Helmut Newton- Legacy Autori Matthias Harder e Philippe Garner-Editore Taschen
Descrizione del libro di Helmut Newton-Un’eredità permanente L’estesa opera omnia di Helmut Newton Abbracciando un periodo di più di cinquant’anni e coprendo una quantità di ambiti impareggiabile, la fotografia del visionario Helmut Newton (1920–2004) ha raggiunto milioni di persone grazie alla pubblicazione su riviste del calibro di Vogue e Elle. La sua opera ha trasceso i generi, portando eleganza, stile e voyerismo nella fotografia di moda e nel ritratto, configurandosi in un corpus che resta inimitabile e insuperato. La padronanza dell’arte della fotografia di moda raggiunta all’inizio della sua carriera, ha fatto sì che, nei suoi scatti, Newton andasse regolarmente oltre la pratica comune, sfumando i confini fra realtà e illusione e spesso infondendo in essi una vena di surrealismo o la suspense di un film di Alfred Hitchcock. Un’estetica pulita pervade ogni ambito del suo lavoro, in particolare la fotografia di moda, di nudo e i ritratti. Le donne occupano una posizione centrale e fra i suoi soggetti figurano Catherine Deneuve, Liz Taylor, e Charlotte Rampling. Superando gli approcci narrativi tradizionali, la fotografia di moda di Newton è permeata non solo da un’eleganza sfarzosa e una sottile seduzione, ma anche da riferimenti culturali e un sorprendente senso dell’umorismo. Negli anni ’90 Newton ha pubblicato le sue fotografie nelle edizioni tedesca, americana, italiana, francese e russa di Vogue, scattandole prevalentemente a Monte Caldo e nei dintorni, dove si era trasferito nel 1981. Era solito trasformare locali, come il suo garage, in veri e propri palcoscenici teatrali dai particolari fortemente contrastanti o decisamente minimalisti, e in queste ambientazioni insoliti ritraeva spesso le vite eccentriche di personaggi ricchi e belli in scatti traboccanti di erotismo ed eleganza. Usava, e allo stesso tempo metteva in discussione, cliché visivi, talvolta con autoironia o una certa dose di parodia, ma sempre mostrando empatia. Coniugava con estrema sobrietà nudità e moda, trasformando così il suo lavoro in una testimonianza e un’analisi dei cambiamenti nel ruolo della donna nella società occidentale. Helmut Newton. Legacy, pensato per accompagnare la mostra internazionale itinerante dei lavori di Helmut Newton, presenta le opere principali di uno dei corpus più pubblicati della storia della fotografia, unitamente a svariate immagini riscoperte di recente. Questo volume celebra l’intramontabile influenza sulla fotografia moderna e l’arte visiva di Helmut Newton, prolifico creatore di immagini e autentico visionario. “Sono un voyeur professionista.” — Helmut Newton Il fotografo: Helmut Newton (1920–2004) è stato uno dei fotografi più influenti di tutti i tempi. Raggiunse la fama internazionale negli anni ’70, quando lavorava principalmente per l’edizione francese di Vogue, dove si fece apprezzare per le ambientazioni controverse delle sue fotografie. La sua abilità più originale consisteva nel far sembrare spontanei e dinamici scatti che erano in realtà accuratamente pianificati. Fra i numerosi titoli e riconoscimenti che ottenne spicca quello di Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres. Il curatore e autore: Matthias Harder ha studiato storia dell’arte, archeologia classica e filosofia a Kiel e Berlino. È un membro della German Society of Photography e membro del comitato consultivo dello European Month of Photography. Curatore capo della Helmut Newton Foundation di Berlino dal 2004 e suo direttore dal 2019, ha scritto numerosi contributi per svariati libri e cataloghi di mostre. L’autore: Philippe Garner è un esperto di fotografia del XX secolo, design e arte decorativa. Ha scritto numerosi saggi e libri, spaziando dagli studi delle vite del designer Émile Gallé e dei fotografi Cecil Beaton e John Cowan, al volume Sixties Design pubblicato da TASCHEN. Ex dirigente di Christie’s, ha curato anche alcune mostre per musei di Londra, Parigi e Tokyo. HELMUT NEWTON. LEGACY sarà in mostra alla Helmut Newton Foundation, Jebensstraße 2, 10623 Berlino dal 31 ottobre 2021 al 22 maggio 2022
Helmut Newton. Legacy
Helmut Newton Nato a Berlino nel quartiere di Schöneberg da una famiglia ebrea, figlio di Klara “Claire” Marquis and Max Neustädter che erano proprietari di una fabbrica di bottoni, cresciuto nella buona borghesia berlinese degli anni venti-trenta, frequenta il Heinrich von Treitschke Realgymnasium e la Scuola Americana a Berlino. Interessato alla fotografia fin da piccolo già a 12 anni acquista la sua prima macchina fotografica, e dal 1936 inizia a lavorare con la fotografa tedesca Elsie Neulander Simon, conosciuta come Yva. A seguito delle leggi razziali naziste lascia la Germania nel 1938 imbarcandosi a Trieste sul piroscafo “Il Conte Rosso” e si rifugia a Singapore, lavorando come fotografo per il SingaporeStraits Times.
In seguito venne internato dalle autorità britanniche di Singapore e venne espulso in Australia con la RMS Queen Mary. Arrivò a Sydney il 27 novembre 1940 e venne portato al campo d’internamento di Tatura (Victoria) dove rimase fino al 1942 dopo aver lavorato brevemente come raccoglitore di frutta. Nell’aprile del 1942 entrò nell’esercito australiano dove si occupò di guidare camion dell’esercito. Nel 1946 diventò cittadino australiano[1] e cambiò il suo cognome da Neustädter a Newton[3], che è la quasi esatta traduzione in inglese del suo cognome tedesco.
Il 13 maggio 1948 sposa l’attrice australiana June Browne nota come fotografa con lo pseudonimo di “Alice Springs” (dal nome dell’omonima città australiana). Dopo la guerra lavora come fotografo freelance producendo scatti di moda e lavorando con riviste come Playboy. Dalla fine degli anni cinquanta in poi si concentra sulla fotografia di moda. Si stabilisce a Parigi nel 1961 e intraprende una carriera come fotografo di moda professionista. I suoi scatti appaiono su varie riviste tra cui i magazine di moda Vogue, L’Uomo Vogue, Harper’s Bazaar, Elle, GQ, Vanity Fair, Max e Marie Claire. Il suo particolare stile è caratterizzato dall’erotismo patinato, a volte con tratti sado-masochistici e feticistici.
Un attacco di cuore nel 1970 rallenta la sua produzione ma aumenta la sua fama, in particolare con la serie “Big Nudes” del 1980 che segna la vetta del suo stile erotico-urbano, sostenuto con un’eccellente tecnica fotografica. Crea inoltre molti ritratti e altri studi fotografici e incomincia a lavorare per Chanel, Gianni Versace, Blumarine, Yves Saint Laurent, Louis Vuitton, Borbonese e Dolce & Gabbana. Nel 1984 insieme a Peter Max realizza il video dei Missing PersonsSurrender your Heart. Nell’ottobre 2003 dona una collezione di foto alla fondazione Preußischer Kulturbesitz a Berlino. È attualmente esposta al Museo della Fotografia (Museum für Fotografie) vicino alla stazione di Berlino Giardino Zoologico nel quartiere di Charlottenburg.
Helmut Newtone’ una delle figure piu’ controverse della fotografia mondiale. Viene introdotto alla fotografia da Elsie Neulander Simon, fotografa berlinese specializzata in moda, ritratti e nudi.
Costretto ad emigrare in Australia dal regime nazista, vivra’ poi anche a Parigi, Montecarlo e Losa Angeles. Riscosse i primi successi scattando per la versione inglese di Vogue negli anni ‘50, per poi divenire uno dei piu’ importanti fotografi di moda di tutti i tempi. Raggiunse l’apice della sua carriera a cavallo fra gli anni ‘60 e ‘70, quando divenne una vera e propria celebrita’.
A parte le fotografie di moda, sono famosi i suoi ritratti ai grandi personaggi del ‘900.
Ha pubblicato decine di libri ed i suoi lavori sono stati pubblicati in tutto il mondo.
Il Fotografo
Su Helmut Newton girano le opinioni piu’ disparate. Per qualcuno e’ un genio che elevato la fotografia di moda ad arte; per altri e’ un misogino le cui fotografie hanno oltrepassato i limiti dell’accettabilita’.
Lui stesso era consapevole dei giudizi controversi che attirava, e su quell’immagine da cattivo ragazzo ci costrui’ buona parte del suo personaggio. Una sua frase, forse la piu’ famosa, spiega ben l’inclinazione di Newton: «Bisogna essere sempre all’altezza della propria cattiva reputazione».
La fama di Newton esplose nel mondo della fotografia alla fine degli anni ‘60, quando inizo’ ad introdurre nella fotografia di moda elementi di sado-masochismo, voyeurismo e omessessualita’. Le donne sono riprese in pose provocanti: si aggirano cariche di tensione erotica attraverso la camera di un albergo; si adagiano su un divano colme di soddisfazione post coitale.
La sua carriera e’ stata accompagnata dal gusto per la provocazione. Nel 1974, usci’ il suo primo libro White Women. che ottenne ottenne l’effetto desiderato: una bomba . A partire dal titolo, accusato di razzismo. «Ma quale razzismo» replicò, «è un bellissimo titolo, tantopiù che non c’è neanche una donna nera in tutto il volume…»
Le sue modelle sono alte, forti e muscolose, in pratica il prototipo di modella anni ‘80. Gli scenari che rappresenta riflettono le sue ossessioni repressoe e, comprensibilmente , non pochi ritengono il suo lavoro degradante per la dignita’ della donna. Al giorno d’oggi la fotografia di Newton non sembra piu’ cosi’ trasgressiva, in parte perche’ sono cambiati i tempi, in parte anche grazie proprio al suo contributo. Quello che una volta era considerato politicamente scorretto adesso e’ “porno-chic”. E’ stato copiato ed emulato cosi’ tante volte che i fotografi contemporanei di successo cercano di evitarlo in tutti i modi.
Helmut Newton aveva capito che piu’ le sue opere erano ambigue, piu’ riuscivano a disorientare l’osservatore, piu’ sarebbero rimaste nella sua memoria. Ha sempre sfidato le convenzioni e lo sguardo dell’osservatore, talvolta prendendolo in giro, ma sempre con stile ed eleganza.
Nonostante sia stata spesso oscurata dai contenuti, la sua tecnica fotografica e’ sopraffina: luci e composizione sono praticamente impeccabili.
Insomma, una cosa e’ certa : le foto di Newton sono impossibili da ignorare.
Roma-Un Vermeer a Palazzo Barberini-Donna in blu che legge una lettera-
Roma-Un Vermeer a Palazzo Barberini-Donna in blu che legge una lettera-Biblioteca DEA SABINA
Roma -Dall’8 luglio all’11 ottobre Palazzo Barberini ospita lo straordinario capolavoro di Johannes Vermeer, Donna in blu che legge una lettera, concesso in prestito in via eccezionale dal Rijksmuseum di Amsterdam.
Vermeer a Palazzo Barberini-Donna in blu che legge una lettera
Dopo l’esperienza di Giorgione. Da Budapest a Roma, le Gallerie Nazionali di Arte Antica proseguono il dialogo con alcune delle più prestigiose istituzioni museali internazionali, offrendo una nuova opportunità di incontro con i capolavori della tradizione artistica europea.
Realizzata intorno al 1663-1664, Donna in blu che legge una lettera è considerata uno dei vertici della produzione del maestro di Delft ed è tra le immagini più celebri della pittura olandese del Seicento. La giovane donna colta nell’atto di leggere una lettera, immersa nel silenzio di un interno domestico e rischiarata dalla luce proveniente dalla finestra, incarna alcuni dei temi più caratteristici dell’arte di Vermeer: l’intimità della vita quotidiana, la sospensione narrativa e la straordinaria capacità di tradurre la luce in strumento di costruzione dello spazio e delle emozioni.
Il soggetto della corrispondenza epistolare, occasione per evocare sentimenti, relazioni e attese che rimangono affidati all’immaginazione dell’osservatore, ricorre più volte nella produzione dell’artista, che attraverso pochi elementi essenziali e una composizione di assoluto equilibrio, trasforma un gesto ordinario in un’immagine di intensa concentrazione psicologica.
A cura del Direttore Thomas Clement Salomon e della curatrice Paola Nicita, il dipinto giunge a Roma offrendo un’occasione unica per approfondire l’opera di uno dei protagonisti assoluti della pittura europea. L’iniziativa assume un particolare rilievo alla luce della rarità delle opere di Vermeer — poco più di una trentina quelle universalmente riconosciute, nessuna conservata in Italia — e delle rare occasioni in cui questi capolavori vengono concessi in prestito.
Il percorso espositivo si articolerà tra la Sala Ovale e la Sala Paesaggi: una serie di contenuti digitali accompagnerà i visitatori alla scoperta dell’arte del Maestro olandese, offrendo approfondimenti dedicati alla storia del dipinto, alla tecnica pittorica di Vermeer e al contesto culturale in cui esso venne realizzato.
Il percorso culminerà nella Sala Paesaggi, dove Donna in blu che legge una lettera sarà presentata in uno spazio dedicato che consentirà un’osservazione ravvicinata dell’opera e dei suoi raffinati dettagli esecutivi.
La mostra conferma l’impegno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica nel rendere accessibili opere di eccezionale rilievo provenienti dalle più importanti collezioni internazionali, promuovendo nuove occasioni di conoscenza e approfondimento.
Inaugurazione e dettagli
Martedì 7 luglio dalle 18, il pubblico potrà partecipare all’inaugurazione di Donna in blu che legge una lettera di Verrmeer, visitabile in via straordinaria fino alle 22. Ultimo ingresso alle 21.
Da mercoledì 8 luglio,la mostra sarà inclusa nel biglietto di ingresso di Palazzo Barberini, e aperta negli orari abituali: dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 19, ultimo ingresso alle 18.
Il compleanno di Mario Vespasiani e il valore dell’arte come missione-
Il compleanno di Mario Vespasiani e il valore dell’arte come missione – Ci sono ricorrenze che appartengono alla sfera privata e altre che diventano l’occasione per riflettere sul significato di una presenza nel nostro tempo. Il compleanno di Mario Vespasiani – giovedì 2 luglio – appartiene a questa seconda categoria perché invita a interrogarsi su ciò che oggi rappresenta un percorso di altro profilo, costruito con coerenza, lontano dalle scorciatoie del consenso e dalle logiche effimere della visibilità.
Mario Vespasiani
Viviamo in un’epoca nella quale l’arte è spesso chiamata a giustificare se stessa attraverso il mercato, il clamore mediatico o la velocità della comunicazione. Si misura l’apprezzamento con gli algoritmi, con il numero delle visualizzazioni, con la capacità di occupare uno spazio nel dibattito pubblico prima ancora di aver sedimentato un pensiero. In questo scenario, l’opera di Mario Vespasiani assume un significato controcorrente, ricordando che esiste ancora una dimensione dell’arte capace di sottrarsi alle mode del presente per dialogare con il tempo lungo della cultura.
La sua vicenda artistica non si lascia rinchiudere in uno stile, in una corrente o in una formula. Ogni ciclo di opere sembra nascere dall’esigenza di esplorare territori nuovi senza tradire una visione unitaria del mondo. Pittura, fotografia, scrittura, musica, riflessione filosofica e interesse per la storia delle civiltà convivono in un unico organismo multidisciplinare. È il segno di una curiosità inesauribile, di una mente che considera la conoscenza un processo continuo e non un patrimonio da amministrare.
Questa libertà, tuttavia, non è mai arbitrio, al contrario, è il frutto di una disciplina rigorosa. Dietro ogni opera si avverte la pazienza dello studio, la capacità di osservare, la volontà di approfondire, è una libertà conquistata, non rivendicata; una libertà che nasce dalla responsabilità verso il proprio lavoro e verso il pubblico. Per questo Vespasiani non appare mai come un artista che rincorre il nuovo per il gusto della novità. La sua ricerca evolve perché rimane fedele a un principio fondamentale: l’arte deve continuare a interrogare l’uomo, non limitarsi a intrattenerlo.
In una società incline alla specializzazione estrema, egli rappresenta anche la figura dell’intellettuale rinascimentale, capace di attraversare linguaggi differenti senza disperdere la propria identità. Non considera la pittura un recinto, ma una porta attraverso la quale entrano la letteratura, la musica, la scienza, il mito, la spiritualità, il paesaggio, la memoria e il futuro. È forse questa la ragione per cui il suo lavoro sfugge a ogni classificazione: non perché sia indecifrabile, ma perché ha quella essenzialità delle grandi anime.
Riconosciuto per le sue doti artistiche e umane come il Gentleman dell’Arte Italiana, chi ha avuto occasione di incontrarlo ha potuto cogliere una qualità oggi sempre più rara: la disponibilità all’ascolto, che rende ogni conversazione un’occasione di crescita reciproca. Vespasiani possiede questa disposizione naturale, difatti attorno alla sua figura si sono così raccolti negli anni intellettuali delle più varie discipline come i semplici appassionati, non attratti da un ruolo o da un prestigio, bensì dalla qualità del dialogo.
In fondo, la sua opera testimonia una convinzione profonda: che la cultura non sia una competizione, ma una comunità, un luogo dove il sapere si condivide, dove la bellezza genera il bene, dove il confronto non separa ma arricchisce. È una visione che oggi appare quasi rivoluzionaria, perché si oppone alla frammentazione, alla superficialità e alla tentazione dell’autoreferenzialità.
C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. In un tempo che celebra e impone continuamente le novità, Vespasiani ha dimostrato che la vera innovazione nasce dalla fedeltà a se stessi. Ha dialogato con istituzioni, territori, discipline e persone, senza rinunciare alla propria autonomia di giudizio ed è questa forse la lezione più importante che offre alle nuove generazioni di artisti: si può essere contemporanei senza diventare conformisti; si può partecipare alla vita culturale senza piegarsi alle tendenze; si può essere riconosciuti senza trasformare la propria identità in un marchio.
Ogni bravo artista lascia opere, quelli autorevoli lasciano anche un metodo di stare al mondo. Mario Vespasiani – e la sua produzione di dipinti e 50 libri all’attivo – è la testimonianza di chi ha saputo coltivare la curiosità, custodire la libertà, praticare la conoscenza come forma di responsabilità e considerare la bellezza non un privilegio, ma un bene comune.
Per questo il suo compleanno non è soltanto un anniversario personale è l’occasione per riconoscere un percorso che, anno dopo anno, ha contribuito ad arricchire il panorama culturale italiano con profondità e coerenza. In tempi in cui l’eccezionale rischia di coincidere con il rumoroso, la sua esperienza ricorda che le opere destinate a durare nascono quasi sempre dal silenzio, dalla perseveranza e dalla capacità di restare fedeli alla propria vocazione.
Gli auguri che oggi rivolgiamo a Mario Vespasiani – nell’imminenza di una mostra museale su tre sedi e di un importante servizio su un magazine in abbinamento ad uno dei maggiori quotidiani nazionali – sono anche un invito per tutti noi a guardare il mondo con occhi più attenti, più liberi e più umani. Perché il compito dell’arte, quando incontra autenticamente la vita, non è quello di fornire risposte su ogni argomento, ma di insegnarci a porre le domande fondamentali e sono proprio gli artisti che custodiscono questa capacità, ad essere i testimoni più lucidi della nostra civiltà.
NULLA È COMPIUTO mostra personale di Emanuele Buffo-
La Petite Gallery di ContArt Lab presenta “Nulla è compiuto”, mostra personale di Emanuele Buffo, un progetto espositivo che indaga la natura instabile del simbolo e la condizione liminale dell’immagine.
La ricerca dell’artista si sviluppa attraverso un linguaggio fatto di frammenti, ripetizioni, cancellazioni e slittamenti iconografici che mettono in discussione ogni possibilità di significato definitivo. Le opere si collocano in uno spazio sospeso dove categorie apparentemente opposte — sacro e profano, presenza e assenza, origine e trasformazione — cessano di essere inconciliabili e si rivelano come dimensioni reciprocamente interconnesse.
NULLA È COMPIUTO Mostra personale di Emanuele BuffoMostra: 29 giugno – 5 luglio 2026 Petite Gallery | ContArt Lab Via Candia 25, Roma
Figure ricorrenti come la tortora sospesa, la rosa, gli oggetti decontestualizzati e gli alimenti archetipici diventano nuclei simbolici aperti, capaci di attraversare memoria, immaginario ed esperienza senza esaurirsi in una lettura univoca. La rosa, in particolare, assume il valore di una forma in continua ridefinizione, attraversata da significati molteplici che spaziano dal sacrificio alla rinascita, dalla perdita alla rivelazione.
Centrale è il ruolo del segno, spesso interrotto, sovrapposto o cancellato. Più che chiarire il simbolo, il gesto ne evidenzia la complessità e la vulnerabilità, trasformando l’opera in un dispositivo di indagine sul carattere mobile della conoscenza. Anche gli elementi più quotidiani vengono trasfigurati, assumendo la forma di tracce di una cosmogonia incompleta, frammenti di un’origine che continua a riaffiorare senza mai rivelarsi pienamente.
Il titolo “Nulla è compiuto” sintetizza la poetica dell’artista: ogni immagine è concepita come una soglia, ogni simbolo come una struttura aperta, ogni significato come una possibilità in continua trasformazione. La mostra invita il pubblico ad abitare uno spazio di incertezza fertile, dove la fine coincide con l’inizio e il senso rimane costantemente in divenire.
NULLA È COMPIUTO Mostra personale di Emanuele Buffo
Vernissage: 29 giugno 2026, ore 18.00 Mostra: 29 giugno – 5 luglio 2026 Petite Gallery | ContArt Lab Via Candia 25, Roma Ingresso libero
– Franco Leggeri Fotoreportage e Ricerca storica :“Origini della Diocesi di Porto e Santa Rufina”
Cattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e Maria
Franco Leggeri Fotoreportage e Ricerca storica “Origini della Diocesi di Porto e Santa Rufina”-La Diocesi di Porto con le altre di Ostia, Albano, Palestrina, Frascati e Sabina fa parte delle sedi suburbicarie. Fino al 1120, epoca in cui Callisto II unì alla diocesi di Porto quella delle Sante Rufina e Seconda, le diocesi suburbicarie furono sette. I vescovi suburbicari hanno grado di cardinali ed occupano il primo luogo ne sacro Collegio. La circoscrizione delle diocesi di Porto, dopo l’unione con quella delle Sante Rufina e Seconda, comprendeva i seguenti abitati e tenute: Porto-Maccarese-Palo-Santa Severa-Santa Marinella-Palidoro – Castel di Guido- Cerveteri-Ceri-Sasso- Giuliano- Santa Maria di Galera-Casaccia-Cesano- Isola Farnese-Storta-San Nicola-Olgiata-Vaccareccia-Riano-Primaporta-Bottaccio-Testa di Lepre-Leprignano-Castiglione Ricci-Tragliata-Magliana-Massimilla-Massimina-Pescaccio-Pisana-Ponte Galeria-Buccea-Porcareccia-Torrimpietra-Pisana.Castelnuovo. La Diocesi ebbe anche giurisdizione episcopale nel Rione Trastevere, e, dopo la ricordata unione con Santa Rufina, anche nella città Leonina. Sulle origini della sede Vescovile di Selva Candida e delle Ss.Rufina e Seconda il Moroni dà le seguenti notizie:” Nel martirologio di Adone, in Tillemont, T.4,p.5, ed in Bollando, T.3, Julii,p.28, si leggono gli Atti delle Sante Sorelle Rufina e Seconda vergini e martiri. Nate da Asterio ed Aurelia di stirpe romana, illustre e senatoria, furono fidanzate e promesse spose ad Armentario e Verino, i quali apostarono il cristianesimo nel 257 0 260 per la persecuzione di Valeriano e di Gallieno. Rufina e Seconda rigettarono con orrore la proposta che loro fu fatta di abiurare anch’esse la fede di Gesù Cristo. Volendosi rifugiare in una loro terra in Toscana, per delazione de’ due apostati furono inseguite da Archesilavo conte, e arrestate al 14° miglio della via Flaminia. Ricondotte in Roma dinanzi al prefetto Giunio Donato, questi, prima con le lusinghe , poi colle minacce di fieri tormenti, fece battere Rufina alla presenza della sorella per intimorirla, la quale invece si gravò perché a lei non fosse concesso tanto onore di patire per Gesù. Riportate in tetra prigione , ivi fu bruciato letame perché rimanessero , dal puzzo e dal fumo, soffocate, invece comparve splendida luce e si sentì in soave odore. Indispettito il prefetto le fece gettare in ardente bagno, dal quale uscite illese, ordinò che si precipitassero, con grosse pietre al collo, nel Tevere, ove un Angelo le prese , sciolse e condusse a riva. Allora Giunio le consegnò di nuovo ad Archesilavo perché o le facesse morire o le lasciasse libere a sua arbitrio. Ma il crudele conte le fece condurre in una selva folta ed oscura , perché appena vi penetrava il sole, chiamata Selva Nera, nel fondo di Busso o Buxo o Boccea nella via Aurelia o Cornelia, che conduceva a Porto e Civitavecchia, 10 miglia lontano da Roma (circa 8 delle moderne miglia). Ivi fece loro troncare le teste, lasciando i loro corpi insepolti esposti alle fiere. Comparse in visione a Plautilla matrona romana e signora del territorio, sebbene ancor gentile, l’esortarono a farsi cristiana ed a seppellirle. Tutto Plautilla eseguì, e trovati i cadaveri incorrotti diè loro sepoltura in onorevole monumento. Pel concorso de’ fedeli a venerarle , reso chiarissimo il luogo pel martirio più tardi patito anche dai SS.Marcellino e Pietro (V.Chiesa dei SS. Marcellino e Pietro) e pei miracoli da Dio operati, fu denominato Selva Candida, Sylva Candida. Vi fabbricò una magnifica basilica San Giulio I papa del 336, vi ripose i corpi delle dette Sante e Santi (secondo Piazza, che però nell’Emerologio di Roma dice che i corpi dei SS. Marcellino e Pietro furono sepolti nel Cimitero di Tiburzio in sontuoso mausoleo da Sant’Elena), ed in loro onore la dedicò prevalendo il nome delle Sante Rufina e Seconda, chiesa che San Damaso I nel 367 terminò. Frequentando la chiesa i cristiani, a poco a poco si fabbricarono abitazioni e si formò una popolata e nobile città, che meritò la Sede vescovile immediatamente soggetta alla Santa Sede, la seconda delle Suburbicarie dopo quella di Ostia. La città prese il nome delle Sante Rufina e Seconda e di Selva Candida, come vescovato.
Ricerca e trascrizione dal testo originario di Franco Leggeri
Foto originali di Franco Leggeri
Testi consultati,Papiri Diplomatici,Le origini delle Diocesi in Italia,Sedi Episcopali nell’antico ducato di Roma,Storia dell’Agro Romano.
S.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa RufinaCardinale EUGENIO TISSERANT Vescovo di Porto e Santa Rufina-Foto ,con dedica alla parrocchia dello Spirito Santo di Castel di GuidoDiocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale S.Eccellenza Cardinale EUGENIO TISSERANT benedice la campana (24 marzo 1955)Diocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale consacrata nel 1950 ANNO GIUBILAREDiocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale consacrata nel 1950 ANNO GIUBILAREDiocesi di Porto e Santa Rufina- Papa Pio XII visita la Cattedrale (29 ottobre 1957) ricevuto dal Cardinale TisserantDiocesi di Porto e Santa Rufina- Papa Pio XII visita la Cattedrale (29 ottobre 1957) ricevuto dal Cardinale TisserantS.E. Monsignor Tito Mancini, Vescovo Ausiliare per la Diocesi di Porto e Santa Rufina.Mons. Diego BONA- Vescovo della Diocesi di Porto e Santa RufinaS.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa Rufina-La Cattedrale consacrata nel 1950 ANNO GIUBILARES.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa Rufina
S.E. Monsignor Gino Reali ,Il Vescovo di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaParrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaDiocesi di Porto e Santa Rufina Parrocchia dei SS Cuori di Gesù e MariaCattedrale della Diocesi di Porto e Santa Rufina a La Storta la tomba del Cardinale Eugenio Tisserant , Monsignor Luigi Martinelli, Monsignor Pietro Villa e Vescovo Andrea Pangrazio
Sede suburbicaria
Si dicono sedi suburbicarie le diocesi che si situano attorno alla diocesi di Roma. “Suburbicario” viene dal latinosuburbicarius, composto di sub, “sotto” e urbs, “la città” per antonomasia, Roma.
I cardinali vescovi esercitavano l’effettiva giurisdizione sulle loro sedi fino a quando papa Giovanni XXIII, con il motu proprioSuburbicariis Sedibus dell’11 aprile1962, attribuì il governo ai vescovi ausiliari (anticamente “suffraganei”), lasciando ai cardinali solo il titolo. La sede di Ostia, pur rimanendo una giurisdizione distinta, è amministrata dal cardinale vicario del Papa.
I cardinali vescovi titolari effettuano ancora un “presa di possesso” della diocesi, ma nella pratica i corrispondenti vescovi titolari esercitano tutte le funzioni della giurisdizione ordinaria.
Oggi solo il “titolo” è cardinalizio, mentre la diocesi è sempre affidata ad un vescovo ordinario che ne è comunque titolare.
Il territorio si estende su 2.000 km² ed è suddiviso in 57 parrocchie, raggruppate in 5 vicariati foranei: La Storta-Castelnuovo di Porto, Porto Romano, Selva Candida, Maccarese, Cerveteri-Ladispoli-Santa Marinella.
Elenco delle parrocchie della diocesi, aggiornato al 10 marzo 2025:[5]
Castelnuovo di Porto: Santa Maria Assunta, Santa Lucia (Pontestorto);
Cerveteri: San Martino Vescovo (Borgo San Martino), Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Ceri), Santissima Trinità, Santa Maria Maggiore, Sant’Eugenio (I Terzi), San Francesco d’Assisi (Marina di Cerveteri), Santa Croce (Furbara);
Fiumicino: Santa Maria degli Angeli, Nostra Signora di Fatima (Aranova), Santa Maria Porto della Salute, San Luigi Gonzaga (Focene), Assunzione della Beata Vergine Maria (Fregene), San Gabriele dell’Addolorata (Fregene), Santa Maria Madre della Divina Provvidenza (Isola Sacra), Santa Paola Frassinetti (Isola Sacra), Santa Maria Stella Maris (Lido del Faro), Sant’Antonio di Padova (Maccarese), San Giorgio (Maccarese), Santi Filippo e Giacomo (Palidoro), San Benedetto Abate (Parco Leonardo), Sant’Anna (Passoscuro), Santi Ippolito e Lucia (Porto), San Pietro Apostolo (Testa di Lepre), Sant’Antonio Abate (Torrimpietra), Sant’Isidoro (Tragliata), San Francesco d’Assisi (Tragliatella);
Ladispoli: Sacro Cuore di Gesù, San Giovanni Battista, Santa Maria del Rosario, Santissima Annunziata (Palo Laziale);
Riano: Beata Vergine Maria Madre della Chiesa (La Rosta), Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria;
Santa Marinella: San Giuseppe, Santa Maria del Carmelo, San Tito, Sant’Angela Merici (Santa Severa).
Storia
Questa diocesi è formata dall’unione di due antiche sedi suburbicarie: Porto, l’antico porto principale di Roma, situato sulla riva destra del Tevere prospiciente Ostia; e Selva Candida, un villaggio sorto intorno alla basilica delle sante sorelle martiri Rufina e Seconda, situata lungo la via Cornelia, che corrisponde all’attuale via Boccea.
Porto
La fede cristiana mise radici nella zona di Porto molto presto. Sono noti i nomi di vari martiri di Porto, tra cui Aconzio; Giacinto; Ercolano e Taurino; Eutropio, Zosima e Bonosa; Marziale, Saturnino, Epitteto, Maprile, Felice e compagni.
Il più importante e patrono della diocesi è sant’Ippolito, tradizionalmente conosciuto come primo vescovo di Porto, martire verso la metà del III secolo, il cui culto è documentato già alla fine del IV secolo;[6] ad Ippolito fu edificata una basilica extramurana sul luogo del martirio, riportata alla luce negli scavi di fine Novecento nel sito archeologico dell’Isola Sacra (Fiumicino). Un’altra basilica, chiamata “basilica urbana”, fu scavata a partire dal XIX secolo nei pressi del molo esagonale traianeo; benché non vi siano a tutt’oggi prove archeologiche, può essere identificata con la basilica dei Santi Pietro, Paolo e Giovanni Battista, prima cattedrale della diocesi, fatta edificare da Costantino Iiuxta portum urbis Romae, ossia “presso il porto di Roma”.[7]
Il primo vescovo storicamente documentato è Gregorio, che nel 314 partecipò al concilio di Arles nelle Gallie. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce due epigrafi con i nomi di due vescovi portuensi: una prima epigrafe, della fine del IV secolo, testimonia la costruzione della basilica di Sant’Ippolito per mano del vescovo Eraclida; una seconda iscrizione, datata tra IV e V secolo, riferisce della costruzione della basilica ai santi Eutropio, Zosima e Bonosa ad opera del vescovo Donato.
Nell’864 divenne vescovo di Porto Formoso, futuro papa; a causa della decadenza della città di Porto e delle incursioni dei saraceni, fu probabilmente Formoso a trasferire la sede episcopale e la cattedrale nell’isola Tiberina. Nel 1018 la bollaQuoties illa di papa Benedetto VIII[8] riferisce ormai di un totale abbandono e del definitivo trasferimento della cattedrale e dell’episcopio nella basilica di San Bartolomeo all’Isola.
Durante l’episcopato di Giovanni IV (1049-1066), papa Leone IX definì i confini della diocesi in rapporto a quella di Selva Candida:[9] la diocesi era compresa dal corso del Tevere a partire da Ponte Rotto, l’Isola Tiberina o Lycaonia fino a Porta Settimiana, da qui il confine saliva a Porta San Pancrazio e seguiva la via Aurelia fino al ponte sul fiume Arrone; si dirigeva verso il mare passando per Palidoro e, tenendo sulla destra il tenimento di Palo, passava per il tenimento di Maccarese; raggiunta la riva del mare il confine proseguiva fino alla foce del Tevere comprendendo l’Isola Sacra per risalire fino a Ponte Rotto; venivano quindi confermati a Porto tutta la zona di Trastevere e l’isola Tiberina, lasciando al vescovo il privilegio di datare i suoi documenti con la formula Datum Romae. Nel 1059 il vescovo di Porto vinse la controversia con il vescovo di Selva Candida relativamente all’intero possesso dell’Isola tiberina e delle chiese di San Bartolomeo e di San Giovanni Calibita.[10]
La diocesi di Selva Candida deve la sua origine alla basilica sorta sul luogo del martirio delle sante Rufina e Seconda sulla via Cornelia nel fundus de Buxus o de Bucca o Boccea.[11] Altri importanti santuari martiriali presenti nel territorio erano quelli dei santi persiani Maris, Marta, Audifax e Abacuc, anch’esso sulla via Cornelia, e quello dedicato ai santi Basilide e compagni sulla via Aurelia.
Il primo vescovo noto è Adeodato che presenziò nel 501 ad un sinodo convocato dal re Teodorico per giudicare l’operato di papa Simmaco; un omonimo è menzionato in un altro sinodo del 499 come Adeodatus Lorensis; ciò fa supporre che i vescovi di Lorium sulla via Aurelia abbiano trasferito la loro residenza a Selva Candida. Dopo Adeodato è noto il vescovo Valentino, vicario di Roma durante l’assenza di papa Vigilio, che ebbe le mani tagliate da Totila, e che condivise le sorti di Vigilio a Costantinopoli sulla questione dei Tre Capitoli. Valentino è documentato nelle fonti sia come episcopus ecclesiae Silvae Candidae, con indicazione del toponimo da cui la diocesi traeva il proprio nome, sia come episcopus a sanctae Rufina et Secunda, in riferimento al principale santuario che si trovava a Selva Candida.[12]
Probabilmente a partire dal VI secolo, la diocesi di Selva Candida assorbì il territorio dell’estinta diocesi di Acquaviva.
I successivi vescovi di Selva Candida sono noti per lo più per la loro partecipazione ai concili celebrati dai pontefici a Roma. Secondo le indicazioni riportate dal Liber Pontificalis,[13] la sede episcopale e la basilica delle Sante Rufina e Seconda vennero ristrutturate dai papi Adriano I (772-795) e Leone IV (847-855); distrutte dai Saraceni attorno al 900, furono ricostruite all’epoca di Sergio III (904-911) e del vescovo Ildebrando (905-910).
Tra i vescovi più importanti si ricorda nell’XI secolo Pietro, documentato come vescovo di Selva Candida tra il 1026 e il 1037. Nel 1026 papa Giovanni XIX gli confermò tutti i possedimenti dipendenti dalla sua giurisdizione vescovile, che vengono enumerati nella bolla del 17 dicembre;[14] tra questi si possono menzionare le località di Baccano, Bottaccia, Boccea, Castel di Guido, Castel Campanile, Cesano, Castel Giuliano, Formello, Isola Farnese, Leprignana, Luterno (Valle Luterana), Olgiata, Palidoro, Palo, Riano, Galeria, Santa Marinella, Santa Severa, Sasso, La Storta, Testa di Lepre, Torrimpietra, Tragliata. Nella stessa bolla il pontefice assegnava a Pietro e ai suoi successori la chiesa dei Santi Adalberto e Paolino sull’Isola Tiberina, quale episcopale domicilium et congruum receptaculum.[15] In una successiva bolla di novembre 1037, papa Benedetto IX, oltre a confermare i privilegi già concessi in precedenza, assegnò a Pietro e ai suoi successori, in perpetuo, il titolo di cancellieri e di bibliotecari della Sede Apostolica, che, dopo l’unione, passò ai vescovi di Porto.[16]
Con la bolla del 1026, ai vescovi di Selva Candida furono assegnate anche tutte le chiese della Città leonina, cinque monasteri e la facoltà di compiere le funzioni liturgiche e le ordinazioni nella basilica di San Pietro. Questi privilegi furono gradualmente aboliti solo dopo la fine della cattività avignonese, quando i pontefici trasferirono la propria residenza dal Laterano al Vaticano.
Gli ultimi due cardinali vescovi di Selva Candida furono Umberto (1051-1061) e Mainardo (1061-1073), stretti collaboratori dei pontefici nell’azione riformatrice della Chiesa, che passò alla storia come riforma gregoriana.
Porto e Santa Rufina
Papa Callisto II, nel 1119, unì in modo definitivo la sede di Porto con quella di Selva Candida (chiamata anche Santa Rufina), unione confermata da papa Adriano IV (1154-1159).[17]
Il 21 luglio 1452 la diocesi di Santa Rufina fu separata dalla sede suburbicaria di Porto, ma già l’anno successivo, dopo la morte del cardinale Francesco Condulmer le due sedi furono riunite.[18]
Dal XVI secolo la sede di Porto e Santa Rufina fu riservata al vice decano del Collegio cardinalizio; quando il decano cessava dal suo servizio per decesso o per elezione al papato, gli succedeva il cardinale vescovo di Porto e Santa Rufina, che optava per la sede suburbicaria di Ostia e Velletri, che era propria del decano. Questa prassi comportò episcopati generalmente molto brevi, anche di pochi mesi.
La diocesi era vastissima, andando dal Tevere a sud fino alla via Flaminia a est e ai Monti della Tolfa a nord, ma praticamente spopolata e devastata dalla malaria. Nel 1692 la popolazione residente si aggirava attorno alle 4.000 unità, mentre da una statistica ufficiale del 1853, risultava una popolazione complessiva di appena 3.030 abitanti. I centri abitati erano pochi e sparsi qua e là sul territorio; tra questi i maggiori erano Castelnuovo, Fiumicino, Cesano, Riano e Cerveteri, dove si trovavano le uniche parrocchie della diocesi. All’inizio del XIX secolo la diocesi si trovava in un tale stato di abbandono, che il cardinale Leonardo Antonelli la definì «uno scheletro arido e spolpato», indicandone le cause del declino nelle invasioni saracene del Medioevo e nell’insalubrità del clima. Tutto questo malgrado nella seconda metà del Settecento ci furono dei tentativi di mettere in atto una certa attività pastorale, con l’appoggio delle Maestre Pie, dei Gesuiti e la creazione di alcune parrocchie. La diocesi non aveva nemmeno una cattedrale, essendo quella di Sant’Ippolito a Porto oramai in decadenza, e un centro con il palazzo episcopale ed il seminario. Di fatto la sede esisteva solo perché associata al titolo cardinalizio.
Il cardinale Bartolomeo Pacca, tra il 1821 ed il 1830, restaurò la cattedrale di Sant’Ippolito, ristrutturò l’annesso episcopio e ornò il suo cortile con reperti provenienti dagli scavi dell’antica città di Porto.
Il 5 maggio 1914papa Pio X, con il motu proprioEdita a Nobis, abolì il conferimento della sede di Porto e Santa Rufina al vice decano del Collegio cardinalizio. Lo stesso motu proprio stabilì che da quel momento in poi il decano del Sacro Collegio avrebbe unito la sede di cui era titolare con quella di Ostia e conseguentemente gli episcopati dei vescovi di Porto e Santa Rufina hanno cessato di essere particolarmente brevi.
Nel 1921 la popolazione della diocesi era pari a circa 10.000 abitanti, a cui se ne aggiungevano circa 12.000 che vi risiedevano stagionalmente per i lavori agricoli. Sorgevano 19 parrocchie. Il territorio rimase pressoché spopolato fino alle bonifiche degli anni trenta, che estirparono la malaria. La crescita della città di Roma e dei suoi dintorni e la bonifica del territorio portò in pochi decenni ad un aumento notevole della popolazione diocesana, dai circa 50.000 abitanti nel 1950 ai circa 300.000 nel 2000.
Nel 1926 il gesuitatedesco Leopold Fonck diede inizio alla costruzione di una chiesa, in località La Storta, che avrebbe voluto dedicare a santa Margherita Maria Alacoque, i lavori rimasero incompiuti fino a quando nel 1948 il cardinale Tisserant non li riprese, progettando di istituire a La Storta il centro della diocesi. Nel giro di due anni la costruzione fu completata e dedicata ai Sacri Cuori di Gesù e Maria il 25 marzo 1950; il 7 marzo era stata elevata al rango di nuova cattedrale della diocesi, al posto della precedente chiesa dei Santi Ippolito e Lucia, con il decreto Episcopalis Cathedra della Congregazione Concistoriale.[19] Contestualmente furono edificati il palazzo vescovile, la sede della curia diocesana e il seminario. Il 25 febbraio 1953 fu istituito il capitolo della cattedrale con la bollaQui cognoverit di papa Pio XII.[20]
Con la riforma delle sedi suburbicarie decisa da papa Giovanni XXIII nel 1962 con il motu proprioSuburbicariis sedibus, ai cardinali di Porto e Santa Rufina rimase solo il titolo della sede suburbicaria, mentre il governo pastorale della diocesi venne affidato ad un vescovo residenziale pleno iure. Questa disposizione entrò in vigore con la nomina, il 2 febbraio 1967, di Andrea Pangrazio, il primo vescovo, non cardinale, di Porto e Santa Rufina.
Il 30 settembre 1986 la diocesi ha assunto la denominazione di sede suburbicaria di Porto-Santa Rufina per la plena unione delle due sedi.[23]
Cattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa Rufina-Foto di Alessandra Finiti-Cattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa RufinaOLYMPUS DIGITAL CAMERADiocesi di Porto e Santa Rufina
Diocesi di Porto e Santa Rufina
Cattedrale- Campanile-Diocesi di Porto e Santa RufinaCattedrale-Diocesi di Porto e Santa RufinaDiocesi di Porto e Santa Rufina
-Paolo Genovesi Fotoreportage –Concerviano-(RIETI)- Abbazia benedettina di San Salvatore Maggiore-
Descrizione-Paolo Genovesi Fotoreportage-L’Abbazia di San Salvatore Maggiore è uno dei più antichi e suggestivi monumenti della provincia di Rieti, prestigiosa testimonianza dell’Ordine Benedettino. Sorge sul pianoro Letenano, tra le vallate dei fiumi Salto e Turano, ed è costituita da una chiesa a navata unica, con cappelle laterali e presbiterio rialzato, da un imponente campanile e da tre edifici conventuali attorno a un cortile rettangolare di 50×50 metri. I tre edifici, con fasi costruttive e connotazioni architettoniche varie, hanno nel tempo ospitato funzioni diverse. L’ala est, annessa alla chiesa, ha accolto gli spazi comuni, come il refettorio, il capitolo, le cucine e gli ambienti dormitorio, ormai scomparsi dopo l’intervento del Genio Civile. È il più antico e in origine comprendeva l’intera struttura monastica. L’ala nord, nata con funzioni fortificatorie, di ricovero e di deposito, nel Rinascimento venne destinata a residenza. L’ala ovest ha avuto funzioni amministrative e di rappresentanza, quali Curia e Tribunale, e una parte più moderna, nata in fase post conventuale e destinata a cappella e a dormitorio per i seminaristi.
Fondata nel 735, fu distrutta dai saraceni intorno all’891 e ricostruita completamente nel 974, ampliata e trasformata più volte nel medioevo e in epoca moderna. Fino al XIII secolo fu al centro di numerose contese tra papato e impero e di dispute locali, con notevoli lavori di ampliamento. Continui lavori di riadattamento e ricostruzione ebbero luogo anche in seguito, a causa di assedi e danni accidentali. Con l’istituzione della commenda, verso la fine del XVI secolo, il complesso cominciò a trasformarsi in fortilizio e Ranuccio Farnese riadattò l’intera ala nord come propria residenza, aumentò lo spessore del corpo di fabbrica e realizzò il nuovo prospetto verso il cortile. Interventi di riadattamento più limitati sono poi dovuti a Francesco Barberini nel XVII secolo, commendatario che si adoperò, con successo, per la soppressione del monastero, sancita da Urbano VIII nel 1632. L’abbandono dei monaci e la nuova destinazione a sede del seminario diocesano provocò l’ultima grande trasformazione del complesso, che tra 1600 e 1700 aggiunse un nuovo corpo di fabbrica nell’ala ovest e fu riadattato per la nuova funzione. La storia secolare del monumento, che ebbe per lungo tempo stretto legame con l’abbazia di Farfa, è stata spesso tormentata, con ripetuti cambi di comunità religiose, e conosce dagli inizi del novecento un degrado sempre più evidente e un’accelerata distruzione.
Un intervento del Genio Civile, negli anni Trenta, ha prodotto un vero e proprio scempio delle strutture, vetuste, ma ancora resistenti, comportando numerosi crolli e distruzioni, soprattutto nel blocco est e il complesso ha vissuto un progressivo deterioramento sino alla metà degli anni Ottanta, che lo ha reso un rudere, fino all’intervento del Comune di Concerviano, guidato dal sindaco Damiano Buzzi, che lo ha acquisito nel 1986 e si è successivamente prodigato per avviarne valorizzazione e restauro.Fonte Regione Lazio-
Concerviano-(RI)- San Salvatore Maggiore
Pillole di storia–San Salvatore Maggiore è una abbazia Benedettina, sita sul monte Letenano nell’attuale frazione di Pratoianni del comune di Concerviano (RI). Fu fondata nel 735 d.C., in epoca longobarda, da monaci dell’abbazia di Farfa. Sorta sulle rovine di una preesistente villa romana, nell’891 d.C. fu incendiata dai Saraceni; successivamente ricostruita nella seconda metà del X secolo entrò in competizione con l’abbazia di Farfa nel controllo del territorio. Schieratasi con gli imperatori nella lotta per le investiture, è denominata per questo abbazia imperiale. Nel Trecento iniziò la decadenza, fino a che nel Seicento papa Urbano VIII, in forza della bolla Singulari diligentia del 12 settembre 1629, la soppresse unendola all’abbazia di Farfa.Negli ultimi anni è stata parzialmente ristrutturata grazie a fondi europei; attualmente è di proprietà del Comune di Concerviano.
Concerviano-(RI)- San Salvatore Maggiore
Paolo Genovesi Fotoreportage – Concerviano-(RIETI)- Abbazia benedettina di San Salvatore Maggiore-Paolo Genovesi Fotoreportage – Concerviano-(RIETI)- Abbazia benedettina di San Salvatore Maggiore-Concerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore MaggioreConcerviano-(RI)- San Salvatore Maggiore
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Torrita Tiberina-(RM)- Fondazione Mario & Maria Pia Serpone
Parco d’Arte Contemporanea nel cuore della Sabina
La Collezione-La Fondazione Mario e Maria Pia Serpone, un parco d’arte contemporanea nel cuore della Sabina, a soli 40km da Roma. Le opere della collezione sono orientate in corrispondenza con le stelle madri della costellazione del Toro dando forma ad un’architettura invisibile che accompagna i visitatori a scoprire installazioni all’aperto di artisti come Mimmo Paladino, Jannis Kounellis, Bruno Munari e Luca Maria Patella, per citarne alcuni. Oltre a ciò, la Fondazione è orgogliosa di ospitare due rarità nel panorama artistico internazionale: un ‘bottle crash’ di Shozo Shimamoto, la quale opera è un work in progress oggetto di performance annuali; e la cappella Nitsch, una cappella che il fondatore dell’azionisimo viennese Hermann Nitsch ha allestito con sue opere create in loco. Un luogo d’incontro per quanti celebrano l’amore, la libertà, la pace e l’equilibrio nel rispetto reciproco di tutte le forze che governano la natura, l’istituzione ha come centro d’interesse lo studio, la riflessione e la diffusione dell’arte contemporanea. La fondazione è visitabile esclusivamente su prenotazione.
Torrita Tiberina, Roma-Fondazione Mario e Maria Pia Serpone
Per info e per organizzare una visita, scrivere a: info@fondazioneserpone.org.
La collezione permanente
Torrita Tiberina, Roma-Fondazione Mario e Maria Pia Serpone
Una fondazione dove opere d’arte contemporanea contornano il prato, ne seguono le curve, lo impreziosiscono con significati estetici e lo ridisegnano, nobilitando lo spazio con installazioni ambientali a cielo aperto, con performance e con tutto quanto possa prendere forma d’arte attraverso il linguaggio del contemporaneo, in perfetta relazione con l’ambiente.
La cappella Nitsch
Torrita Tiberina, Roma-Fondazione Mario e Maria Pia Serpone-Cappella Nitsch
Uno spazio nel bosco concepito come una piccola cappella, il cui progetto, sottoposto al parere dell’artista, ha riscontrato la sua piena approvazione. Hermann Nitsch ha dato, infatti, la sua totale disponibilità per l’allestimento e arredamento della stessa, con opere ed installazioni da realizzarsi in loco.
Torrita Tiberina, Roma-Fondazione Mario e Maria Pia Serpone-Cappella Nitsch
Hermann Nitsch, artista austriaco, massimo esponente dell’azionismo viennese, filosofo, musicista e pittore dal 1957 si dedica alla concezione del suo “Orgien Mysterien Theater”(OMT): forma di arte totale che coinvolge tutti e cinque i sensi. Per Nitsch, teatro, palcoscenico, musica, architettura e natura divengono imprescindibili l’uno dall’altro.
Torrita Tiberina, Roma-Fondazione Mario e Maria Pia Serpone-Cappella Nitsch
Nelle sue opere si evidenzia l’aspetto drammatico di una “liturgia ematica”, che ripercorre concettualmente il processo di sublimazione dolorosa del “sangue glorioso”. Il sacrificio diviene elemento centrale di un processo di identificazione-coinvolgimento, che travolge i tradizionali schemi comportamentali.
L’opera di Nitsch è riconosciuta a livello mondiale. L’Austria e precisamente Mistelbach gli ha dedicato un museo personale, così come anche la Fondazione Morra a Napoli gli ha dedicato un museo a lui intitolato, inaugurato nel 2008; inoltre le sue opere sono presenti nei più importanti musei di arte contemporanea.
Contattaci-Per organizzare una visita della Fondazione Serpone, un evento privato o per avere maggiori informazioni sui nostri progetti e collaborazioni, inviaci una mail: info@fondazioneserpone.org
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Torrita Tiberina, Roma-Fondazione Mario e Maria Pia Serpone-Cappella Nitsch
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Il Borgo di TRAGLIATA-La Storia di Tragliata in pillole-Franco Leggeri Fotoreportage–Al km 29 della Via Aurelia, tra Torrimpietra e Palidoro, sulla destra, in direzione delle colline, si dirama la Via del Casale Sant’Angelo, che porta verso Bracciano.Percorrendo questa strada che si snoda in aperta campagna tra i grandi poderi coltivati o lasciati a pascolo per bovini e ovini, sulla destra al km 8,5 si diparte la via di Tragliata che porta al castello omonimo per terminare dopo pochi chilometri al crocevia con la Via di Santa Maria di Galeria, Via dell’Arrone e la Via di Boccea. Il toponimo di Tragliata, riportato in antichi documenti come Talianum o Taliata, sembra derivare da “tagliata”, nome dato ai sentieri scavati nel tufo di origine etrusca. Il Castello di Tragliata-Località molto suggestiva, abitata fin dall’antichità più remota, come testimoniato da ritrovamenti etruschi e romani inglobati nelle costruzioni successive. Il castello, eretto tra il IX e il X secolo, aveva una funzione di difesa e di avvistamento ed era collegato visivamente con altre torri circostanti, come la vicina Torre del Pascolaro; trasformato successivamente in un grande casale ad uso abitativo ed agricolo, in alcuni tratti si possono notare avanzi di muratura precedente appartenenti alle opere di sostegno del fortilizio. Allo stato attuale, Tragliata si presenta come un borgo in magnifica posizione elevata, situato com’è su di una specie di rocca isolata in mezzo alla vallata del Rio Maggiore, ed è costituito da vari fabbricati che si affacciano su di un grande spazio erboso.I fianchi della collina sono scavati in più parti dalle tipiche grotte, utilizzate nel corso dei secoli come magazzini o ricovero di animali. Di proprietà privata, il castello è stato recentemente convertito in azienda agrituristica adibita a ricezione. Interessanti i grandi silos sotterranei di epoca etrusca utilizzati per la conservazione dei cereali.
Secondo Carocci e Vendittelli la struttura fondiaria e produttiva della Campagna Romana risale al tardo medioevo e si è conservata senza soluzione di continuo fino alla riforma agraria a metà del XX secolo.
Le invasioni barbariche, la guerra greco-gotica e la definitiva caduta dell’Impero romano d’Occidente favorirono il generale spopolamento delle campagne, compresa quella romana, e i grandi latifondi imperiali passarono nelle mani della Chiesa, che aveva ereditato le funzioni assistenziali e di governo già assolte dai funzionari imperiali, e le esercitava nei limiti del possibile.
A partire dall’VIII secolo le aziende agricole (villae rusticae) di epoca imperiale si trasformarono – dove sopravvissero – in domuscultae, entità residenziali e produttive autosufficienti e fortificate, dipendenti da una diocesi – o una chiesa, o un’abbazia – che deteneva la proprietà delle terre e le assegnava in enfiteusi ai contadini residenti. Questi spesso ne erano gli originali proprietari, ed avevano conferito la proprietà dei fondi alla Chiesa in cambio di un piccolo canone di affitto e dell’esenzione dalle tasse. Queste comunità godevano di completa autonomia, che implicava anche il diritto ad armarsi per autodifesa (da dove la costruzione di torri e torrette), e in alcuni casi giunsero anche a battere moneta.
Già dal X secolo, tuttavia, la feudalizzazione costrinse i contadini ad aggregarsi attorno ai castelli dei baroni ai quali veniva man mano attribuito il possesso – a vario titolo – di molte proprietà ecclesiastiche, e la coltivazione della pianura impaludata e malarica fu abbandonata, col tempo, quasi completamente. Là dove si continuava a coltivare, questi nuovi latifondi ormai deserti, nei quali sorgevano sparsi casali fortificati, furono destinati a colture estensive di cereali e a pascolo per l’allevamento di bestiame grande e piccolo. Il loro scarso panorama umano era costituito da pastori, bovari e cavallari, braccianti al tempo delle mietiture, briganti.
L’abbandono delle terre giunse a tal punto che con la conseguente scomparsa degli insediamenti urbani nel territorio circostante Roma attorno alle vie Appia e Latina, l’ex Latium Vetus, venne ripartito in “casali”, tenute agricole di centinaia di ettari dedicato all’allevamento di bestiame, soprattutto ovini, e alla coltivazione di cereali, a cui erano addetti lavoratori salariati spesso stagionali. Questi latifondi in età rinascimentale e moderna divennero proprietà delle famiglie legate al papato. A seguito dello spopolamento delle terre pianeggianti ritornate a pascolo, si aggravò il grave problema dell’impaludamento e della malaria.
Il Borgo di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAI Fontanili della Campagna Romana-Borgo TragliataIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAPietra miliare Via di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAI Fontanili della Campagna Romana-Borgo TragliataIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATAIl Borgo di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAOLYMPUS DIGITAL CAMERABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATASat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATAChiesa di SANT’ISIDORO Sat’ISIDORO BORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATABORGO di TRAGLIATAFontanile della Campagna Romana di via di TragliataBORGO di TRAGLIATA
Museo di Roma in Trastevere -New York un viaggio fotografico di Matilde Damele-
Roma Capitale-Nel lavoro di Matilde Damele la strada diventa uno spazio di introspezione e conoscenza, un palcoscenico urbano attraversato dallo sguardo di una flâneuse contemporanea. Come un’osservatrice silenziosa immersa nel fluire incessante di New York, da Brooklyn alla West Side fino al Bronx, Damele sceglie di rallentare, di cercare l’attimo sospeso in cui l’umanità si rivela nella sua fragilità.
New York un viaggio fotografico di Matilde Damele-
Con la sua Leica M6 analogica, costruisce una relazione intima con la città, in un dialogo che richiama la poetica in bianco e nero di autori come Garry Winogrand o Helen Levitt, ma riletto attraverso una sensibilità profondamente personale, segnata dall’esperienza dello sradicamento. I quindici anni trascorsi a New York lasciano emergere una narrazione fatta di solitudini, attese e gesti minimi. Ogni fotografia, pur radicata nella contemporaneità, sembra eludere il tempo storico, preservando una sensazione quasi sospesa che restituisce la città come luogo mentale. Le immagini di Damele non documentano New York: la attraversano, la respirano, la trasformano in metafora di un viaggio interiore.
New York un viaggio fotografico di Matilde Damele-
A questo sguardo urbano si affianca la serie dedicata a Coney Island, dove la tensione della città si allenta in una dimensione più lenta e sospesa. Tra spiaggia e strutture decadenti del Luna Park, emergono figure eccentriche e momenti di quotidianità che sfiorano il surreale. In queste immagini si percepisce, in filigrana, un’eco dello sguardo diretto e disincantato di Weegee, che proprio a Coney Island seppe restituire una umanità teatrale e senza filtri, qui rielaborata da Damele in una chiave più intima e contemplativa. Nell’oscillazione tra distanza e coinvolgimento, la fotografa costruisce un codice visivo in cui la ricerca dell’altro coincide con la riscoperta di sé stessa.
New York un viaggio fotografico di Matilde Damele-
La mostra è promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è a cura di Giovanni De Angelis. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
New York un viaggio fotografico di Matilde Damele-
La mostra è accompagnata da una serie di immagini realizzate a Roma in zona Porta Maggiore e dintorni che conservano la poetica dell’artista in uno sguardo unico e contemporaneo. In occasione della mostra sarà disponibile il libro edito da DCV dal titolo NEW YORK 1999-2014 MATILDE DAMELE.
MATILDE DAMELE
Matilde Damele nasce a Bologna nel 1969 e, laureata in Lingue, segue un corso di fotografia e si trasferisce a New York spinta dal desiderio di approfondire questa passione. Qui trascorre quindici anni, vivendo la città con la curiosità di una straniera, immergendosi in un paesaggio umano in continua trasformazione. Frequenta l’ambiente stimolante dell’International Center of Photography dove entra in contatto con fotografi di fama internazionale e inizia a percorrere i vari quartieri con la macchina fotografica, sulle tracce dei grandi autori della New York School, costruendo un racconto personale fatto di strade, volti e frammenti urbani.
La città diventa presto il suo terreno di ricerca. Espone in numerose mostre collettive e realizza una personale all’Empire State Building. L’11 settembre 2001 fotografa il crollo delle Torri Gemelle e le immagini entrano a far parte del volume Here is New York: A Democracy of Photographs, testimonianza corale di un evento che segna profondamente anche il suo percorso.
Alla scadenza del visto è costretta a lasciare gli Stati Uniti e si trasferisce a Londra, dove prosegue la sua formazione con un master alla Central Saint Martins University. Qui la sua ricerca si trasforma e si apre a nuove sperimentazioni. Nel 2017 Esili, il progetto di fotografie serigrafate su sacchetti di plastica, vince il Clifford Chance Printmaking Prize della Marlborough Gallery. Nel 2019 Esili viene esposto a Photo London e menzionato dal Guardian tra le proposte più innovative in mostra.
Nel 2020 sceglie Roma come nuova città di vita e di lavoro. Accanto alla pratica artistica, collabora con Trinity College Campus, AIFS e Officine Fotografiche.
Nel 2025 il volume New York 1999–2014 pubblicato dall’editore DCV di Berlino, presenta una selezione di immagini che raccontano la sua esperienza americana. Nello stesso anno partecipa al festival Narni Immaginaria con un progetto dedicato a Coney Island, luogo simbolo di una memoria personale e collettiva.
Le sue fotografie entrano a far parte di importanti collezioni internazionali, tra cui la New York Historical Society,Clifford Chance a Londra, il Centre Pompidou-Metz e la Bibliothèque Stanislas di Nancy.
Informazioni
Luogo
Museo di Roma in Trastevere
Orario
10 giugno – 13 settembre 2026
Dal martedì alla domenica ore 10.00-20.00
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Giorno di chiusura: lunedì
Descrizione del libro “Ritratti 2005-2016 “ di Annie Leibovitz –Per questa raccolta Annie Leibovitz ha selezionato 150 ritratti di figure celebri e di grande influenza sulla scena mondiale. Le sue immagini documentano la cultura contemporanea attraverso l’occhio e l’intuizione dell’artista, facendo leva su una sorprendente capacità di mettere a nudo i tratti più intimi anche di personaggi la cui notorietà sembrerebbe aver già svelato ogni segreto. Annie Leibovitz è una delle fotografe più influenti del nostro tempo e la sua carriera si snoda su quasi cinque decenni, a partire dagli anni ’70 quando si è dedicata a immortalare il mondo del rock-and-roll.
Annie Leibovitz- Ritratti 2005-2016
Annie Leibovitz- Ritratti 2005-2016
Annie Leibovitz- Ritratti 2005-2016
Annie Leibovitz- Ritratti 2005-2016
Annie Leibovitz- Ritratti 2005-2016
Annie Leibovitz- Ritratti 2005-2016
La Grande fotografa Anna-Lou Leibovitz
La Grande fotografa Anna-Lou Leibovitz
Anna-Lou Leibovitz nasce negli Stati Uniti nel 1949 da una famiglia benestante, il padre è un ufficiale mentre la madre è un’affermata ballerina. Cresce tra i numerosi spostamenti dettati dalle esigenze del padre, membro dell’aereonautica, tra una base militare e l’altra.
Ha grande considerazione della madre, la sua prima fonte d’ispirazione artistica. Decide di seguire le sue orme come cantante ma poi, in seguito ad alcune fotografie scattate personalmente, decide di dedicarsi allo studio della pellicola.
Le fotografie in questione sono alcuni scatti ripresi da lei durante una scalata sul monte Fuji nel 1967.
Un talento nato che riesce appena tre anni dopo, nel 1970, a farsi assumere dalla rivista Rolling Stone, rinomata per l’attenzione nei confronti della musica e dell’attualità.
La sua scalata ai ranghi è rapida e travolgente, appena 10 anni dopo è la responsabile della fotografia della rivista.
Nel frattempo segue in tour i veri Rolling Stone. Attraversa con loro tutta l’America nella loro grande serie di concerti, nel 1975.
Lavorando a stretto contatto con gli artisti la sua visione del mondo cambia e sviluppa un profondo attaccamento agli attimi di intimità che si creano coi membri del gruppo.
Realizza quindi come la fotografia sia lo strumento decisivo nel raccontare ogni genere di storia, anche quelle il cui significato appare minimo, perché è la voce del fotografo stesso a dargli nuova vita ed importanza.
Decide così di coniugare la propria carriera al proprio percorso da fotografa freelance, proiettato alla scoperta dell’anima della vita stessa; delle piccole cose, delle storie che i volti, i paesaggi, gli ambienti, possono raccontare.
Nel 1980 scatta l’ultima fotografia a John Lennon e a sua moglie, Yoko Ono, prima che Lennon venga ucciso, appena cinque ore dopo.
Dalla morte di Lennon inizia un percorso di transizione che la porta a dedicarsi maggiormente a se stessa e alla propria vocazione: tre anni dopo riesce ad abbandonare la dipendenza da cocaina ed ad entrare a gran merito tra i ranghi dei fotografi di Vanity Fair.
Qui si dedica attivamente ai ritratti: la sua perizia è tale che numerosissimi attori, cantanti, politici, artisti di ogni livello desiderano farsi immortalare dalla fotografa.
Nel contempo assiste alla scomparsa della compagna di vita Susan Sontag, di cui era profondamente innamorata, strappatagli dalla leucemia. Le sue fotografie seguono gli ultimi anni di vita dell’artista passo dopo passo verso la fine.
Da questo momento in avanti il suo lavoro si concentra maggiormente sulla trasmissione del sapere e sulla riorganizzazione delle proprie opere.
Ha pubblicato numerosi libri, calendari, fotografie di moda e ritratti e continua ancora a tenere masterclass di fotografia e a parlare (e a far parlare) del suo talento.
Annie Leibovitz: lo stile e la fotografia
La fotografia di Annie Leibovitz si diversifica parecchio durante lo svolgimento della sua carriera senza mai arenarsi a lungo su una preferenza stilistica
La fotografa preferisce sfruttare a 360 gradi le possibilità degli strumenti a sua disposizione; i colori, il fotoritocco digitale, le tecniche classiche, il bianco&nero, tutti questi elementi sono strumenti usati a piacere ed a seconda delle esigenze.
Ci sono però alcune costanti: la composizione, la linearità, la scelta curata e attenta delle forme e dei toni; tutto questo contribuisce a dare coerenza all’immagine che risulta propriamente bella, raffinata, gradevole e seducente all’occhio.
Ma il suo talento sta anche nel sapere piegare le proprie tecniche all’esigenze dei soggetti. Ecco allora che gli scatti pubblicitari, molto numerosi, sono piuttosto colorati, esagerati ed artefatti.L’immagine si riempie di dettaglio e colori manipolati con una maestria incredibile che sfrutta una palette scelta adoperata in concerto con la luce per creare ricchissime gamme di sfumature che esaltano la brillante vivacità dei toni e, allo stesso tempo, creano contrasti morbidi con transizioni di colore leggere ma decise. Le pubblicità di Annie, soprattutto quelle del suo periodo più maturo, danno piena voce al potenziale che uno studio fotografico può mettere a disposizione. Tra le varie imprese che chiesero i suoi servizi troviamo la Disney, la quale commissionò una serie di scatti che ritraggono attrici che impersonano le principesse più famose. Ci sono poi le riviste di moda e le copertine del “Rolling Stone” senza dimenticare il suo lavoro per la Lavazza e la Pirelli, entrambe note per i loro calendari, realizzati quasi esclusivamente da fotografi di affermato talento.
Ma il vero animo della fotografa traspare dagli scatti più personali: fotografie strappate agli angoli della vita quotidiana che ritraggono l’amore in tutte le sue forme, dal più romantico al più casalingo, passando per l’idealizzazione di quel sentimento che unisce tutti gli uomini verso la vita.
Qui il bianco&nero è preponderante; i contrasti sono molto accentuati, danno un aspetto laccato all’immagine che evidenzia il ruolo della luce nello scatto e nel contempo gli imprime un filo di drammaticità.
Alcune delle fotografie che la fotografa stessa ricorda più affettuosamente sono quelle improvvisate, frammenti di emozioni e personalità che emergono naturalmente: un Mick Jagger in ascensore, un John Lennon che improvvisamente si spoglia e si rannicchia al fianco di sua moglie, piccoli spezzoni di vita di coppia estratti dal proprio bagaglio personale.
Non sorprende quindi che tante personalità abbiano riconosciuto il talento di un’autrice così versatile e abbiano desiderato essere immortalate proprio da lei.
Il lavoro sui ritratti è forse il più noto: dalla Regina Elisabetta II, passando per il Presidente Obama e la sua famiglia, fino a vip ed artisti come Leonardo Di Caprio, Angelina Jolie, lennon, Maryl Streep e molti altri.
Sono immagini molto diverse tra loro, per tecnica, scelte e composizione. Ogni elemento dell’immagine lavora con gli altri per dare tridimensionalità emotiva alla rappresentazione.
Annie ricerca la bellezza all’interno delle sue fotografie e riesce a trovarla avvicinandosi all’anima dei suoi soggetti ma riuscendo nel contempo a mantenere un sottile velo di distacco che gli permette di raccontare, in maniera quasi imparziale, anche gli ultimi giorni di vita della sua compagna.
Curiosità:
Annie è stata la prima donna fotografo ad esporre alla Washington National Portrait Gallery.
Ritrattista affermata, Leibovitz ha uno stile caratterizzato dalla stretta collaborazione tra fotografo e modello.
Origini e formazione
Di ascendenze ebraiche, Annie Leibovitz nasce a Waterbury, nel Connecticut, terza di sei figli. Suo padre era un ufficiale dell’Aeronautica USA, e molto spesso doveva spostarsi per seguire diversi incarichi, questo portò Anne a numerosi trasferimenti e ad un’infanzia molto movimentata tra una base militare e l’altra. Durante uno di questi viaggi, la Leibovitz scopre la fotografia e si appassiona fin da subito.[1] La madre di Annie, invece, è un’istruttrice di danza classica, ed è proprio l’influenza di questa figura che trasmetterà alla fotografa l’amore per l’arte in generale e per il bello.[2] La donna era solita documentare la vita della famiglia, producendo filmati ricordo e scattando diverse fotografie.
Le prime foto scattate da Annie sono state scattate nella base militare delle Filippine, dove il padre era impegnato nella guerra del Vietnam. Questa esperienza e il contatto con la guerra nei primi anni di vita segneranno non solo la personalità della Leibovitz ma anche il suo lavoro e le sue convinzioni future. Crescendo e rientrando negli Stati Uniti la ragazza rifiuterà il mondo in cui è cresciuta per dedicarsi al suo opposto: l’arte, al punto da intraprendere un corso di pittura, per poi proseguire gli studi universitari presso l’Istituto d’Arte di San Francisco. La fotografia continua ad essere una passione, portata avanti in parallelo a tutte le altre questioni della sua vita. Grazie ai suoi studi conosce i celebri fotografi Robert Frank ed Henri Cartier Bresson, si appassiona sempre di più all’arte della fotografia e ne apprende le varie tecniche ed i segreti del mestiere, decidendo di farla diventare la sua strada e abbandonando il corso di pittura.
Carriera fotografica
Nei primi anni dopo gli studi, Annie Leibovitz inizia diverse collaborazioni saltuarie con riviste minori, venendo però sempre più apprezzata per il suo approccio alla fotografia e per la qualità degli scatti. Fin da subito si specializza nei soggetti umani, ritratti per lo più, e inizia a ritagliarsi una buona fetta di popolarità. Nel 1969 si reca nel kibbutz israeliano Amir, per documentare la vita dei volontari, creando così il portfolio che le permetterà di fare il salto e approdare alla rivista Rolling Stone. Terrà questo impiego per 13 anni, dal 1970 al 1983, in cui affinerà la sua tecnica e produrrà scatti sempre più ricercati e riconoscibili, accrescendo la sua fama e popolarità. Celebre la copertina con Meryl Streep che sembra staccarsi un viso particolarmente plastico. Nel 1975, occupò il ruolo di fotografa della tournée di concerti del gruppo rock dei The Rolling Stones, voluta e assoldata dalla band stessa.[3] Negli anni 1980 la Leibovitz fotografò delle celebrità per una campagna pubblicitaria internazionale della American Express. Dal 1983 ha lavorato come fotografa ritrattista per Vanity Fair. Nel 1990 viene premiata col Infinity Awards per la Applied photography. Nel 1991 ha tenuto un’esposizione alla National Portrait Gallery. Annie Leibovitz ha inoltre pubblicato cinque libri di sue fotografie, Photographs, Photographs 1970-1990, American Olympians, Women, e American Music. Nel 1998 e ha realizzato il Calendario Pirelli 1999. Nel 2008 ha realizzato il calendario Lavazza 2009. Infine è stata scelta come fotografa per il Calendario Pirelli 2016 che vede ritratte 12 donne tra cui Yoko Ono, Tavi Gevinson e Patti Smith.
Vita privata
La sua compagna di vita è stata Susan Sontag, fino alla morte di quest’ultima, avvenuta nel 2004.[4]
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