La Battaglia del Monte TANCIA, 7 aprile 1944

La Battaglia del Monte TANCIA, 7 aprile 1944-

Monte Tancia in Sabina
Monte Tancia in Sabina

Pasqua di sangue sul Monte Tancia in Sabina (aprile 1944)

di Rosario Bentivegna- (da Patria Indipendente, aprile 2000)

Nel 78° anniversario della “Pasqua di Sangue” che ha percosso la Sabina nell’aprile del 1944, da Poggio Mirteto a Poggio Bustone, a Leonessa, ad Amatrice, alle Fosse Reatine, e in particolare nell’anniversario della battaglia del Monte Tancia che aprì quel terribile periodo, voglio ricordare anzitutto la fermezza e il coraggio di un grande Presule, che protestò apertamente contro le stragi terroristiche e contro la “guerra ai civili” condotta dai nazisti: S.E. Benigno Luciano Migliorini ,Vescovo di Rieti. Egli allora non seguì l’esempio di altri Vescovi – da Roma a Zagabria – che risposero con il “silenzio” della “prudenza” e della “paterna imparzialità” ai delitti dei nazisti, o addirittura appoggiarono e consacrarono regimi e milizie criminali che osavano definirsi “cattolici”, e che quelle stragi commettevano, talvolta perfino nel nome di Cristo: al Pontificale di Pasqua Mons. Migliorini alzò invece, e fieramente, la sua protesta contro i crimini commessi dai tedeschi e dai fascisti, e il 14 aprile del 1944 espresse il suo sdegno con una terribile lettera di condanna, inviata al prefetto repubblichino e letta nelle domeniche successive da molti dei suoi parroci nelle chiese della Sabina.

In quella lettera il Vescovo di Rieti diceva tra l’altro:

“Per parte mia vi pongo tre domande:

“1. – Perché nelle esecuzioni capitali i condannati non possono avere il Sacerdote cattolico?

“2. – Perché i bimbi furono uccisi alla stessa stregua delle persone adulte? Che forse la loro innocenza doveva esse punita?

“3. – Perché le salme di coloro che furono sottoposti alla pena capitale non possono essere sepolte nel Camposanto, secondo il rito cattolico, mentre da tutti i popoli è ammesso che “oltre il rogo non vale ira nemica”?

“Tengo poi sepolta nel cuore, versando tutte le mie lacrime innanzi l’altare di Dio, un’altra cosa che voi ben potete immaginare.”

Solo qualche settimana più tardi, verso i primi di maggio, quelle salme potranno essere inumate sulla cima della montagna, e solo dopo la Liberazione troveranno pace in una tomba. Ma di chi erano quelle salme? La “battaglia del venerdì santo” del 1944 – era il sette aprile – cominciò alle prime luci dell’alba. Il comando tedesco aveva schierato durante la notte, intorno al massiccio del Tancia, nella Bassa Sabina, 60 km. a nord di Roma, reparti delle divisioni “Goering” e “Sardinia” e un battaglione di “Camicie nere”. I nemici cominciarono a salire sulla montagna che era ancora buio, in silenzio, guidati da spie repubblichine: speravano di cogliere nel sonno quei trecento ragazzi che dormivano sulla cima, nel Capannone di Tancia e nelle altre attestazioni di Rocco Piano, Crocette, Casale Ferri e Cerreta.

Le pattuglie partigiane che vigilavano le mulattiere e le gole si accorsero dell’insidia solo quando la cima fu scossa dalle granate dei mortai, ma attaccarono subito, cogliendo a loro volta di sorpresa il nemico impegnato nell’arrampicata. Altri compagni li raggiunsero, da ogni parte della montagna si cominciò a sparare. La brigata era numerosa, era stata ben armata e addestrata dagli ufficiali dell’Esercito italiano che la guidavano e che avevano saputo preparare ottime postazioni difensive sui fianchi del Tancia. Ne facevano parte soldati sbandati e giovani dei paesi sabini che avevano rifiutato i bandi fascisti. Si era formata subito dopo l’8 settembre; l’avevano organizzata a Poggio Mirteto i comunisti appena usciti dalla clandestinità e ufficiali dell’esercito che presidiavano la zona con i loro reparti, reduci dagli scontri avvenuti a Monterotondo il 9 e il 10 settembre, contro la Divisione Paracadutisti Student, nella battaglia per la difesa di Roma.

I partigiani Monici, Michiorri e Masci si incontrarono così con gli ufficiali D’Ercole, Toschi, Piccirilli, Giorgio Labò, che diverrà più tardi l’artificiere dei gap romani e per questo sarà fucilato nel marzo a Forte Bravetta, e Giuseppe Felici, che era stato ferito nella battaglia per Roma e che con Labò porterà a termine le prime azioni di guerriglia. Felici, ferito nuovamente nella battaglia del Tancia, sarà fatto prigioniero e passato per le armi. Tutti e due sono stati insigniti della medaglia d’oro al valor militare alla memoria. La brigata aveva assunto il doppio nome “D’Ercole-Stalin”, a significare l’incontro tra gli ufficiali e i soldati dell’Esercito, guidati dal Maggiore D’Ercole, e i partigiani comunisti di Poggio Mirteto, guidati da Redento Masci. Poche settimane prima la formazione partigiana era stata rinforzata da un nutrito gruppo di partigiani superstiti dell’8° zona garibaldina di Roma, guidati da Nino Franchillucci e Luigi Forcella, che, in seguito ai rovesci subiti dalla loro formazione nei primi giorni di marzo nelle borgate di Centocelle e Torpignattara, erano stati trasferiti in montagna.

I ragazzi della brigata quella mattina del 7 aprile, e per tutta la giornata fino a sera, impegnarono il nemico in scontri durissimi e inflissero pesanti perdite agli assalitori. Ma il nemico era troppo forte, bene armato e ben equipaggiato, e i partigiani, stanchi, affamati, a corto di munizioni, dovettero cedere. Tentarono con successo di sfondare l’accerchiamento verso Poggio Catino, Roccantica e Casperia (che allora si chiamava Aspra): una squadra partigiana, che si era attestata sul Monte Arcucciola, una delle cime del massiccio, con la sua mitragliatrice tenne aperta la strada della ritirata agli altri compagni. Attraverso quel varco riuscì a passare anche Anna Mei, che era lì con il marito e i suoi quattro figli (il più piccolo aveva quattro anni) e che fungeva da staffetta, da assistente sociale, da infermiera e da vivandiera.

Quando il gruppo dell’Arcucciola tentò a sua volta di sganciarsi, uno dei ragazzi fu ferito.  Gli altri cercarono di trasportarlo via, ma quel ritardo fu fatale e furono irrimediabilmente accerchiati.  Resistettero ancora; esaurite le munizioni si difesero usando i fucili come clave. A sera furono finiti.

Bruno Bruni, morente, fu coperto con il cappotto da Libero Aspromonti, che, unico e ultimo sopravvissuto, riuscì a sfuggire – era ormai notte fonda – strisciando nella macchia verso Poggio Catino. Bruno Bruni, di 21 anni, medaglia d’oro alla memoria,è rimasto lassù, insieme a Franco, suo fratello, di tre anni più giovane, Giordano Sangallo, di 16 anni, che aveva già combattuto in Roma con i Gap Centrali e nell’8° zona garibaldina a Centocelle e Torpignattara, Nello Donini, di 18 anni, Domenico del Bufalo, di 20 anni, Giacomo Donati, di 36 anni, Alberto di Battista, di 22 anni.

I tedeschi e i fascisti presero quella cima dopo un’intera giornata di durissimi scontri: le armi dei partigiani, ben attestate e ben usate, avevano falciato lungo le pendici del Tancia centinaia di nemici. Il conto non gli tornava, e così, tanto per pareggiarlo, quel conto, la mattina del giorno successivo, all’alba, i soldati della Wermacht, da quei “volenterosi carnefici di Hitler” che erano, bruciarono le casupole sparse sulla montagna e massacrarono tutti i civili che trovarono sul massiccio: otto donne dai 19 ai 66 anni; quattro vecchi dai 70 ai 78 anni e sette bambini dai 2 agli 11 anni.

Sul Tancia niente rimase vivo: anche gli animali che non poterono essere asportati ebbero la stessa sorte dei bambini, delle donne, dei vecchi, dei sei partigiani dell’Arcucciola. A maggior gloria di Hittler e di Mussolini.

Il rastrellamento continuò. Il nemico, scovati altri partigiani feriti nelle macchie e per le strade lungo le pendici della montagna, li finirono sul posto o li trascinarono a Rieti e li fucilarono: tra questi Giuseppe Felici e uno studente milanese di quindici anni, Giannantonio Pellegrini Gislaghi, che qualche settimana prima era fuggito di casa per andare con i partigiani.

Intanto a Poggio Mirteto tedeschi e fascisti rastrellavano spietatamente la cittadina. Le case dei partigiani individuati dalle spie furono date alle fiamme. Trenta poggiani, tra cui il “podestà” repubblichino Giuseppe De Vito, che, pur avendo accettato quell’incarico, si era sempre rifiutato di fare il delatore, furono anche loro portati a Rieti. Il “podestà” De Vito fu torturato dai suoi “camerati”, ma non gli strapparono un nome. Fu fucilato la mattina di Pasqua, alle Fosse Reatine, insieme ai partigiani della sua città catturati sul Tancia. Solo alcuni riuscirono a fuggire corrompendo i loro aguzzini.

Ma il nemico non si sentì ancora appagato e ordinò che quei poveri corpi che erano rimasti sul monte non fossero sotterrati, pena la morte. Dovevano restare esposti ai corvi e alle intemperie, dovevano disfarsi all’aria, non trovare pace in una tomba.

È’ a questo punto che parte la straordinaria iniziativa del Vescovo di Rieti, S.E. Benigno Luciano Migliorini, che non si nascose nel silenzio ma denunciò pubblicamente e con coraggiosa fermezza l’infamia dei nazisti, i quali non osarono violare la sacralità della sua funzione. Poggio Mirteto non si fece pacificare, e i suoi partigiani, insieme a quelli dei paesi vicini, continuarono la lotta. E così la città fu punita ancora.

Il 10 giugno – gli Alleati erano ormai alle porte – una motocarrozzetta tedesca passò per le strade deserte annunciando la ritirata dell’esercito germanico e invitando la popolazione a prendersi le derrate alimentari abbandonate. La gente era affamata, uscì all’aperto, sulla piazza, ma era una trappola, e fu centrata dai mortai dei nazisti armati di granate anti-uomo. Così accadrà anche negli anni ’90, al mercato di Sarajevo: le “tecniche” della pulizia etnica, benedette nel 1944 da Mons. Aljzjie Stepinac, arcivescovo di Zagabria, di recente elevato agli onori degli altari, sono sempre le stesse.

(da Patria Indipendente, aprile 2000)

La Battaglia del Monte TANCIA
La Battaglia del Monte TANCIA
La Battaglia del Monte TANCIA
La Battaglia del Monte TANCIA
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La Battaglia del Monte TANCIA
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LA BATTAGLIA DI MONTE TANCIA-

MONTE SAN GIOVANNI-POGGIO MIRTETO-(RIETI)- LA STRAGE DI MONTE San GIOVANNI -LE FORMAZIONI PARTIGIANE DELLA BASSA SABINA –BRIGATA STALIN-

– Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si costituisce nella Bassa Sabina,nel territorio dei Comuni di Stimigliano, Magliano Sabino, Cantalupo, Casperia e Calvi dell’Umbria, la formazione  partigiana denominata Banda d’Ercole,articolata in tre distaccamenti e con un Comando collegiale. E’ collegata al Centro Militare Clandestino, organizzato a Roma dal Colonnello Montezemolo. Il Comandante militare della Banda d’Ercole è il Tenente Carlo Baldassarri, che tiene i contatti con il Commissario Ciani che è  l’Ufficiale di collegamento con il Centro Militare.

Nella zona di Poggio Mirteto, subito dopo l’armistizio  si costituisce una Squadra di Sabotaggio, che inizia subito ad operare, compiendo attentati lungo la linea ferroviaria Roma- Firenze.

La prima importante operazione, attuata il 14 settembre 1943, è  la distruzione di un treno carico di munizioni che si trova allo scalo di Poggio Mirteto. In seguito all’incendio che ne deriva, è distrutto anche il Treno Presidenziale, usato da Mussolini per i suoi spostamenti, che era stato portato nella stazione di Poggio Mirteto per sottrarlo ai bombardamenti fatti dagli Alleati su Roma. All’operazione  partecipa anche il giovane sottufficiale del Genio Giorgio Labò, diventato in seguito  uno dei due artificieri dei GAP Centrali operanti  a Roma. E’ catturato il 25 gennaio 1944, insieme con l’altro artificiere gappista Gianfranco Mattei, nella “santabarbara” dei GAP in Via Giulia 25, ed è portato nel carcere nazista di Via Tasso, dove è sottoposto a tortura per farlo “parlare”. Mattei si suicida  nel carcere di Via Tasso, impiccandosi con le bretelle. Labò viene fucilato al Forte Bravetta il 7 marzo 1944.

Successivamente,nella zona di Poggio Mirteto, Montopoli, Passo Corese e del Monte Tancia, si costituisce la Brigata autonoma Stalin (anch’essa collegata al Centro Militare Clandestino), di cui fanno parte antifascisti, soldati sbandati ed anche  alcuni prigionieri di guerra jugoslavi, fuggiti dai campi di prigionia della zona.

Nella zona opera anche la Banda Strale , anch’essa collegata al Centro Militare.

Nel gennaio 1944 le formazioni partigiane operanti a Nord di Roma vengono riunite in tre Raggruppamenti a carattere regionale: Monte Soratte(Lazio), Gran Sasso(Abruzzo) e  Monte Amiata (Toscana meridionale). Le formazioni operanti nella Bassa Sabina vengono  annesse al Raggruppamento Monte Soratte.

Nel marzo 1944  viene costituito un Comando unificato sul Monte Cosce, coordinato dal Maggiore  Aimone Manni.

Nel febbraio 1944 si aggregano  alla Brigata Stalin elementi dei GAP (Gruppi di Azione patriottica) di Roma, che per motivi politico-militari avevano dovuto lasciare la città.

La Brigata Stalin compie numerose azioni di sabotaggio, attaccando  convogli e pattuglie tedesche che transitano nei paesi della zona e  sulla Via Salaria. I partigiani hanno il loro rifugio sul Monte Tancia.

LA BATTAGLIA DEL MONTE TANCIA

Nel marzo 1944, poiché le operazioni delle tre formazioni partigiane (Banda D’Ercole, Banda  Strale e Brigata Stalin) diventano  sempre più frequenti,  il Capo della Provincia di Rieti, Ermanno Di Marsciano, già Federale fascista della città, chiede l’intervento dei tedeschi per  “ripulire” la zona  dai partigiani.

Così, in concomitanza con la vasta operazione di rastrellamento iniziata nella notte del 31 marzo contro il Territorio Libero di Cascia, Norcia e Leonessa, costituito il 16 marzo dalla Brigata Garibaldina Gramsci, all’alba  del 7 aprile ( Venerdì Santo di Pasqua) un forte  reparto di tedeschi della Divisione Paracadutisti SS Hermann Goering (circa mille soldati), con il supporto di un battaglione “M” di militi fascisti, scalano il Monte Tancia da tutte le vie di accesso. Le sentinelle della Brigata Stalin, danno immediatamente l’allarme e viene predisposta la difesa. Si costituiscono varie squadre dislocate  in modo da bloccare le varie vie di accesso al Monte. Così, la squadra di Poggio Mirteto si piazza in località Crocetta per bloccare l’accesso dall’omonimo paese, la squadra di Gavignano  va a bloccare l’accesso da Poggio Catino e la squadra di Roma ( cosiddetta perché costituita  da giovani romani, alcuni dei quali già militanti nei GAP-Gruppi di Azione Patriottica-) si attesta  a bloccare l’accesso da Salisano. Lo scontro a fuoco inizia ben presto e dura molte ore. Nel primo pomeriggio, la situazione si è fatta molto delicata per i partigiani che sono accerchiati ed a corto di munizioni. Si decide quindi la ritirata verso  la posizione tenuta dalla squadra di Roma, in modo da attaccare in forze in quella direzione e  rompere l’accerchiamento. Così   la formazione partigiana, costituita da circa 80 elementi, attacca in forze in località Arcucciola e riesce a sfondare le posizioni nemiche. L’operazione di sganciamento, attraverso uno stretto canalone che tutti conoscevano bene, è coperta dalla squadra di Roma,guidata dal maggiore dei due fratelli Bruni, Bruno, che aveva 21 anni ed aveva prestato il servizio militare nei Paracadutisti Guastatori come caporale maggiore. Quando questa squadra riceve l’ordine di ripiegare uno dei membri viene ferito. Gli altri compagni lo soccorrono e cercano di portarlo via, per non lasciarlo nelle mani dei tedeschi. Questi momenti di ritardo sono fatali per l’intero gruppo che viene circondato dai nazisti, che  concentrano il fuoco sulla loro posizione, che diventa ben presto un inferno. Tutti e 7 i patrioti cadono ma riescono a rallentare ancora l’avanzata nemica. I martiri sono: i fratelli Bruno e  Franco Bruni, studenti di 21 e 18 anni,  Giordano Sangalli, di 16 anni, Nello Donnini, di 18 anni,Domenico Del Bufalo,di 20 anni, Alberto Di Battista,di 22 anni, e Giacomo Donati,di 36 anni, Il loro sacrificio consente agli altri 70 partigiani di mettersi in salvo. Nelle ore seguenti, 2 partigiani vengono presi e fucilati dai tedeschi a Castel S. Pietro ed uno all’Osteria del Tancia. Complessivamente cadono 10 partigiani.

I  corpi dei patrioti caduti sul Monte Tancia  sono lasciati insepolti per un mese, per disposizione dei tedeschi. Finalmente, il 5 maggio Don Igino Guidi, parroco di Bocchignano, ottiene il permesso di recarsi sul posto. Il giorno seguente accompagnato da alcuni Carabinieri,  raccoglie i poveri resti e dà loro una sommaria sepoltura.

Per il valoroso episodio dell’Arcucciola viene concessa la Medaglia d’Argento al Valore Militare alla Brigata Stalin e la Medaglia d’Oro al Valor Militare,alla memoria, a Bruno Bruni.

Lo stesso giorno, 7 aprile, vengono catturati dai nazisti a Poggio Mirteto, il podestà De Vito ( accusato di avere rapporti con gli antifascisti) ed i partigiani Giuseppe Felici (già membro dei GAP di Roma, che era stato ferito nella battaglia del Tancia) e Diego Eusebi ( tradito da una spia). Sono portati via e di loro non si sa più nulla.

Due giorni dopo, il 9 aprile, Domenica di Pasqua, vengono fucilati dai nazisti a Rieti in località Quattro Strade, 15 patrioti,tra i quali i 3 catturati a Poggio Mirteto due giorni prima. Giuseppe Felici viene decorato con al Medaglia d’Oro al Valor Militare, alla memoria, e Diego Eusebi è decorato con la Medaglia d’Argento al Valore Militare, alla memoria.

Un altro tributo di sangue Poggio Mirteto ha pagato nelle ultime ore dell’occupazione nazista. Infatti, il 10 giugno 1944 un reparto tedesco in ritirata ha colpito con numerosi colpi di cannone  l’abitato, causando la morte immediata di 9 persone, tra le quali 3 donne, e di altre  6 persone nei giorni seguenti, oltre a numerosi feriti.

Dopo la liberazione altre 9 persone, in parte ragazzi, muoiono  per lo scoppio di ordigni esplosivi tedeschi rimasti inesplosi nel territorio.

Il 5 settembre 1944, tre mesi dopo la liberazione della zona dai nazifascisti, a Poggio Mirteto si celebrano i solenni funerali  dei valorosi partigiani caduti all’Arcucciola e di due patrioti di Poggio Mirteto: Mario Dottori, caduto in combattimento il 23 ottobre 1943 mentre cercava di far saltare il ponte ferroviario in località Galantina ( è il primo caduto della Resistenza Sabina) e Giacomo Donati. I corpi dei patrioti romani vengono portati a Roma e sepolti al cimitero monumentale del Verano

LA STRAGE DI MONTE S. GIOVANNI

La vittoria nella battaglia del Monte Tancia è stata pagata a caro prezzo dai nazifascisti che hanno avuto oltre 400 tra morti e feriti. Pertanto, accecati dalla rabbia, per le ingenti perdite subite, i tedeschi infieriscono sulla popolazione locale distruggendo molte case e trucidando gli abitanti, costituiti in prevalenza  da anziani, donne e bambini. Così, nel pomeriggio del 7 aprile un reparto di soldati tedeschi e di militi fascisti, a capo dei quali c’è lo stesso Capo della Provincia Ennio Di Marsciano, raggiunge la Frazione di S. Michele del Comune di Monte S. Giovanni. Catturano tutti quelli che vi trovano e li rinchiudono nella chiesa del villaggio, le cui case vengono incendiate. In seguito, le  persone vengono fatte uscire dalla chiesa e radunate in uno spiazzo vicino dove sono trucidate con la mitragliatrice. Le vittime sono 15 , tra le quali una donna incinta di 7 mesi, un vecchio di 75 anni e 6 bambini, di cui una di soli 18 mesi, due di 4 anni e due di 6 anni. Si salvano, perché nascoste dalla madre all’arrivo dei nazifascisti, due  bambine del villaggio: una di  3 mesi e l’altra di 7 anni.

Nei giorni seguenti, i resti delle vittime sono seppelliti nella  chiesa della Frazione di S. Michele, che era stata distrutta.

Lo stesso 7 aprile 1944, i tedeschi arrivano nella frazione Gallo, bruciandone le case  ed uccidendo  3 persone, delle quali un  anziano di oltre 80 anni.

Una relazione sui tragici fatti di Monte S. Giovanni è inviata al Vescovo  di Rieti, Mons. Migliorini, da Don Gaetano Villa, Parroco di Collebaccaro.

 

Prof. Giorgio Giannini

Ricordo del Partigiano Adriano Forcella di Roma-il Padre Mario, della “Brigata Stalin”, fu protagonista della Battaglia del Monte Tancia nella Pasqua del ’44

Adriano Forcella entrò giovanissimo a far parte della Resistenza Romana a Centocelle, nell’VIII zona G.A.P. col nome di battaglia “Adriano”. La zona di Centocelle aveva come comandante anche il Padre Mario e lo zio Luigi, i quali gestivano un’officina di fabbro e falegnameria a Torpignattara .Nella loro officina venivano fabbricati anche i chiodi “a quattro punte”, che venivano utilizzati per bloccare i convogli nazisti diretti al fronte di Cassino che transitavano sulla statale Casilina. Mentre il Padre, assieme a Nino Franchellucci e ad altri gappisti dell’VIII zona erano costretti a ritirarsi, perchè braccati dai nazifascisti, sulle montagne della Sabina e formavano la “Brigata Stalin” (protagonista della Battaglia del Monte Tancia nella Pasqua del ’44), Adriano Forcella rimase a Centocelle, dove portava a termine azioni di disturbo assieme ai Compagni rimasti nella zona. Adriano, all’indomani della liberazione di Roma del 4 Giugno del ’44, partì al seguito della V° Armata e vi rimase sino alla fine della guerra. Il carattere deciso di Adriano lo portò, essendo un fervente Comunista, ad essere incarcerato durante le dimostrazioni che si svolsero contro la famosa “legge truffa” del ’53 e di quelle contro la Nato. Nel 2006, avendola fortemente voluta, riattivò, con l’ausilio del Comitato Provinciale dell’Anpi di Roma,  la Sezione di Centocelle, intitolata a “Giordano Sangalli” (suo amico giovanissimo, rimasto ucciso sul Tancia) di cui è rimasto, fino all’ultimo Presidente.

Adriano ricordava con questa parole gli anni della Resistenza a Centocelle:“Qui, a Centocelle, la gente, co’ tutta la paura che si portava appresso, quando ti poteva aiutare e in qualche modo lo faceva sempre, sempre volentieri. Ricordo un Primo maggio , c’erano i tedeschi a Roma e nel quartiere, mettemmo la bandiera rossa sul palo della luce di piazza dei Mirti”.
(Adriano Forcella – da: Città di parole, storia orale da una periferia romana. A. Portelli)-

 

LA BATTAGLIA DEL MONTE TANCIA- Bozza docx-(Secondo documento)

Nel testo :Elenco delle vittime decedute- Partigiani uccisi in combattimento- Violenze connesse all’episodio- Nomi(tedeschi-italiani) di RESPONSABILI o Presunti RESPONSABILI- MEMORIA ,Monumenti/Cippi/Lapidi-

 

MONTE SAN GIOVANNI IN SABINA 07.04.1944

Elenco delle vittime decedute:

  • Bonacasata Aldo, nato a Monte San Giovanni in Sabina nel 1938, figlio di Pasqua Valentini, residente nella frazione di Sant’Angelo del Tancia.
  • Bonacasata Angelo, nato a Monte San Giovanni in Sabina nel 1934, figlio di Pasqua Valentini, residente nella frazione di Sant’Angelo del Tancia.
  • Bonacasata Arnesina, nata a Monte San Giovanni in Sabina nel 1942, figlia di Pasqua Valentini, residente nella frazione di Sant’Angelo del Tancia.
  • Bonacasata Rosa, di 37 anni, moglie di Paolo Valentini, residente nella frazione di Sant’Angelo del Tancia, contadina.
  • Capparella Barbara, nata il 25/08/1888, residente nella frazione di Sant’Angelo del Tancia, contadina.
  • Capparella Ersilio, nato il 23/10/1940, figlio di Zefferina Mei, residente nella frazione di Sant’Angelo 
del Tancia.
  • Capparella Gelsomina, di 37 anni, figlia di Domenica Carlucci, residente nella frazione di Sant’Angelo 
del Tancia, contadina. Incinta.
  • Capparella Vincenza, nata il 16/01/1925, figlia di Zefferina Mei, residente nella frazione di

Sant’Angelo del Tancia, contadina.

  • Carlucci Domenica, di 55 anni, moglie di Eugenio Capparella, residente nella di frazione Sant’Angelo del Tancia, contadina.
  1. Mei Orazio, nato a Monte San Giovanni in Sabina il 02/11/1870, residente nella frazione Gallo, coniugato, agricoltore.
  2. Mei Vincenzo, nato a Monte San Giovanni in Sabina il 28/12/1873, residente nella frazione Gallo, coniugato, agricoltore.
  3. Mei Zefferina, nata il 14/03/1902, moglie di Odoardo Capparella, residente nella frazione di Sant’Angelo del Tancia, contadina.
  4. Radini Francesco, nato a Monte San Giovanni in Sabina l’08/02/1868, residente in frazione Gallo, coniugato, agricoltore.
  5. Valentini Dina, di 11 anni, figlia di Rosa Bonacasata, residente nella frazione di Sant’Angelo del Tancia.
  6. Valentini Domenico, di 6 anni, figlio di Rosa Bonacasata, residente nella frazione di Sant’Angelo del 
Tancia.
  7. Valentini Nello, di 3 anni, figlia di Rosa Bonacasata, residente nella frazione di Sant’Angelo di del 
Tancia.
  8. Valentini Pasqua, nata il 07/04/1909, residente nella frazione di Sant’Angelo del Tancia, moglie di 
Giuseppe Bonacasata, contadina.
  9. Valentini Vincenzo, di 78 anni, residente nella frazione di Sant’Angelo del Tancia, contadino.

Partigiani uccisi in combattimento contestualmente all’episodio:

All’alba del 7 aprile, nell’ambito del grande rastrellamento scatenato a partire dal 29 marzo dal Gruppo di combattimento “Schanze”, una squadra di otto giovani partigiani della banda “D’Ercole-Stalin”, formazioni di orientamento comunista operante in una vasta area compresa nei territori di Poggio Mirteto, Roccantica, Monte San Giovanni in Sabina, Salisano, viene investita dall’attacco delle forze tedesche appoggiate dai militi della 116. legione della GNR di Rieti. Dislocata sul colle Sant’Erasmo, in località Arcucciola, nel comune di Salisano, la squadra, nonostante fosse stata avvertita da una staffetta dell’imminenza del rastrellamento, non riesce a sganciarsi attraverso l’unico e ancora praticabile sentiero, poiché si attarda a ricercare un componente che si pensava ferito e disperso e che invece sarà l’unico a riuscire a ritirarsi. Completamente circondati, i partigiani accettano lo scontro ma devono soccombere di fronte alla preponderante superiorità del nemico e cadono tutti in combattimento. Si tratta di:

  1. Bruni Bruno, nato a Roma il 25/08/1923.
  2. Bruni Franco, nato a Roma il 03/02/1926.
  3. Del Bufalo Domenico, nato a Poggio Mirteto (Rieti) il 21/12/1924.
  4. Di Battista Alberto, nato a Roma il 07/05/1922.
  5. Donati Giacomo, nato a Sant’Elia (Viterbo) nel 1908.
  6. Sangalli Giordano, nato a Roma il 07/02/1927.

Descrizione sintetica

 

A partire dal 27 marzo e sino alla metà del maggio 1944 tutto il settore appenninico umbro-marchigiano e reatino è interessato da una serie successiva di rastrellamenti, effettuati dai tedeschi con l’appoggio di forze della RSI e con il supporto di fascisti locali operanti come informatori e spie. Obiettivo di questa offensiva è l’annientamento delle formazioni partigiane presenti in queste zone, da ottenere attraverso la diffusione del terrore tra la popolazione civile, così da troncare qualsiasi legame con i resistenti. E’ in questo contesto che si inserisce la grande operazione contro le bande, condotta tra il 29 marzo al 14 aprile dal Gruppo di combattimento “Schanze” in un territorio a cavallo tra le province di Perugia, Terni e Rieti, che vede tra gli episodi più drammatici la strage condotta sul monte Tancia, nel territorio del comune di Monte San Giovanni in Sabina. Qui all’alba del 7 aprile, i militi del 1. battaglione del 20. reggimento SS Polizei, con l’appoggio di uomini della GNR di Rieti, si scontrano con una squadra della banda “D’Ercole Stalin”, che viene annientata, quindi investono le frazioni Gallo e San Michele Arcangelo del Tancia. Sono arrestati vecchi, donne e bambini, in quanto gli uomini in età da lavoro da giorni vivono nascosti sulla montagna per paura di essere arrestati. I militari bruciano e saccheggiano la maggior parte delle case: mentre a Gallo tre anziani sono immediatamente uccisi sul posto, a San Michele i tedeschi prelevano tutti quelli che trovano, 15 tra donne (7), vecchi (1) e bambini (7) e con violenza li costringono a entrare nella piccola chiesa della frazione. Nel tardo pomeriggio, dopo una giornata di privazioni e violenze, vengono fatti allontanare dalla chiesetta che viene semidistrutta, e a circa duecento metri da questa il gruppo è mitragliato. Dalla strage si salvano solo una bambina di sei anni e la sorella, una neonata di tre mesi, che la madre era riuscita a nascondere la mattina. Solo alcuni giorni dopo la strage i familiari riusciranno a comporre i corpi e a seppellirli in una fossa comune, sino a quando, all’indomani della Liberazione, potranno provvedere a una più degna sepoltura.

Le 18 vittime, fra bambini, donne e anziani, uccise nelle frazioni di Gallo e Sant’Angelo del Tancia appartenevano a quattro famiglie (Mei, Valentini, Bonacasata, Capparella) ed erano tutte dedite all’agricoltura e alla pastorizia. Una delle vittime, Gelsomina Capparella, era al settimo mese di gravidanza. Le famiglie che abitavano le contrade Gallo e Osteria del Tancia erano considerate dalle autorità fasciste del comune di Monte San Giovanni in Sabina colluse con i partigiani, anche se in realtà, come emerge dalle testimonianze dei sopravvissuti, spesso subivano le requisizioni di quest’ultimi.

 

Modalità dell’episodio:

Uccisione con armi da fuoco.

Violenze connesse all’episodio:

Le vittime ,prima dell’uccisione, sono sottoposte a maltrattamenti e brutalità, probabilmente la più giovane delle donne rastrellate subisce violenza carnale.

Tipologia: Rastrellamento.

Esposizione di cadaveri X Occultamento/distruzione cadaveri

RESPONSABILI O PRESUNTI RESPONSABILI

TEDESCHI 
Reparto
In base alla documentazione esistente, di provenienza tedesca e italiana e alle ricerche condotte da Carlo Gentile, è stato possibile accertare che a compiere la strage sul monte Tancia risultano essere stati gli uomini del 1. battaglione del 20. Reggimento SS-Polizei. Questo reparto, costituito a Praga nell’estate 1943, utilizzando personale tratto dal “Polizei-Ausbildungsbataillon Klagenfurt” e in parte proveniente dal campo di addestramento SS di Debica, era formato da un’unità comando e da tre compagnie. Trasferito in Italia dopo l’8 settembre, operò nell’area di Napoli, quindi in Abruzzo a ridosso della Linea Gustav, distinguendosi nel rastrellamento di civili, di prigionieri alleati e sempre più, sin dalla primavera, nella lotta antipartigiana. Dalla primavera 1944 il reparto è quindi utilizzato dallo Stato Maggiore per la Lotta contro le Bande della 14. Armata (“Stab für Bandenbekämpfung Major Herrmann”) e, successivamente, da quello della Polizia (“Bandenkämpfungsstab von Kamptz”, di stanza a Perugia). In particolare, dal 29 marzo sino almeno a metà maggio, l’unità è impegnata in operazioni di rastrellamento in provincia di Rieti (Leonessa, Tazzo), di Terni (Calvi dell’Umbria, Vacone, Piediluco) e di Perugia (Cascia, Norcia, Ocosce). In questo contesto si rende responsabile di violenze, uccisioni singole e stragi di civili: così a Monte San Giovanni in Sabina, a Calvi dell’Umbria dove, tra il 12 e il 13 aprile, vengono uccisi 16 civili; a Montebuono, dove sono fucilati otto prigionieri americani sorpresi nel sonno. Dopo l’estate del 1944 il reparto opera in Piemonte, prevalentemente nella provincia di Novara.

Nomi:

E’ ipotizzabile che a guidare il reparto sia stato il comandante dello stesso, il maggiore Werner Wilcke della Sicherheitspolizei. Il maggiore Wilcke, era un veterano dei reggimenti SS Polizei sul fronte orientale, dal 21 settembre 1943 risulta al comando del 1. battaglione del 20. reggimento SS Polizei. A seguito del comportamento da lui tenuto nelle operazioni di rastrellamento effettuate dal 31 marzo al 7 aprile nella zona di Leonessa e del monte Tancia, su proposta del comandante Schanze e del generale SS Karl Wolff, Wilcke riceve la Croce di ferro di 2. classe, tra le massime decorazioni dell’esercito tedesco. Tra gli ufficiali e graduati del reparto di cui si conosce l’identità e che potrebbero aver partecipato all’azione c’è il capitano Wagner, il tenente Leigh, il brigadiere di squadra Herold e il brigadiere di plotone Radhen. Per questi, il maggiore Wilcke avanza la proposta di decorazione con la Croce di guerra per quanto fatto a Leonessa e sul Monte Tancia. Nelle motivazioni della concessione della decorazione, si evidenziava come il capitano della Schutzpolizei Wagner fosse «un vecchio e stimato ufficiale combattente distintosi sempre grazie alla sua personale disponibilità ed efficienza nonché al suo personale valore». Per il tenente della Schutzpolizei Leigh nella motivazione della decorazione si rilevava come il 7 aprile sul monte Tancia si fosse «particolarmente distinto grazie al valoroso impegno profuso per la sconfitta di postazioni montane nemiche con numerosi nuclei di mitragliatrici e bunker dislocati nelle boscaglie […] Grazie alla sua esemplare guida gli è stato possibile sconfiggere sensibilmente il nemico e affrancare questa zona dalle bande». Al brigadiere Herold era riconosciuto di avere conquistato in combattimento ravvicinato «una fortificazione situata in un bosco a sud di Osteria Tancia distinguendosi per il coraggio dimostrato. Durante il combattimento ravvicinato la pattuglia ha eliminato 7 uomini, ha ferito un numero di avversari costringendoli alla fuga». Infine, il brigadiere di plotone Rahden non solo avrebbe partecipato con coraggio alla conquista di una «fortificazione situata in un bosco a sud di Osteria Tancia», ma avrebbe partecipato all’eliminazione di 7 uomini «e alla messa fuori combattimento di un numero di ulteriori banditi».

ITALIANI

Come avvenuto nelle violenze verificatesi nella zona nei giorni precedenti alla strage, anche in quanto accade sul monte Tancia il 7 aprile, un ruolo determinante nella fase di pianificazione e organizzazione dell’azione lo compiono probabilmente i fascisti della zona, ma soprattutto le autorità della RSI, a partire dal capo della provincia di Rieti Ermanno Di Marsciano. Risultano inoltre coinvolti anche alcune reparti della 116. Legione della GNR locale, aggregati ai tedeschi per tutta la durata del rastrellamento. In particolare, la Compagnia mobile, inserita nel battaglione di Ordine pubblico della GNR, comandata dai tenenti Ilario Giorgi e Arnaldo Millesimi, risulta inquadrata, al comando del capitano Hacker (Hak), in un reparto della Flak di Rieti parte integrante del Gruppo di combattimento “Schanze”.

Nomi:

  1. Di Marsciano Ermanno, nato a Terni il 12 settembre 1899, già segretario federale del PNF di Perugia e Agrigento, dopo il 25 luglio 1943 è inquadrato nel 5. e poi nel 18. reggimento bersaglieri. L’8 settembre si trova nella zona di Roma, ma già nei giorni immediatamente successivi si reca a Rieti

dove organizza la Federazione fascista repubblicana locale e ne diventa segretario. Il 25 ottobre 1943 è nominato capo della Provincia di Rieti, carica che mantiene fino alla liberazione della città avvenuta nel giugno 1944. Trasferitosi a nord, assume l’incarico di capo della provincia di Imperia, sino alla Liberazione della città.

Di seguito ufficiali, sottufficiali e graduati della Compagnia mobile della GNR che partecipano al rastrellamento sul monte Tancia:

  1. Giorgi Ilario, tenente.
  2. Millesimi Arnaldo, tenente.
  3. Adriani Alberto, vicebrigadiere.
  4. Passarani Nazareno, vicebrigadiere.
  5. Tuzi Renato, vicebrigadiere.
  6. Barone Antonio, milite scelto.
  7. Camerini Abramo, milite scelto.
  8. D’Ippolito Giovanni, milite scelto.
  9. Giagnoli Gino, milite scelto.
  10. La Fiandra Benedetto, milite scelto.
  11. Provenzani Luigi, milite scelto.
  12. Romano Gustavo, milite scelto.
  13. Seri Antonio, milite scelto.
  14. Cicconetti Ferdinando, milite.
  15. Corretti Vincenzo, milite.
  16. Di Pietro Virgilio, milite.
  17. Ianni Gino, milite.
  18. Luciani Lino, milite.
  19. Severoni Giovanni, milite.
  20. Alfonsi Berardo, allievo milite.
  21. Alfonsi Nello, allievo milite.
  22. Angelini Saverio, allievo milite.
  23. Basilici Pietro, allievo milite.
  24. Camerini Renato, allievo milite.
  25. Ciace Secondo, allievo milite.
  26. Cianetti Giuseppe, allievo milite.
  27. Curini Colombo, allievo milite.
  28. Di Sabantonio Giuseppe, allievo milite.
  29. Leoni Francesco, allievo milite.
  30. Lopez Angelo, allievo milite.
  31. Palenga Angelo, allievo milite.
  32. Pileri Silvio, allievo milite.
  33. Rosati Fernando, allievo milite.
  34. Salustri Antonio, allievo milite.
  35. Turchetti Giovanni, allievo milite.
  36. Vaccari Antonio, allievo milite.

 

Note sui presunti responsabili:

Con riferimento a Ermanno Di Marsciano, nel corso del processo a suo carico alcuni abitanti della frazione Gallo di Monte San Giovanni in Sabina testimoniarono di averlo riconosciuto nella zona, insieme a ufficiali tedeschi, proprio il giorno della strage. Nel corso del processo Di Marsciano negò non soltanto tale episodio, ma anche di aver avuto notizia della strage di civili sul Tancia. Addossò invece l’intera responsabilità sui tedeschi, ipotizzando soltanto l’eventuale partecipazione al rastrellamento degli uomini della Compagnia mobile della GNR guidati dal tenente Millesimi. Tuttavia, in un telegramma da lui inviato il 14 aprile, al termine del rastrellamento, mostrava di avere conoscenza di quanto accaduto: «Est stata rastrellata zona Monte Tancia infestata ribelli. Ribelli uccisi circa cento et rastrellate 220 persone. Finalmente Provincia libera bande ribelli». In effetti, nel periodo di tempo in cui esercita la funzione di capo della Provincia dei Rieti, Di Marsciano risulta il promotore e animatore delle operazioni di controguerriglia tra le più cruente del centro Italia. Dal processo a cui venne sottoposto nel dopoguerra, emergerà che le persone scomparse in questo periodo sono centinaia. Il capo della provincia mette in piedi un nucleo di collaboratori molto efficiente: si tratta del maggiore dell’esercito Giovanni Vincenti Mareri di Rieti, del tenente dell’Esercito Giacomo Esposito (originario di Codiach, in Russia), dei tenenti della Milizia Pietro Giudici (di Coira, in Svizzera), Ilario Giorgi (di Borbona), Renato Tuzi (di Roma), i quali agiscono in piena e totale collaborazione con i tedeschi. La loro attività consiste nel reperire e fornire le informazioni sui partigiani per mezzo del coordinamento di una rete di spie e confidenti. Tra l’ottobre 1943 e il giugno 1944 a Rieti viene infatti organizzato un Ufficio Informazioni che si serve di una rete di delatori i cui nomi resteranno sconosciuti anche dopo la guerra.

Il reparto della Compagnia mobile della GNR che partecipa al rastrellamento sul monte Tancia, proprio il 7 aprile riceve un encomio solenne da parte del colonnello Schanze per quanto fatto nella lotta contro le bande dal 31 marzo al 7 aprile. Nel rapporto si osserva che: «questo reparto ha dimostrato una condotta eccellente in terreni difficilissimi, nei freddi fino a -10 gradi ed ha vinto delle altezze fino a 1800 metri». Il comandante del reparto, scriveva a sua volta un rapporto al capo della provincia in cui, con riferimento alle operazioni condotte sul monte Tancia, rilevava come «il reparto [aveva dimostrato] salda efficienza sia nel combattimento, sia nello sforzo richiesto dalle marce durissime su terreno impervio […] Venivano catturati n. 11 ribelli e n. 2 prigionieri inglesi e venivano inflitte al nemico dure perdite, particolarmente nella zona del Tancia». Proprio gli ufficiali al comando di questa formazione, i tenenti Giorgi e Millesimi, si rendono peraltro responsabili di una serie di violenze contro partigiani e quei civili che sono accusati di connivenza con i resistenti. Tra le altre azioni, sono attribuibili ai due l’uccisione a sangue freddo, dopo giorni di torture, del carabiniere Raul Angelini, componente della brigata garibaldina umbra “Gramsci”, consegnatosi alle autorità della RSI, a seguito del bando Mussolini, il 24 maggio 1944 e ucciso il 28 (o 29 maggio). Millesimi sarà ucciso dai partigiani il 18 aprile 1945 a Mirandola, in provincia di Modena, dove si era trasferito dopo l’arrivo degli Alleati a Rieti, mentre di Giorgi si perderanno le tracce.

 

 

Estremi e Note sui procedimenti:

Il 27 giugno 1945 l’avvocato Pietro Colarieti, per conto della Delegazione provinciale per l’epurazione, presentava una denuncia contro il capo della provincia Di Marsciano e il capitano Albert von Gladstetten, comandante della polizia tedesca di stanza a Rieti, per le stragi commesse a Poggio Bustone, Monteleone Sabino e sul monte Tancia. Arrestato dai Carabinieri nei pressi del convento di Monte Santo a Todi l’1 febbraio 1947, Di Marsciano venne processato dalla Corte d’assise speciale distaccata a Rieti. Insieme a lui furono sottoposti a giudizio anche Giovanni Vincenti Mareri, Ilario Giorgi e Pietro Giudici, che nel 1949 erano ancora latitanti. Il 21 giugno 1950 la Corte d’assise di Roma condannava Di Marsciano all’ergastolo, così come Giudici, sebbene in contumacia; Vincenti Mareri era condannato a 19 anni, Tuzi a 30, Giorgi a 26 (commutati in 17 anni e quattro mesi). Il 5 dicembre 1952 la Corte di appello di Roma riduceva la pena del Di Marsciano a 30 anni, di cui 21 condonati “giusta gli applicati decreti di indulto”; quella di Tuzi a 24 anni, di cui 17 condonati; assolveva Ilario Giorgi per insufficienza di prove. Inoltre, Vincenti Mareri era assolto per insufficienza di prove dalle accuse di omicidio e amnistiato per gli altri fatti. Il 20 ottobre 1959 la Seconda sezione penale della Corte di appello di Roma, tenuto conto del successivo decreto di amnistia per i reati politici (decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1959, n. 460), dichiarò inapplicabili per Di Marsciano le misure di sicurezza previste per la libertà vigilata. A nessun processo o condanna saranno invece sottoposti i militari tedeschi, non soltanto per la strage del monte Tancia, ma per l’insieme delle violenze commesse nel corso dell’intera operazione di rastrellamento scatenatasi dal 29 marzo 1944. In effetti, soltanto nel 2008, l’amministrazione comunale di Monte San Giovanni in Sabina avanzò formale denuncia alla Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di Roma per la strage del monte Tancia, accusando militari tedeschi e i vertici politici e militari provinciali della RSI. Nel maggio 2010 il procuratore militare emetteva una sentenza che scagionava tutti gli imputati italiani (i già citati Ilario Giorgi e Renato Tuzi, Arnaldo Millesimi, e il comandante della 116. legione della GNR, Arturo Bornoroni). Tutti venivano assolti in quanto, con sentenza del 21 giugno 1950, già la Prima sezione della Corte d’Assise di Roma aveva stabilito che non avessero concorso nell’esecuzione della strage. Richiamandosi a questa sentenza, la Procura militare riteneva dunque che la responsabilità della strage fosse da imputare esclusivamente a militari tedeschi, in quanto «dall’attività investigativa svolta […] non è emerso alcun elemento tale da porre in dubbio le conclusioni a cui è pervenuto, a soli 6 anni dai fatti, il giudice ordinario»; inoltre, il giudice militare rilevava come «tutte le persone (formalmente) iscritte nel registro degli indagati risultano […] essere da tempo decedute», di conseguenza «i reati loro addebitabili sono – pertanto – estinti per morte del reo, con conseguente inesercitabilità dell’azione penale». Ciò valeva per la gran parte dei seguenti militari tedeschi: «il Col. Schanze, deceduto nel 1977; il Cap. Hacker (Hank), comandante della Compagnia Flak; il Cap. Wagner S., deceduto nel 1992; il Ten. Leigh P. deceduto nel 1952; il Serg. Herold J. deceduto nel 1993; il C.le Magg. Radhen H. J., deceduto nel 1993; il Magg. Wilcke, deceduto nel 1958; il Cap. Von Gladstetten; il C.le Magg. Schaffler A., deceduto nel 1971; il C.le Magg. Schnur F., deceduto nel 1971; il C.le Magg. Zelder B., deceduto nel 2002». Per quanto riguarda gli unici due militari che al momento della sentenza erano ancora in vita, il capitano Hank e il capitano Von Gladstatten, il procuratore evidenziava infine come: «al di là di alcune generiche affermazioni di responsabilità (probabilmente legate al ruolo rivestito dai due militari in questione), non si rinviene in atti alcun elemento concreto che possa portare a postulare una loro partecipazione (diretta e/o indiretta) alla specifica azione di rastrellamento, devastazione e rappresaglia avvenuta in data 7 aprile nella zona del Tancia (e, dunque, agli omicidi perpetrati in quel contesto)», assolvendoli così da ogni responsabilità giuridica.

III. MEMORIA Monumenti/Cippi/Lapidi:

Nel luogo dove le vittime furono provvisoriamente sepolte, l’amministrazione comunale di Monte San Giovanni in Sabina a un anno dalla strage fece collocare un cippo in loro memoria. Il cippo fu inaugurato con una cerimonia il 7 aprile 1945, esso era costituito da due lapidi in cui erano incisi i nomi delle vittime, a cui se ne affiancava un’altra che riporta la seguente dedica: «Nel venerdì santo del 1944 il dolce silenzio di questa plaga montana veniva infranto insieme alla vita di vecchi donne e fanciulli dalla mitraglia teutonica l’eco sinistra della strage ripercossa fra queste storiche rocce che la precoce primavera italica già ammantava dei primi fragranti simboli d’amore vi scolpiva un’orma di tenebrosa barbarie italiani di tutti i secoli ricordate». Sulla parete esterna della Chiesa di Sant’Angelo in Tancia è stata posta una lapide con i nomi dei tre anziani trucidati in frazione Gallo.

Nel 1984, l’amministrazione comunale di Monte San Giovanni in Sabina fece recintare ,con muretti in pietra di pregio, il luogo dove avvenne la strage, inserendo su un lato del nuovo muretto una lapide, su cui oltre ai nomi delle vittime erano scritte le seguenti parole: «giovane: fermati rifletti e prega. Nel rispetto di coloro che vennero qui trucidati dalla peggiore ferocia dell’uomo. Amministrazione comunale pose a ricordo».

Nel 2006 la costruzione di una strada nell’area limitrofa e, forse, anche un atto di vandalismo al monumento, arrecò danni al muretto di recinzione e alle lapidi. Ancora su iniziativa dell’amministrazione comunale, nel 2008, grazie a un contributo della Regione Lazio, è stato possibile a una risistemazione dell’area che, nelle intenzioni del Comune di Monte San Giovanni in Sabina, deve diventare un “Sacrario della memoria”.

Sul colle di Sant’Erasmo, in località Arcucciola, nel dopoguerra è stato realizzato un cippo che riporta i nomi dei sette partigiani morti in combattimento il 7 aprile con la seguente dedica: «Qui novelli eroi delle Termopili caddero il 7 aprile 1944 sopraffatti dalla rabbia teutonica […] O viandante china la fronte davanti a questa pietra e pensa che l’eterna gloria d’Italia circonda di luce e d’amore il sublime olocausto delle fiorenti giovinezze».

Sul luogo dove fu scavata una fossa comune, per accogliere provvisoriamente i corpi dei sette partigiani, sorge una croce in loro memoria.

Onorificenze

Il partigiano Bruno Bruni, romano del quartiere di Torpignattara, già militare appartenente a un reparto guastatori del Genio, ricevette la medaglia d’Oro al valore militare alla memoria, in quanto combatté sino ad esaurimento delle munizioni e, più volte colpito e gravemente ferito, venne finito dal nemico con un colpo di pistola alla nuca.

Commemorazioni

Ogni anno, in occasione dell’anniversario, l’amministrazione comunale di Monte San Giovanni in Sabina organizza una cerimonia sul luogo della strage.

Bibliografia:

1)-Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia. La guerre delle forze armate tedesche contro la popolazione civile 1943-1945, Editori Riuniti, Roma 1997, pp. 133-134.

2)-Bruna Antonelli, La strage nazifascista a Monte San Giovanni in Sabina (Rieti), Crace, Perugia 2007.

3)-Angelo Bitti, Renato Covino, Marco Venanzi, La storia rovesciata. La guerra partigiana della brigata garibaldina “Antonio Gramsci” nella primavera del 1944, Crace, Perugia 2010, pp. 112, 205, 238, 260-261.

4)-Antonio Cipolloni, Eccidio sul Tancia, Monte San Giovanni in Sabina 7 aprile 1944, Comune di Monte San Giovanni in Sabina, Monte San Giovanni in Sabina 2008.

5)-Antonio Cipolloni, La guerra in Sabina dall’8 settembre 1943 al 12 giugno 1944. Ricostruzione storica degli avvenimenti accaduti in ogni comune della provincia di Rieti, s.e., Rieti 2011, pp. 327370.

 

6)-Enzo Climinti, Il gruppo di combattimento “Schanze” nella grande impresa contro le bande (Grossunternhemen gegen die Banden). Marzo-Aprile 1944 Appennino Umbro e Alto Lazio, Settimo Sigillo, Roma 2006.

7)-Carlo Gentile, I crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-1945, Einaudi, Torino, 2015, pp. 132-133. Gerhard Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945 Le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori,

Milano 2000, pp. 168-169.

Sitografia e multimedia:

A)Carlo Gentile, Itinerari di guerre: la presenza delle truppe tedesche nel Lazio occupato 1943-1944, pubblicazione on-line dell’Istituto storico germanico di Roma;

  1. B) DHI Roma, La presenza militare tedesca in Italia 1943-1945;
  2. C) Gli eccidi del nazifascismo e le Fosse reatine;
  3. D) Osterei (Operazioni uovo di pasqua), Video documento sulla Resistenza in Sabina;
  4. E) Tancia, docufilm di Vittorio Ferrara.

Fonti archivistiche:

AS Roma, Succursale di Via Galla Placidia, Corte di Appello di Roma, II versamento, Corte d’Assise, f. 2928.1, Procedimento contro Di Marsciano Ermanno et al.

ANNOTAZIONI

Nel ventennio fascista e in seguito anche negli anni del dopoguerra, le amministrazioni comunali succedutesi a Monte San Giovanni in Sabina dimostrarono sempre un atteggiamento di scarso interesse nei confronti delle problematiche degli abitanti di tali frazioni, addirittura, impedendo loro di recarsi nel centro del comune per reclamare i loro diritti. Una settimana prima della strage, a seguito di uno scontro avvenuto tra i partigiani presenti sul monte Tancia e una pattuglia tedesca che tentava il recupero un’automobile catturata dai partigiani stessi, era stato ucciso un graduato e ferito un altro militare tedesco. Due giorni dopo i tedeschi rastrellarono la frazione Gallo, arrestando nove abitanti del posto, tutti maschi adulti (tra questi Rinaldo Ratini, Valerio Autizi, Francesco Bianchi, Achille Ratini, Nello Panunzi, Beniamino Pastorelli, Olindo Mattei), e li portarono a Rieti come ostaggi. L’intervento del vescovo locale monsignor Benigno Migliorini e il fatto che gli interrogatori a cui furono sottoposti gli arrestati diedero esito negativo resero possibile la loro liberazione. Tuttavia, nella zona del monte Tancia ben presto si diffuse la voce secondo cui tedeschi e fascisti avrebbero effettuato ulteriori rastrellamenti per catturare renitenti alla leva e partigiani. Per questo motivo i maschi adulti abbandonarono le frazioni di Gallo, Sant’Angelo del Tancia e le case isolate della zona, preferendo dormire in nascondigli in montagna. Nella stessa giornata della strage, in località Collebaccaro i tedeschi uccisero un’anziana donna invalida in quanto incapace di muoversi. Contemporaneamente, nello stesso giorno la compagnia Ordine Pubblico della 116. legione della GNR di Rieti, guidata dai tenenti Giorgi e Millesimi e inquadrata nel Gruppo di combattimento “Schanze” nel reparto della Flak di Rieti, arrestò nell’area boscosa del comune di Roccantica, tre giovani, due prigionieri alleati e un italiano di Roma, Leopoldo Orsini, ventenne perito elettrotecnico. Trovato in possesso di alcune cartucce di arma da fuoco e di bombe a mano, fu ucciso con colpi di pistola alla testa da due militi della GNR comandati da un graduato tedesco. Un altro partigiano, il milanese Giovanni Alemanni, facente parte di una banda partigiana operante nella zona di Poggio Mirteto, il 7 aprile fu ucciso da militi della GNR e da tedeschi, il corpo venne però ritrovato solo il successivo 29 aprile. Sempre il 7 aprile, a Poggio Mirteto, furono arrestati da militari tedeschi e fascisti della GNR guidati dal capo della provincia di Rieti Ermanno Di Marsciano, Diego Eusebi, di 21 anni, impiegato del locale Consorzio agrario e membro di una banda partigiana operante nel centro reatino; il podestà di Poggio Mirteto Giuseppe De Vito, di 63 anni, possidente, accusato di collaborazionismo con i partigiani; Giannantonio Pellegrini, di 18 anni, studente di Milano, membro della banda Stalin sul monte Tancia; Onofrio Sitta, di Rovigo, di 20 anni, disertore di un reparto del Genio di stanza a Rieti. Tutti e quattro furono fucilati, insieme ad altre 11 persone, nella notte tra l’8 e il 9 aprile, in una buca creata dai bombardamenti alleati nei pressi dell’aeroporto di Rieti, località successivamente denominata Fosse reatine.

CREDITS

Istituto per la Storia dell’Umbria contemporanea.

Compilatore scheda-ANGELO BITTI.

Ricerca e compilazione schede a cura di Franco Leggeri e Isa Folliero,

per A.N.P.I. Comitato antifascista della Sabina,

Testo in attesa di revisione e confronto con altre fonti bibliografiche.

 

Bibliografia aggiuntiva-

MONTE TANCIA Bibliografia e Fonti aggiuntive.

Prof. Giorgio Giannini-Articoli giornali vari-

Franco Leggeri articoli e ricerche varie-

L’ordine pp. 88-89,225-L’Italia Libera del 25 settembre 1943.D.Sensi, “pagine partigiane”, in Corriere Sabino del 15 aprile del 1945. G.Allara, “ Dopo Anzio: la battaglia del Monte Tancia”, in Aa.Vv., La guerra partigiana in Italia, Edizioni Civitas, Roma 1984, pp.66 e 67. Musu-Polito, Roma ribelle, pp. 114-115. Bentivegna-De Simone, Operazione via Rasella…., pp 89-90., Roma e Lazio 1930-1950.., pp.542,545. Piscitelli, Storia della Resistenza.., pp.325,326,327.