𝑨𝑵𝑻𝑶𝑵𝑰𝑶 𝑩𝙐𝑪𝑪𝑰: 𝐀𝐫𝐜𝐡𝐢𝐭𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐢𝐞𝐭𝐫𝐚, 𝐂𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧𝐠𝐮𝐞 𝐞 𝐒𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐒𝐚𝐜𝐫𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐂𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐧𝐨-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
𝑨𝑵𝑻𝑶𝑵𝑰𝑶 𝑩𝙐𝑪𝑪𝑰: 𝐀𝐫𝐜𝐡𝐢𝐭𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐢𝐞𝐭𝐫𝐚, 𝐂𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧𝐠𝐮𝐞 𝐞 𝐒𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐒𝐚𝐜𝐫𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐂𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐧𝐨-
Antonio Bucci-Architettura di Pietra , Confini di Sangue e Spazi Sacri nel Cicolano-L’orografia tormentata dell’alto bacino del Salto ha dettato le forme dell’architettura militare degli Equi, la cui perizia si esprime nell’impiego diffuso dell’opera poligonale per il consolidamento di recinti difensivi e terrazzamenti urbani. Questa tecnica costruttiva, applicata su postazioni d’altura strategiche come i recinti di Arencuncola, Collevetere e Sant’Angelo in Vatica a Pescorocchiano, si basava sulla pura forza di gravità e sulla sapiente lavorazione a secco di enormi blocchi calcarei estratti in loco.

𝐞 𝐒𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐒𝐚𝐜𝐫𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐂𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐧𝐨.
L’evoluzione tecnologica della facciavista, catalogata dagli archeologi in distinte maniere strutturali, rivela il passaggio da una prima fase di semplici giustapposizioni di pietre grezze, selezionate in natura e colmate nei vuoti da cunei lapidei, a una fase successiva di terza e quarta maniera, visibile anche nell’area sacra di Sant’Erasmo a Corvaro. In questi complessi monumentali, i blocchi venivano sbozzati accuratamente con giunti perfettamente combacianti, piani di posa leggermente inclinati verso l’interno per scaricare le spinte del terreno e contrastare i movimenti franosi dell’Appennino. Tali strutture non rispondevano solo a necessità belliche di protezione contro le incursioni, ma fungevano da monumentali infrastrutture per stabilizzare i percorsi di transumanza e i piccoli centri di pianura che gravitavano attorno ai santuari emporici.
L’erudito secentesco Antonio Bucci, nella sua preziosa relazione manoscritta del 1682, descriveva queste vestigia rilevando come si scorgessero ancora “grandi e smisurate mura di sassi vivi, senza calcina alcuna congegnati, posti sulle cime di questi monti a perpetua memoria della passata possanza di quelle genti antiche”.
Queste maestose strutture in pietra non erano isolate, ma dialogavano costantemente con una complessa topografia sacra che univa i santuari d’altura alle vette montane. Luoghi sacri come il complesso di Sant’Erasmo a Corvaro sorgevano in punti dominanti e snodi viari nevralgici, assolvendo a una duplice funzione religiosa e politica: essi erano centri di aggregazione per le tribù sparse, ma anche spazi protetti in cui regolare gli scambi economici stagionali e i trattati tra comunidade montane. Molti di questi santuari d’altura, posizionati su terrazzamenti poligonali, ospitavano altari all’aperto dedicati a divinità protettrici della pastorizia, della fertilità e delle acque, elementi vitali per l’economia pastorale degli Equi.
La vita quotidiana e l’organizzazione sociale di queste genti si articolavano al di fuori dei recinti fortificati, strutturandosi in un sistema insediativo sparso basato sui vici e sui pagi. In epoca repubblicana, i vici si configuravano come piccoli villaggi di pianura o mezza costa, privi di cinte murarie autonome ma strettamente legati a un’altura fortificata circostante che fungeva da rifugio comune in caso di pericolo. Questi aggregati rurali ospitavano modeste abitazioni in legno, argilla e pietra, stalle, laboratori artigianali per la filatura e la metallurgia, e piccoli mercati dove confluivano le eccedenze agricole della valle, delineando un modello democratico e orizzontale di gestione del territorio che resistette a lungo alla centralizzazione urbana di tipo romano.
La sfera del sacro e della ritualità funeraria trova la sua massima espressione monumentale nel grande tumulo di Corvaro di Borgorose. Le campagne di scavo condotte all’interno della piana hanno rivelato una complessa stratificazione sociale attraverso l’analisi dei corredi funebri di oltre trecento sepolture, distribuite lungo un arco temporale che va dalla prima Età del Ferro all’epoca romana. Nelle deposizioni maschili della seconda fase, datata tra il VI e il V secolo a.C., predomina l’ideologia del guerriero della montagna, palesata da set completi di armi da offesa in ferro: spade a doppia lama, pugnali corti da corpo a corpo, punte di lancia e giavellotti da lancio, talvolta associati a rari elementi di protezione come i dischi-corazza in bronzo sbalzato.
Parallelamente, le tombe femminili e infantili, disposte concentricamente attorno al nucleo originario del tumulo, restituiscono la dimensione quotidiana ed economica della comunità equicola mediante preziosi elementi di ornamento personale e strumenti legati alla toeletta e al rango sociale. I corredi delle donne di rango presentano una ricca varietà di fibule metalliche in bronzo e ferro utilizzate per fermare le vesti, collane composte da vaghi e perline in pasta vitrea policroma azzurra e gialla, elementi in osso lavorato, specchi circolari in bronzo e argento lucido di forte influsso ellenistico e balsamari fittili destinati a contenere oli profumati.
I dettagli sui riti di sepoltura a inumazione all’interno del tumulo evidenziano pratiche cerimoniali rigidamente codificate, incentrate sulla deposizione del defunto in posizione distesa all’interno di fosse terragne, spesso delimitate o protette da casse lignee di cui permangono i chiodi strutturali. I corpi venivano orientati secondo assi costanti, deponendo gli oggetti personali e le offerte alimentari in punti precisi della fossa per simboleggiare il viaggio del defunto nell’oltretomba. La ritualità comprendeva la consumazione di banchetti funebri collettivi ai margini del tumulo, attestata dai resti faunistici e dai frammenti di vasellame potorio rinvenuti nelle colmate di terra, consolidando il legame identitario della comunità dei vivi attraverso la memoria ancestrale dei morti.

𝐞 𝐒𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐒𝐚𝐜𝐫𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐂𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐧𝐨.
Il quadro materiale emerso dal tumulo di Corvaro rivela profonde specificità se confrontato con i corredi delle necropoli sabine limitrofe, come quelle della conca reatina o di Campo Reatino. Mentre nelle sepolture sabine si riscontra una precoce e massiccia penetrazione di manufatti di lusso di importazione etrusca e campana, inclusi vasi in bucchero, bronzi figurati e ceramiche raffinate, i corredi degli Equi mantengono un carattere più austero e strettamente legato alla produzione locale o all’interscambio appenninico. L’armamento equo si differenzia per una maggiore standardizzazione delle armi in ferro da combattimento ravvicinato, specchio di una società a forte vocazione militare stanziale, laddove las necropoli sabine mostrano più ampie variazioni nei simboli di prestigio aristocratico legati al commercio e alla diplomazia con le aree tirreniche.
La definizione spaziale del territorio equicolo si sviluppava lungo frontiere mobili e contese con le altre grandi nazioni italiche confinanti, prima fra tutte quella dei Sabini. La ricostruzione geografica degli antichi confini colloca la linea di demarcazione settentrionale a ridosso del bacino del fiume Velino, dove le propaggini montuose del Cicolano digradavano verso la conca reatina, un’area di forte attrito culturale ed economico legata allo sfruttamento delle vie del sale e dei pascoli invernali. In quest’ottica, l’impatto dei trattati della Via del Sale sugli equilibri confinari della conca reatina si rivelò determinante: il controllo del tracciato della primitiva Via Salaria e dei depositi salini alla foce del Tevere generò precoci intese e pesanti attriti doganali, trasformando la conca in una zona cuscinetto militarizzata, dove i Sabini fungevano da intermediari commerciali e gli Equi tentavano continue incursioni per garantirsi l’accesso diretto a una risorsa fondamentale per la conservazione dei cibi e la pastorizia.
Queste rotte venivano intercettate e plasmate dai percorsi della transumanza legati alla rete viaria della Via Salaria, che collegava l’Appennino centrale ai mercati costieri del Tirreno e dell’Adriatico. I pastori del Cicolano sfruttavano i tratturi e le varianti interne della Salaria per spostare stagionalmente le greggi dalle vette montane ai pascoli invernali della pianura laziale, trasformando l’infrastruttura commerciale del sale in un corridoio logistico e di scambio economico fondamentale. Tale mobilità antropica favoriva un flusso continuo di informazioni, beni e manufatti di pregio che, pur non intaccando la severità dei costumi locali, garantiva agli Equi contatti commerciali regolari con le culture dell’Italia centrale.
Verso sud-est, lungo la vasta pianura dei Piani Palentini e l’alveo del torrente Imele, si consumava invece il contatto diretto e osmotico con il popolo dei Marsi. Questo confine, che correva idealmente tra le odierne località di San Sebastiano e Scurcola Marsicana, era rigidamente presidiato da una corona di centri d’altura fortificati equi, tra cui spiccano i nidi d’aquila di Monte San Felice, Cimarani e Rotella di Collalto. Nonostante le fonti storiche classiche tendano a descrivere gli Equi in costante attrito bellico con le popolazioni circostanti per via delle loro frequenti scorrerie, l’archeologia moderna dimostra una profonda affinità culturale ed etnica proprio con i Marsi. Entrambe le genti condividevano una comune radice safina e schemi insediativi di tipo pagano-vicano, gestendo pacificamente per lunghi periodi i pascoli d’altura e i nodi commerciali stradali prima che la violenta avanzata delle legioni romane e la successiva fondazione della colonia di Alba Fucens nel 303 a.C. scardinassero definitivamente gli equilibri confinari di questa porzione d’Appennino.
Tale mutamento radicale fu l’esito della rigorosa organizzazione militare orchestrata dai consoli romani Publio Sulpicio Saverrione e Publio Sempronio Sofo durante la fulminea campagna del 304 a.C. Le legioni romane applicarono una strategia bellica di penetrazione profonda, coordinando attacchi simultanei lungo le valli fluviali per isolare e assediare sistematicamente oltre quaranta insediamenti fortificati equi. La mobilità e la disciplina tattica della macchina militare di Roma, supportate da efficienti linee di rifornimento retrostanti, neutralizzarono i vantaggi difensivi offerti dalle asperità del terreno del Cicolano, spezzando la resistenza indigena in soli cinquanta giorni e decretando la capitolazione politica dell’intera nazione equicola. Come annotava ancora Antonio Bucci, l’urto delle legioni costrinse le genti locali a piegare “la fiera natura a i costumi della gran Madre Roma”, mutando per sempre i “nidi di pietre scoscese su l’alture” in un ordinato sistema di colonie.
La ridistribuzione delle terre espropriate ai veterani delle legioni romane nel Cicolano provocò una radicale ristrutturazione agraria e sociale dell’intera valle del Salto. I lotti agricoli sottratti alle comunità eque furono assegnati ai soldati in congedo attraverso la pratica della centuriazione, frammentando le tradizionali proprietà collettive italiche dedicate al pascolo e introducendo un modello intensivo di coltivazione stanziale. Questa colonizzazione militare non solo scardinò l’antica economia transumante degli Equi, ma fu normata dalle riforme giuridiche della tribù Fabia in merito ai diritti di proprietà dei coloni veterani. L’iscrizione d’ufficio dei nuovi proprietari e dei pochi indigeni superstiti in questa tribù urbana comportò l’applicazione del diritto quiritario (ius Quiritium), che tutelava la proprietà privata individuale ed escludeva le forme tradizionali di possesso collettivo agro-pastorale tipiche dei pagi equi. Le riforme stabilirono l’esenzione decennale dai tributi fondiari per i veterani e regolarono i diritti di successione, trasformando legalmente la terra conquistata in un bene ereditario inalienabile. Questo quadro normativo garantì la stabilità giuridica della colonia, legando indissolubilmente la sussistenza economica dei veterani alla fedeltà politica verso le istituzioni della Repubblica romana.
Le conseguenze materiali di questa colonizzazione sono chiaramente visibili nella mappatura archeologica delle ville rustiche romane scoperte nel fondo valle del Salto. Le ricognizioni di superficie e gli scavi stratigrafici hanno identificato una densa rete di insediamenti produttivi collocati strategicamente lungo le sponde del fiume e i terrazzamenti fluviali inferiori, come nei siti archeologici individuati nei pressi di Borgo Pietro, Fiamignano e della piana di Corvaro. Queste ville rustiche, caratterizzate da una pianta bipartita che separava la pars urbana (la residenza del proprietario) dalla pars rustica (gli ambienti di lavoro), erano dotate di torchi vinari, frantoi oleari, grandi magazzini per le derrate (cellae vinariae e granaria) e ampie stalle. La distribuzione geografica di questi complessi ricalca l’andamento della viabilità di fondovalle, dimostrando come l’aristocrazia coloniale avesse scientificamente pianificato lo sfruttamento intensivo della valle per l’esportazione di grano, vino e legname verso i mercati di Alba Fucens e di Roma, soppiantando definitivamente le preesistenti strutture abitative d’altura.
La ridistribuzione delle terre espropriate ai veterani delle legioni romane nel Cicolano provocò una radicale ristrutturazione agraria e sociale dell’intera valle del Salto. I lotti agricoli sottratti alle comunità eque furono assegnati ai soldati in congedo attraverso la pratica della centuriazione, frammentando le tradizionali proprietà collettive italiche dedicate al pascolo e introducendo un modello intensivo di coltivazione stanziale. Questa colonizzazione militare non solo scardinò l’antica economia transumante degli Equi, ma fu normata dalle riforme giuridiche della tribù Fabia in merito ai diritti di proprietà dei coloni veterani. L’iscrizione d’ufficio dei nuovi proprietari e dei pochi indigeni superstiti in questa tribù urbana comportò l’applicazione del diritto quiritario (ius Quiritium), che tutelava la proprietà privata individuale ed escludeva le forme tradizionali di possesso collettivo agro-pastorale tipiche dei pagi equi. Le riforme stabilirono l’esenzione decennale dai tributi fondiari per i veterani e regolarono i diritti di successione, trasformando legalmente la terra conquistata in un bene ereditario inalienabile. Questo quadro normativo garantì la stabilità giuridica della colonia, legando indissolubilmente la sussistenza economica dei veterani alla fedeltà politica verso le istituzioni della Repubblica romana.
L’imposizione forzata di questo sistema scatenò profondi conflitti legali documentati tra i coloni della tribù Fabia e le popolazioni italiche sottomesse, i cui riflessi emergono dalle testimonianze epigrafiche e dalle formule giuridiche giunte sino a noi. Le dispute giudiziarie nascevano principalmente dall’usurpazione dei confini (de fine regundo) e dalla violazione dei diritti d’acqua, fondamentali per l’agricoltura di fondovalle. I fieri nativi equi, seppur formalmente privati della sovranità politica, intentarono azioni legali dinanzi ai magistrati coloniali per difendere l’accesso ai tradizionali sentieri montani e alle sorgenti irrigue. Le sentenze conservate dimostrano come l’apparato romano tendesse a tutelare rigidamente i titoli di possesso agrario dei veterani rispetto alle antiche consuetudini d’uso orale della popolazione autoctona, esasperando le tensioni sociali e spingendo le famiglie indigene verso una progressiva marginalizzazione o verso una totale sottomissione economica tramite contratti di bracciantato precario.
Le conseguenze materiali di questa colonizzazione sono chiaramente visibili nella mappatura archeologica delle ville rustiche romane scoperte nel fondo valle del Salto. Le ricognizioni di superficie e gli scavi stratigrafici hanno identificato una densa rete di insediamenti produttivi collocati strategicamente lungo le sponde del fiume e i terrazzamenti fluviali inferiori, come nei siti archeologici individuati nei pressi di Borgo Pietro, Fiamignano e della piana di Corvaro. Queste ville rustiche, caratterizzate da una pianta bipartita che separava la pars urbana (la residenza del proprietario) dalla pars rustica (gli ambienti di lavoro), erano dotate di torchi vinari, frantoi oleari, grandi magazzini per le derrate (cellae vinariae e granaria) e ampie stalle. La distribuzione geografica di questi complessi ricalca l’andamento della viabilità di fondovalle, dimostrando come l’aristocrazia coloniale avesse scientificamente pianificato lo sfruttamento intensivo della valle per l’esportazione di grano, vino e legname verso i mercati di Alba Fucens e di Roma, soppiantando definitivamente le preesistenti strutture abitative d’altura.
L’analisi ravvicinata delle tecniche di produzione olearia e vinaria all’interno delle specifiche planimetrie delle ville rustiche del Salto rivela l’adozione di standard tecnologici d’avanguardia importati dall’area laziale e campana. All’interno dei quartieri produttivi (torcularia), lo scavo archeologico ha evidenziato grandi basamenti in pietra calcarea modanata destinati a ospitare i torchi a leva e vite del tipo descritto da Catone e Plinio. I pavimenti di questi ambienti erano accuratamente rivestiti in opus signinum (cocciopesto impermeabile) e dotati di canalette per il deflusso dei liquidi, che convogliavano il mosto e l’olio appena spremuti all’interno di capienti vasche di decantazione intonacate. Per il vino, la planimetria prevedeva una adiacente cella vinaria, un ambiente parzialmente interrato orientato a nord per mantenere costanti i parametri termici, dove grandi contenitori fittili da magazzino (dolia defossa) venivano incassati nel pavimento per favorire il delicato processo di fermentazione. Nel caso dell’olio, la spremitura delle olive, agevolata dall’uso di frantoi a mole rotante (trapeta), veniva stoccata in contenitori sollevati da terra per impedire l’irrancidimento, attestando una produzione specializzata che andava ben oltre l’autoconsumo locale.
Questa complessa filiera agro-alimentare trovava il suo sbocco logistico naturale nelle acque del fiume Salto, come confermato dall’esame dei reperti ceramici da trasporto, in particolare le anfore, rinvenuti in grande quantità nei pressi delle sponde fluviali e degli antichi scali d’imbarco. I frammenti fittili recuperati appartengono principalmente alle celebri classi anforiche Dressel 1 (A e B), destinate al trasporto del vino, e alle successive anfore olearie di produzione centro-italica. La massiccia presenza di questi contenitori lungo l’alveo e le immediate vicinanze dimostra che il fiume Salto, in epoca tardo-repubblicana e imperiale, manteneva un regime idrico tale da consentire la fluitazione del legname e il trasporto commerciale tramite piccole imbarcazioni a fondo piatto (caudicariae). I bolli impressi sulle anse delle anfore permettono di risalire alle officine di produzione e ai nomi dei ricchi proprietari terrieri della tribù Fabia, svelando un circuito mercantile integrato che, tramite il Salto e il Velino, immetteva i prodotti agricoli del Cicolano nella grande arteria fluviale del Tevere, destinandoli direttamente ai magazzini annonari dell’Urbe.

𝐞 𝐒𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐒𝐚𝐜𝐫𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐂𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐧𝐨.
Le fasi della romanizzazione del territorio dopo la caduta di Alba Fucens segnarono così lo smantellamento definitivo dell’autonomia degli Equi attraverso un piano sistematico di destrutturazione sociale e controllo infrastrutturale. I vecchi insediamenti d’altura in opera poligonale vennero definitivamente abbandonati a favore dello sviluppo di nuovi centri di fondazione romana a fondovalle, culminando nella creazione del municipio di Res Publica Aequiculanorum nel corso del I secolo a.C., che centralizzò l’amministrazione, aprì nuove arterie viarie e impose i modelli architettonici, monumentali e linguistici dell’Urbe nell’intero Cicolano.Le ampie iscrizioni epigrafiche latine rinvenute nell’area monumentale e nei fori del municipio della Res Publica Aequiculanorum documentano l’avvenuta assimilazione istituzionale, politica e religiosa delle vecchie élite locali. I testi lapidei superstiti, catalogati nel Corpus Inscriptionum Latinarum, attestano la presenza di magistrature romane standardizzate come i quattuorviri giusdicenti e i duoviri, incaricati della gestione dell’ordine pubblico e delle opere civiche. Le dediche sacre documentano inoltre la sostituzione o l’assimilazione dei culti ancestrali italici con il pantheon ufficiale romano, celebrando la costruzione di templi, terme e monumenti pubblici finanziati da notabili locali ansiosi di dimostrare la propria assoluta fedeltà ed emulazione culturale nei confronti dell’apparato imperiale di Roma.
——————————
𝗡𝗼𝘁𝗲 𝗮 𝗽𝗶𝗲̀ 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮.
——————————
[1] G. Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo all’opera poligonale, Bardi, Roma 1957, pp. 45-48.
[2] L. Quilici, S. Quilici Gigli, Fortificazioni e opere di difesa dell’Italia antica, L’Erma di Bretschneider, Roma 2001, pp. 112-115.
[3] E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, Torino 1985, pp. 62-65 (per il sistema dei pagi e dei vici nelle popolazioni osco-sabelle).
[4] G. Alvino, Il tumulo di Corvaro di Borgorose, in “Archeologia Laziale” XI, 1993, pp. 241-246.
[5] A. M. Bietti Sestieri, The Iron Age in Community and State Development in Central Italy, Cambridge University Press, Cambridge 1992, pp. 182-185.
[6] M. Cristofani, Dizionario della civiltà etrusca, Giunti, Firenze 1985, pp. 104-106 (per i confronti sugli influssi degli specchi ellenistici e dei balsamari).
[7] E. Menotti, La necropoli di Campo Reatino e i rapporti culturali nella conca, in “Studi Etruschi”, LVI, 1990, pp. 89-94.
[8] N. Alfieri, La via Salaria e le via della transumanza nell’Appennino centrale, in “Rivista di Topografia Antica”, III, 1993, pp. 54-58.
[9] C. Letta, I Marsi e gli alleati italici nella guerra sociale, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1975, pp. 34-37.
[10] Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro IX, 45 (sulla sottomissione degli Equi e la fondazione delle colonie di Alba Fucens e Carseoli).
[11] Umberto Laffi, Studi di storia romana e di diritto pubblico, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001, pp. 156-159.
[12] C. Reggiani, Res Publica Aequiculanorum: assetto territoriale e strutture epigrafiche, in “Epigraphica”, LXII, 2000, pp. 77-82.
[13] A. Bucci, Relazione manoscritta sopra l’antico stato degli Equicoli nel Contado di Cicoli, ms. 1682, c. 12r.
[14] A. Bucci, ivi, c. 31r.
[15] J. R. Patterson, Samnium and the North-West Apennines, in “Journal of Roman Studies”, Vol. 75, 1985, pp. 220-226 (per i modelli di distribuzione delle ville rustiche nell’Appennino centrale).
[16] M. Crawford, Roman Statutes, Institute of Classical Studies, London 1996, pp. 415-422 (per la casistica dei conflitti confinari agrari nelle aree coloniali).
[17] J. J. Rossiter, Roman Farm Buildings and Roman Agriculture, British Archaeological Reports, Oxford 1978, pp. 88-94 (relativo alle planimetrie dei quartieri produttivi oleari e vinari).
[18] D. P. S. Peacock, D. F. Williams, Amphorae and the Roman economy: an introductory guide, Longman, London 1986, pp. 142-147 (per la classificazione e i bolli delle anfore Dressel 1 lungo le rotte fluviali appenniniche).
𝐎𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐦𝐨𝐧𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐆𝐫𝐨𝐬𝐬𝐢.
Grossi G., Alla ricerca di Marsi ed Equi (XVI-XXI secolo), Nuova Edizione Ampliata, AEVUS arc, 2024. (Monografia cardine che raccoglie, ordina e corregge l’intera storiografia scientifica sulle due popolazioni italiche, sfrondandola da inesattezze storiche).
Grossi G., Insediamenti italici nel Cicolano: territorio della “res publica Aequiculanorum”, in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, L’Aquila, voll. vari. (Studio topografico incentrato sulla transizione dagli insediamenti fortificati d’altura al municipio di fondovalle).
Grossi G., Topografia antica della Marsica (Aequi–Marsi e Volsci): quindici anni di ricerche, 1974–1989, in Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità, Atti del Convegno di Archeologia, Avezzano, 1991.
Grossi G., La frontiera italo-romana: il confine settentrionale dei Marsi con gli Equi e i Sabini, in “Quaderni di Archeologia d’Abruzzo”, n. 2, Edizioni All’Insegna del Giglio, Firenze 2010.
𝐅𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐦𝐚𝐧𝐨𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐞𝐝 𝐞𝐫𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞𝐬𝐜𝐚.
Bucci A., Relazione manoscritta sopra l’antico stato degli Equicoli nel Contado di Cicoli, ms. originale custodito, 1682.
Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, Libri I-II (per i riferimenti alle origini dei popoli appenninici e alle guerre arcaiche).
Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro IX, 45 (fonte classica primaria per la campagna consolare del 304 a.C. e lo smantellamento delle fortezze eque).
𝐀𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚, 𝐍𝐞𝐜𝐫𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐂𝐨𝐫𝐯𝐚𝐫𝐨 𝐞 𝐓𝐨𝐩𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐒𝐚𝐜𝐫𝐚.
Alvino G., Il tumulo di Corvaro di Borgorose, in “Archeologia Laziale” XI, CNR, Roma 1993, pp. 241-246.
Alvino G. (a cura di), I Guerrieri della Montagna: gli antichi Equi e il tumulo monumentale di Corvaro, Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma 2004.
Quilici L., Quilici Gigli S., Fortificazioni e opere di difesa dell’Italia antica: l’opera poligonale nei territori equi e sabini, L’Erma di Bretschneider, Roma 2001.
𝐑𝐨𝐦𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐓𝐫𝐢𝐛𝐮̀ 𝐅𝐚𝐛𝐢𝐚 𝐞 𝐒𝐭𝐫𝐮𝐭𝐭𝐮𝐫𝐞 𝐏𝐫𝐨𝐝𝐮𝐭𝐭𝐢𝐯𝐞 (𝐕𝐢𝐥𝐥𝐞 𝐑𝐮𝐬𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞).
Laffi U., Studi di storia romana e di diritto pubblico: l’assegnazione agraria ai veterani e le tribù rustiche, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001.
Patterson J. R., Samnium and the North-West Apennines: The Romanization of the valleys, in “Journal of Roman Studies”, Vol. 75, 1985, pp. 220-226.
Reggiani C., Res Publica Aequiculanorum: assetto territoriale, riforme della Tribù Fabia e strutture epigrafiche, in “Epigraphica”, LXII, 2000, pp. 77-82.
Vedi meno























