione ‘nazionale-popolare’, dove cioè le grandi masse popolari sono considerate come il bestiame” (6, 135: 799).
Antonio Gramsci
Lo stadio di arretratezza cui tali politiche condannavano il Meridione era funzionale a giustificare la conquista di colonie all’estero. Alla “fame di terra”, alle “sofferenze dell’emigrazione” delle masse rurali, l’ideologia dominante rispondeva con una politica “di colonialismo di popolamento” (19, 24: 2020). Tuttavia, a parere di Gramsci, non esiste una relazione necessaria fra “esuberanza demografica” e dominio diretto di colonie, poiché l’emigrazione segue leggi proprie, di carattere economico” (ibidem).
L’importanza decisiva che aveva lo sviluppo di una politica coloniale, che aprisse mercati alle merci “in paesi arretrati dell’estero dove sia più possibile la penetrazione politica per la creazione di colonie e di zone d’influenza” (19, 24: 2018), tendeva a mascherare la propria origine in interessi economici delle classi dominanti dietro un’ideologia nazionalista. Per Gramsci questa è particolarmente deleteria per paesi arretrati come l’Italia, in cui riesce a conquistare intellettuali piccolo-borghesi precedentemente vicini al socialismo. Emblematico è il caso di Giovanni Pascoli o di Enrico Corradini che si ingegnano di ripensare la lotta di classe su un piano geopolitico, sulla base dello pseudoconcetto di “nazione proletaria” (2, 52: 209). Come ricorda Gramsci, Pascoli sosteneva: “‘io mi sento socialista, profondamente socialista, ma socialista dell’umanità, non d’una classe. E col mio socialismo, per quanto abbracci tutti i popoli, sento che non contrasta il desiderio e l’aspirazione dell’espansione coloniale. Oh! io avrei voluto che della colonizzazione italiana si fosse messo alla testa il baldo e giovane partito sociale; ma ahimè esso fu reso decrepito dai suoi teorici. (…). La mia missione: introdurre il pensiero della patria e della nazione e della razza nel cieco e gelido socialismo di Marx’” (2, 51: 206). Tanto che Pascoli sosteneva “che sarebbe stato lieto di essere incaricato delle scuole all’estero o delle scuole coloniali, più che di fare il professore di lettere all’Università, per avere agio di fare appunto il profeta della missione d’Italia nel mondo” (2, 52: 210). Più nello specifico, a proposito delle tendenze politiche di Giovanni Pascoli Gramsci rammenta che “ebbero pubblicamente il massimo di ripercussione al tempo della guerra libica col discorso La grande proletaria si è mossa. Esse sarebbero, osserva acutamente Gramsci, da connettere con le dottrine di Enrico Corradini, in cui il concetto di ‘proletario’ dalle classi è trasportato alle nazioni (quistione della ‘proprietà nazionale’ legata con l’emigrazione; ma si osserva che la povertà di un paese è relativa ed è l’‘industria’ dell’uomo – classe dirigente – che riesce a dare a una nazione una posizione nel mondo e nella divisione internazionale del lavoro; l’emigrazione è una conseguenza della incapacità della classe dirigente a dar lavoro alla popolazione e non della povertà nazionale: esempio dell’Olanda, della Danimarca ecc.” (2, 51: 205). Il socialismo colonialista e nazionale di Pascoli sosteneva che “il carattere ‘eroico’ delle nuove generazioni si rivolge al ‘socialismo’, come quello delle generazioni precedenti si era rivolto alla quistione nazionale: perciò il suo temperamento lo porta a farsi banditore di un socialismo nazionale che gli sembra all’altezza dei tempi. Egli è il creatore del concetto di nazione proletaria, e di altri concetti poi svolti da E. Corradini e dai nazionalisti di origine sindacalista” (2, 52: 209). Secondo questi fautori del social-sciovinismo e del social-imperialismo, l’espansione coloniale di paesi come l’Italia avrebbe la sua giustificazione nella scarsezza delle risorse naturali che costringerebbe all’emigrazione le masse agricole meridionali. Al contrario, a parere di Gramsci, la conquista di colonie non risponde a ragioni d’ordine demografico ma a interessi economici e politici delle classi dominanti: “non si ha esempio, nella storia moderna, di colonie di ‘popolamento’”; tanto l’emigrazione, quanto “la colonizzazione seguono il flusso dei capitali investiti nei vari paesi e non viceversa” (19, 6: 1991). Così diverse colonie italiane all’estero si trovano in paesi sotto il dominio di altre potenze coloniali nella forma di “Capitolazioni”. [5] Tale forma di colonizzazione indiretta ha il vantaggio di curare gli interessi nazionali “lasciando l’odiosità della situazione creata dall’Europa” (2, 63: 219) sulle spalle del paese colonizzatore.
Continua nel numero 312 de “La città futura” on-line dal 16 dicembre.
Antonio Gramsci
Note:
[1] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1977, p. 2018. D’ora in poi citeremo quest’opera fra parentesi tonde direttamente nel testo, indicando il quaderno, il paragrafo e il numero di pagina di questa edizione.
[2] Per dirla con Gramsci: “l’Europa capitalistica, ricca di mezzi e giunta al punto in cui il saggio del profitto cominciava a mostrare la tendenza alla caduta, aveva la necessità di ampliare l’area di espansione dei suoi investimenti redditizi: così furono creati dopo il 1890 i grandi imperi coloniali. Ma l’Italia ancora immatura, non solo non aveva capitali da esportare, ma doveva ricorrere al capitale estero per i suoi stessi strettissimi bisogni. Mancava dunque una spinta reale all’imperialismo italiano e ad essa fu sostituita la passionalità popolare dei rurali ciecamente tesi verso la proprietà della terra: si trattò di una necessità di politica interna da risolvere, deviandone la soluzione all’infinito. Perciò la politica di Crispi fu avversata dagli stessi capitalisti (settentrionali) che più volentieri avrebbero visto impiegate in Italia le somme ingenti spese in Africa; ma nel Mezzogiorno Crispi fu popolare per aver creato il ‘mito’ della terra facile” (19, 24: 2018-019).
[3] Vale la pena riportare per intero il ragionamento di Gramsci: “il programma di Giolitti e dei liberali democratici tendeva a creare nel Nord un blocco ‘urbano’ (di industriali e operai) che fosse la base di un sistema protezionistico e rafforzasse l’economia e l’egemonia settentrionale. Il Mezzogiorno era ridotto a un mercato di vendita semicoloniale, a una fonte di risparmio e di imposte ed era tenuto ‘disciplinato’ con due serie di misure: misure poliziesche di repressione spietata di ogni movimento di massa con gli eccidi periodici di contadini (nella commemorazione di Giolitti, scritta da Spectator – Missiroli – nella ‘Nuova Antologia’ si fa le meraviglie perché Giolitti si sia sempre strenuamente opposto a ogni diffusione del socialismo e del sindacalismo nel Mezzogiorno, mentre la cosa è naturale e ovvia, poiché un protezionismo operaio – riformismo, cooperative, lavori pubblici – è solo possibile se parziale; cioè ogni privilegio presuppone dei sacrificati e spogliati); misure poliziesche-politiche: favori personali al ceto degli ‘intellettuali’ o paglietta, sotto forma di impieghi nelle pubbliche amministrazioni, di permessi di saccheggio impunito delle amministrazioni locali, di una legislazione ecclesiastica applicata meno rigidamente che altrove, lasciando al clero la disponibilità di patrimoni notevoli ecc., cioè incorporamento a ‘titolo personale’ degli elementi più attivi meridionali nel personale dirigente statale, con particolari privilegi ‘giudiziari’, burocratici ecc. Così lo strato sociale che avrebbe potuto organizzare l’endemico malcontento meridionale, diventava invece uno strumento della politica settentrionale, un suo accessorio di polizia privata. Il malcontento non riusciva, per mancanza di direzione, ad assumere una forma politica normale e le sue manifestazioni, esprimendosi solo in modo caotico e tumultuario, venivano presentate come ‘sfera di polizia’ giudiziaria. In realtà a questa forma di corruzione aderivano sia pure passivamente e indirettamente uomini come il Croce e il Fortunato per la concezione feticistica dell’‘unità’” (19, 26: 2038-039).
[4] In particolare Gramsci ricorda come “il Bechi andò in Sardegna col 67° fanteria. La quistione del suo contegno nella repressione del brigantaggio, condotta come le spedizioni coloniali” (6, 2: 685).
[5] Dove tale forma viene meno, la colonia tende a perdere la propria identità nazionale, mentre dove resiste, come in Egitto, conosce un significativo sviluppo storico. Giunti alla terza o quarta generazione si passa “dall’emigrato proletario all’industriale, commerciante, professionista” (2, 63: 219). Dunque, nel momento in cui è “mantenuto il carattere nazionale, aumentano la clientela commerciale dell’Italia ecc. ecc. (sarebbe interessante vedere la composizione sociale della colonia italiana: è però probabile che un ragguardevole numero di emigrati dopo tre o quattro generazioni sia salito di classe sociale: in ogni modo le Capitolazioni dànno unità alla colonia e permettono ai funzionari italiani e ai borghesi di controllare tutta la massa degli emigrati)” (ibidem).
Capitale italiana della cultura 2028: ecco le 23 città in corsa per il titolo-
La corsa al titolo di Capitale italiana della cultura 2028 entra nella fase decisiva. Ventitré città italiane, distribuite su tutto il territorio nazionale, hanno presentato i propri dossier di candidatura e attendono ora la valutazione della nuova giuria chiamata a selezionare le finaliste. L’edizione 2028 si annuncia come una delle più partecipate degli ultimi anni, sia per il numero dei progetti in gara sia per la varietà delle proposte culturali che puntano a valorizzare storia, identità e innovazione.
Sarzana (SP) – “L’impavida. Crocevia del futuro”;
A guidare i lavori della giuria è Davide Maria Desario, affiancato da un gruppo di esperti indipendenti: Stefano Baia Curioni, Vincenzina Diquattro, Luca Galassi, Luisa Piacentini, Davide Rossi e Vincenzo Trione. La commissione sta esaminando le candidature arrivate al Dipartimento per le attività culturali (DiAC), analizzando la solidità dei progetti, la loro sostenibilità, l’impatto previsto sulle comunità e la capacità di attivare una partecipazione diffusa. Da questa prima fase di valutazione nascerà la lista delle dieci città finaliste che saranno poi convocate per l’audizione pubblica, momento fondamentale in cui le amministrazioni potranno illustrare direttamente alla giuria la propria visione culturale, i piani di investimento e le strategie di coinvolgimento del territorio.
Il titolo di Capitale italiana della cultura, istituito per stimolare le città a utilizzare la cultura come leva di coesione, sviluppo e rilancio economico, rappresenta un’opportunità significativa. Le città finaliste hanno infatti l’occasione di presentare un programma articolato che include mostre, festival, opere infrastrutturali, attività educative e di rigenerazione urbana, con l’obiettivo di costruire una narrazione condivisa della propria identità e del proprio futuro. Il riconoscimento, negli anni, ha contribuito a consolidare nuove strategie territoriali, valorizzando sia realtà di rilevanza nazionale sia centri meno conosciuti ma ricchi di patrimoni materiali e immateriali.
Ancona
Le 23 città in corsa per il titolo 2028 presentano programmi molto diversi tra loro, ciascuno costruito attorno a un tema. Ecco quali sono:
Anagni (FR) – “Hernica Saxa. Dove la storia lega, la cultura unisce”;
Ancona – “Ancona. Questo adesso”;
Bacoli (NA) – “Il futuro parte da una scossa”;
Benevento – “Attraversare l’invisibile”;
Catania – “Catania continua”;
Colle di Val d’Elsa (SI) – “Colle28. Per tutti, dappertutto”;
Fiesole (FI) – “Dialoghi tra terra e cielo”;
Forlì – “I sentieri della bellezza”;
Galatina (LE) – “Il sogno dei luoghi”;
Gioia Tauro (RC) – “La cultura è Gioia”;
Gravina in Puglia (BA) – “Radici al futuro”;
Massa – “La Luna, la pietra. Dove Tirreno e Apuane incontrano la storia”;
Mirabella Eclano (AV) – “L’Appia dei popoli”;
Moncalieri (TO) – “La periferia fa centro”;
Pieve di Soligo (TV) – “Io Siamo”;
Pomezia (RM) – “Dal mito di Enea alle città di fondazione”;
Rozzano (MI) – “La cultura oltre i luoghi comuni”;
Sala Consilina (SA) – “Un ponte tra storia e futuro”;
Tarquinia (VT) – “La cultura è volo”;
Unione dei Comuni della Città Caudina – “Terra futura. Europa abita qui”;
Valeggio sul Mincio (VR) – “Coltiviamo le persone”;
Vieste (FG) – “L’anima bianca della Puglia”.
Dopo la pubblicazione della shortlist, le città finaliste saranno chiamate a sostenere un’audizione pubblica durante la quale illustreranno in dettaglio la propria visione e il valore delle iniziative proposte. L’esito finale, atteso nei prossimi mesi, decreterà quale città avrà l’opportunità di sviluppare e realizzare il programma culturale del 2028.
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